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Nel pubblicare altre due importanti opere di Musci, riportiamo quanto scrivemmo nel 2012, quando pubblicammo dello stesso autore Il Cristianesimo la rivoluzione italiana e la politica europea:

"Mauro Musci era persona bene informata, apparteneva alla schiera degli scrittori borbonici di osservanza regia. Uno di quegli storici da leggere e da rivalutare semprechè non si voglia continuare con l'assurda tesi che gli storici liberali fossero obiettivi e quelli borbonici dei mendaci!"

Avevamo comnciato a preparare questo materiale circa un anno fa, per motivi personali e familiari abbiamo dovuto rimandarne la pubblicazione.

Buona lettura.

Zenone di Elea - Aprile 2022

STORIA CIVILE E MILITARE DEL REGNODELLE DUE SICILIE

SOTTO IL GOVERNO DI FERDINANDO II dal 1830 al 1849

DI MAURO MUSCI

DEDICATA A S. A. R. IL DUCA DI CALABRIA PRINCIPE EREDITARIO DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

VOLUME PRIMO

NAPOLI

STABILIMENTO TIPOGRAFICO DI PASQUALE ANDROSIO - Strada Banchinuovi n. 13 p. p.

1855

MAURO MUSCI - Storia civile e militare del Regno delle Due Sicilie (1830-1849) - VOLUME I HTML ODT PDF
MAURO MUSCI - Storia civile e militare del Regno delle Due Sicilie (1830-1849) - VOLUME II HTML ODT PDF
MAURO MUSCI - Storia di cinque mesi del Reame delle due Sicilie (1859) HTML ODT PDF
MAURO MUSCI - Il Cristianesimo la rivoluzione italiana e la politica europea (1861) HTML ODT PDF

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 1 NAPOLI 1855

D. Leopoldo Borbone - Colonnello Generale Comandante ed Ispettore della Guardia Reale

S. M. FERDINANDO II


A S. A. R. D. FRANCESCO MARIA LEOPOLDO

DUCA DI CALABRIA PRINCIPE EREDITARIO DELL REGNODELLE DUE SICILIE

Altezza
Iddio ed il Re.–È questa la duplice parola che racchiude lo studio de' miei giorni, e mi è guida a caminare sul sentiero della legge e della morale.

Iddio ed il Re.– Son questi i due nomi, che determinano la mia vita all’amor del Cielo e della patria; principii e norme costanti, che perennemente mi diriggono al vero scopo sociale del cittadino e del cristiano, ligandomi forte a' doveri di religione e di giustizia, donde emana il culto del timore di Dio e dell’ubbidienza alle autorità costituite da Dio (1) mercé un codice di rivelazione, mercé un codice di natura. Ubbidienza e timore che fanno scaturire quelle non meno cristiane che civiche virtù, le quali nelle azioni umane cancellano le luride comuni macchie della colpa originale de' nostri progenitori.

Tolte dall’animo e dal cuore, queste due indivise basi dell’uomo sociale, Iddio ed il Re; ecco tosto il rovescio della vita, ecco a volo sbrigliata la demagogia dell’oggi, ecco subito unit’in fascio i deliri atroci di tutti i secoli di tutte l’età che furono, che sono, o che vorranno tendere all’immane conoscenza, al detestabile possedimento del frutto vietato della sfrenatezza e dell’anarchia; che da Adamo a Proudhon, si chiama impunemente, Libertà.

Con questi devoti fondamentali principii, che reggono il freno della mia giovin’età, corro a mettere all’ombra del patrocinio di V. A. R. questo tenue lavoro della STORIA CIVILE E MILITARE del REGNO DI FERDINANDO II, Angusto Genitore dell’A. V.

I motivi che mi spingono ad ottenere il nome Vostro Reale, a tutela di quest’opera son varii, e nella loro varietà, di differenti interessi cosparsi.

Pegno carissimo del Regno uno delle Due Sicilie, Voi siete, o Altezza. Pegno che, nato appena, fu causa ai popoli di questo Reame d’un immensa gioia, e d’un dolore immenso; perché con un grande acquisto, colsero una inreparabile perdita.

Fiore educato, si potrebbe dire, meno nella Regia gloriosa d’un Ferdinando di Castiglia, che sotto la Tenda Religiosa d’un San Luigi di Francia, inaffiato col solo timore del Vangelo, da quel Re che Vi è Padre, l’A. V. trovò alto conforto fin nell’orfana culla, che mentre perdeva una Madre ch’era tutta Sovrana di anima e di cuore, otteneva una Sovrana, ch’è tutta Madre nell’amore e nel rigore d’una saggia disciplina presso i Figli Suoi; ed in ispecie presso di Voi, perla futura del Trono di Carlo III.

Uniti insieme, questi doviziosi riguardi, e scandagliando con alto spregio i torbidi flussi del mare fremente delle smodate passioni, che oggi avvallano la Società e la Religione, nel feroce desìo di svenare la giustizia colla invelenita spada del capriccio, e di sommergere ogni rostro di verità, nella notte desolata della più nero e cieca menzogna, notte di anarchia e di alta abominevole cupidigia; ò creduto mio dovere innanzi a Dio ed al mio paese,dettare una Storia, che per esser contemporanea, che per esser vera e giusta, che per esser la vita d’un Sovrano, le cui incomparabili virtù, onorano il periodo d’un secolo, segnato da grandi sventure. Una Storia diceva, o Giovinetto Signore, che servir possa qual Catechismo Politico-Morale dei teneri giorni di V. A. R. — onde per questa Storia, senza necessità di uscire dalla Regia, per rinvenire estranei modelli di studii governativi, nella Storia dell’Augusto Padre Vostro, ritrar potrete ed apprendere, quanto basta per formare un Re.

Però — creder non dovete, o Altezza, che l’opera mia, fosse un fastoso dire di vanità e di gloria. Nò: proponendomi io, ne’ quattro Volumi, di esporre la santa verità e giustizia, con sincera e candida narrazione, come conviene a chi tiene a vanto di esser suddito del proprio Re, non per ingannarlo nella pace, per poi tradirlo nella guerra; ma bensì per amarlo ne’ tempi felici, e per servirlo ne’ giorni del bisogno.

Parole di verità e di giustizia, o Altezza, son le mie. Quelle parole ignote al volgo de' ciarlatani, sprezzate dalla ciurma degli ambiziosi, vendute al mercimonio dalla folla degl’ingrati.

Il Secolo che si vanta del progresso, dice che oggi è tempo d’idee, e noi bilanceremo gli Stati che vantansi di vivere d’idee, collo Stato nostro, che sotto Ferdinando II vivea or fa due anni di fatti e non d’idee. Vedremo, ripeto, qual differenza distingue quelli da questo. Quali vantaggi à la politica governata dalla fredda ragione, e quale la politica, che si nutre d’una ragione solida ed animata da sani principii, perché è una persuasiva coltivata sul fertile terreno della Religione. Toccheremo questo Regno, com’era ridotto dopo il rovescio di due rivoluzioni, e come addivenne dal 1830, in paragone degli altri Stati d’Italia, e qual sede prese nella Statistica Europea. Con tutto questo, non lauderemo l’impossibile dei Governi, che dai progressisti si chiama civiltà ideale; bensì quel che mancava e si ebbe in legislatura, in milizia, in marineria, in amministrazione, in finanze, in commercio, in industria, in agricoltura, in mestieri, in artibelle, in manifatture, ed in tale vero progresso, quel che si ottenne nella morale e nello scibile. Dove eravamo, e dove si sarebbe arrivato da noi in tutto questo, se gli amministranti si fossero ognora specchiati nell’Autore della Legge, nel Re; e se gli ognora incontentabili amministrati, invece di gridare alle nuove Leggi, avessero chiesto non dal loro Sovrano, ma in mezzo ad essi, sceverando con sano criterio i corrotti o corruttibili, gl’incolpabili esecutori delle buone Leggi che vi erano.

Narrando tutte queste cose colla guida dei fatti, nonché col competente raziocinio applicato ai filtri stessi, noi, Altezza Reale, otterremo molti vantaggi. Dissepellire in questi giorni vertiginosi, quelle grandi verità, che formano la vivida gloriosa corona del Vostro Padre e Sovrano. Donare agli studi! di V. A. R. un opera di vera e soda istruzione. Far estimare ai popoli di questo Reame quel che tenevamo, e come ci conveniva serbarlo. Istruire i malaccorti, senza contaminare o lacerare i loro nomi viventi, giacché questa Storia, ama riunire i sudditi al Sovrano, non calunniare, non squarciare la stima altrui, senza usar rigore sui caduti; ma salutare convincimento, per rialzarli al dovere ed al meglio venturo.

Né parmi in ultimo dover ommettere una dichiarazione, che manifestando a V. A. R. le sincere disposizioni dell’animo mio, mentre mi accingo a sì grato ed onorevol lavoro, tolga a me agii taccia che possa mai con maligne interpretazioni imputarmisi, oggi che dubitasi di ogni verità, qualora non possa riuscir di negarla o annullarla. Non mai ambizione o vile interesse han dominato nel mio onore; e scrivendo la Storia di un Monarca, a cui umile divozione di fedel sudditanza mi liga, intendo prestare il più grato omaggio che per me si può, a piè del suo Trono, al quale à solamente accesso e trova culto la verità, pop mai l’adulazione, o la menzogna; sempre dal sapientissimo principe, abbonita e respinta.

Negli anni prosperi del mio Re, io vissi con poco pane, frutto di stentate fatiche, e nulla chiesie nulla ottenni, non por superbia di me stesso, ma perché la quiete e Io studio occupavano tutti i miei voti. Nome oscuro io aveva, ma nome incontaminato. Venne il 1848, e nelle liste de' proscritti ed in quelle de' settarii redentori, non si rinvenne il nome mio. Mentre si gridava, e gl’impieghi piovevano sul capo di chi più sapea gridare, io taceva rimanendo obliato, perché l’alba della rigenerazione vieppiù avea ristretto il modico avere delle mie fatiche letterarie. Ma quando vidi il mio buon Re, con pochi amici, e circondato da quanti e quali nemici, e spoglio dell’intutto della tanta riconoscenza largita a' suoi immensi beneficati; allora a fronte di costoro, m’intesi suddito, e superiore alla prudenza de' giorni, raccolsi i miei poveri talenti, e per la prima volta mi spinsi colla stampa nel vortice delle quistioni, solo, unico, e passeggiando tranquillo col pugnale alle spalle. Da quel di fin oggi, non conobbi altra gloria, che quella di aver servito solamente il Re, e di essere state il nemico svelato de' suoi nemici, impiegando a si santo e nobile scopo, i brevi fratti della mia penna.

Conoscerà da questa ingenua una dichiarazione V. A. R., conosceranno i miei lettori, conosceranno i contemporanei ed i posteri, quale divisa indossa l’Autore che si accinge a dare alle stampe la STORIA CIVILE E MILITARE deL REGNO DI FERDINANDO II. Quale Storia, supplico V. A. R. di voler concedermi la desiderata grazia di accogliere sotto il Vostro Regal patrocinio, onorandomi del permesso di fregiarla dell’Augusto Vostro Nome.

Napoli 18 Settembre 1849.

Devotissimo Servo fra i Servi

MAURO MUSCI

 1. L'AUTORE – 2. LA STORIA – 5. GLI STORICI – 
4. LE STORIE CONTEMPORANEE 5. L'OGGI E IL DOMANI DELLA SOCIETÀ.

DISCORSO D'INTRODUZIONE

I.

Allorquando noi, or sono degli anni, dal tranquillo silenzio de' nostri studi, con quattro lustri di vita, isolata,angosciosa, povera di speranze e ricca solo di religione e di quiete, per tuttoognor pieno di entusiasmo per tutto ciò ch’è Cristianesimo. Pure non saprem dire se tanta vittoria fosse stata una virtù di principio, o di necessità; giacché la nostra prima gioventù fu molto scabrosa, e ’l dissinganno e le calamità ci sopravvennero ne più bei giorni delle lusinghe umane. In qualunque modo fosse stato, il nostro tempo, tralasciando ogni altro studio, fu dedito alla Storia, per solo desio di verità. E trovandoci sotto la scorta d’un grand’uomo (2), che la gioventù Napolitane, duolsi di aver perduto sì presto per la morale e i buoni studii, ci applicammo alla storia sacra, alla storia del cristianesimo; e vegliando sulla Bibbia e su i volumi de Santi Padri, pensammo quel che oggi il celebre pubblicista Spagnuolo, Donoso Cortes scriveva, cioè — Per sapere, non consultate i filosofi, essi non vi comprendono: studiate invece i Dottori. E dallo stadio di costoro, con un coraggio superiore agli anni, già nel 1843 dettavamo un corso di storia del cristianesimo, indispettiti dal perché la gioventù del secolo, che ama spaziarsi nelle conoscenze storiche dell’idolatra antichità, è ridotta ad ignorar le glorie delle dieciannove età della propria religione (3). Questa buona idea rimase sterile, perché i giorni erano disgraziatamente fecondi di altro.

Allora, quasi presago delle calamita sociali che ci stavano baldanzose alle spalle, mentre l’Europa sonnacchiava tranquilla sull’orlo del proprio abisso; noi davamo capo a quest’opera contemporanea, scabrosa, quanto necessaria. Non per desio che un giorno potesse veder la luce della stampa, ma per sola buona volontà di occupare il tempo in severi studii, non avendo altro da fare di meglio.

Oggi, in mezzo a un mare fremente di patrie calamità, ci siam creduti nel dovere di proseguirne il lavoro, e renderci solleciti di farlo di pubblica ragione; quasi a compenso di queste nostre fatiche, che credevamo sepolte nella loro nascita, e che oggi fra un muggente vulcano di menzogne, vanno a sortire, se povere di brillanti ed ingegnosi ornati, ricche di giustizia e di verità.

Questa nostra, opera non è un poema eroico della Monarchia di Ferdinando II. È una storia che à dell'apologia e dell’iliade. Apologia di vera giustizia, di vera morale, di ordine e di buone leggi; apologia di virtù pubbliche e private; apologia di fermezza che non e tirannia, ai demenza che non è viltà. E pur racchiude tal dolorosa iliade di tempi e di persone, che narransi senza ira, senza spirito di parte, senza mescere veleno a veleno, senza odio per chicchessia, senza mettere o aggiunger macchie pei caduti, senza infamare le opinioni. Le opinioni si rispettano,e rispettosamente con forza di ragione e di esperienza si disperdono se nuociono, si allontanano se cattive, si frenano co’ buoni esempi, si mitigano col rigore, cogli anni si avvicinano al bene. Non le insulteremo già, poiché l’insulto le avvelena e le moltiplica. Il sofisma le stizza. Le buone leggi le fanno mansuete, e una morale senza ipocrisia le vince coll’andar del tempo. E così le opinioni, ben discusse e confutate, cedono il luogo all’evidenza de' fatti e delle ragioni.

Fin dai più lontani secoli del mondo, la storia fa la catena di necessitosa unione, tra le tre epoche che compongono la società. Le generazioni che furono con (pelle che sono, e quelle che furono e che sono con le generazioni che verranno; e cosi via via, da successione in successione umana.

Tutto all’avanzamento umano è la storia; questa è per il mondo, il mondo sociale cammina per questa. La storia e il volume della vita, anzi è la vita de' popoli. L uomo che nasce, stà come un pellegrino tra la notte e i rovi d’un deserto. Chi lo ammaestra nella via del mondo? la storia. Non vi à popolo, non vi à età, che a suo primo codice non conservi la storia. E quando questa preziosità sociale, cade sepolta fra le rovine barbariche, chi resta fra gli uomini addiviene lo storico di dritto, dando fondamenta alle tradizioni, che talvolta oscure nelle forme, ma sempre chiare ne principi, stringono le perdute fila, che compor devono le tracce per gli annali futuri. Tutto è perituro nelle cose, la storia solo non perisce. Cade talvolta, e più splende di verità dalle proprie rovine. Tutto è vanità fra le genti, la storia solamente e una stabilità, è una necessità, è un fatto.

Tutto questo ed altro ancora è la Storia. Ma la storia dov’è? Ah! questa perla meravigliosa, questa vita dell'uomo sociale, questo codice delle nazioni, quest’arca di gloria e di miseria umana, questa scienza dei cuore, questa filosofia senza sistemi; da oggi a un secolo fà, cammina ognor più tarpate le ali, coverta di variopinti cenci, prima sedotta, poi seduttrice velenosa, segue le turbe de' novatori. Perché? dimandatelo alle Sette. Dimandatelo al patriarca delle Sette moderne, a Voltaire, che si disse storico, in egual modo che si appellò filosofo; per corrompere questa, onde infancare quella. Serviva con ciò, al suo fatale disegno.

Le Sette, per indole propria, odiano la storia, e la devono per necessità odiare. Ma non lo appalesano con una lealtà di ragione. Nò, anzi se ne mostrano prima ammiratori, per poi flagellarla. Mi spiego. Siccome sanno, che per rovesciare la morale de' popoli (primo scopo fondamentale d’ogni Setta), è duopo avvelenare lo scibile; conseguenza vuole, che a prefazione d’una nuova filosofia, i novatori offrino una nuova storia. E così, smantellando il primo codice della società, la storia, con schiarimenti, con nuove investigazioni, con verità che appelleranno ad ogni periodo, sepolte sotto la sferza della prepotenza de Papi, sotto il dominio de' Re, sotto i venali intere»» del chiericato; on poco per volta; sotto la forma di raziocinio, stilleranno il dubbio, il sospetto, l'ironia, la licenza, il malumore, la diffidenza in tutto e su tutti, e, di già, come vedete, il campo è loro. I libelli si succederanno l’un sull’altro, sotto il mentito nome di storia. Il solco della malizia si è di molto approfondato dalla mente al cuore dell'uomo. La storia-libello, qual lava vulcanica, già stagna ed accende in lutulento delirio idee ed affetti, l'ulto è consumato. Che vuole la propaganda? leggete ne’ suoi formidabili annali che si brama da ogni Setta. — Dividiamo, con le armi della licenza, il potere dalla Religione. — Meditate le storie, e negli aggiunti schiarimenti, rinverrete la loro immoralità. — Dividiamo con le armi della libertà, il potere de' Re ed il pane de' popoli. — Tornate a studiare di questi sapienti le gravi investigazioni storiche, e rinverrete lo scopo di questo loro pensiero. — Dividiamo colle armi della miscredenza, i beni della Chiesa. — Approfondite di questi saggi i commenti storici; e sotto le pietose insinuazioni di sciogliere le mani morte(cioè i beni de preti e de' frati) ammirerete scritto il programma del più feroce comunismo. Sempre cosi. In tutti i tempi, in ogni età, le storie che ànno servilo di prefazione alle Sette, disgraziatamente squarciarono a brani il prestigio della verità storica. Or noi frattanto, con sì pochi modelli di bontà, di sincerità, di severità storiche, ci meniamo coraggiosi a dettare una storia, ed una storia in questi tempi IEppure è facile per noi lo scopo; perché siam convinti che ove la morale precede i lavori storici, il cammino è men arduo,per giungere alla verità. Ove la storia non serve al partito, ma alla generalità d’un popolo, la fiaccola della giustizia schiararne deve ì mezzi per giungere, non all’utopia, ma al culmine reale e positivo d’ogni storia. Quello storico che narra i fatti e ragiona su questi, senza brigarsi di dire: bisognava far questo — questo fa male, è duopo far cosi — in Francia si pratica altrimenti — il tal Governo agisce in altra guisa — fate, dite, movetevi, o popoli, risuscitate o antichi; — tal vero storico non idolatra il delitto per spirito di liberalismo, non fa traboccar la coppa de' vizi da un lato solamente, e ritenendo quella delle virtù al posto che le compete, scriverà una storia, che sarà applaudita sotto qualunque Governo. Se non avessero aggito da legislatori su i fatti altrui, un Botta, un Colletta ec. ec. malignando sino i pensieri reconditi di chi non pensava allo stesso lor modo, oggi i loco libri starebbero nelle mani di tutti, e sarebbero di fecondo insegnamento presso la gioventù.

III.

Ogni scienza, ogni arte o mestiere à un codice di peculiari doveri, per esser di guida, di norma a' propri seguaci. Quali sono i doveri degli storici? sembra che fosser tanti e tali, da non trovarsi volume per poterli contenere. Possibile? É un fatto. Ma un fatto che nasce, non dalla natura della storia, bensì dalla svariata indole de' suoi scrittori. Quasi sempre, ogni scrittore ricava i propri doveri, dalle proprie personali tendenze. Se quell'Io non si Capponesse, anche senza volerlo, in mezzo a tutti gli affari umani, i doveri dello storico sarebbero pochi, sinceri, utili e facili. Se lo storico, invece di persuadersi di essere signore assoluto, si credesse invece più che servo de' tempi, de' fatti e delle circostanze immancabilmente inseparabili da latti e dalle persone ognor poste sullo sdruccevole pendio della variabilità de' tempi, delle multiformi circostanze che compongono la vita de' fatti. Fatti che dipendono non dall'uomo, ma dalla catena inconfinabile delle diverse volontà di tanti uomini, che indefinitamente agiscono in varietà di modi, di pensieri, di voleri, di principi, per comporre un sol giorno della società, e per conseguenza una pagina della storia; quante virtù ignote e calpestate, quanti nobili sacrifici messi in oblio per modesto silenzio, risusciterebbero. Quanti errori decantali per eroismi, scenderebbero dalla sommità della prevenzione, nel fondo del crogiuolo della impassibile realità. Quante infedeltà e quanti spergiuri, si vedrebbero prendere la propria dritta, su i giudizi umani. Quante infamie si risparmierebbero. Come ogni uomo caduto ed ogni uomo salito, avrebbe nelle sue avversità e nelle sue prospere giornale, la ben divisa porzione de' propri meriti, che appartengono alla virtù umana! Giacché la giustizia, più che a vendicare, tende a sollevare il travialo dal vizio, non per ispincerlo nel vizio maggiore, qual'è la disperazione di non saper più addivenir virtuoso; ma a poco a poco insinuando l’amore delle virtù perdute e di quelle da acquistarsi, redime con la morale d’un dolente coraggio i traviati, se sono viventi; i loro posteri, se i primi sono morti. Chi si crede virtuoso in tutte le sue opere, gitti la prima pietra, su di chi manca. Questa pietra non si è gittata ancora, e non si gitterà forse mai, giacché le virtù si acquistano, i vizi nascono, questo è l’uomo. Chi non lo sà studiare in se stesso, non lo può comprendere.

Lo storico sia severo. Sta bene. Ma che s’intende per severi là? Forse addentare, qual cane rabbioso i successi altrui? Giammai. La severità non è altro nello storico, che una leale e ben concatenala sincerità ne’ suoi racconti. Esser largo di encomi alle belle azioni, senza idolatria. Esser conciso di circostanze ai mali oprati, senza dettar leggi sulle mancanze altrui. É capace lo storico di gittar lo sguardo ne' cupi abissi del cuore umano? Nò, egli stà al fatto. Ebbene, il fatto non sempre è servo dell’uomo che lo esegue; spesso l’uomo è schiavo del fatto, per tutte le circostanze che non si possono prevedere. Qual dritto à lo storico di star nel dubbio, e decidere a capriccio degli arcani altrui? Qual coscienza lo detta? — Ma sia pur così (mi si risponde) nel voler dare giudizio sulle male azioni. Il perché poi esser si deve largo di encomi, alle sole virtù che si narrano? Non potrebbero esser queste, effetto d’ipocrisia? Nò. Il codice delle virtù umane, serba per dritto un altro tribunale, che si chiama emulazione. Eccolo.

