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MEMORIE PER LA STORIA DE' NOSTRI TEMPI

DAL CONGRESSO DI PARIGI NEL 1856 AI GIORNI NOSTRI

SECONDA SERIE

11° e 12° Quaderno - 23° e 24° della Raccolta

TORINO

Dell'unione Tipografico-editrice Via Carlo Alberto, casa Pomba, N. 33

1864

Memorie per la storia de' nostri tempi dal congresso di Parigi... (1864 - Quad. 7° - 8°)

Memorie per la storia de' nostri tempi dal congresso di Parigi... (1864 - Quad. 9° - 10°)

Memorie per la storia de' nostri tempi dal congresso di Parigi... (1864 - Quad. 11° - 12°)

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NUOVI DISORDINI IN NAPOLI

Il telegrafo ci reca gravi notizie di Napoli, dove la sera del 15 di luglio avvennero serii conflitti tra i soldati e il così detto popolo. Cagione del disordine fu una dimostrazione fatta in onore degli emigrati reduci in Napoli. Quella dimostrazione era una doppia offesa al Re vivente, e a suo padre defunto, e, come si capisce facilmente, mancava d'ogni principio di delicatezza. Se il Re dimentica e perdona, perché i rivoluzionari non vogliono dimenticare, né perdonare mai?

Intanto il primo ministero costituzionale di Napoli si è dimesso, non rimanendo che il signor De Martino, il quale pare sia riuscito a comporre un nuovo gabinetto, dove il sig. Liborio Romano sarà ministro dell'interno, e il generale Pianelli ministro della guerra. In quindici giorni il Re di Napoli ha già avuto due gabinetti costituzionali, e non istarà molto a cercarsi il terzo, e poi il quarto, e poi il quinto, se il tempo gli basterà.

Le condizioni di Napoli sono tristissime, e se vi esiste la Costituzione, non vi si trovano oggidì costituzionali. In quel reame, come dappertutto, vi hanno buoni e pessimi, galantuomini e ladri, amici dell'ordine e fautori delle sommosse.

Gli amici dell'ordine non possono essere paghi della Costituzione, perché improvvisata, perché concessa o alla preponderanza straniera, o all'insolenza rivoluzionaria, perché incapace a produrre il menomo benefizio, perché indebolisce l'autorità regia in tempi grossi che vogliono la dittatura, come ne dànno l'esempio i liberali medesimi.

Badate che cosa facessero i Ricasoli e i Farini nell'Italia centrale, e che cosa faccia Garibaldi in Sicilia? Diedero forse la Costituzione questi messeri? Oh no, davvero. Invece governarono cogli ordini più stretti, pigliando in mano i pieni poteri, e scusandosene colla natura dei tempi. Ebbene anche per Napoli i tempi correvano tali da sospendere la Costituzione, se fosse esistita, come si praticò in Piemonte nel 1848 e nel 1859. Invece il buon Re proclamò lo Statuto!...

Gli amici della rivoluzione adeguano egualmente le istituzioni costituzionali, perché vogliono di più, perché odiano il Re, e non soffrono né che governi, nè che regni; perché non si sanno arrestare a mezza via, perché quanto riuscirono ad ottenere ne cresce la baldanza e le pretese.

Di che noi vedremo in Napoli un alternarsi di sconvolgimenti parziali, forieri d'uno sconvolgimento totale, resosi inevitabile dopo la prima concessione. Il Re di Napoli andrà tardi o tosto a raggiungere gli altri Principi italiani spodestati, se avvenimenti europei non lo salvano.

Pare del resto che la Provvidenza abbia permesso a Napoli tanta debolezza e tanto tramestìo, perché in mezzo a sì fitte ombre risplendesse di più bella luce il vero e grande Re italiano, che è Pio IX; il solo nella Penisola che resista alla rivoluzione, e che saprà vincerla gloriosamente.

GARIBALDI SMENTISCE IL MINISTERO

(Pubblicato il 29 agosto 1860).

Il ministero per far gabbo a non sappiamo chi, e per potere almeno, a suo tempo, schermirsi dalle accuse di aver fomentato e promosso la spedizione contro gli Stati Pontificii, immaginò di metter a conto di Mazzini tutto ciò che era già stato apparecchiato tanto a Genova, quanto in Toscana. E colla sua circolare del 13 agosto simulò di dare un buon rafaccio a quello stravagante di Mazzini, che vuol cacciarsi in mezzo agli agenti del ministero, a cui tocca esclusivamente il governo del molo italiano, e così guastare le uova nel paniere.

Il Mazzini che si trova non poco solleticato dall'onore di figurare per una potenza in questo trambusto italiano, pigliò allegramente per sè il rimprovero gettato dal Farini alle sètte in generale, e rispose tosto al manifesto del 13 agosto col suo manifesto nell'Unità Italiana. D'altro lato il Mazzini sa con chi ha da fare; sa che i ministri facendo i fatti loro, fanno ancora meglio i fatti suoi; sa che intorno ai ministri vi sono i più caldi suoi amici; quindi è informato di tutto ciò che si fa dietro le scene, e però sa leggere tra le righe delle circolari ministeriali. Laonde egli accetta la parte di antagonista assegnatagli dal capocomico, ed asseconda benissimo il giuoco del ministero..

Ma Garibaldi che è digiuno delle arti volpine della diplomazia e le detesta, non si acconcia alla parte che gli si vuole assegnare. Garibaldi è forse il miglior pezzo che vi sia in questa frotta di rigeneratori dell'Italia, vuoi nostrani, vuoi forestieri. Almeno egli combatte a viso aperto, ed espone continuamente la sua vita. Non mentisce, non tergiversa, non vende lucciole per lanterne, non manda gli altri a farsi sbudellare, serbando egli la pancia pei fichi, come fanno i rigeneratori dell'Italia delle gazzette, dei cade e del portafoglio. Garibaldi dunque non vuol saperne di queste arlecchinate. Egli vuole armi, soldati, denari e non anela che alla battaglia. Non gli parlate né di circolari, né di Note diplomatiche, né di temporeggiare, nè di tergiversare. Baie! Egli tira avanti, e lascia cantare. Ora questo è che mette in un brutto impiccio il ministero e chi comanda al ministero.

Figuratevi che ieri stesso giungeva a Torino con speciale incarico di promuovere da capo e col massimo fervore i vietati arruolamenti de'  volontarii il maggiore Tosetti, il quale viene non da Londra, ma dalla Sicilia, e può mostrare l'ordine formale sottoscritto, non da Mazzini cospiratore, dice il Diritto d'oggi (28), ma da Paterno, ministro della guerra.

E la Gazzetta popolare di Cagliari pubblica la lettera da noi riferita nel numero antecedente, con cui Garibaldi autorizza l'avvocato Giovanni Sulliotti a recarsi in Sardegna per arruolare un intiero battaglione di volontarii sardi.

Ma il più curioso è che il Diritto rimbeccando l'Opinione, la quale mise sul capo di Mazzini le spedizioni preparate contro gii Stati Pontificii, rivendica quest'onore a Garibaldi! «A questa gratuita asserzione, dice il Diritto, noi siamo in grado di poter dare la più ampia e la più esplicita mentita. Coi nostri occhi medesimi abbiamo letto la lettera con cui Garibaldi raccomanda ai dirigenti il Comitato centrale di Genova (i quali, sia detto di passaggio, non sono strumenti né del signor Mazzini, né del signor Cavour) di sospingere la spedizione delle Romagne a tutta oltranza ed è da lungo tempo fatto di pubblica ragione il famoso proclama del 5 maggio, in cui dice che non basta promuovere l'insurrezione in Sicilia, ma vuolsi fare eziandio «nell'Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napolitano, ecc. ». E tale raccomandazione, ripetiamo, non è sottoscritta da Mazzini, ma da Garibaldi».

Dunque signor Farini, non fate Io gnorri; non ci state ad armeggiare a ciancie con Mazzini per tenerci a bada, rimproverandogli come un delitto di leso diritto delle genti l'aver voluto fare una spedizione armata contro gli Stati Pontificii. È Garibaldi, proprio il vostro Garibaldi che ha dato quegli ordini, è Garibaldi che ordinò di attaccare dal lato di Toscana gli Stati della Chiesa. È quel Garibaldi che agisce in nome di Vittorio Emanuele, che è in corrispondenza con Vittorio Emanuele; che invia alla Corte di Torino i suoi ambasciadori; che riceve alla sua Corte gli ambasciadori del Regno italiano; che proclama a'  suoi popoli Io Statuto del Regno italiano; e li dichiara annessi al Regno italiano; Ora che ci avreste adire? Voi, signor Farini, avete gittato il biasimo e il disprezzo sulle sètte, che, assalendo gli Stati Pontifìcii, si arrogavano l'opera vostra. Ora le sétte che preparano la guerra contro il Papa è Garibaldi ed i suoi, cioè voi ed i vostri, giacché con Garibaldi voi non fate che una cosa sola, almeno per ora.

Diciamo almeno per ora, perché, tre mesi or sono, Garibaldi ed il ministero erano uno al polo artico, e gli altri all'antartico. Allora il ministero faceva escludere Garibaldi dal Parlamento come indegno di sedere nel consesso dei rappresentanti del primo Parlamento italiano, lui che, divenuto francese per la cessione di Nizza alla Francia, non era neppur italiano. Ed il ministero faceva proclamare dall’Opinione che l'elezione di Garibaldi sarebbe stata un' immoralità.

Ecco quanto leggevasi nell'Opinione del 3 maggio. Dopo aver proposto l'avv. Fabre ed il dottor Borella per il 5° ed il 6° collegio di Torino contro il signor Robaudi e Garibaldi, si dice: «Chi ha eletto i ministri non può dar il voto che a uomini dello stesso partito; darlo ad altri sarebbe un'immoralità. È un'immoralità il solo proporlo, e sarebbe un'offesa agli elettori il solo sospettarlo.

Il dì 3 di maggio Garibaldi deputato al Parlamento era un'immoralità, anzi era immoralità la semplice sua candidatura. — Ma dopo il 3 di maggio venne il 26 di maggio e la presa di Palermo, allora Garibaldi non solo sarebbe degno di essere deputato al Parlamento, ma è degno di essere dittatore della Sicilia a nome di Vittorio Emanuele, e di trattare da pari a pari colle Potenze! I Torinesi (s'intende i Torinesi del conte di Cavour) lo esclusero dal Parlamento, ed in sua vece vi posero quel sommo uomo che è l'avvocato Fabre. Ma se oggi Garibaldi tornasse a Torino, i nostri buoni concittadini (sempre quelli del conte di Cavour) si farebbero in quattro per onorare Garibaldi con luminarie, gazzarre, feste e dimostrazioni d'ogni sorta.

Intanto consta in modo indubitato che l'arruolamento dei volontari per assalire lo stato Pontificio è stato fatto e si fa tuttora per conto e per ordine di Garibaldi; e che Garibaldi non solo non è disapprovalo dal ministero, ma è in tutto e per tutto approvato e lodato.

STRAGE IMMINENTE D'IMPIEGATI IN TOSCANA

(Pubblicato il 31 agosto 1860).

Le rivoluzioni si fanno sempre da pochi tristi; ma i pochi nulla potrebbero, se non fossero i molti, i quali comechessia tengono il sacco a coloro che rubano. E questi che tengono il sacco a'  tristi sono di tre categorie: i malcontenti, gli ambiziosi, i fuggifatica, ossia nicodemi. I malcontenti, per vendicarsi del governo, di cui hanno ricevuto o credono d'aver ricevuto qualche torto, sono lieti di chiappar per i capegli l'occasione di vendicarsi delle ingiurie ricevute; o, se non vendicarsi, almeno afferrare qualche cosa per contentarsi. Gli ambiziosi, che rimproverano alla patria di non riconoscere i meriti dei cittadini, e per cui ogni onore è sempre poco, sperano che cacciati coloro che sono in onore, sottenderanno essi al loro posto. Finalmente havvi coloro, i quali abborrenti da ogni lotta, non solo lasciano fare a'  mestatori tutto ciò che vogliono, ma s'indispettiscono contro quelli stessi che a'  conati dei rivoluzionari si oppongono; non già che approvino il disordine, ovvero disapprovino chi al disordine si oppone, ma perché da quel contrasto sorge un moto nella società che può disturbare la pace, e trascinarli benché riluttanti in mezzo alla lotta. Questi sono i buoni egoisti, che pur troppo sono in gran numero.

Con questi aiuti destramente maneggiati, i rivoluzionari preparano ogni cosa per il giorno e per l'ora indicata. Quando tutto è in pronto, sopravviene il coup de mg. in di Ledru»Rollin, ed ecco fatto il becco all'oca. I rivoluzionari da principio si fanno piccini piccini, dolci, mansueti, tolleranti, finché si sono bene assettati sulla sella. E non sì tosto si sentono bene a cavallo, cominciano a menar a tondo la mazza, ed a fare strage dei loro nemici, cioè di quelli stessi che li aiutarono a montar a cavallo.

Perciò si servono alternativamente dei partiti, aizzandoli gli uni contro gli altri per distruggerli tutti, cioè cacciarli dal maneggio della cosa pubblica, e restare essi soli coi loro parenti, amici e amici degli amici a reggere il paese ed a beatificarlo. D'ordinario la prima vittima è il Clero, contro del quale, dopo aver aizzati tutti i partiti, sogliono essere scagliati i primi colpi. Dopo il Clero viene l'aristocrazia, dopo l'aristocrazia, la magistratura e via dicendo, finché non rimane pili d'intatto che l'esercito. Ma anche l'esercito quando la rivoluzione è pienamente trionfante cade sotto i suoi colpi; e si sa che i rivoluzionari odiano con odio pari il prete ed il soldato. Il prete è la prima vittima, d'ordinario il soldato e l'ultima. Per distruggere l'esercito ne corrompono lo spirito, la disciplina, l'amministrazione; e si sa che un esercito corrotto è un esercito distrutto.

Il felicissimo Stato di Sua Maestà di Bettino Ricasoli è entrato nel secondo stadio della rivoluzione. Il Clero ebbe già la sua parte pel primo come è giusto secondo il diritto della rivoluzione. Ora viene la parte degl'impiegati civili: si è l'epurazione dell'amministrazione, che ora viene annunziata per la Toscana. L'augusto padrone delta autonomia toscana fece pubblicare a suono di tromba il bando con cui annunzia a'  suoi autonomi impiegati che egli sta per cominciare l'epurazione, sceverando il frumento dal loglio. Il trombetta è la Nazione, che si dice essere giornale degli ebrei, benché figurino esserne i padroni alcuni cavalieri di fresca data.

La Nazione adunque del 26 agosto ebbe l'incarico di svelare al governo del Re una piaga. E naturalmente, come il trattar le piaghe non è cosa che vada a genio, il giornale dei nuovi cavalieri, o degli ebrei, protesta che a quel nauseante ufficio è tratto pei capegli: vi ci è «spronato dal desiderio del bene del nostro paese, e crede anzi far cosa utile a tutti, svelando al governo del Re una piaga» di cui forse disconosce, o non conosce appieno la importanza. Noi vogliamo richiamare l'attenzione del ministero sugli impiegati toscani». Gran mercé che abbiamo un giornale ebreo a Firenze, che svela le piaghe l Altrimenti una piaga nascosta come farebbe a guarire? Essa potrebbe far sacco, passar in cancrena,

«Tuttavia ci pare un' imperdonabile negligenza del ministero, che non conosca una piaga pubblica, gravissima, pericolosissima: e che tocchi proprio agli ebrei di svelarla. Se si trattasse di qualche impiegatuccio in qualche angolo dimenticato del Regno autonomo, si capisce che potrebbe la piaga sfuggire agli occhi lincei del sig. Farini: ma altro che impiegatuccio raro e da poco! Sentite il giornale dei nuovi cavalieri:

«In mezzo alla grandissima turba degl'Impiegati toscani ve ne hanno pochi caldamente liberali, non pochi per i quali ogni programma politico si racchiude in un completo indifferentismo, molli che essendo stati troppo teneri dell'antico» regime, sono naturalmente avversi al nuovo.

«Non parleremo de'  buoni e nemmeno degli indifferenti, i quali, se non co zelo, adempiono però a'  loro uffici. Parleremo bensì di quegli impiegati, che sotto il governo di Vittorio Emanuele parteggiano faziosamente per Ferdinando» di Lorena.

«È questa una piaga che rode poco a poco l'amministrazione del paese,. In quale non procede franca e spedita, come dovrebbe, per la forza d'inerzia che contrappongono al libero corso della macchina governativa questi nemici che abbiamo in casa, che vivono del nostro danaro, che noi paghiamo perché ci servano male, o perché infine servano al principio opposto a quello che è la base dell'ordinamento politico dello Stato».

Vi pare a voi che questa sia piaga da non badarci? Capite? I liberali sono pochi; gli indifferenti sono non pochi; e gli avversi al nuovo reggime sono molti! Ed il governo se ne sta colle mani alla cintola contemplando i non pochi ed i molti suoi nemici come se nulla fosse? Su via, scotete questa vostra indolenza, signori ministri! «Queste piante parassite, questi elementi venefici o bisogna distruggerli, o porli nell'impotenza di nuocere. È dovere del governo provvedervi, perché il governo prima dei cittadini deve dar esempio del rispetto alla legge. E male i cittadini possono imparare a rispettare la legge, quando i pili acerrimi nemici di lei sono fra le file di coloro che dovrebbero curarne l'osservanza, e che per questo appunto vengono dallo Stato retribuiti».

Scandaloso di un governo! Così dai l'esempio ai cittadini di rispetto alle leggi! Cosi paghi coi denari dello stato i più acerrimi nemici dello Stato medesimo? Eh, non so a che mi tenga dal mettere in accusa il ministero in corpo ed anima. — Forse tu governo dirai che alla fin fine tutto il torto non è tuo; e che i governi precedenti, dal 27 aprile in poi, avrebbero dovuto occuparsi di sterpare queste piante parassite, e questi elementi venefici. «Forse fu grave torto (è sempre la Nazione che parla) dei governi che precederono quello che oggi ci regge, non indurre radicali cambiamenti nel personale degli impiegati d'ogni dicastero, cominciando da quelli di più bassa sfera e risalendo fino agli ufficiali della legge. Ma quei governi potevano almeno giustificare la loro tolleranza: imperocché trattavasi allora di costituire il paese ed era mestieri allontanare ogni causa di individuale malcontento. Ma ora che il paese è costituito, ora che il governo è forte per la manifestata volontà popolare, per il concorso di ogni classe di persone, quella tolleranza, che poteva in altri tempi scusarsi, non ha nessuna ragione d'esistenza».

Avete capito? Finora la rivoluzione non era ancora bene consolidata, e le conveniva andare colle buone. Ma ora che è forte, ora è tempo di schiantare, disperdere, annientare i nostri più acerrimi nemici.

Ma signori cavalieri, adagino, adagino: che non veniste mai così di rimbalzo, o di matonella, come si dice costà, a ferire l'augusto vostro padrone Bettino, il quale essendo sulla faccia del luogo deve saperle queste cose. E dall'altra parte egli da quell'uomo risoluto che è, se vi fossero piaghe è tale cerusico da tagliare, bruciare, troncare braccia, gambe ed anche teste per guarire le piaghe. Badate a voi, signori cavalieri, che, a quanto si dice, vivendo della pagnotta dell'augusto Bettino.... — che Bettino? Non c'è barone che tenga. «Noi lo confessiamo francamente: in questo non ritroviamo la energia che è propria del carattere del barone Ricasoli. Perché tollera egli questo stato di cose? Perché egli, che destituì, e saviamente, tre professori dell'Università senese, non agisce con eguale fermezza contro tutti coloro che ne imitano e ne superano l'esempio? Perché almeno non chiede al ministero che si faccia un cambio di impiegati, onde allontanare questi che qui in Toscana sono di scandalo, per mandarli in luoghi ove sarebbero costretti ad usar maggior prudenza, e a compiere al dover loro con coscienza maggiore? Un governo su tema siffatto non può, non deve esitare».

Giacché neppur il padrone è risparmiato bisogna che la faccenda sia grave. Eccettoché questa fosse una commedia concertata insieme col padrone stesso, il quale si fa sgridare da'  suoi stessi staffieri e che è troppo buono, e che è troppo tollerante, e che è troppo indolente, e che di questo passo oggi mai tutti gli

addosso; affinché possa menar giù mazzate da ciechi riportandone tuttavia lode di troppo buono e troppo indulgente. Ma codeste le sono supposizioni di qualche malignuzzo che non conosce la pasta di zuccaro che è Bettino! Dunque; diciamo, conviene che sieno veramente gravi i delitti di questi elementi venefici, dei più acerrimi nemici dello Stato! — Se sono gravi i delitti! voi dite. Gravissimi? Ascoltate:

«Quando il paese sa che certi impiegati vanno dicendo che questa baracca può durar poco e che presto tornerà il Granduca; quando il paese sa, che altri va spargendo che il governo attuale è nemico della religione, e la vuole distrutta, quando il paese sa, che certi impiegati rifiutano dì concorrere a ogni coscrizione che abbia intendimenti liberali, e poi son larghi di soccorsi per il danaro di San Pietro; quando il paese sa, che in certi uffizi si conservano e si tengono esposte tuttora le immagini dei Principi decaduti che in altri si fanno conventicole nere; quando sa, che certi alti impiegati sussidiano la stampa nerissima e gongolano di gioia nel leggere i giornali più reazionarii; quando sa infine, che chi dovrebbe per ufficio sostenere il governo lo scredita in ogni maniera e dà mano a chi vuole abbatterlo; il paese ha diritto di domandare al governo, perché si pratichi questa inesplicabile tolleranza, e ha diritto di chiederlo, perché questi che dovrebbero servirci son pagati col danaro nostro, col danaro di tutti».

Qui avremmo varie osservazioni da fare: per esempio, perché, eccetto pochi, tutti gli impiegati sospirano per la ristaurazione del Granduca? Come si fece adunque la votazione per la sua decadenza all'unanimità? Perché si puniscono gli impiegati per opinioni politiche? Ma l'articolo è lungo. La conclusione è che gli impiegati Toscani devono aspettarsi un'imminente strage per mano di Bettino-bey e dei suoi agenti. Non vogliamo dire che sia una strage degli innocenti, perché almeno rei di nicodemismo devono confessarsi. D'altro lato non crediamo che vi sia ninna relazione tra il sior Bettino ed il re Erode.

CAVOUR E GARIBALDI

nel maggio e nell'ottobre del 1860

(Pubblicato il 5 ottobre 1860).

Ornai le contraddizioni politiche sono il pane quotidiano degli uomini che governano di qua e di là delle Alpi, e noi siamo disposti a ritrovarne ogni giorno delle audacissime e stomachevoli. Non ostante ci fe' ribrezzo il confronto tra ciò che il conte di Cavour disse alla Camera dei Deputati il 2 di ottobre, e le parole che fe' stampare sulla Gazzetta Ufficiale del Regno del 17 di maggio 1860.

Cavour il 2 di ottobre del 1860. Il governo del Re poté non fallire all'assunto di secondare la fortuna d'Italia e compiere ardite imprese. — Altri undici milioni d'Italiani hanno infranto le loro catene. —11 ministero è al tutto alieno dall'attribuire unicamente a se stesso il merito di sì mirabili eventi. — A rispetto di Napoli e di Sicilia, è dovuto al concorso generoso dei volontarii, e più che ad altra cagione al magnanimo ardire dell'illustre loro capo, al generale Garibaldi. Il ministero si restringe a notare che questi memorandi casi furono conseguenza della politica proseguita per dodici anni dal governo del Re. Garibaldi è un generoso. patriota. — L'autorità e l'impero di Napoli e Palermo stanno nelle mani gloriose di Garibaldi, il quale ha reso segnalali servizi alla patria» (Atti uff. della Camera, N° 138, pag. 539, 540).

Cavour il 17 di maggio 1860. «Alcuni giornali stranieri, a cui fanno eco quei fogli del paese che avversano il governo del Re e le istituzioni nazionali, hanno accusato il ministero di connivenza nell'impresa del gen. Garibaldi. La dignità del governo ci vieta di raccogliere ad una ad una queste accuse e di confutarle. Basteranno alcuni brevi schiarimenti.

 Il governo ha disapprovato la spedizione del generale Garibaldi, ed ha cercato di prevenirla con tutti quei mezzi, che la prudenza e le leggi gli consentivano. La spedizione ebbe luogo non ostante la vigilanza delle autorità locali; essa fu agevolata dalle simpatie che la causa della Sicilia desta nelle popolazioni. Appena conosciutasi la partenza dei volontari, la flotta reale ricevette ordine d'inseguire i due vapori e d'impedirne lo sbarco. Ma la marineria reale non lo poté fare, nella guisa stessa che non' lo poté quella di Napoli, che pure da parecchi giorni stava in crociera nelle acque di Sicilia. Del resto l'Europa sa che il governo del Re, mentre non nasconde la sua sollecitudine per la patria comune, conosce e rispetta i principii del diritto delle genti, e sente il debito di farli rispettare nello Stato, della sicurezza del quale ha la risponsabililà» (Gazzetta Ufficiale del Regno, num. del 17 di maggio).

Dunque nel maggio del 1860 Cavour disapprova la spedizione di Garibaldi, manda ordine d'inseguirlo, lo denunzia all'Europa come violatore del diritto delle genti. E nell'ottobre del 1860 Cavour applaude alla spedizione di Garibaldi, la chiama mirabile evento, memorando caso, magnanimo ardire, segnalato servizio reso alla patria!!

FRA SEI MESI! SPERANZE E TIMORI DEL CONTE DI CAVOUR

(Pubblicato il 13 ottobre 1860).

Nella tornata dell'11 di ottobre il conte di Cavour ha dichiarato solennemente ai deputati che vuol togliere al Papa anche la città di Roma, e che se gliela lascia per poco, si è per cagione dei tempi, per difetto d'opportunità, per timore del mondo cattolico. Quando però si presenti il destro, Roma seguirà le sorti delle Romagne, delle Marche e dell’Umbria.

E il conte di Cavour aggiunse che questa è l'idea piemontese da dodici anni in qual Come? Mentre i liberali scioglievano le labbra in inni e benedizioni a Pio IX, meditavano di spogliarlo perfino di Roma? Mentre Carlo Alberto si profferiva così affezionato al Pontefice Romano, divisava di strappargli dalla fronte la Corona? Noi non avremmo osalo di gettare quest'insulto sulla memoria di quel Re.

Ad ogni modo è un bel guadagno per noi il conoscere oggidì nettamente le intenzioni del ministero. Garibaldi ha vinto Cavour. Imperocché il dissenso insorto tra Cavour e Garibaldi era che quegli voleva arrestarsi alle mura di Roma, e Garibaldi fare di questa la Capitale del Regno Italiano. Ora il conte di Cavour sposa pienamente la politica garibaldina, e i due eroi, degni l'uno dell'altro, diventano due anime in un nocciolo.

Ma il conte di Cavour, nel vagheggiare il conquisto di Roma, e la totale spogliazione del Pontefice, non si poté difendere da un arcano timore, e domandò a se stesso, domandò ai deputati: in quali condizioni sarà fra sei mesi l'Europa?

Questa domanda fu eloquentissima. Era una confessione, che il Piemonte trovasi oggidì come un bastimento in alto mare «nave senza nocchiero in gran tempesta» per dirla colla parola d'un nostro celebre poeta, e non sa dove andrà a riuscire.

Era un presentimento di grossi torbidi, di guerra vicina, di rivoluzione imminente, che ci trascineranno dove non vogliamo e non possiamo, come hanno trascinato sempre tutti coloro che vollero andare a Roma, a cui venne il capogirlo prima ancóra che fossero giunti sul Campidoglio.

Era una dichiarazione di quanto sieno legittime le incertezze dei privati e dei popoli, quando colui medesimo che ha in mano la somma delle cose, che s'aggira nei segreti della diplomazia, che conosce i pensieri dei gabinetti europei, conviene di non saperne nulla, e chiede agli altri che cosa sarà da qui a sei mesi l'Europa?

Ma che cosa sarà l'Europa da qui a sei mesi? Il conte di Cavour noi sa, i deputati noi sanno, e lo sapremo noi? Eppure una cosa noi sappiamo, e possiamo dirla francamente senza esitare e senza paura d'essere smentiti: il Papa sarà sempre Principe temporale; sarà sempre Re di Roma! Passeranno sei mesi, passeranno sei anni, passerà il conte di Cavour, come passò Crescenzio Numanziano, il conquistatore di Castel Sant'Angelo, come passò Arnaldo da Brescia che volle di Pietro crollar l'immobil pietra, come passò Stefano Porcari, come passò Cola da Rienzo, come passò Berthier e tanti altri invasori di Roma; ma una cosa non passerà: non passerà il dominio temporale dei Papi!

Vedete la gran differenza che corre tra noi cattolici e il conte di Cavour ed i suoi. Costoro hanno molte e grandi speranze, veleggiano col vento in poppa, si veggono favoriti in tutto dagli avvenimenti. Tuttavia nell'ebrezza del trionfo non sanno difendersi da un segreto timore e domandano: Che sarà l'Europa da qui a sei mesi?

Ma nessun timore di questo genere può intromettersi nel cuore d'un cattolico. Egli si farebbe coscienza di chiedere che sarà del Papa, che sarà del suo dominio temporale? Sa che questo dominio è necessario oggidì alla Chiesa per la sua indipendenza e libertà; e se per lo innanzi ne avesse menomamente dubitato, ora l'unanime consentimento di tutti i Vescovi del mondo l'avrebbe convinto dell'empietà del dubbio.

Posta adunque questa utilità e necessità, nel cuore di noi cattolici non sono che speranze scevre da ogni timore, e le speranze nostre non si fondano nò sulla generosa Francia,, né sulla gìvsta Inghilterra, ne sulla nobile Germania. Non abbiamo bisogno di largheggiare in epiteti come il conte di Cavour; perché le nostre speranze si fondano sulla provvidenza, sull'onnipotenza, sulla giustizia di Dio.

Il quale appunto in questi momenti prepara la pili gloriosa vittoria del dominio temporale dei Papi. E come ciò? State a sentire.

Una vittoria è tanto più segnalata, quanto maggiore apparisce la potenza dei nemici, e minori i mezzi di difesa. Questo è evidentissimo. Or bene per la vittoria del Papato debbono andare innanzi questi due fatti: che il Papa venga assalito da una forza grandissima, e che non abbia nessun mezzo umano per ischermirsene.

E i due fatti ornai sono messi in luce, e tutti li veggono da sè. Ora la vittoria non può tardare. E quanto sarà gloriosa per Pio IX? E quanto sarà utile alla Chiesa? Se il Papa vincerà in questa lotta, e vincerà di certo, chi oserà mettere in dubbio l'intervento della Provvidenza in favore di Pio IX? Chi oserà ripetere ancora non essere il Papa-Re nei grandi decreti di Dio? Chi oserà più lusingarsi di poter atterrare Roma Pontificale?

Egli è in questo senso che noi diciamo apparecchiarsi oggidì la più gloriosa vittoria del dominio temporale dei Papi, e fra qualche tempo ci saprete dire se c'inganniamo. Non preciseremo né i giorni, né i mesi, imperocché il tempo è in mano di Dio che conosce i tempi ed i momenti.

Ma voltiamo la pagina e torniamo alla domanda del conte di Cavour: che Sarà l'Europa da qui a sei mesi? Che sarà della Francia? Che sarà dell'Italia? Che sarà del nostro Parlamento? Che sarà del conte di Cavour medesimo?

Il Piemonte ha ammesso un grande e terribile principio. Predicando il non intervento, il Piemonte è intervenuto negli Stati Pontificii per ristabilirvi Por dine morale, per dare ai popoli la libertà di esprimere i loro voti!

Questo principio potrebbe formare argomento del Congresso di Varsavia, o di qualche altro Congresso. L'ordine morale e la libertà dei popoli potrebbero apparire ad altri Principi in modo ben opposto a quello in cui li vide il governo piemontese, e allora che sarebbe di noi?

Grandi fatti si stanno maturando: aspettiamoli con pazienza e con rassegnazione, non istancandoci mai di pregare e di compiere il nostro dubbio, nei timori e nelle incertezze. Ringraziamo Iddio che ci ha fatto la grazia di stare uniti a quella pietra che non si smuove, e di entrare nelle file di quell'esercito che è sicuro della vittoria.

I SI DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

(Pubblicato il 31 ottobre 1860).

«Le masse hanno risposto sì signore come rispondono sempre, diceva l'avvocato Deforesta il 9 di giugno del 1860 nel Senato del Regno, ed ora i si fioccano a Napoli ed in Sicilia, e sono liberi e spontanei come quelli che già si raccolsero prima in Toscana e nell'Emilia, e poi nella Contea di Nizza.

Nella provincia di Napoli, dice il telegrafo, erano iscritti 229,780 cittadini. Risposero 185,468; e no soli 1609. Si vede che molti non risposero né no, né si! Se Francesco II, quando era a Napoli, avesse interrogato i Napoletani, credete voi che non avrebbe raccolto altrettanti sì? Suo padre Ferdinando II ne raccolse un numero molto maggiore quando volle abolire lo Statuto.

Nella votazione delle Due Sicilie troviamo un progresso ed un regresso, paragonandola colle votazioni precedenti nella Toscana e nell'Emilia. Il progresso è che s'incontrano di tanto in tanto alcune centinaia di no. Le quattro Assemblee di Toscana, di Bologna, di Modena, di Parma aveano detto sì all'unanimità. Questo era troppo, e il soperchio rompe il coperchio.

Il regresso poi è che dall'Italia centrale prima della votazione si ritirarono i nostri pubblici ufficiali e le nostre truppe; laddove nell'Italia meridionale mandaronsi le nostre truppe, e perfino il nostro ministro degli affari interni, perché assistessero alle votazioni.

Anzi il conte di Cavour commise la grande imprudenza di scrivere al prodittatore Pallavicino che il risultato del plebiscito era in gran parte dovuto al suo patriottismo. Che cosa ba egli fatto il Prodittatore? Noi credevamo che si fosse contentato di dare semplicemente il suo sì, in virtù del decreto che avealo nominato cittadino di Napoli. Ma un solo non meritava i complementi del conte di Cavour. Il Pallavicino ha procacciato moltissimi altri sì, dacché il risultato del plebiscito è dovuto in gran parte a lui (1).

(1) Ecco il dispaccio del Conte di Cavour:

Al marchese Pallavicino, prodittatore—Napoli.

Torino, 24, ore 4, 45 pom. — Chieti, ore 7, 20 pom.

L'Italia esulta pel splendido risultato del plebiscito che al suo senno, alla sua fermezza ed al suo patriottismo è in gran parte dovuto. Ella si è acquistato cosi nuovi e gloriosi titoli alla riconoscenza della nazione.

Conte Cavour.

Oh conte di Cavour, che imprudenza avete commesso! Napoleone III che la sa più lunga si è guardato ben bene dal ringraziare il sig. Pietri, e dal dirgli che il voto di Nizza era in gran parte dovuto al suo patriottismo. L'Europa ne avrebbe riso, come riderà certamente del vostro dispaccio.

Ma o ridere o piangere, l'Italia ornai è fatta; ci mancano ancora i delle Marche, che si attendono dal patriottismo di Lorenzo Valerio, e poi il bel paese dove il suona è risorto a forza di sì. Sono si preziosi, che si portano sul cappello, che vengono scritti sulle porte delle case, che sono deposti nelle urne, che trovansi dappertutto, meno forse nell'interno de'  cuori.

Oh fi fortunali, si benedetti, eloquentissimi I Uno scrittore francese poco ortodosso, il signor Mignet, ha visto la libertà del mondo nel famoso no, pronunziato dalla Dieta di Vormazia. La libertà d'Italia invece consiste nel si, che resterà famoso come quel no.

Dicevano cosa tanto difficile riunire la Penisola, e ricordavano come non ci fossero neppure riusciti gli antichi Romani colle loro legioni. Ma Garibaldi e Cavour hanno provalo all'Europa essere cosa facilissima. L'Italia si fa con una sillaba: si stampa un sì, si mostra, si consegna e l'Italia è fatta.

Tuttavia ci dà gran pensiero quell'aforisma che dice: eademres per quascum que causas nascilur per easdem et dissolvitur. Un ha fatto improvvisamente l'Italia, e un potrebbe improvvisamente disfarla. Il popolo è mobile assai, epperciò Vincenzo Gioberti chiamava il suffragio universale un assurdo ed una follia.

NOTA DEL CONTE DI CAVOUR AL MINISTRO DEL RE DI NAPOLI

(Pubblicato 18 novembre 1860).

Il sottoscritto ha ricevuto la Nòta 24 andante, con la quale l'illustrissimo signor cavaliere Canofari, inviato, ecc., ecc., ha informato che nei proclami sparsi dal generale Garibaldi in Sicilia esso assume il titolo di Dittatore in nome del Redi Sardegna, e richiama su tal fatto la disapprovazione e la contraddizione del governo di S. M. il Re di Sardegna.

Benché non possa nemmeno cader dubbio su questo proposito, il sottoscritto, d'ordine di Sua Maestà, non esita dichiarare—che il governo del Re è totalmente estraneo a qualsiasi atto del generale Garibaldi, che il titolo da lui assunto è onninamente usurpato, éd il reale governo di Sua Maestà non può che formalmente disapprovarlo.

Rinnova, ecc. ecc.

Torino, 26 maggio 1860.

1.Cavour.

2.

Questa nota veniva rimessa il 26 di maggio. Alcuni giorni prima la nostra Gazzetta Ufficiale, riconoscendo ancora i principii dell'antico diritto delle genti, pubblicava la seguente dichiarazione:

«Alcuni giornali stranieri, a cui fanno eco quei fogli del paese che avversano il governo del Re e le istituzioni nazionali, hanno accusato il ministero di connivenza nell'impresa del generale Garibaldi. La dignità del governo ci vieta di raccogliere ad una ad una queste accuse e di confutarle. Basteranno alcuni brevi schiarimenti.

«Il governo ha disapprovato la spedizione del generale Garibaldi, ed ha cercato di prevenirla con tutti quei mezzi,che la prudenza e le leggi gli consentivano. La spedizione ebbe luogo non ostante la vigilanza delle autorità locali; essa fu agevolata dalle simpatie che la causa della Sicilia desta nelle popolazioni. Appena conosciutasi la partenza dei volontarii, la flotta reale ricevette ordine d'inseguire i due vapori e d'impedirne lo sbarco. Ma la marineria reale non lo poté fare, nella guisa stessa che non lo poté quella di Napoli, che pure da parecchi giorni stava in crociera nelle acque di Sicilia. Del resto l'Europa sa che il governo del Re, mentre non nasconde la sua sollecitudine per la patria comune, conosce e rispetta i principii del diritto delle genti, e sente il debito di farli rispettare nello Stato, della sicurezza de) quale ha la responsabilità» (Gazzetta Ufficiale del Regno, numero del 17 di maggio).

ENTRATA DI RE VITTORIO EMANUELE II IN NAPOLI

(Pubblicato il 9 novembre 1860).

Ieri abbiamo pubblicato alcuni documenti relativi al reame di Napoli, cioè la dichiarazione della Gazzetta Ufficiale del Regno del 17 di maggio 1860, eia Nota del conte di Cavour al cavaliere Canofari, inviato del re Francesco lì. Oggi pubblichiamo altri documenti, che si riferiscono all'ingresso del re di Sardegna Vittorio Emanuele II nella capitale del Regno delle Due Sicilie. Se vi fu mai argomento, in cui noi dovessimo restringerci unicamente a'  fatti senza una parola sola di gloria, si è questo che ora abbiamo per le mani.

Come si sa la popolazione del Regno di Napoli votò il plebiscito. Il risultato di questo voto fu proclamato in Napoli dal signor Niutta, presidente della Corte Suprema, il quale, prima di proclamarlo, disse un discorso, riferito dal Giornale Ufficiale di Napoli del 4 di novembre. Ecco la parte più importante del discorso:

«la Corte Suprema, essendosi occupata dello scrutinio generale, dopo diligente ed accurato esame degli atti, dice il signor Niutta, ha osservato che le operazioni delle Giunte provinciali sieno state eseguile in piena regola ed ai termini della legge; e che il numero degli elettori accorsi nei comizi sia stato di 1,312,376, dei quali, attesta il signor Niutta, hanno votato affermativamente 1,302,064, e negativamente 10,312.

«Quindi, prosieguo il signor Niutta, la Corte suprema di Giustizi dichiara che il risultato generale dello scrutinio dei voti delle provincie continentali di questa parte meridionale d'Italia sia di 1,302,064 voti afermativi contro voti negativi 10,312.

€ Che ciò importa, dice il signor Niutta, piena ed assoluta accettazione del plebiscito anzidetto; e che in conseguenza vi sia luogo a proclamare, siccome proclamo, dichiara il signor Niutta, che il popolo delle provincie continentali dell'Italia meridionale vuole l'Italia una ed indivisibile, con Vittorio Emanuele Re costituzionale e suoi legittimi discendenti.

«Questo è il voto del popolo, concbiude il signor Niutta, a cui ogni cuore fa plauso, col grido di gioia: Vittorio Emanuele Re f Italia una ed indivisibile». E qui ebbe termine il discorso del signor Niutta.

«Dopo di che il 7 di novembre alle ore nove e mezzo del mattino Re Vittorio Emanuele II fece il suo ingresso nella città di Napoli, pubblicando il seguente proclama ai popoli Napoletani e Siciliani.

«II suffragio universale mi dà la sovrana podestà di queste nobili provincie. Accetto quest'altro decreto della volontà nazionale, non per ambizione di regno, ma per coscienza d'Italiano. Crescono i doveri di tutti gli Italiani. Sono più che mai necessarie la sincera cpncordia e la costante abnegazione. Tutti i partili debbono inchinarsi devoti dinanzi alla maestà dell'Italia che Dio solleva. Qua dobbiamo instaurare governo che dia guarentigia di viver libero ai popoli, di severa probità alla pubblica opinione.

«Io faccio assegnamento sul concorso efficace di tutta la gente onesta. Dove nella legge ba freno il potere e presidio la libertà, ivi il governo tanto può pel pubblico bene, quanto il popolo vale per la virtù.

«Alla Europa dobbiamo addimostrare che se la irresistibile forza degli eventi superò le convenzioni fondate nelle secolari sventure d'Italia, noi sappiamo ristorare nella nazione unita l'impero di quegli immutabili domini, senza dei quali ogni società è inferma, ogni autorità combattuta ed incerta

«Vittorio Emanuele».

Per la qual cosa la missione di Garibaldi è finita, ed egli va a deporre i suoi poteri come si esprime in un dispaccio indirizzato agli incaricati d'affari garibaldini presso le Corti di Parigi e di Londra. Questo dispaccio vien pubblicato nel Giornale Ufficiale di Sicilia del 2 di ottobre, ed è del seguente tenore:

«I decreti degli 8 e 15 del cadente mese, che invitavano il popolo dell'Italia meridionale a dichiararsi pel Regno di Vittorio Emanuele, han dovuto prevenirvi che noi tocchiamo alla meta che ci eravam prefissi colla guerra nazionale.

Il verdetto popolare è ornai pronunziato, ed io, siccome lo avevo promesso in vari atti, vo a deporre i miei poteri nelle mani di quel Re fortunato, cui la Provvidenza destinò a raccogliere in una sola famiglia le divise provincie della patria nostra. In conseguenza di ciò il mio governo cede il posto al governo del Re, e la vostra missione presso la Corte di S. M.... cessa ipso facto, le rappresentanze all'estero del Re d'Italia assumendo il debito di sostenere presso i governi in cui sono accreditate, tutti gli atti della politica nazionale.

«Nel richiamarvi intanto dall'ufficio che nell'interesse del paese io vi aveva affidato, sento il dovere di dichiararvi che, nelle circostanze difficili in cui Io esercitaste, avete meritato la mia piena soddisfazione. Abbiatevi dunque i miei più vivi ringraziamenti, e siate sicuro che il ricordo dei vostri nobili e disinteressati servizi resterà sempre impresso nella mia memoria.

«Parteciperete questa mia risoluzione a.... dal quale vi congederete.

«Presentandogli i miei complimenti.

«G. Garibaldi».

Ora restano Roma e Venezia, che il conte di Cavour ci ba promesso fra sei mesi, de'  quali è già passato uno. Come passeranno gli altri cinque mesi, vedremo. L'Opinione dell'8 di novembre dice: «Noi non possiamo farci a credere che ogni intoppo sia rimosso, e che l'andamento della cosa pubblica non incontri più alcun inciampo». Questo timore dell 'Opinione è assai prudente, e potrebbe trovare conferma in un'opera stampata, non sono molti anni, a Parigi col titolo: Mémoires et correspondance politique et militaire du roi Joseph, publiées, annotées et mis en ordre par A. Du Casse, aide de camp de S. A. 1. le prince Jéróme Napoléon, deuxième édition. Paris, Perrotin libraire éditeur, 41, Rue Fontaine Molière 1853.

E poiché ci venne citato questo libro, non sarà inutile levarne dal t. n, pag. 128, il seguente documento:

Napoleone, per grazia di Dio e per le costituzioni, imperatore de Francesi e re d'Italia, a tutti quelli che la presente vedranno, salute.

Gl'interessi del nostro popolo, l'onore della nostra corona e la tranquillità del continente dell'Europa volendo che noi assicuriamo di una maniera stabile e definitiva la sorte del popolo di Napoli e di Sicilia, caduti in nostro potere per diritto di conquista, facendo inoltre parte del grande impero, noi abbiamo dichiarato e dichiariamo per le presenti riconoscere per re di Napoli e di Sicilia il nostro molto amato fratello Giuseppe Napoleone, grand'elettore di Francia; questa corona sarà ereditaria per ordine di primogenitura nella sua discendenza mascolina, legittima e naturale. Venendo ad estinguersi (ciò che Dio non voglia!) la detta discendenza, noi intendiamo di chiamare i nostri figli maschi, legittimi e naturali, quelli del nostro fratello Luigi, e la sua discendenza mascolina, legittima e naturale per ordine di primogenitura; riservandoci, se nostro fratello Giuseppe Napoleone venisse a morire durante la nostra vita, i diritto di nominare per succedere alla detta corona un principe della detta casa, o anche di chiamare un figlio adottivo (1), secondo che noi giudicheremo conveniente per l'interesse de'  nostri popoli

(1) Napoleone non aspettò la morte di Giuseppe per nominare un altro re; né nominando questo, chiamò un principe della sua casa a figlio adottivo, ma in vece Murat!

e per il vantaggio del grande sistema, che la divina Provvidenza ci ba destinato a fondare.

Noi stabiliamo nel detto regno di Napoli e di Sicilia sei grandi feudi dell'impero col titolo di ducato e coi medesimi vantaggi e prerogative di quelli che sono instituiti nelle provincie veneziane riunite alla nostra corona d'Italia, per essere i detti ducati grandi feudi dell'impero a perpetuità, e di nostra nomina di quella de'  nostri successori nel caso di vacanza. Tutti i particolari della formazione de'  detti feudi sono rimessi alle cure del predetto nostro fratello 'Giuseppe Napoleone.

Noi ci riserviamo sopra il medesimo regno di Napoli e di Sicilia la facoltà di disporre di un milione di rendite per essere distribuite a generali, ufficiali e soldati della nostra armata che hanno reso più servizi alla patria ed al trono, e che noi nomineremo a questo effetto, sotto l'espressa condizione che i detti generali, ufficiali e soldati non possono, avanti il termine di dieci anni, vendere od alienare le rendite stesse che colla nostra autorizzazione.

Il re di Napoli sarà a perpetuità grande dignitario dell'impero, sotto il titolo di grand'elettore, riservandoci per altro, quando lo giudicheremo conveniente, di creare la dignità di principe vice-grand'elettore.

Noi intendiamo che la corona di Napoli e di Sicilia, che noi collochiamo sopra la testa di nostro fratello Giuseppe Napoleone e de'  suoi discendenti, non possa pregiudicare di modo alcuno a'  loro diritti di successione al trono di Francia. Ma è egualmente la nostra volontà che le corone, sia di Francia, sia d'Italia, sia di Napoli e Sicilia, non possano giammai essere riunite sopra la medesima testa.

D. nel nostro palazzo delle Tuileries, il 30 marzo 1806.

Napoleone.

DECRETI PER LE ANNESSIONI di NAPOLI, SICILIA, MARCHE ED UMBRIA

La Gazzetta Ufficiale del 26 dicembre pubblica i decreti relativi alle annessioni del resto d'Italia, eccetto Roma ed il Veneto, al Piemonte. Sono documenti storici che meritano di essere conservati fino alle sottoscrizioni inclusivamente. La Gazzetta Ufficiale incomincia dalla pubblicazione della legge che autorizza il Governo ad accettare le donazioni fatte per la volontà dei popoli manifestata liberamente. Ecco la legge famosa.

Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato, Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

Articolò unico.

Il Governo del Re è autorizzato ad accettare e stabilire per Reali decreti l'annessione allo Stato di quelle provincie dell'Italia Centrale e Meridionale, nelle quali si manifesti liberamente, per suffragio diretto universale, la volontà delle popolazioni di far parte integrante della nostra Monarchia costituzionale.

Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dello Stato, sia inserta nella

Raccolta degli Atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Dato in Palermo addì 3 dicembre 1860.

VITTORIO EMANUELE.

G. B. Cassinis

Su questa base posano i seguenti decreti:

1° Per l'annessione di Napoli:

Visto il Plebiscito sottoposto al suffragio universale e diretto del popolo delle provincie napolitane, convocato in comizi il 21 scorso ottobre;

Visto il processo verbale di presentazione e di accettazione di tale Plebiscito, seguito in Napoli il giorno 8 scorso novembre;

Vista la legge del 3 corrente mese con cui il Governo del Re è autorizzato ad accettare e stabilire per decreti reali l'annessione allo Stato di quelle provincie dell'Italia centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente per suffragio diretto universale la volontà di far parte integrante della nostra Monarchia costituzionale;

Udito il Consiglio dei ministri, abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1° Le provincie napoletane faranno parte integrante dello Stato Italiano dalla data del presente decreto.

Art. 2° L'articolo 82 dello Statuto con cui è stabilito che fino alla prima riunione delle due Camere il Governo provvederà al pubblico servizio con sovrane disposizioni, sarà applicabile alle provincie suddette sino alla riunione del Parlamento nazionale, fermi rimanendo i poteri prima d'ora da noi conferiti al nostro Luogotenente generale delle provincie napoletane.

Ordiniamo che il presente decreto, munito del Sigillo dello Stato, sia inserto nella Raccolta degli Atti del Governo e pubblicato nelle provincie suddette, mandando a chiunque spetta di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Napoli, 17 dicembre 1860.

VITTORIO EMANUELE.

G. B. Cassinis — M. Fanti — C. Cavour — M. mughetti F. S. Vegezxi — S. Jacini — T. Mamiani — C. Corsi.

Per l'annessione della Sicilia. Premessi i tre visti del decreto precedente, sotto la stessa data, e colle stesse sottoscrizioni si decreta:

Art. 1° Le provincie siciliane faranno parte integrante dello Stato italiano dalla data del presente decreto.

Art. 2° L'art. 82 dello Statuto, con cui è stabilito che fino alla prima riunione delle due Camere il Governo provvederà al pubblico servizio con sovrane disposizioni, sarà applicabile alle provincie suddette sino alla riunione del Parlamento nazionale, fermi rimanendo i poteri prima d'ora da noi conferiti al nostro Luogotenente generale delle provincie siciliane.

Per l'annessione delle Marche. Premessi i soliti tre visti, si decreta sotto la stessa data e colle stesse sottoscrizioni.

18

Art. 1 Le provincie delle Marche faranno parte integrante dello Stato italiano dalla data del presente decreto.

Art. 2° L'art. 82 dello Statuto, con cui è stabilito che tino alla prima riunione delle due Camere il Governo provvederà al pubblico servizio con sovrane disposizioni, sarà applicabile alle provincie suddette sino alla riunione del Parlamento nazionale.

