Eleaml - Nuovi Eleatici


Vito Ragona da Partinico ebbe una formazione carbonica – come altri esponenti del gruppo democratico sociale palermitano, da Milo Guggino (il cui “braccio destro sarebbe stato proprio il Ragona”) a Giuseppe Oddo, e fu tra coloro che si prodigarono nel ’48 per legare il popolo al moto.

Nella “Raccolta di varie scritture pubblicate dal Comitato e dai più' ardenti cittadini, in occasione della rivolta succeduta in Palermo dal giorno 12 Gennaro 1848 in poi”, pubblicata in Palermo nel 1848, leggiamo:

“Nel giorno 10 l'infame Vial confidava ad una donna (da lui amata, e da questa occultamente spregiato) che in quella notte dove a fare arrestare fra gli altri individui il sacerdote D. Vito Ragona. Questa virtuosa gentildonna, degna invero della fama dell'illustre Sanfelice, per l'organo di un altro sacerdote, inviò all'amico il seguente biglietto: UN VERO AMICO AVVERTE P. RAGONA, CHE QUESTA NOTTE 10 GENNAJO NON DORMA IN PROPRIA CASA. LO CREDA, E NON FACCIA DIVERSAMENTE. Difatti quell'egregio Sacerdote cambiò in quella e la seguente notte dimora, per mostrarsi all'alba del giorno 12 col vessillo della nostra redenzione, predicando sulle tracce del Vangelo l'importanza della nostra rigenerazione.”

Nella stessa raccolta l’Editore scrive:

“ll primo a sventolare il glorioso vessillo della nostra redenzione si fu il Sac. Vito Ragona, il quale percorrendo le vie più popolose della città, incoraggiando i timidi, infiammando i generosi ad armarsi ; ed incontratosi con uno squadrone di cavalleria, fu costretto nella strada del Crocefisso del l'Albergaria a nascondersi in un entrata. Passata questa uscì di nuovo e con più energia seguitò a percorrere altre vie e dopo aver fatto il giro di quel quartiere si recò alla piazza della Fieravecchia ove fatta un allocuzione ai primi armati che ivi si erano riuniti, posò la bandiera nelle mani della sta tua del nostro vecchio Palermo, in effetto il giorno 5 febbraio quando il Comitato recossi al Duomo, il Sac. sudetto vedevasi alla testa delle nostre gloriose falangi. Sia lode dunque al Sacerdote Ragona per essere stato il primo ad esporsi coraggiosamente a tale cimento.”

 Le parole d’ordine delle prediche dell’abate Ragona ricalcano quelle di tanti altri siciliani del tempo ed esprimono la profonda avversione per il governo borbonico:

“Il tempo delle preghiere inutilmente passò – Inutili le proteste, le suppliche, le pacifiche dimostrazioni... Ferdinando tutto ha sprezzato. E noi popolo nato libero ridotto fra catene e nella miseria, tarderemo ancora a riconquistare i legitimi dritti? All'armi figli della Sicilia! La forza di tutti è onnipossente: l'unirsi dei popoli è la caduta dei Re. Il giorno 12 gennaro 1848 all'alba segnerà l'epoca gloriosa della universale rigenerazione. Palermo accoglierà con trasporto quanti Siciliani armati si presenteranno al sostegno della causa comune, a stabilire riforme ed istituzioni analoghe al progresso del secolo, volute dall'Europa dall'Italia da Pio. Unione, ordine, subordinazione ai capi. Rispetto a tutte le proprietà, e che il furto si dichiari tradimento alla causa della patria, e come tale punito. Chi sarà mancante di mezzi ne sarà provveduto. Con giusti principi il cielo seconderà la giustissima impresa. Siciliani all'armi!”

Il sacerdote socialista (1) fece parte del Comitato formatosi nella piazza della Fieravecchia. Col titolo di commissario straordinario venne incaricato di percorrere tutta l'isola, insieme ad altri, e chiamare alle armi il popolo.

Fu uno dei quarantatré esclusi dall'amnistia generale del 22 aprile 1849 e condannato alla pena dell'esilio con decreto del Governo della restaurazione borbonica del dì 11 maggio 1849.

Riparò in Francia dove pubblicò il testo, nella prima traduzione italiana, che mettiamo a disposizione di amici e naviganti. Restò a Parigi sino al 1860, quando rientrò in Italia.

Al Ragona viene conferito fin dal 1868 un sussidio”variabile ed improntato di un carattere di precarietà”; nella tornata del e dicembre 1869 se ne discute nel parlamento nazionale:

«Egli chiede quindi che sia oramai perfezionato quel voto dal Parlamento italiano, invocando all'uopo le seguenti ragioni: «1° Le SS. VY. onorevolissime quanto al regime di libertà sono continuatori dell'opera parlamentare del 1848 in Sicilia; «2° Egli non ha demeritato dal 1849 al 1860, Anzi ha accresciuto il suo merito coi patimenti duri dell'esilio; «3° Il Parlamento italiano è stato benigno verso tutti coloro che, pel trionfo dei Governi tirannici restaurati al 1849, scaddero da' vantaggi che avevano acquistati pei servizi della libertà, e sostennero coll'esilio la dignità della cau$a.

«E stato benigno sinanche con coloro che lo sostennero senza esilio, ma colla sola perdita dell'impiego conferito dalla rivoluzione.

«Mancherebbero dunque al Parlamento italiano i motivi per non perfezionare l'opera incompiuta della Camera siciliana. E si affida alla sua giustizia.»

In molti casi, senza tema di smentite, si può affermare “dimmi dove scrivi e ti dirò chi sei”. Questo testo che a noi piace molto e merita di essere diffuso e letto, descrive puntualmente le illusioni dei siciliani e la spregiudicatezza della “perfida albione” che li sacrificò più d’una volta sull’altare dei propri interessi. Ma non fatevi ingannare dal titolo perché l’abate Ragona con i Francesi è molto più tenero, risente dell’obolo di riconoscenza che il profugo è portato a pagare nei confronti del paese che lo ospita.

Buona lettura e tornate a trovarci.

Zenone di Elea — Ottobre 2019

(1)   “In città i socialisti erano pochi, ma abbastanza da riuscire a dividersi: nelle diverse correnti troviamo Francesco Milo Guggino, Saverio Friscia, Pasquale Calvi, Tommaso Landi, l’abate Vito Ragona e padre Lo Cicero, provinciale del francescano convento di Sant’Anna molto vicino al Foderà, che come lui sarebbe stato misteriosamente avvelenato nel ’48. Così come accaduto con i democratici durante gli anni “inglesi”, il silenzio ha coperto protagonisti e comprimari non ortodossi. Le vicissitudini del partito siciliano hanno sino a oggi monopolizzato l’attenzione degli studiosi: marginali e perdenti, che potevano disegnare il futuro di un’altra Sicilia, ancora aspettano chi li faccia tornare protagonisti.” Cfr.   Amelia Crisantino, Introduzione agli «Studii su la storia di Sicilia dalla metà del XVIII secolo al 1820» di Michele Amari – Quaderni di Mediterranea, http://www.storiamediterranea.it/.

LA POLITICA INGLESE E FRANCESE
IN SICILIA NEGLI ANNI 1848-1849

PER

VITO RAGONA


Edizione italiana

PARIGI

PRESSO I FRATELLI GARNIER, LlBRAI-EDlTORI

Galerie Montpensier Palais-Royal

1853

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

I. — Perche la rivoluzione siciliana del 1848 è stata perduta? Se ne dà colpa alla diplomazia anglo-francese. —

Pag. 5

II. — Cenno storico dell'indipendenza e della monarchia di Sicilia fino al 1814. —

P. 8

III. — Relazioni politiche della Francia e dell'Inghilterra colla Sicilia. —

P. 13.

IV. — Interessi politici della Francia e dell'Inghilterra rispetto alla Sicilia. —

P. 30

V. — 1847. — Politica inglese in Italia. — 1848. — Insurrezione di Sicilia; — mediazione dell'Inghilterra rappresentata da lord Minto; — Essa è infruttuosa; — Il governo siciliano respinge le insinuazioni della Francia, ed accettando quelle dell'Inghilterra, fa decretare dal parlamento la decadenza della dinastia dei Borboni dal trono di Sicilia.—

P. 29

VI. — Le prime armi avute in Sicilia furono francesi. —

P. 45

VII. — L'Inghilterra spinge il governo siciliano a decretare la corona di Sicilia al duca di Genova. — L'inviato francese, — 158 — che propone il figlio del gran-duca di Toscana è ingannalo; il duca di Genova è eletto re. —

P. 48

VIII. — L'accettazione del duca di Genova era pressoché impossibile. — La Francia non prende alcuna parte alla risoluzione di lui. — L'Inghilterra si nega a consigliargli di accettare. —

P. 64

IX. — Perche l'Inghilterra fece eleggere re dei Siciliani il duca di Genova.—Perchè ella negossi di consigliare a costui l'accettazione. —

P. 71

X. — Spedizione di 700 Siciliani nelle Calabrie. — Condotta del console francese. — I Siciliani sono arrestati nelle acque di Corfù da un vapore napolitano, che inalberò la bandiera inglese. — Condotta dell'Inghilterra. —


P. 79

XI. — li governo inglese avanti l'armistizio di Milano, S agosto 1848, impedisce la spedizione del re di Napoli contro la Sicilia; — esso la permette dopo l'armistizio. —

P. 81

XII. — L'armistizio di Messina, 7 settembre 1848. — La mediazione anglo-francese. — Il governo siciliano non sa trarre alcun vantaggio dalle dimostrazioni amichevoli della Francia. —

P. 89

XIII. — Continuazione della mediazione sotto il governo di Luigi-Napoleone. — 11 governo siciliano è sempre irresoluto. —

P. 102

XIV. — I mediatori presentarono ai Siciliani l'ultimatum del re di Napoli. — Essi adempirono il loro dovere. —

P. 109

XV. — Giudizio sulla condotta dei mediatori. —

P. 113

XVI. — L'ultimatum del re di Napoli è respinto dai Siciliani. — La guerra ricomincia. — La vittoria si dichiara pel Borbone. — L'ammiraglio Baudin offre ai Siciliani i suoi buoni uffici. — Come e perchè furono essi accettati. —

P. 118

XVII. — Perchè il signor Baudin non riuscì nel suo in tento. —

P. 151

XVIII. — I signori Rayneval e Baudin non hanno cosa alcuna promesso ai Siciliani. —

P. 134

XIX. — Appreciazione della nota inglese comunicata al governo napolitano il 10 settembre 1849 e della risposta data dal ministro di Napoli. —

P. 141

XX. — L'avvenire. —

P. 146

LA POLITICA INGLESE E FRANCESE

IN SICILIA NEGLI ANNI 1848-1849

No, non è stato per assicurare il bene o il vantaggio della Sicilia, che alcune truppe inglesi vi stanziarono, dal 1806 al 1811, quest’avvenimento non fu che ima occupazione militare.

Il marchese di Londonderry (1).

I

La Sicilia, che in gennaro 1848, senza danari, senza armi, senza capi, avea scacciato l’armata dei Borbone, perché mai dopo un periodo di sedici mesi, quando il potere era già tutto nelle mani del governo rivoluzionario, quando l’isola intiera era impegnata al politico rivolgimento, e vi era moralmente e materialmente interessata, quando tutte le posizioni militari occupate erano dalle truppe degl’insorti, quando non doveasi difetto patire né di danaro, né di armi, né di nomini, quando Un soccorso di volontari francesi era in sua difesa accorso, la si lasciò, quasi senza resistenza, vincerò dall’armata borbonica?

Il vero sì è che la Sicilia non fu vittima né delle forze nemiche, chè le truppe contro essa spedite nel 1849 non furono più numerose di quelle state da lei battute nel 1848 (2), né della reazione borbonica, ché ad onore della Sicilia è forza confessare; non avere ella giammai cessato di protestare colla massima energia contro la dominazione del re di Napoli, e come ella protesti ancora ne fa fede le migliaia di vittime, che popolano le prigioni, le fortezze e le isole di relegazione, ne fa fede l'emigrazione ogni dì più crescente, che deserta la sventura isola occupata dal Borbone.

Perché dunque la Sicilia è caduta? Gli uomini del governo, gli uomini responsabili di tanta catastrofe hanno risposto, la essere avvenuta colpa la diplomazia della Francia e dell’Inghilterra. Addì 27 marzo 1849, uno del capi del partito aristocratico, del partito dell’indipendenza e della monarchia siciliana, il principe di Butera, ministro degli affari esteri in Sicilia, scriveva: — «Queste cose non parranno credibili e manca il tempo e la carta per dirne tutta la scelleraggine; per dire dell’obbrobrio e della vergogna, di che si sono coperte la Francia e l’Inghilterra in Sicilia nel 1849 (3).

Noi non prendiamo la penna né per Iscrivere Ih storia delle sventure di Sicilia, né per isviluppare le vere cause, onde ella ricadde sotto il dominio del Borbone. Non vogliamo noi dimostrare, che il tradimento, ancorché vero fosse, della diplomazia non giustificherebbe un governo rivoluzionario, non è nostro intendimento né approvare, né scusare alcuna politica forestiera, nostro scopo è convincere i Siculi, che la lor patria come tutt’altra provincia d’Italia, non potrebbe senza esporsi a gravi pericoli, l’amicizia e i consigli trascurare della Francia.

II

Sono ormai molti secoli, che la Sicilia da dominazioni straniere travagliata, aspira a vivere di vita propria, aspira alla sua indipendenza, ma i suoi lunghi sforzi, i suoi immensi conati, i suoi eroici sacrifizi nulla sono valsi per ottenerle la vagheggiata indipendenza; lusinghe sono succedute a lusinghe, illusioni ad illusioni e alle fallaci speranze i dolorosi disinganni. Un breve cenno della storia monarchica della nostra infelice patria negli ultimi sette secoli, ne fornirà l’irrefragabile pruova.

L’antipapa Anacleto II nella speranza di trionfare del suo competitore Innocente II cercò l’alleanza del normanno Ruggero, duca di Puglia e di Calabria, e conte di Sicilia, e a tale oggetto diegli sua sorella in matrimonio,. il principato di Capua e la signoria di Napoli abbandonogli, e colla bolla del 27 settembre 1130 il titolo gli conferì di re di Sicilia ed il dritto di farsi coronare dai metropolitani del nuovo regno. Così sin dll’origine della sua monarchia la Sicilia non ebbe che un padrone comune con Napoli, con Capua, colla Puglia, colle Calabrie.

I due Guglielmi successori di Ruggero conservarono gli stessi domini fino al 1189, ma atta morte del secondo Guglielmo senza figli, i suoi possedimenti vennero in mano dell’imperatore di Alemagna Enrico VI qual marito di Costanza figlia postuma di Ruggero.

Noi non facciamo motto né di Tancredi detto in Puglia re di Sicilia, né del di lui figlio Guglielmo, cui l’infame Enrico fece bruciare gli occhi, imperocché questo breve sollevamento di popolo fu ben tosto spento e ferocemente punito dall'imperatore, che continuò a regnare sugli stati di sua moglie.

Nel 1198, Enrico VI morì avvelenato da Costanza e dal di lei drudo, e sebbene il suo piccolo Federico scacciato dall’impero perle fazioni di Filippo e di Ottone fosse stato per qualche tempo privo della corona d’Alemagna, ei conservò però uniti i domini italiani, che dal retaggio materno venivangli, e che dal suo governo continuarono a dipendere, anche dopo il 1220, quando egli riconosciuto definitivamente imperatore d’Alemagna fu coronato da Onorio III.

Corrado IV successe a Federico nel 1250 e si ebbe coll’impero, come il suo autore, Sicilia o Napoli. Ad istigazione del papa Innocente IV, fu Corrado nel 1254 avvelenato da Manfredi suo fratello naturale, il quale bentosto usurpò a Corradino il trono di Sicilia, e si fè coronare a Palermo, allorché l’Alemagna in due campi divisa due imperatori proclamava, e Edmondo secondo genitore del re d’Inghilterra renunziava la corona siciliana offertagli dal papa, che avea in pari tempo obbliato le promesse fatte al parricida, e i doveri che stringevanlo al figlio di Corrado, di cui era tutore.

Costanza figlia di Manfredi sposò Pietro primogenito di Giacomo re di Aragona non ostante le opposizioni di Urbano, il quale, volendo ad ogni costo cacciare Manfredi da Sicilia, voltosi invano a Luigi IX, adopevossi a sedurre il costui fratello Carlo d’Angiò per fargli accettare il trono siculo. Per la morte di Urbano, la gloria di portare a termine si iniqua opera fu di Clemente IV, il quale dopo di avere venduto a Carlo d’Angiò il Napolitano e la Sicilia, ne mandò fuori il 26 febbraro 1265 la bolla d’investitura.

Pertanto, secondo f desideri del papa, la guerra si accese nei domini continentali tra d'antico ed il nuovo re di Sicilia, e sebbene ucciso Manfredi alla battaglia di Benevento fosse stato Corradino in tutti gli stati d’Italia proclamato re di Sicilia, ed imperatore di Alemagna, tuttavolta vinto bentosto da Cariò d'Angiò nella campale giornata di Tagliaco2zo, e caduto miseranda vittima del tradimento e della barbarie, il vincitore rimase a Napoli padrone assoluto di tutti i domini che provenivano da Ruggero il normanno.

I Siciliani istigati in prima dal papa, che nemico era divenuto di Carlo, e oppressi poscia, spogliati, e conculcati dal costui governo, si vendicarono col Vespro del 30 marzo 1292, e chiamato Pietro d’Aragona a loro re ebbero lungamente a patire sanguinosa guerra, la quale pressoché estinta al cominciamento del regno di Giacomo, crudelmente ricominciò allorché costui, chiamato al trono d’Aragona, per la morte del re Alfonso vendé la Sicilia a Carlo II di Napoli I Siciliani resistettero all'aspra guerra e sostennero Federico II fratello di Giacomo per loro re. Allora la Sicilia ebbe un re proprio e indipendente, e restò separata da Napoli, ove continuò a regnare la casa d’Angiò. Ma le calamità della lunga guerra, trassero dietro come tutti gli storici attestano, i più spaventevoli orrori dell’anarchia feudale e delle incursioni dei Napoletani, cosicché nel 1377 morto Federico III, sua figlia Maria e il costui marito Martino I non poterono sul tropo di Sicilia tenersi se non colla protezione del re d’Aragona.

Questa protezione cangiossi ben tosto in dominio: morto Martino I nel 1400 la corona di Sicilia venne sul capo di Martino II re d’Aragona, onde i Siciliani si trovarono in balia degli Aragonesi.

Tolto un periodo di quaranta anni, in che la Sicilia imperatore d’Alemagna, cioè dal 1516 al 1556, i Siciliani rimasero sino al 1715 sotto la dominazione dei re di Spagna.

Epperò nel 1713 i Siciliani speranzosi di conservare un re italiano e più prossimo accolsero con gioja il trattato di Utrecht, la cui mercé fu da Filippo Borbone la Sicilia ceduta al duca di Savoja (4), ma le gioje e le speranze svanirono, ché costui impotente a conservare l’isola fu costretto a cederla nel 1718 alla casa d’Austria, dalla quale sottratta nel 1734 per le armi di Carie III fu dallo stesso unitamente a Napoli governata. Nei 1759, Carlo chiamato al trono di Spagna donò la Sicilia in una ai domini Napolitani a suo figlio Ferdinando; il quale da re delle due Sicilie, continuò a governarla da Napoli sino al 1796, quando dalle armi francesi scacciato dal continente rifuggiossi in Sicilia col soccorso degli Inglesi.

I Siciliani giudicarono allora i loro voti compiuti, l’indipendenza dell’isola acquistata, ché il re era con loro, ma questa illusione andò in fumo tostoché costretti i Francesi a ritirarsi da Napoli, Ferdinando abbandonò la Sicilia per restituirsi nei suoi domini continentali.

Per la seconda volta nel 1806 il Borbone fuggito da Napoli ricoverò in Sicilia, ove i popoli, nuovamente accolte le antiche illusioni, credettero altra volta la loro indipendenza assicurata, estinta in Ferdinando ogni speranza di altro dominio. Ma qual fu la conquistata indipendenza? La Sicilia cadde sotto il giogo dell’Inghilterra.

L’Inghilterra interveniva nell’amministrazione, nelle leggi, nelle alleanze, nella politica della Sicilia, essa apriva le prigioni ai baroni suoi partigiani, perseguitava i democratici, infieriva contro i patriotti sospetti di simpatia per la Francia; reclamava con aperta violazione della legge, commissioni militari per giudicate gl’tncolpati politici, faceta sovente volte condannare Siciliani da giudici inglesi, obbligava il governo a confidare il comando delle truppe sicule ad un generale inglese, teneva guarnigione in tutte le fortezze dell’isola; contrariava la volontà del re, gl’impediva di governare, lo arrestava pare e cacciava la regina dal proprio regno, a suo piacere faceva aprire o chiudere il parlamento, nell’elezione dei deputati imponeva i candidati, nei governo i ministri, prendeva infine uomini e danaro per continuare una guerra piuttosto dannosa, che inutile pel Siciliani (5).

Dal che si raccoglie essere la Sicilia continuamente dal dominio straniero passata all’unione con Napoli: se nel XIV secolo ella parve per alcuni anni indipendente fu però il bersaglio dell’anarchia e della violenza feudale, se nel XIX secolo, ella credè acquisirne la sua indipendenza, perché il re, costretto dalla fotta, vi tenne il suo seggio, dovette però bentosto accorgersi della sua illusione, caduta essendo sotto il giogo dell'Inghilterra, che l’occupò militarmente, ed all’occupazione tennero dietro gl’infausti trattati del 1815.


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III

Questi ultimi avvenimenti aveano però stretto tra l’Inghilterra e la Sicilia tali relazioni politiche, che non potevano riuscir gradevoli né all’interesse né al genio della Francia.

Dal 1806 sino all# IA l'Inghilterra avea occupato militarmente la Sicilia, menlreché la Francia avea fatto non pochi tentativi onde impadronirsene e tenerla riunita a Napoli (6). L’Inghilterra avea spinto i Siciliani a darsi una novella costituzione, la quale fu in parte terminata sotto i suoi auspici (7), laddove la Francia avea spinto il re di 8iciiia a cacciarne gl’Inglesi e far con essa causa comune (8).

I Siciliani nella loro costituzione dei 1812 aveano posto, dovere godere per sempre della loro indipendenza, ed ove fosse il regno di Napoli riacquistato dal re Ferdinando, dovere egli col consenso del principe ereditario nominare un principe della sua famiglia per regnare sulla Sicilia indipendente. Questa disposizione era stata sanzionata dal re e reconosciuta dall’Inghilterra (9), doveché in contrario avea la Francia elevate prima Giuseppe e poscia Gioachino sul. trono delle due Sicilie (10). L’Inghilterra ara stata l’alleata della Storia, e perciò la Francia costei nemica (11).

Dopo la famosa capitolazione di Parigi (12) l’Inghilterra evacuando la Sicilia e millantando sacrifizi non mai patiti, ripeté ai Siciliani le promesse le più solenni di sincera amicizia, e loro dichiarò nessun cangiamento essere per apportarsi alle loro istituzioni, se non nel modo legale, cioè a dire colla volontà del parlamento (13) ma dal canto della Francia nessuno impegno fu assunto.

Pertanto potrebbe ben dirsi essere stato dovere dell'Inghilterra, che vittoriosa ai capitoli assisté di Vienna, ricordarsi le promesse fatte ai Siciliani, sostenere e proteggere l'interesse dei suoi alleati, ma nessun obbligo stringeva la Francia, che subiva la legge imposta dal vincitore, a venire in soccorso degli alleati dei suoi nemici, se quindi il trattato del 1815 riconobbe Ferdinando Borbone come re del regno delle due Sicilie (14) nulla è da imputarsi alla Francia, il sacrifizio della Sicilia fu consumato dalla politica inglese.

Ferdinando forte di questo trattato violò la costituzione siciliana del 1812, e calpestando tutte le sicule franchigie prese il titolo di Ferdinando I re del regno delle due Sicilie, e da principe assoluto governò la Sicilia quale provincia napolitana (15).

Or quale nazione doveva opporsi a si infame spergiuro, a si abbominevole violenza? La Francia, che non aveva alcun impegno contratto verso i Siciliani, o l’Inghilterra, che era stata loro larga di promesse? La Francia ricaduta in potere dei Borboni, 0 l’Inghilterra fatta più grande per la vittoria di Waterloo? Nessuno dubiterà, che l’obbligo n’era tutto dell’Inghilterra, la quale invece affrettossi a riconoscere il nuovo titolo di Ferdinando, e di alleata della Sicilia, l’amica divenne del Borbone, che i dritti dei Siciliani violava, onde la Sicilia abbandonata dall’Inghilterra testò riunita a Napoli (16).

IV

Dopo tante vicende, tanti sforzi, tanti disastri e tante esperienze senza alcun utile avrebbero i Siciliani dovuto abbandonare l’idea di far della a Sicilia uno stato, uno ed indipendente, avrebbero dovuto comprendere, che la Sicilia con una superficie ristretta, con una popolazione troppo limitata, non può giammai a sé stessa bastare, e posta nelle acque d’Italia non può sperar salute, che nel sistema italiano, tanto più che ai dì nostri non è dato viver vita propria se non alle grandi nazioni (17).