Lo storico dev’esser giusto. Intendiamo bene la sua giustizia. La giustizia dello storico esser deve un limpido fonte di morale; perché la storia è il codice sociale de' posteri, perché questo codice è il patrimonio delle. generazioni venture, perché questo codice, segnandosi ad esempio futuro, dev’esser norma di miglioramento. Se le virtù storiche saranno ben dipinte, un giorno potranno addivenire semi fecondi d’immegliamenti umani. Se i vizi al contrario, si vedranno rappresentati con vividi colori, possono partorir molti mali, come l’imitazione, la corruzione, il disprezzo della virtù; e sempre sempre una vendicatrice odiosità tra i nipoti, memori delle offese de' padri, o delle loro malvagità. Qual frullo da tante spine procaccia la storia? Leggetelo nelle secolari, offensive e sanguinose gare del radicato municipalismo Italiano; nelle rivoluzioni da macello, che per gara ai barbarica civiltà, segna da mezzo secolo fin oggi l’Europa, or tra i sofisti e la Chiesa, or tra la monarchia e la democrazia, ed ora tra i novatori contro il cristianesimo, e tra gli uomini contro la società. Il Vangelo è vera dottrina di salvezza, ed insieme è una storia-modello. Ebbene, della donna adultera se si fossero descritte le grandi colpe, quante donne corrette nella prima società dell’Apostolato, avrebbero sempre inteso lo scorno, per venir mostrate a dito? Nò, dell’adultera e di Maddalena, non si encomia che l'eroismo del pentimento, ed il dono delle sincere lacrime.

Veniamo al nostro proposito.

Noi scriviamo la storia d’un periodo di venti anni e più; ed ia questo non luogo periodo, troviamo due soli anni,che separano di gran lunga per importanza storica l’intero periodo. Tolta ogni prevenzione la maschera è caduta, e non possiamo negare che la società apertamente si trova divisa in due partiti. Che dovremo far noi? Vendicarci di quel partito che non è il nostro, ed impugnando la penna dell'oltraggioso sofisma, scagliarci rabbiosi sulla parte avversa, come fece il Colletta, verso que’ tali che in un altro periodo di scissure sociali, ebbero la virtuosa colpa di non appartenere alla sua Setta ed a' suoi principii? Fare quel che forse farebbero i demagoghi il domani, se lor fosse dato scrivere quel che noi scriviamo? Eppure la Dio mercé, non somigliando a questi, benché umiliati, non sapremo oltraggiarli. Benché la società domandi vendetta su i suoi giurati nemici, ci siam prefissi di esser con essi più umani che severi. Ci distingueremo anche in questo, onde mostrare ognor più, che le nostre storiche fatiche non servono al partito, ma alla generalità. Non ad eternare gli odii sociali, ma per quanto è in noi, ad estinguerli presso i contemporanei e presso i posteri.

Non diremo come Mazzini e i destini degli uomini passeranno per la punta della nostra penna — In vece, la giustizia di tutti, se sta nelle nostre mani, sapremo con saggia e modesta moderazione, compartirla a chi spetta.

IV.

E un principio calcolato dagli antichi, che la storia scriver si deve per la posterità, e per conseguenza dettar si dee, dopo il compimento mortale china generazione. Non niego che in questo principio si racchiude molta saviezza e molta prudenza, poiché la storia de' contemporanei cammina in mezzo a due scabro, si scogli che la possono facilmente infrancere. L’uno si è quello di attirarsi l’odiosità delle persone, su cui può cadere un giudizio severo. L’altro, quello si è, che non è difficile comprarsi, senza giustizia, da' vi venti la verità de' fatti. Ne conveniamo. Ma ove però si riesca a scansare l’uno e l’altro nella via che si dee battere, non si potrà porre in dubbio che la storia migliore & quella scritta da' contemporanei.

Di fatti, se la coscienza dello storico è tale che senza velo à il coraggio di convocare testimoni viventi all’attestato de' suoi racconti, immensi risultati ricavar si possono pe’ presenti e pe’ futuri. Pe’ presenti sviluppo maggiore di virtù o termine e convincimento su i mali e gli errori oprati; ed i posteri potranno senza ombra di difficoltà, giurare su falli che i contemporanei stessi ebbero il bell’agio di giudicare. Ed oggi in ispecie, che più il vi, zio che la virtù, fa pompa nella corruzione umana de' propri falli, se la storia contemporanea non fosse, come potrebbero i posteri, senza errore, dar vanto o vituperio a una si lunga catena di sciagure, che si appellano dritti dell’uomo, a tante malvagità che si addimandano eroismi, a tanto fanco che si grida oro? Se la storia contemporanea non si avesse oggi, che si à il ghiribizzo di travisare nell’istesso giorno le operazioni del giorno, e quello che è più, fra un infinità di galoppanti passioni, dare ad un solo tatto tanta diversità di colorito, per quante passioni vi sono? Se oggi il criterio morale à tanti crogiuoli, quanti sono gl’inconfinabili desideri sociali; se ora per fino la verità è giunta in sì allo disprezzo presso i novatori, che quanti passi mette tanti colori diversi acquista; come si potrebbe dalla posterità in tanto caos trascegliere, ponderare e giudicare i fatti che furono, mentre siam ridottiche in mezzo a noi che de' fatti stessi facciamo parte intrinseca, difficile riesce ricavarne i dati?Vi à di più ancora in riguardo all'incremento civile e morale che dà la storia contemporanea, in questi tempi in ispecie. Primieramente si à il vantaggio di rannodare, ora che è tempo ancora, quelle fila che oggi stesso o dimani potrebbero andare smarrite. E giacché la posterità dar dovrà uno scabroso giudizio, b meglio che questo giudizio si anticipi da noi a salvezza de' buoni almeno. E più, se i fatti nostri non ànno somiglianza alcuna co’ secoli che furono, speriamo che non trovino esempio né anche nell'età future. Ora come volete, che non si raccontino da noi che gli abbiamo veduti succedere sotto i propri occhi? In ultimo, se la società risorger deve ad un prospero avvenire, è meglio che la nostra causa l’avanziamo noi, prima che sia falsata. E se invece, il ciel noi voglia, questa società sì rovinata, a maggior sfacelo discenda; fora ragion di dritto, che mercé la storia contemporanea, i figli traviali, e più coloro che verranno, trovino una fiaccola, se non ai emulazione, di correzione almeno.

Se Thiers in Francia non scrivea la contemporanea, o quasi contemporanea storia della rivoluzione francese; qual postero avrebbe potuto metter mano a descrivere orrori ed infamie nuovissime ed inaudite nel codice di natura? La favola avrebbe servilo di storia ed i libelli fratricidi, d’infamia, a più lontani nepoti. Se Ferdinando I e Maria Carolina, avessero impegnato a scrive re una storia contemporanea, oltre che la fedeltà Calabrese non andrebbe oggi noverata fra le storie del brigantaggio, un soldato della repubblica del novantanove, Colletta dal suo esilio, invece di enumerare i propri spergiuri e la tradita fede, e l'ingratitudine propria; non avrebbe invece fatta l'apologia de' rivoluzionari del novantanove e del venti, a ludibrioso dispendio di due eroiche età, che stieder ferme a' propri giuramenti ed alla propria religione, col sacrificio di sostanze, di sangue e di vita. Il veleno dello storico democratico, non avrebbe ardito spargere di sozzure la memoria di una monarchia generosa nelle prosperità, coraggiosa nelle sventure. E l’esilio di tanti fedeli presso il proprio Sovrano nella Sicilia, non andrebbe descritto ora da un settario sotto la categoria de' facinorosi e malviventi; come il sangue prezioso d’un martire soldato, l’illustre Palmieri, mescolato ira i racconti delle recise leste de' ribaldi.

Ora quando noi, in questi giorni sì perniciosi alla verità, ci siam convinti per pruova, della preoccupazione che investe il pensiero di uno scrittore giurato alla Sella; ci troviamo caramente persuasi, che tutte le storie narrate da tali uomini, invece delle verità, contengono quel culmine di menzogne, che favorir può ogni partito rivoluzionario, a discredito della parte avversa; e mascherare que’ vizi che in maggior ludibrio seder possono nella pace, pari alle luce fittizia allo spuntar del sole. In tanta prova di falli, chi darà più credito a quelle sciagure umane pennellale dalla maldicenza dello spirito di parte? Necessità adunque abbiamo oggi di storia patria contemporanea, scritta da uomini non ligi a' partiti, ma devoti solo alla giustizia de' tempi e degli uomini.

V.

Sono due anni che la società si mosse dietro i precipitosi passi della rivoluzione, rivoluzione di mente, rivoluzione di cuore.

Due specie di uomini servono questa lutulente meretrice de' popoli. Gli unisono i settari, gli altri i moderati. Per quanto quelli galoppino or affetti ed or colle parole, al precipizio politico-morale della società, altrettanto questi, contenti del solo nome di maggioranza, maggiormente poltriscono nell'ignavia ed in uno scabroso letargo, più scabroso d ogni rivoluzione. Sembra che questo immensurabile flagello umano, si comparta tra una minoranza di fuoco distruggitore, e tra una maggioranza di gelo consumatore; gli estremi si toccano. In altri tempi, energiche compagnie di moderati, co’ più alti e non mai visti eroismi si elevavano da forti, contro le grandi masse delle rivoluzioni; mentre oggi un pugno diSofisti la fa da gigante, in faccia a sterminate, quanto silenziose schiere d'individui, che si dicono dell'ordine e della pace.

L'oggi della società, benché tremendo net suo aspetto, pure se ci m paura, non ci spaventa, perché è un nemico di già conosciuto. Ma in mezzo a tanto fuoco e a tanto gelo di partiti, chi è capace di mostrarci almeno qual sarà mai il domani della società?...

Accuorati per un tanto pensiero avvenire, fidenti ci spinciamoa scrivere una storia, che rimaner possa ad emulazione de' posteri; o almeno, il Ciel non voglia, ad ultimo monumento delle nostre patrie virtù.

Abbiamo una monarchia, di quattro lustri, che è quella di Ferdinando II, la quale ci si para innanzi, nata come un giorno di primavera, nel più allo brio delle speranze. Una monarchia che crebbe con una forza superiore agli anni, in quello che riguarda scibile e morale. Invidiata nelle finanze da più operosi governi di Europa. Gareggiante di pace e di ordine, si vide da questi due elementi primi di ogni società, crescere a meraviglia l'industria e l'agricoltura, l'interno e l'esterno commercio, le arti ed i mestieri, i pubblici lavori ed i privati; e la legislazione e la milizia sollevarsi ad un primato nell’Italia tutta. Una monarchia generosa, leale, economica; ma forse tradita da suoi non pochi amministrati. Una monarchia, che unica nella sua religiosità, in ogni circostanza scabrosa, aveva il coraggio di vincere colla forza del dritto, l’altrui dritto della forza. Una monarchia, che seppe con fermezza sentir l’urto della rivoluzione Europea, prevenirlo, onde restare al suo posto, prima di cadere, coll'esser prevenuta dalla rivoluzione stessa; come tante altre. Una monarchia infine, che ne’ giorni più scabrosi delle presenti universali rivolture, seppe con sincerità seguire la corrente funesta de' giorni, finché la corrente camminava. Quando poi vi de che non più camminava, ma precipitava; poggiò il piede della ragione sulla base del proprio dritto, e restò ferma, risoluta, coraggiosa, instancabile, prudente più che forte, e vinse. Vinse, mentre l’Europa si sconvolgea, mentre gli Stati si smantellavano, per aver voluto correre di troppo dietro la giammai sazia rivoluzione. E questa monarchia fa duopo che abbia, oggi che si puole, la sua storia contemporanea.

Se de' vizi, lo spirito di parte rinvenne negli uomini che formavano lo Stato di questa monarchia, noi conosciamo benanche delle grandi virtù che ad essi appartengono. I vizi degli Stati, furon sempre conosciuti dalle Sette. Noi che non apparteniamoa queste, fa duopo che ne enarriamo le virtù, senza però tacere de' difetti che Cercherem solo di ridurre al loro giusto valore. E lutto ciò, sotto la duplice categoria di quello che si è follo di bene, come pure di quel tanto che si appella, in tutt’i tempi che si governano uomini; incontentabilità degl’incontentabili, che adatto ne loro diversissimi voleri, possono essere contentati.

La monarchia di Ferdinando II, à creata un armata, la quale si è distinta in tutt'i tempi per fedeltà di principi, per disciplina, per coraggio; e per tutto quell'altro seguito di attributi, che costituiscono un’abile e ben agguerrito esercito. Pur tuttavia mancavano quelle grandi circostanze sociali che fan sbucciare quella corona di alloro, che si acquista a prezzo di sangue, versato sull’altare della patria e della fedeltà al proprio giuramento. Eppure la circostanza venne tanto formidabile ne’ suoi 'apparati, da far scoraggire qualunque numerosa armata, come la Francese nel febbraio 1848, come la Prussiana, come l’Austriaca; ne’ primi urti della demagogia.

Eppure la nostra, per quanto breve nel numero, altrettanto immensa nel coraggio, nella disciplina e nell'attaccamento al proprio Sovrano, da cui ad essa veniva ogni vanto ed ogni gloria; si persuase di dare, oltre un nome a se stessa, un nome raro negli annali guerrieri, benanche un impulso di energia alle quasi prostrate armi di Europa.

Sembra che i nostri soldati, avessero cercato le glorie co’ giorni, o anzi crealo in ogni giorno una vittoria. Instancabili ne’ servizi, mentre questi erano perpetui. Ricchi di fedeltà, mentre la fede era fuggita dal nostro paese. Inviolabili al proprio giuramento, mentre gli spergiuri sbucciavano, come le spine di una foresta. Le lunghe marce li rendevano più validi, i succedenti combattimenti li facevano più forti, il sangue versato li dava stimolo a maggior energia. Il digiuno e le privazioni, gli insulti e i tradimenti, invece di prostrarli, li resero tanti leoni, alle barricate, agli assalti delle città e de' castelli; tutto superando, tutto vincendo, dando gloria al proprio Re, colla salvezza di un intero Regno, che già si gridava perduto dagli oltramontani, che si diceva vinto dalla demagogia, che si amava diviso, impoverito, rovinato del tutto, dalle grandi ambizioni Europee; che colla forza del più forte, speravano ridurre questa nostra terra, un mare di sangue cittadino, una landa deserta, un tesoro saccheggiato, una città sepolta!Il quindici maggio, il ritorno dall'infausta spedizione di Lombardia, i monti del Cilento, l'insurrezione delle province Calabre, la Cittadella di Messina, la presa di Messina, Catania, Taormina, Palermo, ed in fine il ritorno da Velletri; tutti questi nomi racchiudono una esterni inala serie di racconti, ricolmi di tanta gloria, che conviene alla sola storia contemporanea enarrarli, per ottener credenza presso i posteri.

Ogni nostro soldato è addivenuto in due anni un eroe, ed ogni suo fatto merita una pagina nella storia. La nostra bandiera, fino a ieri, messa al disprezzo universale, perché in tante altre epoche malamente guidata; ora sventola maestosa, e ricca di luce marziale, àppo questa nostra Italica Penisola, oltrecché ravviva i racconti de' bivacchi, degli altri eserciti di Europa, fino a quello lontanissimo della Newa, in emulazione de' bravi. Il nome augusto del nostro Re, come Re e come primo Soldato del suo esercito, nonché de' suoi augusti fratelli, il Conte di Aquila sì esperto nella direzione dal nostro redivivo Ammiragliato, come il giovanissimo Conte di Trapani, che nella valle isterica di Velletri, ascoltando per la prima volta il rombo del cannone, mostrò chiaro a' soldati napoletani, esser non tralignato nipote di Carlo III; meritano memoria.

A questi nomi sì cari si uniscono degnamente, nell’ultima epoca di questa storia, quello di Filangieri che à infuso nella nostra annata, il genio militare del grande esercito di quell’impero che fu. Quello del Nunziante, che dopo quarantanni A fatto sì, da far ricordare l’onore e la fede dell’illustre padre suo, nelle Calabrie. Quello di un Principe d'Ischitella, che dopo lunghi anni di silenzio, A dato ben a comprendere, che l’inerzia de' tempi, non cambia il cuore di chi è nato prode. Quello di un Pronio, che A ravvivato nella Cittadella di Messina, l’antico coraggio Spartano, quello di un Lanza, non che quello di un de Murald, e di tanti e tanti altri illustri ed onorati nomi, dal grado di capitano a quello di semplice trombetta, che guidava i novelli cinquanta bravi di Lacedemone allo scabroso passo di Taormina, suonando la carica ed inchiodando i cannoni.

In ultimo, abbiamo a cuore di unire degnamente tra i nomi chiarissimi de' nostri soldati,quello de' soldati tutti de' quattro eroici reggimenti Svizzeri, che nelle ultime circostanze attuali, seppero ora su i campi di battaglia renderci memori del loro tradizionale coraggio, ed ora a difesa di quel Sovrano presso il quale indissolubile giuramento li astrince, rammemorare a noi dopo cinquant'anni la storica fedeltà Svizzera, e come i loro egualiseppero morire prima tutti, per le mani dell’inferocito popolo Parigino, alla difesa dell'infelice martire Luigi XVI.

Ecco il piano in abbozzo del nostro isterico lavoro. Ah! Alta sola vista di tante altissime prospettive, noi ci credevamo scoraggiati, prima di metterci mano. La nostra giovine età, i nostri pochi talenti, malamente sopportavano un tante carico, che pesantissimo si renderebbe forse anche ed una schiera di validi letterati, pubblicisti, politici ed economisti insieme. Lo confessiamo, ma troppo tardi. Ci siamo convinti però, che spesso i grandi cimenti, colla forza arrischiala della gioventù s’intraprendono. Non per questo ci diam vanto di grandezza alcuna, che studiando sempre, semprepiù vediamo che in noi non vi ò che mediocrità. Ma questa mediocrità tiene a se molte e ben variate fondamenta. Una buona volontà, ambiziosi solamente di servire la nostra Religione Cattolica Apostolica Romana, un amore virtuoso verso il Re, sotto i due aspetti di giustizia e di gratitudine. Di giustizia, perché siam convinti che dalla sola monarchia nasce l’ordine, la civiltà e la morale. Di gratitudine, perché da Ferdinando II avevamo un Regno di pace e di prosperità, e per Ferdinando II, in mezzo al diluvio delle rivoluzioni sociali, vediamo salvo, incolume, e ben poggiato al termine d'una saggia quanto clemente moderazione, questo nostro Paese.

Ci e stato forza a questa fatica, benanche un altra virtù, che eterna virtù si chiama, l’amore della patria. Non quell’amore rabbioso di distruggerla, colla escandescenza delle passioni. Non col sognare d’ingrandirla per dividerla, non per menarla alla guerra, agli odii di parte, agl'inutili sacrifici, per personale vendetta o miglioramento. Nò: l’amor nostro per la patria, è casta gelosia di vederla in pace onde renderla prospera, quiete onde farla ricca, morale onde vederla pienamente religiosa; sulla cui base si solleva, d’ogni nazione, il merito di civiltà e di gloria. Studiosi delle sue sciagure antiche, la desideriamo colma di giustizie, e guidala da poche ma buone leggi.

Son questi i mezzi lutti, che ci anno spinto su questo arduo sentiero; e se è vero, questi nostri quattro volumi lo diranno.

Napoli il dì 20 dicembre 1849.


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QUADRO CRONOLOGICO

DEI SOVRANI DELLE DUE SICILIE DA RUGGERO IL NORMANNO A FRANCESCO I BORBONE
Non crediamo far cosa ingrata a' nostri lettori, che prima di metterci a enarrare la storia della monarchia di Ferdinando II, diamo un cenno cronologico su tutti i Re, che da Ruggiero il Normanno a Francesco I

di Borbone, ànno tenuto la corona di questi Reami di Napoli e di Sicilia; anche per concatenare le epoche e le circostanze, fa d’uopo che si anticipi questo quadro istorico.

Le terre che stavan soggette nel secolo XI all'impero Greco ed ai principati Longobardi di Benevento, di Capua e di Salerno, venivano circuite dai lidi del Mediterraneo, divisi dai tre mari, detti, il Tirreno il Ionio e l’Adriatico, e dai monti Appennini, dove ànno origine il fiume Tronto, il Liri; e l’altro vicino Portella; nominato S. Magno.

I. Tanti contesi principati, il valoroso Roberto Guiscardo tra mandava in eredita al non meno eroico suo nipote Ruggiero che conquistata la Sicilia sopra i Saraceni ed i Greci, si decorò solennemente del titolo di Re (nel 1130), scegliendo a sua capitale Palermo. La memoria di tale Sovrano è molto cara alla patria storia, per esser stato lui il fondatore di questa monarchia, oltreché per aver promulgato un codice di buone leggi, che posero fine alle scissure feudali. Fu valoroso in guerra, prudente e savio in pace, mori di anni 58, nel 1154.

II. Guglielmo il Malo, figlio di Ruggiero, che vivendo il padre lo aveva associato al regno, fu tutto al contrario del suo genitore. Non i suoi vizi; piuttosto la sua debolezza, gli fece acquistare il titolo di Malo. Alcuni odiosi favoriti, a cui amò affidare le redini del governo, ordiscono una congiura, per svestirlo dalla sua Reale autorità, collocando in vece suo figlio Ruggiero. Ma liberato appena dalle prigioni, mercé il valore e la fedeltà de' suoi soldati, risale nuovamente al trono, e trionfa dei suoi nemici. Moriva nel 1166.

III. Guglielmo il Buono, nell’età di anni 14 vien coronato Re per la morte dell’indolente suo padre. Si propone, mercé la sua indole benigna, non che gli accorti consigli di sua madre, a rimarginare le piaghe del regno.

IV. Tancredi figlio naturale di Ruggiero il grande, vien proclamato Re, da' magnati di Sicilia, non avendo Guglielmo lasciato successore. Trionfa di Enrico VI imperatore di Alemagna, che per aver sposata la principessa Costanza, figlia di Ruggiero, agognava a questo regno. Ma per la perdita del suo primogenito si addolorò tanto che morì nel 1193, e con questo Sovrano, si estinse la dinastia Normanna, s chiara per virtù guerriera, ed ebbe principio la dinastia Sveva.

V. Errico VI, il Severo, profittando della morte del suo competitore, fa prigioniera la famiglia di Tancredi, e commette delle non poche crudeltà. L’Imperatrice Costanza costrince suo marito a segnare un trattato di clemenza e di buone leggi, del quale ella stessa detta gli articoli. Ma Enrico sen muore dopo non lungo regno, nel 1197, e sua moglie Costanza sopravvive di un anno solamente.

VI. Federico II. eredita la corona di Enrico, avendo appena Scaltro soni. Molti stenti affronta per possedere questa sua eredità, che finalmente nel 1220 ottiene dell'intatto e viene coronalo Re. D’indole buona quanto religiosa e guerriera, per un voto fatto nel 1234 va con un armata m Palestina; onde far parte alla Crociata di quei tempi. Al ritorno trova in qualche disturbo il regno, e trionfa su tatto. Savie leggi, e l’istituzione di una Regia Università in Napoli, fecero molto compiangere la sua morte, avvenuta noi 1230.

VII. Corrado, successe al buon Federico. Venendo al possesso di questo Reame, con poderosa Armata. Ma breve fu il suo regnare, essendo morto nel 1233. Il giovine Corradino, fu l’unico suo erede, e l’ultimo principe della dinastia Sveva nel regno delle Due Sicilie, dopo la morte di Manfredi.

VIII. Manfredi, fratello di Corrado, avendo falsa notizia della morte di suo nipote Corradino, prende le redini del Regno. Saputene poi la esistenza lo attendeva per rimettergli il titolo e l’autorità Sovrana, ma il fratello di Luigi IX Re di Francia, nominatissimo guerriero per nome Carlo d’Angiò4avendaottenuto nel 1264 l’investitura dal Pontefice in Roma, della corona delle duo Sicilie, scende con poderoso esercito, e combatte Manfredi presso Benevento. La storia dice, che più per tradimento de' Pugliesi, che per fortuna d'armi, moriva da vero soldato Manfredi; essendo rimasto solo in faccia all’armata Angioina.

IX. Carlo I d'Angiò, impossessatosi del Regno sente che Corredino con forte legioni scendeva in Italia pel ricupero del Trono di suo padre. Eran da lui già domate le città Guelfe, quando l'esercito di Carlo lo incontrava in Tagliacozzo, ove la possanza Angioina fu vinta. Mentre pero l'infelice Corredino a tanto trionfo, sognava il possesso dello scettro avito, nuove e fresche schiere di Carlo lo invitarono a seconda pugna, mercé la quale l'ultimo stipite della casa Sveva, rimase prigioniero e perditore, ed in Napoli venne, per salire il palco della morte. La fortuna di Carlo fu scemata per i vespri Siciliani, nel 1282, passando quell’isola a Pietro I d'Aragona. Fu la perdita della Sicilia, perché Carlo, dopo inutili tentativi di riacquisto, per violente languore moriva.