4 Per l'annessione dell'Umbria. Premessi i soliti tre visti, si decreta sotto la stessa data e colle sottoscrizioni medesimo:

Art. 1° Le provincie dell'Umbria faranno parte integrante dello Stato italiano dalla data del presente decreto.

Art. 2° L'art. 82 dello Statuto con cui è stabilito che fino alla prima riunione delle due Camere, il Governo provvederà al pubblico servizio con sovrane disposizioni, sarà applicabile alle provincie suddette sino alla riunione del Parlamento nazionale.

Finalmente un R. decreto stabilisce riguardo ai Commissarii:

I Regii Commissarii straordinarii nelle provincie delle Marche e dell'Umbria conserveranno i loro poteri sino alla installazione dei nuovi Intendenti generali che vien loro affidata.

Dato a Torino, addì 24 dicembre 1860.

EUGENIO DI SAVOIA.

M. Minghetti.

Tutta questa serie di decreti presenta le seguenti quistioni, che scioglieranno i lettori:

1° Napoleone III è contento o no di tutti questi decreti?

2° Perché s'è diferito fino al 17 dicembre a decretare tutte queste annessioni?

3° Perché i decreti del 17 dicembre non si pubblicarono che il 26 dello stesso mese?

4° Se Napoleone III è contento di questi decreti, s'è contentato gratis, Oppure con qualche promessa, o dietro qualche idea?

5° Se non fosse contento che cosa ne avverrebbe?

6° La presa a Parigi di Vimercati, Villamarina, Arese, Solaroli e Castelfidardo può avere relazione colla pubblicazione di tutti questi decreti?

Ecco sei domande intorno alle quali si eserciterà la sagacità de'  nostri lettori. Speriamo che il nostro corrispondente di Parigi vorrà dircene qualche cosa.

COSE DI NAPOLI GARIBALDI PARTE — DE VIRGILII FUCILA

(Pubblicato il 14 novembre 1860).

Un illustre personaggio che vive in Francia, conosce assai bene la ri votazione e ne ha indovinato finora le opere e le vittorie, ci scrive sotto la data dell'11 di novembre! «Caduto con Gaeta il Re di Napoli, verrà prima la volta di Roma o di Venezia?» Non sapremmo che cosa rispondere alla domanda: certo è ohe Roma e Venezia formano oggidì l'argomento dei pensieri, dei disegni, dei preparativi dei rivoltosi.

Il generale Garibaldi ha abbandonato Napoli partendo per l'Isola di Caprera insieme con Menotti, Basso, Gusmarolo, Forsecanti e Manuele sua ordinanza Prima di partire, il generale Garibaldi ha fatto tre cose: 1° Ha rifiutato il gran Cordone della Ss. Annunziata e il titolo di Maresciallo; 2° ha avuto un vivo alterco col prodittatore Pallavicino; 3° ha indirizzato sotto la data di Napoli, S di novembre, un proclama ai suoi compagni d'arme.

Sul rifiuto di Garibaldi leggiamo nell'Indipendente di Napoli del 9 di novembre: «Il generale Garibaldi ringraziando il re Vittorio Emanuele dell'onore che volea compartirgli, ha rifiutato il gran Cordone dell'Annunziata ed il titolo di Maresciallo. — La sola decorazione che il Dittatore consentirà di portare sarà la stella che gli han votato i mille».

Sull'alterco tra il Dittatore e Prodittatore, dice lo stesso Indipendente del 91 e Un vivo alterco, di cui potremmo dir la cagione, ha avuto luogo questa mattina, nel momento di andare a firmare il plebiscito, tra il generale Garibaldi e il prodittatore Pallavicino, il quale ha prodotto una completa rottura fra loro. H generale si è quindi recato a palazzo in uua semplice vettura di piazza col prodittatore di Sicilia suo amico (1)».

Finalmente il proclama di Garibaldi ai suoi compagni d'arme è del seguente tenore:

Ai miei compagni d'armi.

Penultima tappa del risorgimento nostro, noi dobbiamo considerare il periodo che sta per finire, e prepararci ad ultimare splendidamente lo stupendo concetto degli eletti di venti generazioni, il di cui compimento assegnò la Provvidenza a questa generazione fortunata.

Si, giovani! L'Italia deve a voi un'impresa che meritò il plauso del mondo.

Voi vinceste; — e voi vincerete — perché voi siete ormai fatti alla tattica che decide delle battaglie!

Voi non siete degeneri da coloro che entravano nel fitto profondo delle falangi macedoniche e squarciavano il petto ai superbi vincitori dell'Asia.

(1) Pare però che più tardi il Dittatore e Prodittatore si sieno riconociliati, giacché l'Indipendente pubblica quanto segue:

«Devo per ossequio della verità dichiarare che fui incaricato di portare una lettera del generale Garibaldi al prodittatore Pallavicino, in cui egli esprimeva il suo dispiacere dell'accaduto, e che la loro amicizia continua ad essere sempre quella di prima, e Napoli, il 9 novembre 1860.

S. Turr».

A questa pagina stupenda della storia del nostro paese ne seguirà una più gloriosa ancora, e lo schiavo mostrerà finalmente al libero fratello un ferro arruolato che appartenne agli anelli delle sue catene.

All'armi tutti! — tutti: e gli oppressori — i prepotenti sfumeranno come la polvere.

Voi, donne, rigettate lontani i codardi — essi non vi daranno che codardi — e voi figlie della terra della bellezza volete prole prode e generosa!

Che i paurosi dottrinari se ne vadano a trascinare altrove il loro servilismo, le loro miserie!

Questo popolo è padrone di sè. Egli vuol essere fratello degli altri popoli, ma guardare i protervi colla fronte alta: non rampicarsi, mendicando la sua libertà — egli non vuol essere a rimorchio d'uomini a cuore di fango. Noi No! No!

La Provvidenza fece il dono all'Italia di Vittorio Emanuele. Ogni italiano deve rannodarsi a lui — serrarsi intorno a lui. Accanto al Re Galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi! Anche una volta io vi ripeto il mio grido: all'armi tutti! tutti! Se il marzo del 61 non trova un milione di Italiani armati, povera libertà, povera vita italiana. Oh! no: lungi da me un pensiero che mi ripugna come un veleno. Il marzo dal 61, e se fa bisogno il febbraio, ci troverà tutti al nostro posto.

Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno, d'Ancona, di Castelfidardo, d'Isernia e con noi ogni uomo di questa terra non codardo, non servile; tutti, serrati intorno al glorioso soldato di Palestra, daremo l'ultima scossa, l'ultimo colpo alla crollante tirannide!

Accogliete, giovani volontari, resto onorato di dieci battaglie, una parola d'addio! love la mando commosso d'affetto dal profondo della mia anima. Oggi io devo ritirarmi, ma per pochi giorni. L'ora della pugna mi ritroverà con voi ancora — accanto ai soldati della libertà italiana.

Che ritornino alle loro case quelli soltanto chiamati da doveri imperiosi di famiglia, e coloro che gloriosamente mutilati hanno meritato la gratitudine della patria. Essi la serviranno nei loro focolari col consiglio e coll'aspetto delle nobili cicatrici che decorano la loro maschia fronte di venti anni. All'infuori di questi, gli altri restino a custodire le gloriose bandiere.

Noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme al riscatto de'  nostri fratelli schiavi ancora dello straniero, noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme a nuovi trionfi.

Napoli, 8 novembre 1860.

G. Garibaldi.

Dunque o in febbraio, o al più tardi in marzo del 1861 verrà la volta della Venezia e di Roma, se pure la rivoluzione si degna di aspettare fino a quel giorno.

Intanto se vuolsi conoscere la spontaneità dei nel Regno di Napoli, leggasi il seguente manifesto pubblicato dai giornali napolitani, e ristampato dall'Opinione del 13 di novembre, N° 314. È un documento che sparge grandissima luce sull'entusiasmo del popolo.

Il Governatore della Provincia di Teramo.

Vista la risoluzione presa in Consiglio dei ministri il dì p. p., con cui si concedono ai governatori delle provincie poteri eccezionali ed illimitati per reprimere il brigantaggio ed i disordini, che in talune di esse si vanno manifestando;

Visto il decreto del 17 settembre ultimo;

Visto lo statuto penale e l'ordinanza di piazza per la proclamazione dello stato d'assedio e la creazione de'  Consigli di guerra subitanei,

Ordina:

1. Tutti i comuni della provincia, dove si sono manifestati e si manifesteranno movimenti reazionari e briganteschi, sono dichiarati in istato di assedio, o vi saranno sottoposti di diritto al primo manifestarvisi del minimo disordine.

2. In tutti i detti comuni, fra le 24 ore dall'affissione della presente ordinanza, sarà eseguito un rigoroso e generale disarmo da'  comandanti de'  distaccamenti in essi accantonati.

3. I cittadini che mancheranno all'esibizione, entro il detto spazio di tempo, delle armi di qualunque natura, di cui sono detentori, saran puniti con tutto il rigore delle leggi militari da un Consiglio di guerra subitaneo, che verrà stabilito da'  rispettivi comandanti.

4. Gli attruppamenti saranno dispersi con la forza. I reazionari, presi colle armi alla mano, SARAN FUCILATI. Gl'illusi ed i sedotti che al giungere delle forze nazionali depositeranno le armi, e si renderanno, avran grazia. Ai capi e promotori non si accorderà quartiere, purché non si rendessero a discrezione e senza la minima resistenza; nel qual caso avran salva la vita, e saranno rimessi al poter militare.

5. Gli spargitori di voci allarmanti, e che direttamente o indirettamente fomentano il disordine e l'anarchia, saran considerati come reazionari, arrestati e puniti militarmente, e con rito sommario.

Teramo, 2 novembre 1860.

P. DE VIRGILI — Il Segr. Gen.: E. MEZZOPRETI.

Ciò nonostante la così detta reazione continua nel reame di Napoli, e vI piglia parte perfino la guardia nazionale! Ecco che cosa ne dice l'Indipendente nel numero citato: «Un nostro associato di Cava ci fa conoscere che, il giorno 6, alle ore 4 p. m., si è manifestata una forte reazione ad Amalfi, provocata dai marinari, ed alla quale si sono aggiunti gl'individui della guardia nazionale. — Da Massa e da Salerno sono partiti de'  corpi della guardia nazionale per andarla a reprimere».

Da tutto questo il lettore può raccogliere che cosa sia il Reame di Napoli, quali vantaggi rechi a'  popoli la rivoluzione, e quale lieto avvenire si prepari all'Italia, se non ci rimedia l'Altissimo nella sua onnipotenza e infinita misericordia.

LA RIVOLUZIONE ITALIANA È FIGLIA DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE

(Pubblicato li 8 e 9 novembre 1860).

«Està revolution de Italia es hjja, faija legitima de la rivolucion francesa»

(Il sig. Aparisi Y Guijarro nel Congresso spagnuolo, torn. del 27 ott. ).

I.

Fu detto che l'Italia era restata indietro della Francia almeno di settantanni, ed è verissimo. Ora noi Italiani facciamo ciò che i Francesi sullo scorcio del secolo passato. La nostra rivoluzione è figlia legittima della rivoluzione francese; egualmente schifosa, egualmente empia, egualmente crudele; ma non è che una brutta copia, non è che un'imitazione servile, senza originalità, senza genio, senza eroismo.

Sarebbe facilissimo dimostrare colla storia alla mano che i presenti avvenimenti d'Italia sono una ripetizione letterale di quanto avvenne in Francia. La nostra rivoluzione come la madre ha due rivali che vuol combattere a morte, il Cattolicismo e la monarchia. «Questa rivoluzione, dicea benissimo nel Congresso spagnuolo il deputato Aparisi, assale Pio IX Pontefice e Re; nel Pontefice assale la fede cattolica, e nel Re assale la monarchia».

La nostra rivoluzione come la madre fa l'apoteosi del popolo, lo dichiara sovrano assoluto e indipendente da ogni principio di legittimità e di giustizia. Rinnova l'empio assioma di Anacharsia Cloolz: a II popolo è Dio, e non v'ha altro Dio che lui». E poi, in nome di questo popolo divinizzato, fa tutto, giustifica tutto, non sente più nessun ritegno al compimento de'  suoi disegni.

La nostra rivoluzione come la madre assale Roma. Kellermann, nominato comandante in capo l'esercito delle Alpi, pigliava comiato dalla Convenzione in questi termini: «Cittadini legislatori, si è verso l'Oriente che voi dirigete i nostri passi; si è per liberare Roma antica dal giogo dei preti che voi comandate ai soldati francesi di passare le Alpi: noi le passeremo». Non vi pare di leggere un proclama di Garibaldi?

La nostra rivoluzione, come la madre, celebra il regicidio. La madre elevava tempii a Bruto, ed era giunta perfino a stabilire un giorno destinato alla festa del regicidio. La figlia dichiara sacra la memoria di Agesilao Milano, che di piantare la baionetta nel cuore al Re di Napoli.

Tutte queste ricompense che la figlia accorda ai rivoluzionari ed alle loro vedove, sapete da chi le ha imparate? Dalla propria madre, la rivoluzione francese, che il 29 dicembre 1790 dava a Gian Giacomo Rousseau «nella persona della sua vedova, un testimonio di riconoscenza nazionale», e decretava che Maria Teresa Le Vasseur, vedova di Gian Giacomo Rousseau, fosse nutrita a spese dello Stato».

Lo stesso praticava l'Assemblea Francese colla serva di Marat, dichiarando che sarebbe, come la Teresa di Rousseau, nutrita a spese dello Stato, e dava il nome di Marat alla strada des Cordeliers e all'isola Boix, come la figlia dà alle strade ed alle piazze il nome di Camillo Cavour.

La madre conservava gelosamente la pelliccia di Voltaire e la parrucca di Mirabeau, e la figlia va più innanzi, e conserva la penna, la stecca, le forbici, la spazzola e diciamo tutto, perché la storia dee gettarsi dietro le spalle ogni riguardo, e perfino l'orinale di porcellana colorata rossa, che servì in Palermo a Giuseppe Garibaldi!

Bisogna distruggere la Vandea, esclamava la madre; bisogna distruggere la reazione, ripete la figlia. La prima abbruciava 4800 villaggi; e la seconda scrive per mezzo di Cialdini; «Fate pubblicare che io fucilo quanti contadini trovo colle armi alla mano».

La madre confiscava i beni di coloro che credeva nemici della patria, e se ne serviva per arricchire i proprji amici. La figlia s'è già messa per questa via, e un decreto di Garibaldi del 23 di ottobre distribuisce alle vittime politiche le rendite confiscate ai Borboni, e un decreto di Mordini del 21 di ottobre mette sotto sequestro i beni di Salvatore Maniscalco, nemico della patria». La madre dichiarava guerra all'Europa, non era contenta d'aver messo a soqquadro la Francia, volea portare la sua libertà, dappertutto; e la figlia, quantunque piccola e ancora imbracata nelle fascie, vuol liberare l'Ungheria e distribuisce le bandiere alle legioni che andranno a conquistarla!

La madre distruggeva il tempio di Dio col pretesto che all’Autore della natura rendevasi un culto viziato, e voleva perciò rendergli il cullo della ragione. La figlia, il 23 di ottobre, pubblicava un decreto del dittatore Garibaldi che poneva a disposizione del P. Gavazzi il Gesù nuovo «perché fosse destinato al culto cattolico nella sua purità».

La madre ai Santi del Paradiso sostituiva gli eroi della rivoluzione e» martiri  della libertà, e la figlia incomincia già a venir fuori con S. Giuseppe di Napoli intendendo Garibaldi, con S. Camillo di Lori intendendo Cavour, con S. Manfredo d'Ancona intendendo Fanti, e col Beato Nino Bixio, col Beato Medici, col Beato Stefano Turr (1).

(1) Nel Fischietto, giornale che pubblicasi in Torino, il giorno 1° di novembre (N° 131, leggevasi: «Il Fischietto ba pensato di segnalare all'adorazione e alle invocazioni dei fedeli i Santi più propizi, i Santi più favorevoli alla causa italiana, acciò ad essi singolarmente sia rivolto ogni voto, ogni pensiero del pubblico. Tali sono: 1° S. Vittorio e Sant'Emanuele, che si possono dire due spiriti in corpore uno per volere il bene e la felicità d'Italia. 2° San Giuseppe di Napoli — o San Giuseppe dalla camicia rossa—che i nemici d'Italia hanno sopranominato il Diavolo; mentre va classificato invece fra i Santi del numero uno. San Camillo — non di Lellis ma di Leri. — Un Santo malizioso che ama molto il fumo dell'incenzo — ma che ama assai più l'Italia, e che perciò si fa perdonare il resto, Sant'Enrico di Castelfidardo. — Un Santo che mena botte da orbo, quando capita l'occasione. 5° Sant'Alfonso del Mincio — il quale si è incaricato di guardarci le spalle, e caschi il mondo!..... ce le guarderà. 6° San Manfredo d'Ancona. — È un posa piano, ma di quelli per cui fu scritto: Posa piano e fa bel colpo. 1° San Carlo, Ammiraglio. — Differisce da San Carlo Borromeo nel naso — avendolo assai più piccolo — e nell'uso delle nespole e delle ciliegie — San Carlo Borromeo le mangiava: San Carlo ammiraglio le lancia, con effetto prodigioso, sulla testa e sul naso ai nemici d'Italia. 8° E non bisogna dimenticare i Beati: come sarebbe il Beato Nino Bixio, il Beato Medici, il Beato Stefano Turr, il Beato Cosenz, ed altri, tutti avvocati, tutti benemeriti della santa causa che ci sta a cuore... ».

Esaminate più minutamente la madre e la figlia, e troverete tra la rivoluzione francese e l'italiana l'indole medesima, le stesse aspirazioni, eguali procedimenti. Ora in Italia corre l'andazzo di scrivere in versi certe parodie del Pater, del Credo, della Salve Regina, del Deprofundis e che sappiam noi. Ebbene tutto questo è un'imitazione servile della rivoluzione francese.

Nel 1793 si pubblicava a Parigi un volumetto intitolato: Office des Décades, off discours, hymnes et prières en usage dans le temple de la Raison, par les citoyens Chénier, Dusausoir et Dalaurent (Paris, chez Dufort; imprimeur libraire, rue Honoré, près le temple de la Raison, ci-devant Église Rock).

Contemporaneamente pubblica vasi a Parigi il Pater dei liberali (1), pubblica vasi il Credo repubblicano, pubblicavansi i Comandamenti repubblicani, pubblicavasi un Corso di prediche, che ha molta rassomiglianza colle Prediche domenicali di BianchiGiovini e del deputato Borella, e il Moniteur del 16 di ottobre 1794 annunziava i Discours dècadaires pour toutes les fétes républicaines par le citoven Poultier, deputé à la Convention Mattonale,

Se volessimo andar per le lunghe, potremmo su cento altri punti continuare questo confronto. Potremmo mostrare che la rivoluzione italiana figlia fa la guerra come la rivoluzione francese madre; che la madre e la figlia aveano per iscopo di trascinare i popoli nel paganesimo; che l'una e l'altra sprecarono immense somme, vnotando il pubblico erario. Potremmo dirvi a chi rassomiglino Cavour e Farini, di quali frati rinnovino gli esempi i Pantaleo e i Gavazzi, come si chiamassero in Francia coloro che in Italia hanno nome di Pallavicino e di Mordini. Potremmo dire tante altre cose che la libertà ci vieta anche solo di accennare, ma che i fatti diranno solennemente più tardi, mostrando come in tutto la figlia rassomigliasse alla madre.

(1) Perché il lettore possa lare da sè maggiori confronti, pubblichiamo il Pater stampato a Parigi nel 1791, col titolo: Prière républicaine adressée à l’Être suprême, propre à réciter dans toute l’étendue de la République les jours de fete. È un documento rarissimo. Eccolo: «Liberté, bonheur suprême de l'homme sur la terre, que ton nom soit célébré par toutes les nations; que ton règne bienfaisant arrive pour détruire celui des tyrans; que ton culte sacré remplace celui de ces indoles méprisables que tu viens de renverser; que la justice soit désormais la régie de nos volontés.

«Ne laisse plus tes lâches ennemis partager avec nous notre pais quotidien; méprise leurs audacieux attentats; fais les rentrer dans la fange de l'esclavage, puisqu'ils s'y plaisent; seconde nos efforts pour venger l'humanité de leur scélératesse; ne nous laisse point succomber à la séduction de leurs infâmes agents; mais délivre-nous pour toujours de la féodalité, et fais, qu'un jour, enfin, l'univers retentisse des noms sacrés de liberté, d’égalité et de justice».

II.

In conferma delle cose accennate nell'articolo, stampato nel nostro numero precedente, pubblichiamo qui una serie di documenti preziosissimi per la storia, e che raccomandiamo alla meditazione de'  nostri lettori. La rivoluzione italiana, essendo debole, non fa di pili; ma se essa potrà crescere e rinforzarsi, si mostrerà degnissima di sua madre la rivoluzione francese.

I.

La confisca in Sicilia.

Dal Giornale Ufficiale di Sicilia, del 29 ottobre, riferiamo per intiero il seguente decreto:

«Il Prodittatore: Considerando che Salvatore Maniscalco, strumento ferocia simo di abbietta tirannide, conculcando i doveri di cittadino e la dignità di uomo, si fece nemico della patria;

«Considerando che giunto nell'Isola, per isventura dei Siciliani, nel 1849, dal semplice grado di tenente di gendarmeria salì ai supremi non invidiabili onori di capo della polizia con strapotenti prerogative di sovrano arbitrio, e da uomo senza beni di fortuna pervenne a crearsi con rapidità un lauto patrimonio;

«Considerando che la coscienza pubblica altamente protesta contro ricchezze accumulate con frodi, con estorsioni, con ogni maniera di male arti, ricchezze che importa rivendicare al patrimonio nazionale;

«Considerando per altro che vuolsi fare distinzione fra i beni raccolti con mano rapace e lorda di cittadino sangue, e quelli acquistati coi regolari proventi di un pur sempre disonesto officio;

«Considerando che a correggere gli effetti dell'arbitrio voglionsi fuggire sin le apparenze dell'arbitrio per non offendere i diritti dei successibili e per escludere ogni pericolo di odiosità private da atti di solenne giustizia nazionale; ha ordinato:

«1° Che i beni mobili ed immobili, capitali, titoli di credito, ed altro, di proprietà di Salvatore Maniscalco, nemico della patria, esistenti, sotto qualunque forma e presso qualunque persona, in Sicilia, siano posti sotto sequestro fiscale, per cura dell'agente del contenzioso.

«2° Che sia aperta apposita inchiesta per liquidare la provenienza, la specie, la data dell'acquisto, il valore e tutti gli altri elementi riferibili ai beni anzidetti, perché possano successivamente essere prese le opportune definitive provvidenze.

«3° L'inchiesta di che sopra è affidata ad una Commissione composta dei signori Vincenzo Cacioppo, consigliere della Suprema Corte di Giustizia, Antonino Ferro, vicepresidente graduato di Gran Corte Civile, e Filippo Orlando, procuratore generale sostituito della Gran Corte Civile di Palermo.

 Palermo, 29 ottobre 1860.

«Il Prodittatore Mordini».

II.

La confisca in Napoli.

Dal Giornale Ufficiale di Napoli, del 29 di ottobre riferiamo quest'altro decreto, avvertendo che l'Unità Italiana di Genova, N° 216 del 5 di novembre, lo proclama giusto coll'esempio della Svizzera, dove «dopo la guerra del Sonderbund le spese della guerra furono addossate ai Cantoni ribelli». Verrà tempo, in cui gli avversari dell'Unità Italiana di Genova potranno servirsi della stessa logica.

Il Dittatore dell'Italia meridionale.

Considerando che nel giorno nefasto 15 maggio 1848 il governo dei Borboni ruppe il patto giurato, riempì la città di terrore e di sangue, ed all'autorità della legge sostituì l'arbitrio e la violenza;

Considerando che il governo emerso da quella cittadina catastrofe infierì con pertinacia spaventosa pel corso di dodici anni, e non lasciò inviolato il santuario della giustizia e della famiglia; onde uomini onorali ed amanti della patria furono condannati a pene criminali, popolate le prigioni di vittime, ed un gran numero di cittadini costretto ad abbandonare lo Stato e rifuggire in terre ospitali e straniere;

Considerando che i danni e i mali prodotti da siffatta efferata tirannide furono immensi;

Considerando che è debito di giustizia, degna di un governo italiano e libero, compensare, per quanto è possibile, i danni patiti per la causa che ora trionfa, decreta:

Art. 1. Dal valore delle rendite inscritte confiscate ai Borboni, e poste a benefìzio dello Stato per antecedente disposizione, si distaccherà la somma effettiva di sei milioni di ducati, i quali con equa estimazione saranno distribuiti alle vittime politiche, dal 15 maggio 1848 in poi, di queste provincie continentali.

Art. 2. Sarà nominata a tale uopo dal governo una Giunta d'integerrimi cittadini, i quali faranno la distribuzione dell'accennata somma a vantaggio di quelli che soffrirono saccheggi nel 15 maggio 1848; — di quelli che furono incarcerati o condannati per causa politica; — di quelli ohe emigrarono in conseguenza di un mandato d'arresto, sia dall'autorità giudiziaria, sia dall'autorità politica; — di quelli che vennero violentemente espulsi dallo Stato per causa politica; — di coloro che furono costretti per causa politica a dimorare in Comune diverso da quello, ove avevano stabilito il loro domicilio; — finalmente di quelli che si resero latitanti in conseguenza di un mandato di arresto per causa politica.

Art. 3. La Giunta medesima nel determinare la misura valuterà nella sua prudenza il compenso, che a ciascuno dev'essere attribuito per i danni sofferti.

Art. 4. Il diritto di rifacimento si può anche esercitare dagli ascendenti e discendenti di coloro che vanno inclusi in alcuna delle accennate categorie.

Art. 5. Le dimande dei danneggiati debbono presentarsi alla Giunta nello spazip di quattro mesi dopo che i componenti la medesima saranno pubblicati nel giornale ufficiale. Il termine di quattro mesi sarà improrogabile.

Art. 6. Tutti i ministri sono incaricati dell'esecuzione del presente decreto.

Napoli, 23 ottobre 1860.

Il Dittatore:

G. Garibaldi.

III.

Riabilitazione del parente di un martire.

Abbiano già recato nell'Armonia altri decreti di Garibaldi e di Pallavicino che accordano pensioni ai parenti dei rivoluzionari. Non sarà inutile aggiungervi anche il decreto seguente:

Il Dittatore dell'Italia meridionale.

Considerando che il barone D. Gius. Bentivegna da Cordone del fu barone D. Giliberto è stato condannato dal cessato dispotico governo per l'opera d'un Consiglio di guerra, che, strumento d'un potere esecrato, non si faceva scrupolo di punire le aspirazioni della libertà sotto la forma di reati comuni;

Che appunto mira del borbonico dispotismo era quella di denigrare le riputazioni più oneste per associare l'idea del delitto comune ai più nobili spiriti d'indipendenza e di libertà:

Che però il Bentivegna, il cui nome del resto ricorda uno dei più illustri martiri della libertà ed indipendenza italiana, dev'esser redento (la tanta nequizia e restituito alla sua dignità, cui ha diritto, decreta:

Art, 1. È accordata piena grazia al barone D. Giuseppe Bentivegna ftv Corleone; gli è condonata interamente la pena e la condanna ai danni, interessi e spese, ed esso sig. Bentivegna è riabilitato a tutti i diritti civili ed ai pubblici uffizi.

Art, 2. Il segretario di Stato alla mia immediazione è incaricato dell'esecuzione del presente decreto.

Caserta, 22 ottobre 1860,

Il Dittatore: G.

Garibaldi.

Le reliquie di Garibaldi conservate a Palermo.

Il sig. Mordini, l'alter ego di Garibaldi in Sicilia, dopo di avere decretato che la stanza da letto, già occupata da Garibaldi in Palermo, fosse conservata, ad perpetuam rei memoriam, nello stato in cui presentemente si trova, è passato ad altri atti che è bene di registrare. I posteri rideranno ed esiteranno a credere a siffatte sciocchezze; ma l'autenticità dei documenti li caverà d'ogni dubbio.

Processo verbale contestante gli oggetti esistenti nella stanza da letto occupata dal generale Garibaldi in Palermo, nel padiglione annesso al Palazzo Reale sopra Porta Nuova, e la collocazione di una tavola di marmo incisa all'ingresso di detta stanza.

L'anno mille ottocento sessanta, il dì 24 ottobre in «Palermo alle ore due pomeridiane.

Noi barone Pietro Scrofani, segretario di Stato del dicastero della giustizia, assistito dal segretario generale del dicastero medesimo sig. Vincenzo Cortese, funzionante da, cancelliere, in esenzione del decreto del 21 di questo mese ed anno, per lo quale si è disposto di conservarsi in perpetuo, nello stato in cui presentemente si trova, e coi mobili di cui è attualmente fornita, la stanza da letto occupata dal generale Garibaldi in Palermo, nel padiglione annesso al Palazzo Reale sopra Porta Nuova; e di collocarsi all'ingresso di delta stanza una tavola di marmo portante la incisione del detto decreto, ci siamo recati nella stanza surriferita, dove, presente il prodittatore Antonio Mordini, il segretario di Stato dell'interno signor Enrico Parisi, e il signor Gioachino Ondes, governatore del Real Palazzo, abbiamo trovato:

Entrando a destra:

1. Un letto di rame giallo con colonne scanalate, con tre tavole, e fornito di due materazzi, due cuscini, e biancheria di tela, con coltre di filo bianco.

2. Un orinale di porcellana colorata rossa.

3. Tre sedie accanto al letto, di color perla, e con lo stemma di Savoia.

A sinistra sotto il vano della porta:

4. Un bacino di porcellana colorato lilas sostenuto da un trepiè di mahogoni.

5. Una brocca di creta.

6. Una tovaglia di filo appesa al vano della porta.

A sinistra:

7. Una sedia a braccia di mahogoni foderata di pelle nera con chiodi di rame giallo.

8. Una toilette di mahogoni con tavola di marmo bianco, sopra la quale;

9. Due candelieri di rame dorato con candele steariche.

10. Tre spazzole di setole bianche, di legno nero vernicialo.

11. Due forbici.

12. Tre vasi di cristallo di color verde, due di forma cilindrica, ed una quadrata, con dentro della polvere di mandorla.

13. Un pezzetto di sapone involto in una carta portante lo scritto — Savon surfin à la rose — Joseph Senès, Palerme, rue Toledo, n. 104.

14. Altre tre sedie simili alle precedenti.

15. Una tavola di mahogane con superficie di panno bleu.

16. Un arnese di porcellana color rosa fiorata, e con fregi dorati, con calamaio, spolverino e un pezzetto dimezzalo di ceralacca.

17. Un orologio di rame dorato chiuso in una campana di cristallo sostenuta da un poggio colore chermes.

18. Un lume ad olio di rame dorato.

19. Un campanello di rame argentato con manico di legno.

20. Un pennaiuolo di cristallo celeste sormontato da un poggetto di marmo bianco.

21. Una bugia di rame dorato con candela stearica.

22. Un cassettino di fiammiferi con la impronta stampata A. M. Pollak io Wien.

23. Sette quinterni di foglietti, cinque più grandi e due più piccoli.

24. Stecca di avorio.

25. Cesta di carta.

Osservati i detti oggetti abbiamo assistito alla collocazione di una tavola di marmo che trovammo lì preparata, dove leggemmo incisi i sensi del cennato decreto del 21 ottobre 1860, giusto sopra la porta della cennata stanza. 85

Di ciò abbiamo redatto il seguente verbale in triplice originale, che si è segnato da noi e dal cancelliere, non che dal prodittatore, dal segretario di Stato dell'interno, e dal governatore del Palazzo Reale, da rimanere negli archivi: uno del Palazzo Reale, e gli altri due negli archivi dei dicasteri della giustizia e dell'interno.

Pietro Scrofani — Vincenzo Cortese

A. Mordini.

V.

Il Salve Regina degli Italiani.

Il Corriere delle Marche, giornale ufficiale di Lorenzo Valerio, che comanda in Ancona, nel suo N° 28 del 3 novembre 1860 pubblicava la seguente patriottica preghiera, e chiamavala «una eloquente protesta contro coloro che proclamano separati gli interessi della religione da quelli della patria!».

Salve Regina da recitarsi con devozione da chi sia vero Italiano.

Salve, Donna del Ciel, Madre pietosa.

Salve, Dolcezza, nostra speme e vita!

A te, da questa valle lagrimosa

Chieggiam nell'ansie del dolore, aita!

Oh! Difesa possente ed amorosa

Volgi il Tuo sguardo alla mortai ferita

Che del mar rende la leggiadra Sposa,,

Ludibrio vii dell'Aquila abbonita 1

E noi l'orme seguendo del Tuo Figlio

Che per liberi farci sj moria,

Noi pure sfidererm onte e periglio!

Oh! Vergine Clemente, oh! Dolce, oh! Pia

Togli Venezia al furibondo Artiglio,

E ognor laudata Tu sarai. Maria!

Milano, 27 settembre 1860.

Un italiano galantuomo caldo d'amor patrio

VI.

Il De profundis delle Marche.

Lo stesso Corriere delle Marche nel numero sopra citato recava pure il seguente De profundis. Il Corriere avvertiva: «In un giorno di solenne esultanza, quale è quello che deve precedere la votazione, parrà stramba cosa il mandare a stampa un De Profundis». Tuttavia il Corriere l'ha stampato, ed è il seguente:

Ai prodi martiri d'Italia queste religiose e sublimi parole la redenta nazione consacra: e quanti non abbiano il cuore selvaggio ripeter le devono ad ammaestramento dei giovani figli d'Italia.

De Profundis! L'alma intuoni

La mestissima preghiera,

Sulle labbra non risuoni

Che la voce del dolor:

Una croce e una bandiera

Stan in mezzo al Tempio Santo,

Sangue e gloria, tutto e pianto

Col vessilo redentor.

De Profundis! Questo sangue

Che dai Prodi fu versato

Per chi geme, per chi langue

Arra sia di Libertà:

Quarantotto, tu hai segnato

La vigilia del riscatto,

De' tuoi màrtir Vive il patto

E fia sacro ad ogni età

De Profundis! Sull'altare

Della patria abbiam giuralo

Di voler l'Adriatico mare

Non il Mincio pei confin,

Questo giuro, fìa il più grato

Fior che adorni il santo avelLe,

Tutti liberi è l'appello

Immutabile divin.

A quest'anime benedette una lacrima, uri addio, un omaggio da Cristoforo Pialorsi, presidente e promotore dei militi della Carità — Parole di Cecilia Macchi.

Milano, 20 ottobre 1860;

VII.

Parodia dello Stabat Mater.

Noi potremmo continuarci nella riproduzione di altri documenti simili; ma ve ne sono alcuni che non abbiamo il coraggio di ristampare. Per esempio, il Lago Maggiore d'Intra, nel suo N° 44 del 4 di novembre 1860, pubblica una Parodia dello Sabat Mater. Ci perdoni il lettore, ma il dovere di storici ci obbliga a dargliene un saggio:

Stabat Nardo dolorosus

Juxta Pium lacrymosus,

Quia Marchae et Umbria...

O quam tristis et afflictus

Fuit Nardo derelictus,

Piantatus ab omnibus!

Qui tremabat et dolebat

Islamitos cum videbat

Repulisti facere.

Qui est homo qui non fleret,

Nunc Nardonem si videret

In tanto pasticio?

Vidit suum Generalem,

Qui facebat animalem

Svignans cum milionibus.

Tui Pii vulnerati,

Tam dignati prò nos pati:

Borsam mecum divide ecc.


I BENI ECCLESIASTICI  INCAMERATI NELL'UMBRIA

Il marchese Gioachino Napoleone Pepoli, cugino di Napoleone III, Gran Cordone dei santi Maurizio e Lazzaro, e per grazia delle baionette di Cialdini e delle bombe di Persano, commissario piemontese nell'Umbria, ha soppresso «tutte le Corporazioni religiose eccettuate poche benemerite» ba chiuso i conventi, ne ha incamerato i beni, ed ha compiuto un Due Dicembre sulle proprietà ecclesiastiche.

A questo modo i popoli dell'Umbria incominciano a capire che cosa significa l'articolo dello Statuto che dice: «Le proprietà sotto inviolabili senza alcuna eccezione!» Un Pepoli entra nelle case dei frati e delle monache, ne conculca i sacrosanti diritti, mette alla portai padroni, si asside al loro posto, e comanda da signore. Viva la libertà I

II bello è che Napoleone Pepoli incamera i beni ecclesiastici nell'Umbria pochi giorni dopo che il conte di Cavour protestò contro la Svizzera, che avea sequestrato una parte dei beni del Vescovo di Como! Noi abbiamo riferito la Nota di Cavour nel N° 287 dell 'Armonia dell'11 dicembre. Rilegiamola e giudichiamo l'opera di Pjpoli colle parole del nostro primo ministro.

«La natura ecclesiastica dei beni non inferma per nulla il diritto di proprietà», dice il conte di Cavour. Dunque è come se Napoleone Pepoli fosse entrato nelle case dei signori dell'Umbria, K avesse gettati sulla strada, ne avesse aperto gli scrigni, disponendone a suo arbitrio. E in questo caso come si chiamerebbe Napoleone Pepoli?

Quello che si fa, continua il conte di Cavour, contro i beni di un ecclesiastici, è come se si facesse contro te proprietà di qualunque altro suddito del Re. È se può essere permesso a Napoleone Pepoli di confiscare i beni dei conventi secondo il suo piacere, potrà egualmente impossessarsi dei beni di qualsiasi cittadino. E allora sì che godremo un bel progresso, una preziosa libertà!

II conte di Cavour dichiarò in terminis che il semplice sequestro di una parte dei beni del Vescovato di Como era contrario al diritto. E non sarà contrariò al diritto l'incameramento di tutti i beni dei conventi dell'Umbria? Ed essendo contrario al diritto potrà essere permesso ad un Pepoli, quantunque si chiami Napoleone, di fare man bassa sui diritti altrui? E quale libertà sarà la nostra se il diritto può essere conculcato impunemente?

Ma Napoleone Pepoli ha convertito i conventi in iscuole ed ospedali.

E che per ciò? Si può egli invadere la proprietà altrui per fare elemosina? Si può cacciare dalla sua casa un individuo per convertire quella casa in una scuola, od in un ospedale? E se questo non è lecito coi privati, non può essere lecito nemmeno coi frati, perché, come ha detto testò al Governo svizzero il conte di Cavour, la natura ecclesiastica dei beni non inferma per nulla il diritto di proprietà.

— Ma Napoleone Pepoli ha affidato l'amministrazione dei beni confiscati alla Cassa Ecclesiastica.

State allegri, popoli dell'Umbria, che la Cassa Ecclesiastica vi recherà dei belli e grandi vantaggi, quei vantaggi che ha recato al Piemonte, dove la sua farina se ne andò tutta in crusca!

«Quando si creò la Cassa Ecclesiastica, diceva nella Camera il deputato Boggio, il 30 aprile 1858, il motivo impellente di quella legge, secondo dichiarò esplicitamente il ministro che la propose, era quello di cessare la spesa delle 928,000 lire annue ch'era iscritta sul bilancio per sussidio al Clero. Or bene sapete, o signori, che cosa invece abbiam fatto? Invece di spendere ogni anno quelle lire 928,000, spendiamo qualche cosa di più» (Atti Uffic., N 183, pag. 693).

E Brofferio nella stessa tornata parlando della legge che stabilì la Cassa Ecclesiastica, e che produsse tante liti, diceva: «Una legge che in due anni ha prodotto più di 600 liti, che razza di legge può essere?...... Questo ginepraio di liti prova che noi abbiam fatto una scellerata legge» (Loc. cit., vedi Armonia del 1858, N° 258, dell'11 di novembre).

La Cassa Ecclesiastica fa sempre debiti, e presenta annualmente i suoi bilanci in deficienza. E poi che amministrazione è la sua? Noi l'abbiamo provato l'anno scorso, ed attendiamo ancora oggidì la risposta. Popoli dell'Umbria, eccovi un saggio dell'amministrazione della Cassa Ecclesiastica e della Commissione di sorveglianza.

Il 22 ottobre 1858 la Cassa presenta una relazione e ci dà il conto del 1855 dicendo d'avere riscosso L. 1,839,000. Il 16 settembre 1859 ci dà un'altra relazione, e dice di non avere riscosso nello stesso anno 1855 che sole L. 1,798,000!

Di più nella penultima relazione della Cassa si afferma verificato nel 1858 un aumento del reddito e una diminuzione nelle spese, e dai conti che accompagnano la relazione risulta invece che vi fu un aumento di spesa e una diminuzione di rendita.

Inoltre la relazione della Cassa ci dice che nel 1857 vendette per quasi tre milioni di stabili, eppure le spese d'imposta e di manutenzione che si pagavano per questi stabili medesimi invece di diminuire dopo la vendita, crebbero dal 36 al 50 per cento!

Finalmente la quota di concorso pel 1858 recata in conto per L. 132,186, nel riepilogo generale dello stesso conto diventa invece di lire 226,0001(1).

Eccovi la bella amministrazione, a cui Napoleone Pepoli ba rimesso i beni de'  conventi! Fra breve tempo nell'Umbria non ci saranno più né conventi, né beni; ma le case dei frati si convertiranno in prigioni come in Inghilterra, o in manicomii come in Piemonte.

IL CARDINALE FILIPPO DE ANGELIS PRIGIONIERO IN TORINO

(Pubblicato il 9 ottobre 1860).

Nella modesta stanza, dove già soggiornò il Cardinale Corsi, Arcivescovo di Pisa, condannato in via economica ad ingiustissima prigionia, trovasi oggidì un altro Cardinale di S. Chiesa, l'Eminentissimo Filippo De Angelis, Arcivescovo di Fermo. Il generale Fanti, per ristabilire nelle Marche l'ordine morale, lo fe' togliere dalla sua dilettissima diocesi, e condurre in Torino, dove si dovette tosto presentare all'Eccellenza del conte di Cavour.

L'Arcivescovo di Fermo è forse il trentesimo tra i Vescovi che, in meno d'un anno, soffrono l'esilio e la prigionia per la causa della Chiesa, e per opera del nostro ministro amantissimo dell 'ordine morale 11 ministri pretendono ch'egli sia libero, perché gli lasciano facoltà di recarsi dapertutto, meno nella sua diocesi. Ma i poverini non sanno ancora che un Vescovo condannato a vivere fuori della sua Sede, è condannato alla maggiore delle pene, e non vi si può acconciare senza essere vittima della peggiore violenza.

Gli italianissimi si sentono ripetere oggidì dal Cardinale De Angelis quelle medesime verità, che già udirono dal Cardinale Corsi, e sono costretti ad ammirare la stessa fermezza, eguale affetto e devozione al Pontefice Romano, e non dissimile zelo e riverenza pei Canoni di Santa Chiesa. E tutti questi preti, tutti questi Vescovi, tutti questi Cardinali, che, posti nelle stesse condizioni, nei cimenti medesimi, pensano in egual modo, e rispondono identiche parole, sono un bel trionfo pel Cattolicismo, e una solenne lezione pei ministri.

La ragione per cui il Cardinale De Angelis venne allontanato dalla sua diocesi, non si sa; puossi però di leggieri indovinare, pensando che l'Arcivescovo di Fermo è detto il padre delle Marche, che Fermo è città fedelissima e meritò ad antico l'elogio: Firmum fida fide, Romanorum colonia, e che il Clero nel l'archidiocesi di Fermo ha gran potere sul popolo che è religiosissimo. Bisognava per ciò e intimorire e scompigliare i preti, togliendo loro il proprio capo, e traducendolo a Torino.

L'illustre Cardinale patì rassegnato il lungo viaggio e la dolorosa separazione dalla propria Chiesa. Egli non parla de'  suoi presecutori se non per attestare che fu trattato coi maggiori riguardi. Non pensa a ciò che soffrì, o che gli resta a soffrire; tutti i suoi pensieri, tutte le sue sollecitudini sono per quell'illustre vittima, per quel Pontefice martire, che è Pio IX.

La misericordia di Dio si muoverà per tanto eroismo. La rassegnazione, i dolori, le virtù di sì ammirabili sacerdoti ascenderanno al cielo, e chiameranno sulla terra l'intervento della divina Onnipotenza; la quale, come osserva un 19

S. Padre, permette l'iniquità dei tiranni, perché la Chiesa si abbellì colla pazienza de'  martiri.

Dall'altra parte non è la prima volta che il Cardinale de Angelis soffre persecuzione per Gesti Cristo. Le storie della Repubblica Romana sotto il Mazzini parlano di ciò ch'egli dovette sopportare nel 1849 insieme ad altri Cardinali e Prelati. «Quanti sacerdoti percossi, carcerati ed anche uccisiI esclama uno storico! Il Cardinale Arcivescovo di Fermo fu assalito nel suo palazzo dalla guardia nazionale, e condotto barbaramente nelle carceri d'Ancona (1)».

«In poco tempo, dice un altro storico, furono arrestati il Cardinale De Angelis, Arcivescovo di Fermo, Monsignor Vespignani, Vescovo d'Orvieto, e Monsignor Rocci, suffraganeo di Civitavecchia. Il primo fu trasferito a mano armata nella fortezza d'Ancona (2)».

Un terzo racconta, coi documenti alla mano, come si tentasse nel 1849 di avvelenare il Cardinale De Angelis prigioniero in Ancona. Eccone le parole:

«Ho già di sopra brevemente accennato come il Card. Arcivescovo di Fermo venisse strappato dalia sua sede e tradotto alla fortezza d'Ancona. Ora debbo aggiungere copiando i processi che nemmeno in quella fortezza la sua vita poté essere sicura dalla rabbia demagogica. Il fatto passò di questa maniera. Non so bene se il 22 ovvero il 23 aprile 1849 due dei noli assassini d'Ancona P..... C..... e V..... R..... si presentano ad un farmacista di quella città, e senza un riserbo al mondo gli discorrono in questa sentenza: «È un pezzo che noi tentiamo d'ammazzare il Cardinale De Angelis che sta nel forte. Noi avevamo ideato di dargli una trombonata dal Campetto; giacche da lì ci ai vede la finestra dove in tutte le mattine il Cardinale si affaccia. E colla palla allacciatasi arriverebbe: ma siccome il colpo può fallire; così vogliamo da te che ci somministri un veleno che faccia subito, perché questo è il mezzo più sicuro». E qui R..... soggiunse: Giacché io ho un compare che gli porta il pranzo tutti i giorni. E C..... conchiuse: «Noi proveremo il veleno sopra di un cane, e se c'ingannate, potreste essere il secondo». Intendi il secondo farmacista ucciso in Ancona; perocché un altro Elia Belluigi era stato poco prima tolto di vita, come di sopra è narrato.

«L'onesto farmacista aperse subito a tre suoi amici l'orribile cimento in che si trovava posto, o di uccidere un degno prelato di S. Chiesa, o d'essere ucciso egli stesso. Due dei detti amici erano dottori in medicina, e gli suggerirono il modo d'evitare l'uno sconcio e l'altro: preparasse poca acqua con due grani di tartaro emetico: tale pozione sperimentata sul canc avrebbe prodotti que' sintomi che suole il veleno, e propinata al Cardinale non avrebbelo ucciso. Cosi appunto fu fatto, e sul far della sera i due manigoldi vennero puntualmente a ritirare la preparata carafina.

(1) Il Cattolicismo e la Demagogia italiana. Roma, Tipografia della Reverenda Camera Apostolica, 1849, pag. 63.

(2) La Rivoluzione Romana al giudizio degli impaniali. Firenze 1852, 2 edizione pag. 218.

Il farmacista ciò nonpertanto non istava quieto: andò la mattina per tempo ad avvisare del pericolo un basso uffiziale civico, al quale era stata affidata la custodia del Cardinale. Quegli si pose in guardia, né fu diligenza che lasciasse intentata, perché l'avvelenamento non seguisse: lo sperpero seguito in que' giorni di tutti gli assassini della città ne allontanò anche il pericolo (1)».

Il Cardinale De Angelis, sopravissuto a tante pene e scampato a sì gravi pericoli, doveva soffrire nuove persecuzioni «nuove tirannie nel 1860. Ma non più sotto la repubblica di Giuseppe Mazzini, bensì sotto il governo costituzionale del conte Camillo Cavour, cavaliere della Santissima Annunziata 1

IL CARDINALE DE ANGELIS 

IMPRIGIONATO DA CAVOUR E CALUNNIATO DAL SUO GIORNALE

(Pubblicato il 16 ottobre 1860)

Egli è dal 28 di settembre che il Cardinale De Angelis, Arcivescovo di Fermo, fu arrestato, e tradotto in Torino alla presenza del conte di Cavour, e si trova da sedici giorni prigioniero senza saperne il motivo. Imperocché è pienamente falso che l'Eminentissimo Cardinale o fosse alla testa di truppe, o arruolasse soldati per la guerra. Intrepido sostenitore dei diritti della Chiesa e del Santo Padre, l'Arcivescovo di Fermo non ne difese mai la nobilissima causa altrimenti che colle armi proprie del suo ministero.

Ora non basta al conte di Cavour d'aver con tanta ingiustizia incarcerato il Cardinale De Angelis, non gli basta d'avergli fatto patire i disagi d'un lungo viaggio, non gli basta di tenerlo lontano dalla propria Sede: egli tollera ancora che un giornale a'  suoi stipendi, un giornale, dove egli stesso scrive talvolta, lanci le più villane ed atroci calunnie contro il venerando prigioniero, contro un uomo doppiamente sacro, e per la porpora che veste, e pel carcere che soffre!

Nell'Opinione del 13 di ottobre, N° 283, si legge un sucido articolo contro il Cardinale De Angelis, dove è accusato d'ingiustizia, di crudeltà, d'avarizia. Il Cardinale ha fatto incarcerare, ha fatto tormentare, ha fatto impiccare; è avarissimo, non dà nulla per carità, ingrassa suo fratello, ecc., ecc. E l'Opinione conchiude offerendo l'Armonia i documenti!

Quando si tratta di simili accuse, i documenti non si promettono, ma si premettono! Sfidiamo l'Opinione a darci i ragguagli a cui accenna. I suoi appunti non sono soltanto calunnie, ma vere assurdità. Imperocché il Cardinale De Angelis non ba mai coperto cariche, nelle quali potesse macchiarsi di que'delitti che gli vengono ascritti. Ornai una moltitudine di Torinesi hanno potuto ossequiare l'Arcivescovo di Fermo. Dicano essi seò, se può essere un uomo crudele?

(1) Fatti atroci dello spirito demagogico negli Stati Romani, racconto estratto dai processi originali. Firenze 1853, pag. 302.

Ma l'Opinione non fa che razzolare nel fango d'un giornale fiorentino nato e morto in breve tempo a Firenze. Questo giornale intitolato il Risorgimento fu l'inventore delle perfide calunnie, ma non ne recò mai un filo di prova (1). Parole, declamazioni, bugie, ecco il patrimonio de'  libertini.

Due documenti portava bensì il Risorgimento di Firenze, e questi dicono i veri delitti del Cardinale De Angelis, delitti antichissimi in lui, e dei quali non sarà mai che si penta, delitti che gli valsero la dura detenzione di Ancona nel 1849, e il tentato avvelenamento che l'Opinione medesima non può negare; delitti che gli procacciarono le ingiurie del diario fiorentino, e gli procacciano oggidì la prigionia del conte di Cavour e le calunnie del suo giornale.

Sapete voi che cosa sono questi due documenti? Son due pastorali del Cardinale De Angelis: l'una del 12 di gennaio 1860, e l'altra del 12 di febbraio dell'anno medesimo. L'Arcivescovo di Fermo nell'uno e nell'altro di questi documenti inculca ne' popoli i grandi principii cattolici, e combatte la rivoluzione! (2).