Sventuratamente i Siciliani nel 1848 incorsero nell’estremo medesimo dei loro antenati (18). Ma il partito, che governò la Sicilia durante la rivoluzione, e che stranamente voleva nel tempo medesimo là libertà e la monarchia, l'indipendenza dell'isola e la federazione italica (19), alla vista delle tremende sventure, onde geme la patria, anziché confessare le proprie colpe, scaglia le sue maledizioni contro la diplomazia francese ed inglese senza accorgersi, che accusando l'una in pari tempo che l'altra fa prova di poco senno, e va incontro alla più manifesta contraddizione, cbè a riguardo della Sicilia la politica della Francia dovea essere per necessità opposta alla politica dell'Inghilterra, siccome l'interesse dell'una opposto era all'interesse dell'altra.

Da lungo tempo l'Inghilterra regina dei mari vi cerca per ogni dove porti, ricoveri, stazioni; la Francia forte nel continente è interessata a preservarlo da ogni attacco marittimo.

L’Inghilterra onde conservare il suo impero delle Indie è costretta a contrabilanciare l’influenza russa in Grecia e 1’influenza francese a Costantinopoli, nonché impedire ogni invasione in Oriente (20); la Francia per conservare il suo rango eia sua possanza deve controbilanciare l'influenza dell'Austria in Italia, ed impedirle ogni ingrandimento (21).

Nel 1848-1849 adunque l’interesse della Francia non poteva essere che diverso da quello della Inghilterra rispetto alla Sicilia, che è l’isola la più importante, la più popolata e la più fertile del Mediterraneo, che provincia italiana può essere un baluardo d’Italia, e separata può divenire un punto minacciante per essa, come avvenne dal 1806 al 1815, che infine è il punto più strategico in tutti gli avvenimenti, che potessero accadere nel Mediterraneo e nell'oriente (22).

Da lunghi anni la Francia possiede l’Algeria, e l’Inghilterra possiede l’Indostan, immenso e pressoché eguale e il commercio delle due potenze, cui la libertà della navigazione nel Mediterraneo è indispensabile, frattanto se la Francia potesse acquistare Minorca è rendersi padrona di Portomaone di Tunisi o di Tripoli, il Mediterraneo diverrebbe un lago francese, e all’incontro se l'Inghilterra potesse acquistare la Sicilia, essendo signora di Gibilterra, dell'isole Ionie, e di Malta, lo diverrebbe ad un tratto del Mediterraneo (23).

La Francia può a giusto titolo vantarsi delle sue vinte battaglie, delle sue glorie, della sua bandiera, ché ha fatto il giro del mondo, ma se ella il profitto cercasse di tanti sacrifici, di tanto oro, di tanto sangue versato, la troverebbe avere in meno di un secolo molti ed importanti possessi perduto, laonde nel 1848, mentrechè nulla avesse ella a temere in ogni nuova lotta, interessata era a diffondere i suoi principi democratici, i quali, non propagati, avrebbero potuto anche presso lei restare spenti.

L’Inghilterra al contrario, senza le grandi vittorie e i sacrifizi immensi della Francia, ha talmente la sua potenza distesa sulle cinque parti del Mondo, che in ogni caso di guerra, avvegnaché provocata fosse dal dispotismo, o dalla libertà, dall’ambizione dei principi, o dalle esigenze dei popoli, la non avrebbe nulla a guadagnare si bene molto a perdere.

L’Inghilterra, che nel 1847, visto il consentimento dell'Austria, sua vecchia alleata, alla politica francese, avea cercato d'intorbidare l'Italia per rispondere ai matrimoni spagnuoli, e distrarne, o indebolirne le conseguenze, nel 1848, modificata la quistione spagnuola per la caduta della dinastia d'Orleans, era più di tutte le potenze d'Europa, interessata alla conservazione della pace. Ed atteso che gravi cause di guerre e di rivoluzioni, non ostenta si strombettate dappertutto assicurazione di pace, erano in ogni angolo di Europa permanenti, spiegava essa la più grande abilità ora nel moderare le ambizioni dei principi, ed ora nel soffocare ogni tentativo popolare.

Ma ciò non toglieva il timor della guerra, e comprendevasi, che se la scoppiata fosse, l’Italia e il Mediterraneo avrebbero dovuto esserne il principale teatro, stante che forza fosse, che nelle pianure d’Italia e sulle sponde del Reno le ambizioni dei principi s’infrangessero, ovvero la causa si decidesse tra il dispotismo e la libertà, e forza fosse, che nel Mediterraneo e sulle rive del Bosforo. si sciogliesse la grande quistione d’Oriente, ed il destino si segnasse dell’impero Ottomanno. E siccome questi avvenimenti, se non assai facili, possibili al certo erano, e quotidianamente minacciati, la politica della Francia verso la Sicilia doveva nel 1848 trovarsi in opposizione alla politica dell'Inghilterra.

Vero è che queste duo politiche non si sarebbero sviluppate ché il di, nel quale si fosse dato il segno della guerra, ma nel cammino di preparazione l’una non si sarebbe lasciata sorprendere dall’altra, facile è che queste due politiche avrebbero subito delle modificazioni, avvegnaché la Francia fosse discesa in campo come amica anziché come nemica dell’Inghilterra, ma in ogni caso l’una non si sarebbe lasciata sorpassare dall’altra, possibile è che queste due politiche avrebbero potuto essere differentemente condotte, secondo lo spirito degli uomini, che avessero governata la Francia e l'Inghilterra; ma impossibile sarebbe stato di accordarle.

Pertanto nel 1848, l’Inghilterra affaticavasi a ’ separare la Sicilia dall’Italia, unico mezzo onde ottenerne il dominio o il protettorato, laddove la Francia doveva fare tutti gli sforzi per tenerla legata alla madre patria (24), onde impedirei accrescimento delta potenza inglese nel Mediterraneo nonché l'indebolimento dell’Italia, e così l'Inghilterra impiegava la politica di separazione, doveché la Francia doveva impiegare quella di unione: lo scopo dell’Inghilterra era de lucro captando e lo scopo della Francia de damno evitando (25).

Ancorché si volesse metter da banda queste considerazioni, non sarebbe meno evidente, che nel 1848 un gran principio politico separava la Francia dall’Inghilterra, quella avea proclamato la repubblica, e questa più tenacemente attaccavasi alla monarchia, ogni popolo quindi, che proclamato avesse la repubblica, sarebbe entrato nel campo della politica francese, ed ogni popolo, che conservato avesse la monarchia, sostituendo pure al vecchio un novello signore, si sarebbe necessariamente legato alla politica inglese: assurdo dunque, strano ed ingiusto è dolersi ad un tempo dell’ima e dell’altra: uopo è investigare la politica seguita dalla Sicilia per giudicare verso quale potenza possano le sue doglianze esser fondate.


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V

Nel disegno immutabile di conservare là pace non men che i. suoi possessi e la preponderanza in Europa, l'Inghilterra fa tutti gli sforzi onde impedire una amicizia sincera tra la Francia e le potenze del Nord, non che la preponderanza della politica russa in Francia o della poetica francese in Russia, quindi allorché viene in sospetto che l’una politica possa dominare l’altra, ella va in soccorso della più debole, ed allorché teme, che le due politiche venissero in accordo, ella, onde romperlo, eccita dei torbidi popolari. La storia di più di mezzo secolo ne fa piena prova. Quindi nella politica inglese niente è assoluto, niente radicale; alleanze, protezioni, agitazioni, reazioni, tutto tende a mantenere un equilibrio, che si è preteso creare in forza di trattati.

A causa dei matrimoni spagnuoli, le voci di riforma levate in Italia e l’insurrezione di Reggio e di Messina nel 1847, andavano ai versi del gabinetto inglese, il quale nella mira di turbare l’Austria, senza però spingere troppo oltre le cose, inviava appositamente in Italia lord Minto, che ogni opera impiegava da una banda per insinuare ai principi delle riforme (26), che avessero sconcertato l'Austria, dall'altra per iscoraggiare i novatori, che con una rivoluzione radicale avessero potuto oltrepassare lo scopo dell'Inghilterra (27), laonde i costei consoli in grande riserva tenevansi (28).

L'insurrezione di Palermo venne la prima a sorpassare le mire dell’Inghilterra. Il 12 gennaio 184 la rivoluzione scoppiò in Sicilia all’ombra del vessillo dell'indipendenza siciliana e della costituzione del 1812; dopo le prime vittorie riportate dal popolo sull’armata borbonica, il comitato di Palermo scrisse a lord Napier (29) pregandolo d’interporsi per ottenere la mediazione dell'Inghilterra tra la Sicilia ed il re di Napoli.

Lord Napier non solo non degnossi rispondere a Quest’invito, ma lasciò in vigore presso il capitano Key ed il console inglese dimoranti in Palermo l'istruzione, loro antecedentemente data, di non accettare alcuna mediazione tra i Siciliani e l'armata di Napoli (30), né altrimenti fece lord Minto, che sebbene incaricato degli affari d’Italia ed istruito foste del procedere del comitato, volendo riuscire nel doppio suo scopo conservò da una banda perfetto attendo verso i Siciliani, e dall’altra limitassi ad insinuare al re di Napoli di accordar loro qualche concessione (31).

Ma contro le previsioni di lord Minto gli avvenimenti rapidamente si successero, i re di Napoli e di Sardegna accordarono la costituzione (32), quelli di Roma e di Toscana preparavasi, già a seguirne l’esempio, allora lord Minto ricordossj della Sicilia, e con dispaccio del 12 febbraro fece conoscere al comitato di Palermo avergli S. M. siciliana espresso il desiderio di assumere la mediazione (33), ed ove i Siciliani accettasserla, essere ei pronto a rendersi nell’isola. Il contatto non tardò un istante ad accogliere l'offerta, ed espresse al nobile lord il piacere di vederlo al più presto in Palermo (34).

Cosi i Siciliani pel loro programma rivoluzionario erano entrati nel campo delta politica inglese, e per la loro condotta escludevano la Francia d’intervenire in affari, che interessavano provincie italiane.

A nostro intendimento era questo un grandissimo e volgare errore (35), il quale dovrebbe intieramente mostrare quale spirito signoreggiasse i capi, che avean preso il potere in Sicilia, molto più che allora regnava in Francia Luigi Filippo, che avea meritato tutta la simpatia dei Siculi, allorché nel 1810-1814 sposando il partito dell’Inghilterra, era pronto a combattere contro la Francia (36), Luigi Filippo, che in gennaro 1848 alla nuova dell’insurrezione di Sicilia avea detto al marchese di Normanby, quella insurrezione essere giusta perciocché avessero i Borboni violato la costituzione ed abusato della forza (37), Luigi Filippo, il cui console in Messina, signor Maricourt, intervenne prima di tutti gli altri consoli onde far cessare il fuoco delle armi borboniche (38). Nello stesso errore però non cadde lo scaltro Ferdinando, che mettendo studiosamente a parte della negoziazione il ministro francese (39), apparecchiò conseguenze più funeste all’errore dei Siciliani.

Ma non ci occupiamo lungamente della politica dai Siciliani tenuta verso la Francia monarchica, ed esaminiamo il loro contegno verso la Francia repubblicana, verso la Francia in rivoluzione come la Sicilia.

Dopo il dispaccio del 12 febbrajo, lord Minto volendo temporeggiare, onde senza compromettersi trarre vantaggio degli eventi, non si rendè mioa a Palermo (40). La rivoluzione di Parigi fu quella, che determinollo a sollecitare qualche concessione presso il re di Napoli (*).

Il 6 marzo Ferdinando pubblicò quattro decreti in forza dei quali convocava il parlamento siciliano a Palermo per il giorno designato, e secondo tutte le forme adottate dal comitato di Sicilia nell’atto di convocazione del 24 febbraio, e nello scopo medesimo di adattare ai tempi la costituzione del 1812 (41), riconosceva l’indipendenza amministrativa della Sicilia, e le prometteva un luogotenente generale, dei ministri. di grazia e giustizia, degli affari ecclesiastici, degli affari interni e delle finanze, ed un ministro di stato da risedere presso lui pegli affari dell’isola.

Il 10 marzo lord Minto arrivò a Palermo, e ad una deputazione di Siciliani venutagli incontro, quale incaricata del negoziato, consegnò i decreti del 6 marzo, ma se fino al mese di febbrajo avea egli desiderato la pace mediante qualche concessione, che sarebbe bastata al suo disegno, dopo il 24 febbrajo la sua politica era mutata. La caduta della casa d’Orleans area estinto è vero la quistione dei matrimoni spagnuoli, ma la proclamazione della repubblica in Francia pareva gravida di avvenimenti, laonde attaccando egli più d’importanza alla vita politica della Sicilia, da una banda insinuò ai Siciliani 1 decreti del 6 marzo rifiutassero (42); dall’altra loro dichiarò dovere il comitato di Palermo, fra 48 ore al più tardi, accettare come base della negoziazione ii mantenimento della corona di Sicilia sul capo di Ferdinando, salvo a formulare, il meglio che credesse, tutte le condizioni giudicate necessarie alla conservazione dell’indipendenza siciliana (43).

Ed ecco altra Volta in campò le illusioni, che per tanti secoli avevano sedotto e ingannato i Siciliani, più biasimevoli ancora oggidì, riconosciuto essendo, che se l’indipendenza di uno stato di due milioni d’uomini è una chimera (44), l’indipendenza della Sicilia con un re, che dovesse governarla da Madrid, da Vienna, da Torino, da Napoli non potrebbe estere che un delirio, una follia.

Pertanto se è vero, che i decreti dei 6 marzo non garantivano abbastanza l’indipendenza della Sicilia, vero è altresì, che nessun patto poteva donarne guanto senza distruggere la base della negoziazione (45), essendo naturalmente impossibile l’indipendenza di uno stato, il cui re possegga altri stati più grandi, ove sia obbligato di risedere; sorprendente era poi sopra ogni cosa, che l’amicizia, la simpatia e la generosità della Gran Brettagna non accordasse ai Siciliani che sole 48 ore per rispondere ad una proposta sì grave, e risolvere una quistione non che difficile della più alta importanza (46).

Ma il comitato generale non se ne inquietò affatto, e senza consultare lo spiri lo pubblico del paese, senza informarne i rappresentanti della repubblica francese, e senza tener conto del parlamento, che di già convocato, dovea riunirsi il 25 marzo, affrettossi in men di 24 ore (47) a soddisfare le esigenze dell’Inghilterra.

Il 12 marzo la deputazione siciliana presentò a lord Minto l’accettazione della base proposta e le condizioni, nelle quali il comitato generale principalmente chiedeva, che l’autorità del Viceré in Sicilia irrevocabilmente comprendesse un assoluto alterego con tutti i dritti, che la costituzione del 1812 accordava al potere esecutivo, il re consegnasse alla Sicilia la quarta parte della flotta, delle armi e dei materiali da guerra, il tesoro napolitano pagasse i danni fatti nel portofranco di Messina, presso il Viceré risedessero non solo i ministri alla Sicilia concessi col decreto del 6 marzo, ma eziandio quelli di guerra, di marina, degli affari stranieri, senza che riconosciuto fosse alcun ministro degli affari siciliani presso il re residente in Napoli, avesse la Sicilia il dritto di farsi rappresentare nella lega commerciale o politica d’Italia come stato uno ed indipendente, e da un personaggio nominato dal viceré (48).

Non è di questa opera siffatte pretenzioni discutere (49), ma viene in concio di dire, che universale fu la sorpresa nell’udire, che il nobile lord non solo le approvava e le accettava, ma prometteva eziandio di appoggiarle presso il re di Napoli (50); onde comunemente giudicossi essersi la forza del re troppo indebolita, ed essere intenzione del mediatore far mostra di rendergli servizio e spogliarlo, sia facendogli quelle condizioni accettare, sia profittando del di lui rifiuto per volgere la Sicilia a seconda degli interessi inglesi. Se questa congettura fondata fosse, o erronea potrà il lettore giudicarlo dal complesso dei fatti, il vero è che la protezione dell’Inghilterra non valse ad indurre il re ad accettare le siciliane condizioni, che furono apertamente respinte.

Frattanto il fuoco rivoluzionario divampava in Alemagna, l’insurrezione era trionfante a Milano e a Venezia, l’armata piemontese marciava per l’affrancamento d’Italia, la Francia mostrava di volervi intervenire, e faceva insinuare al governo siciliano di proclamare la repubblica (51). Così il principio politico dell'Inghilterra era compromesso, la guerra accesa: allora il gabinetto di S. Giacomo volendo prevenire la repubblica francese, e rapirle il primo trionfo, spinse il ministero siciliano a dichiarare la decadenza della dinastia dei Borboni dal trono di Sicilia, e conservare in pari tempo la forma monarchica del governo (52).

Niente poteva essere più assurdo di questo atto, eccetto l’assicurazione, che esso dava all’Inghilterra dell’attaccamento dei Siciliani per la monarchia, tornava loro del resto sotto tutti i riguardi dannosissimo, imperocché spingeva la guerra tra Napoli e Sicilia in un momento, in che questa non avea né un soldato, né un fucile, né un cartoccio, troncava definitivamente ogni negoziazione tra la Sicilia e Ferdinando senza potere offrire alle potenze d’Europa un fatto compiuto, lasciava infine la Sicilia al di dentro incerta, vacillante, e sotto un governo provvisorio, ed al di fuori debole isolata ed insufficiente a farsi riconoscere, ed ammettere nella dieta, o nella confederazione italiana, ove doveano intervenire il papa, Carlo Alberto, il re di Napoli, il granduca di Toscana (53).

Ciò non ostante gli uomini del potere, ogni considerazione sprezzando, e ciecamente ubbidendo ai consigli della Gran Brettagna, affrettaronsi a soddisfarla, onde nel 15 aprile il parlamento siciliano dichiarò la dinastia borbonica decaduta per sempre dal trono di Sicilia, adottò la forma monarchica nel governo, e riserbossi di chiamare sul trono un principe italiano dopo avere terminata la costituzione (54).

L’Inghilterra, che si cospicua deferenza avea ottenuto sarebbe stata nel dovere di sostenere il decreto del 15 aprile, molto più che i suoi precedenti, la sua condotta, il suo onore, il suo interesse richiedevanlo (55), ma quale atto, quale principio, quale interesse vi obbligava la Francia? La Francia, che rivoluzionaria e repubblicana non era stata né richiesta, né consultata! la Francia, di cui quel decreto vulnerava ad un tempo l’interesse colla separazione di Sicilia dall’Italia, il principio politico colla proclamazione della monarchia, la sua influenza infine col far tutto risolvere, tutto decidere, lutto eseguire senza i suoi consigli, o contro essi!

E se oltre ciò considerar si volesse, che la Francia invece di costringere i Siciliani a restare uniti all’Italia, contentossi, onde controbilanciare l’influenza della Gran Brettagna, ed impedire il costei protettorato nell’isola, d’insinuar loro, offrendo all’uopo il suo appoggio (56), la proclamazione della repubblica, non si potrebbe senza meraviglia ed indignazione, sentire accusare là Francia di perfidia da coloro medesimi, che ne hanno i migliori consigli disprezzato.

Si è detto, che la grande missione della repubblica francese era la liberazione dei popoli oppressi, il francamente delle nazionalità violate, la propaganda della repubblica democratica, della libertà, dell’eguaglianza, e della fratellanza, si è detto eziandio, che il governo francese fu impari a sì onorevole missione; senza fermarci su tali opinioni ci limitiamo a posacele seguenti questioni coloro che vollero in Sicilia la monarchia, le due camere (57), i pari a vita (58), il suffragio ristretto (59), la minoranza numerica riconosciuta maggioranza legale (60), e per soprappiù la protezione inglese, possono eglino dolersi, che la Francia non abbia imposto alla Sicilia la repubblica, il suffragio universale, l’unità dell’assemblea legislativa, etc. etc.? Se eglino non vollero, che la Francia a compimento della sua missione avesse imposto il suo principio politico, come, possono osare di pretendere, che la Francia, la quale avea cacciate il suo re, fosse divenuta il sostegno di un nuovo principe in Sicilia e l’istrumento di una istituzione, che ella avea distrutto?

Non volendo il governo francese compiere la sua missione, e domare lo spirito fazioso del gabinetto di Palermo, non poteva che tenersi straniero all’opera dei Siciliani, ed abbandonare i medesimi ai loro destino, quest’era la più generosa condotta, che avesse egli potuto adottare verso loro, i quali ad ogni costo volevano la monarchia e l’indipendenza: tuttavolta è forza dirlo il governo francese non si distolse dal ben fare, non ostante la sconoscenza dei ministri siciliani, ed aiutò la Sicilia più che nol fece la superba Albione.

VI

Cinque mesi erano già trascorsi dachè la rivoluzione avea trionfato in Sicilia, ed ancora non solo il popolo non era armato, ma né un sol fucile avessi né un sol cartoccio. Sin dal cominciamento di febbrajo il comitato generale avea incaricato il suo presidente, onde acquistare armi e munizioni da guerra presso lo straniero; ed il presidente ed il suo partito, all’Inghilterra devoti, ripetevano ogni dì avere già inviato delle persone a Londra e a Malta, e spedito il denaro per l’acquisto delle armi (61).

Il 25 marzo il presidente del comitato generale nel suo discorso per l’apertura del parlamento disse. «Il comitato infine non ha trascurato un bisogno principalissimo, che preoccupava a ragione le menti del pubblico. Sarà fornito quanto prima un numero sufficiente di fucili per la guardia nazionale e per l’esercito; e il comitato spera, che questa assicurazione basti, senz’altra spiegazione, che sarebbe molto inopportuna nelle circostanze attuali (62).»

Ciò non ostante il governo, che erasi cotanto affrettato a far pronunziare il decreto del 15 aprile, non aveva potuto ottenere un fucile dall’Inghilterra, quantunque ne avesse anticipatamente spedito il prezzo. IH 6 il ministero interpellato aUa camera dei comuni intorno alle armi, rispose, non potere palesare tutte le sue operazioni, potere bensì assicurare, che le armi sarebbero arrivate in Palermo fra 15 giorni (63).

Ma i 15 giorni trascorsero senzaché le armi giungessero. L’Inghilterra obbedita sempre dal governo siciliano non aveva armi per la difesa della Sicilia! Si è da taluni pensato, che per impedire la proclamazione della repubblica, imporre un governo aristocratico, un monarca ed il protettorato inglese, i gabinetti di Londra e di Palermo avessero a buon concio fermato il partito di tenere disarmato il popolo siciliano. Noi non possiamo corroborare questa, opinione, ma nessuno potrà negare, che i Siciliani non aveano potuto ottenere un sol fucile in Inghilterra, cosicché nel mese di maggio l’opposizione parlamentare divenuta violenta pel difetto delle armi (64) ed il clamore pubblico minacciante, il governo si vide costretto a dichiarare in un manifesto, che, secondo alcuni giornali, spingeva alla guerra civile, e violava la costituzione (65), non aversi potuto armi procurare.

Frattanto sospinto dalla pubblica agitazione, e vinte le proprie ripugnanze, il governo siciliano spedi alfine suoi messi in Francia per l'acquisto di armi e di munizioni da guerra, e fu allora solamente che fra 15 giorni (66), le armi ottenne, ed ebbe la fortuna di presentarsi alfa camera dei comuni per annunziarvi, che il governo francese erasi affrettato a soddisfare le domande dei Siciliani, e che di. già il vapore Palermo era ritornato dà Marsiglia con fucili, cannoni e polvere (67). Cori le prime armi ottenute dalla Sicilia furono armi francesi (68).

Se egli è sorprendente vedere il governo siciliano, andato sempre ai versi dell’Inghilterra vulnerando l’interesse della Francia, nell’impossibilità di ottenere, lungo il periodo di cinque mesi, un sol fucile dalla prima, ed avere all’incontro in 15 giorni a sua disposizione tutti gli arsenali della seconda, meraviglioso è vedere il governo francese far sacrifizio dei suoi desideri, e della sua propaganda e provvedere, meglio che nol facesse il gabinetto di Palermo, alla difesa della Sicilia, fornendola di armi per farla vivere di vita propria, bilanciare l’influenza dell’Inghilterra e impedire il costei protettorato (69). Chi mai a vista di fatti si eloquenti potrebbe non riconoscere, che la Francia fece alla Sicilia un bene, che non volle e che dovea farle l’Inghilterra?

Dopoché tanta amichevole dimostrazione erasi fatta dal governo francese alla Sicilia, dopoché Lamartine capo di quel governo, avea dichiarato voler la Francia l’affrancamento d’Italia, dopoché l’armata francese mostravasi pronta a valicare le Alpi al primo appello degl’italiani (70), quale fu la politica adottata dal governo di Sicilia verso la Francia? Egli ingannò l’inviato francese.


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VII

La marcia di Carlo Alberto, la politica del gabinetto piemontese, lo spirito della Francia, il proclama di Lamartine non sapevano allatto grado all’Inghilterra, che non voleva mica né la repubblica, né la forza, né la nazionalità d’Italia, laonde si accinse ella ad ottenere dei vantaggi in Sicilia, spingendo in tutti i modi il governo ad eliggere il re, e decretare la corona al duca di Genova. La Francia contentandosi, come abbiam detto, di controbilanciare l’influenza inglese, e fidando nella riconoscenza, che di santa ragione il governo siciliano doveale, sperò fargli in si grave circostanza, accettare un suo consiglio, che d’altronde era il migliore.

Il signor Baudin, figlio dell’ammiraglio, quale agente francese facendo osservare al gabinetto di Palermo, non potere l’elezione del duca di Genova né riuscire, né essere utile, gli propose, come consiglio del suo governo, di eleggere il figlio del gran duca di Toscana (71).