X. Carlo II, a prezzo di molte sciagure conservò lo scettro di questo Reame. Fallo prigioniero in Sicilia, per aver voluto tentare l’acquisto perduto di quell’isola, dopo molto tempo, aveva scampo mercé la cooperazione del Governo Inglese. Cessò di vivere nel 1309, dopo un disastroso regnare di 25 anni.

XI. Roberto venne a successore di Carlo II, ed ebbe la buona volontà di rimettere su ferme basi le male sorti del Regno, tentando anche per ben due volte il ricupero della Sicilia. Amico e protettore de' buoni studii, la storia ricorda il suo buon volere con Petrarca. Ma la morte dei suo unico erede, addolorò sì grandemente la sua esistenza, che morì anch’egli.

XII. Giovanna I, figlia primogenita del Duca di Calabria, qual nipote di Roberto sale al Trono, e governa con esclusione ad ogni regia autorità del suo marito Andrea, il quale non guari dopo moriva strozzalo, mercé gl'inganni d’una congiura. Dopo molte guerre e quattro matrimonii, deposta e scomunicata da Papa Urbano VI, ebbe a soffrire una morte eguale a quella di suo marito.

XIII. Carlo di Durazzo ottiene l’investitura del reame, qual unico avanzo della stirpe d'Angiò di Francia, nonché qual figlio adottivo di Giovanna. Trionfa del suo parente Luigi d’Angiò, che scese da Francia con poderose arme per competergli il Regno; messosi in scandalosa gara col Papa Urbano VI, fino a ridurlo suo prigioniere, e per essersi messo a proteggere il piccolo erede del Regno d’Ungheria, dal quale volle anche il titolo dì Re; sorpreso negli inganni che ordirà, venne ucciso nel 1390.

XIV. Ladislao, buon genio di guerra, prese la corona colla morte del Re Carlo di Durazzo. Però sostener dovette grandi contese cogli eredi del Duca d’Angiò, che vennero in questo Regno con forza ostile, potente assai. Salì al Trono, dietro alte promesse fatte ai Baroni, che non tutte eseguì. Ottenne l’istessa malevolenza di suo padre Carlo, per il ripudio che fece di sua moglie onde sposarsi la sorella del Re di Cipro. Venne anche a terze nozze colla principessa di Taranto, onde aspirare alla corona d’Italia tutta. Nel 414 morì in Napoli, ritornando da Perugia.

XV. Giovanna II sorella dell’estinto Re Ladislao, succede al fratello, nell’età di 23 anni. Sposa Giacomo di Borbone. Si annovera fra i suoi primi Ministri, Ser Gianni Caracciolo. Muore dell’età di anni 63.

XVI. Renato d’Angiò, ultimo della dinastia Angioina, perché fu il primo preso in adozione della Regina Giovanna II, e perché amalo per le sue buone qualità da Napoletani, salì al Trono. Ma Giovanna, perché avea posteriormente adottalo anche Alfonso di Aragona, costui si spinse a venire in Napoli per contendere il Reame a Renato. Si ricorda l’aneddoto, che Alfonso fece entrare i suoi soldati per un aquidotto in Napoli. Il buon Renato fu obligato a ritirarsi nella Provenza, ove morì.

XVII. Alfonso I, nel 1441,sedendosi sul Trono di Napoli, ebbe il vanto di riprendere la Sicilia. Ma per non rinnovare ulteriori contese con que’ isolani, mise a governarli, Ferdinando suo figlio, scegliendo per sua sede Napoli; e morendo trasmise il regno intero, allo stesso.

XVIII. Ferdinando I d’Aragona, succeduto per la morte del padre al riunito reame di Sicilia e Napoli, dovette sostener guerra con Giovanni d Angiò, che venuto in Napoli, prima vinse, indi rimase perditore. Ritornato Ferdinando a' suoi stati, nel 1462, modellò suo padre nel proteggere i buoni studi, amò i letterali Greci quivi emigrati, estese u commercio, e protesse la nascente arte della stampa.

XIX. Alfonso II, salito al Trono per la morte di suo padre Ferdinando I, si sottomette al Papa Alessandro VI, onde rimanere conservato al sue potere. Ma quel Pontefice avendo riconosciuto il Re di Francia per Re di Napoli, sotto la protesta di tutela, nel 1493 si ritirò Alfonso nel convento de' PP. Olivetani in Messina, abdicando la corona in favore del suo primogenito, Ferdinando.

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 15 NAPOLI 1855

S. M. MARIA TERESA - Arciduchessa d’Austria - Regina Regnante del Regno delle Due Sicilie

S. M. MARIA TERESA - Arciduchessa d’Austria  -  Regina Regnante del Regno delle Due Sicilie

 XX. Ferdinando II, quanto coraggioso altrettanto prudente, successe al suo padre Alfonso. Volle sostenere il suo buon diritto, opponendosi alla invasione del Re Carlo VIII, che era stato causa dell’abdicazione di suo padre — ma mal secondato da' Napolitani, si ritirò in Ischia, donde potè fra poco far ritorno al suo Trono, per la difesa che ebbe da varii sovrani d'Italia, che mal soffrivano il possesso di Napoli nelle mani di un Re straniero. Tenne per sposa la nipote di Ferdinando il Cattolico, e non guari dopo morì.

XXI. Federigo d’Aragona, zio del defunto sovrano Ferdinando II, dietro i più prosperi eventi salì al trono delle Sicilie nel 1496 — 4 clemente quanto savio e giusto, ebbe la sventura di vedersi privato dei figli, ai andare in esilio, mercé l’alleanza del Re di Francia Con Ferdinando il Cattolico, suoi nemici — Federico dopo tre anni ch’ebbe disceso dal trono morì in Francia.

XXII. Ferdinando il Cattolico, avendo conquistato questo Reame, mercé il valore del Gran Capitano Consalvo che dominava su lutto in nome del suo Re — nel 1607 sen venne in Napoli, indi ripartì, rimanendo a governo di questo Regno una seguela di Vice-Re.

XXIII. Carlo I nipote di Ferdinando, per suo padre Filippo Arciduca d'Austria aggiunge Napoli e la Sicilia a' suoi domini tiene frequenti contese con Francesco I — Conferì al Duca d’Orange il titolo di Vice-Re, poi a D. Pietro di Toledo, che fortificò Napoli, fece il Palazzo Reale, nonché la più bella strada della città che tuttora conserva il suo nome. Dopo varie contese che ebbe col regno, Carlo fede rinunzia al trono delle Sicilie in favor del figlio.

XXIV. Filippo II nel 1554 mercé il suo matrimonio colla figlia di Errico VIII è decorato dal padre del titolo di Re, ed à in cessione le due Sicilie ma per varie contese con Roma, in sua vece successivamente tengono le redini del Reame di Napoli, col titolo di Vice-Re, il Duca d'Alba, il conte di Miranda Zunica,a cui si deve la piazza innanzi il palazzo reale e la strada che mena in Puglia — dopo altri succede Olivarez che poco dopo la mode di Filippo II in Spagna nel 1698, venne richiamato.

XXV. Filippo III venne appresso, e nel suo regnare di 22 anni tenne sei diversi Vice-Re in Napoli, dal Conte di Lemos a Zappata.

XXVI. Filippo IV successe alla corona, e tenne a suo Vice-Re il Duca d’Arcos sotto tal governo successe la rivoluzione di Masaniello in Napoli (1647), quella memorabile pestilenzia e dopo non poco finì di vivere Filippo IV.

XXVII. Carlo II per la morte del padre assume il governo ebbe due mogli, ma non tenne mai eredi, per cui si rese infelicissimo — giovane ancora, vedendosi vicino a morte lega la Monarchia al principe Ferdinando di Baviera, ma la moglie giunge a Fargli rivocare il testamento. Il Re però non. guari dopo costituisce erede delle sue corone, Filippo nipote del Re di Francia Luigi XIV, e muore di languore nella età di anni.

XXVIII. Filippo I al finire dell’anno 1700 salì al trono di Spagna, mercé il testamento del morto Re Carlo II. Il Viceré di Napoli Medinoceli, gridò Filippo Re delle Due Sicilie — ma i nobili, parteggiando per l'Austria, congiurarono contro it dominio Spagnuolo, proclamando e l’Arciduca Carlo. Filippo venuto in Napoli, vi rimase con piacere universale, due mesi — partito, rimase a Vice-Re Ascalona.

XXIX. Carlo VI Arciduca d’Austria alla morte di Carlo II profitta della illegalità testamentaria di questo sovrano, e col favore dei dritti che la sua casa averi alla discendenza di Napoli, ordisce una congiura. I destini di Europa resero nel 1707 preponderante il partito imperiale, tanto che il reame delle due Sicilie cadde sotto la dominazione Austriaca. Ma nel 1711, chiamato col nome di Carlo VI, dada morte di Giuseppe al serto imperiale, e non potendo cumulare in forza d’un trattato, l’immenso retaggio di Carlo li ad un vasto imperò, cede la Sicilia alla casa di Savoia, che per pochi anni la (enne. Da qui ne viene il memorando 1704. quando i soldati di Filippo Re di Spagna, avendo alla lesta il giovane valoroso Carlo III Borbone, vennero a stabilire quella gloriosa Monarchia, che attualmente ci governa.

XXX. I destini delle due Corone di Napoli e di Sicilia stavano per venire nelle mani di un potere che le dovea unire per sempre, e togliere a questi due popoli le lunghe guerre, le sanguinose brighe, gli eterni dissidi, che da tanti secoli avvenivano tra successioni e conquiste di alternale dinastie Europee, e tra le continue scissure del feudalismo — il quale più per indole multiforme de' Baroni, che pe’ loro favolosi vizj, discender dovea su quel declivio che mena i poteri nelle mani di un solo — era necessità per queste ammiserite regioni di una monarchia assoluta — E questa ne venne mercé Cario III.

Nato ne’ più gloriosi giorni della Monarchia di Spagna (1716) da Filippo I ed Elisabetta Farnese — fu educato presso una grandezza Sovrana che già otteneva novellamente il primato nell'Europa.

Egli era un primogenito ma di seconde nozze, e per conseguenza niun Trono vedeva da salire. Ma la sua genitrice, che tanta fama godeva fra i Regnanti di Europa, ottenne mercé le scissure Alemanne di quei tempi, se non una corona di Re, quella almeno ereditaria di Duca di Parma e di Gran Duca di Toscana, pel Principe Infante di Spagna suo primogenito.

Era surto il desìo al guerreggiatile Governo di Spagna di dare un Re alla Polonia, avendo le armate di Francia e di Sardegna collegato contro l'impero d’Austria. Le diverse armate si mossero nell’impegno di ricacciare gli Austriaci da Lombardia, mentre sul Reno l’armata Francese ingaggiava una pugna co’ Tedeschi. Gli Spagnuoli, sbarcando in Genova cavalieri e fanti, proteggendo il littorale mediterraneo della penisola, volevano discendere in Napoli, conquistare la Sicilia.

Carlo ebbe ordine dal padre, avendo appena l’età di anni 17, di prendere il comando in capo di quella spedizione coll’alta promessa di addivenire, vincendo, il Re di Napoli e di Sicilia. Senno superiore all’età, animo giusto, amatore de' suoi soggetti, cortese 0 grandemente inclinato all’arte della guerra, perché nato da un padre che univa bene il nome di sovrano e di guerriero — con questi titoli resi ornai popolari, egli si mise alla testa del suo esercito, e nel Marzo del 1784. portatosi in Perugia, tonno rassegna a 16 mila uomini di fanteria e a 5 mila di cavalleria. Frati capitani illustri di quell’esercito il Conte di Santo Stefano, maestro e consigliere del Principe, il Duca di Bervick, il Principe Corsini, il Conte di Charny, il Conte di Marsillac — e il Duca di Eboli, il Principe Caracciolo di Torella, e ‘l Duca di Sangro, tutti e tre napolitani illustri, fedelissimi alla casa Borbone di Spagna. In ultimo l’avvocato di Pisa, Bernardo Tanucci, già insigne pel suo merito di chiarissima giureconsulto in quei tempi, era addivenuto auditore dell'esercito Spagnuolo, e alto consigliere intimo di Carlo.

All’avvicinarsi delle armi Spagnuolo nel nostro Regno, furon più le speranze che i timori risentiti dalle popolazioni. Grandi scissure dividevano i poteri dello stato, per, la diversa indole che appalesarono in circostanze di guerra e d’invasione, il Vice-Re di allora Giulio Visconti, il Conte Traun comandante in capo dell’arma, ed il generale Caraffa devotissima,all’imperatore d’Austria.

Un’armata di 2$ mila uomini, lolla da' varii presidii, oltre un buon numero di persone prese da leva in massa e stipendiate dal Duca di Monteleone Pignatelli, mosse per affrontare il ben agguerrito esercito Spagnuolo.

Carlo intanto, alla testa de' suoi soldati, traversando gli Stati della Chiesa, per Valmontone e Frosinone si affacciò sulle nostre frontiere mentre un altro corpo di armata Spagnuola giungeva su imponente flottiglia a cordonare i nostri lidi, impossessandosi dell’isola d’Ischia e di Procida.

 Il Conte Traun, senza prima veder le sorti della guerra, affrontando il nemico, cambiò strategia si mise con 5000 uomini solamente a trincerare le terre di Mignano, di adendo il resto delle sue milizie a presidiare le Piazze Forti.

Carlo intanto, quietamente passato il Liri, attraversò Aquino e San Germano; e ’I Duca di Eboli avendo 4mila soldati, per le foro ste che fan corona a Mignano che il Copte Traun avea rimaste prive di forze, e neanche guardate da qualche vedetta, giunse alle spalle ed al fianco delle truppe Tedesche, le quali al semplice avviso, ignorando il numero de' nemici, che guadagnata una sì propizia posi rione stavano per affrontarle, mossero via, e furon condotte da Traun nella fortezza ai Capua: e così il Duca di Eboli, oltre di farsi padre de del campo nemico, vidde aperta la strada alle schiere Spagnuole, per una vittoriosa marcia sopra Venafro Sessa, e Mondragone, oltre gli Abruzzi.

Questo brillante successo che fondava la dominazione Spagnuola in questo degno, avveniva il 20 Marzo 1734 e dopo sei giorni Carlo metteva stanza in Maddaloni, dove accorse il Municipio Napolitano a presentare le chiavi dola Città, e da dove diè capo il Principe a largheggiare delle sue isteriche e monumentali munificenze.

Il giorno io Aprile mosse il suo campo fino ad Aversa, da dove cominciò a dettare quelle leggi civili e militari che composero tutte le scissure che avvelenavano da secoli queste Reame. Il Duca di Eboli corse a sottomettere le Puglie, ove il Principe Pignatelli e ’I Generale Caraffa di unita al Vice-Re, si mantenevano forti all’impero, aspettando per l’Adriatico rinforzi novelli da Trio ste — che non ebbero. Il Conte di Charny fu messo a Luogotenente del Regno per riordinare l’amministrazione, e la giustizia, smantellate di troppo dai privilegi feudatarii e dalle infinite e contraddittorie leggi, che senza numero sotto il nome di Prammatiche, regolavano assurdamente i Tribunali d’allora. Come a dire la legge Romana, Greca, Longo barda, Normanna, Sveva, Angioina, Aragonese, Feudale ecc. ecc.Il 10 di Maggio, Carlo spargendo tesori fra la moltitudine del popolo, fra straordinarie feste resegli dalla Città, entrò in Napoli, proclamandosi per editto di suo padre Filippo V, non che per legge di conquista, Re del Regno delle Due Sicilie e di Gerusalemme, Duca ai Parma Piacenza e Castro, Gran Principe Ereditario della Toscana.

Intanto l'Esercito Spagnuolo capitanato nelle Puglie dal Duca di Eboli, benché fosse partito in fuga il Vice-Re con altri Generali Napolitani al servizio di Cesare; vedea tuttavia il Principe di Belmonte. accampato ostilmente sulle terre di Bari con forte colonna di soldati, onde sostenere i dritti di Casa d’Austria — Questa circostanza ricorda alla nostra Storia Militare la giornata di Bitonto nel z5 Maggio dell’istesso anno 1734, ove il detto Principe di Belmonte rimase perditore, non sò se per sventura o mal lattica militare — lasciando il campo alla truppa Napolitano-Ispana, che oltre il Duca di Eboli, ebbe, a suo comandante in capo i| conte di Montemar.

Il Forte di Baja, dopo lieve assedio si era arreso il a3 aprile — il Castello di Sant’Elmo il 25 dello stesso mese — il a Maggio il Castello dell'Ovo — il 6 cedé il Castello Nuovo — il «9 Luglio cadde il forte di Pescara — la Piazza di Gaeta si arrese il 6 Agosto — il 24 Novembre infine fu presa dalle armi di Carlo l’ultima Piazza d'armi del regno, cioè quella di Capua, ove chiudevasi il Traun.

Restava conquistar la Sicilia — lieve impresa, perché in quell’Isola dominava più la simpatia al governo Spagnuolo che al Tedesco. La squadra conquistatrice salpò da Napoli il 23 di Agosto 1734 Il Duca di Montemar elevato da Carlo alla dignità di Generalissimo nonché di Vice-Re dell’Isola, drizzò la sua flotta per Palermo — quivi governava per l’impero il Marchese Rubbi, che tosto imbarcò per Malta, alla comparsa de' legni Spagnuoli. Montemar il giorno So del detto mese acclamato, fece ingresso in Città, ove non altra forza nemica trovavasi che pochi Tedeschi chiusi nel castello — ma che presto cedetteroMarsillac, qual Generale in secondo, mosse in egual tempo per Messina — quivi dominava le armi e la città il Principe di Lobkowitz. Costui all’appressarsi delle armi di Carlo, si rifuggiò nella Cittadella, presidiando a difesa benanche il Forte Gonzaga — la Città intanto vogliosa accolse il dominio Spagnuolo, prefazione di buona riuscita — giacché poco tempo dopo, prima il Forte Gonzaga, indi la Cittadella cedé alla conquista novella. Il Generale Carrara, Castellano di Trapani, non guari dopo cedé — ultima fu Siracusa, che avendo a suo comandante il Marchese Orsini Romano, costui più per bizzarria che per persuasione di guerreggiare, sostenne per qualche tempo un assedio, colmo di anedoti militari, che oggi parrebbero molto ridicoli nei giorni di guerra.

Non interamente conquistata la Sicilia, Carlo tenne un viaggio per le Provincie, seminando a piene mani le sue munificenze sovrane. Attraversò il Principato Ulteriore, le Puglie, la Basilicata e le Calabrie, tracciando con molto studio molte traverse di pubbliche strade, onde animare l’interno commercio — giacché l’esterno l’avea sanzionato, e poi nel miglior modo stabilì su valide leggi; mercé la prima (si potrebbe dire) istituzione d’un Tribunale di Commercio, mercé un consolato generale, mercé nuovi e ripristinati trattati di navigazione e di commercio, con la Svezia, la Danimarca, l’Olanda — nonché con la Spagna, la Francia e l’Inghilterra — Infine onde assicurare dell'intuito la sicurezza dei mari, formò alleanza con l’impero della Porta. Diede occhio vigile a far nascere l’industria, mettendosene a capo coll'istituzione di molte fabbriche per cura del Governo. dedito com’era alla caccia, camin facendo, fece assegno di molte terre inospite alla coltivazione, ed animò con edificare varii paeselli, i più deserti lochi nell’interno delle Provincie. Giunse finalmente in Sicilia, acclamato fuori misura, diede mano a redimere molti bisogni di quei popoli, con reali munificenze, e col dettame di nuore leggi — e nel 3 Giugno 170 in Palermo volle coronarsi Re, con una magnificenza che la Storia di Sicilia ricorda superiore ad altre ben diciotto coronazioni precedenti — basta rammentare solamente che la Corona ebbe il costo di un milione quattrocento quarantamila ducati, avendo cinque once di gemino, quattordici once di oro, pel peso. Questo viaggio ebbe termine il 12 di Giugno del segnato anno, giorno in cui Carlo rivide Napoli.

Giunto all’anno 1738. Carlo si strinse in matrimonio, con giovinetta a 15 anni, devota, modesta e pura, ultimo stipite forse della Corona Polacca — cioè a dire, la Principessa Amalia, figlia di Federico Augusto di Walburga, Re di Polonia.

Questa pia Reale giovinetta, al dire dei critici istessi, completò la buona indole governativa di Carlo. Questo Re bisavo del Sovrano attuale delle due Sicilie, si può dire in clemenza ed in religiosità, l’abbozzo morale del vivente Ferdinando II. — Carlo, benché un Re soldato, benché giovine e padrone di sé, ebbe costumi di continenza, superiore all’età. Per devozione in Rari, indossa l’abito canonicale nella Basilica di S. Nicola — nella Chiesa de' Pellegrini di Napoli, vestito di sacco umile, si esercita al più ufficio di lavare i piedi ai poveri — serve a messa per guadagnare le indulgenze. Eppure quest’umile le giovinetto Re, e il capitano valoroso della sua armata, è il Dace che comanda da bravo nelle giornale di Lombardia, che prostra nella valle di Velleità le armi dei sempre polente Impero d'Austria!

A tante care reminiscenze che ricordano alla patria storia il nome di Carlo — non puolsi fare a meno di enumerare in compendio soltanto, i monumenti che lasciar volle a questo suo Reame, quasi presago, che i suoi nepoti in più e più generazioni, ne godessero il glorioso frutto nella cara rimembranza del suo nome.

La bella villa di Portici, disegno del patrio architetto Canovari, ricorda a noi Carlo, nel suo buon genio,e nella sua pietà — sì per la scelta del sito il più delizioso, sì per la risposta data a chi si opponeva alla sua volontà, per esser quel luogo soggetto alle eruzioni del Ve savio, col ripeterò a colui =Ci penseranno Iddio Maria Immacolata, e S. Gennaro.

La strada della Marinella, il Molo, e quella benanche di Mergellina — La maestosa villa di Capodimonte, benché rimasta incompiuta, sono opere del Re Carlo.

Il vasto e magnifico teatro S. Carlo, intrapreso per disegno dell'architetto napolitano, Carasale che ebbe fondamenta nel Marzo del 1737 e che in Ottobre dell’istesso anno, meravigliosamente ebbe compimento, rammenta le munificenze grandiose di Carlo..

Per suo impegno venne miglioralo l’edificio de' Regi Studi — ed il Real Albergo dei poveri sopra vastissimo disegno, finora incompiuto, si alzò per ricovero dell’indigenza, e dell’onore in pericolo.

Le sterminato casamento dei Granili, e la Reggia di Caserta emula e forse superiore ai castelli di Versailles e di Sant’Idelfonso, son opere di Carlo. I Ponti della Valle, che ricordano a noi nella persona di Vanvitelli, l’ardire architettonico degli antichi Greci e Romani (per lunghezza 1618 piedi, sopra pilastri grossi 32 e per tre ordini ai arcale l’una sulle altre in altezza di piedi 178) — più gli scavi delle redivive città di Ercolano e Pompei — più un ponte sul fiume Volturno, presso Venafro, ed altre e altre opere gigantesche colossali tutte, che illustrano questa terra per se incantevole — rendono duratura testimonianza, a quanto si deve alla dinastia dei Borboni, fin dai primi giorni del suo governo su questo Reame.

In ultimo, per le attuali circostanze de' tempi, conviene che a memoria dei nostri bravi soldati di oggi, che or ora furon reduci dalla giornata bellicosa di Velletri — dire di volo qualche cosa sulla gloria che acquistarono un secolo or fa, i nostri antichi militari avendo allora per Duce Carlo III, come oggi rinnovala quasi a prodigio dalle milizie, che aveano alla lesta Ferdinando II.