E certo noi confessiamo che l'empietà e la demagogia hanno ben donde essere scontente dell'Eminentissimo De Angelis. I servigi che egli rese alla Santa Sede fin da quando fu nunzio apostolico in Isvizzera sono sì grandi, che Giambattista Torricelli volle celebrarli nelle sue Orazioni.

Quest'esimio apologista ci racconta come Filippo De Angelis, nato in Ascoli di nobilissima stirpe, si segnalasse assai nell'accademia ecclesiastica di Roma, e si meritasse la benevolenza di Papa Leone XII, che lo creava visitatore apostolico della provincia di Forlì, dove compose le interne discordie, e condusse la pace religiosa e civile (3).

Pio VIII creatolo Arcivescovo di Cartagine lo mandò nunzio apostolico in Isvizzera, ed egli nel maggio del 1830 giungeva a Lucerna. Correvano tempi difficilissimi e la rivoluzione collegata col giansenismo, di cui s'era fatto predicatore lo sgraziato Luigi Fuchs, metteva in conquasso l'Elvezia (4). Il rappresentante pontificio De Angelis valorosamente difese la causa della Chiesa. «Una maniera la più soave, dice il Torricelli, un tratto il più gentile, un parlare il più mansueto furono le armi da lui adoperate (5). ». E di questa guisa egli giunse a persuadere il Gran Consiglio di S. Gallo che, docile alle paterne voci di Gregorio XVI, con decreto del 5 di agosto 1835 rivocava i suoi decreti ostili alla Santa Sede.

Col governo dei Grigioni ebbe pur da fare assai il Nunzio De Angelis, ma la di lui prudenza e saggezza furono vincitrici di tutte le opposizioni, e lo adornarono di novelli trofei (6)».

(1) Vedi un articolaccio del Risorgimento di Firenze, 21 gennaio, N° 10, intitolalo la Pastorale del Vescovo di Fermo.

(2) Le due Pastorali vennero pubblicate nel Risorgimento di Firenze del 21 di gennaio, 9 e 10 marzo 1860.

(3) Orazioni sacre e dissertazioni storico-polemiche del canonico teologo Giovanni Battista Torricelli. Lugano, 1857, tom. v, pag. 119, 120.

(4) Il Fuchs e i suoi errori vennero condannati da Gregorio XVI coi Brevi del 24 di luglio e 17 settembre 1833. Vedi il Cattolico di Lugano, vol. il e ih.

(5) Torricelli, vol. v, pag. 122.

(6) Torricelli, vol. v, pag. 126.

Il governo del Cantone di Ginevra, l'Atene del calvinismo, favoreggiava la propagazione dell'eretica pravità nelle venti parrocchie cattoliche già soggette al Re di Sardegna, e unite a quel Cantone col trattato di Torino. «In Monsignor De Angelis que' fedeli, il Clero ed il Vescovo trovarono il consolatore ed il ristoratore nelle loro disavventure (1)». Finalmente quando il Piccolo Consiglio d'Argovia tentò stendere la mano sacrilega sulle proprietà de'  conventi «Monsignor De Angelis accorse nell'illuminato suo zelo alla difesa degli oppugnati diritti», e ottenne completa vittoria (2).

Queste sono le guerre combattute da Filippo De Angelis, quando era Nunzio in Isvizzera, e non dissimili furono quelle che combattè da Vescovo in tutte le diocesi, a cui fu preposto, e sfidiamo il conte di Cavour e la sua Opinione a recar documenti, ch'egli mai si macchiasse le mani di sangue, o guerreggiasse altrimenti che colla spada della parola.

Ma su di un punto non possiamo chiedere documenti l'Opinione, perché essa sta in sulla negativa, che non può essere provala. Essa dice che il Cardinale De Angelis è avarissimo, e non conosce la beneficenza. Toccherebbe perciò a noi provare il contrario.

Ora noi non possiamo certamente recarci presso il Cardinale De Angelis e dirgli: — Eminenza, favorisca di somministrarci le prove della sua generosità? — Fin dalla prima volta che avemmo l'onore di ossequiarlo, egli ci fe' capire che, tranquillo nella sua coscienza, non amava che i giornali si occupassero di lui. Pensate, che ci risponderebbe quest'umile e santo Prelato, se gli chiedessimo di dirci ciò che, secondo il precetto evangelico, non dee sapere neppure la sua mano sinistra!

Ad ogni modo, siccome v'hanno dei momenti, in cui si debbono rivelare le opere della carità, così noi abbiamo scritto a Roma ed a Fermo per conoscere quanto si può sapere della generosità e beneficenza del Cardinale De Angelis; e stia sicura l'Opinione che intorno a ciò noi le daremo que' documenti, ch'essa sugli altri punti non ci potrà somministrare mai più.

Mentre però ci riserviamo di rinvenire su tale materia, non lasceremo allatto digiuna l'Opinione. Nel marzo del 1854 il Giornale di Roma parlava della beneficenza del Cardinale De Angelis, Arcivescovo di Fermo, e diceva come in occasione di un'insolita penuria con varie migliaia di scudi avesse redento tutti i pegni depositati al Monte di Pietà, tratto che basterebbe a salvarlo dalla taccia di avarissimo (3). Inoltre i giornali ci dissero quanto il Cardinale De Angeli» largheggiasse verso i Padri Cappuccini di Fermo, il cui convento era stato» venduto ai tempi del Regno italico, e possono affermare que' Padri se l'Arcivescovo sia avarissimo (4).

(1) Torricelli, vol. v, pag. 136.

(2) Torricelli, loc. cit., pag. 137.

(3) Civiltà Cattolica, serie n, vol. v, pag. 691.

(4) Civiltà Cattolica, serie li, vol. xi, pag. 365.

Finalmente, scorrendo la Civiltà Cattolica, ci vennero sott'occhi le seguenti parole stampate nel primo quaderno dell'aprile 1851:

«Non ha molto alcuni giornali piemontesi rimproverarono all'Eminentissimo De Angelis di essersi fatto lautamente ricompensare dal governo dei danni sofferti da lui nel suo lungo imprigionamento in Ancona nel tèmpo della rei pubblica. Non negheremo che il Cardinale sia stato ricompensato: ma osserveremo che la ricompensa non fu quella di non so quanti mila scudi, che i predetti giornali pubblicarono aver egli ricevuti: bensì l'Eminentissimo Porporato ottenne dal governo per sua indennizzazione la diminuzione della metà della pena, cui i suoi oltraggiatori sacrileghi erano stati condannati. Questi sono i compensi che prendono i dignitarii ecclesiastici 1»

Qui faremo punto. Prima però di lasciare la penna ancora una parola al conte di Cavour. —Eccellenza, l'Opinione fa il auo mestiere: vi serve. Ma se essa calunnia, è perché la lasciate calunniare; è perché crede di farvi piacere calunniando. Quindi le infamie sue pesano su di voi; e non a lei, ma a voi Cavaliere, a voi Presidente del ministero chiederemo sempre ragione d'un Cardinale di Santa Chiesa, d'un Arcivescovo venerando, che voi imprigionaste in nome della libertà, e che il vostro giornale ingiuria e calunnia in nome del progresso. Siamo intesi. —

QUANDO VERRÀ LIBERATO IL PADRE DELLE MARCHE

(Pubblicato il 10 novembre 1860).

Abbiamo detto altra volta che l'Arcivescovo di Fermo si chiama il Padre delle Marche. Il Cardinale De Angelis, che colla bontà del suo cuore e l'affabilità delle sue maniere così bene risponde a questo titolo, venne imprigionato fin dal 28 di settembre, o trovasi ancora oggidì in Torino in potere del conte di Cavour che gli proibisce di recarsi nella sua diocesi!

L'onorevole Conte non seppe addurre al Cardinale De Angelis nessuna ragione della sua prigionia, imperocché la vera era tale che il presidente del Consiglio vergognavasi di manifestarla. Temevasi che la presenza in Fermo del Cardinale De Angelis potesse mandare a monte il plebiscito, e impedire il vivo, il grande, l'universale entusiasmo, di cui ci parla continuamente ii telegrafo!

Or bene il plebiscito è stato proposto, la votazione è compiuta; nulla si ba più da temere dal Cardinale De Angelis. Perché si prolunga ancora la sua cattività? Perché si protrae più oltre la vedovanza della Chiesa fermana? Perché si nega così crudelmente a'  figli il proprio padre? Con quale legge, con quale giustizia, con quale ombra di pretesto?

E non vede il conte di Cavour che l'iniqua prigionia a cui ha condannato e condanna arbitrariamente il Cardinale De Angelis, non vede che è una solenne smentita alle dicerie de'  suoi giornali? Se le Marche sono così avverse al Santo Padre, basterebbe la sola presenza d'un Arcivescovo per rendergliele amiche? Se il Clero marchigiano è italianissimo, come bestemmiano i telegrammi, l'Arcivescovo di Ferino si troverà isolato. Tutti saranno nell'entusiasmo, meno il Cardinale. Perché dunque perseguitarlo più lungamente?

L'illustre Porporato prigioniero m Torino è la più bella, la più nobile, la più eloquente protesta contro il plebiscito delle Marche e dell'Umbria. Si possono negare altre violenze, ma non questa che abbiamo sotto gli occhi d'un illustre cittadino d'Ascoli, d'un venerabile Arcivescovo incarcerato a servizio del suffragio universale!

LA GUERRA CONTRO IL PAPA È DICHIARATA

(Pubblicato il 7 settembre 1860).

Avevamo detto che la calunnia dell'ordine del giorno, con cui il generale de Lamoricière intimava alle sue soldatesche l'ordine di saccheggiare le città che si rivoltassero, era un preparativo per disporre gli animi alla notizia dell'irruzione negli Stati Pontificii per parte dell'esercito rivoluzionario. Dicevasi anzi ne' circoli politici che il giorno di quest'iniqua aggressione è già fissato per sabato 8 corrente, giorno della Natività di Maria Santissima; colla qual voce consuona un telegramma, che annunzia Garibaldi aver detto che per quel giorno stesso voleva entrar in Napoli.

Oggi i giornali della rivoluzione o ministeriali confermano appuntino le nostre asserzioni. L'Opinione, che lunedì sfolgorava con tutti i fulmini della sua sguaiata eloquenza l'ordine del giorno alle orde papali, ora che ha veduto come i giornali francesi smentirono quella calunnia, dice nel suo numero d'oggi (6) s Non creda l'Armonia che si voglia dare a ciò (all'ordina del giorno) molla im portanza». Ahi dunque tutto que) fracasso da finimondo non era che una chiassata! Sapevameelo: ma è bene che anche voi lo facciate sapere a quei goccioloni tra vostri lettori, che vi avessero dato qualche importanza.

Ma il più bello si è che quell'ordine del giorno non si conosce! È l'Opinione che ve lo dice con un'ingenuità che tiene del citrullo: «Non si conosoe quell'ordine del giorno, perché probabilmente è stato letto soltanto nelle caserme». Oh che gioiello I Non si conosce? — Ma come dunque col vostro telegrafo l'avete sparso a'  quattro venti? Dunque il telegrafo ae l'ha inventato? È appunto ciò che abbiamo detto. Probabilmente è stato ietto soltanto nelle caserme?— Un ordine del giorno, che non si conosce, probabilmente è stato letto nelle caserme: e sopra questi dati fulminate, ingiuriate e minacciale guerra per vendicare quella barbarie divisata?

Ora dopo di ciò l'Opinione soggiunge: «La notizia che un generale ed un francese al servizio del Papa abbia ordinato alle truppe di mettere le città 8 sangue ed a ruba ba destato raccapriccio». Ed è per questo che voi l'avete spao ciata quella notizia, Ma la notizia che voi l'avete coniata di pianta, quale senso desterà ne' popoli? Andate là: codeste sono degne arti del partito cui servite.

Ma pure questo e un nulla a petto di ciò che vien dopo. Bisogna necessariamente riferire le parole dell'Ojmtone, sia perché sembrano incredibili tanto sono stolte, e sia perché questo è il sunto d'un documento che il Ministero ha già preparato per rendere ragione li della invasione delle Marche e dell'Umbria. Eccole:

«Le Marche e l'Umbria sono ora sotto un governo che non si può più chiamar pontificio. Il generale Lamoricière comanda ed impera. Ventimila mercenari stranieri sono padroni di due belle provincie italiane, sono accampati nel cuore della penisola e turbano la quiete de'  paesi vicini.

«Può il nostro Stato, può l'Europa permettere quest'intervento di nuovo genere, e che ha tutti gl'inconvenienti dell'intervento di estere Potenze, senza che queste si compromettano e corrano il rischio di una guerra?

«Il principio del non intervento non è applicato se il Governo pontificio non si risolve a liberarsi dalle orde straniere scese in Italia, non per difender lui, ma per opprimere i popoli.

' Se esso non pensasse che alla propria difesa, non avrebbe radunato un esercito di 25 mila uomini, od avrebbe cercato di formarlo d'Italiani e di sudditi.

«Le truppe pontificie sono adunate contro i vicini. Il generale Lamoricière l'ha detto nel primo proclama: è una crociata contro l'Italia; la quale potrebbe col tempo cagionare molestie e perturbazioni gravissime, 8e non si provvede a disperderla, inducendo il Governo pontificio a licenziare i soldati forestieri.

«Il Papa è tutelato dalla Francia. Le forze indigene debbono essere sufficienti a tutelargli il resto dello Stato. Se non bastano, è segno che i popoli non vogliono più saperne del suo governo e cercano di scuoterne il giogo.

«Che le truppe straniere abbiano bandiera austriaca o vestano l'assisa papale, non importa: conviene considerare il fatto in se steaso. È un intervento e dei più pericolosi, epperò è necessario che finisca».

Dunque l'esercito piemontese sta per varcare i confini delle Romagne, e passare una seconda volta il Rubicone! Ed il pretesto si è che l'esercito pontificio è un intervento straniero in Italia!!

Noi non vogliamo colle nostre parole spegnere o diminuire l'indegnazione che desta in ogni animo, non del tutto traviato, questo procedere. Per buona ventura il pretesto è così evidentemente futile, che quel del lupo contro l'agnello a paragone di questo è un diritto sacrosanto.

Ci piace tuttavia notare che non sono ancora otto giorni che l'esercito de gen. de Lamoricière era sbandato a furia di diserzioni, mal ordinato, peggio allestito, pessimamente disciplinato, e ridotto ad un'accozzaglia di pochi spiantati, che uno starnuto di Garibaldi sarebbe bastato a fugarli; se pure la paura non li avrebbe fatto basire e cascar morti. Oggi l'esercito di Lamoricière fa tremare il Regno italiano a dispetto dei suoi 200 mila soldati, a dispetto della prolezione di Napoleone III, a dispetto della, taumaturga potenza di Garibaldi!! 11

Veduto così la iniqua ridicolaggine della stampa ministeriale, giova vedere la non meno iniqua serietà della stampa rivoluzionaria, cioè che affetta di fare opposizione al ministero, benché rivoluzione e ministero sieno carne ed unghia. Noi dicemmo pili volte e dimostrammo, che Garibaldi ed il ministero furono sempre d'accordo, e che i dissapori rivelati colla circolare fariniana del 13

agosto erano solo apparenti per serbare agli oecbi della diplomazia una maschera di legalità. Il Diritto e VUnità di Genova provarono con solenni fatti e solennissimi documenti quest'enterite cordiale tra Garibaldi e Cavour fino al 13 agosto. Ma da quel giorno i due diari sostengono che Veniente è rotta, e che havvi antagonismo assoluto tra i due eroi della rivoluzione italiana. Noi crediamo che veramente ci sia un po'di ruggine tra i due cavalieri dell'Italia per gelosia di mestiere e di gloria, ed anche perché uno lavora per la repubblica italiana e l'altro lavora per il Piemonte; ma che quanto alle opere della rivoluzione sieno perfettamente d'accordo. Questo serve per capire meglio le parole del Diritto d'oggi (6), che sono le seguenti:

«Revocammo ieri in dubbio la notizia data da un diario di Milano, che il governo del Re avesse inviata una Nota alla Corte di Roma per invitarla a licenziare i corpi stranieri da lei assoldati.

<Maggiori informazioni ci permettono di confermare nuovamente che finora nessuna Nota fu inviata.

<Ci viene tuttavia affermato che il Ministero è risoluto di romperla a qualunque costo con la Corte di Roma; ora a ciò non mancando le ragioni anche le più diplomatiche, dobbiamo aspettarci tra breve, ed anche tra pochi giorni, una rottura d'ostilità con Roma.

«Questi ragguagli sono confermati dal linguaggio singolarmente bellicoso della stampa ministeriale e dagli apparecchi militari di questi ultimi giorni.

<È evidente che il segreto movente di questa risoluzione del Ministero è quello di prevenire l'arrivo di Garibaldi nelle Marche e nell'Umbria, assalendo immediatamente Lamoricière, come avrebbe fatto Garibaldi appena compiuta l'impresa di Napoli.

<Con questo colpo, che del resto è, non che consentito, ma indirettamente suggerito da Francia e da Inghilterra, come appare chiarissimo dai giornali più, devoti a quei due governi, e dalle parole amichevoli, che diconsi mandate da lord Palmerston per mezzo di sir Edwin James, con questo colpo il Ministero spera di rialzarsi nel concetto dell'opinione pubblica, e riprendere nuovamente la direzione del movimento nazionale, che incautamente si lasciò sfuggire.

<Sebbene queste siano le ragioni che inducono il Gabinetto alla spedizione delle Marche e dell'Umbria, tuttavia noi, non che dolerci, siamo lieti che si varchi la Cattolica, perché in fin deconti questa impresa, da qualunque affetto muova, avrà per risultato di liberare senza indugio care ed infelici provincie d'Italia dalla pili esosa delle dominazioni; ora questo è il primo ed ultimo dei nostri desiderii: noi saremo sempre con chiunque combatta con la bandiera di Vittorio Emanuele per la causa d'Italia.

Qui non faremo altro che mettere a riscontro le asserzioni dei due giornali, da cui risulta che le colpe, di che si vuole accagionare il Governo romano, sono le colpe che il lupo ascriveva all'agnello: ma che la verità è, che il lupo aveva fame e voleva divorarsi l'agnello. Il Ministero dice: io assalisco Roma, perché è rea d'intervento straniero, assoldando soldatesche forestiere. — Garibaldi dice: voi mentite, giacché andate a Roma per furarmi le mosse, e impedire che ci vada io. Da ciò si vede che amendue vogliono andare a Roma, ed in ciò sono d'accordo; ma ciascuno vuol andarvi per conto proprio, ed è ciò in cui non sono d'accordo.

G Napoleone III che cosa fa? Egli che si proclamò il più solido sostegno dell'unità cattolica e sostenitore di tutti i diritti del Pontefice come Sovrano temporale?— Napoleone III se la diverte, passeggiando per le sue nuove conquiste, e ride di sottecchi. A lui pare che gli sia caduta la Pasqua in domenica. Pensate che egli aveva la stizza tanto contro i rivoluzionari, quanto contro i Principi dell'Italia. Contro i primi era irritato, perché gli intimavano con note diplomatiche all'Orsini di far l'Italia, se noContro i Sovrani era stizzito, perché

aveva un bel tempestare che accordassero riforme per acquetare i rivoluzionari, affine che lasciassero lui in pace: essi gli ridevano in faccia, e dicevano: quando voi, sig. Napoleone, accorderete la libertà al vostro popolo, noi vedremo se dobbiamo accordarla ai nostri. Ora che ne avvenne? I Principi sono tutti o quasi tutti spodestati: e i rivoluzionari stanno per venire alle mani tra loro. Comunque la vada, Napoleone ci guadagna. 0 i rivoluzionari ci lasciano la pelle, e lasceranno lui in pace; ovvero sono vittoriosi, e allora si lacereranno a vicenda da buoni fratelli.

Intanto per meglio riuscire nel suo giuoco si è reso mallevadore agli Italiani che niuno interverrà per mischiarsi de'  fatti loro, ed ha promesso che ae l'Ao stria venisse a disturbarli, egli, Napoleone, calerebbe per darle una seconda lezione di Solferino.

IPOCRISIA ED IMPRUDENZA COLLEGATE CONTRO ROMA?

(Pubblicato l'8 settembre 1860).

L'ipocrisia dei moderati, e l'audacia feroce dei mazziniani si danno la mano e si sostengono a vicenda nel nuovo assalto che stanno per dare agli Stati Pontificii. Ièri, mettendo a riscontro l'Opinione col Diritto, facevamo notare la contraddizione che dimostra bugiardi amendue i partili, per cui, mentre i moderati fingono di temere l'attacco del generale de Lamoricière, e costretti perciò a prevenirlo; i mazziniani all'incontro dicono che il ministero nell'assaliregli Stati Pontificii vuol impedire che Garibaldi vi entri pel primo, e faccia l'Italia per conto della repubblica.

Oggi si ripete la stessa commedia con parole poco diverse. 8econdo l'Opi» «risulta dalle lettere delle Marche e dell'Umbria che l'agitazione cresciuta a dismisura e le disposizioni militari del generale Lamoricière sembrano dovere affrettare la soluzione di una crise, che quanto più dura tanto più si aggravai. Quanto all'agitazione abbiamo fatto conoscere nel numero antecedente colla testimonianze del Siècle e del Journal des Débats che essa è il risultato cM emissarii piemontesi, e che senza un esercito del di fuori la sollevazione di quelle provincie non ha probabilità alcuna. Non è poi necessario di ftr sul

che la soluzione della erise, nel gergo de'  Opinione, significa l'irruzione del nostro esercito nelle Marche e nell'Umbria. E ciò si ascrive alle disposizioni militari del generale de Lamoricière. Or bene sentiamo come il Diritto d'oggi sbugiarda VOpinione.

 Ragguagli degni di fede, dice, fanno salire a 24 mila i soldati di Lamoricière, e li dipingono indisciplinati, ladri e codardi. Ma pogniamo pure che questa soldatesca ammonti a trentamila uomini, e che costoro siano fior di soldati (il che non può credersi di un'armata raccogliticcia, composta di mascalzoni venuti d'ogni paese e guadagnati con qualche scudo); ebbene qual pericolo v'ha per noi che possiamo irrompere negli Stati Pontificii con sessantar mila valorosi, forniti di tutto l'occorrente, e che abbiamo l'appoggio entusiastico di popolazioni pronte a battersi con noi? Per verità sarebbe follia dubitare del successo in questa circostanza; bisognerebbe supporre che il nostro esercito fosse interamente disorganato e che le truppe di Lamoricière agguagliassero nel nnmero almeno le nostre. Ma invece si osserva dall'uno e dall'altro lato precisamente il rovescio; tutte le probabilità della vittoria sono per noi, come la sconfitta è certa per loro. Se le truppe pspali non opporranno grave resistenza, la campagna sarà una marcia trionfale pei nostri soldati. Se per contro le truppe del Papa si batteranno, avremo qualche zuffa ed anche una battaglia, e poi l'esercito papale sarà disperso e fugato. Queste non sono previsioni immaginarie, ma fondatissime; osianio persino dire che non sarebbe in alcun modo ragionevole credere il contrario».

Il Diritto prosiegue a dimostrare che il pigliar le Marche e l'Umbria è un giuoco, un trastullo per il Piemonte. Dilatti che cosa possono mai 30 mila codardi, ladri indisciplinati, mascalzoni contro 60 mila valorosi? — E poi le popolazioni che sono tutte all'unanimità pei Piemonte non basterebbe da solo a conquidere i trentamila mascalzoni? «Una tal forza, esclama il Diritto, basterebbe a schiacciare non che uno, ma due eserciti di Lamoricière». Ed intanto ecco il ministero tremare come una foglia, pensando alle disposizioni militari del generale romano I Si direbbe che i nostri ministri temono di vedere da un momento all'altro Annibale, cioè il generale de Lamoricière alle porte di Torino. Ora questa ipocrisia è tanto goffa che fa stomaco. Per noi preferiremmo la franca sfacciataggine di Mazzini e di Garibaldi alla grossolana ipocrisia di Farini e di Cavour.

Ma in fatto d'ipocrisia il modello ed il figurino conviene cercarlo in Parigi; ed in conformità del modello di Francia si vanno acconciando i nostri miniatri sempre devotissimi servidori dello straniero. Quel fior di galantuomini alla moda, che è il caro Persignv, è andato a collocare la prima pietra della chiesa di Nostra Signora delle Vittorie a Roanne, scompartimento della Loire. Niuno al certo s'immaginava che vi fosse relazione tra la prima pietra della chiesa di fìoanne e la quistione romana. Eppure il caro Persignv ce ne trovò tanta, che, fattosi una bigoncia della pietra fondamentale, vi sciorinò un discorsetto che è il sunto del famigerato libello II Papa ed il Congresso dichiarato da Pio IX un atto d'ipocrisia e d'ignobili contraddizioni.

Il signor Persignv vuol scolpare il suo padrone da ogni ingerenza nella rivoluzione delle Romagne. «Tal è la devozione dell'Imperatore alla Chiesa, che éfell è al di sopra di quell'immensa ingiustizia che, poco fa ancora, commosse 11

Cattolicismo, e fece stupire il mondo. Permettetemi, signori, di dirvi una parola su questo soggetto». E qui il Persignv espone a suo modo la rivoluzione delle Romagne. Comincia dall'accusare l'Austria d'aver abbandonato le Romagne, e con ciò d'aver provocato la rivoluzione, ed essere stata cagione della perdita fatta dalla S. Sede di quelle provincie. Il Persignv non ignora il rapporto del principe Napoleone, comandante del quinto corpo dell'esercito francese in Italia, sotto il dì 4 luglio 1859, ove ò detto «che la presenza del suo quinto corpo, pronto a sboccare sopra l'esercito austriaco, aveva impresso sopra di lui un timore abbastanza vivo, perché si affrettasse di abbandonare Ancona, Bologna, e successivamente tutte le posizioni sulla riva destra del Po». Ciò vuol dire che la ritirata degli Austriaci, e la conseguente rivolta delle Romagne furono opera dell'esercito francese.

Il Persignv prosieguo ad esporre come l'Imperatore proponesse al Papa il vicariato del Re di Sardegna per le Romagne annesse al Piemonte, e prosiegue dicendo: Nello stesso tempo che l'Imperatore cedeva con un tale progetto all'impero d'una necessità assoluta, egli ne tirava un partito enorme a profitto del Papa, perché in cambio del sacrifizio, egli offriva di guarentire e di far guarentire dall'Europa, o quanto meno da tutto il Cattolicismo, gli stati attuali della Santa Sede, ed assicurava per sempre l'indipendenza e la sicurezza del Papa.

«Cbe queste sagge, nobili e generose proposte siano state qualche tempo snaturate dall'ignoranza, dall'errore o dall'odio dei partiti nascosti sotto il manto della religione, non vi ha in ciò nulla di straordinario, ma ciò che posso dirvi, o signori, si è che agli occhi di tutti gli uomini politici di qualche valore in Europa queste proposte apparvero come la prova pih chiara della devozione dell'Imperatore verso il Santo Padre, che tutti i nemici religiosi del Papato in Europa si sono rallegrati di vederle rigettate, e che infine secondo tutte le umane probabilità, se esse fossero state adottate, l'Italia sarebbe in pace, e la Corte di Roma libera d'ogni pericolo».

Ora non è questa un'ipocrisia di un'impudenza unica, anziché rara? Sol punto, in coi la rivoluzione sta per ingoiare ancora il rimanente degli Stati Pontificii, venir fuori con queste storielle cui non credono neppur i bimbi che se la dicono ancora col cavalluccio e collo scoppietto di latta! Tutti oggimai sanno che tanto la rivoluzione delle Romagne, quanto quella che è imminente nelle Marche e nell'Umbria sono opera del governo francese, almeno in quanto nulla si è fatto e nulla si farà dal Piemonte senza licenza dei superiori, come diceva ieri benissimo la Gazzetta del Popolo. E ciò come dice la stessa Gazzetta per ora, cioè per ora i superiori danno licenza al Piemonte di beccarsi le Marche e l'Umbria; più tsrdi verrà il resto. Una alla volta, diceva colui che ferrava le oche.

Napoleone diede licenza al Piemonte di beccarsi le Romagne. E poi disse al Papa: Santo Padre, vedete quel bricconcello di Piemonte vi ha tolto le Legazioni, ed io mi sono trovato impotente ad impedirnelo. Ma ora, cosa fatta capo ha. Fate il sacrifizio di quella parte dello Stato già assolutamente perduta, ed io vi sto mallevadore del rimauente degli Stati. — Napoleone prevedeva già che l'i Papa direbbe di no, come dovea. Allora Napoleone, fregandosi le mani, disse tré sè e sè: un pezzo è già crollato, ed io me ne son cavato con buona grazia: l'ho fatta franca.

Ora ba dato licenza di annettere le Marche e l'Umbria. Quando il fatto sarà compiuto, Napoleone ripeterà il suo discorsetto al Papa. — Santo Padre, il Piemonte e quel diascolo di Garibaldi vi hanno tolto le Marche e l'Umbria, ed io fui impotente ad impedire quell'immensa ingiustizia. Ma ora il fatto è fatto: fate sacrifizio di queste provincie, e delle altre annesse l'anno scorso; ed io vi do la mia parola d'Imperatore e di Napoleone, che difenderò contro e verso tutti la Gomarca, Civitavecchia e Viterbo per mantenerle nella vostra ubbidienza. — S'intende che il Papa dirà di no; e Napoleone, contentissimo in suo cuore, farà il piagnone nel Moniteur, nel Constitutionnel, e farà dire dal suo Persignv, che l'ostinazione del Papa è cagione di tutti i suoi malanni.

Finalmente viene l'ultima licenza di annettere le provincie di Viterbo con Roma e la Comarca. Si ripetono le stesse scene, e si termina colla medesima catastrofe. Allora la commedia è finita, cala il sipario, e buona notte.

Tali sono i divisamenti della rivoluzione, la quale fa i suoi conti sul non intervento delle Potenze della terra. Ma non ha pensato ad assicurarsi del non intervento della Provvidenza. Non possiamo determinare quando quest'intervento avrà luogo, se a mezzo la commedia, ovvero alla fine. Ma sappiamo di certo che l'intervento avrà luogo, e che la rivoluzione ne andrà colle corna rotte.

ULTIMATUM DEL CONTE DI CAVOUR AL PAPA

(Pubblicato FU settembre 1860).

Il 20 di marzo del 1860 il conte di Cavour scriveva una lettera al Cardinale Antonelli, nella quale riconosceva gli antichi diritti del Papa sulle Romagne, e per conciliarli coi nuovi ordini offeriva di mandare a Roma il conte Federico Sclopis, uomo di religiosi e concilievoli intendimenti.

Contemporaneamente un augusto personaggio scriveva al Santo Padre Pio IX, gloriandosi di essere «figlio devolo della Chiesa e discendente di stirpe religiosissima», e adduceva questa prova di sua religione: «Quando la presenza di un audace generale (Garibaldi) poteva mettere in pericolo la sorte delle provincie occupate dalle truppe di Vostra Santità, adoperai la mia influenza per allontanarlo da quelle contrade».

Queste lettere vennero pubblicate nell'Armonia del 17 di aprile 1860, Nó 90, e invitiamo i nostri lettori a rileggere e a meditare ben bene le risposte del Papa, le quali pei fatti odierni riacquistano un'eloquenza straordinaria, e splendono di una luce diremmo quasi sovranatnrale.

Dalla fine di marzo il conte di Cavour non ebbe più nulla da dire, né da fare col Cardinale Antonelli. Se non che l'altro giorno gli scrisse nuovamente, e non più una commendatizia, come cinque mesi fa, ma un ultimatum.

E questo ultimatum fu spedito a Roma per mezzo del conte della Minerva, il quale, come sanno i nostri lettori, riceveva tempo fa dal governo Pontificio i suoi passaporti, perché sotto la veste di rappresentante diplomatico del Piemonte dava opera a preparare quelle belle coae che ora veggiamo!

Il conte di Cavour, il 7 di settembre; rimandava questo signore a Roma col» l'incarico di presentare una nota, che richiede al Papa di licenziare i soldati francesi, irlandesi, svizzeri che stanno al suo servizio. Se no, le truppe piemontesi invaderanno le Marche e l'Umbria.

Il conte della Minerva partì da Torino la sera di venerdì; da Genova per terra recosai a Livorno, ed a Livorno s'imbarcò per Civitavecchia. Egli giunse a Roma il 10 di settembre, e forse a quest'ora ha già presentato il suo iUti maium.

Ilettori possono facilmente indovinare quali sentimenti prova il cuor nostro nel dettare queste linee, ma intenderanno eziandio come noi siamo costretti dalla gravità delle circostanze a contenerci nella massima riservatezza, ed eliminata ogni frase meno moderata, restringerci ad alcune brevi osservazioni.

IIconte di Cavour vuole adunque che il Papa licenzi i suoi figliuoli accorsi in sua difesa, perché easi sono inglesi, francesi, irlandesi, e la loro presenza nell'esercito Pontificio costituisce un intervento straniero.

Ma chi è il promotore della politica del non intervento in Italia? È Luigi Napoleone. Or bene egli non crede che la presenza di questi così detti stranieri nelle truppe del Papa costituisca intervento, e la prova è ch'egli stesso ha permesso a molti francesi, ed allo stesso generale de Lamoricière di pigliar servizio nell'esercito Pontifìcio.

Inoltre i giornali ci dicono che l'esercito di Garibaldi si compone di molti stranieri, e ci contano di tremasene ufficiali unghere8i che stanno a'  suoi ordini, di duemila cinquecento soldati inglesi, di molti svizzeri, di parecchi francesi, e via dicendo. Ma se questo può essere permesso a Garibaldi per conquistare l'altrui, dovrà essere vietato al Papa per difendere il proprio regno?

In ultimo il conte di Cavour ha tale un concetto dell'indipendenza e sovranità de'  principi ne' loro Stati, che li giudica padroni non solo di ricevere in ca8a propria chi meglio loro talenta, ma di cedere perfino allo straniero le loro medesime provincie. Si è di fatto il conte di Cavour, che ba sottoscritto il trattato che cede a Napoleone III la Savoia e Nizza.

E potrà essere permesso a questo signor Conte di dare allo straniero le terre italiane, e sarà proibito a Pio IX di ricevere a suo servizio i cattolici a qualunque paese del mondo appartengano?

E non è forse il conte di Cavour che chiamò in Italia i Francesi, e si valse del loro soccorso per difendersi da forze che aoverchiavano le nostre? E non potrà Pio IX accettare a suo servizio una mano di prodi, perché non sono italiani?

E nel 1859 il conte di Cavour non accettava gli stranieri nel nostro esercito, anzi non ne volava in cerca per tutte le parti? E il duca di Chartres, per dire di un solo, è forse italiano?

E quando l'Austria intimò al conte di Cavour di sciogliere i reggimenti di volontari, stranieri al Piemonte, il no8lro presidente del Consiglio aderì forse alla pretesa?

Ma egli s'inganna a partito se spera di trovare minore fermezza, minore indipendenza e dignità nell'animo invitto di Pio IX. La risposta dV ultimatum del eonte di Cavour sarà quale ogni uomo d'onore l'ha presente in cuor suo, e quale se l'aspetta lo stesso nostro governo.

Laonde si può ornai conchiudere che il Piemonte romperà guerra al Papa, e il pretesto è degno della politica italianissima. È sottosopra il pretesto stesso trovato dal primo Napoleone per tormentare Pio VII.

Si avverta intanto la serie degli assalti mossi dal conte di Cavour a Roma. Dapprima nel Congresso di Parigi accusa il Papa di non sapere da sè costituirsi un esercito, ed abbisognare del sostegno altrui. Pio IX in breve ora si costituisce un esercito.

Il conte di Cavour, tolte le Romagne al Papa, l'accusa di volere spargere il sangue italiano per riconquistarle colla forza. Pio IX soffre in pazienza la perdita delle sue migliori provincie, e si guarda ben bene dal ripiombare l'Europa negli orrori della guerra.

11 conte di Cavour si lagna, che il governo del Papa sia un fomite di rivoluzioni. I fatti lo smentiscono solennemente, imperocché avvengono rivoluzioni dappertutto meno negli Stati del Papa.

Il conte di Cavour non sa più come uscirne e si aggrappa agli specchi, accusando il Papa d'avere uno straniero per comandante in capo del suo esercito, e truppe straniere a suo servizio. Ma a Novara chi comandava nel 1849 l'esercito piemontese? Non era forse un generale polacco?

E poi quelli che voi chiamate stranieri, sono la minima parte dell'esercito pontificio, giacché il Courrier du Dimanche li fa ascendere a soli seimila soldati, che sarebbero per ciò il quinto della truppa.

Di buone ragioni, come si vede,. ne abbiamo da vendere. Ma è oggidì la forza che impera. Il Papa non s'è potuto atterrare cogl'inganni, colle ipocrisie, coi tradimenti, ed ora si vuol perdere coi cannoni.

Però non è questa un'impresa da pigliare a gabbo. La stessa Gazzetta del Popolo del 10 di settembre grida a'  suoi: chi è tranquillo, non è che un imbecille. La Gazzetta che disprezzava il Papa, già ne sente la forza prima ancora che incominci la battaglia!

Umanamente parlando, i libertini dovrebbero essere tranquillissimi sull'esito della pugna. Imperocché l'esercito pontifìcio é un nulla in proporzione de'  suoi nemici, e trovasi combattuto di fronte ed alle spalle.

Dunque perché solo gli imbecilli possono essere tranquilli? Perché solo gli imbecilli possono rinnegare la storia, e non capire quanto audace impresa sia muovere contro Roma.

Ieri noi abbiamo celebrato la festa del nome di Maria, e questa festa ci dice che spesse volle anche i grossi battaglioni hanno la peggio quando Iddio non è con loro.

Napoleone 1 raccomandava a'  suoi di trattare col Papa come se avesse dietro a sè ducentomila soldati. Più tardi, scrisse Massimo d'Azeglio, napoleone se ne dimenticò, e ne pagò lo scotto!

Gli italianissimi si trovavano a fronte l'Austria e Roma. La prima con mezzo milione di soldati, e l'altra presso che inerme. Elessero adunque di combattere questa, e dichiarano francamente di non volersi pei ora misurare coll'Austria perché è forte.

Ma Roma, sappiatelo o signori, Roma è molto più forte dell'Austria, e cadranno mille Austrie prima del Papa.

ORDINE DEL GIORNO DI CIALDINI

Ecco l'ordine del giorno pubblicato l'11 di settembre dal generale Cialdini. Noi lo leviamo dall'Adriatico dell'11 di settembre, N° 210.

Dal quartier gen. di Rimini, 11 settembre 1860.

ordine del giorno

Soldati del quarto corpo d'armata! Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri che sete d'oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri paesi.

Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicari, e per mano vostra sentano l'ira di un popolo, che vuole la sua nazionalità e la sua indipendenza. Soldati! L'inulta Perugia domanda vendetta, e benché tarda, l'avrà.

Il generale comandante il 1° corpo d'armata:

Enrico Cialdini.

LA VITTORIA DI CASTELFIDARDO E LA VITTORIA DI WAGRAM

La rivoluzione è in festa, e dappertutto batte palma a palma, accende lumi, inalbera bandiera, perché il Papa è stato vinto e il suo esercito distrutto. «La vittoria (contro il Papa), dice la Gazzetta Ufficiale del Regno, è stata festeggiata con entusiasmo non solo a Torino e a Milano, ma bensì a Genova, a Bologna; a Firenze, a Parma, a Livorno e in tutte le città del Regno (1)».

E alla Gazzetta Ufficiale fanno coro gli altri giornali. «C'è rottura diplomatica tra Dio e il suo Vicario!», esclama l'uno beffardamente (2). E l'altro: «Chi non ammira la mano di Dio in questi rapidi avvenimenti? Che farà il governo papale da tutti abbandonalo? (3)». E un terzo: «L'ultimo appoggio che rimaneva al potere temporale dei Papi venne abbattutoIl Papa privo ornai di forze materiali, con cui far valere la sua volontà temporale, non può più avere autorità nemmeno su Roma. Esso ba cessato di essere Principe....

(1) Gazzetta Ufficiale, 22 di settembre 1860, numero 226.

(2) Gazzetta del Popolo, 23 di settembre, num. 225.

(3) Unitario di Modena, 22 di settembre, num. 82.  

In Roma egli non è più che un cittadino (1) E un quarto: «Dopo la pubblicazione della stupenda vittoria, i preti che incontro hanno l'aria di tanti san Bartolomei scorticati (2)». E un quinto: A festeggiare i trionfi (contro il Papa) il teatro Guillaume era sfarzosamente illuminato (3)». E un sesto, per tacere di tanti altri, dice a Pio IX:

Come un di sull'Oribbo in mezzo al tuono,

Fra la folgor di guerra or parla Iddio,

E ti avverte che lasci, o nono Pio,

In prò d'Italia il mal usato trono (4).

Ed ecco oggidì rinnovarsi ciò che è avvenuto sul cominciar di questo secolo, e quello che ci prenunziava in certo modo l'esimio conte Costa della Torre sul cominciare di quest'anno; Pio VII, dicea l'illustre scrittore, venne imprigionato, e in quel medesimo giorno Napoleone guadagnava la battaglia di Wagram. Allora un celiare sulla scomunica, un ridersi del Papa e della Chiesa, come se Dio pagasse sempre il sabato. Mi suonano ancora agli orecchi le bestemmie dei tristi, e i piagnistei della gente di poca fede! (5)».

Napoleone I, nel giorno 6 di luglio 1809, mentre rapivasi il Papa, trionfava nella battaglia di Wagram, e che battaglia era quella, e che vittoria! Non combatteva Napoleone I una masnada di briachi, come l'11 di settembre Enrico Cialdini chiamava i suoi nemici, ma «da tre a quattrocentomila uomini, da milleducento a millecinquecento pezzi di cannone si battevano per grandi interessi su di un campo di battaglia studiato, meditato, fortificato parecchi mesi prima dal nemico (6).

E il Buonaparte vinceva quella battaglia decisive et à jamais celèbre, come chiamolla egli stesso. E di questa vittoria servissi tosto per abbindolare i popoli: giacché fece indirizzare ai Vescovi di Francia una lettera circolare, in cui chiedeva che si celebrasse con una solenuità religiosa il giorno 6 di luglio, in cui Dio aveva sancito la sua condotta riguardo al Papa col favorire le sue armi in sì splendida maniera (7).

E poi? Come finì Pio VII? Come Napoleone I?....... 0 voi che godete al vedere Pio IX da tutti abbandonato, voi che gongolate delle sue sconfitte, ricordatevi ciò che fu scritto da S. Ilario: Questo è proprio della Chiesa, che allora vinca quando è offesa, allora sia manifesta quando è contraddetta, allora prosperi quando è abbandonata (8)». Ricordatevi ciò che fu ripetuto testé da Pio IX: La Chiesa «non che essere sopraffatta e stremata dalle persecuzioni, viene anzi ad accrescersi e ad abbellirsi di sempre nuovi e più splendidi trionfi (9)».

(1) Tempo di Casale, 21 di settembre, num. 50.

(2) Movimento di Genova, 22 di settembre, Suppl. al num. 266.

(3) Sentinella Bresciana, 22 di settembre, num. 108.

(4) L'Arlecchino di Firenze, 21 di settembre, num. 157.

(5) Pio VII e Pio IX— Reminiscenze e Conforti, pag. 11.

(6) Vingt-Cinquième Bulletin, 8 juillet 1809.

(7) Alzog, Storia delta Chiesa, vol. ut, pag. 439, Parigi 1849,

(8) StHilar, De Trinitate, lib. 7, cap. 4.

(9) Allocuzione del 13 di luglio 1860,

IL MARCHESE DI PIMODAN GENERALE PONTIFICIO

Agli ammiratori dell'eroismo religioso tornerà gradito il conoscere alcuni particolari sopra le vicende del compianto generale pontificio, marchese de Pimodan, morto teste in difesa del Santo Padre. Rampollo di un'antica famiglia cavalleresca e adorno dei più rari doni di fortuna e di mente, Giorgio di Pimodan nella sua natura ardente, nella imaginazione austeramente poetica, nell'anima imperterrita palesava un tal quale istinto che lo portava sempre all'arduo e al generoso. , diceva egli, dove il pericolo e grande, è ancora più grande la gloria. L'Austria rammenta con riconoscenza i servigi che egli le rese nel 1848 sui campi d'Italia e di Ungheria. Tornato in Francia, gli aveva la Provvidenza fatto trovare in una damigella del sangue dei Montmorency una sposa, che i pericoli delle battaglie doveva tramutargli nelle delizie della pace domestica. Sullo scorcio di quest'inverno udì dell'intendimento di comporre un esercito a difesa degli interessi del Santo Padre, e dato l'addio, che doveva essere l'ultimo, alla consorte e ai due figliuoletti, volò a Roma, ove fu posto ai fianchi del Lamoricière.

Nel 1849 aveva combattuto contro la rivoluzione ungherese, e scrisse, in istile semplice ma commovente, una memoria dove racconta, come, fatto prigioniero di Kossuth, si aspettava di essere fucilato.

Non aveva, allora che,26 anni. «Io m'era conservato, dic'egli, un anello, nel quale era incastonato un piccolo diamante. Mi trassi quell'anello dal dito, e sopra uno dei quadrati scrissi queste parole: — Addio, cari parenti. Sto per essere fucilato. Sono rassegnato e tranquillo: muoio pieno di fede e di speranza. Cara madre, la mia sola ambascia è la vostra! — Spiccai quindi il nastro della mia croce per tenermelo sul cuore sul punto di venir fucilato, e sedutomi sopra il letto, mi rappresentai allo spirito le memorie antiche della mia famiglia. Mi sovvennero tutti i particolari della morte eroica di lord Strafford, i quali io non aveva letto mai senza che ini sentissi compreso di maraviglia. Giurai allora di mostrare altrettanta fermezza d'animo che quella da lui mostrata in tal punto. Le speranze che sovente aveva io accarezzate in cuor mio, bisognava abbandonarle; ma io poteva in quel momento supremo guadagnarmi ancor dell'onore».

Nacque il Pimodan nel 1822; dal che si pare nuovo titolo di riputazione, che si acquista quel gran baccalare di giornale il Constitutionnel, il quale pronunzia che il Pimodan aveva abbandonato l'esercito francese nel 1830! Se la Francia ha il privilegio di possedere giornalisti, che paion fanciulli da balia, non crediamo che abbia però mai avuto dei soldati in ritiro dell'età di otto anni.

Sul generale di Pimodan leggiamo nella Gazzetta Ufficiale del 24 di settembre: 111 generale Cialdini, mosso da quella,gentilezza di sentimento che gli è propria; non solo ha fatto rendere gli estremi onori al corpo del generale marchese di Pimodan, morto nel combattimento di Castelfidardo, ma l'ha fatto inoltre imbalsamare e chiudere in una bara di zinco, e l'ha mandato alla signora marchesa di Pimodan, moglie del generale. Il principe di Ligne ed un altro aiutante del defunto, ambidue prigionieri e messi appositamente in libertà, accompagnano la salma del generale in Francia».

ROMA E PIEMONTE

Il Giornale di Roma del 12 corrente reca i seguenti importantissimi documenti:

Mentre in alcuni paesi delle Marche e dell'Umbria stavano succedendo i fatti di cui diedesi cenno nel giornale di ieri, si faceva pervenire nella sera dello scorso lunedì (10) all'Eminentissimo sig. Cardinale Segretario di Stato di Sua Santità una lettera del sig. conte di Cavour, ministro degli affari esteri di S. M. Sarda, la quale è concepita nei seguenti termini:

Torino, li 7 settembre 1860.

Eminenza,

Il governo di Sua Maestà il Re di Sardegna non poté vedere senza grave rammarico la formazione e l'esistenza dei corpi di truppe mercenarie straniere al servizio del governo Pontificio. L'ordinamento di siffatti corpi non formati, ad esempio di tutti i governi civili, di cittadini del paese, ma di gente d'ogni lingua, nazione e religione, offende profondamente la coscienza pubblica dell'Italia e dell'Europa. L'indisciplina inerente a tal genere di truppe, l'improvida condotta dei loro capi, le minacce provocatrici di cui fanno pompa nei loro proclami, suscitano e mantengono un fermento oltremodo pericoloso. Vive pur sempre negli abitanti delle Marche e dell'Umbria la memoria dolorosa delle stragi e del saccheggio di Perugia. Questa condizione di cose già da per se stessa funesta, lo divenne di più dopo i fatti che accaddero nella Sicilia e nel reame di Napoli. La presenza dei corpi stranieri che ingiuria il sentimento nazionale, ed impedisce la manifestazione de'  voti dei popoli, produrrà immancabilmente l'estensione dei rivolgimenti alle provincie vicine.

Gli intimi rapporti che uniscono gli abitanti delle Marche e dell'Umbria con quelli delle Provincie annesse agli Stati del Re e le ragioni dell'ordine e della sicurezza dei propri Stati impongono al governo di Sua Maestà di porre per quanto sta in lui immediato riparo a questi mali. La coscienza del re Vittorio Emanuele non gli permette di rimanersi testimonio impassibile delle sanguinose repressioni, con cui le armi dei mercenari stranieri soffocherebbero nel sangue italiano ogni manifestazione di sentimento nazionale. Niun governo ba diritto di abbandonare all'arbitrio di una schiera di soldati di ventura gli averi, l'onore, la vita degli abitanti di un paese civile.

Per questi motivi, dopo avere chiesti gli ordini di Sua Maestà il Re mio Augusto Sovrano, ho l'onore di significare a Vostra Eminenza che le truppe del Re hanno incarico d'impedire, in nome dei diritti dell'umanità, che i corpi mercenari Pontifici reprimano colla violenza l'espressione dei sentimenti delle popolazioni delle Marche e dell'Umbria.

Ho inoltre l'onore d'invitare Vostra Eminenza per i motivi sovra espressi a dare l'ordine immediato di disarmare e disciogliere quei corpi, la cui esistenza è una minaccia continua alla tranquillità d'Italia.

Nella fiducia che Vostra Eminenza vorrà comunicarmi tosto le disposizioni date dal governo di Sua Santità in proposito, ho l'onore di rinnovarle gli atti dell'alta mia considerazione.

Di Vostra Eminenza

Firmato — C. Cavour.

A questa lettera l'Eminentissimo signor Cardinale Segretario di Stato dava la seguente risposta:

Eccellenza,

Astraendo dal mezzo, di cui Vostra Eccellenza stimò valersi per farmi giungere il suo foglio del 7 corrente, ho voluto con tutta calma portare la mia attenzione a quanto ella mi esponeva in nome del suo Sovrano, e non posso dissimularle che ebbi in ciò a farmi una ben forte violenza. I nuovi principii di diritto pubblico che ella pone in campo nella sua rappresentanza mi dispenserebbero per verità da qualsivoglia risposta, essendo essi troppo in opposizione con quelli sempre riconosciuti dall'universalità dei governi e delle nazioni. Nondimeno, tocco. al vivo dalle incolpazioni che si fanno al governo di Sua Santità, non posso ritenermi dal rilevare dapprima essere quanto odiosa, altrettanto priva d'ogni fondamento ed affatto ingiusta la taccia che si porta contro le truppe recentemente formatesi dal governo Pontificio; ed esser poi inqualificabile l'affronto che ad esso vien fatto nel disconoscere in lui un diritto a tutti gli altri comune, ignorandosi fino ad oggi che sia impedito ad alcun governo di avere al suo servigio truppe estere, siccome in fatto molti le hanno in Europa sotto i loro stipendi. Ed a questo proposito sembra qui opportuno il notare che, stante il carattere che riveste il Sommo Pontefice di comun padre di tutti i fedeli, molto meno potrebbe a lui impedirsi di accogliere nelle sue milizie quanti gli si offrono dalle varie parti dell'orbe cattolico in sostegno della S. Sede e degli Stati della Chiesa.

Niente poi potrebbe essere più falso e più ingiurioso, che l'attribuirsi alle truppe Pontificie i disordini deplorabilmente avvenuti negli Stati della Santa Sede, né qui occorre il dimostrarlo. Dappoiché la storia ha già registrato quali e donde provenienti siano state le truppe che violentemente imposero alla volontà delle popolazioni, e quali le arti messe in opera per gettare nello scompiglio la più gran parte della Italia, e manomettere quanto v'ha di più inviolabile e di più sagro per diritto e per giustizia.