Non tocca a noi esaminare se la missione del governo francese rimanesse veramente adempiuta colla proposta di re ai popoli insorti, a noi appartiene soltanto giudicare quale tra il consiglio della Gran Brettagna e quello della Francia, tra il candidato dell’una e il candidato dell’altra fosse stato migliore, ed avesse meritato di essere accolto nell’interesse non solo della Sicilia, ma dell’Italia tutta intiera; ed a nostro avviso lo stare in forse era delitto, tanto evidente ci sembra essere la preferenza dovuta al consiglio e al candidato della Francia.

Ed in vero Carlo Alberto ed i suoi figli impegnati di già trovavansi nella guerra d’Italia, e non indifferente ricompensa né riportavano mercé l’unione dello stato Lombardo-Veneto col Piemonte, nessuno interesse però vi attirava il granduca di Toscana, e frattanto onde assicurare la nazionalità e l’indipendenza d'Italia, grave era sola lotta ed inevitabile; l'accettazione del candidato della Francia da parte dei Siciliani avrebbe potuto spingervi il granduca, e riunire le costui forze a quelle di Carlo Alberto per combattere contro l’Austria.

Oltracciò era facile il comprendere, che il consiglio del gabinetto di Parigi doveva e poteva attuarsi, laddove il consiglio del gabinetto di' Londra non poteva che accrescere gl’imbarazzi della corte di Torino, e precipitare la Sicilia nell’incertezza, e dall’incertezza nell’abisso.

Il granduca di Toscana avea altamente manifestato esser pronto ad accettare per suo figlio il trono di Sicilia (72), potrebbe anzi dirsi, che egli l’ambiva, giacché a quest’unico oggetto teneva un agente officioso in Palermo (73), doveché Carlo Alberto ed il duca di Genova non erano stati consultati, e l’elezione di quest’ultimo doveva sollevare le più gravi quistioni politiche.

L’accettazione del duca di Genova era essa compatibile colla politica spiegata dal governo di Sardegna? Chi proclamava, appello dell’Austria inermi, il regno dell’Alta-Italia, poteva egli consentire alla divisione del regno delle due Sicilie, e cimentarsi in una altra lotta col re di Napoli?

Se il governo siciliano avesse un solo istante posto mente a tali questioni, e scandagliato no avesse la profondità, non avrebbe al certo esitato ad accogliere l’avviso della Francia, ma superbo della millantata indipendenza, laddove non potea vivere che vita soggetta e dimessa, non diessi alcuna pena a ponderare i suoi atti, e prevenirne le difficoltà, sommesso e devoto al gabinetto inglese, confidò al costui egoismo lo scioglimento d’ogni questione, e forse ancora nelle armi dell'Inghilterra la vittoria d’ogni ostacolo; ignaro delle passate vicende, non sospettò la politica inglese, ed orgoglioso non men che abbagliato dalla protezione della Gran Brettagna determinossi a respingere le proposte della Francia.

Tuttavia non avendo egli petto per manifestare francamente il partito già preso, rispose al signor Baudin, essere il figlio del granduca minore e non volersi reggenza in Sicilia (74).

Così la Sicilia non consultata, non informata né dei desideri della Francia, né dei maneggi del granduca di Toscana, non istruita né delle difficoltà, cui andava incontro l’elezione del duca di Genova, né dell’utilità, che offriva l’elezione del figlio del gran duca, tuttoché minore, e tenuta ogni dì più che l’altro nelle tenebre e nell’ignoranza, era invocata per coprire il fermato proposito del suo governo.

Queste riflessioni sfuggire non potevano alla penetrazione dell’agente francese, ed il governo siciliano ben comprendendolo soggiunse: — «Non aversi però difficoltà alcuna ad eligere lo stesso granduca, quante le volte ei consentisse ad accettare la siciliana corona, lasciando suo figlio colla reggenza in Toscana (75).»

Mercé questa dichiarazione, che tante e tante difficoltà complicava, il governo siciliano sperò da un canto dar credito alle sue assicurazioni sulla volontà del paese, e dall’altro sbrigarsi delle insistenze del signor Baudin, ma costui anziché indietreggiare avanti la strana offerta, spedì nella sera medesima del 7 luglio e sopra un battello Detto dispaccio del 7 luglio 1848.

francese l’agente officioso della corte di Toscana, onde consultare il granduca sulla proposta del governo siciliano (76). Questo inatteso portamento fece girar la lesta ai siculi rettori, i quali volendo contentar l'Inghilterra (77), e temendo la risposta del granduca, presero il partito di non attender la risposta e servir l'Inghilterra accelerando in ogni guisa l’elezione del re.

Impossibile è adeguar con parole lo spettacolo, che in tal congiuntura fu dato in onore dell’Inghilterra, di quella Inghilterra, che avea sì vittoriosamente protetto la Sicilia nel 18141816! Sì validamente i dritti di lei sostenuto nel 1821 (78)! e che dovea, come per lo passato, incrociarsi le braccia sul petto nel venturo settembre 1848 (79), e nell’aprile 1849 (80), per contemplare tranquillamente le più miserande catastrofi! facea mestieri, che l’Europa intiera avesse potuto assistervi.

Il 10 luglio il parlamento siciliano ignaro della situazione politica d’Italia, delle intenzioni della Francia, delle opere di Baudin, dei maneggi del gran-duca, legato nella maggior parte al ministero mercé i mezzi e le arti solite dei governi, desideroso di pace, vago di costituzione all'inglese, per l'immensa caterva dei baroni e dei prelati, che sedeanvi, colpa la costituzione del 1812, illuso dal vanto della protezione della Gran-Brettagna, assembrossi per soddisfare il desiderio del governo. In mezzo al silenzio, che imposto veniva a coloro, che non parteggiavano pel gabinetto, una difficoltà sorse spontanea contro l’immediata elezione del re. Il decreto del 15 aprile prescriveva: «La Sicilia chiamerà sul suo trono un principe italiano dopo aver riformato la sua costituzione.» Frattanto di una costituzione, che si compose di 100 articoli, la camera dei comuni non ne avea votato che trenta (81), e quindi la camera dei pari non aveaue ancora avuto alcuna comunicazione.

Ma la fretta tolse la ragione: alla camera dei comuni un sapiente avvocato disse: — «Oggi bisogna eleggere il re, non ci restano che pochi articoli da votare, saranno esauriti in pochi (82) minuti.» Nella camera dei pari cose accaddero più singolari; i principi, i duchi, i baroni, i vescovi, gli abati pretesero: — «Che il decreto del 15 aprile non impediva, che si passasse all’eiezione del re prima che fosse compiuto lo statuto, mentre in quel decreto parlavasi di chiamare il re, ed in quel giorno non si voleva che nominarlo (83)!»

Questa sorprendente interpetrazione spinse gli illustri pari a far mostra di brillante spirito. Un prete interpetrando il decreto, come avea forse interpetrato l’evangelio, soggiunse. «Questa camera deliberando sull’elezione del re no non lo elegge. L’elezione non si consuma da una sola camera, ma dal parlamento, e quindi questa camera ora non farebbe altro che pronunziare e deliberare l’iniziativa (84). —Le camere, continuò un sapiente giureconsulto, sono pronte, lo statuto deve considerarsi come finito, mentre la camera dei comuni l’ha finito, la camera dei pari questa sera lo finirà, non resteranno che pochi articoli da rimettersi a ciò che ne penserà un comitato misto. Quindi da questo canto la camera è in sua facoltà di venire all’eiezione del re. Io rassegno alla camera, che è nella sua facoltà di considerare lo statuto come finito, e che può manifestamente passare alla scelta di questo sovrano, aggiungendo che debba farsi col consenso dell’una e dell’altra camera, mentre la urgenza e le circostanze del momento permetterebbero, che si derogasse una legge per venire alla scelta del re. (*

A così sconvenevoli e vergognosi trasporti una sola voce indegnata levossi, la fu la voce del signor Leila, pari elettivo di Messina. «Io protesto, esclamò egli, che mai non firmerò la elezione del re, se lo statuto non sarà intìeramente compito d’accordo coll’una e l’altra camera, non mi si dica fingeremo, che lo statuto fosse già fatto; in tutto ciò, su cui devono riposare gl’interessi della Sicilia, le figure non valgono, quel che si fa, debb’esser legale, debb’esser fatto in faccia a tutto il mondo. Leviamo piuttosto, signori, se l’interesse della nazione lo chiede, leviamo gl’interessi, se pure se ne possono supporre, gl’interessi particolari, gl’intenessi di paria (85). — Tuttoché a queste parole levate si fossero voci di disapprovazione, l’oratore continuò: «Si, tutti gl’interessi particolari debbono cedere in faccia a quello della nazione.»—Nuove voci d’ira e di sdegno coprirono le parole del pari, che non ostante tornò più forte all’attacco, dicendo «Da uomo libero che non ascolta se non la sua coscienza io sostengo...» — Ei bisognava a qualunque costo impedire questo demagogo di spiegare, non potersi eleggere il re primaché terminata fosse la costituzione, doversi l’interesse privato, che animava i pari, all'interesse pubblico posporre, laonde da ludi i lati gridoni la censura la censura. «Mille voti di censura, rispose allora il Leila, ma ascoltate prima la voce della verità...» Andare più oltre fu impossibile, i pari fecero un tumulto, il presidente tolse al signor Leila la parola, e il volo di censura fu pronunziato (86).

Nessuno di tanto spettacolo stupisca, ancora il fatai dramma non è che alla prima scena. La camera dei comuni nell’ansia di accelerare il momento felice di darsi un padrone, prese la singolare risoluzione d’inviare alla camera dei pari due soli capitoli della costituzione (87) La camera dei pari accolse con frenetici applausi questo incredibile procedere, ed incominciò la lettura dei detti capitoli.

Ciò non ostante, chi il crederia! gli uomini del governo non erano pienamente soddisfatti, forse loro sembrava essere sorpresi dalla risposta del gran duca, ed inseguiti colla spada alle reni dal signor Baudin, e nella mira di sottrarsi all’una e all’altra, corsero al parlamento, onde maggiormente eccitare il magno entusiasmo: il presidente del governo non si fece scrupolo di rendersi alla camera dei comuni, e prendendo posto accanto al presidente invigilarne le deliberazioni (88).

Il ministro degli affari stranieri presentossi alla camera dei pari dicendo: «Deggio annunziare alla camera, che nuove comunicazioni dei nostri commissari ci confermano ciò, di che prima eravamo in chiaro, l’Inghilterra e la Francia ci riconosceranno subito che il parlamento fosse passato all’elezione del re.

«È inutile richiamare alla conoscenza della camera gl’interessi della Sicilia ed il voto dell’intiera isola pella elezione del re, la camera è tanto informata, che non ha bisogno di nessuna spinta, quindi penserà da sé all’elezione del re con quella prestezza, che richiedono la politica attuale e le circostanze del momento (89).

Ogni uomo saprà giudicare se la condotta dei prendente del governo fu legale (90), se l’asserto del ministro degli affari stranieri fu vero, o meno possibile (91), se la situazione politica e le circostanze del momento furon tali da non potere differire di un sol giorno l’elezione del re; a noi tocca solo il dire, che ad li ore e mezzo le due camere aveano votato i cento articoli della costituzione, ed il comitato misto avea definitivamente pronunziato sulle divergenze delle due camere; ma tutto non era ancor fatto: ché uopo era compilare ed approvare i processi verbali delle camere e del comitato misto, uopo era 400 persone tra pari e deputati la costituzione firmassero, uopo era pubblicarla, e su tal materia nulla potevasi fingere, niente supporre, era inevitabile, che qualche tempo trascorresse; ma gridossi d’ogni parte, il re il re, il duca di Genova il duca di Genova, la guardia nazionale, al governo devota, eroicamente questi gridi appoggiò (92), laonde senza redigere i processi verbali, senza firmare la costituzione, senza pubblicarla, a mezza notte il duca di Genova fu eletto re dei Siciliani.

Così a dispetto della Francia, del signor, Baudin, del granduca di Toscana; si fece tutto piegare davanti la volontà dell’Inghilterra: e i fautori di quest’opera si rilevante osano oggi porre cagione alla Francia!

Frattanto nell’ora medesima; nel medesima istante, in che il governo siciliano trionfava della vittorie nel parlamento riportate, un vapore napolitano all’ombra della bandiera inglese facea prigionieri nelle acque di Corfù 700 valorosi Siciliani, prima sospinti e poscia abbandonati dal gabinetto di Palermo sulle prode delle Calabrie (93)!

Tanta fretta per eleggere il re, tanto obblio pei cittadini e pei liberali!

VIII

La Farina uno dei ministri di guerra in Sicilia ha scritto (94). — «Che il gabinetto francese sollecitò il duca di Genova a rifiutare la corona di Sicilia, mentreché il gabinetto inglese sollecitavalo ad accettarla.»

Ancorché l’asserzione del La Farina vera fosse, noi, attesi i fatti già esposti, nulla troveremmo a rimprovarare al governo francese, ma con nostro rincrescimento dobbiam dire, che l’asserzione, di che è parola, mancando d’ogni elemento di prova, era debito di La Farina dimostrare, che nell’interesse della casa di Savoja e dell’Italia l’accettazione sarebbe stata possibile, convenevole, utile.

E se all’incontro, nel difetto assoluto di queste dimostrazioni, costante è, che il duca di Genova sotto gli ordini di suo padre combattendo per la formazione del regno dell’Italia settentrionale, non avrebbe potuto consentire allo smembramento dell’Italia meridionale, senza indebolire le forze di Carlo Alberto, ed accrescere quelle dell’Austria nemica d’Italia: se costante è, che quest’accettazione incompatibile colle vedute di Cariò Alberto (95), mai non entrò nella mente né del ministero Pareto, che comunicò il rifiuto del duca di Genova (96), e idee ben più grandi nutriva sul destino d’Italia, né del ministero Pinelli, che restrinse sempre la sua politica negli antichi limiti del regno di Sardegna (97), né del ministero democratico, che nettamente respinsela (98), né del ministro Gioberti, che combattè sino alle estreme ore di sua vita la separazione della Sicilia da Napoli (99).

Se costante è, che i Napolitani non volevano la separazione assoluta della Sicilia, che il Piemonte, la Lombardia e la Venezia, intenti ad unirsi in unico stato, non potevano consentirvi, che Roma e Toscana in vista della formazione del regno dell’alta Italia anziché approvarla, temerla doveano (100).

Se costante è, che in Italia il partito unitario, il partito, che accettava la federazione come un primo passo, verso l’unità nazionale, non men che il partito repubblicano i decreti di Sicilia combattevano (101).

Se costante è, che gli uomini in quel momento più influenti in Italia, Balbo (102), Mazzini (103), Guerrazzi (104), Gioberti (105), Sterbini (106), d’Azeglio (107), Valerio (108), aveano disapprovato la separazione della Sicilia da Napoli.

Se costante è, che né Carlo Alberto, dò il dosa di Genova, né la corta, né il gabinetto di Torino fece alcuna dimostrazione lusinghiera alla deputazione siciliana (109),, che nessuno ebbe premura di riceverla, che senza neppure vederla il duca di Genova firmò il rifiuto il 5 agosto (110).

Se infine costante è, che il duca di Genova non accettò la corona di Sicilia, perché non poteva e non doveva accettarla nell'interesse della sua essa è dell’Italia tutta intiera, di qual peso può essere l’imputazione, che il La Farina ha dato alla Francia? Ma affrettiamoci a ricordare alcune circostanze, onde questa imputazione debbe rimanere intieramente distrutta. Eletto il re dal parlamento siciliano, una deputazione, che avesse dovuto offrirgli la corona, fu dal governo nominata, il mezzo però mancava, ond’ella potesse rendersi in Piemonte, che il re di Napoli spedilo avea i suoi legni per arrestarla in alto mare, l’opera quindi con tanta precipitanza terminata sarebbe tornala in riso, se il governo francese non fosse venuto in soccorso dei ministri siciliani, ed egli da un nuovo ridicolo sai volli, mettendo a loro disposizione il vapore da guerra il Descartes. La deputazione parti il 21 luglio da Palermo, ai primi albori del 22 i legni del re di Napoli colsero per la via il vapore francese, e la deputazione non fu salva se non mercé la bandiera della Francia (111). Il 25 luglio la deputazione sbarcò a Genova, ed il legno francese inalberando la bandiera siciliana salutolla con 15 colpi di cannone (112).

Dopo questi fatti non è dato ad alcuno non che il dire, nemmanco il sospettare, che il governo francese avesse voluto spingere il rifiuto del duca di Genova, imperocché se egli lo avesse desideralo non avrebbe facilitato l’imbarco della deputazione, se egli avesse voluto fare delle segrete insinuazioni contro l’accettazione, non avrebbe fatto delle pubbliche dimostrazioni in favore della medesima, se avesse voluto in segreto appoggiare la protesta del re di Napoli, non gli avrebbe pubblicamente fatto una manifestazione ostile assicurando il tragitto della deputazione sino a Genova.

Penetrati come siamo, che la Francia nulla fece per dissuadere il duca di Genova dall’accettazione, conveniamo non avere la medesima alcuna opera impiegato per determinarvelo, né, secondo noi, poteva ella fare altrimenti senza correre il rischio di smentire il principio politico della sua esistenza, e condannare il 24 febbrajo: noi siamo convinti, che l’unico servizio, che potevasi da lei rendere, e che fu reso alla Sicilia, era lo starsi silenziosa e cortese. — Ma l’Inghilterra soddisfatta nei suoi interessi, nei suoi principi, nei suoi desideri, che fece ella onde persuadere il duca di Genova ad accettare la corona di Sicilia? Ella smentì in Piemonte la politica, che avea fatto trionfare in Sicilia.

Il 20 luglio una protesta del re di Napoli contro l’elezione del duca di Genova fu dal conte Lodolf ministro di Napoli, comunicata al marchese Pareto ministro sardo, il quale nello stesso giorno ne rimise copia a lord Abercromby, ministro inglese, pregandolo in pari tempo volergli dare il suo parere ed il suo consiglio (113), e costui l’indimani rispose, — «che in una quistione, la cui soluzione doveva essere secondo la convenienza e i soli interessi, ma ben calcolati del governo di Sardegna, ei non avrebbe giammai dato alcun parere, potere solamente assicurare la riconoscenza dell’Inghilterra tostoché il duca di Genova avesse accettato la corona, e fosse in possesso del trono di Sicilia (114).»

Questa risposta conteneva semplicemente il rifiuto di dare il suo avviso sulla quistione, ò piuttosto il parere di rifiutare la corona (115)? In qualunque modo si volesse a questa dimanda rispondere, certo sempre sarebbe, che l’Inghilterra dopo di avere consigliato l’elezione del duca di Genova, da costui consultata sulla convenienza dell’accettazione rifiutossi di dire ciò, che l’onor suo richiedea per il compimento dell’opera ai Siciliani insinuata, doveché la Francia intieramente obliata non fece che tacersi.


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IX

Due difficoltà sorgono spontanee dai fatti esposti: l’Inghilterra che, come abbiamo detto, desiderando la separazione della Sicilia da Napoli, avea fatto dichiarare decaduta la dinastia borbonica, perché fece ella decretare la corona di Sicilia al duca di Genova, la cui accettazione, se non assolutamente impossibile, doveva al certo immense difficoltà incontrare? Perché avendo sino al 10 luglio consigliato l’elezione del duca di Genova, rifiutossi il 22 di consigliare a cosini l’accettazione?

Noi non siamo in alcun conto sorpresi delle apparenti contraddizioni, di che la politica inglese molti esempi fornisce. Ancorché le contraddizioni inesplicabili rimanessero, inconcepibile lo scopo, impenetrabile il mistero, i fatti non sarebbero men veri, e sebbene insufficienti a mostrare il fondo della politica del gabinetto di Londra, basterebbero però a farne comprendere tutto la furberia.

Se nel recinto medesimo del portamento brittannico non di raro la condotta politica del governo inesplicabile trovasi dagli stessi rappresentanti della nazione (116), qual meraviglia se dessa inesplicabile del pari fosse oggi per noi! Ciò non ostante noi tenteremo di rischiararla col soccorso, che ci appresta l’esperienza fornitaci dagli avvenimenti del 1811-1816.

Dal 1798 sino al 1810 re Ferdinando due volte da Napoli espulso rifuggiò., mercé la protezione degli Inglesi, in Sicilia, ove la costituzione del regno fu da lui violata, nuove tasse imposte, tribunali eccezionali creati, le prigioni riempite di patriotti, la crudeltà e la perfidia spietatamente impiegate nel sistema di persecuzione, molli cittadini in Messina e Catania fatti torturare e condannare a morte, o alle galere (117), e l’Inghilterra, che militarmente la Sicilia occupava, senza affetto commoversene lasciò consumare in piena libertà tanti atti di dispotismo e di tirannia sol perché il Borbone, in Sicilia regnante, suo alleato fosse e nemico della Francia (118),

Ma nel 1811 essendo l’influenza francese penetrata in Sicilia, e questa sul punto di scappare dalle mani degl’Inglesi (119), stanteché la corte del Borbone sperò di riacquistare Napoli divenendo l'alleata di Napoleone (120), il gabinetto di Londra sfolgoreggiò di filantropia, rivendicò la costituzione di Sicilia, perseguitò i protetti della corte, e venne in soccorso dei di lei perseguitati (121), né di tanto soddisfatta l’esercizio del potere interdisse al re; obbligandolo colla forza delle armi a nominare suo vicario generale il principe ereditario, spinse il popolo ed i nobili a fare una novella costituzione (122), lo stesso ministro inglese concorse alla redazione del progetto; ma chi il erederia! mentreché il parlamento del 1812 il patto fondamentale delfosiato votava anziché elaborare, l’Inghilterra lasciò chiuderlo sebbene terminata non fosse l’opera da lei consigliata (123).

Dietro tali fatti a chiunque ci domandasse perché l’Inghilterra fece eleggere re il duca di Genova, la cui accettazione se non assolutamente impossibile era al certo pericolosa, noi risponderemo, per la ragione medesima, onde nel 1812 tuttoché avesse ella spinto i Siciliani a mutate la loro costituzione, tuttoché avesse colla forza interdetto al re il potere, lasciò chiudere il parlamento prima di essere compiuta l’opera avvisata, per la ragione medesima, onde nel 1812 facendo ella nominare vicario generale il principe ereditario lasciò a Palermo il re, cui vietava l'esercizio del potere. Quanto impossibile era o dannosa nel 1848 l’accettazione del duca di Genova, altrettanto era impossibile 0 dannoso nel 1812 il guverno di Sicilia.

Questa politica in apparenza assurda era la più logica per gl’interessi inglesi, per essa nel 1812 come nel 1848 la Sicilia rimaneva in uno stato provvisorio, e l’Inghilterra poteva sola regnarvi, sola governarla, e tenendola sempre nell’aspettativa del compimento dell’opera sua, disporne come uno dei suoi domini (124).

L’avvenire, ha scritto Aceto (125), ha scoverto i vizi dei vicariato, di cui rimase tuttavolta soddisfatto il ministro inglese che avealo imposto. Secondo noi non faceva mestieri di attendere l’avvenire per iscoprire i vizi di quest’atto assurdo, la più misera intelligenza avrebbe dovuto comprendere, che follia era sperane un governo sincero là ove era un re forzato a delegare il potere a suo figlio, presso cui avea il dritto di rimanere, e di cui avea tutta la sommissione, che follia era attendere dallo erede al trono una politica diversa di quella del re, su tutto ciò che riguardava la riconquista di Napoli e l’unità del regno, che siffatti errori ben compresi dal gabinetto di Londra, venivano dallo stesso nutriti e coltivati per lasciar sempre la Sicilia ip uno stato precario ed in balìa degl’inglesi. Infatti lo storico. Botta non potendo comprendere questa specie di vicariato ha scritto, che la forza fu impiegata dall’Inghilterra, onde fare abdicare il re, ma egli logicamente parlando si è dal vero allontanato (126). Gli uomini del 1812 credettero possibile il governo del vicario, come gli uomini del 1848, credettero possibile l’accettazione del duca di Genova, le conseguenze sono state: le medesime, é pari ne è la esclusiviste, la politica, che sembra assurda, la è là più logica negl’interessi dell’Inghilterra: ma se il lasciarvisi prendere nel 1812 fu errore; dopo tanta luttuosa esperienza delitto fu il ricadervi nel 1848.

Oltracciò è a dirsi, che nel 1848 il ministero inglese avea previsto ancora il favorevole partito, che avrebbe potuto trarre dall’accettazione del figlio di Carlo Alberto, ove, anche contro la logica, e contro i suoi giudizi, avverata si fosse, stantechè desea fornito gli avrebbe un sufficiente motivo per denigrare come ambiziosa la politica di Carlo Alberto, e lui isolare nella guerra contro l’Austria, dimodoché costui sconfitto, ed il duca di Genova insufficiente a sostenersi m Sicilia, la pace avrebbe rimesso le cose tali quali erano nel 1847, ciò che dall'Inghilterra desideravasi (127), e che manifesto appare, esaminando attentamente la risposta data il 22 loglio dal ministro inglese al ministro sardo (128).

Nei fasti, che in Sicilia furono strascico dell'occupazione inglese, avvi un fatto, che presenta molta similitudine con ciò, che accadde nel 1848: il ministro inglese, che riconosciuto avea l'indipendenza della Sicilia, ed insinuato la costituzione del 1812, che nel 1814 avea tante e tante promesse lasciato ai Siciliani (129), «invitato nel 1816 dal governo napolitano ad intervenire in una conferenza onde discutere la condotta a tenersi verso la Sicilia, e richiesto della sua opinione sul proposito, ei rifiutossi di manifestarla (130)! »

Rifiutossi di manifestare al re di Napoli ciò, che era semplice conseguenza delle assicurazioni date ai Siciliani nel 1812 e 1814! Del pari il 22 luglio 1848 ei negossi di dire al duca di Genova ciò, che semplice conseguenza era dei consigli dati alla Sicilia sino al 10 del mese suddetto! L'Inghilterra nel 1848-1849 replicò le scene del 1812-1816.

