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BREVI RISPOSTE ALLE LETTERE

DI SIR W. E. GLADSTONE

INDIRITTE AL CONTE ABERDEEN

INTORNO AL GOVERNO E AL POPOLO NAPOLETANO

OTTOBRE – 1851

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Luglio 2016

A LORD ABERDEEN 

IN LONDRA

Nel permettermi d’indirizzare a Lei, onorevole Signor Conte, le brevi e semplici risposte, che vengo a pubblicare, alle lettere scritte da Sir W. £. Gladstone intorno ai fatti del governo e del popolo napoletano, ne Le debbo rassegnare la ragione. Il più alto e generoso titolo, di potere col proprio nome dare autorità ad affermazioni altrui, include senza un dubbio al mondo il debito di lasciar chiarire con l’autorità dello stesso nome il vero che stia nella ragione e ne’ fatti: a questo titolo io invoco per le mie risposte la stessa autorità del nome di Lei, che il Signor Gladstone à invocato nel pubblicare le sue lettere.

Se non che, egli à affermato essere stato mosso da un puro sentimento di umanità, destatogli da condizioni in cui avesse veduto o fosse informato si viva tra noi; io affermo esser mosso da un sentimento non meno puro, per la verità delle condizioni in cui viviamo e degli, ultimi avvenimenti stati in questo Reame: la umanità, anco non temperata dalla giustizia per coloro che soggiacciano ad una pena, è passione dell’animo, comune e sempre onorevole tra gli uomini; ma la verità, comeché fosse taluna volta alquanto più severa della pura benignità, è virtù, che deve esser comune e trionfar sempre nella opinione delle genti.

Il mio nome su queste carte è di un napoletano: a Lei mi dirigerò con quello della mia persona.

Le due lettere che sir W. E. Gladstone, ritornato a Londra dopo breve dimora fatta in Napoli, à indiritte al Conte Aberdeen, le quali sono state inviate agli Agenti della diplomazia inglese presso i diversi Stati del Continente, quasi per voler eccitare una specie di riprovazione contra il governo ed anche il popolo napoletano alla quale l’Inghilterra invitasse i viventi e i posteri, non sono riuscite io tutto e per tutto se non a dare alimento a quella stampa, che ne’ vari Stati della civile Europa è l’organo de’ partiti; i quali, con le così dette opinioni politiche che atteggiano di sostenere, pretendono dominare quello che tuttora noi chiamiamo spirito pubblico, e la stessa azione de’ governi cui àn preteso ricostituire elevandosi sino a poteri costituenti.

Mentreché giornali e scrittori,che si fanno a propugnare il principio conservatore e che pretendono pure rappresentare un partito (quasi il governo di uno Stato fosse aneli’ esso un partito che potesse averne altri in legittimo contrasto ) si son fatti dallo straniero a contraddire e smentire le asserzioni delle lettere del signor Gladstone, venendo anche in polemiche con altri giornali e scrittori, che si sono renduti gli organi della demagogia e de’ suoi attentati contra i governi stabiliti in Europa; il governo napoletano si è tenuto a far chiarire gli errori e le fallacie, in che il signor Gladstone è stato tratto pe’ fatti cui à accennato, senza scendere direttamente in altre contraddizioni .

Noi non amiamo indagare ne’ movimenti che le accennate lettere ànno da prima quasi per sorpresa destato, specialmente ne’ partiti politici che sono in Inghilterra. La giusta e meritata reputazione del signor Gladstone, il luminoso cammino della sua vita onoratissima, i principi politici che professa, le eminenti funzioni che adempie in una grande nazione europea, e soprattutto il sentimento di umanità dal quale à affermato essere stato mosso, sono tali titoli pe' quali anche noi non dubiteremmo aggiustargli fede; se questa volta, lasciandosi trarre in un assunto inavveduto, non si fosse posto in contraddizione degli stessi suoi principi.

Senza esporre qui come codeste lettere sieno venute in contrasti di giornali e di scrittori di diverso partito, e come le cose in esse affermate sieno state chiarite per la verità de’ fatti; è cosa veramente importantissima come, a fronte delle stampe che àn riprodotto le lettere del signor Gladstone nel senso di voler destare la indignazione de’ viventi contra il governo e il popolo napoletano (poiché queste stampe non passeranno certamente ai posteri i quali delle nostre condizioni raccoglieranno per avventura ben altre tradizioni), siensi levati nella stessa Inghilterra, nella Francia,nella Germania, nella Spagna e nell’Italia giornali e scrittori a far considerare come calunnie le asserzioni di quelle lettere.

Ma le contraddizioni mosse nello straniero, che fan rilevare certamente la cognizione e la opinione in che l’Europa incivilita, in opposizione delle lettere del signor Gladstone, tiene gli ordinamenti e i fatti del governo e più l’Augusta Persona del Re delle due Sicilie, lasciano per avventura due vóti che sarà ancora uopo riempiere: 1.0 gli scrittori dallo straniero àn contraddetto le lettere del signor Gladstone secondo che sono più o meno bene informati delle nostre condizioni e de’ fatti del governo; 2.° codeste risposte, che senza dubbio sono importanti quanto chiari e reputati i nomi de’ loro autori, possono lasciar supporre che in Napoli non sia uno spirito pubblico che unisca il popolo al governo del Re e possa sostenere una causa propria.

Noi, nel volere ancora rispondere con animo napoletano alle lettere del signor Gladstone, muoveremo da altro principio, il quale non ci potrà essere contraddetto. Lo Stato, che nella presente civiltà di Europa è la espressione politica delle nazioni, comprende insieme il popolo con le sue condizioni e il governo con la sua azione. Il perché la civiltà di questo Reame, di per sé ed anche nella relazione delle nazioni incivilite, formata da questi due elementi con le memorie che vi si congiungono, non è patrimonio ed interesse del solo governo; ma ogni nazionale che ne è a parte à essenzialmente il debito di sostenerla, non solo ne’ conflitti armati che attentassero alla sicurezza dello Stato, ma anche nel contrasto d’idee e di fatti che si cercasse far valere per vulnerarne la opinione. Chè se pure in tal maniera di differenze altri potesse mai prevalere o per maggiori mezzi personali, o per forza influenza dominio più esteso dello Stato a cui appartenga; la ragione e il diritto sono sempre uguali indistintamente per tutti, che possano anche soggiacere ad una condizione di fatto.

Il sig. Gladstone stabilisce tre punti, come per volerne esaurire la prova .

«1.° Che la condotta presente del governo di Napoli, in ciò che riguarda i veri o supposti rei politici, è un permanente oltraggio alla religione, alla civiltà, alla umanità, alla decenza pubblica (e si nota che non osi dire alla verità e alla giustizia).

«2°. Che questa condotta fonda certamente ed anche rapidamente la repubblica, poco consentanea all’indóle di quel popolo.

«3.° Che io, il sig. Gladstone, come membro del gran partito conservatore di una nazione europea, debba rammentare che questo partito, forse senza rendersene contezza, trote vasi ora in alleanza virtuale e reale con tutti i Governi stabiliti in Europa, come questo; e che essi vengano più o meno danneggiati dalle perdite di esso, come derivino forza ed incoraggiamento da suoi successi

«Aggiunge il sig. Gladstone: questo principio, che non à gran forza quando trattisi di Stati poderosi i cui Governi sono forti non solo per militare organizzazione ma per costumi ed affezione del popolo, è molto rilevante nella pratica quanto al governo di Napoli, il quale, qual che ne sia la causa, si considera cote me posto all’ombra di un vulcano, e fa quante to sta in lui ogni giorno per rendere reali i propri pericoli, e dà nuova intensione insieme e nuovi mezzi a’ suoi timori».

E mentre protesta dapprima «ammetto nel modo più assoluto il rispetto che devesi dagli Inglesi, come da ogni altro popolo, ai governi in genere, sieno essi assoluti costituzionali o repubblicani, come rappresentanti l'autorità divina e difensori dell'ordine» dice più innanzi: «non farò alcuna osservazione, che pur sarebbe importante, sul fondamento dell'autorità presente del governo delle due Sicilie…. Ammetterò che la Costituzione di Gennaio 1848, ce data spontaneamente, giurata come irrevocabile con la massima solennità e Onora non mai abrogata (sebbene violata quasi in ogni atto del governo ), non sia mai esistita, non sia che una mera finzione:—non cercherò di questo fatto, perche ciò potrebbe dar corpo alla idea che mio desiderio fosse immischiarmi nelle forme di governo, e far credere che questo desiderio alterasse in me quel puro sentimento di umanità che mi mosse; dove che io porto ferma opinione che questa tanto importante materia debbasi più securamente e convenientemente trattare come questione interna tra il Sovrano ed i suoi sudditi, escluso ogni nostro intervento a meno che per avventura non sorgessero quistioni derivanti dal trattato del 1844 tra l'Inghilterra e le due Sicilie».