E rispetto alle conseguenze, di cui si vorrebbe accagionare la legittima azione delle truppe della S. Sede per reprimere la ribellione di Perugia, sarebbe in vero stato più logico l'attribuirle a chi promosse la rivolta dall'estero; ed ella, sig. Conte, troppo ben conosce donde quella venne suscitata, donde furono somministrati danaro, armi e mezzi di ogni genere, e donde partirono le istruzioni e gli ordini d'insorgere.

Tutto pertanto dà luogo a conchiudere, non avere che il carattere della calunnia quanto declamasi da un partito ostile al governo della S. Sede a carico delle sue milizie, ed essere non meno calunniose le imputazioni che si fanno a loro capi, dando a crederli come autori di minaccie provocatrici, e di proclami proprii a suscitare un pericoloso fermento.

Dava poi termine alla sua disgustosa comunicazione l'Eccellenza Vostra col l'invitarmi in nome del suo Sovrano ad ordinare immediatamente il disarmo e lo scioglimento delle suddette milizie, e tal invito non andava disgiunto da una specie di minaccia di volersi altrimenti dal Piemonte impedire l'azione di esse per mezzo delle regie truppe. In ciò si manifesta una quasi intimazione, che io ben volontieri qui mi astengo di qualificare. La Santa Sede non potrebbe che respingerla con indignazione, conoscendosi forte del suo legittimo diritto, ed appellando al gius delle genti, sotto la cui egida ha fin qui vissuto l'Europa: qualunque siano del resto le violenze alle quali potesse trovarsi esposta senza averle punto provocate, e contro le quali fin d'ora mi corre il debito di protestare altamente in nome di Sua Santità.

Con sensi di distinta considerazione mi confermo Di Vostra Eccellenze,

Roma, 11 settembre 1860.

Firmato: — G. Card. Antonelli.

Contemporaneamente alla lettera surriferita del signor conte di Cavour, altra ne faceva pervenire il sig. generale Fanti, ministro della guerra di S. M. Sarda, al sig. generale de Lamoricière, comandante in capo delle truppe Pontificie, la quale è del seguente testuale tenore:

Arezzo, le 9 septembre 1860.

Excellence,

S. M. le roi Victor Emmanuel II, qui est intéressé si vivement au bonheur de l'Italie, est très préoccupé des événements qui ont lieu dans les Provinces des Marches et de l'Ombrie.

S. M. n'ignore pas que toute manifestation dans le sens national près de la frontière méridionale de son royaume qui fut réprimé par des troupes étrangères n’ayant pas même entre elles aucun lien de nationalité, produirait inévitablement un contre coup funeste dans tous ses états.

C'est à la suite de ces graves considérations que S. M. a ordonné une concentration de troupes aux frontières des Marches et de l'Ombrìe, et qu'il rata fait l'honneur de me confier le comandement supérieur de ces troupes.

Il m'a prescrit en même temps de me diriger à V. E. pour vous faire connaître que ces troupes occuperaient au plutôt les Marches et l'Ombrie dans les cas suivants, c'est à dire:

1) Si des troupes à vos ordres se trouvant dans une ville des Marches et de l'Ombrie eussent à Taire usage de la force pour comprimer une manifestation dans le sens national.

2) Si des troupes dont vous avez le commandement eussent à recevoir l'ordre de marcher sur une ville des mêmes provinces pontificales, toutefois qu'une manifestation dans le sens national vint à se produire.

3) Toutefois qu'une manifestation dans le sens national s'étant produite dans une ville, et avant été comprimée avec l'usage de la force par vos troupes, celles-ci ne reçoivent pas immédiatement de vous, l'ordre de se retirer en laissant la ville qui s'était prononcée libre d'exprimer ses vœux.

Personne mieux que V. E. peut comprendre comment le sentiment national doive se révolter devant une oppression étrangère, et j'ose avoir confiance qu'en acceptant franchement et de suite les propositions que je viens de vous faire au nom du gouvernement du Roi, vous épargnerez la protection de nos armes à ces provinces de l'Italie et les conséquences fâcheuses qui pourraient s'en suivre.

Agréez Excellence.

Gli atti surrìferiti dal ministero sardo sono di tale natura che al criterio di chiunque è dato rilevarne L'inqualificabile esorbitanza, sicché ci asterremo dal farvi qualsiasi commento.

E la loro esorbitanza si accresce, ove si aggiunga che nell'atto in cui davasi corso alla risposta dell'Em.mo segretario ai Stato alla lettera del conte di Cavour, giungeva dalle Marche la notizia che mentre le truppe Pontificie avevano già ristabilito l'ordine nella città di Fossombrone sconvolta, come fu ieri annunziato, dalla banda rivoluzionaria che avevala invasa, le truppe regolari del Piemonte, già in grandissimo numero concentrate sul confine toscano e presso la Cattolica, osarono da quest'ultimo punto muovere ad attaccare Pesaro, la cui limitata guarnigione si ritirò nella rocca, spingendo la loro vanguardia sino a Fano.

Intanto si conosce come S. M. l'Imperatore dei Francesi tosto che seppe del divisamente in che era venuto il gabinetto sardo di fare una sommazione al governo Pontificio diretta ad ottenere lo scioglimento delle sue truppe estere con la minaccia d'invadere ed occupare, in caso di rifiuto, le Marche e l'Umbria, la lodata Maestà Sua scrisse per telegrafo da Marsiglia al Re di Piemonte, annunziandogli che, qualora le truppe sarde penetrassero nel territorio Pontificio, egli sarebbe stato costretto ad opporvisi, e che aveva già dato ordini perché fosse rinforzato il suo corpo francese di occupazione.

L'INSURREZIONE DELLE MARCHE e il MEMORANDUM DI C. CAVOUR

(Pubblicato il 16 settembre 1860).

Contro il Salvatore del mondo trovaroosi molti falsi testimonii, i quali però non servirono a nulla, perché non andavano d'accordo con loro; e contro il Santo Padre trovansi molti pretesti, ma tali che si distruggono l'un l'altro, e provocano, non sappiamo, se più a stomaco od a riso. Esaminiamo i documenti.

Le Marche e l'Umbria sono tranquille, ma, giunto Garibaldi nel Regno di Napoli, già incominciasi a parlare della loro insurrezione. Scrivevano da Torino al Siècle sotto la data del 2 settembre: «Tutti i giornali parlano di un'insurrezione imminente nelle Marche e nell'Umbria....... Emissari mandati da Genova e da Torino per combinare una sommossa insurrezionale sono convinti che senza l'intervento d'una forza straniera è impossibile ogni sollevazione».

Da questo punto incominciasi a cercare il pretesto per l'intervento nelle Marche d'una forza straniera. L'Opinione del 6 di settembre grida guerra contro l'esercito del Papa, perché «le truppe Pontificie sono adunate contro i vicini!».

Il conte di Cavour (notate bene che queste sono parole tolte dall'Unità Italiana di Genova, N° 165 del 14 di settembre) «avendo già risoluto di occupare le Marche e l'Umbria, prima che Garibaldi vi giungesse dal sud, trovò altri capi, dei quali era sicuro, e disse loro—entrate colla gioventù impaziente di agire a ogni modo, sommovete qua e là le località delle due provincie, affinché un'insurrezione, grande o piccola, vi sia: noi vi terremo dietro. — Con questo piano si è iniziata la rivoluzione, la quale necessariamente partecipa del carattere di chi ne ha la direzione».

E più innanzi la stessa Unità Italiana soggiunge: «Si vede che la sollevazione, lungi dall'essere una rivoluzione per se stessa, doveva essere solamente il motivo ad altre operazioni puramente militari; Sembra che i capi dicano alle differenti località presso la frontiera: movetevi tanto da dar segno che siete, disposti; il soccorso giungerà»,

E finalmente l'Unità Italiana dimostra come la pretesa insurrezione delle Marche e dell'Umbria sia un vero movimento strategico combinato anticipatamente a servizio del nostro esercito: 11 moto cominciò l'8 su tutta l'immensa frontiera delle Marche e dell'Umbria, che, cominciando alla Cattolica sull'Adriatico, fa il contorno della Romagna e della Toscana, e scende per il Trasimeno fino ad Orvieto. — Scoppiò a Pesaro, piccola città e porto sull'Adriatico, internandosi nel Montefeltro fino ad Urbino e a Fossombrone. Sulla frontiera toscano-ombrina, là dove Cortona guarda Perugia, il paese rimane quieto, come se volesse lasciare a Fanti libera la strada strategica della Fratta. L'insurrezione sembra qui Tare un salto: scavalca il Trasimeno, lascia Perugia al nord, e si mostra a Città di Pieve, a Città di Castello, a Monteleone, stendendosi a sinistra al nord fino a Piagaro, a poca distanza di Perugia, e innonda al sud il paese fino ad Orvieto che prende».

Prima che la pretesa insurrezione scoppii, il ministero manda le troppe sui confini perché trovinsi pronte, e si pubblicano i decreti che chiamano sotto le armi i corpi distaccati della guardia nazionale. Quando tutto è pronto, si dà il segnale e il telegrafo annunzia le insurrezioni p Pesaro, a Montefeltro, ad Urbino.

L'11 di settembre un proclama sottoscritto Cavour-Farini dice ai soldati già pronti ai confini: «Voi entrate nelle Marche e nell'Umbria per restaurare l'ordine civile nelle desolate città, e per dare ai popoli la libertà di esprimere i loro votilo voglio rispettare la sede del Capo della Chiesa».

Lo stesso giorno un altro proclama del generale Enrico Cialdini dice ai soldati del 4° corpo d'armata: «Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri, che sete d'oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri paesi. Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicarii, e per mano vostra sentano l'ira del popolo.

Lo stesso giorno un terzo proclama del generale Fanti dice ai soldati di andare a liberare i popoli delle Marche e dell'Umbria dal martirio, giacché «quei figli sventurati d'Italia sperarono indarno giustizia e pietà dal loro governo».

Allora i nostri soldati invadono le provincie Pontificie, e il 12 di settembre, il conte di Cavour scrive nel suo Memorandum che, attesa l'insurrezione di quelle popolazioni, fu obbligato ad intervenire, sia per riguardo all'Italia, sia per riguardo all'Europa. Dichiara tuttavia che «le regie truppe dovranno rispettare scrupolosamente Roma e il territorio che la circonda».

Ma Garibaldi, che sa un po' meno di diplomazia, vien fuori con un manifesto al popolo di Palermo, sotto la data del 10 di settembre, e gli dice: «L'annessione ed il regno del Re Galantuomo in Italia noi proclameremo presto, ma là sulla vetta del Quirinale».

Da tutti questi documenti risulta che il conte di Cavour e i suoi amici non hanno ancora saputo trovare un motivo plausibile per coonestare l'invasione delle Marche è dell'Umbria.

Ora dicono che hanno invaso gli Stati del Papa, perché là vi era un vero intervento mascherato. Poi non sono contenti della ragione, e soggiungono che l'esercito papale era una minaccia contro di noi. Sentono che questo è ridicolo, e ripigliano che sono andati nelle Marche e nell'Umbria per comprimere l'anarchia. Non piace questo motivo a quei medesimi che lo adducono, e vengono fuori dicendo che sono andati nelle Marche per dare la libertà al popolo di manifestare i suoi voti. Dubitano essi stessi della ragionevolezza di questa scusa, e protestano che sono andati a vendicare l'inulta Perugia.

E cosi dicono, disdicono, contraddicono che è una pietà. Cavour intanto è in opposizione patente con Garibaldi. Imperocché l'uno dichiara di «voler rispettare scupolosamente Roma», e l'altro afferma di voler proclamare presto sulla vetta del Quirinale l'annessione ed il regno del Re galantuomo. A chi credere?

Forse Cavour si opporrà a Garibaldi, che vuol salire sol Quirinale? Non è possibile, giacche nel suo Memorandum chiama il Garibaldi un illustre guerriero, che merita la sua ammirazione, e le cui imprese «ricordano ciò che la poesia e la storia raccontano di più sorprendente

Dunque conquistate le Marche e l'Umbria, Cavour e Garibaldi s'incammineranno sul Quirinale. E per verità le ragioni che adducono a giustificare l'invasione delle provincie, servono anche per l'invasione della capitale degli Stati Pontificii.

Se le truppe del generale Lamoricière in Ancona costituiscono un intervento straniero, non saranno uno straniero intervento le truppe francesi in Roma? Se il Piemonte ha diritto e dovere di andar a liberare i popoli delle Marche e dell'Umbria, acciocché possano emettere i loro voti, non potrà e dovrà fare altrettanto coi Romani? Se dee vendicare le stragi di Perugia, non saprà trovare altre stragi da vendicare sul Tevere?

Il Memorandum del conte di Cavour o non prova nulla, o prova che anche Roma, anche il Quirinale dee essere tolto al Papa. Così l'intende Garibaldi, ed almeno è logico, almeno è sincero. Egli non conosce la vigliacca ipocrisia di Cavour, che spogliando il Papa della sua porpora, lo saluta il Padre augusto e venerabile di tutti i cattolici!

DOCUMENTI DELLA GUERRA CONTRO IL PAPA

Leggiamo nel Giornale di Roma del 20 di settembre: «A Monsignor ministro dell'armi pervenne ieri a sera il seguente dispaccio datato da Pontecorvo nel mattino dello stesso giorno 49 settembre.

«Monsignore,

«Ieri a un'ora dopo mezzodì Pontecorvo fu occupato dalle troppe di Sua Santità dopo una marcia forzata e senza seria resistenza da parte degli invasori. I quattrocento miserabili soldati dell'insurrezione fuggirono al secondo colpo di cannone spaventati dall'attacco vivissimo della mia testa di colonna dopo avere tirato tre colpi di fucile.

«Disgraziatamente la stanchezza della mia gendarmeria a cavallo non mi ha permesso d'inseguirli: coloro passarono il ponte sul Garigliano prima che una sezione di gendarmeria a piedi che io mandai a guardare il passo vi fosse per venuta.

 Le autorità pontificie sono state immediatamente ristabilite, come del pari gli stemmi di S. S. Tutti hanno fatto il loro dovere, ed il morale del mio distaccamento si conserva nel grado il più soddisfacente. Avrò l'onore di dirigere a V. E. il mio rapporto ufficiale dettagliato.

«È mio solo dispiacere, e le truppe lo dividono con me, che gl'invasori non siensi meglio difesi. La compagnia di gendarmeria a piedi Carrara è al di sopra di ogni elogio, e questo officiale merita ogni considerazione.

«L'effetto morale nel paese è stato grandissimo, e le popolazioni in generale soddisfattissime.

«Sonovi però molti ladri che infestano la campagna, e sono individui fuggiti dalle bande garibaldiane.

«Prego, ecc.

«Firmato: Colonnello Montillier

«Capo di Stato Maggiore Generale».

«La stessa E. S. Monsignor proministro delle armi ha ricevuto la seguente comunicazione:

«Gabinetto del Generale Comandante in capo.

«il 13 settembre 1860.

«Monsignore,

«Come io lo temeva ieri, le nostre comunicazioni telegrafiche con Foligno sono interrotte, e credo che il corriere che passerà questa sera sarà egli stesso arrestato e spogliato de'  suoi dispacci nello stesso luogo. Prendo dunque il partito d'inviarvi la presente per un mezzo che il latore di essa v'indicherà.

«Nel momento, teco qual è la nostra situazione: i Piemontesi hanno occupato questa mattina Jesi per farvi fare un pronunciamento. Ignoro il loro numero su tal punto.

«Secondo i dispacci di Ancona (ove i nostri dispacci elettrici vanno ancora) la loro massa sembrava essere concentrata a Scnigaglia cogli avamposti a Fiumesino per impedirci di ritirarne le farine.

«Il nemico sparge la voce che la città sarà bloccata per mare; le squadre di Napoli e del Piemonte si riunirebbero a questo fine; i legni francesi potranno passare fino a dichiarazione di blocco effettivo, più tardi no, a meno che la Francia non impieghi la sua marina per opporsi al blocco.

«Noi siamo giunti ieri da Serravalle qui, la truppa ha percorso 40 miglia in 22 ore. Pimodan mi raggiungerà domani mattina. Io non vi parlo de'  miei progetti, non sapendo quale sarà la sorte di questa lettera.

«Nella montagna d'Ascoli noi abbiamo molti volontari organizzati; Chevigné, da cui ho ricevuto ieri sera un dispaccio, farà di tutto per difendere la città contro le bande assai numerose che si formano sul territorio napoletano, e se sarà forzalo a ritirarsi, si dirigerà verso la montagna, i di cui abitanti si dicono inespugnabili e sono benissimo animati per la causa del Santo Padre.

«In tutto ciò che qui accade, vi è un fatto importantissimo da far rimarcare, ed è che i pronunciamenti non si verificano che a misura dell'arrivo delle truppe piemontesi, senza la presenza delle quali niente sarebbe avvenuto.

«Non avendo alcuna notizia di quanto accade nelle vostre parti, io non ve ne parlo punto, mentre non potrei che darvi delle indicazioni senza rapporto collo stato delle cose.

«Io spero che il generale de Govon, il quale non verrebbe che col permesso e coi mezzi di agire, non si limiterà a difendere le mura di Roma e il patri monto, e che impedirà per lo meno l'invasione dalla parte di Napoli e quella dalla vallata di Orvieto. I Francesi avendo occupato quest'ultima città undici anni addietro, non faranno difficoltà di ritornarvi, e se volessero mettere subito guarnigione a Viterbo, Velletri e Orvieto, sarebbe pur qualche cosa.

«L'Imperatore finirà coll'offendersi nel vedere che i Piemontesi non fanno alcun conto delle sue rimostranze.

«Il Generale in capo de Làmoriciere».

 Notizie pervenute da Rieti ci fanno conoscere come la tranquillità pubblica non fu in quella città turbata che per brevissimo istante e senza produrre il benché minimo sinistro.

«Ecco come i fatti si passarono:

«Nelle ore pomeridiane del giorno 48 dalla vicina Città Ducale del Regno di Napoli arrivò' a Rieti una frotta di guardie così dette nazionali, che, avendo inalberata una bandiera tricolore, scorrazzavano per Rieti, accogliendo dietro a sé alcuni individui dell'infima plebe, gridando voci sediziose.

«La città trovavasi sfornita di truppe regolari: laonde a tranquillare i timori destatisi dall'improvvisa invasione nei pacifici cittadini, Monsignor Delegato Apostolico riputò spediente di fare organizzare una guardia di pubblica sicurezza, che si componesse di quanti individui fossero necessari perché uniti alla tenue forza governativa mantenessero l'ordine. Il che fu immediatamente eseguito, ponendosi la nuova guardia sotto la direzione dei più specchiati e probi della città.

«Venuta la sera, vedendo la così detta Guardia Nazionale di città Ducale che per essa era inutile lo scorrazzare Rieti, uscì di città, accompagnata da un'accozzaglia di ragazzume, che per soddisfare alla voglia di far baldoria andava gridando: Fuori i lumi», alle quali voci non essendosi da tutti, come accade, conosciuto il vero delle cose, alcuni lumicini qua e là furono per poco tempo posti alle finestre.

c Del rimanente null'altro accadde. Le autorità stettero e stanno al loro posto; non un nobile né un notabile borghese si unì a quei sciagurati venuti dal Regno: nessuno abbandonò le faccende, né del momentaneo trascorso si ba più vestigio.

«La gendarmeria, che raccoltasi in colonna era uscita prima dell'arrivo delle genti di città Ducale per guardare i luoghi destinati alla sua ispezione, e rientrata in Rieti, e ciò assicura meglio contro la rinnovazione di somiglianti tentativi.

«Ci è comunicata la seguente lettera di Pesaro in data del 13, scritta da un militare di quella guarnigione:

«Avrà sentita la nostra sorte; siamo prigionieri di guerra a discrezione del nemico. L'attacco cominciò con quattro batterie alle 3 pom. e durò sino alle 8. Ripigliò alle 4 ant. sino alle 9. Poi fecesi la resa al nemico infuriato che non Volle venire a patti. Aveva ordinato l'appressarsi di altre quattro batterie, per cui saremmo stati, dentro mezz'ora, sepolti dalle macerie o passati a fil di spada. Avemmo quattordici morti e ventidue feriti; tra'  primi il tenente Riccardi.

«Le bombe, i razzi, le palle grandinavano orribilmente. Il forte è tutto in isfacio. Ora ci mandano a piedi, dicono, ad Alessandria. Immagini la nostra condizione e quella delle famiglie. Questa notte si è dormito in terra senza paglia, esposti a tutte le intemperie, incerti della nostra sorte. Monsignor Delegato accompagnato da Simonetti è stato trasportato a Torino. Alla caserma ove io mi era stabilito, hanno portato via tutto. — Sono, ecc. ». Fin qui il Giornale di Roma.

DUE ORDINI DEL GIORNO

Pubblichiamo questi due documenti che debbono servire per la storia: «In 18 giorni voi avete battuto il nemico in campo, preso i forti di Pesaro, di Perugia, di Spoleto, di S. Leo, e la fortezza d'Ancona, a cui ebbe gloriosa parte il raro ardimento della nostra squadra.

L'armata del nemico, ad onta del suo valore, fu interamente sconfitta e prigioniera, meno un'accozzaglia di gendarmi e di fuggitivi di ogni lingua ed arma, raccolti da Monsignor Merode, che campeggiano ancora, ma per breve, nella Comarca di Velletri.

Io non so se più debba in voi ammirare il valore nei cimenti, la sofferenza delle marcie, o il contegno amoroso e disciplinato verso queste popolazioni che vi benedicono per averle liberate dal martirio e dall'umiliazione.

In nome di Vittorio Emanuele io vi ringrazio, e mentre la patria vi ricorderà con orgoglio, Sua Maestà compenserà largamente, come suole, coloro fra voi che ebbero l'occasione di maggiormente distinguersi.

Abbiatevi la viva riconoscenza da chi ha l'onore di comandarvi, e col cuore pieno di gioia ripetete con me: Viva il Re, Viva l'Italia!

Dato dal quartier generale d'Ancona, 29 di settembre 1860.

Il Comandante in capo, M. Fanti».

Ogni volta che avete sparato il cannone contro il nemico vi siete distinti. L'armata di terra vi guardava, volevate emularla.

Ho l'onore di dirvi che avete pienamente ottenuto il vostro intento. In meno di tre ore, con due Fregate e due Corvette, avete annientato tutte le fortezze che difendono Ancona dal lato di mare.  

Il generale Lamoricière mandò alla marina proposte di capitolazione. Il vostro ardire, la vostra perizia hanno sorpreso tutti. Il ministro della guerra, comandante generale, si degnava esternarmi la sua soddisfazione. Il generale Cialdini, alle cui mosse strategiche si deve il termine della guerra in sì breve tempo, mi mandava congratulazioni. Il generale Della Rocca, che prese i monti Pelago e Polito, vi complimentava.

Evviva dunque a vol. lo vi ringrazio, e di che cuore; voi che mi conoscete, ben lo sapete. Iddio vi benedica e benedica il nostro Re, primo affetto di ogni cuore italiano.

Evviva a Vittorio Emanuele!

Evviva all'Italia!

Il Comandante la squadra: C. di Persano.

Data da bordo della Maria Adelaide, addì 29 settembre 1860.

LA RESA D'ANCONA E LA GUERRA CONTRO IL PAPA

(Pubblicato il 2 ottobre 1860).

Ben capiscono i nostri lettori che in questi momenti non ci è dato di sfogare l'animo nostro, ed esprimere que' sensi che proviamo in cuore. Oltre ai pericoli legali che. di pendono dal fisco, riceviamo quotidianamente lettere anonime piene di furibonde minaccie, e n'abbiamo sul tavolo un grosso plico da serbarsi per documenti. Non ci fanno mica grande paura, ma ci avvertono che non godiamo piena libertà.

Ciò premesso, in occasione della resa d'Ancona ci contenteremo di riassumere la storia della guerra contro il Papa (1). La quale preparata di lunga mano, e, come dicono i giornali rivoluzionari, a Ciamberì, scoppiò il 7 di settembre colla Nota del conte di Cavour al Cardinale Antonelli, nella quale s'intimava al Papa di disarmare e sciogliere i corpi dei Cattolici accorsi in difesa del Padre comune.

Prima che la risposta del Cardinale fosse conosciuta, il nostro esercito entrava nelle Marche e nell'Umbria, e il gen. Cialdini, l'11 di settembre, dicea a'  suoi soldati: Vi conduco contro una masnada di briachi. — Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicarii.

Il 12, Cialdini assale Pesaro, dove non sono che 1200 soldati tutti Italiani. Que' briachi si difendono da valorosi; ma, soverchiati dal numero, si arrendono a discrezione dopo aver fatto soffrire molte perdite al Cialdini. Il delegato pontificio, Monsignor Bellà, viene imprigionato e mandato a Torino.

Lo stesso giorno, 12 settembre, un gran corpo d'esercito comandalo dal generale Fanti entra a Città di Castello dopo di averne atterrate le porte. Non vi sono a guardia che settanta gendarmi, i quali fanno fuoco e si difendono; ma in ultimo debbonsi arrendere, e vengono fatti prigionieri insieme col governatore.

Il 14 di settembre il generale Cialdini giunge a Sinigaglia, dove trova un piccolo corpo di Pontificii, lo vince, e lo f& prigioniero. Lo stesso giorno il generale Fanti entra in Perugia. Le poche truppe pontificie che v'erano in presidio si difesero ostinatamente, e la città fu presa dopo vivo combattimento di contrada in contrada. I Pontificii, non potendo più resistere, si ridussero nel forte, e sulla sera si arresero a discrezione. Vennero fatti 1600 prigionieri insieme col generale Schmidt. Perugia non fu presa senza perdite considerevoli dalla parte del generale Fanti.

Il 15 di settembre i Piemontesi occupavano Orvieto. Il 17 Cialdini piglia possesso delle formidabili posizioni di Torre d'Iesi, Osimo e Castelfidardo, e impedisce al generale comandante in capo le truppe Pontificie di entrare io Ancona. Lo stesso giorno la Rocca di Spoleto con soli 600 Pontificii di guarnigione è obbligata a capitolare. Si fa prigioniero anche il delegato Monsignor Pericoli.

Il 18 alle ore 10 del mattino Lamoricière assale il generale Cialdini a Castelfidardo. Il combattimento è breve, ma sanguinoso e violento; e la vittoria in ultimo resta ai grossi battaglioni. Il generale pontificio, marchese di Pimodan, muore gloriosamente; e il generale Lamoricière trova modo di entrare in Ancona per sostenere l'assedio e resistere fino all'ultimo.

Il 21 i generali Fanti, Della Rocca e Cialdini giungono a Loreto, e il 22 visitano il Santuario. Il dispaccio telegrafico non ci disse se ringraziassero Maria Santissima per le conseguite vittorie, e se facessero voto, come Vittorio Amedeo li, di alzare presso a Torino un'altra Soperga.

(1) Tutti questi particolari sono tolti dai dispacci piemontesi, non avendo noi avuto relazioni dai generali pontificii.

Il 24 le regie truppe sarde occupano il forte di S. Leo dopo che la guernigione Pontificia ebbe fatto molta resistenza, secondo che permetteva lo scarso numero de'  soldati.

Il 18 di settembre incominciava l'assedio d'Ancona. Presentavasi in quel giorno davanti a quella città la flotta sarda composta delle fregate ad elice Maria Adelaide, Vittorio Emanuele, Carlo Alberto, della fregata a vela San Michele, delle fregate a ruote Governolo e Costituzione, e della corvetta a ruote Monzambano. Il Papa non avea un burchiello da opporre alla flotta.

Fin da quel giorno cominciò il fuoco tra la batteria della piazza, detta la lanterna, e la flotta. Il 22 l'ammiraglio Persa no dichiarava officiai mente il blocco definitivo del porto d'Ancona. Il 23 la flotta sarda cannoneggiava vivamente le fortificazioni, che rispondevano con gran furia. Il 26 la brigata Bologna, e il 23° e 25° battaglione Bersaglieri prendevano d'assalto i forti Pelago e Pulito. Il 28 s'impossessavano del forte delle Grazie, trovando dappertutto accanita resistenza. Il 29, distrutte tutte le batterie del porto d'Ancona, il generale Lamoricière capitolava, e restava insieme colla guarnigione prigioniero di guerra.

Ecco in breve la storia della guerra contro il Papa, secondo i dispacci piemontesi. Ora sono da farsi poche e semplicissime osservazioni:

1° Accusavasi il governo Pontificio d'essere incapace a formarsi un esercito. E in poco tempo l'esercito Pontificio fu creato, nonostante le strettezze dell'erario e la perdita delle Romagne.

2° L'esercito del Papa non dovea servire per sostenere la guerra contro una Potenza qualunque, ma solamente per provvedere all'ordine interno, e far testa all'irrompente rivoluzione.

3° 11 governo Pontificio e il generale Lamoricière furono cólti all'improvviso, e non pensarono mai di dover sostenere una guerra contro la Sardegna, e di affrontare un esercito sei volte maggiore.

4° 11 governo Pontificio e il generale Lamoricière pensavano di dover sostenere un assalto Unicamente dalla parte di Garibaldi, e tutti gli apparecchi militari furono fatti per ciò. Mentre adunque si aspettava un assalto da una parte, eccolo improvvisamente partire dalla parte opposta.

5° Appena giunse a Roma l'Ultimatum piemontese, il duca di Gramont,

ambasciatore di Francia, assicurò il Santo Padre che i Piemontesi non si sarebbero inoltrati verso Ancona, e quest'assicurazione venne comunicata al generale Lamoricière, il quale perciò anche dopo l'invasione continuava a tenersi sicuro.

6° Dietro queste assicurazioni il generale Lamoricière non poté combinare anticipatamente il suo disegno di difesa, e non ebbe tempo a concentrare tutte le sue truppe per opporle all'inimico.

7° L'esercito Pontificio fu rotto alla spicciolata, e piccolo in sè di numero, si trovò necessariamente indebolito dall'essere stato sparpagliato qua e colà in pessime posizioni.

8° Nonostante tutto ciò i soldati del Papa disputarono palmo a palmo il terreno alle truppe piemontesi, che non poterono conquistare un luogo solo senza un combattimento.

9° Chi s'intende di cose militari dovrà riconoscere che i Pontificii si comportarono in questa campagna da eroi, e non mancano alcuni tra'  giornali rivoluzionari di rendere loro fin d'ora quest'onore.

10° La guerra contro il Papa fu guerra di Cattolici contro il Capo della Chiesa, fu guerra di Italiani contro un esercito composto per cinque sesti di truppe italiane.

LA RESA D'ANCONA E I GIORNALI

I diarii di Parigi del 1° di ottobre ci recano i sentimenti che destarono nella Francia cattolica le notizie della caduta d'Ancona. «Ancona è caduta! esclama l'Union. Le fortificazioni non erano ancora terminate; la piazza non era armata che imperfettamente; il presidio contava appena alcune migliaia di soldati. Tuttavia, sotto l'intrepido generale che la comandava, essa poté resistere per dieci giorni ad un esercito di 35,000 uomini sostenuto da diedi vascelli

La Porta Pia, presa e ripresa cinque volte da un pugno di bravi, bastava per la gloria di quest'ammirabile difesa. Tuttavia il generale Lamoricière e la sua valorosa truppa non se ne contentarono. Essi non consentirono a capitolare che dopo di aver perduto l'ultimo loro cannone».

«Ed oggidì, segue a dire l'Union, Pio IX non ha più né esercito, né fortezze, né provincie. Gli fu tolta la sua autorità, i suoi sudditi, il suo territorio. Dalle finestre del suo palazzo può vedere i fuochi dei bivacchi piemontesi, può udire i canti di trionfo dei soldati di Vittorio Emanuele!».

Le Monde scrive: «Ancona ha capitolato. Ciò si aspettava; e l'indifferenza dell'Europa cristiana non lasciava che presagire la sorte degli eroici difensori d'Ancona. Alcune migliaia di persone abbandonarono le loro famiglie, ed accorsero in difesa del Padre comune dei fedeli. che importa ch'essi sieno stati vinti? Hanno dato la loro vita; e che cosa potevano fare di più?».

La Patrie dichiara, dietro le sue corrispondenze, che Ancona venne difesa con un ammirabile coraggio fino all'ultimo. Gli assediati non avevano in tutto che centoventi pezzi in batteria, perché l'armamento non era ancora terminato, quando i Piemontesi cominciarono l'assalto. Lamoricière non si arrese se non quando fu smontato l'ultimo suo cannone.

L'amì de la Religion scrive: «Ancona si è arresa il 29. di settembre dopo dieci giorni di un assedio eroicamente sostenuto contro forze dieci volte maggiori e mezzi materiali potentissimi. La flotta sarda, come confessa la Gazzetta Ufficiale Piemontese, ha dovuto soffrirne assai per l'intrepida resistenza della piazza.

La Gazzetta d'Elberfeld assicura che i Prussiani stabiliti in Ancona, dove possedevano beni d'un valore considerevole, invocarono la protezione del loro governo per la riparazione dei danni cagionati alle loro proprietà dal bombardamento.

STORIA DEL BOMBARDAMENTO D'ANCONA

avvenuto nel settembre del 1860 per opera della flotta sarda, essendo ministri in Piemonte il romagnolo Farini ed il piemontese Cavour

La R. squadra, composta delle fregate ad elice Maria Adelaide (con bandiera del viceammiraglio conte di Persano, comandante cav. Riccardi), Vittorio Emanuele (comandante conte Albini), Carlo Alberto (comandante cavaliere Mantice), della fregata a vela San Michele (comandante cavaliere Provana), delle fregate a a ruote Governalo (comandante marchese d'Aste) e Costituzione (comandante cavaliere Wright) e della corvetta a ruote Monzambano (comandante cavaliere di Monale), presentavasi il 18 corrente innanzi ad Ancona.

La batteria della piazza, detta della Lanterna, le faceva improvvisamente fuoco addosso, quantunque, dice la nostra Gazzetta Ufficiale del 28 settembre, le R. navi non si trovassero quasi a tiro. Successivamente le batterie tutte della città rivolte al mare (Monte Murano, Cappuccini e Monte Gardetto) aprirono un fuoco vivissimo.

Fu tarda, ma formidabile la risposta della squadra regia: la batteria di Monte Murano ne andò assai malconcia, vi furono smontati tre cannoni, uccisi quattro artiglieri e feriti molti. Quella dei Cappuccini ebbe un cannone imboccato: ivi e a Monte Gardetto le nostre granate uccisero molti nemici: tutte le fortificazioni soffrirono danni gravissimi, tanto che, cessato il fuoco, fu necessaria l'opera di tutti i forzati del bagno d'Ancona, di molti campagnuoli requisiti e di soldati per restaurarle alla meglio.

Questo splendido successo, dice la Gazzetta Ufficiale, è dovuto non tanto alla potenza delle artiglierie della squadra, quanto alla giustezza c|ei tiri, alla perizia ed al sangue freddo dei nostri marinai. Nessuna fra le navi toccò danni di qual che rilievo. Persone tutte incolumi.

Per mala sorte, alcuni proiettili andarono a colpire in città, e ne furono morte due donne ed un fanciullo I Lo sventurato caso grandemente affliggeva l'ammiraglio Persano, dice la Gazzetta Ufficiale, il quale tosto ordinò si ponesse per l'avvenire ogni studio ad evitare che si rinnovasse, amando meglio mettere le navi a maggior pericolo, col non battere certi punti fortificati in prossimità delle case, anziché porre a repentaglio la vita dei cittadini che, dice la Gazzetta Ufficiale, affrettano coi più fervidi voti l'ora del nostro trionfo come osserva la Gazzetta Ufficiale.

II 20 corr. i regii piroscafi da trasporto Dora, Tamaro, Conte Cavour (aggregato), e il brigantino-gabarra Azzardoso, carichi tutti di munizioni da guerra e da bocca, e di carbon fossile, raggiungevano la squadra. Il 22 l'ammiraglio Persano dichiarava ufficialmente il blocco definitivo del porto d'Ancona.

Il 23, onde appoggiare le operazioni dell'esercito, i legni della squadra cannoneggiarono vivamente le alture di Monte Pelago, Monte Pulito e il Gardetto. Rispose la piazza con sì gran furia che una pioggia di bombe e di palle cadeva incessantemente sopra le navi: il solo Curio Alberto ebbe 40 proiettili nel corpo del bastimento.

Tuttavolta le nostre perdite si limitarono ad un morto a bordo del Vittorio Emanuele, ed a cinque feriti fra le diverse navi: né molto gravi furono le avarie negli scafi e nelle alberature. Ammirabile fu il contegno degli equipaggi, i quali, anziché ad una pugna, sarebbesi credulo assistessero ad una festa, come dice la Gazzetta Ufficiale.

Il 24 a sera sette barcaccie della squadra armate in guerra, sotto il comando del capitano di corvetta, cavaliere Cernili, si avvicinarono al porto, rimorchiate dal Monzambano: misero in grande allarme la piazza, e cagionato non lieve danno alle difese del porto, si ritrassero sotto un fuoco violento. Fuvvi un solo ferito, il sottotenente di vascello, signor Carchidio.

Or tutti, dice la Gazzetta Ufficiale, a bordo della squadra reale, anelano al momento di venire all'azione decisiva, e a giudicarne dall'ardore che li anima, è certo che si copriranno di nuova gloria. Così la Gazzetta Ufficiale del 28 di settembre.

ALLOCUZIONE DEL SS. N. S. PER DIVINA PROVVIDENZA PIO PAPA IX

TENUTA NEL CONCISTORO SEGRETO DEL 28 SETTEMBRE 1860

(Pubblicato il 7 ottobre 1860).

Venerabili Fratelli,

Siamo nuovamente costretti, o Venerabili Fratelli, a deplorare con incredibile dolore o piuttosto angoscia dell'animo Nostro, ed a detestare i nuovi e fino 21 a questo dì inauditi attentati, commessi dal governo subalpino contro di Noi e di questa Sede Apostolica e della Chiesa cattolica. Questo governo, come sapete, abusando della vittoria che coll'aiuto di una grande e bellicosa nazione riportò da una funestissima guerra, dilatando per l'Italia il suo regno contro ogni di ritto divino ed umano, sommossi a ribellione i popoli e cacciati per somma ingiustizia dal loro dominio i legittimi Principi, invase ed usurpò con ardimento iniquissimo e al tutto sacrilego alcune provincie del Nostro Stato Pontificio nell'Emilia. Ora mentre tutto il mondo cattolico, rispondendo alle Nostre giustissime e gravissime querele, non cessa di gridare altamente contro quest'empia usurpazione, il medesimo governo determinò di impadronirsi delle altre provincie di questa S. Sede, poste nel Piceno, nell'Umbria e nel Patrimonio. Ma vedendo che i popoli di quelle provincie godevano perfetta tranquillità, ed erano a Noi fedelmente congiunti, nè per danaro largamente profuso, né con altre arti mal vage si potevano alienare e divellere dal civile dominio di questa Santa Sede; per questo scatenò sopra le stesse provincie non solo bande di uomini scellerati, che vi eccitassero turbolenze e sedizione, ma eziandio il suo numeroso esercito, che le medesime provincie con impeto di guerra e colla forza dell'armi soggiogasse.

Voi ben conoscete, Venerabili Fratelli, l'impudente lettera che il governo subalpino scrisse in difesa del suo latrocinio al Nostro Cardinale segretario di Stato, nella quale non ebbe onta di annunziare, aver esso dato ordine alle sue truppe di occupare le predette Nostre provincie, se non venissero licenziati gli stranieri arruolati al Nostro piccolo esercito, che del resto era stato raccolto per tutelare la tranquillità dello Stato Pontificio e de'  suoi popoli. E non ignorate che le medesime provincie vennero invase dalle truppe subalpine quasi al tempo stesso che ricevevasi quella lettera.

Per fermo, niuno può non sentirai altamente commosso e preso da indignazione nel considerare le bugiarde accuse e le svariate calunnie e contumelie, colle quali l'anzidetto governo non si vergogna di coprire l'ostile ed empia sua aggressione, e d'investire il governo Nostro. E chi non si stupirà sommamente nel l'ascoltare che il Nostro governo viene ripreso per essersi al Nostro esercito ascritti degli stranieri, mentre tutti sanno non poterai negare a nessun legittimo governo il diritto di arruolar forestieri nelle proprie schiere? Il qual diritto con più forte ragione compete al governo Nostro e di questa Santa Sede; giacché il Romano Pontefice, essendo Padre comune di tutti i cattolici, non può non accogliere volentierissimamente tutti quei suoi figliuoli, i quali mossi da spirito di religione vogliono militare nelle schiere Pontificie e concorrere così alla difesa della Chiesa. E qui crediamo opportuno di osservare, che questo concorso di cattolici stranieri fu specialmente provocato dall'improbità di coloro che assalirono il civil Principato di questa Santa Sede. Imperocché niuno ignora da quanta indignazione e da quanto tutto l'universo orbe cattolico venne commosso, tostoché seppe che una così empia e così ingiusta aggressione era stata consumata contro il civile dominio di questa Sede Apostolica. Di che è avvenuto che moltissimi fedeli da varie regioni del mondo cristiano per proprio impulso e con somma alacrità sono insieme volati ai Nostri pontificii possedimenti, ed hanno dato il loro nome alla nostra milizia, affine di difendere valorosamente i dritti Nostri e di questa Santa Sede. Con singolare malignità poi il governo subalpino non si vergogna di dare con somma calunnia a questi nostri guerrieri la taccia di mercenarii, quando non pochi di essi, sì indigeni e sì stranieri, sono di nobile prosapia e cospicui per nome illustre di famiglia; e da solo amore di religione eccitati vollero, senza alcuno stipendio, militare nelle nostre schiere. Né è ignoto al subalpino governo con quanta fede ed integrità il Nostro esercito si comporti, mentre esso sa benissimo essere riuscite vane tutte le frodolenti arti da lui adoperate per corrompere le Nostre milizie. Né poi ci è ragione di soffermarci a confutare l'accusa di ferocia data improbamente al Nostro esercito, senza che i detrattori potessero recarne in prova niuno argomento; che anzi una tale accusa giustamente può ritorcersi contro di loro, secondoché manifestamente dimostrano i truculenti bandi dei generali di esso esercito subalpino.

Or qui conviene notare, come il Nostro governo punto non potesse sospettare di codesta ostile invasione; conciossiaché gli fosse dato per certo che le soldatesche del Piemonte avvicinavansi al nostro territorio non già per intendimento d'invaderlo, ma sì al contrario per tenerne lontane le masnade de'  sommovitori. Pertanto il supremo duce delle Nostre milizie non potea pur pensare di dover affrontare in battaglia l'esercito piemontese. Ma quando, fuor d'ogni aspettazione, essendosi le cose perversamente cangiate, conobbe lo irrompere nemico di quell'esercito, che certamente pel numero de'  combattenti e per la potenza dell'armi prevaleva moltissimo, tolse il provvido consiglio di ritirarsi in Ancona munita di fortezza, affinché i Nostri soldati non fossero esposti a così facile pericolo di soccombere. Ma essendogli tagliato il passo dalle schiere del nemico, fu costretto di venire alle mani per aprirsi il varco a viva forza con tutti i suoi.

Del resto, mentre tributiamo le meritate e dovute laudi al mentovalo condottiero supremo delle nostre milizie ed ai loro capitani e soldati, i quali assaliti improvvisamente e stretti d'ogni parte dal nemico, sebbene di numero e di forze molto disuguali, pure combatterono fortemente per la causa di Dio, della Chiesa e di questa Sede Apostolica, e della giustizia; appena possiamo frenare il pianto, sapendo quanti valorosi soldati e principalmente elettissimi giovani, che con animo veramente religioso e nobile erano accorsi a difendere il civile Principato della Chiesa Romana, furono spenti in questa ingiusta e crudele invasione. Sommamente ancora ci commove il tutto che se ne sparge nelle loro famiglie; e volesse Iddio che Noi potessimo colle Nostre parole asciugare quelle loro lagrime! Ci confidiamo però che debba tornare loro a non lieve consolazione e conforto l'onorevolissima menzione che degli estinti loro figliuoli e consanguinei Noi qui meritamente facciamo per l'esempio veramente splendido da loro dato con immortale gloria del loro nome, al mondo cristiano d'una esimia fedeltà, pietà ed amore verso di Noi e di questa Santa Sede. E certamente Ci confortiamo della speranza che tutti coloro, i quali incontrarono sì gloriosa morte per la causa della Chiesa, ottengano quella sempiterna pace e felicità che loro pregammo e non cesseremo mai di pregare da Dio Ottimo Massimo. E qui ancora ricordiamo con i dovuti economii i Nostri diletti figliuoli Presidi delle provincie, e specialmente quelli della Urbinate e Pesarese, e della Spoletina, i quali in queste tristissime vicende dei tempi satisfecero al loro ufficio con sollecitudine e costanza.

E così, Venerabili Fratelli, chi mai potrà tollerare la insigne impudenza ed ipocrisia, con la quale gl'iniquissimi assalitori non dubitano di affermare nei loro bandi, che eglino entrano nelle Nostre provincie e nelle altre dell'Italia, affine di ristabilirvi i principii dell'ordine morale? E ciò senza vergogna si afferma da tali, che rompendo già da lungo tempo una ferissima guerra alla Chiesa Cattolica, a'  suoi Ministri, ed alle sue cose, e in nessun conto avendo le ecclesiastiche leggi e le censure, sono stati osi di gettare nelle prigioni Cardinali della S. R. C. e Vescovi specchiatissimi e uomini commendevolissimi dell'uno e dell'altro Clero, di cacciare da'  proprii claustri famiglie religiose, di sperperare i beni della Chiesa e di soqquadrare il civile Principato di questa Santa Sede. Appunto i principii dell'ordine morale si ristabiliranno da coloro che aprono pubbliche scuole di ogni falsa dottrina, ed ancora pubbliche case di prostituzione (1); che con abbominandi scritti e spettacoli teatrali si argomentano di offendere e sbandeggiare la verecondia, la pudicizia, l'onestà e la virtù, e di schernire e sprezzare i Misteri, i Sacramenti, i precetti, le instituzioni, i sacri ministri, i riti, le cerimonie sacrosante della nostra divina Religione, di togliere dal mondo ogni ragione di giustizia, e di scrollare e rovesciare le fondamenta sì della religione come della civile società!

Pertanto in questa così ingiusta, così ostile ed orrenda aggressione ed occupazione del civile principato Nostro e di questa Santa Sede, perpetrala dal Re Subalpino e dal governo di lui contro tutte le leggi della giustizia e l'universale diritto delle genti, ben memori del Nostro uffizio, in questo Vostro amplissimo consesso e alla presenza di tutto l'orbe cattolico, di nuovo alziamo con veemenza la Nostra voce, e riproviamo e onninamente condanniamo tutti i nefandi e sacrileghi attentali del medesimo Re e Governo, e ne dichiariamo e decretiamo interamente nulli ed irriti tutti gli atti, e con tutta la possa ci richiamiamo e non mai cesseremo di richiamarci per l'integrità del civile Principato che possiede la Romana Chiesa e pe' diritti suoi che a tutti i cattolici appartengono.

Peraltro non possiamo dissimulare, Venerabili Fratelli, che Noi ci sentiamo opprimere da somma amarezza, perciò che in una aggressione tanto scellerata e da non mai esecrarsi abbastanza, per cagione di varie difficoltà insorte, ancora ci vediamo privi dell'altrui soccorso. Notissime a Voi sono per verità le iterate dichiarazioni fatte a Noi da uno dei più potenti Principi dell'Europa. Con tutto ciò, mentre già da un pezzo ne aspettiamo l'effetto, non possiamo non affliggerci e turbarci altamente in mirare che gli autori ed i fautori della nefanda usurpazione, con audacia ed isolenza persistono e progrediscono nel malvagio loro proponimento, quasi di certo confidino che niuno si opporrà loro effettivamente.

(1) Il ministro dell'interno del Piemonte, sotto la data del 20 di luglio 1855, ha visto ed approvato le istruzioni relative alla prostituzione, e il 1° di gennaio 1857 approvò un regolamento sulla prostituzione della città di Torino. Il Diritto lagnossi altamente dell'immoralità del regolamento, il Courier des Alpes sfolgorò lo stabilimento in Savoia delle case di prostituzione, malgrado la querela dei cittadini onesti di Ciamberì; e quel tribunale di prima cognizione, con sentenza del 31 di luglio 1857, riparò allo scandalo ministeriale. Vedi ciò che fu scritto intorno a ciò dal conte Solaro della margherita nel suo Discorso secondo alla Nazione, pag. 6, e dall'Armonia nel N° 249 del 29 di ottobre 1857 (Nota della Redax. ).

E questa perversità è giunta a tal segno, che, spinte le forze ostili dell'esercito piemontese fin quasi sotto le mura di quest'alma nostra città, è rimasta intralciata ogni comunicazione, i pubblici e i privati interessi sono posti a pericolo, sono interchiuse le vie, c, ciò che è gravissimo, i) Sommo Pontefice di tutta la Chiesa è ridotto in una penosa difficoltà di provvedere, secondoché conviene, ai negozii della Chiesa medesima, stanteché si è oltremodo ristretta la via di comunicare con le varie parti dell'orbe. Per lo che in tante Nostre angustie, ed in così grande estremo di cose, facilmente intendete, Venerabili Fratelli, che Noi oramai siamo spinti quasi da una trista necessità a dovere, ancorché mal nostro grado, prendere consiglio opportuno per guarentire la Nostra dignità.

Frattanto non possiamo astenerci dal deplorare, oltre agli altri, quel funesto e pernicioso principio, che chiamano di Non Intervento, da certi governi poco tempo fa, tollerandolo gli altri, proclamato ed usato ancora quando si tratti dell'ingiusta aggressione di qualche governo contro un altro: cotalché par che sì voglia onestare, contro le umane e divine leggi, una tal come impunità e licenza di assalire e manomettere gli altrui diritti, le proprietà e i dominii stessi, conforme vediamo accadere in questa età luttuosa. Ed è veramente cosa da stupire, che al solo governo piemontese sia lecito di violare impunemente un tal principio e di averlo in ispregio, mentre scorgiamo che esso con le ostili sue schiere, guardandolo tutta Europa, negli altrui dominii irrompe, e da quelli caccia i legittimi Principi: dal che segue la perniciosa assurdità, che l'intervento altrui si ammetta allora solo che si deve eccitare e favorire la ribellione.

Quindi ci è offerta opportuna occasione di eccitare tutti i Principi d'Europa, affinché con tutta la sperimentata gravità e sapienza dello loro menti prendano seriamente a considerare quali e quanti mali siano accumulati nel detestabile fatto di cui parliamo. Imperocché si tratta di un'immane violazione, che nequitosamente fu commessa contro il comune diritto delle genti, sicché, dove questa non sia al tutto repressa, oggimai non potrà durar saldo, inconcusso e sicuro qualsiasi legittimo diritto. Trattasi del principio di ribellione, a cui il governo subalpino vergognosamente serve, e dal quale è facile ad intendere quanto pericolo di giorno in giorno si prepari a qualsiasi governo, e quanto danuo provenga a tutta la società civile, aprendosi per tal modo l'adito ad un fatale comunismo. Trattasi di solenni convenzioni violate, le quali come degli altri Principati in Europa, cosi ancora vogliono intatta e secura l'integrità del dominio pontificio. Trattasi della violenta distruzione di quel Principato, che per singolare consiglio della divina Provvidenza fu dato al Romano Pontefice, perché esercitasse con pienissima libertà l'Apostolico suo Ministero in tutta la Chiesa. La quale libertà senza dubbio deve stare sommamente a cuore di tutti i Principi, affinché il Pontefice stesso non soggiaccia all'impulso di veruna podestà civile, e sia cosi ugualmente provveduto alla spirituale tranquillità dei cattolici che vivono nei dominii dei medesimi Principi.

