Eleaml - Nuovi Eleatici

Non si può affermare di conoscere la storia del Regno delle Due Sicilie se si ignorano opere come questa di Gennaro Marulli. Soprattutto la storia del periodo francese, della riconquista del continente da parte di Fabrizio Ruffo e della opposizione antifrancese delle Calabrie, dove il più potente esercito del mondo ebbe filo da torcere in una guerriglia che anticipò di qualche anno quella spagnola.

Scrive Marulli sulla sollevazione delle Calabrie:

È d’uopo avvertire il lettore in riguardo a questa guerra calabrese, che le truppe del Generale Reynier non batterono la marcia del trionfo, poiché in quel volgere di tempo non furono esse totalmente prive di ostacoli come avevano cercato far credere i francesi e gli aderenti loro; ma bensì un gran numero di soldati sbandati dell’esercito napolitano, riuniti a molti calabresi avversi a quelli occupatori, comandati da diversi Capi formarono più e separate bande, e tormentarono l'esercito il di e la notte al passo dei gioghi e degli stretti, e nell’asprezza dei monti, uccidendo gli sbandati distruggendo i piccoli drappelli e gl’isolati soldati, infestando le comunicazioni, e intercidendo i convogli ed i corrieri; ed ora apparendo in un punto e quindi rapidamente dileguandosi, per ricomparire più numerosi in un altro, dettero principio a quella famose riunioni, tanto ricordate da ognuno, che io ne parlerò diffusamente allorché nell’apice loro furono ridotte, le quali vennero poscia dagli Spagnuoli tanto imitate e con tanto successo: epperò dire puossi con franchezza, che la composizione delle cosi dette guerriglie ebbe il suo cominciamento ed origine nelle montagne, nostre di Calabria. Ed a far sì, che queste cose che io dico credito maggiore acquistino, riporterò qui un brano di una lettera del Generale Reynier scritta a Parigi all’imperatore sul proposito di oprare una spedizione in Sicilia ora che h Calabria consideravasi vinta. «Non esservi più in questa lunga penisola un sol punto, che offrisse la menoma resistenza; essere l’invasione completa; sembrare pacificate le Provincie; ma non potersi i francesi chiamar padroni se non del terreno, che calpestavano; e che se non fossero state prontamente inviate in suo soccorso novelle forze, doversi considerare questo paese, come non conquistato».

Cosi descrive il ritorno dei francesi Enzo Ciconte (La grande mattanza Storia della guerra al brigantaggio - Laterza, 2019):

Prima che le cose si mettano male, Giuseppe Bonaparte visita la Calabria e ne trae un’ottima impressione; le accoglienze, forse inaspettate, sono lusinghiere. I notabili più in vista, i galantuomini, i ricchi proprietari terrieri si affrettano a manifestare tutta la loro simpatia al nuovo regime. Comprendono che sta dalla loro parte e non si lasciano sfuggire l’occasione. Ma appena due mesi dopo la Calabria insorge e respinge i francesi ai confini con la Basilicata, dove nel frattempo in molti comuni esplodono casi d’insorgenza. Come mai cambia così repentinamente la situazione? Cos’è successo di così grave? È una sorpresa, ma solo per chi non conosce la Calabria. È una regione che all’alba dell’Ottocento è considerata quasi selvaggia, conosciuta soltanto per i frequenti terremoti. Gli inglesi la definiscono «the terra incognita of modern Europe». E adesso, con le sue ribellioni, la Calabria sarà davvero conosciuta in tutta Europa.

La situazione precipita per il comportamento dei francesi, che con l’occupazione militare creano gravi disagi. Inoltre – ed è questione altrettanto importante – sin dall’inizio del loro arrivo adottano un «modo duro, barbaro ed insultante» di tassare il popolo: così scrive il Consiglio provinciale della Calabria Citra nel 1809. Ci sono tasse che sono, oltre che odiose, oltraggiose.

Vi invitiamo a leggere le note biografiche sull'autore pubblicate sul sito dei Comitati Due Sicilie.

Zenone di Elea - Luglio 2019

RAGGUAGLI STORICI SUL  REGNO DELLE DUE SICILIE

DIVISI IN VOL. 2, E CIASCUNO IN EPOCHE DUE SCRITTI DAL CONTE GENNARO MARULLI

OPERA che si pubblica per cura dell’editore proprietario LUIGI JACCARINO

NAPOLI - Per cura dell’Editore proprietario Luigi Jaccarino - Strada Rosario Portamedina n. 31 - 1845

Gennaro Marulli - Ragguagli storici sul Regno delle due Sicilie Volume Primo - 01 Volume Primo - 02 ODT PDF
Gennaro Marulli - Ragguagli storici sul Regno delle due Sicilie Volume Secondo - 01 Volume Secondo - 02 ODT PDF

— Volume Primo, Epoca prima, Parte prima —

REGNO DI FERDINANDO IV
PROEMIO CAPITOLO I CAPITOLO II CAPITOLO III
CAPITOLO IV CAPITOLO V CAPITOLO VI CAPITOLO VII


PROEMIO

Quanto util sia e dilettevole il conoscere la Storia del proprio paese, e quanto disdicevole l’ignorarla non vi è chi noi sappia; quindi è d’uopo, che con accuratezza estrema e con diligenti modi venga essa redatta, divulgata e trasmessa, ai posteri affinché a questi serva per l’avvenire di fiaccola e norma. Fermo in tale idea, io intendo parlare di quella Storia i di. cui avvenimenti narrati, sono guarentiti dalla fede di coloro, che o ne fecero parte, o ne furono testimoni, che veridica e lampante Storia si chiama, e non già al Romanzo ed alla Novella somigliante. Se vi ha paese la di cui Storia contemporanea merita di essere trattata sì fattamente è appunto il nostro, poiché con fatti dimostrati ed esistenti è d’uopo combattere la compassionevole trama su noi ordita da ingiusti e fanatici forestieri dotati soltanto di quello spirito di conculcazione d’ogni altrui bene, e d’ogni altrui diritto e da perversi e sfacciati connazionali scrittori, i quali con il rendere di pubblica ragione dei fatti da essi corrotti e guasti, e delle verità oscurate dalla loro chiara luce, cercano covrire così le proprie enormi nequizie. Precipuamente per ismentire i Romanzi Storici di costoro, io mi sono del tutto risoluto, se a tanto si estenderanno le forze dell’ingegno mio, a mandare ai posteri con 'verità la compassionevole connessione di tanti accidenti atroci nella cui commemorazione di conforto non poco mi sarà il raccontare, come farò con egual sincerità le cose liete, utili e grandi, che fra tanti lagrime voli casi si oprarono per un benigno risguardo della Divina Previdenza, che mai non abbandona del tutto i miseri mortali. Non desiderio dunque di fama, non sete di guadagno (vilissima sete, che tutto travisa e pessimi rende i migliori) mi mosse a riunire questi fogli, che titolo portano di Ragguagli Storici sul Regno delle due Sicilie dall'epoca della francese rivoluzione fino al ma bensì l’amore del vero, l’affezione al mio paese, la calda amicizia per i miei concittadini, ed il volere vendicare il vilipendere che fassi ogni giorno di nostra nazione, dagli oltramontani. In somma il sentire di noi quanto di male si sa inventare l’anima mia ha commossa, ed ardito cotanto mi ha reso ad accozzare questo travaglio, per fare, con pruove irrefragabili, le vere cause degl’infortuni nostri manifeste; cause che a vituperio e danno degli estranei ridondano; poiché in vero non d’altra macchia tacciati essere possiamo, che di avere, per. un momento ceduto alle lusinghe ed alla seduzione degli stranieri 9 i quali, colle loro massime sovvertitrici, riuscirono a cambiare. il Regno intero pi appassita bellezza dallo stato florido in che. si teneva. Verità questa di che non vi ha ormai alcuno tra noi, dotato di qualche fìor di senno e di acume di discernimento, che non sia pienamente ed intimamente convinto. Non così però rappresentano le cose gli stranieri, e segnatamente gli scrittori francesi, eterni ripetitori di formole convenute; i quali gli uni gli altri, fino alla consumazione dei secoli e fin che il mondo lontana, ripetendosi, le istesse cose saranno per dire, poiché la contagione delle idee e quella delle s parole è in Francia endemica.

Ciò che anderò a narrare da altri autori in parte è desunto, che di sì fatte materie hanno trattato molto di nuovo però vi si troverà, non perché abbia io saputo meglio di altri investigare e conoscere, ma solo perché gli autori sinceri che servito mi sono di base, non sufficienti ed esattissimi documenti ebbero al compilamento delle storie loro. In qualunque modo io non sono né presuntuoso né cieco per non conoscere la giustizia delle censure, che far mi si potranno per l’ardita esecuzione di questo mio lavoro, dappoiché l’esperienza abbastanza mi ha messo in conforto, che opera non esiste, ancorché li eccelso grido essa sia, che soggetta a critica non venga. Quindi per ciò, mio cortese lettore, della presente mia intrapresa non mostrarti severo giudice, e non sferzarmi con mano crudele, ma pietosa e correggevole, tenendo sempre nell’animo tuo la virtù di condonare gli errori di chi tentò almeno, se non gli riuscì di giovare.



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CAPITOLO I

Stato dello scibile ne’ due Regni. — Divisione geografica del Regno intero: amministrazione della Capitale;formazione della Corte; governo; amministrazione de’ dominj continentali; suoi tribunali; sua finanza intera; sue fortificazioni. — Parlamento di Sicilia; Tribunale della Monarchia. — Idea della Feudalità in generale; applicazione di essa ai due Regni. — Miglioramenti nello Stato; morie di Caracciolo e di Pecchia. — Si fonda una colonia di artieri; idea di sua legislazione. — Varj matrimoni conchiusi nella Corte di Napoli, e viaggio dei Sovrani per Vienna per l’esecuzione di questi matrimoni; ritorno nella Capitale de’ Sovrani; morte di Antonio De Gennaro. — Manifestazioni di torbidi in Francia, come il nostro Regno li sente, e come gli altri Stati di Europa. — Invito della Corte di Napoli a quella di Torino ed alla Veneta Repubblica per formare una Italica confederazione. — Ingrandimento e miglioramento delle milizie navali e terrestre nel Regno. — Maggiori rivoltose novità succedute in Francia ed uccisione dei Sovrani Francesi; Reggente della Vicaria nel Regno. — Temporeggiamento di ostilità nella Corte di Napoli; arrivo di una flotta Francese innanti la Capitale. — Accettazione presso la Corte di Napoli del nuovo Ministro Francese Mackau; prima epoca di rivoluzionarie idee di Francia triti Napolitani. — Dimostrazione della popolazione di Napoli fatta al Re. Nascita di altra Principessa Reale. — Naufragio avvenuto in Gallipoli.

PASSATA era nel Regno di Napoli lieta e permanente aurora, allorché scoppiò la Burrasca della francese rivolta: la fosca, nebbia, che sopra i letterari principi erasi avvolta del tutto di già a diradarsi andava; il. genio delle scienze, e delle arti nella Partenopea città la più gradita sua stazione teneva. Le opere filosofiche dell’immortale Genovesi i vecchi errori svellendo, altamente un. nuov’ordine di cose in vita chiamavano adatto più alle attuali abitudini della società.

Per editto del Re ne’ piccoli villaggi del Regno tutto, venivano istituite scuole normali, i cui maestri erano stipendiati con le rendite confiscate degli espulsi Gesuiti. Al quale insegnamento primario si congiungevano molti convitti, licei, e seminari nelle provincie continentali, ed insulari del Regno. Le Università di Napoli, di Palermo, e di Catania, l’accademia delle scienze, e la celebre accademia Ercolanese, i cui componenti i Mazzocchi, i Martorelli, gl’Ignarra, i Rosini, i Carcani, i Daniele, i Pelliccia, i Lupoli ec. facevano conoscere all’attonita Europa i monumenti della romana grandezza, che uscivan fuori dagli scavi di Ercolano, di Pompei, di Stabia, illustrandone con eruditi elucubrazioni i superbi di segni, opera di bolini Napolitani, e ritraendo religiosamente con un ingegnoso trovato le reliquie dell’antico sapere, che si chiudevano ne’ papiri ridotti in carbone, il tutto facendo di ragione pubblica in una magnifica edizione, che per se sola sufficiente sarebbe a far chiarire la nazione nostra. Dall’altra parte del Faro con pari dottrina, e con lodevole zelo davano opera a scoprire, ed illustrare le antichità di che ribocca il suolo siciliano un Principe di Torremuzza, un Principe di Biscari, un Cesare Gaetani Conte de lla Torre, un Tardia, un Salvatore di Masi, un Domenico Scavo, che, il Barthelemy, e Caylus consultavano come oracolo di scienza Archeologica. Frattanto sorgevano a gloria dello stato lotto uomini sommi in ogni ramo dello scibile, e sarebbe un non finirla mai, se generalmente qui volessimo enumerarli. Ci contenteremo di citare tra i giureconsulti Gianvincenzo Gravina vivuto però in epoca alquanto precedente a quella che si discorre dalle cui opere dovette le sue ispirazioni l’illustre autore dello Spirito delle leggi, il quale, se altro merito e cognizione non vantasse per se medesimo, avrebbe al certo pur quello grandissima di avere cioè un Metastasio educato, togliendolo dallo squallore della povertà e creato alle lettere, anzicché istituito io dirò volentieri; Giuseppe Aurelio de Gennaro, Giuseppe Pasquale Cirillo, Nicola Capasso, Giovanbattista Vecchioni, Giacinto Dragonetti autore del libro delle virtù, e dei premi compimento dell'opera del Beccaria, e precursore del moderno Gioja, e più di ogni altro del profondo; 'Briganti. Fra gl’istorici Di Meo, Pecchia, Nicola Vivenzio, Francesco Antonio Grimaldi, Vito Maria Amico, Gio. Battista Caruso, Giovanni Evangelista di Blasi, Rosario de Gregorio, Vincenzo Rogadeo. Tra i filosofi il Vico, il sommo teste nominato Genovesi, Delfico, Spedalieri. Tra’ i politici, ed economisti il Filangieri, Pagano, Galiani, Palmieri, Giuseppe M. Galanti, il quale per onorevole incarico aveva già proposto al governo tutte le riforme che lentamente andavansi operando nella pubblica amministrazione dello stato, allorché la conquista venne a troncare tutte le difficoltà 'col fendente della spada, Broggia, il Duca di Cantalupo anche fra questi si distinguevano e si annoveravano, i quali tutti unitamente ad altri molti, che io tralascio, prendendo in esame la catena intera delle idee politiche economiche colla massima esattezza, e facendone la discussione con predette estesissime senza ipotesi arbitrarie, solo mossi da progressi di scienza, e non da interessi, nò da spirito di partito, furono i primi a dar lo idee più compiute di quella scienza, che oggi forma la principal cura di ogni saggio Governo, e la felicità delle nazioni, cioè la politica economia checché ne dicessero con buona loro pace il Vandermonde ed il Say. Tra’ i matematici, fisici, e naturalisti Serao, il P. della Torre, il Fasano, il de Bernardis, il Principe di S. Severo, Leonardo Ximenes, e Pietro Antonio Paulet prodigi di scienza idraulica, Mario Lama, Felice Sabatelli, Martini, Caravelli, Fergola, Poli autore di una magnifica opera su i testacei grandemente commendata dall’illustre Cuvier, Domenico Cirillo, Nicola d’Andrea, Antonio Sementini, Cotugno, Pelagna, i due Scudieri, Tineo, Landolina, Recupero, Camolini, Piazzi il quale tanta celebrità si acquistò nella scoperta del nuovo pianeta la Cerere, pel gran datala go delle stelle da lui compilato, e per gli eccellenti strumenti che costruir fece con le sue direzioni dal rinomato Ramsden sull’osservatorio di Palermo. Tra’ i poligrafi e poeti, Signorelli, il Danieli, lo Scotti, Meli, l’Anacreonte siculo, Gargallo, Scrofani, Caldi, Baffo, Serio, Campolongo, il Planelli, Valletta, Salti, Malici, Montrone. Tra’ gli statisti, ed i diplomatici il Marchese Caracciolo, il Principe di Belmonte, il Cardinale Fabrizio Ruffo, il canonico Vito Coco, il Marchese darlo de Marco caldo propugnatore dei dritti del principato, il Duca di Gallo, il Principe Alvaro Ruffo, il Cavaliere Luigi de Medici, il Conte Zurlo, il Generale Parisi, il Duca di. Serra Capriola, il Duca di Campochiaro. E da ultimo citeremo, come pruova di avanzata civiltà nazionale la celebre Ardinglielli, profondamente, dotta nelle più astruse discipline matematiche, Faustina Pignatelli Principessa di Colobrano, Caterina, ed Aloisa Caruso, Aurora Sanseverino, Anna Maria Agliata, Isabella Bellini, Genoveffa Bisso, Peliegra Buougiovanni, Anna Gentile, Aurora Bonanno, Isabella Pignone del Carretto, Giuseppa Eleonora Barbapiccola, ed Elionora Pimentel, illustri tutte per sapere non ordinario nel loro sesso. Ed anche nelle arti belle tuttoché non più in fiore, come nei tempi trasandati, le due Sicilie vantarono un Paolo de Matteis, un Francesco de Muro, un Corrado Giacquinto, Giuseppe Bonito, Conca, Errante, Fischietti, ed altri. Le statue del Marabiti, del Celebrano, e del Sammartino sono degne d’un compatriotta del Merlino, del Caccavello, del d’Auria. Nell’Architettura possono essere citati con onore il Gioffredo, lo Schiantarelli ed innanzi tutti il Vanvitelli emulo del Bernini, famoso per aver edificato il magnifico palazzo di Caserta, e l'acquidotto Carolino, che gareggia colle opere più celebrate nell’antichità, il quale quantunque non appartenente al nostro regno pure di questa terra avendosene formata novella patria, può qual napolitano concittadino considerarsi. Che diremo poi dei compositori di musica educati nei quattro Conservatori di Napoli? Rimanendo sempre nell’epoca, che discorriamo, e trasandando non senza ingiustizia i meno celebri, citeremo solo il Jommelìi, il Traetta, il Sacchini, il Piccioni ed i due suoi figliuoli, Paisiello, Guglielmi, Cimarosa, Zingarelli, in fine ogni ramo letterario, ed artistico, ogni scienza sublime grandi uomini possedeva da porsi a livello a tutt’altro paese co’ di lo' ro lumi, che mercé le cure provvide del Sovrano mancai non si vedevano nello stato i giornalieri aumenti del più bello, del più necessario tra’ i suoi ornamenti qual è appunto la scienza.

II. Era diviso il Regno in quel tempo in dodici provincie al. pari, che nelle antiche epoche Longobardiche, chiamavansi queste la Terra di Lavoro con le isole addiacenti, con Napoli per capoluogo; il Principato citra, con Salerno; il Principato Ultra con Montefusco; la Basilicata Con Matera; la Calabria citra, con Cosenza; la Calabria ultra, con Catanzaro; la Terra di Otranto, con Lecce; la Terra di Bari, con Trani; la Capitanata con l’isola di Tremiti, con Lucera; il Contado di Molise, con Molise; l’Abruzzo citra, con Chieti; l’Abruzzo ultra, con l’Aquila. A queste provincie Napolitano vi si aggiungeva la Sicilia, come or vediamo, distribuita in tre provincie prendenti il nome di Valli, divisione, che fin da’ tempi dei Saraceni durava; eran queste la Valle di Demone con l’isola di. Lipari i quella di Noto, e l’altra di Mazzara con le piccole Isole Egadi. Altri possedimenti teneva lo Stato verso l’Italia alla, cioè i Presidi di Toscana composti di Orbetello, Talamone, Monte Argentano, porto San Stefano, l’isola dell’Elba, la quale dividevasi Col Principe di Piombino, e col Gran Duca di Toscana, e la supremazia del Principato di Piombino.

La nobiltà della Capitale formava in allora cinque collegi, chiamati Sedili, o Seggi come quelle delle provincie altri molti ne conteneva, dei quali rinomanza tenevano quei di Trani, Salerno, e Sorrento: chiamavansi quelli della Capitale, di Capuano, di Nido, di Montagna, di Porto, e di Portauova; ognuno dei quali teneva un Eletto, avendone due però quello di Montagna, poiché essendosi estinto il collegio di Forcella, e rifusosi, e trasferitosi al luogo del Sedile di Montagna, fu sì, che questi due Eletti donasse, e però sei Eletti dei nobili eranvi, quantunque cinque seggi vi fossero stati in quel tempo. Vi esisteva ancora un Sindaco, chiamato Eletto ilei Popolo, carica data dalla plebe e che la più eminente in tutto il Regno si trovava. Questi sedili componevano un corpo di municipalità molto antico, e privilegiato per la sua origine; a questo il Re proporre faceva gli ordini in riguardo alle imposizioni estraordinarie, alla somma di esse, ed alla maniera di riscuoterle, affinché da quello la ripartizione, e l’esazione se ne facesse: era inoltre carico degli Eletti il provvedere alla sussistenza della città, ed a curare tutto ciò, che al pubblico faceva interesse.

La Corte Regia componevasi, quasiché attualmente, di un Maggiordomo-maggiore, di un Cavallerizzo-maggiore, di un Somiglierò del Corpo, di un Capitano delle Guardie del Corpo, di un Cacciatore-maggiore, di un primo Cavallerizzo del Re, di molti Gentiluomini di Camera di esercizio, di alcuni Gentiluomini di Camera di entrata, di Maggiordomi di Settimana, di un Cappellano-maggiore, e di un Confessore; questi due ultimi d’ordinario si presceglievano il primo tra gli Arcivescovi ed il secondo tra Vescovi.

Gli affari di Stato venivan discussi nel Consiglio di Stato composto dal Re dalla Regina, allorché dat’aveva alla luce un Principe Ereditario, dai Consiglieri di Stato, e dai Segretari di Stato, e dipartimenti dei quali diversi erano come, degli Affari Esteri, della Guerra, della Marina, della Real Casa, del Commercio, delle Grazie e Giustizie, delle Finanze, ed in fine degli affari ecclesiastici.

Ciascuna delle Provincie governavasi da un Preside, da un Capo di Ruota, da due Uditori, e da un Avvocato fiscale, che un tribunale formavano prendente il nome di Regia Udienza, nelle città, borghi, castelli, e terre delle provincie, che al dominio Reale appartenevano, vi stava un Governatore, ed un Giudice regio, in quelle infeudate vi si teneva dal barone un Governatore baronale, e molti anche un giudice pur vi avevano i quali dipendevano, e corrispondevano tutti col Preside, e colla Regia Udienza. Nella capitale della provincia vi dimorava un Regio governatore, il quale oltre i propri incarichi, aveva quello di supplire nella udienza, ovvero nel Tribunale Provinciale a quello dei due Uditori, che nel disimpegno delle cause impedito ne fosse; inoltre dopo l’epoca della francese invasione, formossi una novella istituzione dividendo le provincie in distretti, chiamati ripartimenti, preponendo a ciascuno di questi un Capo, il quale non un impiegato sopra più della provincia era, ma bensì uno dei Governatori, o Giudici delle principali città demaniali del ripartimento, avendo il carico di esercitare ad un tempo sì l’uffizio di Governatore, e Caporiparto, che quello di badare alla polizia generale, e giudiziaria de’ luoghi da esso dipendenti, con l’obbligo della soggezione al Preside, al quale questo ramo, esclusivamente dal Tribunale, solo affidato veniva.

Le Appellazioni delle sentenze dei Tribunali provinciali portavansi in Napoli, ove vari Tribunali supremi di Magistratura vi stavano. La Gran Corte della Vicaria era il più basso, componevasi questa di tre Tribunali diversi, due per le cause civili, ed uno per gli affari criminali: rivedeva essa le cause fatte dalle Corti locali, e dalla Regia Udienza di tutte le provincie del Regno: ciascuno dei tribunali formavasi di un Capo Ruota e di quattro Giudici; tutte le tre Ruote dirette venivano dal Reggente della Gran Corte della Vicaria. Eravi altro Tribunale, chiamato Sacro Regio Consiglio, ebbe esso istituzione fin da’ tempi di Alfonso I nel 1442 modellato fu su della Romana Ruota, le suppliche direttevi formarle era d’uopo come se alla persona del Sovrano presentar si avessero dovute, poiché fin dal suo nascere, e propriamente allorché il Regno sotto il dominio Aragonese trovavasi, i Re in persona vi presiedevano, formando in dell'epoca questo consesso di magistrati il Concistoro dei Principe: delle sue sentenze appellazione alcuna non v’era, meno che ottenere si fosse potuto una revisione della causa presso del medesimo Tribunale;le procedure, e le formole prescritte per gli altri Tribunali eran per questo dispensate: riceveva come appelli le sentenze dalla Vicaria, e faceva di assoluta necessità, che tutt'i casi criminali, e civili al di sopra della somma di ducati cinquecento passassero in prima istanza dalla vicaria innanzi di giungere alla Camera del Sacro Regio Consiglio: Filippo II gli diede un Presidente, e diviselo in quattro Ruote, composta ognuno di un Capo Ruota, e di cinque Consiglieri. Il Presidente del Sacro Regio Consiglio, ed i quattro Capi di Ruota delle quattro Ruote dette, formavano finalmente un terzo Tribunale, che costituire si poteva l'apice della napolitana Magistratura, denominavasi Camera Reale dì Santa Chiara istituito da Carlo Borbone in sostituzione dell’antico Consiglio Collaterale, che nel 135 dallo stesso Principe, abolito venne: decideva esso in ultima istanza i dubbi casi delle competenze delle giurisdizioni, purché non controversie tra un Tribunale ecclesiastico, ed un Tribunale civile riguardassero; autorizzava gli atti dei vassalli, ché validità non avrebbero avuta, secondo il comune dritto, confermava le legittimazioni dei bastardi, e l’emancipazione di quelle, aveva facoltà di vegliare generalmente sii I’osservanza delle leggi, e giudicava talora per revisione delle cause civili, ove il governo interessato si trovava. L'Amministrazione delle rendite, pubbliche si addiceva ad una Camera detta della Sommaria le occupazioni di questa, superavano i limiti di una semplice amministrazione, poiché dava giudizio in ultima istanza a tutte le liti, che gl’interessi, oi dritti del fisco riguardavano, sia come reo sia come attore, e però gli affari ad essa camera pertinenti, di gran lunga si estendevano: era composta questa dal Gran Camerario, o dal suo Luogotenente, da due avvocati fiscali del Regio patrimonio, da otto presidenti togati, e da quattro presidenti detti di Cappacorta, da un procuratore, da tre Segretari e da un Archivario; i dodici Presidenti si dividevano gli affari delle dodici provincie del Regno, cangiandone in ogni anno la provincia. Le pubbliche rendite amministrate venivano nelle provincie da’ Governatori. Le liti, che riguardavano oggetti di commercio al di sopra dei ducati cinquanta eran giudicate da un Tribunale formato da un presidente, da quattro giudici togati, dà tre di cappacorta, e da due mercatanti: gli affari di commercio al di sopra dei ducati cinquanta giudicavansi senz’appellazioni dal Consolato di mare e terra, formalo da un presidente, da due consoli, e da due giureconsulti, che solamente il volo deliberativo avevano. I Tribunali che trattavano dei vari affari prendevano il nome di giunte, ordinandosi di più, o meno persone a seconda che l’importanza dell’affare il richiedeva; eravene per gli Ospedali, pel Lotto, pei Beni allodiali del Re, per le manifatture, pel tabacco, pei teatri, per le monete, e pei pesi, a misure. a gloria del paese nostro è d’uopo far osservare, che il filantropo oggetto degli Ospedali è sembralo in ogni epoca ai Napoletani di somma importanza; la sola Capitale conteneva trentasette conservatori, e sette Ospedali grandi, il più ricco dei quali quello dell’Annunziata era, la cui rendita a ducati 63 mila sommava. Nell’anno 1741 fu stabilito in Napoli un tribunale misto in virtù del concordato conchiuso con la Santa Sede; questo Tribunale componevasi di due giudici ecclesiastici napolitani, nominati dal Papa, di due altri anche del Regno prescelti dal Re, e di un quinto eletto dal Papa fra tre persone propostegli dal Re. Questo Tribunale era triennale, poiché l’elezione dei giudici tre anni durava, appellavasi Misto, e decideva in ultima istanza gli affari riguardanti l'asilo ecclesiastico, l’amministrazione, e la conservazione dei luoghi pii, la distribuzione dei pii legati, le franchigie delle comunità, o delle persone ecclesiastiche, le competenze delle giurisdizioni dubbie fra un Tribunale Civile, ed ecclesiastico, e cose simili.

Il Re di Napoli esercitava in Sicilia un autorità suprema negli affari ecclesiastici come Legato a latere del Papa: le bolle della Santa Sede esser pubblicale non potevano nel territorio del Re di Napoli, se non dopo di aver ottenuto dal Sovrano l’Exequatur, e però il Cappellano Maggiore col suo consultore aveva il carico dell’esame antecipato delle bolle papali, e ne sospendeva l’esecuzione, se in contrarietà della regia autorità trovavate.

Eranvi in allora nel Regno dì Napoli diciannove Arcivescovadi, e centodieciannove Vescovadi, e contavansi in ambo i sessi circa ottantacinquemila e più persone religiose.

Il codice del Regno di Napoli, e di Sicilia contenevasi nelle costituzioni dell’imperatore Federico II chiamate Costituzioni del Regno; era questa una compilazione delle leggi di questo Imperatore, e dei suoi predecessori fatta da Pietro delle Vigne, e pubblicata dal dello Sovrano a Melfi nell’anno 1231, vi furono aggiunte nel 1243 molte altre leggi nominate Nuove Costituzioni: il cangiamento delle diverse regnanti dinastie prodotto aveva grandi mutazioni in questo complesso di legislazione, e quindi molle distrutte erano state, altre cambiate e commentale, ed altre ancora aggiunte; il codice pur nondimeno conservato aveva la medesima autorità, ed i Giudici decidevano tuttavia su d’esso, ed in sussidio sur il Dritto Romano in tutti i casi ne’ quali le posteriori leggi dei Re chiamale prammatiche, o i costumi delle diverse città, e provincie del Regno dette leggi consuetudinarie di vari luoghi, particolari decisioni non prescrivevano. Gli accusali criminali eran difesi, nulla spendendo, dall’avvocato dei poveri, ciò per ispecial grazia fu concesso da Alfonso I come iti privilegio particolare alla città di Napoli. Le cause tranne le minime avevano fine tutte nei Supremi Tribunali, o che ivi cominci, o che passate' vi fossero state dai primi giudici, ma a termine non s’intendevano condotte, se la controversia ricevuta non avesse due conformi sentenze, o decisioni dello stesso Tribunale Supremo; salvo se la prima sentenza o decisione per non essersene prodotto richiamo nel tempo abile avesse fatto passaggio in cosa giudicata; In Sicilia però la cosa giudicata formata non veniva se non per mezzo di tre conformi.

Eranvi nella capitale sette banchi dei particolari. Le rendite pubbliche del Re nel regno di Napoli consistevano in quarantacinque diversi articoli, che ascendevano annualmente a 3, 002, 183 ducati; quelle della Sicilia a 959, 342 ducati, in uno la rendita totale dello stato tutto sommavasi a 3, 961, 525 ducati, dei quali per le ordinarie spese del regno intero, si valutavano 3, 163, 212 ducati per quello di Napoli, e 363, 443 ducati per la Sicilia; dimodoché 434, 871 ducati entravano annualmente qual risparmio nel Regio tesoro. Potevano queste rendite ricevere aumento dai gratuiti doni della Città di Napoli che d’ordinario al Re si facevano nella somma di un milione di ducati, in allora che la Regina dava alla luce un figlie maschio, qual cosa prendeva il nome di fascìe; si aumentavano del pari nel caso, che i feudi eran decaduti alla corona, e conseguentemente dallo accrescere degli appalti delle miniere di ferro.

Aveva il Regno in tutto quattro città dette Piazze d’armi, una terranea, che Capua nominavasi, e tre marittime cioè Gaeta, Pescara, e Peggio, tenendo in altri luoghi anche delle castella, delle quali diciassette al littorale, oltre la città di Napoli; eran questi Baja, Ischia, Salerno, Amantea, Cotrone, Tropea, Taranto, Gallipoli, Otranto, Brindisi, Monopoli, Bari, Trani, Barletta, Manfredonia, Viesti, e Civitella del Tronto: a queste del Regno di Napoli visi aggiungevano altre molte sì delle prime, che delle seconde, attinenti alla Sicilia, dimodocché il Regno intero era ben premunito e difeso, essendo le coste anche guarentite da 336 torri tutte quadrate una alla veduta dell’altra, che circondavano il Regno, marittimamente fabbricate dal Viceré D. Pietro di Toledo nel 1537 onde prevenire le insidie de’ Corsari, e d’altri nemici esterni. Tal era lo stato delle nostre cose legati, giudiziarie, amministrative, ed altre, e così si mantenne, di alcun poco ricevendone riforma in fino al 1806 e ciò per Napoli; poiché pella Sicilia le novità ultime ebbero una più tarda epoca.

III. La Sicilia parte tanto essenziale del Regno reggevasi allora con leggi sue proprie. Da’ tempi antichissimi ebbe essa un Parlamento di tre Camere, dette Bracci, che gli ordini dello stato potevansi dire. Una si chiamava Braccio Militare, o Baronale, colà i signori sedevano, che in proprietà loro, popolazioni avevano almeno di trecento fuochi. L’altra intitolavasi Braccio Ecclesiastico, entravano in queste tre Arcivescovi, sei Vescovi:, e tutti gli Abati, a’ quali il Re conceduto aveva Abazie; La terza aveva nome Camera Demaniale era composta da’ rappresentanti di quelle città che, non ai Baroni appartenevano, e che Demaniali si chiamavano, cioè del demanio del Re; perciocché due sorte di città la Sicilia teneva, Baronali, e Libere; le prime quelle erano, che soggette ad un Barone restavano, le seconde quelle, che immediatamente dal. Re dipendevano, e con le proprie leggi municipali si reggevano: accadeva spesso, che un sol Barone più voti in Parlamento avesse, per essere di più terre feudatario; Io stesso avveniva, e per la medesima ragione degli Ecclesiastici; del pari ancora de’ deputati delle città, dando più città ad una persona medesima il mandato. Capo del Braccio Baronale il più antico Barone di titolo tenevasi; dell’Ecclesiastico l’Arcivescovo di Palermo; del Demaniale il Pretore della medesima città. Adunavasi esso Parlamento ogni anno, poi fu fatto triennale; prima di Carlo V. faceva le leggi, dopo ridotto venne a concederei donativi. Dal già mostrato chiaro ad ognuno addiviene il vedere, che il nervo principale del Parlamento Siciliano nei Baroni consisteva, perché più ricchi erano, e più numerosi; imperciocché le città demaniali per appoggi avere, ordinariamente le procure loro ai secondogeniti de’ Baroni donavano a doppio oggetto, primieramente di avere maggiori sostegni, ed in secondo luogo di porre ad economia le spese pel sostenimento de’ loro rappresentanti, che avrebbero dovuto alla capitale recarsi, talché avvenivano, che pochi nel braccio demaniale indipendenti inviati erano, e la più gran parte agl’interessi dei Baroni attaccati.

Tenevasi il Re di Napoli qual signore assoluto della Sicilia tanto negli affari civili, che in quelli ecclesiastici; era egli legato nato della Santa Sede, dappoiché Papa Urbano II investito aveva di questa dignità Ruggiero Conte di Sicilia nell’anno 1098, epperò i Re a lui in prosiegui vi esercitaron quasi tutt’i dritti riserbati altrove al Romano Pontefice; per la esecuzione di questi venne stabilito nell’Isola un particolare Tribunale conosciuto sotto il nome di Monarchia di Sicilia; rappresentavasi esso dal Re ed in esso il Sovrano giudicava, in nome della Santa Sede, di tutte le cause ecclesiastiche, civili, e criminali, sopra le appellazioni portate dalle sentenze ordinarie, ed in prima istanza; in virtù di questo Tribunale la nomina degli Arcivescovi, e di tutti i Vescovi di Sicilia era di sola prerogativa del Re, e quindi tre eranvene tra i primi, ed otto infra i secondi.

IV. Tale, come abbiam narrato, era ad uno sguardo verso l’ottantanove la condizione e lo stato del Regno delle due Sicilie; ma come di feudalità, e dritti di essa fu fatta parola; così convenevole credo, e mi sarà grato il lettore, il porgli a veduta una scorsa su’ feudi, e sull’epoca, e l’origine loro, e quali fossero questi nella pienezza di potestà propria, e come la feudalità parte prendesse nel dritto politico, donando ancora una definizione sul dritto feudale. Abbenché nel Regno nostro ora non più feudi vi esistono, giova non pertanto, a mio credere, averne una qualche idea, tra perché nei giuridici libri, ed istorici spesso ispesso menzione se ne trova, tra perché nel prosieguo di questi ragguagli parlar si deve della totale loro abolizione. Il dritto feudale, in quanto a noi, al secolo XII appartiene, quantunque egli è di più secoli antico: i principi della feudalità dalla Germania passarono nelle Gallie coi Franchi, in allora, che costoro ai Romani le tolsero, questi principi ampliaronsi poscia, e grandemente preser piede nel nuovo paese, sicché prima della stirpe dei Capeti vennero a comporre un compiuto sistema, che nell’Europa tutta si diffusse, e saldo vi si tenne fin quasi nell’intero trascorso secolo. In Italia fu la feudalità dai Franchi recata allorché con Carlo Magno questi fra noi pervennero. I Normanni giungendo dalla Francia in Italia portarono essi i veri feudi nelle Contrade nostre. I popoli guerrieri dell’antica Germania dividevansi in molte schiere, ciascuna delle quali un Capo aveva; quelli che di già Capi erano, o. a tal dignità vi aspiravano, formavano, mantenevano ed accrescevano le compagnie loro collo stabilirvi delle comuni mense, e con doni soprattutto di armi, e cavalli, che ai loro commilili facevano. Stabiliti i franchi nelle Gallie, e fondatavi poco dopo il 400 la Monarchia Francese, applicarono a più. proprie circostanze il cennato uso, il quale di grado in grado progredendo, al suo colmo giunse, ed il feudale sistema universale addivenne, a misura che una regione veniva conquistata da un Capo, divideva questi il governo di essa tra suoi Compagni d’arme, ai quali concedeva sopra gli altri il militare, e civile potere, sotto l'obbligo di feudalità, e di servigio: ciò fu da prima una distribuzione di offici, e di cariche ammovibili a beneplacito del Capo supremo, indi inammovibili per un solo anno almeno; divennero questi poscia vitalizi, ed infine ereditari, e proprietà di famiglia e però i feudi anche benefici vennero detti. In Italia l’imperatore Corrado I chiamalo il Salico fu quegli in vero, che nel 1037 condusse i feudi alla loro propria e reale natura, passar facendoli ai figli ed ai fratelli; ma, mentre ciò in una parte dell’Italia avveniva, ed in Francia assai d’innanzi la giurisdizione civile ne’ feudi era cominciata, pur tuttavia nel Regno nostro non prima del Secolo XV sotto gli Aragonesi ebbe nascimento, quantunque in Sicilia poco primi, che in Napoli foss’essa sorta. I feudi adunque nello stato di loro pienezza eran terre per lo più abitate, concedute dal Principe a persone di sua devozione per loro, e per le di loro discendenze, col godimento di tutte le proprietà, ed anche de’ vettigali, che il concedente vi aveva, con potestà giudiziaria sopra i loro abitanti, e sotto l'obbligo della fedeltà, e del Servigio militare, le quali cose chiamavansi omaggio, e servigio: la finita linea del concessionario, o la fellonia di esso a far ritornare valeva al suo concedente il donato feudo. I feudatari prendevano nome di fedeli vassalli, baroni, e militi, e tra essi avevan luogo Vescovi, ed Abbati per feudi conceduti alle chiese, ed ai monisteri. Molti fra baroni erano insegniti de’ speziali titoli di Conte, di Marchese, di Duca e di Principe, i quali addetti alle terre, passavau con esse; in riguardo al concessionario del fondo, il concedente chiamavasi Signore. Abbenché il titolo originario dei feudi gratuito fosse, col progresso del tempo, e tra noi soprattutto, i Sovrani venderonseli, dando facoltà agli stessi feudatari di alienarli con i medesimi dritti di ritorno al Signore, ricevendone però il regio beneplacito. In Italia la feudale successione fu simile pe’ feudi più cospicui, chiamati di dignità, ma dividua per quelli di minor conto. Chiamavasi la prima de jure Francorum, la seconda de jure Longobardorum, ne’ feudi de jure Francorum i secondonati godevano vitalizia prestazione per poter vivere, e militare; la quale da questi due suoi fini vita-milizia tra noi appellavasi.. Le femmine escluse in sul principio dalla successione de’ feudi per la indole della cosa, furonvi indi per indulgenza ammesse in mancanza di maschi; allorché' esse escluse n’erano, un dritto acquistavano per averne dote, e le Vedove de’ feudatari al pari un dritto vi tenevano per esserne mantenute.

Nel Regno di Napoli ebbevi luogo l’una, e l’altra successione, ma in prosieguo la primogenitale addivenne la comune, e la dividua a ben pochi tra i feudi di lieve importanza restò. Nella Sicilia la successione fa sempre de jure Francorum per non esservi giammai in quell’Isola le leggi, e le costumanze Longobardiche penetrate: inoltre i feudi dell’Isola, in elasso del tempo, ottennero su quei del continente due vantaggi, cioè allargamento di successione collaterale, e facoltà di vendita senza, necessità di regio assenso, le quali cose in uno, agli abusi progressivamente introdottivisi simili agli allodi gli renderono togliendone quasi del tutto la devoluzione.

I feudi facevano parte del dritto politico degli Stati, che li avevano, in fatti per buon tratto di tempo la militare forza delle Monarchie Europee da’ feudatari costituita veniva; erano essi in allora giudici naturali dei paesi a loro soggetti, qualità, che per mezzo di Uffiziali di giustizia, da loro prescelti esercitarono, formando in tal modo un Capo di nobiltà ereditaria; ma traendo innanzi i Sovrani ritirarono presso essi la forza delle armi assoldando degli eserciti, e cominciarono a prender parte nella giustizia amministrata ai popoli delle terre infeudate; sicché dell’antico baronale potere gran parte via andossene; infine come la residua parte, con gli abusi, che frammischiati grandemente vi si erano, nocevole alla prosperità generale de’ popoli si credè, così la istituzione feudale sì nelle due Sicilie, come a suo tempo narrerò, che in altre molte parti di Europa al tutto fu soppressa.

Chiamavasi, allorché era in vigore, Dritto feudale quello che i rapporti, ed i loro effetti determinava tra Signori, e Vassalli, tra costoro, e loro successori, e gli altri componenti della famiglia, e quelli, che contrattavano con essi sopra feudi, e cose feudali; e per appendice tra gli stessi, e le popolazioni delle feudali terre. Ciò in riguardo alla feudalità.

V. Il Re al miglioramento del benessere dei sudditi suoi sempre intento mostravasi, che un sentimento di generale benevolenza far isfavillare voleva, bandendo quell’aria che la concentrata diffidenza fa signoreggiare ed in fatti dovunque nel Regno la pace regnava. L’Agricoltura, il commercio, questi due grandi strumenti della ricchezza degli stati fortemente incoraggiati venivano, e quindi le popolazioni al Sovrano qual padre loro si accostavano, ed un giocondo, e desiderato vivere ne derivava. Sì piacevole vita prendeva, conforto da uno stato di politica, che la pubblica tranquillità metteva in sicuro ed i privati dritti di ognuno. Né a questi giusti godimenti de’ popoli il governo, opponevasi non ancora dalle perturbanti idee di Francia messo in sospetto, e quindi delle salutari riforme mettendo fuori, parecchi privilegi Baronali aboliti venivano, non che molti pedaggi soppressi; ed assai e migliori speranze pell’avvenire parevano nascere.

Ma dolente rimaneva questo Regno pella perdita fatta, correndo tal epoca, di due cittadini Napolitani che morte a se chiamò, i quali il nome loro eternarono, furon questi Domenico Caracciolo de Marchesi di Caprigliano l’uno, che dal posto di Giudice della Gran Corte nella Vicaria civile, passò a quello di Ministro Plenipotenziario della nostra Corte presso quella di Torino, indi collo stesso carattere presso quella d’Inghilterra, e poi in quella di Francia, e di la dopo essersi distinto cotanto, fu destinato ad occupare il geloso incarico di Vicerè di Sicilia, in dove non poco saggio diede del valor suo nella diffidi arte di governare, mostrandosi in tutte le operazioni energico, istruito, coraggioso, e retto; epperò sarà sempre nominato in lode il Governo Viceregnale in, Sicilia di Caracciolo come quello che procurava di accrescere la gloria del Sovrano, mettendo in esecuzione nuovi utilissimi sistemi, mostrandosi sempre franco e leale nel dar giudizio, e scevro da quei riguardi, che spesso alla verità si oppongono; e Carlo Pecchia l’altro, che in vero, stima acquistò di storico profondo, e di lodalo poeta, e che a ragione fu chiamalo, da’ dotti uomini, uno de’ più sicuri ornamenti della napolitana moderna letteratura.

Intendeva il Sovrano in quel tempo ancora al buono avviamento delle arti, e per questo anche a fondare una colonia di artieri mise pensiero, ripetendo così gli applauditi esempi delle colonie da lui precedentemente alle deserte Isole della Sicilia mandate. Per sì gradito pensamento porre ad esecuzione, prescieglieva Egli il colle detto di S. Leucio, luogo ameno, ed a poca distanza della Reggia di Caserta; molte case in esso per abitazione di coloni innalzar vi faceva, ed altre più vaste per laboratori dell’arte da seta; un Ospedale, una Chiesa anche vi aggiungeva, ed una piccola Villa unitamente per proprio dilettevole albergo. Artefici forestieri da per ogni dove vi chiamava, imperciocché non eravi nel Regno estesa conoscenza in tale arti; macchine nuove colà s’innalzavano, ed ingegnosi artifizj con grandi spese venivano provveduti. Tanto fatto, raccoglievansi in quel luogo pei inviti, e libere concorrenze trentuno famiglie, che un popolo sommavano di 200 e più persone. Alla nascente società le regole delle arti venivano date, e quelle dell’amministrazione, ed una legislazione del tutto dissimile da quella del Regno era ad essa concessa, che vera gloria di Ferdinando dir si poteva, analoga essendo in ogni parte alla nuova congregazione; talché per siffatta buona direzione, ed ottime lèggi, prospera la Colonia, e ricca in poco tratto oltremodo si vide, godendo quei felici operai in pari tempo della non forzata industria, e della godevole pace.

Tra le cose disposte sono da notare gli ordinamenti che seguono. “Il solo merito distingue tra loro i coloni di San Leucio; perfetta uguaglianza nel vestire; assoluto divieto del lusso. I matrimoni saranno celebrati in una festa religiosa e civile. La scelta sarà libera de’ giovani; né potranno contradirla i genitori degli sposi. Ed essendo spirito ed anima della società di San Leucio l’uguaglianza trai coloni, sono abolite le dote. Io il Re, darò la casa con gli arredi dell’arte e gli ajuti necessari alla nuova famiglia. Voglio e comando che tra voi non sieno testamenti, né veruna di quelle conseguenze legati che da essi provengono. La sola giustizia guidi le vostre correlazioni; i figli maschi e femmine succedono per parti eguali ai genitori; i genitori ai figli; poscia i collaterali nel solo primo grado; ed in mancanza, la moglie nell’usofrutto; e se mancheranno gli eredi (e sono eredi solamente i sopradetti) andranno i beni del. defunto al Monte ed alla cassa degli orfani. Le esequie semplici, devote, senza alcuna distinzione, saran fatte dal Parroco a spese della casa. E vietato il bruno: peri soli genitori o sposi, e non più lungamente di due mesi, potrà portasi al braccio segno di tutto. Tutti i fanciulli, tutte le fanciulle impareranno alle scuole normali il leggere, lo scrivere, l’abbaco, i doveri; e in altre scuole, le arti. I magistrati del popolo risponderanno a noi dell’adempimento. I quali magistrati, detti Seniori verranno eletti, in solenne adunanza civile da’ capi famiglia, per bussolo segreto e maggioranza di voti. Concorderanno le contese civili, o le giudicheranno; le sentenze, in quanto alle materie delle arti della colonia, saranno inappellabili; puniranno correzionalmente le colpe leggiere; veglieranno all’adempimento delle leggi e degli statuti. L’uffizio di Seniore dura un anno. I cittadini di San Leucio per cause d’interessi superiore alla competenza dei Seniori o per misfatti, saranno soggetti a’ magistrati e dalle leggi comuni del Regno. Un cittadino, dato come reo a’ tribunali ordinari, sarà prima spogliato secretamente degli abili della colonia, ed allora, sino a che giudizio d’innocenza nol purghi, avrà perduto le ragioni e i benefici di colono. Ne’ giorni festivi, dopo santificata la festa è presentato il lavoro della settimana, gli adatti alle armi andranno agli esercizi militari; perciocché il vostro primo dovere è verso la patria: voi col sangue e con le opere dovrete difenderla ed onorarla ecc.

VII. Allorché in tal tempo correvan così le cose nel nostro Regno, due delle figlie del Re D. Maria Teresa, e D. Luisa Amalia chiamate, essendo ad età da marito pervenute, dai genitori di esse ponevasi mente ad annodare nuove, e possenti parentele, stringer volendo così con più legami una sola e salda amicizia, con maritare le due Principesse a due Arciduchi della Casa d’Austria (Francesco, e Ferdinando) avendo ancora pensiero di stringere un terzo legame con la medesima famiglia, allorché a più matura età, il di Loro primogenito erede Francesco fosse pervenuto. Mentre questi pensamenti sviluppar si dovevano, l’avvenuta morte dell’eccelso Imperatore Giuseppe IL nel febbrajo 1790 fece sì, che il suo secondogenito fratello Leopoldo, allora Gran Duca di Toscana succedettegli, e Leopoldo a Vienna qual Imperatore fu riconosciuto; e Ferdinando secondogenito di Leopoldo assunse il governo del Gran Ducato di Toscana, restando il primogenito di Leopoldo per nome Francesco erede presuntivo dell’impero, e di tutti gli altri stati dell’Augusta Austriaca Dinastia. Così essendo migliorate le sorti delle due spose Principesse, ed avendo di già preccdcntcmente consenso ottenuto dell esecuzione di tai matrimoni dall’estinto Imperatore, accelerati furono gli apparecchi per la conclusione dei. mentovati sponsali. Nel già detto anno i Sovrani di Napoli insiememente alle figlie si recarono a Vienna, essendo andate ad imbarcarsi coi genitori a Barletta, proseguendo la rotta per Trieste, laddove in pari tempo con gran pompa e fasto a due legami vennero celebrati, e formarono essi il terzo con D. Maria Clementina, altra figliuola di Leopoldo II anche assai giovane di età, aspettando la maturità degli anni nei due sposi. Fu pago Ferdinando, e sua moglie di quella, stretta per più vincoli, parentela con la possente Casa Austriaca, e pieni di gaudio e giubilanti, dopo aver assistiti alle tante feste colà fatte per la incoronazione di Re di Ungheria dell’Imperatore Leopoldo, nel Regno rientrarono nel susseguente anno, tra popolari feste e sontuosità molte.

Passando i due Sovrani per Roma allorché in patria facevano ritorno, per lunga pezza col Sommo Pontefice si trattennero, e da Esso con cordiale animo furono accolti; e così, dai due Governi bandironsi quelle poche mal contenenze, che per ragioni di Stato tra loro da più tempo allignavano; e dopo quell’epoca i due Gabinetti nelle operazioni politiche da adoperarsi, perfettamente si secondarono.

Accadeva intanto nel cominciar di quest’anno la perdita amara di Antonio Di Gennaro Duca di Belforte, che uno era del bel numero, di coloro, che onore hanno recato alla patria nostra, epperò compianto veniva da ogni ordine di persone: le ielle, e rare cognizioni, che l'adornarono, unite alla rettitudine del suo cuore, e delle azioni sue gli conciliarono non solo la stima di tutti i suoi concittadini, ma anche del Sovrano, che deputollo a regolatore del Real Collegio Ferdinandiano eretto nella Nunziatella, del quale distese gli statuti ed occupossi con tutta la vigilanza per lo buon regolamento del medesimo finché la sua vacillante salute glielo permise, mostrandosi utile cittadino, e zelantissimo amatore della sua patria. La memoria di quest’illustre nostro patrizio atfcor dura presso di noi, nominandosi con giusta lode, essendo pur troppo vero ciò, che dice Tacito, che Mors omnibus ex natura aequalis est, oblivione apud posteros, vel gloria distinguimur.