E poi, volendo assegnare quale potrebbe essere il motivo della recente condotta, che dice, sì inumana anzi mostruosa del governo napoletano, aggiunge: «per rispondere a tale questione debbo ricordare la storia della costituzione di Napoli, ma pel presente» (come se volesse abbondare d’indulgenza verso il governo cui attacca) «lascerò anche con mio svantaggio questa quistione senza risposta, quantunque essa occorra all’intero sviluppo della mia tesi».

Dichiara ancora «di non far cenno della lotta tra il Re di Napoli e i Siciliani… l’argomento che imprendo a trattare è la condotta del governo verso i suoi sudditi continentali, con la cui sommessione e coraggio egli potè soggiogare la Sicilia» (quasi che il Re di Napoli avesse riconquistato la Sicilia coll’opera di quelli che il signor Gladstone chiama veri o supposti rei politici! )

E poi seguita a dire: «Si crede generalmente difettosa l'organizzazione de’ governi dell'Italia meridionale… su le condizioni attuali delle cose in Napoli… non è una imperfezione… ma l'incessante sistematica violazione di ogni diritto, cui commette il potere che dovrebbe vegliare sopra di esso; egli è la violazione di ogni legge umana scritta, perpetrala con lo scopo di violare ogni altra legge non scritta ed eterna umana e divina; egli è l'assoluta persecuzione della virtù attorchè è unita alla intelligenza, è una persecuzione tanto estesa che niuna classe può esserci ne allo schermo. Il governo e mosso da una feroce e crudele non meno che illegale ostilità contro lutto ciò che vive e si muove nella nazione, contro lutto ciò che può promuovere il progresso e il miglioramento. Il governo vi calpesta orribilmente la religione pubblica con la sua notoria conculcazione di ogni legge morale sotto l’impulso dello spavento e della vendetta. Vi vediamo una orribile prostituzione dell’ordine giudiziario, che è stato reso un trasparente recipiente delle più vili e grossolane calunnie, che deliberatamente inventano gli immediati Consiglieri della Corona con lo scopo di distruggere la pace e la libertà, e con sentenze capitali la vita delle persone più virtuose oneste intelligenti illustri e raffinate della società, un selvaggio e codardo sistema di morale non meno che fisica tortura, per mezzo di cui si fanno pronunziare sentenze da quelle depravate Corti di giustizia.»

E con la seconda lettera, quasi non volendo prestar fede, né anche innanzi a controprove di fatto, al numero de’ prigionieri politici che aveva annunziato di 15, 20 o 30 mila, riduce l’accusa precipua alla illegalità ed immanità del giudizio. Ritorna con la stessa seconda lettera sopra due fatti, che nella prima aveva accennati come per non volervisi versare. 1.° Alla Costituzione che nel mese di gennaio 1848 fu ottriata in Napoli; e, quasi non bastasse aver detto essere stata proclamata e giurata solennemente da Re Ferdinando, aggiunge, come per volerle dare maggiore autorità, che fu anche ragionata dal Padre Liberatore gesuita in un sermone pronunziato ai 15 aprile 1848, di cui riporta le parole, e nota pure Tatto Sovrano intervenuto dopo la catastrofe del 15 maggio in Napoli, e gli articoli che dice violati di quella Costituzione. 2.° Ad un libro pubblicato in Napoli coi titolo di Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori, che dice una opera delle più strane e riprovevoli che io mi abbia mai viste: ne riporla alcuni brani, quasi per dare ad intendere che fossero quelle le dottrine professate in Napoli o imposte dal governo.

Dice ancora a sua posta del popolo napoletano, scrivendo: e da quanto b scritto si faranno probabilmente due illazioni contro cui debbo e premunirmi. La prima è, che tutti questi mali te ed oltraggi si debbano alla depravazione del popolo. Non nego che siavi in fatti in parte ciò e che quà qualifichiamo come degradazione…. e ma dico che i napoletani sono giudicati troppo severamente in Inghilterra. Anche il popolaccio è troppo severamente giudicato...

Noi facciamo un altra ingiustizia, quando estende diamo alle varie classi dello Stato ed agli abitanti di tutte le province il giudizio troppo immaturamente formato anche del popolaccio di Napoli…

Accenna pure al Clero, quasi per avere l’occasione di lanciare queste parole; e io scrivo in un momento che t opinione pubblica è altamente eccitata contro la Chiesa Cattolica… Aggiunge, parlando de’ Preti: può darsi, e probabilmente è così, che la maggior parte di essi e stieno in disparte senza mostrar simpatia o alci meno efficace simpatia per coloro che sono opti pressi da sì gravi sventure: ma ciò forse non è men vero de nobili, che generalmente disapprovano gli atti del governo, mentre sono in una specie di armistizio con esso. Chi sopporta i mali della lotta, è la classe inferiore.»

Innanzi di venire paratamente a’ punti stabiliti nelle lettere del sìg. Gladstone, come per volerne esaurire la prova; vorremo premettere due assunti, che potranno essere mostrati e sostenuti con verità di principi e di fatti.

I. Il governo delle due Sicilie è una Monarchia pura, fondata sopra titoli legittimi: la quale forma di governo è la espressione più completa, anzi il tipo comune che nella moderna civiltà di Europa è stato improntato da tutte le altre forme di governo, della grande idea del potere pubblico di ciascuno Stato moderatore supremo de’ poteri individuali e speciali; ciò che costituisce il principio dell’ordine, più ammirevole dove l’azione del governa è determinata co’ dettati del diritto comune.

Nè fia ultimo pregio delle Monarchie pure quello che malamente dicesi potere assoluto, cioè, che il principio di autorità, che è una emanazione di Dio come condizione necessaria della umana società, sia riposto nel Sovrano, e non sia esercitato che in nome e per mandato rivocabile di Lui. Ogni forma di governo può declinare alla tirannia, la quale d’ altra parte non è sperimentata meno crudele ed immane ne’ governi con forme dette popolari o rappresentative che ne’ governi detti assoluti; denominazioni che forse possono esser mostrate tutte inesatte ne’ principi. Ma noi per il nostro proposito vogliam dire, e potremmo per avventura mostrare con ogni più larga prova, che le prerogative della Sovranità, le quali sono comuni ad ogni forma di governo, nelle Monarchie pure, specialmente quando l’azione del governo è ordinata con savie leggi dettate co’ principi del diritto comune, sieno i pubblici poteri più moderati, il governo più liberale, lo Stato più prosperevole e glorioso.

Tale essendo la legittima forma di governo del Reame delle due Sicilie, cui per titoli legittimi e gloriosi che sono innestati nelle condizioni delle popolazioni e nelle sorti delle famiglie, regge la Dinastia Augusta de’ Borboni, riconosciuta non solo dal diritto e dalla ragion politica delle nazioni, ma dalla civiltà di Europa nella quale il Reame delle due Sicilie à la sua parte importante; il sig Gladstone, qualunque fosse la forma di questo governo, con le sue lettere rendute di pubblica ragione, se non di ragione diplomatica, cade in aperta contraddizione con lo stesso principio che à assunto e che è pure di ragion comune: ammetto nel modo il più assoluto il rispetto che deve si dagli Inglesi, come da ogni altro popolo, ai governi in genere, sieno essi assoluti costituzionali o repubblicani, come rappresentanti dell'autorità divina e difensori dell’ordine. Il governo non è che l’ordine della grande famiglia dello Stato; e nel diritto politico delle nazioni, il cui principio sono l’ordine e la pace nelle relazioni comuni, ciascuno Stato è costituito rispettivamente agli altri con quella stessa indipendenza che il diritto civile guarentisce alle famiglie, qualunque fosse l’ordine posto nel reggimento interno di ciascuna di esse.

Il signor Gladstone veramente non à usato nelle sue lettere né il rispetto assoluto, dovuto dagli Inglesi come da ogni altro popolo ai governi in genere, né il giusto rispetto a quello del Re di Napoli; quando si è lasciato à dire innanzi all’Europa incivilita ed al mondo intero, senza neanche assumerlo come opinione propria, si crede generalmente difettosa la organizzazione de’ governi dell’Italia meridionale.

Ma noi dobbiamo fermarci particolarmente a ciò che riguarda il governo del Re di Napoli. E senza arrestarci alla incessante sistematica violazione di ogni diritto e di ogni legge, che egli dice esercitata dal governo napoletano; qui notiamo solamente che il sig. Gladstone, con ammetterne la violazione, riconosce implicitamente un fatto importantissimo quanto vero che non gli giova tacere, cioè, le leggi e le istituzioni che la Monarchia delle due Sicilie à dato a questo Reame, le quali stanno ben a fronte di quelle degli Stati più inciviliti di Europa. Ci richiamiamo più all’altro fatto per lui assunto, cioè, all’assoluta persecuzione, da parte del governo napoletano, della virtù allorché è unita con la intelligenza, e alla feroce crudele illegale ostilità contra tutto ciò che vive e si muove nella nazione, e tutto ciò che può promuovere il progresso e il miglioramento; perocché vogliamo contrapporre a codeste improntale più che gratuite asserzioni specialmente i fatti luminosi del governo di Re Ferdinando li. Nè crediamo toccare, come di cose che si smentiscono di per sé, della conculcazione, che il signor Gladstone pure attribuisce al governo napoletano, della Religione che per noi è dono di Dio non , e della pubblica moralità che tiene a fondamento questa Religione.