Debbono pertanto tutti i Principi sovrani essere persuasi che la nostra causa è intimamente congiunta con la loro, e che essi, recandoci il loro soccorso, provvederanno non meno alla salvezza dei loro che dei Nostri diritti. Perciò con somma fiducia li esortiamo e li scongiuriamo che ci vogliano porgere aiuto, ciascuno secondo la sua condizione ed opportunità. Non dubitiamo poi che massimamente i Principi e popoli cattolici non abbiano a congiungere con ogni ardore le cure e l'opera loro per affrettare di soccorrerci in tutti i modi, e proteggere e difendere, conforme al comune loro dovere, il Padre ed il Pastore di tutto il gregge cristiano oppugnato dalle armi parricide d'un figliuolo degenere.

Siccome poi anzitutto sapete, Venerabili Fratelli, clic ogni nostra speranza è da collocarsi in Dio, il quale ci è aiutatore e rifugio nelle tribolazioni Nostre; il quale ferisce e medica, percuote e sana, mortifica e vivifica, conduce agli abissi ed indi ne ritorna alla luce; così in ogni fede ed umiltà del cuor Nostro non tralasciamo di spargere continue e ferventissime orazioni a Lui, valendoci primieramente dell'efficacissimo patrocinio (dell'Immacolata e Santissima Vergine Maria madre di Dio e del suffragio dei Beati Pietro e Paolo, affinché usando la potenza del suo braccio conquida la superbia dei nemici suoi, ed espugni i Nostri impugnatori, ed umilii ed abbatta tutti gli avversarli della sua santa Chiesa; e con l'onnipossente virtù della sua grazia faccia che i cuori di tutti i prevaricatori rinsaviscano, e che della loro desideratissima conversione la santa Madre Chiesa quanto prima si rallegri.

I TRIONFI DELLA LEGISLAZIONE PONTIFICIA

(Pubblicato li 25 e 26 ottobre 1860).

I.

Una delle più gravi e frequenti accuse che la rivoluzione soleva fare agli Stati del Papa si era quella di non avere Codici, e d'essere governati da tristissime leggi; di che la parola d'ordine di ogni sommossa era: Codice Napoleone. Gli insorti di Rimini nel 1845 domandavano il Codice Napoleone Luigi Bonaparte nella famosa lettera ad Edgardo Nev volea imporre al Papa il Codice Napoleone; il conte di Cavour e il marchese Villamarina strepitavano nel 1856 davanti il Congresso di Parigi per l'introduzione negli Stati Romani del Codice Napoleone, e finalmente l'eccelso Dittatore Farini, per festeggiare il Bonaparte nel 1859, decretò che il Codice Napoleone sarebbe applicato alle Romagne.

Ma quando si venne a studiare davvero la legislazione Pontificia, che prima non si conosceva né punto, né fiore: quando si stabilirono confronti tra le sue disposizioni, e le disposizioni di altri Codici; quando si vollero governare le Romagne in guisa ch'esse non si avessero a dolere del governo, né fossero tentate a sospirare l'antico, oh, allora s'andò ben a rilento nell'abolire la legislazione Pontificia, ed anzi si confessarono apertamente i suoi benefizi, donde agli occhi degli imparziali il Papa apparve vincitore di tutti i suoi calunniatori.

I trionfi della legislazione Pontificia consistono nei bellissimi encomii che né fece uno dei primi avvocati della Francia, il sig. Sauzet, dopo di averla attentamente studiata; —Consistono nelle severissime critiche che si scrissero dallo stesso signor Sauzet del Codice Napoleone che volea contrapporsi alle leggi del Papa, e nella riconosciuta necessità della revisione di questo Codice medesimo; — Consistono negli appunti gravissimi che i membri della Camera sedicente rivoluzionaria fecero al Codice Piemontese riformato dai liberali;—Consistono nella natura stessa delle accuse che si poterono lanciare contro la legislazione Pontificia quando giunse il momento di non criticarla con semplici generalità, ma scendendo ai particolari; — Consistono finalmente nelle difese che della legislazione e procedura vigente negli stati del Papa furono costretti a prendere i suoi medesimi nemici.

Confortiamo di prove tutti questi punti, incominciando a favellare del bellissimo lavoro del sig. Paolo Sauzet (1). Il quale osserva che «dietro al Codice Napoleone a Roma, come dietro al suffragio universale in Italia si nascondono le aspirazioni e gli stratagemmi del genio rivoluzionario». E per dimostrarlo entra a confrontare il Codice Napoleone e la legislazione Pontificia: «L'uno, dice, fu lo studio di tutta la mia vita; l'altra fu l'occupazione costante del mio lungo soggiorno in Italia».

E dapprima qual è la legislazione Pontificia? Il diritto che regge Roma oggidì è semplicemente il diritto Romano. Sì, il diritto Romano, come vive nelle immortali raccolte che ne formarono la grandezza, e quale bastò per governare da tanti secoli tutte le società europee. Il commercio negli Stati Romani è governato da un Codice speciale conforme sottosopra al francese ed a quelli degli altri popoli. Imperocché le leggi commerciali dappertutto si rassomigliano, e destinate a proteggere gli scambi e le transazioni tra popolo e popolo, appartengono più di tutte le altre agli immutabili principii del diritto delle genti.

L'istruttoria criminale e il diritto penale vennero regolati con Codici da Papa Gregorio XVI, Codici che in questi ultimi anni furono perfezionati con una nuova revisione maturamente elaborata sia nel Consiglio di Stato, sia nel Consiglio dei ministri, revisione che stava per ricevere la sanzione sovrana quando soppragginnse la rivolta, questa grande nemica del bene del popoli, e delle vere e desiderabili riforme.

Esisteva adunque negli Stati Pontificii una legislazione regolare fondata su basi piantate dall'equità, e che furono rispettate da tutti i secoli. S'era ben lungi a Roma, osserva il sig. Sauzet, da quella confusione legislativa, con cui la Gran Bretagna ammucchia gli Statuti di tutti i suoi tempi, promulgando sempre, e non abrogando giammai; conservando insieme le carte dei Plantageneti, i decreti d'Elisabetta e le ordinanze della regina Vittoria.

Sorse la rivoluzione e gridò: Il Codice Napoleone a Roma!—Va bene. Ma qual è questo Codice che si vuole imporre al Papa? È quello del primo Impero promulgato nel 1804, oppure quello che regge presentemente la Francia? Imperocché tra l'uno e l'altro corre un'enorme differenza, essendo stato il primo energicamente riformato, anzi radicalmente trasformato con grande soddisfazione dei savii e sincerissimi applausi dei popoli.

Luigi Bonaparte quando scriveva se Edgardo Ney per imporre al Papa colle baionette il Codice Napoleone, quando l'eccelso Farini nel 1859 decretava che questo Codice sarebbe stato applicato alle Romagne, non potevano intendere del vero Codice Napoleone. Esso non esiste più in Francia, e la Francia noi saprebbe più tollerare. Come mai vorrebbe impiantarsi negli Stati Pontificii la morte civile, la confisca, il divorzio?

Dunque intendevano parlare del nuovo Codice radicalmente riformato, che vige presentemente in Francia. Ma quel Luigi Bonaparte, che volea regalarlo ai Romani fin dal 1849, lo riformava continuamente, e non passò una sessione del Corpo legislativo senza che gli proponesse qualche riforma sostanziale. Ne riconobbe perciò le gravi imperfezioni. E come mai Pio IX poteva accettarle ed applicarle ai suoi popoli?

Nel Codice Napoleone, come in tutte le legislazioni, vi sono due parti distintissime: la fondamentale e permanente, l'accidentale e mobile. La prima non è che la riproduzione del diritto delle genti, di quella legge di natura insita non scripta. Il titolo delle obbligazioni, quelli che trattano dell'usufrutto, della prescrizione, delle servitù e di tutti i contratti, e tutti quegli altri titoli che si riferiscono alla parte immutabile delle leggi, sapete dove li ha tolti il Codice Napoleone? Li ha tolti di pianta dal diritto Romano.

Ma è forse questa parte del Codice Napoleone che volea impiantarsi negli Stati Papali? Essa v'è da secoli secoli. Napoleone come tutta l'Europa l'hanno presa in Roma. E gli italianissimi pretendevano di recare all'Italia questo bell'onore che pigliasse dallo straniero ciò che era suo? Ma Pio IX conobbe un po' meglio e sostenne la dignità e la gloria d'Italia. Non volle accondiscendere che si fìngesse trasportato dalla Francia in Roma ciò che da Roma era stato trasferito alla Francia. Uno dei grandi benefizi resi dai Papi all'Italia ed all'Europa si è la conservazione dei principii del diritto Romano, fecondati tuttavia dalle decisioni della Rota, la cui autorità fe' per lungo tempo legge in Europa, e clic viene ancora riconosciuta oggidì come un inseparabile commentario del medesimo diritto Romano.

(1) Rome devant l'Europe, deuxième Édition, Paris, 1860. La seconda parte di questo libro è intitolata: Il Codice Napoleone e le Leggi Romane. Tale trattazione si stende da pagina 153 a pag. 278. Ne raccomandiamo la lettura a tutti i nostri avvocati, e principalmente all'avvocato Cassini».

Questi principii non sussistono in Roma sotto la forma di Codice. Ma che importa? Che vantaggio deriva dall'essere raccolti in libro e divisi in tanti articoli? È cosa di pura torma, e i giureconsulti disputano tuttavia sui vantaggi della codificazione. Comunque sia, Pio IX sarebbe assai condiscendente se non si volesse da lui che la riunione in un Codice dei grandi principii legislativi che governarono da tanto tempo i suoi popoli.

Oltre la parte immutabile e permanente esiste nel Codice Napoleone, come in tutti gli altri Codici, uns parte accidentale e propria del popolo a cui venne applicato. E questa non potea trasferirsi negli Stati Papali per molte ragioni. Dapprima il Codice Napoleone si risente dei tempi che lo produssero, ed è una transizione tra l'antico diritto monarchico e il nuovo diritta rivoluzionario. Di poi v'ha una grande diversità tra il carattere e le abitudini del popolo francese e del popolo romano, e ciò che è buono pel primo può riuscire fatale al secondo. Finalmente nella legislazione Pontificia v'ha una parte così buona, e tanto egregia, che la Francia dovrebbe toglierla da Roma, non Roma dalla Francia, come prova il sig. Sauzet, e diremo un'altra volta.

II.

Non sappiamo che alle leggi civili o penali che regolavano e regolano gli Stati Pontificii si muovesse mai verun serio appunto, uscendo dalle generalità, e ci tendone le disposizioni. Invece ciò Tu fatto riguardo alla procedura Pontificia nella nostra Camera dei deputati, tornata del 18 d'ottobre 1860. Nella quale il ministro di grazia e giustizia, avvocato Cassinis, perorando affinché fosse in. tradotto in Romagna il Codice di procedura civile vigente in Piemonte, erasi visto costretto a dire quali fossero i difetti della procedura Pontificia, che si volea abrogare. G il ministero a forza di cercare e ricercare non seppe addurne che tre.

1 Difetto. «La legge non dà iniziativa ai giudici (1), ma lascia tutto in arbitrio dei litiganti. Quindi, la lite può rimanere stazionaria per molto tempo. Questo primo difetto non è che un gran rispetto al diritto ed alla libertà individuale, diritto e libertà che il Codice. Sardo misconosce, perché cammina con pregiudizio gravissimo delle parti e con sacrifizi gravissimi delle guarentigie costituzionali», come dichiarò il deputato Bernardi.

E poniamo pure che dalla piena libertà che lascia alle parti il Codice Pontificio potesse derivarne qualche sconcio, qual è la più santa disposizione di legge di cui non si possa abusare? State a sentire che cosa diceva il deputato Bernardi del Codice di procedura sardo che voleasi regalare agli stati del Papa. «Volete un'idea più precisa di questo Codice? Ebbene figuratevi, per esempio, un povero operaio che voglia chiedere il fatto suo ad un ingiusto padrone, che chieda il frutto dei suoi sudori per sostentare la sua famiglia; lo farà citare: se il padrone interviene nel giudicio, in pochi giorni sarà condannato, potendo la sentenza dichiararsi esecutoria nonostante appello; ma se rendesi contumace, allora ha un mese di tempo per far opposizione alla sentenza! (Movimento). Ed in questo mese il povero operaio deve consumare altra parte del fatto suo per vivere. Ora io domando se questo esempio semplicissimo non dimostri quanti inconvenienti rechi questa procedura, la quale toglie ogni mezzo più facile in tali giudizi.

E il deputato continuava enumerando altri inconvenienti gravissimi conchiudendo: «Sono innumerevoli gli inconvenienti di questo Codice». E il Codice fu fatto dai liberaloni, fu fatto da coloro che denigravano continuamente la legislazione Pontificia!

Difetto. Il secondo difetto che il ministro Cassinis seppe trovare nella procedura Pontificia è il sistema degli opinamenti. Sentitelo come egli ne parli: e V'ha un'altra cosa ancora che, debbo dirlo, mi fa molta meraviglia in codesta procedura, ed & il sistema degli opinamenti. Il tribunale si raduna, le parti si presentano, gli avvocati disputano la causa, il tribunale decide. Quando questi ba deciso, si comunica alle parti la sentenza; esse l'esaminano: all'una naturalmente piace la decisione, all'altra no; allora si è compreso il sentimento, l'opinione del giudice perché si ha la sentenza: ebbene si disputa nuovamente, le parti tornano, gli avvocati ricompaiono dinanzi ai giudici, disputano l'uno sostenendo l'opinamento e l'altro combattendolo; il tribunale finalmente pronunzia di bel nuovo».

Anche questo pare piuttosto un merito che un difetto della procedura Pontificia, e molti e molti litiganti piemontesi avrebbero desiderato cotesto sistema.

Il deputato Sineo, avvocato liberalissimo, ne pigliò le difese nei seguenti termini: «Il guardasigilli aveva citalo, come uno degl'incovenienti nelle provincie bolognesi, l'opinamento. Io veramente credo che, considerato in sé, quell'opinamento non è ami che l'applicazione di principii mollo savii, che io desidererei poterei introdurre in modo pratico anche nelle altre provincie. L'opinamento non è che un omaggio reso alla giustizia, all'imparzialità dei giudici. I giudici stessi, dopo aver formulata la loro sentenza, la sottopongono al sindacato delle parti, e dal nuovo contrasto che nasce nella libera discussione di questo primo opinamento, sorge la verità».

Difetto. Finalmente un terzo ed orribile difetto scoperto dal ministro Cassinis nella procedura Pontificia è questo, che v'hanno due turni di giudici, e sta alle parti di indicare quale sia la classe, che essi intendono scegliere, e dalla quale intendono essere giudicati». Che ve ne sembra? Noi ne appelliamo a tutti i litiganti: dicano essi se non desidererebbero di poter scegliere i loro giudici? Dicano se non era provido e abbastanza liberale quel governo, che lasciava in loro arbitrio eleggere da chi intendono essere giudicati? Dicano se era savio e giusto strepitare tanto contro il gorerno clericale e intraprendere la rivoluzione delle Romagne e l'invasione delle Marche per correggere questa tirannia di nuovo genere!

I deputati dell'Emilia, crema di rivoluzionari e nimicissimi del Papa, tuttavia presero le difese della legislazione Pontificia in confronto della subalpina.

(1) Tutte le citazioni delle parole dei Deputati sono tolte dalla relazione officiale della tornata dei 18 di ottobre 1860, N° 166, 167, da pag. 645 a pag. 649.

Il sig. Zanolini parlò così: «lo vi dirò, o signori, che nell'ultimo intervallo delle Sessioni parlamentari mi recai in Bologna, mia città natale, e procurai, per quanto era in me, di consultare l'opinione del paese, né solo i giurisperiti ed i magistrati, ma consultai precipuamente gli uomini d'affari e nomini d'ogni condizione su questo particolare. Non vi dirò già che in questo fosse uniforme l'opinione di tutti. E quando mai, nelle gravi quistioni, le opinioni riescono uniformi? Ma il maggior numero ricusava segnatamente il Codice di procedura civile e l'ordinamento giudiziario......

«Venni in Torino, interrogai uomini autorevoli, uomini riputatissimi, giurisperiti e non giurisperiti, ed intesi da tutti fare altrettante censure quante quelle che il nostro ministro Guardasigilli faceva al Codice di procedura delle Romagne. Io non entrerò, signori, in questa materia della bontà rispettiva dei Codici di procedura civile; altri dei miei compagni nella Commissione vi dimostreranno che non è poi cori pessimo il Codice o Regolamento di procedura civile delle Romagne».

Il deputato Borsari soggiunse: «Nè poi è vero che nelle Romagne 11 fondo della legislazione sia così cattivo come si pretende. Vi regge il diritto Romano, che è la fonte da cui hanno attinto tutte le legislazioni del mondo. Noi applichiamo il puro testo Romano con alcune modificazioni del diritto canonico, che vi ba portato non lievi miglioramenti».

Il deputato Regnoli fece l'elogio del sistema ipotecario vigente nelle Romagne, molto migliore del sistema introdotto in Piemonte dal Codice Albertino: «Questa, disse egli, è una delle parti migliori della nostra legislazione; così tra le altre cose vige in essa l'obbligo della trascrizione rimpetto ai terzi, base di un buon sistema ipotecario».

Sul quale argomento delle ipoteche si distende assai il signor Sauzet, e mostra quanti difetti avesse ii codice Napoleone, come la legge del 23 di marzo 1855 ne riparasse una parte, ma altri ancora ne reatino che invocano pronto rimedio; laddove «questo sistema è tutto ordinato nella legge in vigore a Roma. Le donne ed i minori hanno un'ipoteca legale. La legge esige assolutamente l'iscrizione per la validità dell'ipoteca, ma essa non ne incarica soltanto i mariti ed i tutori: ne impone l'obbligazione a'  pubblici officiali, che riuniscono la perfetta conoscenza dei fatti colla risponsabilità efficace delle condizioni. Così tutto è guarentito: la pubblicità, la protezione degl'incapaci, la sicurezza delle transazioni, l'inviolabilità del credito, e sopratutto la santità della fede pubblica (1)».

Il disegno d'introdurre negli Stati del Papa la legislazione Piemontese, sapete come venne definito dal deputato Fioruzzi? Uditelo dalla bocca medesima dell'oratore: e 11 vostro sistema mi rende immagine di quest'altro (permettetemi il paragone), che ad un tale, il quale alloggiasse abbastanza bene, ma potesse poi avere un alloggio migliore, ne proponeste intanto uno meno buono, e lo assoggettaste a tutte le spese e i danni del disloggiare, promettendogli domani un'abitazione pili comoda e più bella. Ma chi è che accetterà questo partito? Egli vi direbbe: lasciatemi tranquillo in casa mia. E così diciamo noi, o signori, poiché i rimedi che vi avete proposti, anziché far migliore la nostra condizione, per fermo la peggiorano».

Noi potremmo andare innanzi in 'queste citazioni: ma quanto ne abbiamo detto fin qui basta per mettere in chiaro qoesta grande vittoria conseguita dai Papa su suoi nemici e calunniatori riguardo alla legislazione Pontificia. Imperocché, chiamata ad un esame un po' serio, s'ebbe a riconoscere dagli stessi avversari molto migliore di quella che vigeva in Piemonte per opera degli italianissimi; e mentre nella Camera dei Deputati furono dette assurde le disposizioni dei Codici Piemontesi (2), nella Camera medesima da non sospetti oratori si dovettero celebrare le disposizioni de'  Codici Pontificii.

Tuttavia nella tornata notturna del 18 di ottobre la Camera dei Deputati decise che nelle Romagne sarebbe stato introdotto il Codice civile vigente in Piemonte ed anche il Codice di procedura «ad eccezione delle leggi relative al sistema ipotecario, pel quale rimarranno per ora in osservanza le leggi colà vigenti».

Ora volete sapere quale accoglienza fosse fatta nelle Romagne a questa decisione parlamentare? Vel dirà la seguente corrispondenza di Bologna, 21 ottobre 1800, ohe leggevasi nel Diritto del 24 di ottobre, N° 295:

» Fece impressione penosa il voto della Camera elettiva, che estende a queste provincie il Codice Albertino quale si trova. Il generale rimescolamento dei pubblici e privati interessi sarà l'effetto di questa intempestiva deliberazione. Gli avvocati e giudici più rispettabili sono dell'avviso, che il ministro di grazia e giustizia non darà effetto a questo voto, o troverà un temperamento di lui degno por sottrarci a questa calamità. Non potete immaginarvi il malumore, che seminerebbe l'esecuzione precipitata ed inopportuna del Codice Albertino, poiché necessariamente una quantità enorme d'interessi ne rimane scompigliata. La maggioranza del Parlamento ba espresso tale voto senza perfetta cognizione di causa. Si dice che quasi tutti i deputati dell'Emilia siano stati contro la risoluzione, e quelli che si additano per essersi pronunciati in favore del Codice Albertino per queste provincie non possono averlo fatto che per ignoranza ed iscienza».

(1) Rome devant l'Europe par M. Paul Sauzet. Seconda edizione, pag. 235.

(2) Il deputato Cavalieri, nella tornata del 16 di maggio 1860, fece la critica del Codice penale Piemontese raffazzonato nel 1859 dai liberali, e trovò che postergava i postulati della ragione e della giustizia universale — che conteneva assurdi unici in Europa — apriva l’adito a condanne d'innocenti ripugnava a tutti gli insegnamenti di tutte le scienze — era contrario a tutti i principii di legislazione e di ragion civile — contrario ad ogni principio di scienza morale (Atti Uff. della Camera, N° 25, 26, pag. 94, 95).

POTENZA DI NAPOLEONE III A VITERBO!

(Pubblicato il 14 ottobre 1860).

Spesse volte S. M. 1. Napoleone III si è lagnato per mezzo del Moniteur di Parigi, ed anche egli stesso ne' suoi discorsi d'aver voluto impedire la rivoluzione italiana, ma d'essere stato impotente ad opporvisi; laonde egli vincitore dapprima restò poi vinto in Italia.

Così questo caro Imperatore fu impotente ad effettuare la Ristorazione nei Ducati promessa a Villafranca; fu impotente ad ottenere che le Romagne tornassero sotto la paterna dominazione del Papa, in cui avea riconosciuto diritti incontestabili; fu impotente ad impedire la spedizione di Garibaldi in Sicilia, impotente ad impedire l'invasione delle Marche e dell'Umbria; impotentissimo poi ad impedire l'occupazione di Napoli per parte delle nostre truppe.

Eppure in mezzo a tanta impotenza eccovi comparire un punto luminoso, in cui splende di bellissima luce la potenza del Bonaparte. Ciò avviene a Viterbo negli Stati Pontificii, dove la rivoluzione piombata dal di fuori aveva fatto man bassa sull'autorità del Papa, sottratto il suo stemma dal palazzo delegatizione innalzato invece lo stemma sabaudo. Erasi esautorato l'antico Gonfaloniere, nominandosi in vece sua una Giunta municipale, la quale veniva riconosciuta dal governo piemontese, rappresentato in Viterbo dal duca Sforza commissario del Re.

Le cose andavano a Viterbo come in Ancona, in Macerata, in Spoleto, quando Napoleone III volle che Viterbo restasse al Papa, e la sua volontà fu potentissima nel fine, nei mezzi e nella esecuzione. In meno che noi noi scriviamo i rivoluzionari sfrattarono da quella città, che ritornò tosto sotto il dominio del Papa. È questo un fatto importantissimo, di cui la storia dee prendere nota, perché spiega altri fatti della stessa specie.

Ora badate come s'è regolato Napoleone III per non essere impotente a riconquistare Viterbo. Ha spedito ordine al generale Govon di mandare a Viterbo due battaglioni del 25° di linea e una sezione di due pezzi d'artiglieria; e gli uomini e i cannoni non erano ancora arrivati, che già lo stemma papale stava a suo posto.

Abbiamo detto testé che il Gonfaloniere non esisteva più a Viterbo, ma invece il governo piemontese per mezzo del Commissario del Re v'avea creato una sua Giunta municipale presieduta da certo Alessandro di Agostino Poli dori. Il generale Govon non tenne verun conto né della Giunta, né del Commissario del Re, ma scrisse al Gonfaloniere di Viterbo la seguente lettera:

Quartier generale di Roma, il 7 ottobre 1860.

Signor Gonfaloniere,

Ho l'onore di prevenirla che una colonna di truppe francesi, composta di due battaglioni del 25 di linea, di una sezione di due pezzi d'artiglieria e di 20 uomini di cavalleria, formante insieme un effettivo di 60 ufficiali, 4260 uomini e 70 cavalli, partiti da Roma il 9 ottobre mattina, ed alla destinazione di Viterbo, giungerà il giorno 11.

La prego di prendere le necessarie misure per assicurare l'alloggio degli ufficiali, degli uomini e de'  cavalli che fan parte di questo distaccamento.

Riceva, signor Gonfaloniere, l'assicurazione della mia distinta considerazione.

Il Generale Comandante in capo le truppe francesi d'occupazione

in Italia, Aiutante di campo dell'Imperatore

G. Goton.

Il signor Alessandro di Agostino Polidori, presidente della Commissione municipale, considerò come scritta a lui stesso la lettera indirizzata al Gonfaloniere di Viterbo, e l'8 di ottobre rispose al conte di Govon: «Noi abbiamo acclamato il governo di Vittorio Emanuele II, Re amico ed alleato della Francia: S. M. ci ha mandato un Commissario per governarci, ed abbiamo conservato l'ordine il più perfetto.... Se ad onta di ciò gli ordini che voi avete, signor Generale, sono tali che non ammettono cangiamento, voi qui non troverete la minima resistenza»

E questa risposta del Pollidori venne approvata dal duca Sforza, Commissario del Re in Viterbo, e Sforza e Polidori s'andarono con Dio, facendo riverenza al conte di Govon ed ai Francesi che entravano. Ecco la dichiarazione dello Sforza:

Viterbo, 8 ottobre 1860.

Il signor Polidori, vicepresidente della Commissione municipale provvisoria di questa città, nel mettersi in comunicazione col generale Govon e nei termini adottati rispondendo alla comunicazione del medesimo, si è messo di concerto con me, ed abbiamo d'accordo adottato quelle misure che in critiche circostanze ispiravano la prudenza, e il desiderio di conservar l'ordine senza turbare con precoci timori gli animi della popolazione. Tende questa dichiarazione a far sì che nessuno possa tacciarlo di arbitrio preso, avendo operato di pieno concerto coll'autorità governativa.

Il Commissario del Re

Duca Sfobza.

Dopo avere adunque compianto l'impotenza di Napoleone III, ammirate questa volta, o lettori, la potenza sua dimostrata in Viterbo, dove il nuovo Giove franco-italiano annuit et totum nutu tremefecit Olympum.

PS. Sulla rivoluzione di Viterbo e sul modo che venne compiuta, riceviamo da quella città una relazione che non ci crediamo liberi di pubblicare. Il nostro corrispondente dice: e lo sapeva che la rivoluzione esprime il sentimento d'una società trasnaturata, ma che fosse così brutta non credeva. Vedeva il profilo del suo carattere; tutt'essa qual era per esperienza non sapeva. La vidi e ne fui preso d'orrore. Era la mattina del 20 settembre, che ella si affacciava dalle vette di Montefiascone per poi discendere a turbare le pacifiche pianure Viterbesi». E qui il corrispondente entra a descrivere la rivoluzione e i rivoluzionari con vivissimi colori, citando nomi, fatti, circostanze, che la storia dirà a suo tempo; ma un giornale torinese dee per ora tacere.

PROVINCIE TOLTE E PROVINCIE LASCIATE AL PAPA

(Pubblicato il 24 ottobre 1860)

Parecchi dei nostri associati ci chiedono un articolo che faccia chiaramente conoscere a quale stato trovisi presentemente ridotto il S. Padre, quali provincie gli furono tolte, e su quali finora continui a regnare. L'argomento non è tanto facile, imperocché Luigi Napoleone ba certe alternative di potenza e di impotenza, per cui quel paese fa oggi restituire a Pio IX, e quell'altro no, onde alcune terre degli Stati Pontificii al mattino salutano lo stemma del Papa e alla sera la croce di Savoia, e viceversa.

Tuttavia procureremo di mettere sotto gli occhi del lettore uno specchio dei danni patiti dal Papa, e detto in breve come si componessero gli Stati Pontificii, accenneremo ciò che Pio IX ha momentaneamente perduto, e quello che ba conservato. Abbiamo messo tutta la diligenza in questo lavoro; ma se ci fosse avvenuto di cadere in qualche abbaglio, ne chiediamo anticipatamente scusa al lettore.

Gli Stati Pontificii si partivano in due grandi divisioni: divisione del Mediterraneo, e divisione dell'Adriatico. Come dal figliuolo di Dio era stato detto dai profeti che dominabitur a mari usque ad mare, così quel piccolo Regno, che la Provvidenza aveva formato al Vicario di Gesù Cristo pel meglio della Chiesa, stendevasi da un mare all'altro.

La divisione del Mediterraneo conteneva dieci provincie, cioè: 1° Roma e Comarca, 2° Benevento, 3° Civitavecchia, 4° Frosinone, 5° Orvieto, 6° Perugia, 7° Rieti, 8° Spoteto, 9° Velletri, 10 Viterbo.

Queste dieci provincie si suddividevano in 570 Comuni, i Comuni in 1577 parrocchie, le parrocchie in 188,555 case, le quali erano abitate da 239,250 famiglie, composte di 1,187,484 individui.

La divisione dell'Adriatico partivasi egualmente in dieci provincie, cioè: 1° Ancona, 2° Ascoli, 3° Bologna, 4° Camerino, 5° Fermo, 6° Ferrara, 7° Forlì, 8 Macerata, 9° Pesaro e Urbino, 10° Ravenna..

Le dieci provincie dell'Adriatico suddividevansi in 650 Comuni, i Comuni in 2478 parrocchie, le parrocchie in 279,902 case abitate da 716,022 famiglie, composte di 1,937,184 persone. In totale gli Stati Pontificii contenevano 3,124,668 abitanti, secondo l'ultimo censimento.

Ora al Papa vennero tolte tutte le dieci provincie dell'Adriatico e cinque delle provincie del Mediterraneo. Di venti provincie, che componevano gli stati Pontificii, non restano più che cinque a Pio IX, e sono la provincia di Roma e Co marca, Civitavecchia, Frosinone, Velletri, Viterbo.

Spiegatevi sotto gli occhi una carta geografica d'Italia. Eccovi qui Roma. Al di qua di Roma avete Civitavecchia, Corneto, e poi la foce del fiume Fiora. Ebbene i limiti dello Stato, che ebbero la bontà di lasciare al Santo Padre, incominciano da questo punto, e rimontando la sinistra del fiume, lasciano al Papa Musignano ed Arlena; poscia le creste delle colline, che dividono il lago di Bolsena e Montefiascone, segnano la continuazione del confine per Guardiola, la montagna della Guercia e delle Grazie sino al di qua di Civitacastellana; quindi il nuovo confine prosegue il corso del Tevere fino all'antica circoscrizione dei distretti di Tivoli e Subiaco.

Hanno tolto dunque al Papa Ancona, Jesi, ed Osimo, cioè tre distretti, otto governi, 174,890 abitanti.

Gli hanno tolto Ascoli e Montalto, due distretti, sei governi, e 90,944 abit.

Gli hanno tolto Benevento con una popolazione di 23,176 abitanti.

Gli hanno tolto Bologna la cui provincia conteneva dodici governi, e 375,631 abitanti.

Gli hanno tolto Camerino con due governi e 42,686 abitanti.

Gli hanno tolto Fermo con sette governi e 109,403 abitanti.

Gli hanno tolto Ferrara e Lugo con undici governi e 242,501 abitanti.

Gli hanno tolto Forlì, Cesena e Rimini con undici governi e 217,398 abitanti.

Gli hanno tolto Macerata, Fabriano, Recanati, Loreto, San Severino con sedici governi e 240,978 abitanti.

Gli hanno tolto Orvieto con due governi e 28,920 abitanti.

Gli hanno tolto Perugia, Città di Castello, Fuligno, Todi con dodici governi e 234,533 abitanti.

Gli hanno tolto Pesaro, Urbino, Fano, Gubbio, Sinigaglia con quindici governi e 256,016 abitanti.

Gli hanno tolto Ravenna, Imola, Faenza con nove governi e 174,106 abitanti.

Gli hanno tolto Rieti e Poggio Mirteto con sei governi e 73,683 abitanti.

Gli hanno tolto Spoletto, Norcia, Terni con dieci governi e 433,339 abitanti.

E che cosa hanno lasciato al povero Papa? Gli hanno lasciato la provincia di Roma e Comarca, compost? di Roma, Tivoli e Subiaco, e che si divide in sedici governi, e contiene 321,114 abitanti.

Gli hanno lasciato la provincia di Civitavecchia, piccola provincia composta di tre governi, Civitavecchia, Corneto e Mangiarca con 20,701 abitanti.

Gli hanno lasciato la provincia di Frosinone e Pontecorvo con tredici governi e 153,592 abitanti.

Gli hanno lasciato la provincia di Velletri con sei governi e 81,010 abitanti. Gli hanno lascialo la provincia di Viterbo con undici governi e 128,324 abit. Insomma gli stati del Papa si componevano di 3,124,668 abitanti, e di questi gliene hanno tolto 2,439,927, lasciandogliene soli 684,741. Eccovi la superficie delle terre finora lasciate al Papa:

Roma ed Agro 2047 60 chilometri quadrati
Comarca 2476 50
Civitavecchia 981 01
Prosinone 1904 99
Velletri 1474 87
Viterbo 2991 25

Avanti la superficie degli Stati Pontificii era di 41,294 76 chilom. quadrati!

Dunque quattro quinti del regno vennero già tolti al Papa, e mentre gli pesano sempre sopra le spalle i maggiori aggravi, come sarebbero lo stipendio agli impiegati fedeli, i pagamenti del debito pubblico, il soldo da darsi all'esercito che si riordina e via via, Pio IX ba perduto quelle provincie che fornivano all'erario i migliori sussidi.

Ognuno può immaginare da sè in quali termini si trovino le finanze pontificie dopo tante spese e tante perdile. Il nostro Santo Padre versa nei pili gravi bisogni. Tutta la sua speranza ornai è riposta nell'aiuto de'  cattolici e nel frutto del Danaro di San Pietro.

Non è mai avvenuto che una nazione patisse senza che il Papa Pio IX si muovesse a pietà e accorresse in suo soccorso. Dall'Irlanda che incominciò a soccorrere ne' primi giorni del suo Pontificato, fino ai cristiani della Siria che ieri ancora, dimentico delle sue strettezze, largamente soccorreva, tutti i miseri provarono le beneficenze del Papa.

Ed ora questo grande e generoso Pontefice è misero a sua volta, e aspetta la carità. Quanti doveri abbiamo noi di fargliela! Doveri di religione, doveri di umanità, doveri di riconoscenza. Oh, tristo colui che non soccorre il Papa!

Sono appena due anni, e un'inondazione terribile gettava nella miseria una nostra provincia della Liguria di Ponente. Pio IX era de'  primi ad accorrere in suo soccorso. Ora egli può ripetere col salmista: intravemnt aguae usque ad animavi meam. Le acque della rivoluzione e dell'invasione tolsero al Papa quattro quinti de'  suoi Stati e le migliori provincie. Piemontesi, è venuto il tempo di rendere il contracambio al nostro S. Padre.

PS. Consegnato quest'articolo alla tipografia ci giunge la Perseveranza di Milano con un dispaccio privato che dice: Orvieto sarà occupato dalle truppe francesi. Dunque è già necessario apporre all'articolo un errala corrige! Napoleone III manda le sue truppe dove vuole, e l'impotente spiega, se occorre, una vera onnipotenza.

CHE COSA S'INTENDE PER PATRIMONIO DI S. PIETRO?

(Pubblicato il 31 ottobre 1860).

Tutti i dominii della Chiesa Romana sono il patrimonio di San Pietro. Nulla dimeno furono designate comunemente sotto tal nome quelle città e provincie che possederono i Papi fin da quando ebbe origine la loro sovranità temporale. Queste furono da essi acquistate sotto il Pontificato di San Gregorio II, verso l'anno 730. Tutta quanta l'Italia avendo scosso il giogo dell'Imperatore di Costantinopoli per cagione della terribile persecuzione che muoveva contro i cattolici, Roma e le città vicine vollero divenire popolo speciale di San Pietro. Per tal guisa i Papi, che erano stati da lungo tempo i protettori ed i benefattori di Roma e del suo Ducato, ne divennero i Sovrani, per una meravigliosa disposizione della Provvidenza, la quale compì allora ciò che per una lunga serie di eventi aveva preparato. I Papi sono i più antichi sovrani del mondo, poiché niuna delle famiglie presentemente regnanti rimonta al secolo ottavo.

Una cosa degna d'esser notata si è che il dominio temporale della Santa Sede ebbe per fondatori tre santi Papi che son venerati sugli altari: San Gregorio II, romano; San Gregorio III, siriaco e S. Zaccaria, greco: questi due ultimi proseguirono l'opera di San Gregorio II; né possono perciò venire accusati d'aver operato con viste politiche e per ispirito di opposizione contro gli Orientali. Stranieri di nascita all'Italia, accettarono tuttavia la sovranità temporale, la consolidarono colla loro prudenza e col loro coraggio e la difesero contro i suoi nemici. S. Zaccaria andò a Terni per dimandare al re Luitprando la restituzione delle città usurpate, e al suo ritorno i Romani lo ricevettero in trionfo. L'Esarcato avendo voluto, ad imitazione di Roma, porsi sotto la speciale protezione di San Pietro, il Papa San Zaccaria intraprese il viaggio di Ravenna. Così il patrimonio di San Pietro era costituito molto tempo prima delle spedizioni dei re franchi in Italia. Pepino e Carlomagno obbligarono i Lombardi a restituire alla Santa Sede le città ed i territorii usurpati, fecero alcune nuove donazioni, ma non si può dar loro il titolo di fondatori della grandezza temporale dei Papi, poiché è certo che la sovranità della Romana Chiesa esisteva prima di loro.

Quali sono le città comprese nel territorio primitivo? Eccole: Roma, Porto, Civitavecchia, Ceri, Bieda, Marturano, Sutri, Nepi, Gallese, Orte, Polimazio, Amelia, Todi, Perugia, Narni, Otricoli. Nella Campania: Segni, Anagni, Ferentino, Alatri, Pratico, Frosinone e Tivoli. Tutti i monumenti della storia consentono nello specificare queste stesse città, i cui nomi trovansi nei diplomi degl'Imperatori. Questi atti solenni non mancano mai di fare una chiara distinzione tra Roma e il suo Ducato, posseduti dai Papi fin dal principio, e le provincie date loro dai Re franchi.

La contessa Matilde, che l'anno 1077 diede il suo patrimonio a S. Gregorio VII, confermò tal donazione al Papa Pasquale li nel 1101. Ora il Papa volle che questa porzione della Toscana pigliasse il nome di provincia del Patrimonio di San Pietro. Le principali città date dalla contessa Matilde sono: Viterbo, Montefiascone, Bracciano e Gorneto. Qualche storico pretende che Bolsena fosse compresa nel Ducato di Roma.

Presentemente si suol dare il nome di Patrimonio di San Pietro ai paesi compresi nelle delegazioni di Viterbo, Orvieto e Civitavecchia. Quindi è manifesto che l'antico patrimonio, il dominio primitivo di San Pietro era assai più vasto, abbracciando a mezzogiorno tutto il territorio fino a Frosinone e stendendosi al nord fino a Perugia, siccome abbiamo detto più sopra. Gli storici di Perugia, Crispolti, Pedini ed altri raccontano infatti che Perugia, verso l'anno 727, seguendo l'esempio di parecchie altre città, si sottomise al dominio temporale della Sede Apostolica. Quantunque Rachis, Re dei longobardi, avesse stipulato un contratto di pace col Papa S. Zaccaria, per 20 anni, ciononostante volle ampliare i limiti del suo regno e strinse d'assedio Perugia. A tal notizia S. Zaccaria accorse e parlò con tanta forza, che obbligò il Re a levare l'assedio. Anzi seppegli ispirare un tale disprezzo per le periture grandezze di questo mondo, che ei si decise di abdicare la corona e farsi monaco a Monte Cassino. Questo fatto solo, che ò riferito nella leggenda di San Zaccaria, prova che Perugia apparteneva al dominio primitivo. Di qui ne viene: 1° Che le Romagne e le altre provincie tolte alla Santa Sede da un anno in qua, sono precisamente quelle dedicate al Principe degli Apostoli dalla pietà dei Re di Francia; 2 Non si può dire che il Papa posseda ancora il Patrimonio di San Pietro, quello cioè che sotto tal nome si usò specificare; poiché questo non sarebbe vero, finché non si ristabilisca la legittima autorità a Perugia e ad Orvieto. Presentemente sono oltrepassati negli Stati Pontificii anche i disegni esposti nel famoso opuscolo Il Papa e il Congresso.

DUE LETTERE DEL CONTE DI CHAMBORD SULLA SOVRANITÀ' DEL PAPA

Riproduciamo qui due bellissimi documenti, i quali provano la generosità del sentire del conte di Chambord e l'alto concetto religioso, che egli ha del Capo augusto della Chiesa. Sono due lettere che troviamo nell'Universe del 17 Settembre 1860, l'una diretta al signor Sauzet, l'altra al Vescovo d'Orleans. Ecco la lettera scritta al signor Sauzet:

«Qual cuore francese e cattolico non s'è commosso, o signore, agli attentati che di questi tristi giorni si fecero contro il potere del Capo della Chiesa? A voi spettava alzare alla vostra volta la voce per difendere in tutti i diritti del rappresentante della sovranità in questo mondo, i diritti inviolabili di tutti i Sovrani; di mantenere a Roma l'autorità salutare delle leggi romane contro la mal fondata e pericolosa trasportazione d'un'altra legislazione che non potrebbe senza gravi inconvenienti lor essere sostituita, e di vendicare il governo pontificale dalle passionate ed ingiuste aggressioni de suoi accusatori, sottomettendo nulladimeno rispettosamente alla sua alta saviezza quei miglioramenti che ei sarebbe possibile e desiderevole d'introdurre in qualche parte dell'amministrazione. È questo un servizio di più che avete reso ad una grande e santa causa, la quale è ad un tempo la causa della religione e della società, la causa della giustizia, della libertà e della civiltà, là causa dei popoli e dei Re, la causa di Dio stesso. Quante volte, al racconto dei dolori di questo nuovo Calvario, esclamo fra me, come il nostro primo Re cristiano: Se io fossi là co' miei Franchi........

«Ricevete i miei più sinceri ringraziamenti e del vostro bel libro e della vostra bella lettera. E godo di potervi rinnovare i sentimenti della mia costante direzione».

«Enrico».

L'altra lettera, diretta al Vescovo d'Orléans, il quale gli aveva mandato il suo libro sulla sovranità del Papa, è concepita nei termini seguenti:

«Monsignore, ho ricevuto la copia che mi avete mandato del vostro libro sulla sovranità Pontificia; e mi fo premura di ringraziacene, e di dirvi quanto ne sia rimasto soddisfatto. Benedico Iddio, che in questi tristi tempi, in cui tutti i principii sono indegnamente calpestati, ne susciti ancora difensori così eloquenti e così coraggiosi. Richiamando i sacri titoli del Pontefice-Re alla venerazione universale, dimostrando nell'origine, nella preparazione e nello stabilimento definitivo del suo potere temporale, non solamente l'opera dei secoli, ma l'opera stessa della Provvidenza, e nei suoi antichi diritti, la più augusta, come anche la più stabile guarentigia dei diritti di tutti, e facendo vedere colla doppia fiaccola del buon senso e dell'esperienza ciò che senza il Papato diverrebbe Roma, l'Italia, anzi l'Europa intiera, avete reso alla Chiesa e alla società un nuovo ed inestimabile servizio. Fra tanti nemici che cospirano contro ad essa, i più formidabili non sono già quelli che si lasciano vedere, che predicano alto ad ognuno ciò che vogliono, che assalgono di mezzogiorno ed a faccia scoperta; ma quelli piuttosto che stanno nascosti, che hanno due faccie e due parlari, che si cuoprono colle apparenze del rispetto, che agiscono nell'ombra e non potendo o dovendo impedire il male, lasciano che si faccia. Ma non dubitiamo, che Iddio confonderà la violenza degli uni e l'ipocrisia degli altri, esaudirà una volta le preghiere delle anime sante e i voti de'  cuori fedeli, e come tosto la sua ora sarà venuta, saprà per la sua propria gloria e perla pace del mondo far trionfare dappertutto la causa del diritto, che è la sua. Godo dell'occasione che mi ò offerta, di rinnovarvi in un coi sentimenti della mia gratitudine quelli della mia sincera e costante affezione.

«Enrico»

NOTA DEL CARDINALE ANTONELLI 

CONTRO IL PLEBISCITO NEGLI STATI PONTIFICII

Roma, 4 novembre 1860.

La Santa Sede lamentava recentemente la violenta invasione di parecchie provincie degli Stati Pontificii, fatta posteriormente a quella già compiuta nelle Romagne per opera d'un governo vicino, che, dominato dall'ambizione stravagante di dilatare il suo Regno in tutta l'Italia collo spogliare gli altri Principi legittimi, ba incomincialo e continua ad effettuare i suoi perversi disegni, ignorando e disprezzando ogni diritto, come colui che non riconosce ostacolo al suo desiderio sfrenato d'usurpazione. Dopo essersi impadronito delle Marche e dell'Umbria e d'una parte del Patrimonio di San Pietro colla violenza più ostile e con una guerra, governata alla maniera delle più mostruose piraterie, il governo piemontese colmò oggidì la misura della sua violazione della sovranità Pontificia mercé l'insigne abuso, già da lui messo in pratica nei paesi anteriormente usurpati con una pretesa manifestazione della volontà nazionale, immaginandosi di creare in questo modo un elemento valevole a legittimare l'estensione di territorio già usurpato con violazione dei dritti altrui. È inutile di notare qui gli artifizi tanto frodolenti, quanto ignobili, coi quali si suole preparare e regolare questi appelli derisorii alla volontà popolare, vera violenza che altri osa esaltare come il risultato della libera manifestazione dei desiderii del popolo. La cosa è notoriamente dimostrata; e, tutto al più, non è il modo con cui si esprime quel voto abusivo, che ora importi di biasimare o mettere in evidenza; ma sibbene devesi biasimare la violazione di tutti i principii; mediante la quale si cerca d'introdurre nel diritto internazionale moderno un elemento sommamente rivoluzionario, distruttivo dei sacri titoli di Sovrano legittimo.

Qualunque sia sopra questo punto l'idea di un governo, che in istretla alleanza colla rivoluzione, le porge la mano come promotore e come capo, il principio che pretende di stabilire viene pienamente condannato dalle leggi immutabili della giustizia, dalle massime generali del Codice delle nazioni, dalle ragioni fondamentali dell'ordine civile e sociale, dal sentimento, finalmente, di qualunque popolo ben costituito. E, a dire il vero, se un principio così strano fosso mai stabilito, quale sovranità, benché forte pel suo diritto, potrebbe d'ora innanzi credersi al sicuro del pericolo di essere da un momento all'altro abbattuta e distrutta? A quali perniciose incertezze i governi non resterebbero continuamente esposti, e con essi tutto il mondo incivilito, sotto l'influenza di un principio così fecondo, per sua natura, di sconvolgimenti, di perturbazioni, e di disordini atti a produrre la confusione generale? Il governo Pontificio fondandosi per conseguenza sopra queste considerazioni tanto gravi, si vede costretto a protestare contro l'abuso commessole che continua ad essere commesso dal governo usurpatore col mezzo del preteso appello al voto delle popolazioni per decidere della sorte del proprio Sovrano; abuso che equivale all'introduzione di un principio che fa d'ogni erba fascio; calpesta i diritti di tutte le sovranità legittimamente costituite; insulta e travisa la legge che sulla fede dei trattati solenni e delle convenzioni internazionali presiede al governo degli Stati; tende alla distruzione delle massime eterne ed invariabili dell'equità; stabilisce, in una parola, il diritto mostruoso dell'usurpazione, ed innesta alla società un germe di funeste inquietudini e turbamenti.

I sentimenti di alta riprovazione, coi quali gli altri governi si pronunciarono contro la politica di prevaricazione del Piemonte e contro la sua attitudine usurpatrice degli altri Stati Italiani, come degli Stati Pontificii, non lasciano verun dubbio che essi non siano compiutamente d'accordo sopra questa ultima protesta presentemente emessa dal governo Pontificio per proteggere e difendere la sovranità temporale del Sommo Pontefice contro la condotta ognor più colpevole dell'usurpatore, che prosegue nella sua opera audace ed orribile di invasione delle provincie sopraindicate, come ha già fallo in quelle parti degli Stati della Chiesa, che egli si ha anteriormente appropriato. G vi ha ragione di credere, che i governi in quistione saranno disposti a dare il loro appoggio efficace alle giuste rimostranze del governo di Sua Santità ed a sostenere nello stesso tempo il buon diritto di questo governo di rendere il Re di Sardegna, o la sua amministrazione, risponsabile d'ogni danno proveniente dall'invasione ostile effettuata e mantenuta negli Stati della Santa Sede, e di chiedere agli invasori la restituzione compiuta. Con questa confidenza e persuasione, il sottoscritto Cardinale Segretario di Stato di Sua Santità v'invita a comunicare la presente Nola al vostro governo, ecc. ecc.

G. Cardinale Antonelli.

GLI APOLOGISTI INVOLONTARI DI PIO IX

(Pubblicato il 1° maggio 1860).

Avvengono fatti straordinarii, e il nostro giornale si servirà perciò di straordinarii collaboratori. Messo da parte per ora il cavaliere Cibrario, piglieremo la difese del nostro Santo Padre Pio IX colle parole di Camillo Cavour, Vincenzo Gioberti, Massimo e Roberto d'Azeglio, Carlo Luigi Farini, Filippo De Boni» Carlo BonCompagni.

«Pio IX, il Sommo Pio è uno dei più zelanti Pontefici, che siasi mai seduto sulla Cattedra di Pietro. Con modo energico e nobile seppe in questo memorando fatto (dell'occupazione di Ferrara) difendere i suoi diritti, ed arrestare colla sola potenza della parola un'odiosa invasione..... Si paragoni la condizione finanziera dello Stato Pontificio con quelle delle pili fiorenti monarchie dell'Inghilterra, della Francia, del Belgio, avuto riguardo alle rispettive loro popolazioni, e di leggieri si riconoscerà che il peso dell'annua spesa e quello del debito contratto è molto minore pel primo (Stato Pontificio), che per questi ultimi Stati».

CAMILLO CAVOUR, nel Risorgimento del 14 e 25 gennaio 1848, numeri

13 e 23. —

«Evviva Pio Nono! È il grido, con cui l'Italia inaugurò il suo risorgimento. Evviva Pio Nono, è il grido, in cui si esprime il pensiero che si debba spingere a nuovi destini la nazione, pensiero di ossequio verso la religione e la Chiesa, di cui egli è capo; pensiero di eroica devozione all'indipendenza della patria, di cui egli ci diede il generoso esempio colle animose proteste opposte alle odiose prepotenze degli occupatori di Ferrara».

CARLO BONCOMPAGNI, nel Risorgimento del 7 di gennaio 1848, N° 7. —

«Io vo' pensando che non senza speciale consiglio di Provvidenza la città vostra, e Bolognesi, passasse alla Chiesa dalla breve e torbida tirannide dei Bentivogli... » onde dal connubio della città sacra colla profana, e del laicato col sacerdozio risultasse con ottimo temperamento l'accordo della civiltà e della religione, che sono i due principii fattivi, e i due cardini del nostro vivere sociale. Bologna quindi è necessaria a Roma, come Roma a Bologna, e l'unione di entrambe è richiesta alla perfezione degli stati ecclesiastici e al bene di tutta la Penisola».