È duopo premettere un anedoto che vale una storia, prima di narrare in succinto la battaglia di Velletri. Carlo, non si addimanda, secondo lo stile dei progressisti, un riformatore sulle attribuzioni Ecclesiastiche. Carlo rinvenne abusi immensi nell'amministrazione di questo Regno, ove undeci legislazioni confusamente lo reggevano. Non eran gli Ecclesiastici di allora che' nel foro civile impegnavano lotta — ma erano i mali regolamenti governativi, che non serbando un codice di limite ai differenziali poteri, confondevano per necessità le attribuzioni — quindi ogni ceto per mettere a difesa la proprietà, che mancava di una legge positivamente regolatrice, e tutelatrice — invece si serbavano le concessioni, le immunità, i privileggi. Gli Ecclesiastici facevano uso di questi titoli, come i Baroni, i nobili, ed ogni uomo che teneva delle proprietà.

Carlo, mettendo mano a risarcire tanta volubilità di cose, coll’assegno di leggi positive — non fece sicuramente un’eccezione per gli Ecclesiastici, ma trattandosi di perfezionare la legislazione del Regno, questi furono compresi, come ogn’altro ceto, in riguardo a quel poco che loro spettava, — previo sempre un Concordato con la Santa Sede. Ebbene, le novità spesso son figlie del malumore, specialmente in tempi meno inciviliti — per cui le riforme di Carlo, e lo dice l’istesso Genovesi, che di quei tempi n’era illustre contemporaneo, per quanto più scesero al bene generale, altrettanti intoppi e malumori si avvertirono nei celi più elevati. I solcatori sparsero voci di discredito sulla persona. del Re; e i partigiani di Casa d’Austria colsero il motivo appo noi, e persino in noma di definire il nuovo sovrano delle Sicilie, lordo di miscredenza.

Il malumore cedé luogo all’evidenza dell'immegliamento sociale, che da giorno in giorno crescea nel nostro Regno ma in Roma il malumore sparso portò delle conseguenze, abbenché il Re Carlo in quell’anno, vigente uso, spedisse al Pontefice, per ambasciata del Duca Sforza Cesarini, la chinea e i sette mila ducati per tributo al Sommo Pontefice. L’Imperator d’Austria si credè ancora possessore di dritto se non di fatto di questo Reame, e l’egual tributo spedì alla Camera Apostolica nel giorno istesso.

Il Papa trovavasi in delicatissima condizione ~~ credè non rendersi, col rifiuto dell’uno o dell’altro omaggio, autore di una non spenta lite, fra due potentati — ma il fatto si fu che per evitare un disturbo, ne sursero due — che la Spagna si offese di Roma, in egual modo che si offese l’Austria.

In Roma dominava più lo spirito Tedesco che Spagnuolo fra il popolo — in un bel dì scoppiò rissa fra i Transteverini e gli ufficiali di Napoli e di Spagna al servizio di Carlo, che stavano, com’era libero uso allora, ingaggiando soldati per il loro Re. Egual fremito di odiosità sviluppò in Velletri, in Ostia, in Palestrina contro i Napolitani soldati che per simile circostanze transitavano da quei luoghi. I nostri soldati espulsi a furia di popolo da Velletri, si ordinarono, e nulla curando si misero al cimento di assaltare la città con tale coraggio di offesa ospitalità, che Velletri soffrì la sorte di una città vinta ostilmente, colla morte dei capi della ribellione, con buon numero di assicurati prigionieri che condussero in Napoli, e coll’esiggere una lassa di guerra di 4o,000 scudi. Egual sorte toccò ad Ostia, ed a Palestrina. Non ricordiamo ciò per vanagloria di municipalismo, ma per solo motivo di bisognarci in altro punto della nostra Storia, questa reminiscenza militare.

Veniamo ora a quel che ci riguarda sulla Battaglia di Velletri.

 Nel 1737 morto il Gran Duca di Toscana, Gian Gastone, ultimo rampollo della casa Medicea; Filippo I Re di Spagna, nonché il suo figlio Carlo III Re di Napoli, si proclamarono eredi di quel Trono Gran Ducate. Tale quistione sembrò di lieve carattere, sino al 1740 — ma colla morte dell’Imperatore d’Austria Carlo VI, essendosi affacciala dalla Spagna la novella pretensione su gli Stati. di Milano, nonché sulle provincie di Parma e di Piacenza, pel desio che. nutriva Filippo l'di assegnare un’altra corona ad un altro suo figlio cadetto — «così Spagna e Napoli si mossero con poderose schiere al cimento, unendosi novellamente in alleanza co’ nemici dell’Austria. Era salita al Trono Alemanno, la figlia del mòrto Carlo VI Maria Teresa, che di tanta fama guerriera nonché di sapienza governativa empir dovea l’Europa..

Dodecimila Napolitani furon guidati da Francesco d’Evali Duca di Castropignano, che si unirono in Pesaro agli eserciti Spagnuoli, avendo per capo sapremo il Duca di Montemar. Si mossero le schiere Tedesche benanche, comandale dal Conte di Lobkowitz.

Ma il Generale Montemar a tanto grido di guerra, non si mostrò più il prode soldato di Mignano e di Bitonto — giacché rimase inoperoso mentre i Tedeschi Occupavano arditamente lo Stato Modenese, per motivo che il Duca di Modena parteggiava per Carlo III — indi si mosse, ma per mostrare a Lobkowilz una fuga precipitosa.

A trista conseguenza dell'infingardagine di Montemar, mentre altre schiere Spagnuole, avendo alla testa l’infante Filippo fratello di Girlo, ferveano in mischia sulle terre Milanesi; ecco che in un giorno del 741, nave Inglese sotto il comando di Marteen, si accosta nemica al porto di Napoli ed intima, quasi fosse alla pirateria di Boston, bombardare la città se dopo due ore Re Carlo non firmasse un trattato di neutralità nella guerra che la Spagna faceva all'Austria in Lombardia; essendo Giorgio II Re d’Inghilterra nemico della Spagna, buon alleato. Dell’Austria.

Fu prudenza di Carlo ubbidire alla violenza del più forte, nel richiamo dell’armata Napolitana — fu prudenza, e fu previdenza dettatagli da saviezza e da ragione di circostanza.

Da quel di intanto Carlo diede incremento al suo Esercito, formando dodeci agguerrite legioni provinciali; e fortificò il porto della capitale, nonché tutte le coste dalla punta di Minerva al capo dì Miseno.

Colmò gli arsenali di attrezzi di guerra, accomodò vecchie navi altre novelle ne costrusse — ed istituì fonderie per cannoni fucili ed altri utensili servibili a pronta offesa o difesa. Tutto questo mancava, allorché la buona alleata Inghilterra, com’è secolare infausto suo costume, veniva a intimare neutralità.

Ma l’Inghilterra, come avremo tempo di vedere in altro occasioni, tanto in politica quanto in guerra, vien sempre combattuta da quei nemici istessi che crea ad inciampo altrui — tempo passa. Infatti si era giunto al 1744, Giorgio il Re d’Inghilterra, non per desio di ingrandire l’impero di Maria Teresa, la di cui influenza su i destini di Europa grandemente pesava; ma col solo scopo di distoglierla da piani politici più scabrosi per gl’interessi Inglesi, giacché veniva temuta la gran donna come legislatrice e come guerriera, mostrava di favorire le sue parti nelle scissure Italiane. Cosi pure amava in Italia compromettere la Spagna, non perché fosse allora segno, questa nostra regione, ai desideri Britannici — ma poiché lusingavasi quel governo di equilibrare tutta la forza Spagnuola a un cimento positivo coll’Alemagna– così accresceva le gelose ire fra le due potenze ostili, per correre sicuro gli approdaggi dell'America, ed attendere uno sperato colpo di mano sugli avanzi dei già scemati possedimenti di Spagna su quei lidi. Washington e Lafayette erano bambini ancora, Fox giovinetto appena!

Buona fortuna per i prematuri sconvolgimenti Europei si fu, che allora sedeva sulla cattedra di S. Pietro, il vasto ingegno del Lambertini, chiamato Benedetto XIV. Gran Sacerdote e Re, insigne uomo che per le sue dottrine improntava il proprio nome a quella età Europea, scandagliò la cagione e gli effetti della briga ostile — vide che il. silenzio della sua parola polea rendere men aspro il cimento del mondo' politico, e tacque. La sua prudenza se non estinse la favilla di guerra, fece che non si accendesse il grande vulcano, a cui agognava l’Inghilterra.

Carlo III bilanciò tutte queste cose; e più si convinse che l’Inghilterra lampara qui, per tuonare altrove. Il suo fratello Filippo intanto fra dubbia sorte combatteva instancabile in Lombardia — l’onore delle armi Spagnuole slava in rischio —» la mal fermezza del Generale Montemar avea ingigantita la forza morale dei soldati d'Austria il proprio Regno minacciato alle frontiere dalle armi nemiche, e turbolente nell'interno, mercé i fautori di casa d’Austria, che spargevano di quà e di là editti faziosi dell’imperatrice Maria Teresa — Il Conte di Gages, benché avesse preso con prode ardire l’inerte comando delle nostre truppe; purtuttavia la sicurtà di questo reame si trovava in oltraggio o in minaccia. Oltreché sul fiume Tronto, alla sponda opposta, accampava l’Esercito Tedesco sotto il. comando del Generare Lobkowitz; una forte guerriglia di cavalieri e fanti Ungaresi sotto il comando del Generale Broun, oltrepassati i confini, campeggiava presso all’estreme terre degli Abruzzi; arrecandovi danni e rovine.

 Carlo si rese superiore al parere de' timidi suoi consiglieri, e nulla più curando il minaccioso trattato dì neutralità sottoscritto agl Inglesi — vide la guerra esser necessaria, ed a questa si addisse. Ventimila ben messi saldati dispose in marcia per gli Abruzzi, nominandosi di questi Duce Supremo. A primo atto di forza morale del suo Regno che per poco dovea abbandonare, schiuse le carceri mettendo in libertà tutti gl’imprigionali fautori di casa d’Austria — grande scopo politico, onde mercé la clemenza lavare ogni ruggine nel popolo, ea insiememente farsi credere sicuro ne’ suoi domini, forte in faccia al nemico che andava a combattere.

La città di Napoli e l'intero Regno accolse tanta magnanimità con un entusiasmo che esprimeva la più alta fiducia tra governo e governati. Effetto di ciò si vide che alla semplice inchiesta di denari, fatta dal Re, la popolazione intera superò con donativi il bisogno e le speranze del Principe.

Giunto il Re Carlo sulla sponda del Tronto, fece rassegna, oltre de' suoi 20,000 uomini, benanche di altrettanti soldati Spagnuoli. Il Tedesco Duce Lobkowitz dall’altra riva del limite, rassegna pure la sua armata forte di 35,000 uomini fra truppe regolari ed irregolari, di Ungaresi, Croati, Transilvani, ed Illirici.

Potente e risoluto si mostrava l’esercito di Cesare — più vivo di entusiasmo; ma più ubbidiente alla prudenza del suo capo, si appalesava l’esercito Napolispano. Ed è bello ricordare, alle infauste quanto inverniciate Guardie cittadine degli ultimi tempestosi nostri tempi, che fra quei 20,000 Napolitani soldati., si distinguevano per valore fedeltà e disciplina, ben cinque Reggimenti civici, che Carlo dai 12 formali, per le dodici Provincie d’allora che componevano il nostro Reame, conduceva seco alla guerra — e quei cinque Reggimenti emularono in bravura i più strenui soldati.

Le artiglierie abbondavano ne’ due opposti campi; la fanteria numerosa; e fra quella Spagnuola si distingueva un Reggimento di Catalani, vispi cacciatori ai montagna, leggieri nelle vesti, modelli di quei Battaglioni, che or ora ammiravamo in Gaeta, quando giunse la spedizione Spagnuola, per aver parte nell’acquisto degli stati Romani sotto l’ubbidienza del Sommo Pontefice. In ultimo vi era. buon numero di cavalleria fra le due Armale; e nella nostra si contavano trecento guide del Duca di Modena, partigiano di Spagna.

Era per cessare il rigido inverno del i44;(e) le speranze de' due Duci erano che Lobkowitz attendeva i promessi tumulti nel nostro paese, Carlo la buona stagione e l’opportunità. A primo corpo del campo si schieravano gli Spagnuoli; in secondo quasi a riserva i Napolitani, dilungando la linea per Frosinone, Anagni e Terni, nonché sul Teverone: il Re teneva il suo quartier generale in Castel di Sangro.

Maria Teresa, non amava indugi — più lusinghiere speranze di pronto riacquisto di questa nostra terra le davano gli uomini di parte, a baldanza del suo Generale, e le navi inglesi che bordeggiando, al lor costume i nostri mari, ed attizzando sempre più il foco dì guerra, gridavan protezione agl'Imperiali.

Convenne perciò a Lobkowitz di avvicinarsi agli assalti — gli Abruzzi eran nevosi, e più guardati da oste potente e preparata — deviò per questo un dubbio assalto di fronte, e dalla riva del Tronto per Ceperano e Valmontone mosse col suo esercito, nonché colle squadre del Broun per Roma. Carlo avvertito della cosa, muove il suo campo ancora per Celano e Venafro, ed una colonna manda ad occupare i migliori punti nelle terre dell'Umbria.

I nostri Soldati a si rapida mossa del nemico, credettero in fuga i Tedeschi, e più si animarono a combattere — e i Tedeschi si lusingavano di mantener oziose le nostre genti sull’accampata linea, muovendosi essi dritti da Roma a Napoli. Sicuri che il loro segreto non era palese a Carlo, non guardavano le sagaci nostre vedette di cavalleria che alle spalle numeravano i loro passi, mentre Carlo da Roma riceveva continui corrieri. Il Re lutto ordinando, tutto vedendo, raggiunse le prime schiere che già stavano a Valmontone.

Da quivi si seppe il presto ed imponente arrivo de' Tedeschi, che sicuri e senza ideato contrasto, avanzavano la marcia per la via di Roma ai nostri confini di Portello. Il Re non era contento di questo avvicinarsi celere, giacché il suo piano di guerra benché felice in riuscita, mancava già di tutti gli apparecchi necessari, se il nemico accostandosi, avesse accettato battaglia — non arrivati tutti i corpi, non l’artiglieria, e le strade impraticabili da per lutto. Gli ordini partivano celeri per lo bisogno — quand’ecco cader forte pioggia ohe, trattenendo i Tedeschi dal cammino, decise Carlo a portare il campo a Velletri, perché da quei luoghi tenendosi una forte posizione, potesse meglio regolare le giornate di guerra.

Velletri, come nel 1849 l’ànno veduta militarmente i nostri soldati, siede a cavaliere su ubertoso colle, circuito di vigne ed oliveti — altri ameni colli da occidente ad oriente la fiancheggiano, formando nel basso intorno tre sinuose cave serpegiate dà altrettanti rivoli, e per soprapposte balze, quasi rovesciale piramidi, si fà la strada di ben quattro miglia, per giungere al punto più elevato del luogo, detto monte Artemisio, e più lungi ancora alle vette della Fajola,

Giunto appena in Velletri il Re Carlo, alla prim’alba del giorno vegnente, dispose l’esercito in ordinanza di guerra, e spinse ne’ luoghi più rimarcati delle numerose scolte — il Re ed i soldati attende vano il momento della pugna. In fatti il nemico apparve su i monti spiegato in linea. Il Tedesco però, scandagliando con occhio sagace il numero e la posizione presa dalla nostra armata — e molto più, scorgendo l’asprezza del silo che mal si faceva alla cavalleria numerosissima, su cui fidava grandemente Lobkowitz; costui formò invece un campo munito di artiglierie — Carlo fece lo stesso. Ma in quei tempi gli eserciti non avevan ancora la scienza delle grandi giornate campali, dove con intendimento e valore si decidono le sorti della guerra, cogliendo il primo fortunato destro. Invece la tattica si riduceva ad accampamenti successivi, a speciali attacchi, a combattimenti parziali, ove il tempo si prolungava all’infinito, e la stanchezza spesso prendea luogo alle definitive vittorie. La nostra armata tenea preso terreno, coll’avere il centro messo ridia città, l’ala destra contro il monte Artemisio, la sinistra verso la porta che dicono di Roma — ben munita e guardata era fa fronte del campo — poco indietro sul colle de' Cappuccini posava guernito di trincee il parco di artiglieria — e molti corpi avanzati difendevano il totale del campo. Nulla mancava ai soldati, giacché tutto provvedeva la nostra popolazione devotissima al suo Re — solo eravi penuria di acqua, avendo il nemico spezzato i cammini, che perenne acqua menavano nella città di Velletri.

Il campo nemico situato su gli opposti rialti, mentre facea studio de' nostri movimentasi teneva coperto dalle montuosità del terreno — l’acqua si aveva a sazietà, i viveri scarsissimi.

Ma il generale Tedesco, convinto dell’arduità della sua posizione, non poteva essere che impaziente di uscirne — giacché lo starsi troppo inoperoso, per ogni riguardo grave malanno gli arrecava. Così fece avvanzarc di trailo in tratto delle colonne, ora stringendo qualche nostro corpo avanzalo, ed ora molestando qualche punto della nostra linea con vicini colpi di fucile e cannone — fine né giunse a discacciare da su di un colle un Reggimento Spagnuolo che ne teneva posizione, occupandolo e gittando qualche opera di chiesa. Così sperava che Carlo, vedendo i suoi inabili ad offendere perché messi nel basso; travagliati sì da vicino, mentre stavano alla scoperta di un attacco sempre velato perché ascoso dietro folte boscaglie; avesse tosto levato il campo, ritirandosi dinanzi ad un esercito così soprastante alle posizioni da lui occupate.

 Il Re si avvidde del pensiero nemico; e chiamati i più esperti capitani a consiglio, si attenne al parere del conte di Gages, per unarditissimo colpo ma necessario. Costui verso sera si mise alla testa di quattromila soldati, e silenziosamente camminò tutta la notte, fino a che al far dell’alba, si trovò co’ suoi due bravi Colonnelli Vallis e Marnili sopra il monte Artemisio. Mille soldati Tedeschi lo guardavano, e perche sicuri negligentemente dormivano — attacco minaccioso ne venne al primo trar di mano de' nostri — pochi di quei mille poteron portare l’avviso della disfalla al Generale Lobkowilx, giacché la maggior parte caddero morti feriti e prigionieri, e fra questi il capo che comandava. Tutto il campo nemico a tal nuova si levò in armi — le nostre schiere si mossero ancora, espugnando il Monte Spina, e facendo lunga stragge, prigionieri, e bottino di armi e viveri. Un si inaspettato colpo trasse il disordine e quindi lo scoraggi mento nell'armata nemica — tanto che varie schiere si misero in fuga, e testimoniarono a Roma la loro disfatta. Ma ripetiamo la guerra d’allora non conosceva la scienza del pronto decidere: era quello il momento della disfatta totale del nemico. Invece il nostro campo diè festa per il già fatto, limitandosi a possedere quel terreno soltanto che avea riacquistato, nulla curando lo scompiglio, la quasi fuga del Tedesco, ed il momento felice d’inseguirlo alle spalle, e romperlo interamente.

Ritornando appena all'usata lentezza i due campi, il Generale Tedesco, credendosi tuttavia inferiore a riparare i danni e le offese sofferte, si mise all’astuzia ed al raggiro — novellamente spinse negli Abruzzi un piccol corpo de' suoi, onde predicasse vittoria, e flagellasse i più fedeli al Re Carlo. Scrisse all'Ammiraglio Inglese che mettesse a soqquadro le città marittime del nostro Regno, e fingesse di minacciare Gaeta, ove dimorava la Regina e i figli del Re — così pe’ temuti tumulti nel proprio Regno, Carlo abbandonasse le felici posizioni di guerra. Tutto tu tentato da Lobkowitz; ma nulla avvenne da soddisfare i suoi desiderj.

Non. rimase intanto inoperoso, scorgendo la ninna riuscita de' suoi piani — altro ne meditò, tra la notte del dieci all'undeci del mese di agosto 1744, sì ardito e minaccioso, da mettere la sorte di questo Regno al più infausto pericolo.

L’usala tregua si era messa fra i due campi — i Borboni perché vittoriosi, i Tedeschi perché perditori.

Lobkowitz convoca i suoi ufficiali, e non fidandosi più di attaccare alla scoverta le nostre posizioni, si attiene ad un sotterfugio — stabilisce un incamiciata di notte. I generali Novali, Bromi, Andreassi, oltre Lobkowitz, fingono dal giorno mettersi in marcia per opposti sentieri, mascherando dell'intuito il piano della notte. Nella più tarda ora, mentre i nostri dormivano, fiduciosi di aver conoscenza nel giorno appresso della intrapresa marcia delle varie colonne tedesche, mosse già dal lor campo; invece quelle istesse protette dalle tenebre si scaricano di volo, su i più deboli punti della linea Napolitana — entrano nel campo, feriscono, ammazzano a mano salva. Un reggimento Irlandese al servizio di Spagna, vien posto a massacro, benché lardi combattesse gagliardamente — la confusione succede all’allarme generale, al combattimento personale — i tamburi, le trombe, il cannone, la succedente fucileria, il cozzo delle armi, il ferire, il cadere, vien coronato dall’incendio che apre una porta della città di Velletri, detta di Napoli — il nemico è nelle mura, e la stragge da principio in sulle pubbliche piazze, da sulle private case — si combatte sulla strada dai letti dalle finestre, da per ovunque. Carlo fu desto al primo grido delle sue guardie. Fugge dalla casa Ginetti, ove dimorava: gli è dappresso il Duca di Modena, l'Ambasciatore di Francia, ed altri: il colle de' Cappuccini gli accoglie fra soldati desiosi di riprendere la mal tolta vittoria. I tedeschi colpivano i più grandi tratti di fortuna, impossessandosi di quasi lutto il campo.

Bello è ricordare, i falli più animosi de' nostri in Velletri — come si ordinavano,come combattevano da leoni, or per aprirsi un varco, or per vendicare alla baionetta i più illustri uffiziali loro che cadevano, morendo da prodi. Una palla da cannone spezza le gambe al bravo Colonnello Nicolò Sanseverino, fratello del Principe di Bisignano, nel momento di mettersi alla lesta de' riuniti Soldati — una palla da moschetto stramazza al suolo il chiarissimo Napolitano, benemerito Colonnello Macdonald, nel momento che colla sciabola in alto, gridava a' suoi, unitevi, seguitemi— di egual morte cade il Colonnello Conte Beaufort. il Principe della Riccia, benché ferito alla coscia, comanda il suo bravo Reggimento Real Terra di Lavoro,Carlo intanto aduna richiama tutte quelle schiere che può riunire; legge negli sguardi de' suoi soldati l’ansia del dispetto e del valore, gli rincuora, gli rassegna, e dice loro — Soldati. Ricordate il vostro Re, e la vostra virtù: se voi sarete costanti all'onore ed alla obbedienza, vinceremo.

Invia il Generale conte di Gages ad affrontar Lobkowitz, il Duca di Castropignano ad attaccar il Novali — altre colonne affida ai Generali Marescialli Lessi e Wirlz, ed ai Colonnelli Placido di Sangro, e Giorgio Coraffà. Egli stesso si apparecchia alla mischia, e — Velletri è vendicata, ripresa, colla stragge del nemico — i colli guadagnati con audacia e valore, la linea perduta riacquistasi; si marcia innanzi con calore; l’estremo giorno di quell’armata Tedesca è giunto irrevocabilmente — ma Lese rei lo nemico, non accettando ulteriore combattimento, antepone la dubbia fuga alla certo sconfitto. Cario è proclamato vincitore; e per maggiore sua gloria, superiore a violente vendicatrice ambizione, anziché tagliare la ritirato al nemico che fra le mani de' suoi inferociti soldati sarebbe stato trucidato — Richiamato il Duca di Lavello dagli Abruzzi, colla colonna che bloccava le frontiere, stabilì due ben messe armate. che condusse a doma, largheggiando co’ suoi soldati di lodi onori e denari. Da quivi dispose che il primo corpo d'esercito, sotto il comando di de Gages, marciasse in ajuto di suo fratello Filippo nella Lombardia; il secondo corpo che tornasse subito ne’ suoi Stati.

Trofei della battaglia di Velletri furono molte armi ed in ispecie un parco di artiglieria, varie Bandiere, ferito l’Andreassi, prigionieri di guerra l'altro Generale Novali, un Colonnello, diciotto ufficiali, ottocento soldati — più di due mila nemici fra morti e feriti.