Dimandiamo al signor Gladstone per conto di questo Reame: perché egli o altri creda difettosa la organizzazione de’ governi dell’Italia meridionale? Intendiamoci bene: si vogliono far rilevare difetti che fossero mai ne’ principi degli ordinamenti di questi governi o ne’ fatti della loro azione, o si vuole attentare alla stabilità di questi governi ed alle stesse Auguste Persone de’ Sovrani? Noi affrontiamo volentieri la prima disamina per onore della parte che il Reame delle due Sicilie col governo di Re Ferdinando II à nella comune civiltà di Europa; e vogliam dire anticipatamente gli assunti che non dubitiamo sostenere. Gli ordinamenti di ciascun governo, come ogni ordine di cose al mondo,possono essere più o meno perfetti più o meno difettosi relativamente a sé stessi, senza che debbano o possano avere imposti l'esempio e le forme altrui come modello di perfezione; i difetti nei fatti sono pure in ogni Stato e nell’azione di ogni governo in qualunque forma costituito, come in ogni fatto umano e della umana società: niuno però può contraddire ai Sovrani, qualunque sia la forma del governo, il diritto di reprimere e combattere con le loro forze gli attentati contra la sicurezza dello Stato e di colpirli con le sanzioni delle proprie leggi, il diritto della difesa e quello della pubblica vendetta.

Ma noi vogliamo ancora domandare al signor Gladstone che cosa egli intenda per ciò che vive e si muove in una nazione, e per ciò che può promuovervi il progresso ed il miglioramento?

Contrapponendo alle asserzioni del sig. Gladstone i fatti del governo di Re Ferdinando II, noi possiam provare, e provochiamo la controprova che potesse mai vagliare coteste asserzioni, che non vi è stata intelligenza, la quale, non che unita alla' virtù, anche deviata nelle condizioni de’ tempi dalla prima delle virtù cittadine, la fedeltà, non fosse stata negli anni del governo di Re Ferdinando li, richiamata pure da pene e peregrinazioni, elevata alla possibile considerazione, abilitata alle cariche ed agli uffizi pubblici, e portata sino negli stessi consigli del Re, ciò che tra noi è la maggiore dignità dello Stato: possiamo ancora provare, e provochiamo pure la controprova, che non vi sia stato miglioramento o progresso nella universalità delle. cognizioni umane, il quale nello stesso periodo del governo di Re Ferdinando II non si fosse cercato adattare all’immegliamento delle condizioni dello Stato e delle popolazioni, non che delle sorti delle famiglie ed anche degli stranieri venuti nel Regno con portarvi cognizioni o industrie; e ciò nella concorrenza delle nazioni più incivilite. Non dal governo di Re Ferdinando li, Io affermiamo e potremo mostrarlo, ma dalla rivoluzione del 1848 da’ suoi preliminari e dalle sue conseguenze; le sorti delle intelligenze delle meno intelligenze e delle non intelligenze, più o meno unite conservate o mancate alla virtù, e le condizioni dello Stato e delle popolazioni lamentano i beni mancati, i mali e le sventure portati o minacciati, non che a questo Reame, agli Stati tutti di Europa, per quanto anziché reprimerla le avessero aggiustato o le aggiustassero ancora fede e simpatie.

Nè valeva ricorrere, come il sig. Gladstone in prima diceva di non voler fare, perché era questa una questione interna da doversi trattare più sicuramente e convenientemente tra il Sovrano ed i suoi sudditi escluso ogni nostro intervento, e poi à fatto, alla Costituzione ottriata in Napoli in Gennaio del 1848. La Monarchia delle due Sicilie, cui dal finire dell'anno 1830 regge Re Ferdinando II, si conservava e si conserva su le sue basi legali, con mezzi legali e con tutte quelle migliorie che possono contribuire alla felicità delle popolazioni; senza che fosse stata necessaria la opposizione all'azione del governo, che àn preteso portarvi quegli uomini che al Signor Gladstone piace chiamare partigiani delle forme istituzionali, la quale opposizione per altro è stata tanto incomposta ne’ principi quanto sediziosa ne’ disegni. La rivoluzione si k dovuto procurare un ordinamento de’ poteri e dell’azione del governo secondo le sue pretese forme, quello della Costituzione di Gennaio 1848, per potervi aggiustare una opposizione; perocché il governo di questo Reame dal finire di Gennaio al 15 Maggio 1848 non è stato opera diretta del Re, il quale k potuto appena con mezzi propri più che co’ poteri del governo reggere sé stesso e infrenare una colluvie di mali maggiori, ma degli uomini che per le così dette forme costituzionali ànno assunto i poteri dello Stato con una responsabilità mentita e inefficace.

La Costituzione data in Napoli nel mese di Gennaio 1848 non à per nulla vulnerati i diritti della Monarchia, di riordinare l’azione del governo nel miglior modo che stimasse per la sicurezza del Trono e per la maggiore prosperità dello Stato; e malamente assume il Signor Gladstone, come per voler impegnare il nome inglese nelle cose che si è lasciato a scrivere: il suo modello (della Costituzione data in Napoli in Gennaio 1848) è in Inghilterra, anzi che in Francia ed in America.

Il governo e la nazione inglese ànno, è vero, la maggior considerazione e la più grande importanza nella civiltà presente di Europa; ma la costituzione data in Napoli nel 1848 fu copiata dalla Carta di Francia del 1830. Le condizioni del Regno delle due Sicilie sono ben diverse da quelle dell’Inghilterra, per non dover imitare le stesse basi e gli stessi ordinamenti di governo; e l’Inghilterra, comeché potente e preponderante in Europa, non poteva né può per il comune diritto politico imporre le sue forme di governo al Reame delle due Sicilie, come non le può imporre ad alcuno Stato di Europa.

La costituzione conceduta in Napoli nel mese di gennaio 1848 non à il suo modello né anche in America o in Francia, comeché fosse stata copiata dalla Carla di Francia del 1830. In America, ovvero negli Stati di quell’emisfero in cui coteste forme di governo trovansi stabilite, esse sono in certa guisa originarie ed innestate ne’ costumi nelle abitudini e nel diritto pubblico del paese. In Francia, la Carta del 1830 era dettata dalla rivoluzione ad una nuova Monarchia che la rivoluzione medesima formava; senza dire delle conseguenze che vi à prodotte.

In Napoli, allorché fu data la costituzione di gennaio 1848 la Monarchia non era né vinta né scossa dalla rivoluzione; anzi aveva forze sufficienti per disperdere più che combattere i deboli tentativi di opposizione al governo e d’insurrezione nel popolo. Questa costituzione non fu mai né desiderata né chiesta dalle popolazioni del Regno, alle quali giunse improvvisa inaspettata e come una sorpresa: fu pretesa solamente e quasi dettata dalle stesse sedizioni della cospirazione, che improntavano il nome del popolo, come meccanismo de’ successivi attentati a cui volevano sospingere la rivoluzione; e fu conceduta dal Re come ordinamento che nella pienezza de’ suoi Sovrani poteri non dubitò dare all’azione del governo, con la lusinga d’incontrarsi ne’ voli che gli esprimessero le popolazioni e adattarla alle condizioni de’ tempi, e con la idea generosa di poter procurare quanto avesse con effetti migliorato le sorti de’ sudditi suoi, ed impedire o arrestare i mali che, a traverso del suo buon volere, sono pur derivali dalla rivoluzione, e che Egli à poi potuto appena evitare fossero stati maggiori. Il sig. Gladstone forse à ignoralo quello che dicesse, quando voleva ricordarne la storia come utile all’intero sviluppo della sua tesi: noi, anziché considerarla pe’ mali che à prodotto, i quali sono lamentati dalle sorti comuni e di ciascuno e formano già parte delle cronache e della storia di questi anni dell’età nostra, vorremmo più tosto discorrerla con la guida di principi riposati e della esperienza fatta, per il bene che si volea dare ad intendere avesse dovuto derivarne e che non à prodotto né poteva produrre. Nel vero, quali immegliamenti nell’azione del governo ordinata dalla Monarchia e nelle condizioni del paese nel grado e nel cammino di prosperità in cui erano dagli anni del governo di Re Ferdinando II, potevano derivare dalle pretese libertà o franchigè e dalle stesse forme di poteri concedute con quella Costituzione? Ecco il nostro assunto; come meccanismo della cospirazione, essa veniva a rendere inefficace l’azione del governo innanzi agli attentati della rivoluzione, ad ingenerare l’anarchia a compromettere la pace del paese: come ordinamento dell’azione del governo, è stata una ripetizione incompleta inesatta ed anche meno liberale delle guarentige che sono ordinate dalle leggi le quali la Monarchia à dato a questo Reame.