VIII. Fatto ritorno i nostri Sovrani in Napoli si manifestavano in Francia inclinazioni, e combattimenti di grandissimo momento, che vieppiù ogni giorno aumentavano. Queste novità diverse. speranze e timori diversi nel Regno nostro facevano destare: speranze senza alcun pravo aspetto solo concepite sul miglioramento della massa delle cose; timori precedei)temente nudriti per ciò, che poteva pascere, e che in seguitò disgraziatamente nacque. In alcuni cominciavano a sorgere le ambizioni, in altri sviluppare si vedevano gl’ingegni, «le passioni: il Sovrano dalle incominciate riforme per allora ristettesi un più opportuno tempo aspettando per condurle al perfezionamento loro. Ma giunta era l'epoca segnata nel ferreo libro dell'Eterno, nella quale con assai sciagure tristissimi avvenimenti la pace, e. la desiderata intrapresa stabilità de’ sistemi di questo Regno, turbare dovevano. Già il turbine francese l’Europa intera metteva a soqquadro; mòvevasi l'Austria, e la Prussia unitamente accordate, riparar cercando un tanto e sì forte sconvolgimento; delle armate colà mandavano per quelle turbolenze sedare e spalleggiare la Regia autorità, che sempre più ogni giorno al suo totale scemamente si avviava. I Francesi tai cose vedendo, e l’assalto non aspettando essi medesimi correndo alle armi, queste impugnavano, e contro gli avversari con molto, furore si scagliavano, e da sì cozzanti, e ribollenti nemici forti scontri, e sanguinolenti nascevano nelle frontiere loro, che nel bel principio la peggio que’ di Francia ne riportavano.

IX. All’imminente pericolo, che in tal guisa l’Italia tutta minacciava, attesa la geografica posizione sua; le diverse potenze della medesima costernate molto si vedevano, ma non per ciò alla comune difesa davano opera. Il Re delle due Sicilie allorché vide l’Austro-Prusse armate nel territorio di Francia porre il piede, invitò a’ primi di Dicembre la Corte di Torino, e la Veneta Repubblica a considerare “che sei collegati di Germania non a Parigi giunti fossero, come proposti si erano, tutto da una risentita nazione, ed infiammata dall’orgoglio dì aver saputo virilmente resister vi sarebbe, a temere. Se al contrario la Capitale pella fortuna delle armi, sottomessa fosse, assai più da temersi sarebbe che i Francesi presi da furore nelle meridionali provincie, col coraggio della disperazione, si concentrassero. In tale stato incerto di cose pertanto, tutto concorrere a suggerire l’idea di una Italica confederazione, tendente non solo a garentire generalmente la nazione da una qualunque irruzione ma eziandio i propri rispettivi Stati, e la forma attuale detti esistenti governi. Concorressero a questa lega colle due Sicilie il Re di Sardegna, e la Repubblica di Venezia, e poi invitati gli altri stati in più opportunotempo sarebbesi; potersi con questa primitivalega alla propria difesa provvedere, all’allontanamento dell’esterne invasioni, ed, alla occasione, sullo stesso equilibrio di Europa influire ()”

La Corte di Torino a siffatta proposta, noq mancò di mostrarsi pronta ad entrare in lega; ma i Veneziani rimasero costanti nella presa risoluzione di non inclinare da nessun lato quantunque la Corte Napolitana frequenti e vivissime istanze in vari altri tempi li facesse, onde alla Italica unione dassero aderimento.

Per mandare ad effetto Ferdinando ciò, che considerato aveva con ponderata attenzione nella sua armata diede sguardo, e vedendo, che’ essa di soli seimila uomini tra Fanti e Cavalli componevasi, parte stranieri, e parte regnicoli, non per Ipuga pace avuta, abili, e sufficienti di numero, ad entrare, in vasi# guerra, di rimediare a tal cosa, per quanto faceva di necessità, mise pensiero. Immantinenti negli Arsenali altre navi da guerra fece concegnare, provvedendosi sì nell’interno, che nell’esterno di legnami da costruzione, di canapi, e di metalli infiniti, e dal numero di tre Vascelli, di più fregate ed altri minori legni, insieme trenta bastimenti da guerra, quasi raddoppiata la Marina in quell’epoca venne, munita di abili ed anditi marinari, e da Uffiziali maneggiata parecchi buoni, e taluni ottimi. Le Artiglierie pelle cure del Pommereul, che le meglio parti della nostra armata appalesavansi, ma che nascenti si trovavano videro fondere allora tutto ad. un tratto cannoni, fabbricar carretti, edificar cassoni ed altri attrezzi di campo: le armerie accresciute anche esse dì e notti armi nuove formavano, e polveri, ed artifizj a tutta possa fabbricavano; ed i fuochisti a'  militari compagnie venivano riuniti. Nel Castello Nuovo con progetto dello stesso Pommereul costrusscsi una gran sala di deposito capiente di 6omila e più archibugi ed altre variate armi, onde tener riserva é dar provvedimenti all’aumentante truppe. Di ogni parte del Regno vesti, arnesi, calzari e molti fanti coscritti dalle comuni s’inviavano: molti cavalieri dai feudi, e molti volontari alle milizie si riunivano: altri Svizzeri, ed altre nuove genti Dalmate alli stipendi del nostro regno eran chiamate; e forestieri di grado, come i Principi di Hassia Philipstall, di Wurtemberg, di Sassonia, tutti tre di sangue regio, presso noi a. far da Capi correvano, in somma tutte le menti, le braccia, e le persone al preparamento d’inevitabile guerra erano disposte.

XI. Intanto, che tra noi tali cose s’opravano, ed in Italia il minore dei sconci di Francia sentir si faceva, in quel Regno imperversavano ferocemente: le armate tedesche erano battute, ed a gran passi ritiravansi, cresceva il trambusto; le turbolenze diventavano a Parigi sempre maggiori, |a plebaglia armata nel Palazzo della Tuillierie s’introduceva: la Real famiglia ancora fuggivasene di là, Guardia. Svizzera, veniva trucidata. Le uccisioni desolavano la capitale città: i partigiani del Re si toglievano di vita, e più migliaia di persone si mandavano a morte; in tutte le terre di Francia somiglianti odiose sommosse accadevano. Il Re veniva arrestato, indi processato e fatto pubblicamente morire; la Regina decollata era anch'essa; il Duca d’Orleans alla stessa sorte soggiaceva: la Ghigliottina per ogni dove appariva; tutto era disordine, tutto era scempio; le menti non più ragionavano, le turpi passioni avevano libero accesso, la rabbia, il dispetto, l'invidia, la vendetta, il livore ogni sorte di abominevole vizio da Quella nazione. sfrenata allora ed irriflessiva, era abbracciata; terminando infine sì forti enormità con una pubblica abiura della cristiana religione, e può dirsi benanche di ogni altra religione qualunque. Una riunione di gente composta dei più obbrobriosi uomini, detta Convenzione Nazionale, che in appresso; dopo lunghe vicissitudini e molto cittadino sangue, venne chiamata Direttorio, tumultuariamente imperava in quel regime non più diretto da verun dritto, ma dalle più esecrandi passioni individuali dei più x. prepotenti fra loro: con pubbliche note disegnava gli emigrati, ed i loro beni soggettiva a confisca; pronunziava mortai sentenza contro quei, che in patria tornavano; decretava che la Francia, fratellanza e soccorso, prometteva a tutti i popoli, che ricuperare la loro libertà volessero; faceva mostra di consolidare la sovranità popolare sopprimendo tutti i magistrati; ed ogni altra rivoltosa sovvertitrice innovazione da questa velenosa unione si promulgava, fra le quali la più funesta era quella di spedire negli esteri paesi propagatori delle perverse massime loro, e sovvertitori di ogni stabilito ordine sociale.

Tali atti enormi attoniti rendevano gli stati tutti, ciascuno da questo turbine infesto cercava precauzionarsi, ed a’ casi suoi strettamente pensava. Fu perciò che nel Regno nostro alla sicurezza interna dell'imperio con più efficaci modi, fu provveduto come per quella esterna precedentemente si era fatto; poiché la'  Polizia ebbe commissario Vigilatole e Giudice, con seguaci e guardie, col nome antico da Reggente della Vicaria il Cavaliere Luigi De Medici, giovane scaltro ed ardilo, clic. con assai. sufficiente vigilanza, da per ogni luogo il suo ufficio fermo teneva.

Fu verso il fine del corrente anno, che per pensiero del predetto Reggente, ebbe nascimento il dare nomenclatura alle Strade ond’evitare le tante confusioni, che da un non ordinato sistema nascevano, e quindi si affissero i numeri a tutte le porte delle case pubbliche e private; ed agli angoli delle vie mostraronsi, parimenti come tutt ora vediamo, i nomi a quelle donate, tal quale dal volgo por lo innanzi venivano denominale conservando così un più. facile sviluppo pel novello divisato. Fu anche disegno del Medici, accetto da tutti con piena soddisfazione, il riunire con severo ordine tutti coloro, che tenevano per le vie il malvagio uso del furto; disposizione data a’ Giudici dei quartieri, senza possibilità di osservazioni, assegnando un. tempo prestabilito a questi per l'esecuzione, elasso il quale s’incorreva da essi in forte; multa pecuniaria; per la qual cosa trascorso poco tempo furono catturati e riuniti circa tremila di tale nuociva gente e mandati tutti a colonizzare l’isola di Medusa; e la Capitale, non che la più parte del Regno ebbe la tranquilli e la sicurezza, purgandosi così lo stato da tanto malanno.

XII. Il Re di Napoli attesa l’idea della città lega, e continuamente stimolato dalla affezione del sangue verso la Real famiglia francese, fortificandosi colle armi navali e terreste, come per lo innanzi vedemmo, sempre più andava; ma non d. i scoprirsi apertamente confidavasi, perche non sufficiente tenevasi ad entrare in contrasto, e perché ancora aveva conoscenza, che una forte navale armata francese scorreva pel Mediterraneo: vi si aggiungeva puranco, che il Re d’Inghilterra del tutto chiarito non si era, se continuare nella neutralità dovesse, o le armi sue con quelle dei confederati congiungere; perciò temporeggiando con gli accidenti la Corte di Napoli se ne giva, e solo a poter prorompere con frutto in aperta guerra apparecchiavasi, quando il tempo propizio sembrassegli, tenendo più che poteva le sue pratiche secrete. Ma non lungi un tal sistema potè andare imperciocché essa avendo ricusato di riconoscere un nuovo Ministro Plenipotenziario, che il francese Governo spedito le aveva, nel giorno sedici decembre presentossi avanti Napoli il Contrammiraglio di Francia La Touche Treville con nove Vascelli di linea e quattro fregate, e come in Porto amico foss’entrato, gittò l’ancora del maggior Vascello a mezzo tiro dal Castello dell’Uovo, e gli altri legni in linea di battaglia, ancorati, del pari, spiegaronsi. A late vista recando essa flotta vasta sorpresa nelle genti tutte, fu dal Re disdegnato, ordinato, che le milizie ed i bastimenti da guerra di Napoli in punto da guerreggiare fossero messi immàntinenti, ed all’Ammiraglio a dimandare mane dossi il motivo di quell’arrivo e di quelle mostre; e rammentare l’antico statuto generale, che «a sei Vascelli soltanto libero era entrare nel porto.» In risposta da LaTouche fu inviato qual legato il Barone Redon de Belleville il quale giunto a terra, senza scorta alcuna, indossando il semplice uniforme della Guardia nazionale di Parigi, alla quale egli era ascritto qual granatiere, nulla calendosi delle formalità e convenienze, venendo seguito da una moltitudine effervescente, che si affollava presso lui al suo transi tare, retto cammino si recò al Palazzo Reale; colà rifiutando di entrare in parlamento con i ministri, rendendosi superiore a tutti gli ostacoli dell'etichetta e dell'uso, vide il Re nelle sue stanze e gli rimise i suoi dispacci; discuté per buona pezza in presenza dei ministri dell’oggetto di sua missione, e accordando un breve termine a rispondere pretese «che la Corte di Napoli riconoscesse il nuovo Ministro; neutrale rimanesse; rinunciasse alle sue relazioni con l’Inghilterra; e donasse dissaprovo ad una nota, che l’incaricato napolitano alla Porta Ottomana aveva colà in discredito di Semonville presentata, disegnato Ambasciatore francese a Costantinopoli” dette queste cose prese commiato dal Re, il quale per non esporre l’arditezza di quello, a qualche risentimento del popolo, lo fece condurre dalle sue carrozze al legno che l’attendeva, ove imbarcatosi, tosto sì restituì affa Squadra.

XIII. Sembrò assai forte al Re ed a suoi Consiglieri la menzionata dimanda ed il procedere di quei, e sebbene gli apparati di resistenza maggiori fossero delle minaccio, sì che LaTouche perdente sarebbe stato o fuggitivo; pure rattembrando il Re il suo sdegno pel timore di vedere massacro estremo nella Capitale, e pure mantener volendosi nell’intrapreso sistema di pace fu manifestato per detti e lettere accettare il Ministro Mackau, e ciò che da essi si era dimandato. Ricevuta sì piacevole risposta nel giorno medesimo LaTouche con la sua Squadra salpò da questi luoghi, ma poco appresso da tempesta colpito nello stesso golfo di Napoli a riparare ne venne, dove ristaurate le sue sdrucite navi chiese, rinnovare le acque ed i viveri, e praticare nel porlo; cose tutte spiacenti al Governo di Napoli, ma innegabili. Fu questa la prima epoca nella quale le rivoluzionarie idee incominciarono ad allegnare fra noi, a cagione dei tenuti discorsi di alcuni Ufficiali. della squadra, con taluni giovani napolitani ardenti nelle nuove dottrine; e com’ era scaltrezza del Governo francese d’incitare i popoli a sedizione per seguire il loro esempio e farsi numero, così fu da LaTouche in una cena appositamente tenuta, nell’ebbrezza di essa, consigliato a quell’inesperti per più infiammare le loro giovanili menti, di riunirsi in segrete adunanze, e di tenere pendente al collo piccolo berretto rosso, simbolo allora dei Giacobini di Francia.. Accelerò il Governo dì Napoli il raddoppo delle navi dell’inopportuno ospite, e diede viveri ed acqua in molta copia ai bisogni della flotta, finché ridotta a veleggiare nell’incominciare del nuovo anno dalla rada di Napoli salpare potè.

Dalla Corte napolitana un tanto minaccevole agire fu assai sentito, imperciocché chiaramente per pruova venne a conoscersi, noti essersi ingannati alcuni prudenti cittadini, allorché si videro in costruzione le già dette navi, nel dire, essere le forze del Regno non sufficienti ad insieme sostenere la considerazione di marittima e terrestre potenza: possibile ciò essere; appena alla stessa Francia; la marina napoletana trovarsi troppo ragguardevole per non compromettere lo Stato, troppo debole per la difesa sua.

XIV. Le dette dispiacenze ebbero controcambio dal voto di affetto indirizzato dalla popolazione della Capitale al Sovrano alla partenza di LaTouche: in esso non solo si scovre la piena divozione dei sudditi al loro Signore, ma la niuna fraternizzazione delle due nazioni, quantunque, cosa inevitabile, pochi giovinastri come narrerò con quei di Francia si accomunassero. Tale dimostrazione è in data del 26 gennajo 1793 ed è espressa cosi. “Bisogna, o Sire reprimere l’insolenza dei francesi. Tocca a voi dare a tutta la terra un esempio di coraggio prestandovi con forza irresistibile alla fuga, alla perdita ed alla distruzione di essi. Voi dovete pur temere questi uomini più quando affettano l'apparenza di amici, che quando ostentano la fierezza di uomini. I principi, le massime, le virtù, i doveri di essi voi non dovete ignorarli, o Sire, sono la libertà, la indipendenza, l’inumanità e l'irreligione. Rovesciato il primo Trono ’delF. Europa, si lusingano facile impresa il rovesciamento degli altri; quindi ovunque sono ricevuti, tentano la fedeltà e la religione dei popoli umanizzano la libertà è l'uguaglianza. Tutte le leggittime potestà sono per essi usurpazioni tiranniche, e disposizioni intollerabili. Voi dunque vedete o‘Sire, che l’interesse del Trono che quello dei vostri popoli fedeli, che quello assai più sacro ed inviolabile della religione, chiede da voi di rompere ogni legame con un popolo divenuto malvagio, e di riguardare tutti i francesi della Nuova Costituzione per nemici dell’ordine e del pubblico bene. Roma li ha ricevuti come persone appena soffribili, e la sua sofferenza dovette costarle una insurrezione: la congiura di Vienna, che restò scoperta contro quel Sovrano ha per autori francesi;un colpo fatale è stato per cadere disgraziatamente sulla testa stessa del prode Re di Prussia perle mani di questa gente: l’intrepido Gustavo III, Re di Svezia non potè fuggire la morte, che una trama infernale gli preparava, le cui fila mettevano capo in Francia. Tutt’i Sovrani del mondo devono fremere allorché aprono la via ai trattati con uomini dei quali è nolo l’odio ed il veleno, che covano contro il Trono ed il Sacerdozio, che si vuole mai attendere da gente, che non ha niente da perdere, che può molto acquistare, anzi che non si deve temere da un popolo che vuole l’anarchia di lutti i popoli, che si fa lecito violare tutt'i dritti e di violentare l’onore di rovesciare gli altari, e di scuotere il soglio dei Monarchi; di un popolo, che anela il sangue e le spoglie dei Regni; che ha imprigionato il suo Re, e che forse sta per lasciar cadere la mannaia sul di lui capo?” (non era ancora arrivat’a Napoli la notizia della morte di Luigi XVI perché avvenuta il 21 dello stesso mese, cioè cinque giorni prima della data del presente).” Il manto di amico e di alleato non vale, che a nascondere suoi neri disegni. Noi vi parliamo o Sire, noi siamo stati tentatidai francesi di questa sorte e noi perciò imploriamo la vostra previdenza, che una volta dissipi costoro, che ardiscano innalzare i segni della libertà, quali poco la furono gettati sotto i nostri occhi per farne uso a scuotere il dovere dell’obbedienza, che ci stringe al Sovrano. Insensibili essi alle vostre beneficenze, ricoverati da voi e da noi dalla fiera tempesta, che li perdeva poc’anzi, nel momento stesso ricedono ai sentimenti dell’amore e della riconoscenza, seminano il fiele, che hanno nel cuore, e ad ogni costo ci vogliono a Voi infedeli, 0 Sire, infedeli alla Religione, che ci vide nascere, che ci nutrì e che pure ci accoglierà negli ultimi nostri respiri. Questi sono attentati, che muovono a sdegno tutte le nazioni della terra, e che ormai non vi è gente che non frema al solo nome dei francesi, Noi per tanto ci crediamo assai più giusti allorché uniamo il nostro regno a quello degli altri popoli. Noi crediamo di rendere un dovere a Voi, o Sire, alla fede, alle nostre famiglie, a noi stessi quando chiediamo di essere liberati dalla pazienza di comunicare con i francesi della Nuova Costituzione; che vadono lungi dalle mura delle vostre città e dal confine del regno. Voi, o Sire, non dovete, e non potete permettere, che i popoli a voi affidati sieno tutto il giorno esposti al pericolo della seduzione, a trattare con uomini che non hanno più il diritto d’esser chiamati tali, e di sentirsi intimar l’obbligo di divenire ribelli al Principe. Fieri ne minacciano la guerra, e bene noi l’accetteremo e crederemo di avvilire noi stessi se chiudessimo ombra di tema in Noi, e di mancare di rispetto a Voi, o Sire, pensando solo, che la magnanimità del vostro cuore possa sgomentarsi alle bravate di essi. Le nostre sostanze sono alla disposizione dei vostri provvedimenti, voi potete disporne come meglio crederete. I nostri figli combatteranno sotto i vostri ordini; noi daremo tutto il nostro sangue per difendere il Principe e la Religione': così il Dio degli Eserciti ci assista. Felici se saremo fatti degni di morire per una causa così giusta e sì gloriosa per voi, o Sire, e per noi; felici altresì, se ci riuscirà di proteggere il trono e la fede, tenendo lontana una contagione di una libertà, che scioglie il freno a tutte le sfrenatezze, e di una uguaglianza, che ingoia tutte le proprietà, e che tutto contende e rovescia. Noi però preferiamo la morte ad una falsa amicizia di una nazione fiera soltanto per la debole resistenza, che fin ora ha incontrato il nero suo sistema. Questi sono i voti che depone il fedele Popolo di Napoli innanti il trono del suo amato Re ()”.

Nel Decembre del 1792 e propriamente nel secondo dì di quel mese, ebbe il Re altra figlia che fu nominata Elisabetta, essa nel quinto anno di sua vita, cioè nel 1798, stando la Corte a villegiare in Portici si morì di consunzione.

XV. Nel Decembre del menzionato anno 1792 nel giorno ventidue seguì nella rada di Gallipoli— un terribile naufragio ch’io imprendo a descrivere per dimostrare sì la carità e la filantropia di quella popolazione, sì la volontà del governo nel porre argine a tanta sciagura, con l’ordinare una costruzione di un Porto, solo mezzo conveniente ad impedire nel prosieguo una tanta sventura; naufragio che distruggendo la più parte dei bastimenti di variate nazioni, che per ragione di commercio colà si trovavano, cagionò per qualche tempo il discredito di quel Porto in faccia alle piazze straniere. Erano le sei d’Italia, quando dal fondo del golfo agitato da vento di scirocco e libeccio, sentissi un terribile ruggito: alle ore nove lo strepitoso fragor di un tuono sprigionò tutta l’energia di quel vento, ma un impetuoso maestro scatenato con furia estrema da un altro punto dell’orizzonte venne a disputargli l’impero del mare quindi nell’aria da queste due forze moventi, formossi un turbine, che mise in rivolta le acque e costernò la terra; parca, che un elemento l'eminenza della città abbattesse e che l’altro scuotesse le sue mura dalle fondamenta; allora lo spavento esagerò i pericoli ricoperti dalle tenebre, ed i fantasmi dei mali imminenti accrebbe; allora li gemiti degli abitanti, e le strida dei naviganti ruppero il silenzio della notte e tutto divenne confusione ed orrore. Spuntò l'alba e col giorno apparve un teatro di sciagure e di rovine incompensabili: i bastimenti nazionali e stranieri in buona parte carichi di vino e di olio divenuti scherno delle onde erano per dissipare in un momento il ricolto di più anni. Le mura, il ponte, i lidi della città ingombri di pallidi spettatori formavano un funesto spettacolo di commiserazione; il porto di naufraghi navigli coverto, presentava un apparato di terribile desolazione. I sagaci piloti avendo di buon ora presentita la futura procella formato avevano due linee di bastimenti, situati in rada con la prora in fàccia al vento; la prima linea assicurata da robuste gomene legate a traverso d’un capo sopra l’altro, opponendo all’impulsione delle onde una resistenza tutta raggruppata in massa, o doveva tutta salvarsi, o tutta sommergersi; la seconda opponendo alla tempesta una resistenza di forze isolate rimaneva singolarmente esposta ai pericoli del comune disastro, dacché la connessione della prima linea si fosse per poco scomposta; e tanto infatti avvenne. Cominciò il disordine subitocché le due forze convergenti di libeccio e di maestro si vennero a crociare sulla prima linea con distaccare una nave Danese, la quale perduto il sostegno delle ancore, errando a discrezione dell’onde si tirò dietro una Marticana di Procida, una Tartana di Sorrento, ed un bastimento Inglese Sella seconda linea, che si fransero tutti sul lido senza perdita dell’equipaggio, che a stento scampar potè la vita mediante il sostegno di una lunga fune, che il pietoso popolo ivi accorso in folla per impiegarsi alla salvezza di quell’infelici naviganti non mancò di prontamente somministrare, di cui servendoci i medesimi di guida per condursi a terra riuscì ad essi così salvar l'esistenza all’infuori di tre persone. Sconvolta in tal modo la seconda linea un brigantino di Vico Equense ed una Marticana di Procida perdendo le ancore diedero in secco lungo il lido, d’onde gli equipaggi non potendo salvarsi a nuoto né a guazzo rimasero inceppatti sulle sdrucite sponde de’ naufraghi bastimenti, ove trovarono scampo col soccorso di una mano benefica allor che meno speravano salute. Fin dalla prima luce di quell’infauste giorno, il degnissimo prelato. fra Giovarmi Giuseppe, della Croce Vescovo di Gallipoli (che ora veneriamo su gli altari) era corso nella Cattedrale per implorare dalla clemenza del cielo la calma del mare, e quasi animato da entusiasmo Divino alla testa di numeroso popolo, discese a piedi scalzi ed a testa scoverta fino al lido del mare, ed ivi attonito alla tragica vista dell’atroce disastro benedisse il cielo, il mare, la terrate navi, i naviganti e pieno di fiducia nel Divino aiuto ritornò in Chiesa, e con patetica allocuzione asciugò le lagrime, del popolo costernalo, ed indusse quello a grandi elargizioni in vantaggio dei naufraghi, con le quali la più parte n’ebbero e vita ed efficaci mezzi da vivere, Tutto era in pericolo ed in disordine; specialmente l'equipaggio di una nave inglese fu l’esempio più singolare della comune sciagura: il capitano che la comandava vedendo, l'irreparabile caso dell’imminente naufragio allestì sul cassero alcune accetta per tagliare le gomene, e farsi trasportare dalla procella, in qualunque lido di facile abbordo, ma un colpo di mare, avendosi portato via le accetta, la nave arò l’ancora, ed incagliata sopra un basso fondo, poco distante dal lido, apertasi la carena ed allagata la coverta fu l’equipaggio costretto a rifugiarsi sulle antenne ove ebbe bel tempo di pendolare dalle 14 del piattino sino alle 22 ore del giorno, e vedersi di continuo coverto dall’onde, che quasi superavano l’altezza degli alberi. Un bastimento inglese della prima litica mandò il suo battello in soccorso dei miserabili, ma il battello franse contro un fianco dell'incagliato naviglio, ed i rematori a stento si arrampicarono sulla murata di quello, ove accrebbero il numero del disgraziato palpitante equipaggio: dacché conoscendo l'anzidetto comandante del tutto vana per lui la speranza di qual si voglia umano soccorso, risolvé di tentare a nuoto l’estrema sua sorte, ed in fatti laceratesi le vesti e dato l'ultimo addio agli afflitti suoi marinari si lanciò nelle acque, e così dopo lunga resistenza incontrata gli riuscì acquistare sfinito di forze fortunatamente la sicurezza sul lido; lo stesso però non accadde agli altri sventurati marinari, che l’esempio del loro capo vollero imitare la più parte non più si videro perche ingoiati dalla furia del mare, e taluni a grande stento pescati e semivivi furono condotti sul lido da una barca di paesani messa in mare, con rischio estremo proprio, appositamente in vantaggio di quei miseri. In ultimo videsi venire al lido un altra nave inglese la quale trovandosi sostenuta da un solo capo prossimo a rompersi ed in pericolo di essere menata a discrezione dell’ onde, stimò il Capitano miglior consiglio quello di prevenire il suo inevitabile naufragio con togliere egli stesso il capo sudetto, e così con l’aiuto di una piccola vela e col governo del timone condursi volontariamente a terra ed in luogo meno pericoloso, ove più agevolmente procurare potesse la propria salvezza e tutto l’equipaggio: tanto egli meditato aveva, e tanto, per buona sua ventura, in fatti riuscì; poiché giunto a terra il naviglio, si affollò ivi in soccorso di quei sventurati la maggior parte del popolo guidata dal pio e generoso Vescovo e scampatigli tutti dalla tempesta, furono condotti in città e provveduti largamente di tutto il bisognevole. Fu in quel tempo, che il cielo sospese alquanto i suoi fremiti ed il mare abbonazzandosi scemò i suoi ruggiti: così rarefatto indi il nembo e schiarite le tenebre apparvero tredici scheletri di grossi bastimenti rovesciati sulla spiaggia, dacché il quattordicesimo carico di grano, che fuor di mano con un legno Genovese fidava sulle ancore abbandonato dall’equipaggio, appena rotte le gomene e toccata la terra fu in un tratto ingoiato dai vortici del mare ed immediatamente col suo carico di grano disparve dalla vista dei spettatori, senza neanco di più scoprirsi le cime degli alberi. Per tal estraordinario infortunio restò fitto nell’animo degli abitanti di Gallipoli la riminiscenza di quel tristo giorno, talmente, che tutto dì ancora il ricordano.



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CAPITOLO II

Stato dell’Europa dopo la morte di Luigi XVI numero delle forze marittime e terrestre napolitane. — Collegazione del Re di Napoli con quello Inghilterra per concorrere allo scopo di tutte le Potenze. — Si pone ad effetto la lega d’innanti detta: il Ministro di Francia parte da Napoli: naviglio e truppe napolitane a Tolone. — Operazioni fatte da’ napoletani co’ Collegati in detta Piazza. — Altre operazioni degli stessi, fine della spedizione e ritardo delle truppe pel Regno, morte di Monsignore Kalefati. — Si manifestano viemaggìormente tra i napolitani le idee rivoltose di Francia. — Irrisolutezza gittata nelle menti dei molti, e solida consistenza acquistata da’ novatori. — Differenze tra la Corte di Svezia e quella di Napoli. — Terremoto in Calabria ed in Sicilia: ciuziope del Vesuvio. — S'invia verso il confine un corpo di truppe, disposizioni per supplire alle spese per la guerra. — Si scopre in Napoli una congiura. — Si forgia una Giunta di Stato: molti corsari infestano il Regno. — Si scioglie la Giunta di Stato predetta, e se ne forma una nuova. — Altro quadro delle truppe napolitane. Morte di Filippo de Martino, e del Marchese Giuseppe Palmieri. —Nella Sicilia accade anco una rivolta: gesta delle navi napolitane unite alle inglesi: si invia pella Lombardia un corpo di cavalleria. — Il Vescovo di Mileto ricorre al Re per ottenere provvedimenti atti a migliorare lo stato della Provincia tutta: disposizione del Sovrano pel bene di quella. Morte di Saverio Mattei.

Promulgatasi in tutte le nazioni le francesi novità, non che la morie di Luigi XVI muovevansi in fine l'Inghilterra, e l’Olanda, come pure la Spagna, ed alle armi preparavausi; l’Inghilterra seco traeva il Portogallo, armava molta. truppa, sussidi conchiudeva con vari stati Germanici, e con preponderanti marittime forze pel Mediterraneo calava. L’Austria nuovamente usciva in campo, e colla Sardegna, alleanza conchiudeva contro i francesi. In somma tutta una lega l’Europa dir si poteva, che con parole, e con fatti argini cercavan porre allo spirito perturbatore, e sovvertitore della Francia.

In Napoli per i provvedimenti poco innanzi descritti le assoldate milizie a trentasei migliaia montavano, ed il naviglio a centodue legni di varia grandezza, portante seicento diciotto cannoni, ed ottomila seicento marinari di ciurma. Non riposavano le armerie a tal uopo, e gli arsenali, e le nuove leve incessantemente continuavano. Fu anche nella capitale coscritta una nuova legione, che si disse degli Spuntonieri dall’alma (lo spuntone) che portavano i soldati, destinati a combattere in impediti luoghi e coperti, come nei boschi, e dietro gli argini, o disposti a quadrati contro la cavalleria, od impelo come colla baionetta facendo: a tal caso, convitti dirlo, o la scarsezza degli archibugi, o la poco perizia dei Capi militari quell’armatura suggerirono, al combattere moderno assai sconveniente, ed astrusa.

XVII. Il Re delle due Sicilie le operazioni della più parte dei potentati di Europa vedendo, come colui, che una favorevole circostanza attendeva per concorre allo scopo comune delle potenze, ed allorché pieno di forze si vedeva, assai saggia condotta sembragli farlo in quel momento, e però con quello d’Inghilterra collegossi. In Napoli il giorno dodici Luglio il trattato di lega fu sottoscritto dall’inglese Ministro Hamilton ivi residente, e dai Ministri Napolitani Acton, De Marco e Circello; stabilito venne. “Conoscersi dai due Sovrani il pericolo, che l'Europa minacciava in conseguenza della condotta di coloro, che allora il governativo potere in Francia tenevano, delle mire ch'essi manifestate avevano, e da principi che di propagare per ogni' dovesi sforzavano; ed avendo attualmente i medesimi dichiarato tanto al Re d’Inghilterra, che a molte altre Potenze una ingiusta, e non provocata guerra; i dee Sovrani conveniente giudicavano insieme concentrarsi su i mezzi di un argine apporre a’ suddivisati pericoli, ed alla trampiillità futura dei loro stati, come pure ai generali interessi dell’Europa; perciò di fare causa comune nell’attuale guerra contro la frati eia credevano utile; nonché concentrarsi intorno alle militari marittime, e terrestri operazioni particolarmente nel mediterraneo. Scambievolmente, i loro stati garentirsi contro il comune nemico, ed a non deporre le armi obbligarsi (salvo un comune accordo) senza l’intera, e piena restituzione avere ottenuta di tutte le regioni, che a loro rispettivamente appartenevano prima dell’incominciata guerra, e che l’inimico avrebbe potuto nel corso dalla medesima occupare. Il Re di Napoli alle forze del Re d’Inghilterra nel Mediterraneo, unirebbe un corpo di truppe di terra di sei mila uomini; quattro Vascelli di linea, altrettante Fregate, e quattro piccioli bastimenti da guerra. Dichiararsi il Napolitano Monarca a subito il divisato contingente contribuire, ed in appresso, se le circostanze vantaggiose risultassero aumentarlo. Il Re della Granbrettagna obbligarsi di pagare le spese dei bastimenti pel trasporto di detto Corpo di truppe nei luoghi, in cui esso dovesse agire, ed allorché il medesimo dagli stati napolitani fosse uscito, l'Inghilterra obbligata sarebbesi del foraggio, del provvedimento, e mantenimento occorrente. Lo stesso Monarca mantenuto avrebbe nel Mediterraneo una rispettabile flotta di Vascelli di linea per tuttociò, che il pericolo delle due Sicilie richiedesse, e sulle operazioni contro il comune nemico da intraprendere. Obbligarsi inoltre di attingere gli opportuni provvedimenti per istabilire colle proprie forze, o con quelle dei collegati una decisa superiorità in questo mare, e così alla sicurezza degli Stati delle due Sicilie provvedere. Il Re di Napoli ai suoi sudditi ogni commerciò con la Francia proibito avrebbe, e permesso non sarebbe per dare ad alcun Vascello di altra nazione, che dai porti delle due Sicilie a quelli di Francia munizioni da bocca, da guerra, o da marina trasportasse. Inoltre permettere lo aprire i porti delle due Sicilie alle Squadre inglesi senza riserba o restrizione alcuna; promettere il somministramento di tutte le provigioni, e soccorsi, che a loro bisognasse ai prezzi correnti, e nella maniera solita in simili casi; promettere ancora la chiusura dei porti a tutt’i bastimenti francesi sì da commercio, che da guerra. I Vascelli da guerra inglesi, che nel Mediterraneo si trovassero incaricati pella scorta dei mercantili legni della loro razione, similmente sotto il loro convoglio i bastimenti dei sudditi del Re delle due Sicilie che avessero la medesima direzione prenderebbero; lo stesso per parte del Re delle due Sicilie si farebbe, ed a questo fine i necessari ed opportuni ordini dall’una, e l’altra parte a chi fosse conveniente si darebbero. Se nel prosieguo degli avvenimenti, che sopravvenire potessero, il Re di Napoli credesse non più con giustizia e dignità far parte alla guerra, dichiarare, che pace alcuna non segnerebbe, se questa nel tempo stesso non fosse dall’inimico al Re di Napoli ed a quello della Gran Brettagna unitamente offerta: e se poi la Gran Brettagna stessa pei suoi interessi continuare la guerra credesse, ad onta della offertagli pace, dovere il Re di Napoli restare in una stretta neutralità per tutto il tempo della guerra. Nella pace futura il Re della Gran Brettagna penserebbe alla sicurezza dell’Italia, e specialmente per la dignità, e per ’l’interesse della corona delle due Sicilie, procurando al Re di Napoli tutta la soddisfazione e la conveniente sicurezza ().”

Tale trattato mosse anche l'Eminentissimo Gran Maestro dell’ordine di Malta a bandire verso l'ottobre corrente anno un manifesto col quale diceva che avendo la Corte di Napoli notificato ad esso il non volere più avere affari con quelli che governavano la Francia in allora, così S. A. Eminentissima disponeva, ordinava e dichiarava solennemente il chiudere i porti dell’Isola ad ogni sorta di Vascelli da guerra, o corsari Francesi finché la guerra restava accesa: epperò avere ordinato il non riceversi il signor Aymar, ora spedito da Francia, per risiedere a Malta come agente della pretesa Repubblica; ma di ritenere il Cav. di Seytres-Caumont membro dell’ordine, nelle stesse prerogative e grado, ch’era prima della morte di Luigi XVI di gloriosa memoria.

XVIII. La lega con l’Inghilterra non appena firmata fu posta in atto: per tal cosa il Ministro francese Macqueau Vedendo rotta la neutralità nell’anno scorso pattuita in Napoli, subitamente, preso passaporto per se e per alquanti dei suoi aderenti, partinne su di fregata Inglese prendendo direzione per Genova: conseguentemente a tal partenza tutti gli altri numerosi francesi, che nelle due Sicilie si trovavano, furono dentro tempo prefisso obbligati a ritirarsi da questi domini.

Ferdinando IV in detto mese di luglio immediatamente alla flotta Brittanna la sua Squadra congiunse, composta di quattro navi da fila tutte da settantaquattro, cioè il Sannito comandato dal Capo-Squadra Forteguerra Cavaliere di S. Stefano di nobilissima famiglia Senese; il TancrediGuiscardo dal Conte de la Tour, e la Partenope dal Cavaliere Guillichini, avendo ciascuna di esse settecentoventi uomini di equipaggio; delle fregate tutte di quaranta pezzi con trecentocinquanta uomini cadauna di contingente, cioè la Sibilla al comando di D. Tommaso Vicugna, le Sirena del Conte Marescotti, la Minerva di D. Pasquale Valle, e l’Astuta del Conte di Thurn; con le Corvette la FortunaAurora dal Cavaliere Sterlick ambe da venti pezzi con Centottantuno uomini cadauna per muovei le; ed i Brigantini da otto pezzi con ottanta uomini di equipaggio il Vulcano guidato da D. Giuseppe Carrabba, e lo Sparviero da D. Francesco Saverio Quattromani: a queste navi erano aggiunte altre navi minori cioè sei Galeotte da tre pezzi con settecentonovantotto uomini di ciurma in totale; settantaquattromila lande cannoniere contenent’in uno duemila seicento sessantaquattro persone: e dicci lancie bombardiere con trentasei individui ciascuna: quindi questa flotta sommava seicento diciotto cannoni, ed ottomila seicento quattordici uomini di equipaggio.

dal Cavaliere Caracciolo, il comandata da Di Giuseppe de Almagro, e l'

Si mandò pur anco nel vegnente mese di settembre un corpo di truppa per combattere le battaglie stabili di terra ed a rafforzare la guarnigione dei collogati in Tolone, sotto l’impero dei Generali De Gambs, e Pignatelli di Cerchiara, che obbedir dovevano al Generate O-Hara Inglese Capitano Supremo in quella guerra. E perché memoria si conserva di quei bravi, non fuor di proposito sarà qui nominare i Reggimenti di Napoli, che a quei gloriosi fatti, sebbene di fine non corrispondente alte mire proposte dagli alleati, intervennero; erano essi il Reggimento Re e l’altro Borgogna, ed i Reggimenti Messapia e Real Napoli; alla quale truppa una brigala di artiglieria di trenta pezzi da quattro vi si aggiungeva. Come pure nel ragguaglio degli avvenimenti noteremo con parziale sincerità coloro, i quali con azioni valorose e lodate personalmente né andarono distinti, narrando il meglio, che mi viene possibile gli svariati accidenti dei fatti ov’ebbero principal parte i nostri soldati. Per tanto fa d’uopo in tal epoca, pella unità istorica, l'andamento di quella spedizione seguire, ed allontanarci incidentemente dal complesso degli affari napolitani non appartandoci dal corso delle Tolonesi rovine; e quindi credo riuscirò di moltissimo interesse per noi tutto ciò, che a gloria della nostra truppa con utile diffusione si può riportare, rendendo così una fedele testimonianza della bravura delle nostre genti, formando il più accertato elogio del valore e della gloria, che riverbera su tutta la nazione intera; recando stupore in vero il riflettere, che la truppa di Napoli invecchiata nell’ozio della pace, chiamata la prima volta a combattere sotto altro cielo, appena messo il piede sur un estrema lido, stanc’ancora del viaggio, seguendo l’altrui comando, prese; all’istante le armi, e coraggiosa ed ardita andò contro il nemico; e nel cimento non pur si distinse in mezzo a tanti prodi combattenti, ma, come saremo per dire, avanzando sempre, e lasciando addietro di lunga gli altri, fu la prima ad esser nel campo del contrario, e dar segno della riportata vittoria.

Percorsi undici dì con prospero veleggiare giunse, nella rada di Tolone nel 29 settembre ad ore sei circa pomeridiane la prima Divisione della squadra di Napoli: riscosse quella gente vivi applausi da quei naturali, che impazienti un rinforzo attendevano, onde la causa loro vieppiù assicurare; stanteché, gl’inglesi, i piemontesi, ed i Spagnuoli già combattuto vi avevano nelle difese esterne, e nelle, trincee valorose imprese; le quali non pertanto, fin da quella prima ora, predicevano in qual modo terminar dovesse questa espugnazione, e quali!, strane: ed orribili avventure sovrastassero ai regi di Francia. Lo sbarco ebbe eseguimento nel.. Vegnente domani con l’aiuto di tutte le braccia della squadra Anglo-Ispana alla presenza di. Milord Mùlgtave condottiero delle truppe Brittanne, e del Capo Squadra D. Federico Gravina Comandante di quella Piazza; esso, avvenne col massimo buon’or dine, e con ricevimento manifesto di popolare giubilo, lodando ognuno il nobile portamento militare di quelle truppe, e l’appareente ilarità, che da vivo entusiasmo è prodotta.

XIX. Nel primo giorno di ottobre, allorché il sole si allacciava fecesi dai coalescenti riconoscimento del nemico; scovertolo padrone di un ridotto sull’altura del forte Faraone, per se medesima posizione assai vantaggiosa, fu risoluto attaccarlo, e da quel posto scacciarlo audacemente. Alle sei, e mezzo per menare all’alto il divisato due colonne si formarono l’una compasta d’inglesi, Piemontesi, ed un distaccamento del naj olibano Reggimento di Borgogna, comandata da Milord Mulgrave; l’altra d i Granatieri di Napoli del Reggimento del Re, del Reggimento spagnuolo di Majorica, e di alcuni granatieri, e marinari piemontesi, guidata dal Gravina, avendo sotto i di lui ordini i Brigadieri Pignatelli, e lo Spagnuolo Izquierda. Mosse questa truppa verso il forte S. Antonio il Piccolo punto mirato, e difficile a sormontarsi perché alpestre e tutto di viva rocca; la gente del Gravina divisasi in due schiere capitanate dai predetti Brigadieri, divenne quella del Pignatelli la diritta ala della linea, e quella dello Izquierda la sinistra, formando gl’inglesi, e gli altri sotto Mulgrave il centro di essa: tosto si fè guadagno delle prime alture, che i nemici in disordine abbandonarono allorché avvertirono, che si andava ad attaccare quelle, posizionandosi in altre più aspre, ed elevate, che la difficoltà di batterli raddoppiavano, dando ad essi lutto il vantaggio di percuotere a colpo sicuro, se innanti si fosse avanzato, poiché per impraticabile, e dominato vallone avrebbesi dovuto discendere. Per queste cose considerate fu disposto dai Capi coalizzati che la gente di Mulgrave in battaglia si formasse, e procedesse in tale ordine diritto il cammino, non essendovi innanti ad essa vallone alcuno; e le altre degli estremi, girando per la dritta il monte salissero: nell’atto di tal eseguimento il nemico vivissimo fuoco a rimbalzo faceva onde stornare il progetto, ma senza effetto; avvegnacché le due schiere laterali giunte appena alla posizione, eh e conveniente sembrò loro, immantinenti presero linea di battaglia, e cominciarono il fuoco, il quale con tanto ardore; e nutrimento fu intrapreso, e spesseggiato, che il conseguire fu felice; ed in meno di un ora i sostenitori del posto più non furono veduti, 'abbandonando il campo, ed il ridotto, lasciandovi molli morti, e vari feriti, e prigionieri. La truppa di Napoli fu la prima a prorompere nel ridotto e nel campo nemico, e con tanta bravura il fece, che non solo il Comandante Inglese, e gli Spagnuoli n’esternarono i più distinti, e lusinghieri elogi, ma lo stesso Milord Hood Ammiraglio della inglese squadra nella sua lettera al Cavaliere Hamilton diretta, fece congratulamento secolui del buon successo “e del nobile valore, e bravura delle truppe di S. M. Siciliana” Milord Mulgrave ragguagliando Lord Hood su questa impresa gli dice: “tutte le truppe si sono comportate col massimo spirito, e valore, e le napolitane si sono distinte in particolar modo”, il Maresciallo di Campo Gravina nel mentre ritiravasi in città per la ferita riportata in quest’azione, disse a parecchi Uffiziali napolitani, che via facendo incontrò “fate i miei complimenti al Maresciallo Fórtiguerri, e ditegli che dobbiamo, alla bravura dei granatieri del Re suo padrone il buon successo di questa giornata” e finalmente il Brigadiere, spagnuolo, che prese il comando dopo la ferita del Gravina, disse nella sera in pubblica adunanza “sono un vecchio militare, e mi sono trovato in molte battaglie, ma confesso, che non ho mai veduto truppa condursi meglio di quello, che lo hanno fatto i granatieri del Re di Napoli”. Ed a pruova di tutti questi encomi riferiti, aggiungo con attesto di fatto in segno di fiducia, che dovendosi lasciare una forte guarnigione in quel ridotto, risolvettesi da quei Capi il tenervi numeroso. distaccamento di coalizzati, il di cui numero il più forte era di granatieri di Napoli, e di gente del Reggimento di Borgogna, tutti sotto il comando del Napolitano Tenente Colonnello Serrao. Sebbene i Napolitani, combattenti distinti si siano tutti in quel rincontro, pure per la singolare fermezza, e presenza di spirito particolari unanimi elogi ricevettero il Brigadiere Pignatelli, il nominato Serrao, l’Aiutante di Campo Conte Salluzzi, il Capitano de’ granatieri del Reggimento del Re D, Vincenzo Spinelli, e l’altro dello stesso, Cartiglio; il Capitano Federici, ed il Sec: Tenente Balzo dei Duchi di Presenzano di quello di Borgogna, riportandone quest’ultimo ferita. In questo medesimo giorno a richiesta di Milord Hood, ad oggetto di rinforzare la custodia della città, nella sicurezza di eguale buon successo in futura occasione, fu sbarcata la truppa napolitani del servizio di mare, in numero di cinquecento teste e più, tra soldati di marina e quelli del Reggimento Real Macedone, riuniti in un corpo sotto del Tenente Colonnello Minichini, e dell’altro Pieri.

XX. Correndo il sesto giorno di ottobre la seconda divisione delle napolitane truppe pervenne a Tolone, avendo salpata, da Gaeta nel a'  4 di quel settembre; essa sommava 2096 uomini delle compagnie dei granatieri, e dei primi battaglioni dei due Reggimenti Real Napoli, e Messapia. Nei vegnenti dì 8 e 9 questi arrivati misero piedi a tèrra, ed in quest’ultimo furono rivistati da Milord Mulgrave, e dall’Ammiraglio Hood entrambi restandone soddisfatti di molto, manifestando pubblicamente di non aver veduto un più bel corpo, ne più perfettamente compiuto in ogni riguardo. Nella notte degli otto fecesi dalle truppe poste nel forte Balaquè, intervenendovi grosso distaccamento di napolitani, sortita, per distruggere una batteria nemica sit’a breve tratto da quello; il successo fu piacevolissimo venendo il tutto eseguito tale come opinato si era, riuscendo inchiodare due cannoni da 24, uno da 6 e tre mortai, rompendo gli affusti, ed i carri per munimenti. Nel mattino del 14 volendosi attaccare le repubblicane truppe collocate dalla parte del forte la Malque per invadere il villaggio la Guardie e sui posti avanzati; avuta conoscenza, che quelli avversar, comandati dal Generale Carteaux, già dal campo sboccavano, fecesi in un baleno armare l’intera guarnigione della Piazza, e lasciato in essa conveniente, presidio, ne sortirono tre schiere una 300 combattenti tra inglesi, e piemontesi all’obbedienza di Mulgrave, marciando alla dritta; un altra di egual numero tra Spagnuoli, e napolitani diretta dall’Izquierda avviandosi alla sinistra, e la terza centrale di 400 napolitani condotti dal Pignatelli, per collocarsi tra i forti Malbusquét, e S. Antonio il piccolo. Al pervenire di queste sotto il primo dei detti Forti, e nel distaccare gli avanzati posti la vanguardia di Mulgrave troppo violentemente impegnossi per l’acquisto di un altura dietro la quale il nemico celato vi stava, per cui la linea tutta dei collegati fu costretta ad entrare in azione, a la schiera centrale con molto buon successo andò respingendo i nemici scacciandoli dalle, alture immediate' al forte, di dove non più comparvero: in tal fazione il Brigadiere Pignatelli riportonne leggiera ferita. In questo mezzo tempo gli alleati, per rincorare le diruppe loro da un. lieve infortunio avvenuto nella notte del predetto giorno innanti Capobrun, fecero uscir di Tolone la guarnigione al numero di 2026 combattenti dei, quali 1206 di truppe di Napoli; diviserai questi in tre porzioni, avendo a capi i Brigadieri Mulgrave, Izquierda, e Pignatelli; al Maggiore della Beai Marina Tenente Colonnello D. Angelo Minichini fu dato il carico delle artiglierie per agire in linea con 300 cannonieri di nostra marina. Queste forze innoltrandosi lunga la regia strada verso Italia, giunte ad una posizione conducente alle alture di Thoar ripartironsi per renderai padroni delle suddette alture; in tal movimento la guarnigione del forte la Malque volò a piazzarsi nel. Capobrun già dai nemici abbandonato, perché molestati con grand’esterminio dalle batterie del Forte e dalle bombe delle. bombardiere spagnole: susseguentemente le dette truppe facendo un micidiale fuoco, fissai ben diretto, pervennero ad occupare le indicale alture sur una delle quali il Minichino ad onta dell’asprezza, e difficoltà dei siti scoscesi con molla arte postò l’artiglieria, che con grand’effetto contro la cavalleria, e fanteria dei contrari fece il suo debito, costringendoli a retrocedere molto di buon passo; per queste operazioni il nemico ebbe respingimento in tutti i punti; e le collegale truppe dopo aver lasciato un forte distaccamento nell’interessante posto di Capobrun si ritirarono nella notte in buon ordine in città sulla supposizione, che le genti di Carteaux presentate non si fossero in faccia della medesima dalla opposta parte. Nella mentovata azione fu rilevata generalmente, e con molta soddisfazione del Mulgrave la gran franchezza, ed intelligenza con cui le truppe della marina di Napoli prestarono a terra il loro servizio nella infanteria ed artiglieria; cosicché la metà delle artiglierie dell’ultimo devastato nemico accampamento furono consegnate ai cannonieri predetti: distinsersi del pari in questa faccenda oltre il nominato Tenente Colonnello Minichini i Tenenti di Vascello D. Giuseppe Diez, D. Carlo de Cosa, D. Carlo Vicugna, e D. Giuseppe Caricale, non che l'Alfiere di Vascello D. Ignazio Staiti, i quali tutti con somma lode da quei Capi non nazionali grandi encomi riscossero.