VINCENZO GIOBERTI al circolo Felsineo, il 20 giugno 1848. Operette politi Che, raccolte dal Massari. Capolago 1851, tom. ii, pag. 404. —

s 11 governo di Pio IX convalidando ed approvando questa protesta (contro l'invasione di una parte de'  suoi Stati) ha nobilmente adempiuto ai suoi doveri; eli merita onore e gratitudine non solo per parte de'  sudditi Pontificii, ma per quella di tutti gli Italiani, per aver espressa con degne e severe parole quella protesta che sorgeva da tutti i cuori, suonava su tutte le lingue, all'annunzio di un attentato inesplicabile e da stimarsi impossibile nello stato presente delle relazioni internazionali della civile Europa. Bello veramente ed augusto spettacolo sarebbe veder la forza vinta dal diritto; l'armi della violenza infrante dalla placida ed ardita parola che piq IX ba saputo rendere onnipotente e terribile a forza di giustizia, di clemenza e d'amore; parola atta oramai ad operare il nuovo prodigio di opporre un principio al cannone, e vincerlo, e ridurlo inutile istrumento».

MASSIMO D'AZEGLIO, governatore di Milano, lettera in data di Roma, 41 agosto 1847, pubblicata nell'Ausonio, dispensa XVIII, agosto 1847, pag. 318 e seg. —

«Dicono alcuni che al Papa, come a capo della Chiesa, non conviene l'armarsi; che al Pontefice, ministro di pace e di carità, non s'appartiene l'usar armi terrene. Concedo se s'intende d'usar queste armi per offendere altrui, per allargare lo Stato, per conquistare, in una parola per fini ingiusti; ma sarebbe strano, che l'esser ministro di pace e di carità dovesse appunto servir di ragione al Papa per trascurare que' mezzi terreni concessigli dalla Provvidenza, onde mantenere e conservare a'  suoi popoli la pace (ed è detto antico: si vis pacem, para bellum), onde impedire che si commetta a loro danno la più enorme di tutte le violazioni della carità — la conquista».

MASSIMO D'AZEGLIO nel Risorgimento di Torino, N° 17, del 19 di gennaio 1848. —

«La Corte di Napoli poneva opera solerte a risvegliare i sospetti ed accrescere i timori nell'animo suo (del Papa Pio IX. a Gaeta), e faceva diligenza per dare ad intendere, che tutte le profferte del Piemonte velavano il disegno d'impadronirai di gran parte dello Stato della Chiesa. 1 ministri napoletani affermavano averne le prove, e lo stesso principe di Cariati ne spargeva la notizia e ne faceva testimonianza non pure in Napoli ed jn Gaeta, ma in Francia. Sei seppe il governo Piemontese, e se ne sdegnò siffattamente, che volle richiamato da Napoli il senatore Plezza, di cui quella Corte non aveva ancora voluto riconoscere il grado e la qualità, e spedì i passaporti all'inviato napoletane che risiedeva in Torino, interrompendo ogni ufficio diplomatico. Questa nostra deliberazione (scriveva il Gioberti) fu cagionata non solo dal rifiuto arbitrario che il gabinetto di Napoli fece di accettare il sig. Piazza, non allegandone alcuna ragione valevole (essendone stata smentite quelle di cui avea fatta menzione) e i poco garbati trattamenti recati al medesimo; ma più ancora l'indegna calunnia spacciata in Francia dal principe di Cariati, colla quale ci attribuiva l'offerta di togliere al Papa le Legazioni. Spero che il sospetto di Ionia infamia non anniderà per un solo istante nell'animo del Pontefice.... Ella procuri di matterò nel Papa la fiducia nel Piemonte»,

LUIGI CABLO FARINI; Lo Stato Romano, volume m, 2° edizione, Firenze, Felice Le Monnier 1851, vol. III, lib. IV, cap. pag. 190, 191,—

«Singolare natura questa ({ella romana Corte, la quale si rassegna tal fiata, ma non piega mai l'animo, né alla forza, né alla fortuna, né per tempo, dimentica mai. Esautorata da Napoleone, diede di sé tale esempio di dignità e fortezza, che parve vincitrice anzi che vinta; e restaurala poi da'  vincitori di Napoleone, si richiamò corrucciata del non restituito, quasi signora alle ancelle, la tradizione è in Roma quasi tanto potente ed efficace negli ordini temporali, quanto pegli spirituali».

Lo stesso LUIGI CARLO FARINI: Lo Stato Romano, volume i, capitolo j, Protette del Consalvi, pag. 9,—

L# voce di Dio più non tuona dal Sinai, ma dal Vaticano, e gli nomini l'ascoltano con eguale riverenza.... Noi abbiam fede pei destini della Religione Cattolica, e riconosciamo nell'elezione di Pio IX una delle più stupende manifestazioni dell'intervento divino nelle cose umane...., La parola di Dio non si prende a gabbo, È empio chi ne tropea una sillaba; e l'opposizione della condotta dell'uomo collo spirito della legge è irrisione dell'uomo alla legge l'inosservanza della legge. Nella gran bilancia, ove la mapo di Dio pesa eternamente i popoli, sta da un lato il giusto, dall'altro l'ingiusto. Non v'ha in essa quel dubbio argine che lascia la mano dell'uomo nel farne la misura.., Noi credenti nel Cristo, amanti colla carità del Cristo, invochiamo con fiducia quello che n'è il Vicario quaggiù.... Noi facciamo voti fervidi a Pio IX, e leviamo i nostri occhi al monte, al monte ove domina su noi la santa sua figura».

ROBERTO D'AZEGLIO nel giornale la Concordia d 3 gennaio i&g 2, primo articolo, pag. 5.

«Noi abbiamo ferma fiducia che quel Dio, che ispira la sua carità nel cuore di Pio IX, sia per effundere la sua sapienza nello spirito di tutti gli altri ministri del Sommo Gerarca, e promuovere nuovi trionfi alla religione del Cristo».

ROBERTO D'AZEGLIO nel Risorgimento del 3 marzo 1848, N° 57, pag. 226. —

«Se l'Imperatore vincesse in Lombardia, egli non si contenterebbe più degli antichi dominii: torrebbe al Papa le Legazioni; distruggerebbe la sua indipendenza politica con grave danno della libertà ecclesiastica.... come accadde nello scorso secolo, quando l'Italia e la Tede furono ludibrio ai repubblicani interni e ad un imperatore forestiero: onde due santissimi Pontefici non solo vennero spogliati dei loro temporali dominii, ma l'uno di essi fu tratto prigioniero in esilio, e l'altro fu spento».

GIACOMO PLEZZA, ministro dell'interno in Piemonte, Circolare ai signori Parroci, Torino, agosto 1848. — a Sono pur belle le smorfie dell'Austria 1 È già da lungo tempo che volge nell'animo di fare che il maggior prete torni alla rete.... Manteneva a Bologna emissari per indurre i Romagnoli a chiedere formalmente di essere incorporati agli Stati Austriaci!.... Importa moltissimo al Pontefice, se vuol essere vero Pontefice, e venerato e obbedito dal mondo cattolico di conservare, a qualunque costo, il tesoro della sua politica indipendenza e di quella del suo popolo...

Quelli che proverbialmente e per ischerzo sono detti soldati del Papa, sono i medesimi che empirono di prodi le legioni romane, che fornirono i più celebri campioni alle compagnie di Ventura nel medio evo, e che somministrarono i migliori guerrieri al Regno d'Italia Pare che la milizia pontificia sia per riprendere il posto che le si compete».

BIANCHIGIOVINI, Note al libello di Cormenin sull'Indipendenza d'Italia, Torino, presso Carlo Schiepatti 1848. —

«Oh! Italiani, a che questo smarrimento di fede, a che vi lasciate travolgere da iroso scetticismo, morte d'ogni virtù e d'ogni viva dottrina! Oh! Italiani sull'orlo d'un precipizio chiedeste al cielo un conforto. E il cielo vi diede Pio. Oh! Italiani, con lacrime di dolore e di gioia, per le sofferenze di tanti anni, per la quiete comune, per l'evangelica carità gli chiedeste i figliuoli ed i padri, i fratelli e gli amici esulanti qua e là per Europa, vissuti della rinfacciata limosina dello straniero, senza famiglia e senza patria. E Pio dischiuse le carceri, ridonò a tutti la patria, decretò perdono. Oh! Italiani, con plausi, con festa, con amore gli avete risposto, e chiedeste che alla povera nostra patria ei stendesse una mano, asciugasse una lacrima. E Pio stese la mano, asciugò quella lacrima. Sacerdote del mondo, un dì guerriero degli uomini, ora soldato di Dio e dell'italico onore, perché si riposa un momento, perché oggi prega, durante la sacra veglia delle armi, onde chiedere alla sua volta quell'indomabile possanza al Signore, che valga in combattere il male che offende la religione e la patria, che abbraccia l'Italia e l'universo; voi, increduli che siete, subito collo sdegno disertate i suoi fianchi, invece di sostenerlo, invece di chiedere quanto egli chiede ai Signore? Su dunque; sien le azioni preghiere vostre.... egli stenderà il suo mantello sulle acque, ed incolumi traverserete per la fede in lui e nella patria l'oceano che ci serra in grande tempesta».

FILIPPO DE BONI, la Congiura di Roma e Pio IX, Losanna, 1847, presso S. Bonamici e compagni, pag. 38, 39. —

Exibant autem daemonia a multis clamantia et dicentia: quia tu es filius Dei!» (S. Luca, capo iv, vers. 41).

IL PAPATO E ALFONSO DI LAMARTINE

(Pubblicato il 23 settembre 1860).

Alfonso di Lamartine ha intrapreso da molto tempo una pubblicazione periodica col titolo di: Cours Familier de littérature. — Un entretien par moie. Nell'ultimo Entretien che venne in luce, studia Nicolò Machiavelli. Dopo di avere ricordato ciò che l'Italia fosse ai tempi del Machiavelli, il sig. di Lamartine traccia a grandi tratti la storia italiana fino ai nostri tristissimi giorni. Roma si presenta la prima a'  suoi sguardi. Egli vuole che Roma resti la capitale di qualche cosa di grande e maestoso, e non trova nell'Italia e nel mondo niente di più grande del Papato. Colla testimonianza degli storici filosofi, i meno cristiani, come a dire Gibbon, Sismondi, Guinguené, Voltaire medesimo, ricorda i servizi resi all'Italia nel corso dei secoli dal potere temporale dei Papi, che «per ordine di data è la Potenza più antica in Italia, e per ordine di servizi è la Potenza più italiana».

Lamartine, dopo di aver raccontato i trionfi e le vicende del potere temporale dei Papi, con grande esattezza di termini e meravigliosa elevazione di pensieri, entra a discorrere dei tempi nostri. Ascoltiamolo:

«Pio VI, strappato da'  suoi Stati come prigioniero di guerra dai soldati francesi, morì detronizzato e cattivo io Francia. Ma tosto, dopo le sue vittorie d'Italia, Bonaparte ristabilì il Papa in Roma non solo come Pontefice, ma come sovrano italiano. Egli chiamò Pio VII a Parigi per farsi consacrare come un altro Carlomagno. — più tardi volle, in un momento d'impazienza, rovesciare di bel nuovo quel trono Pontificio, che egli stesso aveva ristabilito; fece di Roma una città conquistata, annessa all'impero, sotto il nome di dipartimento del Tevere. Il Papa brutalmente strappato dal suo palazzo dai gendarmi francesi, fu strascinato da Firenze a Torino, da Torino a Savona, da Savona a Fontaine bleau come un prigioniero che, recando impiccio, si rimandava di prigione in prigione.

«Quando Bonaparte si sentì sfuggire di mano l'Impero e la vittoria, si affrettò di restituire gli Stati Pontificii al Papa e di rimandarlo rispettosamente a Roma, come un pegno di restituzione e di pace all'Europa. 1 trattati del 1815, di cui sovente si parla senza punto conoscerli, non furono altro che il ritorno di tutte le Potenze nel loro rispettivo territorio, poiché ebbe fine lo straripamento della Francia napoleonica. I congressi e questi trattati in cui le Potenze acattoliche erano in maggioranza, riconobbero la sovranità tal quale del Papa non come un diritto religioso, ma come un fatto politico: non racconciarono la carta lacerata del mondo antinapoleonico, ma non fecero che ricucirla.

«Pio VII governò per mezzo del Cardinale Consalvi con saviezza, liberalità e moderazione gli Stati Romani. Non vi ebbero né reazioni, né eccessi sotto il suo regno; ei fu il Luigi XVIII della Chiesa. Come Pontefice, il Papa presente era un secondo Pio VII; come uomo di preghiera, egli vivea senza veder la terra, tenendo gli occhi fissi al cielo; come Sovrano politico, era un Italiano tenero dell'indipendenza e della dignità dell'Italia. — Il suo patriottismo gli suggeriva di romperla con l'Austria; la sua coscienza gli diceva che la guerra non era cristiana, e che meglio era essere Pontefice di pace, irreprensibile davanti a Dio, che un grande tribuno armato dell'Italia davanti agli uomini. Ascoltò la sua coscienza; quindi la sua virtù dispregiata e le sue sciagure».

Qui Lamartine entra a Favellale delle cause dei patimenti e delle disgrazie del Papa Pio IX. Ecco com'egli parla:

«Alla voce d'un ministro piemontese, il Congresso del 1856, contro tutti i principii di diritto pubblico ed internazionale, s'arrogò illegalmente un diritto d'intervento arbitrario e permanente nel reggime interiore delle sovranità straniere. Napoli, Roma, Parma, ia Toscana, l'Austria furono denunziate siccome vulgari accusale davanti al tribunale del Piemonte, della Francia e dell'Inghilterra. Un simile sbaglio contro il diritto non poteva a meno di generare il disordine al di fuori; era questo il principio del caos europeo.

«L'indipendenza e la rispoosabilità dei Sovrani in faccia al loro popolo essendo distrutte, ognuno aveva diritto di comandare in casa altrui, eccetto in casa propria. Il diritto di consiglio creava il diritto di reciproco intervento militare; da questo diritto di reciproco intervento derivava e deriva tuttavia il timore di continua guerra tra i vicini: all'opposto del diritto di civiltà, che è l'indipendenza dei popoli in casa loro.

«Il Piemonte che dalia compiacenza o dalla sorpresa del Congresso del 1856 aveva ottenuto un simile principio, non tardò a servirsene. La guerra detta dell'indipendenza scoppiò perciò in Italia. Questa guerra per contiguità ai stese dal Piemonte a Parma, a Modena, alla Toscana, agli Stati del Papa, ed ora si sta deliberando a Parigi ed a Londra, nei consigli della Gallia e della Granbretagna, Su ciò che sarà tolto o conservato del Principato temporale degli Stati in Italia! Questa sola deliberazione è un intervento chiarissimo, distruggitore d'ogni diritto pubblico e d'ogni indipendenza italiana; quindi qualunque cosa voi pronuncerete, pronuncerete male. Perché voi, Europa, al congresso del 185$, a Parigi, vi siete arrogata, alla voce di un ministro piemontese, il diritto di deliberar sull'interno reggime dei popoli? Questa sola deliberazione sull'ultimo villaggio italiano è un'usurpazione o sulla sovranità dei governi, o sopra la libera volontà dei sudditi.

«Non c'ingannammo nel 1856, leggendo quest'irregolare intervento concesso al Piemonte negli affari interni del Papa, del re di Napoli e delle altre Potenze italiane. Lo dissi a me stesso: è una dichiarazione di guerra sotto la forme di una segnatura di pace. Noi discutiamo oggidì sulle conseguenze di questa linea inserita nel Protocollo del Congresso del 1856. che diverrà il potere temporale del Papato, se l'Europa è conseguente? Che diverrà l'Italia, se l'Europa si ritratta? Questo diritto d'intervento reciproco, emanato dal Congresso di Parigi nel 1856, è la fine del pubblico diritto europeo. Il diplomatico piemontese ha teso un tranello al Congresso, e il Congresso vi è caduto. Non ne uscirà se non riconoscendo il diritto contrario».

IL PAPA E IL PROTESTANTE LEO

(Pubblicato il 6 ottobre 1860).

Il celebre professore Leo pubblica a Halle un suo giornale intitolato Volksblat fàr stadi und Land, e sebbene egli sia protestante, conserva tuttavia quel reato di fede e di pietà che il protestantismo ha ereditato staccandosi dal cattolicesimo. Mosso adunque da giusti principii il dotto professore giudica severamente coloro cho perseguitano il Papa, prenunzia la prossima vittoria della Chiesa, e dichiara stupidi i protestanti che si promettono un guadagno dalla caduta del Papato, imperocché cadrebbero con questo tutte le massime fondamentali di qualsiasi religione. Invitiamo il lettore a meditare le seguenti osservazioni del protestante Leo. Egli scrive così:

«La persecuzione ordita contro la Chiesa per mano di apostati, tra cui ve n'ha di tali ohe si vorrebbero eziandio spacciare per credenti, va pigliando tuttora incrementi novelli, e se nulla veggiamo negli indizi che ci porgono i tempi, questa persecuzione riuscirà tosto o tardi a un macello spaventevole. La rivoluzione non è mai che pigli di mira le cose temporali soltanto, ma tiene intese l'occhio perpetuamente all'ordine divino. Inoltre ella dirige dapprincipio i suoi assalti contro la Chiesa, e solo più tardi fulmina colle sue batterie i re, i principi, i ricchi, le classi dei possidenti.

«Ma in genere i possenti della terra sono eterni in quel ohe si attiene a questi primi cominciamenti della rivoluzione, e tale accecamento spingono tant'oltre, da favorire la rivolta, scavandosi così una tomba che tranghiottirà i loro propri diritti. Si direbbe talvolta, vedendoli tenere una simile condotta, che per mezzo di potali favori intendono rifarsi presso la rivoluzione della rendita dei loro diritti medesimi! I più furiosi assalti dei rivoluzionari han sempre per segno quel potere tra i poteri temporali che invoca, mentre pur vi si appoggia, il di ritto del Dio vivente, e che ammette i diritti della Chiesa del Cristo.

«Volgiamo primieramente gli sguardi all'Italia. La persecuzione quivi, già son molti anni, organata dal governo Piemontese contro la Chiesa ha soprattutto, io noi niego, per iscopo la forma esteriore di essa Chiesa, cioè i beni ecclesiastici, il dominio temporale del Papa; ma in verità l'assalto è mosso contro il potere spirituale nascosto sotto quella estrinseca forma. Ora per le genti cattoliche il potere spirituale dimora in questo segnatamente, che il Papa è il Vicario del Cristo. E contro appunto il dominio del Cristo si scatenano i nostri cattolici nell'irrompere ch'essi fanno contro la dominazione del Papa, eziandio se temporale: «Chiunque ripudia il Papa, ripudia il Cristo; adunque nessun'altra alternativa più rimane ai cattolici, se non l'ammettere il Papa e il Cristo, o il non ammettere né Papa, né Cristo.

«Chi pigli la norma delle condizioni presenti, quali le han partorite i capi politici dappoi mille anni, non che indotto, si trova irresistibilmente necessitato a non riconoscere come depositario della piena autorità apostolica un Papa, che dipendesse politicamente da un altro Monarca.

«.... È collo scopo medesimo di tutelare il dominio temporale del Papa, vediamo levarsi come un sol uomo non l'alto Clero solamente, ossia l'Episcopato, ma pur anco (fatte pochissime eccezioni) il Clero in universale, armato del soccorso delle lettere pastorali e della preghiera; per questo medesimo fine il popolo cattolico prende così a petto l'opera del Danaro di S. Pietro; e per questo ancora drappelli di guerrieri magnanimi, con a capo il valoroso Lamoricière, tolgono in mano la spada della difesa.

....«La Chiesa cattolica, e nessuno lo disconosce, geme per ora in una profonda costernazione. Se nondimeno il Papa esce da strette così difficili, aiutatovi dai proprii suoi mezzi e da quelli che il mondo cattolico gli ha spontaneamente fornito, gioverà questo a dare all'elemento rivoluzionario una tale disfatta, quale non ha egli sofferto mai da tutte le violente repressioni adoperate dopo il 1848; e d'altra parte un simile evento sarà per la Chiesa un mezzo di consolazione sì viva, che altrettanta non ne ha ella più sentito da cinquecento anni al dì d'oggi.

«Quanto a noi, troppo saremmo lontani dall'esultare per la decadenza del Papa e del suo poter temporale, perché non è già la Chiesa protestante quella  in cui prò tornerebbe una tal caduta, ma unicamente la sua caricatura, la negazione, la mogia incredulità, e la folla stupida di coloro che nel voler essere in voce d'uomini di fede, si precipitano nelle braccia della crassa empietà e del suicidio morale, nelle braccia degl'insensati protestanti dell'Inghilterra, dell'alleanza evangelica, degl'iscritti al partito della Gazzetta Ecclesiastica, e di tutta la borra e il pattume della stessa specie.

«Se anche, qui e colà, alcuni membri della Chiesa protestante, benché animati dal vero spirito clericale, han manifestato la speranza che il decadimento del Papa recherà il trionfo della Chiesa protestante (nel che ci movono a pietà del fatto loro), essi ci porgono in questo una prova d'imbecillità politica e religiosa, la quale è tutt'altro che onorevole per la nostra Chiesa».

Così parla un protestante, perché uomo di dottrina e uomo di coscienza, e quanti cattolici ed anche sacerdoti dovrebbero vergognarsi nel leggere simili parole!

IL PAPA E I PROTESTANTI POSITIVI

(Pubblicato il 17 ottobre 1860).

La prigionia di Pio VI e di Pio VII recarono alla Chiesa grandissimo guadagno. Il progresso del cattolicismo in Inghilterra data principalmente da quel tempo.

La cattività di Pio IX in Gaeta produsse il trionfo della Santa Sede nell'impero austriaco mediante il Concordato, il cui primo annunzio ci venne dato appunto dall'esule Pontefice.

Ora la Provvidenza di Dio prepara, come premio dei patimenti del Vicario di Gesù Cristo, segnalate vittorie della Chiesa in Germania.

Un gran numero di teologi e di laici protestanti e cattolici si sono riuniti a Erfurlh il 21 e 22 di agosto per preparare una conversione in massa al cattolicismo di que' protestanti, che conservano ancora un filo di fede, e non trovano i principii cristiani che nella religione cattolica apostolica romana.

Dalla parte de'  cattolici si cita tra i convenuti il nome del conte Caio di Stolberg, e dalla parte de'  protestanti il celebre professore Leo di Halle, che i nostri lettori conoscono pel bellissimo articolo ch'egli scrisse in favore del Papa, e venne stampato dall’Armonia.

Intanto la stampa protestante, quella che appartiene al protestantesimo che dicono positivo, perché non s'è ancora gettato nello scetticismo e riconosce tuttavia certi principii di fede, continua a sostenere le parti del Santo Padre, perché vede in lui la causa della religione, della libertà, della verità, della giustizia.

Ci piace citare su questo proposito quanto scrive la protestante Nuova Gazzetta di Prussia riguardo all'ultima Allocuzione del Santo Padre. Essa dice così:

«In sé è già cosa difficile respingere colle sole armi spirituali le baionette maneggiate da bande d'invasori; ma questa difficoltà diviene poi insuperabile, se si considera che a nostri dì ogni speranza sta riposta nella forza brutale e materiale. Per queste ragioni noi crediamo che l'Allocuzione papale, pubblicata ultimamente nelle nostre colonne, non produrrà che un effetto mediocre tanto sui nemici, quanto su coloro che dovrebbero essere gli amici della Santa Sede. Nulladimeno noi abbiamo salutato con gioia tal documento! Esso attesta, apertamente, esistervi ancora nell'universo un paese, dove si osa dare il nome, che lor conviene, agli avvenimenti d'Italia ed alle conseguenze che ne derivano.

«Gli eccessi commessi dal ministero piemontese, invadendo il territorio della Chiesa, il conculcamento di tutti i diritti, a dispetto de'  quali questo governo stende la sua dominazione, eccita i popoli alla ribellione e spoglia i Sovrani dei loro troni, le calunnie e le diffamazioni che il ministero del Piemonte non teme di chiamare a suo soccorso per distruggere il potere temporale del Papa, la lettera spudorata, cui ebbe audacia di mandare al Cardinal Antonelli col fine di giustificare il suo delitto, le bande di uomini perduti lanciati negli Stati della Chiesa per fomentare il disordine ed eccitare la rivolta, le astuzie e gl'inganni, coi quali si vinse l'esercito del Papa, il tristo principio del non intervento, pericoloso sotto ogni rispetto, perché permette allo straniero d'intervenire, purché venga a svegliare o a soffiare la ribellione; ebbene tutto questo ci ricolma di piacere, dacché vediamo proclamale energicamente dall'alto del Vaticano quelle idee, che non cessiamo di difendere giornalmente nelle nostre colonne.

«In Italia, come è detto nell'Allocuzione, in Italia il diritto delle genti è violato con un'audacia inudita, e se non si riesce a riporlo in onore, nessun trono legittimo resterà in piedi, tutti i governi saranno minacciati, e la società stessa civile sarà alla sua volta aggredita. La rivoluzione non tende solamente a distruggere la potenza temporale del Papa e la libera amministrazione della Chiesa cattolica, ma essa si sforza egualmente di opprimere la libertà di coscienza de'  cattolici sudditi di altri principi, vuole l'abolizione dei diritti e dei principii, che sono il fondamento del potere di tutti i legittimi sovrani. Epperò abbandonando la causa del Papa, i Principi tradiscono se stessi».

LA PASSIONE DI PIO IX

(Pubblicato il 4 novembre 1860).

La Chiesa è quaggiù la persona continuata di Gesù Cristo, e la Chiesa e il Papa sono la stessa cosa, secondo la bella frase di S. Francesco di Sales. Al Papa dunque tocca principalmente percorrere la carriera del Redentore dei mondo, ed entrare nella gloria per la via dei patimenti.

Il primo Pontefice, S. Pietro, ebbe una rassomiglianza grandissima colla passione di Cristo: Petrus passioni Dominicae adaequatur, come scrisse Tertulliano (1). E tutti i Papi che vennero di poi, chi in un modo, chi nell'altro, bevettero al calice del Nazzareno.

Il nostro Dante osservava questo in Bonifazio Vili, imprigionato nel 4303 per ordine di Filippo il Bello, re di Francia. Veggio, cantava l'Alighieri nel Vicario suo Cristo esser catto,

Veggiolo un'altra volta esser deriso;

Veggio rinnoveHar l'aceto e il fiele,

E tra nuovi ladroni essere anciso (2).

Uno dei Papi, in cui si appalesano di più le circostanze medesime della passione del Signore è il regnante Pio IX. Egli può ripetere con San Paolo: Ad impleo ed quae desunt passionum Christi iti carne mea, prò corpore eius quod est Ecclesia (Ad Coloss., cap. 24).

Già parecchi scrittori in Francia e nel Belgio mandarono alle stampe alcuni libri dove espongono la Passione di Gesù Cristo rinnovata nella persona del suo Vicario, e bellissimo tra tutti è un volume uscito di quest'anno a Parigi col titolo: La voie douloureuse des Papes, par Edmond Lafond, dove l'autore racconta la passione di Pio IX dalla grotta di Getsemani fino alla risurrezione (3).

Noi pure tenteremo di svolgere alla nostra maniera quest'argomento, e ciò a glorificazione del regnante Pontefice, in cui onore ridonda la sua rassomiglianza con Gesti Cristo, e a conforto dei buoni cattolici, i quali, dopo tanti patimenti, possono con forte certezza attendere ben presto la Pasqua di Risurrezione. Incominciamo.

L'Osanna. Quando Pio IX fu assunto sul seggio Pontificale, quanti elogi, quanti applausi non ottenne egli mai dagli itali attissimi! Egli il creator del genio italico, secondo Gioberti; egli cuor generoso, spirito eletto, speranza universale, secondo Gavazzi; egli profeta del popol suo, la cui voce si sparge per l'intero mondo nunzia di giustizia, secondo Massimo d'Azeglio; egli un angiolo, un redentore, il sommo, l'immortale Pio IX.

Era la cospirazione delle ovazioni, come scrisse benissimo il conte di Falloux; era la domenica delle Palme, a cui dovea presto succedere il venerdì della Passione, come dicea lo stesso Pontefice, quando vedessi sopraffatto dalle feste assordato dagli evviva, tormentato dagl'ipocriti, che non rifinivano mai di chiederne la benedizione.

La cena. Poiché Pio IX con un atte di clemenza inaudito fino allora in un Principe, ebbe perdonato a tutti i suoi nemici, questi, riacquistata la patria e la libertà, si finsero gratissimi al benefizio, e vollero recarsi, in segno di ringraziamento e pietà, alla Mensa Eucaristica ed essere comunicati dal Papa. E Pio IX distribuiva loro la Santa Eucaristia, come già il Nazzareno a'  suoi Apostoli nella notte fatale in cui dovea essere tradito.

— In verità vi dico che uno di voi mi tradirà — avvertiva Gesti Cristo i suoi Apostoli; e Pio IX tra gli amnistiati che ricevevano dalle sue mani la santa Comunione, non ne avea un solo, ma cento e cento che dovevano tradirlo! Giuravano sulla croce che portava sul petto di volergli restare fedeli fino alla morte, ma forse in quell'istesso momento aveano giurato di perderlo.

Il bacio. La storia dei Romani Pontefici è una serie di lotte, di patimenti, di persecuzioni, ma non sapremmo indicare qual altro Pontefice aia stato così bistrattato sotto il pretesto dell'amicizia. Pio VI e Pio VII patirono moltissimo ma chi li tormentava non pretendeva d'esserne il salvatore. Pio IX potò dire e ripetere a taluna — Amico, a qual fine tu sei venuto? Tradisci il Figlio dell'Uomo con un bacio? —

(1) Tertulliano, De Praescript., cap. 36. «Pietro vive sempre, perché i trentatré anni della vita del Salvatore si continuano tutti i giorni nella Chiesa. Cosi il P. Faber nei suo discorso pronunciato il 1° di gennaio del 1860 nella chiesa dell'Oratorio di Londra.

(2) La notte in cui Pio VII fu imprigionato nel Quirinale, questi versi di Dante e quelli che seguono, vennero scritti sulle mura di Roma.

(3) A Liegi venne pubblicato un libretto col titolo: Pie IX dans la voie du Calvaire, ou les XIV stations du chemin de la croix, appliquées a IV. T, S. P. le Pape.

Quando col tempo ci saranno rivelati i misteri delle società segrete, sapremo dove ai tenne la combriccola, chi andò in mezzo ai rivoluzionari e disse loro— Che volete danni, ed io ve lo consegnerò nelle mani? — E leggeremo il patto fiatale dove è scritto: «E colui Che lo tradì aveva dato loro il segnale, dicendo} Quegli ohe io bacio 6 desso: pigliatelo».

L'abbandono, «Tutti i discepoli, abbandonatolo, se ne fuggirono»: è detto in S. Matteo del Redentore del mondo, il quale fu la vittima augusta del non intervento. Ed ecco oggidì il Vicario di Gesù Cristo nello stesso abbandono conciossiaché le nazioni cattoliche parte per connivenza, parte per paura lo lasciano in balìa de'  suoi nemici. I Potenti della terra che dovevano proteggere il Papa, come i Discepoli nell'orto, invece di vegliare, si addormentarono, «imperocché gli occhi loro erano aggravati». E quando i rumori della guerra vennero a destarli dal sonno, impauriti, corsero a nascondersi nel covo tenebroso della neutralità (1).

Da Pilato ad Erode. E Pio IX fu condotto nel Concilio, dove erano radunati i suoi nemici, e tutto il Concilio cercava false testimonianze per condannarlo Il conte di Cavour l'accusò, e Villamarina con lui: e furono i due testimoni; che trovaronsi per perderlo. Ma il Papa, come Gesù, si taceva. E parecchi gli dissero: — Non rispondi nulla a quello che questi depongono contro di te? — E Pio IX in silenzio.

Intanto il conte Walewski finse di lavarsene le mani; e il suo successore, Thouvenel, più d'una volta disse: — Io sono innocente del sangue di questo Giusto: pensateci vol. — Laddove gli Inglesi protestanti, come Erode, beffarono il Vicario di Gesù. E nel giorno della sua passione Francia e Inghilterra divennero amiche, conciossiaché per lo innanzi fossero nimicissime fra di loro.

La corona di spine. Alcuni mesi fa i cattolici di Liraborgo presentarono a Pio IX un indirizzo coperto da 80,000 firme, e sul frontispizio del prezioso volume era una bellissima miniatura, opera del celebre Scboofs, rappresentante Maria Santissima che leva dalla fronte del Santo Padre una corona di spine, e ci mette invece una corona di rose.

Pio IX nel ricevere il volume pose il dito su quest'emblema, e disse: «La corona di rose non è della vita presente: quaggiù bisogna portare la corona di spine». Poi sorridendo amorevolmente soggiunse: «Talora tra queste spine si trovano le rose, e certo, signori, la vostra deputazione, organo dei cattolici del Belgio così devoti e generosi, è una bella rosa in mezzo alle mie spine».

Fortunati coloro che poterono consolare il Santo Padre in mezzo alle sue afflizioni! Guai invece a que' tristi che ne punsero l'augusta fronte, e la circondarono d'una corona di tormenti!

(1) Jésus sera en agonie jusqu'à la fin du monde: il ne faut pas dormir pendant ce temps-la Pascal, Pensées et fragments.

Quelle spine si rivolgeranno tardi o tosto contro di loro, e si conficcheranno terribili nel loro cuore.

Ecce Homo. Ridotto Pio IX alla miseria, spogliato delle sue città, abbandonato da'  suoi amici, viene ora mostrato alla plebe in mezzo agli insulti ed alle bestemmie. Alcuni fingendo di piegare il ginocchio innanzi a lui lo deridono; altri gli sputano addosso, prendono la canna che gli hanno posto ora le mani e lo battono nella testa; e v'ha pure chi lo schiaffeggia, e poi lo sfida ad indovinare chi l'ha percosso.  tu che distruggi il tempio di Dio e lo rifabbrichi in tre giorni salva te stesso: se sei figliuolo di Dio scendi dalla croce: — dicevano beffardamente i giudei a Gesù Cristo, ed ora lo ripetono i tristissimi cristiani al suo Vicario. —

Il Papa ha salvato l'Europa dalla barbarie e non può salvare se stesso — Ha confidato in Dio: lo liberi addesso se gli vuol bene.

Le pie donne. In mezzo agli insulti ed agli scherni non mancano però le anime buone che consolano il Santo padre, e piangono sulle sue sciagure. E Pio IX dice loro come il Nazzareno, di piangere sulle sciagure de'  proprii figli. Egli pure ne piange ed ba detto al mondo cattolico nella sua Enciclica del 19 di gennaio del 1860, quanto fosse profondamente afflitto vedendo la perdita di tante anime.

Ogni Papa, il giorno in cui è creato Papa, osservava un Vescovo francese, piglia le viscere di padre. Pio IX era Padre prima ancora d'essere Papa. È il miglior cuore nella peggior epoca, come bellamente lo definì uno spagnuolo (1). Pio IX piange e invita a piangere, ma sui mali che sovrastano all'Italia, su tanti cristiani che precipitano negli abbissi, sui pericoli che corrono i popoli ed i governi.

Quanto a sé Pio IX non teme. Non ba guari, il giorno di San Patrizio, diceva agli allievi del collegio irlandese in Roma: Voi compatite le mie sofferenze, ma nella vita del vostro Santo protettore io trovo ch'egli Tu schiavo tre volte, e tre volte la mano di Dio lo liberò dalla schiavitù. La Chiesa non fu liberala tre volte soltanto, ma mille e mille volte. Mille e mille volte fu assalita dai potenti, perseguitata dalle passioni, conculcata dagli uomini; ma in mezzo a tutti questi tormenti essa era libera, perché nelle mani di Dio, che non ha mancato mai di convertire in trionfo ciascuna delle sue umiliazioni».

La spogliazione sul Calvario. Gesti Cristo portava la sua veste inconsutile, che era cosa temporale, e ne lo spogliarono, e se la giuocarono a'  dadi. Il Papa è la persona continuata di Gesti Cristo, e mentre nella sua essenza spirituale non può venire offeso e spoglialo, può esserlo bensì in tutto ciò che ha di umano e temporale. E coloro che sotto questo aspetto ne conculcano i diritti e se ne appropriano i beni, sono rei di gravissima colpa, e non offendono solo il Re, ma il Papa, come quelli che, spogliando il Nazzareno, non offesero solo il figlio dell'Uomo, ma il figlio di Dio fatto uomo.

(1) Don Juan Gonzales, El Papa en todos los tiempos.

I ricchi e i nobili imitino l'esempio di Giuseppe d'Arimatea vir nobilis et ipse dives, che ravvolse nella Sindone il nudo corpo del Redentore, e che versò in abbondanza il balsamo sulle sue ferite. Ci volea un gran coraggio in quel pio, ma l'ebbe; e il Vangelo ci dice che: audacter introivit. Il Danaro di San Pietro è la Sindone in cui dobbiamo ravvolgere Pio IX. Avanti, o ricchi! Avanti, o cattolici: con coraggio e generosità soccorriamo il nostro Santo Padre, il Vicario di Gesti Cristo 1

La crocifissione. Tra le profezie sui Papi attribuite a S. Malachia, Arcivescovo d'Armagh in Irlanda, quella che riguarda Pio IX è Crux de Cruce, e vuol dire che questo Pontefice porterà una croce doppia. E senza attribuire alla profezia maggiore importanza di quella che meriti guardando unicamente a'  fatti, veggiamo che Pio IX ha portato la doppia croce: l'una gliel'ba poeta sulle spalle Mazzini nel 1848, e l'altra Cavour ai nostri giorni. E Pio IX è pronto a sopportare tutti questi patimenti «aspera quaeque et acerba perpeti ac vel ipsam e animam ponere, antequam Dei, Ecclesiae ac iustitiae causam ullo modo de seramus».

Ma Cristo elevato da terra trasse ogni cosa a se stesso; e Pio IX procaccerà alla Chiesa un segnalato trionfo colla grandezza de'  suoi patimenti e coll'eroismo delle sue virtù. Verrà tempo, in cui coloro che lo rinnegano, si picchieranno il petto, e diranno: veramente era costui il Vicario di Gesù Cristo!

Quando sarà oscurato il sole della verità, e i popoli cammineranno nelle tenebre e nelle ombre della morte; quando tremerà la terra, e crolleranno i troni (1); quando la guerra passerà dalle pubbliche alle private sostanze, ed alle invasioni succederanno le invasioni; quando l'Italia, questa nuova Gerusalemme, dovrà pagare la pena dei auoi errori e de'  suoi delitti, allora ascolterete che solenni rimproveri, che grandi rammarichi, che preziose confessioni!

La risurrezione. Il Papa è immortale: egli vive insultato tra la sua gloria passala e la sua gloria futura, simile a Cristo crocifisso, in mezzo al tempo, tra il giorno della creazione e il giorno del giudizio universale. Taluno crede giunto l'ultimo momento del Papato, e ne prepara i funerali: ma vi hanno funerali, che esalano un odore di vita.

Giunta l'ora scritta nei decreti della Provvidenza, voi vedrete il Papa risorgere più glorioso che mai, lo vedrete sbaragliare le guardie che lo custodiscono, e rompere i sigilli con cui la diplomazia cercasse di munire la pietra del suo sepolcro.

Ai nemici di Pio IX noi possiamo dire colle parole del tragico francese

Qù le conduisez-vous? — À la mort! À la gioire!

(1) Thiers, il 30 di marzo del 1849, chiamava l'autorità temporale del Papa une autorité nécessaire à l'Europe.

IL PIÙ GRANDE DOLORE DI PIO IX

(Pubblicato l'11 novembre 1860).

Di molti e sublimi dolori soffre il nostro Santo Padre, Pio IX, questo martire generoso e intrepido della giustizia, della verità e dell'amore, e molti e gravissimi ancora gliene tengono In serbo snaturati e ingratissiml Italiani.

Grande dolore fu per Pio IX vedersi perseguitato dai ministri di Casa Savoia; grande dolore riconoscere l'Ipocrisia di coloro che se gli protestavano amici e leali protettori; grande dolore veder tolto a brano a brano alla Chiesa il suo patrimonio: grande dolore sentire tagliato a pezzi l'esercito de'  valorosi cattolici accorsi a difenderlo; grande dolore vedere eccitati i propri sudditi alla ribellione, e ripagato colla più nera sconoscenza l'affetto del più benefico He, e del più tenero Padre; grande dolore vedere nelle sue provincie introdursi l'indifferenza, l'eresia, l'immoralità; grande dolore.... E chi può tutti annoverare i dolori di un Pontefice così birbaramente tormentato?

Ma sebbene tutti questi dolori sieno vivi e crudelissimi, il cuore del nostro Santo Padre ne soffre uno che tutti gli altri sorpassa, e ne strazia più vivamente l'anima benedetta. È il dolore che già sofferse Davide, vedendosi combattuto dal proprio figlio; Il dolore che patì Cristo Gesti quando fu tradito dal proprio discepolo; dolore ohe doveva essere riservato al suo Vicario, e fu eroicamente sopportato da Pio VII, e che oggidì sopporta con eguale eroismo il suo successore Pio IX.

Questo ineffabile dolore manifestava Davide nel salmo cinquantesimo-quarto: — Se il mio nemico m'avesse maledetto, avrei pur voluto sopportarmelo in pace. E se colui che m'odiava avesse agguzzato contro di me la sua lingua, forse mi sarei tolto alla sua presenza. Ma tu, uomo che avevi un sol cuore con me, ch'eri nel novero de'  miei condottieri, de'  miei famigliari, che ti cibavi dolcemente con me, che camminavi al mio fianco nella casa del Signore! —

Le quali parole ripetute poi dal Redentore del mondo, passavano in bocca ai Romani Pontefici Spesso traditi da quegli ecclesiastici che loro dovevano maggiore affetto e fedeltà. Pio VII poté indirizzare a parecchi la davidica lagnanza.

Quando nel 1809 «l'appetita Roma venne in mano di colui che ogni cosa appetiva», come si esprime Carlo Rotta, fu imposto agli ecclesiastici il giuramento di fedeltà a Napoleone I. Moltissimi, anzi l'immensa maggioranza ricusò il giuramento ma pure alcuni giurarono. Tra'  Vescovi rifiutarono di Ritirate quei di Teitaclna, Sezze, Piperno, Ostia, Velletri, Amelia, Telni, Acquapendente, Nocera, Assisi, Alatri. I gendarmi se li pigliarono, e chi in Francia, chi a Torino, chi a Piacenza, chi a Fenestrelle furono condotti.

Ma giurarono invece fedeltà al Bonaparte i Vescovi di Perugia, Segni, Anagni. Aveva giurato anche il Vescovo di Tivoli, però pentitosi ben presto, e condottósi a pontificare nella chiesa del Carmine, il giorno di S. Pietro, Con multe lagrime foce dopo il Vangelo la sua ritrattazione, e venne ghermito dai bitti, Condotto a Roma e carcerato alla Minerva.

I canonici de'  Capitoli di San Giovanni e di San Pietro in Roma tutti ricusarono il giuramento, salvo Vergani e Doria: quei di Tivoli e di Viterbo, tre soli eccettuati, giurarono. Giurarono quei di Subiaco ad istigazione dei Tivolesi, ma poi si ritrattarono. Non vollero giurare i canonici di Canepitta e di Cori, e caddero in mano a'  gendarmi.

Dei tanti parroci di Roma tre soli giurarono, quei della Traspolitina, di Santa Maria del Carmine fuori di Porta Portese, della Madonna della Luce in Trastevere; i renitenti furono portati via, o se infermi ed Impotenti all'esilio, serrati in San Callisto.

Sicché Pio VII, se ebbe a gioire della fedeltà di molti, ebbe pule a rammaricarsi del tradimento, o meglio, della debolezza di pochi, e dire a ciascun di loro: Tu uomo, che avevi un sol cuore con me, che eri nel novero de'  miei condottieri, de'  miei famigliari!

Ora tocca a Pio IX patire questo dolore acerbissimo. Parecchi preti in Sicilia, a Napoli in Lombardia l'angustiarono! Tre preti della nostra Camera dei Deputati votarono contro di lui, e non contenti di votare in segreto, applaudirono in pubblico! A Bologna un canonico se gli dichiarò avverso con gran giubilo dei rivoltosi. A Pisa un prete Gigli tenne co' tristi, e ne fu ripagato come meritava.

Ma tra tutti chi si segnalò di vantaggio nell'addolorare Pio IX fu testé il canonico Paolo Spinucci già Vicario Generale della diocesi di Pesaro. Egli non contento di votare contro il Papa ne rigettò pubblicamente, solennemente il dominio come contrario allo spirito ed alla lettera del Vangelo, e perciò infausto agli interessi della religione; come impotente a reggere con prosperità la cosa pubblica».

Era un dire al Papa, al Vicario di Gesù Cristo: — Voi siete un empio Voi rinnegate il Vangelo; Voi combattete il Cattolicismo. — E questo Io disse à Pio IX il canonico Spinucci! 0 Santo Pontefice, quanta ragione avete Voi di ripetere: Se il mio nemico m'avesse maledetto, avrei pur voluto sopportarmelo In pace! Ma tu, o uomo, che avevi un sol cuore con me, ch'eri nel novero dei miei condottieri, de miei famigliari; tu....

Il canonico Spinucci prima di recarsi ad accusare presso il Concilio la Santità di Pio IX, e di tanti Santissimi Pontefici che lo precedettero, come rei dì lesa religione, di violalo Vangelo, scrisse una lettera al Vescovo di Pesaro, rassegnandogli l'ufficio di suo Vicario Generale.

Egli sentì di non meritare più d'essere ammesso alla presenza del Prelato, egli confessò cdi non aver mai lasciato scorgere certi suoi sentimenti ed opinioni, manifestando poi d'un tratto una sua convinzione profonda, una sua carità ardentissima verso l'Italia. Carità singolare, che poté restare nascosta per tanto tempo, mentre è proprio digli affetti il riprodursi esternamente!

Noi pubblichiamo più innanzi questa lettera dello Spinucci, e terremo dietro diligentemente agli atti suoi. Oh potesse egli mostrare la forza del Vescovo di Tivoli! Quanto bene provvederebbe ai suo onore quaggiù, e alla sua sorte altrove!

Basta, compatiamo al grande dolore che costui ha recato al nostro Santo Padre, dinunziandolo come nemico del Vangelo! Deploriamo uno scandalo così grave, e procuriamo noi di mostrarci sempre più fedeli, devoti, affezionati a Pio IX, affinché l'affetto nostro e la nostra fedeltà compensino i traviamenti altrui, e consolino alquanto l'addolorato Pontefice.

Sì, Padre Santo, se parecchi figli vi tradiscono, più altri vi si mantengono obbedienti e fedelissimi. Se la debolezza vostra è cagione di scandalo a'  codardi, per noi è argomento d'affetto e devozione sempre maggiori. Voi ci siete tanto più caro, quanto più perseguitato. Segua chi vuole i potenti, noi stiamo col Padre nostro. Voi non ci potete dar nulla, perché voi stesso abbisognale del 'Obolo di S. Pietro. Ebbene, appunto perciò difendiamo la vostra causa con più grande impegno, sentendo purificato pienamente quell'affetto santissimo che ci accende il cuore.

INSULTI A PIO IX SACRILEGHI

(Pubblicato il 16 novembre 1860).

«E cominciarono alcuni a sputargli addosso, a velargli la faccia e a dargli dei pugni dicendogli: profetizza, e i ministri lo schiaffeggiavano (S. Marco, cap. XIV, vers. 65.

Pareva difficile che i rivoluzionari sapessero inventare ancora nuovi insulti per affliggere l'animo del Santo Padre; ma l'odio che recano al Vicario di Gesti Cristo è così fecondo in ripieghi, che suggerì loro un nuovo scherno da gettare in faccia all'addolorato Pontefice. Come i giudei deicidi gli sputacchiarono in volto!

La Perseveranza di Milano e la Nazione di Firenze pubblicarono contemporaneamente una pretesa corrispondenza di Roma, riferita il 14 novembre dall'impero e dalla Gazzetta di Torino, giornali cavouriani tutti quattro, secondo la quale corrispondenza «proseguono le trattative tra il conte di Cavour e il

Cardinale Antonelli intorno alla rinuncia del potere temporale. Il conte di Cavour offre al Papa una rendita annua di un milione di scudi e 10,000 a ciascun Cardinale con la dignità di senatore del regno. Queste proposte, rigettate dapprima con disprezzo, troverebbero adesso un poco più di favore». Così la Nazione di Firenze; e la Perseveranza ripete sottosopra lo stesso.

Ora noi diciamo che queste notizie, oltre all'essere una solennissima assurdità, oltre al dimostrare che i giornali pubblicandole tengono i loro lettori in conto di capocchi e d'imbecilli, riescono eziandio ad un villano insulto contro il grande Pio IX.

Per restarne convinti basta ricordare ciò che disse il Santo Padre nella sua bellissima Allocuzione del 19 di gennaio 1860. Egli manifestò all'universo che «nulla lascia d'intentato per sostenere con fortezza la causa della religione e della giustizia e difendere e conservare costantemente integro ed inviolato il civile principato della Romana Chiesa e i suoi temporali possedimenti e diritti, che appartengono all'Orbe Cattolico».

Soggiunse il Pontefice che questo era suo gravissimo dovere, e protestò di essere disposto «a seguire le illustri pedate de'  suoi predecessori, ad emularne gli esempi, a tollerare ogni acerbità ed amarezza, a lasciarci la vita (ipsam animam ponere) piuttosto che abbandonare in qualsiasi modo la causa di Dio, della Chiesa e della giustizia».

Dopo tali proteste offrire al Papa danaro perché rinunzi ai diritti della Chiesa, e dire ch'egli entra in trattative, è offenderlo, è schernirlo, è spulargli in volto.

Il Papa ha dichiarato di essere obbligato (prò gravissimi ufficii nostri debito) a non lasciar togliere un palmo solo del patrimonio della Chiesa. Chi dice che il Papa entra in trattative su questo punto, afferma che sta in forse se debba fallire al debito suo, epperò l'ingiuria e gli sputa sul volto.

Il Papa ha dichiarato che il suo Principato civile appartiene al mondo cattolico (ad universum catholicum orb'em pertinet). Chi afferma che vuol cederlo per un milione di scudi, viene a dire che è custode infedele, e cerca alienare il fatto altrui' epperò l'offende e gli spula sul volto.

Il Papa ha dichiarato di voler mantenere integro ed inviolato il Patrimonio della Chiesa. Chi suppone che egli oggidì entri a parlare di rinunzia, insinua che Pio IX voglia venir meno ai suoi propositi ed ai suoi giuramenti, ed empiamente lo schernisce e gli spula sul volto.

Il Papa ha dichiarato di voler seguire le vestigia ed emulare gli esempi dei suoi predecessori, i quali ad ogni costo difesero l'integrità del proprio civile Principato. Chi scrive adunque che Pio IX entra in trattative per rinunziarvi, vuol far credere che il regnante Pontefice sia degenere dai suoi predecessori, epperò lo svillaneggia e gli sputa sul volto.

Il Papa ha dichiarato di voler piuttosto morire, che sacrificare il dominio temporale. E dire oggidì ch'egli sta per cederlo mediante un milione di scudi, non è schiaffeggiarlo, non è sputargli sul volto?

E quando cesserete una volta, o figli snaturati, di tormentare il nostro Santo Padre? Non siete contenti d'averlo spogliato, d'averlo ridotto alla miseria? Perché lo tormentate ancora colla calunnia, e colla peggiore delle calunnie, insinuando ch'egli, per ragioni di danaro, voglia sacrificare la causa della Chiesa e della giustizia?

Copie? Pio IX per un milione di scudi rinunzia il dominio temporale? Quel Pio IX che nel 1848 per ragioni di coscienza ba rifiutato tutta l'Italia, ette la rivoluzione gli offeriva! Quel Pio IX che da due anni ha sofferto la perdita di milioni e milioni di scudi per restar saldo nell'adempimento de'  suoi doveri! Quel Pio IX che con tanta forza resiste alle promesse ed alle minaccie del Bonaparte, non temendo e non isperando nulla che da Dio!