Tale essendo la costituzione data in Napoli nel mese di gennaio 1848; chi può pretendere e seriamente sostenere, che essa avesse tolto alla Monarchia delle due Sicilie, conservata sempre nella sua integrità e che prima in Europa à repressa e vinta la rivoluzione di quell’anno, il diritto di riordinare l’azione del governo per la propria sicurezza e per la maggiore prosperità dello Stato; cedendo anche ai voti che, liberati dalle illusioni e dalle violenze della rivoluzione, i sudditi ànno espresso al proprio Sovrano?

2.° Anziché le nuove costituzioni che nell’anno 1848 sono state ottriate ne’ diversi Stati dell’Italia e della più parte di Europa, la rivoluzione che, congiurata da pili remota stagione e con più antiche tradizioni, à divampato in quell’anno,con azione i cui mezzi secondo i dettati delle sue sedizioni quelle costituzioni avessero dovuto assicurare, è il solo fatto che è venuto e vorrebbe ancora stare a fronte in questo periodo dell’età nostra a due altri fatti che vi si contrappongono: 1. i governi di Europa a’ quali questa rivoluzione à attentato; 2. i mezzi co' quali codesti governi ànno resistito agli attentati della rivoluzione, o àn dovuto reprimerli e vincerli con la forza delle armi.

Senza ricordare come l'Inghilterra col suo governo sia solidaria di quella politica che à consecrato il grande principio della indipendenza degli Stati e del rispetto assoluto pe7 governi esistenti e riconosciuti, e sia tra le grandi Potenze che si sono rendute mallevadrici dell’ordine e della pace in Europa anche nell7 interesse degli Stati minori, e come il governo inglese abbia dichiarati codesti principi anche negli ultimi avvenimenti della rivoluzione del 1848; noi domandiamo al sig. Gladstone: con quali de7 governi esistenti egli a voluto far considerare che, senza rendersene contezza, si trovi ora in virtuale e reale alleanza il gran partito conservatore inglese, di cui egli fa parte, e che esercita certamente una importante e salutare influenza sulle sorti degli altri Stati? Con quelli riconosciuti dal comune diritto politico d’Europa e che àn trionfato della rivoluzione del 1848; o con gli altri che, formati da questa rivoluzione, àn fatto le loro prove e son caduti o cadono con essa?

Non vi à dubbio che il gran partito conservatore inglese e i governi stabiliti in Europa sieno con una specie di solidarietà, ovvero con una ragione comune, interessati nelle perdite e ne’ felici successi che al gran principio conservatore potessero mai derivare per il fatto o non fatto de’ governi de’ diversi Stati. Se non che, nell’applicazione di questo principio ai fatti del Reame delle due Sicilie, il partilo conservatore inglese ed i governi tutti stabiliti in Europa si trovano più interessati e legati ai gloriosi successi, che il Re à riportato sugli attentati della rivoluzione del 1848, e nel poter riordinare Fazione del suo governo. Che se per rendere sufficiente l'azione del governo innanzi ai successivi attentati della rivoluzione, è stato pur necessario nel Reame delle due Sicilie ordinare poteri militari con forze sufficienti a reprimere cotesti attentati e ristabilire l'ordine e la tranquillità nelle diverse contrade del Regno; era questo il mezzo proprio, eh e stato medesimamente adottato in ogni Stato di Europa, qualunque sia il nome e la forma che si voglian dire più liberali de’ rispettivi governi.

Nè vi à dubbio che questo principio accennato dal sig. Gladstone abbia maggior forza quando non si tratti di Stati poderosi, i cui governi sono forti non solo per militare organizzazione ma per costumi ed affezione del popolo. Se non che, sa il Reame delle due Sicilie pur non è tra gli Stati che il sig. Gladstone chiama poderosi, solo perché forse non potesse da sé e senza forti alleanze sostenere guerra con Stati più poderosi; il governo del Re è sufficiente a sé stesso, come lo à luminosamente provato negli ultimi tempi, non solo per forze militari, ma per costumi ed affezione del popolo. Nell'infausto periodo della rivoluzione del 1848 il popolo del Reame delle due Sicilie in verità non à presentato che poche parziali oscillazioni, e solamente là dove la rivoluzione, prima con le sue sedizioni e di poi coi mezzi improntati alla costituzione di gennaio 1848, à potuto esercitare le sue violenze e destar ambizioni ed illusioni: il Re eoa le sue armi à vinto e represso la rivoluzione nelle province continentali ed in quelle della Sicilia, senza aggravar molto le condizioni dello Stato; à raccolto i voli de’ suoi popoli, a mano che sono stati liberati o disingannali dalle violenze e dalle illusioni della rivoluzione; e già discorre le contrade de’ suoi domini tra le comuni acclamazioni.

Sono parole improntate e smentite insieme quelle che à scritto il sig. Gladstone, dicendo: che il governo del Re di Napoli si consideri come posto alt ombra di un vulcano, faccia quanto è in lui ogni giorno per rendere reali i propri pericoli, e dia nuova intensione e nuovi argomenti a' suoi timori. Veramente non sappiamo intendere come il signor Gladstone, da’ fatti cui attacca quasi attribuendoli ad eccesso di forze del governo del Re di Napoli, voglia poi far desumere timori e pericoli in cui questo governo, si considerasse per debolezza, e che per soprappiù di debolezza rendesse ogni giorno maggiori. Il Re di Napoli che non si è lasciato dominare da timori e da pericoli, allorché gli nomini della rivoluzione, coi poteri dello Stato che avevano assunto, esaltavano lo spirito pubblico, non può certamente temere di nuovi movimenti ne’ suoi Stati, ora che le popolazioni sono pih unite al Trono, e l’azione del governo è ristabilita con le proprie forze. Sappiamo bensì, e possiamo mostrare, che la così detta opposizione, ovvero l’animo della rivoluzione, contro il governo del Re di Napoli, sia oramai ristretta nel Regno in pochi uomini di qualche sola classe; i quali non la possono giustificare né per principi né per fatti, e forse pur vorrebbero, ma per propria anziché per altrui fatalità, ancora non osano deporla. E fosse pur vero quello che asserisce il Signor Gladstone: sarebbe questa propriamente una quistione interna da trattarsi, secondo il principio che egli stesso riconosce ed à violato, più securamcntc e più convenientemente tra il Sovrano ed i suoi sudditi escluso ogni nostro intervento, ogni intervento inglese e di qualunque altro Stato; e sia pur tranquillo il Signor Gladstone, che non mai sorgeranno da parte del Re delle due Sicilie quistioni nella esecuzione tanto dei trattato conchiuso nel 1844 con l’Inghilterra, quanto di ogni altro trattato che avesse conchiuso o potesse stabilire con Potenze straniere di qualunque ordine.

Dopo il cataclisma del 1848, che à svelato e non à compiuto i suoi sediziosi disegni (e qui intendiamo rispondere non alle lettere del sig. Gladstone, ma a colui che à voluto da Marsiglia darne una versione italiana) i popoli sono disingannati ed i governi sono istruiti dagli attentati a danno degli uni e degli altri; né si lasceranno per avventura più cogliere alla sprovvista da sedizioni e illusioni, o imporre da violenze.

Premessi questi due assunti che potranno essere esauriti con ogni più larga prova di principi e di fatti; sarà più agevole venire paratamente innanzi a’ punti stabiliti nelle lettere che discorriamo.

I.

Noi amiamo trovare una scusa degli errori e delle esagerazioni di fatti in che il sig. Gladstone è caduto, i quali sono già smentiti da parte del governo napoletano, specialmente per il numero de’ prigionieri e per il trattamento de’ detenuti e de' condannati a cagione di reati politici in questo Reame. Le stesse cose che si leggono nelle lettere mostrano e persuadono insieme che non sieno state osservate e riconosciute personalmente dal sig. Gladstone, ma sieno invece quelle che altri forse gli un dato ad intendere con le tattiche e co’ dettati della rivoluzione del 1848, per quanto ancora non vogliano desistere da sedizioni ed attentali. Nel vero, non è il sig. Gladstone il primo che anche tra noi sia stato tratto a prestare opera passiva in favore di disegni sediziosi ai quali certamente non sarebbe di sua propria determinazione concorso.

Il sentimento di umanità destato nel sig. Gladstone dalle sorti cui soggiacciono coloro che, dopo i fatti della rivoluzione del 1848, spatriavano dal Reame delle due Sicilie, o vi sono stati tratti in giudizio o condannali per reità di stato, è proprio di ogni uomo al cospetto ed anche alla idea della pena, chiunque e per qualsivoglia ragione la soffri, sol che non abbia imbruttito l’animo nel vile diletto del male altrui; ed a meno che il sig. Gladstone non voglia gratuitamente attribuire al Re al popolo a noi stessi in Napoli un animo meno buono o più cattivo del suo, dovrà ritenere, e lo può sulla nostra fede, che codeste sorti destino qui tra noi, più che in lui stesso, sentimenti di umanità: gli spatriati i detenuti i condannali per reati politici con le loro famiglie sono nostri concittadini, e prossimi più a noi che al sig. Gladstone, il quale forse non De à conosciuto che qualcuno personalmente e per momenti.