Il Re trattenutosi in Roma varii giorni per ossequiare il Papa, fra i gridi dell’intera Metropoli che lo acclamava Eroe, si mosse per Napoli, ove non è a ripetere le leste, la gioja, l'entusiasmo che qual corona di gloria, finterà città e regno votò ai magnanimo Sovrano, alla vittoriosa patria armata.

Fino# lutto l’anno 1745 la guerra Italica, o per meglio dire In Lombarda tra i Tedeschi e gli 5pago noli, fra' quali avean parte molti Napolitani, si mostrò dubbia; benché animosamente combattuta pure la fortuna mostravasi prospera dal lato de' Tedeschi, ai primi giorni del 1746 — Genova in ultimo, forte ed altera, fu abbandonato dagli spagnuoli, presa e posseduto dai Tedeschi. Ma tale sventura, cambiò le sorti della guerra — giacché Genova si contentò nel l’interno delle sue mura attaccare i Tedeschi, che dopo sanguinosa lolla, aprirono le porte, e fuggirono come vinti. La città fu salutata eroina dalla parte avversa all’Austria; e fu di nobile stimolo a far riprendere coraggio e lena novella agl’Ispani e Napolitani.

La morte di Filippo I e la successione alla corona di Spagna di Ferdinando VI diede breve tregua alla guerra Lombarda — Ferdinando VI però si mostrò proclive a continuarla così durò ancora per altri due anni, senza che ritornasse più un giorno di. piena gloria, come quello di Velletri. I Governi e gli uomini si mostrarono alla fine stanchi di versar sangue, ed il trattato di Aquigrana stipulò una pace che si chiamò onorata per tutti i contea denti — Le Sicilie a Cario, Parma Piacenza e Guastatila, al suo fratello Filippo — altri patti onorevoli ebbe Genova, Sardegna, Modena e Toscana.

In ultimo Ferdinando VI mori in Spagna senza prole, e così Carlo venne tolto a viva necessità dal suo creato e ben retto Governo delle due Sicilie. (4) Di tre figli maschi, il primogenito Filippo per malattie di mente e di corpo, trovandosi inabile al peso d’una corona, tra i due altri Principi fu diviso il futuro retaggio di Spagna. il presente Trono delle due Sicilie. Carlo, se fosse stato un grande ambizioso, nulla curando il benessere d’un Reame flagellato per secoli da tante varie reggenze e vicereggenze, avrebbe potuto come altri suoi antecessori, rendere Napoli e Sicilia provincia Ispane. Ma nò; saggio e religioso, giusto quanto clemente, stimò bene formare per sempre di queste ricche terre, uno stato indipendente da altra Corona. Perciò il suo secondogenito Carlo Antonio lo seguì in Ispagna, erede futuro di quel reame, e ’l suo terzogenito Ferdinando, che avea appena 8 anni, costituì Re delle due Sicilie, dipendente finché minorenne da una reggenza — e più dai consigli opportuni del ministro Tanucci, che si divideva da Carlo III al solo fine di tutelare il giovinetto Ferdinando IV — Si disse IV, perché era il quarto di tal nome nella seguela dei sovrani di questo Regno.

Carlo parti da Napoli nell’ottobre del 1759 fra il compianto universale, come à giorno di sciagura estrema! Carlo nel dividersi dal suo figlio Ferdinando, sguainò la sua spada, spada che il gran Luigi XIV avea dato a Filippo V, e questi al suo figlio Carlo, e == Tienla, o Maestà, gli disse; sia per difesa della tua religione e de tuoi soggetti!

 XXXI. Ferdinando IV, partito suo padre Carlo III nell'ottobre del 1759, avendo appena 8 anni, ebbe a reggenza nella sua minorità, i più cospicui seniori della nobiltà napolitana — come a dire il principe di Camporeale, il principe di Centola, il principe di San Nicandro ajo del Re, il Capitan Generale dell’Esercito Domenico di Sangro, il Capitano delle Guardie Lelio Curala, Michele Reggio Bali di Malta, il principe di Ardore; e su questi il senno e l’avvedutezza del Ministro Tanucci.

Conviene in questi ultimi numeri del nostro quadro cronologico dei Sovrani delle due Sicilie, esser più del solito circostanziati; bisognandoci questi primi schiarimenti, a maggiore sviluppo di altre epoche di uomini e di cose,che verranno in iscena personalmente o per conseguenza di fatti, in età che più ci appartengono. Obliando per poco questi tratti di un altro periodo ai Storia, noi serviremmo una Storia contemporanea piena di lagune, e ci mancherebbero. le conoscenze più positive per chiarire il primo libro di questo lavoro, che discorre di tutte le circostanze che accompagnano Ferdinando II dal suo nascimento fino al suo Vicariato.

Dato termine a un dolore di gratitudine e di rispetto verso Carlo, che lasciava un Regno costituito su salde basi di pace, di ricchezze, e di buone leggi — le popolazioni si volsero con feste e giubilo ad augurare il novello Governo del Re minorenne. La pace stese le Sue ali su queste avventurose terre non solo, ma su quasi tutti gli stati dell’Europa — Lusinghiera orribile pace! che dovea dar mezzi ad invelenire la società in modo sì profondo, che fìnoggi ne serbiamo le piaghe più cruenti e mortifere.Fu quel periodo di pace, che diè tempo a sbucciare quel pomo vietato duna scaltra filosofia che nata sulle rive della Senna, appena la legge del paese, sbalordita, cacciò in esilio i suoi fautori; l’avarizia commerciale Anglicana, nonché il suo vasto egoismo, ed il suo odio luterano, ne accarezzò i proletarii, lor assegnò patrocinio, ed infine trovò mezzi di ideare, con studio non umano, quel l’inconcepibile trattato misterioso ed orrendo, come la testa di Medusa — che quanto più tempo passa, tanto più cospira al rovescio civile e morale dell'Europa, e forse delle cinque parti del Mondo.

 La setta prima di quell’età, figliuola privilegiata della Volteriana filosofia, ebbe a ségli ingegni più vasti in tutte le condizioni sociali. Questa nuova scienza, che tutto l’antico scibile umano e cattolico si lusingava premurosa di mettere a' suoi piedi, per abbrutirlo e polverizzarne la sostanza con un delirio che si chiamava ragione, e con inverniciate menzogne, che si annunziavano come altissime verità sepolte sotto la tirannia dei troni e l’oscurantista interesse dell'Ecclesiastico — Questa scienza, madre straricca dei dritti dell’uomo; or terribile si affacciava negli stati, e perciò poco battuta, molto temuta — ora s’imbellettava del più insinuante sussieguo, e otteneva seguaci e protezione. Encomiata da Federico Re di Prussia, lo acciecò col nome di grande, e l’ebbe or maestro ed or difensore. La Czar delle Russie, Caterina, desiava forse purificare il gelido aere della suaNewa collo stendere la mano amica ai primi apostoli del nuovo prugresso sociale. Maria Terasa d'Austria, morendo in quel giro di tempo, avea sepolto con sé i raggi tutti della sua temuta e ben poggiata corona; ed i suoi due figli, Giuseppe Imperatore, e Pietro Leopoldo Gran Duca di Toscana, pieni di buona volontà, non avendo ereditato il genio governativo dell'imperatrice Madre; credettero crearselo, col mettersi alla lesta della sapienza dell’età, gridandosi riformatori; e perciò tardi si accorsero che invece si eran renduti schiavi della Setta, e travagliatori indefessi del crollamento dei loro Troni. Perciò mani scaltre ed ingegnose guidavano la dea del giorno dai Troni alle capanne. Filosofia parassita, non si offendea del rifiuto o del dono, della vastità o delle bricciole di conquista. Severa coi vecchi, briosa colla gioventù: predicava il bene dell'uomo o col sorriso o colla minaccia: ipocrita,sulle prime pregava coi credenti presso gli altari — e quistionava dei dogmi, attaccandoli col sofisma, evitando le conclusioni, onde far nascere l’indifferentismo. Progressista coi dotti, aneddotica cogl’ignoranti, vezzeggiatrice coi deboli, disprezzante coi forti. Spargeva il seme del male coll’enfasi dei miracoli, e attendeva la coltura dal tempo, sempre scaltra, fuggendo altrove per non esser mirata di proposito. Feriva sempre, qualche volta medicava, ma sempre incognita ne tenea la mano. Infine ove più ove meno ardì, sperò, e ottenne: rovinosa conquista! salire nel consiglio dei Re, e qual riformatrice dottrinaria metter la mano alle nuove leggi,, cui gli stati di Europa per infausto bisogno, aspiravano. Sovrani e popoli, più o meno lusingati,si accecarono — e come oggi la setta, sotto la maschera dell’indipendenza Italiana, à fatto nudrire a proprie spese dalla maggioranza degli stati di questa penisola la schifosa demagogia; così allora, ma con più forte impegno di ragionevolezza, che adesso, la setta diè mano a ringiovanire la società, per aspirare, coll'effimera eguaglianza degli illusi, a dividersi un potere che finoggi pacatamente conserva. La differenza di quel periodo settario di allora ad oggi si è — che in quell’epoca i maestri del sapere furon trascinati dalla corrente delle rivoluzioni politiche morali; ed ora fin i ciabattini degli articoli da giornali, non son mossi, ma muovono strepitando la corrente delle rivoluzioni. Allora i settari scrivevano corpi di Legislazione: adesso non sanno scrivere altra che Programmi. In conseguenza, come allora si battevano quegli apostoli della malizia umana, con sagge polemiche e con dotte apologie; così questi di oggi più protervi se volete, quanto più ignoranti, proporzionato compenso, meritandolo, si battono colla mitraglia.

 Terminando il nostro proposito, la setta salì ai più alti poteri — cambiò maschera colle stagioni, cogli anni, calle epoche; ma sempreo quasi sempre (insolubile problema!) di qua di là rimase ai poteri regolatori de' destini umani, che quanto più gl’innalzano, tanto più gli innabissano, col soffio crescente della propria ambizione — potrei ire di questi, palla al bersaglio, che tanti rimbalzi prende sulle teste della moltitudine, sino che il ciel nol voglia, al cuore della società e della Religione il colpo ne giunga.

Queste poche nozioni formano la base storico-morale della Monarchia di Ferdinando IV, come di altre corone di Europa. Se sapremo ben notomizzare di questo Re il lungo governo, quando sarem giunti all’ultimo periodo della nostra Storia; lunga catena di problemi, senza mistero, potremo risolvere in politica.

Ed ecco, che Ferdinando IV, più che giovine di età, sottoposto ad una reggenza che non accusasi di scaltrezza, ma piuttosto di debolezza; come soverchia tenacità e malavvedutezza addebitasi al Ministro Tanucci. Ecco, dicea, sotto quale influenza di uomini vicini, e di uomini che da lontano spargevano appo il Trono tutte le reti d’un contaminato avvenire, trovossi nella più debile età Ferdinando. Tutto riuscì, come il tempo correva; giacché, intralciando il sentiero governativo ad un Sovrano in reggenza, si aspirava a doppio scopo — tumultuarne l'educazione, ed incaminarlo senza volontà su di una strada, da cui son si potesse più retrocedere. Infatti, sotto la reggenza, si obliarono i consigli di Carlo, che fin dalle Spagne amava prestar cure a questi stati — più, disprezzando gli scandali che s’insinuavano su vasto popolo, per quanto rozzo altrettanto religioso, si apri una guerra inopportuna, e molto inconsiderata contro i vecchi acquisiti dritti e poteri del Sacerdozio secolare e regolare.

Questa dissenzione scandalosa, che avea in Napoli alzato il capo al principio del secolo, sotto la dominazione Austriaca, sostenuta poco dopo da uno storico (5) che, discostandosi dalla verità, e dalle sane dottrine, avea innalzato ad infausta celebrità il suo nome, senza arrestarsi all’esempio della giusta punizione, che egli avea meritala; che anzi aprì il campo e lo tenne di seguito aperto a molte polemiche, funeste non meno allo stato che alla chiesa.

I buoni, prevedendo tali scandalosi disordini, ne appalesavano i gravi timori, e colla voce e cogli scritti opponevansi agli errori storici; ed il popolo ignorante, cui davasi la taccia di superstizioso, credendo insultata la religione de' suoi padri, divenne irrequieto e tumultuoso, mentre altri dal dubbio cadevano nell’errore, ed accrescevano il numero de' tristi, che intendevano gittar la semenza di uno scisma fatale. A tanto male poteva opporsi, qual unico efficace  rimedio, ama legislazione civile, pura, unitiva, e beli accordala colla legislazione canonica; ma invece, dietro il trascino di sconcordanti prammatiche, s’intimarono alla Santa Sede nuovi e cimentosi concordati. Fu nulla qualunque Bolla nuova o aulica, senza regio assenso — soppresse le volontà dei donatori, in quel che sentiva dono ecclesiastico — le concessioni di natura ecclesiastica,falle o assentite dal Re disciogliersi a piacimento del Re presente, o suoi successori — non essere sopra la terra dignità straniera all'infuori del Re; da Lui dover dipendere ogni ecclesiastico, ed invece dai magistrati del Re — il matrimonio essere un contralto civile per natura, sacramento per accessione — i Vescovi privi d’influenza alcuna nell'istruzione pubblica — (questo tu il miglior guadagno, a cui si aspirava). Or vietate le censure dei vescovi — abolite le decime alla chiesa — annullati i processi per le bestemmie e le lascivie diminuito il numero dei preti a dieci per mille, poi a cinque — ristrette le ricchezze della chiesa, chiamate soverchie, soppressi ed aboliti i più splendidi monasteri, antichi baluardi di arti sapere e santità; in ultimo si dava superficiale ammaestramento al Re, dotato di perpicace ingegno.

Tutto questo, ed altro ancora fu praticato, sotto gli auspici d’una reggenza timida, da uno scaltro e dotto Ministro. Questi semi di discordia tra lo stato laicale e’1 clericato, questo torrente di controversie in politica ed in morale, quasi repentino diluvio, scaricalo su d’un regno che combattea tra le antiche gare municipali, tra lo scosso ma non caduto feudalismo, e quel che più tra popoli dediti alla religione, e grati al Sacerdozio per successione di secoli, perché da questo solamente riceveano fino allora istruzione e morale. Questo mare di novità, improvvisato prima di creare le debite sponde per contenerlo, stabilendo un lutto di legislazione che metter polea la bilancia nella proporzione della division dei poteri, fra le antiche e nuove attribuzioni, che nient'altro erano che leggi di dritto, di uso, di tempo, e di necessità. A me pare, che Ferdinando IV nel 12 gennajo. del 1767 divenuto maggiorenne, e per conseguenza da quel giorno Re, trovò già fatto, già compito il primo periodo della rivoluzione; e che il 1799 non fu altro che il compimento della stessa, il ricolto della semenza, la pratica che nasce dalle teoriche, la maturità del fruito, (effetto della causa.

Che poteva fare Ferdinando? non era più tempo di retrocedere; neppure di restar fermo: necessitosa fatalità di progredire. In politica, si è visto sempre, in certi casi l’è come in fisica: alzato un edificio sul falso, non ci è baluardo che lo sostenga; si erge, si erge sempre più, finché cade — corpo al declivio, non aspira più alla sommità da cui parte, ma alla base su cui pub giungere.

Tale e non più, fu la condizione di quel Re — tale e forse più, fu la condizione di quasi tutte le Monarchie di Europa in quegli anni. Non altro potè conservare Ferdinando, senonché 3nel tanto che è eredità dell'animo, e non soggetto all’imperio egli uomini — cioè un animo religioso, un indole forte, ed i molti talenti naturali che a dispetto di chi trascurar volle di coltivargli a luogo, si perfezionarono col tempo e coll'esperienza.

Fin oggi la storia, non dei partiti è delle illusioni, ma quella della giustizia e della realità, ci dice che a prefazione d’ogni rivoluzione sociale si scorge sempre il bando dei Gesuiti. La ragione è palese, che ogni setta, se non imprigiona fra le sue mani la pubblica istruzione, non può giungere al suo apogeo — I Gesuiti sono educatori incontaminati della gioventù, non per lo scibile Soltanto, quanto per la morale cattolica — Come può riescire ogni propaganda rivoluzionaria alla sua conquista, avendo i Gesuiti educatori del popolo? non c’intratteniamo su questo argomento per ora, dovendo occupare un altro punto della nostra Storia, asta ricordare solamente che al primo anno del suo Regno, Ferdinando trovossi al galoppo delle fasi politiche del massonismo Europeo — tal che, mentre i suoi ministri si mostravano sordi a lutti i consigli che Carlo dalle Spagne inviava pel miglioramento del Regno donato a suo figlio: furono solerti ad ubbidire alla soppressione cd all’allontanamento de' Gesuiti, appena dal Portogallo dalla Francia e dalla Spagna, per infausta lega di famiglia, ne fu dato parere o comando.

Infatti nel dì 3 Novembre 1767 l’Ordine Gesuitico fu estinto, e tanti utili religiosi furono espulsi dai nostri Stati.

 La nuova legislazione del Regno, intrapresa da Carlo III, fu seguita sempreppiù a maggior sviluppo nei primi anni del regnare. ai Ferdinando — ma con tanta celerità, che si abbatteva più, e meno si ergeva nel novello stato politico del Reame. Si diroccava l’antico, sempre in più porzione del rialzamento,moderno — cioè a dire che si abbatteva il feudalismo, senza riempire quel vuoto con una legge positiva, che mentre affrancavasi ii basso popolo, si facesse sedere la nobiltà in uno stato gerarchico, da non umiliarla, da non irritarla e da non perdere il puntello maggiore che allora formava il primo cerchio dei raggi della monarchia. Si consumavano le attribuzioni del clero, senza creare una legale quanto necessaria indipendenza Ecclesiastica; per così garentire la dignità della religione e della morale, già messe alla scoverta contro due nemici formidabili, lo scetticismo filosofico, e la rozzezza di un popolo, che invece di svilupparlo e ben educarlo alla religione, ed alla morale,si spingeva a viva forza a conoscenze umane dure per il suo pala lo, indigeribili per la sua incolta ragione. Si ammucchiavano no velli cespiti, senza creare una illuminata Finanza. Si restringeva sotto il giogo d’una futile economia, l’esercito di terra e di mare, per togliergli pria la forza morale acquistata da anni, e per non trovarlo quando bisognava al Re e allo Stato. Tutte queste cose scandagliate di volo, ci fan vedere come l’Europa politica di qua di là, senza avvedersene, si spogliava della sua porpora, che a brani ingojava il mostro della Filosofia — finché rimasta ignuda, ne avesse potuto ingoiare la testa.

La Regina Elisabetta Farnese era morta, morto era Filippo Duca di Parma; e la guerra dei sette anni sostenuta io Italia tra la Spagna e l’Austria avea pace nel 1763. Per meglio basare questa pace, le due corone strinsero un matrimonio tra il Re di Napoli e una Principessa Austriaca. Maria Giuseppa, figlia di Francesco I Imperatore d’Austria fu eletta sposa di Ferdinando — ma mentre si apparecchiava a venire in Napoli, una fiera malattia la trascinò al sepolcro. Fu allora che Maria Carolina, sorella dell'estinta, a sedici anni bella e saggia,successe a Regina di Napoli, ove giunse nel maggio del 1768, accompagnala dal suo fratello Pietro Leopoldo Gran Duca di Toscana, e nell’anno appresso raggiunta dall’altro suo fratello Giuseppe Imperatore. Ecco i due nomi, Ferdinando IV e Maria Carolina — nomi grandi, perché grandemente sventurati — che maggiormente grandi oggi a noi si rendono, perché furono le vittime più designate della penna dei settarii — oggi che meglio d’ogn’altro sappiamo valutare qual prisma di verità si racchiude nei giudizi delle sette, per quel che riguarda Società Monarchia e Religione. Di queste due Persone sì altamente congiunte a due epoche funeste della patria Storia, noi brevemente descriveremo cenni biografici. Ma Ferdinando e Carolina, lo ripetiamo, non ebbero storici non panegiristi; ma solamente libellisti, e pochi ma tardi generosi che ne cassarono con lucide pruove le false macchie della più nera calunnia, diffuse come pioggia di fuoco su queste due teste coronale, specialmente dal Colletta, uomo che scrisse colla penna dell’aquila intinta nel veleno del serpente.

Noi obblieremo sì questo, che i suoi confutatori — quel che diremo, lo andiamo raccogliendo in mezzo al popolo messo di qua e di là del faro — ripeteremo le parole dei poveri, gli aneddoti che girano fra la moltitudine da padre in figlio: quello che ci saprà dire chi col mutar de' tempi, non abbassò il suo cuore nel fango degl’ingrati.

Maria Carolina, appena vide con tutta la sagacità che possedeva, esser il nostro Regno sotto la falsa guida d’una precoce civiltà, galoppando più celere che altri stati di Europa verso il mare di una non circoscritta vertigine — aspirò a dividere le cure del Regno col consorte, onde così allontanare crescenti guai sulla persona del Be, cresciuto sotto la scaltra influenza d’una politica divoratrice. Ferdinando vi acconsentì, misurando da séla condizione degli uomini che lo circondavano, e che non altro studio aveano, senonché di divagarlo dalle cure del potere, onde a man sicura aumentare le siepi sul cammino futuro della monarchia. Tanucci e i suoi satelliti da una parte; l’aristocrazia metà caduta metà corrotta dall’altra, guardarono nell’avvedutezza della Regina, nella sua tenacità, ne’ suoi alteri e geniosi talenti, una interruzione al già carpito potere, una barriera che spezzava sul bel cammino le intraprese riforme,l’artificiosamente tracciato progresso.

Tanucci il primo credè anticiparsi la ritirata: i suoi aderenti scesero l’un dopo l’altro, non al nulla primiero; bensì a continuare la giurala missione da lungi tra le tenebre, e perciò più perniciosi si resero — La Regina fece acquisto di nemici eloquenti, lo stato ebbe maggior copia di apostoli di discredito, le genti più veleno. da assorbire, perche era vendetta di nemici colti sul fatto, di nemici che aspiravano a salvezza con accelerate vendette. Maria Carolina ne intese il tristo movimento, ma era già tardi un colpo d’intera riparazione — avvertì che si facea bisogno di uomini nuovi alla ruota dello Stato, ma non fu sollecita studiare, che ciò si era fatto difficile palese o velalo, ogn’ingegno umano già si addiceva a salire la parabola della filosofia del secolo. Dopo il Tanucci (si era già verso il 1780) allora si addimandavano statisti un Caracciolo, un de Gennaro, un Palmieri, un Galliani. Di prima sfera fra gli scrittori progressisti, dopo l’insigne Genovesi, e l’alto ingegno del Filangieri, eccezione alla regola perché non fu mai partigiano di opinioni, ma innocente oppugnatore de' tempi suoi —» vi era il Conforti, il Pagano, il Galanti — questi tre buoni talenti d’allora non servivano le condizioni del paese, bensì le voglie dell'età. In ultimo se non si scriveva una famosa Enciclopedia, come a Parigi, non mancava in Napoli gerarchicamente combinatiun’Accademia (allora la parola clubs non era in moda), ove per esempio commentavano la filosofia del tempo, fra i nobili, un Paolo Doria, un Raimondo di Sangro, un Francesco Spinelli ed altri — sciorinavano morale e legislatura il Marchese Vargas, Pasquale Cirillo, Biagio Troyse, gli ecclesiastici Carcani, Martini, della Torte, e l'A rei vescovo Rossi in ultimo si dettava etica e poesia dalle celebrate donne, Mariangiola Ardinghelli, Faustina Pignatelli, Giuseppina Barbapiccola. cd Eleonora Pimentel: quelli e queste come Maestri di novello sapere; turbe di ammiratori,' come scolari ed aspiranti.

Intanto Ferdinando, sotto i buoni auspici della Sua giovine sposa, severa di coltura e di buoni, stadi, diè alto perfezionamento all’Uni versità degli studi, fondata dà Federico II, e migliorata da Carlo III novelle cattedre ài aggiunsero alle antiche e saldi stipendi ai professori di economia, agricoltura, meccanica, geodesia ecc. Furon migliorate le accademie, altre istituite; cioè a aire di pittura, scultura; architettata, oltre la Ercolanese, e quella di Scienze ed arti. Ebbero maggior incremento le Biblioteche Farnesiana e Palatina che con generosità furon destinate a pubblico uso, ed i musei Farnesiano ed Ercolanese, oltre un altro istituito per la mineralogia e geologia — Si ebbe un gabinetto ed un teatro di anatomia, un laboratorio chimico, un osservatorio astronomico, un orto botanico ecc.