X

L’11 luglio fu dì nefasto, che allora i fortunati e gloriosi giorni della Sicilia volsero in giorni tristi e sciagurati, fra gli atti più biasimevoli dej governo siciliano avvi al certo la spedizione segni fa nelle Calabrie (131) b II 14 giugno per ordine dell’improvvido governo di Palermo 700 Siciliani sbarcarono a Paola, e immantinente si resero a Cosenza, ove il comitato rivoluzionario sedea (132). Bentosto i combattimenti iugaggiaronsi tra gl’inserti e le truppe regie, ma dopo varie fazioni i Siciliani da numerose truppe borboniche circondati, vistisi insufficienti a più dire tenersi nelle Calabrie, per effettuirvi senza grave danno, opportuna ritirata, chiesero al loro governo qualche legno, onde prontamente imbarcarsi (133). Il gabinetto di Palermo tuttoché avesse avuto a sua disposizione due vapori, il Peloro ed il Palermo, non se ne occupò né punto né poco; anzi avvertito da un secondo messaggio, che egli ricevette H 4 luglio, dei gravi pericoli, che quei legionari correvano, e scongiurato a salvarli, non ne fu commosso, e andato in visibilio per l’imminente elezione del re, destinò il vapore Palermo al regio incarico (134).

I buoni Messinesi però a conoscenza venuti della sventura, onde minacciata era la spedizione dei Siciliani, tentarono di supplire alla ignavia del governo, il soccorso implorando del console francese, il quale non esitò un momento a spedire un battello da guerra, acciocché raccogliesse gl’infelici Siciliani, che trovati si fossero sulle rade delle Calabrie (135).

Se tanta generosità non riuscì utile, non fu colpa dei console francese, né del comandante il legno da guerra. I Siciliani, da 15,000 Borbonici inseguiti e ridotti a Catanzaro, dopo un lungo ed inutile aspettare, erano stati costretti ad impadronirsi di due barche napolitane (136), e far vela per Corfù. Erano essi già a vista dell’isola arrivati, e sì presso che un di loro vi pervenne a nuoto, quando un vapore inalberando la bandiera inglese e tirando il colpo d’assicurazione chiamolli all’ubbidienza, ed eglino, anziché cercare in fretta di salvarsi a Corfù, da quella insegna ingannati, sperando di trovarsi in seno ad amici, corsero nei lacci dell’inimico, imperocché fu il comandante lo Stromboli, vapore napolitano, che inalberando la bandiera inglese per ingannare i Siciliani, riuscì a farli prigioni.

Se non è certo, che l’arresto dei Siciliani fosse stato eseguito nelle acque di Corfù (137), evidente è però, che il comandante napolitano non vi riuscì; se non preparando lo sdrucciolo per mezzo del vessillo inglese; or che far dovea l'Inghilterra, la cui bandiera erasi fatta servire, come negli antichi tempi dei pirati (138) al più infame tradimento? Noi non diciamo avere ella dovuto pel suo onore dichiarare la guerra al re di Napoli, ciò sarebbe stato troppo cavalleresco, noi non diciamo neppure avere ella dovuto richiedere una soddisfazione, perché ella nulla avea sofferto, ma noi crediamo essere stato di suo dovere la libertà ottenere dei prigionieri.

Frattanto l'Inghilterra non solo questa libertà non ottenne, ma lasciò languire nelle segrete delle prigioni e dei bagni i Siciliani carichi di catene e privi di pane e di vestimenta, lascionne alcuni condannare ed altri di patimenti morire.

Invano ci si vorrebbe dare ad intendere, avere il governo inglese le sue doglianze portato alla corte di Napoli, avere tutti gli sforzi fatto per la libertà dei prigionieri, noi non saremo presi da queste vane millanterie, convinti come siamo, che il governo inglese ben conosceva i veri mezzi di pervenire alla meta; e se egli non vi riuscì, ai vero non si appone, chi pensa non averlo egli voluto.

In siffatto modo risponde l’Inghilterra all’umile ubbidienza del governo siciliano, che avea con tanta sollecitudine fatto nominare re il candidato di lei, in tale guisa manifestava ella la sua simpatia pei Siciliani; ed era di questa protezione e di questa simpatia, che i rettori di Sicilia andavano superbi e boriosi.


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XI

Il governo inglese frattanto, incerto ancora sulla fine di tante scosse, di che era stata l’Europa commossa, impediva, se non materialmente, moralmente al certo la spedizione del re di Napoli contro la Sicilia. Il ministero inglese interpellato dai Lords, se avesse dato a sir William Parker delle istruzioni, onde impedire la spedizione contro la Sicilia, replicò non poter dare alcuna risposta, che la sarebbe stata imprudente in quel momento (139), ma quando l’armistizio di Milano tra Carlo Alberto e l’Austria fu firmato, quando l’uno battuto fu costretto a ritirarsi nei suoi stati, e l’altra sebbene vincitrice, pur timida ancora fece amichevoli dimostrazioni all'Inghilterra, fingendo richiedere la mediazione di lei negli affari d’Italia (140), il gabinetto di San Giacomo lasciò al re di Napoli la piena libertà di agire, onde la spedizione fu fatta contro Messina (141).

Se gli atti, i trattati ed i riconoscimenti dell’Inghilterra verso la Sicilia durante l’occupazione militare e sino al 1816, se la natura dei consigli, delle insinuazioni e delle promesse date dal gabinetto inglese al governo siciliano da gennaro ad agosto 1848 eran tali da impegnar l’onore della Gran Brettagna, onde impedire la spedizione del re di Napoli contro la Sicilia, nulla vi avea però, che. impegnar vi potesse la Francia: come dunque potrebbe pretendersi aver dovuto questa fare ciò che quella non osava?

XII

Dopo i disastri di Messina la Francia, si unì all’Inghilterra, e d’accordo imposero esse l’armistizio al re di Napoli, lasciando ai Siciliani la libertà di rifiutarlo (142). Il governo di Palermo, colpa la sua politica e la sua amministrazione, nell’impossibilità ridotto di respingere la forza colla forza, accettollo: allora ebbe principio la mediazione della Francia e dell’Inghilterra.

Questa politica non conforme né ai principi dall’intervento, né a quelli del non intervento strana ed assurda è stata da molti giudicata: si è portato avviso che le potenze avrebbero potuto impedire la spedizione del re di Napoli, ma dopo di averla permesso, dopo presa Messina dai Napolitani non avrebbero potuto arrestarla: che che ne sia è mestieri ancor qui fare distinzione tra la politica della Francia e quella dell'Inghilterra, l’una non mai ascoltata dal governo siciliano, non avea potuto né promettergli né fargli sperare il suo soccorso, laddove l’altra, siccome abbiamo sopra narrato, non solo nutrito avea le speranze dei Siciliani, ma impedito eziandio per qualche tempo la spedizione suddetta, laonde allorché le due potenze il carattere assunsero di mediatrici, la Francia fece più di quello, che avesse fatto sperare, doveché l’Inghilterra rinvertì dai suoi precedenti, questa intese alla mediazione nel disegno di regolare 1 futuri avvenimenti, che incerti erano 'ancora, stanteché se l’armistizio di Milano era stato firmato, non ne era ancora seguita la pace, e le risoluzioni, che avrebbe potuto prendere la Francia verso l’Italia, non erano per anco assicurate (143), laddove tutto al contrario vi attese quella, onde non abbandonare intieramente alla politica inglese la sorte di provincie italiane.

La mediazione, altrimenti che l’arbitraggio, non induce impegno per alcuno, scopo di ogni mediazione è facilitare le comunicazioni tra le potenze in guerra, dar loro consigli per operare un ravvicinamento, libero agli stati belligeranti, ogni insinuazione respingere, riprendere le armi, e continuare la guerra (144).

Epperò essendo impossibile, che una mediazione sortisse effetto alcuno, ove si proponesse impetrare per una sola parte ciò, che la sola vittoriosa forza dettò armi potrebbe ottenere, dessa ha sempre luogo sopra basi inalterabili.

Di che seguita, che la mediazione anglo-francese versando sull'aggiustamento di Ferdinando colla Sicilia rendea indispensabile riconoscere sin dapprincipio il re di Napoli come re dì Sicilia (145), senza di che nessuno negoziato era possibile (146), e se essa in contraddizione trovavasi coi precedenti consigli e le insinuazioni dell’Inghilterra, non poteva esserne rimproverata la Francia; certo l’accettazione di quella base fu dalle potenze mediatrici al governo siciliano proposta, e noi gli atti riandando e le correspondenze seguite dopo il 7 settembre 1848 non troviamo né un solo alto, né una sola parola, che sospetto ci desse di altra base, o di altro consiglio.

A tale estremo dunque le cose ridotte, i Siciliani potevano accettando la base, negoziare sulle condizioni o rifiutandola, secondo sarebbe stato nostro avviso, ringraziare i mediatori e prepararsi alla guerra, sollevando altra volta tutte le popolazioni, e facendo della Sicilia tutta un vasto campo di combattenti, se visto il rifiuto del duca di Genova e l’incendio di Messina toccalo in premio all’ubbidienza verso la Gran Brettagna, non avessero stimato utile ancora implorare la proiezione della Francia, adottarne la politica e spiegare tutta l’energia, onde fare ammenda del passato (147).

Ma, singolar cosa! il governo siciliano non chiari, non accettò la base, e quindi colle potenze mediatrici non trattò delle condizioni, tuttochè non volesse il re di Napoli, né potesse avere il duca di Genova, non cercò, altro principe né proclamò la repubblica (148), minaccialo dalla guerra non vi si apparecchiò (149). Egli chimerizzò di ottenere mercé la mediazione la decadenza della dinastia del Borbone, chimerizzò l’espulsione dell’armata napolitana da Sicilia mercé le forze anglo-francesi, ed invano i gabinetti di Londra e di Parigi tentarono cavargli il ruzzo dal capo, egli stette alla dura nelle sue chimere, di che la Sicilia fu lagrimevole vittima.

Nè basta il sapere, che il gabinetto di Pariglie orme seguisse di quello di Londra, e i principi ripetesse di lord Palmerston, che l’idolo era del governo siciliano, giova il dire, che egli continuò a tenere a disposizione dei Siciliani gli arsenali della Francia, ed il generale Cavaignac loro offri 12,000 soldati della guardia repubblicana, promettendo d’inviarli in Sicilia con tutti gli uniformi militari, pagando loro solamente 100 franchi per soldato (150), e fu il governo siciliano, che non profittò delle armi per tema del popolo armato (151), e rifiutò i soldati perché repubblicani (152).

In novembre finalmente il governo siciliano parve comprendere i suoi errori, e volere modificare la sua riprovevole condotta; ben n’era tempo ancora, ma sempre incerto, sempre trepido del popolo, sempre devoto all'Inghilterra, o sempre dissimulato invece di prendere una risoluzione ardita, coraggiosa, energica, decisiva limitossi a far chiedere al signor Bastide, ministro francese, che avrebbe egli fatto, se la repubblica venisse proclamata in Sicilia, e costui, sotto l’impressione della precedente condotta e dei trascorsi del governo siciliano, disse in prima,—voi fareste male — ma interrogato una seconda volta concepì migliori speranze, e rispose, proclamate prima la repubblica, vi risponderò poscia (153).

Queste parole èrano assai per un ministro, che doveva agire d’accordo coll’Inghilterra, d’ogni repubblica nemica, per un ministro, che aveva il carattere di mediatore (154), e che avea più volte sperimentato l’inclinazione del governo siciliano; esse sufficienti erano del pari per apprendere ai siculi ministri la portata delle intenzioni di chi proferivale *, erano troppo infine per il gabinetto di Palermo, il quale non aveva altro a fare che eseguirle (155).

Sventuratamente i fatti giustificarono la prudenza serbata dal signor Bastide nella sua risposta: il giorno medesimo in che questa a i ministri siciliani pervenne un dispaccio di Londra loro diceva — «evitate di proclamare la Repubblica essa dispiace all’Inghilterra, e la Francia nello stato precario, in che trovasi non potrebbe ajutarvi (156).» E superfluo il dire, che l’avviso giunto da Londra fu come per lo passato anteposto a quello, che da Parigi veniva.


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XIII

Fra i Siciliani, che hanno scritto a difesa del loro governo, avvenne alcuno, il quale obbliando essere la cattura dei 700 Siciliani avvenuta l’11 luglio, la rinunzia del duca di Genova il 5 agosto, la spedizione del re di Napoli il 1 settembre, l’incendio e la presa di Messinail6,ei|7infme l’armistizio, ha preteso, che i mali della Sicilia avessero avuto principio in dicembre, allorché dal generale Cavaignac fu rimesso il potere nelle mani di Luigi Napoleone, eletto presidente della repubblica francese, e che allora la politica della Francia fu mutata; noi non avendo applaudito né alla politica di Lamartine, né alla politica di Cavaignac, potremo senza applaudire a quella dii Luigi Napoleone rispondere, non esser dato dolersene a chi potendo utilizzare il presente aspettò l’avvenire, a chi non seppe profittare dei mezzi più preziosi, e lasciossi sfuggire te occasioni più favorevoli: chi disprezza, fosse pure una sola volta, la buona fortuna non ha dritto di muover querela, perché la non sia eternamente prospera (157). Ma tale risposta non ci basta, noi vogliamo dimostrare altresì, che l’asserzione oppostaci non ha alcun fondamento. Il 20 dicembre 1848 la Sicilia aveva eletto il re, e questi avea rifiutato, essa aveva ubbidito all’Inghilterra, e questa non avea impedito la spedizione di settembre e l’inoendio di Messina, la Sicilia avea cercato una protezione, e l’Inghilterra e la Francia avevano assunto il carattere di mediatori, la Sicilia abboniva il re di Napoli, e ringhi!terra e la Francia avevano dichiaralo, che senza riconoscere Ferdinando Borbone come re di Sicilia non era né alcun negoziato possibile, né alcuna mediazione, la guerra era. inevitabile, e la Sicilia non era armata (158), i consigli della Francia sempre tenuti in non cale mancavano intieramente, o identificati si erano con quelli dell’Inghilterra; allorché dunque Luigi-Napoleone fu alla presidenza della repubblica francese elevato, un cangiamento, già da lungo tempo ed imperiosamente richiesto nella politica della Sicilia, divenne assoluta necessità, che, non ascoltata, fu cagione di ruina (159).

Ma tal mutamento, replicano gli uomini del governo siciliano, possibile avanti il 20 dicembre, quando poteva farsi del gabinetto inglese dò, che fatto si era del francese, e di questo ciò che fatto si era di quello, divenne dopo quell’ora impossibile, stanteché se l’Inghilterra più non proteggeva la Sicilia, Luigi Napoleone nipote dell’imperatore, contro cui la Sicilia era stata l’alleata della Gran Brettagna (160), Luigi Napoleone, cui aveano alcuni infruttuosamente proposto come candidato al trono di Sicilia (161), le sarebbe stato ostile, e senza dubbio alla repubblica siciliana, sarebbe toccata la sorte medesima della romana repubblica (162).

Queste considerazioni ancorché vere fossero state, e a primo aspetto potenti, avrebbero dovuto tuttavolta cadere sotto l’energia d’una politica nuova, ardita e coraggiosa, avrebbero dovuto in tutti i casi cadere, perché solo nel bravarle stava la salute della Sicilia. E chi non sa che anche i partiti rischiosi sono prudenti quando mancano i sicuri! Infatti quelle difficoltà erano esse insormontabili? La Sicilia con tante risorse e con tanto entusiasmo era dessa insufficiente a resistere ad una armata, un anno prima debbellata ed espulsa? E in tal caso il suo governo doveva accettare la base dai mediatori proposta, ed impegnare costoro ad ottenere vantaggiose condizioni.

La Sicilia nell'impossibilità di difendersi preferiva essa all'unione con Napoli, e alla sommissione al Borbone, implorare la protezione straniera? Ed allora era alla Francia, che dovea rivolgersi, di là solo poteva attendere la protezione men nociva, meno interessata, men pesante.

Il governo siciliano poteva dire al presidente della repubblica francese: se la Sicilia combatté, contro Napoleone, la noi fece né per suo interesse, né per sua volontà, ma ingannata dalla sua aristocrazia, e forzata dall’Inghilterra, che militarmente occupa vaia: se la Sicilia non potè nel 1848 accogliere la vostra candidatura, colpa ne fu l’Inghilterra, che le avea la sua protezione promesso accettando il suo candidato, essa l’ha ingannato, essa l’ha abbandonato nel 1848, come, nel 1814, la Sicilia l’ha abbastanza provato, e quindi viene implorando la vostra protezione. Volete voi ch’ella proclami la repubblica? Volete voi indicarle un principe per chiamarlo sul trono? Ella accetta intieramente i vostri consigli, la non domanda che di essere protetta contro il re di Napoli, contro Ferdinando Borbone (163).

Questo linguaggio sarebbe stato monarchico! Ma questo era il linguaggio, che conveniva al governo siciliano nemico della repubblica. Questo linguaggio sarebbe stato umiliante! ma questa era la conseguenza quanto trista e fatale altrettanto inevitabile dell'indipendenza siciliana, degli errori commessi dal governo di Sicilia, dall’avere prima baciato il manipolo all’Inghilterra, bisognava accettarlo come l’effetto necessario del principio abbracciato.

Pongniamo che malgrado l’ambizione e le idee, che a torto o a ragione si sono volute al presidente della repubblica francese attribuire, questo tentativo del governo di Sicilia fosse fallito, o meglio ancora sei Siculi non immemori degli eroici sforzi dei loro avi, animati di un giusto orgoglio, pieni di coraggio, d’abnegazione, d’onore, di costanza avessero alla dominazione del Borbone, alla protezione della Francia, alla politica di Luigi-Napoleone preferito affrontare tutti i pericoli e tutti i sacrifizi, come i Siculi del xiii secolo, o come i Greci moderni, fino alla distruzione loro ed all’esterminio (164), avrebbero eglino dovuto avanti tutto presentare all’Europa un fatto compiuto (165). Volevano essi la monarchia? Ed allora forza era ricercare dappertutto un principe, un guerriero, trovarlo, proclamarlo re, e distruggerei! governo provvisorio. Era ciò impossibile? Volevasila repubblica? Era necessità far capo ad essa? Forza era proclamarla, forza era in qualunque modo uscire dal sistema provvisorio, permetterete potenze nella politica dei fatti compiuti.

E qui giova il dire, che la repubblica in Sicilia non presentava te difficoltà della repubblica romana. In Sicilia la fatate condizione del papa mancava (166), né era a temersi, come a Roma, l’invasione dell’Austria, che le sue forze spandeva sugli stati del papa (167) e del granduca. È a credersi inoltre, che la situazione del governo francese in faccia all’assemblea si sarebbe complicata a causa dei nuovi avvenimenti in Sicilia.

Pertanto evidente è, che qualcuno di tali consigli avrebbe dovuto accettarsi, tutti respingerli non poteva capire in sanamente, ma sventuratamente il governo siciliano contento sempre del suo stato provvisorio continuò ancora tre mesi nel suo sistema d’inerzia, d’illusione, di vuoto (168), finché la mediazione, che inevitabilmente aver doveva un termine, diessi a compiere la sua missione.


XIV


Nel marzo del 1849 i due ministri d’Inghilterra e di Francia presentarono al governo siciliano la costituzione dal re di Napoli ai Siciliani indulta con atto firmato a Gaeta il 38 febbrajo. La non era una costituzione sì bene un oltraggio, la Sicilia, che respinto avea le concessioni del 6 marzo 1848, accettar non polca quelle del 28 febbrajo, l’Inghilterra e la Francia saperselo doveano, e rifiutarsi a comunicarle. Questa è una delle più gravi accuse, che il gabinetto di Palermo abbia lanciato contro la diplomazia anglo-francese, ma egli non ha considerato, che se le concessioni del 28 febbrajo più ristrette erano di quelle del 6 marzo, dee tutta la colpa portarsi sull’Inghilterra, giacché, essa, e non la Francia avea presentato alla Sicilia i decreti del 6 marzo, ne avea insinuato il rifiuto, avea chiesto un ultimatum al governo di Palermo, avea approvato i famosi 18 articoli, avea promesso di farli accettare dal re di Napoli, avea suggerito infine i decreti del 15 aprile e 10luglio, senza compiere giammai alcuna delle speranze ai Siciliani nutrite.

Nè considerato ha, che avendo egli dichiarato impossibile ogni riconciliazione col Borbone, e quindi rifiutato di discuterne le condizioni, avea chiuso alle potenze mediatrici ogni adito per impetrare dal re di Napoli condizioni più vantaggiose, non restando loro che il compimento d’una formalità, dopo la quale tutto dovea rimettersi alla sorte delle armi.

Epperò bisogna di rlp altamente, ancorché le potenze mediatrici avessero potuto ottenere migliori condizioni dal re di Napoli non avrebbero giammai dovuto reclamarle nell’interesse medesimo dei Siciliani, onde non mettere il loro governo, dalla parte del torto, colpa il rifiuto di condizioni accettabili, avendo egli dichiarato volersi appellare alle armi; ed a più forte ragione non avrebbero le potenze dovuto, imporre al re condizioni più dure, onde non assumere l’obbligo d’imporle del pari ai Siciliani, i quali volevano piena libertà d’azione. La politica dunque dalle potenze adottata, atteso il partito fermato dal governo di Palermo, era la migliore daché lasciava a Ferdinando il torto dello sue ingiuste pretese e della sua violenza, ed alla Sicilia la libertà e la ragione di riprendere le armi. Questa verità non potrà più revocarsi indubbio, ove si rifletta, che lord Palmerston prevedeva già anticipatamente il rifiuto della costituzione (169), la quale fu dal governo e dalle camere di Sicilia respinta senza neppure esser letta (170), appunto perché negavasi il principio dell’unità della corona.

Ma la diplomazia anglo-francese dovea essa riceversi l’iniqua costituzione di Gaeta? dovea comunicarla al governo siciliano? Noi non esitiamo un momento a rispondere affermativamente, poiché troviamo ciò uniforme alle regole della mediazione, né poco ci sorprende, che questo vero combattuto venga da coloro, che applaudirono a lord Minto, quando come mediatore accettò e presentò al re di Napoli l’ultimatum dal comitato siciliano offerto, e che meno assurdo e meno strano non era della costituzione del 28 febbrajo. Anzi debito stimiamo riconoscere, che in marzo 1848 la mediazione di lord Minto non era stata precessa da alcuno impegno, mentreché nel 1849 quell’opera dei mediatori era divenuta un dovere a causa dell’armistizio da loro imposto al re di Napoli.

L’Inghilterra e la Francia vietando all’armata napolitana, dopo la vittoria di Messina, la marcia sopra Palermo, e mantenendo per sette mesi questo divieto, tuttoché premurate fossero dal re di Napoli a dare un termine all'armistizio, tuttoché non ignorassero essere fermato in Sicilia il partito di respingere ogni aggiustamento col Borbone, e ridursi l’opera loro ad una semplice formalità onde ritirarsi, aveano reso un segnalato servizio al governo siciliano, il quale non può dolersi che di se medesimo, se non seppe o non volle trarne alcun vantaggio.


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XV

Altra querela e più grave ha mosso il ministro Butera contro la diplomazia anglo-francese. — «Gli ammiragli della Francia e dell’Inghilterra, ha egli scritto, fecero conoscere al governo siciliano volere ristampare e pubblicare le concessioni del re di Napoli, ed il governo rispose, esser liberala stampa in Sicilia, potere eglino stampare e pubblicare tutto ciò che loro piacesse, ed infatto le concessioni ristampate furono fatte divulgare in tutta l’isola per mezzo di due uffiziali l’uno francese l’altro inglese, i quali non riuscirono nelle loro mene, che a coprirsi di vergogna (171).» Dal che si è voluto inferire essere stato scopo degli ammiragli, eccitare la discordia, e muovere a tumulti la Sicilia, il che proverebbe essere stata intenzione delle potenze agevolare le armi del Borbone ed affrettarne la vittoria. Ma noi non possiamo accogliere siffatto ragionare laddove lo stesso ministro nel medesimo dispaccio scrisse. — «la Francia e l’Inghilterra si sono condotte presso a poco del pari... il 20 marzo lord Palmerston... non doleva del rifiuto, che anch’ei prevedeva certo, del famoso ultimatum, né consigliava l’accordo, come faceva pel passato, e sperava forse nel nostro trionfo,» — noi stimiamo impossibile, che colui, il quale sperava nel trionfo delle armi siciliane, avesse tentato di favorire la vittoria delle borboniche. Tutt’altra adunque esser dovea la causa, che l’opera della diplomazia determinava, e noi altrove la troviamo.