Il sig. Gladstone però, il quale à certamente indagato nelle cose che à scritte, non avrebbe dovuta ignorare che nel Reame delle due Sicilie, come in altri Stati di Europa, oltre le sorti dolorose degli spatriati de’ prevenuti e de’ condannati, si lamentino ben altre sventure cagionate dalla rivoluzione del 1848 e dalle sue conseguenze. E noi ci uniremmo anche con maggiore animo al sentimento di umanità, dal quale e’ dice essere stato mosso, e insieme con noi il Re ed il popolo napoletano; ma a due condizioni: 1.° vorremmo veder disacerbate le sorti non solamente di coloro che sono fuori del Regno, in prigioni ed in luoghi di pene per fatti della rivoluzione, ma anche delle persone e delle famiglie oneste, che pur sono numerose, le quali non àn contribuito ai mali di alcuno, e per maltalento altrui piangono miserie e dolori; 2.° vorremmo che la sicurezza dello Stato, la sicurezza comune, oramai non dovesse più destare, non solo tra noi ma in tutta Europa, le apprensioni de’ Governi.

Ma il sig. Gladstone nello affermare, come per voler esaurire la prova di questo assunto, che la condotta presente del governo di , in ciò che riguarda i veri o supposti rei politici, è un permanente oltraggio alla religione alla civiltà alla umanità ed alla decenza pubblica, non à osato dire, come testò notavamo, che questa condotta fosse del pari un oltraggio alla verità e alla giustizia.

Noi non dubiteremmo di riconoscere il torto di qualunque vi fosse mai caduto, se si venisse a mostrare la violazione della verità e della giustizia ne’ fatti del governo, ne’ giudizi e nello condanne pronunziate; ed accoglieremmo di più lieto animo, e come la più bella ventura che ci potesse arrivare, la prova che i fatti della rivoluzione del 1848 non fossero stati l'opera di una cospirazione. Non consentiamo nella opinione e molto meno nella simpatia, che il signor Gladstone pur vuole ispirare, che i cospiratori potessero giustificare le loro sedizioni e i loro attentati col prestigio delle idee politiche che fan sembiante di voler propugnare, e che queste idee potessero mai formare ragion di Stato nell’interesse de’ popoli: è un mal vezzo che si è cercato introdurre ne’ nostri tempi, che i cospiratori si voglian considerare come eroi negli attentali e come vittime illustri nelle condanne.

La cospirazione, per il solo fatto di attentare alla sicurezza dello Stato, è reato capitale sotto qualunque forma di governo. ché se la generosità della pubblica vendetta non riassumesse in un azione unica il giudizio della cospirazione e de’ suoi attentati, le accuse si moltiplicherebbero sul capo de’ cospiratori per quanti sono i mali che possano derivarne nella vita nell’onore nelle sostanze di ciascuno.

Gli stessi processi compilati danno disgraziatamente la prova della cospirazione; il cui centro, per onore di queste nostre contrade, era in più lontane regioni . Gli attentati di cospirazione nel Reame delle due Sicilie non sono colpiti, come dice il signor Gladstone nelle lettere che à pubblicate, arbitrio dalla vendetta dalla immanità del governo, ma dall’azione diretta determinata e guarentita delle leggi tra noi sanzionate co’ dettati del diritto comune: le leggi penali del Regno delle due Sicilie sono ammirate come savie generose liberali dalle più incivilite nazioni di Europa; e specialmente quelle pe’ procedimenti danno nelle eccezioni con tra l’accusa le più secure e larghe guarantige alla libertà civile e alla incolpabilità.

Il sig. Gladstone va molto lontano dal vero quando, scrivendo che fossero in esilio o in prigione quasi tutte le persone che formarono la opposizione nella camera sotto la costituzione ed accennando ancora a taluni di coloro che furon ministri, vorrebbe far intendere che si fossero violate le guarantige attribuite alla qualità di deputato e a quella di ministro.

Noi qui lasceremmo lo stesso assunto cui ci siamo accinti, di contraddire per la verità le induzioni sediziose che si fosse cercato far invalere dalle lettere del sig. Gladstone, se il ram montare i fatti ai quali ci dobbiamo richiamare potesse per poco vagliare le accuse, deprimere le difese, nuocere ad alcuno: ma la liberalità delle nostre leggi, per buona sorte di questi tempi che àn soprabbondato di stampe inconsiderate, esclude ne’ giudizi penali la incerta autorità de’ scrittori; e noi abbiamo secura fede che la verità stragiudizialmente chiarita, anziché aggravare la sorte di alcuno, possa invece mitigare i rigori delle leggi e delle condanne.

Noi adunque con franco animo daremo al signor Gladstone le seguenti risposte:

1.° Egli à voluto confondere l’esilio sanzionalo come pena e pronunziato come condanna col fatto spontaneo di coloro che dopo la rivoluzione del 1848 sono spatriati dal Regno: costoro ne sono usciti per conto proprio, e perché anno voluto o seguitare la cospirazione anche nelle sue peregrinazioni per acquistarvi maggiori titoli e con la speranza di dare più opera a nuovi attentati, o sfuggire l’azione delle leggi che colpivano nel Regno gli attentati commessi dalla rivoluzione.

2.° Non sono tratti in giudizio dalla pubblica accusa e giudicati con le leggi del Regno le opinioni che i deputati avessero avuto nella camera e gli atti cui avessero soscritto i ministri, ma gli attentati commessi dalla rivoluzione più che le stesse sedizioni della cospirazione.

3-° Le elezioni de' deputati che si unirono a formare la camera elettiva e le stesse nomine de’ ministri (dopoché la rivoluzione nell’anno 1848 fu anche tra noi portata dalle sue segrete relazioni ne’ cosi detti circoli o comitati, che invasero i poteri dello Stato e dominarono gli atti del governo) sono state altrettante condizioni di fatto non solamente innanzi alle leggi della Monarchia ma anche rispettivamente ai dettati della stessa costituzione conceduta in gennaio di quell’anno. Fu mai nelle elezioni fatte in seguito delle leggi elettorali provvisorie pubblicate da’ successivi ministeri la pluralità de’ suffragi degli elettori che, secondo il dettato dello statuto della costituzione di gennaio 1848, dovevano dare il legittimo mandato ai deputati per formare la camera? i procedimenti delle successive elezioni sono consecrati ne’ rapporti al Re rassegnati dal ministero allorché la camera è stata sciolta. Furono da’ ministri voluti, e da’ ministeri formati da’ comitati della rivoluzione, dopo le prime nomine fatte dal Re, seguiti e rispettati i dettati dello statuto e le stesse basi della costituzione conceduta? i programmi dati fuori da’ comitati, e sanzionati dal ministero, formato anche esso dagli stessi comitati, anno sospinto la rivoluzione che lascia le tracce e le memorie dolorose della catastrofe del 15 maggio in Napoli, de’ successivi conflitti che anno avuto luogo in diversi punti del Regno, e delle conseguenze che ne sono derivale.

E qui per compiere il concetto vogliamo aggiungere due altre considerazioni. 1,° La costituzione di gennaio 1848 non concedeva la pretesa libertà di unirsi in circoli e comitati per assumere o invadere i poteri dello Stato, né garantiva la impunità degli attentati della rivoluzione; 2.° La stessa costituzione, rendendo quasi nulla o passiva l’azione del Re, dichiarava la responsabilità del ministero per gli atti del governo; ed il ministero che violando gli stessi dettati della costituzione, si rendeva solidario della rivoluzione ed assumeva poteri sovrani e costituenti, non à de’ suoi atti risposto ad alcuno.

Ora è veramente specioso che sorga il signor Gladstone ad invocare i privilegi che la costituzione del 1848 attribuiva alle opinioni de’ deputati nella camera, e quelli che la costituzione medesima attribuiva a’ ministri che avessero in quelle forme sostenuto la politica del Governo, o le stesse guarantige che le leggi della Monarchia attribuiscono alle persone de’ ministri scelti dal Re.

Ma tornando ai giudizi ed alle condanne, la Magistratura in Napoli à una onorevole tradizione d’indipendenza, la quale per le quistioni di fatto ne’ giudizi penali è un solenne dettato della legislazione del Regno ; e le giurisdizioni che formano un’altra guarentigia della libertà civile sono determinate con savie leggi ed esercitate con quella salutare moderazione che la benignità del Re imprime in tutta l’azione del suo governo. Agli addchiti che il signor Gladstone attribuisce alle Corti di giustizia, che àn pronunziato ne’ giudizi per reati politici, si può contrapporre un fatto che li smentisce vittoriosamente. Basterà mettere i processi e le accuse in riscontro delle decisioni, e notare il numero de’ condannati rispetto a quello degl'imputati; anche gli atti di accusa sono stati moderati rispettivamente agli stessi fatti incriminati.  £ se si aggiungano le grazie che già ànno mitigato Don poche condanne ed anche annullato procedimenti in corso (senza obliare le pie usanze della Dinastia de’ Borboni in questo Reame, che sono nna speranza sempre viva nel popolo napoletano) si dovrà per avventura riconoscere che, tranne la pretesa impunità de reati politici, la giustizia non è stata eccessiva nel numero de' condannati, né la mano del Re, con la prerogativa di far grazie, è stata ed è meno generosa a prò de’ condannati ed anche de’ giudicabili per reati politici. 1 giudizi le condanne lo stesso trattamento nelle prigioni e nè’ luoghi di pena ' mostrano che la sorte dei giudicabili e de’ condannati per reità politiche forse non sia comparativamente più aggravata nel Regno delle due Sicilie che in altri Stati di Europa.