XXI. Nel 15 novembre in sul rompere dell’alba i repubblicani attaccarono diversi posti degli alleati; cioè il forte Malbusquet, ed indi quello dell’Equillette con poco successo, ma trascorse di tre ore il meriggio avendo essi ricevuti rinforzi di truppe, e munizioni da Lione si mossero in tre colonne forti di 400 e più uomini, da uno dei loro campi trincerati per attaccare sul monte di Grassè il Campo di Balaguè difeso da 2000 alleati, posizione, che tiene a dominio la maggiore e migliore parte della gran rada di Tolone. Giunti inosservati, coi favore di chiusa nebbia, e dei folti alberi in quella campagna esistenti, a poca distanza degli avanzati posti, furono da uno di questi riconosciuti, che da una mano di napolitani era guardato, i quali dando nell’allarmi avvertirono del nemico, ed il fuoco ebbe principio: allora parte dei coalizzati uscendo dal campo portaronsi a far fronte all’inimico, e tanto oprarono, che per due volte quei di Francia ebbero respingimento in modo da intraprendere la ritirata, ma rinvigoritisi poscia bellamente ripresero per la terza fiata l’attacco, ed i coalescenti non perendo più, protrarre resistenza ad un numero molto di lungo ad essi maggiore ripiegarono nel campo, epperò il nemico accostossi per fino al parapetto delle battane ritenute. In tal sinistro successo gli alleati pensando a’ casi loro un violento fuoco di artiglieria, e di fucileria intrapresero, onde mantenere quelli in freno, e tanto per. qualche tratto ebbe buon riuscimento; in quel medesimo tempo alcune flottanti, e lancie bombardiere, e cannoniere dalla parte del mare con ben diretto trarre impedirono ad un grosso distaccamento di cavalleria, che si avvicinasse al forte. Viste tali cose, il Generale O-Hara, che dal Vascello inglese la Vittoria aveva osservato l'aspro combattimento avvenuto, con celerità portossi nei campo, e nello scorgere da vicino, che il nemico era per prorompere in quello, con la voce rammentando e con l’esempio, il solito coraggio rianimò delle difendenti truppe fece sì, che i soldati, inglesi del Reggimento Reale e gran numero di napolitani gittandosi arditamente, e con velocità da parapetti assalissero con valore, in ogni punto il nemico con la baionetta, e lo. mettessero in piena fuga. In tal rinvigorimento fra napolitani furono rimarcati gli Alfieri Diez, Carrera, e Tschudy, il primo dei Rggimento di Borgogna, e gli altri due di Real Napoli; venendo i nostri connazionali generalmente lodati pel loro ardire. Nella notte del 20 di quel medesimo mese le due Corvette di Napoli la Fortuna, e l'Aurora con tre polacche conducenti da Gaeta il secondo Battaglione del Reggimento Messapia giunsero in Tolone e la sera del 26 erano per entrare in quel porto la fregata la Minerva, ed il brigantino lo Sparviero col convoglio separato dal vascello il Sannita (che vi era precedentemente pervenuto) partiti da Vado il dì 25. I repubblicani avendo nel. folto d’un oli velo nello scaglione della collina di Fayrol costruita una batteria. di sei cannoni dà 36; e propriamente sull’altura di Arennes per prendere d’infilata il forte di Malbusquet, la smascherarono nella notte del 26 di quel novembre, atterrando tutti gli alberi, che la circondavano e coprivano; il Generale Inglese O-Hara vedendo lo scapito, che da quella ottener si poteva, risolvé impadronirsene; epperò nella notte del 29 al 30 dispose una sortita dalla Piazza comandata dal Generale suo connazionale Dundans. sommante 3950 collegati, composta di 400 inglesi e di 300 piemontesi sotto gli ordini di due Maggiori, formanti l’ala diritta della linea, il centro di 250 francesi realisti obbedienti ad un Maggiore, e 700 napolitani comandati dal Brigadiere Micheraux, era questi molta gente della marina, guidata dai Tenenti Colonnelli Serrao, e Minichini e dal Maggiore Jacquét; e l’ala sinistra di 700 spagnuoli condotti dai Colonnello del Puerto: 1000 napolitani sotto gli ordini del Pignatelli furono impiegati a sostenere la ritirata in caso di bisogno dei quali 250 col Tenente Colonnello Langelè ebbero destino d’impossessarsi d’una altura; un egual numero col prelodato Cusani furono addetti a guardare un ponte, ed i residui cinquecento obbedienti al Maggiore Montaperto si tennero per sostegno dei detti due Corpi e delle e asine, ove vi stavano i mulini della piazza; finalmente 600 spagnuoli guidati dal Maresciallo di Campo Valdes ebbero collocamento alla sinistra, dalla parte del forte di Malbusquet per guardare con maggiore possibilità la ritirata, se intrapresa si fosse. Disposte così le forze dei combattenti, la colonna di attacco divisa in triplice. schiera, com’è detto, marciando in buon ordine occupò immediatamente tutto il fronte dell’altura di Arennese e traendo infranti rapidamente mise in non cale il fuoco degli avanzati posti dei nemici, e quello a mitraglia di una di loro latteria di sei pezzi. Ciò fatto, parte della gente gorgogliata dall’avuto felice successo sempre più inoltrandosi per tentare altre imprese nel discendere un vallone s'imbatté in un campo nemico difeso, da altro campo superiore, ove raccolta si teneva la truppa fuggita dalla batteria, ed accresciuta da altra, ascendente in tutto a novemila combattenti, cosicché attesa superiorità sì forte di numero di repubblicani fu conveniente per gli alleati intraprendere la ritirata, la quale non senza qualche disordine avvenne, eseguendosi per le parti, cioè, pel guado ove si trovava il Valdes, e pel ponte guardato dal Pignatelli; per tanto i nemici novellamente impadronironsi della batteria, della quale peraltro cinque dei sei pezzi furono in allora inutilizzati perché inchiodati. I repubblicani riacquistata la di loro primitiva posizione tentarono animosi l’attacco del forte Malbusquet, e l’assalto della guardia dei molini, ma sì nella prima, che nella seconda desiderata impresa delusi restarono, atteso il fuoco del detto Forte dei pontoni e delle barche cannoniere pel primo; e venendo respinti quei, che arditi erano andati verso dei molini dalle truppe napolitane speditevi da Pignatelli. In tutta l’azione descritta le genti nostre mostrarono la consueta loro maniera ardita di combattere, e con ispecialità il battaglione della Marina comandato dal Minichini: oltre gli uffiziali antecedentemente nominati, si elogiarono in quel rincontro il Maggiore Jacquet; gli Uffiziali Reggio, e Blasi di Real Macedonia; il Tenente Fernandez, ed il cadetto Fusco dell’artiglieria; il Primo Ten. Power del Reggimento del Re, ed in particolar modo il Primo Tenente Seix dello stesso corpo, il quale con otto soli granatieri resister seppe ad un numero di circa cento nemici salvando tutti i feriti, conducendoli nel campo.

XXII. Intanto l’esercito della convenzione avendo ottenuti estraordinari rinforzi sommava circa 8omila combattenti, don queste disponibili forze si opinò dai Capi di quello di dare un generale attacco a Tolone, fermandosi nell’idea di sacrificarsi interamente tutti, anziché abbandonarne il riacquisto. Pertanto nel dì 13, 14 e 15 Decembre l’armata della parte sotto gli ordini del Generale Dugoumier fece incessante fuoco di cannoni, e mortali da tutte le sue batterie sì nei giorni, che nelle notti contro i Posti di Balaguè, e Forti di San Luigi, Mulgrave, Sablette, e Malbusquet; con eguale e forse maggior vigoria, ed audacia dagli alleati si sostenevano quei punti, e si rispondeva a quel fuoco, quando le truppe di Francia dell’armata d’Italia comandate dal Generale La Poype, per oprare una diversione nelle difese, diedero principio ad una tempesta di palle contro M Posto di Capobrun, e nella notte del 16, che fu molto buia, e piovosissima, una numerosa colonna di esse si presentò passata la mezza notte avanti ai Forti Mulgrave e San Luigi, ne sorprese la prima avanzala, e andò per. oprare lo stesso della seconda, ch'essendo questa ben tenuta a custodia dal Tenente D. Luigi Busset del nostro Reggimento di Borgogna per molto tempo la gente attaccante ebbe aspra, e virile resistenza a soffrire; ma da ultimo vinti dal numero fu d’uopo, che i defensori si ritirassero nel ridotto di Balaguè. Elassa qualche ora, i collegati non potendosi più tenere nei due forti Mulgrave, e San Luigi perché attaccati in ogni parte si ritirarono aneli essi interi ed animosi in quello di Balaguè il quale investito venne assai da presso da tutte le truppe di Francia: si sostenne il presidio con validezza estrema, e furia si tendeva per furia, e con egual vicenda si combatteva con immensa strage fino oltre il mezzo dì del vegnente giorno 17 mercé il valore delle genti dipendenti dal Tenente Colonnello Escobar e dai Maggiori Montaperto, e Mari é degli ottimi divisati di questi, e se vinti dall’immensa superità del numero quei difensori non fossero stati i due predetti Forti novellamente sarebbero ritornati nel dominio degli alleati, poiché dalla truppa di Balaguè si era fatta sortita con. gran volontà per tanto divisato. Nella medesima notte del 17 i francesi in gran numero attaccarono anche e presero il Forte Faraone, che il ritennero a loro dominio non ostante gl’immensi sforzi operati da coloro che il presidiavano. Per tutti questi discapiti riportati dagli alleati, i Generali delle varie parti riuniti a consiglio diedero pensiero del parco numero delle loro truppe, all’eccessivo del nemico, ed ai tempi, estremi sopraggiunti, e quindi deposte le speranze di più fine impressione nella Francia regia, giudicarono impossibile il riacquisto dei Forti, e posti perduti, ed il sostenersi nei rimanenti, tanto più che in città già a scorgere incominciavasi segni di rivoluzione, e d’intelligenza col nemico; epperò decisero, che si dovesse evacuare la Piazza, imbarcare l’esercito sulle flotte combinate, ’avvisare la municipalità di Tolone per invitare ad imbarcarsi sulle stesse flotte quelli abitanti seguaci della causa Reale, e dar fuoco all’arsenale, ed alle navi francesi, che non potevansi trasportare per non farle cadere nella possibilità dell’esercizio del nemico. Seguentemente a queste cose dette, incominciò l’imbarco con quel possibile buon ordine, che le correnti circostanze permettevano. Il fuoco per opera propriamente d’Inghilterra fu messo alle navi non atte a veleggiare, distruggendo così in. tanta occorrenza il naviglio guerriero l'una potenza, che andava a rendersi formidabile, ed arsero con abbattimento e sorpresa unanime, quindici vascelli, sei fregate, e molti altri bastimenti minori; insomma il nemico non ebbe di Tolone, che rovine e macerie. Nel mattino del 19 la squadra alleata sciolse le vele, conducendo gl’inglesi per il grossissimo Vascello da centoventi il Commercio di Marsiglia, ed altri due più piccoli il Pompeo, ed il Potente, con quattro fregate, ed altri piccoli legni: i Napolitani un solo legno detto la Gabarra (da noi poscia chiamata la Lampreda) i Sardi l’Alceste fregata, e l'Aurora gli Spagnuoli: così erano divisi i premi delle patite sventure! Le due flotte Inglesi, e Spagnuole dirigevano il loro cammino alle isole Hyeres; e la squadra napolitana compresavi, la fregata, la Sibilla col convoglio, che conduceva l’ultima divisione della truppa da Gaeta, ed il Maresciallo di Campo de Gambs (incontrati verso Capo Corso) si rivolgeva al golfo della Spezia attesa impetuosa tempesta suscitata dal vento di libeccio.

Attendevansi dopo le ultime notizie dei casi Tolonesi, le nostre, genti in Napoli con ansietà molta; ma per la infelice navigazione avuta, dopo nel due febbrajo mille settecento novantaquattro nella napolitana rada comparvero le aspettate vele. Soppesi dai rapporti fatti, che duecento tra essi rimasti colà furono tra morti, e feriti, e quattrocento e più, prigioni; che i cavalli, molti viveri, le tende, gli arredi;, ed il fienaio, preda restarono dei Francesi. Venne in Napoli fra quei di Tolone, che dalle loro terre erano fuggiti, perché partigiani dell’Inghilterra, o della Repubblica nemici, che oltre i quattrocento furono, il Generale Conte Moudet prigioniero, perché traditore, il quale comandando in Tolone voglioso, ed allegro, aveva ai nemici della sua patria consegnata l'affidatagli fortezza.

Fu in questo anno che Monsignore Alessandro Kalefati di nobile e distinta famiglia di Bari profondo negli studi Archeologici, inimico del fasto, largo sovvenitore de’ bisognosi, vigile della condotta di chi era dedicalo all’altare, compì la gloriosa sua vita in Oria dopo di aver governata quella Chiesa per anni tredici.

XXIII. Terminati così gli affari di Tolone le genti venute da quelle terre raccontando ed esagerando fatti veri o falsi generavano idea spaventosa dei francesi e della, guerra; le fazioni, che per le innovate cose di Francia pendenti si trovavano grande fiducia in loro stessi acquistavano, prendendo nel napolitano Regno orgoglio; ed in Febbraio cstendevansi a gran passi: emissari e palesi e nascosti s’insinuavano in ogni recondito lato, e vi soffiavano apertamente. Le voci della innovazione ovunque penetravano; ed in vero mirabile cosa era, che coloro i quali avrebbero forse dovuto sperare nelle novità fermi restavano, e quei movevansi, che per alcun motivo non avrebbero dovuto dar passo: i francesi deliri non nell’interno delle persone si formavano, ma in segrete combricole fermentavano, com’ erano state da quei di trancia suggeriti, per cui certa solida consistenza acquistavano; quindi, convien dirlo, molto foco crasi mosso, che sotto poca cenere covava.

XXIV. Ebbe la corte di Napoli a questi dì importanti differenze con quella di Svezia pel seguente accaduto. Veniva imputalo il Barone Gustavo Maurizio d’Annefeldt Ministro Svedese presso le Corti d’Italia di aver cospirato contro il Principe Reggente e d’un criminoso carteggio con la Contessa di Rodcnskoff; saputosi dalla Corte di Stockolm, che il d’Armefeldt in Napoli teneva per allora stanza s’inviò da quella al ministro Napolitano una nota onde venisse arrestato, e si ordinò al Barone di Palmquist di portarsi con espressa sollecitudine nel paese nostro a fine di prendere il detto d’Armefeldt in qualunque modo, o vivo o morto. D’un così strano e nuovo procedei e avutone conoscenza il Governo di Napoli, volendo far uso di moderazione e prudenza, e con questa ricambiare e correggere la violenza, che si cercava commettere nel suo Stato; contentossi scrivere alla Corte di Svezia allorché vide il Palmquist giungere in Napoli “che veramente il delitto imputato al Barone d’Armefeldt, meritava una, condanna universale, e ch’Essa era convinta dalla necessità, che v’era di venire ad un passo, il quale tendesse a conservare la tranquillità negli stati di S. M. Svedese: ch'Essa non avrebbe bilanciato un momento a concorrere alle viste e richieste fattele, se i termini e la maniera di agire di cui la Corte di Svezia aveva incaricato il Barone di Palmquist non avessero compromessa la dignità di S. M. e la tranquillità dei suoi propri sudditi: che non ostante, ciò Essa attenderebbe, che S. M. Svedese le indicasse un mezzo, il quale salvasse ambo i riguardi. Tanto essendosi da Napoli ricambiato, costantemente si sperava, che i riscontri provvedenti nella risposta servirebbero di norma per effettuire doverosamente la fatta richiesta. Di tali note comecché passate in segreti di stato nulla il pubblico ne sapeva, e lo stesso Barone d’Armefeldt adatto conoscenza n’aveva, di modo, che in frattempo siffatto vedevasi esso passeggiare e frequentare le conversazioni secondo l’ordinario suo uso, come quegli, che tutte ignorava le disposizioni date dalla sua Corte. Intanto in mezzo a questo silenzio percorsi alcuni dì dal giungere in Napoli del Barone di Palmquist la Corte aveva ricevuto avviso da Roma, che da quella città erano partiti tre assassini condotti da certo Benedetto Mori, il quale aveva carico del Pirenesi Agente di Svezia in quella capitale di pigliare il Barone d’Armefeldt vivo, o morto. Di tal procedimento sdegnatosi napolitano Governo, perché confermavasi nella opinione, che dagli agenti Svedesi ad ogni costo, insultar si volesse il suo territorio, in disprezzo di ogni pubblico diritto e delle genti; ed assicurato da tutti gl’indizi e rapporti della polizia dell’arrivo in Napoli di quelli assassini, che sotto mentiti abiti di pellegrini gridando sempre provvidenza, buona speranza chiedevano elemosina, e con quel loro dire le gente eccitavano ad aver curiosità e compassione di essi, e quindi portarsi ai balconi e finestre delle case, ogni luogo ed ogni via spiavano, onde rinvenire il dettò d’Armefeldt, epperò se ne ordinò l’arresto. Non ne poterono essere presi, che due, e Mori fuggendo ebbe aggio di salvarsi sul Vascello Svedese del signor Palmquist, il quale sorpreso anch’egli sbigottito e confuso di essere stato scoperto come partecipe d’un sì vile e nero attentalo, quantunque rivestito fosse di uniforme d’Uffiziale, diligentemente fece vela la medesima notte, per ricondurre il Mori in sicuro asilo, e sbarcarlo sulle coste dello Stato Papale.

XXV. Mentre che in Napoli questo avveniva, la Corte di Svezia nulla sapendone, riscontrava la Napolitana nota con una dichiarazione, dimandando una pronta e soddisfacente risposta su ciò che da prima si è fatto palese: giungeva questa in Napoli nel 13 maggio unitamente ad una lettera a firma del signor Sagervverd incaricato dì affari Svedesi residente in Genova. In essa dichiarazione il tuono di risentimento e le espressioni non dovute al riguardo della dignità di S. M. Siciliana, la rappresaglia voluta usare, e le iattanze sul procedere Svedese, poiché sorprendeva estremamente in quella il seguente articolo, cioè “che la condotta del Sovrano di Napoli era stata assai stravagante rispetto a S. M. Svedese, avendo accordato ad un reo di Stato com’è il Barone d’Armefeldt protezione, grazia ed appoggio, dandogli sicuro asilo nella Capitale e per fino nel Palazzo d’uno dei primi uffiziali della sua Corte fecer sì, che la richiesta soddisfacente risposta non se gli donasse, ma si rispondesse invece che se la Corte di Svezia meglio avesse riflettuto sui termini della sua dimanda ed. esaminati quelli della risposta di S. M. Siciliana, allorché pella prima volta su di questo affare s’incominciò a trattare, essa non avrebbe sì facilmente rimproverata la condotta di questo Sovrano, ed avrebbe evitato di offenderne il carattere e la dignità, della quale cosa se ne attende risarcimento. Che se dopo la pubblicità d’una commissione sì barbara ed inumana data dalla Corte Svedese a tre assassini comprova la da Tribunali della Capitale, pel procedimento piatto contro due di essi arrestati, e convinti di, il Barone d’Armefeldt per assicuramento di sua vita fra suoi amici e conoscenti aveva cercato scampo, essere ciò cosa troppo naturale per lui dietro tutt'i principi, che ad ogni uomo suggeriscono la propria conservazione e quindi il Governo di Napoli non poteva usare violenza contro questi principi medesimi, tanto più che con siffatte precauzioni del Barone d’Armefeldt la Corte stessa a garentire veniva il suo territorio dagli attentali ed insulti dei quali minacciavasi. Che col fatto del Pirenesi, e con la subita partenza del Barone di Palmquist smentita veniva ogni assicurazione dì buon’amicizia e corrispondenza della Corte di Svezia. Che S. M. Siciliana ferma sempre e costante nei suoi principi e nelle sue determinazioni, ed incapace di mancare di riguardi ad alcuna Potenza, siccome essa non soffre né permetterà mai che chicchessia la leda dei suoi diritti e prerogative, non vuole nemmeno, che la Corte di Svezia, l’accusi di parzialità nell’affare del d’Armefeldt:. siccome d’altronde il Re di Napoli ha sempre procurato vivere in buona intelligenza con tutt’i Sovrani, se. S. M. Svedese vuole rompere questa buona armonia. Essa stessa la dichiararotta ed ordina a tutti i suoi Agenti Ministri e Consoli, che risiedono alle Corti straniere di non aver più nessuna comunicazione con quelli della Corte Svedese. Data tal risposta il Go' verno di Napoli notificar fece alle Corti estere le sue giustificazioni e singolarmente il Marchese del Gallo, Ambasciatore napolitano alla Corte Cesarea, consegnò a tutt’i Ministri esteri resident’in Vienna una nota in rischiarimento del fatto, informale negativa dell’essere stato il d'Armefeldt in casa d’uno dei principali uffiziali della Corte ed in testimonianza di togliere le impressioni, che contro la condotta franca e leale del suo Signore si erano cercate far nascere. Non ne restò la Svezia in conto alcuno appagata, ma avendo dalle carte del d’Armefeldt scoverti i complici della congiura, furono questi da un tribunale deputato sentenziati, alcuni all’ultimo supplizio ed altri ad altre pene, e pubblicò una nuova dichiarazione contro la Corte di Napoli sospendendo con questa ogni comunicazione fintanto, che non se gli donasse la dimandata soddisfazione. In fine ordinò ad una sua squadra di portarsi nel Mediterraneo a farsi rendere ragioni sull’avvenuto; ma l’affare amichevolmente fu sospeso e terminato, mercé la mediazione della Corte di Spagna, essendosi convenuto dalla Corte di Svezia del cattivo procedimento del Pirenesi; epperò da Napoli si rimise a quella il processo fatto, tal quale si trovava, su i due assassini, non che essi medesimi. Per tutto questo tempo trascorso in risentimenti, agevole riuscì al d’Armefeldt, avendo saputo ciò che sul suo capo si minacciava, di procurarsi di fuggire dalla terra nostra, e ciò dandovi consentimento il Governo napolitano medesimo, e ricovera rèi in Polonia, ove si giustificò delle fattegli imputazioni, su dei pubblici fogli; e quantunque fosse stato condannato a morte e messo fuori di legge allorquando Gustavano Adolfo montò sul trono, rientrò in grazia di lui, ascendendo ora una, ora altra carica, distinguendosi poscia in alto grado sì nelle militari, che nelle politiche faccende.

XXVI. Alle dette morali minaccianti male venturo di guerra e di discordia, anche delle fisiche effettive se ne aggiungevano, assai peggiori perché inevitabili, che non più i passati del tutto tranquilli e godevoli tempi ricordavano, ma un tristo e dolente avvenire presentir facevano; imperciocché il cinque Febbraio sì in Calabria, che in Sicilia un forte terremoto ricordar fece le tristissime e desolanti scene del 1783: subbissando ancor’adesso città e campagne, e nella prima molti viventi atterrati restarono ed ammaccati, e morti, e vivi sepolti. Al terremoto s’aggiunse, nella notte del 19 giugno istcsso anno, il furore del Vesuvio, che daprima anche in Napoli la medesima sciagura pareva voler minacciare, ma dopo passati tre dì e tre notti nella sera del quindici un assai veemente fuoco scoppiò; verso le ore due l’eruzione man mano dilatossi in guisa, che in breve tempo acquistò vasto perimetro: le colonne di fuoco divergenti i fulmini, i vortici di fumo, che con fragore. non mai interrotto facevasi udire, formavano l’oggetto il più terribile e. spaventevole. La lava eruttata prese la direzione della Torre del Greco, e fu sì che rimase questa quasi del tutto vittima delle divoratrice fiamme; fuggirsene la popolazione intera cercando soccorso ed asilo chi in Castello a Mare e chi in Napoli. La terribile tempesta del Vulcano proseguì in sino alle dieci del seguente piattino con eguale furore, indi gradatamente andò, in minorazione. All’assiduo, fragore dell’ingente, eruzione interpolatamente udissi per più giorni. dello scuotimento ondulatorio nel suolo: dopo le dieci ore l’orizzonte fu ingombro d’una caligine polverosa ancompagnata da un getto di ceneri ed sabbia di cui fu il cratere tutto ricoperto. Nel di i sedici seguente non più osservossi fuoco patente, ma nell’atmosfera così del vulcano, come della città furono vedute delle nubi elettriche, e delle esplosioni di materia fulminea; per tutto il giorno fu l’orizzonte caliginoso ed ingombro di ceneri la cui pioggia andò aumentandosi verso il declinare del sole, ed a Somma ed Ottajano cadde questa in tanta quantità unitamente a del lapillo e pietre primordiali, che mise in precipizio gran numero di case. La giornata del diecissette fu meno caliginosa delle antecedenti, non mancandovi delle nuvole originate dalle materie vulcaniche vaporizzate: nel vegnente mattino disparve del tutta la caligine menocché nella vetta del monte e nella direzione di Somma e di Ottajano in dove udissi un forte scuotimento, che cagionò la caduta totale di molti edifizi. Nel diecinnove il giuoco dei baleni e della materia fulminea per l’atmosfera del vulcano fu più irato e durò fino alla notte, l’orizzonte:videsi ricoverto di leggieri nubi e varie volte nella giornata cadde la pioggia, indi nelle ore pomeridiane il vulcano sembrò essere in calma più che nei giorni precedenti; e così diminuendo di vigoria giornalmente, nella sera del ventitré fu l’orizzonte sereno del tutto ed il vulcano cheto. Cessato l’impelo vulcanico, per la'  via di Somma accadde la rottura di. un Tifone, che recò grande inondazione in quelle vicine campagne, con perdita bensì di augnali e di fabbricati, poiché le acque discese dalle vetli del monte nelle sottomesse valli sconvolsero e malmenarono ogni cosa che loro veniva incontro. La lava vulcanica pervenuta alla Torre ebbe la larghezza di due terzi di miglio, la profondità ascese a palmi, trentacinque; discese per direzione tortuosa e tripartitasi nel sito, inferiore del paese appena il sesto ne restò in piedi; la parte media sporta nel mare oltrepassò il livello del littorale da circa palmi ottanta, dove formossi come un istmo alto palmi venti e largo trecento; l’abbassamento. della montagna fu dì circa duecentottanta passi geometrici; gli abitanti datisi alla fuga sommaronsi a diciottomila; i territori devastati dalla lava stessa, ascesero a moggia cinquemila. Nella parte superiore le case di quei luoghi ai piedi del monte vennero tutte scoverte ed appianate al suolo. Indicibile fu la confusione ed il timore sparso nella Capitale fin dal cominciamento della eruzione il popolo tutto senza riserva tenevasi timido fuori delle abitazioni. Fu prescritto il divieto dei. Teatri e dei pubblici giuochi; che anzi sospesi all’istante volentiermente si videro. Innumerevoli furono le: processioni di pietà eseguite nei primi giorni della sciagura dalla gente popolare; indi vìdersi le consimili delle Congregazioni, e della nobiltà d’ambo i sessi, di modo, che spettacolo eccitante i più vivi sensi di religione e di pietà facevan queste. Casi terribili per gli abitatori di quei luoghi desolali, che chi dal fuoco, chi dalle acque x» chi dalla terra alla miseria furon ridotti, finché le provvide care del Sovrano non. agissero largamente in. vantaggio, di quei miserabili superatiti si nella Calabrese e Siciliana, che nella Napolitani sciagurata vicenda.

XXVII. Spegnevasi già la pace nel Piemonte e tutto in quelle regioni risonava di. bellico fremito, ogni punto si fortificava, ciascun cittadino correndo alle armi contro il nemico avviavasi, ma indarno le armate patriottiche guidate da Scherer; da Massena, e da Kellermann ogni ostacolo abbattevano e già in quel paese facevano da Signori, Correva l’Austria rendeva guerra per guerra, ma non vittoria per vittoria raddoppiavansi gli sforzi il vigore raddoppiavasi, ma nulla da ciò se ne otteneva: il francese sistema unitamente alle loro armi con velocità camminava. Il Governo di Napoli molto a pensare per tali cose si dette, prevedendo, che se le armi repubblicane nell’alta Italia completamente vincevano, forse da quella settentrionale inondazione un totale sovvertimento per tutto il suo segno nascer potrebbe; laonde il Monarca a far maggiori sforzi in favore dei confederati risolvevasi; per arginare quella piena, che l’Italia tutta minacciava. A tale oggetto una leva si bandì di sedici mila reclute, e nei vasti campi di Sessa venti battaglioni di fanteria, tredici squadroni di cavalleria ed un reggimento di artiglieria riunì (diecinnove mila soldati) onde addestrarli alle guerriere operazioni; locché ancora succedeva nella navale armata, vedendosi ogni giorno simulacri e movimenti di battaglie di mare nel golfo di Napoli.

Pel dispendio supplire, che sì considerabili apparati richiedevano, comandò il Re, che di un dieci per cento si aumentasse quanto sino allora dal catastro comunale su i beni campestri dei possidenti percepivasi, locché altro di effettivo peso non produsse, che porre in equilibrio lo stesso catastro alla ragione del quindici per cento, sul quale impostò lo aveva, fin dall’anno millesettecento quarantacinque il conquistatore suo genitore Carlo III. di modo, che nella più parte dei luoghi dal quindici era sino al nove e dall’otto per cento diminuito, vantaggiati essendo in quegli anni delle derrate i prezzi ed il commercio tutto del Regno.

Rispetto poi ai beni ecclesiastici questo istesso aumento non del dieci percento fu stabilito ma bensì del sette e mezzo, ordinando, inoltre, che gli ori e gli argenti delle Chiese, non all’essenza del Divino culto necessari, nonché quelli dei particolari; da ciascuno inviati si fossero alla regia Zecca onde monetarsi, e compensati sarebbero stati, come lo furono, in monetata carta, cioè in fede di credito di banco, con vantaggio sul valore di ogni libbra.

XXVIII. Appena tali cose ordinate veni vano, che immantinenti dai più con contento di animo alfe esecuzione si correva; ma coloro al partito della repubblica devoti, che in questa disposizione un certo intoppo ai pensamenti loro trovavano pure come quelli, che dal bene il male volevano far nascere con torbidezza pescando, dire ed oprar tanto seppero, che molti inesperti giovani, in contrasto della buona volontà generale, in alcune recondite adunanze pervenuti, (dette clubs) incominciarono a fortemente parlare ed a loro tirare senza maschera più esteso numero alto discorrendo di legislazione e di riforme di stato. La cosa ancora in qualche modo segreta rimaneva, sapendo costoro eludere l’occhio del Governo, ma in fine nel ventisei Marzo uno traessi chiamato Pietro de Falco scovrì al governo che una pericolosa congiura ad esecuzione era per porsi, la di cui esplosione il ventotto aver luogo doveva. Fu dal denunciante appalesato, che il fuoco all’Arsenale ed alla Dogana sarebbesi appiccato, con tentare i. più esecranti eccessi sulla città tutta ed anche sulla Reggia. Ciò essendosi fortunatamente saputo, ebbesi pensiero di sorprendere il luogo della riunione dei congiurati, per rinvenirne il vero, e furono colà ritrovate in fatti tutte le analoghe carte all'oggetto, con più migliaia di ducati, armi molte, ed incendiarie materie. Nel momento, che sì fatta congiura venne a disciogliersi, portossi nel Real Palazzo un finto Cappuccino dimandando di volere al Sovrano cose d’importanza e di Stato far note: ma comecché i traditori ed i tradimenti non mai occulti restano, ed il volto di quelli essere suole il denunciatile proprio, le guardie in un qualche sospetto entrate all’aspetto della falsa fisonomia del frate, il diligenziarono ocularmente ed armi trovarono, che sotto il fratesco abito celate teneva; immantinenti arrestato venne e messo in prigione, mai nulla da un tal procedere, conoscere si potè, poiché, per sei giorni a sua volontà restando nella più perfetta inedia di vita, cessò, neanche appalesando il suo nome.

XXIX. Allorché tali enormi procedimenti furono conosciuti, una Giunta di Stato creossi sotto la presidenza del Cavaliere D. Luigi De Medici, composta di sette giudici ed un procuratore fiscale, che Basilio Palmieri era, e tra giudici il Marchese Vanni, il Caporuota Giaquinto, il Cito, il Purcinaro, il Bisogni ed il Potenza, che in seguito questi quattro ultimi ebbero titolo di Marchese, Riunita essa Giunta settanta e più persone furono messe in carcere: compilato il processo ne venne in risultato, che nel clubs rivoltoso (poiché da fanti nascenti clubs, un solo erasene formato, che in tal maniera appalesavasi) molti giovani da pochi ingannati avidamente parlavano delle cose di Francia, dei rivoltosi paesi, ed il desiderio esternavano di erigersi in riformatori dello Stato napolitano a propizie circostanze. In esito della processura ebbesi con sentenza del dì tre Ottobre, tre di quei sciagurati, cioè Vincenzo Vitaliano di ventidue anni, Emmanuele De Deo di venti, e Vincenzo Galiano di soli diecinnove a morte condannati vennero, molti alle isole ed al carcere, ed undici riacquistarono la libertà. Avvenne, mentre giustiziavasi il terzo un funesto tumulto popolare, che costò la vita a varie persone per l’affollamento, ed anco perche la truppa videsi obbligata a far fuoco contro i tumultuanti, ma la generosità del Sovrano soccorse le famiglie degli estinti, ordinando in pari tempo la punizione dei colpevoli del tumulto.

Fra di tanto i Corsari francesi, non che gli algerini infestavano il littorale. del Regno intero, con rapire i mercantili bastimenti sul mare, e gli ultimi a volta a volta sbarcando anche sulle coste della, Calabria ogni cosa rubavano, e peggio assai del rubare eziandio facevano. Intanto negli affari in Napoli al bene avviavansi, né la tranquillità degli animi al sodo si rimetteva, avvegnacchè le cose dall’ordine allontanavansi vieppiù. Nuovamente moli’ individui venivano arrestati sospetti di aspirare a cose nuove, fra quali un Colonna Stigliano, un Carafa, un Serra, un Coppola, Mario Pagano ed altri tra nobili p principalmente tra coloro che maggior fama avevano nelle scienze e nelle lettere; poiché fatalmente eransi inebriati costoro del falso e frenetico principio, che per essere o per filosofi parere rivoluzionari bisognava mostrarsi, siccome in Francia questo ceto medesimo infamemente aveva professalo, anzicché servire di fiaccola è lume al traviato popolo; e quello che più ammirazione produsse e sorpresa in questa seconda epoca, fu l’essere tra gli arrestati lo stesso Cavaliere De Medici compreso, il quale poco innanti nella Giunta di Stato fatto aveva da supremo Magistrato, che da se medesimo si costituì carcerato in Gaeta. Molte furono le voci e le opinioni relativamente al motivo dell’arresto suo, ma certo si è, che un uomo usato ed accetto in casa Medici, di nome Annibale Giordano professore di matematica egregio per ingegno, per natura malvagio, accusò il Cavaliere de Medici per ciò che in seguito sarà detto. Per tanto giudicare, non fu creduta bastevole dal Governo alla speditezza della esecuzione del processo, la Giunta di Stato poco indietro stabilita, e come in queste nuove turbolenti cose, un tanto alto personaggio rattrovavasi, che temer faceva dell’aderenza dei giudici ad esso lui, così la Giunta venne sciolta del tutto e di nuovo ricomposta di alcuni tra i passati giudici come il Vanni ed il Giaquinto, e degli altri in vece il Magistrato Giuseppe Guidebaldi e Fabrizio R u fio; Principe di Castelcicala (in quel tempo Ambasciatore del Re a Londra) ed altri ancora.

Mesto anche di naturali segni fu l’anno mille settecento novantaquattro in ogni genere, poiché parecchi uomini da fulmini furono spenti; una saetta entrando in una Chiesa, nel forte della riunione di divota gente, tutt’in iscompiglio li mise e molti ne ferì e ridusse in ceneri; un altra saetta dentro il napolitano Porto gli alberi e l’armatura di un nuovo Vascello (il Sannita) abbatté pronto per la guerra a salpacele Varie genti della ciurma ridusse fuori di agire. Nelle marine napolitano continui e miserevoli naufragi accaddero, molti morti in città vi furono, e morbi gravissimi vi dominarono nelle campagne. Così che finito quello inauguroso anno migliori tempi si speravano, ma 'tali non furono; poiché nei primi dì dell’anno vegnente 1795 udissi la morte del Principe di Caramanica Viceré in Sicilia con tali voci ed opinioni tali, ch'è meglio covrirle col silenzio che renderle palesi, che ragionevole spavento nei due Regni apportò.

XXI. Innanti ch’io lascio di parlare del corrente anno 1794 riescemi piacevole dare un quadro delle truppe marittime e terrestri del Regno di Napoli, che in quel tempo erano in atto, per far comprendere come, lo Stato messo in aumento di forze, esse si trovavano: tal cosa io filò sempre, che queste s’ingrandiranno di numero; sol perche essendo in quei tempi pensiero quasiché principale quello in tal riguardo così é d’uopo ch’io ne avverta i progressi come di tratto in tratto andavan succedendo. La flotta del Re consisteva in cinque Vascelli da 74 cannoni, in otto Fregate da 36 a 4 bocche a fuoco, un Orca da 36 pezzi, 6 Corvette, e 6 Brigantini le prime da 20 ed i secondi da 1 2 cannoni, dieci Galeotte da 3 cannoni, e due Pacchebotti da 20 pezzi, in tutto sommanti 30 legni da guerra con 961 bocche a fuoco, ed altri molti piccoli bastimenti cannonieri e bombardieri. La fanteria di marina era ripartita in quattro divisioni e ciascuna di essa in quattro compagnie, che di 133 teste si componevano; le quali aggiuntivi degli uffiziali naviganti, per ogni compagnia un totale formavano di 2128 uomini, ai quali uniti 253 marinai di piazza e 470. marinari cannonieri ed altri ufiiziali dello Stato Maggiore completavano tutti 2874 uomini pertinenti al ramo di marina. Le truppe di terra formavano il numero di 51819 uomini, divisi così: due reggimenti del Real Corpo di Artiglieria sommanti 2253 individui; sedici reggimenti tra nazionali veterani e valloni ripartiti ili 48 battaglioni, completavano 17600 uomini, quattro reggimenti esteri formanti 12 battaglioni davano un totale di 6800 persone; 20 compagnie di truppe provinciali donavano il numero di 15240 tester; otto reggimenti di cavalleria ciascuno di otto squadroni numeravano 5388 cavalli; e tra Guardie del Corpo a cavallo Alabardieri Invalidi, Fucilieri di campagna e Cacciatori Reali altri 4337 uomini atti alle armi no, che in tutti sommavano il sopradetto numero, al quale aggiuntovi il completo delle truppe di mare formavano 54693 combattenti 5 comandati da un Capitan Generale, da dieci Tenenti Generali, da due ispettori pella cavalleria l’uno, pella infanteria l’altro, da diecinnove Marescialli, e da quaranta Brigadieri.

È a questi giorni che Filippo de Martino Abate per onore conferitogli da Papa Pio VI. socio della Reale Accademia di Napoli delle Scienze e Belle lettere e di molte altre fondate in Italia ed in Germania, colmo di Cristiana virtù terminò la sua vita con dispiacere di quanti lo conobbero. Pressoché in tal tempo il Marchese Giuseppe Palmieri dei Marchesi di Malignano poiché vinto da lunghe fatiche sofferte, infievolitasi la sua non vigorosa saluta venne colpito da insanabile malore, che il tolse di vita: aveva egli seguite le insegne di Bellona e di Marte, e indi dettate aveva le norme della difficile arte della guerra, le quali furono molto encomiate dal Gran Federico II. Re di Prussia; era egli poscia, per aver lasciata la militare carriera, eletto Consigliere delle Reali Finanze in Napoli, ministero nel quale si diportò con sommo zelo ed attività, molte disposizioni donando, le quali senza far danno al Regio Erario riuscirono assai utili alla intera popolazione del Regno. La sua somma dottrina non fu disgiunta da somma modestia, non curando la vanità letteraria cui aveva tutto il dritto di aspirare. Attivo ed instancabile nell’adempimento del suo uffizio, trascurò qualunque sollievo, e quelle adulazioni di coloro, che agognando un impiego cercano di ottenerlo con le smodate lodi e col più vile corteggiamento. Religioso ed al Sovrano, devotissimo, fu sempre dal medesimo meritamente riguardato con somma benignità,

XXII. Accadeva à questi tempi anco nella Sicilia un certo tramazzo, poiché in Palermo una congiura fu Ordita da pochissime persone alla società ignote, diretta dall’avvocato Francesco de filasi, dal Barone Porcaro, e dal capomaestro Patricola: avevano i congiurati divisato di trucidare in una processione, che il Venerdì Santo si faceva, e che tuttavia ancora viene eseguita, il consesso, che Sacro Consiglio, chiamavasi, composto dall’Arcivescovo di Palermo Presidente dei Regno di Sicilia, e dei primari Magistrati. Messa in tal guisa, la costernazione nei buoni tutti, gli aderenti alla trama sonar volevano le campane a stormo suscitare il popolo a tumulto; ed un governo sul modello della Repubblica francese stabilire. Rivelata però la trama da uno dei complici furono essi per la maggior parte arrestati; il De filasi fu decapitato, alcuni impiccati, ed altri ancora furono rilegati in su le galere; ma il Porcaro considerato da molti come il principale fautore della congiura si nascose e fuggì.

In mezzo ai riferiti guaì pure conforto a noi apportavano le gesta delle nostre navi, che agl’Inglesi uniti nel mare di Savona combattevano il francese navilio da Tolone uscitone a portar guerra e sbarcar soldati su le coste dello Stato Pontificio. Erano pari le combattenti forze, maggiore l’arte e la fortuna dei nostri, cosicché i francesi dopo aver perduti due Vascelli il Ca-ira ed il Censeur ed un Brigantino, conquassati e vinti tornarono al porto. Per sì bella azione dall’Ammiraglio Hotham capo dell’Anglo-napolitana flotta fu assai lode donata ai nostri, oltremodo encomiando particolarmente la intrepidezza ed il sapere del Capitano Francesco Caracciolo dei Principi di Atena comandante il Vascello il Tancredi.

Noteremo del pari, che nell’anno medesimo essendosi inviata a richiesta di Lord S. Vincent nei mari di Genova una divisione di leggieri legni, sotto il comando del distinto uffiziale Matteo Correale, per unirsi in azione alla squadra capitanala da Nelson, in vari scontri che ebbe essa con le navi nemiche francesi, meritò sempre i più segnalati elogi da quel valentuomo di mare pel coraggio dimostrato dagli uffiziali soldati e marinai, e per la somma perizia.

In Luglio ed in Agosto ora trascorso anno millesettecento novantaquattro dal nostro Regno fu spedito in Lombardia un corpo di cavalleria onde congiungersi cogli Austriaci per fare comune causa contro dei francesi (duemila e quattro cento cavalli); esso componevasi di tre Reggimenti, cioè Re comandato dal Principe, d’Hassia Philipstall, Regina da Melch, è Principe da Federici, tutti sotto |a direziono del Generale Principe di Cutò è del Brigadiere Ruitz: imbarcatasi questa gente in Napoli fece sbarco a Livorno, di dove per le montagne del Modenese giunse in Lombardia. Nel cominciare poi del Marzo corrente anno il Reggimento di cavalleria Napoli comandato dal Colonnello Pinedo partì per terra per la via degli Abruzzi prendendo anch’esso la volta della Lombardia onde raggiungere gli altri tre predetti corpi, e seguitando la rotta per l’Adriatico per Fermo, Ancona, Rimini, Forlì, Bologna, Modena ec: colà ne andò.

XXIII. Ma lasciando sì fatti argomenti mi rivolgo a narrare cosa patria di pubblica economia é di pubblica ammirazione, e però meritevole di essere posta infra questi ragguagli. Il Vescovo di Mileto colpito dallo stato lagrimevole in cui trovavasi la sua diocesi e Fiuterà provincia, ricorse alla pietà del Re per ottenere provvedimento atto ad arrestare i rapidi progressi di un male, che sembrava dover giungere in breve tempo ad irreparabile eccesso. Volle il Re esatta informazione della cosa, ed ecco come il Vescovo mostrando qual fu una volta la Calabria fiorita ed opulente ed in al fora prossima a precipitosa rovina, isvolgendo indi con chiarezza e virtù le cause di tanto danno fece vedere essere ciò avvenuto, sì per la deteriorazione di tanti fondi incamerati al clero, sì pella cessata industria di molli articoli, che per la decadenza del commercio, pe’ discapiti del fisco, pei disaggi della vita, inevitabile risultato di una miseria già divenuta eccessiva ed insopportabile, collo scemamente della popolazione, attes’i disastri terribili del terremoto avvenuto nell’anno 183 per le frequenti infermità, che la scarsezza degli ospedali diventar facevano incurabili. Si doleva ancor’esso Vescovo della poco cura degli espositi, della penuria di opportuni soccorsi, causa che faceva emigrare i poveri e cessare i matrimoni: rappresentava del pari che l’ignoranza, il malcostume, l’irreligione, il fanatismo del tempo con tutte le sue più serie conseguenze, fare non ordinari progressi; tante ed altre cose gravi pur anco diceva Egli far trovare la Calabria in procinto di perdersi poiché il commercio trovarsi molto danneggiato, avere discapito i dazi, il prezzo delle derrate aumentare e la provincia chiamata altra volta l’india del regno diventare insufficiente a se stessa e gravosa allo Stato. Una relazione tanto sensata quanto veridica ottenne un felicissimo successo avvegnacché fu volere del Re di abbolirsi la Cassa Sagra, che comunemente in Calabria chiamavasi la seconda calamità della provincia, e che altro in vero non era che il sopprimere tutte le industrie, diminuendo la quantità de’ prodotti almeno per la metà; ordinando, che i fondi fossero restituiti ad un numero ristretto di religiosi, i quali non tanto amministrassero quei beni, quanto ancora accudissero al culto ed alla istruzione nei Seminari e nei Collegi, e nelle Scuole da stabilirsi, pila cura religioni sa degl’infermi ed all’adempimento di tutte le opere pie ed utili per le quali sarebbero prescelti, e ciò lutto sotto la direzione dei Vescovi dovendo in oltre i Monisteri rispettivi soddisfare ai pesi addetti fin’ora alla Cassa Sagra in sollievo della provincia. Ordinava il Re, per queste cose aver luogo, un visitatore generale delle Calabrie, il quale prendesse conto e cognizioni sul luogo dei beni, che costituivano i fondi applicati alla Cassa Sagra, tanto in amministrazione attuale, quando. censiti, e vedere i loro pesi e formare nota de’ venduti, e fissare nuova amministrazione; facendo ogni altra necessaria ed utile cosa pel vantaggio della provincia. A questa commissione importante di molto deputato veniva il Marchese di buscatalo, che cola recandosi oprò, per quello che il tempo ne permetteva, il risarcimento della provincia, che al pari delle altre il suo. antico opulente stato rivide.

Avviene in questo anno e propriamente. nel 31 agosto, che Saverio Mattei gravato da somma difficoltà di respirare, che nella sua durata cronica non gli lasciò un solo istante libero, cessò di vita d’anni 53 all’incirca. Fu egli uno di quei rarissimi fenomeni, che somministra la storia letteraria, di essersi, cioè unite in una medesima persona quelle due facoltà le quali non sono state mai amiche fra loro, anzi sempre all’intuito contra. rie, voglio dire, la giurisprudenza e la poesia. Nato poeta, ed alle muse dedicalo fin dalla sua tenera età, fu da quell’accollo non solamente, ma carezzato con somma parzialità, in guisa che, come altri seguaci di Apollo, avrebbe dovuto consagrarsi tutto al poetate; ma con esempio ben raro volle mostrarsi non meno amico di Temi, anzi di questa cultore esimio, fino ad esserne guiderdonato molto largamente. Di lui, sembrandomi mollo acconcio, e formandone il più bello elogio, io ripeto, ciò che graziosamente ha scritto il dotto Svedese Giona Biornesthal nelle sue lettere intorno a’ suoi viaggi Sparlando di Napoli egli dice “di aver ivi trovato un uomo, che da filologo insegnava sulla Cattedra lingue orientali, toccava l’arpa e cantava salmi di profeta, e guadagnava contemporaneamente gran denaro arringando da abilissimo avvocato”.



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CAPITOLO III

Napoleone Buonaparte al Comando dell armata d’Italia: cenno sulla nostra cavalleria spedita in Lombardia. — Pensamenti di Buonaparte sul Regno di Napoli. —Invito fatto da Ferdinando alle popolazioni per l’aumento delle forze del Regno; e come questo accetto. —Attaccamento della popolazione ai propri Sovrani si cerca dal Governo congiungere le armi spirituali alle temporali pel buon fine della guerra. —Il Re si porta all’Arcivcscovado per pregare l’Altissimo per la sopraddetta causa; prammatica di rigore emanata contro i nemici interni da valere lino à nuovo ordine. —Partenza del Re per gli accantonamenti; invio di un messo al campo di Buonaparte per sospensioni di offese. — Il messo passa a Parigi per trattare di pace definitiva; lettera del Direttorio a Buonaparte, altra di Buonaparte al Direttorio. — Trattato di pace conchiuso tra il Regno delle due Sicilie e la francese Repubblica. — La Cavalleria napolitana si ritira dalla Lombardia; matrimonio del Principe Ereditario. — Il Marchese del Gallo Ministro napolitano alla Corte di Vienna, cerca vantaggi per la sua Corte. —Organizzazione dell'armata napolitana. —I francesi si avanzano nello stato Pontificio; il Re Ferdinando si dispone di nuovo alle armi: si riconosce dalla Corte di Napoli la Repubblica Cisalpina. Morte dal Marchese Stefano Patrizj.

Fermo sempre nel mio proposto riescemi piacevole ora, che il tempo ne corre mettere a chiara luce quelle onorevoli gesta oprate dai quattro Reggimenti di nostra cavalleria spediti, come d’innanti io dissi, per militare in colleganza degli Austro-Sardi; farò ciò riunendo tutte le epoche in questo medesimo punto quantunque per esattezza cronologica di talune di già. avrei dovuto farne motto. Ben so, né è mestieri, che qualche aristarco mi avverta quanto sminuisca l’importanza di tali gesta il confronto delle gigantesche e strepitose pugne contemporanee, che faranno credere all’avvenire quasi favolosi i tempi trascorsi: non di meno avviso essere debito sacro, ed amore di carità di patria per me, che tanto mi sono addossato, il registrare le memorie, che tornano a gloria della nazione, acciò i posteri, più giusti dei viventi, e di quella generazione, che va estinguendosi, trovino in esse la pruova di fatto, che non mai tra napolitani fallì il coraggio, comunque per colpe non nostre, come io dimostrerò, ci fosse stata spesso avversa la sorte nelle armi.

Il Direttorio della Repubblica francese segnata la pace con la Spagna in Basilea faceva passare a gran fretta numerose ed agguerrite schiere dai Pirenei alte Alpi, e confidava il dominio supremo dell’esercito d’Italia a Schérer togliendolo a Kellermann, che gravissimi errori aveva commessi nella condotta della guerra. Era al comando dell’esercito austriaco il Generale Devins ed alla obbedienza di esso si metteva anco la divisione di Cavalleria napolitana: le schiere Piemontesi dipendevamo dagli ordini del Barone Generale Colli. La campagna del 1795 si apriva con favorevoli auspici ai collegati, avendo essi occupato dopo vari combattimenti, S. Giacomo, Vado, e Filiale, luoghi che in comunicazioni li metteva con la Squadra inglese del mediterraneo: ed in una di queste fazioni appunto il nostro reggimento Re facendo con onore le sue prime armi, aveva sforzati alcuni battaglioni francesi a sgombrare, con non lieve perdita di loro bravi, le forti posizioni occupate presso Toirano. Non appena Schércr ebbe assunta la suprema autorità su le truppe della repubblica, at tacco con tutte le sue genti l’esercito austro-sardo e su quello vi riportò completa vittoria in Loano; per tal cosa la Corte di Vienna facendo colpa della perdita della battaglia a Devins vi surrogò il Generale Beaulieu; ed il Direttorio francese malcontento, perché non aveva Schérer saputo trarre i vantaggi tutti, che avrebbe potuto dalla vittoria ottenere, gli diede a successore il Generale di Artiglieria Napoleone Buonaparte giovane d’ingegno sublime e di audacia grande; un più brillante raggio surse allora per la francese armata d’Italia; il giovane guerriero ispirava molta fiducia nell’armata sua, ed i fatti precedenti di Tolone in cui tanto crasi distinto, per locché dire puossi la Francia più che ad ogni altro essere a lui debitrice della riconquista di quella importantissima marittima piazza a viemaggiormente ispirargliene cooperavano: in meno d’un mese l’esercito di Francia, sotto di un tanto Duce, giralo aveva attorno le Alpi, guadagnato tre battaglie ed altri parecchi combattimenti. Le vittorie di quest’armata, ogni giorno aumentandosi, per ogni dove rimbombar si udivano; ed ai piedi del Vesuvio il nome di Buonaparte, pari che altrove, metteva spavento.

La disfatta ricevuta dai Piemontesi a Montavi, immergendo nella massima costernazione il loro Re, fu causa di venire ad accordi a qualsiasi condizione: del che avvertito Beaulieu pensò essere in tal frangente indispensabile, alla salvezza delle sue genti, l’impadronirsi per sorpresa delle fortezze di Alessandria, Tortona e di Valenza, fortezze che la Corte di Torino non aveva consentito a fargli occupare amichevolmente quantunque spesse fiate richieste: a recare in atto questo divisamento il Supremo Generale austriaco dispose che il Generale Pittony con la sua brigata avesse sorpresa Tortona; che due reggimenti di usseri portandosi verso di Alessandria si fossero introdotti all’improvviso in quella Piazza; che il nostro reggimento Re avesse occupato Valenza; delle quali tre operazioni solo quest’ultima fu 'menata a buon successo quantunque da più ristretto numero di truppe eseguita, perché oprata con prontezza, intelligenza ed audacia, qualità tutte necessarie per operazioni di tal natura, maestrevolmente mosse dal prode Colonnello Principe d’Hassia Philipstall e del meritevole Tenente Colonnello Fardella: la sorpresa di Alessandria e di Tortona andò fallita del tutto, avendo gli austriaci, col lento loro moversi, dato tempo ai presidi di levare i ponti e di mettersi sulle difese.