Il governo siciliano aveva avuto il costume di evitare la pubblicità in ogni affare, egli avea volato mettere il guinzaglio alla stampa, ed avea fatto. distruggere qualche stamperia (172), avea tentato di chiudere i circoli politici (173), si era sforzato d’impedire tutte le discussioni politiche nel paria» mento, e non avea giammai consentito a far conoscere le sue corrispondenze diplomatiche (174) di che erosi costantemente vantato, e di che non esiste elemento (175). Egli avea nascosto le intenzioni manifestate dalla Francia e dall’Inghilterra (176), il rifiuto del duca di Genova (177), i dispacci dei commissari (178), egli avea agito dispoticamente senza giammai consultare il paese, e sopra ogni altro avea divulgato e costantemente ripetuto essere la protezione inglese assicurata alla Sicilia, la quale perciò avrebbe ottenuto indipendenza e libertà senza nemmanco tirare un sol colpo di fucile (179), frattanto la Francia e l’Inghilterra erano. sul punto di ritirarsi, la guerra sul punto di rompersi, onde le speranze, le lusinghe, le promesse, le illusioni sul punto di andare in fumo, in tal congiuntura non era utile svegliare il popolo, che da lungo tempo dormiva, avvertirlo del suo stato, fargli comprendere una volta almeno, che non poteva fidare che nelle sue forze è nella sua costanza? E nel silenzio del governo siciliano non dovea ciò farsi dall'Inghilterra e dalla Francia, del cui nome erasi abusato? Non era del loro dovere, il farlo con quella pubblicità, che il governo avea cercato sempre d’impedire? Ma in affari politici non è permesso arrestarsi alla superficie, uopo è penetrare nell’interno e scandagliarne la profondità, chè in politica le apparenze non corrispondono alle realtà, e chi si lascia ingannare da quelle, come il governo siciliano, resta vittima di queste; noi sappiamo, che i ministri inglesi e francesi informati dello spirito pubblico della Sicilia comprendevano non essere per accettarsi la costituzione di Gaeta, non poteva dunque essere nei loro disegni di eccitare la dissidenza nel popolo siciliano, sì bene di provocare una dimostrazione popolare uniforme al rifiuto, cui apparecchiato era il governo: questo scopo non compreso dai politici di Sicilia, era vagheggiato dalla vecchia diplomazia anglo-francese, la quale se alla pubblica manifestazione, onde il voto del governo afforzavari, aggiunto si fosse, siccome la spavalderia ministeriale, e 16 mesi di armamento davano a sperare, qualche mediocre vantaggio per le armi siciliane, avrebbe trovato valido motivo per rivolgersi altra volta al re di Napoli, cui ricordando i suoi servigi, e mostrando il voto unanime dei Siciliani, e la necessità di prevenire i disastri d’una guerra di distruzione, avrebbe potuto strappare o imporre patti ai Siciliani graditi.

Questa sana politica non era nuova negli annali delle rivoluzioni e della diplomazia, e la sarebbe stata ben compresa, se considerato ri fosse, che i rappresentanti delle potenze mediatrici aveano riguardato non come una sconfitta, ma come un trionfo il disprezzo e lo sdegno, con che i Siculi accolto aveano le concessioni di Gaeta, e che eransi affrettati a darne avviso ai loro governi.

Ed in vero perché quei diplomatici, sapendo che le leggi di Sicilia garentivano la libertà della stampa, avrebbero domandato al governo siciliano il permesso di fare stampare. e pubblicare Fatto di Gaeta, se non fosse stato per avvertirlo del loro disegno, affiché avesse egli potuto preparare dimostrazioni in favore del partito che avea adottato? Non possono dunque dirsi in colpa i mediatori se il loro scopo venne meno pel difetto di resistenza nei Siciliani.

XVI

Le concessioni del 25 febbrajo furono respinte dal parlamento siciliano, l’armistizio fu rotto, i mediatori si ritirarono, le ostilità cominciarono in Sicilia il 29 marzo. Il 6 aprile Catania del soccorso principale della truppa e dell'artigliera privata (180), da una forza superiore assalita, barbaramente bombardala, dopo una lodevole resistenza e l’onorevole generale Mieroslawski ferito, cadde in potere del nemico. Bentosto Agosta, Siracusa e Noto si resero senza combattere, dimodoché da Messina sino a Noto il Borbone nuovamente regnava, e la sua armata imprendeva la marcia verso Palermo. Fu allora che un avvenimento forse unico nel mondo valse a coronare i fasti del parlamento siciliano.

Il 14 aprile il governo invitò i rappresentanti ad una seduta straordinaria del parlamento. A quattro ore p. m. la camera dei deputati fu dichiarata aperta, non vi erano che 88 rappresentanti, mentreché il loro numero totale ascendeva a 240, era la siciliana costituzione, pretesa democratica, che dichiarava legali le sedute con 60 deputati sopra 240 (181), e con 30 senatori sopra 200 (182).

Chiunque assistito avesse alla tornata del 40 luglio 1848, non avrebbe più riconosciuto nel 44 aprile 1849 né gli uomini, né le cose; ai discorsi imprudenti, ai gridi vergognosi del 10 luglio successero nel 14 aprile torvi sguardi e letargo di morte, all’audacia la viltà, all’abominevole menzogna il calcolato silenzio, sol due ministri di quelli, che affrettato aveano il decreto del 10 luglio, rimanendo ancora al potere, venivano fra nuovi. 'colleghi ad aprire la fatale tornata, ed affinché possa il lettore meglio apprezzarla nel nostro silenzio, noi ci limitiamo a trascriverne il processo verbale.

«Camera dei deputati tornata del 14 aprile 4 849, presidenza del signor marchese di Torrearsa.

«I deputati entrano a poco a poco, senza pigliar posto. Alcuni di essi si trattengono coi ministri. Si nota la mancanza di molti oratori della sinistra. Le tribune sono quasi deserte, non vi si vede che qualche guardia nazionale.

«Alle ore 4 ½ p. m. il presidente dichiara aperta la seduta. I deputati, ed i sei ministri vanno ai loro banchi.

«Il presidente. —La parola è al ministro degli affari esteri (*).

«Il ministro degli affari esteri e del commerciò, leggendo. — Il governo è nell’obbligo di far conoscere alla camera, che il comandante il vapore Faudan, accompagnalo dal console francese, è venuto a manifestare, che l'ammiraglio Baudin, in vista degli avvenimenti d’Italia e di Sicilia, offre d’intervenire coi suoi buoni uffici per lo accomodamento degli affari di Sicilia.

«Il governo aspetta dalla camera gli ordini, che deve eseguire.

«Il sig. Cammarata. — Desidero, se è permesso, la lettura del foglio con cui si offriva questa ripresa di mediazione.

«Il ministro degli affari esteri e commercio. — Il comandante del Vauban non fece che mostrare una lettera dell’ammiraglio Baudin.

«Il sig. Cammarata. — Il governo crede in questo caso, che si possa coniare sopra questa offerta?

«Il ministro degli affari esteri e commercio. —

«Il governo non può rispondere delle intenzioni altrui, non può che rassegnare quanto dal comandante il Fonònn per parte dell’ammiraglio gli è stato riferito. (Succede silenzio.)

«Il presidente. — Se nessun altro domanda la parola, passeremo alla votazione.

«Il signor Agnetta prende la parola, ma viene interrotto prima dal presidente, e poi dal signor Raffaele.

«Il presidente. —Pria della votazione prego il signor ministro a leggere nuovamente.

«Il ministro degli affari esteri, leggendo, ripete le medesime parole del suo primo discorso. —Indi soggiunge: Signori, come ci lessero la lettera noi rispondemmo che ciò non ci riguardava, che noi eravamo un ministero per far la guerra, che quantunque le condizioni non sono state felici per noi, la sola cosa che avremmo potuto fare sarebbe stata di riferirlo alla camera.

«Il ministro della guerra (*), alzandosi con veemenza. —Ed abbiamo soggiunto, che accettandosi la mediazione, avrebbero trattato con altre persone.

«Il presidente. — La quistione pare che sia se si vogliono o no accettare i buoni uffici dell'ammiraglio Baudin, quindi si ppò passare alla votazione.

«Il sig. Cacioppo Pria di passare alla votazione, pare che ognuno debba sapere che il ministero ci ha dichiarato, che accettata la mediazione, il ministero si ritirerà.

«Il presidente — Si tratta dell’accetazione della mediazione dell’ammiraglio Baudin. Chi è per l’affermativa voglia levarsi.

«La camera l’accetta con 55 voti sopra 31.

«La camera dei pari accolse ad unanimità l'offerta del signor Baudin (183).»

Così il destino della Sicilia sotto i più felici auspici manifestatosi, sotto una stella maligna compivasi. Qual era questa stella? Non lo dice abba. stanza il processo verbale, che abbiamo trascritto? Ebbene noi interroghiamo la coscienza pubblica.

Questi ministri, che non comunicarono al parlamento né le insinuazioni della Francia per la repubblica (184), o per l’elezione del duchino di Toscana (185), né il procedere del signor Baudin e del granduca (186), né il rifiuto del duca di Genova (187), né le assolute dichiarazioni della Francia e deil’Inghilterra per conservare la corona di Sicilia al re di Napoli (188), né la scoverta di varie corrispondenze di alto tradimento (189), né i dispacci del YYY Ventura e della deputazione di Torino loro spediti coll’espressa domanda di comunicarli alle camere (190), perché ebbero essi tanta premura di far conoscere al parlamento una comunicazione del console francese loro verbalmente fatta, e la cui accettazione giudicava dannosa, senza che il tacerla li avesse potuto in alcuna guisa compromettere?

Fu l’ammiraglio Baudin, che il primo fece offrire i suoi buoni offici al governo siciliano, o per converso fu egli ricercato da uomini del governo (191)?

Perché questi ministri, che minacciarono la loro dimissione, ove accettati fossero i buoni offici dell’ammiraglio, non dissero una sola parola per farli respingere? Si legge forse negli annali di tutte le assemblee del mondo un caso simile? Un caso in che un ministero avanti di dimettersi non abbia fatto tutti gli sforzi onde far prevalere la sua opinione? Perché dunque nella più grave situazione della Sicilia, quando faceva mestieri, che il governo parlasse, ei si tenne in silenzio? Perché questo ministero interrogato se avesse confidenza nella offerta del signor Baudin non rispose negativamente, se tale era la sua convinzione?

Perché il ministro Butera disse, che l’offerta del signor Baudin non lo riguardava? Non era egli principe siciliano interessato all’onore ed alla salute della Sicilia?

Perché questo illustre ministro, che il 17 marzo avea scritto essersi dalla Francia e dall’Inghilterra agito con perfidia verso la Sicilia (192), non lo ripeté d’innanzi all’intiero parlamento, nella tornata del 14 aprile, per conchiuderne non potersi aver confidenza nell’offerta del signor Baudin?

Perché il signor Stabile anziché levarsi con veemenza non alzossi umile e pentito per dichiarare, ch’ei non poteva aver confidenza nell’offerta dell’ammiraglio Baudin, dopo avere deluso la confidenza, che il costui figlio avea riposta nel ministero siciliano il 7 e 10 luglio 1848 (193)?

Questo gagliardo ministro fra le armi indurilo e nell’arte di guerra esperto, avendo ancora a sua disposizione copia di mezzi di resistenza, vedendo dappertutto le popolazioni alla capitale accorrere per sostenere la rivoluzione, difendere i patri lari e contro l’armata borbonica pugnare, attendendo ancora lu sua piccola flotta (194), perché nol disse ai rappresentanti del paese, onde convincerli di non mancare i mezzi alla resistenza, tutto potersi dalla guerra sperare, nulla dal signor Baudin?

Perché la grande maggioranza dei deputati fu assente?

Perché la maggioranza del parlamento, sempre serva e devota al ministero (195), votò contro lo stesso accettando i buoni uffici del signor Baudin, ed all’incontro votò in favore di lui quei buoni uffici rifiutando l’opposizione (196), sempre oppressa e sempre dilaniata?

Perché la guardia nazionale, un dì di sgherri e di giannizzeri del governo superba, gli fece in quel giorno il viso delle armi? *

... Ai posteri

L'ardua sentenza..»..

Noi ci limiteremo a riassumere ciò che hanno scritto i signori Errante ministro, Crispi deputato e impiegato al ministero della guerra, e La Masa deputato e colonnello il 14 aprile 1849. Il governo, hanno essi detto, avea nel suo interesse organizzato un circolo, che sedendo in casa del barone Grasso, ed accogliendo i capi della guardia nazionale, di appoggio e sostegno serviagli, e fu là che alcuni ministri, dopo di aver negoziato col console francese, fermarono il partito della pace molti giorni avanti il 14 aprile. L’offerta dei buoni uffici del signor Baudin non fu che una formalità, o una invenzione per ingannare il popolo, quei ministri, onde riuscire nei loro disegni e volgere la camera dei deputati a lor talento, allontanarono dalla capitale, con missioni inutili, i deputati più coraggiosi e i cittadini più zelanti, la loro opposizione all’accettazione dei buoni uffici non fu che simulata, simulata deipari la loro dimissione, infatti due di loro, non ostante la dimissione, gli affari del paese continuarono a regolare, ed il ministro di guerra levò il campo di Castrogiovanni, e lasciò libera al nemico la via di Palermo (197).


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XVII

I buoni offici del signor Baudin, tuttoché dal parlamento siculo accettati, non lo erano però dal re di Napoli. che far dovea dunque il governo siciliano onde costringere il re ad accettarli del pari, ed accordare ai Siciliani vantaggiose concessioni? Egli dovea concentrare tutte le forze, chiamare sotto le armi le popolazioni tutte, minacciare guerra eterna e di esterminio, mostrare dappertutto, che il Borbone bruciando Catania nulla avea guadagnato, che il furor popolare accresciuto si era, non ci volea di manco all’effetto: tanto più che l’accettazione dei buoni uffici neppure semplice sospensione d’armi importava. Ma quel governo, ogni suo dovere obbliando, levò il campo di Castrogiovanni, sciolse l’armata (198), respinse tutte le popolazioni, che alla capitale accorrevano per difenderla (199), scrisse a tutti i sindaci, acciocché impedissero i cittadini di recarsi a Palermo (200), disarmò la città e le fortezze, rifiutò 2,000 fucili e 500 quintali di polvere, che dalla Francia venivano (201), sempre dalla Francia!... Palermo fu messa fuor di combattimento.

Il re di Napoli informato non essere più dubbia la sua vittoria (202) rispose ai signori Rayneval e Baudin, che pregavanlo a confermare la costituzione del 28 febbrajo, non volere cosa alcuna promettere, a nulla impegnarsi, volere che Palermo senza condizioni si sommettesse, ed in tal caso trattala sarebbe con indulgenza come Siracusa e Noto.

Questa risposta fu dall’ammiraglio Baudin con dispaccio del 18 aprile, al governo di Palermo comunicata (203). Avrebbero potuto in quella congiuntura i signori Rayneval e Baudin qualche concessione impetrare dal re di Napoli? Ciò potrebbe forse essere un dubbio, certo è che la loro situazione erasi resa disastrosa, colpa il governo di Sicilia, che in due giorni avea tutte le forze distrutte, ed impossibile reso ogni resistenza.

XVIII

Frattanto con immensa sorpresa leggesi nell’opera del signor Crispi, primamente, che i signori Rayneval e Baudin col dispaccio del t8 aprile avessero al governo siciliano risposto accordarsi dal re di Napoli alla Sicilia condizioni non meno favorevoli di quelle state formulate nell’alto di Gaeta, trovarsi le medesime spiegate in una nota consegnata al signor Maissin; secondamente aver costui rimesso la nota suddetta ai ministri siciliani, assicurando loro, che le grandi potenze ne avrebbero garentito l’esecuzione (204)

Ma con nostra pena dobbiam dire, essere manifesto errore l'asserzione del Crispi. Senza tener conto dell'impossibilità, che il re di Napoli avesse accordato nel 18 aprile, più di quanto conceduto avea il 28 febbrajo (205), ci è dato osservare, che il signor Rayneval non partecipò al dispaccio del 18 aprile, ove tutto al contrario dell’asserto del Crispi, trovasi dichiarato dal signor Baudin, che avendo egli insieme al signor Rayneval pregato il re onde ai Siciliani largisse concessioni non men favorevoli di quelle nell'atto di Gaeta contenute, erasi il re formalmente rifiutato (206); e con rimarchevole circospezione soggiunse il Baudin essere un semplice e personale Convinzione che il re sarebbe per trattare con indulgenza coloro che si fossero senza condizioni sommessi. Fate meco ragione, il signor Baudin, che non osava la indulgenza del re promettere, avrebbe potuto assicurare, come pretende il signor Crispi, patti e condizioni della più alta importanza? Altri fotti ancora rafforzano il nostro giudizio, e mostrano l'errore del signor Crispi.

Il 21 marzo in una riunione di non poche persone presso il sig. Ruggero Settimo presidente del governo, uno dei capi propose: «la pubblicazione della lettera del signor Baudin, onde convincere 11 popolo, che non trattavasi d’una pace onorevole, sì bene d’una resa senza condizioni, ciò che i traditori, non avevano ancora avuto il coraggio, d’anuunziare (207),» il che a nostro intendimento prova, che la nota, della quale si è voluto portatore il signor Maissin, non sia giammai esistila.

Il 30 aprile allorché il popolo di Palermo dal suo lungo sonno svegliato riprese le armi, e minacciò di morte i rappresentanti del municipio, avrebbero costoro al certo pubblicato le promesse apportate dal Maissin, se esistite fossero, ma per la loro salvezza, e onde la pubblica agitazione quietasse, eglino non poterono pubblicare che la sola amnistia (208).

Il 16 settembre 1849 il signor Tempie ministro inglese in una nota, di che fra non guari sarà fatta parola (209), comunicata al governo napolitano, tuttoché vi avesse esposto i dritti dei Siciliani, gli abusi dei Borboni, le leggi e le promesse da costoro violate, menzione alcuna non fece delle instruzioni in parola, ed asserì soltanto — non essersi il popolo di Palermo tranquillamente sommesso all’autorità del re, se non sull’assicurazione datagli d’una amnistia generale (210); — la quale cosa pienamente conforme al dispaccio del signor Baudin tutta distrugge l’asserzione detta nota, che si è voluta a costui attribuire (211).

E dato come vero l’impossibile, chiunque osservando la manifesta contraddizione, che esistita sarebbe tra la nota ed ii dispaccio, avrebbe naturalmente dovuto domandarsi, perché il sig. Baudin nei suo dispaccio officiale disse, la sola indulgenza del re di Napoli essere nella sua convinzione personale, mentreché nella nota non officiale assicurò la promessa delle già dette condizioni? Ed ognuno avrebbe dovuto comprendere, che il signor Baudin aveva avuto in mira d’informare i Siciliani delle promesse, che faceva il re, ma limitato si era ad enunciarle in una nota non officiale, onde apprender loro, che non solamente non prestava egli alcuna fede a quelle promesse, ma eziandìo ch’ei non avea alcun mezzo per farle eseguire, stantechè si era il re negato d’impegnarvisi officialmente.

Chiunque poi abbia potuto pensare, dire, o credere, garantirsi dalle grandi potenze le condizioni, che il signor Baudin non osava accennare nel dispaccio officiale, non può fare oggetto del nostro lavoro.


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XIX

Giàda più mesi era la Sicilia in potere del Borbone ricaduta, allorché l’Inghilterra, che immobile e silenziosa aveva assistito alla distruzione di Messina, all’eccidio di Catania, ed alla resa di Palermo, comunicò improvvisamente al governo di Napoli una nota (212), ove fu detto:—«che il re di Napoli avea spinto ed impegnato gli agenti diplomatici della corona d’Inghilterra, onde piegare i Siciliani ad un accomodamento, ma siccome era notorio essere stato causa della rivoluzione di Sicilia il malcontento universale, antico, radicato, prodotto dagli abbusi e dalla sospensione della siciliana costituzione, la quale antichissima, e nel 1812 sotto gli auspici della Gran Brettagna solo rivista, modificata e nuovamente sanzionata dal re, non aveva a causa degli avvenimenti di Europa alcun cangiamento patito, né potevasi giammai considerare come abolita si bene come sospesa, i diplomatici inglesi aveano il peso accettato della mediazione, sotto la condizione di dichiarare ai Siciliani, rimettersi in vigore lo statuto del 1812 colle modificazioni dai tempi richieste; che ciò non ostante i governi della Gran Brettagna e della Francia aveano tentato di fare accettare dai Siciliani l’atto di Gaeta, il quale non corrispondeva affatto alle condizioni stabilite, che se costoro esasperati dai disastri di Messina, aveano ripreso le armi, non erasi Palermo sommesso, se non mediante l’intervento d’un personaggio inglese, e dopo l’assicuramento, che il re di Napoli avesse accordalo generale amnistia, che la violazione ed il disprezzo infine di tante promesse, non che le eventualità interne ed esterne potevano una nuova rottura cagionare tra Napoli e Sicilia.»

Questi fatti e queste confessioni, cui la Francia e straniera, sono a nostro avviso non una scusa ma tuia rampogna pei gabinetto inglese, imperocché se egli ha riconosciuto l’antichità della costituzione siciliana, sotto i suoi auspici, modificala, ed il dritto dei Siciliani a goderne, perché non l’ha egli fatto rispettare? Perché non la sostenne nel congresso di Vienna? Perché ha riconosciuto Ferdinando come re assoluto del regno delle Due Sicilie? Se il re dì Napoli non ai diplomatici francesi ma agli inglesi promise di rimettere in vigore la costituzione del 1812, perché l’Inghilterra non curò di farne adempiere la promessa? Perché?... Forse le grandi potenze hanno il dritto d’ingojare anziché il dovere di proteggere i piccoli stati (213)!

Epperò toccherebbe a profondi politici penetrare e scoprire il vero motivo, che determinò quella nota, ma avendo taluno preteso, che la fosse stata dettata dal pudore, noi uniformi sempre ai principi spiegati ci permettiamo dire la nostra opinione, nella quale è fermo che il solo interesse ne fu cagione.

— 144 — Nel 1816 l’Inghilterra, che aveva abbandonato la Sicilia al dispotismo borbonico, dichiarò con nota del 4 settembre, al governo napolitano, che essa avrebbe riguardato come dovere il suo intervento negli affari di Sicilia, ove dal governo di Napoli perseguitati si fossero gl’individui, che avevano agito d’accordo col governo inglese, oppure ridotti si fossero i privilegi della nazione siciliana (214). Il motivo, che dettò tale nota, non fu né il pudore né la coscienza del dovere sì bene l’interesse e la scaltrezza. Il gabinetto brittarino, tuttoché trovasse utile differire i suoi disegni sulla Sicilia, non poteva sconoscerne l’importanza, o perderla di vista, laonde comunicò quella nota da una banda per lusingare ed illudere ancora i Siciliani, acciocché in altra occasione (215) li trovasse dal suo canto e agevoli ad essere avvolpinali, dall'altra per crearsi, un addentellato, cui aggrapparsi in ogni caso, che gli eventi l’avessero obbligato a chiarirsi ostile al re di Napoli.

Or secondo il nostro concetto la nota del 16 settembre 1849 non ebbe altre cause se non quelle medesime, che partorito aveano l’altra del 4 settembre 1816; anzi nel settembre del 1849 quelle cause erano divenute più gravi e più impellenti, avvegnaché la guerra si trovasse minacciata in Oriente a cagione del rifiuto della Porta all’estradizione degli emigrati ungaresi, che scampati dalle covate di Georgey, e dall’ira dei due imperatori aveano trovato asilo nella terra dei Turchi.

E se il re Ferdinando rispose alla nota inglese del 1816 calpestando i privilegi e la costituzione della Sicilia, dichiarando il suo potere assoluto e la Sicilia provincia napolitana, ed infierendo contro tutti coloro, che aveano sostenuto la costituzione (216), non altrimenti fece rispondere il nipote di lui alla nota del 1849. La costituzione del 1812, scrisse il ministro Fortunato al signor Tempie (217), non esistere affatto, i Siciliani non avere più dritto alle franchigie indulte il 24 febbraio, non esser dato né all’Inghilterra né ad altra potenza ingerirsi nell’amministrazione del regno delle Due Sicilie, trovarsi i Siciliani contenti del loro stato, essere il re sicuro di conservare la tranquillità pubblica, se agenti stranieri non osassero di turbarla. E per sovrappeso nuove persecuzioni e nuove esiziali violenze furono ordinate in Sicilia da ottobre fino a dicembre 1849 più di 500 cittadini senza delitto, senza accusa, senza processo, senza condanna furono sepolti nelle segrete e nei sotterranei dette prigioni e delle fortezze.

Tanta audacia destò dappertutto stupore e sorpresa, ed attendevasi qualche misura dall'onore inglese, ma invano che il gabinetto di San Giacomo, svanita la quistione dei refugiati in Oriente, si tacque, e lasciò fare» come assicurata la pace nel 1810 taciuto si era ed avea lasciato fare.

L'Inghilterra del 1848-1849 hi la medesima Inghilterra del 1806-1816.

XX

Qual sarà l’avvenire? Noi siamo convinti, che la storia e la sua filosofia, la statistica e le scienze sociali possano essere dati sufficienti per iscoprirlo (218),e forse ancora per rendere la teorica dell’avvenire, non che la politica una scienza esatta, ma a noi non è dato per ora leggere queste cifre: ciò non ostante teniamo per certose lo conferma anche lo czar dette Russie coi suoi vasti disegni, che l'immobilità è impossibile netta terra, e ripetiamo con Galileo, e pur si muove. Con tale ferma convinzione speriamo, che il popolo di Sicilia tragga profitto dalle sue esperienze e dalle site calamità, ch’ei comprenda essere atta politica francese l’inglese prevalsa in Sicilia, perché questa più che quella conviene agli amanti dell’aristocrazia, e dei privilegi, non che ai ricchi, da cui il popolo si è lasciato avvolpaccinare, noi abbiamo fiducia, che egli si persuada alfine, che dall'Inghilterra non vi ha nulla a sperare, non la nazionalità da lei principalmente violata, non che nelle remote parti del globo, netta stessa Europa fiera detta sua indipendenza; non la libertà, che non potrebbe giammai essere da lei promossa, ove, alleata o no della Russia, in dissidio si trovasse colla Francia; oltreché se la nazionalità può costituirsi senza la libertà, la libertà senza la nazionalità è una chimera; non l’eguaglianza, che verrebbe in antagonia colle istituzioni inglesi (219). E se il popolo siciliano contemplare volesse il regno di Napoli, in mezzo ai mali medesimi dell’occupazione forestiera nuovi elementi troverebbe per convincersi delle verità da noi esposte.