E poi specioso che il signor Gladstone, conservatore di una nazione europea e certamente di quella civiltà che tiene a base il diritto comune, venga a pretendere tra noi eccezioni ai dettati di questo diritto; e le voglia, anzi che per altri che potessero mai meritare una personale considerazione, per coloro che attentassero alla sicurezza dello Stato o fossero convenuti di fellonia.

La natura stessa de’ reati contra la sicurezza dello Stato, i quali vogliono essenzialmente esser prevenuti anziché repressi, è la ragion sufficiente di quella vigilanza onde è ordinata, come parte dell’azione del governo, l’alta polizia, cui sono sottoposti gli attentati di cospirazione e di congiure; la quale vigilanza, intesa a prevenire codesti reati, naturalmente vuol essere più attiva ne’ tempi di agitazioni politiche. ché se da una parte non sia da applaudire in principio (ed in ciò noi riconosciamo uno dei principali pregi del governo di Re Ferdinando II) al potere arbitrario della polizia, non si può dall’altra parte né anche ammettere in principio che quest’azione del governo, la quale tra noi à pure i suoi ordinamenti, si pretenda tale che non sia proporzionata ed efficace alla propria missione. La vigilanza dell’alta polizia, è vero, non può esser sempre esercitala per mezzo di persone che offrano le maggiori guarentige della loro moralità. Ogni terra (né sappiamo se possa escludersene l’Inghilterra che à il constabile tra gli uffiziali della sua polizia) conta de’ sciagurati presti a cogliere, quasi come mezzo d’industria, ogni pubblica calamità per far mercato, non che delle sostanze, della libertà dell’onore e della vita altrui; e questa trista gente (che pure à avuto più facile accesso tra le congiure e i comitati della rivoluzione) è disgraziatamente più estesa nelle città più numerose e incivilite. Niuno può certamente' contraddire, che convenga ai funzionari del governo tener lontana questa gente dal poter accrescere le comuni sventure. Ma sarà il fatto di costoro, o anche l’uso inconsiderato che talun funzionario mai facesse dell’opera loro, che costituirà l’opinione di un governo e di un popolo, e l’elemento del giudizio che dovrà farne r Europa incivilita?

II.

Il sig. Gladstone si spinge in un concetto più ridevole che serio, quando assume che la presente condotta del governo di Napoli, in ciò che riguarda» veri o supposti, com’ egli dice, rei po litici, fondi certamente ed anche rapidamente la repubblica in quello Stato, forma di governo che è ben poco consentanea alt indole di quel popolo.

Ci perdoni questa volta: egli mostra, col concetto che à messo fuori, non solamente di non conoscer bene l’indole del popolo e i principi del Re di Napoli, che per altro con le sue lettere non vuole certamente accreditare, ma di non essere né anche bene informato degli elementi e de’ fatti della rivoluzione stata in questo Reame, e verso la quale egli si mostra caldo di simpatia.

La rivoluzione del 1848 in Napoli non è stata il fatto del popolo, il quale era insaputo delle sedizioni di questa rivoluzione ed è stato inerte innanzi ai suoi attentati in fino a che à temute le violenze del potere che aveva assunto; senza dire di coloro, che pure sono stati numerosi, i quali, non temendo di codeste violenze, non àn dubitato mostrarvisi apertamente avversi.

Neanche coloro che per illusioni passioni o ambizioni destate ànno avuto mano negli attentati di questa rivoluzione, per la massima parte pure ignari del fine cui si voleva aggiungere con l’opera loro, pretesero o immaginarono mai la repubblica; ma non vollero che poter cogliere nel disordine, qualunque forma avesse o non avesse tolto, chi con la speranza delle sue illusioni, chi per disfogare le passioni che fùron mosse e le più sciagurate ambizioni che si destarono. E solo qualcuno, che fosse stato mai ammesso ne’ più alti e segreti consigli della setta di questa rivoluzione, potè sapere più presto o più tardi, che essa intendeva a distruggere tutti i governi esistenti nella penisola italiana in qualunque forma costituiti, per unirla di poi sotto un governo unico con forme repubblicane.

Come à potuto il signor Gladstone adattarsi alla idea, che i mezzi co’ quali il Re di Napoli à represso la rivoluzione e le misure onde gli attentati di questa rivoluzione sono sottoposti a giudizio (e fossero pure eccessive) facessero sorgere negli animi un voto per la repubblica; mentreché egli stesso afferma che questa forma di governo non è consentanea all’indole del popolo, e, come abbiamo aggiunto, non vie stata né pretesa né immaginata neanche negli eccessi della rivoluzione? Bisognerebbe per lo meno credere che il popolo napoletano si lasciasse eccitare da’ processi e da’ giudizi cui sono sottoposti quelli che egli dice veri o supposti rei politici, più di quello che fu eccitato nel 4848 dalla rivoluzione e dai poteri che aveva assunto.

Ecco l’animo del popolo napoletano rispetto a coloro che il sig. Gladstone chiama veri o supposti rei politici; ed invitiamo insieme a contraddirci chiunque potesse dubitare di quest’animo del popolo napoletano, o volesse censurarlo. Qualunque fossero i mali che le popolazioni e le persone lamentassero, in esse non è chiuso mai l’animo alla speranza che potesse risultare l’innocenza o non costare la reità ne’ giudizi penali, e che la grazia Sovrana giungesse sempre in sollievo del condannato nel capo ed anche ne’ siti della pena: non sono disposte a secondare davvantaggio gli attentali della rivoluzione, né ad aver simpatia per le incomposte idee che questa rivoluzione à fatto sembiante di propugnare. La repubblica se non à potuto allignare in questo Reame come pianta esotica portatavi dalla rivoluzione, non vi sorgerà certamente come pianta indigena, e molto meno nel momento in cui, ne’ mali che tuttora le popolazioni e le famiglie lamentano dalla rivoluzione e dalle sue conseguenze, ogni maggiore e più secura speranza di un miglior avvenire è riposta unicamente nella saviezza e nel buon animo del Re.

Nè possiamo piegarci a ritenere che in Inghilterra si avesse veramente del popolo napoletano quella cosi bassa opinione, che il sig. Gladstone à assunto per avere la generosità di volerla moderare. Il popolo napoletano, che è ammirato in ogni fatto più ordinario della vita per il suo buon senso, anche quando non è che grossolano, per il suo ingegno, anche quando non è che naturale, e sempre per bontà di animo, è solamente restio nella stessa sua credulità a lasciarsi incarnai le idee che gli si volessero imporre, ove non se ne renda persuaso, e specialmente se contrastino con la sua fede religiosa ed anche con la sua fede politica. Nel periodo della rivoluzione del 1848, fuorché i pochi che vi si erano affiliali e coloro che si sono lasciati illudere o sedurre, à fatto veramente prova di ciò, che il sig. Gladstone chiama minore potere reattivo, nel sopportare gli eccessi e i soprusi ricevuti tra gli attentati di questa rivoluzione, e dai fatti stessi degli uomini menati al potere, senza abbandonarsi a resistenze, e senza conservar poi sentimenti di vendetta. Non pare però che gl’inglesi, come ogni straniero venuto in Napoli, avessero avuto ragione di recare in Inghilterra opinione di degradazione o depravazione del popolo napoletano, come forse è scritto solamente nelle lettere del sig. Gladstone: i napoletani, senza lasciarsi turbare da non giuste parole, non ricuseranno mai al sig. Gladstone, come a qualunque straniero, una prova del loro buon animo, se non la potranno fare d’ingegno e di forza, che non meriti un gratuito oltraggio.

Si trae molto lontano dal vero il sig. Gradilone, allorché, accennando al Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori che à trovato tra le stampe pubblicate in Napoli, vuol quasi da questo libro far desumere il nostro grado d’intelligenza e d’istruzione, o quello che il governo imponesse al paese. Noi non intendiamo qui istituir esame di tale libro, essendo ciò fatto da altri . Ma d’onde à desunto il sig. Gladstone, che sia quel Catechismo la politica del governo e la dottrina del paese? D’onde à saputo che ne’ corsi di studi ordinati nelle scuole pubbliche e private sia dettata lezione di politica, e sia per essa determinato quel Catechismo come libro elementare o come trattato più sublime? Noi, che in verità abbiam voluto sapere alcun poco de’ fatti del governo ed anche apparare qualche cosa di politica, ignoravamo fin la esistenza di questo Catechismo; e possiamo affermare che esso non sia seguitato nelle scuole né come libro elementare né come trattato di filosofia o di politica.