XXV. Nel frattempo essendosi conchiuso l’armistizio di Cherasco, fra gli altri patti di quella rovinosa tregua volle il Generale di. Francia, che Valenza fosse dai napolitani sgomberata sollecitamente e posta in potere di sue armi, e ciò pei far credere a Beaulieu che, di la intendeva esso effettuire il passaggio del Po, qual cosa ebbe immediata esecuzione, e da quel punto in poi i quattro reggimenti di nostra cavalleria seguirono i movimenti immediati dell'esercito austriaco. Buonaparte correndo con le sue genti verso Piacenza, il Maggio vi arrivava col suo antiguardo, e come opinava veramente colà valicare il Po e non a Valenza ove aveva dato a credere all'austriaco Duce, e dove questo si era gagliardamente stabilito, così di un tal corpo avanzato, composto di 3500 granatieri, 1500 usseri e tre batterie di artiglieria leggiera all’obbedienza del Generale Laharpe ne aveva staccati 500 di quei fanti sotto il Colonnello Lanues e passar li aveva fatti al di la del fiume; indi in poco d’ora tutto l’antiguardo trovavasi tra la sponda del fiume e Fombio, e quivi, in quel luogo medesimo, rannodando si andavano a misura, che giungevano, tutte le schiere dell’esercito di Francia. Beaulieu allorché seppe fallite le sue previsioni, ed inutili vide divenire tutt’i munvmcnli di ogni maniera fatta in Valenza per la presupposta intrapresa del nemico per rimediare alla sua troppo grande credulità, marciar fece con passi celeri da Pavia, ove il suo Quartier generale si trovava, verso Fombio una divisione di sei mila uomini sotto gli ordini di Liptay, con la speranza, che arrivale potesse a tempo, onde assalire il nemico nell’alto dello sbarco: era all’antiguardo di quella divisione il reggimento di nostra cavalleria Regina il quale precedendo di buon trotto la colonna giunse il primo presso Fombio ed assalite risolutamente le guardie avanzate del nemico le obbligò ad indietreggiare; dei battaglioni di granatieri comandati da Lanusse, per rattenere l’impeto di questi cavalieri si formarono in quadro, ma quei bravi nostri connazionali, rafforzati da pochi usseri e da due pezzi di artiglieria leggiera, ruppero quella disposizione dopo un ostinato ed aspro combattimento in cui ebbero meglio di 60 sott’uffiziali e soldati tra uccisi e feriti, e tre uffiziali graveolenti feriti, tra i quali il prode capitano Principe di Moli temo. Un ordine del giorno del Generale austriaco colrpò di lode i napolitani cavalieri pel valore brillante da essi mostrato in quella fazione.

Il Generale Liptav fatto certo, che tutto l’esercito di Francia era passato al di qua del fiume, fece pensamento di fortificarsi con gagliardia in Fombio, e tenere cosi a bada il nemico in sino al giungere di Beaulieu, che supponeva, che lo seguisse con marcia rafforzata: Buona parte avendo penetrato l’intendimento del Generale austriaco, vide subito il grave pericolo cui si sarebbe esposto, se obbligato fosse stato a sostenere una battaglia avendo alle spalle un gran fiume, epperò ad ogni costo determinò scacciare da Fombio il nemico: per tanto mandovvi io battaglioni comandati da Dallemagne, Lannes, e Lanùsse; a questo impetuoso attacco valida ed ostinata resistenza opposero per più tempo gli austriaci, ma vinti dal sempre ere scelte numero di contrari, e non arrivando mai Beaulieu per sostenerli, risolvette Liptay, da necessità vinto, di. sgomberare Fombio e ritirarsi verso Pizzighettone; in questo movimenta retrogrado il nostro reggimento Regina passato dall’antiguardo al retroguardo, perché agli alleati è sempre serbato l’onore dei maggiori pericoli, respingendo in ogni rincontro gli attacchi impetuosi di numeroso nemico, ed oprando prodigiosi sforzi e personale valore, atteso il suo parco numero, da assai agguerriti squadroni esso soltanto sostenne l’urto, che da'  ogni lato si minacciava dal vincitore sulle austriache truppe, di modo, che in perfetta regola l’operazione di ritirata venne eseguita, essendo questo corpo l’ultimo a valicare l’Adda ed entrare in Pizzighettone, ricevendo, in quegli scontri altri tre uffiziali feriti, e quaranta tra sott’uffiziali e soldati uccisi e feriti. Il Generale austriaco con altro ordine del giorno facendo onorevolissima menzione della bella condotta del Reggimento Regina altamente Io ringraziò.

XXVI. Mentre queste cose avvenivano il Supremo Generale austriaco marciava col nerbo del suo esercito in soccorso di Liptav ed alla testa del suo antiguardo era il nostro Reggimento Re, che avanzando prestamente sulla strada di. Codogno s’introdusse nella città credendola occupata dal corpo d. cl Generale, che si voleva sostenere, quandocché eravi invece stanziata la divisione francese di Laharpe, cui il Sommo Generale, di Francia aveva dato carico di tener d’occhio le mosse di Beaulieu: sorpresi io prima i francesi, corsero tosto alle armi, ed accerchiarono il primo squadrone del detto Reggimento, il solo che si era internato nella città, ma i nostri animosi soldati, senza punto sgomentarsi si fecero largo con la sciahla in pugno, e raggiunsero i loro stendardi a prezzo di molto sangue. Il Generale Laharpe accorso a riconoscere la causa dell’allarme rimase ucciso ‘nel trambusto» Beaulieu vedendo allora l’essere giunto troppo tardi in soccorso di Liptay sospese la sua marcia ed in ritirata si pose; ma comecché in tale operazione era d’uopo il passaggio dell’Adda così prescelse Lodi per punto del suo divisamento: i nostri due Reggimenti Re e Principe vennero messi secondo il consueto al retroguardo, ed in tal posto guadagnando sempre in nome, perdettero molta gente combattendo ad ogni, piè sospinto col nemico, il quale non appena seppe, che gli austriaci si ritiravano corse sulle loro traccie e non cessò d’incalzarli, se no» ai ponte, di Lodi, che la nostra cavalleria fu l’ultima a traversare.

 Non appena i francesi avevano effettuito il passaggio dell’Adda, che tosto occuparono Pìzzighettone, ch’era stata abbandonata da Liplay ad mi debole presidio, il quale dopo qualche giorno di resistenza si ritrasse a gran stenti a Cremona protetto sempre con perizia da un distaccamento. del nostro Reggimento Regina, ‘che si ritirava da un posto ove era stato lasciato al confluente dell’Adda e de] Pò. Dopo la sanguinosa fazione seguita al passaggio dell’Adda gli austriaci si ritrassero a gran fletta per gli stati Veneti a Crema avendo «sempre in retroguardo i nostri Reggimenti Re e Principe obbligati a respingere non senza spargimento di sangue un nemico poderoso, che con furia estrema gl’incalzava nella loro ritirata. E siccome temeva a ragione Beaulieu, che i francesi avessero potuto mozzare il passo al suo esercito occupando il ponte sull’Oglio, così a causare il pericolo vi lasciò a guardia il Tenente Colonnello Fardella con due squadroni del Reggimento Re, obbedendo ad esso anche due battaglioni di granatieri ungheresi e quattro pezzi di leggiera artiglieria: bello attestato di confidenza per la nostra truppa, perciocché dal. la custodia di quel posto importante dipendere poteva la salvezza dell’austriaco esercito. Il Tenente Colonnello Fardella, che attaccato più volte dal nemico sempre virilmente respinto lo aveva, tostocché conobbe la ritirata di Beaulieu e delle altre sue divisioni dietro il Mincio, perché a tutta possa inseguiti dai francesi, giudicando essere inutile più il tenere quel posto, fè saltare in aria il ponte da esso tenuto in guardia, ed incendiate quante barche si trovavano sulle sponde del fiume raggiunse col suo piccolo corpo intero ed in contegno, quantunque spesse fiate molestato da’ contrari, l’esercito austriaco posto tra il lago di Garda e Mantova, avendo la dritta a Peschiera, il centro tra Valleggio e Borghetto, dove si trovava il nostro Reggimento Regina, e la sinistra a Coito luogo ove i due Reggimenti Re e Principe vi stavano: il Reggimento Napoli era in riserva tra Villafranca e Castelnuovo.

XXVII. Buonaparte volendo far credete a Beaulieu il volere marciare perla parte superiore del lago di Garda per tagliarli il cammino del Tiralo, aveva fatto occupare Desenzano e Salo ma in effetti marciando verso Borghetto voleva impadronirsi del ponte e passane. il Mincio: accortisi di ciò gli austriaci vedendo avvicinare i francesi tagliarono il ponte e cominciarono a fulminarli dalle loro batterie postate sulla sinistra sponda del fiume: arduo divenne per i francesi il momento, ed a niun riuscimento sarebbe andato il colpo, se il prode Generale Gardanne impaziente di venire alle mani non si fosse gittato il primo nel fiume, avendo l’acqua sino alla bocca; fu allora, che 'buon numero de’ suoi granatieri fatti bersaglio delle nemiche artiglierie lo seguirono con entusiasmo indicibile: quelli che non trovarono la tomba nel fiume arrampicandosi alla opposta sponda assalirono come leoni il nemico, il quale sbalordito di tanta audacia si ritirò prestamente dentro Valleggio. Quivi giaceva gravemente ammalalo in letto il Duce Sommo degli Austriaci Beaulieu e sarebbe infallibilmente caduto nelle mani de’ francesi, che ristabilito con prontezza il ponte sul Mincio prorompevano a torme entro. Valleggio, se due squadroni del napolitano Reggimento. Regina slanciati' non si fossero impetuosamente in mezzo al nemico, e non l’avessero tenuto a bada sinché potè mettersi in salvo l’infermo Generale: i francesi indispettiti del fallito colpo con furia estrema si avventarono contro i nostri valorosi cavalieri, i quali combattendo alla spicciolata come in tanti duelli riuscirono a raggiungere il loro Reggimento, scemali di buon numero di vittime della generosa azione.

Frattanto il generale Melas, che assunto aveva il comando delle austriache genti, incalzato dal nemico si pose in ritirata. per Castelnuovo, affin di riparare dietro l’Adige, dopo di avere rafforzato di sei in sette mila uomini il presidio di Mantova. La cavalleria francese comandata da Murai sboccando da Valleggio assalì gli austriaci nella loro marcia, ed il nostro Reggimento Regina già di molto indebolito per le gravi perdite sofferte si trovò, in un baleno accerchiato da un denso nugolo dì quattordici squadroni di contrari: né per questo trepidò un solo istante, che anzi pugnando valorosamente si aprì un varco tra le fitte schiere francesi, e raggiunse gloriosamente l’esercito dietro l’Adige. In questa sanguinosa mischia caddero sul campo feriti ed indi furono fatti prigionieri il Maresciallo di campo Principe di Cutò, il Tenente Colonnello Colonna de’ Principi di Stigliano, tre uffiziali e circa 56 sott’uffiziali e soldati; ne rimasero uccisi altri 50 tra’ quali il prode Capitano Basurèi. Questo fatto d’armi procacciò molta gloria al Reggimento Regina, il quale, attese le altre perdite sofferte, rimase poco meno che distrutto. Gli altri napolitani Reggimenti Re e Principe destinati a proteggere la ritirata del corpo austriaco che da Goito marciava verso l’Adige dopo avere sostenuti, vari gagliardi combattimenti di retroguardo contro la cavalleria francese passarono quel fiume a Rivoli, ed il 3t Maggio lo valicarono gli ultimi, cioè i residui del Reggimento Regina i quali cessato non avevano di combattere proteggendo la ritirata dell’ala destra dell’esercito austriaco provvedente da Peschiera.

Il primo di Giugno tutt’i quattro Reggimenti di nostra cavalleria, di cui aveva assunto il comando il Brigadiere Ruitz ebbero l’ordine di marciare per la volta del Tirolo, d’onde si ritirarono dopo poco tempo, negli stati Veneti per effetto dell’armistizio, che ne discorreremo. A tutte le esposte cose, io' aggiungo in comprova stabile del mio assunto, e ciò oltremodo sufficiente parmi, che Buonaparte in mezzo de’ suoi trionfi essendo passato per Brescia nel tempo, che in aspettazione del risultamene lo de’ negoziati di Parigi vi stanziava uno dei nostri Reggimenti di cavalleria, invitò alla sua mensa il Brigadiere Ruitz con tutti gli uffiziali di quel corpo, e dopo mille cortesie usale a ciascuno di essi in particolare durante il desinare, Caduto per caso il discorso sopra i recenti strepitosi avvenimenti, rivolgendosi egli al Brigadiere gli disse cori. contento ed amabilità:Generale, mi sono bene avveduto, che tra i nostri nemici mancavala vostra bella e buona cavalleria perché la vittoria ci è stata poco contrastata:Parole queste, che pronunciate da un tanto uomo di guerra basterebbero esse solo ad onorare i nostri valorosi soldati che militarono in Lombardia. Onore dunque a quei nostri bravi, che comunque nuovi alla guerra ancor essi, come i loro. compagni di Tolone, seppero col loro coraggio procacciare, bella fama ad essi medesimi, all’esercito, alla nazione; e far rispettare i dritti del proprio Sovrano, nell’armistizio le nelle trattative di pace, da una nazione che non ne rispettava alcuno!

XXVIII. Già Buonaparte gli ostacoli tutti abbattendo nell’alta Italia 'costretto aveva, come veniamo di esporre, gli austriaci a ripiegare pello Stato Veneto sulla Germania, del che tutto il resto d’Italia, con i suoi piccoli Stati all’invasione francese intieramente aperto restava ed alle proprie sue debolissime forze abbandonato. Mentre così propiziamente cogli austriaci Buonaparte guerreggiava, a tutta possa accingevasi a rivoltare il rimanente dell’Italia; a tal fine al ventinove Aprile, al Direttorio scrisse “essere sua intenzione di passare il Po ed entrare bel Milanese; togliere delle contribuzioni dai paesi che percorreva, e trovarsi in posizione contro Napoli e contro l’Austria, attraversando il Tirolo prima di ricevere da Parigi risposta, inviando una dozzina di migliaia d’uomini verso Roma: () ed allorché il Direttorio sembrandogli un sì vasto disegno, cosa di troppo ardore giovanile, gli rispose che per porre ad esecuzione sì grande progetto era d’uopo le armi dividere lui alquanto andato in disgusto fece conoscere giudicare essere cosa molto imprudente il dividere in due corpi l’armata d’Italia, ed essere alla Repubblica assai dannoso il mettere in piedi due Generali, che la spedizione contro Livorno, Roma e Napoli essere impresa di piccol momento per la posizione ed operazione militare, e doversi e potersi fare da truppe ordinate per divisioni a scaglioni, in modo da potere, mediante un movimento retrogrado trovarsi in fioza contro gli austriaci e minacciare di avvilupparli alla minima mossa, che da loro si facesse.” () A tale vasto piano data l’approvazione il Direttorio, o perché convinto di ciò che da Buonaparte si era detto, o perché iniprudenza credeva il disgustare un tanto vittorioso Comandante ebbe subito esecuzione, e quindi derivonne il rapido avvicinamento dei repubblicani ai confini nostri.

XXXIX. Il Re di Napoli di quanto sopra abbiamo detto, da Buonaparte opinato, aveva conoscenza ed il pericolo in che era condotto il suo Stato ben comprendeva. Per tali cagioni con estremi sforzi le sue terre cercava provvedere, ordinando che trentamila soldati ad alloggiare ai confini verso lo Stato Ecclesiastico andassero; ma per maggiore sicurezza di questo corpo avanzato altre truppe comandava, che si tenessero pronte a marciare e si approntassero di tutto punto: per sempre più aumentare le sue forze invitò tutta la nobiltà dei due Regni a montare a cavallo come già in Polonia si praticava, ove nei più urgenti casi intima vasi il Pospolita a difesa della patria e del regno. A tale invito tra nobili e gentiluomini di ogni classe nei due regni un numero raccolsesi di giovani di quattrocento circa, ed avresti creduto vedere uno di quei drappelli di paladini descritti dal Tasso, per la bellezza dei cavalli, per l'eleganza degli arnesi e pel contegno marziale dei nobili cavalieri, i quali prendendo titolo di Nobili volontari a loro spese il militare servizio intrapresero sotto i regi stendardi, avendo l'onore di essere comandati da S. A. R. il Principe D. Leopoldo secondogenito del Re, il quale perché fanciullo epperò non potendo adempire all’incarico di comandante di questa scelta milizia, fu dato il carico della guida di essa al Maresciallo di Campo principe di Canneto Gironda Alfiere delle Reali Guardie del Corpo. Questi giovani alunni di Marte sebbene di semplici soldati di cavalleria servizio prestassero, erano però stati tutti del grado di Alfieri insegniti, come quelli, clip destinati dovevano essere a custodire la sacra persona del Re, allorché in campagna uscito fosse per mettersi alla testa dell'esercito suo.

Questo esempio della nobiltà effetti produsse molto favorevoli per la difesa del Regno, poiché non solo il primitivo ceto personalmente prestassi pel comune pericolo, ma le altre classi tutte della nazione attestati anche spontaneamente offrirono al Sovrano della loro non equivoca fedeltà, altri corpi di fanteria formando; fra quali uno fuvvene distinto del pari ed assai numeroso, la maggior parte di ben nate persone composto, le quali quantunque non del nobile ceto v col nome di Volontari della. Regina vennero onorati, e dal regio Erario pagati come le altre truppe, a loro spesa si armarono ed equipaggiarono.

XL. Nè ciò solo fu. il prodotto del sopradetta esempio della nobiltà, ma fu questi benanche seguito dalla offerta di ’alcuni signori e ricchi proprietari di formare ad intrapresa loro dei Reggimenti sì di cavalleria che di fanti nazionali, con i guati a raddopiare quasi vennesi l’esercito. In fatti il Conto di Caltanisetta Moncada figlio del Principe di Paterno siciliano, il Duca di Roccaromana D. Lucio Caracciolo, il Principe di Moliterno teste nominato D. Girolamo Pignatelli, il Principe di Leporano D. Giovanni Muscettola, ed il Marchese D. Federico Palmieri, i primi tre formarono due Reggimenti per cadauno della forza di seicentocinquanta cavalli per Reggimento, e gli altri due un Reggimento per cadauno d’una pari forza, tocche la cavalleria di linea montò al numero, compresi gli altri otto corpi dell’armata, di undici mila uomini circa. In quanto poi alla fanteria il Principe di Roccafiorita Buonanno figlio del Principe di Cattolica siciliano, il Marchese Piscicelli, il signor D. Gabriele Frascolla, ed il Principe di Sperlinga anche siciliano, dei Reggimenti di linea di quest’arma formarono di tre battaglioni ognuno: ed oltre tali forze aumentato, siccome molli possidenti e signori presentarono al Re ed offrirono ad esso non pochi uomini a toro spesa armati e Vestiti, di questa imponente massa altri sei battaglioni se ne composero di Cacciatori, tra i quai il primo ebbe nome di Cacciatori di S. R. il Principe Ereditario, che fornito di tutto l'occorrente; il secondo venne riunito da Bernardo Bologna Beccadelli dei Marchesi della Sambuca siciliano, il terzo dal Marchese della Schiava Mastrilli, e gli altri da altri personaggi molti.

XLI. Tutto questo forze estraordinariamente riunite in tal modo, chiaro troppo ad evidenza provavano l’attaccamento della nazione, e l'affezione ai propri Sovrani; e se l’effetto della medesima alla buona intenzione corrisposto avesse, certo che. nulla o ben poco a. temere della nemica forza avrebbesi avuto. Ma questi medesimi mezzi di difesa di perfetto detrimento al buon risultato riuscirono, avendo a combattere un nemico, non solo armato e più dei napolitani nell’arte della guerra sciente, ma insidioso, sovvertitore di ogni dritto delle genti e di ogni onorato principio: in fatti questa istessa forza riunita, e di quasi tutto il maglio della gioventù del regno composta, ad altro non servì, che a facilitare ai francesi la maniera di corromperli e pervertirli per mezzo dei. oro emissari in quella occasione e nascostamente introdotti nel regno, o preesistenti in esso,: siccome fin di sopra avvertimmo; locché difficilmente essi ottenuto avriano qualora questa gente dispersa essendo nelle famiglie rispettive tentato avessero d’individualmente sovvertirli; e con ciò in veleno cambiarono quello, che essere doveva farmaco di salvezza pel regno, indebolendo, anzi inutilizzando una sì gran parte del suo vigore.

Volendo in altro modo il Re sprovvedere agli indicali bisogni, le armi spirituali alle forze temporali cercava congiungere, scrivendo ai Vescovi ed ai Prelati del. Regno lettere circolari con cui ammonìvagli, e con patetiche parole, gli esortava a far sì che le popolazioni movessero a prendere le urtili in così giusta in così santa impresa. Ed in tal guisa parlando il Re ai Vescovi ed ai Prelati del regno, ai sudditi suoi rivolgevasi con molte istanti espressioni, ed ammonivali dicendo “sarebbero vincitori in questa guerra, se a loro tasse a cuore difendere se stessi, il Re, le Chiese, i Ministri del Signore, le mogli, i ligli, e le sostanze loro”. ().

XLII. Ma perché in tempi di tanta costernazione i popoli per l’amore della religione alla difesa dello Stato vieppiù s’(infiammassero, in un giorno prestabilito conducevasi il Re con la Real Famiglia, i grandi della Corte i Ministri ed i Magistrati, accompagnandolo una gran moltitudine di popolo all’Arcivescovato, e fu sì che il vasto tempio non capiva la folla dei supplicanti, e dove toccando gli altari pregava il Signore a dargli forza onde poter sostenere la intrapresa guerra, e così alla presenza del popolo ad alta voce invocava.

“Grande Iddio! Ecco colui che avete costituito al governo di questi fedelissimi sudditi alla presenza Vostra Santissima: se alla vostra Divina Maestà di sgravarmi da un tal ministero piacesse, alla vostra volontà di buon animo mi soscrivo. Ed affinché si sappia e da ciascuno si vegga, che questa protesta sia stata da me con tutta la rassegnazione fatta, ecco che mi tolgo dalle spalle la clamide, dalle mani lo scettro e dalla testa la corona, e tutte queste reali spoglie sulla mensa del Vostro Altare le ripongono, vicino appunto al tabernacolo dove Voi risiedete come in Paradiso. A Voi dunque le lascio, a Voi le affido, a Voi le consagro acciocché ne abbiate ad essere il custode”. Tali commoventi parole una emozione grande produsse negli animi degli astanti, ed un grido unanime polla conservazione del Regno, e per la sicurtà del Sovrano eccheggiare da per orni dove si udì.

E perché le misure prese di forza e d’iucitamento atte si credevano soltanto contro i nemici esterni, non utili e convenienti contro gl’interni 'si volle contemporaneamente promulgare una prammatica di rigore da valere sino a nuov’ordine della quale eccone in breve il compendio. “Chiunque ardisse tener corrispondenza col nemico dover’essere punito di morte e di confìscazione di beni, condannandosi anche la sua memoria. Lo stesso doversi subire da chi ricevesse lettera, fogli, o imbasciate dal nemico, se subito nonne informasse il Governo e non consegnasse le carte. Chi usasse seduzione per fare che altri si arrendesse al nemico nel di lui avvicinamento al regno, o per favorire il nemico medesimo, o per machinare cosa contro lo Stato e le persone Reali, e chi si fosse lasciato sedurre essere reo della stessa sorte e quindi avere la medesima pena. Proibirsi ogni attruppamento di oltre dicci persone, ed in caso di essere sciolto colla forza, procedersi contro gl’individui come rei di seduzione#e tumulti. Essere condannati alla morte tutt’i rei dei sopradetti delitti quando concorresse la testimonianza di, tre correi confessi, o di due soli con un altro testimonio; non essere alcuno escluso dal rendere testimonianza nei citati delitti eccettuato l’inimico. La procedura per queste cose, doverosi eseguire con speditezza: in un sol giorno il Orco venire costituito, avere poche ore per la difesa, e procedersi alla sentenza inappellabilmente. Dispensarsi la tortura in corpus sociorum pei correi confessi e pei testimoni, bastando per essi la semplice ripetizione del loro detto: ’? prescriversi esatte misure per assicurare l’innocente della calunnia, e per dare al calunniatore con prontezza la debita pena “().

XLIII. Partiva Ferdinando da Napoli indirizzando il viaggio agli accantonamenti di S. Germano, di Castel di Sangro, di Sora e di Gaeta e con segni di grandissima allegrezza dalla sua truppa era accollo. Diveniva in quel tempo la difesa del Regno comune studio a tutti, ma come scarse e rare le cognizioni di guerra per noi erano, varie nascevano le opinioni, e molli divenivano i disegni. Divise le cure tra i capi della milizia, altri provvedevano ad una parte della frontiera, altri ad altra e però le opere e le spese moltiplicavansi; in finite idee sopra infiniti punti vagavano; dalla Storia più che dall’arte trarre si volevano regole temevas’il nemico dalle sponde del Liri e non dai monti degli Abruzzi; e per ciò campi e munimenti disponevano così, che la parte meglio guardata quella del fiume fosse. In fine molti soldati, poca scienza, nessun uso di milizia, novella amministrazione, nuovi Uffiziali, Generali poco abili come dettaglieremo e stranieri, mancanza di concetto universale in quella gente per guerra disposta vi esisteva; mali tanto gravi, per quanto in seguito infelici conseguenze se ne videro emergere.

In tanto il rumore delle occupate legazioni, Romane per parte dei francesi facendosi sentire, non che le ultime strette incuberà caduto il Pontefice, nei Consiglieri del Re la credenza inducevano, che il patteggiare più sicuro fosse delle armi, e. perciò non aspettando pure, che il Papa una definitiva pace conchiudesse, ne consentendo a trattare degli accordi con i repubblicani di concerto con Lui, fecero sì che il Re mandasse al Campo di Buonaparte il Principe di Belmonte Pignatelli onde una sospensione di offese negoziare, proponendosi poscia d’inviarlo a Parigi, affinché la pace col Direttorio si mettesse in securo. In effetto inviatosi il predetto Pignatelli al francese Generale, questi accordatisi, un trattato di tregua nel cinque Giugno conclusero, col quale si stipulava “che le ostilità tra la Repubblica francese ed il Re delle due Sicilie cessassero; la cavalleria napolitana, che unita a quella dell’imperatore trovavasi, si trattenesse nei territori di Brescia Cremoua e Bergamo fintantoché in Parigi una difinitiva pace col Direttorio firmata si fosse; le offese anche per mare si sospendessero, ed i Vascelli del Resi segregassero al più presto dalle armi Inglesi; che pure il libero passo si dasse ai corrieri rispettivi tanto per le terre proprie o dalla repubblica conquistate, quanto su quelle del Regno di Napoli”. () Accordate così le cose, i napolitani cavalieri ch'erano in Lombardia lasciando gl’Imperiali ai destinati luoghi si portarono, locché anche il nostro navilio oprò, allontanandosi da quello inglese.

XLIV. Avuta esecuzione la tregua il Belmonte Pignatelli, ricevutone ordine, qual Plenipotenziario a Parigi passò, per definitiva pace col Direttorio trattare, come testé noi accennammo; e facendo procedere i negoziati a seconda le vicende della guerra coll’Austria; il Direttorio dell’arte accorgendosi, volle i negoziali affrettare e vituperevohnente d’infame nota la fede italica tacciò; (cosa veramente da scandalo l'udire accusare d’infedeltà l’Italia da coloro, che a bella posta lite ai Principi italiani cercavan porre per cavarne denaro e distruggerli) e siccome l’armata napoletana ad essere in osservazione sulle frontiere proprie regolarmente continuava, finché la pace non stabilità acquistasse, così il direttorio esecutivo in data del quindici Giugno scrisse lettera al Generale Buonaparte con la quale dicevagli “potrebbe avvenire cittadino Generale, che la Corte di Napoli contenta della tregua conclusa tra gli eserciti francese e napolitano, cercasse di mantenersi in questa specie di neutralità, il cui prolungarsine sarebbe dannoso. E assolutamente per ciò necessario, che voi cittadino Generale stimoliate vivamente detta Corte, la quale intendere potrebbe a tenerci a bada per via di dilazioni giustificate con falsi pretesti, onde mettersi in grado di regolare l'ulteriore sua condotta a seconda dei casi, che avvenissero nel progresso dell’attuale Campagna”. () Buonaparte in tale circostanza, come colui, che solo bilanciava da senno le cose della guerra, rispose riserbatamente ai Quinqueviri essere la pace con Napoli essenziale, necessaria, indispensabile, epperò non mettessero tempo in mezzo a fermarne i patti, dovendosi la Francia riputar fortuna di aversi per amico il Re di Napoli forte di numeroso esercito () ma per comparire obbediente a ciò che dal Direttorio eragli stato imposto, come quello che tutti disprezzava. degli altri i dritti, allorché pel fatto suo non erano confacenti, non dubitò di far divolgare nel ventisette del mese di Agosto una sua lettera vergata da far sì, che il Governo. nostro la conoscesse ampiamente e si stringesse nel pensiero di ultimare con prontezza per suo interesse l'accordo e non già per. la parte della francese repubblica, nella quale tra le molle cose riguardanti la Corte di Napoli diceva “Io credo, che se Pignatelli non è pur anco giunto a Parigi fingendo d’ignorare il trovarci Pignatelli di già in quella Capitale “conviene sequestrare i due mila uomini di cavalleria che abbiamo in deposito; arrestare tutte le mercanzie che sono a Livorno per conto di napolitani; ed in ultimo nella stessa lettera, soggiungeva che se la Corte di Napoli, ad onta dell’armistizio cerca ancora di mettersi su i ranghi prendo l’impegno in faccia all’Europa di marciare contro i pretesi sessantamila uomini con otto mila granatieri, sei mila uomini di cavalleria, e cinquanta pezzi di cannoni”. ()

XLV. A questi tempi la Corte di Napoli inviava a Roma il Marchese del Vasto Maggiordomo Maggiore della Casa del Re per fare delle proposizioni di trattati con la Santa Sede; dichiarando “che il trattato ch’era per istipularsi con la Repubblica francese non. permettere in allora l’impegnarsi contro di quella; e però non potere avanzare le truppe di Napoli nello Stato Ecclesiastico quantunque ne fossero al confine, per fare un movimento di comune concerto contro il nemico”. () Del resto incessanti erano ancora gli avvertimenti di Buonaparte al Direttorio esecutivo, onde conchiudere con sollecitudine e necessità la pace col nostro Reame dicendo con più chiare espressioni “non potersi nello stato della repubblica fare la guerra a Napoli ed all’Imperatore; la pace con Napoli essere cosa necessaria, tanto più se questo Stato si congiungesse al Romano, allora questa lega fortissima diverrebbe atteso il fanatismo che vi domina ne’ due Stati, e l'inasprimento degli spiriti in tutt’i governi aristocratici d’Italia contro la nostra potenza dominante”. () Ed il Direttorio esecutivo dando attenzione a ciò che da Buonaparte se gli diceva, ultimava il trattato di, pace con Napoli e conveniva col Belmonte a Parigi nel giorno undici Ottobre, mollo onorevolmente per i napolitani, secondocché i tempi portavano “che il Re delle due Sicilie ritirandosi dalla lega sarebbe neutrale rimasto. Impedito avrebbe nei suoi porti ai Vascelli delle belligeranti Potenze, che il numero di quattro oltrepassassero. Acconsentiva a far porre in libertà tutt’i francesi, che nei suoi domini per causa delle politiche loro opinione fossero stati arrestati. Tutte le dilegenze avrebbe fatto oprare per iscoprire e punire coloro, che nel 1793 avevano involate le carte al Ministro della ripubblica allora quando costui erasene dalla città partito. Tutt’i francesi avrebbero avuto negli Stati del Re la stessa libertà di culto della quale gl’individui delle nazioni non cattoliche godevano. Quanto prima sarebbesi conchiuso un trattato di commercio che alla Francia assicurasse vantaggi eguali a quegli di cui nel Regno delle due Sicilie le più previlegiati nazioni fruivano. La Repubblica Batava s’intendeva in quel trattato compresa”. Con separati segreti articoli convennes’inoltre “che il Re avrebbe pagato alla Repubblica otto milioni di lire, ed il francese Governo. non sarebbe per fare oltrepassare Ancona. alle sue truppe, fintanto che terminate le questioni pendenti con Roma non fossero; e di più in niun modo favorirebbe le innovazioni, che i popoli dell’Italia meridionale potessero desiderare contro i loro governi”, ()

Conchiuso così il trattato dissunendosi il Principe Belmonte Pignatelli dal Direttorio, in patria ritorno con altrettante protestazioni del Direttorio medesimo di apparente sincerità per quanta ingannevole simulazione contenevano. Rallegrossi il Re, non che tutti suoi Consiglieri dell’esito felice della diplomatica negoziazione, e credendo con ciò già tranquilla Se, e tutto il suo Stato, non cessò di renderne al sommo Iddio le dovute grazie; lodando il Belmonte, che. sì felicemente la cosa a termine aveva condotta. Un tale accordo, perché di pace, non accagionò certamente contento a coloro che innovar tutto volevano, paralizzati vedendosi nei loro pravi disegni, giacche con questo procedere le mal concepite speranze di essi acquistavano molta lentezza.



XLVI. In seguito a seconda il prescritto del trattato la napoletana cavalleria dalla Lombardia, con un carico di gloria, ripatriò, poiché non solo gli applausi sinceri riscosse degli austriaci alleati di essa, con i quali agito aveva; ma degl’italiani benanco, che guerreggiare l’avevano veduta; e molto più degli stessi francesi contro, cui combatté, tanto vero, che per antonomasia costoro i diavoli bianchi, chiamavanli dal colore dell’uniforme che indossavano, tanto intrepidi e valorosi eransi mostrati questi cavalieri nelle varie e frequenti zuffe contro di loro sostenute. Fu quindi che il Re per rimunerare il valore di quei bravi in quella rinomata Campagna distintisi, coniare fece una medaglia di argento, che ne attestasse ai posteri il merito e la ricompensa. Il tipo di sì fatta medaglia, cui venne annessa la gratificazione del doppio soldo, da una parte ha l’effigie del Re, che porta in capo un elmo, pel quale vi si trova scolpita una delle due Sirene dinotanti le due Sicilie ed in giro la leggenda Ferdinandus IV utriusque Siciliae Rex P. F. A. dall’altra parte due rami d’olivo posti in corona e legati nei gambi da un nastro; nello scudo le seguenti lettere Fidei Regiae Domus Patriae Propugnatori ab egregia facta e nell’esergo EX VULG. A. MDCCXCVI. Questa cavalleria che nel cominciare del novello anno in patria fece ritorno, onde ristorarsi dai patimenti sofferti in quelle Campagne fu spedita e distribuita nelle più floride città della Puglia nelle quali l’ubertosità e salubrità dei foraggi era in maggiore abbondanza non che di rimpiazzare i cavalli inutilizzati, o perduti.

Ma mentre questa cavalleria nelle pugliesi terre riabbilitavasi e così alle operazioni vigorose della guerra ritornare; tutto al contrario negli accanto lamenti delle truppe a San Germano succedeva e negli altri disopra già indicati luoghi al confine, poiché tra la stagione estiva di sua natura nel Regno nostro sufficientemente micidiale, tra le paludi di quei siti agli accantonamenti limitrofi, tra l'insalubrità di quelle acque, a quei soldati un tifo maligno s’introdusse, per cui ne mancarono, non dai nemico distruttiva da questo funesto avvenimento, tra i dodici ed i sedici mila.

Intanto in Napoli dal Re Ferdinando sul cominciare del corrente anno si celebravano le nozze assai splendidamente tra il suo primogenito Principe Ereditario D. Francesco, e l’Arciduchessa Maria Clementina d’Austria per viemaggiormente con gl’Imperiali ligarsi, come anni indietro erasi convenuto.

XLVII. Allorché nell'Ottobre del Corrente anno dall’Austria stipulavasi il trattato di Campoformio con la Repubblica francese, e che per parte dell’Impero il Generale Meerveld ed il Marchese del Gallo D. Marzio Mastrilli Ministro di Napoli alla Corte di Vienna erano muniti di pieni poteri, il Gallo profittare volle delle propizie circostanze correnti, per trattare dei particolari vantaggi del Sovrano; e come conoscenza aveva che il. Direttorio di Francia desiderato avrebbe l’acquisto della isola dell’Elba nella quale il Gran Duca di Toscana vi possedeva Portoferraio unitamente ad un piccolo distretta, nel restante il Re di Napoli vi aveva, come dicemmo, la supremazia col dritto di presidiare Portolongone; e la famiglia Buoncompagni, (Signora del vicino principato di Piombino) con giurisdizione feudale un abbondante miniera di ferro vi teneva; così il Gallo avutone dalla sua Corte incitamento, chiese che in cessione dell’isola dell’Elba in compenso se gli dasse la Marca d’Ancona, lasciandosi al suo Sovrano l’incarico di farvi acconsentire il Sommo Pontefice: ma questa proposizione non essendo con unanimità di voli accolta dal Direttorio, poiché sua generale intenzione era riguardo a questo affare, il donare in vece al Re delle due' Sicilie l’isola di Corfù, con l’obbligo però ch'esso Re la Toscana indennizzasse con una parte dello Stato dei Presidi, ed il Principe di Piombino con una equivalente rendita, fu chiesto per ciò, nella disparità di voti' in cui il Direttorio trova vasi, parere a Buonaparte, il quale osservar fece al suo governo “Doversi conservare alla Francia Corfù la quale isola unitamente all’altra vicina di Cefalonia per la Repubblica francese era più utile dell’Italia tutta. Potersi poi aver l’Elba, e senza affrettarne l’acquisto, allora quando trattato si fosse della successione del Papa, che moribondo trovavasi. Del resto la Francia doversi in ogni tempo astenere dall’acconsentire, che la Corte di Napoli, ottenesse qualunque specie di accrescimento di terreno, essendo essa della Repubblica la più ostinata nemica. In oltre se il governo, che possedeva il porto di Napoli e la Sicilia ancora, divenuto fosse una grande potenza sempre un naturale nemico e formidabile sarebbe al commercio di Francia”. () I direttori una tal risposta avuta ne approvarono il parere, e sentir fecero definitivamente al Marchese del Gallo “non doversi in alcun modo aderire alla proposizione del Ministro di Napoli, imperciocché dalla Francia cedere non si poteva ciò, che ad essa non apparteneva”. ()

XLVIII. Giova intanto per quello che l’assieme isterico riguarda far conoscere il modo come l’armata di Napoli nel terminare del corrente anno trovavasi organizzata, non ostante le fatte perdite. Teneva essa per comandanti supremi due Capitan Generali, l'uno al comandò delle truppe di mare e di terra, e l’altro a quelle di terra soltanto, era il primo il Cavaliere D. Giovanni Acton, ed il secondo D. Francesco Pignatelli. Sei Tenenti Generali a loro obbedivano, dei quali due di Cavalleria, due di fanteria e due di Marina, Principe di Ripa ed il Principe di Cutò (già nominato altrove) appartenevano alla prima arma;alla seconda D. Daniele de Gambs e D. Diego Naselli; ed alla terza D. Giovanni Danero, ed il Cavaliere Fortiguerra. Quattro Marescialli di Campo tenevano il comando delle armi attive, un altro era Capo dei corpi scientifici, uno ancora da Intendente dell’Esercito faceva, ed un settimo comandava in Reggio; i primi quattro erano D. Antonio Alberto Micheratix, il Duca della Salandra, D. Francesco Pignatelli di Casalnuovo, e D. Carlo Tschudy; ai corpi scientifici eravi D. Pietro Zannone; al Comando di Reggio vi stava D. Antonio Dentice, e D. Giovambattista Manuel Arriola occupava il posto amministrativo d’Intendente dell'Esercito. Venticinque Brigadieri dipendevano da essi, otto di Cavalleria, uno all’Artiglieria ed al Genio, e sedici alla Fanteria ed altri detta gli erano alla cavalleria D. Antonio Pinedo, il Barone D. Adamo de Bock, D. Francesco Marulli (col Presidato della provincia di Lecce) D Giovanni Gualengo, D. Francesco Federici, il Barone de Metsch, il Principe di Hassia Philipstall, ed il Barone D. Abramo de Bock; all’artiglieria ed al genio il tanto conosciuto per il suo ingegno e per le sue opere D. Giuseppe Parisi; alla fanteria D. Francesco Russo D. Emmanuele De Bourcard, D. Emmanuele Carrillo, D. Carlo Eduardo Jauch, D. Felice Renner, il Cavaliere di Sassonia, D. Gaetano, Cusano, D. Giovanni. de Thomas, D. Ignazio Serrano D. Vincenzo Minichini, D. Angelo Minichini, il Duca della Tremoille, D. Giuseppe Barone, D. Guglielmo Dillon, D. Tommaso Lop, e D. Giacinto Feydeau. Era l’armata composta di ventiquattro Reggimenti di fanteria di linea, di sei di cacciatori, di otto di cavalleria, di due di artiglieria, e di altri battaglioni disponibili; essa con l’aumento teste ricevuto si accrebbe di altri nove corpi di cavalleria, di due di fanteria, e di sette di Cacciatori ancora: erano così chiamati i corpi di fanteria regia, Re, Regina, R. Borbone, R. Farnese, R. Napoli, R. Palermo, R. Italiano, R. Campania, R. Macedonia primo, R. Macedonia secondo, Puglia, Lucania, Sannio, Messapia, Calabria, Agrigente, Siracusa, Borgogna, Primo estero, Secondo estero, Principe, Principessa, Perora di Lavoro e Sicilia. I sei reggimenti Cacciatori prendevano il nome della progressione del numero. Gli otto di Cavalleria si nominavano Reggimento Re, Regina, Principe e Principessa, Napoli Sicilia, Rosciglione e Terragana. I due di Artiglieria tenevano il nome di Re e Regina. Gli altri battaglioni disponibili erano detti Fucilieri di montagna, battaglione di Volontari di Longono ed Orbetello, e la porzione di Haynaut in Reggio, Cotrone ed Orbetello; ed Invalidi. Le truppe aggiunte dai particolari furono chiamate, quelle di Cavalleria Primo corpo Volontari nobili, primo e secondo Reggimento Caltanisetta, primo e secondo Roccaromana, primo e secondo Moliterno, Reggimento Leporano, e Palmieri: i due di fanteria Roccafiorita e Frascolla, ed i sette di cacciatori si nominavano Principe Ereditario quello da lui armato, e gli altri sei tenevano il nome, come di sopra già si è veduto, di coloro che l'avevano formati. In somma tutta l’armata formava diecissette corpi di Cavalleria, ventisei di Fanteria, due di Artiglieria, e tredici di cacciatori ed altri battaglioni.

XLIX. Per le menzionate cose di Francia il patto convenuto dì piena neutralità tra il napolitano governo è quello della Repubblica dall’astuta e perseverante Inghilterra essere non poteva gradito, e però di soffiare con destrezza la guerra alle orecchie di Ferdinando giammai non Mancava per mezzo di cospicui personaggi di essa aderenti. Ferdinando a tali proposte. fluttuante restava; seguendo il consiglio inglese sembravagli poter tirare profitto in quell'epoca e fare in Italia alta figura, dimostrandosi. suo assoluto liberatore; riguardando poi il conchiuso trattato e l’incertezza degli esiti della guerra passo alcuno non dava, fuorché quello di porre precauzione contro gli eventi. Ma dopo poco tempo forzato venne a cangiar pensiero, ed alle armi totalmente abbadonarsi; avvegnacché i francesi non cessavano di dare forti motivi, stante, che appena terminato il trattato di Campoformio con cui firmata venne la pacificazione con l'Austria, si rivolsero allo Stato Pontificio, e mercé il conchiuso trattato di Tolentino allora terminato si arrestarono nelle già prese posizioni; indi avvenuta la morte del Generale Duphot da esso medesimo procacciata, perché capo di una sommoss’armata a danno del Governo Papale. governo riconosciuto dalla Repubblica francese; (il quale era giunto in Roma per isposare una delle sorelle di Buonaparte, quella, stessa, che dopo essersi maritata col generale Ledere morto di contagio a S. Domingo, diventò principessa Borghese) presero tutto l’intero Stato; e nel Febbraio del vegnente anno proclamarono la Romana Repubblica partir facendo di Roma il Santo Padre; e con ciò naturalmente a distruggere vennero del tulio quello spazio intermedio, che tra il Regno di Napoli ed essi era, il quale per noi una difesa formava ed una barriera ancora, che col loro impadronirsi di Roma di già contro noi avevano superata. Del resto nel Decembre del corrente anno essendosi annunziata a tutte le potenze la Repubblica Cisalpina fu subito questa riconosciuta dalle confinanti Corte di Torino, di Firenze, e di Parma; ed essendo stato costretto il Sommo Pontefice a solennemente riconoscerla, fu anche ciò operato dalla Corte di Napoli e però spediva colà un Ministro nella persona del Cavaliere Micheraux.

È d’uopo che io ora parli del Marchese Stefano Patrizj morto nel 27 Ottobre del corrente anno 1797. Era egli annoveralo senza fallo fra i più dotti Avvocati ed insigni Magistrati del napolitano Foro; fu egli sempre integerrimo Giudice, esercitando il suo impiego con somma giustizia e vigilanza senza dar luogo ad impegni e protezioni. Nella decisione delle cause faceva conoscere quanto valesse in giurisprudenza non che nelle ‘altre materie di recondita erudizione: riuscivan vani per lui gli astuti cavilli dei litiganti, poiché ben comprendeva subitamente ove giaceva il nodo della controversia e con urbani e dotti modi cercava di scioglierlo. Di aspetto grave ed imponente, riscuoteva da tutti ammirazione e rispetto. I suoi anche familiari discorsi misti sempre di recondita dottrina, formavano l'ammirazione di chi l'ascoltava; in una parola ben poteva dirsi di esso, quando alluni inveniemus parem. Ma il datore di ogni bene che di tanti doni l'aveva ricolmato, volle in costui far conoscere la fralezza umana, poiché colpito di fiera malinconia, qualunque ne fosse stata la cagione, perde a poco a poco l'uso della ragione; deposte tutte le cariche trasse il restante dei suoi giorni nella solitudine e nel più perfetto silenzio, ed in tale miserando stato compì la sua gloriosa vita.



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CAPITOLO IV

Istruzioni del Direttorio a Buonaparte, parte di una lettera del io Ottobre. Morte di Francesco Milizia. — Spedizione di un. armata Francese per l’Egitto; s’impossessa questa dell’isola di Malta. — Vengono dalle truppe napolitane occupati tutt’i forti punti ai confine del Regno: è spedito alta Corte di Napoli dal Direttorio francese l'Ambasciatore Garrat per protestazioni di amicizia. — Richieste di Berthier fatte al nostro Governo; come queste accette: nuove disposizioni sull’intrapreso sistema di guerra. — Dispiacenze. del Direttorio per le vedute difensive di Napoli: Lacombe San Michel presso il nostro Governo in luogo di Garrat. — Analisi su de’ Generali di Napoli; se ne chiede all’Austria uno, che invia Mack: turbolenze contro i francesi in alcuni paesi della Sicilia, — Macchinazioni Inglesi contro la Francia: molti accusati di reato di Stato ricevono la libertà; innocenza di De Medici. Vanni. — Trattato conchiuso con l’Austria sulle vedute ostili. — Altra lega pel medesimo oggetto si conchiude con l’Impero Russo. — Lo stesso si fa con l’Inghilterra. — Con la Porta Ottomana. — Cause che affrettano il movimento delle truppe: discorso dell’Intendente dell Esercito Ariola non accetto: motivi per cui l’Inghilterra fomentava in Napoli le ostilità: scovamento di attentato contro il Governo in Calabria.

Disastri avvenuti in Roma per la morte del Generale Duphot e le recriminazioni del Direttorio su tale avvenimento, fecero accorto il Governo di Napoli di essere il suo Regno, al pari di ogni altro Stato d'Italia, tenuto in mira della Repubblica francese, non ostante l’armistizio ed il testé conchiuso trattato di pacificazione definitiva; ma non essere quello il tempo propizio a potervi pensare, poiché fortemente temevasi la congiunzione dei due Stati limitrofi in quel rincontro; quindi le cose, che sul Reame nostro andavansi opinando erano tutte preparate e disposte col maggior segreto e diligenza. L’arte della quale il Direttorio servivasi per attirare altre nazioni ed esso, infrangendo gli antichi statuti di governo è appunto quella, che a ciliare note si manifesta nei pochi versi qui sotto trasmessi della lettera diretta al Generale Buonaparte sul conto dello Stato del Papa; arte insidiosa e perversa come di sopra ne abbiamo fitto motto. Il Governo della repubblica scriveva a Napoleone Buonaparte in data del dieci di Ottobre in una segretissima lettera, nella quale si trattava d’incitamenti di altri Stati a prorompere in rivoluzioni: epoca nella quale il Governo papale occupavasi del miglioramento del proprio paese badando solo al ben essere dei suoi sudditi, cercando trovar riposo sulla tranquillità, che aveva diritto di sperare merce il trattato di concordia ed amicizia pochi mesi prima sottoscritto a Tolentino ed approvato in Francia; epoca comecché antecedente alla morte di Dupoht non possibile al presagimento di ciò, che andava a succedere, e quindi non possibile a poter far credere essere le avvertenze del Direttorio conseguenze dei sconcerti avvenuti in Roma sì contro il morto Generale, che contro il Ministro di Francia; anzi essere i suggerimenti dei quali io ora uno ne narro causa dei successi disordini. “Voi dovete fare due cose molto essenziali” dicevano i Direttori, “primieramente impedire, con arti, ed anche protestazioni di pacatezza, al Re di Napoli di venire in Roma in sostegno del Papa; in secondo luogo aiutare anziché impedire le buone disposizioni di quelli i quali pensassero essere ornai tempo che finisca il regno dei Papi; incoraggiare e sostenere in una parola il volo, che il popolo di Roma sembra voglia spiccare verso la libertà”. Cose di tal natura erano spesse volle replicate nei carteggi riservati del Direttorio con Napoleone, e questi, obbediente rendendosi al suo Governo, poneva tutto il senno a far passare in esecuzione una tanto perfida istruzione: con un tal premesso, la via delle conquiste si spianava, il sentiero diveniva così facile ai concepiti disegni militari, le relazioni interne se ve erano prendevano legame con quelle esterne, e se pur non ve n’esistevano nascer si facevano; e la Repubblica francese autrice preventiva di tale maneggio, coglieva il frutto delle dissidie e combustioni dei governati contro i governati con la forza delle armi, la quale poneva termine alla bella opera della insidia: tale andamento può dirsi la storia permanente ed innegabile delle vittorie e conquiste dei repubblicani di Francia in Italia.

Quanto è rincrcscevole il riandare alla me moria taluni uomini che forniti più che mezzanamente di talenti e di non volgari dottrine, voglio no a fama levarsi, vituperando con pungenti motti ed arguti sarcasmi la gloria da uomini insigni meritamente acquistata: volendo essi rendersi immortali e non sapendo oprar di meglio, fanno come Prostrate, che incendiò il tempio di Diana in Efeso. A costoro assimilar si può Francesco Milizia nativo di Oria piccola città di Terra d’Otranto morto in Roma nel corrente anno, che nelle; sue opere altro non ebbe in mente, che rendersi celebre col discreditare a maggior seguo le produzioni dei più nominati e valenti artisti. A ragione venne da alcuno denominato “il Diogene dei tempi nostri”, e da altri “il più rigido Giansenista delle belle arti”, dei suoi inesattissimi giudizi il Milizia si seni al certo di uno di quei telescopi, coi quali al dir di Dante “molto si mira, e poco si discerne” la sua stolta presunzione gli fa riputar tutti ciechi, credendo solo esso veder chiaramente; ma qual nuovo Aretino i suoi precetti restarono nell’oblio che gli era dovuto, o pure vituperi ritrassero.