Allorché gl’inglesi occuparono la Sicilia, i Francesi occuparono Napoli. Questi protessero a Napoli un re decretato da Napoleone, una dinastia nuova, incerta e vacillante, quelli protessero in Sicilia un re ereditario e di preteso dritto divino, una dinastia antica, la Sicilia tuttoché superba della sua costituzione la modellò sull’inglese e Napoli obbliò fin anco lo statuto di Bajona (220).

Gl’Inglesi trovarono la Sicilia quale re Ferdinando l’avea reso, i Francesi trovarono Napoli quale l’avea lasciato un re ingordo, che era fuggito forse e senza forse privo della speranza di ritornarvi; i due paesi trovaronsi pressoché in pari situazione, le imposte mal distribuite, le proprietà in poche mani, quelle della chiesa privilegiate, privilegiati i nobili, la feudalità, i fidecommessi, i vescovadi, le abbazie, i monasteri ricchi, povero il popolo, poche le industrie, scarse e rozze le manifatture, servo il commercio, abbandonata la cultura, negletta la pubblica istruzione o affidata a preti, dimenticate le opere pubbliche, mal organizzata la magistratura, venale la giustizia, la legislazione in centinaja di volumi divisa, e in Sicilia specialmente in ogni città vinto il dritto comune dalle consuetudini, la procedura penale barbara, i giudici inabili o strumenti di tirannide, la società rozza. I due regni differivano solo nelle condizioni dell’erario, che a Napoli esausto era, ed in Sicilia dovea essere ricco, e della tranquillità pubblica, che assicurata in Sicilia non lo era guari in Napoli, ove le radici dell’antica pianta vegetavano ancora, ed ove gli agitatori delle Calabrie, pagati dalla corte borbonica, mantenevano i torbidi (221).

Ciò non ostante i Francesi, meglio che non venne mai fatto, confidarono il potere agli nomini più meritevoli (222), e tosto la finanza fu ordinata, il debito pubblico chiarito e ridotto, fondata la cassa d’ammortizzazione, disegnata quella di sconto, la feudalità, i fidecommessi, i privilegi di nobiltà aboliti, i conventi disciolti, i frati espulsi, gli ordini monastici disfatti, il papato abbassato, la proprietà divisa, i poveri preferiti, il numero dei possidenti accresciuto, le transazioni facilitate, l’uguaglianza fra i cittadini stabilita, i centinaia di volumi di legislazione compresi in un codice novello, l’organizzazione giudiziaria meglio ordinata, la giustizia più pronta e gratuita, le antiche barbare forme di procedura abrogate, pubbliche le querele, pubblico il dibattimento, l’istruzione pubblica diffusa per ogni città, per ogni comune, per ogni borgo, le scuole migliorate o nuove create la reale militare, la politecnica, quelle di belle arti, di arti e mestieri, dei sordimuti, del disegno, aperti il convitto di chirurgia e di medicina, il collegio di musica, l’accademia di marina, la società d'agricoltura, magnifici edilizi alla istruzione, all'educazione, alle arti, alla pietà assegnati, istituzioni di utilità pubblica fondate, gl’ingegni acuiti, i letterati e la letteratura incoraggiali e protetti, opere pubbliche promosse, strade, ponti, porti costruiti, monumenti innalzati, scavi di antichità ordinati (223).

E la Sicilia col suo vecchio Borbone e coi suoi protettori inglesi languì nel suo antico e deplorabile stato, la feudalità medesima, della cui abolizione si fece tanto vanto, rimase nei possessi, cosicché nel 1821 al parlamento di Napoli l’onorevole deputato Vincenzo di Natale, ne domandò la totale distruzione, la quale non fu decretata che nel 1841!

La battaglia di Waterloo rese alfine Napoli al Borbone, gl’inglesi evacuarono la Sicilia, siccome i Francesi evacuarono Napoli, ma qui se le insegne dei Francesi sparirono, le loro istituzioni, e i loro benfatti rimasero, mentreché in Sicilia non solo nulla vi avea, che rimaner potesse dopo la partenza degl’inglesi, ritorte vi furono eziandio le poche franchigie da secoli serbate. In Sicilia il debito pubblico restò accresciuto e l’erario esausto, laddove in Napoli il debito pubblico trovossi minorato e Ferdinando potè senza pena pagare 40 milioni di mance e compensi vergognosi, dar mercede agli usciti, mensa ai fedeli, premio ai partigiani, abbondanza a sé tanto ricca era la finanza decennale (224).

Aggiunta alla nota 75

Nel giorno f luglio 4848 si leggeva a Parigi nel Siècle: — «Nous somme persuadés que la République française ne trahira pas la confiance de la Sicilie et qu’elle se montrera plus généreuse envers elle que l’Angleterre ne l'a été en 1846.» E sventuratamente nel medesimo giorno il ministero di Sicilia mancava alla fiducia della Francia.


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Note

1 Camera dei comuni d’Inghilterra, tornata del 2t giugno 1821.

2 Da 20 a 22 mila — della rivoluzione italiana illustrati, da G. La Masa; t, I, p. 62, 85, 106, 110, 116, 117. —Crispi; Ultimi casi della rivoluzione siciliana, p. 7, — La Farina Storia documentata della rivoluzione siciliana, t, II, p. 254. — La campagna di aprile 1849 in Sicilia (Malta), p. 7. — Jermanowski, Relation de la campagne de Sicile en 1849. — Mieroslawshv, Appendice à la relation de la campagne de Sicile en 1849. — La Presse, 29 septembre 1848, n. 4,479.

3 G. Carrozza, Aggiunte e chiose ai nocumenti della rivoluzione siciliana illustrati, da G. La Masa, p. 48.

4 Cette cesslon de la Sicile, qui coùta beaucoup au roi d’Espagne, fot exigée par les Anglais. — Anquetil, Motif des guerres et des traitès de paix; p. 204.

5 Gregorio, Considerazioni sulla storia di Sicilia. — Nicolai Specialis, Hist. Sic. Diblasi, Storia di Sicilia. — Palmieri Saggio storico-politico sulla costitvzione del regno di Sicilia — Aceto De la Sicile et de ses rapporta avec l'Angleterre — Colletta, Storia del reame di Napoli, I, I c II La Chare Histoire des papes et des empereurs.

6 Aceto, p. 92, 102— Palmieri, p. 81 e seguenti.

7 Note del 1C settembre 1849 diretta dal ministro inglese signor Tempie al ministro napolitano signor Fortunato.

8 Aceto, p. 164. — Palmieri, p. 81, 82. — Botta, Storia d'Italia dal 1789 al 1814,1. 24.

Contro l’asserto degli scrittori da noi citati il signor Fiquelmont nella. sua opera, Lord Palmerston, l’Angleterre et le Continent, t. I, p. 212, ha scritto: «L’Angleterre a pendant dix ans jetè en Sicile des sommes immenses sans exiger aucun sacrifice de ce pays, où son armée pavait toutes les dépenses à des prix que les circonstances rendaient très élevés.»

Ogni uomo saprà valutare l’importanza dell'asserzione del signor Fiquelmont, noi ci contentiamo di domandare, che fece mai l’Inghilterra pel bene della Sicilia? Ove sono le opere di quest'oro gettato dall'Inghilterra in Sicilia? La guerra e l’occupazione militare erano forse utili alla Sicilia?

Ci è dolce il credere, che. nessun Siciliano avesse fatto sacrifizio alcuno per conservare il dominio straniero, ma ricordiamo con dolore, che questo duminio inglese costrinse i Siciliani a portare le loro armi contro i loro fratelli del continente italiano, a benefizio dell'Austria, ed a subire il comando inglese, che li lasciò nella miseria.

9 Costituzione Siciliana: Della successione al trono di Sicilia, § 17.

10 Decreti dell'imperatore Napoleone, 30 marzo 1806, 25 luglio 1808. — La Sicilia era anche rappresentata nelle armi di Giuseppe e di Gioachino.

11 Aceto, p. 21. —Palmieri, p. 60, 61, 102. — Trattati tra la Sicilia e l'Inghilterra, 30 marzo 1808, 18 maggio 1809, 12 settembre 1812.

12 30 marze 1814.

13 Nota del ministro inglese A’Court, nell’occasione in cui gli Inglesi lasciarono la Sicilia. — Aceto, p. 210.


14 Art. 104.

15 Decreti del 15 maggio, 16 agosto, 8 decembre 1810, etc.

16 Fiquelmont, 1. 1, p. 214, ha scritto: «Jusqu’à la révolution de Naples de 1820, rien n’avait affaibli la confiance qu’avaient les Siciliens d’être encore en possession de la constitution qui leur avait été octroyée en 1812. Bien que depuis cette époque le parlement n’eut pas été convoqué, le roi n'avait cependant manqué en rien à ses engagements, car la convocation du parlement n’était e obligatoire pour lui, que dans le cas où le gouvernement demanderai au pays des impositions plus fortes que celles qui avaient été consenties par le parlement de 1812.

Noi non sappiamo se all'autore d'una opera, che porta per titolo, Lord Palmerston, l’Angleterre et le Continent, sia permesso d’ignorare:

1° Che dopo la sessione del 1812 il parlamento siciliano fu convocato una volta nel 1813 e due volte nel 1814,e l’ultima sessione aperta il 22 ottobre 1814, fu chiusa il 17 maggio 1815. —Aceto, p. 194196.

2° Che la costituitene siciliana del 1812 stabiliva.

«Titolo I, Potere legislativo. Capitolo 1, § 1. Il potere di far, le leggi e quello di dispensarle, interpetrarle, modificarle ed abrogarle risiederà esclusivamente nel parlamento. Ogni atto legislativo però avrà forra di legge, e sarà obbligatorio tosto che avrà la sanzione del re. — Placet.

«Capitolo 2, $ 1. Il solo parlamento avrà il potere di mettere nuove tasse di ogni specie e di alterare quelle già stabilite. Tutti i sussidi non abbiano che la durata di un anno. Tali determinazioni pero del parlamento saranno nulle, come già si è detto delle leggi, se non saranno avvalorate dalla real sanzione. — Placet.

«Capitolo 11, § 1. Sarà unicamente dritto di S. M. quello di convocare, sciogliere o prorogare il parlamento. — Placet. — § 2. Il re sarà tenuto convocarlo in ogni anno come è stato sanzionato all’articolo nono. — Placet.

«Per la successione al trono del regno di Sicilia. —§ 17. Se il re di Sicilia riacquisterà il regno di Napoli, o acquisterà qualunque altro regno, dovrà mandarvi a regnare il suo figlio primogenito, o lasciare detto suo figlio in Sicilia con cedergli il regno; dichiarandosi da oggi innanzi il detto regno di Sicilia indipendente da quello di Napoli, e da qualunque altro regno o provincia. — Placet, per l’indipendenza: tutto il dippiù resta a stabilirsi dal re e dal suo primogenito alla pace generale chi della loro famiglia debba regnarvi.

«Della libertà, dritti e doveri del cittadino. —Capitolo 6, § 1. I benefizi ecclesiastici, gl'impieghi, le dignità, gli ufficj e cariche di qualunque natura senza distinzione, ed eccezione alcuna, neppure dell’arcivescovo di Palermo e delle commende della religione gerosolomitana, non potranno, né dovranno mai conferirsi che ai soli Siciliani. — Placet per quelli da conferirsi da oggi innanzi.

3° Che il decreto del 15 maggio 1816 soppresse la bandiera siciliana, ed i decreti dell8 dicembre dello anno non solo abolirono la costituzione del 1812, ma ancora l'antica costituzione del regno. — Aceto, p. 173. — Essi diedero alla Sicilia una novella organizzazione politica ed amministrativa, e proclamarono il re di Sicilia, re del regno delle due Sicilie.

4° Che il 2 agosto 1818, senza alcun parlamento il re Ferdinando abolì in Sicilia le sostituzioni fìdecommissarie, etc., e nei 1810 pubblicò un nuovo Codice pel regno delle due Sicilie, istituì una nuova organizzazione politica, giudiziaria, amministrativa, accordò impieghi di Sicilia a Napolitani, ordinò la leva militare, non che le imposte del bollo e del registro, che non erano fino allora esistite.

17 Gioberti, Del rinnovamento civile d'Italia, t. I, p 199, 323. — Rossi, Cours d'Economie politique, t. m, p. 9, 10.

18 Federico Napoli uno dei deputati più devoti al ministero siciliano, scriveva, — I trattati del 1815 son lettera morta.... Se il Lombardo-Veneto può staccarsi dall'Austria, potrà ancora la Sicilia staccarsi da Napoli. — L’indipendenza e la lega, n. 22.

Egli dunque considerava, che l’unico legame, che riuniva la Sicilia a Napoli era II trattato di Vienna, senza contare per onde i legami naturali, che esistono tea la provincia di unica nazione, quali erano Napoli e Sicilia, egli ignorava forse, che il Lombardo-Veneto non essendo né austriaco né tedesco non si distaccava mica dall’Austria, ma si affrancava dalla dominazione straniera, fortificava l’Italia, e ne garentiva l'indipendenza, mentreché la Sicilia si distaccava, si divideva da Napoli, indeboliva la forza nazionale, e comprometteva la sua indipendenza.

In fatto mentre il Lombardo-Veneto si affrancava dalla dominazione straniera, non incontrava difficoltà a fondersi col Piemonte; l'esempio dunque che poteva trarsi dalia condotta lombarda era quello di sottrarre la Sicilia alla influenza, che spingevala sotto il protettorato inglese, e determinarla a fondersi con qualunque altra provincia italiana.

Acciocché le nostre parole non siano mal interpetrate protestiamo essere solo nostro intendimento approvare ciò che avea già detto l'esule genovese. — «Quando il trattato del 1816, uni Genova ad altro stato d'Italia,... quanti fra noi amavano la patria comune, quanti aveano desiderio e certezza nell'avvenire salutarono quella unione come fatto provvidenziale. —Mazzini, Lettera ai Siciliani.

19 «La federazione non garantirebbe la Sicilia dalle cupidità straniere… all'Inghilterra piacerebbe il dissidio dell’isola per signoreggiarla. — Gioberti, Del rinnovamento, etc., t. I, p. 202.

20 Ségur, Politìque des cabinets d'Europe, t I, p. 320.

21 Ségur, l. C., t. II, p. 840, 349, t. III, p. 65, 67.

22 Aceto, p. 108.

23 Memorie storiche e critiche della rivoluzione Siciliana del 1848. Londra 1851, 1. 1, p. 149.

24 Memorie storiche critiche, L 1, p. 249.

25 Lamennais, Il paese ed il governo. — Programma rivoluzionario pel popolo siciliano. Appendice, p. 172. — Gioberti, Del rinnovamento civile, t. 1, p. 113.

26 La Masa, L, I.

27 Dispaccio di lord Minto a lord Palmerston, 18 gennaro 1848. — Correspondence. La Masa, 1. 1, p. 206.

28 Dispaccio di lord Palmerston a lord Napier, 18 gennaio 1848. — Correspondence respecting the affair of Naples and Sicily 1848-1849. — La Masa, t. I, p. 201. Memorie storiche, 1. 1, p. 47.

29 Dispaccio del 24 gennaro 1848. Memorie storiche, 1. 1, p. 91. — La Farina, L I p. 88.

30 Dispaccio di lord Napier al capitano Key, 22 gennaro 1848. — La Masa, t. l, p. 208.

31 Dispaccio di lord Minto a lord Palmerston, 18 gennaro 1848.

32 29 gennaro, 4 febhraro e 10 febbraio 1848.

33 Dispaccio di lord Mieto al signor G. Geowin, console di S. M. B. a Palermo.

34 Dispaccio del comitato di Palermo a lord Minto, 14 febbraro 1848.

35 «La cousidération d’un état nouveau dépead de son début». — Saint-Priest, Étude diplomatiques, p. 37.

36 Aceto, p. 100 e seguente. — Palmieri, p. 03 a 206. — Dumas, Histoire de Louis Philippe, 1. 1, p. 150 e 151.

37 Corrispondenza, etc., p. 54. — Memorie storiche, t. i, p. 68.

38 Memorie storiche, t. I, p. 135.

39 Memorie storiche, t. I, p. 139.

40 Tornata dell’8 agosto 1848 alla camera dei lords.

* La Presse 1848, n° 4,331.

41 Uno dei decreti del 0 manto è là copia fedele detratto del 24 febbrajo pubblicato dal comitato generale di Palermo. Indipendenza e la Lega, giornale di Palermo, n. 4 et 7.

42 Carnazza, p. 47.

43 La Masa, t. I, p. 186. — Carnazza, p. 81.

44 Rossi, Cours d’éconoinie politique, t. III, p. 9 et 10.

45 Carnazza, p. 47.

46 Per conoscere profondamente lo spirito della con dotta del governo inglese sarebbe utile leggere nella corrispondenza, etc., il dispaccio del barone Antonini al ministro Serracapriola, 15 marzo 1848. — Programma rivoluzionario. Appendice, p. 206.

47 Il giorno 10, la deputazione siciliana non fece che una visita di cerimonie a lord Minto, le trattative cominciarono Il giorno il, il 12 furono rimesse le condizioni formulate dal comitato.

48 La Maso, 1. 1, p. 188.

49 Si potrebbe consultare Camozza, p. 47.

50 La Masa, t. i, p. 188. —Carnazza, p. 47.

51 Si parlò in Sicilia di queste insinuazioni, si disse pure avere il governo risposto non volersi repubblica in Sicilia: noi ne slamo stati assicurati da un ministro francese, che continua a far parte della diplomazia, da un segretario d’ambasciata, che é tutt’ora al suo posto, da un principe siciliano emigrato, e da uno dei capi della rivoluzione di Calabria, che vive presso lo straniero. Fra i documenti officiali» che potrebbero servire allo scoprimento di questa verità, avvi due dispacci, l’uno del 14 aprile 1848 diretto da Stabile ministro degli affari stranieri in Sicilia a lord Minto, è nel quale si legge. «Il governo ha acquistato una grande influenza sul popolo e sul parlamento, il decreto di decadenza è pronunziato, ed ogni timore di repubblica è svanito.

L’altro del 26 aprile 1848 diretto da lord Normanby a lord Palmerston, e nel quale vi sta scritto, avvi in Francia un partito, che si rallegrerebbe della proclamazione della repubblica in Sicilia, come un trionfo dei suoi principi. — Corrispondenza, etc. — La Farina, tu, p. 225.

52 Tornata dell’8 agosto 1848 alla Camera dei lords.

53 Il governo siciliano non comprendeva un iota di tali considerazioni. Chiunque potrà convincersene leggendo nella corrispondenza, etc., il dispaccio del 14 aprile 1848 diretto dal ministro Stabile a lord Minto. — I fatti posteriori comprovano sventuramente questa verità.

54 «Il faut, à l’égard de toutes les nations puissantes ou faibles, amies ou non, être juste; mais il faut se refuser, à l’égard des première», à tout acte d'une lâche complaisance, comme à l’égard des dernières à tout acte de rigueur et d’indifférence.»

Ravneval, Institutions du droit de la nature et des gens, p. 323.

55 Vedi nota 51.

56 Vedi nota 51.

57 Costituzione siciliana del to luglio 1848, art. 5.

58 Idem, art. 96.

59 Idem, art. 7.

60 Idem, art. 20.

61 Camera dei comuni tornata del 30 maggio 1848. — L'Indipendenza e la Lega, giornale di Palermo, n. 64. — La Farina, 1. 1, p. 260.

62 L'Indipendenza e la Lega, m 13.

63 Camera dei comuni tornata del 16 aprile, 4, 26 e 30 maggio 1848. — L'Indipendenza e la Lega. —Memorie storiche critiche, 1. 1.

64 Vedi nota 52.

65 Manifesto del governo siciliano 31 maggio 1848, L'Indipendenza e la Lega p. 64 e 68. Il Citato manifesto dà una vera idea del carattere e dello scopo del governo siciliano. — Memorie storiche, t. I.

66 La Maga, t. II, 217.

67 Camera dei comuni tornata dei 1 giugno 1848. L’Indipendenza e la Lega, n. 69.

68 L’Indipendenza e la Lega, n. 72.

69 «L’Angleterre, qui avait protégé la pacification de Gand (1556), donnait des secours d’hommes et d’argent à la révolution des Pays-Bas. Reproche de cette conduite, la reine Elisabeth répondit: «Je l’ai fait à doublé objet, e celui d’empêcher les insurgés; réduits au désespoir de se a donner à une puissance étrangère.» Rayneval, L c. note p. cij.

70 Manifesto francese del 20 maggio 1848. — La Farina, t. II, p. 251. — Lamartine all’assemblea nazionale tornata del 23 maggio 1848.

71 Dispaccio del ministro Stabile al commissario La Farina 7 luglio 1848. — La Farina, t. I.

72 Dispaccio del 17 giugno 1848 diretta dal signor Giorgio Hamilton ministro inglese a Firenze a lord Napier. Corrispondenza, etc. — La Farina, t. 1, p. 230.

73 La Farina, t. I, p, 137.

74 Detto dispaccio del 7 luglio 1848. — La Farina, t. I, p. 137.

75 Detto dispaccio del 7 luglio 1848. —La Farina, t. I, p. 237.

76 Camera dei lords, tornata dell'8 agosto 1848.

77

78 Camera dei comuni di Londra tornata del 21 giugno 1821.

M. Fiquelmont, l. e., 1. I, p. 216, ba detto che «En 1821, après la révolution de Naples et de Sicile, le cabinet anglais s'adressa aux cabinets des trois cours intervenantes, «leur demandant d’user de leur influence sur celle de Naples, afin d’obtenir que Sa Majesté sicilienne laissât la a Sicile dans la position où l’avait mise l’organisation de 1816. Mais cette démarche n’eut aucun résultat, car le roi de Naples répondit que la révolution avait changé tous ses rapporta avec la Sicile, qu’elle avait fait de l’existence d’un parlement un symbole révolutionnaire, et qu’au moment où il avait été force de supprimer celui de Naples, il lui serait impossible de rétablir celui de Palerme.»

Noi ignoriamo ove il Fiquelmont abbia attinto queste notizie, ma per converso sappiamo, cheli parlamento siciliano cessò di esistere sin dal 1816, e che Ferdinando area sin d'allora cambialo i suoi rapporti colla Sicilia (vedi nota 16), ch’ei non fu giammai forzato a sopprimere il parlamento, ma andò a piatire al congresso de Laybac onde farlo distruggere dalle armi straniere: sappiamo in fine che le cose asserte dal Fiquelmont rimangono smentite delle dichiarazioni del ministero inglese alla camera dei comuni nella tornata del 21 giugno 1821. — «No, diceva il marchese de Londonderry in quella memorabile seduta, dopo a l’anno fortunato, in che le nostre truppe evacuarono la Sicilia, nessun Siciliano ha levato piato contro il novello ordine di cose! Alla Sicilia torna di vantaggio l’unione con Napoli I Noi non abbiamo nulla fatto in pro del suo antico reggime perché nulla dovevamo fare!

79 7 settembre presa e distruzione di Messina.

80 7 aprile presa e massacri di Catania.

81 Camera dei pari tornata del io luglio 1848. — Camera dei comuni tornata del io luglio 1848; — L’Indipendenza la Lega, n. 96.

82 Vedi nota 81.

83 Vedi nota 81.

84 Vedi nota 81.

* Vedi nota 81.

85 Queste parole fanno allusione ai fatti seguenti: Il 30 marzo 1848 le due camere nominarono una commissione stiate per redigere un progetto di costituitone. L'Indipendenza e la Lega, numero 17. — Le commissione a maggioranza di voti avea nel suo progetto proposto due camere l’una elettiva dal popolo, l’altra dai re, di maniera che la paria ereditaria sancita nella costituzione del 1812a era distrutta. La camera dei pari sconcertata da questa idea ne fece un soggetto di calda discussione nella tornata dell'8 giugno. I pari Martella avvocato, Bammacca principe, La Ferla duca, Valguarnera principe, Vagliasindi abate, Viilalba duca, etc., etc., osarono sostenere, che la paria era una proprietà, la sua abolizione uno spogliamento! Invano Camalotti barone, Leila negoziante, Beccaforte marchese, Verdura duca, etc., combatterono la paria ereditaria, la camera dopo avere applaudito ai più enormi spropositi risolvette di conservare la paria ereditaria aggiungendovi dei pari elettivi e dei pari di dritto. Camera dei pari tornate dell’8, 9, 10 giugno. — L'Indipendenza e la Lega n. 72, 73, 74, e 75. Nel detto giornale sotto la data del 10 giugno fu pubblicato un articolo del signore G. D’Ondes Reggio contro i pari, ivi si legge «I pari vogliono rialzare un cadavere e un cadavere putrefatto: ma signori pari i cadaveri hanno vita ammorbatrice, e la putredine genera putredine, e gli sforzi, che intendono sostenerla, non hanno neppure la vita di un giorno.»