A tutto questo si aggiunse più libero traffico nel commercio in terno ed esterno, l’industria ebbe più affrancazione di prima, maggior protezione il negoziato dei coralli e della pesca. L'agricoltura ebbe terre incolte da coltivare, Coll’affrancazione di tributo prediale per 20 anni; e per 4o a chi coltivava la piantagione degli ulivi. Fu pensato alla colonizzazione, popolando le isole inabitate di Ventotene, Ustica, Tremiti, Lampedusa ed altre. Si ebbe un Camposanto murato con tante fosse quanti sono i giorni dell’anno, che oggi diciamo Camposanto vecchio. Venne risorto dall’obblio nel 1786 il Regio Archivio istituito nel i477 da Ferdinando di Aragona, e così si vide novellamente nel regno resa chiara la proprietà, con legali titoli assicurata la ipoteca, costretti i debitori, privi di abuso i creditori. Da Ferdinando IV si ebbe con ciò, quel tanto che Napoleone col suo codice fece 3o anni dopo.

Fu volere di Ferdinando, unendo le istituzioni di Sito padre alle sue, creare un codice di commercio, coi debiti magistrati, e coni inesorabili pene per la frode — e col codice stabilì una Borsa di cambio benanche. Rinnovò trattati di commercio con le nazioni marittime,altri ne conchiuse novelli, fino colla Russia.

Si avvide troppo tardi essere addivenuto uno sparuto simulacro, l’esercito rimastogli dal Re Carlo; é diè principio a tener pensieri su questa. Avea composto un battaglione chiamato Liparoti, che da se stesso istruiva e comandava. Fondò un collegio militare, d si apparecchiò a risarcire il vuoto del Regno, cioè la privazione di esercito di terra e di mare — e vedendosi quasi dell(1) intuito senza un talento militare che lo avesse coadiuvalo a' tanta scabrosa impresa, chiese al suo cognato Gran Duca di Toscana, l’Inglese Antonio! Acton, giovine e prode uffiziale di marina, che allora vivea agli stipendi della Toscana.

Acton prese in prima la direzione del ministero di Marina poi quello della Guerra. D’allora furon create e diffuse le scuole normali, onde trarre i nobili dall’ozio della lunga pace, e dai tristi consigli del crescente massonismo. Furon ristaurati i porti di Brindisi di Messina di Baia e di Miseno. Si diè capo a rifare la marina di guerra, riducendosi al numero dì 3o i grossi navigli. S’invitarono ufficiali e sottoufficiali forestieri per riordinare l'arte e la disciplina del nascente esercito; e fra questi ci piace ricordare il Sergente Pietro Augereau, ed il Tenente Eblè, che poi addivennero grandi Generali di Napoleone in Francia. Ma quei. tali che con lungo studio, avevano già snervalo di flotta e di armata questo Regno, non rimasero inoperosi, quando videro che si pensava a rialzare il già caduto, mercé lunga loro perseveranza di astuzia e di malizia. La leva, ordinata in mezzo a un popolo già avvilito nella pace, sembrò dura per se stessa, e si rese insoffribile mercé gli scaltri consigli a larghe mani sparsi nella moltitudine dai novatori, e se riuscì in parte,ebbe il costo d’alto disgusto pel Re, per la Regina, nonché per il nuovo Ministro Acton. Ma ciò nondimeno, i nemici giurati della società intesero il dispiacere di veder crescere la Monarchia in una floridezza tale e in tanta forza, che i potentati esteri ne cercavano premurosi alleanza, e Ferdinando IV teneva nome in Europa di Re dell’Oro.

Tanta floridezza venne scossa in parte nel iv83, mercé orribili terremoti, alluvioni, e tempeste, che misero in rovina i migliori paesi di Calabria e di Sicilia — i cui particolari non spetta a questo rapido cenno biografico enarrarli.

Verso il 1784 venne in Napoli l’Imperator Giuseppe II, ed avendo sempreppiù pieno il capo delle sue più ideologiche che politiche riforme,fu premuroso far conoscenza coi più dotti del paese, onde ricevere quei velenosi incensi (6) di Principe progressista dagli illuminati di Napoli. Leopoldo di Toscana colpi questa circostanza per invitare i Sovrani di Napoli, col suo fratello Giuseppe, ad un viaggio ne’ suoi stati, per così far ammirare ai suoi congiunti la sua mania di riforme come stava in Toscana. Il viaggio venne eseguito nei 1785; e si ricorda fra i tanti concettosi motti di Ferdinando IV, che in Firenze un giorno Leopoldo per farsi onore, chiese al Re di Napoli «quali riforme avesse fatto negli Stati delle Sicilie» ed ebbe risposta sì viva, che diè fine ad ulteriori domande «Molti Toscani, disse Ferdinando, mi supplicano di avere impiego o cittadinanza nel mio Regno; quanti Napolitani ne fanno inchiesta a Vostra Altezza in Toscana?»

Il ritorno della Real Famiglia per la via di mare, dopo aver visitate le più illustri città d’Italia, fu competente in magnificenza alla grande opinione che il nostro governo teneva sulla politica Europea — giacché 23 grossi navigli da guerra, più esteri che napolitani, accompagnarono il Re nel porto della Capitale.

Fu memorabile il cadere del 1788 per la Spagna, e forse per la sdrucita nave politica dell’Europa benanche. Carlo III nel 14 decembre di quell'anno moriva — tanta morte tolse un peso alla sempreppiù squilibrata bilancia d’Europa — la Spagna perde il prestigio della sua forza — le due Sicilie si commossero per gratitudine ma il Trono di Ferdinando IV intese più d’ogn’altro una simile perdita, scandagliando le circostanze sociali che ognor più si addensavano su questa terra. Solo i progressisti ne intesero feroce consuolo; giacché la morte di un tanto uomo più dava incremento alla cangrena morale e politica degli Stati.

In egual tempo furon morti di vajuolo due figli del Re, l’uno di nove anni chiamato Gennaro, l’altro di mesi sei detto Carlo — si pianse nella Regia, ma non fu a lungo, rimanendo altri otto figli viventi, oltrecché la Regina incinta e giovine tuttavia.

Appartiene a quest’anno istesso la morte in età di anni 36 di Gaetano Filangieri — Ingegno sì alto, le di cui opere, tolti i difetti non dell’autore ma dell’età in cui le scrisse, diedero in altro periodo di tempo le basi alla legislazione Napoleonica, meglio che gli scritti di Montesquieu, Mirabeau, ed altri.

Rendendosi per quanto potea superiore Ferdinando agli urti della crescente setta, e caminando come le difficoltà de' tempi lo permettevano, unitamente al buon gusto governativo di Maria Carolina; già nel 1789, dopo aver dato mano con incremento maggiore alle scienze, alle arti, ed alle opere pubbliche; fra queste si annoverano il Teatro del Fondo nonché quello di S. Ferdinando. Vedendo di bella riuscita coronate le colonie su i deserti isolotti de' nostri due mari; ideò una colonia migliore ne’ Reali possedimenti di Caserta, scegliendo il più solitario ed ombrifero colle, detto S. Leucio. Fece costruire, oltre beo messe abitazioni, dei locali adatti per istituire fabbriche di tessuti, e macchine per lavorare la seta. Siccome la fondazione di questa colonia rese veramente immortale il nome di Ferdinando in quell’epoca; e siccome, dovendo discorrere delle patrie manifatture nell’epoca dell’attuale Monarchia di Ferdinando II nella Storia di oggi, e fra l’attuale industria di questo Regno, l'Opificio di S. Leucio gareggia a fronte d’ogni altro; cosi su tanta opera crediamo necessario trascrivere qualche brano delle leggi che Ferdinando IV assegnava a quella colonia — onde non rimanere oscuri su quel tanto che dobbiamo dire al proposito, nell'epoca del i§3oad aggi.

«Nella magnifica abitazione di Caserta, cominciata dal mio augusto padre, proseguita da me, io non trovava il silenzio e la solitadine atta alla meditazione ed al riposo dello spirito, ma un'altracittà in mezzo alle campagne, con le stesse idee di lusso e di magnificenza della capitale, così che, cercando luogo più appartalo che fosse quasi un romitorio, trovai adatto il colle di San Leucio. Di qua le origini della colonia.

«Il solo merito distingue Ira loro i coloni di San Leucio; perfetta uguaglianza nel vestire; assoluto divieto nel lusso.

«I matrimoni saranno celebrati in una festa religiosa e civile, e La scelta sarà libera de' giovani, né potranno contraddirla i genitori degli sposi. Ed essendo spirito ed anima della società di San Leucio l’uguaglianza fra i coloni, sono abolite le doti. Io, i re, darò la casa con gli arredi del)’arie e gli aiuti necessari alla nuova famiglia.

«Voglio e comando che Ira voi non siano testamenti, né verunadi quelle conseguenze legali che da essi provengono. La sola giustizia naturale guidi le vostre correlazioni; i figli maschi e femmine succedano per parti eguali a' genitori; i genitori a' figli, poscia i collaterali nel solo primo grado; ed in mancanza, la moglie nell’usufrutto; se mancheranno gli eredi (e sono eredi solamente i e sopradetti) andranno i beni del defunto al monte ed alla cassa degli orfani.

«Le esequie, semplici, devote, senz’alcuna distinzione, saran fatte dal parroco a spese della casa. È vietato il bruno: per i soli genitori o sposi, e non più lungamente di due mesi, potrà portarsi albraccio segno di lutto.

«È prescritta la inoculazione del vaiuolo (7) che i magistrati del e popolo faranno eseguire senza che vi s’interponga autorità o tenerezza de' genitori.

«Tutti i fanciulli, tutte le fanciulle impareranno alle scuole normali il leggere, lo scrivere, l’abbaco, i doveri; e in altre scuole, le arti. I magistrati del popolo risponderanno a noi dell’adempimento.

«I quali magistrati, detti Seniori, verranno eletti in solenne adunanza civile da' capifamiglia, per bossolo secreto e maggioranza e di voti. Concorderanno le contese civili, o le giudicheranno; le sentenze, in quanto alle materie delle arti della colonia, saranno inappellabili; puniranno correzionalmente le colpe leggiere; veglieranno allo adempimento delle leggi e degli stateti. L’uffizio di Seniore dura un anno.

«I cittadini di San Leucio, per cause d’interesse superiore allacompetenza de' seniori o per misfatti, saranno soggetti a' magistrati e ed alle leggi comuni del regno. Un cittadino, dato come reo a' tribunali ordinari, sarà prima spogliato secretamente degli abiti della colonia; ed allora, sino a' che giudizio d'innocenza noi purghi, avràperdute le ragioni e i benefizi di colono.

«Ne’ giorni festivi, dopo santificata la festa e presentato il lavoro della settimana, gli adatti alle armi andranno agli esercizi militari; e perciocché il vostro primo dovere è verso la patria; voi col sangue e con le opere dovrete difenderla ed onoraria.

«Queste leggi io vi do, cittadini e coloni di San Leucio, Voi osservatele, e sarete felici.»

Si era già al 1790 quando tre matrimoni si conclusero tra la nostra Corte e quella di Austria, benché rattenuti per poco dalla sopra giunta morte dell’imperatore Giuseppe II. Ma appena Leopoldo Granduca di Toscana, per dritto di successione salì al Trono Austriaco, tosto si effettuarono detti matrimoni. Cioè la Principessa Maria Teresa con l'Arciduca Francesco, erede presuntivo della corona Imperiale: e la Principessa Luigia Amalia con l’Arciduca Ferdinando, già succeduto al Trono Gran Ducate di Toscana. In ultimo il Principe Francesco, erede della Corona di Napoli, benché di 12 anni appena, fu promesso sposo all’Arciduchessa Maria Clementina Il Re e la Regina accompagnarono le figlie insino a Vienna.

Ma già non è più tempo parlare di pace, di teste, e di buone leggi — siamo al 190, cifra fatale per l'Europatutta! Siamo al ricolto phe una generazione illusa, sta per dare ad una generazione timidamente disgraziata. La filosofia dell’umana felicità, già sente i primi dolori del parto, là sulla Senna nella tumultuosa Parigi — la vicina Inghilterra, siccome da anni ed anni apprestò medico e medela alla pregnante Europa massonica; ora conviene che assiste a questo parto immenso che gli costò milioni di lire sterline. Le conquiste di Luigi XIV sul Nord della Francia, non furon mai obliate dalla rivale, per la prima volte umigliata. Le rovine di Boston saranno vendicate mercé un mare di sangue che covrirà la Francia — così dicevano i meno illusi. Ma l'Inghilterra rispondeva, le perdite delle colonie Americane, sarà un sotterfugio di vendetta, che metterà a' piedi del nostro commercio e delle nostre industrie, l’Europa incenerita. Era questo il piano tremendo, che per perdita di tempo non fa dimenticare alla politica di quel paese, le succedenti occasioni di vederlo al totale compimento un giorno, e sia quando.

Intanto che pensavano i stati di Europa, colle rispettive nazionalità a un sì orrendo presagio? La Francia, si dibatteva più d’ogn’altro Governo sul letto d’una politica agonizzante, messa tra una Monarchia indebolita da anni, perché ligata innanzi al carro delle concessioni, coi ceppi di adulterate riforme; e perché prigioniera dubbiosa di buoni, di superficiali, di ideologici consiglieri che dalle teoriche delle accademie salivano e scendevano alternativamente i scalini del potere, snervando ognuno con male adatti principi, il già diroccante edificio dello Stato — più, è da aggiungere che questi tali, conosciuti per progressisti un tempo, ora mentre si vantavano ed erano dei moderati; purtuttavia cadendo iu sospetto del Governo, che non gli dava ascolto, si trovavano vinti da un popolo inferocito per male appreso prestigio di libertà, perché da questi aveva imparato il muoversi, e mosso già, non avea conoscenza del quando era duopo fermarsi — e se si diceva, arrestati l'i suoi maestri istessi addivenivano traditori, e vittime le più designate — cosi precipitava la Francia nel 1790. Giuseppe li era morto senza vedere in pratica quella sua bontà largita a piene mani sul coverto vulcano d una setta adulatrice — il suo fratello Leopoldo salito di fresco da uno stato io miniatura qual’è la Toscana, al vasto Impero Austriaco; già sentiva i conati di Parigi, in un eco minaccioso riprodursi sulle sue provincie del Belgio. Si disse illuso, e con coraggio e risolutezza scese alla realtà delle circostanze. Ma i Tedeschi, gloria perpetua di quelle collegato provincie, son gente sì piena di nazionalità, ch’è difficile che prostituiscano l’opinione del proprio paese alla simpatia politica di chicchessia. Anzi le più secolari scissure,fra questi, si perdono nel solo momento di urgenza, non del rispettivo paese, bensì della intera regione che li unisce. E se cadono in rivolture, le riparazioni son tacili. Sia esempio prossimo, Vienna e l’Ungheria di questi ultimi due anni — coll’aggiungere che le scissure di questi due anni, non serbano affatto l'impronta di una rivoluzione Tedesca, neppure Austriaca si può chiamare — quale ne sia stato il tipo, otterrà il nostro giudizio quando parleremo di quest’epoca. Ritornando al nostro proposito, l’Austria fu scossa, ma tanto leggiermente che parve come non avvenuto — infatti, Leopoldo in quell’anno andiede ad incoronarsi Re d’Ungheria, e Ferdinando IV e Maria Carolina testimoniarono la. pompa e 63la devozione di quella festa, perché come abbiamo detto, eran partiti per Vienna.

La Prussia, benché adulterata immensamente dalle dottrine del suo Re Federico, rimase forte, ferma, e le idee nuove continuarono a dibattersi solamente nei termini dell’Università. Per eguale effetto del radicalo principio di nazionalità; essendo quel Regno, Tedesco ancora più d’ogn'altro.

La Russia con tutta l’influenza filosofica che Caterina avea piantata nel suo Impero, mercé l’amicizia data un tempo a Voltaire e compagnia; purtuttavia stiede al suo posto; essendo quel paese, come và costituito, rocca di granito, che sfida gli elementi politici di lutti i tempi, e di tutti i paesi — solo baluardo ove la poli fica Inglese, o non arriva, o giungendo s’infrange ai propri confini.

La Spagna intese più forte in quell’anno la perdita fatta di Carlo III, ma quel paese serbava a sua tutela ancora, molti secoli di pre stigio religioso cattolico.La Svizzera infine, guardava i gioghi delle sue montagne, e da su quelle creste innaccessibili, mirava alla difesa della propria in dipendenza; ed alla salvezza della sua incolume nazionalità. Solo nei Stati Italiani — convien dirlo — solo i popoli Italiani, vittime secolari della preponderanza straniera, si specchiavano nei rovesci Francesi, per demolire quel tanto di bene, che mercé la pace già germogliava su questo suolo, che in tranquillità si rende una miniera di ricchezze, ed in guerra un deserto di spine.

La setta (decimale di questi popoli), già preconizzava una libertà senza confine diceva; ma era un mezzo insomma onde scaricarsi su i pingui averi degli Ecclesiastici e degli Aristocratici, per così convertire le Monarchie in Repubbliche, e dividersi quel potere che chiamavano oziosa tirannia nelle mani dei Re, e dritti del popolo nelle mani dei più ambiziosi fra i pochi. Le più spaventose notizie che giungevano da oltr’Alpi, si commentavano come vittorie di alta prosperità. I Governi intanto invece di unirsi, dubbiosi l’un dell’altro, più e più sempre si dividevano. Uomini sommi vi erano, ma divisi in due classi, fra timidi e pervertiti. Statisti vi si trovavano da per ogni dove, ma giurati alla filantropia in cartolare cioè ad abbattere tutto l’antico stabilito, per rialzare un tutto nuovo senza data, senza base, senza il prisma difficoltoso del positivo — idee e sempre idee — piani in parola, e sempre piani!La Chiesa veniva presa di mira, dopo le Monarchie — le scissura del pretismo Gallicano, si amavano inutilmente tra gli Ecclesiastici nostri, severi Cattolici per eccellenza.

Si addimandava parere alla nobiltà, ma questa gerarchia già si era innavedutamente sagrificata o all’ozio, o alla setta — che sperarne?

Frattanto le fiamme rivoluzionarie della Francia, che avevano ove più ove meno trovato un baluardo insormontabile, presso i confini di tutti i Stati limitrofi — solo ai confini Italiani della Savoja, disgraziatamente ottennero simpatia. Questo scandalo, già scendeva rapido dalle gioghaje delle Alpi, verso l’Italia intera che nutriva i più detestabili figli, labri della sua rovina. Intatti, ogni giorno inventavansi armate Francesi che si spingevano su questa penisola, quasi un’occupazione estera, fosse per i liberali una conquista puramente Italiana. Le lordure dei movimenti Parigini, e l’ubriachezza di quella plebe sfrenata, si addimandava dai nostri settari, come la manna nel deserto, come una pioggia d’oro, come il nettare della più squisita civiltà.

Ferdinando fu il primo, dietro gl’impulsi energici di Maria Carolina, a proclamare una lega Italiana, onde riparare per ora all’uragano rivoluzionario, e per indi trovarsi tutti i Governi di questa penisola, altamente uniti in armi, per sostenere i propri dritti,e l’indipendenza dei rispettivi Stati.

Questo valido proponimento, venne accettato dalla Sardegna, volentieroso. Genova rimase senza spiega, sperando forse che la rivoluzione Francese amante di libertà, non poteva offendere uno stato già libero come il suo. Venezia neppur volle acconsentire, forse per eguali ragione che Genova, e più perché convinta che il nome suo temuto un tempo per uomini rari che la regolavano nella pace e nella guerra; bastavano le affumicale immagini di questi eroi che non esistevano più, a tutelare l’antico prestigio della sua secolare grandezza. In ultimo si oppose malauguratamente l'Austria, cadeno in sospetto delle future eventualità di questa lega federale Italiana. Non pensando che se le sue forze, si fossero unite a capo delle schiere Italiche, forse la libertà Francesi non scendeva dopo pochi Unni in questi stati, a saziarsi delle nostre ricchezze, ed a farci liberi colle catene e col saccheggio — e quella Lombardia che cadde nelle mani Napoleoniche, sarebbe rimasta all'Austria, rimanendo a noi una civiltà tutta nostra, e non già quel velenoso frumento Gallico, che d'allora ad oggi, di tratto in tratto riempie miseramente i granai della nostra società e religione.

Questi preludii, ci abbozzano il quadro politico della nostra Storia Contemporanea — che benché son rapidi raggi, ci darem tuttavia luce bastante per far conoscenza intera di queste date epoche nostre, che sembrano velate di tanta novità, mentre altri colori non ànno se non quelli che acquistarono in quei giorni di cui teniamo parola — il prestigio stà nella vernice di arte che gli uomini dell’oggi cercarono spalmare su tinte impallidite.


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STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 15 NAPOLI 1855

D. Leopoldo Borbone - Colonnello Generale Comandante ed Ispettore della Guardia Reale

S. A. R. IL PRINCIPE DI SALERNO

D. Leopoldo Borbone - Colonnello Generale Comandante ed Ispettore della Guardia Reale

In sì funesto apparato di circostanze, una lunga catena di sciagure si orizzontava allo sguardo della Corte di Napoli. Giorni di immensurabile tempesta politica si miravano da lungi e d’appresso. Tempo di risolutezza, di energia,di rigore; già era quello — ma invece si vedea nelle capacità meno ree, la più dolente diffidenza, il sospetto più timoroso, e l’ignavia più gelida, alla tutela del Governo e della società. Mentre la maldicenza, b lo Spirito di parte, l’odio ad ogni cosa stabilita, le cospirazioni e le ribellioni facean pompa negli atti nelle azioni nelle parole nello studio nell’aspetto di ogni novatore, o ch’era lusingato; 0 ch'era illuso, o che apparteneva alle masse di ogni partito rivoluzionario; cioè ai cervelli da frontespizio;. da mezza idea — pesci da ogni rete, uccelli fatui, rettili da pantano; che in pace o in guerra formano il peso indigesto d’ogni società — che i politici moderni innocentemente chiamano, riempitivi dei popoli —che i demagogi appellano vantaggiosamente popolo mentre serve — e che da noi con non venduta coscienza sempre sempre li nomineremo imbecilli.

Dove rivolgersi il Governo? tutto era consumato — cioè ogni speranza stava. presso noi, estinta e sepolta sotto la cenere scottante della filosofia riformista, che avendo dato termine alle panegiriche adulazioni d’una Monarchia progressista; ora mirandola mezza ignuda di un potere furato un poco per volta, e traballante su d’una base tarlala di forza e di consigli; sorrideva con maniaca compiacenza; pari a quel servo folle che avendo recisa la testa del suo dormiente patrone, da lungi aspetta la funerea sorpresa del che dirà; quando sarà desto quel che à reso cadavere mutilalo. Ma Napoli serbava ancora tre alleati potenti, vittoriosi sempre, qualora il tradimento non giunga a sacrificargli colle arti della ipocrisia — Noi serbavamo tal Chiesa, negli ecclesiastici — la religione nel popolo — molta fedele sudditanza e nazionalità, nella incorrotta plebe dell'intero Reame.

Era tardi è vero; ma a questi si rivolse Ferdinando, e questi soli rinvenne; che accorsero a braccia aperte, immemori dell’involontaria abbandono; in cui da più anni trovavansi; La invelenita educazione fu restituita agli ecclesiastici, le sottratte attribuzioni riprese vennero dal sacerdozio — le facoltà perdute, concesse di belnuovo — a fa fede incolume, fu lasciata a quel popolo che si era fatto credere furbamente Superstizioso; In ultimo la sparuta armata, che solo per nome diceasi ai 24,000 uomini, sollertemente ottenne incremento disciplina, e forza. Già le finanze si mostravano ristrette di molte per l’enormi spese fotte nelle riparazioni delle città cadute nelle Calabrie, nonché per altre disgrazie di stagioni, avvenute di qua d ai là nel Reame La sola Sicilia si manteneva florida e contenta 966 nella sua lieve proporzione finanziere, trovandosi meno esposta e tocca dalle scabrosità politiche. Fu allora che l’erario della Corte, come in appresso vedremo,si animò a rimediare quei vuoti necessari pel tesoro pubblico, che avea bisogno di pronte e di molte ricchezze, ond'anrontare le spese, a cui dovea assoggettarsi lo stato per mettersi in difesa in faccia a tanti pericoli.