Il sig. Gladstone à dubitato egli stesso di quello che à scritto intorno al Clero di questo Reame, quando à protestato non vorrei che si traessero delle induzioni troppo sfavorevoli e non giustificate da fatti. Egli forse non à curato o voluto sapere, come il Clero del Regno specialmente il napoletano, che si è sempre fatto ammirare per zelo di fede e per riposate dottrine, a fronte degli attacchi che avesse ricevuti la Chiesa  non siasi lasciato imporre neanche da’ poteri della rivoluzione, quando questi poteri osarono attentarne i canoni e le discipline: la fede della Chiesa cattolica è così pura e così forte che non può esser superata che dalla sola coscienza perduta; e questo è difetto dell’uomo non della fede. Amiamo solamente osservare (e questa volta ci perdoni il sig. Gladstone se vogliamo entrare un poco ne’ disegni che à potuto avere) che egli, conscio della pubblicità che avrebbero avuto le sue lettere, à voluto forse cogliere il destro di provocare un fatto dandolo corno esistente, ed à affermato; io scrivo in un momento che la opinione pubblica è altamente eccitala contro la Chiesa cattolica. Questo fatto non solamente non è temuto, ma non b vero; e ne sieno esempio e prova la Francia in preda alla rivoluzione, e la stessa parte cattolica della Inghilterra.

III.

Più specioso è quasi diremmo il sorite, con che il signor Gladstone à preteso poter chiamare in una specie di solidarietà il partito conservatore inglese e tutti i governi che sono stabiliti in Europa; adducendo come motivo i danni che derivassero all’uno ed agli altri dalle perdite che il governo napoletano facesse (vorrà certamente dire nello spirito pubblico) con la sua presente condotta in riguardo de’ veri o supposti, come egli dice, rei politici.  Noi abbiamo testé elevato un quesito a cui il sig. Gladstone dovesse rispondere innanzi allo stesso partilo conservatore inglese ed ai governi tutti di Europa, e Io ripetiamo: con quali governi egli à inteso con le sue lettere far considerare ora il partito conservatore inglese in virtuale e reale alleanza, con quelli stabiliti e riconosciuti dal comune diritto politico che àn sorpassalo la rivoluzione del 1848, o con quelli formali da questa rivoluzione che tono caduti o cadono con essa?

Qui aggiungiamo due altri quesiti, su’ quali vorremo portare alcuna osservazione in riguardo al Reame delle due Sicilie.

1. Quale è il principio che con le sue lettere egli à preteso attribuire al partilo conservatore inglese, rispettare e voler conservata la politica propria di ciascun governo qualunque ne fosse la forma riconosciuto dal comune diritto politico di Europa, o pretendere che ogni governo adattasse la propria politica a quella che il partito medesimo sostiene nella Inghilterra? Noi, sul fondamento sempre del diritto politico europeo, de’ cui ordinamenti l’Inghilterra è non solamente solidaria ma mallevadrice come grande Potenza di Europa, rilenghiamo che la virtuale e reale alleanza in cui, senza doversene rendere contezza, si vuol considerare il partito conservatore inglese co’ governi che so no stabiliti in Europa, consista precisamente nel rispetto assoluto verso i governi in genere e verso la loro politica: cosi gli onorevoli uomini che nell’Inghilterra compongono questo partito possono meritare ogni giusto riguardo nell’Europa e nel mondo incivilito, per quanto potessero pur concorrere alla conservazione de’ principi ed ai successivi miglioramenti nelle condizioni comuni.

Ma il signor Gladstone à voluto scambiare la considerazione che il partito conservatore inglese può avere in: Europa con la politica che sostiene nella Inghilterra; e senza avvedersene sarebbe venuto a vulnerare e quasi a distruggere, se il suo assunto reggesse, lo stesso principio del proprio partito. In tal caso questo partito, in vece di essere conservatore, sarebbe distruttore della politica de’ governi di Europa; e lungi dall'essere con essi in virtuale e reale alleanza, verrebbe a formare una opposizione, dalla quale potrebbero derivare conseguenze di non voluti disaccordi: in altri termini, i governi di Europa, dopo aver vinta la opposizione della rivoluzione del 1848, rimarrebbero a dover combattere quella del partito conservatore inglese; ovvero questo partito verrebbe a raccogliere in Europa l’eredità della rivoluzione del 1848 ed a turbarne l’ordine e la pace.

2.° Quali sono i danni che possano con una specie di solidarietà lamentare il partito conservatore inglese e tutti i governi ora stabiliti in Europa dalle perdite che, come il sig. Gladstone vuol dare ad intendere, il governo di Napoli mai facesse con la presente sua condotta in riguardo ai veri o supposti, come egli dice, rei politici? Non ritorniamo sul senso di umanità dal quale il signor Gladstone à affermato essere stato mosso; poiché il Re ed il popolo delle due Sicilie non anno d’uopo improntarlo da alcuno, e neanche di’ lasciarselo inspirare dal signor Gladstone, per venire in sollievo di qualunque soffra una pena o lamenti una sventura.

Il gran principio conservatore, pel quale veramente si possono ora considerare in virtuale e reale alleanza il partito conservatore inglese e tutti i governi stabiliti in Europa, anziché temere dalle perdite che, come asserisce il signor Gladstone, facesse il governo napoletano, è più legato a’ gloriosi successi che il Re delle due Sicilie, primo in Europa e senza aiuto di armi straniere, à riportato sugli attentati della rivoluzione del 1848. Le perdite poi che il governo napoletano facesse e che potessero influire a danno degli altri governi di Europa e del partilo conservatore inglese, sono presunte solamente nelle lettere del signor Gladstone: niun governo di Europa le à neanche supposte, e non ne à mosso osservazione o doglianza sotto alcuna forma. Nell’interesse poi delle popolazioni del Regno, dove il signor Gladstone asserisce che il governo con la sua presente condotta fondasse la repubblica in opposizione dell’indole del popolo, le asserzioni del signor Gladstone sono contraddette dalle fondate speranze, che ora le popolazioni e le famiglie più unite al Trono ripongono nell’animo del Re e nella sua saviezza, di veder disacerbati le particolari sventure e i mali comuni, e riordinata l’azione del governo dalle conseguenze de’ fatti della rivoluzione del 1848. Ma fossero pur vere le perdite che asserisce il sig. Gladstone; sarebbe questa una questione interna da trattarsi più securamente e più convenientemente tra il Sovrano ed i sudditi escluso ogni intervento straniero.

Noi nel rispondere alle lettere del signor Gladstone vogliamo seguitar ancora i sostenitori della così detta politica di progresso, formino essi o no un partito in Europa. Che cosa si vuol intendere per progresso che, dalle scienze naturali ed esatte e dalle loro applicazioni, si volesse estendere anche alla politica dei governi?

Non vogliamo dubitare che sia stato un progresso de' governi l’aver sostituito i principi e i dettati del diritto comune al diritto di eccezioni e di privilegi, testé introdotto nel diritto pubblico de’ diversi Stati di Europa. Ma qui domandiamo: si pretende far procedere i tempi, sotto l’impero del diritto comune, o farli ritornare al diritto di eccezione e di privilegi; ed in altri termini, il preteso progresso si vuole attaccare all’uno o all’altro diritto?

Questo progresso per noi sta in ciò: che gl’interessi de’ paesi e i lumi delle scienze applicate nella universalità delle cognizioni umane vengano anche a parte degli atti e de’ fatti de’ governi; e ritenghiamo che questo progresso possa essere più felice negli Stati in cui l’azione del governo è ordinata co’ princìpi e co’ dettati del diritto comune. Se non che, domandiamo ancora: si vuole che questo progresso, ovvero il cammino degli uomini e de’ popoli sulla via di migliorare le proprie condizioni, debba rispettare i titoli e i possessi legittimi?

Nell’affermativa, diciamo e potremo provare che l'era di questo progresso è cominciata tra noi, nella concorrenza degli Stati più inciviliti di Europa, sin da’ primi anni in cui Re Ferdinando II è asceso al Trono augusto de’ suoi Maggiori; e che questo reale e ben inteso progresso ì l’opera, anziché della così delta scuola politica liberale la cui storia tra noi per verità non si congiunge ai miglioramenti che àn ricevuto le morali e materiali condizioni del Regno, ma dell’impulso savio generoso e forse eccessivamente liberale, che Ferdinando II à dato direttamente all’azione del suo governo, e delle sue cure personali onde à acquistato più dirette cognizioni de’ siti e delle persone, nonché de’ mezzi più opportuni di portare ogni possibile immeglinmento nelle particolari e pubbliche condizioni degli Stati e de’ sudditi suoi. E diciamo eccessivamente liberale questo impulso generoso, specialmente per far costare che sia errore ed ingiustizia la persecuzione che, come il signor Gladstone assume, avesse avuta dal governo di Re Ferdinando II la intelligenza allorché é unita alla virtù: è disgraziatamente un fatto più vero che, abusando il favore che il Re à largito alle intelligenze, i più sediziosi anno simulato intelligenza e virtù e tradita la stessa benignità del Re.