E però la camera dei pari era irritata, ma comprendendo che la camera di comuni era risoluta ad abolire la paria pensò di aggiungere negoziazioni alle ostilità.

Noi non sappiamo la natura dei negoziati, sappiamo però che un cavaliere a nome dei più distinti pari propose nel 4 luglio ad un rappresentante avvocato di sostenere la paria ereditaria del 1812 sotto la promessa, che la camera dei pari approvasse tutte le altre disposizioni dello statuto qualunque fossero state: noi sappiamo che il deputate rispose essere la proposta infamante. Come, esclamò egli, se la costituzione è buona, i pari la combatteranno sol perché non vi è sancita la paria ereditaria? E se la è cattiva l’approverebbero essi ove lor si accordasse la paria ereditaria!...

Nella tornata del 10 luglio alla camera dei comuni in mezzo alla confusione, di che abbiamo discorso, il signor V. d’Ondes Reggio, fratello de G. d’Ondes Reggio, propose l’articolo seguente «Saranno chiamati durante la loro vita a far parte del senato, oltre al numero del 120 quei pari temporali, che siedeano per la costituzione del 1812, e che il giorno 13 aprile firmarono personalmente l’atto di decadenza.» — L'Indipendenza e la lega, n. 96. — Questo è l’articolo 96 della costituzione del 1848. — Ab uno disce omnes.

86 Attesa la difficoltà che abbiamo provato noi stessi, tuttoché assistessimo alla discussione, di credere alla possibilità di quella censura, ci affrettiamoci dichiarare espressamente, che il signor Leila non ha detto un sol motto di più o di meno di quanto noi abbiamo trascritto, si possono inoltre consultare. — L'Indipendenza e la lega, n. 99, e le Memorie storiche, t. I.

87 Camera dei pari tornata del IO luglio. — L'indipendenza e la lega, n. 92.

88 Camera dei comuni tornata del 10 luglio. — L’Indipendenza e la Lega, n. 96.

89 Camera dei pari tornata del 10 luglio. — L’Indipendenza e la Lega, n. 96.

90 Oltre a quanto è di principio pdr la divisione dei poteri in tutti 1 governi costituzionali, bisogna sapere, che il parlamento prima di nominare il presidente del governo aveva decretato le legge riguardanti le attribuzioni del potere esecutivo provvisorio, e là il presidente non è autorizzalo ad intervenire nel parlamento, ed assistere alle deliberazioni.

91 Tralasciata ogni considerazione politica utile è sapere in fatto, che in un dispaccio di lord Napier datato 1 giugno 1848, si legge, che si sarebbe riconosciuto il nuovo re di Sicilia a tempo opportuno, e dopo che fosse in possesso del trono. — Corrispondenza, etc., p. 388. — Memorie storiche, 1. 1, p. 346.

92 La Masa, t. I, p. 283.

93 Memorie storiche, 1. 1, p. 303. —La Masa,t. II.

94 La Farina, t. ii, 341.

95 La Farina, 1. 1, p. 205. — La Masa t. n, p. 124, 422. — L'indipendenza e la lega, n. 62.

96 La Masa, 1. 1, p. 339.

97 Montanelli, Schiarimenti nel processo politico contro il ministero democratico in Toscana, p. 9. — Dispaccio indirizzato dal YYY Ventura al ministro degli affari esteri in Sicilia il 12 marzo 1849. — La Masa, t. ii, p. 145. — Gioberti, Del rinnovamento civile, 1. 1.,

98 La Masa, t. ii, p. 121,422. La Farina, t. II, p. 220.

99 Gioberti, Del rinnovamento, t. I, p. 19, 103.

100 Roma e Toscana, dice la Presse del 12 febbrajo 1849, e l’ha detto Guerrazzi pella sua apologia, doveano temere il regno dell’alta Italia. E noi aggiungiamo tanto più se desso avesse dato luogo alla divisione del regno delle Due Sicilie.

101 Il Risorgimento, giornale di Torino, n. 206. — Il Costituzionale subalpino, n. 262. — La Lega italiana, — La Concordia, 28 luglio 1848.

102 Il Risorgimento, n. 1.

103 Lettera ai Siciliani.

104 Guerrazzi, lettera del 4 ottobre 1848 a Vincenzo Gioberti. — Guerrazzi, Apologia.

105 Gioberti, Del rinnovamento civile d'Italia.

106 Il Contemporaneo, giornale di Roma, 24 febbrajo 1848.

107 La Lega italiana, n. 15 et seg.

108 La Concordia, 28 luglio 1848.

109 Il Risorgimento, 14 et 15 agosto 1848. Oggi è provato, che gli articoli pubblicati sul proposito e firmati Casetti o Trucchi appartengono ad un membro della deputazione siciliana. — La Masa, t. I et II.

110 Vedi nota 109.

111 L'Indipendenza e la Lega, n. 107.

112 L'Indipendenza e la Lega, n. 107.

113 La Farina, t. II, p. 154.

114 La Masa, t. II, p. 124. —La Farina, t. II, p. 154.

115 L’autore delle Memorie storiche, t. I, p. 292, dice che tale risposta importasse 11 consigliò del rifluito.

116 Il 21 giugno 1821 una mozione di lord Bentinck alla camera dei comuni suscitò una grave discussione sugli affari di Sicilia. John Mackintosh rispondendo al ministro marchese di Londonderry diceva «Prima della stampa dei documenti deposti sulla tavola, io avrei creduto impossibile, che le istruzioni non fossero state spedite al nobile lord Bentink all'epoca della nostra evacuazione della Sicilia, la camera frattanto ha ascoltato quali erano i fatti. Dal dispaccio del nobile marchese sembrava esservi stata qualche comunicazione anteriore tra i due governi, in esso si trovano le assicurazioni del re di Napoli, or queste assicurazioni doveano al certo essere state date in risposta a qualche nota communicata da parte di questo stato: ove è dessa? Ove sono le istruzioni, dietro le quali hanno avuto luogo le note? Ov’è la nota scritta da sir William A’Court nel 1814?» Dopo queste esperienze potrebbe sorprendere il non sapere spiegare la causa delle contraddizioni apparenti nella politica del gabinetto inglese?

117 Aceto, p. 86 94, 95, 98. — Palmieri, p. 59 a 71.

118 Palmieri, p. 76.

119 Aceto, p. 103 e 104. — Palmieri, p. 80 e 81.

120 Aceto, p. 104. — Palmieri, p. 80 e 81. — Colletta, t. II, p. 134, 197.

121 Aceto, p. 105 a 109. — Palmieri, p. 80 a 90.

122 Aceto,p, 108, 109, 119. — Palmieri, p,. 94 a 99.

123 L’Inghilterra desiderò veramente, che un sistema costituzionale fosse introdotto in Sicilia, o piuttosto cercò ella mettere un freno al re, che sembrava sfuggirle, assicurare i suoi presidi, e dare all’Italia un nuovo incitamento per iscuotere il governo napoleonico? Noi noi sappiamo, ma noi non ignoriamo, che il gabinetto inglese affrettossi a far penetrare in Italia la Siciliana costituzione, che questo esempio a non poche promesse riunito molte popolazioni ingannò, che finita la guerra l’Inghilterra più non sostenne quella costituzione, che nel 1820 ella non volle riconoscere il governo costituzionale di Napoli, ed il più famoso del sui legni servi al trasporto di Ferdinando, quando volle rendersi a Laybach, donde ognun sa che avvenne. — Colletta, t. III, p. 189, t. IV, p. 167, 181.

124 Prima dell'elezione del duca di Genova si leggeva in un giornale di Palermo, che questa elezione non poteva essere, che una farsa politica per divertire i Siciliani ed allontanarli dallo spirito repubblicano, un abusò di potere per ingannare la buona fede del popolo, imperocché era certo, che Alberto Amedeo non poteva accettare la corona di Sicilia. — Programma rivoluzionario del popolo Siciliano. Appendice, p. 159.

125 Pagina i07, 122 e 123.

126 Aceto, p. 123.

127 «L'Inghilterra nutriva gli spiriti municipali dei Siculi per ridurseli in grembo, e fomentava in Piemonte la mediazione per compiacere all’Austria e forse per gelosia del regno dell’Alta-Italia. Gioberti, Del Rinnovamento, etc, L I, p. 63.» E a t. ii, p. 320, egli aggiunge: «L’Inghilterra non ama mica una Italia unita.»

128 Vedi nota 102.

129 Nota comunicata da W. A'Court all'epoca dell'evacuazione dalla Sicilia eseguita dagl'Inglesi, 1814.

130 Tornata del 21 giugno 1821 alla camera dei comuni, discorso, del ministro marchese di Londonderry.

131 Memorie storiche, 1. 1, p. 299 e seguenti. —La Masa, t. I, p. 380. n popolo ed il governo siciliano nel 1848-1849.

132 La Masa, 1. 1, p. 250.

133 Dispaccio del 25 giugno 1848 firmato al quartier generale di Bassano dai signori Ribotti comandante in capo, G. Longo colonnello, M. Delle Francie col;, E. Fardella col, C. Gran Monte col. C. Cardocci col., A. Scalia maggior T. Burgio mag., T. Landi col.

134 La Masa, 1. 1, p. 260.

135 Memorie storiche, 1. 1, p. 299.

136 7 luglio.

137«Aussi tout le monde est d'accord qu’il faut tracer, à une distance convenable des côtes, une ligne de respect en dedans de laquelle l’étranger, même dans l’absence de toute force, se conduise comme s’il se trouvait sur le territoire même du pays dont cette ligne sera, diton, considérée comme la frontière maritime.

«Mais à quelle distance faut-il placer cette frontière? Plusieurs publicistes la bornent à la plus grande portée du canon, établie sur la pointe la plus saillante de la côte visible. D’autres l’étendent aussi loin que, de la haute mer on peut apercevoir terre. D’autres, enfin, pour éviter tout ce que ces différentes propositions ont de vague et d’incertain, fixent la ligne de respect à deux, quatre a et même six milles marina de la côte la plus proche;»

Pinheiro Ferreira, Court de droit public, t. n, p. 74.

Baudin estende questa misura sino a trenta miglia. — De la République, liv. i, chap. 10.

Alcuni la portano a dieci leghe, come era lungo le coste meridionali della Francia riguardo ai Barbareschi. —Puffendorf, liv. I,ch. xii.

La misure la plus juste, dice Rayneval, est la vue de ces a mémes cótes, c’est-à-dire l’horizon réel.» — L. c., p. 162.

Vattel la fissa alla portata del cannone. —Droit des gens, liv. t, chap. 28, § 389. —Secondo quest’ultima teoria solamente può essere dubbio se i Siciliani si trovassero nelle acque di Corfù.

138 Vero è che contro i principi più generosi e più morali, che fecero la grandezza dei Romani, si è sostenuto, che come stratagemma di guerra si possa far uso delle bandiere e degli abiti dei nemici, ma chiunque conosce le ragioni di questa teoria, deve comprendere non essere mica permesso far uso delle bandiere delle potenze neutre.

«Au nombre des usages, dice Pinheiro Ferreira, généralement reçus, est celui de hisser le pavillon de sa nation en le saluant par un coup de canon, qu’on appelle coup d’assurance. Il est digne de remarque que cette seconde formalité a été introduite pour écarter l’incertitude où était tombe le signal lui-même du pavillon national, depuis que les commandants étaient autorisés à hisser, par forme de ruse de guerre, d'autres pavillons que ceux de leurs nations respectives: usage que chaque puissance devrait considérer comme un' point d’honneur de réprimer, en exigeant une satisfaction du gouvernement dont les vaisseaux se seraient permis d'usurper leur pavillon.» — Court de droit publice, t, II, p. 128,

139 Tornata dell’8 agosto 1848.

140 Camera dei lorda tornata del 21 agosto 1848.

141 Abbiamo notato la risposta del gabinetto inglese nella tornata dell’8 agosto, ma nell’altra dei 23, allorché più non ignoravasi l’armistizio di Milano, lord Russell, altra volta interpellato sul soggetto medesimo, rispose: che le istruzioni date all’ammiraglio Parker non ingiungevano affatto d’immischiarsi nei rapporti di re Ferdinando coi costui sudditi.

142 Dispaccio dei principe di Cariati al signor Tempie. Dicembre 1848. — Proclama del ministro siciliano Vito D’Ondes Reggio, 14 settembre 1848.

143 Gioberti, M Del rinnovamento civile d'Italia.

144 Nel Pays, journal de l’Empire, sotto la data del 1 marzo 1853 noi abbiamo letto.

«On a parlé d’une médiation offerte et refusée. Je ne pense pas que les choses aient été si avancées. Cependant rien de plus légitime! La médiation est dans les rapporta d’État à État ce que l'arbitrage est dans les affaires particulières. Or, le Code international a mis la décision arbitrale parmi les plus faciles et les plus larges moyens de décider les contestations: les arbitres sont des juges impartiaux, désintéressés, et alors même qu'ils auraient des intérêts particuliers, les médiateurs resteraient au moins dans une idée de conservation et de statu quo; ils empercheraient les conflits, et dans les affaires de peuple à peuple, il faut bien le dire, lès conflits se transforment en guerre, et les frais des débats se patent par la ruine et le sang.

«Rien de plus fréquent, dans l’histoire diplomatique, que l’exercice du droit de médiation. Comme de tout ce qui est grand et beau dans le moyen-âge, la source première remonte à la papauté; les souverains pontifes intervinrent dans les conflits de la féodalité, pour apaiser ces luttes acharnées qui faisaient verser tant de sang chrétien.

«A peine le système politique était-il né en Europe avec le cardinal Richelieu, que le droit de médiation s’exerce sur la plus vaste échelle, et, il faut le dire, avec la plus grande impartialité.

«En 1673, la Suède fot acceptée comme médiatrice dans la guerre que Louis XIV poursuivit avec tant de gloire contre la coalition de l'empire, de l’Espagne et de la Hollande, médiation qui amena la paix de Nimègue (1676).

«La paix de Riswick, après la formidable ligue d’Augsbourg formée contre la France, fut préparée par la médiation du pape, des rais de Portugal et de Danemark (1697).

«Sans faire un plus long étalage d’érudition diplomatique, tout le dix-huitième siècle n’est-il pas rempli de médiations qui mettent fin aux guerres commencées, ou qui les préviennent pour l’avenir? Et comme la Russie est aussi intéressée que l’Autriche dans la question actuelle, je lui rappellerai sur quelle large base elle exerça son droit de médiation, de concert avec la France, dans le congrès de Teschen pour les affaires de l’Allemagne (1779).

«Il est également un souvenir cher à l’Autriche, et spécialement au prince de Metternich: c’est celui du congrès de Prague (août 1813). Dans ses longues et belles causeries de Johannisberg, le prince aime à justifier sans cesse le róle sincère et loyal de l’Autriche dans sa médiation de Prague, le désir qu’elle avait de préparer la paix générale, et la douleur qu’elle éprouva de ne pas arriver à une heureuse fin.

«Depuis trente années sur la question spéciale aujourd’hui engagée, celle d'Orient, tout ne s’est-il pas fini par les médiations?

«Quand les Russes passèrent les Balkans, en 1828 et 1829, (malgré l’Autriche et les irritations du prince de Metternich, alors si profondément séparée de la politique russe), tout ne fìnitis pas aussi par une médiation?

«Dans nos derniers temps de troubles, quand l’Autriche reprit si vigoureusement l’initiative dans le Milanais, après la triste défaite du roi Charter Albert, est-ce qu’elle n'admit pas l’initiative médiatrice de la France et de l’Angleterre, pour préparer la trêve d’abord et pais la paix définitive!

«Je cite tous ces faits, tous ces précédents, monsieur, pour bien constater ce qu'a de légitime et de fondé l’intervention médiatrice dans toutes les questions délicates qui s'élèvent entre nations. L’Europe est comme une grande famille: pour éviter les débats entre ses membres, quoi de plus honorable et de plus simple, comme je l'ai dit, qu'un jugement arbitral? Ces médiateurs sont des amis communs, qui ne décident rien forcément, mais qui préparent les pièces nécessaires pour une transaction.

«La médiation ne crée pas la supériorité des arbitres: cela est si vrai, qu'on a vu les puissance de second ordre exercer cette intervention pratique entre de grand États; elle ne doit done blesser aucune susceptibilité.

«Le résultat infaillible d’une médiation serait de conserver à chacun son droit, à chaque réclamation sa justice; de rappeler à toutes les puissances leur devoir, et de maintenir ainsi la paix générale et l’équilibre européen.

Noi crediamo dover fare osservare che:

1° Avvi dei pubblicisti, che hanno adoperato la parola arbitro per designare il mediatore, ma essi non hanno mancato di fare rimarcare la differenza tra l'uno e l'altro. — Grotius, De jure Belli et pacis, lib. III, ch. so, § 48. —Barbeyrac, traduction de Grotius, parola arbìtre. — L’arbitre, dice Vattel (Droit des Gens, Hv. it, chap. 18, § 228) est juge, le médiateur est conciliateur. — E tatti i pubblicisti son d’accordo nel sostenere, che la mediazione è ben differente dell'arbittnggio.

«Les parties en guerre, dice Rayneval, sauvent nomment des arbitres ou seulement des médiators, les arbitres reçoivent un pouvoir qui les autorise à prononcer définitivement sur les différents qui divisent les deux parties. Ainsi dans ce cas ils remplissent les fonctions de juges: le compromis en vertu duquel cette autorité leur est déléguée est la loi commune des parties, et elles sont obligées d’exécuter le prononcé des arbitres quel qu’il puisse être.

«Souvent lorsque deux puissances sont en guerre, elles ont recours à une puissance neutre, celle-ci leur sort d’intermédiaire pour leurs communications, et elle y joint ses conseils pour tâcher d’opérer un rapprochement; c’est a qu’étant avouée de part et d’autre, elle remplit les fonctions de médiateur; souvent un médiateur offre de lui-même ses bous office».

«La différence entre le médiateur et l’arbitre consiste en ceci, que l’arbitre prononcé un véritable jugement obligatoire, et que le médiateur ne peut que donner des avis a et des conseils, que les parties peuvent suivre ou ne pas suivre; souvent même la médiation n’est qu’une simple a formalité, que l’on adopte d’abord pour se rapprocher, et que l’on continue uniquement par égard pour le médiateur.» — Institutions du di oit de la nature et des gens, p, 287 et 288.

2° La pace di Nimega.

La triplice alleanza Conchiusa all’Aja il 23 gennaro 1648 tra l’Olanda, l’Inghilterra e la Svezia determinò Luigi XIV. a consentire alla pace di Aix-la-Chapelle In maggio 1668, col secreto disegno di ricominciare la guerra tostoché avesse separato gli attorti.

Luigi XIV riuscì nel suo proponimento, attirò a Se l'Inghilterra e nel 10 dicembre 1670 un trattato d'alleanza conchiuso tra la Francia e l'Inghilterra. Onesto trattato fu confermato ed ampliato da un altro soscritto il 15 febbrajo 1075.

Gli Olandesi dal loro canto ottennero l'alleanza della Spagna, e ne Ai il trattato firmato il 17 dicembre 1671.

Addì 6 aprile 1675 i governi di Francia e d'Inghilterra pubblicarono le dichiarazioni di guerra contro gli Stati Generali delle Provincie Unite.

La Svezia si separò dall'Olanda, ed il 14 aprile 1675 consenti ad un trattato d'alleanza colla Francia. Il 30 agosto 1673 l'imperatore si uni alla Spagna mercé un trattato in favore degli Olandesi. Questo trattato determinò il marchese di Brandebourg, che il 16 giugno 1673 avea fatto la pace colla Francia, a riprendere le armi contro di lei: ed il re di Danimarca a sollecitazione dell'imperatore, si uni alla lega, ed attaccò il re di Svezia.

Il re d'Inghilterra costretto dal malcontento e dai clamori della sua nazione, che temeva l’ingrandimento della potenza della Francia, fece la pace colla Olanda il 19 febbrajo 1674; nel che fu imitato dal vescovo di Munster il 52 aprile, e dall'arcivescovo di Cotogna 1’11 maggio 1674.

La Francia e la Svezia restarono sole contro quasi tutta l'Europa: Il re di Svezia battuto dall’elettore di Brandebourg era stato messo al bando dell’impero (decaduto dei suoi onori, etc. ) come violatore della pace pubblica.

Allora l'Inghilterra offri la sua mediazione a Luigi XIV, ed il papa propose la sua alla Spagna, e col consenso di tutte le parti in guerra indicossi il congresso di Nimega.

Il 3 giugno 1 plenipotenziari francesi arrivarono a Nimega, ove erano giunti di già due deputati degli Stati Generali. I. ministri rappresentanti i mediatori erano Jenkings, Tempie, e Hyde per l'Inghilterra, ed il nuncio Bevilaqua per il papa.

Le conferenze non cominciarono che il 3 marzo 1677. La Danimarca domandava, che la Svezia abbandonasse tutto ciò che avea acquistato mercé il trattato di Copenaghen net 1660, etc. La quistione della Svezia fu forse la più grave in quel congresso, il che può ravvisarsi nelle condizioni assolute offerte dalla Francia a di 9 aprile 1678 in favore della Svezia come potenza belligerante e sua alleala.

Durante il congresso di Nimega l’Inghilterra, che avea il carattere di mediatrice stipulò a Londra, il 26 luglio 1678, alleanza Coll’Olanda. Luigi XIV ne fu informato ed affrettassi a conchiudere la pace.

10 agosto 1678, trattato di pace firmato a Nimega tra la Francia e l’Olanda.

17 settembre 1678, trattato di pace firmato a Nimega tra Spagna e Francia.

5 febbrajo 1679, trattato di pace firmato a Nimega tra l’imperatore e la Francia.

5 febbrajo 1679, trattato di pace firmato a Nimega tra l’imperatore e la Svezia.

5 febbrajo 1679, trattata di pace firmata a Zel tra Brunswick, Francia, Svezia.

29 marzo 1679, trattato di pace firmato a Nimega, tra Munster e Francia.

29 giugno 1679, trattata di pace firmato a Saint-Germain-en-Laye tra Brandebourg, Francia, Svezia.

2 settembre 1679, trattato di pace firmato a Fontainebleau, tra Francia e Danimarca.

26 settembre 1679, trattato di pace firmato a Linden tra Danimarca e Svezia.

12 ottobre 1679, trattato di paM firmato a Linden tra Svezia ed Olanda.

Mably, Ze droit public de l'Europe t. i, p. 278 à 343. — Anquetil, Motifs des guerres et des traités de paix de la Fraxce, p. 150 à 188. —Flassan, Histoire de la diplomatie francaise et de lapolitique de la France, t. in, p. 405 A 422. —Martens, Traités de pai#, etc., ann. 1678, 1679.

Pace di Riswick.

Il timore ispirato dall’ambizione di Luigi XIV e gl'intrighi del principe d’Orange, il quale nel disegno d’impadronirsi più facilmente del trono d’Inghilterra sforzavasi d’occupare la Francia, furono cagione della lega, che conchiusa ad Ausbourg nel 1686 fu firmata a Venezia nel 1687.

Luigi XIV prevedendo l’avvenire, ed irritato della lega attaccolla presso il finire del 1688.

Nel 1690 Carlo XI, re di Svezia offri la sua mediazione alle potenze in guerra, ma tale mediazione accettata da Luigi XIV non lo fu dagli alleati, onde la guerra continuò. Altri tentativi di mediazione fatti nella Svizzera ed altrove non ebbero miglior fortuna sino al 1696, allorché la mediazione del re di Svezia fu accettata da tutte le parti; ciò non. ostante le ostilità non furono affatto sospese.

Il 29 agosto il duca di Savoja conchiuse un trattato colla Francia, e per esso di amico dell’Austria ei divenne il generalissimo delle truppe francesi In Italia.

La defezione del duca di Savoja fece prendere agH altri H partito di accettare il 10 febbrajo 1697 gli articoli preliminari presentati dal signor Colliers al signor Lillieroot ambasciadore del re di Svezia mediatore. Indicóssi pel congresso il castello di Riswick in Olanda. Le conferenze si aprirono il 9 maggio 1697.

All’apertura del congresso gli alleali domandarono un armistizio, che venne rifiutato da Luigi XIV, onde il sangue continuò a scorrere.

Il 10 agosto 1697 il duca di Vendóme prese Barcellona. Questo avvenimento e le minacce di Luigi XIV decisero della pace, essa fu inscritta il 20 agosto dagli Olandesi, il 17 settembre dalla Spagna, il 25 dall'Inghilterra, ed il 5 febbrajo 1099 dall'imperatore.

Mablv, 1. c., t. li, p. 1 à 45. — Anquetil, 1. e., p. 190 à 216. — Flassan, I. c., t. iv, p. 151. Négociations du comic d’Avaux en Suède en 1693. — Martens, 1. e, ann. 197, 199.

Che possiamo noi dire dei trattati di Teschen, cui diede luogo la guerra per la successione della Baviera? Tutto H mondo sa, che in tale occasione la Russia e la Francia agirono pel loro interesse.

La Russia alleata della Prussia ed in guerra colla Porta dovea proteggere la sua alleata ed Impedire l’ingrandimento dell’Austria. Infatti la prima nota indirizzata dalla Russia all’Austria proclamò l’indipendenza d’Alemagna, e minacciò l’ambizione dell'Austria.