LI. Verso il cominciare del novello anno 1798 il Direttorio di Francia dal canto suo trovandosi senza finanza, e scevro ancora d’interno partito, non altro appoggio aveva, che l’armata, né altro lustro, che la continuazione delle sue vittorie; epperò fuori di stato trovavasi ad acconsentire ad una generale pace che d’innanzi se gli parava. Aveva esso il malcontento messo in aumento con alcune nuove tasse, e con la riduzione del pubblico debito ad un terzo consolidato solo pagabile in denaro, ciò che in rovina poneva i proprietari delle rendite; faceva d’uopo dunque, che con la guerra ei si tenesse in sostegno. L’immensa classe dei soldati essere licenziata non poteva senza apportare grave pericolo; oltracché il Direttorio veduto si sarebbe privo della sua verace forza, ed alla discrezione di Europa messo; quindi fu pensiero dei Direttori, spinti dalla politica loro posizione, di preparare la spedizione dell’Egitto, e l'invasione della Svizzera, tanto più, che il vincitore dell’Italia Buonaparte a Parigi in quel tempo era di ritorno. Una simile intrapresa tanto al Direttorio conveniva, come al Generale Buonaparte; la indipendente condotta di esso in Italia, l’ambizione sua, che conoscere si faceva a slanci a traverso la sua studiata semplicità, pericolosa nella Capitale rendevano la di costui presenza: così mentre il Direttorio nella spedizione di Egitto vedeva l’allontanamento di un Generale da dar temenza, e la speranza di attaccare gl’inglesi dalle Indie, sola nazione di propugnacolo alla Francia in quell’epoca Buonaparte un gigantesco concetto vi si scorgeva; un impiego di suo allo gusto, ed un nuovo mezzo di fare stordire gli uomini nella esecuzione di esso disegno vi trovava. Partiva per ciò da Tolone questo Generale il (dieci Fiorile anno sesto della Repubblica) diecinove Maggio, con una flotta di quattrocento vele, ed una parte delle truppe d’Italia; salpava verso Malta, della quale isola inaspettatamente attaccata, se ne rendeva padrone, e dopo ciò lasciatavi colà della gente onde presidiarla, verso l’Egitto a tutta possa si avviava.

LII. La presa di Malta com’ è detto, con la soppressione dell’ordine dei Cavalieri di essa, ed i predetti romani cambiamenti e rumori, non poterono a meno di suscitare la gelosia ed il timore nel Regno nostro; gli aderenti dell’Inghilterra per queste cose, sentir fecero apertamente a Ferdinando, che mancanza di prudenza e politica sarebbe stata il trattenersi nell’incertezza e nell’inerzia “è giunto ornai l’istante dicevano eglino più apertamente di mettervi o Sire alla testa di una nuova coalescenza; il formidabile vincitore d’Italia il eguale all’Austria l'umiliante trattato di Campoformio ha imposto, Buonaparte a sepellire recossi i suoi destini nelle aduste sabbie dell’Egitto, a che tardiamo noi? Ogni istante perduto dei secoli di gloria ci rapisce”. Tal incitanti discorsi, e le mentovate novità fecero nascere la necessità di correre alle armi, vedendosi nel procedere dei francesi troppo smascherala l’insidia, epperò altro espediente non rimanere, se non che quello di respingere la forza con la forza. A tal uopo vennero occupati dalle truppe del nostro Regno nel Maggio tutt’i forti punti di Terra di Lavoro, e dell’Abruzzo, come ancora si mandarono truppe, ad impadronirsi dei Principati di Benevento e Pontecorvo a fine d’impedire nel Regno l’ingresso ai rivoltosi dello Stato del Papa, che bramosi erano di propagare tra noi i principi della francese rivolta.

Queste stesse disposizioni del Re Ferdinando vennero a conoscenza del Direttorio di Francia, ed assai male accette nella sua politica si trovarono; ma siccome esso Direttorio temporeggiare voleva, per vedere qual via fosse per prendere la spedizione di Egitto, e qual effetto su i Principi di Europa e sul Governo ottomano partorirebbe, adoprò nuova astuzia, mandando in Napoli Ambasciatore Garrat, letterato di molto grido in Francia, per rendere il Re persuaso, che l’amicizia della Francia verso di lui sincera e cordiale era. Ma il fatto contrario alle parole appalesavasi, perché sebbene Garrat di dolce, e pacifica natura fosse, pure trovavasi molto imbevuto dei rivoluzionari principi della patria sua; e le forze francesi quantunque non sufficienti a coprire materialmente tutta la linea delle loro conquiste fino a quel momento fatte in Italia, pure per quanto il potevano nello Stato del Pipa si andavano ingrossando. Certo e bene che l’arrivo di questo nuovo inviato alla Corte di Napoli accagionò dispiacenza estrema, e da un altro lato molto i novatori nei pensieri loro si confortavano, perché aveva nome Garrat di essersi mescolato nella rivoluzione francese. Nel suo ingresso il francese Ambasciatore di pace e di filosofia, nonché di umanità favellava molto tersamente screziando il suo accademico stile ed in tal modo disse “che era mandato per conservare la pace fra i due Stati; che il Direttorio della francese repubblica così trattava con le altre nazioni di Europa, come reggeva i francesi, cioè con la giustizia, e che gli alti fatti di cui suonava l’Europa”, dimostravano. Poscia il Ministro chiamava il Re virtuoso e buono; l’Inghilterra schiava in se stessa e tirannicamente agire nell’esterno; la Francia libera, clemente e felice, la Repubblica onnipotente per la libertà, savia per le disgrazie: per tutte queste cose rappresentare, il Direttorio averlo mandato. Fatto il complimento al Re se ne andava il giorno seguente Garrat a complimentare la Regina (29 maggio) favellandole dei desideri di pace del Direttorio, dei pensieri buoni, e delle virtù di Giuseppe e di Leopoldo, suoi fratelli come se le riforme falle nello Stato politico da questi due principi eccellenti, ed anzi gli ammaestramenti pieni di umanità e di dolcezza da essi emanati, avessero che fare con le sfrenatezze dei repubblicani di Francia a quel tempo. Queste cose sapeva, e queste sentiva e diceva Garrat perché di desideri volti a vantaggio degli uomini era, ma non s’accorgeva, per la sua grande ambizione, che quando regnava il Direttorio, migliore e più onorevole partito era per un filosofo il nascondersi in un deserto, che comparire, qual messo di quei Direttori.

LIII. Terminati i complimenti passava» da questi ai negoziati: ma sebben pacifiche da ambo i lati le dimostrazioni fossero, pure nessuna delle due: parti la pace desiderava, ed ambi il tempo propiziò aspettavano per correre alle armi; né il Direttorio quella napolitane prede lasciar voleva, né il Re di Napoli tollerar poteva, che la sfrenala democrazia ai suoi confini romoreggiassc; poiché lungo le frontiere degli Abruzzi e del Liri dalla. parte romana con iscandaloso esempio ogni giorno stendardi a più colori, squadre francesi, ed. alberi di libertà facevansi vedere. Sapeva il Direttorio, che il Re molto sdegnato si era, dappoiché Berthier per mezzo del Generale Balait inviato nel Regno, e l’incaricato di affini a Napoli con insolente imperio l'avevano precedentemente richiesto “che dai suoi Regni tutt’i fuorusciti Corsi cacciasse; il Ministro Acton licenziasse; desse il passo per, Pontecorvo onde andare a Benevento ai soldati della Repubblica perché quelle terre a benefizio di Roma” come dicevano “volevano occupare; si confessasse il Re della Repubblica romana feudatario, ed a lei, come al Papa il solito annuale tributoleva del due Settembre, epoca fissata per la esecuzione di questo Sovrano ordine, disponevasi che di mille regnicoli otto andassero soldati sulle rispettive popolazioni di ciascun paese dovendosi i coscritti a sorta estrarsi, locché un numero di circa trentamila reclute dovevano produrre. Ciò ordinato la sua total’esecuzione ebbe, non senza calore dal canto dei popoli; con prontezza da tutt’i punti del Regno queste nuove genti recaronsi a rimpiazzare le sofferte perdite dei Reggimenti.

pagasse; e finalmente, senz’altro indugio, le decorse somme di detto tributo soddisfacesse”. () Negava il Re le superbe proposte e solo a non più dar ricetto ai fuorosciti acconsentiva. Mitigar volendo il Direttorio l’amarezza e lo sdegno da Ferdinando concepito per le inscienze dei suoi agenti, dato carico a Garrat aveva di racconciare la cosa; perlocché ad un accordo vennesi nel quale fu stipulato “che i francesi parte delle loro genti dai napolitani confini allontanerebbero; che la romana Repubblica dalle sue richieste distarebbe; che Benevento e Pontecorvo per amore della pace in mano del Re si tenesse in deposito”.() Ma Ferdinando non fidandosi delle dimostrazioni di amicizia più forzate che spontanee di coloro, che contro la fede data o conquistavano per forza, o sovvertivano per inganno, con ogni efficace modo cercava armare il suo Regno intero, ristaurando alla meglio le antiche fortezze, alzando nuove batterie di costa, e più accuratamente guardando i Porti: ed a fine di dare rimpiazzo alla perdita degli uomini accaduta per le malattie, come dicemmo, negli accantonamenti di San Germano, una generale leva ordinò nel totale del Regno, meno che nella Capitale per antico privilegio, da eseguirsi nello stesso prestabilito giorno nei paesi al di qua del Faro, per cui prese nome di

LIV. Arrivata questa numerosa moltitudine di predestinati luoghi, di ogni cosa veniva fornita; ma per far sì che i novelli venuti atti si, rendessero alle armi, ordinava Fernando, in tutta la linea delle frontiere del suo Regno dei grandi movimenti concertati, onde dare esercizio alle sue troppe vendette volendo idonee a quanto pel mestiere e scienza delle armi fa di necessità cosa sommamente dovuta, perché trattavasi di gente che in lunga pace, la più parte aveva menata la vita, ed in istato di mai riunirsi per guerrieri affari convenire.

Per queste cose non se ne stava, il Direttorio senza apprensione, trovandosi privo in Italia dei suoi migliori soldati e del suo migliore Capitano, e non sapendo a qual partito sarebbe per appigliarsi l’Austria, che di nuovo diventava minacciosa 9 renitente. Garrat, o che solo volesse scoprire le vere intenzioni del Re, 0 che credesse intimorirlo, siccome quegli che aveva la mente molto accesa sulla potenza della sua repubblica, gl’intimava, non senza le solite parole superbe “che disarmasse e riducesse l’esercito allo stato di perfetta pace” () e confidava che Ferdinando sarebbe calato a condiscendere. Dispiacquero e la domanda e la forma di lei, se ne dolse il napolitano Governo al Direttorio addomandandolo del richiamo di Garrat, aggiungendo che egli si era mescolato coi novatori, dando loro promesse, o stimoli troppo poco convenienti alla qualità di Ambasciatore. Il Direttorio, che non era ancora ben sicuro delle cose, d’Europa richiamava Garrat mandando in iscambio Lacombe San Michel repubblicano assai vivo, ma più cupo e non tanto: favellatore, quanto il suo antecessore, Era il suo mandato che temporeggiasse ed accarezzasse; poi quando fosse venuto il tempo, fortemente insistesse, perché Napoli cessasse da ogni preparamento di guerra, e sì rimettesse nuovamente nella condizione di pace. Dal cauto suo il Re, che non vedeva fra tante cupidigie e tante sfrenatezze altra salute per lui, che le armi, non solo non ristava da loro, ma ogni giorno vieppiù le aumentava.

LV. A tale stato ridotto le cose era forza cercare un Capo supremo, che all’uopo le operazioni delle nostre truppe dirigesse; in vero è a dirsi, che in quel tempo, tutta la gran serie dei Generali di sopra enunciata, altro non era che una riunione di militari a’ quali, per le ragioni che qui espongo, prudente non troppo riusciva il commettergli un esercito. Peteansi essi dividere in tre distinte, categorie i primieramente i nazionali, uomini tutti venerabili, probi, leali devoti al Sovrano; ma invecchiati negli ozi di lunga pace, scevri di esperienza. di guerra, senza conoscenza di principi strategici, incapaci in somma per tutt'i riguardi del comando supremo di un esercito. Lo stesso generale Parisi senz’alcun dubbio il più dotto di tutti, dir si poteva uomo di buon consiglio, ed al certo lo era; ma niuno oserebbe sostenere essere stato egli alto al supremo comando d’un esercito in campagna; poiché mancavagli l’uso della guerra, non era abituato alla vita dei capi; i suoi studi, le meditazioni sue eransi principalmente fermate, sopra scienze speciali, poco o nulla sulle grandi combinazioni della guerra. Nè in questa parte si trovava più avanzalo di lui lo Stato Maggiore generale, ch'egli nella sita qualità di Quartiermastro generale formò, solo qualche mese prima, che l'esercitò fosse uscito in campagna, raccogliendo dalle diverse armi parecchi affittali istruiti tutti, ma sforniti come il Capo di quella scienza delle grandi operazioni della guerra; di quel pronto e sagace giudizio dei siti, del tempo, delle distanze; di quella conoscenza del miglior uso di ogni arma; e dei concorso di tutte le anni nelle battaglie; in somma di quell’alta mente militare che decide delle vittorie. In secondo luogo figuravano tra questi Supremi militari, quegli stranieri chiamati ad istruire l’esercito, i quali per dritto di anzianità, o pei servizi renduti erano ai gradi supremi pervenuti ottimi generalmente per istruire risposerò perfettamente al loro mandato; si volle poi che fossero buoni Duci, e noi potevano essere, appunto perché erano stati buon’istruttori, poiché le grand’intelligenze di rado si piegano alle pedanterie e minuzie della lattica elementare. In ultimo onoravano l’alta gerarchia del nostro esercito alcuni principi di famiglie regnanti della Germania ed alcuni emigrati francesi, e questi guerrieri di ventura suggellarono, la più parte col sangue nobilmente sparso sotto le nostre bandiere la reputazione di prodi e leali soldati, che meritata si avevano di già; ma conviene il tutto (per chiarezza e discernimento di chi legge) far noto, nessuno di essi era, della comune produzione, cioè al dir di Buonaparte, du bois des généraux. Ciò che montava? faceva di necessità che Ferdinando altrove ne cercasse! non era forse l’Austria la più interessata al buon successo della guerra in Italia? Non doveva il nostro esercito operare di accordo con l’esercito Austriaco? tale almeno, era l’idea fissa in mente della più parte di coloro che ben vedevano in queste misure di difesa; quindi Ferdinando chiesene per necessità all’Austria uno, che inviò, il Buone Carlo de Mack, il quale fra suoi commilitoni teneva fama di tattico profondissimo, avendo per mollo tempo mantenuta rinomanza per i suoi piani militari vantali oltre misura; talché Giorgio III Re allora della gran Brettagna ricevendolo a Londra, allorché inviato colà per arrestare col ministero inglese gli impeti della Francia, donogli superba spada girata di brillanti con allusivo ed enfatico discorso; e venuto nel regno, e qual genio tutelare tenuto, a suo. modo il commessogli esercito riordinava ed instradava viemaggiormente, volendo una certa squisitezza di operazioni far vedere, che più in appresso come saremo per dire, a ciò che intraprese il tracollo gli diede.

Mentre il Regno di Napoli andava fortificandosi per sostenere la sua tranquillità, in Sicilia avveniva, che dei bastimenti da trasporto della flottiglia francese ad approdare alle radi di Trapani e di Girgenti essendo stati obbligati, dal vento che colà spingevale, il popolaccio per naturale avversione che ha ereditalo dal Procida, o per avidità di preda sollevato erasi contro quell’individui, che a terra erano discesi, e diversi offesi ne aveva ed altri uccisi ancora. Questa improvvisa circostanza rendeva la Francia aspramente adirata contro il nostro Regno, e l’ira e la vendetta a più favorevole epoca serbava.

LVI. In questo mezzo tempo le macchinazioni Inglesi l’effetto loto sortito avevano; poiché la vittoria di Abuckir scovriva la Porta Ottomana contro la Francia, ed alla guerra quella questa inviava: tale risultamento delle armi Inglesi toglieva il timore, che la prima in favore della seconda adoprar si potesse, e l’adito sicuro alla Russia di correre in aiuto dell’Austria apriva; ma affinché il maomettano Governo non si lasciasse vincere dalle francesi persuasive, un trattato di pace e di alleanza condì iudevasi tra l’Austria e la Porta. A questo, dopo avute le sommarie novelle dell Egitto ebbersi in Napoli le precise, e Ferdinando udendole, tanto più volentieri e pertinacemente sì risolveva a prorompere. La fama della vittoria di Abuckir fu sì, che parve trovarsi Napoli tutta, e tutto il regno in quei trionfo inglese trionfante. Come queste cose sentissi la Francia ciascuno sel può pensare; pure nascondendo l’idea di menar le mani se ne stava aspettando tempi più favorevoli, ed anche l’infortunio di Abuckir l’aveva fatta più cauta. Già le schiere Moscovite verso della Germania s’incaminavano; già Paolo Imperatore si dirigeva contro di Francia; già il tanto abbracciato nome della francese Repubblica dagl’italiani, cessato il timore delle armi sue, a sdegno cambiavasi, ed alla mina il primitivo terrore si riduceva.

Fu in tal epoca tra noi, che molti di coloro i quali anni indietro per le accuse di reato di stata nelle prigioni avevano vivuti, tra i quali il Cavaliere de Medici, la libertà riacquistarono perché innocenti trovati. Sulla prigionia del de Medici vennesi a chiaro essere opera di gelosia di autorità; e la realtà di sua innocenza ebbesi con fatto esistente allontanando ogni lieve sospetto di sua accusa mercé l’integrità del Giudice Chinigò. Era de Medici, oltre le opinioni che le gli attribuivano, querelato di carteggio con Francia: esibironsi anche le lettere in giudizio, come se di Francia fossero venuto, quando Chinigò, molto diligentemente risguardando in quelle, fece vedere napolitane carte essere e non francesi; e così venne salvato il de Medici sì dall’accusa delle opinioni non dovute, le quali comprovar si dovevano con l’ingenero del carteggio riferito, che del carteggio stesso; ed il Regno, in tale andamento di sana giustizia, ritenne un uomo di non Ordinaria perizia negli affari di Stato.

Fu allora pure che il Vanni qual fabbro di falsità, di carica venne dimesso e bandito di città oppresso di tutt’segni della disgrazia, e però il suo animo in un malinconico furore cadde, che lo spinse finalmente a darsi da se medesimo la morte con un colpo di pistola: riuniva egli ad una estrema ambizione un’asprezza di modi inaudita e per colmo di sciagura era un entusiasta; ogni affare che se gli commetteva diveniva per lui gravissimo, e voleva apparire sempre più grande di tutti gli affari affidatigli. Uomini di tal fatta sono sempre funesti per la specie umana, perdi è non potendo, o non sapendo soddisfare la di loro ambizione con azioni veramente grandi, si sforzano di far comparire tali tutte quelle, che possono e che sanno fare, e le corrompono. Lo sguardo di Vanni era sempre riconoentrato in se stesso, il colore del volto pallido cinereo, come, suol essere il colore degli uomini atroci, il suo passo irregolare; tutte le sue azioni tendevano a sbalordii e ad atterrile gli altri; tutt i suoi affetti atterrivano e sbalordivano lui stesso. Aveva questi accusato al Re la più parte dei giudici, come il Presidente del Consiglio Mazzocchi, Ferreri Chinigò gli uomini forse i più rispettabili che Napoli avesse e per dottrina e per integrità, e per attaccamento al proprio Sovrano; e fu da tanto l’accusa, che per poco dubitossi se dovessero questi per tali essere puniti, o Vanni: se vincitore Vanni ne rimaneva avrebbe al certo compiuta l’opera della perdita del Regno e della rovina del Trono; per buona sorte trovossi giunto all’estremo, e quindi rovinò se medesimo per aver troppo voluto.

LVII. Ferdinando nulla di ciò, che fuori del suo Regno succedeva ignorando, conveniente cosa credeva lo aumentare i suoi modi di difesa con forti alleanze, e però con i potentati tutti di Europa si univa, quindi primieramente a Vienna mandava il Duca di Campochiaro D. Ottavio MornileBarone Tugut un trattato conchiudeva di difensiva alleanza, in cui stipulavasi “Che l’imperatore suo Signore ed il Re delle due Sicilie ponendo considerazione alla rapidità con cui da qualche tempo gli avvenimenti succedevano, e la urgente necessità di premunirsi contro le conseguenze funeste delle nuove turbolenze, che agitar potrebbero l’Europa e particolarmente l’Italia; e d’altronde uniti essi dai più stretti vincoli di parentela e scudo, avevano creduto in tale circostanza di concentrarsi intorno ai mezzi propri a mantenere la pubblica tranquillità e la comune sicurezza dei loro popoli e dei loro Stati: per ciò dichiaravano indissolubile la loro alleanza, sino alla pace del continente, ed ai perfetto ristabilimento della publica tranquillità; perlocché un numero di truppe avrebbero sempre pronte al primo ordine a marciare, ed al semplice avviso di nemico attacco. Sessanta mila uomini avrebbe l'Imperatore sempre disponibili nel Tirolo, e nelle sue provincie d’Italia, non che trentamila nelle frontiere più vicine ai possedimenti ausinoci il Re di Napoli. Se fosse stato d’uopo l'Imperatore le sue truppe ad ottantamila, ed il Rea quarantamila uomini aumenterebbero; tre o quattro Fregate napolitano continuamente nell’Adriatico incrocierebbero pel comune interesse, sì per purgare quel mare da’ Corsari barbareschi e da altri pirati, che per servire in ogni alti a operazione interessante al vantaggio comune, specialmente per convogliare e facilitare i trasporti di viveri d altri, che nel caso di una nuova rottura S. M. Imperiale tirerebbe per mare dal resto de’ suoi Stati per provvedere la sua armata d’Italia. Subito che l'una o l’altra delle alte potenze contraenti sarà attaccata nelle sue possessioni attuali; al primo avviso di essa darà al suo alleato di essersi incominciate le ostilità, quest’ultimo senza v, la minima dilazione farà avanzale le truppe per l’agire contro la Potenza che per una ingiusta l’aggressione contro l’una delle due parti centraenti, sarà considerata dalla stessa essere divenuta la nemica dell’altra. I Generali Comandanti delle due armate corrisponderanno tra loro per combinare le rispettive operazioni nella v, maniera la più analoga al bene comune, ed al successo delle armi de due alleati. I due colpi di annata dovendo principalmente coadjuvarsi nelle loro operazioni per mezzo di diversioni proprie a dividere le forze dell’inimico, ciascuno de’ due alti Alle ali provvedere alla provista, ed al mantenimento delle sue truppe, e se le circostanze non prevedute invitassero a qualche funzione parziale delle truppe rispettive, i due Comandanti Generali se l’intenderebbero tra loro amichevolmente sulla maniera di assiemare e facilitare alle medesime i mezzi di sussistere. I due alleati non deporranno le armi che unitamente, e tanto l’uno che l’altro non potrà attendere ad una pace particolare, o separata, senza avere ottenuto il consenso espresso e per iscritto dal suo coalleato, e specialmente senza avere stipulato in favore del suo Allealo l’intera restituzione di tutte le parti delle sue possessioni attuali che il nemico avesse invaso durante la guerra” ().

il quale coll’Austriaco Ministro

LVIII. Altra alleanza conchiudeva Ferdinando con l’imperatore di tutte le Russie, che sottoscritta in Pietroburgo veniva dal Ministro Napolitano Duca di Serracapriola Antonio Moresca Donnorso e dai Plenipotenziari Russi Bezborodko, Kotschonbey e Rostopchin. Si convenne in essa “che l’Imperatore Paolo 1.° avrebbe spedilo una flotta per invigilare unitamente a quelle degli altri alleati, alla sicurezza delle coste di Sicilia; ed inoltre avrebbe somministrato un soccorso di truppe, consistente in nove battaglioni con competente artiglieria e ducento Cosacchi. Si sarebbero queste truppe dirette per la Turchia a Zara, d’onde Ferdinando le avrebbe fatte trasportare in Italia. Esse sotto gli ordini del proprio Generale sarebbero state, immediatamente, però dipendenti dal Capo supremo della napolitana armata. Non avrebbe potuto richiamarle l’imperatore di Russia senza prevenire due mesi prima la Corte di Napoli. Tale alleanza otto anni sarebbe durata ().

LIX. Nel tempo stesso in Napoli coll’Inghilterra di alleanza si trattava, e dal Marchese del Gallo D. Marzio Mastrilli de’ Duchi di Mangiano e dal Cavaliere Hamilton Ministro inglese, un trattato si sottoscriveva, che in sostanza conteneva “Conoscersi, che la pace la quale le due Potenze avevano cercata di rendere all’Italia, non aveva servita a coloro i quali esercitavano il potere del francese Governo, che di un mezzo per ispingere più lontano le loro conquiste, e per l’intero ordine morale e politico distruggere. Dal pericolo del quale erano minacciati gli altri legittimi Governi in conseguenza del disegno mainfestissimo di coloro che in Francia governavano, di assoggettare l’Italia tutta allo stesso spirito di disordine e di anarchia: i due Sovrani aver creduto a proposito di fra loro i legami rinnovare, che formali avevano nell’anno millesettecento novantatré, e con una stretta alleanza le forze ed i mezzi, che in loro potere erano unire, e per opporre una barriera solida ai pericoli di una smisurata ambizione, ed alla difesa e sicurezza dei loro popoli provvedere, come pure al ristabilimento dell’ordine morale e politico in Italia. Quindi sulla base della predetta convenzione le due contraenti parti di far causa comune contro la Francia obbligarsi, e concentrarsi sulle operazioni navali e. militari specialmente nel Mediterraneo. La Gran Brettagna promettere di mantenere nel Mediterraneo, sino alla pace, una flotta, che una superiorità decisa su quella dell’inimico avesse. Il Re di Napoli a tal fine quattro vascelli e quattro fregate, come pure altrettanti bastimenti piccoli da guerra somministrerebbe; ed occorrendo anche tremila marinari alla flotta inglese nel detto mare sarebbe per fornire”. ()

LX. Finalmente anche |a Porta Ottomana collegossi con la nostra Corte ed in Costantinopoli si convennero le seguenti cose eri termini qui sotto espressi, tra il nostro ministro Plenipotenziario presso la sublime Porta Signor Conte Costantino Ludolfo, e le LL. Eccellentissime Effeid Ibrhaemum-ysmet Bey, qualificato del titolo di Cazi-Aker di Romedia, e Amhèd Atìf Reys Effendi. “Attesa la invasione dell’Italia e della Isola di Malta, e quella dell’Egitto fatta da’ Francesi, ed essendo essa incompatibile colla sicurezza e la tranquillità della Monarchia Siciliana, e dell'Impero Ottomano, le LL. MM. il Re delle due Sicilie e l’imperatore degli Ottomani s’impegnano di fare causa comune nella guerra attuale contro la Francia, e prendere concordemente le misure necessarie per opporsi a tutt’i progetti ostili formati contro di essi stessi, e per liberare i paesi limitrofi de’ due Stati dall’usurpazione dei Francesi; quindi promettono e si obbligano, che una delle due parti non farà né pace, né tregua col nemico comune senza parteciparne l'altra parte: esse concerteranno le loro operazioni in maniera, che abbiano tra loro una corrispondenza ed un accordo perfetto:esse si forniranno reciprocamente pei’ terra e per mare di tutt'i soccorsi che la vicinanza, e loro operazioni rispettive esiggeranno, e che le loro circostanze permetteranno. S. M. Siciliana trovandosi impegnata a far fronte con tutte le forze in Italia, se non potesse resistere ai vicini attacchi dei francesi, ed avesse bisogno di soccorso S. M. l’imperatore Ottomano allorché ne sarà chiesto, manderà al soccorso di S. M. Siciliana un’armata di io mila Albanesi, e manterrà una squadra rispettabile nell’Adriatico e nel Mediterraneo secondo il bisogno, e per tutto quel tempo che lo esigeranno il pericolo delle due Sicilie, e le operazioni che di concerto si anderanno ad intraprendere contro il comune nemico. Se una delle due Potenze venisse attaccata nei suoi domini dalla Francia, l'altra non solamente farà delle diversioni per liberarla, ma le somministrerà tutt'i soccorsi ed i mezzi che potranno essere compatibili colle sue proprie circostanze. Esse si forniranno egualmente gli stessi soccorsi, e si assisteranno tutte le volte, che una delle parti lo richiederà per la sicurezza e tranquillità dei suoi Stati. Ben inteso, che la parte richiedente manterrà le forze di terra e di mare, ch'essa sarà nel caso di chiamare in suo soccorso, e fornirà i bastimenti di trasporlo, ed i viveri necessari pel passaggio delle truppe ausiliario. Le due parti contraenti per nuocere al commercio del nemico comune, chiuderanno i loro porti ad ogni bastimento francese sia da guerra, sia da commercio, proibiranno ai loro sudditi qualunque relazione colla Francia, e non permetteranno, che in verun caso sia dai loro Porti estratta per la Francia munizione qualunque, tanto da guerra, che da bocca. All’opposto esse permetteranno di aprire senza riserva i propri porti alle loro squadre rispettive, e di somministrare alte medesime a prezzi correnti tutti i soccorsi e le provvisioni di cui potranno avere bisogna, ed i Comandanti de’ Vascelli da guerra Ottomani dovranno conformarsi ai regolamenti di salute stabiliti nei Porti delle due Sicilie; Le LL. MM. desiderando di darsi nuovi attestati di amicizia si obbligano di procurarsi rispettivamente tutt’i vantaggi, che saranno necessari per la loro rispettiva sicurezza e tranquillità: e, promettono intendersela amichevolmente e sinceramente su questo oggetto. Siccome è importante, che le forze delle due Potenze siano occupate di un solo oggetto, e non siano divertite da altre cause. niente sarebbe più contrario all’interesse comune, che la continuazione della guerra che esiste presentemente tra S. M. Siciliana e le Reggenze di Barberia, le quali; sono egualmente impegnate contro la Francia;perciò S. M. l’imperatore degli Ottomani si impegna. d’obbligare immediatamente le Reggenze suddette a fare h pace con S. M. Siciliana, e porrà le sue cure per la durata di questa pace. Le Bue Potenze dovendo altresì occuparsi degl’interessi commerciali de’ loro sudditi, promettono, allorché la tranquillità sarà ristabilita, di rinnovare nella maniera la più vantaggiosa per le due parti gli articoli relativi al Commercio del loro trattato di amicizia dei Aprile 1740” ().

LXI. Alleatosi in tal modo Ferdinando con la maggior parte dell’europee Potenze, da vasi a considerare, che tutte le francesi gente allora in Italia raccolte insieme, non a gran pezza il numero delle sue sommavano, e che i repubblicani già inferiori di numero dispersi trovavansi qua e la nei presidi della Cisalpina, nello Stato Venete nel Piemonte e nello Stato Pontificio; quindi poter chiarire l’animo suo senza pericolo credeva, e con frutto far la guerra alla Francia. Sembravagli pure conveniente il non lasciare raffreddare l’entusiasmo nato dalla Vittoria di Abuckir per la quale l'Ammiraglio Inglese Nelson manovrando arditamente, aveva prese ed abruciate le navi di Francia che, con assai di stoltezza, sicure dagli assalti, ancorate dopo il disbarco dell’esercito in Egitto, in quella rada si trovavano: e come a questi giorni le navi inglesi trionfanti, e le vinte francesi nel golfo di Napoli stanziavano, poiché Nelson, dopo la vincita di quella gloriosa battaglia, in Napoli era venuto trionfatore a dar fondo, onde i disaggi sofferti rimediare: così quella presenza di tanta gente vittoriosa grande animo donavagli a sperare un felice conseguimento nella ideata impresa. Considerava del pari Ferdinando, or. che vedeva tante cose al fatto suo propizie, che se da se solo agisse! maggiori frutti nella vittoria coglierebbe, e quindi non. più gli Austriaci, non più i Russi, com’erasi opinato d’innanti, di attendere pensava. Sapeva pur anco, che i Francesi accortisi dei nuovi pensieri dei Principi contro loro, venuti erano all’antica deliberazione del Direttorio, cioè d’insignorirsi della Toscana e porre le mani addosso al Gran Duca se a tal estremo gli accidenti gli sformassero. Non metteva in dubio il Re, che i repubblicani quasi all’improviso assaliti ed innanzi che tempo di provvedersi avessero, presto dovessero cedere le terre italiane. Per tutte queste cose Ferdinando chiamati i suoi Ministri e Consiglieri a consulta, onde avere una più soda opinione, ed una maggiore certezza nell’operare, questi divisi, di sentimento, discrepanti non poco furono nella sentenza,; il Capitan Generale Acton, il Principe di Castelcicala, il Generale Mach, e come taluni ancora vogliono, anche la Regina favoreggiarono le ostilità; il Marchese della Sambuca, De Marco, il Marchese del Gallo, Corradini, e Simonetti, il Capitan Generale Francesco Pignatelli Strongoli, i due Generali Parisi, e Colli chiamati a consulta, non che l’Intendente dell’Esercito Maresciallo de Ariola propensi erano per la concordia; anzi quest’ultimo, così prese a dire con caldezza di ragionamento “Se anche potessimo tenere la guerra di difesa, tutto a noi manca per quella di offesa; niun passo alle frontiere è guardato veramente, e fortezze sono in assai mala condizione, quantunque gli aiuti, che se gli prestano. I nostri soldati la metà coscritti; quelli di Francia, se pochi, nel numero, sano bene addestrati alla guerra e ben usati alle fatiche; moltissimi uffiziali napolitani escono oggi dalle loro famiglie, gli uffiziali francesi vengono or ora tutti quanti da’ campi guerrieri. E perché tanta pressa? Perché? Muoverci noi innanzi e non gli austriaci? Quando si ha voglia di vincere rendasi certa la vittoria, quando è incerta si, ponga mente ai rovesci. Noi non abbiamo volto a ninna cosa il pensiero, senza badare che molte vittorie non giovano a noi tanto quanto una sola all’mimico; un passo che egli avanza a passo di conquista, e dopo mille che noi potessimo farne ci avverremmo in ostacoli maggiori: un momento può diffinire la loro sorte, e molto tempo non definirà la nostra”. Queste saggie e veridiche parole non ebbero ascolto, e per fatalità il voto per le ostilità prevalse; e quindi come diremo fu bandita la guerra, essendovi il Re Ferdinando determinato dagli aderenti Inglesi, i quali vedere gli avevano folto quei Sognati sopradetti vantaggi; È voce che l’Inghilterra temendo non potessero far frutto le trattative del congresso in quel tempio aperto a Rastadt, avesse spinta a tutto impegno la Corte di Napoli ad aprire la campagna in' Italia, per rompere le preoccupazioni dell’Austria, che dichiarava non volere cominciare le ostilità se prima i Russi non giungessero. In quel rincontro poco montava all’Inghilterra se le truppe di Napoli vincitrici o vinti rimanessero: nella sua politica altro non v’era, che il fere appiccare fa scintilla alla mina onde obbligare così la Francia a disperdere e seminare le sue forze in più vasti spazi. Checché ne fosse stato, per noi il genio del male la vinse, e fu risoluto di prendere l’iniziativa della guerra; non ostante, che nel fermalo disegno trai collegati statuito si era, meditatamente opinato, il dovere l’esercito di Napoli uscire dalle frontiere del suo territorio ed inoltrarsi verso la Toscana, tostocché gli Austro-Russi incominciati avessero lè ostilità, per poi congiuntamente operare nell’alta Italia contro il comune nemico. Avveniva a questi giorni lo scorrimento di altro attentato contro il Governo, macchinato in Calabria: venendo a morte, alcuni mesi, prima, un amatore di novità, tocco da Divina Grazia fece nel momento estremo l’abiura della setta, giusta le bolle Pontifìcie, alla quale era ascritto, manifestando, fuori confessione, oggetti e complici di essa, dicendo essersi recato da Napoli a Reggio il novatore Logoteta verso la metà di Giugno, per. concertare con altri calabresi di sua divisa il favorire lo sbarco di una divisione di truppe francesi, che Buonaparte gittare doveva sulle coste della Calabria nel suo passaggio da Malta in Egitto; qual cosa non ebbe effetto, perché avvisato il Generale di Francia di essere inseguito da forte Squadra inglese, prese retta direttamente per l’Egitto, nulla calendosi più del Regno nostro. Per questo avvenimento, ora riportato, dirò ancora, che il Governo di Napoli al primo conoscerlo aveva incaricato l’Uditore della Regia Udienza di Catanzaro D. Angelo di Fiore a provare il vero del manifestato; e questi facendo costare con pruove giudiziarie, verso il finire dell’ottobre, la cosa; rubricò di complicità settaria settantacinque individui, come in appresso si dirà.



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CAPITOLO V

Re Ferdinando dimanda ai francesi varie cose, e negativa risposta di questi: manifesto del Re ai suoi popoli— Disegno del Mack in questa campagna, spartimento dell’esercito di operazione, e movimento di esso. — Biasimevole piano di guerra da Mack ideata. — Condotta tenuta da questo Generale nel tempo della marcia — Avvenimenti in Roma per l’approssimarsi dei. napolitani, piano di difesa dei francesi. — Disposizioni date dai francesi in Roma ed altri avvenimenti colà succeduti — Il Maresciallo Micheroux e suo malinteso guerreggiare: ritirata di De Gambs. — Il Colonnello San Filippo e sua ostinazione. — Il Corpo del centro si avanza; il Principe di Sassonia è ferito ed il maggiore Codio esce di vita onoratamente per le ferite riportate. —Il Maresciallo Moetsch, ed equivoca di lui condotta. — Del conte di Damhs e sua bella ritirata in Orbetello. — Damas invita il Generale Naselli ad unirsi seco lui per attaccare i Francesi alle spalle; accordi fermati tra il Damas ed i nemici. — Ritirata della colonna centrale; il Brigadiere Barone, il. Brigadiere Pignatelli di Morsico, casi che disordinano questa ritirata. — Si raccolgono delle, truppe presso Capua per opporle al nemico. — Tumulti nella Capitale; uccisione di Alessandro Ferrerà, arrestò del Maresciallo de Arìola, si persuade il Re a riparare in Sicilia: fuga da Napoli dell’Ambasciatore francese.

IL nuovo Generalissimo al venire tra noi, tosto che vide il nato dell'esercito affidatogli, rese sicuro il Re di aver egli le migliori truppe di Europa, e potersi senza esitazione misurare. col nemico con la certezza della vittoria: non era mestieri essere un grand’uomo di guerra per iscoprire sotto le nuove divise soldati novelli al mestiere delle armi; non sapremmo però ben, dire se per leggerezza o per vafreria tale funesta iattanza avesse pronunziata il Mark; certezza è che siffatte. piacevoli idee ragionevolmente lusingarono al sommo il Sovrano, e forse furon. quelle che lo stimolarono con maggiore ardore a seguire e mantenere il consiglio inglese. Intanto risolutasi la guerra tra noi, Ferdinando addimandava ai francesi, ciò che sapeva, che essi non avrebbero consentito, cioè “Che da tutti gli Stati Pontifici sgombrassero, e l’isola di Malta sulla quale ragioni di sovranità vi aveva, in poter suo rimettessero chiamando l’una e l’altra occupazione novità fatte, violazioni, manifeste delle stipulate condizioni del trattato di Campoformio”. ()

Il Direttorio della Repubblica francese con tutto che in imminente pericolo di guerra si vedesse con fe principali potenze di Europa, come accennammo, pure risolutamente rispose Non potere acconsentire alle dimande (). Per la qual cosa pubblicamente Ferdinando da San Germano (perché già ai confini del Regno si era condotto) un manifesto bandiva ai suoi popoli del tenore seguente. Dal principio delle politiche rivoluzioni, aver procurato il provvedimento alla sicurezza de’ suoi domini, non di meno trovarsi nella circostanza di vedere il suo amatissimo Regno in pericolo, per la inaspettata mutazione di governo nel limitrofo Stato Romano, accompagnato dalla sovversione di ogni stabilimento, e dal danno della cattolica religione. Pertanto questi avvenimenti, la improvvisa occupazione dell’isola di Malta di sua pertinenza, e le continue minacce di prossima invasione, determinato averlo a fare avanzare il suo esercito nello Stato Romano fin dove l'urgenza il richiedesse per ristabilirvi la cattolica religione, per fare cessare, l'anarchia, e per porto sotto il regolare governo del suo legittimo Sovrano. Dichiarare poi di non muovere guerra ad alcuna potenza, e di, r esortare i comandanti di qualunque straniera armata a ritirare le truppe fuori il romano territorio, senza prendere ulteriori parti negli avvenimenti del medesimo. ()

LXIII. Dalle parole tosto ai fatti si passò, ed alla volta di Roma si avviò Re Ferdinando seco traendo l’esercito. Avvisava il Generale Parisi, poiché vedeva le cose al positivo ridotte, che se ad ogni evento si volesse prorompere negli Stati Romani si rimanesse almeno ferma, comecché minacciosa, l'ala destra dell’esercito dietro il Tronto affine di proteggere cori la sua posizione avanzata la ritirata del centro e dell’ala sinistra, quante volte battuti oltre il confine i napolitani. venissero a riparare dietro il Garigliano ed il Volturno, appoggiandosi alle Piazze di Gaeta e di Capua; ma questo savio dettato non ricevé adesione, e tutto si dispose come il Duce Sommo dell’esercito aveva in mente. Fu disegno del Mack in questa campagna d’invadere lo Stato Romano in diversi punti, ed intanto spedire per mare in Toscana un numero di truppe onde dare minacele ai francesi alle spalle.

Ecco in qual modo questo pensamento aver doveva sviluppo, ecco come l'esercito di operazione venne spartito, e quale ne fu il regolato movimento. Al Maresciallo di Campo D. Antonio Alberto Micheroux si era dato il carico delle truppe stanziate negli Abruzzile quali formar dove, vano l’ala destra della linea: erano queste dodici battaglioni, otto squadroni, con la corrispondente artiglieria; venivano esse dirette a valicare il Tronto, avanzare per la strada Emilia negli Stati Romani e per Fermo innoltrarsi verso Ancona: facevan parte di questo corpo i brigadieri Brocco Marchese di Pietramaggiore, il Barone de Tschudy ed Agostino Colonna dei Principi di Stigliano; a Capo dello Stato-maggiore vi stava il Colonnello Mori uffiziali del Genio. Due piccoli corpi, ciascuno di tre battaglioni ed uno squadrone, facevano ancor essi parte dell’ala destra, e sboccar dovevano il primo sotto gli ordini del Colonnello San Filippo, dalla stretta di Antrodoco verso Rieti per occupar Termini; il secondo dipendendo dal Colonnello Giustini da Tagliacozzo aveva ingiunzione di scorrere la Sabina. Erasi prescritto del pari al Generale De Gambs, che con dieci battaglioni, poca cavalleria e l’assegnata artiglieria tenesse dietro a quest’ala destra ed accorresse ove il bisogno il richiedesse; a tanto si pensava perché quest’ala la più attaccabile si teneva.

Le truppe radunate in San Germano composte di quaranta battaglioni, trentadue squadroni ed artiglierie confacenti, formavano il centro della gran linea napolitana sotto gli ordini del Tenente Generale Duca della Salandria. esse furono divise in quattro corpi diretti dai Marescialli di Campo de Bourcard, Barone de Moetsch Conte de Damas, e Principe di Hassia Philipstall; queste colonne valicar dovevano il Liri a CepranoFrosinone Ferentino e Valmonione, e quindi avanzare verso Roma. Eran con tali truppe i Brigadieri Angelo Minichini, Diego Pignatelli dei Principi di Marsico, Carrillo, Dillon il Principe della Tremouille, Federici, Pinedo, Pignatelli dei duchi di Casalnuovo, de Book e Serrano. Seguivano quella centrale colonna il Re con il suo Aiutante Generale Duca d Ascoli, il Primo Ministro Acton il Generalissimo Mach di tutti guidatori, il Quartiermastro Generale Maresciallo di Campo Parisi con lo Stato-maggiore generale; il Tenente Generale Principe di RipaAriola pel suo tenuto discorso fu messo fuori gestone, con queste vi andava tutta la folla dei Commessari di guerra. Seguiva anche questa colonna il Brigadiere Fonzeca con tutto il gran parco di artiglieria e bagagli, di cui facevano parte quattro superbi equipaggi di ponti, poiché tra noi non crasi ancora intromesso 1 utile cangiamento avvenuto in Francia nel 1794 di assegnare ad ogni parte dell’esercito un determinato numero di bocche a fuoco, le quali ne seguitassero in movimenti e formassero tanti parchi separati, ma ancora le ordinanze del 1754 e 1774 erano in vigore per le quali ad ogni battaglione, se gli addiceva il numero di due pezzi da quattro, chiamati cannoni di battaglioni, che non facevano parte della grande riserva munita di tutto l’occorrevole, la quale a distanza dell’armata sciupio si teneva. E d’uopo far conoscere trovarsi anche tra questi militari il Consigliere Giovanbattista Pecchioni con il titolo di Provveditore generale (o Commissario della provincia) dell'importante bisogna delle sussistenze: il quale balestrato nei romori dei campi dalle pacifiche abitudini di timido magistrato, che non aveva la menoma nozione delle cose della milizia, seppe così bene uscir d’impaccio, che trovandosi nel paese il più ubertoso della terra, e mentre in realtà i magazzini erano pieni a ribocco di vettovaglie di ogni maniera, i nostri poveri soldati cadevano di Cime appunto allorquando trovavansi alle mani col nemico, abbondantemente provveduto di viveri a di conforti di ogni sorta!

prender cammino per faciente funzioni d’intendente Generale dell’esercito, perché l’

Le oltre truppe riunite in Sessa componevano la sinistra ala messa all’obbedienza del Maresciallo di Campo Principe di Sassonia; dodici battaglioni ed Otto squadroni questi erano, e marciar dovevano, passato il Garigliano, per Terracina le Paludi pontine e Velletri ed innoltrarsi ancor esse verso Roma, per operare congiuntamente al corpo del centro: trovavansi con queste i brigadieri Casoni, Ricci e Barone, ed il Colonnello Fan della teneva il posto di Capo dello Stato-maggiore.

In ultimo un altro corpo di truppe di dieci battaglioni con la corrispondente artiglieria fu commesso sotto il comando del Tenente Generale Naselli ed imbarcato a Gaeta su navi inglesi, quelle da Nelson indipendenti, e fu mandato ad occupare Livorno col disegno di congiungersi agl’insorgenti toscani, e spingersi verso Perugia per assalire nel fianco i francesi, o per tagliare loro il passo, caso mai a ritirarsi fossero stati costretti: a Naselli era stato aggiunto il Brigadiere Navi ufficiale di artiglieria, ed avevano i comandi parziali i Brigadieri Russo, Dusmet è dell’Uva.

LXIV. Biasimevole anzi che nò sembrerà, questo stabilito piano di guerra ad ognuno, che della arte strategica ha conoscenza, per due assai essenziali motivi. Primieramente per avere il Mack diviso il suo esercito in tante parti; qual cosa a produrre venne, che la superiorità del numero in se stessa utile e forse unico vantaggio, che avevano le nostre truppe scomparve, divenendo ciascuna di queste suddivisioni alla nemica forza eguale; ma creder volle l’austriaco Generale, in tal modo disponendo, di coprire ad un tempo stesso la linea tutta della frontiera del Regno; cosa difficile oltre modo perla grand’eslcnzione sua, e scabiosa maggiormente per l’imperizia dell’armata che comandava; rendendo così più necessarie e meno possibili alla frequenza la comunicazione di un corpo all’altro, esecuzione che solo ben può succedere in una molto agguerrita truppa e da molto tempo addestrata, quindi avrebbe dovuto convenire piuttosto, siccome a quello che l'esercito aveva molto più grosso, il marciare unito, perciocché con uno sforzo solo vinto avrebbe, mentre con molti perdere poteva, come sciaguratamente gli accadde 0ltrecché essendo le forze della repubblica di ristretto numero, inutile diveniva la suddivisione della napolitana armata per garantire in più punti il confine del proprio Stato, giacche il nemico o un solo attacco, o tutto al più due tentar ne avrebbe potuto per rendersi agevole l'entrata nel Regno; e questi medesimi attacchi a vane intraprese sempre riusciti sarebbero, qualora le truppe regie riconcentrate portate si fossero sul nervo della nemica aggressione. Se dunque il generalissimo avesse avuta la semplice idea di occupare con celerità le posizioni indicate dalle più ovvie nozioni strategiche, per attaccare con la superiorità del numero le genti di Francia sorprese e separate da grandi distanze, era assai probabile, anzi dirò sicuro, che il primo successo per noi sarebbe stato; ed a tanto mirar egli doveva, che a Capo tenevasi di truppe nuove alla guerra, a fine d’ispirare nell’animo dei suoi soldati confidenza in loro stessi, ne’ loro capi, e diremo pure nella fortuna delle loro bandiere: ma come sperar ciò!.. Se Mack per propria confessione ha detto poscia, non essergli affatto noto il sito strategico di Cantalupo, posizione ad ogni modo conveniente in quel rincontro; in vece egli cedette cosi al nemico il vantaggio del tempo, delle posizioni ed anche del numero.

In secondo luogo preveder doveva, com’esperto guidatore di milizie qual egli credevasi, e conoscere del pari, che non v’ha armata in campagna, che non infelici e disgraziati successi incontra, epperò far d’uopo più al ben ritirarsi dar mente, che allo spingersi avanti: tal essenziale punto totalmente da lui non solo venne messo in non cale, ma obbliato del tutto; e per siffatta mancanza o di conoscenza o di previdenza avvenne, che alle prime rotte, ogni corpo su qual luogo appoggiare non sapendo da se solo adopravasi, quindi le comunicazioni non più esatte, le linee non conosciute, i rinforzi non a tempo più, ed il disordine, per tutte queste conseguenti cose, nelle colonne dell’armata mettere il piede con molta sollecitudine. Ma voleva il Mack mostrar sempre un arte molto grande e non a grado gli andavano le semplici mosse, e cosi nella propria creduta perizia ravviluppandosi ed impacciandosi, si espose ad un più gran numero di fortuiti casi, che un maggiore adito alla francese fortuna aprirono. Epperò è da sostenersi essere da poco le nozioni militari di questo Generale, poiché la campagna di Roma con i napolitani fatta, e la seconda di Germania finita in Ulma, con sua tanta vergogna con gli austriaci, ambidue da esso dirette, fan vedere e nell’una e nell’altra gli stessi rovesci e le stesse cause de’ rovesci; e credo per ciò ragionevolmente conchiudere esserne la colpa del solo Duce Supremo; giacche ciò ch'è effetto meramente di fortuna non con tanta simigliarla due volte si ripete, e la storia di Europa documenti più chiari ne conserva nei fatti appunto di Ulma nell’anno milleottocento cinque. Trovo registrato in uno dei volumi di Storia veridica riguardante il Generale Mack “Innanzi all’apertura della campagna volle questo Generale far saggio delle truppe affidategli, e forse ancora far mostra della sua scienza militare in una finta battaglia: e comandò con tal arte, che quella divisione, la quale immaginavasi nemica, circondò l’altra opposta che rappresentava i Napolitani, e con tristissimo augurio la foce prigioniera. L’ammiraglio Nelson ch'era uno degli spettatori, ne fu indignato per modo, che non potè contenersi dal dire. Quest'uomo ignora i primi rudimenti dell'arte della guerra”. Nondimeno il Mack ragionava con molta dottrina delle cose attinenti alla sua professione, ed aveva in pronto tal copia di esempi militari, che pareva di averne fatto uno studio profondo. La vocazione di lui non era il campo, ma la cattedra.

LXV. L’armata di Napoli nel ventidue di quel Novembre diede principio al movimento generale in avanti; era essa messa in marcia in quel giorno, ed un dirotto tempo, in modo da rendere guaste le strade tutte, aspramente l’accompagnava; locché fu cagione che dopo due o tre tappe i convogli e le artiglierie, non ostante fossero trascinate da più valenti animali delle razze del Regno, inutili restarono e distaccati affatto da’ rispettivi corpi t né ciò valse a trattenere l’imprudente condotta del suo Capo, che nulla di meno sempreppiù volle spingersi innanti abbandonando tutto il necessario materiale dell’armata alla guida del puro caso. É a dirsi a tal rincontro, che per rendere avvezzi i nuovi soldati alle aspre vicissitudini della guerra, volle il Mack, senza idea di necessità, che tutti indistintamente guadato avessero. il fiume la Melfa gonfio a segno per eccessive pioggia che parecchi annegati vi rimasero: con questo bel modo allettava al nuovo mestiere i giovani soldati, sulle cui menti le prime impressioni hanno tanta possanza! Nè contento di sbagli sì gravi, anche altro ne aggiunse quale fu quello, che tutti i prigionieri repubblicani che nelle mani dell’armata regia cadevano, anzicché custodirli e ritenerli, quieti, liberi e dissarmati si contentava alla gente loro rinviarli. L’oggetto principale della guerra essendo quello d’inutilizzare e diminuire per quanto è possibile le nemiche forze, e non diminuendosi queste in niun altro modo, che o distruggendone i componenti, o inabilitandone le offese rendendo essi prigioni; in tal maniera operando il Mack, le forze nemiche, anzicché venire distrutte dai regi, erano in vece intatte conservate, quasi credendo che il solo dissarmarle ad impedire bastasse, che l’uomo riarmarsi non potesse novellamente e nuocere di nuovo. Tale accadde per suo ordine alla colonna del Principe di Sassonia a Terracina primo punto ove venne incontrato l’inimico, la quale città presidiata da circa quattrocento francesi era, che da sopra quelle alture ne difendevano il passo, e superalo dai napolitani in poch’istanti con bravura molta, e fattine ottanta e più prigionieri gli altri fugati ed uccisi, furono i prigioni dissarmati soltanto, e liberi rimandanti sul grosso delle forze loro: sistema che da Terracina fino a Roma sempre proseguì, e che come ognuno chiaramente vede, in luogo d’indebolire al nemico le forze, queste conserva, mentre in una piccola armata come era in allora la francese alla napolitana opposta, ogni diminuzione per essa diveniva un grave danno.