Col ritorno del Re e della Regina da Vienna nel 1791, molti esteri, oltre una leva nel Regno, presero servizio nella nostra armata. E fra Generali si ebbero volentierosi per comandare le nostre truppe ordinate e da riordinarsi, tre principi reali Tedeschi — cioè il principe di Wurtemberga, il principe di Sassonia, e l’altro dello d’Hassia Philipsthad. Si ordino con sollecite cure una pronta e sagace polizia, che ebbe a capo col titolo di Reggente della Vicaria, il nobile e giovane avvocato, cavalier Luigi de Medici. Furono istituiti dei Tribunali speciali; e su tutte queste cose si distingueva lo zelo sacerdotale dei preti e dei frati, onde, mercé il potere della religione, richiamare ai doveri i pervertiti, sostenere i buoni alla pietà, il popolo all’ubbidienza — insomma le condizioni politiche morali di quell'epoca eran tali, che bisognava o perdersi dell'intuito in un mare di sanguinosa anarchia, o di resistere con qualunque mezzo di energia; giacché la causa che si andava a trattare, se era parziale per la Monarchia, era di cura generale per la società, e ciò che era più, di una società cozzante fra irritali elementi nuovi e antichi, tradizionali nelle scissure di parte, colmi di odiosità fra insuperbiti saggi, e contaminati ignoranti; pieni di giurate vendette tra uomini che facean pompa d’irreligione, ed uomini che oltre ciò si tenevan giurali alle proprie credenze degli avi, temevano perdere la cattolica fede, quasi i primi colle novità de' loro principi, collo scherno, e con lo scandalo desiassero furar la morale dalle coscienze loro e de' loro figli — Più i fatti d’una cannibale miscredenza che giungevano dalla Francia, per quanto davano stimolo di feroce contentezza agli spiriti forti, altrettanta energia di zelante animosità accrescevano nei codini, 0 retrogradi, come 8 intendevano appellati a dileggio i quieti e morigerati cittadini d allora.

Tutti gli sguardi dei Governi di Europa eran rivolti alla Francia — i Reali della famiglia di Napoli trepidavano a quella vista, sì perché Monarchi, e si perché il Re era stretto congiunto dell’infelice luigi XVI, e la Regina Maria Carolina trovavasi sorella della Regina di Francia Maria Antonietta.

Era sacro interesse di religione di società e di monarchia, veder collegate tutte le armale dei Sovrani Europei, onde spegnere in Francia quel fuoco divoratore che quanto più stava tanto più s’ingrandiva. Noi leggiamo nei trattati diplomatici di quel tempo, essere i Re di già giurati a una sì nobile guerra che avrebbe salvata l’Europa da un delirio che mai più dovea cedere. Leopoldo Imperatore d’Austria in primo ardeva di veder in effetto l’occupazione della Francia, e già un ben messo esercito Tedesco stava marciando per le Fiandre e per l’Alsazia — il Re di Spagna muoveva un forte contingente per le provincie Francesi limitrofe ai Pirenei — la Prussia per il Reno — il Re di Piemonte con la Corte di Napoli e con altri Principati Italiani, ognuno per la sua quota, già si addicevano ad inviare colonne che dovevano operare per il delfìnato — I timori eran comuni, comuni le speranze, di tutti i trionfi o le sconfitte. Il Re Luigi n’era avvertito, dopo il trattato della conchiusa lega tra i potentati in Pilnitz — L’Inghilterra intanto, che nella buona fede ai alleanza dovea esser la prima ad intervenire in questo Europeo interesse — l’Inghilterra si mostrava come lontana dalla tempesta comune, quasi l’Asia o la estrema America si unisse in confederazione armata — ed allorché fu chiamata a prender parte, rispose che non le spettava altro, fuor che una lontana neutralità. Fu questa parola che paralizzò l’entusiasmo comune; e poco dopo, come per incanto magico la lega tacque inoperosa se non si sciolse, mentre il Re Luigi venia fatto prigioniero con la sua famiglia, e le crescenti fiamme rivoluzionarie, accesa tutta la Francia, davano capo a galoppare di qua e di la per l’Europa — Non avanziamo altro giudizio intorno a tal contegno, per non annunciare gli avvenimenti con antidata.

Già siamo dopo un anno — cioè al 1792. L’Imperatore Leopoldo sen muore, e Francesco suo figlio gli succede. Gustavo III Re di Svezia viene ucciso da una congiura. E già la Francia fi allagava di sangue fratricida, mirando, distrutta la religione, la proprietà nulla, legge veruna, legislatori tutti — In ultimo si aspirava a processare il Re prigioniero, e con la sua famiglia incaminarlo al palco comune allora per rei ed innocenti, la Guillottina. Fu tentata più volte per mani fedeli la fuga del Re; ma non riuscì perché la energia era vinta dalla debolezza in quel Re, ch’era uomo, marito, padre, e prigioniero di leoni in sembianza umana. Gli emigrati francesi, avendo dei Principi del sangue alla testa, mossero alla fine l’assopita lega Europea a spingersi armata. L’Austria e la Russia trovavansi ancor pronte e marciarono; già il terreno francese si conquistava in ogni giorno — ma era tardi di già: tale vittoria avrebbe accelerato l’assassinio della prigioniera real famiglia, e la terribile parola del gabinetto di S. James, neutralità si avanzava al suo immane compimento, cioè la Francia incenerita da se stessa. Non venne al termine l'anno 1792, e la real famiglia di Francia salì il palco della morte. Ma la politica umana colla sua suprema razionale diplomazia, ne' suoi piani non vede altro che i raggiri de' suoi talenti — giunta al trionfo è tanta orgogliosa di se stessa, che non guarda a una providenza arcana che ne grandi rivolgimenti politici sociali, comincia ad agire là dove l’uomo finisce di operare — Ricorderemo tal riflessione or ora, richiamati intanto a continuare i nostri cenni intorno a Ferdinando IV, e Maria Carolina, intenti a salvare dal naufragio i loro stati.

Dimandiamo qui ai liberali di buonsenso, se oggi ce ne sono — Tanta iniquità della rivoluzione francese, dovea portar lagrime e spavento nella corte di Napoli? I rigori presi o da prendersi su uomini che si beavano presso noi delle raccapriccianti Galliche lordure, eran giusti, eran doverosi? Dimandiamo, se que’ funesti esempi impor doveano preveggenza ad ogni Governo? Se le autorità costituite, sotto qualunque forma governativa, in questi casi sono nel dritto di armare la mano della giustizia, e difendere la religione del proprio stato, la società del proprio paese, la proprietà d’ogni cittadino, l’indipendenza della propria terra, e sopra tutto vendicare con alti esempi la quiete comune, l'ordine pubblico, la pace di tutti? cel dica a noi adesso il 1848 ed il 1849.

Premesse tutte queste cose — noi alziamo il tema a due problemi in politica, comuni a tutte le grandi scissure sociali. = 1.° qual bilancio differenziale sia previsto in legge, ed oltre che sia in legga previsto, trovasi nel dritto connaturale delle genti, su i reati comuni e i reati di stato? Se si ripara al furto parziale con tanto apparato di rigore, ed all’omicidio personale, dal casuale al premeditato con tanti mezzi di giustizia, su i quali primeggia la condanna di morte; perché dobbiamo con fatua logica, difendere il reato di stato, mentre questo non appresta i suoi mali a) privato ma ai pubblico intero? Il cospiratore politico non è forse un omicida in alta premeditazione, che darà mezzi quanto che sia ad armare un popolo contro l’altro, ed allagare una città una provincia un regno, un vasto imperò, e forse per concause l’Europa intera di sangue e di delitti? e l’uomo della rivoluzione non è forse un ladro per eccellenza che invece di dare il sacco ad una famiglia, mena alle conseguenze che, perduto il rigore della legge, a man salva si và da una plebe sfrenata a togliere l’altrui, o che sia mobile ed immobile, o di dritto pubblico o privato? La civiltà legislativa da mezzo secolo in qua, gridandosi umanitaria, à fatto naufragar questa legge di senso comune in un ma(r)0 di brillanti cavilli; mentre da mezzo secolo inqua, beato progresso! si muore più dalle rivoluzioni sociali, che delle epidemie più pestifere. Ritorneremo a parlarne, dopo il racconto storico di questo mezzo secolo sociale, per unire due periodi di età che tanto si somigliano alla distanza di cinquantanni — e poi vedrassi quale incremento ci assiste nel pubblico e nel privato; mercé i lumi sparsi dalle vittime dei governi, predicali per aurei pubblicisti. = 2.(0) problema, neppur nuovo, ma sempre necessario a discutersi come il primo, si è questo — La guerra è un male, la pace è un bene — con grossi volumi i sapienti si affatigarono sempre a provare questo che è per altro un sentimento altamente umano, e perciò sociale e cattolico. Si dimanda però, se questo bel principio è una teoria accademica in tutta l'estensione del termine; da non attuarsi in politica che rarissime volte. Tutti gli sforzi della scienza umanitaria non son capaci a trattenere in novantanove età di guerra, una che interamente si addimandasse di pace. La guerra cresce in proporzione dello sviluppo delle passioni umane — perché queste si appellano nella loro crescenza miglioramenti sociali, mentre altre non sono che fatue e volubili ambizioni che disdicono il domani quel che creano l’oggi. Se la pace stà sempre in proporzione della morale dei popoli — or questo termometro de' cuori, quest'arra del buon costume e dei moderati desideri, questa religione dell’animo, galoppando sempre più lontana dall’uomo che lassi esigente in legge e non in giustizia; sottrae l’uomo istesso dai cerchio politico dell’abnegazione civile, che anello per anello dà mano all’equilibrio dell’ordine pubblico; e lo costituisce invece contro se stesso e contro la società, nello stato violento di guerra per una scala di smodati e contraddittorii desiri, alla cui cima sta la più miscredente ambizione.

Ora possiam evitar la guerra fra gli stati, se da un secolo in Europa le più gigantesche ambizioni delle sette, assorbiscono la volontà dei Monarchi, e dominano a chi più può col dritto della forza ogni forza di dritto? Potrà addimandarsi una necessità di fatto la pace nei regni e negli imperi, se il cospirare contro i governi è addivenuto Un eroismo, e si cospira sempre, perché o l’ignavia o l’ipocrisia o il mercimonio o il tradimento o l’egoismo si trova dominante negli uomini che per immorale interesse aspirano e pervengono a regolare le sorti dei Re e dei popoli?

Premesse tutte queste cose, guardiamo per un momento il nostro. Regno, e riflettiamo tutto quel che accadde, e che si addimanda operato dì Maria Carolina. Questa donna era una Regina, ed era insieme una madre di diciassette figli chiameremo noi alta tirannia il suo rigore di giustizia su i rivoluzionari, mentre questa Regina doveva tutelare la salvezza d’un regno che ai modellava, per pochi fanatici, nelle irruente sanguinosa anarchia della Francia? coll’esempio d’una real famiglia di fresco decapitata, poteva e doveva il cuore d una madre accarezzare quell’idra repubblicana, che togliendole il trono, aspirava forse per infernale emulazione, trascinarla al patibolo, e con essa veder trucidato uno sposo, ed una lunga seguela di figli? Ci piacerebbe consultare, se vivesse ancora, il libellista Pietro Colletta, e dirgli — se fosse stato mai egli padre, quando commendava su questo medesimo assunto tante iniquità — siam certo che chi scrisse con tanta impudenza di principi, ci avrebbe impudentemente risposto una verità = io era settario =

Tolta questa parte morale sulla condotta di Maria Carolina, noi brevemente toccheremo il lato politico delle sue azioni — vale a dire quella tesi governativa, altamente risoluta nel 1848 e nel 1849, cioè a dire che il resistere nelle sommosse popolari, val più in politica che il concedere. Ciò fà vedere che Maria Carolina fin d’allora avea compresa sì alla circostanza, e che nelle insurrezioni democratiche bisogna estirpare la cangrena della setta fin sotto la radice, per acquistare la sicurtà dei governi, ed il moderalo progresso delle nazioni — Se gli stati Europei d’allora, avessero studiato questo interessante principio legislativo; il cedere di Luigi XVI, ed il resistere di Maria Carolina, sarebbero addivenuti due tonti di esempio pubblico fra i popoli — E se la giustizia sociale per una volta si fosse legalmente insanguinala; la società avrebbe fin d’allora guarita la sua piaga, invece di allagarsi perpetuamente d’allora ad oggi di sangue cittadino. Bisognerebbe, se fosse possibile, rintracciare fra tutti gli archivi dei Gabinetti di Europa, le note scritte o suggerite da questa Donna, per poter commendare giustamente la sua sapienza governativa — La sola Inghilterra esclusivamente in casa sua, segue di proposito una sì alta maniera di resistenza, e perciò solamente in quel paese la legge è giunta a tanto apogeo di rispetto.

Saremo derisi per questo nostro pensare; ma a chi sarebbe capace di tanto noi risponderemo, che se il secolo XVIII fu barbaro ed oscurantista; il secolo nostro qual de' vantati progressi ha mostrato in religione, in filosofia, ed in politica, praticamente parlando, ed istoricamenle ragionando? — Lo diranno i posteri.

Per noi, ripeteremo, che mentre i saggi c’insegnano ad imparate le arti di pace, noi odieremo la guerra — e fino a che essi con sante e sincere mire non ci sviluppano i mezzi di affrattellare i popoli in braccia alla legge, noi, sempre fedeli a' salutari principii dell’ordine, non possiamo appellare insoffribile tirannia ogni alto rigore di giustizia.

Ritorniamo alla narrativa dei fatti.

Sul cominciar del 173 i detenuti per condanne di delitti comuni essendo in numero di più migliaia, fu prudenza allontanarli dalle prigioni della capitale, imbarcandoli per le isole di Lampedusa e Tremiti. I rigori della polizia crescevano in ogni giorno, perché in ogni giorno più la rivolta alzava la testa. La stampa clandestina si aumentava, spargendo nelle provincie, nelle strade della capitale, e persino nelle sale della Reggia, libelli e scritti incendiari — Faceva pompa di sì infausto oprato i dotti e i nobili, quei dotti che venivano alimentati dalle private largizioni di casa Reale, quei nobili che vantavano cariche di corte, e si annunziavano in sala per confidenti della corona — quelli istessi che dopo pochi anni pagarono sotto la repubblica, colla persecuzione e col saccheggio, l’ingratitudine renduta alla monarchia.

La Francia intanto, dopo l’anarchia, il regicidio, ed il terrore, si era elevata in repubblica — La corte di Napoli che vedeva a tanto annunzio più barcollante il naviglio dello Stato, mentre aveva indossata il bruno per l’avvenuto assassinio de suoi reali congiunti in Parigi; si vide un giorno arrivare dal nuovo governo Francese un certo Makau, in qualità, di ministro o ambasciatore, per accreditarsi presso il nostro Governo — Si dimanda, se ciò non era un insulto, mettersi in lega con uno stato non riconosciuto dalle grandi potenze di Europa; e doppio insulto perché si sapeva bene che tali misure partivano dalla Francia, onde aver mezzi più pronti per ribellare gli altri Regni, affinché dalle rovine altrui, mantenere la rovina propria Dovea accettare il Re di Napoli un rappresentante che veniva a perfezionare le macchinazioni per l’incaminata rivoluzione nel proprio suo Regno? Ei si negò — anzi fece dippiù — ritornò ad intimare una lega federale a tutti gli stati Italiani, e specialmente al Piemonte ed a Venezia così scrisse — «Comunque essere le fortune degli Alemanni sul Reno, importare alla Italia far barriera d’armi sulle Alpi, e impedire che i Francesi, per disperato conforto, e se vinti, o per vendetta e conquiste, se vincitori, venissero a turbare la quiete dei governi italiani. Se perciò si collegassero le Sicilie, la Sardegna e Venezia, concorrerebbe il Sommo Pontefice e alla santa impresa; i più piccoli potentati che stanno tra mezzoseguirebbero, vogliosi o no, il moto comune; e si farebbe cumulo di forze capaci a difendere l’Italia, e a darle peso ed autorità nelle guerre e ne’ congressi di Europa. Essere obbietto diquesta nota proporre e stringere confederazione, nella quale il e Re delle due Sicilie, ultimo al pericolo, offrivasi primo a' cimenti; ricordando ad ogni principe Italiano che la speranza di e campar solo era stata mai sempre la rovina d’Italia.»

Questi detti leali e di nobile ardimento, per la secondò volta ci palesano, quali legali scotimenti di giusta inimicizia, spingevano la guerra contro la Francia rivoluzionaria Ferdinando IV e Maria Carolina, con animo decisoper la difesa d’Italia — rinnovellata infausta conseguenza ne fu che per quanto la Sardegna aderì di bel nuovo, di bel nuovo ampiamente si rifiutò Venezia.

Isolata ne’ suoi generosi divisamenti la Corona di Napoli, si diede per quanto potea a più fortificarsi. Rialzò con studio strategico molte Batterie sulla marina e sul porto della Capitale, nonché sull’intiera littorale convicino — altre antiche ne riparò fornendo pronte munizioni da guerra. Di 102 legni di varia mole, armati di 618 cannoni, e di 8600 uomini di ciurma, si componeva la florida nostra marineria di guerra. L'Esercito di terra era giunto al numero 36,000 oltre un corpo di soldati detti spuntonieri, per la maggior parte scelti tra la plebe Napolitana. In ultimo gli arsenali e le armerie si tenevano continuamente in moto, e le nuove leve progredivano.

Or ecco che un giorno si videro appressare nel porto di Napoli quattordici vascelli Francesi, comandati dall’Ammiraglio La Touche — Il troppo approssimarsi dei legni contro ogni legge, e lo schierarsi in linea di battaglia, mostrava quella maniera d’insulto superbo, di cui facea tanta pompa la rivoluzione Francese d’allora. Conveniva attaccarsi il fuoco dai nostri, essendo sicuro sì per il numero che per la maestria della nostra risorta marineria d’allora, che la flotta francese sarebbe rimasta perditrice; mentre un alta forza morale avrebbe acquistato il paese. Ma al contrario si fece per i deboli pareri dei consiglieri di Stato, e per la schifosa gioia appalesatasi alla vista di quelle oltraggianti rete, da una schiera di novatori. Fu quello l’istante che accrebbe la debolezza del governo,diede energia alla parte faziosa, e spinse a maggiore ambizione rivoluzionaria la Francia verso questo Regno e verso tutta l’Italia — giacché altro motto non ci era in Parigi sotto il Direttorio, e poi sotto il Consolato, che questo: gl'italiani ci chiamano andiamo ad arricchirci in Italia.

Si limitò il Re a chiedere spiega di quell’illegale approssimarsi della flotta, ed ebbe risposta, che la Repubblica Francese voleva ammenda o guerra pel rifiuto fatto del non aver voluto Ferdinando riconoscere in Makau un Ministro incaricato di Francia. Fu allor inevitabile la conseguenza, di esser obbligata la Corte di Napoli ariconoscere da quel giorno Makau, di mostrarsi amica della Francia, e neutrale alle guerre che s’intimavano contro il governo Francese, Quale ricompensa si ebbe? che la sera istessa molti cospiratori trasportarono i più ardenti giovani sopra i legni Francesi, onde cosi ferire per una pronta sommossa, e fra l’esultanza dei bicchieri, i liberali di Napoli sciupavano il dritto sacro della loro nazionalità, in faccia a un estero che insidiava il proprio paese; e accomiatandosi, dieder fede agli stranieri, di vendere l’onore della propria indipendenza, l’amore della patria, alle catene della Gallica rivoluzione! Conveniva serbare a lungo la data fede alla Francia? noi la vedremo rotta fra poco — Doveva il governo nostro lasciare impuniti quei malnati nemici del nome e del decoro del proprio Governo? vennero arrestati, e messi a giudizio della Giunta ai Stato. —

Di già l’Inghilterra — come abbiam detto di sopra, che vien sempre combattuta da que’ nemici istessi che crea ad inciampo altrui — l’Inghilterra già si spaventava di quella rivoluzione Francese sì altamente desiata, ed andava troppo tardi chiedendo lega in Europa, perché quelle fiamme che forse aveva accese, troppo riverbero di simpatia davano lungo il continente intero. La marineria francese era ancora quella temuta rivale, che le avea contrastato il primato sotto Luigi XIV, e Luigi XVI. Era duopo annientarla, altrimenti, l’ammiragliato della Repubblica poteva mostrarsi funesto all’Inghilterra, in più proporzione del che fece l’ammiragliato del. Duca d’Orleans per la guerra dell’indipendenza Americana — più — ottenere un amicizia col Re di Napoli, valeva allora per l’Inghilterra acquistare una preponderanza su tre mari, e specialmente sul Mediterraneo; oltre ai tare acquisto di cento legni da guerra che noi tenevamo disponibili. A Ferdinando IV. conveniva una simile lega, per così entrare in con federazione colle primarie potenze Europee; standoche la lega Italiana si era resa una chimera.

Ed ecco che nel 20 luglio del 1793, con alta secretezza, onde non molestare la neutralità data di fresco alla Francia, fu stipulato un trattato fra le Sicilie e l’Inghilterra. Noi davamo quattro vascelli. Quattro fregate, quattro legni minori e sei mila uomini di truppa, a unirsi colla flotta Inglese nel Mediterraneo, per assicurare, diceva l’Inghilterra, il commercio libero del nostro Regno — Il fatto si fu che l’Inghilterra amica, recò la nostra flotta al suo vendicativo piano di Tolone, e noi ebbimo tanta sicurtà dì commercio nei nostri mari, che i barbareschi di Tunisi giunsero nientemeno a predare i nostri legni mercantili sino nello stretto di Procida! ci è da sorprendere, ma è Storia...

Ai 24. Agosto dell'93, la flotta Napolitana colle flotte alleate di Sardegna e di Spagna, si unirono ai legni Inglesi sulla rada di Tolone — ma lo scopo?

Tolone, piazza d’armi della Francia, formava, come oggi, il nucleo della marina militare francese, oltre di essere la prima munita città di quello stato. Qual vantaggio potea dare alla politica Inglese la già compita rivoluzione di Francia, se questa in Tolone serbava il suo immenso arsenale, il suo vasto cantiere, e venti vascelli armati nel porto? Anzi più molestia poteva dare la Francia Repubblicana in tale armamento, della molestia data sotto una Monarchia. Perciò l'Inghilterra si chiamò neutrale, mentre si trattava una lega Europea per salvare la Francia — e l’Inghilterra sperò e ottenne lega armata dall'Europa, quando si trattò di perfezionare i suoi rapaci disegni sulla marineria Francese, disegni che portavano a due conseguenze, come ora vedremo — distruggere Tolone co’ suoi arsenali, e compromettere, per quanto potea, la florida ed imponente flottiglia dei Regni di Napoli di Sardegna e di Spagna. Dovea sperare in tanto male, un tanto bene l’Inghilterra? eppure l’Europa politica d’allora ad oggi, si trascina dietro gl’interessi io maschera di quella Nazione — né bastano finora i lunghi e funesti esempi per squarciare questo fascino politico.

I nostri soldati intanto, sì di terra che di mare, comandati in capo del Generale Fortiguerri ed in secondo dai Generali Pignatelli e de Gambos, in quattro mesi di assedio che sostennero nella Città di To Ione, si distinsero per bravura su d’ogn’altro; specialmente è memorabile la nostra artiglieria, per quel che oprò e sostenne a meraviglia nei rischiosi attacchi di difesa e di offesa sostenuti sul forte di Malbousquette, nonché sul monte chiamato Faraone.

Ma siccome abbiamo detto che la providenza arcana comincia ad agire in questi casi là dove le mire umane danno termine ai loro ambiziosi oprati — così sotto le mura di Tolone la politica Inglese avvertì che nel valente Colonnello d’artiglieria Napoleone Bonaparte, si rinveniva un uomo sì altamente designato a flagello ed a riparazione della società, che nella sua immensa contraddizione doveva con una mano salvare l’umanità dalla guerra civile, e con l’altra svenarla sui campi di battaglia — quasi fabro d’una onnipotente terribile espiazione divina.