La Francia era interessata ad impedire, che ia Baviera fosse occupata dall'Austria, imperocché una tale occupazione asservendo l'Alemagna sarebbe stata pregiudizievole alla Francia. D’altra banda la Francia in guerra coll’Inghilterra temeva, che la Prussia e la Russia fossero divenute alleate della Gran Brettagna, e fu perciò che la Francia negossi di adempiere ai suoi impegni stipulati nel trattato d'alleanza coll’Austria il 1 maggio 1750, fu perciò che gl'intrighi di Katmitz, l’offerta dei Paesi Bassi austriaci fatta alla Francia, e le manovre politiche di Maria Antonietta non poterono alterare le disposizioni del gabinetto di Parigi.

Cosicché sotto In forma di mediazione, la Francia e la Russia appoggiarono la Prussia, imposero all'Austria d’evacuare la Baviera, e fecero firmare il trattato di Teschen il 12 maggio 1779.

Noi non abbiamo nulla a dire intorno al congresso A Praga, che aperto il 28 luglio fu sciolto il 10 agosto 1818; della sincerità e della lealtà dell'Austria, non men che del valore di Metternich parlano eloquentemente la dichiarazione del 12 agosto (il domani del congresso), mercé la quale l'Austria fa conoscere a Napoleone la sua adesione alla coalizione, la capitolazione di Parigi, i trattati di Vienna, Waterloo, e Sant’Elena. Onde ben giudicarsi dell’utilità della mediazione anglo-francese in Italia nel 18481849 noi preghiamo il lettore di consultare Gioberti, Del rinnovamento, etc. t. I, p. 236, 241, 243, e Montanelli, Introduzione ad alcuni appunti storici sulla rivoluzione italiana, n. 8.

3° Atteso il fin qui detto noi conveniamo, che la mediazione è utile, ma è ben difficile di trovare dei mediatori sinceri, leali e disinteressati, noi conveniamo, che l'arbitraggio è buono, ma è assai difficile trovare arbitri imparziali, giusti, e che rispettino il dritto; che che se ne dica da Capefigue e dai suoi amici la storia della diplomazia non presenta all'attento lettore né molte mediazioni sincere e leali, né molti arbitraggi giusti ed imparziali.

Noi compendiano del pari il giudizio degli arbitri, ma non comprendiamo il giudizio dei mediatori, noi riconosciamo presso ogni potenza la libertà di offrire la sua mediazione, non mai il dritto di mediazione.

Noi sappiamo finalmente, che i mediatori possono essere rifiutati; la mediazione dall'Austria offerta durante la guerra di America fu rifiutata; noi sappiamo, che i mediatori divengono sovente alleati; nella guerra che diede luogo al famoso trattato di Parigi del 1763. La Spagna che era mediatrice divenne l’alleata della Francia mercé il patto di famiglia conchiuso il 16 agosto 1671, l’Inghilterra, che si era portata come mediatrice tra la Francia e le Provincre Unite divenne l'alleata di queste ultime per il trattato del 26 luglio 1678. Noi sappiamo, che la mediazione non è sempre riuscitale che l'arbitraggio è stato sovente imposto, di che fan prova la quadruplice alleanza consentita nel 1617 per dettare la legge alla Spagna, Hassan, 1. c., t. iv, p. 400); la santa alleanza del 1815 (La Chàtre, Dictionnaire universel, mot Arbitrale) la ruina di Beyrouth avvenuta il 13 settembre 1840. Tuttavolta è forza distinguere l’arbitraggio dall’intervento, o dalla semplice mediazione, di che noi manteniamo la definizione data nel testo.

145 La mission du médiateur est de rétablir la paix; il doit porter celui qui a le droit de son cótè à céder quelque chose, s'il est nécessaire, dans la vue d'un si grand bien. — Vattel, Droit des gens, liv. 2, ch. XVII, § 828.

146 Secondo la Presse del 29 settembre 1848 n. 4479 il re di Napoli non avea accettato la mediazione anglo-francese se non a condizione che il suo dritto e la sommissione della Sicilia non fossero messi in dubbio dalle potenze mediatrici.

147 V. G. Ferrati, Im FtderatioM rtpubbiicatui, p. 69.

148 La condotta del governo siciliano sorprendeva tutto il mondo, il 4 settembre 1848 la Presse diceva: il parlamento siciliano continua i tuoi travagli senza che paia di occuparsi dell'incertezza della sua novella situazione dopo il rifiuto del duca di Genova..... frattanto il re di Napoli prodiga alle sue troppo ricompense ed incoraggiamenti...

149 Secondo le asserzioni di La Farina, t, II, p 30, ch appartenne al partito ministeriale, l'armata organizzata in Sicilia durante 16 mesi ammontava a 14,000 uomini d’ogni arma, compresi i soldati di marina, le guide, a fin lo guardie municipali, ma questa asserzione è combattuta da altri scrittori, i quali non la fanno ammontare che a 10,000 uomini. Debbo inoltre aggiungerti che l’uno e l’altro calcolo é fondato sui documenti del ministero e quindi le cifre si trovano ben lontano dall'effettivo, La Masa, t. I, p. 223, e t. ii, p. 250, 370. Melina o Murat Bey, Risposta al generale Mieroslawshy, p. 5.

150 La Masa, t. II, p. 368, a 372.

151 La Masa, t. II, p. 363, a 370.

152 La Masa, t. it, p. 360.

153 Dispaccio del 27 novembre 1848. —Il commissario Friddani al ministro siciliano.

154 La Masa, t. ii, p. 426.

* Dispaccio del 27 novembre 1848. V. nota 153.

155 La Masa, t. n, p. 426.

156 Dispaccio del 25 novembre 1848 diretto dai signori Granatelli e Scalia commissari siciliani a Londra al ministro degli affari esteri in Sicilia.

157 L’expérience est là polir attester qu’il n’y a rien à gagner à ajourner les solutions et que le temps qui fait crédit est de tous les usuriers le plus âpre et le plus inexorable. — E. Girardin, Sur l’impôt

158 La Masa, t. II, p. 404.

Il generale Antonini chiamato dal governo siciliano verso la fine di decembre 1848 dimettevasi dalle sue funzioni e lasciava l’isola il M gennaro, e prendendo congedo dal popolo con un manifesto, scriveva: «Non posso trattenermi dall'esprimere il doloroso senso in me prodotto dall’inqualificabile indolenza ed incuria per la quale dopo un anno di tempo non un solo soldato trovasi completamente equipaggialo, e migliaja ancora stanno aspettando le a armi nelle caserme.» — La campagna di aprile 1849 in Sicilia, relazione storica, per un Siciliano.

159 V. G. Ferrari, b. c.

160 Trattati tra la Gran Brettagna e la Sicilia. —30 marzo 1808, 30 maggio 1809, 12 settembre 1812,«—Palmteri, p. 60.

161 Crispi, p. 16. — La Farina, t. II, p. 217. — Noi ignoriamo se sia vero che Luigi Napoleone fosse stato prò posto come candidato, noi intendiamo qui rispondere solamente. a coloro, che hanno tal fatto allegato.

162 Crispi, p. 16.

163 Questa idea non è un invenzione del 1853, essa doveva sorgere naturalmente allorché Luigi-Napoleone pervenne alla presidenza della repubblica francese. L’Alba di Firenze in Gennaro 1840 tramutando in fatto un’idea possibile dicea, che Luciano Murat era stato proclamato re di Sicilia, e che la famiglia Bonaparte avrebbe appoggiato il voto dei Siciliani.

164 I Galli bruciarono Lutéce davanti a Cesare. Due mila anni dopo i Russi bruciarono Mosca davanti a Napoleone.

165 Spesso il valore vince la forza, e l'audacia è padrona della fortuna. — Botta, Storia d'Italia, 1. 1, p. 288.

166 Dispaccio del YYY Ventura. —La Masa, t. II, p. 217.

167 Ségur, Politique dei cabinets de l’Europe, t. II, p, 346.

168 La Masa, t. II, p. 404.

«Ne rien résoudre, tout ajourner, semble être le mot que se donnent tous les ministres qui se succèdent.» — E. de Girardin, La Politique de la paix.

169 Dispaccio del 27 marzo 1849, del ministro fiuterò ai commissari siciliani in Torino.

170 Idem.

171 Noi abbiamo trovato questa dichiarazione nel dispaccio più volte citato del 27 marzo 1849, mentreché non senza sorpresa abbiamo osservato che nella tornata del 20 marzo alla camera del deputati lo stesso ministro Butera rendendo conto delle negoziazioni avea detto: «Gli ammiragli hanno creduto opportuno pubblicare nelle città dell’isola le Concessioni apportate.» Taceva cosi forse non senza ragione il permesso domandato per ristamparle. Noi impegniamo la discussione sul contenuto del dispaccio perché vi vediamo più di verità.

172 Memorie storiche, t. I, p. 208. — Crispi, p. 9.

173 Memorie storiche t. I. —La Farina, t. I, p. 200 e t. h, p. 212. —Crispi, p. 4. — Ferrali, Federazione repubblicana, p. 69.

174 Tornate della camera dei comuni 4, 15, 26 maggio 1848, etc.

175 La Farina, t. I, p. 212, 290.

176 V. avanti cap. V, nota 45 e cap. VII, nota 62.

177 V. avanti, cap. XII, XIII.

178 V. appresso, cap. XVI, nota 175.

179 Memorie storiche, t. r, p. 346. — La Farina, 1. 1, p. 390. — La Masa, 1. 1, p. 215, 225.

180 La divisione comandata dal generale Mieroslawski, secondo le asserzioni del partito ministeriale componevasi di 7,700 uomini. Ma di queste truppe la parte comandata dai colonnelli Ascenzio, Pracanica e Interdonato, e che ammontava quasi a 3,000 uomini, non che tutta l’artiglierà comandata dal colonnello Medina non arrivarono a Catania. Frattanto l'armata napolitana che si batté a Catania ammontava da te a 18,000 soldati. — La Masa, t. II, p. 009 a 527. — La Farina, t. II. lermanowsky, Rèlation de la campagne de Sicile en 1849. —Mieroslawskv, Appendice à la rélation de la campagne de Sicile en 1849. — La campagna di aprile t849 in Sicilia, relazione storica per un siciliano, p. 61 e 68. — Medina o Murat Bey, Riposta al generale Mieroslawhy, p. 9, 11, 18.

181 Articoli 11, 20. Costituzione siciliana del 10 luglio 1848.

182 Articoli 12, 20, 96. Costituì ione siciliana del 10 luglio 1848.

* Principe di Butera.

* Sig. Stabile.

183 Crispi p. 53.

184 V. nota 176.

185 V. nota 176.

186 V. nota 176.

187 V. nota 176.

188 V. nota 176.

189 Memorie storiche, 1. 1. — La Farina, t. II, p. 22, 290.

190 Dispacci del commissario YYY Ventura al ministro degli affari stranieri in Sicilia 14, e 24 febbrajo, e 12 marzo 1849. — La Masa, t. II, p. 281, t. II, p. 140 a 149. — Dispaccio dei commissari di Torino al ministro Bufera, 16 marzo 1849.

È notevole ancora, che il governo siciliano non si era mai curato di domandare al parlamento l’accettazione della mediazione anglo-francese, che durò da settembre 1848 sino a marzo 1849, perché dunque veniva a chiedere un espresso rifiuto dell'offerta tutta particolare del signor Baudin, offerta che non si era neppure voluta confidare ad una lettera?

191 Don Pirlone a Roma. — Memorie d’un Italiano, dal 1 settembre 1818 al 31 dicembre 1850, per Michelangelo Pinto, lib. 2, cap. 5, p. 101.

192 Detto dispaccio del 27 marzo.

193 Vedi capo VII.

194 «Anche dopo il 14 aprile, scrive La Farina, rimanevano al governo quattro battaglioni di fanteria una brigata d'artiglieria, mille marinai cannonieri, che servivano come fanteria di marina, due squadroni di cavalleria; un battaglione della giovine guardia, la legione universi, tarla, il corpo dei municipali tutti a Palermo. A Trapani vi era un battaglione di fanteria provato al battesimo del fuoco, e delle fortificazioni munitissime. A Castrogiovanni, vi erano due mila uomini di truppe regolari, una batterìa di campagna stupenda ed una batteria di montagna, ed il battaglione francese, le quali forze potevano compiere la loro ritirala sopra Palermo, città ben munita con batterie di costa ed un castello riguardevole, con un sistema di fossi e barricate esterne, con due vapori da guerra e qualche legno minore, con viveri e munizioni da guerra in abbondanza, ed oltre a questo il governo avea per sua difesa e potenza l’odio del popolo pei Borboni, l'animo fiero ed audace dei campagnoli, la coscienza del dritto ed il nome di Ruggero Settimo, t.», p. 308.»

Crispi ripete le medesime circostanze aggiungendo i vi erano 27 compagnie d’uomini d'armi a cavallo, tre vapori talché la Sicilia avea ancora integre le sue forze nel 14 aprile 1849, alla capitale accorrevano le popolazioni del comuni finitimi, i cittadini scampati agli eccidi di Messina e Catania ambivano di battersi. — p. 7, e Nelle memorie d’un Italiano per M. Pinto è ciò confermato nel lib. 2, cap. S, p. 101.

Il ministro fiuterà nel dispaccio del 27 marzo scriveva: «E vinceremo per terra e per mare, poiché se Iddio ci aiuta avremo qui e presto la nostra piccola flotta. Quest'ultima circostanza la tenga segreta per ora.» Ed in un altro dispaccio del 9 aprile diceva: La divisione militare del generale Mieroslawsky... rimane intera nei punti di ritirata, e pronta ad accorrere ovunque si presenti di nuovo l'inimico. L'entusiasmo di Palermo e delle forze militari qui stanziate, che formano la prima divisione sotto il comando del generale Trobriand non é punto minore, cosicché noi abbiamo tutti gli elementi per uscir vittoriosi dalla lotta, e scacciare del tutto il nemico della Sicilia.»

A queste circostanze noi dobbiamo aggiungere due riflessioni, primieramente che le popolazioni e le forze siciliane cacciate dai punti occupati dal nemico, soprattutto da Messina, Aci, Catania, Agosta, Siracusa, Noto, Caltagirone si erano concentrate a Palermo, secondariamente che Tarmata borbonica che non eccedeva 22,000 uomini dovendo guardare i fortissimi punti occupati doveasi in tal modo ridurre nella sua marcia sopra Palermo, e quindi doveasi avere non la speranza ma la fiducia di combatterla con vantaggio.

195 Crispi, p. 12.

196 Crispi, p. 19. — La Masa, t. II, p. 644. — La Farina, t. I, p. 193, 196.

* Crispi, p. 19.—La Masa, t. u, p. 644. —La Farina, 1. i,p. 193-196.

197 Acciocché non ci si possa imputare di aver mal compreso 1 detti delle persone, che abbiamo nominato, ci affrettiamo, a trascriverli tali quali sono stati pubblicati.

«In casa del barone Grasso, ove andava sovente il ministro Catalano (ministro al 14 aprile), si riunivano I capi della guardia nazionale per trattare col re di Napoli, e volevano, che il governo ne avesse preso l’iniziativa, qualcuno si era recato con questo scopo dal console francese.

«Il 13 aprile allorché un vapore proveniente da Napoli annunziava, che l’ammiraglio Baudin offriva i suoi buoni offici, fu risoluto in consiglio dei ministri di darne avviso alle camere e dichiarare nel medesimo tempo, che accettati i buoni offici, il ministero, che avea giurato di non transiggere giammai col re di Napoli, e che vedea nella transazione la perdila certa dell’indipendenza e della libertà, si sarebbe dimesso.

«Il parlamento fu convocato, la maggior parte dei deputati mancava, alcuni fra i più ardenti di libertà perché inviati dal governo a sollevare le provincie, altri perché non erano Stati avvertiti.... Io pregai molti deputati a non voler perdere la patria, accettando una mediazione simulata, e fatale, e che avrebbe recato schiavitù più terribile della precedente.» Lettera del 9 dicembre 1849, diretta dal sig. Errante al sig. La Masa. — La Masa, t. II, p. 571.

«Le basi erano di già stabilite, e sol bisognava dare una forma all'accettazione d’una pace da molti giorni convenuta. Gli uomini..» chè aveano seguito i consigli della Gran Brettagna, oggi eran convinti, che tutto il gran dramma della rivoluzione poteva compiersi con un accomodamento. Laonde dopo avere attonlahati dalla capitate i più coraggiosi deputati della camera con carichi inutili nelle provincie, allontanati anche o resi impotenti ad agire gl’individui, che avean prevalso nella rivoluzione... nel giorno fatale, del 14 aprile 1840, chiesero una seduta straordinaria del parlamento per proporre l’offerta dell’ammiraglio Baudin loro giù stata fatta..

«Il parlamento accettava la nuova mediazione. Alla camera dei commi… colla solita maggioranza, la quale fu, sempre agli ordini del governo....

«il ministero dimettevasi in quel medesimo giorno. Bue dei ministri però, che furono direttori di questa opera di pace, se non in dritto continuarono in fatto a moderare gli affari del paese.... Dei tre, che soli ebbero il coraggio di entrare alla composizione del nuovo gabinetto, due appartenevano ad un circolo politico (il circolo in casa del barone Grasso), che il governo avea da lungo tempo organizzato nel suo interesse, e però potrà dirsi, che ai era cangiato di persone, ma non di principi.» — Crispi, p» 3 et suiv.

«Un campo d’osservazione era a Castrogiovanni, due commissari vi erano stati spediti per sorvegliarne la condotta, il comando n’era confidato al colonnello Ascenso.

«Il 15 aprile il maggiore Pilo arrivò a Castrogiovanni, l’indomani parti per Palermo con dispacci dei commissari. Nella notte immediata della sua partenza un ordine assoluto era spedito al colonnello Ascenso per ritirarci in Palermo attesoché eransi accettati i buoni offici del sig: Baudin. Questo dispaccio., firmato dal ministro della guerra Stabile, era del pari comunicato ai commissari, prevenendoli, che il ministero si era dimesso.

Relazione del maggiore, Pilo Gioeni. — La Masa, t. ir, p. 595. — E Pinto, Memorie d’nn Italiano, 1. n, cap. 5, p. 101. — Ferrari, p. 69.

198 Vedi nota precedente.

199 Crispi, p. 12.

200 Dispaccio del 16 aprile 1849. —Crispi, p. 12. — La Masa, t. it, p. 504.

201 Crispi, p. 12.

202 V. note 206.

203 Noi non possiamo trascurare un fatto di molto rilievo. Il ministro siciliano sin dal 14 aprile, quattro giorni prima cioè di essere scritto il dispaccio del signor Baudin, inviò spontaneamente non pochi passaporti in casa di molte persone. — La Masa, t. II, p. 575 a 580. —Frattanto le camere restavano aperte fino al 19. — La Masa, t. n, p. 580. —Se in vista di ciò qualcuno sarebbe tentato di credere che sin dal giorno 14 il governo sapeva doversi Palermo senza condizioni soinmettere, respinti i buoni uffici dei signor Baudin, a chi la colpa?

204 Baudin e con lui il ministro Rayneval rispondevano in data 18 esprimendo la contentezza del governo napolitano a quell’avvenimento, la buona intenzione del re sul futuro della Sicilia, e che le si sarebbero accordate delle condizioni non meno favorevoli di quelle formulate nell'atto di Gaeta. Crispi, p. 5.

«Le istruzioni date al Maissin dal Baudin contenevano l’assicurazione fattagli dal re; che concederebbe alla Sicilia in consequenza della sommissione di Palermo:

«1° Una costituzione in conformità dell'atto di Gaeta del 18 febbraro.

«2° Il figlio primogenito, od altro principe reale, ed In mancanza un distinto personaggio per vincere con le attribuzioni ed i poteri da determinarsi.

«3° La guardia nazionale per Palermo con una legge, che ne stabilirebbe l’ordinamento.

«4° La libertà dei prigionieri fatti in conseguenza degli avvenimenti delle Calabrie, eccetto i capi, che sarebbero mandati in esilio per un tempo determinato.

«5° Amnistia generale escludendone solo i capi e gli autori della rivoluzione.

«6° Riconoscimento del debito pubblico fatto dal governo della rivoluzione.

«Il Maissin negò da principio al ministero una copia di tali istruzioni, che poi diede. Il ministero le consegnava al municipio quando in esecuzione del consiglio di Baudin assunse il governo del paese. Crispi, p. ó7.

«Il Maissin ripeteva quelle coso assicurando in proposito la guarentigia delle grandi nazioni perché quel patii si fossero adempiti, Crispi, p. 6.

205 Se il 28 febbrajo avanti la presa di Catania e la sommissione di Agosta, Siracusa, Noto etc., il re non avea conceduto che la semplice costituzione, avrebbe egli, il 18 aprile dopo tanti successi accordato migliori condizioni?

206 Acciocché il lettore possa giudicare da se il dispaccio del signor Baudin noi lo trascriviamo tale quale trovasi nella detta opera del Crispi, p. 55.

«Dispaccio dell'ammiraglio Baudin a S. E. il ministro degli esteri di Sicilia. A bordo del vascello della repubblica francese il Iena, rada di Gaeta. 18 aprile 1849. —Eccellenza: Il dispaccio, che ella mi ha fatto l’onore d'indirizzarmi in data del 15 del corrente non mi ha trovato in Napoli, e mi è stato trasmesso qui, ove mi è pervenuto questa mattina. —11 sig: Rayneval ministro di Francia in Napoli istruito dell’oggetto di questo dispaccio apprezzandone l’importanza, e dopo averne informato il suo collega sig: Tempie, ministro plenipotenziario d'Inghilterra, si è unito a me affrettandosi di vedere il re, e di fargli parte delle risoluzioni delle camere del parlamento e delle disposizioni manifestate da una considerevole parte di abitanti di Palermo, e l’abbiamo pregato di volere accordare alla Sicilia delle condizioni di riconciliazione non meno favorevoli di quelle state formulate nell'atto di Gaeta del 28 febbraro ultimo.

«Noi abbiano messo sotto gli occhi di S. M. il dispaccio di V. E.

«Gli ultimi avvenimenti di Sicilia, e le notizie particolari venute alla conoscenza del re l’aveano già preparato a quanto da noi si manifestava.

«Egli ci ha accolto con benevolenza, ma ci ha dichiarato nettamente, che non voleva legarsi con alcun impegno, e che intendeva riserbarsi tutta la libertà di azione ed ha soggiunto, che tutte le piazze cioè Siracusa, Agosta, Noto, che aveano fatto la loro sommissione erano state trattate con indulgenza, e che lo stesso avrebbe fatto per Palermo.

«Ha ricordato che l’anno scorso dopo la presa di Messina, nessuno di quella città era stato molestato a ragione delle sue opinioni, e che un piccolo numero solamente dei più esaltati era stato invitato a lasciar la città, senza che veruna altra misura severa si fosse presa contro di essi.

«Il desiderio del re si è, che la municipalità di Palermo, imitando l'esempio recente di quella di Firenze, in una circostanza analoga, prenda la direzione degli affari, e spedisca una deputazione al principe di Satriano.

«S. M. ci ha dato l'assicurazione, che prenderà le misure necessarie, onde nessuno dei corpi di truppa, nei quali gli avvenimenti di Palermo dell'anno passato potessero avere eccitato qualche irritamento entri in città. Es6o ha terminato dicendo, che non avea giammai dimenticato di esser nato in Sicilia, e di avere un cuore siciliano..

«La mia convinzione personale si è che la città di Palermo e tutti gli abitanti di Sicilia, che si affretteranno a fare la loro sommissione al re, possono contare sulla sua indulgenza e benevolenza, ed io mi affretto di manifestare a V. E. questa convinzione.

«Il capitano di fregata Eugenio Maissin capo del mio stato maggiore, che spedisco in Palermo sul vapore l'Ariel avrà l’onore di presentare questo dispaccio a V. E. e le dirà a voce molte particolarità, che, sarebbe lungo di scrivere, e che spero la rassicureranno intieramente sulla intenzione del re, e sull’avvenire della Sicilia.

«Io presento a V. E. coi miei voti per la felicità del suo paese l’assicurazione delta mia alta considerazione. — Ch. Baudin.»

207 La Farina, I. II, p. 203,— La Mare l. II, p. 697.

208 La Masa, t, II, p. 605.

209 V. eh. XIX.

210 Leggendo il dispaccio del signor Baudin nella nota, si vede che il ministro Rayneval agiva di concerto col ministro inglese.

211 Il giornale le Courrier de Marseille del 27 aprile scriveva: Que le vapeur sicilien l’Indépendence portait la nouvelle que l'amiral Baudin avait fait savoir à Palerme que, la soumission devait être pure et simple.

La Presse 1849, n. 490.

212 Nota del 10 settembre 1849, indirizzata al ministro napolitano signor Fortunato dal ministro inglese signor Temple.

213 Une grande puissance a droit au respect des forts, et il est de son devoir de protéger les faibles. — Saint-Priest, Études diplomatiques, p. 161.

214 Dispaccio di lord Castelreagh al signor William A’Court ministro a Napoli, 4 settembre 1816.

215 Questa occasione fu vicina nel 1840 e presentossi poscia nel 1848.

216 Vedi nota 15.

217 Nota del 20 settembre 1849.

218 L’art de prédire avec certitude n’est que l’art de raisonner avec justesse. E. de Girardin. — La Presse du 3 mars 1853

219 Gioberti, Del rinnovamento, t. II, p. 251. — Montanelli, Introduzione ad alcuni appunti storici sulla rivoluzione italiana, n. 8.

220 Pubblicato dal re Giuseppe Bonaparte il 20 giugno 1808.

221 Colletta, Storia del reame di Napoli, t. III, p. 1 a 200.

222 Colletta, Storia del reame di Napoli, t. III, p, 181.

223 Colletta, t. III e IV.

224 Colletta, t. III e IV.

























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