LXVI. Alla napolitana marcia il Generale Championnet nelle mani del quale stav’allora il Supremo governo de’ repubblicani in quelle parti, dimandava, per formalità, qual ragione movesse i napolitani a marciare contro loro; alla quale dimanda da Mack, con audacia, se gli rispondeva, che “se gli convenisse per la fede dei capitoli di Campoformio, poiché dalla Francia convertito ed usurpato si era quello Stato, epperò l’esercito di S. M. Siciliana verso la avanzare” onde Championnet ai casi suoi pensando, poiché non altro che diciottomila uomini all’incirca sommavano le truppe da esso dipendenti, delle quali erano in Roma appena quattromila e cinquecento, deliberò di ritirarsi piegando sulla sua sinistra; od attennesi in tal pensiero perché vedeva il suo piccolo esercirlo tutto sparpagliato sulla superficie dello Stato Romano estendendosi tra il Tirreno e l'Adriatico da Terracina ad Ancona: in tal divisato coincisero le opinioni tutte dei Generali da esso dipendenti e quindi si cercò mandarlo ad effetto.

Poiché con preciso dettaglio tra le truppe di Napoli ho messo a conoscenza coloro che ne tenevano il comando, mostrando ancora qual fosse il piano del loro prorompere, così fa di mestieri adesso, ch'io la medesima cosa palesi per quelle di Francia, dando ad avvertire in qual modo da’ nemici si cercava resistere. Erano sotto gli ordini del Generale Supremo Championnet i Generali Bonnamy Capo dello Stato-maggiore Boisgerard ed Eblè l’uno comandante il Genio, l’altro l’Artiglieria; d’Arcambal Intendente Generale; Macdonald, Kellermann, Dùhesme, Dambrosvvsky Mathieu Rusca Sainte-Suzanne, Rejr e Casabianca Generali di divisione; Dufresse, Lemoine Mounier, Forest, Point, Broussier, Calvìn, Olivier, Kniazenvvitz, Watrin, e Leopoldo Berthier Generali di brigata; Fririon, Sarazin, Gauthrin, Thiebault, Romieu Lacroix Aiutanti generali.

Al ricevere Championnet l’annunzio dell’avanzarsi del nemico, nella notte susseguente al ventitré Novembre sparar fece il cannone di Castel Sant’Angelo onde avvertire che Roma era in pericolo nel dì vegnente Roma in istato di assedio dichiarò ed invitar fece i patriotti a prendere le armi per la comune difesa. Stabilita frattanto con Mack una quasi convenzione, nella quale promise di sgombrare quella Capitale, ne partì di latti la notte del venticinque al ventisei, lasciando però nel Castel Sant’Angelo il Capo-battaglione Walter con circa mille uomini affinché la presidiasse; e come da alcuno fu detto cifra un altro migliaio ancora nascosti nei più segreti e reconditi luoghi di quella vasta città, onde in opportuno e favorevole caso ai casi detti patriotti uniti, avessero potuto tentare qualche colpo contro il nemico. I Consoli della sedicente Repubblica Romana seguiti intanto dalla maggior parte degl’impiegati nella medesima notte a Perugia fuggirono, ov’era andato un piccol corpo di pochi francesi commisti a romani per essere pronti ad oprare, secondo le circostanze correvano, sotto gli ordini del Generale Brussier spedito in Firenze a fin di tener d’occhio tanto i movimenti della divisione napolitana del Naselli, che della minacciata insurrezione Toscana. Contemporaneamente Civitavecchia venne abbandonata, ed il francese presidio a Civitacastellana ritirossi occupandone il Forte; in quel luogo medesimo tutte le forze di Francia da quella parte si erano riconcentrale per opporre colà un argine allo sbocco delle diverse colonne napolitano, potendo da quella posizione resistervi e batterle l’una d'appresso l’altra in dettaglio, prima, che tutte avessero potuto contro loro fare riunione. Il ponte di Borghetto, poco lungi da quella città, venne con accuratezza anche tenuto in guardia. Fu spedito il Generale Lemoine in Terni con l’ingiunzione di mettere un valido antiguardo in Rieti, poiché aveva in mente Championnet di tener per centro della sua linea questa posizione, la quale conveniente trovavasi a guardare gl’interessanti posti della via Flaminia, onde potere da quei siti riunendo tutte le sue forze, opporre una resistenza in più ristretti e meno aperti spazi, a fine d’impedire di essere o circondato o tagliato dalle superiori forze di Napoli dal resto dell’Italia tutta, da cui sperar poteva soltanto aiuti e soccorsi; e così benanche tentare la sorte di una battaglia, con la quale seguitare a mantenersi, se non totalmente in parte almeno, nel già conquistato paese Pontificio. Le genti che stanzionavano in Ascoli sotto gli ordini del Generale Casabianca appoggiando ad Ancona, formar dovevano la sinistra ala della linea francese. tal era lo stato delle cose opinate e disposte da quei della repubblica, per argine alle operazioni dei regi; ora man mano vedremo com'esse ebbero sviluppamento.

LXVII. Nel ventisei rimaneva tutt’ora in Roma il retroguardo da Macdonald comandato, e la guardia nazionale della pubblica tranquillità s’incaricava; ma i posti avanzati dei napolitani, nonché le punte e le vedette di essi, di già essendo al sesto miglio da Frascati, a tumultuare il popolaccio incominciò ed a riunirsi ancora, tutti abbattendo e tutti distruggendo i repubblicani emblemi, minacciando anche di saccheggiare il Ghetto; e trascorrendo in vituperi ed in fatti peggiori dei vituperi contro coloro che il nuovo governo seguito avevano il popolo o mosso da se, o incitato da altri atei e giacobini chiamavangli, e con tai nomi i colpevoli, ed i non colpevoli per odio pubblico e per private vendette spesso venivano confusi, siccome in tutte le sedizioni succede. Un certo Gennaro Valentino di commessario napolitano il titolo assunse, ed innalzando la bandiera di Napoli per le strade correva acclamando il suo Sovrano, venendo seguito da folta turba di popolo e da alcuni distaccamenti di guardia nazionale; e così trascorrendo, con una francese pattuglia iucontrossi, por la qual cosa da ambo le parti alcune fucilate furono tirate. Allora Macdonald, onde atterrire la moltitudine, arrestare e chiudere fece diversi ragguardevoli personaggi in Castel Sant’Angelo e così in sua possanza fe mostra di tenere degli ostaggi, minacciando del pari tutto il militare rigore contro chiunque sollevato si fosse: ma riflettendo meglio nella corrente circostanza, conobbe non più potere così agire e quindi nel seguente giorno per Civitacastellana ritirossi anch'esso per prendere il parziale comando delle genti colà riunite.

Trascorso il merigio del ventisette il Maresciallo di Campo de Bourcard comandando la vanguardia napolitana entrò in Roma, e con popolari applausi venne accolto, ed accampatosi vicino al monte Mario spedì un distaccamento ad occupare con sollecitudine l'abbandonata fortezza di Civitavecchia. Nel dì ventinove entrò Ferdinando in Roma seguito dal suo Stato-maggiore e dà un reggimento di cavalleria in bellissima mostra: il popolo feste di ogni sorte gli fece, le romane e le napoletane allegrezze miste tra esse divenivano un singolare spettacolo. Nominossi al momento al governo di Roma una deputazione composta de Principi Borghese, Adobrandini, e Gabrielli del Marchese Camillo Massimi, e del Cavaliere Ricci i quali bentosto con le loro saggi e cure le popolari insolenze repressero e la calma vi richiamarono. Nello stesso giorno col Comandante del castello un accordo conchiusesi, in virtù del quale gli ostaggi la libertà riacquistarono.

LXVIII. Seguivano intanto le napolitano genti per le divisate direzioni le mosse loro, e le imperfette militari qualità di esse sempre più si andavano conoscendo; imperciocché le proprie' operazioni venivano accompagnate dall’incertezza, e non affatto quella fiducia e sicurezza mostravano, che l’arte della guerra a chi la professa deve ispirare, tocche a vero dire tra i Comandanti e gli Uffiziali specialmente osserva vasi.

Il Maresciallo di Campo Micheroux nel ventiquattro di quel mese diresse i suoi attacchi contro Ancona, ove un numero di nemici stanziava di circa tre in quattro mila uomini: giunto per la strada di Porto di Fermo nel luogo, che Torre di Palma si appella incontrò il Generale Casabianca con due mila e più tra francesi. e cisalpini, che ivi postati in avanzata difesa di quella Piazza si tenevano. Altaccossi tosto la battaglia, e tra il superiore numero dei napolitani e tra il valore del Reggimento di cavalleria Real Napoli, non che dell’altro della stessa armata Principe, comandati in allora, il primo da Capece Scondito ed il secondo dall’egregio colonnello Corsi, come pure dall’ardore del Reggimento di fanteria Puglia condotto dal colonnello Conte Anguissola, furono i francesi in breve ora sconfitti e volti in fuga; avendo fra le altre cose la delta cavalleria tolta al nemico la sua artiglieria; avvenimento ben raro ad accadere nelle battaglie, cioè, che possa la cavalleria impadronirsi del cannone inimico. Frattanto il Micheroux conseguiti questi primi felici successi, i quali infruttuosi gli addivennero, poiché non ricevendo avvisi delle operazioni del Generalissimo, e non avendo istruzioni eventuali intorno ai movimenti ulteriori del suo corpo, e più di ogni altra cosa, non sapendo affatto prendere da se solo un partito, aveva, per ignoranza di far di meglio, arrestato il movimento in avanti della sua truppa onde non comprometterla, e fermato si era nel pensiero di rioccupare la linea del Tronto per attendere gli ulteriori ordini del Mack. Mentre egli, per tanto fare, ricalcava con timidezza il sentiero percorso, il Generale Casabianca rinforzato dalla brigata di Mounier venuto da Ancona, e dalle genti riunite in Macerata dal Generale Rusca, vedendo corsi, tre dì della seguita battaglia né il nemico più comparire in niun modo, delle riconoscenze incominciò a tentare per escogitare come le cose esistessero: giunto di nuovo nel precedente campo della battaglia, ritrovò egli i propri perduti cannoni, in uno alle munizioni appartenenti, dal conquistatore totalmente abbandonati, e sorpreso da ciò e prendendo lingua dai terrazzani, risaputo da questi, che i napolitani ritirati si erano, fece pensiero saggio e militare, credendo che il Generale Championnet completamente l’armata di Napoli avesse battuta, per cui la colonna ch’era stata a fronte di lui, fosse stata astretta a ritrocedere più che di fretta, o per non trovarsi all’intiero tagliata o per congiungersi alle genti disfalle; quindi non ostante la molta distanza in che si trovava dal grosso delle sue truppe, pure recossi sull’offensiva, e traendo innanti per ciò da assalito divenne assalitore; impetuosamente attaccò i napolitani nell’atto della marcia, la quale veniva eseguita senza precauzione, nel modo processionale in colonna serrala, con tutto quello che vi era di grosso materiale tra mezzo; fu per questo, che non duro molta fatica ai. francesi, liberi nei loro movimenti, dì cingere e disordinare all’intuito la truppa intera di Micheroux incalzata da tutt'i lati, non potendo svolgersi perché inviluppata dal nemico, ed impedita dalle sue bagaglie, dalle stesse sue artiglierie imprigionate, a modo di dire, negl’intervalli. dei battaglioni. Tal trambusto arrecò sì forte scoramento e confusione mentale in coloro che quella gente guidavano, che in luogo di lasciare la cosa alla pura difesa personale, sempre vantaggiosa pel maggiore numero, come dai pili già si praticava, azzuffati con eccessiva risolutezza col nemico, se non altro per scemarne le persone, surse tra i napolitani una voce, che diceva “chi può salvarsi si salvi” e si disse, che lo stesso Micheroux quelle allarmanti parole pronunziasse, le quali siffattamente da tutti ripetute con timidezza, produssero un totale disordine e completo sbandamento in quelle genti. Tal errore nelle marcie noi lo vedremo riprodurre in tutto il corso della campagna, ed avere sempre, come ragion vuole, le medesime funeste conseguenze.

Per non porre laguna alla narrazione di ciò, che. da. quella parte degli Abruzzi andav’accadendo, dirò cosa peggiore della già esposta, ma pure sciaguratamente avvenuta. Il disordine e lo scioglimento della colonna predetta, indusse a credere al Generale de Gambs, avendone avuta conoscenza, che aneli’ egli alla volta di Ancona marciava dell’ala destra in sostegno, e che già giunto in Solmona era, che la nemica forza fosse da quella parte superiore di molto alla sua, giacche aveva oprato il battere ed il dissipare della colonna del Micheroux più forte di quella da esso guidata; quindi in vece di correre a presti passi sul confine, onde un ostacolo opporre ed una valida difesa ai francesi vincitori non altro pensar seppe ed oprare, che volgere le spalle, ed intieramente su i propri suoi passi far ritorno, venendo a postarsi niente di meno, che a Nola a soli, tredici miglia di distanza da Napoli, ponendosi con ciò in uno stato di perfetta inutilità, donando al contrario al nemico tutto l’aggio a formare un potente diversivo con l’invadere un gran tratto del. paese a difendersi, restato abbandonato e scoverto, poggiato soltanto alla debole difesa di due alquante insignificanti Fortezze, cioè di Pescara, e di Civitella del Tronto.

LXIX.. In allora che verso l'estremo confine del Regno l’esposto accadeva, il Colonnello Sanfilippo, che del Reggimento Reale Italiano teneva il comando, uscendo dal campo di Aquila prendeva direzione per Civita-ducale sur Rieti onde innoltrarsi per la via di Narni ad occupare Terni; al suo primo avanzare sforzava con impeto il nemico ad abbandonare Rieti ed indi con risolutezza traeva innanti la sua marcia; e come aveva menato buon camino, così quasi sotto Narni era giunto. Era il San Filippo un vecchio Uffiziale, di molto capace per tutto quello che sia disciplina ed amministrazione militare, ma disgraziatamente mai guerreggiato aveva; credeva egli, che la guerra, questa sì intrecciata arte, nella esecuzione irrimissibile dei superiori ordini consistesse, di modocché mai o per niuna ragione discostarsene fosse permesso, ad onta degli ostacoli qualunque, che sempre. nella esecuzione di quest’arte se ne incontrano, e che un saggio militare ridurli deve a suo partito insormontabili che fossero: credeva del pari che nella maggiore esattezza ed inalterabilità dell’esecuzione degli ordini, tutto il segreto della guerra consistesse; di modo che il carattere di quest’uomo assai francamente definire si può per quello di un vero pedante militare. Aveva egli nelle sue istruzioni ricevuto l’ordine di regolare le marcio per tappe fissate in giornale, con un prescritto itinerario. Giunto come dicemmo a poche miglia da Narni s'Imbatté in una scoverta nemica, che facilmente fu dalle sue avanzate e vanguardia respinta e distrutta: i napolitani non si aspettavano d’incontrare i francesi in quel punto, mentre dalle inesatte notizie, che dalle male regolate corrispondenze loro essi avevano, credevano, che non prima di Terni avrebbero potuto da quella parte incontrare il nemico, epperò quella notte in alloggi comodamente in Narni, siccome veniva dall’itinerario prescritto, fossero restati senza contrarietà alcuna. L'improvviso incontro dei repubblicani doveva intanto molto naturalmente far cambiare l’idea della marcia, come ad esperte genti sarebbero venuto il pensiero, e non restare a quanto prescritto si era, prendendo precauzione e più accurate notizie prima del proseguirla. Ma ciò, chi avrebbe dovuto farlo? — I comandanti infatti degli altri battaglioni al San Filippo subordinali di trattenersi e bivaccare per quella notte nel luogo ov’erano giunti proponevano, giacche essendo appunto al declinare il sole pericolosa temerità sarebbe stata l’avanzare in un paese non esplorato, nel quale il nemico molto spontaneamente si mostrava. Ma il San Filippo ai suoi pedanteschi principi fedele, osò credere che non giungendo in Narni per quella sera, secondo l’itinerario prescriveva, ai suoi precisi doveri mancasse, si che responsabile sarebbe stato di qualunque disastro, che avesse potuto accadere al resto dell’annata tutta, pel ritardo suo: volle dunque, con deciso pensiero, proseguire la marcia su Narni, ancorché vedesse, che non prima di avanzata notte giungere colà poteva. Il Generale Lemoine intanto, che i francesi comandava avendo ricevuto rinforzo di 2400 uomini con Dufresse pervenuti da Spoleto, e che con la suddetta scoverta conosciuto aveva la nemica forza, con tre mila delle genti sue all’incirca si era da quella parte innoltrato per difesa ed ostacolo opporre, non tardò al di qua non lungi da Narni situarsi, imboscandosi e mettendosi in aguato, quasi presago dell’ostinazione del San Filippo. In fatti giunta la napolitana colonna al cominciare della notte in mezzo al teso agguato, vi fu quasi in un lampo tutta sacrificata e distrutta, appena con il San Filippo volto in fuga poche centinaia di napolitani salvandosi; e con sì miserando caso ebbe un assai accelerato fine quasi tutta l’ala dritta dell’armata regia. Ciò avveniva meramente per caparbietà di chi quelle genti guidava! E (di qui comincia a chiarirsi più che mai, poiché al caso pratico ridotte le cose, tutta quella serie di madornali errori opinati da colui che aveva regolate le mosse, che avrebbe prodotto non solo la distruzione di un esercito nuovo qual’era il nostro, ma si bene di quello il più istruito ed agguerrito; basta solo darne la pruova il presente caso, cioè di fare occupare la posizione di Terni, d’onde il successo della campagna dipendeva da appena un distaccamento di tre battaglioni ed uno squadrone, comandato da un Colonnello.

LXX. Or mentre le genti di Micheroux e di San Filippo si ritiravano sbandatamente, incalzate sempre dal nemico verso Civita Ducate, il Colonnello Giustini, che marciando da Solmona verso la Sabina aveva trovato il passo di Vicovaro occupato dal Generale Kellermann con forze numerose, ed aveva d’altra parte saputo in camino i sinistri casi delle predette colonne, corse defilato lungo la sponda del Tevere, ed arrivato in Tivoli oprò congiungimento con l’esercito del Generalissimo, il quale di già aveva occupata Roma, in dove riunite si erano le quattro divisioni centrali, ima a quella della sinistra obbediente al Principe di Sassonia. Fatte il Mack vane dimostranze ostili, e più vane minaccie contro il miserabile Castel Sant’Angelo, che qualche battaglione avrebbe potuto tener d’occhio, sciupando e perdendo così preziosi giorni, dei quali il nemico aveva con abilità e celerità profittato, per fir massa grossa e stabilirsi in buone posizioni, si destò dal suo letargo in fine e nel due Decembre da Roma si mosse. Al suo primitivo avanzarsi, respinse con caldo combattimento un ostinato antiguardo francese al passaggio del Tevere, ma arrivato a Boccano vi rimase ancora per qualche giorno indeciso. Volendo trarre giudizio dalle disposizioni del suo disegno di guerra, sembra ch'egli divisasse sforzare il ponte di Borghetto, e quindi respingere il nemico da Civitacastellana per farsi padrone della strada maestra, che mena a Firenze. A questo effetto la divisione del Barone de Maetsch accresciuta dal piccolo corpo del colonnello Giustini ebbe ordine di marciare per la Sabina verso Civitacastellana, ove dovevano giungere ad un tempo medesimo la divisione di Bourcard percorrendo il sentiero lungo la sponda sinistra dei Tevere, e quel la del Principe di Sassonia avanzando per Monterosi e Fallati: una piccola colonna di tre battaglioni comandata da Carrillo doveva mantenere aperte le comunicazioni tra questi due corpi inoltrandosi per la via di Nepi verso Civitacastellana pur anco: le truppe di Damas e del Principe Philipstal rimaner dovevano in riserva. Il movimento offensivo ebbe reale cominciamento il quattro Decembre; intanto le napolitane colonne marciando processionalmente con le loro artiglierie e bagagli, come di sopra accennammo, tra mezzo, avanzavano incaute senza esploratori per sentieri mal conosciuti e taluni affatto nuovi; colpa della inesperienza dei Capi e dello Statomaggiore; per tale imperizia il piccolo corpo del Carrillo dovendo attraversare un bosco vi s’innoltrò con tanta sicurezza, non osservando, né conoscendo il passo, come se a manovrare fosse andato, tralasciando pur anco il farsi precedere da un antiguardo; fu per ciò che assalito, molto naturalmente, all'improvviso nei fianchi ed alle spalle dai francesi di Kellermann, i quali riservati si tenevano appiattati nel più fitto della l)oscaglia, che rotto, alla spicciolata si mantenne alquanto, ma non potendo così per molto tempo menar le mani, andò per come potette a riunirsi alla divisione del Principe di Sassonia, la quale rifinita dalla fame, quasiché ridotta impedita dalle abbondevoli pioggie ricevute nel camino, e guidata da un partigiano del nemico, fu attaccata con furia estrema dal corpo del Generale Kniszenwitz nell’allocchì:, per consiglio della guida infedele, si era innoltrata con tutte le bagaglie e le bocche da fuoco in una via lunga e stretta tra poggi alti, che riesce a Caprarola. Non di meno un battaglione di granatieri ed uno di cacciatori ch'erano al retroguardo, vedendo il sinistro avvenuto opposero sì vigorosa resistenza al nemico, che non ostante l’inabilità del sito, pure lo avevano forzato a ritrocedere, quando disgraziatamente caddero trafitti da gravi ferite il Principe di Sassonia, che spinto dal suo bollente coraggio lo incalzava alla testa dei granatieri ed il bravo Maggiore Coello, che sostenendo con valore l’aspra pugna col suo battaglione di cacciatori vi perde gloriosamente la vita per le riportate ferite. Grave sventura fu questa, che ne derivò lo scompiglio della intera divisione, non avendo saputo, o potuto riordinarla il debole brigadiere Cusani il quale ne assunse il comando per dritto di anzianità.

Miglior successo ebbe la colonna di Bourcard, che dopo di aver battuto il corpo francese del colonnello Lahure, costringendolo anche a voltare le spalle e mettersi in fuga, postato a guardia di Rignano, si avanzava animosamente per attaccare la massa principale di Macdonald in Civitacastellana, allorché il Generalissimo fece sospendere l’offensivo movimento avvertito dei casi della gente di Sassonia, ed ignorando i fatti della colonna di Metsch, ch’ora riferiremo.

LXXI. Era il Maetsch in seguito di un vivo combattimento, nel quale i francesi avevano lasciato sul campo oltre trecento de’ loro tra uccisi e feriti, riuscito a cacciarli da Otricoli e quindi si era del pari insignorito di quella importante posizione t la quale stando in potere dei napolitani interrotte rimanevano le comunicazioni tra i diversi corpi dell’esercito della Repubblica. Ridotte così le cose poteva il Duce supremo appigliarsi a due partiti, cioè o riunire alle altre divisioni quella del Principe di Sassonia e rinnovare l’attacco contro Civitacastellana, o appoggiare con tutte le sue truppe le mosse della gente di Maetsch; pare però ch’egli al secondo di questi avvisi avesse voluto attenersi, dappoiché avendo spiccato il conte di Damas a raccogliere e riunire alla divisione sua, quella disordinata del Principe di Sassonia, fece gittare un ponte sul Tevere ed andò col nerbo del suo esercito a stabilirsi a Cantalupo. Conosciuto Macdonald per questo movimento, il pericolo in che veniva esso messo, spedì all’infletta la divisione del Generale Mathieu a riprendere Otricoli per ristabilire le interrotte comunicazioni. Ciò che per tale disposizione avvenne è d’uopo di minuto dettaglio.

Era il Maetsch un Prussiano, che discepolo del gran Federico vantavasi, ma a vero dire semplice uomo favorito da fortuna: giunto egli tra napolitani per versatissimo nell’arte della guerra si faceva tenere, in quei tempi, che il portamento, l'attillatura ed un certo rigore, ed alquanta esattezza materiale nel maneggio delle armi e nell’esecuzione delle più ovvie manovre, facevano le veci dell’essenza della guerra, alle quali cose, in verità, in un certo modo versato egli era. Grande suonava la riputazione sua, ed altrettanto per lo meno la di lui condotta equivoca mostrossi (in fatti nel riconquisto del Regno fatto da Ferdinando, arrestato e rinchiuso venne per ordine Sovrano per più mesi nel castello di Barletta; e dopo molte e frequenti istanze da esso lui fatte per essere tradotto al cospetto di un militare giudizio, la Corte di Napoli la grazia concessele di un sussidio di ottocento ducati e dal Regno lo bandì) Erano due mila uomini all'incirca quelli, che obbedivano a Mathieu, e che furono mandati a tentare la espressata impresa. Malgrado le forze superiori del Maetsch e la posizione grandemente vantaggiosa di Otricoli in una altura situala, dominante all'intutto la pianura per la quale i francesi avanzavansi, in giorno di Domenica; il Maetsch o disprezzando effettivamente quel parco numero, attesa la maggior quantità delle sue genti, o di disprezzarlo intingendo, per dar tempo ai nemici di superare la salita, (giacché si credette, che fosse stato egli preventivamente guadagnato dal Generale Championnet) ordinò con un zelo ai suoi principi religiosi inopportuno, essendo egli protestante, che la truppa recai’ alla messa si fosse senza armi, perlocché dei clamori vi furono, vedendosi il nemico da tutti ad occhio nudo avanzare, e di già incominciare la montata che al paese dav’accesso; per tal motivo, con istentati modi, diede permesso che una pattuglia di cavalleria di trentasei uomini e tre Uffiziali, di vari reggimenti composta, accorsa fosse a scaramucciare colà, onde trattenere il nemico, finché celebralo ed ascoltato si avesse il Santo Sacrificio della messa; tanto era egli in quel rincontro devoto divenuto! ed ostinatamente volle, che la truppa al sacro rito si portasse. Uscirono in fatti assai volenterosi di rispingere il nemico il giovane Principe di Ripa capilano del reggimento Re cavalleria, il Cavaliere D Carlo Marulli Primo lenente del secondo nuovo reggimento formato da Caltanisetta, e D. Giacinto Esperti Alfieri del reggimento Duca di Roccaromana col divisato numero tra sott'uffiziali e comuni volontari dei vari corpi, i quali azzuffatisi col nemico in una gola circa un ora il trattennero; e poiché venendo morto il Ripa, che questi bene avvogliati dirigeva, ferito l’Esperti, ed il Marulli fatto prigione, e tra estinti e malconci più d’una dozzina dei loro cavalieri, gli altri perché ben pochi rimasti, da niuno più guidati e privi dal vedersi soccorrere, nella città si ritirarono. Ma il Maetsch, che con pochissimi forza avrebbe potuto arginare, e del tutta impedire e distruggere la intenzione del nemico attesa la forte posizione sua, nulla intraprese e lasciò, che i francesi nel paese entrassero e tutti bandissero prigionieri: buon numero però dei componenti il corpo di questo Generale a tale annunzio conoscendosi non degni di sottoporsi ad un nemico, che non vinti gli aveva, intieri si ritrassero in Calvi, anche forte luogo, unitamente al Generale. Animato Mathieu dal successo o reale o secondato, rinforzato dal Generale Calvin seguitò il suo movimento e senza nulla esitare attaccò ancora Calvi in dove il Moetsch o scoraggiato dall’avvenuto disastro, o perché da rimorso del suo mal procedere tormentato avvilito e confuso si arrese con tutta la residua sua gente, niuno benché minimo ostacolo oppugnando, nel momento appunto che il Mack spediva in suo soccorso la truppa del Principe di Hassia Philipstal, la quale poco mancò, che non rimanesse inviluppata in mezzo il movimento in avanti che Championnet faceva oprare a tutte le sue armi per dare totale battaglia all’esercito napolitano in Cantalupo.

Con tal divisamento il Generale Macdonald lasciato un piccolo presidio nel forte di Civitacastellana si avanzava a gran passi col grosso dell’esercito, venendo dalla montagna di Buono, per Calvi e Collevecchio verso Cantalupo, ove s’innoltrava del pari dall’osteria di taccone per la strada grande il Generale Rey con molti rinforzi venuti dall’ala sinistra, ed il Generale Kellermann sboccando con la sua divisione dal ponte di Borghetto difeso da 12 cannoni, mentre il Generale Lemoine marciando sulla strada che da Rieti mena a Roma, minacciava fortemente con la sua gente l’esercito napolitano nel fianco destro ed alle spalle. Non attese la battaglia il Mack ed il giorno 11 Decembre si pose in ritirata verso Roma, d’onde il Re già partito n’era col Duca d’Ascoli il giorno 8 per far ritorno in Napoli.

L’esercito, dopo un sol giorno di riposo in quella capitale ne uscì a gran fretta, quandocché se vi si fosse fermato un altro giorno soltanto, e ben lo poteva senza alcun rischio, avrebbe potuto raccogliere la divisione del Conte di Damas, che intercisa rimase per mancanza di avviso, come I per difetto d’istruzione era rimasta inoperosa ed obbliata quella del Naselli in Livorno.

LXXII. Non i medesimi tristissimi successi ebbero le truppe del Conte di Damas, anzi è d’uopo, che io ne dettaglio le operazioni, poiché come il vituperio io ho narrato, così con eguale sincerità le laudi delle nostre truppe fa di mestieri ch'io esponga. Non sì tosto ebbe il Damas avviso, che le varie divisioni delle genti di Napoli movevano in fretta per la via del Regno, che raccolti i suoi soldati a celere passo prese camino verso Roma, ove giungere voleva prima dei nemici. La sua forza si componeva di dieci battaglioni di fanteria, cioè due di Real Messapia, due di Lucania, due di Agrigento, due di Sannio, ii quinto battaglione dei Granatieri ed un battaglione di Cacciatori calabri; di otto squadroni di cavalleria, cioè quattro di Terragona, uno di Principe Alberto, e tre di Regina, ed otto pezzi di artiglieria sommante tutta sette mila combattenti.

Non appena questa colonna giungeva al nominato Ponte Molle, che gli avanzati posti dei francesi fermaronla e diederle intima di abbassare le armi e rendersi prigioni: niuna addesione fu data dal Damas alla proposta, anzi, alla orgoglio sa dimanda, rispose quale a fermo militare si addice; ma pensando alle correnti cose, volsesi in testa il conveniente ritrovato di ritirarsi in Toscana ed avvicinarsi al Naselli: in tanta idea temendo d'incontrare la schiera di Kellermann la quale sottomesse le ribellate città di Ronciglione e Viterbo aveva ingiunzione di muovere verso Roma; posto sotto gl’immediati suoi ordini la cavalleria tutta, due battaglioni della sua fanteria e quattro cannoni ne formò un dietroguardo, ordinando al resto delle sue truppe, che con celerità prendessero il passo per la Romagna dirigendosi ad Orbetello, Fortezza come dicemmo del Re di Napoli. Nel ricevere avviso il Generale Rey dell’incominciato retrogrado movimento, prescrisse al Capo del suo Stato-maggiore Bonnamy d’inseguire la predetta gente con la cavalleria che riunita aveva, e dopo breve momento egli stesso alla lesta del 16° Reggimento dei Dragoni e del 170 dei Cacciatori, avendo in groppa piò centinaia di fantaccini, sopraggiunse il dietroguardo nominato a sei miglia da Romane propriamente nel sito nomato la Storia. Colà spedì egli immediatamente un uffiziale per intimare la resa ai napolitani; ma il Damas lasciata la cavalleria nel piano, e fatto prendere posizione all'artiglieria ed alla fanteria, rispose maravigliarsi che con sì deboli forze pretendere la deposizione delle annida molte migliaia di soldati. Pellai risposta, come si comprende, non tardò ad appiccarsi la zuffa la quale ebbe prolungamento fino alla sera del i5 di quel mese, senza niuno deciso risultamento, e siccome i francesi non erano in forze sufficienti, e combattere dovevano contro le tre armi riunite, ed i napolitani miravano soltanto ad assicurare la loro ritirata; così quelli rientrarono in Roma e questi raddoppiato il passo raggiunsero il resto della colonna dalla quale si erano allontanati per molte ore di cammino.

Nel dì vegnente i napolitani arrivati appena in Toscanella ebbero sentore, che il Generale Kellermann moveva da Borghetto per precederli ed assalirli. Metteva il Damas per ciò insieme i suoi soldati e fatto celeramente passare il fiume Toscanella, che in allora per le smisurate pioggie cadute era riboccante, dopo un cammino faticato e disastroso giungeva a Montalto di Castro, e la per la sicurezza del campo disponeva, che il battaglione Calabri comandato dal Tenente Colonnello Mirabelli occupasse il bosco ch'era innanzi la posizione, per tenere avvertito dell’arrivo del nemico, molestarlo e poscia riunirsi alla colonna. Già cominciava ad elevarsi il sole del giorno 17 quando Kellermann ponendo mente soltanto al suo valore, senza attendere che fossero riuniti i suoi soldati temendo di perdere una preda che certa gli sembrava, con la sola cavalleria intrepidamente sì spinse innanzi; ma il fuoco dei calabri e dell'altra fanteria già postata, diminuiva le sue file, onde la prima impetuosa carica data nessun effetto. ebbe, anzi disordine e precipizio produsse delle sue genti; riuniva egli i suoi e ne tentava una seconda per rimediare alta inutile riportata, la quale bellamente perché respinta l’obbligava a ripiegare, od era per qualche tratto inseguito dalla cavalleria napolitana; un tal momentaneo vantaggio non rendeva per tanto. felice di continuare la ritirata in pieno meriggio e quindi fu deriso il tenere rafforzata la posizione infine a Sera, ed il battaglione calabri rioccupare il posto.

Alquante ore prima del tramonto del sole la fanteria francese raggiunse il Kellermann il quale al momento spinse le sue truppe leggieri perché a Viva forza del bosco s’impadronissero; i calabri valorosamente si difesero per più di un ora, ma costretti dalla superiorità del numero si ritirarono, in ordine alla dritta della prima linea. Non appena la fanteria francese ebbe oltrepassato il bosco, che preceduta dai bersaglieri si spiegò in contro la fronte dei napolitani in un momento si venne alle mani su tutta la linea; e mentre dà ambo le parti con valore si combatteva, il Damas trar volendo profitto della superiorità di forze ordinava alla cavalleria di muovere per i fianchi e tagliare se fosse possibile la ritirata ai francesi. Kellermann intanto come si avvide, che la posizione dei napolitani era sostenuta al centro ed ai fianchi dall’artiglieria, mentre gli si era dato a credere che la gente nemica sfornita fosse tale arma, e che la cavalleria tagliargli la ritirata cercava, non volle porre in rischio un sinistro successo, epperò fece battere in ritirata, che tosto fu intrapresa. Furono vari i morti ed i feriti nel conflitto e tra questi ultimi i napolitani ebbero il Colonnello Milano Duca di Santo Paolo comandante il battaglione dei granatieri, e lo stesso Generale Damas, il quale ancorché avesse avuta forata la mascella destra da palla di archibugio con raro coraggio volle rimanere sul campo fino a che non vide i nemici in pieno desistere; allora dati gli ordini e le disposizioni per il prosieguo della ritirata da es so opinata precede la gente sua in Orbetello.

LXXIII. Appena giunto il Damas. nel mattino del 19 corrente in quella Piazza, accettava la sospensione di ogni ostilità, che da Kellermann gli veniva offerta, e ciò perché conveniente alle sue mire sembravagli. In quel medesimo dì inviava il Damas al Generale Naselli l'affiziale Cocchiglia suo Aiutante di campo per istruirlo intorno ai fatti lagrimevoli avvenuti, e stimolarlo a congiungere i suoi soldati con quei che già avevano per due volte resistiti a’ francesi, per indi con gagliardia operare alle spalle del nemico, che moveva per invadere il Regno; ma il Naselli non volle dare ascolto ai consigli del Damas, sebben forti fossero le istanze fatte dal Cocchiglia, né dividere il gaudio di una gloriosa impresa. Una tale riunione di forze quando niun altro scopo avesse ottenuta, avrebbe certo quello avuto di trattenere il movimento offensivo ei francesi, e forse lo slancio delle popolazioni, che più tardi si levarono in massa e posero in gravissimo pericolo l’ardito invasore, avvenendo in contemporanee tempo avrebbe ai paese nostro tolta l’onta ed il flagello della conquista. Del resto tanta buona continenza oprata dalle truppe di Damas vale ad indicare una delle vere cause de’ nostri gravi sinistri, cioè che con soldati di fresca leva qual erano i nostri, ed a fronte di milizia agguerrita e ricca di lunga esperienza di guerra, mestieri era precedere per la via di movimenti misurati ed anteriormente preparati, più che abbandonarsi a fortuiti casi: ma ciò solo dall’imperio di buoni e prudenti condottieri è possibile! La divisione di Damas formata degli stessi coscritti, che gli altri corpi, lungi dal darsi al disordine, alla disersione, alla vergogna 5 come le altre per solo mal talento dei capi, senza, speranza di salvezza e di soccorsi, priva di ogni mezzo, abbandonata alle isolate sue forze in paese tutto occupato da nemico vittorioso, che chiusa gli aveva la strada del Regno, covrissi di gloria, non patendo affatto il dolore di vedere un solo disertare dalle bandiere proprie: “ma poche virtù, fra molte sventure si cancellano presto della memoria degli uomini!”

Del resto siccome la città di Orbetello trova, vasi sfornita di munizioni e vettovaglie, ed aveva deboli ed interrotte mura, così non abile era a dar riparo per una forte difesa; la quale per altro al termine cui erano volte le cose, non poteva menare a nessuna importante conseguenza, né cambiare la fortuna delle armi napolitane; perlocchè si fermò per accordi, che quella gente colà giunta uscisse con onori, armi e bagaglio, e libera ed intera rientrasse nel Regno.

LXXIV. In quel mentre che le genti di Napoli per Roma si ritiravano, sopraggiunsero colà le nuove delle varie accadute disfatte nelle colonne di cui ne abbiamo da principio tenuto discorso, non ancora conosciute dal Generalissimo, cioè di Ancona, di Rieti, e di Otricoli. Per tal cosa il Mack con sollecitudine dispose la piena ritirata di tutte le truppe nel Regno, a fine di opporre in esso una difesa qualunque e non restare tagliato dalle truppe della Repubblica, le quali si supponevano di già nella Stato napolitano penetrate per le sopra indicate strade degli Abruzzi. Aveva il Generale Mack intanto data disposizione in quella imperiosa occasione al Brigadiere Barone di sostenersi in Roma per quanto fosse possibile, ed avesse in oltre il transitare dell’ultima colonna del Generale Damas atteso, per quindi abbandonare ancor esso quella città e con le sue forze ben riunite sul grosso dell’armata ritirarsi, poiché supponeva egli, che il Damas seguita avesse l’operazione retrograda intrapresa dopo la ritirata di Civitacastellana. Questa resistenza, che intanto opposto avrebbe il Brigadiere Barone conservando Roma per come possibile riusci vale, servir doveva, così il Generale in capo avendola immaginata e come lo era, a dar tempo all’armata di potersi nel Regno in buon ordine e senz’alcuno sbandamento, ritirare. Ma siccome tutto essere doveva fatale in quella circostanza, così non appena uscite le ultime genti napolitane delle colonne in ritirata da Rema, che vedutosi dal Barone nel seguente spuntar dell ’alba le truppe di Francia a cavaliere sul ponte Molle e non più ricevendo alcuna notizia del conte di Damas, anzicché una viva, o qualunque necessitosa resistenza opporre, come ingiunto eragli stato, fece pensiero di ancor esso con tutta la sua gente di Roma sloggiare e porsi a marcia serrata tutto affrettando alla coda dell’armata che si ritirava.

Saputa e veduta Mack quest’ultima sciagurata vicenda, giunto in Albano pentito di avere per sua intempestiva precipitanza abbandonato il corpo di Damas, non che dello avere affidato il salvamento di quello alle timide ed inette disposizioni del Barone, volle in certo modo rimediarvi; ordinò per tanto al Principe Diego Pignatelli di Marsico di ritornare in Roma con la sua brigarla, per soccorrere quello, caso mai, avviluppato si trovasse dal nemico. Con somma alacrità eseguì lo scabroso incarico il prode Generale Pignatelli spingendosi celeremente sino alle porle di Roma, ove essendo giunto a notte avanzata si trovò a fronte della brigata del Generale Forest, dalla quale assalito con molta furia dopo essersi con infinita bravura difeso per qualche tempo, cadde il Pignatelli ferito da più colpi di sciabla, e la sua gente, circondata ed avvinta nel largo di S. Giovanni in Laterano, luogo del combattimento, rimase la più parte prigioniera.

Mentre un tal sinistro provava la brigata Pignatelli in Roma, altro terribile e miserando ne sopraggiungeva nella truppa tutta rientrante nel Regno; avvegnacché quelle genti vedendo tra le loro file molti francesi Generali e Colonnelli, o di altri gradi rivestiti, ognuno dei quali, a modo di emigrati, per iscampare dai pericoli della prigionia e di altri malanni ancora, sollecitare il camino da parere fuga, creduli al male, come sono disgraziatamente gli eserciti in generale, di essere traditi sospettarono; epperò chiamando Giacobini i Capi, e gli ordini di subordinazione confondendo, scemarono e cader fecero quasi totalmente l’obbedienza.

LXXV. Per queste avvenute cose le truppe di Francia nel seguente giorno (12 decembre) tostamente rimpossessaronsi di Roma in cui padroni del Castello Sant’Angelo ancora erano, e la testa delle loro colonne al di qua sulla strada, che percorreva la napolitana armata spinsero. Ciò tra le genti regie un tal timor panico produsse, che l'accelerata ed affrettosa ritira in piena fuga venne cambiata; e siccome svaniti erano totalmente i mezzi ed i segni dell’offendere, le cure del Mack alle difese momentanee si rivolsero. Sentì egli allora, il vero di ciò che il Maresciallo de Ariola aveva dimostrato, e l’errore di essere dal Regno uscito a modo barbaro, senza base di operazione certo e pieno della conquista; trasandando il conveniente risiamo delle Fortezze, ed in noncuranza mettendo ancora tutte le arti, che lo ingegno od almeno le pratiche di guerra suggeriscono: né tra le avversità in Romagna sperimentate, fissò egli la mente alla difesa del Regno; ma spensierato tra quei precipizi vide giungere l’assoluto bisogno di porre a custodia il paese, quando le fortezze non a tempo preparate si tenevano, nuda del tutto la frontiera era, ed i forti luoghi in assai cattivo modo muniti e guardati. In questo infelice istante attese con tutta premura a radunare e riordinare alla meglio, le fuggitive genti; ma non riuscir si potè di formare e raccoglierne alcune migliaia, onde opporle al nemico, se non che al di qua del Volturno per Capua ripassando. Ivi per come le cose erano menale, alcuni corpi di fanteria e di cavalleria si radunarono, che dalla detta Piazza vennero sostenuti, formando un cordone sulla dritta riva del fiume, aspettando l'inimico, che a gran passi nel Regno s’innoltrava ed al quale abbandonata si era quasi tutta l'intera Terra di Lavoro.

Al certo questi avvenuti tale meraviglia faranno, che quando saranno chiusi gli occhi e le orecchie di coloro che li videro e l’udirono, nissuno vorrà più crederli.

LXXVI. Già i casi di Napoli più forti divenivano per le predette infelici condizioni sommate. Il subitaneo ritorno del Re, le sinistre novelle, che ogni momento pcrvenivano del continuo avvicinarsi del nemico, i dispersi e fuggitivi soldati, che per escusazione propria le cose magnificavano, rinnovando la memoria delle francesi vittorie in Italia, ed il terrore delle armi loro, un grande abbattimento di animo, in chi sapeva produceva, e disperazione e rabbia in chi di ogni cosa non era sciente. Si titubava nel Real Consiglio sul partito che fosse a prendersi, perché vedevasi nel popolo tutto, e specialmente nei lazzaroni la più ferma volontà per la difesa del Regno: la Corte ed i ministri vivevano incerti ed angosciosi; alcuni armar quelli volevano, altri tostamente invitavano il Re ad oltre il Faro ritirarsi: intanto il volgo sussurrava, la città immersa nel terrore aveva mi assai sinistro aspetto, le popolari voci, già di tradimento i ministri accusavano.

Ma questo istesso fermento, che doveva e che conservare poteva lo Stato, divenne la cagione principale di sita rovina: avvegnacché il popolo corse in folla innanzi il Real Palazzo ad offrirsi per la difesa del Regno: voleva la moltitudine riunita vedere il Re, ma questi si lasciò persuadere in contrario ed in sua vece fece uscire al balcone il Generale Pignatelli ed il Conte della Cerra, più apertamente da quei del popolo a costoro si disse “essere i mali del Regno nati tutti dagli esteri, che venuti erano a far da ministri; prima godersi profonda pace e generale abbondanza, da quindici anni in qua tutto essere cangiato; gli esteri essere tutti traditori” e quindi supplicava il Re a volersi benignare di eliggere e destinare “il General Pignatelli per primo Ministro ed il Conte della Cerva per ministro di Guerra”. Queste parole intese dal primo Ministro Acton, su del quale direttamente riverberavano, e raccolte e riferite con amplificazione a lui da’ suoi devoti, mossero il di lui animo pieno di sospetti ad accelerare la partenza del Sovrano, onde con l’allontanarsi da Napoli serbare quella preponderanza nel consigliare e nel disporrei, che forse prestamente a perdersi sarebbe andata, se prolungata si fosse la dimora nella capitale. Da che mai talora dipende la salute di uno Stato! Il Generale de Ariola per vendette private fu fallo vedere qual traditore, e riunito a molti uffiziali del campo, su dei quali sospetti di tradimento cadevano, venne imprigionato.

S’incominciava dal popolo a porre mani nel sangue: un Alessandro Ferveri corriere di gabinetto, di nazione romano, spedito a Nelson, che era nella vicina rada per portarvi un viglietto dal ministro Acton diretto, nell’imbarcarsi per francese fu preso dalla plebaglia e tosto trucidato; il suo cadavere sanguinoso sotto i balconi della Regia fu al Re mostrato, orrendamente i feroci uccisori, e la invasati moltitudine, che li seguiva gridando “muoiano i traditori, viva la Santa fede, viva il Re, morte ai Giacobini”, e dimandavano con ciò il nota munto di essi per massacrarli tutti, facendo intendere ch’era d’uopo prima i nemici interni distruggere e poscia abbattere gli esterni.

Il Re fecesi questa volta al popolo vedere dalla loggia del. palazzo, ringraziando esso con segni di compiacenza per la mostratagli affezione, e tosto inviò ai capi di quella moltitudine di belnuovo il Generale Pignatelli esortandoli a ritirarsi, qual cosa al momento ricevé esecuzione, mostrandosi quella riunita gente al sommo obbediente al Sovrano volere. Questa subordinazione popolare ispirata aveva in vero allora fiducia e coraggio nell’animo di Ferdinando, in modo, che moderando la intavolata risoluzione far partire soltanto la Real famiglia voleva, ed Egli restare nella Capitale onde tentare di riaccomodare le cose con qualche trattato, nella ragionevole certezza, che il popolo colla presenza sua maggior’energia spiegherebbe dell’armata. Tal fiducia del Sovrano dileguata venne dalle vive ma con vere esposizioni di coloro, che per vedute politiche chiamare la guerra in Napoli volevano per come di già. l’avevano istigata; e data forza alla tema di qualche altra congiura agita da’ novatori prevaler fecero il consiglio che il Re in Sicilia si ritirasse con tutta la famiglia, quantunque da alcuno dei più fedeli ed animosi Consiglieri si dimostrasse il contrario, prevedendo le non felici conseguenze di questo passo. A questi giorni Lacombe San Michel

Ambasciatore di Francia, che fin dalle prime rotture di pace aveva abbassato le armi della Repubblica sua Signora, ed in Napoli era restato, perché mancante di riuscita la sua partenza, fu chiamato a morte dalla plebbaglia, ma con precipitosa fuga prese salvezza.

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CAPITOLO VI

Partenza del Re e della Real famiglia per Palermo: il Capitan Generale Pignatelli Strongoli è nominato Vicaria del Regno di Napoli — Stato della Capitale alla partenza del Re: formazione di una Guardia civica per la pubblica sicurezza, si fanno di questa i soli al lista menti: inazione del Vicario-generale etichette di queste col Corpo di Città di Napoli—Cause che aumentano nella popolazione della capitale gl’incominciati dissapori: maggiori disgusti tra il Vicario ed il Corpo di Città— I francesi si avanzano nel Regno, si rendono padroni della piazza di Ci vitella del Tronto e. di Pescara—Negli Abruzzi e nella Terra di Lavoro si accende aspra guerra nazionale contro i francasi La. Piazza di Gaeta è data ai francesi — Le genti della Repubblica attaccano Capua e ne sono respinte: azione di Caiazzo con cattivo successo dei repubblicani: infelici condizioni di questi. — Il Vicario tenta a mal proposito un armistizio col nemico, che viene accettato; si consegna ai francesi la piazza di Capua. — Considerazioni sul con chiuso armistizio. — Operazioni dei francesi per sedare le popolazioni insorto contro di loro. — Le circostanze di Napoli peggiorano: tumultonato nella Capitale per l’arrivo iti essa del Commessario francese Arcambal: la guarnigione è dissarmata dalla plebe; le. carceri sono aperte; la plebe occupa Castelli e si arma. — Il Generale Mack fugge nel campo francese, ed è in seguito arrestato per ordine del Direttorio di Francia: l'armata napolitana totalmente si scioglie; avvenimento di Aversa. Il disordine giunge al più alto grado nella Capitale.

Avendo il Re stabilita la sua partenza, creò suo Vicario-generale il Capitan-generale Principe Pignatelli di Strangoli con amplissima facoltà onde la città salva ed incolume si conservasse. Era il Generale Pignatelli stato altra volta in simigliante dignità, allorquando nel Febbraio del mille settecento ottantatré avvennero quei casi dolenti dei tremuoti di Calabria si che vi morirono 27mila persone all'incirca: molto gentilmente educato non dimostravasi assai forte nel coniando, epperò a trista condizione il reggimento Vicereale, come appresso saremo per dire, egli ridusse. Intanto per uscire di Napoli s’imbarcò Ferdinando con la Real Famiglia tutta, ed i Ministri Acton ed Hamilton, unitamente a Fortiguerra e Belmonte, Castelcicala e De-Thum seguirono la presa risoluzione; nella notte precedente al dì ventuno Decembre per Palermo si sciolsero le vele; ove nella sera del venticinque dello stesso vi giunse: nel tragitto che fu molto burrascoso perdette il Re il Principe Alberto suo terzo nato, fanciullo di pochi anni, che non potè resistere agli incommodi della tempesta. Trasportò seco il mobile più prezioso dei Palazzi di Caserta e di Napoli, e le gioie della corona; a queste ricchezze le singolarità più preziose di Ercolano e di Pompei si aggiunsero, e venti milioni, come ne corse fama, e forse più tra monete e metalli di valore non ancora coniati.

Fu ordinato nell’imbarcarsi il Re, che le navi napolitano sì grosse, che sottili, che mareggiare non potevano e che inutili restavano, e forse da riuscire di vantaggio ai nemici, si dassero in preda al fuoco, fra le quali il Guiscardo grossa nave da settantaquattro. Abbruciare del pari si dovevano, con disegno espresso, le barche cannoniere armate della costa di Posillipo, ed i magazzini dell'arsenale.

Dolore e terrore si propagò e si sparse in Napoli per l’allontanamento della Real Famiglia; invano il volgo deputati mandava a pregare Ferdinando, che attesi cattivi e contrari venti era tuttavia nella rada, onde restasse presso di lui, essendo negate dagl’Inglesi a deputati di vedere Sua Maestà; il solo Arcivescovo di Napoli tra i legati parlò al Sovrano, al quale fu risposto essere “irrevocabile il proponimento preso”. I venti burrascosi, le tempeste che ne nascevano, la morte del giovane Principe, il pensiero dell’invasione del Regno di Napoli, rendevano quel viaggio il colmo della tetragine: le dimostrazioni amorevoli però i dei Siciliani che a grande copia gli resero, mitigarono te amarezze cagionate per tante sventure, me non le dissiparono interamente. Una calunnia accresceva l'infelicità delta Regina; trovò scritto di aver comandalo partendo, che il volgo a furia si armasse e che Napoli s’incendesse: voci dettate da coloro, che si lasciavano tirare dalle estreme passioni e dal detestabile amore delle parti. La partenza del Re fu però in mal punto opinata, giacché in quel momento, come saremo per dire, dimostravasi più propizia la fortuna alle armi napolitane; e molti estimatori dei tempi pretendono, che se questa partenza non fosse andata ad effetto, ed il Re mostrato ai suoi popoli di nuovo si fosse, per com’egli forse assai bene ne pensava, riconducendo contro il nemico gli avanzi del suo esercito, in vano i francesi d’invadere il suo Regno tentato darebbero: le storie sono piene degli esempi che provano i risaltati sorprendenti prodotti da un momento di popolare entusiasmo a favore di coloro che seppero avvalersene.