Nella negativa diciamo: è questo il mentito progresso che à assunto la rivoluzione del 1848; la quale à cominciato dall’attentare ai titoli legittimi onde sono costituite le Sovranità, proseguiva co’ disordini dell’anarchia e voleva giungere al comunismo, ossia alla violazione di ogni titolo legittimo e alla dissoluzione della civile società. Ma noi qui vogliamo far guardare nel cammino che si potrà mai aprire questo così detto progresso; il quale, invece di recare nell’azione del governo gl’interessi del paese e i lumi delle scienze applicate alle legittime condizioni pubbliche e private de’ diversi Stati, pretenda con incomposti principi ordinare e costituire nuove forme di pubblici poteri che dovessero, senza mai poterlo, soddisfare alle più smodate ambizioni che va destando negli animi. Niun governo niun uomo al mondo, per qualunque prestigio di parole e di dottrine improntate, si lascerà mai persuadere a far attentare a titoli e possessi legittimi senza resistervi con le proprie forze: è più possibile che, con lavorio lento e quasi inosservato, questo così detto progresso, per quanto ancora vi si prestasse fede ed i popoli non fossero uniti a’ loro governi, potrà invece aggiungere a formare delle ambizioni mosse altrettanti poteri, i quali peseranno gravemente su le sorti degli uomini e de’ popoli senza che il potere pubblico in cui sono costituite le Sovranità degli Stati possano più moderarli co’ dettati del diritto comune. La generazione presente deve anche di lontano mirare per sé e per le generazioni future a questo fatale regresso, a cui possano venir sospinte le loro sorti col cammino inosservato di un mentito progresso.

Nelle contraddizioni che abbiamo assunte con le cose scritte nelle lettere del signor Gladstone, ci rimane una specie di rancore che non vogliam tacere. Noi siam convinti che il signor Gladstone, co’ principi politici che professa e co’ suoi principi personali, non potrebbe seriamente sostenere le induzioni, che si volessero trarre da quelle lettere: avremmo voluto impegnare le nostre contraddizioni direttamente con altri che forse lo àn potuto trarre in un assunto inconsiderato; i quali professando o non professando principi incomposti intendessero ancora far violare titoli legittimi e prevalere condizioni di fatto. Nondimeno nelle differenze che sieno impegnate lealmente vengono in contrasto i principi e i fatti, non le persone.

Era sotto il torchio l’ultimo foglio di queste brevi risposte alle lettere del sig. Gladstone, quando ci è venuto tra le mani un libro pubblicato in Torino per cura di Giuseppe Massari, col titolo il sig. Gladstone ed il Governo napoletano, come se venisse a trattar di proposito dell’uno e dell'altro; e vi è aggiunto anche quello di raccolta di scritti intorno alla questione napoletana, quasi vi fosse una questione che si potesse dir napoletana i cui elementi raccogliesse quel libro. Noi lo abbiam voluto percorrere prima di dar fuori le nostre risposte, comeché avessimo dovuto ciò fare in poche ore; e mentre che non possiamo nascondere al sig. Massari il dolore provato dall'esempio che un nome napoletano potesse anche per sinistri della vita taluna volta obbliarsi, gli rendiam grazie dell'avere pubblicata la rivelazione di una lettera scrittagli dal sig. Gladstone, la quale ci permette di restringere i suoi ed i nostri concetti. Se non che, essendo scritte dal signor Massari le note apposte alle cose raccolte nel libro, specialmente alla lettera del MacFarlane, e la preliminare avvertenza; vogliamo consecrare due semplicissime osservazioni di verità all’una ed all'altra.

1.° Noi non abbiam potuto portare molta attenzione su la lettera del signor MacFarlane, né potremmo qui discorrerla di proposito. Ma posto per mera ipotesi che il sig. MacFarlane da Londra non avesse ben saputo le cose che à scritte o vi avesse anche portato le sue passioni: che cosa può tuttociò aggiungere o togliere a’ fatti del governo napoletano e da quelli della stessa Persona Augusta del Re? Questi fatti di per sò e senza bisogno di ausiliari formano lo spirito pubblico del paese e la propria reputazione nello straniero; e possono ancora esser chiariti per la verità, quando venissero falsati o esagerati per opera di altri che, invece di lasciarne liberamente formare lo spirito pubblico e la opinione delle genti, volessero con passioni proprie o di partito rendersi arbitri e tiranni dell’uno e dell’altra?

2.° Il sig. Massari à scritto nell’avvertenza, che le lettere del sig. Gladstone intorno alle cose napoletane sono l’avvenimento politico più rilevante de’ nostri giorni; come se i dolori che i napoletani, secondo che si vuol dare ad intendere, solfassero dal governo i quali prima delle lettere del sig. Gladstone fossero stati ignorati non creduti o derisi, fossero il solo o il più rilevante avvenimento politico che al presente agitasse le sorti di Europa.

Piaccia a Dio fosse vero, che col cessare codesti dolori de’ napoletani, potessero essere rassicurati in Europa l’ordine e la pace che, dopo i fatti della rivoluzione del 1848, destano ancora le apprensioni degli stessi governanti con poteri formati dalla rivoluzione medesima; e che le sorti ancora agitate dei diversi Stati potessero oramai riacquistare la sicurezza e la calma e rimettersi sul cammino di una prosperità vera e permanente,ad un prezzo che il Re ed il popolo delle due Sicilie pur non dubiterebbero pagare per conto comune! 11 problema di rassicurare le condizioni politiche di Europa sarebbe per avventura di facilissima soluzione.

Dice pure a sua posta il sig. Massari nell’avvertenza, che questo avvenimento delle lettere del sig. Gladstone, il quale egli chiama quistione napoletana che fosse contenuta negli scritti raccolti nel libro senza sapersi quale fosse, e tra chi e dove si agitasse,fosse innalzata a quistione politico-europea, che dovesse esser diffinita col titolo della umanità, sorpassando gli stessi principi del diritto delle genti.

Ma in quali termini è contestata questa voluta quistione napoletana, e quali sono i principi ond’essa, invece di doversi trattare nell7 interesse interno dello Stato tra il Sovrano e i sudditi suoi, come pur non contraddiceva lo stesso sig. Gladstone, dovesse avere altre proporzioni e sorpassare il diritto pubblico del Regno e lo stesso diritto delle genti? come se queste maniere di diritto ed ogni loro legittimo ordinamento dovessero ora improntare da nuove teoriche e da nuovi fatti il sentimento anzi che il principio di umanità che finora non avessero avuto.

Ecco la rivelazione che il sig. Gladstone à fatto al Massari e questi à pubblicato: nel procedere da me serbato, io ò ubbidito all'impulso di un sentimento semplice chiaro e solenne di dovere verso i miei simili, e posso ben aggiungere verso Iddio nostro padre comune.

A parte il procedere che à serbato; quali sono i suoi simili (come uomini) verso i quali il sig. Gladstone à creduto ubbidire all'impulso di un sentimento di dovere (di umanità ) anche per amor di Dio padre comune? Le stesse sue lettere li rivelano: quelli che egli chiama veri o supposti rei politici.

È dunque assodato che le lettere del sig. Gladstone non muovano, per lo stesso pensiero che egli à avuto, una quistione politica, e molto meno una quistione napoletano-europeo-umanitaria che si dovesse diffinire sorpassando anche il diritto delle genti; ma riguardino unicamente le sorti in questo Reame di coloro ch’egli chiama veri o supposti rei politici.

A parte ancora se il sentimento di umanità per costoro,in modo da poter essere accetto a Dio,fosse maggiore in lui che nel Re e nel popolo napoletano: donde egli è stato mosso a dubitare che potessero essere supposti rei politici, coloro che tra noi sono accusati e condannati per cospirazione dappresso agli attentati della rivoluzione del 1848?

Qualunque sieno codesti fatti; noi non sappiamo supporre in alcun uomo il pensiero di accusare e condannare o per fatto inesistente o chi non fosse reo:tuttavia per rispondere al sig. Gladstone vorremo pur ammettere come possibile questo caso. Non vorrà egli certamente pretendere che, di slancio ed anche per sentimento di umanità, si debba sostituire un giudizio ad un altro, dichiarare l’accusa una calunnia la condanna una ingiustizia ed una depravazione, cd aggiungere che il presunto male fosse opera del governo.

Si potesse veramente avere la prova dell’errore, non della colpa che non osiamo neanche per ipotesi supporre: un sentimento di giustizia più che di umanità verrebbe volentieri ad aprire la via onde il governo del Re di Napoli può correggere i difetti anche delle condanne pronunziate.

Il signor Gladstone à voluto invece muovere un sentimento di umanità in favore di coloro che per le leggi del Regno fossero giustamente accusati e condannati per reità politiche? Il suo voto è buono ed onorevole come uomo; ma anche il Re di Napoli, che pure à animo umanissimo di una benignità che è storica negli annali del suo governo ed oggi forma una maggiore speranza del popolo napoletano, deve infrenare quest’animo suo innanzi all’azione delle leggi dello Stato ed alle esigenze dell’ordine e della sicurezza pubblica.

Posta ne' termini propri la quistione che si volesse elevare; noi non dubitiamo seguitarla nelle proporzioni che potesse mai avere.






























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