Ab! i giornali del conte di Cavour non credono quello che dicono. Essi hanno stampato scientemente una menzogna, ma l'hanno stampata per contristare il Papa, per ischiafleggiarlo, per isputargli sul volto. Il conte di Cavour, quantunque audacissimo, non ba mai osato, non oserà mai di offerire al Papa un milione di scudi, perché rinunzi a'  suoi incontestabili diritti, e venga meno alla Sua parola ed a'  suoi giuramenti. E se la baldanza del conte di Cavour, giungesse fino a questo punto, Pio IX gli risponderebbe colle parole di San Pietro? Pecunia tua tecum sii in perditionem!

LE GLORIE DEGLI OTTO PII RINNOVATE IN PIO IX (i)

(Pubblicato il 18 novembre 1860).

Nel 1847 Vincenzo Gioberti diceva a Pio IX: «Che possono i despoti e gli Imperatori con le loro armi brutali, e le ambascerie frodolente? Più prova una vostra parola, che un esercito; più vale il suono della vostra voce per eccitare negli animi la speranza e il terrore, che il fragorìo delle armi o il fremito, delle battaglie. E non solo è potente il nome del vostro grado, ma eziandio quello della vostra persona, perché esso ricorda molte antiche glorie, che voi vi apparecchiate non solo a pareggiare, ma a vincere (2)».

E Vincenzo Gioberti fu buon profeta; e il regnante Pontefice Pio riunì in sè tutti i patimenti e tutte le virtù, tutte le persecuzioni e tutto l'eroismo degli altri pontefici di questo nome che lo precedettero. Ed in conferma di ciò sarà bene passare in rivista i Pontificati degli otto Pii, paragonandoli con quello di Pio IX.

S. Pio I. Il primo Pontefice che portasse il nome di Pio fu successo del Papa S. Igino nell'anno 142. Era un italiano ed è venerato come martire. Tillemont pretende che non fosse ucciso, ma che i combattimenti dovuti de lui sostenere equivalessero al martirio, Laddove il Fontanini nella sua Storia letteraria d'Aquilea dimostra che realmente fu passato a 61 di spada.

Pio IX è successore di S, Pio I, e soffre un vero martirio, colla differenza che non sono i pagani che l'uccidono, sibbene i cattolici, i suoi figli! Egli può dire con S. Paolo quotidie morimur; ogni giorno se gli fanno soffrire nuovi tormenti) è martire della clemenza, martire della bontà, martire della giustizia, martire del suo affetto all'ingratiasima Italia.

(1) In questi giorni, in cui il nostro Santo Padre Pio IX è tanto perseguitalo, e soffre per la causa della Chiesa e della giustizia cosi acerbi dolori, noi non sappiamo che pensare a lui che scrivere di lui, che cercare ogni via per compensare le scelleratezze che si commettono contro di lui. Pio IX oggidì è il nostro unico pensiero, il nostro maggiore affetto, e noi vorremmo lodarlo e benedirlo tanto quanto i tristi l'offendono e lo maledicono.

(2) Gesuita Moderno. Edizione di Torino, 1848; vol. iv, pag. 136.

Pio. Grande Pontefice fu Enea Silvio Piccolomini, e nel suo Pontificato due fatti principalmente risplendono. l'opposizione che trovò in Francia e riffe differenza con cui l'Europa accolse le sue proposte di guerra contro il Turno, i seguaci di Maometto stavano per soperchiare la cristianità, e i Principi cristiani sonnecchiavano. Pio II non riuscendo a scuoterli colla forza delle parole, tentò di muoverli colla virtù dell'eaempio. Apprestò una flotta a spese della Chiesa, ed egli stesso recossi in Ancona per imbarcarsi e passare in Asia. Ma Dio dispose altrimenti, e sul punto di partire, sopraffatto dalla fatica, lo zelante Pontefice moriva il 16 agosto del 1464.

Pio IX è successore di Pio U; egli trova in Francia quelle grandi opposizioni, quella sorda guerra che tanto contristarono il Piccolomini: egli trova in Europa la stessa freddezza, la medesima indecisione contro {'Islamismo moderno. Ancona, quell'Ancona dove Pio li morì, quando stava per muovere egli solo in difesa dei Principi europei minacciali tutti in un fascio dalla Mezzaluna, fu bombardata sotto Pio IX, e l'Europa, osserva il generale di Lamoricière, l'Europa non mandò nelle sue acque una sola vela per confortare almeno colla sua presenza i difensori del Papa!

Pio III non ebbe che soli ventisei giorni di Pontificato. La sua morta, dica il Muratori «fu gran perdita per la religione, L'integrità della sua vita in tutti gli anni addietro, la sua prudenza e il suo zelo facevano sperare dei grandi vantaggi alla Chiesa.. Abborriva la guerra, «non meditava se non consigli di pace».

E Pio III fu redivivo in Pio IX nello zelo, nella prudenza, nell'amor della pace. Oh quanto fece, quanto patì questo Re pacifico! Meditò consigli di pace nel 1849, e s'attirò contro le ire della rivoluzione! Non benedisse la guerra della Crimea nel 1853, ben prevedendo che quella non era guerra in favor della Chiesa, ma diretta piuttosto a prepararle grandi guai e sciagure. Scongiurò la guerra nel 1859, licenziando dagli Stati Pontificii i Francesi e gli Austriaci che n'erano il pretesto. Soffrì in pace la perdita delle Romagna piuttosto che suscitare in Italia nuove cagioni di guerra. Ed in ultimo il Re pacifico fu assalito in casa sua in quella maniera che tutti sanno.

Pio IV cominciò il suo Pontificato nel 1559 col perdonare ai nemici del suo predecessore e della S. Sede. Riprese con molto atto la celebrazione dal Concilio di Trento, ch'era stata sgraziatamente sospesa, e lo vide condotto a termine, e pubblicò la Bolla che ne confermava i decreti. Si dee a lui l'istituzione  di Seminari, opera di tanta importanza per la Chiesa, che fe' spargere lagrime di consolazione ai Padri Tridentini. Abbellì Roma di parecchi edifizi pubblici, e non fu immune da pericoli per l'opera d'insensati che attentarono alla sua vita.

Se il Concilio di Trento onora la memoria di Pio IV, un altro Concilio onora e onorerà eternamente il nome di Pio IX ed è quella riunione di Vescovi, avvenuta in Roma nel 1854, quando dal regnante Pontefice fu proclamato il dogma dell'Immacolata Concezione. Del resto Pio IX fu clemente come Pio IV, come lui attese all'istruzione del Clero, ne moltiplicò i Seminari, stabilì in Roma quel Seminario Pio che già fu e sarà sempre alla Chiesa di maggior vantaggio, adornò Roma di tanti monumenti e musei che ornai ogni via ne ricorda un benefizio, e patì e continua a patire le cospirazioni degli ingrati.

S. Pio l’è una gloria del Piemonte, e cui appartenne per nascita. Dall'Episcopato di Mondovì egli passò alla cattedra di S. Pietro. Suggerì, promosse, aiutò efficacemente contro il Turco una lega dei Potentati cristiani, e, più felice di Pio 11, vide il suo disegno compiuto da una grande vittoria, e rinnovò nella moderna Roma gli spettacoli trionfali dell'antica. Divotissimo di Maria, vinse per lei a Lepanto e salvò l'Europa. Ebbe le virtù di un Santo, e le prerogative di un gran Principe, e quando morì il sultano Selim, ordinò per tre giorni in Costantinopoli pubbliche e solennissime feste.

L'Europa ba ripagato e ripaga tristamente dei vantaggi della battaglia dì Lepanto il successore di S. Pio V. Mentre il Turco trovò tre Potenze cristiane che profusero l'oro e il sangue per difenderne la integrità dell'Impero, Pio IX vede quelle stesse Potenze cospirare per togliere a lui il Principato. Ma l'intrepido Pontefice non se ne spaventa. Sta con lui quella Vergine potente e terribile come una ben ordinata falange che vinse a Lepanto. Col suo aiuto egli uscirà trionfante dalla lotta tremenda che combatte oggidì contro la rivoluzione. I Turchi moderni lo credono morto, e fanno festa; ma non tarderanno ad accorgersi quanto sia duro cozzar contro Roma.

Pio VI. Quando il Brascbi prese il nome di Pio, disse: «Pio l’è l'ultimo Papa che la Chiesa abbia messo nel novero dei Santi; vorrei camminare sulle sue traccia e giungere alla sua beatitudine». E vi giunse col martirio, e oggi dice tra Beati: «E venni dal martirio a questa pace».

Pio VI peregrinò a Vienna per convertire un tristo Imperatore e un perfido ministro. La barca di S. Pietro allora faceva acqua da tutte le parti, secondo la frase di Federico II, e i Principi empi e codardi l'abbandonavano. Poco dopo ecco che «les Rois n'ont plus de tròne oti Dieu n'a plus d'autel!(1)».

La rivoluzione voleva scattolicizzare la Francia, come dichiarava Mirabeau (2), epperò tolse a Pio VI il regno e la libertà, e più tardi anche la vita. Il Pontificato di Pio VI fu da lui stesso riepilogato in una medaglia che rappresentava Cristo avviato al Calvario colla Croce sulle spalle. L'esergo diceva: Factus est Principatus super humtrum eius.

Lo stesso può ripetersi di Pio IX. Egli regna per la Croce, colla Croce, sulla Croce. Quella medesima rivoluzione chea detta di Kaunitz, durerà lungo tempo, crocifigge ora Pio IX dopo di avere crocifisso Pio VI.

(1) Cosi il Card. Bernis nel suo poema: La Religùm vengée.

(2) Questo è lo scopo di tutte le rivoluzioni, ridurre i popoli al paganesimo, e renderli, come diceva S. Paolo, «ine Christo, sine Deo in hoc mundo (Ad Ephes., n, vers. 12).

Ma ciò non serve che per rinnovare al mondo due grandi spettacoli: lo spettacolo vergognoso della slealtà, dell'empietà, della barbarie de'  rivoluzionari, e lo spettacolo sublime della rassegnazione, della pazienza, della costanza del Vicario di Gesti Cristo.

Pio VII è il Pontefice vincitore della rivoluzione. La storia del Papato presenta un'alternativa di umiliazioni e di glorie, di apparenti disfatte, e di finali trionfi; e quest'alternativa si è appunto quella che ne chiarisce la divinità.

Sotto il Direttorio, Laréveillière-Lépaux, l'inventore della teofilantropia, lagnavasi del meschino risultsto del nuovo culto. — Volete un buon consiglio? gli disse un giorno Talleyrand — Volontieri — Ebbene morite il venerdì, e risuscitate la domenica. —

Ma ciò non è dato alle istituzioni umane, ed è proprio solo del Papato, che ba i suoi venerdì e le sue domeniche. E la domenica giunse per Pio VI!; ed egli, useremo le parole di Vincenzo Gioberti e mostrò col proprio esempio l'onnipotenza morale del Pontificato, poiché vinse inerme e disarmò colui che imbrigliava e schiacciava il mondo colle arti della sua politica, e col peso delle sue armi».

E questa domenica sta per sorgere anche per Pio IX, il quale disarmerà quell'uomo redivivo, coll'invincibile fermezza della sua coscienza; e l'ha fin d'ora già vinto, obbligandolo a nascondere i suoi pensieri, a rinnegare apparentemente ciò che forse approva in suo cuore.

Pio VIII ebbe breve, ma pur glorioso Pontificato. Durante il conclave al rappresentante della Corte di Francia che gli ricordava il bisogno di conciliare le idee antiche colle opinioni moderne, rispondeva: «Il S. Collegio conosce la difficoltà dei tempi; ma, pieno di confidenza nell'Onnipotente, spera che questi metterà una diga allo sfrenato desiderio di sottrarsi da qualsiasi autorità. Ogni ordine di società e di potenza legislativa venendo da Dio, la sola vera fede cristiana può rendere sacra l'obbedienza. Il nuovo Pontefice regolerà la sua condotta secondo il Vangelo, che è la sola vera scuola di un buon governo».

Mosso da questi principii, Pio Vili cominciava il suo regno con un'Enciclica, in cui rivelava le arti della rivoluzione, e metteva in roano a'  cattolici le armi per combatterla. Fu vigilante e inesorabile contro le società segrete, che tentavano di sconvolgere Roma, la testa ed il cuore dei mondo. Mostrassi zelantissimo difensore della libertà della Chiesa, e proclamò in un Breve che la Chiesa è libera per istituzione divina. Prudenza e fermezza, ecco le due belle virtù che risplendettero in Pio VIII (1).

E prudenza e fermezza sono le virtù di Pio IX. A chi gli volle imporre il Codice di Napoleone, rispose che il Papa ha per Codice il Vangelo.

(1) «Pie Vili, avant son élection, avait souffert la persécution auprès de Pie VII, et avait appris de lui la résignation du marlvre». Lafqnd, Lo voie douloureuse des Papes, Paris, 1860; pag. 178.

A chi pretese da lui il sacrifizio della propria coscienza, rispose come Cristo a Satana, che lo tentava dopo averlo affamato. E prudenza e fermezza sono le virtù di Pio IX. A chi gli volle imporre il Codice di Napoleone, rispose che il Papa ha per Codice il Vangelo. A chi pretese da lui il sacrifizio della propria coscienza, rispose come Cristo a Satana, che lo tentava dopo averlo affamato. A chi cercò d'incatenare la Chiesa nella persona del suo Capo, ornai fece capire che Pio IX può essere ucciso, non può essere incatenato.

Laonde noi veggiaroo tutte le antiche gloria dei Pii rinnovate in Pio IX. Egli martire come San Pio I; egli, combattuto dalla Francia ed abbandonato dall'Europa come Pio 11, non si perde d'animo e fa fronte alla rivoluzione; egli amico della pace come Pio III; egli difensore e glorificatore della fede come Pio IV compie il Concilio di Trento colla definizione dell'Immacolata; egli vincitore del moderno islamismo come San Pio V; egli crocifisso come Pio VI; egli trionfante dell'ipocrisia e della forza brutale come Pio VII; egli sostenitore della politica del Vangelo e della libertà della Chiesa come Pio VIII.

Noi proviamo una vera soddisfazione nel far valere gli scritti dei nemici del Papa a sua gloria; epperò termineremo questo articolo, conchiudendolo colle parole di Vincenzo Gioberti, con le quali l'abbiamo incominciato, dicendo a Pio IX: e La gloria che il Cielo v'apparecchia, è dunque unica; e come oggi diciamo Gregorio, Giulio, Innocenzo, Leone, senz'altro, per significare l'individuo che più illustrò ciascuno di questi nomi, così verrà tempo che per richiamarvi al pensiero dei popoli riconoscenti basterà che ai pronomi il nome di Pio (1)».

(1) Gesuita Moderno, Ediz. tor., 1848; vol. IV, pag. 136.

PIO IX E LA RIVOLUZIONE 

LEZIONI DI CERTI PROTESTANTI A CERTI CATTOLICI

(Pubblicato 11 25 novembre 1860).

Il protestantismo, rimettendo la regola del credere ai vaneggiamenti dell'umana ragione, non tardò a degenerare in aperto anticriatianesimo, e dopo di essersi ribellato all'autorità della Chiesa, giunse a spacciare per una favola l'esistenza medesima di Gesù Cristo.

Chi ignora le scandalose teorie dei protestanti razionalisti della Germania? Venne Kant, e disse che Cristo era la perfezione ideale dell'umanità. Hegel affermò che l'uomo-Dio era la figura dell'unione del finito e dell'infinito nell'uomo. Secondo Fichte, la parola si fa carne come in Gesti, in ogni uomo che comprende la sua unità ton Dio. A detta di Schelling, l'Uomo Cristo è il punto culminante dell'esistenza umana della Divinità. Strauss spacciò per un'invenzione la storia evangelica, riconoscendovi tuttavia qualche po' di vero. Krugg provò ohe Strauss era inconseguente, e prenunzio un miticista più ardito che avrebbe riconosciuto come un mito tutti i documenti del Cristianesimo. Feuerbach non volle riconoscere altro Cristo che l'umanità, e finalmente giunse Massimiliano Stirner che disse: «Il Cristo-umanità come il Cristo storico sono un'invenzione dei Cappuccini».

In messo a queste aberrazioni si conservò tuttavia in Germania un drappello di protestanti dotti e pii, i quali gelosamente custodirono la fede in Gesù Cristo e nei dogmi principali del Cristianesimo, e ai dissero protestanti positivi in quanto ohe, rigettando alcune verità cattoliche, ne conservano molte altre a differenza dei semplici protestanti che ogni cosa rigettano e cadono nel puro razionalismo senza più riconoscere nessun elemento sopranaturale.

Ora codesti protestanti positivi riconobbero come la rivoluzione fosse essenzialmente anticristiana, e combattendo il Papa, combattesse non solo il Cattolicesimo ma anche quella parte positiva del Cristianesimo, che parecchi protestanti ritenevano. Sicché confessarono di correre co' cattolici i medesimi pericoli, sostennero ne' loro giornali la causa del Papa, combatterono i principii Sovversivi della demagogia, e trovarono di potersi riunire co' cattolici nel far testa all'avversario comune che cercava spiantare dalla società ogni elemento cristiano,

A tal fine molti protestanti e cattolici di Germania, il giorno SI e 2$ di settembre, tennero una conferenza in Erfurt collo scopo di potersi meglio intendere; e sullo scorcio di ottobre doveano avere una seconda conferenza per con durre a buon termine i loro accordi; i quali non sarebbero già fondati sul principio dell'indifferenza religiosa, come gli accordi precedentemente tentati da parecchi utopisti, ma sul pericolo comune, e sul comune nemico. La grazia di Dio poi farà il resto, e la discussione mostrerà ai protestanti positivi che non si può essere cristiani a mezzo!

Importa assaissimo, tener dietro a questo movimento religioso che si mani festa in Germania, dove forse la Provvidenza vuol rifare il Cattolicismo delle perdite che patisce io Italia.

Già fin dal cominciare della lotta, un giornale protestante, intitolato Giornale di Dresda, era pieno d'ammirazione pel Papa: e È inconcepibile, diceva, come in vista della debolezza della Germania verso l'Ovest, si possa ancora avere l'insolenza di disprezzare il Papato in un momento, in cui esso spiega una forza di resistenza che ha dato da pensare anche al più forte»,

Il dottore Lecner nella Gazzetta ecclesiastica di Darmstadt vaticinava «che la guerra mossa al Papato colla violenza e coll'astuzia avrebbe tardi o tosto avuto la sua reazione, e che questa sarebbe più certa, quanto maggiori fossero i trionfi dei nemici del Papa».

Tra i diari protestanti la Nuova Gazzetta di Prussia fu quella che sostenne più caldamente la causa di Pio IX: «Gli sforzi che si fanno oggidì contro la Chiesa, diceva essa, sono la migliore testimonianza in suo favore. I protestanti possono esserne gelosi. Queste persecuzioni sono anzi che una punizione divina, una distinzione in favore della Chiesa cattolica, che dee farci venire i rossori sul viso. Il nostre dovere è di considerarci come solidari colla Chiesa cattolica, tanto sotto il rispetto politico, quanto sotto il religioso a fronte della scellerata alleanza tra la rivoluzione smascherata e il dispotismo. Il medesimo diritto che protegge il patrimonio di San Pietro, protegge anche il presbiterio luteriano e il trono del re di Prussia.

Il marchese Napoleone Gioachino Pepoli, cugino di Napoleone III, tentò di convertire la protestante Nuova Gazzetta di Prussia, e renderla nemica di Pio IX, e le mandò una certa sua memoria indirizzata alle Potenze ed ai governi d'Europa La Gazzetta, ringraziando, il signor Pepoli e compaia, rispondeva: «Noi non abbiamo letto nulla di più bislacco, di più arbitrerò, di più leggiero. Questo documento è più insipido ancora del liberalismo mede Simo, più arbitrario, nelle sue ipotesi della stessa rivoluzione, più leggiere della passione che parla dall'alto della tribuna. Noi lasciamo da parte la qualità di capo della Chiesa cattolica, per non considerare nel Papa che la sovranità. Questi signori (Pepoli e compagnia) avrebbero potuto risparmiare la pena di esprimere fin dalla prima pagina il loro profondo rispetto verso l'autorità spirituale del Papa. Essi sono in rivoluzione contro il loro Sovrano, e noi crediamo che veggano di mal occhio come questo Sovrano nella sua qualità di capo della Chiesa romana siasi procacciato le simpatie di 200 milioni di cattolici. Le Romagne appartengono agli Stati ecclesiastici fin dal secolo XV. Oggidì l'alleanza francese ha offerto l'occasione di conquistarle coll'aiuto d'una rivolta che non ha ancora deposto i guanti gialli e gli stivali inverniciali, ma che finirà come le altre, dalla tribuna nel fango, dall'inchiostro nel sangue».

Il Volksblatt di Halle, organo de) protestantismo credente, sul rompersi della guerra contro il Papa diceva: Una sola Potenza ha raccolto il guanto gettato dall'Imperatore. Aspettiamo alle prove questa Chiesa cattolica per assicurarci se sia ancora una Potenza........ Possano le armi della Chiesa, sorella della nostra, essere quelle d'una cavalleria spirituale, alle quali venne promessa la vittoria».

E più tardi il Volksblatt ammirava il Papa, ammirava l'Episcopato cattolico, ammirava principalmente l'Episcopato e il Clero italiano. «Ogni cristiano evangelico, diceva, dovrebbe sentire una specie di gelosia, vedendo tanti Vescovi, canonici e preti comparire coraggiosamente davanti i tribunali piemontesi per avere rifiutato di cantare un Te Deum destinato a celebrare la...... il....... E quando adunque le nostre chiese incatenate al potere secolare vedranno dei consiglieri, dei conciatori, dei sopraintendenti e dei pastori consolarle con una simile confessione?».

Il celebre storico protestante, Enrico Leo, esaminando la presente guerra contro il Papa, osservava: «Egli è vero, che questa non assale se non quello che appartiene alla forma esteriore della Chiesa, esempligrazia, i beni ecclesiastici e la sovranità temporale del Papa; ma in realtà l'assalto è diretto contro la sua spirituale autorità. Imperocché pel mondo cattolico il Papa è il Vicario di Gesù Cristo. Si è dunque contro il regno di Gesti Cristo medesimo, che insorgono molti cattolici dei nostri giorni, quando si sollevano contro il potere del Romano Pontefice, fosse pure semplicemente il suo potere temporale. Chiunque non vuole il Papa, non vuole Gesù Cristo, ed i cattolici debbono optare tra questa alternativa: o ammettere il Papa e Gesti Cristo, o non riconoscere né l'uno né l'altro».

Dietro queste buone disposizioni dei protestanti positivi della Germania, si combinò, come abbiamo accennato da principio, la Conferenza d'Erfurt ch'ebbe luogo sul finire di settembre. Secondo il Foglio Ecclesiastico della Marca, giornale cattolico che si pubblica a Berlino, i protestanti erano rappresentati alla Conferenza dal dottor Leo, dal professore di Berlino Rindewald, non ba guari ancora membro del ministero ecclesiastico, e da altri positivisti. Tra i cattolici si distinguevano il conte di Stolberg e l'ab. Michelis, redattore della rivista intitolata: La Natura e la Rivelazione. Sullo scopo di questa riunione, ecco una nota pubblicata dalla nuova Gazzetta Prussiana, e sottoscritta dal conte di Stolberg:

«La rivoluzione e l'anticristianeaimo non solo si estendono, ma gettano ogni giorno più profonde radici.

«Noi prestiamo oggidì l'orecchio ad idee che ci avrebbero fatto schifo nel 1848. È tempo di riprendere coraggio; ma nessun coraggio avrà una solida base, se non è fondato sulla Chiesa. I protestanti e i cattolici Romani, non ostante la diversità di dottrine che ii separano, si sono uniti per la comune difesa de'  loro beni più preziosi. In presenza del comune nemico essi formano un esercito di battaglioni distinti, è vero, ma solidarii.

«Questo pensiero e i procedimenti della rivoluzione in Italia, a disprezzo d’ogni giustizia, principalmente nelle sue aggressioni contro il potere più venerabile di quel paese, i cui diritti sono meno contestati, hanno indotto certi membri, d'accordo sull'appressamento morale di queste circostanze, a riunirsi il 21 e il 22 di settembre, affine di arrivare ad un accordo più preciso.

«Dopo d'essersi intesi sui punti essenziali convennero di riunirsi di nuovo verso la fine del mese di ottobre, colla speranza che tutti coloro i quali sottoscrivono ai loro voti, o hanno le medesime simpatie, verranno ad accrescere il numero dei membri di quest'assemblea.

«Coloro che presero l'iniziativa di un tale invito dichiarano formalmente che la futura assemblea non si riunirà in uno spirito d'indifferentismo religioso. Ciascuno conserverà il suo diritto, ma vuolsi sperare che ciascuno si sentirà inclinalo a deplorare, anche sotto il rispetto nazionale, i mali prodotti dallo scisma.

«Brauna, 9 novembre 1860.

C. conte di Stolbesg».

Nè vengano a dirci non essere dunque vero ciò che noi abbiamo affermato altra volta che il protestantismo favorisce la rivoluzione, e viceversa. L'asserzione nostra è verissima, e ben lungi dall'essere infermata viene convalidala da ciò su cui presentemente discorriamo. Imperocché i protestanti che credono, e che non vogliono essere rivoluzionari, sono condotti ad avvicinarsi e collegarsi co' cattolici.

Per l'opposto i diari protestanti e razionalisti, come ad esempio la Gazzetta di Voss e la Gazzetta Universale Tedesca, levano altissime grida contro questo procedere de'  loro correligionari; e vorrebbero che invece parteggiassero per la rivoluzione. Ma i protestanti credenti ancora in Gesti Cristo stanno pel Papa. Essi in Germania contribuiscono in gran numero al Danaro di San Pietro, essi sottoscrivono per una spada d'onore da offerirsi al generale Lamoricière, e le due prime sottoscrizioni furono fatte a Berlino da due protestanti', essi giunsero perfino a mettere in qualche tempio il busto incoronato del grande Pio IX.

La provvidenza di Dio permette per le sue ragioni i grandi dolori del Papa, le prove tremende che soffre la Chiesa. Ma persuadiamoci che saprà trarne un grande vantaggio per la Chiesa e pel Papa. Abbiamo mostrato altra volta come la Passione di Gesù Cristo si rinnovi oggidì in Pio IX. Or bene, morto il Redentore del mondo, l'anima sua descendit ad inferos, e ne liberò coloro che aspettavano la redenzione. Così Pio IX discenderà nelle ombre dello scisma e del protestantismo, e nel giorno del suo trionfo si trarrà con sè, come sublime trofeo, oltre gli Italiani pentiti, i scismatici e i protestanti rientrati in grembo della propria Madre. In Oriente quattro milioni di Bulgari, e in Occidente le Conferenze d'Erfurl stanno preparando queste spoglie opime al gran vincitore della rivoluzione, al glorificatore di quella vergine Immacolata, che ha ucciso ogni eresia.

CHE COSA FARE PEL PAPA?

(Pubblicato il 2 dicembre 1860).

Que faire pour le Pape? Questa domanda forma il titolo e l'argomento di un opuscoletto, scritto recentemente da uh illustre cattolico francese, il signor de St. Laurent, e pubblicato a Parigi dall'editore Charles Douniol, 29, rue de Tour noti. Non si può a meno di ammirare Io zelo e la costanza dei cattolici d'oltre alpi. Essi noti hanno che un'ombra di libertà, versano in mezzo ai più gravi pericoli, si veggono circondati dagli empii e dai rivoluzionarli; ma non temono. 1 Vescovi in prima fila, poi i preti, in ultimo i laici predicano, scrivono, stampano, parlano, operano, combattono assiduamente in difesa della Chiesa e del Papa. Non si lasciano prostrarre dai sinistri avvenimenti, anzi ne traggono occasione di far di pili; né credono d'aver fatto abbastanza, quando resta tuttavia molto da fare. Inspiriamoci al loro esempio, al loro coraggio, al loro santissimo zelo, e facciam tesoro dei loro consigli.

Que faire pour le Pape? Chi è cattolico deve fare qualche cosa pel Papa, e nessuno può scusarsi colla ragione della difficoltà o dell'Impotenza. «La causa del potere temporale del Papa, osserva il signor de St. Laurent, nei momenti presenti è la causa del Papa medesimo: ne dipende il libero esercizio del suo potere Spirituale; Ma causa della Chiesa, la causa dello stesso Iddio: la ragione cel dice, e la parola del Vicario di Gesù Cristo cel conferma». Un vecchio adagio proclamava: Nella Causa dello Stato Ogni Suddito nacque soldato; ed egualmente nacque soldato ogni cattolico nelle sante battaglie della Chiesa militante.

Che fare adunque pel Papa! Tre cose, a detta del sig. di St. Laurent: pregare, dare, parlare: una di queste cose può fare certamente qualunque siasi cattolico. Il dotto può parlare, il ricco dare, e chi non è né ricco, né dotto, può fare ancora moltissimo colla preghiera. Svolgiamo questi tre punti sotto la scorta del nostro chiarissimo autore.

La preghiera. L'arma più potente del cristiano è la preghiera. Iddio, per concedere le sue grazie, vuol essere pregato; e non sa Hfidtar nulla a chi divotamente e costantemente lo prega. Pregate, pregate, dicea il Redentore a'  suoi discepoli, e raccomandava agli Apostoli di pregare nella terribile sera del tradimento. Tutti possono pregare, pregar molto, pregar sempre, in pubblico ed in privato; tutti debbono farlo, le donne, i fanciulli, i poveri: i deboli sono quelli che colle loro preghiere tròvano più facile accesso al Cielo.

Che bella, dolce, stìnta cosa pregare pel Papa! Chi non pregò, chi non prega pel padre e per la madre stia? Ebbene il Papa è il nostro padre, la Chiesa è la nostra madre: preghiamo pel trionfo d'amendue. Preghiamo come Cristo pregava nell'orto, quando i giudei cospiravano contro di lui; preghiamo come i cristiani pregavano per San Pietro, quando i persecutori del Pontificato nascente l'aveano chiuso in prigione. Quei cristiani erano un pugno di credenti contro un mondo d'increduli: non avevano che l'arma della preghiera contro formidabili eserciti. Eppure pregando incessantemente vinsero, e sul trono dei Cesari si assise il Successore di San Pietro.

«Volete fare, dice il signor di St. Laurent, qualche cosa di più che pregare voi soli? Ebbene, fate pregare. La giovine madre può compiere questo tenero ministero, quando insegnando al suo innocente figliuoletto a balbettare il santo nome di Dio, gli dica: Figlio, prega pel Santo Padre». E la madre che insegna al suo bimbo di pregare pel Santo Padre, gli dà la più bella educazione, e vedrà crescere quel figliuolo devotissimo, ed obbediente a lei; imperocché la fedeltà e l'affetto al Papa che ci dio e ci conserva la vita dello spirito, trae con sè fedeltà ed affetto ai genitori, ai superiori, a tutte quante le altre autorità.

«Pregate adunque; fate pregare; unitevi colla preghiera. Gesù ha detto che dove saranno due o tre congregati in suo nome, egli si troverà in messo a loro. E uniamoci pregando, come si univano i martiri nelle catacombe, come ai unirono sempre tutti i cristiani nelle grandi prove che dovette sostenere la Chiesa; e preghiamo pel Papa, preghiamo pei suoi difensori, preghiamo principalmente pei suoi nemici, memori che il Redentore del mondo finiva la Sua vita mortale pregando, e pregando per coloro che lo avevano crocifisso.

L'elemosina. Dopo la preghiera un mezzo sicuro di piacere a Dio e di chi mare sulla terra le sue benedizioni è l'elemosina. Le elemosine ohe noi facciamo offriamole a Dio pel Papa; raccomandiamo ai poveri la classe privilegiala e, per così dire, aristocrazia del cattolicismo, di pregare per Pio IX; dedichiamo, in nna parola, al Vicario di Gesù Cristo tutte le nostre opere buone, le nostre gioie e i nostri dolori.

Ma il Papa stesso è povero oggidì, ed ornai non ba più dove riposare il capo La rivoluzione l'ha spogliato delle Bue rendite, e ora cerca di levargli la sua Roma» Pio IX è povero sul Vaticano, e vi sta circondato da una moltitudine di poveri, i Vescovi, i preti esiliati, e tutti i suoi fedeli servitori. E dal Vaticano il Papa chiede al mondo cattolico l'elemosina per sé e pei suoi.

«Fate l'elemosina a vostro Padre, esclama il signor di St. Laurent: voi la farete direttamente a Dio medesimo, che si è reso povero per amore vostro. Se siete ricchi, date largamente. E se non potete prelevare che un modico superfluo sui prodotti delle vostre rendite e del vostro lavoro, datelo pure. Il Papa fu intenerito fino alle lacrime, io l'ho udito dire e facilmente lo credo, quando seppe che i suoi figli, danaro per danaro, si studiavano di venire in aiuto della sua povertà».

Dare al Papa non è che fare un imprestito, perché Dio lo rende. Se non vel renderà quaggiù, lo riavrete altrove, ma vi verrà reso certamente, e reso ad usura. E il primo interesse che ne ricaverete sarà la gioia ineffabile che inonderà il vostro cuore dopo di avere soccorso il Papa, dopo di avere consolato il desolatissimo Pio IX.

Date al Papa che sopravvive a tutte le rivoluzioni; date al Papa che dall'alto della sua sede assicura le vostre proprietà proclamando il precetto i non rubarti date al Papa ohe oggidì sostenendo i suoi diritti difende anche i vostri; che resistendo ai rivoltosi combatte i socialisti e i comunisti che insidiano al vostro patrimonio; date al Papa perché siete obbligati di dargli, per dovere di religione e di gratitudine, per amor di Dio, per amor suo e pel vostro medesimo vantaggio.

Date al Papa, e fate che altri ancora lo soccorrano; raccontate i suoi bisogni, infervorate i tiepidi, raccogliete le elemosine, adoperatevi in tutte le guise per rifornire il suo tesoro vuotalo dalla rivoluzione. Ciò che potete fare su tale proposito non è mestieri che ve l'insegniamo noi. Quando mai fu necessario di mostrare ad un figlio la via per soccorrere il proprio padre nelle strettezze?

La parola. Oltre al pregare ed al dare bisogna ancora parlare in favore del Papa. Non sentite quante menzogne, quante calunnie, quante ingiurie contro Pio IX si dicono e si stampano tutti i giorni? Parlate in sua difesa, parlate a sua gloria; celebrate i suoi benefizi, lodatelo, beneditelo, come si faceva sui primordi del suo Pontificato.

«Il vero, il giusto, osserva il signor di St. Laurent, hanno in se stessi una forza che loro è propria, ma non l'esercitano astrattamente; essi abbisognano d'essere affermati da una bocca umana. Prestate loro la vostra bocca; parlate, confessate la verità, la giustizia con fede, con amore, e siate certi di produrre un'impressione favorevole sugli spiriti e sulle coscienze».

Dio potrebbe fare senza di noi, ma vuole servirsene. Seminate, egli ci dice— Ma io non ho che un solo granello debole, alterato. — Non importa: saprò io dare l'incremento: spargete questo seme. — Ma l'inverno, le tempeste, gli insetti. — Ci penserà il Signore: seminate, e tardi o tosto vedrete biondeggiare la vostra semenza in pinguissime spighe. Ad ogni modo ne avrete merito non secondo il frutto che non dipende da voi, ma secondo il lavoro che è vostro.

E quando le vostre parole non fossero che la manifestazione di un sentimento sincero, forse che riuscirebbero inutili? Se amate un vostro amico, voi gli dite di amarlo, e glielo dite sopratutto se egli è nell'abbandono e nella costernazione, ed egli ama di udirlo da voi, e le vostre parole lo fortificano e lo consolano.

'Si può parlare in due modi, e nelle conversazioni, e colle stampe. Chi sa impugnare la penna, scriva in lode e difesa del Papa, pubblichi giornali,stampi libretti, stenda indirizzi, faccia conoscere a Pio IX che l'ama, lo venera, ne riconosce i sacrosanti diritti, lo faccia conoscere ai suoi concittadini, lo faccia sapere al mondo, e tutti veggano che un cattolico si vergognerebbe di combattere il Papa, ma non si vergogna, anzi si gloria di sostenerne la causa.

E chi non sa scrivere, parli e ricordi a tutti che Pio IX è il Vicario di Gesù Cristo, che egli è il Pontefice della bontà e della clemenza; che egli e i suoi predecessori furono sempre l'onore e la salvezza d'Italia; che senza Papa non v'è cattolicismo; che il cattivo cattolico è pessimo cittadino; che quanto si scrive contro la Santa Sede è menzogna e calunnia; che i nemici del Papato confutarono essi stessi nel 1848 quanto ora affermano impudentemente; dica questo, e dica quel molto di più che l'affetto sempre eloquentissimo gli metterà sulle labbra.

Il signor di St. Laurent conchiude la sua scrittura così: «Come uomo, come cristiano, come francese, io farò pel Papa ciò che tutti un giorno vorranno aver fatto». Imitiamone il nobile esempio. Noi siamo Italiani, e appunto per ciò dobbiamo fare pel Papa qualche cosa di più degli altri. Lo dobbiamo, perché il Papa è principalmente nostro, lo dobbiamo, perché sono in massima parte Italiani coloro che combattono e contristano il Papa. Verrà nn giorno, in cui vorremmo aver Tatto e fatto molto per Pio IX, e sarà quando la rivoluzione, dopo d'aver assalito il Papa nella sua Sede, verrà a tormentar noi nelle nostre case; sarà quando la Chiesa s'innalzerà vincitrice sulle rovine de'  suoi nemici, e vorremmo partecipare alle sue vittorie; sarà quando la scena del mondo sia finita per noi, e vorremmo entrare nell'eternità, esclamando: Ho combattuto un buon combattimento, ho terminato la mia carriera, ho conservato integra la mia fede!

PIO IX FLAGELLATO DAI GIUDEI

(Pubblicato l'8 dicembre 1860).

Affinché più conforme fosse la passione del Santo Padre con quella di Gesù Cristo, dovevano gli stessi giudei intervenirvi e collegarsi coi rivoluzionari per mettere il colmo alle sue amarezze. E questo ufficio si assunsero testé i giudei Rothschild, i quali flagellarono il Papa, secondo la espressione medesima del banchiere Mirès, e mancando a tutte le condizioni di delicatezza e di buona fede, cercarono di screditare il Governo Pontificio.

Già due volte l'Armonia, in un articolo ed in una corrispondenza parigina, mise in luce il tristissimo procedimento dei giudei Rotschild, che sospesero i pagamenti ordinati loro dal Papa col pretesto che non avevano ancora ricevuto l'intera somma da pagarai. L'Armonia osservò che quei giudei se non volevano più pagare per conto del Governo Pontificio, dovevano avvertimelo in tempo — che almeno dovevano pagare fino alla concorrenza della somma ricevuta — che fu per mal animo che non vollero pagare, giacché non potevano ragionevolmente temere di perdere un centesimo. Diffatto oggi che lo scandalo è avvenuto dichiarano che pagheranno I

Egli ai tocca con roano che i giudei Rotschild in quest'occasione non operarono conforme all'interesse loro, ma a seconda dell'odio che sentono contro il Vicario di Gesù Cristo; e mentre il Redentore, nella persona del Papa, è «bestemmiato e deriso un'altra volta i, essi non vollero starsene colle mani in mano, né lasciare agli italianissimi ed ai rivoltosi tutto il merito del nuovo deicidio.

E questi giudei che flagellarono Pio IX, furono ingrati a somiglianza de'  loro padri offendendo e tormentando il Papato, da cui erano stati beneficati. Siccome nell'era antica non fuvvi nessuna nazione tanto largamente protetta da Dio quanto l'Israelitica, coaì nell'era nuova questa nazione, umiliata e maledetta pel suo delitto, non trovò pietà e compassione che nei Papi, nei Vescovi, nei Ministri dellUomo-Dio, che morendo crocifisso dai giudei, diceva all'Eterno suo Padre — Perdonate loro perché non sanno quel che si facciano! —

A mezzo il secolo Settimo il Papa S. Gregorio difendeva i Giudei e li proteggeva in tutto il mondo cristiano. Nel secolo decimo i Vescovi della Spegna opponevansi colla maggior energia al popolo che voleva trucidarli. I Vescovi di Francia proteggevano egualmente nel secolo undecimo un gran numero di Giudei, che stavano nelle Diocesi di Uzès e di Clermont. 8. Bernardo li difendeva nel secolo duodecimo dal furore de'  Crociati, e la stessa protezione trova vano nei Papi Innocenzo II ed Alessandro III.

Nel secolo decimoterzo Gregorio IX li preservava tanto in Inghilterra, quanto in Francia ed in Ispagna dalle grandi sciagure ond'erano minacciali, e proibiva sotto pena di scomunica il far violenza alle loro coscienze, o disturbare le loro feste. Clemente somministrò loro i mezzi per istruirsi. Clemente VI li ricettò in Avignone allorquando erano perseguitali in tutto il resto dell'Europa.

Li protesse il Vescovo di Spira contro coloro che, essendo debitori verso i Giudei, rifiutavano di pagare i debiti col pretesto delle loro usure. Li protesse Nicolò II scrivendo all'Inquisizione di non molestarli menomamente. Li protesse Clemente XIII adoperando tutta la sua autorità pontificale, acciocché ne venissero rispettati i figli. Breve, i Papi furono sempre i più grandi protettori de Giudei.

Nè questo diciam noi, ma fu dichiaralo solennemente dal gran Sinedrio radunato a Parigi da Napoleone I, il 30 di ottobre del 1806. Là Isacco Samuele Avigdor celebrava i beuefizi resi dai Papi ai Giudei, e il Sinedrio, il 5 di febbraio del 1807, sj dichiarava nel suo processo verbale pieno di riconoscenza per l'accoglimento che parecchi Pontefici e parecchi altri ecclesiastici hanno fatto in diversi tempi agli Israeliti di diversi paesi, allorquando la barbarie, i pregiudizi e l'ignoranza perseguitavano e cacciavano i Giudei dal seno della società» (Procès verbal des séances de l'Assemblée des députes français professant la religion juivs, pag. 169).

Si fu per questo spirito di tolleranza che anche a'  tempi nostri i Papi non isdegnarono di accettare per banchieri del proprio Governo i Giudei, e i Rothschild sanno essi soli quali e quanti guadagni abbiano fatto a Roma. Ma Gesti Cristo era passato tra i Giudei benefaciendo et sanando omnes, eppure lo crocifissero: pensato se essi vogliono trattai meglio i Sommi Pontefici!

Crétineau Joly nella sua preziosa opera intitolata L'Eglise Romame en face de la revolution, riferisce una lettera di un giudeo conosciuto sotto il pseudonimo di Piccolo-Tigre, e indirizzata agli agenti superiori della Vendita Piemontese. Il giudeo scrive loro sotto la data del 28 di gennaio 1822:

«La rivoluzione nella Chiesa si è la rivoluzione in permanenza, si è il necessario rovesciamento dei troni e delle dinastie...... Non cospiriamo che contro Roma, epperciò serviamoci di tutti gli incidenti, e mettiamo a profitto tutte le eventualità. Guardiamoci principalmente dalle esagerazioni di zelo. Un buon odio, ben freddo, ben calcolato, ben profondo vale meglio che tutti questi fuochi d'artificio e tutte queste declamazioni di tribuna. A Parigi non vogliono capirla (ovvero non volevano capirla nel 1822!!!) Ma in Londra ho visto uomini che intendono meglio il nostro disegno, e vi si associano con maggior frutto. Ho ricevuto oblazioni considerevoli; e ben presto avremo a Malta una stamperia a nostra disposizione. Noi potremo allora con impunità e con sicurezza all'ombra della bandiera inglese spargere da un capo all'altro dell'Italia i libri, i libelli, ecc. che la Vendita giudicherà a proposito di mettere in circolazione» (L'Église Romaine, ecc. vol. 11, pag. 123 Paris 1859).

Questo giudeo, soggiunge Crétineau Jolv, la cui attività è infaticabile, e che non cessa mai di girare il mondo per suscitare dei nemici al Calvario, nel 1822 rappresenta una parte molto importante nel carbonarismo. Egli è ora a Parigi, ora a Londra, talvolta a Vienna e spesso a Berlino. Dappertutto lascia traccio del suo passaggio, dapertutto ascrive atte società segrete ed anche all'alta Vendita uomini zelanti, sui quali l'empietà può fare assegnamento. Agli occhi dei Governi e della polizia è un mercante d'oro e d'argento; uno: di que' banchieri cosmopoliti, che non vivono se non di affari, e si occupano esclusivamente del suo commercio. Ma, visto da vicino e studiato alla luce della sua corrispondenza, quest'uomo sarà uno de'  più abili agenti della preparala distruzione.

A coloro che studiano le cause prossime e remote delle presenti tristissime condizioni d'Europa, proponiamo il quesito seguente. Ricercare se la straordinaria potenza de'  giudei, e la loro intromissione in tutte le classi, nei dicasteri, nelle università, nella diplomazia, non abbia contribuito, e non contribuisca per nulla a tutto questo tramestio? — Noi ci contentiamo di proporre la domanda e perché la risposta possa venir meglio studiata, vorremmo qui dare qualche cenno statistico sull'intervento de'  giudei ne' pubblici affari, nelle finanze, nei giornalismo, nei municipii.

Un giudeo dell'Impero austriaco, di nome Giuseppe Werthvimer, mandò testò in luce a Vienna coi tipi Sommer un Jahrbueh fùr Israelitem, ecc. ossia annuario pei giudei per l'anno 5621 (1860-1861), nel quale parla delle onorificenze e dei gradi che godono di questi giorni i giudei nel mondo. È una statistica preziosissima, e ne parleremo in un prossimo numero.

Cessi Iddio che noi vogliamo proscrivere tutti in un fascio i giudei 1 Ce ne sono dei buoni degni di moltissima lode. Ma la loro intromissione straordinaria nei pubblici affari è un fatto che in questi tempi merita d'essere considerato. Il signor Wertheimer che parla delle onorificenze ottenute da giudei nel 1860  avrebbe potuto aggiungere nel suo Annuario, che il conte di Cavour desiderando un giovine di sua confidenza tra tutti i cattolici d'Italia noi trovò, ed elesse a questo posto un ebreo!

L'ORDINE MORALE RECATO NEGLI STATI DEL PAPA

DESCRITTO DAI VESCOVI DI QUELLE DIOCESI

(Pubblicato il 19 dicembre 1860).

Il nostro ministero ba detto e ridetto che mandava i nostri soldati e i commissari! regi nelle Marche e nell'Umbria per ristabilirvi l'ordine morale; e questi signori commissarii al primo entrare in mezzo a quelle popolazioni proclamarono che il desiderio di ristabilirvi l'ordine morale ve li avea chiamati.

Orjbene, quale nuovo genere d'ordine morale siasi colà stabilito cel diranno Ire illustri Prelati, in tre Lettere Pastorali. L'uno è l'Eminentissimo Cardinale Peoci, Arcivescovo Vescovo di Perugia, l'altro l'Eccellentissimo Monsignor Arnaldi, Arcivescovo di Spoleto, il terzo è il Reverendissimo Vescovo d'Ascoli.

Il Vescovo di Perugia, il 27 di novembre, diceva al suo dilettissimo popolo:

L'antico Insidiatore, sempre desto alla ruina delle anime, volge ora più intesamente le mire e gli sforzi a spogliarvi, o dilettissimi, del più prezioso tesoro, che Iddio vi abbia largito, la santa Fede. Tolta questa, esso è sicuro del trionfo; e perciò molli sono i lacci che ordisce, moltissime le frodi onde asconde il reo disegno. Lo dimostrano quelle false Bibbie, che largamente 8i vanno disseminando fra voi, offertevi in dono o a vii prezzo da mano sconosciuta. Lo dimostrano quegli empii almanacchi, que' libercoli e scritti inverecondi, che si vanno diffondendo nelle piazze e nelle campagne, ove la sacramentale confessione, il culto e il sacerdozio, la divina autorità della Chiesa, l'inviolabile dignità del supremo suo Capo, sono messe a strazio, o travolte nello scherno e nel ridicolo. Un doloroso argomento pur ne forniscono quei parlari irreligiosi e aconci, che odonsi nella bocca perfino d'imberbi giovanetti; l'ignoranza studiosa dei doveri cristiani, la noncuranza dei giorni santi e dei precetti della Chiesa; l'irriverenza e il dileggio ai ministri del Santuario. E per tacere di altro, la diffusione di que' dettami, al tutto pagani, onde con apparenti larve di mondana grandezza vuol darsi il bando agl'immutabili principii di eterna giustizia, che Iddio pose a cardine di ogni umano consorzio; e messi da parte gl'interessi della vita futura, circoscrivere l'uomo al presente e ai beni materiali e transitorii di quaggiù».

Che ve ne sembra, o lettori, di quest'ordine morale recato nella diocesi di Perugia?

La diocesi di Spoletto non istà meglio. Uditelo dal suo Arcivescovo, che ne parla al Clero ed ai fedeli dell'archidiocesi nella sua Pastorale del 12 di novembre;

«Quel che vediamo in questi giorni, o Figli dilettissimi, perpetrarsi in mezzo a voi a scapito della vostra fede, e a corrompimento del vostro costume, non lo vedemmo certamente per lo innanzi, e Noi che siamo profondamente nel più vivo del cuore rattristati, e compresi da santa indignazione. Se in altri tempi i nemici della Religione Cattolica solamente di soppiatto e dimezzo alle tenebre tendevano agguati alle anime vostre, e attesa la efficace vigilanza dei Pastori appena poteano vibrar qualche colpo, e ghermire insidiosamente alcune prede, oggi per somma sventura lo fanno apertamente, e con tanta temerità e audace licenza, che ba dell'incredibile: ma pur troppo è così! Gli occhi nostri ce lo attestano, e le lamentevoli voci dei sinceri cattolici lo deplorano solennemente, senza che Noi possiamo prendervi riparo. Da poco tempo in qua si fanno correre libercoli infami e scritture di ogni genere in stampa; si sono propagate e pubblicamente vendute per vile prezzo a bello studio da questi empii disseminatori di false dottrine, si son fatte circolare nei caffè, nelle botteghe, e nei fondachi pubblici e privati; si sono date e distribuite anche gratuitamente aj poveri artieri e ai semplici abitanti del contado; libercoli e scritture, colle quali si propina il veleno delle massime protestanti, si insulta empiamente al Sacerdozio ed al Papato, si mette in discredito e in disprezzo il magistero della Chiesa Cattolica, se ne beffano i sacri riti, e le auguste sue cerimonie. Non bastando tutto questo a siffatti uomini di perduta fede e morale corrotta, si servono dell'illusione del teatro per rappresentarvi le oscenità più sozze, per mettervi in scena l'augusta Persona del nostro Santo e veramente angelico adorato Pontefice Pio IX, e farla segno alle ire ed agli insulti dell'empia e prezzolata moltitudine, di cui si sollevano le passioni cogli artifizi della menzogna e della calunnia resa più efficace coi mezzi, che il teatro potentemente somministra.