LXXVII. Rimasta la Città di Napoli, capo del Regno, dopo il venticinque Decembre priva della necessaria presenza del proprio Sovrano all'occhio dell'osservatore l'idea presenta di un numeroso popolo fluttuante in mezzo ai differenti partiti e vicino a cadere nel deplorabile stato della più fatale anarchia.

Stava alle fauci, per così dire, il repubblicano esercito, e maggiore temevasi l’audacia degl’interni sediziosi, che nel Regno stanziavano, laddove a reprimerla minori divenivano le riunite sbandate forze. Vedevasi prossimo a mancare il salutare vigore delle leggi già cadenti in periglioso silenzio; infievolivansi insensibilmente il potere de’ magistrati, e dall’urlo delle varie opinioni, che di già senza velo si appalesavano, e dei vari interessi a soggiogarsi l’un l’altro tendenti, fatali e civili discordie temevansi. Il Vicario-generale nel susseguente giorno della partenza del Re, avendone ricevuto ordine in iscritto da Ferdinando medesimo, dichiarò il Mack Capitan-generale dell’esercito distrutto; dalle finanze fece ritornare Simonetti a capo della Segreteria di giustizia; e destinò Zurlo alla direzione delle finanze in luogo del Simonetti.

Il corpo municipale di Napoli vedendo quanto di sopra abbiamo espresso, e lo sbalordimento popolare, che la partenza del Sovrano aveva prodotto $ congregossi per risolvere sopra la sicurezza interna, e quindi necessario credette il formare una truppa civica, epperò ne chiese, al Vicario-generale il consentimento. Questi male intendendone e mal vedendone la inchiesta, fece sentire dopo vari e vivi dialoghi avuti con i Deputati di città su tal divisato, che si accordava il permesso della coscrizione della milizia urbana: per mandare ciò ad effetto gran dispareri nacquero sul modo di organizzarla; taluni preporre al comando dei prescelti i nobili volevano, altri come baglio, Piedi morite di Rocca, CaposeleGaetano Spinelli prevalse e convennesi, che il comando eguale fosse diviso tra i nobili ed i civili; stabilito espediente sì fatto si coscrissero i cittadini e quattordici mila quattrocento sessanta se ne allistarono; era d’uopo riunire ed armare questi per patere ottenere il proposto scopo: altra novella opposizione nel Vicario s’incontrò' nell’ultimare un tanto utile, sostenendo esso con mendacia, che di armi se ne mancava; ma in ultimo con forti contrasti, tale opinione vinta, a stento si ebbero una volta cinquecento archibugi, ed un’altra due cento cosicché furono invitati i cittadini a prestare i loro. In tal modo quasi contrariando il volere del Pignatelli si videro per le pubbliche vie rondare buoni cittadini è contenere la popolazione, e quindi acquistar Napoli per alcuni giorni novellamente un aria di tranquillità.

ed altri tra gli Eletti e Deputati, il contrario opinavano; ma da'  fine la voce di

Un uomo dotato di grandi vedute e della sua nazione amante, posto in vece del Vicario, in quel tempo il liberatore della sua patria sarebbe divenuto; nià il Pignatelli scevro di ogni attitudine di energia, imitar non seppe gli esempi di quei che messi in pari circostanze un immortale nome acquistaronsi ad alti e giusti destini guidando le genti loro fidate. Aveva egli dopo la partenza del Sovrano per sé e sotto i suoi ordini un armata di venti mila e più uomini disponibili; la parte sana della nazione, che di gran fatta l’altra superava pronta era a secondarlo con tutte le forze, proprie; il popolo ancora subordinato tenevasi e nel ben dirigerlo tutto si sarebbe potuto, ottenere in tal caso dalla energia sua; gli Abruzzi, la Terra di Lavoro, il Contado di Molise, come saremo a dettagliare, formicanti di fedeli sudditi si vedevano; e le altre provincie tutte, per queste cose, da loro medesime contro i francesi si andavano incitando, epperò vinta la guerra probabilmente sarebbesi, e risparmio avrebbesi portato al Regno su i mali dell’anarchia. Ma il Vicario-generale queste salutari cose veder non sapendo, impacciavasi vanamente soltanto, qual essere doveva l’autorità degli Eletti e quale la sua, poiché questi in vero non essendo animati 'da savio consiglio, qual’era quello di riunire e riconcentrare l’autorità in quell’epoca in un solo, andavano riducendo alla memoria le concessioni di Federico II, di Ladislao e di Filippo III; non che gli editti di Filippo V. e di Carlo IL non volendosi affatto da essi rivenire alla tristissima condizione di reggimento Vicereale e persuaso il Pignatelli, che le ingerenze degli Eletti della Città limitar si dovessero alle cose, di annona, ed alla interna tranquillità della Capitale, e che a lui soltanto, tutto ciò ch’era ad altro relativo appartenesse, mise in piedi i mezzi tutti, a fine, che l’autorità di quelli fosse abbattuta, e quindi ad attraversare diedesi, con palesi modi, tutte le operazioni e le premure di essi; per la qual cosa discordanza estrema tra queste due autorevoli parti si vide, e diresi può con franchezza, che a queste mal fondate etichette obbligo ebbesi nel prosieguo delle tante sciagure del Regno.

LXXIX. Nella fluttuanza ed incertezza di cose, in cui si viveva non sapeva il popolo, in varie parti diviso, a chi ubbidire dovesse, se al Corpo di Città figurato dagli Eletti, o pure al Vicario-generale. Fama correva intanto, e tra la bassa plebe sempre piò si andava spargendo, che alla partenza di Ferdinando imbarcato era stato sopra legni Inglesi ogni pecuniaria risorsa dello stato, e che nulla ostante ritirati eransi dalla regia Zecca trecento quarantamila ducati per inviarli fuori del Regno; ciò disconforto e malumore grandemente, negli animi di chi l’udiva, arrecava.

Nel 28 di quel Decembre, novello cruccio si accrebbe, poiché diedesi al popolo della Capitale il tristo e ferale spettacolo dell’incendio, per mano del Commendatore Sterlick uffiziale di marina, di cento venti barche cannoniere, che riposte si tenevano in alcune grotte a Posillipo, quelle medesime di sopra mentovate. I legni Inglesi da Palermo nel golfo di Napoli ricomparsi imbarcavano in allora tutto ciò, che dall’arsenale estraevasi riguardo alle distruttive materie. La deputazione frumentaria in quell’istante esponeva agli Eletti i palpiti suoi, sul pericolo, che attaccare il fuoco si potesse ai granai del Ponte della Maddalena, mercé gli oggetti combustibili, che colà riposti si trovavano, ed istanze faceva onde ne venissero sul momento estratti. Nel dì otto Gennaio del novello anna una fregata Portoghese, che unita era alla Inglese flotta avendo a bordo il Conte di Thurn, tedesco al servizio di Napoli, diede alle fiamme tre Vascelli e due legni minori napolitani, che nella rada si trovavano, cioè il Tancredi ed il Guiscardo da 74 cannoni, ed il S. Gioacchino da 64 1 fregata la Pallade da 40 e la Corvetta la Flora da 24: il Vascello denominato la Partenope da 74 cannoni anche, che trovavasi in costruzione a Castellamare fu affondalo, eseguendosi così totalmente ciò che disposto si era al partire del Re: e menandosi dubbio nella Capitale per tutti questi incendi fatti, che tentale si potesse il mettere a fuoco l’arsenale intero, e far subire la eguale sorte ad ogni altro pubblico edilizio, richiese il popolo di volersi egli medesimo a guardia postare.

Gli Eletti intanto avvalendosi dei momenti della comune perplessità ed inquietezza, dalle accennate circostanze risvegliate,) reclami del popolo al Vicario-generale diressero, affinché adottati fossero i mezzi da essi proposti per mettere in fiducia la popolazione. Non rispose alle rappresentanze di quelli il Pignatelli, forse per non riconoscerne iti tal modo il potere; ma il suo male adatto silenzio quanto da una parte servì a fare acquistare a questi ultimi una maggiore influenza nei pubblici affari, contribuì dall’altra a far cadere esso medesimo nella popolare diffidenza, inducendosi a credere il popolo di non dovere sperare d’allora in poi il rimedio ai mali estremi, che lo minacciavano se non dagli Eletti della Città. Da per ogni dove davasi carico al Vicario-generale da quei del popolo, dell’incendio delle navi, e della estrazione del denaro dalla regia Zecca, e tutti gli altri disordini, che tanti sintomi di sommi mali presentavano, anche ad esso venivano indossati: talché crescendo questi pensamenti e queste voci, fu convenuto di mandare al Pignatelli alcuni deputati per fare ed esso sentire, che dalla carica sua si dimettesse.

LXX. Così nella Capitale. In questo mentre i francesi medesimi stupivano della irresoluzione, della timidezza e diciamolo francamente della capacità negativa del Supremo Duce dei napolitani, che pure in tanto pregio era tenuto dall’universale come uomo di guerra: del resto essi accostavasi al Regno viemaggiormente, cori le loro marcia libere e spedite, per la bassa frontiera del Garigliano e del Liri, in numero non più che di ventiquattro mila uomini, perché avevano ricevuti rinforzi dall’alta Italia mandati dal Generale in capite Jouber. Da questa parte venivano guidati da Rey e Macdonald e con essi il Generale Supremo Championnet andava con la porzione centrale Macdonald; dall’altra parte degli Abruzzi s’innoltravano essi costeggiando il mare con un altra colonna di molto minore numero, che quattro mila combattenti sommava comandati dal Generale Duhesme, che surrogato era stato al Casabianca nel comando di quest’ala estrema. Accostossi la schiera di Duhesme minacciosa al forte Civitella del Tronto, che sedente giace sopra una montagna fortissima per natura verso settentrione ed oriente perché inaccessibile, forte per arte dagli altri due punti, e che governato era da uno Spagnuolo Tenente Colonnello agli stipendi del Re di Napoli per nome Giovanni Lacombe, il quale timido e pauroso, ed in mezzo a tanti esempi di codardia, dopo pochi giorni di lieve investimento chiese accordi al nemico, ed ottenutili immantinenti si arrese con l’intero presidio prigioniero di guerra. Avuta Civitella fu sollecito opramento di Duhesme di avanzare negli Abruzzi, in dove respinte e fugate varie partite di genti d’arme via facendo incontrale, al fiume Pescara giunse, che sgombro di difensori il trovava, laddove guardato era stato primieramente. Valicato quello, alla Fortezza dello stesso nome Pescara si accostò, che a cavallo della strada regia resta, la quale in allora sulle cinque fronti del pentagono che la incarcera, aveva sessanta grossi cannoni di bronzo, dieci di ferro, quattro mortai, tutti dell’occorrevole forniti e mille novecento armati di guarnigione, e fece dal Generale Mounier fare intima di resa; per la qual cosa il Comandante di essa per nome Prichard, straniero ancor egli, allorché vide presso il nemico raddoppiare le apparenze di guerra, bandiera di pace innalzò ed integra e salda ai francesi diede in mano la Fortezza, nella quale grande specie di ogni provvedimento da bocca, oltre il descritto da guerra vi era, rendendo prigionieri di guerra tutti coloro che la presidiavano, i quali in uno ai cinquecento, che in Civitella del Tronto erano a guardia del forte, furono mandati per sola timidezza dei Capi in Ancona rinchiusi.

Avvisava il Generale Duhesme a Championnet ad un tempo, della facile cessione fitta dai due Comandanti delle Fortezze predette, e del trovarsi in piena ritirata per le montagne gli estremi residui dei due corpi di Micheraux e di Sanfilippo riuniti dal Generale Brocco Marchese di Pietramaggiore, stantecché il Micheraux aveva ricevuto richiamo in Napoli per essere sottoposto ad un Consiglio di Guerra a causa dei rovesci sofferti dall’ala destra, che alle sue cattive disposizioni s’imputavano. Nel medesimo rincontro perveniva al Capo Supremo dei Repubblicani altra soddisfacente novella, che molto gli andò a sangue, cioè che il Generale Lemoine, che dopo la ritirata di Mack da Cantalupo era stato rimandato con la sua divisione in Rieti per raggiungere e rafforzare l’ala sinistra, avere ora occupato senza contrarietà il Castello e la città di Aquila una delle chiavi del Regno. Per tutte queste seguenti prospere contingenze, fatto ardito più di più Championnet, credè l’indugiare dannoso per le sue mire, quindi progredì pel conquisto di Napoli; ed egli, che nelle sue operazioni difensive seguito aveva il grande ed ottimo divisato di combattere a forze riunite il nemico sparpagliato, nelle offensive commise lo stesso errore che perduto aveva l’esercito napolitano, e che avrebbe alla sua volta perduto infallibilmente l’esercito della Repubblica, se Mack altro uomo fosse stato di quello, che chiarito si era; fu in conformità di tal divisato, che in più colonne spartì le sue truppe, con l’ordine di avanzare tutte verso la Capitale per direzione diverse, separati da lunghi spazi e per naturali ostacoli. Il Generale Macdonald fu inviato per l’Isola verso Arpino e Sora, e l’altro Mathieu per Ceprano verso San Germano, con tutta la cavalleria dell’esercito riunita sotto gli ordini del Generale Forest. Al Generale Rey da Terracina in dov’era giunto, diedesi direzione per portarsi sopra Itri ove lo raggiunse Kellermann reduce da Orbetello; fu ordinato al Generale Duhesme di oprare riunione col Generale Lemoine e ravvicinare l’esercito per Popoli, Solmona, é Venafro. Championnet giunto in San Germano credè conveniente stabilire in quel paese il suo quartier Generale e di fatti per tanto vi si formò: saputosi ciò da Mack spedì uno dei suoi Aiutanti di campo, il Colonnello Andrea Pignatelli di Cerchiara, con proposizioni di sospensione di armi, le quale affetto accette vennero da quel Generale di Francia.

LXXI. Allorché Duhesme era pervenuto, con felici e non contrastati risultati, alla resa delle nominate due Piazze, negli Abruzzi tutti guerra nazionale sterminatrice per i francesi si era accesa, attesa l’avversione di quei popoli a quelle repubblicane truppe. Le genti si armavano, i potenti e denarosi delle città e dei villaggi li menavano alla guerra, ed i più arditi ne divenivano capi; in pochi dì masse a gran moltitudini formavano essi, che altra regola non avevano, se non combattere con ogni mezzo l’odiato nemico e seguire l’esempio del Capo. Queste cose venivano messe in unanime ed elettrico entusiasmo dalla divulgata voce, che delle truppe di Napoli ancora rimaste in quelle provincie per effetto di tarda e lenta ritirata, opponendo valida resistenza al Generale Duhesme al passaggio del fiume Vomano lo avevano fatto aspramente ricredere della faciltà d’innoltrarsi nel Regno: fu in quel rincontro che il bravo Maggiore Cesare Carafa alla testa di alcuni squadroni di cavalleria oprò prodigi tali di valore, che ricordar fece ai francesi quei sublimi atti di ardire che la storia tanto onora: fu in tal rincontro del pari, che questa medesima onorata gente nella sua ritirata congiuntasi ad altra truppa incontrata per via, oppose di bel nuovo virile ostacolo al Generale Busca presso Atri, ed al Generale Lemoine in Popoli, ove uscì di vita il Generale Point per ferita riportata allorché si era messo alla testa dei suoi Granatieri per animarli a sforzare il passaggio del ponte gagliardemente difeso da questi napolitani. Nè tali ostili incontri soltanto ebbero le truppe della Repubblica da questa parte nel loro camino, anzi avendo Duhesme spartito le sue genti in più Corpi per marciare in diverse stradi, furono tutti avviluppati dagl’insorgenti, che animati dagli esposti fatti, bruciato il ponte sul Trono occuparono con forze considerevoli Teramo e Giulianova alle spalle del nemico, discacciandone e malmenando il presidio francese che le guardava, ed indi giungendo in Sulmana con la velocità del fulmine, assaltarono lo stesso Duhesme e lo decisero a ritirarsi più che di fretta, cagionandogli ancora tre gravi ferite; fu da tanto questa ritirata, che impossibile divenne ad esso oprare riunione col grosso dell’esercito cui andava Championnet. In Terra di Lavoro seguendo degli Abruzzi l'esempio torme volontarie si mossero, le quali pericolosissime ridussero ancora le condizioni dell’ala destra capitanata da Rey, imperciocché assalito questi da circa sei mila insurgenti presso Sessa fu compiutamente battuto ed obbligato a ripiegare verso il centro obbediente a Macdonald, comunque fossero stati in suo soccorso inviati forti distaccamenti dal quartier-generale.

Fieri oltremodo di tanto successo, gl’insurgenti correndo al Garigliano tagliarono e bruciarono il ponte di legno colà esistente; si resero padroni di quasi tutte le artiglierie di riserva dell’esercito francese poste a parco sulla sponda, e trasportando il facile ed il resto distruggendo o donando alle fiamme, quel paese disertavano: assalirono ed invasero a furia estrema gli alloggiamenti dello stesso Generale Supremo Championnet dopo averne messe in fuga, ed uccise la più parte delle guardie, e fu effetto meramente di fortuna, che quel Generale di Francia non provasse personalmente gli sdegni molto aspri di quei cittadini devoti alla legittima dinastia.

In una parola dal Tronto, Coprano e Portella sino alla Capitale tutte le popolazioni erano surte come un sol uomo in armi, i francesi venivano da pel ogni dove assaliti, cinti ed incalzati, e le comunicazioni loro, niuna eccettuata, rimanevano interrotte; lino a tre Aiutanti di. Campo del Generale Supremo, latori di' ordini a’ Comandanti le varie divisioni vennero sorpresi per via ed uccisi: iri somma la situazione dell’esercito della repubblica essere non poteva più allarmante; ed al certo il generale Championnet avrebbe dato egli il primo ai mondo lo spettacolo deplorabile, che poi dette il Generale Dupont nelle Spagne, se altri uomini che non erano il Generalissimo Mack ed il Capitan Generale Pignatelli, avessero tenuto il supremo comando delle armi, e gli alti poteri dello Stato. Stupivano i francesi per tutte queste cose del mutato animo dei loro avversari, poiché vedevano i combattenti come dalla terra uscire, e come poco innanzi codardi e fuggitivi eransi mostrati, ora negli stessi campi e contro il medesimo nemico. valorosi ed arditi ricomparire: non ricordavano forse, che il valore nelle persone è proprio, perchè dalla natura è dato, e negli eserciti è rimesso nella fidanza dei commilitoni e dei capi, poiché dalle leggi e dall’esempio dipende: con tali considerazioni attentamente fatte non riesce maraviglioso il vedere che i napolitani animosi e forti allora si mostrarono, perché in se stessi lo furono e lo sono.

LXXII. Frattanto Kellermann nel corrente tempo, più felice guidatore perché spedito e senza ostacoli camminava, non appena giunto a vista della Piazza di Gaeta intimò rendere quella al Governatore Maresciallo Tschudy Marchese di San Pasquale nato svizzero, venuto agli stipendi napolitani unitamente a suo padre fin dall’arrivo delle armi di Carlo III in queste nostre terre. Era lo Tschudy non educato alla guerra, epperò a tale annunzio Irepilando, per evitare l’assedio, decise arrendersi, ed alzata bandiera di sommissione, senza neppure per onore delle armi un sol colpo di cannone far sentire, un araldo al Generale francese mandò con larghe dimande di condizioni di pace; ma quello, poiché vide l’estrema viltà comessa, rispose “Resa a discrezione, o rigore di guerra” ed a discrezione per solo volere e pusillanimità del Capo, quattro mila soldati dentro Fortezza potentissima si arresero, munita di settanta cannoni di bronzo, dodici mortali, ventimila fucili, viveri per un anno, navi nel porto, innumerevoli attrezzi di assedio, e due equipaggi di ponti, dei quali se ne giovarono i francesi per passare il Garigliano. Andavano i prigioni a Castel Sant’Angelo; ma lo sciagurato Maresciallo pregò indulgenza per se e per pochi altri uffiziali, i quali la trista e vergognosa parzialità di uscire liberi ottennero, (la più parte di questi uffiziali non nazionale era) e giurarono di non mai contro i francesi combattere; qual cosa nel riconquisto del Regno produsse loro, non che al Maresciallo, assai a ragione, la totale destituzione dei propri gradi. In vero se presso a poco in questi medesimi dì che io descrivo, veduto non avessimo schiudersi le porte di ben munite Fortezze della Prussia a qualche drappello di usseri francesi non appena approssimati agli spaldi di quelle, crederemmo ad evidenza date a tradimento le mentovate nostre piazze: ma per leale procedere di narrazione è da incolparne lo sbalordimento soltanto dei Comandanti, uomini tutti decrepiti e senza uso di guerra; fa di mestieri notare però per iscagionare in ciò dal biasimo il nome napolitano, che essendo i presidi, per debito di disciplina tenuti ad obbedienza passiva, colpevoli di tanto malanno solo furono i Comandanti, i quali siccome dettagliammo, per buona ventura della nazione napolitani non erano.

LXXXIII. Le cessioni fatte a modo barbaro ed inusitato, dai Comandanti delle tre enunciate Piazze, i quali come dissi nazionali nostri non erano, grandi speranze diedero di egual successa per quella di Capua; epperò il Generale Macdonald lieto nel pensiero d’impadronirsi per sorpresa di questa, si avanzò per riconoscere e vincere la Fortezza, la quale tenuta veniva per le armi regie dal Maresciallo di Campo Pietro Zannone

napolitano. Era il mezzogiorno del dì tre Gennaio quando il Generale suddetto della Repubblica, procedente da Frosinone e Ceprano, avanzando in tre colonne assaltò il campo trincerato, che si era costruito a maggior difesa della Piazza, e mise scompiglio nelle guardie di esso; ma da un fortino del campo medesimo partì scarica a mitraglia da sei cannoni sì ben diretta, che molte morti produsse nella colonna di cavalleria procedente la prima e superba, in modo che questa subitamente dare indietro dovette; ed in pari tempo altri colpi i bastioni della Fortezza scagliarono, che tosto ritirare fecero le altre assalitrici schiere: e rianimando così le guardie del campo fu la battaglia l’integrata: lo stesso Macdonald ed il Generale Leopoldo Berthier Capo del suo Staio-maggiore v’ebbero nel rincontro i cavalli uccisi di sotto; ed il Generale Mathieu ne riportò un braccio spezzato, perché colpito da palla di archibugio, in modo da non poter più militare in tutta questa napolitana guerra.

I francesi delusi in tale primitiva intrapresa, tornar volendo agli scontri tentarono sforzare il passaggio del fiume Volturno presso Caiazzo, quindi verso quel luogo andarono essi ingrossandosi, per fare di dove erano, centro di attacco sulla linea difensiva di Mack; ma i napolitani di ciò fatti accorti mandarono nella notte del sette verso del nemico un battaglione di Cacciatori, e propriamente quello del Principe Ereditario ed uno Squadrone di cavalleria del Reggimento Tarragona onde sorprenderli e sloggiarli da quel punto; e tanto ebbe ottimo risultato dopo un combattimento accaduto. al buio tra le strade del paese, ove i francesi vi si erano postati, nel quale perdettero essi buon numero de’ loro tra spenti, feriti e fatti prigioni, e tra questi ultimi s’annoverò un capitano del Genio.

Volendo novellamente quei repubblicani riprendere la perduta posizione, perché forte gli sta va a cuore quel passo, nella susseguente notte degli otto tentarono di rimettervisi; quindi spedirono per Caiazzo una colonna formata di. cavalleria e fanteria. Stava postato al di la della scafa di Gradile verso la parte del nemico il Reggimento Calabria per guardare. la sponda del fiume, e quasi sullo stesso punto, prolungandone la linea, sul di qua del fiume v’erano dei camiciotti, buon numero di volontari ausiliari aggregati a’ Corpi, ed il primo Squadrone del Reggimento Principe Leopoldo primo precisamente, uno di quelli formati dal Duca di Roccaromana, trovandosi, gli altri squadroni del Corpo a Caserta, sommante esso, un centinaio di cavalli all’intutto; era con questo lo stesso Duca Colonnello del Reggimento, e reggevano quei cavalieri il Capitan-tenente D. Federico Guarini, il Primo Tenente D. Ermenegildo Piccoli, il Secondo Tenente D. Aniello Pastore e gli Alfieri Lieto e Mancini: si teneva questa gente a sostegno dei calabri, se mai il nemico avanzando verso quel punto avesse cercato di colà scacciarli. Erano dette truppe tutte al bivacco, e dipendente dagli ordini, di S. A, H. il Principe di Hassia Philipstal. L’atmosfera raffreddata oltremodo facevasi aspramente sentire, e l’ordinato vietamente dei fuochi, rendeva quella stazione molto molesta: appena fecesi scorgere la primitiva alba, i francesi, come coloro che scienti delle intraprese della guerra, giudicarono essere quell’ora atta alle sorprese, epperò ne disposero e cominciarono il movimento; ma non così ebbe effetto; atteso che i posti avanzati dei napolitani, vigili per quanto n’era di ragione, riferirono, che una colonna di fanti e cavalli nemici si avanzava per la pianura, dirigendosi verso Caiazzo, e tosto facendo fuoco contro i primi che gli vennero innanti, su i loro sostegni ripiegarono; quei pochi colpi tirati dai napolitani valsero a non fare più progredire il nemico. Saputosi questo movimento dei contrari, fu dispostola chi n’era di diritto, che lo squadrone menzionato scafasse, e si congiungesse a quattro compagnie delle truppe che si tenevano dalla parte opposta, ed andassero tutti riuniti sotto gli ordini del Roccaromana a riconoscere il nemico; queste cose appena emanate in un baleno vennero eseguite col massim’ordine, tanto era lo spirito volenteroso ed energico che animava quelle truppe.

Formatasi la piccola colonna cercò vedere in che stato e termine si ritrovava il nemico, e comecché molto fosco era il tempo per la gran quantità di nebia, riunita sempre su del fiume, ed in quel mattino molto più del consueto, poco potèvansi discernere gli oggetti, e quindi la marcia veniva eseguita con cautela ed a piccolo passo; ma elasso del tempo, coll’alzarsi del Sole chiaritasi a sufficienza l’atmosfera si giunse a distinguere manifestamente: fu allora che il Colonnello ordinò alla cavalleria sua di riunirsi, ed andare innanti isolatamente prendendo un andatura più celere, e disse a quei suoi commilitoni, l’onore della giornata esser deve nostro soltanto, a questa disposizione staccatasi la cavalleria dalle quattro compagnie dei calabri, seguitarono, essi fanti il loro camino sempre però seguendo, per quello che le riusciva possibile i passi, di quei cavalli. Percorso un miglio ad un bel circa di camino, e di esploramento, fatto dalla cavalleria pei sentieri tortuosi e girati, si trovò essa in una strada tra seminatori chiusa da alta siepe, ove di traverso n’ebbe una gragnuola di palle; per questo saluta tosto inerpicandosi per la siepe, riuscì con grande stento a molti di quei cavalieri di guadagnare l’alto del terreno e formarsi nel piano; i primi a salire e mostrarsi a petto scoverto al nemico furono il Roccaromana, il Guarirò il Piccioli, ed il Pastore e pochi soldati; come appena furon visti costoro su quel terreno seminato, poscia alcuni altri dello squadrone, così riceverono una seconda scarica la quale perché a miglioro e più certo bersaglio diretta, ferì taluni di essi e tra questi il Colonnello riportonne tre colpi dì palla di archibugio, il primo dei quali gli spezzò la sciabla, un altro lo ferì nel ginocchio destro, ed il terzo gli ammazzò il cavallo, perlocché cadde stramazzone e fu fuori del combattere. Vistosi il Roccaromana inabile al suo desiderio, raccomandò caldamente al Guarini l’onore dell’arma ed il buon successo dell’impresa, e riassicuratolo questo sulla ingiunzione, andò innanti, riunendo sollecitamente tutt'i suoi subordinati, verso di quella parte d’ove n’era uscito il fuoco, e d’ove altro ne spesseggiava tuttavia, cioè da un borrone dietro ad alto seminato. I francesi viste le offese non curate dai napolitani incominciarono a ripiegare e pel borrone medesimo cercavano farsi via, eseguendo tale operazione da prima la cavalleria, che in un baleno messasi su buon sentiero non più fu vista, talmente essendo precipitosa la fuga presa da quella: allora i nostri arditi cavalieri innaspriti tutti della disgrazia dell’amato Colonnello, creduto generalmente ferito a morte, si buttarono a lutto impelo in quel borrone, ove a caro prezzo vendicarono i colpi riportati dal Colonnello, ed intimarono a quei nemici, senza concedere dilazione, la resa; e questi con timidezza accettatala, non opposero alcuna specie di resistenza: solo il Comandante di quella truppa sfuggir volendo la prigionia, cercò salvezza nella velocità del suo cavallo, ma poiché raggiunto dal Garini e da un caporale a nome Martino, quantunque usasse di sue pistole contro del Guarini pure venne congiuntamente agli altri menato prigione. Quest’azione, tutta eseguita dalla cavalleria, poiché le quattro compagnie del Reggimento Calabria, da prima congiunte a questa, pervennero allorché ogni cosa era finita, accadde sotto gli occhi del Principe d’Hassia Philipstal; essa costò ai francesi la prigionia della più parte della trentesima mezza brigata, con dieci uffiziali, il Colonnello d’Arnaud che la comandava, le bandiere del corpo, ed un centinaio tra morti e feriti; e per i napolitani la perdita di una ventina di cavalieri; e procurò agli Uffiziali tutti che la diressero un grado di più, non che i suffragi e le lodi d’immensa popolazione oculare testimone dell’accaduto.

LXXIV. Respinti e perdenti nel l’intero giorno i francesi tanto nell’azione già narrata che altrove, visto essi deluse le speranze di prendere la Piazza per sorpresa, sommando aver perduti nei vari scontri avvenuti intorno di Capua quattrocento combattenti metà morti e metà feriti, e quasi simile numero per prigionia, e tra questi il Generale Eblè comandante le artiglierie di assedio, e molti Uffiziali Superiori come il Colonnello d’Arnaud, già nominato, e gli altri Rousseau, e Laman, dolenti della ferizione del Generale Mathieu, ed assai più dell’uccisione dell’altro Boìsgerard Comandante Supremo del Genio, (il quale fu menalo in Capua, ed una lapide scritta in francese collocata oggi in quello dei quattro bastioni del Castello, che resta sulla sinistra entrando nella Fortezza, ti dice colà giacere Francesco Barbuat de Boisgerard ferito mortalmente innanzi di Caiazzo addì 8 Gennaio 1799 e morto della sua ferita poco dopo, nato a Tonnerre di Lione agli 8 di Luglio 1767) videro essi quel loro procedimento non bastevole all’intento, quindi mutato consiglio, disposero espugnare la Fortezza col lento camino dell’assedio. Arrivarono in questo tempo dagli Abruzzi isolatamente i Generali Duhesme e Lemoine e riferirono i sostenuti travagli e gl’impedimenti, e gli agguati, e le morti assai frequenti delle genti loro; e narrando queste cose, citavano i nomi, per essi spaventevoli, di Pronio e di Rodio capi di quelle formate masse; poiché il Generale Championnet v’ebbe aggiunto delle riflessioni su i fatti popolari di Terra di Lavoro, e ricordati i nomi di fra Diavolo e di Mammone videro i Generali francesi adunati a consiglio al Quartier generale, stare essi in mezzo a guerra nuova ed orrenda, distruttiva di molto per la loro poca gente; ed essere stato miracolo di fortuna la viltà commessa dai Comandanti delle cedute Piazze e non avere altro scampo per il loro esercito, che a tenerlo unito: anzi il Supremo tra essi Championnet in ultimo così parlò chiarir volendo il suo già fatto discorso “pare che si sia bandita una crociata contro di noi: i soldati si uniscono ai volontari, e quantunque pochi in sulle prime tosto aumentano e si fanno grossi: non hanno altra legge questi napolitani, che combatterci; non altro scopo, che distruggerci; non altro comando, che l’esempio del già fatto:molta uccisione hanno fatta de’ nostri compagni d’armi. Sono essi padroni di Teramo e del ponte fortificalo sopra il Tronto, e del nostro parco di riserva posto sulle sponde del Garigliano, del quale fiume hanno bruciato il ponte. Ci sembravano da prima codardi perché fuggitivi, ma ben diversi si mostrano ora; hanno forza e destrezza, sono valorosi ed arditi, ed hanno ancora sentimento di vincere e decisa volontà di combattere. Ben lo hanno dimostrato a Popoli dove uscì di vita, con comune duolo, il nostro generale Point, ed incerta fecero la vittoria per buona pezza; e la ritirata di Orbetello, non che le fazioni di questi giorni dintorno a Capua ben lo hanno pure dimostrato. Sia quindi nostra sollecitudine, prima che le cose si facessero per noi più triste, di espugnare questa Fortezza incontanente, che così solo potremo andare innanti”. Alle quali parole un altro tra essi, nella espansione totale del suo dire esclamò maledetto Regno, e chi ne disse la prima parola, escandescenza che ad evidente modo comprova lo stato infelice cui le armi della Repubblica di Francia si trovavano ridotte. Erano queste le condizioni male augurate delle genti di Francia, allorché in Venafro vi giunsero da Napoli, per quel sempre in allora rovinate fatalismo, il Principe di Migliano ed il Duca del Gesso spediti da Pignatelli onde convenire con Championnet un armistizio.

LXXV. Le non felici circostanze a cui trovavansi i francesi in allora, non erano in vero dal Vicario-generale conosciute, attesa la poca energia sua, e la niuna fiducia, che la gente in esso poneva: accresccvasi sempre più di giorno in giorno la dissensione ed il procedere senza riguardo tra questo ed il Corpo degli Eletti di Città. Il Generale Mack che innanzi Capua trova vasi, dal canto suo non tralasciava di manifestare al Pignatelli per escusazione dei suoi falli, perche conosceva essere disprezzato da non fiochi come straniero e come traditore, le ragioni, che diffidar lo facevano di alcuni uffiziali. Tutte queste cose riunite al Capitan-generale Pignatelli suggerirono l'idea di tentare un accomodo; per effettuire questo divisato, inviati aveva al campo francese i due già detti personaggi, i quali presentatisi a Championnet in non dovuto momento; volle il Generale della Repubblica sulle prime mostrare durezza, avendo conosciuto il timido procedere di chi reggeva le cose; ma pregato da quelli, che minacciar forse in allora il dovevano, ad accordarsi con loro per l’armistizio convenne, patteggiandosi cose tali, che i francesi prevedendone impossibile l'esecuzione credettero servire quelle a trarre loro dalla disperata condizione in che erano ridotti, per incominciare le ostilità, togliendone il pretesto dalla inosservanza dell’armistizio conchiuso. Ciò che si convenne dal timido messaggio napolitano e dalla Arcambal per la parte della Repubblica, ebbe data da Sparamisi 12 del 1799. Fu stipulato: “Che Capua ai francesi nel medesimo giorno si consegnasse. La linea di divisione incominciando dal Tirreno alla foce dei Lagni per Acerra e Benevento si dirigesse. e quindi per la sinistra riva dell’Ofanto e la destra del Lombardo nell'Adriatico terminasse. I porti delle due Sicilie neutrali fossero, con la distinzione, che quelli del Regno di Napoli lo divenissero al momento della sottoscrizione dell'accordo, e quelli di Sicilia allorquando il Re da Palermo avrebbe inviato un ambasciatore a Parigi per trattare di pace. Frattanto pagasse il Sovrano alla Repubblica francese due milioni e mezzo di ducati, dei quali la metà al quindici e la restante porzione al venticinque corrente mese. Niuno fosse inquietato per le sue politiche opinioni. I rapporti di commercio fra i territori occupati dalle due parti continuassero come per lo innanzi” (). Di fatti fu Capua per questo convenuto armistizio ai francesi nel giorno predetto consegnata, e Championnet in tal modo trasferì il suo quartier generale a Caserta. Era tregua questa peggiore di guerra, la quale cessava esterna, ed ingrandiva domesticamente il nemico, il quale riunite ed ingrossate le sue schiere, sicuro alle spalle e nei fianchi rifornito abbondantemente dell’occorrevole col possesso della ceduta Piazza andava e spiava; sempre il momento di compiere la sua impresa col farsi padrone della Capitale e del Regno intero.

LXXVI. Chi della storia di Napoli ha conoscenza, e la topografica struttura del Regno prende ad analizzare, donando accurate riflessioni alle opprimenti circostanze nelle quali questo Stato in allora; sciaguratamente si trovava bentosto chiaro comprende le tragiche conseguenze che risultar potevamo, e che naturalmente dal concluso armistizio emersero. Vale lo stesso il dire Capua donata a nemici, quanta Napoli piegata al volere di essi: la prima altro non è incontrastabilmente se non un baluardo costituito per la difesa della seconda; non trovandosi da quella andando avanti in sino a questa, altra piazza d’armi altro forte a qualunque minimo ostacolo, che resistere potesse ad un nemico invasore. Tanto è oltre a ciò dire la foce dei Lagni sino ad Acerra lasciata ito mano del vincitore, quanta portare nella Capitale per mano di chi concede, la desolante fame; si combinano in quella pressocché tutte le correnti di acque che vi giungono, e potendosi di colà in un tratto troncarne il corso per intero, rimano questa priva di acque non solo all’uso di soddisfate ed estinguere la sete dell’uomo, ma pur anche ad animare la macina dei mulini. Era finalmente quasi impossibile che tra quindici giorni la città di Napoli far potesse pagamento alla Repubblica francese dei due milioni e mezzo di ducati pattuiti, essendovi in allora assai scarso il contante, le Chiese sufficientemente spoglie, le particolari casse degli argenti e dei preziosi metalli per le spese dei preparativi della guerra vuote, e disseccate trovandosi per così dire le sorgenti dell’estraordinarie risorse, tutto caduto era nel dissesto, nella languidezza e nella miseria. Per queste cose scoraggianti ponderate da molti, non appena divulgatasi la nuova del conchiuso convenimento, da ogni angolo della Capitale si mise sussurro e fermento sull’oprato del Vicario; dicevauo la più parte, ed a ragione, convenire ad Esso per dovere e per gloria contrastare animosamente dalle mura di Capua il passo ai francesi, più che discendere a patti di viltà. Con tale non dovuto alto, altri riflettevano, venire il Vicario a dar agio al generale Championnet primieramente di riunire le sue genti per rivolgerle a miglior tempo e con più sicuro successo contro delle napolitane, ed in secondo luogo nell’abbandonare al nemico una Piazza di guerra la più importante del Regno, senza esporlo al dubbioso evento di una battaglia, apprestare ad esso i mezzi certi di danaro, di viveri e di munizioni. In ultimo ed in ciò coincidevano le idee tutte di coloro, che amanti di tranquillo vivere erano, che aprendo a quello le strade conducenti alla Capitale, permetteva bonariamente con patrio precipizio, di consumare pur troppo nel seno di questa una rivoluzione da alcuni anni, dagli amici della trancia con iscaltrezza preparatavi. Epperò sotto qualunque rapporto l’armistizio prendevasi a considerare, nulla di bene al certo pel Regno nostro erasene ad augurare, per come indi si vide; offrendo anzi al contrario grandi vantaggi al nemico invasore; poiché se stipulato si era col proponimento di non eseguire, miglior talento sarebbe stato il non farlo; se per acquistar tempo, questo non molto era, poiché soli quattro giorni si guadagnavano, per quanti ne correvano dal 12 al 15, e per questo meglio sarebbe stato lasciare la cosa al dubbioso evento, che certo i francesi per espugnare Capua vi dovevano impiegare più mesi, non potendola lasciare indietro bloccata e procedere contro la Capitale ed il resto del Regno avendo tanto limitato numero di truppe. Del resto il Vicario avuto l’accordo nel vegnente dì 13 Gennaio chiamava a Palazzo i rappresentanti del Corpo di Città ed ingiungeva ad essi il prendere tosto opportuni espedienti onde porre una tassa sopra i proprietari e negozianti per pagare ai francesi le convenute somme; ma come questi negarono formalmente di aderirvi, il Vicario dato l’ordine abbandonò la cura della esecuzione, e la cosa restò da tutti trascurata.

LXXVII. Il Generale Championnet di queste inaspettate cose avvalendosi, come colui che non perdeva il tempo in distrazioni e profittar voleva sollecitamente dei successi, tosto ne trasse vantaggio; spediva egli immantinenti il Generale Dombrowsky con la sua gente Polacca sulla strada di Roma per riaprire le comunicazioni dell’esercitoto suo con la base di operazione; indi inviava Rey colla sua divisione contro gl’insorgenti autori delle interrotte comunicazioni alle sue spalle, quindi CastelForte, Traietta, Itri e Fondi dop’ostinata resistenza fatta, furono del tutte superate ed a ferro e fuoco messe, e così con rigore estremo in altri luoghi ancora oprando, ristabilite pienamente si videro le comunicazioni tra le truppe di Francia, acquistando esse sicurezza nelle loro operazioni. In pari tempo lo stesso Generale mandava sopra Maddaloni alquante genti con Broussier, il quale con fort’energia in quella terra metteva il piede, ed incontrala per via una banda di sollevati, che le Forche Caudine occupava e nc contrastava lo stretto passo, misela a scompiglio; pervenuto a Benevento, credendo secondo che ne correva la voce, che fossero colà grandi tesori accumulati, diedesi a tutto vigore a ricercarli, ma non trovando quanto l'immaginazione il portava di credere, fece non di meno sufficiente bottino trafugando lutto il prezioso tesoro che nel Santuario si conservava, e nel dì venti Gennaio susseguente a quello che n’era entrato, dalla detta Città uscinne e per Napoli subito volse il piede. Nel condursi verso la Capitale inseguito venne da molli Beneventani, che confusamente erano corsi alle anni per vendicare l'aspra offesa e difendere le proprietà loro, e via facendo molti contadini dei vicini villaggi traendo, una massa formarono di circa quattromila uomini con la quale raggiunsero le truppe francesi a Campizze nella valle Caudina, ed assaltando quelle alle spalle, a stenti il francese condottiero potè difendersi e tirare innanzi la sua rotta, restando gravemente ferito il Generale Mounier, riportandone poscia classe qualche ora la peggio quei tollerati che con valore senza guida alcuna, e bandendo ogni riservatezza, i loro petti a grande animo esponevano.

LXXVIII. Del resto le circostanze di Napoli erano tali, che non avevan d’uopo di molto incitamento; un accidente grave e funesto era per ciò imminente. Dispiaciuto era ai sudditi fedeli al Trono il conchiuso armistizio per le onerose condizioni, del pari ai sediziosi pel timore, che si convenisse la pacificazione; quindi il cupo fermento ch’era nato in tutta la Capitale si andava disseminando ed ingrandendo di momento in momento, e gli accesi spiriti erano prossimi a prorompere.

Accadde intanto, che nella sera del quattordici Gennaio il Commissario francese Arcambal era andato in. Napoli onde levare le somme promesse, che si dovevano, pagare il dì seguente, e già i carri si apprestavano; ciò venne a luce del popolo e se ne allarmò: spargevansi voci, che il Re ed il popolo era tradito e quel francese essere venuto per prendere possesso di Napoli; s’incominciò a mormorare, poi a gridare, ed indi a far minaccia; si trascorse finalmente agli sdegni, ed in tutta la città sorse fra i lazzaroni un tumulto ed un rumore incredibile; uscivano furibondi essi dalle case loro, correndo per le strade e per le piazze armandosi a vicenda a miglior maniera: un gran numero di. questi affollatisi presso l'albergo in cui era Arcambal vi entrò e poi nel vicino Teatro del Fondo ancora, cercando il Commissario e non trovandolo (perché al primo movimento popolare il Vicario avevalo fatto partire) scorsero dove insultando molle persone. Appena incominciato il tumulto divenne formidabile: la scarsa guarnigione corse alle armi e le prese, ma in vano poiché fu dalla infuriata plebe dissarmata, incominciando dalla Guardia del Real Palazzo, che niuna resistenza alla somma furia popolare oppose, quasi lasciando la Real Casa senza custodia; di là diressesi la moltitudine a dissarmare diversi altri Corpi di guardia, pel solo oggetto in quel momento, di rendersi padroni delle armi. Molte ciurme assalirono la casa del Duca del Gesso e del Principe di Migliano perché eransi cooperati all’odiato armistizio. Nel mattino seguente quindici Gennaio si videro le piazze eie contrade piene di popolaccio male armato, minacciando strage e rovina. L’arcivescovo Cardinale Capece ZurloViva la Santa fede e S. Gennaro, morte a’ Giacobini”. Fra gli urli vi fu chi disse “Il Generale Mack essere traditore, doversi dal popolo prendere le armi dall’armeria, occupare i Castelli e respingere i francesi”.

uscì per la città e di calmare con la sua presenza tentò e con le sacerdotali ammonizioni gli spiriti dei sollevati v ma nulla ottenne, essendo però rispettato; la sua voce dai clamori dei lazzaroni, che riuniti si erano intorno la sua carrozza, fu soffocata, che senza interruzione gridavano “

Gli schiamazzi, le grida, il tumulto, il disordine ovunque appariva; turbe di lazzaroni correvano a saccheggiare alcuni bastimenti, che riconducevano in quel giorno in Napoli una parte della Divisione di Naselli ritornate dalla Toscana, e messesi in molte piccole barche assaltarono i legni, s’impossessarono di tutte le armi, e disbarcar fecero dissarmati e senza ordine i soldati. In quella trista circostanza previdesi dagli uffiziali della guarnigione del Castello Nuovo, perché di già ne avevano inteso il grido, che il Castello tosto avrebbe ricevuto assalto dallo sfrenato popolo, e quindi al Vicario-generale spedirono un certo Simeone Capitano di Artiglieria onde conoscere il contegno a tenersi: questi rispose “che si difenda il Castello, ma senza fare il minimo male al popolo” e facendogli il Simeone osservare, che senza far fuoco il Castello non poteva sostenersi, fugli replicato dal Pignatelli con risentimento che si facci, ma solo a polvere ma ciò neanche effettuissi, ricevendo il detto Capitano per via allorché riconducevasi al Forte, altro ordine del Vicario che affatto “fuoco si facesse” Com’erasi preveduto avvenne: una gran turba di popolo sempre crescente, di ritorno dalle spoglie navi, si accostò al Castello, e non trovando resistenza alcuna pel citato ordine, scavalcò la prima porta, ed occupò il ponte di fabbrica, e di la chiese a Minichini che in allora quel Forte comandava, che dalla cortina cercava di parlamentare con quella moltitudine “che s’inalberasse la Regia bandiera, e che se gli dassero armi e munizioni” ma mentre così si parlamentava e si cercava temporeggiare, i cacciatori del Reggimento Sannio, che alla custodia del Castello stavano, aprirono la porta del medesimo ed a furia quella massa, da quel solo ostacolo ritenuta, si spinse dentro e s’impossessò del Forte, scacciandone gli uffiziali e postandosi essa medesima per guardia. Ciò eseguito occuparono tosto essi nel medesimo giorno con ordine del Vicario-generale scritto di proprio pugno, gli altri Castelli di Sant’Elmo, del Carmine e dell’Ovo senza che le guarnigioni vi si opponessero, facendone anzi pel citato ordine a quelli la consegna. Altra massa di popolaccio spinta da imprudente consiglio di alcuni Deputati della Città, che fare armare volevano in loro difesa i detenuti, onde contrariare le disposizioni del Pignatelli, alle carceri si recò ed. aperte queste un numero di circa sei mila ribaldi che vi si trovavano rinchiusi, uscitene, accrebbero i disordini dell’anarchia; corsero indi tutti di accordo all’armeria in dove prese e distribuite fra di loro le armi colà tenute, e provvedutesene ciascuno a grande copia, un numero di oltre dieci mila armati videsi nella Capitale, che deridendo ed insultando quei della Guardia civica, che incontravano per via, obbligaronli con tristi modi a ritirarsi ed a disperdersi dissarmandoli e con essi i loro compagni tutti, e quindi divennero essi signori dei luoghi forti e dei principali posti della città.

LXXIX. Informato Mack di ciò ch’era nella Capitale avvenuto, non seppe, per porre a tranquillo stato le cose, altro più adattato espediente escogitare, che spedire al popolo insorto parlamentari a fine di esortarlo a sospendere ogni sommossa ed a rendersi pieghevole agli ordini di chi in nome del Re lo governava. L’armata plebe ricusando di dare ascolto ai messaggierl del Mack, perché in glande sospetto di traditore sempre più gli andava cadendo, in varie parti cercò avvicinare le truppe presso Capua per investirle. Commosso Mack alla vista ed alla idea del grave pericolo che sovrastavagli ed indeciso per questo, a quel partito appigliarsi non sapendo, tra il pensiero di fare resistenza o di salvare se stesso titubava; ma non più restando in fra due a questo secondo espediente si attenne, e fra i mali estremi, che lo circondavano, non vedendo mezzo più proprio, che quello di cercare asilo presso il nemico Generale, rindossato l’Austriaco uniforme, nella tenda di esso fuggì, e come volontario ostaggio presentoss’egli, in compagnia di pochi altri uffiziali suoi connazionali. Championnet lieto di un tal successo accordogli un passaporto, onde potersi negli Stati del suo Sovrano ritirare, ma il Direttorio francese in seguito ne ordinò l'arresto e qual prigioniero di guerra fu condotto a Milano: la fuga e la prigionia di Mack divenne per molto tempo sorgente inesauribile di epigrammi, di canzoni e di facezie a tutta misura; quei medesimi che esaltati avevano i suoi lumi strategici, non di altro riempivano i di loro discorsi, che della niuna conoscenza del fatto di guerra e della pusillanimità di quello; classe qualche mese fu visto più oscurare e deridere per la sfida da esso fatta al nostro prode Moliterno.

Come l’armata napolitana restò priva del. Duce Supremo, di sbandarsi intieramente finì; divenendo in niun modo possibile al Duca della Salandra, che in luogo del Mack aveva preso il comando, al Generale Parisi, al Principe di Moliterno, non che al Duca di Roccaromana, di più porre freno ed arginare lo scomponimento; per cui costretti vennero ancor essi a rivolgersi verso Napoli e ritirarsi colà, restando il Duca della Salandra nelle vicinanze di Aversa anche gravemente ferito in testa con un colposi bastone da uno delle genti del paese, che alla fuga precipitosa dei disordinati soldati immaginaronsi, ch'essa fuga l’effetto fosse del tradimento e spogliando delle armi i fuggiaschi proponevansi di snbbentrare essi medesimi alla difesa del resto del Regno; per cui avendo scambiato il Salandra pel Mack lo ferirono, come si è detto, vendicar volendo in lui le patrie armi tradite; eguale sorte ebbe anco il Parisi in tal frangente, e lo stesso Principe di Moliterno che in quel momento la pubblica opinione, e l’aura popolare di valore e di fedeltà godeva, corse ancor esso grave pericolo di restar trucidato. E d’uopo osservare in quella rivoltosa catastrofe, che le truppe dal disperdimento totale e eseguito, epperò messe in piena loro libertà, nel ritirarsi ai rispettivi paesi, in tutta la estensione del Regno non commisero alcun grave disordine.

XC. Giunto in Napoli un gran numero di fuggiaschi soldati, e da questi saputesi le ultime funeste notizie, fu allora, che il fermento della plebe si accrebbe nella Capitale nel più forte modo. L’esempio degli aversani di menare vendetta per le operazioni di tradimento, accese nel popolo effervescente lo stesso fuoco; immantinenti esso dato di piglio alle armi, che di già come si è detto era ben provveduto, corse ad attaccare ed a saccheggiare molte case di quei cittadini, che da essi erano in sospetto di Giacobinismo tenuti; al che non più negarsi ebbe molta parte, e quasi è d’uopo darne tutta la totale colpa alla imprudenza ed all’errore di quei che una sì fervente moltitudine avevano lasciato nel potere della sua reale forza, anzi alla decisa volontà popolare di fare del male: né è da credersi in ciò, a vero dire e mantenersi nell’opinione, che questi disordini tali fossero fin’ora e tanti per quanto l’accesa fantasia degli estranei scrittori ha preteso spacciare; non v’ha dubio, che in questa primitiva epoca, dei casi di enorme ferocia, di gran fermezza d’animo, e di molta gravezza si commisero, come di ma no in mano per quanto i miei lumi me lo per mettono anderò ragguagliando, seguendone l’epoca e la verità; ma se per poco lo spirito di parte da quell’età bandire si potesse. e portare confronto di quei disordini napolitani, con gli accaduti nelle altre gran Città e Capitali di Europa, durante tutta questa assai trista epoca, in ragion del vero le turbolenze di Napoli di gran fatta minore che altrove si troverebbero.