«Questa inaudita diabolica impudenza, o Figli dilettissimi, della quale si fa pompa in mezzo alle popolazioni cattoliche e in mezzo a voi, che sempre vi distingueste per fede, e pietà, e filiale attéccamento alla Santa Sede, questa inaudita diabolica impudenza, lo ripetiamo, di cui si fa pompa a strazio della Religione, e ad insulto del venerato Capo del Cattolicismo, è cosa lagrimevole assai per chi non ha perduta colla fede anche la ragione, e voi non potete non deplorarla e detestarla nel vostro cuore. Mentre perfino gli scismatici e gli eretici volgono ossequiosamente lo sguardo dell'ammirazione e della più commovente rispettosa sorpresa all'augusto Pio IX, vittima della più nera ingratitudine, della fellonia e del tradimento, ma invitto ed invincibile, martire nobilissimo e pieno di tranquilla e celeste fermezza tra gli urti incessanti di mille inique persecuzioni, e inclinano sempre più verso la Chiesa Cattolica, e se ne innamorano, e la riconoscono per la vera Chiesa di Cristo; mentre, in una parola, il perseguitato, ma gloriosissimo Vicario di Cristo, forma l'oggetto dell'amore e della venerazione dei veri cristiani di tutto il mondo, uon che di tutte le nazioni anche eterodosse, dobbiamo vedere questo enorme e mai abbastanza detestato scandalo nel centro del Cattolicismo per opera di alcuni figli traviati e corrotti, i quali, per distruggere, se loro fosse possibile, la Religione Cattolica Romana, mettono in opera ogni mezzo il più scaltro ed empio onde abbattere l'Autorità Pontificia, che è il centro, la pietra angolare ed il fondamento del Cattolicismo, è raggiungere in tal guisa il perfido scopo, ohe è quello di svellere dal cuore dei fedeli ogni principio di Religione.

 Ali miei dilettissimi, un pensiero funesto ci tormenta assai, e ci riempie della più cruda amarezza! Chi sa che qualcheduno in mezzo a voi non abbia ad esser sedotto e travolto nel baratro della incredulità e dell'irreligione 1 Noi vediamo chiaramente la grandezza e la forza della tentazione, e perciò del pericolo in Cui siete; gli errori si vomitano facilmente, se ne riempiono senza fatica gli scritti, e circondali da certe idee seducenti, le quali favoriscono le passioni, ai appiccano di leggeri, e producono quei guasti, che in altre epoche si sono dovute lamentar in persone d'ogni fatta.

«In faccia a questo pericolo alziamo, o carissimi Figli, la nostra voce per prevenirvi e gridarvi: All'erta, onde non meritarci l'obbrobriosa qualifica data dal Profeta ai custodi d'Israello, chiamandoli cani muti, che non osavano parlare: Canes muti non valente latrare. Non vogliamo tradir voi, non vogliamo tradir l'anima nostra, ed il nostro ministero; in conseguenza non fia mai che ci abbandoniamo ad un codardo riprovevole silenzio: ci sta troppo a cuore il vostro vero bene; ci sta troppo a cuore di non richiamar su di Noi le divine maledizioni; il Veh mi hi quia tacui ci risuona sempre all'orecchio. Quindi, se altre volte, e di frequente, non lasciammo di parlarvi e a viva voce, e per lettere pastorali, onde premunirvi contro le insidie d'inferno, questo è il momento più solenne di farlo, e Noi lo facciamo francamente, e chiaramente. Finalmente il Vescovo d'Ascoli dice così al Clero ed al popolo della sua diocesi:

«Le dolorose afflizioni, che vengonsi aggravando ogni ora più per la Santa Chiesa e per questa mia diocesi, mi spremono dal cuore un gemito, che non può d'avvantaggio contenersi pila nascosto nel fondo del medesimo, sì che non giunga sensibile fino all'animo de'  miei dilettissimi Fratelli e Figli in Gesù Cristo. Mòniti Demini tetigit noe. Non chiamiamo in colpa delle percosse, che sopra di Noi si acaricano, la mano dei ciechi nostri fratelli, ma sì più veramente la «nano onnipossente di Dio, che con questa sferza ci vuole emendati e corretti delle nostre colpe: Manne Domini tetigil noe. E perciò umiliamoci sotto questa destra onnipossènte di Dio, poniamo ciascuno pentiti la mano al petto, e con» lessiamo ingenuamente mea culpa! Raddoppiamo la preghiera; mettiamo mediatrice tra Noi ed il celeste nostro Padre. sdegnato l'amorosa nostra Madre Maria, affinché ne plachi il giusto sdegno e ci abbrevii il tremendo castigo. Confidiamo! Io confido sì, ma appunto come un ferito, che insieme alla fiducia della guarigione non può non sentire il dolore della piaga ricevuta, lo confido, ma non posso più a lungo contenere nel silenzio la mia afflizione, perché la taciturna mia sofferenza potrebbe per avventura non essere credula rassegnazione, ma invece colpevole oscitanza e indifferenza, come già fin da ora somigliante sussurro giunse al mio orecchio. Sappiano adunque tutti i miei venerabili Fratelli e Figli in Gesù Cristo, sappiano l'afflizione dell'animo mio, sappiano come io sento al vivo l'onta e il danno, che di questi giorni si recano alla Santa Chiesa col l'usurpazione de'  Buoi diritti, delle sue sostanze, della sua libertà; e li Invito a bagnar meco di calde lagrime le dure catene, di cui fu cinto nuovamente. Il virgineo collo dell'augusta figlia di Sion. Sì, non solo i nostri diritti, le nostre portanze ma la libertà, che a noi venne data da Gesti Cristo, allorché ci elesse a guida e custodia del suo gregge, in questi giorni funesti ci viene tolta, lo non posso più dirigere a voi, mie pecorelle, la pastorale mia voce, se questa non passa, dirò così, pe' fessi del crivello posto da quelli, che ora stanno sul seggio dell'autorità secolare. Perciò questa mia giungerà a voi non più pubblicata per le stampe, ohe ne rendevano sollecita e facile la diramazione, ma nel silenzio e nella riservatezza di uno scritto non più pubblico, ma privato. Leggetela adunque, e serva come di una protesta di disapprovazione di quanto contro le leggi ecclesiastiche, renuente la mia volontà, si è compiuto o si compierà in mezzo a vol. Tutto quel male, che non mi è dato d'impedire, almeno lo disapprovo, lo condanno, e nell'atto che prego Iddio a perdonare agli sventurati che lo fecero, da lui Spero ed attendo il rimedio, che sembra da ogni altra parte insperabile.

«Nell'atto poi che prego tutti, e specialmente 1 reverendi sacerdoti e parrò» chi a diportarsi con rassegnazione, investirsi di sentimenti di pace e conciliazione, evitare, impedire dimostrazioni e tumulti, che senza servire a Dio sarebbero non solo di disturbo ma di danno incalcolabile alle loro famiglie, contentandosi solamente di non prendere alcuna parte attiva al male, anzi disapprovarlo, e salvare così la propria coscienza; nel medesimo tempo prego caldamente per le viscere di Gesù Cristo tutti i padri di famiglia e rettori d'anime ad invigilare, perché certe massime irreligiose non si propaghino nella gioventù e nelle anime loro affidale o per mense di tristi libri pieni di lurido veleno e di eresia, che si vendono a tenuissimo prezzo, e si distribuisco nò anche gratis, o per mezzo di certi maestri d'iniquità, che con arte diabolica sanno insinuarsi anche ili mezzo agl'ingenui cultori dei campi, onde loro corrompere il cuore offuscare la mente, e contaminare l'intatta purezza della loro fede. Tenete lontane per amor di Dio dalle vostre ville, dalle vostre case, dai vostri figli colali libri, co tali maestri, se non volete poi e presto piangere per voi e per essi d'un pianto inconsolabile. Ommette di avvertirvi di certe stampaccie e ligure, poiché sono sì laide e sacrileghe, che basta guardarle... anzi non possono guardarti senza rabbrividire fuorché da questi, cui la sozzura del cuore giunse perfino a guastare e istupidire la vista».

Bell'ordine morale che venne ristabilito negli Stati del Papa! Rassomiglia malto alta riforma che recavano i luterani e calvinisti sette provincie cattoliche, ed ispirò al Chiabrera quella sublime canzone che incomincia Sul teatro del monde Sorse Calvino e passeggiò la stella.

LA FRANCIA E IL ROMANO PONTEFICE

La nazione francese non vien meno alle sue nobili tradizioni, ed ai dolcissimi doveri che ba verso il Santo Padre. Papa Anastasio dicea a Clodoveo: «Dio ha provvisto alla sua Chiesa nella tua persona; e tu ne sei la difesa e lo scudo».

A que dì nell'universo cristiano non v'era alcun Principe cattolico. I Re e gli Imperatori appartenevano all'eresia. L'Italia e Roma medesima gemevano sotto la spada del Goto Ariano. E Dio, contro ogni speranza, bì creava un fedele servitore, il Re dei Franchi, il cristianesimo Clodoveo, che, uscito dalla superstizione pagana, fu l'intrepido difensore della fede cattolica.

I figli di Clodoveo non degenerarono dal loro padre, né la Francia fallì alla sua sublime destinazione. «Non avrà mentito, scrisse il Baronio ne' suoi Annali, chi dirà essere stata la Francia il porto sereno, in cui la barca di Pietro fu sempre ben accolta quando le tempeste la flagellavano».

E Spondano: «Noi non cesseremo di affermare che ai Franchi appartiene la difesa della Chiesa Romana. Ci è perciò che i loro Re vincono tutti i Principi dell'universo per titoli d'un'impareggiabile eccellenza. Essi vengono chiamati i figli primogeniti della Chiesa, i Re cristianissimi.

Laonde i Romani Pontefici, questi teneri Padri della Cristianità, che non dimenticano mai nessun benefizio, considerando i Re dei Francesi come i difensori nati della Chiesa, eccitavano il mondo cattolico a pregare per loro, e Innocenzo IV, Clemente V, Leone X aprirono a tale effetto il santo tesoro delle indulgenze.

E a vicenda i Re Cristianissimi prima di morire legavano ai loro figlinoli legge sacra della Monarchia e li avvertivano, che la Francia era obbligata a mettersi sempre tra il Vicario del Verbo ed i suoi nemici; che essa doveva intervenire ogni qual volta il Romano Pontefice fosse assalito ad amareggiato.

Quando Enrico Vili d'Inghilterra stava per compiere quella brutta apostasia, a cui trascinavalo la sua libidine, egli s'adoperò in tutte le guise per indurre Francesco I di Francia a mancar di rispetto al Papa Clemente Vili. E il Re settario, facendo dire a Francesco che amava la sua alleanza. — lo la rompo, rispondeva il Re cattolico, io la rompo con colui, il quale vorrebbe che io misconoscessi mia madre. —

Lo stesso Francesco I ebbe un abboccamento con Papa Leone X in quella medesima città di Bologna, su cui piange oggidì l'amantissimo Pio IX. Francesco disse al Papa: «Beatissimo Padre, sono lietissimo di vedere faccia a faccia il Sovrano Pontefice Vicario di Gesù Cristo, lo sono il figlio e il servo di Vostra Santità, e mi dichiaro prontissimo ad eseguirne tutti i comandi». E il Papa Leone soggiungeva: «Si è a Dio, non a me che s'indirizzano queste parole». Memorando colloquio, il quale esprime l'alleanza della fede religiosa e della dignità dell'anima nel seno della Chiesa Cattolica.

Un autore anonimo del secolo decimoquinto scriveva di aver udito da un uomo ragguardevole della Casa reale di Francia, che presso i Signori franchi era dovere di conservare gelosamente la concordia tra la Chiesa romana e la nazione, e che i padri facevano imparare a memoria a'  loro figliuoli quattro versi in lingua volgare, i quali esprimevano questa obbligazione. 1 versi dicevano che la Chiesa e il regno di Francia stavano uniti con un felicissimo vincolo, e che i dolori dell'una erano dolori anche dell'altro;

Quand l'un de l'autre partire

Chacun d'eux si n'ea sentirà

Merita d'essere osservato che in tutte le ristorazioni del governo temporale del Papa, la Francia ebbe sempre grandissima parte; e sebbene ciò s'attribuisca a diverse cause politiche, noi ci veggiamo la mano di Dio che dirige a suo talento il cuore dei re. Parliamo soltanto di questo secolo.

La rivoluzione spoglia il Papa Pio VI, ma non tarda a venire il primo Bonaparte che, acquietato il predominio della Francia, si serve del suo potere in difesa della Chiesa, e stringe un Concordato colla S. Sede.

Più tardi quest'Imperatore tradisce Pio VII, e lo compensa dei grandi servigi e favorì che ebbe da lui, spogliandolo e imprigionandolo. Ma la Francia nel Congresso di Vienna è quella che maggiormente ai adopera per far restituire le Legazioni al S. Padre.

Nel 1848 la rivoluzione scoppia in Roma, e un antico ministro di Luigi Filippo, il conte Rossi, diviene ministro di Pio IX, e lo serve a costo della sua medesima vita. E poi la stessa repubblica francese manda i suoi valorosi soldati ad atterrare la repubblica di Mazzini.

Molti anni dopo Napoleone 111, volendo scendere in Italia per portarvi la guerra, affine d'indurre i Francesi s seguirlo, protestò che correva a difendere il Santo Padre e tutti i suoi diritti di Sovrano temporale.

La promessa fallì, ma la Francia non mancò di essere fedele alla sua storia. Uno de'  suoi più valenti e gloriosi generali è comandante in capo dell'esercito pontificio, e sta con lui un drappello d'eroi che si faranno tagliare e pezzi prima di cedere un palmo di terreno.

I Vescovi francesi furono de primi e de'  più ardenti difensori del Papa. La loro parola commoveva la Francia, e il governo, che l'aveva invocata al momento della guerra, la soffocò dopo la pace.

Ma un Vescovo cattolico non si costringe così facilmente al silenzio. L'Episcopato francese continuava a parlare ai fedeli come che fosse proibito a'  giornali di ristamparne le Pastorali. Anzi que' zelantissimi Prelati parlavano anche forte al governo, lagnandosi della sua condotta e dell'ingiuriosa proibizione fatta al giornalismo di ristampare le loro scritture.

E tanto dissero a'  ministri dell'Impero francese e accompagnarono i loro lamenti con si valide ragioni, che il fatale divieto venne rivocalo, e fatta licenza in Francia di sottoscrivere al prestito pontificio, di raccogliere il Danaro di San Pietro, e di ristampare le Pastorali dei Vescovi.

Lo telo, l'alacrità, l'affetto della Francia Terso il Romano Pontefice da (presto punto riapparve con grande consolazione di tutti i buoni cattolici. Ogni giorno 1 diari di Parigi ci recano nuove Pastorali vescovili, che sono stupende apologie del dominio temporale del Papi, e tenerissime esortazioni a soccorrere il governò Pontificio nelle sue presenti strettezze.

«Quando trattasi di attestare al successore di San Pietre devozione ed amore, un Vescovo dee sempre servire d'esempio e di modello» esclama l'Aricivescovo di Rennes. «Dio vuole che quando la Chiesa Romana è spogliata e perseguitata, noi accorriamo in suo soccorso. SI, Dio vuole che la Francia, questa figlia primogenita della Chiesa, mostri all'universo quanto affetto essa nutra per la propria Madre, e come sia indefettibile la sua devozione filiale per la cattedra di S. Pietro», ripiglia il Vescovo di Saint Briene.

E il Vescovo d'Autun: «La Francia dee mostrarsi tanto più alacre e generosa verso il Santo Padre, perché in seguito alla commozione prodotta in Italia dalle nostre vittorie la rivoluzione scoppiò in Bologna e nelle Romagne».

E il Vescovo di Versailles: «Generosi soldati accorsero al servizio del Santo Padre; essi hanno un capo, la coi scienza e coraggio sono ben conosciuti. Diamo loro del pane e delle armi, e non dubitiamo che si mostreranno degni figli dei Crociati, e Sapranno morire per la difesa di ciò che v'ha di più legittimo e di più sacro del mondo».

È il Vescovo di Mans: «Che fortuna pei figli di poter venire in soccorso del loro padre, e pei cattolici di concorrere, nella misura delle loro forze, al sostegno di un potere, il cui dominio è ad una volta il patrimonio comune e la guarentigia dell'indipendenza e della dignità di nostra fede 1».

E il Vescovo d'Arras: «Da tre secoli il mondo ha spogliato la Chiesa (té scoi beni temporali, sperando così di umiliarle, di avvilirla, di spaventarla, mettendola in istrettezze, e procacciandole una vita dipendente e precaria; Oò fece in Inghilterra col protestantismo, in Francia colla rivoluzione, e oggidì lenta di fare altrettanto in Roma coll'uno e coll'altra. £ dovere di tutti i buoni fedeli di prevenire questa oppressione con tatti i mezzi che sono in loro mano».

Non dissimile è il linguaggio di tutti gli altri Vescovi; e i Francesi ne ascoltano riverenti la voce, e si prestano ai loro inviti. Certo gli ideagli post) anteriormente dal governo fecero perdere molto tempo; ma non perciò la Francia i raffreddò coll'attendere; anzi pare che abbia guadagnato in alacrità ed energia.

Coloro che sognano la distruzione del governo temporale del Papa hanno da lare prima con Dio, e poi col mondo cattolico. Oh 1 guardino ciò che avviene nella sola Francia, e se sono avveduti e prudenti muteranno consiglio come pare l'abbia mutato il Bonaparte.

L'EUROPA E IL PAPATO

Nei momenti presenti gioverà assai avere sotto gli occhi ciò che il signor de Bonald scriveva nel 1815 riguardo alla importanza non solo religiosa, ma anche politica del governo temporale del Papa. Leviamo le seguenti gravissime considerazioni dall'opera intitolata: Réflexions sur l'intérét général de l'Europe, pubblicata a Parigi il 7 di gennaio del 1815. Questo scritto trovasi nei tom. ii delle Oeuvres complèles del sig. de Bonald, pag. 515, edizione Migne.

«Qualunque voglia essere la sorte riserbala alla Francia nella generale pacificazione dell'Europa, sia che essa riceva come altri Stati un aumento di territorio, sia che l'aspetti dal tempo e dagli eventi, evvi un'altra Potenza, la cui alta politica dimanda più imperiosamente che mai l'assodamento; voglio parlare della Potenza della Santa Sede. Da essa venne la luce e da essa verranno l'ordine e la pace degli spiriti e dei cuori. S'adoprino tutti i governi a ricollocare sulle sue antiche basi questa colonna, che reca con sè i destini dell'Europa, a stringere questo misterioso legame della cristiana società, il quale in un con tutti i suoi figli, quelli ancora unisce, che riconoscendo per comun Padre il divin fondatore del cristianesimo, son nati da diverse madri. I pagani avevano fatto del territorio del tempio di Delfo un luogo d'asilo e di pace; rispettino i popoli cristiani sempre mai nelle loro querele questa sacra terra, donde uscirono legioni tanto sublimi e spedizioni tanto eroiche per l'incivilimento dei popoli, e dove trovarono conforto tante e sì gravi sciagure. S'inchinino i vessilli cristiani, e s'abbassino le armi nel passare innanzi a questo grandioso tempio, santuario della verità, fortezza dell'ordine sociale, che resisté a tante aggressioni e trionfò di tanti nemici; abbia insomma la religione cristiana un dritto d'asilo almeno nella cristianità!

«La politica si fa forte di tutto ciò che concede alla religione, e s'impoverisce di tutto ciò che le niega. Sopra questo alto e nobile principio Carlomagno aveva stabilita la cristianità; così che tornava danno alla società, se sviati da false e ristrette opinioni o da perfide intenzioni, i governi dimenticavano che nelle nazioni indipendenti e proprietarie non v'è dignità che nell'indipendenza, e non indipendenza che colla proprietà; e che la religione, il suo Capo ed i suoi ministri, i quali più che altri mai hanno bisogno di dignità e di considerazione, devono essere indipendenti dagli errori dei governi, dai bisogni delle amministrazioni e dalle passioni degli uomini».

Fine del Vol. II. — Seconda Serie.

ERRATA CORRIGE

A pag. 298 invece di Ipocrisia ed imprudenza, ecc.,

leggi Ipocrisia ed impudenza

INDICE DELLE MATERIE

Abbruciamento del Gran Libro del debito pubblico, p. 202.

Allocuzione del SS. N. S. per divina provvidenza Pio Papa IX tenuta nel Concistoro segreto del 28 settembre 1860, p. 321.

Ancona. La resa d'Ancona e la guerra contro il Papa, p. 317. — La resa d'Ancona e i giornali, p. 319. — Storia del bombardamento d'Ancona, p. 320.

Antonelli (cardinale). Sua Nota al Governo francese, p. 31. — Nota del cardinale Antonelli contro il plebiscito negli Stati Pontifìcii, p. 340.

Annessioni e sconnessioni, p. 121. — La Ciarlatanocrazia delle annessioni, p. 206.

Annunziata. Ordine della Santissima Annunziata. Breve notizia dedicata ai due nuovi cavalieri barone Ricasoli e dottore Farini, p. 158.

Armi. Il nuovo Proministro delle armi nello Stato Pontificio, p. 172.

Arresti in massa di vescovi e preti che non vollero cantare, p. 184.

Austria. Protesta contro le annessioni, p. 78.

Billault ministro dell'interno in Francia. Sua Circolare con cui proibisce la diffusione degli opuscoli in favore del Papa, p. 40.

Bologna. Via politica per andare a Bologna, p. 174. —Bologna nel 1857 e nel 1860, p. 178. — Il P. Feletti e il fanciullo Mortara, p. 181.

Castelfidardo. La vittoria di Castelfidardo e la vittoria di Wagram, p. 304.

Cavour (conte) e la rivoluzione italiana, p. 9. — Cavour e Barocbe a pugni, p. 128. — Gli insulti del conte Cavour al Papato, p. 187. — Cavour in Campidoglio, p. 204. —Cavour e Garibaldi, p. 263. — Fra sei mesi speranze e timori del conte di Cavour, p. 264. — Nota del conte Cavour al ministro del Re di Napoli, p. 268. — Ultimatum del conte di Cavour al Papa, p. 301. — Il Memorandum di Cavour e l'insurrezione delle Marche, p. 311.

Chambord. Due lettere sulla sovranità del Papa, p. 338.

Che cosa s'intende per patrimonio di San Pietro, p. 337.

Cialdini. Ordine del giorno di Cialdini, p. 304.

Ciarlatanocrazia delle annessioni, p. 206.

Confisca. La confisca in Sicilia, p. 281.

Corpo legislativo francese. Tre tornate sulla quistione romana, p. 91.

Corrispondenza tra Pio IX e Vittorio Emanuele II, p. 96.

Culti. Ministro dei culti in Francia e le sue due circolari sulle cose d'Italia, p. 24.

De Angelis cardinale Filippo prigioniero in Torino, p. 289. — Il cardinale De Angelis imprigionato da Cavour e calunniato dal suo Giornale, p. 291. — Quando verrà liberato il Padre delle Marche? p. 294.

Debito pubblico. Abbruciamento del Gran Libro del debito pubblico, p. 202.

Deprofundis (il) nelle Marche, p. 285.

De Virgili fucila, p. 275.

Discussioni diplomatiche sulle cose italiane, p. 54.

Dispaccio del Ministro degli affari esteri di Francia all'Ambasciatore francese a Roma, p. 28.

Documenti della guerra contro il Papa, p. 313.

Dodici mesi (i) dell'anno 1860, p. 3.

Due lettere del conte di Chambord sulla sovranità del Papa, p. 338.

Europa (L') e il Papato, p. 379.

Farini presenta al Re i documenti del suffragio universale dei popoli dell'Emilia, p. 70. — Una circolare del ministro Farini ai signori Governatori e Intendenti Generali sulle faccende siciliane, p. 231.

Feletti. Il Padre Feletti e il fanciullo Mortara, p. 181.

Francia (la) e il romano Pontefice, p. 376

Garibaldi. Sue interpellanze alla Camera sulla cessione di Nizza, p. 132. — Spedizione di Garibaldi in Sicilia, p. 214. — Proclami di Garibaldi, p. 215. — Garibaldi al Re, p. 218.  — Il Governo e Garibaldi, p. 219. — Garibaldi in Sicilia, p. 219. — Convenzione stipulata li 6 giugno 1860 tra il Generale Garibaldi e il Generale Lonza, p. 220. — Commissione di difesa in Palermo, p. 221. — Il Governo di Palermo e i Gesuiti, p. 225. — Alcuni decreti di Garibaldi, p. 225. — Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi, p. 230.  — Entrata di Garibaldi in Napoli, p. 232. — Governo di Garibaldi in Napoli, p. 235. — Proclama alla cara popolazione di Napoli, p. 236. — Garibaldi e i fatti di Napoli, p. 237.  — Protesta del Re di Napoli contro l'apoteosi del regicidio, p. 240. Il patrimonio del Re di Napoli confiscato da Garibaldi, p. 243 — Garibaldi e Pisacane, p. 246. — Garibaldi smentisce il Ministero, p. 258. — Garibaldi e Cavour, p. 263. — Garibaldi parlò da Napoli, p. 275. — Le reliquie di Garibaldi conservate in Palermo, p. 283.

Glorie (le) degli otto Pii rinnovate in Pio IX, 358.

Guerra. La guerra contro il Papa è dichiarata, p 295. — Documenti della guerra contro il Papa, p. 313. — Due ordini del giorno, p. 316.

Ignoranza o malafede, p. 26.

Ipocrisia ed impudenza collegate contro Roma, p. 298.

Lamoricière. Suo proclama dell'8 aprile 1860, p. 170.

Legislazione pontificia (i trionfi della), p. 326.

Lettere. Due lettere del conte di Cbambord sulla sovranità del Papa, p. 338.

Litterm apostolica quibus majorit excommunicationis poma infligilv invasoribus et usurpa toribus aliquot provinciarum pontificia! ditionis, p. 65.

Marche. Decreti per le annessioni delle Marche ed Umbria, p. 272, — L'insurrezione dello Marche ed il Memorandum di C. Cavour, p. 311.

Modena. Protesta del Duca Francesco l’contro le annessioni, p. 72.

Napoleone III e Alberto di Broglia, p. 19. — Nuovi disegni di Napoleone III, p. 49. — Potenza di Napoleone III a Viterbo! p. 332.

Napoli. Fatti di Napoli, p. 237. — Protesta del Re, p. 237. — Proclama al popolo di Napoli, p. 237. — Proteste contro l'apoteosi del regicidio, p. 240. — Proteste del rappresentante di Napoli contro l'invasione piemontese, p. 241. — Il patrimonio del Re di Napoli confiscato da Garibaldi, p. 243. — Lettera del Re di Napoli a Napoleone III, p 245. I Misteri di Napoli, p. 248. — La nuova politica del Re di Napoli e dell'Imperatore Napoleone III, p. 250. — I Legati napoletani in Torino, p. 253. — Nuovi disordini, p. 257. — Entrata del Re Vittorio Emanuele II io Napoli, p. 269. — Decreto per la annessione di Napoli, p. 272. — Cose di Napoli, Garibaldi parte, De Virgilij fucila, p. 275. — La confisca in Napoli, p. 281.

Nizza. Proclama del Governatore provvisorio Lubonis ai popoli della città e contea di Nizza, p. 119. — La questione di Nizza nella Camera dei Deputati, p. 124. — Interpellanze di Garibaldi sulla cessione di Nizza, p. 132. — Le votazioni in Nizza ed altrove, p. 135.

Nota della Santa Sede al Governo francese, p. 31. — Nota del cardinale Antonelli contro il plebiscito negli Stati Pontifici, 340.

Nunziante. Proclama del Generale Nunziante all'esercito napoletano, p. 228.

Ordine (1') morale recato negli Stati del Papa, descritto dai Vescovi di quelle diocesi, p. 371.

Ordini (due) del giorno, p. 316.

Papa. La guerra contro jl Papa é dichiarata, p. 295. — Il Papato e Alfonso di Lamartine, p. 345. — 11 Papa e il protestante Leo, p. 347. — Il Papa e i protestanti positivi, p. 348. — Che cosa fare pel Papa? p. 366.

Papi. Come finiranno i loro persecutori, p. 41. — Il Papa-Re e i sovrani d'Europa, p. 47. — Processo cronologico della rivoluzione negli Stati Pontificii, p. 59. — Protesta della Santa Sede contro l'incorporazione delle Romagne al Piemonte, p. 75. — Protesta del Governo napoletano, p. 228.

Parma, Protesta della Duchessa reggente contro l'annessione di Parma al Piemonte, p. 76.

Patrimonio. Che cosa s'intende per patrimonio di S. Pietro, p. 337.

Pimodan. Il marchese di Pimodan generale pontificio, p. 306.

Pio IX e la sua Enciclica del 19 gennaio 1860, p. 16. — Litterae apostolica quibus majoris excommunicationis peena infligitur, etc. p. 65. — Sua corrispondenza con Vittorio Emanuele II, p. 96. — Allocuzione del SS. N. S. per divina provvidenza Pio Papa IX tenuta nel Concistoro segreto del 28 settembre 1860. p. 321. — Gli apologisti involontari di Pio IX, p. 341. — La passione di Pio IX, p. 350. — Il più grande dolore di Pio IX, p. 354. — Sacrileghi insulti a Pio IX, p. 356. — Le glorie degli otto Pii rinnovale in Pio IX, p. 358. — Pio IX e la rivoluzione, lezioni di certi protestanti a certi cattolici, p. 362. — Pio IX flagellato dai giudei, p. 369.

Pisa. Arresto del Cardinale Arcivescovo, p. 161. — Suo arrivo in Torino, p. 162. — La causa del Cardinale Arcivescovo di Pisa, p. 163. — Qual è il delitto del Cardinale di Pisa? Perché si sostiene in prigione? p. 164.

Pisacane e Garibaldi, p. 246.

Polizia. La polizia degli eccellentissimi signori Farini e Ricasoli (Breve commento su Dante), p. 196.

Pontefice. Non è di fede che il Sommo Pontefice debba avere uno Stato temporale, p. 22.

Popolo. Le sostanze del popolo in mano dei conservatori e dei rivoluzionari, p. 198.

Potenza. Rivoluzione a Potenza, p. 230.

Protesta del Duca Francesco contro le annessioni, p. 72.

Provincie tolte e provincie lasciate al Papa, p. 334.

Riabilitazione di un parente di un martire, p. 283.

Ricasoli presenta i voli della Toscana al Re, p. 155.

Rivoluzione. La rivoluzione italiana è figlia della rivoluzione francese, p. 278.

Roma e i papi, p. 45. — Roma e Piemonte, p. 307.

Salve Regina degli Italiani, p. 285.

Savoia. La questione della Savoia, p. 102. — Il sacrificio della Savoia e della contea di Nizza, p. 104. — La questione Savoina in gennaio ed in marzo, p. 106. — Circolare di Thouvenel sulla questione di Savoia e di Nizza, p. 108. — Le due perdite della Savoia e della contea di Nizza, p. 112 — Riunione alla Francia della Savoia e di Nizza, p. 114. — Proemio al trattato di cessione, p. 115. — Una data doppiamente dolorosa, p. 117. — Annessioni sconnessioni, p. 121. —Proclama del Governatore della provincia di Ciamberl, p. 127. — Perdita della Savoia e di Nizza, ossia il trattato del 24 di marzo, p. 129. —

Proclama del Re alle popolazioni di Savoia e Nizza, p. 131. — Cessione della Savoia e di Nizza, p. 137. — Relazione del trattato del deputato Rorà, p. 139. — 11 trattato del 24 marzo nella Camera dei Deputati, p. 141. — Testo della relazione presentata dal conte di Cavour per la cessione della Savoia e di Nizza, p. 142. — Approvazione del trattato Franco-Savoino-Nizzardo, e il nome dei Deputati che lo approvarono o lo rigettarono, p. 144. — La questione di Savoia e di Nizza al Senato, p. 146. — Votazione del Senato in favore del trattato 24 marzo, p. 147. — Relazione del signor Thouvenel sul trattato del 24 marzo, p. 148. — Addio per sempre alla Savoia e Nizza, p. 150. — Il Senatus Consulto sulla riunione della Savoia e Nizza alla Francia, p. 151.

Scomunica. La scomunica e i suoi derisori, p. 62. — La scomunica e i governatori, p. 63.

Senato francese. Mezza tornata del Senato francese sulla quistione romana, p. 83.

SI (i) del Regno delle Due Sicilie, p. 267.

Sicilia. La confisca in Sicilia, p. 281.

Sicilia. L'insurrezione della Sicilia, p. 209. — Soccorsi alla rivoluzione siciliana, p. 212. — Spedizione di Garibaldi, in Sicilia, p. 214. — Proclami di Garibaldi, p. 215. — Garibaldi al Re, p. 218. — Il Governo e Garibaldi, p. 219. — Garibaldi in Sicilia, p. 219. — Convenzione stipulata il 6 giugno 1860 tra il Generale Garibaldi ed il Generale Lanza, p. 220. — Commissione di difesa in Palermo, p. 221. — Annessione della Sicilia al Piemonte, p. 222. — Documenti della rivoluzione siciliana, p. 223. — Il Governo di Palermo e i Gesuiti, p. 225. — Alcuni decreti di Garibaldi, p. 225. — Protesta del Governo napoletano, p. 228. —; Rivoluzione a Potenza, p. 230. — Lo Statuto a balia io Sicilia, p. 251.

Siracusa. Il conte di Siracusa e la sua lettera al Re Francesco II, p. 229.

Stabat Mater. Parodia dello Stabat Mater, p. 286.

Statuto. Lo Statuto a balia in Sicilia, p. 254.

Strage imminente d'impiegati, p. 260.

Thouvenel ministro di Francia. Nota al barone di Talleyrand a Torino, p. 50. —Sua circolare sulla questione di Savoia e di Nizza, p. 108. — Relazione del signor Thouvenel sul trattato del 24 marzo, p. 148.

Toscana. Protesta del Granduca contro l'annessione della Toscana al Piemonte, p. 80. — Annessione della Toscana, p. 155. — Una legge contro il Clero toscano, e un'ipotesi su Bettino Ricasoli, p. 167.

Trionfi (i) della legislazione pontifìcia, p. 326.

Ultimatum del conte di Cavour al Papa, p. 301.

Umbria. I beni ecclesiastici incamerati nell'Umbria, p. 287.

Univers (L') viene soppresso, p. 14.

Viaggio nell'Italia Centrale, p. 190.

Vittorio Emanuele II. Sua corrispondenza con Pio IX, p. 96. — Sua entrata in Napoli, p. 269.

Vittoria. La vittoria di Castelfidardo e la vittoria di Wagram, p. 304.

Dalla Stella del Serchio di Lucca, N® 8, 20 febbraio 1864.

MEMORIE

per servire alla storia dei nostri tempi

SECONDA SERIE

Il chiarissimo scrittore, teologo Giacomo Margotti, del quale ormai è vano commendare l'ingegno e l'amore alla Chiesa, imprese l'anno scorso, tramezzo alle gravi fatiche di scrittore indefesso dell'Armonia e poi dell'Unità Cattolica, la pubblicazione dei fatti più importanti che hanno riempito in questi giorni non solo l'Italia ma si pure il mondo, e che egli acconciamente intitolò Memorie per servire alla storia dei nostri tempi dal Congresso di Parigi nel 1856 ai giorni nostri. Nel corso del 1863 vennero pubblicati in dodici quaderni due volumi di questo pregevolissimo lavoro, i quali danno le vicende occorse dal 1856 al 58. Per lo più sono articoli raccolti dall'Armonia, e disposti con sì bell'ordine e criterio che ti danno un quadro perfetto, in cui vedi dipinte con quel brio che è proprio dell'illustre scrittore, le infamità, le tirannie, i sacrilegi commessi dalla rivoluzione a perseguitare la giustizia, il diritto e la Religione di Gesù Cristo, e insieme le battaglie, le vittorie e i trionfi riportati dalla Chiesa e dal Pontificato. Ci vedi descrittele mene, gl'intrighi, le contraddizioni, la malafede e gl'inganni de'  settarii che allora tenevano sede in Piemonte congiurando a'  danni della religione e della società; i loro empi progetti svelati, le loro menzogne svergognate, gl'insulti e le calunnie scagliate contro gli onesti sostenitori del diritto e della giustizia stritolate e disperse: insomma chiunque brami vedere l'origine e lo svolgimento di tutte quelle rovine che ci premono al presente, ciò trova aperto e limpido nelle Memorie suddette.

Ora saviamente il chiarissimo pubblicista cattolico sta continuando l'intrapreso lavoro, e in dodici altri quaderni che vedranno la luce nel 186i comprenderà le vicende dal 59 al 62. Non v' ha alcuno che non conosca l'importanza d'aver sotto occhio, per meditarli continuamente, i fatti svoltisi in questo periodo di tempo, nel quale abbiamo visto tante iniquità e ingiustizie trionfare specialmente nella misera nostra Italia. Questi fatti noi li troveremo esposti fedelmente, discussi e giudicati con sana critica in queste Memorie; e ce n'è pegno l'autore stesso che servirà alla compilazione. Dio volesse che in tanto travisamento di falli, in tanta smania di perfido calunniare contro la Religione, in tanto ammasso di rovine che sta ammucchiando una stampa perversa per imbastardire la storia, tutti avessero a mano le Memorie del Margotti per vedervi le scelleraggini, i tradimenti, le ipocrisie che hanno rovinalo la nostra patria!

Per questo noi le raccomandiamo con tutta l'anima ai nostri lettori, securi ne trarranno vantaggio e dilette; ma specialmente poi al giovine clero ed al giovine laicato.

(Continua nell'intimo della copertina).

Queste menti vergini, uscite dalle speculazioni della scuola, hanno necessità, in questi tempi miseri, di saper tra cui vivono, di quali armi usano, quali errori spacciano i nemici che li circondano. E da queste Memorie apprenderanno le battaglie che si sono agitate nel nostro tempo, ne vedranno in l'accia i combattenti, e vi acquisteranno forza e spirito per accingersi con coraggio alle pugne, ché i nemici durano tuttavia audaci e perversi a lacerare il seno della nostra Madre la Chiesa, e a spandere veleno e desolazione. V'è bisogno che la gioventù la quale s'incammina nella vita in questi giorni di lolle non si senta piombare addosso i nemici senza conoscerne gl'inganni, le forze e le pretese; e ciò imparerà rileggendo in queste Memorie le oppressioni, le usurpazioni, gli assassinii commessi a danno del diritto, della Giustizia, della Religione. E così anche le menti prive di esperienza si potranno formare un giusto concetto de'  tempi e degli uomini che ne circondano.

Sia lode pertanto all'esimio Autore che se non ha voluto narrarci la storia dei nostri tempi, ha però arricchito l'Italia del più che bastevole a compensare questo vuoto, col darci in queste Memorie i falli, le battaglie ed i trionfi della Chiesa e del Papato contro la tirannia delle rivoluzioni; e così ha reso un segnalato servigio alla religione e alla società.

Le associazioni a queste Memorie si ricevono all'Ufficio dell’Unità Cattolica mediante un vaglia postale di L. IO per l'Italia e di L. 12 per l'estero.

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Estratto dal Patriota Cattolico di Bologna N. 16.

Queste Memorie, al contrario di tante altre pubblicazioni del giorno d'oggi, sotto un nome modesto contengono moltissimo, e sono in realtà molto più di quello che promettono. Sono una collezione degli articoli più importanti pubblicati nell'Armonia e scritti da quell'aurea e feconda penna del signor teologo Giacomo Margotti, che al più puro amore alla verità e alla Chiesa congiunge la più profonda dottrina e la più vasta erudizione.

Queste Memorie sono una vera storia contemporanea, scritta con imparzialità e con brio senza pari, una storia ragionata degli avvenimenti più importanti e delle fasi più rilevanti dell'attuale rivoluzione, che può dirsi s'inizia dal famoso Congresso tenutosi a Parigi nel 1856. Le Memorie pubblicate nella prima serie sono' una caparra sufficiente dell'interesse e dell'importanza di quelle che saranno date in luce in questa seconda: laonde stimiamo inutile ogni ulteriore parola per raccomandarle a tutti quelli che amano davvero di conoscere la storia dei nostri tempi.

Dal giornale Il Commercio, anno IX, numero 34.

Questa seconda Serie muove dal 1859, anno fecondissimo di avvenimenti, perché in esso cominciarono a ridursi all'atto i preparativi, i disegni, le macchinazioni, già da lungo tempo meditate da chi voleva rinnovare i tempi in Italia. Il sig. Ab. Margotti, dotto, vivace, disinvolto scrittore, e strenuo campione dei diritti della Santa Sede, come pubblicò nel decorso anno dodici quaderni In due volumi, che vanno dal mille ottocento cinquantasei a tutto il cinquantotto; cosi seguita adesso sul medesimo piede a fornire alla storia preziosi documenti quel che furono alla storia antica le cronache, le raccolte, i diarii, i regesti; saranno alla nostra le Memorie che viene opportunamente dando alla luce il chiarissimo direttore dell’Unità Cattolica: saranno, cioè, una miniera alla quale vorranno attingere tutti coloro che sulla storia italiana dei giorni nostri non ameranno fore romanzi, ma scrivere la verità. Seppure non abbia a dirsi che tali Memorie sono esse medesime una storia, perché, oltre le notizie dei fatti e i documenti, vengono, a dir cosi, ravvivate, e commentate da articoli dettati dalla stessa penna faconda del sig. Margotti, via via che quelli avvenimenti si svolgevano, quando era direttore dell'Armonia». E anco cotesto è stato ottimo divisamente; perché gli articoli scritti a mano a mano che i fatti accadevano, sono la espressione più genuina delle impressioni provate dall'animo, e danno alla storia una fragranza tutta sua particolare, che forse non possono avere i racconti troppo discosti dagli avvenimenti. Avvi chi dice che la storia contemporanea suol essere passionata. E ciò in qualche parte è vero. Ma bisogna intendersi. Può essere passionata quando lo scrittore si lasci troppo trasportare dei propri sentimenti ed affetti, talché torca gli avvenimenti ad interpretazioni che per se stessi non hanno, o dia alle cose un valore che forse non meritano. E può essere passionata quando chi scrive rimane indietro dalla verità, cioè non ne comprende tutta la importanza ed estensione, non apprezza adequatamente i meriti e le virtù di chi è oppresso, o non flagella colla debita severità i vieti e la nequizia di chi opprime. E questa ultima appassionatezza è forse la più dannosa alla moralità della storia, come quella che tende ad offuscare i pregi della virtù, e a velare il vizio, o sminuirne l'orrore e scusarlo. Ad ogni modo, chi scrive la storia contemporanea deve ad ogni passo seguitare la scorta dei documenti, e parlare, diremmo quasi, colla voce di quelli; e di ciò abbiamo un esempio in un libro pubblicato recentemente tra noi, I Casi della Toscana; libro che nonostante alcune poche e lievissime mende, le quali in una seconda edizione sarebbe agevolissimo togliere, sopravviverà a tante sconciature con cui a'  di nostri si è voluta oltraggiare la verità. Ma tornando alle Memorie compilate dal sig. Ab. Margotti, noi speriamo che gl'Italiani vorranno far loro buona accoglienza, siccome meritano, e procacciarsi un tesoro di notizie e di documenti la cui importanza verrà crescendo col tempo.

Restano ancora parecchie copie dei dodici quaderni della prima serie di queste Memorie, e si spediranno franche di posta per tutta Italia a chi ne farà domanda accompagnando la lettera con un vaglia postale intestato al Direttore dell Unità Cattolica, Nella prima serie di queste Memorie dimostrasi con documenti irrefragabili come venisse apparecchiata e fomentata la presente rivoluzione.

Raccomandiamo caldamente ai nostri lettori ed amici di procacciare associati a questa pubblicazione, essendo da una parte utilissimo di riunire e conservare molti documenti che gettano tanta luce sulle cose presenti, e dall'altra non potendoci noi rifare delle grandi spese di stampa e di posta che con un buon numero di associazioni.

GIUDIZII DELLA. STAMPA

SULLE MEMORIE PER LA STORIA DE' NOSTRI TEMPI

Estratto dal giornale L'Osservatore Cattolico, N. 157.

Pochi libri, a parer nostro, saranno utili a leggersi quanto lo presenti Memorie. Testé il Guerrazzi scrisse che tutte le storie dicasi odierni sono calunnie: e in fatto calunnie son a dirsi anche quando vestonsi della più bassa e scurile adulazione a qualche soldato audace, a qualche dittatore prepotente, a qualche invialo traditore. D'altra parte i giornali anche onesti, sotto la battaglia quotidiana non possono non risentire delle passioni momentanee, delle falsità spacciale francamente, di quello scorcio che produce il veder troppo da vicino.

Il giornale dell'Armonia, a cui succedette l'Unità Cattolica, accompagnò i fatti giornalieri con quell'acume di veduta, quell'intrepidezza di giudizio, quell'irremovibililà di principii che tutti sanno; principalmente cou quella instancabile memoria, che raffronta l'oggi coll'ieri, le parole i falli d'un uomo con quelli di tempo fa, gli sviluppi presenti coi precedenti; facoltà preziosa e terribile in un tempo che l'attualità suona il tamburone tanto forte da non lasciar sentire il rantolo del passalo e i vagiti dell'avvenire. Ma in quel giornale, come negli altri, son a distinguere la parte giornaliera, effimera, ispirata dal momento, e passibile de'  sentimenti del momento; e la parte di fondo, la polemica seria, la storia. Questa prima parte deve perire col giorno; l'altra resta testimonianza ai fasti. Fu dunque ottimo pensiero restarla, e formarne,queste Memorie. Ripetiamo, non sono storia ma sono documenti, sopra i quali noi contemporanei possiamo ritessere i fatti e all'occorrenza rivederli, per metterli a fronte dei nuovi, per vedere le incoerenze degli uomini e la logica degli avvenimenti. Saranno poi un gran prezioso repertorio per chi vivrà tanto da vedere dissipate le nebbie presenti e ritornar il sole della verità.

Intanto queste Memorie, coi Casi di Toscana e colla Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861, di Giacinto de'  Sivo, si può già formarsi un concetto de'  fatti e degli uomini presenti, e trovar fra le tenebre un raggio di luce che aiuti al giudicare e prepari all'operare.

Estratto dal giornale Il Difensore di Modena, N. 81.

Man mano che escono questi quaderni recano sempre novella luce alle condizioni passale e presenti di questa parte dell'età nostra, e ci lasciano intravvedere non poco dell'avvenire: e quando saranno compiuti gli avvenimenti, sarà puro non lieve vantaggio e conforto rimontare, col sussidio di questo lavoro, più poderoso di quel che paja al semplice titolo, alle cause che buono o malgrado li preparavano.

Questo quaderno poi è specialmente utile per noi Modenesi in quanto contiene riflessioni e documenti a noi relativi, che sebbene stampati ne' giornali di Torino, l'Eccelso Dittatore Farini, venuto a recarci la libertà proibiva che fossero tra noi introdotti. Fra gli altri documenti v'è il testo ufficiale del Trattato di Zurigo con analoghe osservazioni. Restano anche di questa serie sette quaderni da pubblicare, perché questa come la prima (della quale evvi un deposito presso il sig. Direttore dell'Unità Cattolica e costa lire 10) verrà composta di 12 quaderni.

Nelle provincie chi intende associarsi spedisca un vaglia postale di Lire 10 in lettere affrancata, intestato ai sig. Direttore dell'Unità Cattolicat Torino.

Illustrissimo Signore,

Volge presto al suo termine la seconda serie delle Memorie per la storia de'  nostri tempi, e gli Associati, dentro i mesi di dicembre e gennaio, riceveranno gli ultimi quaderni che restano. Noi fummo consigliati ad intraprendere questa pubblicazione dai seguenti motivi: 1° Dalle continue domande che ci venivano dall'Italia e da fuori, per avere documenti ed informazioni riguardo alla storia contemporanea; 2° Dalla necessità di contrapporre fatti veri e documenti irrefragabili ai volumi che la rivoluzione ogni giorno spande a centinaia nella nostra Penisola; 3° Dal vantaggio che ricavasi nel riassumere i detti ed i fatti de'  rivoltosi, e gettarli sulla loro faccia come argomento della slealtà, e della contraddizione che ne forma tutta la politica e la morale; 4° Dalla difficoltà che più tardi dovrassi certamente provare per raccogliere que' documenti, quegli articoli di giornali, quelle confessioni parlamentari, che, si hanno oggidì facilmente alla mano.

Sull'esempio perciò de'  nostri antichi pubblicammo la prima serie delle Memorie per la storia de nostri tempi, la quale fu bene accolta dal pubblico, e benedetta dal nostro Santo Padre Pio IX, Ma gli Associati alla seconda serie diminuirono assai, e prima di metter mano alla terza, desideriamo essere certi del loro con corso Il prezzo dell'opera è cosi tenue, che non potremmo rifarci delle ingenti spese di stampa e di posta, senza un buon numero Ji soscrittori. Di che abbiamo stimato buon consiglio mandare innanzi questa circolare, come una domanda ai nostri amici. Rispondeteci francamente: Pare a voi che questa raccolta d'articoli e di documenti si debba proseguire, oppure terminare colla seconda serie oggidì in corso di stampa? Ne' quaderni pubblicati non poté inserirsi il tutto, perché ad ogni momento la materia cresce straordinariamente, e ci parve meglio compiere la storia d'un anno, che sfiorare quella di cinque. Ad ogni modo l'opera resta compiuta, tanto nella prima quanto nella seconda serie. In quella avete avuto gli apparecchi della rivoluzione italiana; in questa la storia del 1859 e 1860. Vi piace che noi, proseguendo, raccogliamo le Memorie del 1861, 1862, ecc.? Oppure lasciamo lì questo lavoro? Ecco la nostra domanda, a cui vorremmo una risposta prima di aprire una nuova associazione. Noi non intendiamo per ora di accettare danari per la terza serie delle Memorie de'  nostri tempi, giacché non potremmo pubblicarle senza prima essere certi d'un discreto numero d'associati che ci salvino dalle spese. Chi ha dunque intenzione d'associarsi a suo tempo, favorisca di sottoscrivere per ora la scheda unita alla circolare distribuita coll'antecedente fascicolo, e ce la mandi franca di posta. Il numero poi delle schede che riceveremo servirà per farci risolvere se dobbiamo metter mano alla terza serie, o terminare la nostra pubblicazione colla seconda.

Torino, 25 novembre 1864.

GIACINTO ISNARDI

Gerente dell'Unità Cattolica.

MEMORIE PER LA STORIA DE' NOSTRI TEMPI

Terza Serie

Da ogni parte, e dalle più autorevoli persone ci giunsero consigli ed esortazioni perché proseguissimo la pubblicazione di queste Memorie, i cui primi quattro volumi giù bastano a farne apprezzare tutta l'utilità non solo per l'avvenire, ma eziandio pel presente. Difatto le questioni relative agli appelli per abuso, ed agli articoli organici, che oggidì rinascono in Francia, sono discorse nella prima serie, dove si parla di un simile processo girato da Napoleone III al vescovo di Moulins, nell'anno 1857. E la famosa Convenzione del 15 di settembre 1864 vi si trova bellamente interpretata e commentata coi documenti, e coi fatti relativi al 1859 e 1860.

Arrendendoci adunque agli altrui consigli, annunziamo che nel 1865 verrà in luce la terza serie delle Memorie per la storia de'  nostri tempi. Vi discorreremo i fatti del 1861, le origini del Regno d'Italia, la genesi della formola: libera Chiesa in libero Stato, le larghe promesse fatte alla Chiesa; la proclamazione di Roma capitale; le orazioni del senatore Vacca, che volea aboliti gli Exequatur e gli appelli ab abusu, e cento altre cose simili. Questa serie dovrà riuscire più importante delle precedenti, e potrà formare come un'opera a parte a cui si potrebbe apporre per titolo: primi vagiti del Regno d'Italia.

Noi siamo ben lungi dall'avere raggiunto quel numero di associati che ci sarebbe necessario per cavarci dalle spese ingenti richieste dalla stampa. Confidiamo tuttavia che nel corso dell'anno gli associati cresceranno, e i più zelanti ce ne procacceranno dei nuovi. Intanto coloro i quali sottoscrissero la scheda unita alla circolare inviata, favoriscano di farci tenere il prezzo dell'associazione per l'anno corrente con un vaglia postale di L. dieci intestato al direttore dell'Unità Cattolica in Torino.

Avvertiamo che ci restano ancora invendute molte copie della prima e della seconda Serie, le quali si spediscono franche di posta a L. 10 per Serie in Italia, e a L. 12 nel Veneto e negli Stati esteri.








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