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CAPITOLO VII

Championnet si avanza sulla Capitale; il popolo grida il Principe di Moliterno per suo Capo, il corpo di Città continua tale scelta ì pericoli corsi dal Pignatelli; fuga di questo in Sicilia e sua carcerazione. — Disposizioni emanate da Moliterno pel pubblico bene. Scaltra condotta degli amici della repubblica. di Francia: si invia da’ napolitani una deputazione a Championnet onde venire a moderati espedienti, negativa risposta di questo. Con astuzie si occupa il Castello Sant’Elmo dai sediziosi, carcerazione di Luigi Brandi sotto comandante di esso. — Il popolo ogni autorità disprezza e crea per suoi capi due personaggi di niun conto; si dispone a resistere ai francesi: uccisione del Duca della Torre e di Clemente Filomarino suo fratello. — Svaniti gli umani rimedi ai celesti si ricorre per rivedere la calma nella Capitale; Moliterno si concilia novellamente col popolo; questo si avanza contro i francesi, affrontarci le due parti ed una mischia assai ostinata ne nasce: cattiva condotta del Generale napolitano de Gambs — Stato del Regno intero nell'avanzarsi i francesi presso la Capitale. considerazione sulla invasione del Regno fatta da’ francesi. — I sediziosi di Sant'Elmo mandano a Championnet una deputazione onde invitarlo ad entrare in Napoli: altra deputazione mandata da Generali Moliterno e Roccaromana al corpo di città di Napoli, lettera in risposta. — Championnet si avanza verso Capodimonte e vi si stabilisce; Kellermann prende possesso di. Sant’Elmo, indi scende verso la Capitale. — Aspro combattimento avvenuto a porta Capuana. — Altro combattimento succeduto a Furia; il palazzo Solimena è minato da’ francesi. I francesi si avanzano nella Capitale, e sono aiutati dai loro amici; si pone a sacco il Palazzo Reale dai lazzaroni: la calma in Napoli succede.

In questo mezzo tempo Championnet cercava rinvenire dei pretesti per rompere la tregua ed avanzare sulla Capitale, ed avendo a conoscenza la sollevazione avvenuta in Aversa, da Capua sboccò e sopra Napoli per la via di Caserta inoltrassi, giudicando quello Aversano sconvolgimento assai propizio alle mire sue: alla qual cosa i napolitani tumultuariamente commisti agli avanzi dei soldati Albanesi tanto regolari. che irregolari, che in allora nell’armata di Napoli servivano nella Brigata di Macedonia, e nel battaglione del Corpo franco albanese, che dal loro patrio modo di vestire volgarmente venivano chiamati camiciotti, corsero per le vie che a Porta Capuana conducono, onde incontrare i francesi ed attaccarli e quindi respingerli ancora; ma si avvidero per tanto menare ad eseguimento, che ad altro pensare bisognava, avvisandosi l’uno l’altro più conveniente essere prima il cercare un Capo, che gli ordinasse e dirigesse. Gridarono ed elessero immantinenti Girolamo Pignatelli Principe di Moliterno figlio secondogenito del Principe di Marsiconuovo ad assumere il titolo di loro Comandante: era costui in gran fama presso i suoi, concittadini, per essersi con molta prodezza condotto in Lombardia contro i francesi, riportandone, come precedentemente è detto, da un colpo di fuoco, la gloriosa perdita dell’occhio sinistro, e con l’avere dato segno di mollo valore nella poc’anzi avvenuta azione di Capua contro i francesi medesimi.

Il Corpo di Città, che far voleva mostra della sua autorità ragunatosi per provvedere su i mali della patria altro fare non potè, che dare conferma a quanto dal volgo crasi oprato, destinando sotto gli ordini immediati del Moliterno, come conduttiere in secondo il Duca di Roccaromana di sopra lodato; assumendo esso Corpo di Città le redini di un provvisorio governo. Tumultuante la plebe in quel medesimo giorno corse in S. Lorenzo con le armi alla mano, ed infamando il Vicario col nome di traditore del Re, lo dimandava con grandi schiamazzi per sacrificarlo al suo furore, ma il Moliterno, che colà trovavasi, perché quel luogo era divenuto centro alle disposizioni, con belle maniere e con placati modi ne. implorò la vita ottenendogli la dimissione sua ed il suo arresto.

Contemporaneamente, che dalla plebe si schiamazzava contro il Vicario-generale, il Corpo di Città per consolidarsi vieppiù nel suo provvisorio comando, e togliere ogni benché minimo impedimento all’autorità sua, inviò al Pignatelli una deputazione affinché le rassegnasse i poteri dei quali credèvasi rivestito: involto il Pignatelli nel pubblico discredito per la condotta da esso tenuto dopo il fatale rovescio, che negli ultimi, momenti le armi reggie ebbero, e privo di forza effettiva, nelle mani del popolo, suo accanito nemico, caduta, aveva in realtà questi poteri perduti. Il Principe di Piedimonte uno dei componenti l’anzi detta deputazione fu quegli, che al Vicario nel tenore seguente favellò. “Il Corpo della Città di Napoli vedendo la rivoluzione popolare vi fa sentire per nostro mezzo di dimettervi dalla carica di Vicario-generale e deporre quella nelle mani del Corpo di Città medesimo; con passarle il denaro, che presso voi avete, e con prescrivere che gli Uffiziali e gli altri Capi dipendano dal Corpo di Città e dal Principe di. Moliterno, volendo il popolo dalla prima e dal secondo farsi dirigere”. Sbigottì Pignatelli alla dimanda fattagli, ed istruito ai pericoli che lo minacciavano, poiché fu detto che le richieste del popolo fossero state da alcuni degli Eletti istigate, avendo di già saputo il tumulto popolare del mattino, pauroso e confuso rispose che al tutto nel domani avrebbe aderito; ma nella notte istessa, cioè del 16 al su di piccola nave, guidata da un certo Lepore marinaio di S. Lucia, imbarcatosi, e verso la Sicilia prendendo direzione giunse in Palermo, in dove appena pervenuto, il Re, malcontento del di lui oprato, arrestare lo fece ed immediatamente nel carcere tradurre.

XCII. Intanto Moliterno assunto l’uffizio di reggere il tumultuante popolo, diverse disposizioni emanò, per porre ad assetto le cose, e ristabilire la. mancata calma. Conferì il comando dei quattro Castelli, della Capitale a quattro patrizi, cioè il Castello Nuovo fu dato al Maggiore D. Giovanbattista Caracciolo di Pietri, e quello di Sant’Elmo a D. Nicola Caracciolo di Roccaromana; ebbe il comando del Castello dell’Uovo D. Luigi Muscettola dei Principi di Leporano, e quello del Carmine all’obbedienza fu prescritto di D. Fabio Caracciolo dei Principi di Furino: ebbero questi comandanti tutti, la facoltà di eleggere sei o più uffiziali per loro subalterni, di trascegliere per la guarnigione dei Castelli gli uomini, che loro bisognavano e bandire gli altri, che vi. stavano, se superflui fossero, con l’intelligenze però del Corpo di Città e. dei due Generali. Procurò Moliterno del pari di ordinare alla meglio pattuglie di persone benestanti, di ritirare per quanto era possibile le armi dalle mani dei popolani, facendo piantare delle forche in molti luoghi del paese, minacciando, che impiccherebbe chiunque si movesse senza averne ricevuto ordine, e così con risolutezza praticando ricondusse destramente, per come le fu fatto, in mano della nobiltà tutto il potere. Bandì pure ordine unitamente al Corpo di Città, che di tutto il contante e di ogni oggetto monetabile conto se gli dasse, e che l’estrazione vietata ne fosse, onde meglio agl’interni bisogni dello Stato provvedere: scrisse lettere all’intendente della salute, ed ai guardiani del Porto per non fare uscire alcun Legno senza la intelligenza sua: ingiunse al Marchese Porcinara Luogotenente della Reggia Camera, al Presidente del Sacro Consiglio Mazzocchi, al Presidente Fìvenzio, al Marchese Dragonetti, a D. Filippo Spinelli Ministro di Guerra in allora, ed al Maresciallo Zannone di continuale nelle funzioni delle loro cariche: incaricò il Duca di Cantalupo ed il Preside di Ajello delle finanze della Capitale e del Regno, ed affidò anche a quest'ultimo l’amministrazione dalla decima, con ispogliarne il suo amministratore, perché il popolo contento di esso non se ne mostrava: prescrisse ai credenzieri Radenti e Terminelli la consegna di tutte le monete e verghe monetatali in mano del Marchese Pasquale la GrecaMarchese Taccone di conferirsi in Città, ove fugli dimandato ragione della Tesoreria; ed ordinò alla Università di Pozzuoli di arrestare un bastimento ancorato in Baja e carico per conto di esso Taccone con 500 mila ducati dell’Erario i quali per ordine dell’Acton erano stati consegnati al Vicario Pignatelli: conferì al Duca di Ielsi il governo economico della città. di Napoli;, e inoltre altro provvidente diede.

destinato a cassiere, comandò alla giunta argentarla di darle conto di tutto il danaro ricavato per compra fatta di argenti e tutto l’argento comprato: richiese al

Ma più che dare tutte queste disposizioni temporanee in vero saggie e conducenti alla tranquillità della Capitale, avrebbe, dovuto il Moliterno unitamente al Corpo di Città rivolgersi a praticare i mezzi onde respingere con virile possa l’armata della Repubblica, che avvalendosi della inoperosità dei napolitani sempre più verso la Capitate con iscaltro e lento manovrare si avanzava.

XCIII. Mentre adottavansi tali espedienti, fu inviata al Quartier-generale francese una deputazione, alla quale il Corpo di Città accordò tutte le facoltà di parlamentar composta dei principali demagoghi il Principe di Canosa e di Michele Pignatelli dei Principi di Monteroduni; un Ferrante, che tanto ne imponeva sul popolo e meritamente, essendo uomo di probità, di carità, e d’ingegno non comune, fu quello che al Generale Championnet in tal modo parlò. “Dopo la partenza del Re e la fuga del suo Vicario-generale il reggimento di Napoli e del Regno è rimasto nelle mani del Senato della città di Napoli, di modo che trattando a suo nome faremo atto leggittimo e durevole; questo (diede un foglio) racchiude i poteri di noi presenti legati. Voi Generale, che debbellando numeroso esercito venite vincitore a queste rive dei Lagni, crederete breve lo spazio di diecimiglia, qual è quello, che vi separa dalla Capitale, ma lo direte lunghissimo e forse interminabile, se penserete, che vi stanno intorno popoli armati e feroci; che sessantamila cittadini con armi, castella e navi, animati da zelo di religione, e da passione di non lasciarsi da estranei dominare, difendono città sollevata di cinquecentomila abitatori; che le genti delle provincie sono contro di voi in maggior numero, e come voi il sapete in maggior moto;che quando il vincere a voi. fosse possibile, sarebbe il mantenere impossibile; sicché dunque ogni cosa vi consiglia il trattale pace con 'noi. Non vi offriamo il denaro pattovito nell'armistizio e quant’altro (purché moderata la inchiesta sia) dimanderete, e poi vettovaglie, carri, cavalli, tutt’i mezzi necessari al ritorno, non che strade sgombre di nemici. Voi aveste nella guerra fatta battaglie avventurose, anni, bandiere e prigioni; espugnaste, se non con le armi, col grido soltanto quattro Fortezze;ora vi, offriamo danaro e pace da vincitore, epperò con queste nostre, offerte tutte le parti della gloria e della fortuna voi fornirete. Pensate Generale, che siamo assai ed anche troppi pel vostro esercito, e che se voi per pace concessa vorrete non entrare in città, il mondo unanimemente vi appellerà magnanimo ma se per popolare resistenza voi in Napoli non entrerete il mondo medesimo vi terrà per inglorioso”. Alle quali parole il francese Generale rispondendo con baldanza disse “Voi parlate all'esercito di Francia, come vincitore parlerebbe ai vinti: la tregua è rotta perché voi mancaste ai patti non sborsando le convenute somme, noi domani procederemo contro la Città” ed a ciò aggiungendo le minacce e gl’insulti fatti alla deputazione da alcuni napolitani presso i francesi emigrati, spinti dalla premura di accelerare ai loro coagente in qualunque modo l’entrata nella Capitale, ne produsse, che ribollenti di rabbia ed ansiosi di vendetta quei demagoghi nella Capitale fecero ritorno, senza nulla avere ottenuto.

XCIV. Fin dal primitivo momento, che le armi della Repubblica di Francia misero piedi nello Stato nostro, fu pensiero di Championnet di attendere ai segreti maneggi, cosa molto da quelle genti repubblicane usitata, per un repubblicano reggimento nel reame tutto stabilire. In effetti aveva a se chiamati mólti giovani napolitani di spiriti ardenti e di pensieri ambiziosi e torbidi, assai atti strumenti a turbare il Regno; questi per quanto era in loro potere, incominciarono a tener pratiche segrete coi compagni in Napoli, per modo che il Generale di Francia per lo appieno informato veniva di quanto alla giornata vi andava accadendo. Intanto fra questi sediziosi di Napoli erasi formato un così detto Comitato centrale per essere di accordo, con l’altro eretto presso il carneo dei francesi; concertando tra essi convennero che si procurasse l’occupazione del Castello Sant'Elmo, malamente da pochi lazzaroni guardato, ed avuto questo Forte, che la città domina, ed inalberatavi la bandiera di Francia, sarebbesi Championnet con tutte le sue forze avanzato. Avendo sentore Moliterno e Roccaromana di una simile intrapresa l’aiutarono, od almeno l’approvarono come quella che sembrò loro sola alta a far cessare l’anarchia, che di ora in ora sempre più andava palesandosi nella Capitale, non già per repubblicano sentimento, come taluno ha preteso di spacciare: in effetto per ciò che a Moli terno riguarda, questi non mancò di giustificarsi a pieno con la Corte al suo ritorno; e rispetto a Roccaromana anch’egli fu uno di coloro, che correndo ai suoi feudi ed armando i suoi vassalli in Terra di Lavoro con essi e con la propria sua persona alla riconquista del Regno, come indi diremo, contribuì.

Per l’enunciato motivo, nella notte del venerdì 18 Gennaio, un drappello di novatori volendo. far mostra di ardire, cercò con colpo di mano di impadronirsi del desiderato Castello, ch’era tenuto in custodia da circa 150 persone obbedienti ad un certo Luigi Brandi sotto comandante; ma l’operazione andò fallita del tutto. La cosa avvenne in tal modo: a cinque ore di notte numero diecinove individui di una prescelta partita riuniti si portarono, siccome ne avevano ricevuta disposizione, alla Madonna dei sette dolori, onde congiungersi ad altra più grande frazione di essi colà di già pervenuta; via facendo per andare cauti ed inosservati nell’enunciato luogo fecero trascorrere il tempo prefisso e disegnato, epperò la più parie di coloro, che attendere dovevano, immaginando un qualche sinistro avvenuto, avevano di già presa libertà, della persona e scarso numero n’era rimasto, i quali al, vedere i compagni, non giudicandosi sufficienti in quantità all’impresa ne abbandonarono per allora l’operazione, rimproverando a quelli del loro tardo giungere; i diecinove o per rimediare, al fatto commesso, presi da allarmata fantasia, o per rimuovere coloro, che negavano il potere conseguire allora ciò, che si era prefisso. giudicarono potere essi soltanto portare ad effetto l’operazione desiderata, e quindi allontanatisi con disprezzo e con pungenti detti dagli altri presero via per accostarsi al Castello; pervenuti alla porta, equivocando anche nel comunicare il Santo dicendo Napoli in luogo di Partenope, furono respinti e sparpagliati totalmente da fucilate e da tre colpi di cannoni tirati contro essi, che però non produssero danno veruno. Conosciutosi tale sinistro sviluppo dai Capitani di Artiglieria Simeoni, Verdinois e Granalès, coloro, i quali dpinati avevano la predetta sventata operazione, con la saputa di Moliterno e Roccaromana, di concerto ancora col Roccaromana fratello del Duca Comandante Supremo del Forte, risolverono di entrare nel Castello al seguito del Castellano, e quindi restando in Napoli il Granalès, tanto il Simeone, che il Verdinois uniti ad altri pochi sediziosi verso le ore 16 del dì 19 vi salirono; al giungervi vi penetrarono immantinenti, venendo ricevuti con gli onori militari dovuti al Comandante che in unione di quelli si tenne sempre. Il Roccaromana tosto arrivato fece palese alla guarnigione, essere quelli Uffiziali venuti per dirigere il servizio delle artiglierie, e quindi il Simeone ebbe il comando di detta arma, perlocché esso richiese al magazziniere la consegna delle cose necessarie riservate a lui affidate. Negativa fu la risposta di costui scusandosi col dire non ritenere presso se chiavi alcune, avendole tutte rimesse. nelle mani del Brandi, il quale come sospettosa sembratagli la missione di quelli, molto indugiò per consegnarle; e male sarebbe finita anche quest’altra insidiosa pruova, se Verdinois e Simeone non avessero messa in pratica tutta la cautela ed astuzia necessaria nel rincontro, con melate parola di fratellanza e di amicizia onde rimuove il Brandi del suo sospettoso e pieno pensiero. Rassicurato il Brandi, verso il mezzogiorno depositò le chiavi desiderate; ottenutesi queste fu fatta sommaria rassegna dei congiurati, e se ne trovarono all’intutto tra i venuti nel mattino ed altri ricevuti con cautela poscia 46; alcuni dei paesani tenuti alla difesa del Forte avendo veduto ripetere per più giorni il non pervenirgli paga alcuna, e scarsissima essere la somministrata sussistenza, poiché rilevarono l’aumento del numero dei difensori chiesero ritirarsi ed uscire dal Forte, qual cosa, ritornando molto a sangue al Simeone ed al Verdinois, ebbe tosto adesione. Usciti costoro, vedendo i sediziosi scemati gli avversari, decisero essere quello il propizio momento di recare ad effetto il proponimento preso; di circa 80 realisti ne disposero quei Capitani due grandi partite di scoverta attorno il castello, una delle quali comandata dal Brandi medesimo, che vi aderì con molto stento; fatto il primo colpo a ventotto soldati di linea, ch'erano in quella guarnigione con idee popolari, furono tolti gli archibugi, col pretesto di esercitarli quali artiglieri, ed a diciotto sentinelle furono controposti altrettanti sediziosi dicendo, che il pericolo richiedeva doppia avvertenza. Effettuire queste premesse fu chiamato nel castello Luigi Brandi con la persuasiva di dovere ricevere novelli ordini; entratovi appena immantinenti ne fu chiusa 30 la porta, a viva forza se gli mise una benda, e ponendogli i ceppi fu rinchiuso in carcere; nel momento si trattò della sua testa in un Consiglio di guerra appositamente convocato, ma questa fu risparmiata per allora, attesocché di buona fede e senza indugiò alcuno aveva fatto ritorno nel Forte. Verso le ore ventitré di quel giorno medesimo salirono nel castello Roccaromana e Moliterno, i quali con la presenza loro rincorarono la guarnigione, e col denaro delle casse dei propri Reggimenti, colà portato, largamente soddisfecero ai pochi artiglieri e soldati, e provvidero dell’occorrevole per (bocca ai novatori, i quali dopo quel momento si andarono ingrossando di numero crescendo più dì più nel corso della notte. Nel mattino detto i Generali Moliterno e Roccaromana sostenendo la delicatezza del loro carattere si consideravano ancora palesamento come Capi dei popolo, e ritenevano il potere ancora in nome di quello, ma da fine dopo lungo discutere sopra i mali della Capitale, il parere di Simeone e l’incessante ed effervescente dire del repubblicano Luògoteta, accompagnato dagli altri compagni la vinse, e comecché si era già presagito dai fuochi veduti nella notte in una prossimità più grande alla Capitale, l'avvicinamento delle armi francesi, fu risoluto d’innalzare la bandiera repubblicana per rassicurare quelli del buon esito della impresa e deciderli del tutto, secondo il convenuto, a marciare prontamente sopra Napoli: a diecinove ore col saluto di quattro cannonate fu inalberata la bandiera della Repubblica francese nel Castello, la quale si compose per allora di un petto bianco dell’antico vessillo, un cappotto bleu ed alcuni avanzi di uniformi rossi. Fu in quel di ed in quell’ora medesima che nel maschio della Piazza si piantò anche il così detto albero di libertà, con tutte le solennità repubblicane, anche quella del giuramento.

XCV. Venendo. il popolo a pieno informato nel mattino, dei 19 di ciò che riportato si era in risposta dalla deputazione. inviata presso il nemico, si mostrò dell’offesa sdegnato e pieno di vendetta, pronto a prorompere se per poco ne avesse avuta spinta, nulla conoscendo pero quanto in Castello Sant’Elmo si praticava; in tale umore funesto si trattenne in tutta la giornata, ma allorché nel domani (20) vide esso sventolare sul castello massimo l’odiato vessillo. rompendo ogni freno tosto tornò a furore apertamente: prendendo di bel nuovo le non lasciate armi si propose con fatti d’impedirò ai nemici, gli ottenuti vantaggi. Si rannodavano quelle genti, suscitavano altamente dicendo, non volere. repubblica, non temere nessuno, sapere coi loro petti ogni estraneo predominio abbattere; furore delle riunioni scorrendo per le vie le forche atterrò; ch'erano state innalzate precedentemente, e disprezzando quindi l’autorità del suo Generale che. non vedeva, e totalmente quella degli Eletti di Città, acclamò suoi Capi un certo Paggio, ch'era venditore di farina, ed un facchino denominato Michele il Pazzo ed apertamente alla di loro obbedienza si dette; e rotto ogni argine, sotto il pretesto di porre a massacro tutti coloro ch'erano dei francesi partigiani, la città di saccheggi empirono, di lutto e di orrori.

È in questo ferale giorno, che i popolani circondano la casa del Duca della Torre e del suo fratello Clemente Filomarino, celebre il primo per le sue poesie, come lo era il secondo per le sue matematiche cognizioni; essi vi entrano, e malgrado i gridi di una vecchia madre, li circondano e li conducono a massacrare alla marina della strada nuova bruciandoli vivi. Molti intanto rimasti nella casa la mettono in fiamme, che oltre il divorare il ricco mobilio di cui era corredata, distruggono in un momento un gabinetto di Storia naturale di speciosissime macchine adorno, e 1 più bella collezione di stampe di disegni e libri. Questi rispettabili personaggi furono la vittima della perfidia di uno scellerato parrucchiere, il quale gridato avea in pubblica piazza “avere il Duca ricevuta lettera dal Generale francese, ed essere sua intenzione il preparargli al suo arrivo un lauto banchetto” il fatto era, che il Principe Rospigliosi da Firenze aveva prevenuto con lettera il Filomarino suo parente, di averlo per urbanità raccomandato a Championnet, e mentre il foglio si leggeva dal Duca nel momento appunto del pettinarsi, il perfido parrucchiere da dietro anche ne faceva la lettura, e comecché il Filomarino finita di leggere quella scritta la ripose e la chiuse in un forziere, così l’indegno giunto appena in piazza ne gridò al popolo, additando anche il luogo ove era stata rinserrata la carta, epperò quell’inferociti tosto avendo il fatale documento nelle loro mani, perché al primo penetrare in casa ruppero a viva forza la cassa indicata e nulla calendosi di riscontrarvi quanto se gli era detto, spinsero la loro inumanità fino all’eccesso enunciato.

XCVI. Fra tatui orrori sempre nascenti e sempre crescenti si disperò degli umani rimedi, ed ai celesti si ricorse. Il Cardinale Arcivescovo per tal effetto nella seguente notte (20 ai 21) e reliquie del Protettore S. Gennaro portò in solleone processione per le, principali strade della città, e con quella pompa religiosa sedò se non del tutto le turbolenze, gli animi dei molti almeno dà quegli orrori per allora distolse. Il Principe di Moliterno francamente intervenne anch’esso alla funzione in supplichevole abito nero, e così agendo qualche fiducia nel popolo riconciliossi nuovamente, terminata la sacra cerimonia arringò egli esortando tutti alla quiete, ed a prendere riposo per combattere nel dì seguente contro gli abboniti francesi.

Di fatti nel mattino del giorno seguente (21) disordinate masse ed inferocito popolaccio ai Castelli correndo diede di piglio ai più grossi cannoni che videro, strascinando questi a tutto vigore a Poggioreale a Capodichino, al Ponte della Maddalena ed a Capodimonte prepararonsi ad impedire da queste principali vie l’entrata alle odiate francesi truppe: ad essi alcune centinaia di soldati dispersi unitisi ed i già detti Albanesi, i quali grande strage in vero nel seguito scontro ai francesi arrecarono, e che dopo superata Napoli mai prender vollero co’ medesimi servizio, aumentarono il loro vigore e la loro personale fiducia, e spingendosi sempre più innanti verso il francese campo ne andarono. Affrontaronsi le due parti tra Poggioreale e San Pietro a Patierno, ed una mischia molto tremenda ne seguì: prevalevano i francesi per le armi e per l’ordine, prevalevano i napolitani pel numero e pel furore. Per ben lunga pezza con vario evento la battaglia durò; le artiglierie francesi incessantemente fulminavano in quelle popolose masse e file intere atterravano; rimettevansi i lazzaroni e più aspramente di prima menavano le mani, nulla pensando agli estinti compagni, cercando, di avvicinarsi al nemico odioso, onde venire a petto a petto con esso. Varie volte i repubblicani rotti, furono e dispersi, ma come destri soldati tosto si annodavano; né più ore di combattere il riposo arrecava: un continuo suonare di campane all’armi in tutti i circonvicini villaggi il terrore accresceva; un sempre aumentare di numero di contadini variamente armati in aiuto dei cittadini combattenti si vedeva. Non era guerra in un solo luogo, ma guerra in tutta quella collina; il furore dei napolitani bilanciava la militare disciplina dei francesi, onde non è da recar sorpresa se la valida resistenza di quelli per molto tempo protratta venne, perché estremo ed aspro combattere era esso; e se il Generale de Gambs uomo di guerra effettivamente fosse stato, non uno di quei tanti, abbondevoli presso noi disseminatori di apparenti dottrine, che dall’estero preventivamente regalati ci vennero, dopo la riforma delle nostre armi fatta dal Conte di Salis, egli non solo la Capitale in quell’incontro mess’a salvezza, ma eziandio l’armata francese battuta e distrutta. Imperciocché essendosi egli, come si è detto a. Nola ritirato con la sua colonna intera, non altro in allora oprare avrebbe dovuto, per porre in mezzo i francesi, che una breve marcia di dieci o dodici miglia, postandosi alle spalle dei repubblicani ed attaccandoli in pari tempo del popolo, che da fronte li batteva; ma in vece fu suo inopportuno pensiero, in. tal rincontro, di licenziare da Nola la gente, che ad esso obbediva e fare sbandare la sua forza, col pretesto, ch'essendo stata attaccata la Capita le tutto perduto era, quasiché questo attacco riuscito fosse nel primitivo momento, ed egli postato cori vicino, pienamente fosse restato a niuna conoscenza di ciò che andava accadendo; e quasiché non vi fossero ancora altri tre buoniquarti del Regno a difendere e sostenere, ammessa anche della Capitale la perdita.

XCVII. In tal guisa menate le cose, in vari luoghi si scorgevano le valorose zuffe dalle contrarie parti con accanimento estremo combattute, epperò vedevansi terre incenerite, masse uccise, superstiti addolorati, un calpestio di guerra tremendo e continuato sulla superficie di Terra di Lavoro, e della provincia di Napoli; le altre terre tutte in fermento e concitate, non ostante gli intrighi dei partigiani della Francia e del giacobinismo già in Italia sparso, del quale per altro nel Regno nostro meno in paragone delle altre parti allignato aveva e prosperata la scellerata radice. Negli Abbruzzi Proti io determinate genti sempre più guidando non piccol danno ai francesi arrecava, i quali perché di poco numero guardar non si potevano alle spalle ed ai fianchi, attes’anche la grande avvertenza e severità su tal proposito adoperata; e non a torto il Direttorio della repubblica d’imprudenza tacciò l’affrettata invasione di Championnet, il quale tutto all’azzardo commise, più che alla necessità di avanzare, innoltrandosi senza precauzione fino alle porle di Napoli; di modo, che se fra regnicoli nostri fossesi avuto minore spavento, e poco più di concerto nella esecuzione nella difesa in massa, la francese truppa in quel male avventurato, incontro, con tutt’i suoi oprati valsosi prodigi, o manomessa del tutta sarebbe stimi, o rinnovata avrebbe in vero la scena delle forche Caudine. E ciò dico affinché certe tal imprese, che voglionsi talora nelle guerriere azioni per maravigliose far passare, si conoscono poi con una giusta critica, dalla riflessione gettata e da mente non affastellata da estraordinario oprare, soltanto per temerarie ed azzardose, lorché quanto anche a buon riuscimento sono menate, di produrre non togliono ai Generali che le commisero anziché gloria, un evidente biasimo ed in fatti quale ne fu l’esito in questa corrente circostanza non altro che dopo poco più di quattro mesi l’armata della Repubblica di Francia che pure aveva il più forte, ed il più importante del Regno occupato, costretta ad abbandonarlo fu, appunto per non essere alla vastità dell’impresa proporzionata, sacrifizi non piccoli, più che di fretta ritrocedendo.

XCVIII. In questa varietà di eventi i sediziosi di Sant’Elmo, osservando bene da quel luogo i combattimenti avvenuti nel mattino del 31 tra i popolari e le truppe di Francia e vedendo, che i risultati nel giorno apparivano anche per quelli del popolo in vantaggio, incominciarono a temere fortemente, che se le truppe della repubblica venivano messe in ritirata, o si trinceravano per ascoltare proposizioni pacifiche, la vita di essi e dei loro compagni, non che quella delle loro famiglie correva molto grave pericolo, poiché in città si vedevano partite di plebe armate che sparse per tutt’i quartieri ricercavano con modi violenti degli antirealisti, i quali essendosi svelati quali giacobini, per aver salvezza nascosti si erano; epperò dalla plebe non rinvenendosene tanti per quanti ne richiedeva, sfogava la rabia sua su qualunque persona che dasse appena sospetto di giacobinismo. Per tanto pensiero spedirono una ambasciata al Generale di Francia composta di Uffiziali travestiti da campagnuoli, onde assicurare quello, che il Forte Sant’Elmo si teneva a sua disposizione, e persuaderlo a portare l’attacco principale dalla parte dei Pontirossi contro la posizione di Capodimonte, luogo più conveniente di ogni altro per trarre il cammino alla Capitale; potendosi di colà spedire per la via di Santa Croce un rinforzo di truppe in Sant’Elmo onde tenerlo saldamente per la parte repubblicana; accertandolo, che il predominio di quel Forte porterebbe senza contrarietà alcuna il possesso della intera città di Napoli. Championnet ascoltato l’invito ritenne presso se gli Uffiziali e prese quelle risoluzioni che indi diremo.

In contemporaneo tempo, che' si spediva la detta missione, se ne inviava un’altra dai Generagli di Sant'Elmo ai rappresentanti della Città per mezzo di un Padre Certosino di S. Martino; era essa contenuta in una lettera piena di minaccie dettata da Logoteta: dalla risposta di tale lettera che io qui riporto, rilevare si può quali fossero le agrezze espresse, quale la forza del popolo, e quali le critiche circostanze correnti. “Eccellentissimi Signori. Con quella costernazione della quale le presenti circostanze fornisce ognuno più che abbastanza, ci siamo uniti noi cinque sottoscritti, i quali ci siamo fatti un dovere di non mai abbandonare la città in queste desolataci circostanze. Altro dire intanto non possiamo all’EE. VV. che noi non imponiamo niente sulla massa popolare: e che, sebbene non fossimo stati della classe de riscaldali per l’opposto partito, nulla di meno non ci si potrà negare di essere stati di quella de’ moderati, e portati piuttosto per un accomodo qualunque, che per ispargimento di sangue; condiscenderessimo quindi con tutto lo spirito alle pacifiche intenzioni dell’EE. VV. se qualche governo ed imponenza aver si potesse nell'anarchia; ma come frenare un numero di quaranta mila armati, lutti sbandati in più luoghi, ed uniti ed incoraggiati da moltissima truppa di linea qui sbarcata, della quale hanno rimossa l’ufficialità, dichiarando Capii Sergenti ed i Caporali, i quali tutti hanno, fitto vincolare il nemico ed al quale hanno tolta insino buona parte delle artiglierie, affrontandolo a petto nudo e scoperto? Noi, dicono l’EE. VV, saremo responsabili dell’oprato dal popolo; ma perché? che colpa si è da noi commessa? questa non può essere, che unita coll’EE. VV. dalla partenza delle quali non si è tenuta più Città, la quale, è noto, che non può legittimare verun atto senza l’unione almeno di quattro piazze: che però la nostra unione non è servita ad altro, che ad impedire, od a minorare le stragi di coloro, che conducono in città. Qual raziocinio dunque ci condannerà ad un fine violento? Intorno quello poi, che l’EE. W. dicono di volere far fuoco sopra di Napoli per mostrare i francesi, che la difesa si fa dal popolo e non dalla Nazione, credano pure, l'EE. VV. alla nostra debolezza, che non havvi di più sconsigliato. Ciò, oltre di dare al pubblico intero una marca manifesta di aver tradita la fiducia che nell’EE. VV. ha riposta il popolo, ei sarebbe un rovinare quelle mura, nelle quali hanno avuta la culla: oltre ciò crediamo, essere cosa potò, profittevole alle di loro intenzioni, non offendendo in questo modo, che i pacifici cittadini; ed in seguito una tale operazione cimentosissima, potrebbe riuscire fetale per la vita di tutti coloro, che stanno nel Castello, giacché se l’esito incerto delle armi, animato da un fervore religioso mettesse i francesi in situazione di doversi trincerare, allora conoscendosi manifestamente dal pubblico una condotta illeale nelle persone dell’EE. VV. potrebbero scaricare sopra di esse e loro famiglie tutte le terribili loro furie. Saremmo quindi di parere, che stando nell’osservazione tacita l’EE. VV. faccino agire i popolari, acciò se riuscisse loro di respingere l’esercito di Francia, allora si potrebbe essere nel caso di fere una pace vantaggiosa, E pieni di rispetto e di stima ci sottoscriviamo. Napoli 21 Gennaio 1799. Divotissimi Serv: II Principe di Canosa, il Duca di Castelluccio, Ottavio Caracciolo Cicinelli, Michele Picenna, Gennaro Presti.

XCIX. Dato ascolto Championnet alla missione dei ribelli di Sant’Elmo, fu determinalo con molta segretezza un generale attacco nel dimani; difatti nel mattino del 22 Gennaio si mosse la gente di Francia su tutte le direzioni, onde superare ad un tempo la risistente ed arrabiata turba napolitana; punto principale dell'operazione fu prescelto Capodimonte siccome se n’era ricevuta avvertenza; buon numero di francesi furono spediti colà: al forte scontro avvenuto, i popolani che quel posto difendevano, poiché attaccati a fronte con vigore estremo dai contrari, e percossi alle spalle dalle, cannonate a palla ed a mitraglia tirate da Sant'Elmo, vedendosi circondati e privati di soccorsi, a vincolare incominciarono ed a scompigliasi, e dalla fatica affievoliti e dalla strage minorati, sparsi e sanguinosi le artiglierie loro abbandonarono e le munizioni ancora, e sempre più ritrocedendo in città ritiraronsi sbandati perlocché ai francesi diminuita e mancata la resistenza opposta, in quel sito si situarono, e Championnet giudicandolo idoneo vi si stabilì col suo Quartier-generale. Di la spedì Egli subito a Sant’Elmo una forte colonna comandata da Kellermann e guidata da Francesco Pignatelli Strongoli, Colonnello al servizio della Repubblica di Francia, e dal Tenente Ruggiero uno degli Ufficiali mandati dai patriotti per l’ambasciata, e da molti altri partigiani di quelle armi, pratici dei luoghi; un ora dopo il merigio, avendo percorsa la via di Santa Croce, fu Kellermann nell’indicato sito, incontrando però anche per quella strada poco battuta, gravi ostacoli, che la vita di parecchi dei suoi gli costarono; e questi molto seri furono in Antignano, attesa la gran quantità di gente riunitasi dalle contigue terre in quella ì per scemare il numero dei francesi, da tutti tenuti. in odio personale, che già si sapeva dovere da quella parte transitare, onde recarsi al Forte, Entrali appena quei repubblicani nel Castello fù tasto abbassala la bandiera di Francia ed inalberata quella della così detta Repubblica Napolitana, concertati colori bleu, rosso e giallo composta dai Sacri arredi della vicina Chiesa di S. Martino. Kellermann intanto dato rinforzo a quella guarnigione e disposte ivi varie cose richiedenti, col resto delle sue truppe discese a celeri passi unitamente a parecchi rivoltosi verso Santa Lucia del Monte ed tonanti quel Convento si soffermò; indi a poco sapendosi essere eccessiva la strage che si commetteva entro l’abitato della città da coloro, che noti erano a fronte del nemico, ma che aborrivano le francesi novità, furono da quel. posto spedite con idea di imporre e frenare quegli eccessi, due partite; una discese a tamburro battente per la via di San Carlo alle Mortelle, Ponte di Chiaia, sino al Grottone di Palazzo, e l’altra, per quella della Madonna dei sette dolori, giunse alla Pigna Secca; ma infruttuosi riuscirono le operazioni di queste truppe, essendo respinte intieramente dal continuo trarre, che si faceva contro esse da tutti gli angoli delle vie, e da tutte le aperture delle case, da coloro, che in odio le tenevano.

C. Non ostante che i popolari perduti avessero la vantaggiosa posizione d Capodimonte, e non ostante il forte diversivo oprato da'  sediziosi di Sant’Elmo, pure si sostenevano essi con ostinata energia in tutta la residua linea di difesa, facendo dubbia assai la sorte di quelle inorgoglite truppe: terribile fu la battaglia combattuta a Porta Capuana, i lazzaroni eransi radunati colà in grande quantità e ribollenti di sangue attendevano il cimento. Mounnicr, che conduceva la vanguardia francese, giunto presso un ponticello, che a poca distanza dalla detta Porta s’incontra, vi fu ricevuto con un fuoco sì vivo, che volgere le spalle immantinenti dovette, restando tra i molti anch’esso gravemente ferito; ma di poi Duhesme sopraggiunto con l’intiera colonna forzò il passaggio del ponte e sulla piazza ch'è avanti la Porta penetrò; quivi ad onta di parecchi vantaggi riportati su di un corpo di reggi, che si sforzava d’impedirne il passo, non potette pervenirvi, essendo le case tutte, e partitamente il vasto edilizio dell’Ospedale di S. Francesco, ripieno di gente, che un fuoco assai spesso uscir ne facevano, di modo, che pareva vedere essere quello in preda alle fiamme. I primi tra francesi, che con arditezza provarono di cacciarsi nel vasto piano di cui è parola, restaronvi uccisi od aspramente feriti, epperò il Generale Duhesme divisò essere impossibile il più oltre colà tenervi piede, onde ad indietreggiare risolse; i lazzaroni tal cosa vedendo, imbaldanziti del successo, fecero dalla Porta Capuana una sortita contro degli avversari in tanta folla, che veder sembrava un immenso vespaio; i francesi intanto ritirandosi sempre più, diedero campo ai lazzaroni di aumentarsi e di farsi congiungere da un battaglione di Svizzeri per sostenerli, non che da dodici pezzi di cannoni, che tosto furono messi in batteria.

Vedendosi il Generale francese in cattivo passo, a manovrare contro quella massa si mise; per tanto, dispose un battaglione di granatieri in aguato, ed un reggimento di cacciatori a cavallo a ridosso di certi aquedotti, che sulla pianura addiacente al silo in vertenza stavano, affinché al bisogno dassero nelle spalle del nemico; menat’ad effetto una tale disposizione, diede ordine a buon numero di suoi combattenti di lanciarsi a dirittura sull’entrala del ridetto largo, minacciando di tagliare la ritirata alle genti della sortita; i battaglioni, che facevano mostra di ritirarsi girarono di un subito la fronte e caricarono la massa de’ lazzaroni, che senza la dovuta cautela di guerra si avanzava; le genti tenute in aguato tosto al campo uscirono; i cacciatori a cavallo sparpagliali sulla pianura fecero macello di chiunque veniva loro a taglio; i granatieri commisti ad una porzione de’ fuggitivi sbalorditi nelle abitazioni suddette s’intromisero, ove senza dar loro il tempo di disporvisi alla difesa, massacrarono lutti coloro che se gli paravano d’innanzi; gli Svizzeri a ciò cederono le ai mi; i cannoni furono presi dal nemico e tosto i repubblicani presso Porta Capuana penetrando, alle circonvicine case appiccarono il fuoco. La resistenza poi, che quivi Duhesme incontrò fu incredibile, poiché la ferocia ed il brutale coraggio agir facevano quelle disordinale masse di popolaccio, e vieppiù pericoloso quel punto sarebbe divenuto per la marcia di un altra turba di lazzaroni antirepubblicani, che unitasi ai sollevati contadini dalle falde del Vesuvio e dalle rive del Sebeto si movevano per assalire 1 francesi alle spalle ed alla sinistra; ma opportunamente per le genti di Francia da quel lato il Capo di Brigata Broussier giungeva, che da Benevento sulla linea di operazione faceva ritorno, come dicemmo, ed assaltata quella massa in fuga verso il ponte della Maddalena la mise. La notte diè fine per fortuna al combattimento da quella parte.

CI. Se aspra fu la pugna sostenuta a Porta Capuana, non minore di quella si appalesò l’altra avvenuta lo stesso giorno lunga la strada di Foria, inimicizia estrema, cagionava ferocia estrema, ogni argine era superato dai lazzaroni per aspettarci contrari; avevano essi quattro cannoni di campagna, uno di posizione e due obici, con tali artiglierie producevano ai francesi i più enormi mali, e per lunga pezza ne fecero esterminio; ma verso le quattro pomeridiane uno stuolo di studenti di medicina, sedotti dai deliri di repubblica, calando dall’Ospedale degl’Incurabili con tm cannone incominciarono a percuotere dalla Porta di S. Gennaro alle spalle dei popolari, ed a questi avvicinatosi con gli arghibugi li strinsero tra due fuochi; incessante allora divenne il trarre dal Forte Sant’Elmo in quel punto contro della plebe ant’uepublicana con colpi a rimbalzo dalla strada di S. Carlo all’Arena; in pari tempo pervenne da Capodimonte per la via di Santa Maria degli Angeli alle Croci una grossa partita di sediziosi e di francesi, e prendendo il propizio momento attaccò sul fianco sinistro gli armati del popolo, i quali urtati da fronte, incalzati da lato e combattuti alle spalle, perché vinti, desistettero dal loro trarre, e rotti e sanguinosi presero la fuga: in quello istante medesimo si avanzò grosso corpo di cavalleria francese dal Reclusorio e caricando quei superstiti fuggiaschi ne distrusse buon numero ed altri li rese prigioni, i quali appena condotti al luogo della riunione furono fucilati.

Il rovescio di Foria produsse scoraggimento in tutti i punti circonvicini, che ancora sparsamente si volevano sostenere, il popolo convinto di non potere combattere col nemico esterno da fronte, e co’ giacobini interni insidiosi, abbandonò la più parte dei posti e si dileguò, in modo, che in quella sera del ventidue Gennaio non rimasero altri popolari armati, che quei del Palazzo Solimena, dei capiposti di Toledo, di Palazzo Reale, di Pizzofalcone e del Ponte alla Maddalena, e pochi dentro Porta Capuana, tutti gli altri avevano desistiti dal combattere; per si fatta cosa le truppe della Repubblica s’innoltrarono e si stabilirono nel Quartiere della Vicaria, e di S. Agostino, e così renderono inutili coloro, che ancora desideravano contrastare, che in sulla Porta Capuana si tenevano, i quali astretti dal caso l’un dopo l’altro sgombrarono il posto: si stabilirono del pari i repubblicani nel largo delle Pigne, di dove entrati per Porta Costantinopoli misero a sacco il prossimo Monistero di donne di S. Gaudioso ed altre case convicine, perché, confessi sostenevano, da tali luoghi si erano tirati dei colpi di archibugi a loro danno; finalmente la medesima sera il Generale Broussier senz’alcun intoppo procede la sua marcia, e si fermò presso il Ponte della Maddalena nulla oprando quei contrari, che gli stavano a fronte.

Si rinnovarono però gli attacchi all’alba dell'indomani, ma con infelice successo dei lazzaroni; avvegnacché il Palazzo di Solimena che pieno zeppo di difensori popolani si trovava, il di cui fuoco infilava la strada degli Studi, rattenuta aveva per più ore una delle colonne nemiche verso la sera del giorno precedente, e taluni dei francesi che pieni di baldanza erano penetrati pelle prime stanze del suo pianterreno perduta vi avevano spietatamente la vita, ma in questo giorno, come che non molto lungi da quel sito, i francesi rinvenuti avevano una buona provisione di polveri, ne fecero caricare più barili su le spalle di taluni dei loro, che scortati da una compagnia di Granatieri arditamente penetrarono di unita ad essa nella parte inferiore del mentovato Palazzo, quivi celeramente scaricarono la polvere, vi formarono la traccia ed indi vi appiccarono il fuoco, il Palazzo saltò in aria accompagnato da orribile scoppio, i difensori sepolti sotto le rovine di quello rimasero, ed i francesi sbrigati trovandosi di questo grave intoppo sempre più binanti si trassero.

CII. Nel medesimo giorno ventitré Broussier forzò il Ponte della Maddalena difeso da una banda di popolani con circa trecento Albanesi e sei cannoni, questi si sostennero per circa un ora ma poscia scemandosi sempre più in numero, cedettero il passo, epperò Broussier andando innanti con cautela sulle arene di quella marina si arrestò, indi sotto il meriggio gli fu consegnato il Castello del Carmine, ove vennero fucilati due Uffiziali dei Camiciotti di quei che nei giorni precedenti comandati avevano il popolo, ed ove fu messo in libertà il Direttore D. Giuseppe Zurlo il quale si trovava colà rinchiuso per rabbia popolare, mitigata dalle intercessioni del Duca di S. Valentino, che ne implorò la vita, per aver riscontrato un viglietto di Mack, ove si parlava del primo pagamento da farsi a Championnet. Una turba di giacobbini commista ad un distaccamento francese discese dal Castello Sant’Elmo e verso l’edilizio degli Studi si diresse, ed altra banda le contrade scorse che fra il Castello medesimo sono ed il largo S. Ferdinando, attraversando la più parte delle vie sopra Toledo: il popolaccio per ogni dove si riuniva, venendo esso colpito direttamente dai grossi cannoni del Castello Sant'Elmo fatti giocare dai patriotti con molta avvedutezza su di essi soltanto. Championnet però sospese alquanto dal fare un analogo movimento col corpo dell’armata, mettendosi in lusinga, che il popolo atterrito, e dalle circostanze in cui si trovava astretto, sarebbe venuto a moderati consigli; ciò credendo, a bella posta, trascorso il mezzodì, anche un Uffiziale spedì per introdurre negoziati di accordi, ini come ognuno ben conosce, che nelF anarchia la ragione è bandita, ne accadde, come tante volte in simili casi riesce, che il parlamentario respinto venne a fucilate. Fu allora che le offese per tutta la linea si ripigliarono e per tutta la seguente notte scaramucciossi: Spuntato poi il giorno ventiquattro Championnet un generale assalto pensò di dare; a tal fine bandì ordine di appiccare il fuoco dovunque si arrivava: di fatti Broussier dal Carmine proseguì il cammino; Busca dalla Porta di Nola fece la medesima operazione, ed ambi due verso la Marinella marciarono;, Championnet prese via per la Piazza delle Pigne, e Dufresse da Capodimonte per la strada di Sanata Teresa verso Toledo discese, avendo le sue genti delle torce incendiarie in mano per attaccare il fuoco ove si tirasse contro esse; altri giacobbini dal Castello Sant’Elmo in buon numero, perché si erano molti aumentati restandovi nel Forte loro presidio, calarono ancora verso il Quartiere generale e nell’Ospedale degl’incurabili si fortificarono; finalmente Kellermann marciò sopra la collina di Posilipo e discese a Chiaia, di la per la via del Castello dell’Ovo si diresse al Palazzo Reale guidato da un Prete Aviglianese per nome Nicola Palumbo. Al concentrato assalto i lazzaroni con indicibile coraggio resistettero; Paggio presso il Reggio albergo animava i suoi, e presso lo Spinto Santo e Porta Sciuscella Michele il Pazzo; segui. vane un durissimo combattimento; i popolani in quest’ultimi frangenti le strade fortificavano con isteccati, le case con ogni sorta di armi erano di, lese, ma in fine la gente di Paggio che da’ continui colpi di cannoni da Sant’Elmo su d’essa tirati, resistere più poteva, alla rinfusa volse le spalle, epperò dai repubblicani superata e bersagliata da tutte le parti inutile fu alla difesa. Tuttavia combattevano ancora sparsamente quelle ostinate genti per distruggerà quanto maggior numero di nemici si poteva mettendo in non cale il trovarsi rotti ed isolati, e ciò avveniva con pericolo di sacco e d’incendio per Napoli, poiché dalle case si combatteva con accanimento estremo.

Il Castello Nuovo apprestava un duro intoppo a superarsi, perché coloro, che lo difendevano con audacia somma il difendevano; e tale resistenza era tenuta in aumento, attesocché i popolani in più parte eransi messi nelle vie addiacenti a quello, e sempre crescenti di numero, secondo venivano dagli altri punti vinti e scacciati, cercavano con la protezzione del Forte abilitarsi di bel nuovo alla pugna. Per terminare totalmente quelle moleste battaglie, e risparmiare il sangue, che di già molto erasene versato, uomini astuti per suggerimento de’ novatori a’ lazzaroni insinuarono, che cosa buona sarebbe stata il mandare a sacco il Palazzo del Re, che da niuno guardato si trovava, essendovi soltanto pochi custodi. A tale sparsa voce, quegli uomini privi di tanti compagni uccisi, e straziati essi medesimi da tante ferite ricevute e da tanto combattere in difesa del Re, misero in preda le reali soglie, per solo principio di far ricco bottino e non per avversione al Sovrano, e

quindi lasciando il combattere presso del Castello Nuovo, venne fatto a’ francesi di assaltarlo; il continuo trarre di Sant’Elmo anche contro di quello, fece sì, che la bandiera reggia da se stessa si abbassasse, perché colpita l’asta da una delle cannonate tiratevi; tale accidente scorò di modo coloro, che pel Re combattevano, che ad un tratto disistettero dall’impresa, e la sanguinosa Napoli tutta in potere dei repubblicani per questa ultima accidentale operazione cadde. Nel sacco dato alla Reggia, dapoicché dal Forte Sant’Elmo si scorgeva nella piazza contigua gran quantità di popolo riunito, si tirarono più colpi di cannoni in quella dei quali due colpirono l’uno un prete e l’altro un paesano che trasportava oggetti, quest’uccideste frenò il trasporto dei mobili, molti dei quali rimasero per le scale e molti nel cortile.

Avvenne intanto, che nel bollore della mischia Michele il Pazzo fu fatto prigioniero e condotto avanti Championnet, al vederlo n’esaltò il coraggio e fecegli lusinghiere promesse, ed altamente protestò ad esso di avere i francesi ogni venerazione per la Religione e S. Gennaro; allora il Pazzo, qual capo del popolo, da tal discorso persuaso, e dalla circostanza indotto, gridò la Repubblica e comandò ai suoi segnaci di dissiparsi e di desistere da ulteriori resistenze: invitò quindi 11 Generale Supremo francese a spedire una guardia per onorar le reliquie del Santo protettore del paese, ed il suo consiglio immantinenti fu da quello mandato all’atto; il Pazzo medesimo precedette Un distaccamento detta gente francese a tal uopo dall'Aiutante Generale Thiebault condotto; e quindi sempre ai lazzaroni esso medesimo gridando ed esortando, che le armi deponessero, fu da tutti obbedito: ed in tal modo cessando dovunque la strage ed il furore i francesi la Capitale del Regno occuparono, ed i Castelli ancora.

Per queste descritte sanguinose e varie catastrofe rimarrà eterna memoria dello sforzo fatto da un popolo forte, il quale con generose armi, per generosa cagione, a vini cose intento, ancorché privo di Capi si trovasse, pure per poco distrazione non metteva un esercito di Francia per tante vittorie celebre divenuto, e fatto ancora l’avrebbe, se congiunte alla forza le insidie non si fossero, e ricordar fa cosi attentamente questo suo meraviglioso oprato, non ad alcun'altra età rassomigliante, nelle menti di coloro, che dalla Storia si nutrono.

Fine della parte prima del volume primo.




































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