Nel dicembre del 1793, Tolone cadde nelle mani di Bonaparte, in maniera sì gagliarda che l’Inghilterra conobbe che non conveniva più sostenere la rivoluzione Francese; neppure essere in tempo di metterla in riparazione, ma solo combattere un gigantesco nemico che per incanto si alzava da sì immense rovine, Napoleone — Vedesi chiaro da ciò, che l’Inghilterra vien sempre combattuta da quei nemici istessi che crea ad inciampo altrui.

Non. per questo l’Inghilterra si scoraggi di eseguire le sue vendette, che non ànno nome nel dritto delle genti — giacché appiccò il fuoco a tredici vascelli Francesi ancorati nel porto — mise in fiamma quell’immenso arsenale da costruzione — minò il forte Pomets; e se altro non fece, se non eguagliò al suolo quell’altera piazza d’armi che un’ora prima difendeva, fu mancanza di tempo non di volontà.

I Tolonesi del 173 ottennero quel premio di fiducia Inglese, che ebbero i Siciliani ribelli nell’assedio di Messina il 1848! Venne il dì 2 Febbrajo 1794; e la nostra flotta comparve alla rada di Napoli, a raccontare la sua inutile bravura, i suoi uomini perduti per morte o prigionia, i suoi cavalli rimasti co’ suoi attrezzi da campo e qualche bandiera; ma su d’ogn’altro disse l’alto inganno a cui fu guidata, e che il ritorno della flotta era stato un coraggio estremo dei soldati, non il volere dell’alleata Inghilterra.

Fecero anche di più i nostri, dando asilo a molti francesi e fra questi al conte Maudet, Generale Comandante la Piazza di Tolone, che per non cedere ai Repubblicani, tra vane lusinghe ceduto avea la Piazza agli Inglesi, sperando nelle loro promesse, per così rimaner fedele alla Monarchia di Francia.

La nuova lega coll'Inghilterra intanto avea rotto tra noi e la Francia ogni trattato di stabilita alleanza; e colla partenza della nostra flotta per Tolone, Makau Ministro di Francia nel massimo corrivo avea fatto ritorno in Parigi.

Terminate le speranze di buon successo per la cessata spedizione di Tolone, il Governo di Napoli, vedendosi sì grandemente circondato dai buoni sensi della maggioranza de' suoi popoli, che in tanta aspettativa di sventure dividevano presso al Trono le cure di religione per impetrare la pace dal Cielo, e quelle di guerra per assicurarsi una difesa alla patria — mercé le cure di guardie cittadine che davan servizio per l'ordine pubblico nella capitale: il Re la Regina mossero col Ministro Acton a dare un campo distruzione a Sessa, ove accorsero venti Battaglioni di Fanteria, tredici Squadroni di Cavalleria, ed un Reggimento di Artiglieria. Nel golfo ai Napoli ogni giorno salpava la numerosa nostra flotta, istruendosi in simulacri di battaglie navali. Già i nostri legni minori si erano aumentati tra barche cannoniere e bombardiere a centoquaranta, ed i legni di grosso calibro tra vascelli e fregate eran giunti al numero di quaranta, oltre un magnifico vascello detto il Sannita, che in quell’anno fu quasi incendiato nel porto da un fulmine.

L’Esercito si aumentava ancora, e già oltre le coscrizioni, si contavano 40,000 uomini di truppa regolare, oltre il doppio di truppa civile o urbana. In quell’anno istesso ebber luogo due spedizioni —l’una di mare per dar braccio forte all’Inghilterra nei tentativi sulla Corsica, ove i nostri marini, al dir degl'inglesi istessi, si distinsero fuori misura — l'altra di terra, colla partenza di tre Reggimenti di cavalleria per la Lombardia, sotto il comando del prode principe di Cutò, onde aver parte alla guerra che i Tedeschi tenevano con i Francesi.

Tante spese superiori alle forze del pubblico erario, si mantenevano, mercé i soccorsi del privato tesoro del Re, oltre i doni di Maria Carolina che giunse a mettere a pegno i gioielli della Corona. Più si ebbero dei così detti doni patriottici dai privati cittadini, dai monasteri, dai capitoli, dalle congreghe, dai municipii, i di cui nomi si leggevano in pubblico su stampale note. Ed il Re decretò in ultimo, che quanto altro bisogni alla difesa ed alla quiete del Regno, sarà fornito dagli assegnamenti e risparmii della mia Casa. E mentre tutto il tempo si consumava in sì alti apparecchi di guerra; pure troviamo in quell’anno emanati due Reali decreti, che testimoniano il buon volere di quel Re per il miglioramento civile di questo Regno. Coll’uno si prescrisse in ogni comunità la formazione di un elenco indicativo dei terreni incolti e coltivati. Coll’altro venne Ordinato il censimento del demanio comunale con patti di alto giovamento per i censualisti, ma su tutto per i poveri coloni che ottennero una legale preferenza.

E da notarsi a memoria del 1794 la terribile eruzione del Vesuvio avvenuta nel mese di Giugno, fra lo spavento universale; tanto che per due giorni fu sì fitta la pioggia di cenere per Napoli che non si distingueva la notte dal giorno.

Ebbe termine quest’anno con molti esempi di giustizia, giacche per quanto i buoni cittadini si mostravan larghi dei loro averi per correre in soccorso dell'indipendenza e della quiete del proprio Regno — pur tuttavia vi eran tanti che in controposto spendevano il loro denaro per dilatare le congiure, per animare le rivoluzioni, per emulare la Francia in tutte le sue patite sventure non solo, ma quel che più per compromettere lo stato in modo che un’occupazione francese fosse irreparabile.

Sul principiar del 1795, mentre tra falsi e reali timori, impossibile vieppiù si rendeva la scelta di uomini leali e fermi per guidare il timone del Governo — Luigi de Medici, reggente della Vicaria venne incolpato qual giacobbino, e messo nei rigorosi arresti della Piazza d’Armi di Gaeta. Si disse allora e si crede tuttavia che ciò sia avvenuto piuttosto per una vendetta del Ministro Acton, il quale mal soffriva la preponderanza di questo giovane tanto attivo nei disimpegni di giustizia, sì scabrosi in quei tempi, e tanto ben veduto per i suoi geniosi talenti, e dalla Corte e dal pubblico.

Non abbiam mai dubbitato che Acton ne’ suoi sbagli, e ne’ suoi buoni uffici resi al nostro Governo d’allora, mal soffriva e come estero e come Inglese, al merito acquistato, eguali o superiori a se stesso nel potere.

Per noi stà che le colpe di cui veniva imputato Luigi de Medici, sembrano di molto alterate nella cornice politica che le circondano — ma che lo stesso per vanagloria di gioventù si fosse un po’ troppo innebriato dei plausi velenosi che la setta qual fumo di ebbrezza gli spargeva intorno, questo è innegabile, e fassi condannevole alla carica che occupava; ed ai tempi in cui l’esercitava. Giacché è perpetuo costume d’ogni setta adulare le persone costituite in dignità; e basta ottenere un lieve sorriso di compiacenza per servirsi non dei mezzi dell'uomo in carica, ma del suo nome per popolarizzarlo in faccia alla fatua moltitudine, e così togliere la forza alla dignità che esercita, e dare a spese altrui un prestigio dippiù alla cospirazione.

Questa è per noi la prima verità che coscienziosamente diamo su quest'uomo, che spesso incontreremo sul cammino della nostra storia.

Qual discredito maggiore si ebbe la nobiltà per la caduta di Luigi de Medici, non è a dirlo — quali maggiori sospetti si acquistarono in Corte, giustamente, non è possibile spiegarlo — e si avea bendonde. Giacché in mezzo alle famiglie più chiare per secolare grandezza, e che contavano le glorie della scienza e della spada da generazione in generazione — or si vedeva di quà di là sorgere un congiunto, che spinto dal fanatismo dell’età vendeva nella fangosa bilancia delle cospirazioni l’onore, la dignità le sostanze, la religione di tanti virtuosi avi — furie sbrigliate, si affatigavano a precipitare nell’abisso d’ogn’ignominia, in un giorno, nomi illustrati da secoli.

Non altro è rimarchevole di ricordo nel 1705, se non l’aumento ognor più che si ebbe nella nostra già quasi ben messa armata. Gli allori che la nostra Cavalleria mieteva perpetuamente contro i Francesi su i piani di Lombardia. In ultimo le Bravure navali che i nostri su flotta Anglo-Napolitana ottennero nelle acque di Savona, contro legni Francesi che amavano sbarcar soldati sulle coste della Romagna per incitare alla rivolta il centro. d’Italia: e al severo giudizio dell'Ammiraglio Inglese Sir Holham, sta scritto, che mercé la perizia della marineria Napolitana, i Francesi perdettero due vascelli ed un brigantino, oltre di altre navi che sdruccite, ebbero con grave stento a ripararsi nel portò di Tolone.

Ma ecco che si approssimano maggiori nostre glorie col 1796, le quali preparavano le più dolenti nostre sventure non guari dopo.

Napoleone qual Generalissimo, era venuto a saziare e ad arricchire gli avventurieri della rivoluzione Francese che eransi uniti in esercito. I repubblicani dell'infelice Italia, sognano di vedere in questo giovine della fortuna, un salvatore, un capo setta, un Washington, e perciò coll’acerbo fanatismo del disprezzo, spuntano la forza morale alle bajonette delle armate Piemontesi ed Austriache.Si offrono a fare le spie del campo, e incoraggiano alla pugna i fratelli di Francia coll'aonunciarloro che i popoli a braccia apertegli attendono salvatori. Altri corrono ad incaggiarsi nelle loro fila, per ottener il vano di aver appuntato il cannone sotto le mura della patria Città, liberamente bombardata. Dopo la resa, si fanno onore ai denunciarei propri concittadini al Comando Francese, come aristocratici, come nemici della Francia, e colpevoli della grande virtù di troppo amare la patria indipendenza, il suolo natio, la legge del proprio paese, la religione degli antenati. E per tacere di altri mezzi, così oprarono allora i liberali Italianissimi, dal S. Bernardo all’estrema Puglia, ove or ora vedremo il Duca Carafa d’Andria, mitragliare la sua propria Città, che eroicamente si difendeva, difendendo l’onore e la proprietà del Signor Duca, che invece la bombardava da fuori! Se inItalia si avesse scritta dopo quell'epoca una storia senza fanatismo di parte, quanti demagoghi di meno oggi conterebbe!Così le Battaglie di Montenotte, Millesimo, Dego, Mondovì, iniziarono la totale sanguinosa occupazione Francese dell'Italia tutta. Sino Venezia, che amava perpetuare la sua non decorosa neutralità cogli altri stati d’Italia, non fu tenuta neutrale dall'ingordigia Napoleonica, e dovette inchinarsi serva alla bandiera Francese. Ed il nuovo laudato Washington, da Generale appena, si innalzò prima qual formidabile Cromwello su quella terra che lo vide nascere.

Solo Maria Carolina, dall’ultima terra Italiana, si sentiva ancora piena di magnanimo eroismo per ben affrontare ed abbattere la demagogia interna, e la guerra esterna che sempre più s’avvicinava dalla Francia. Già il nostro Regno si era munito, dalla Sicilia all'estremo continente, quasi una rocca inespugnabile. I maneggi diplomatici della Regina avevano già situato il nostro Governo in una ben stabile lega politica colle maggiori potenze di Europa e fuori. Ai primi rovesci degli Austriaci in Italia, Ferdinando avea spedito altro contingente di cavalleria colà, senza menomamente far risentire il numerario sempre più in aumento, delle spese della nostra armata.

Finalmente, iscorgendosi dal Governo che le popolazioni dell’intero Reame come per incanto si scuotevano, ed amavano combattere per l’indipendenza del proprio paese, quanto più udivano approssimarsi l’armata Francese in Italia; Ferdinando fra i tanti editti emanò un proclama animosamente pieno di religione e di nazionalità.

I popoli del nostro Regno che è l’aggregato di tanti popoli un tempo sì diversi, ma tutti eroici per fatti illustri celebrati nelle antiche storie, e perciò tuttavia sensibili di cuore e immaginosi di animo — si elettrizzarono nel vedere un atto Sovrano, che chiamava i giovani tutti alla difesa della patria, i vecchi le donne i fanciulli alle chiese, onde implorar vittoria dal Cielo pe’ difensori dell’indipendenza della Religione, e della terra natale. E la Real famiglia in pria ne dava l’esempio, che mentre i soldati novelli correvano all’istruzione del Campo, si portava a piedi dalla Reggia al Vescovato per assistere a pie e cristiane funzioni.

Non ci era più ordine di leva, ma ogni dì giungevano dalle provincie alla capitale a storme vivaci garzoni, e chi poteva con uno o più cavalli t onde istruirsi, e correre al campo nelle frontiere. Lo studio di difesa era l’occupazione di tutti. Oltre le spese dell’erario pubblico, oltre quelle del tesoro privato del Re e della Regina, si vedevano piccoli e grandi proprietarii che si onoravano a vestire e mantenere pel Governo un numerario di soldati a seconda la propria possibilità. Le inespugnabili gole dei monti confinarli degli Abruzzi si vedevano formicolare di armati, e di operosi che ne andavano studiando i punti strategici più atti all’offesa e alla difesa — egualmente. si praticava sili fiume Liri, ed in altre terre limitrofe del Regno. Ed ove la scienza della guerra mancava, colla Storia antica alle mani si rammentavano mire epoche di guerra per la scelta di più adatte topografiche misure. Oh! dov’era allora Carlo III, o almeno la sua armata? tanta generosità di patria, avrebbe dopo tre anni renduto il nostro Regno, in faccia all’arma francese, non in parte qual fu, ma interamente un’altra Svizzera, una novella Russia nella difesa del proprio suolo.

I settari nostri si videro perduti in un momento — il loro sbalordimento era al massimo — ognuno l’avrebbe detti vinti — ma la setta d’allora più d’ogn’altra aveva tante risorse, che qual briareo sbucciavano le teste in tripla proporzione che si recidevano. Il massonismo, avea mezzi infiniti, perché chi più chi meno vi apparteneva — avea gravi ingegni regolatori, unione, perseveranza, e parentato di comun giuramento, sempre e da per ogni dove 1 — vedremo quel che saprà fare, disgraziatamente.

Quand’ecco che i rovesci Austriaci in Italia, sino alla presa di Milano, avendo spezzata la lega Austro Sarda e la Sardegna istessa avendo accettata pace dalla Francia: la Corte di Napoli vedeva con raccapriccio come le città vinte si ergevano per volere di Bonaparte in tante Repubbliche — e la mala sorte del Generale Beaullieu, Comandante degli Austriaci, nonché della nostra Cavalleria in que’ giorni, il quale alla sprovista venne assalito e rotto sui Mincio, di un tratto sconcertarono in parte i felici augurosi piani della politica di questo Governo.

E se Napoleone si umiliò a chiedere armistizio al Governo di Napoli, che da malaccorto, non sapendo indagare il duplice motivo, accettò — si fu, primo perché Bonaparte amava per il momento che poche e stanche truppe teneva, allontanare qualunque potente e solerte ajuto che da noi all’armata Austriaca poteva darsi — secondo, perché temeva di trovare nell’esercito di Napoli soldati innaprezzati, avendo ammirato lo strenuo coraggio della Napolitana Cavalleria, la quale vedendo dopo la rotta sul Mincio che gli Austriaci inseguiti alle spalle, neppure potevano aprirsi una ritirata per le strette del Tiralo; il principe di Gulò chiuse la gola dei monti onde dar tempo agli Austriaci di sapersi riparare; e col coraggio di dover salvare un corpo numeroso d’armata, seppe per più ore sì bene sostenere i suoi squadroni in faccia ai Francesi vincitori, che la colonna ebbe salva la ritirata, ed esso il primo cadde da generoso ferito e prigioniero, mentre una gran parte della nostra Cavalleria moriva al suo posto, qual baluardo di vero granito; e trai i combattimenti parziali a corpo a corpo, fra’ nostri uffiziali, s’immortalò il capitano principe di Moliterno,che perdè un occhio da un colpo di scimitarra.

Mentre però si accettava dalla Corte di Napoli, l’armistizio proposto da Napoleone — ecco che il Generale Austriaco Wurmser con novello esercito scendeva a riparare le grandi offese in Italia,protetto dall’alleanza armata della Russia e della Prussia. Siccome la Francia col suo condottiero non stava che al dritto della forza, e che le potenze d’allora se seguivano per poco i voleri dell’anarchico Governo Francese, lo era per temenza, o perché sopraffatti dalle dure circostanze de' tempi. Così Ferdinando IV, come in seguito vedremo altri stati, ruppe l'armistizio ricevuto, sperando che la vittoria di Wurmser potesse frenare totalmente lo spirito rivoluzionario che la Francia soffiava armata mano ne’ regni Italici, e quel che più ottenere una stabile sicurtà, dietro un totale rovescio delle mire ambiziose di Bonaparte.

Pio VI che oltre il pericolo de' suoi Stati, vedeva nelle mire di Napoleone una rovina immensa per la Religione, doppiamente anelava come Principe e come Pontefice, alla disfatta di quello, che un limite poteva mettere all’interna ed all’esterna rivoluzione politica e morale dei popoli — si animò egualmente alle offese, e si unì col Re di Napoli per le speranze d’una vittoria..

Il fatto si fu, che per gli errori strategici di Wurmser, le male accozzate schiere di Bonaparte, ottennero novelle vittorie — e a conseguenza di questi non attesi disastri, il Papa perdè le Legazioni per sotterfugio di non mantenuta neutralità, ed il Governo di Napoli dovette spedire il Principe di Belmonte a Napoleone ed al Direttorio onde stipulare un trattato di pace — Ciò avvenne il giorno n di ottobre del 1796 — non altro e da ricordarsi in quest’anno.

Era già morta Caterina Imperatrice delle Russie, e Paolo I. era salito al trono. La Spagna, la Prussia, la Sardegna, per attendere miglior tempo, onde misurarsi colla Francia avevano segnati dei. trattati di pace, che si predicavano per alleanze, mentre per l’Europa sbalordita appena avevano la forza di un armistizio.

Infatti non ci era Governo che non aumentasse in ogni giorno i suoi eserciti; e Napoli al pari degli altri Stati, a seconda che poteva, aumentava le sue armi puranco. Col 1797 si diè cominciamento a un troppo lusinghiero trattato di pace tra Napoleone e l’Austria; trattato, che riassicurò gli animi dei popoli moderati, i quali non capivano ancora quale vulcano di ambizione bolliva nella mente di Bona parte, e quale studio di vendetta si elaborava dall'Inghilterra, che dalle ceneri d’una rovinata rivale, la Francia, mirava in ogni dì alzarsi gigante un nemico più gagliardo e più temuto, quanto men previsto 0 aspettato, cioè il vincitore di Tolone.

Questo trattato fu tenuto in Leoben; e fa nostro vanto, che il giovine Marchese del Gallo, Napolitano Ministro a Vienna, venisse scelto a decidere sì importante quistione col vincitore d’Italia.

Nel giugno di quest’anno si effettuarono le nozze, già da sette anni stabilite, tra il Principe Francesco erede della corona delle due Sicilie, con l’Arciduchessa Clementina d’Austria. La Real Fidanzata tenne imbarco a Trieste; la nostra Corte l’accolse a Manfredonia: in Foggia si celebrò lo sponsalizio, e nel mese di Luglio si fece ritorno in Napoli.

Il nostro popolo si commosse tanto,che parve svanita ogni cospirazione, ogni preoccupazione di guerra. Il Re fu tergo di doni e com pensi per virtù civiche e militari,ed il perdono scese nelle prigioni su i meno rei. La Regina, magnanima sempre verso i poveri e i bisognosi, tanto ch'è rimasto proverbio presso di noi, le elemosine di oro, non ricordandosi di aver usata altra moneta Maria Carolina nelle sue largizioni; in questa circostanza mostrò il suo cuore ancor più munificente nei donativi e nelle opere benefiche.

Sotto tanto velo di pace, solo lo Stato Romano, capitanato dal Generale Tedesco Colli, si mostrava ognora pronto ad una coraggio sa difesa. Pio VI, vigile custode della Religione Cattolica, non prestava credenza alle effimere trattazioni di pace che in nome della Libertà Francese, dava o toglieva Bonaparte. Quel Pontefice ben sapeva che le mire di quel novello Governo eran tutte rivolle a schiacciare la nave di Pietro, palladio del primato civile e morale degli Stati Italiani; e comprendeva da saggio, che il Direttorio per la Francia, e Napoleone per se, entrambi aspiravano al possesso della Italia intera, se si arrivasse a sradicare il rapato.

Pio VI sperava la salvezza della cattolicità italiana dalla guerra di religione; ma questo necessitoso desire fu scoperto da Bonaparte, e se ne servi come pretesto di salvezza per giungere allo scopo.

Il Direttorio scriveva a Bonaparte «La Religione Romana, irreconciliabile con le repubblicane libertà, essere il pretesto e l'appoggio dei nemici della Francia. Egli perciò distruggesse il centro dell’Unità Romana, e senza infiammare il fanatismo delle coscienze, rendesse odiato e spregevole il governo de preti; si che i popoli vergognassero d’obbedirgli, e ’I Papa e i Cardinali andasseroa cercare asilo e credilo fuori d’Italia.»

Ecco il compimento d'una progressiva libertà, che la Francia assegnava all’Italia!

Napoleone fece editto di questa maniera. Il Papa ricusa di seguire il fermato armistizio; mostrasi lento e schivo alla pace, levanuove milizie, arma i popoli a crociata, cerca alleanza colla casad’Austria; perciò l’esercito della Repubblica entrerà nel territorioromano, difenderà la religione(scacciando il sacerdozio), il popolo, la giustizia. Ecco il novello dritto delle genti, mercé il quale si predicava la rigenerazione d’Italia da Napoleone.

Infatti, vedete quale esercito teneva il Papa da far oltraggio alla Francia repubblicana, che coll'armi al braccio le truppe francesi occuparono le Legazioni, le Marche, Perugia, Foligno!

Il Re di Napoli, a tanto annunzio, vide nel Papa oltraggiato se stesso; e con nobile cordoglio avverti che i trattati Napoleonici eran mascherati, onde cogliere il tempo opportuno, per rovesciare gli Stati l'un presso l’altro.

Il Principe di Belmonte fu inviato ambasciatore di Ferdinando a Napoleone in Ancona, per dirgli, «Che il Re si credeva ben sicuro che l’armistizio tra il Papa e la Repubblica dovea menare ad unapace, non già ad un’occupazione estesa.»

Napoleone rispose che a tanti sofferti oltraggi de! Papa «avea creduto impossibile accomodamenti di pace».

Belmonte allora preso da nobile cristiano sdegno, nel mirare io quell’uomo l'insulto minaccioso, non mai disunito dalla menzogna più oltraggiarne, soggiunse, «L’animo del mio Re sente cosi forteil peso, per gli avvenuti affari di Roma, eh egli in sostegno deldritto offeso, e della giustizia malmenata, in qualità di Principe e di Cattolico, si pentiva che per la mal data fede, di non aver intempo mosso l’Esercito».

Bonaparte prolungò l’insulto, esprimendosi «Non ho tre mesi addietro abbassato l’orgoglio pontificale, perché supposi che il Re di Napoli confederavasi contro la Francia in tempi, ne’ quali guerramaggiore impediva rispondergli. Oggi, senza scemare gli esercitiacquartierati, solo per prudenza, incontro all'Austria; trentamilaFrancesi sciolti dall’assedio di Mantova, e quarantamila già mossi dalla Francia stanno liberi e vogliosi di guerra. Se dunque il Redi Napoli alza segno di sfida, voi ditegli che io l'accetto».

Ed il Colletta nella sua Storia, dopo di avere altamente encomiato questo illegale e vituperevole modo di agire in politica ed in morale, in fede pubblica ed in dritto di guerra, soggiunge queste altre memorande parole di Napoleone a Ferdinando; cioè «Esser più grande la modestia della repubblica (usurpando l'altrui), e in faccia ai mancamenti del Pontefice» (che stava nel dritto di difendere il suo Stato e la Chiesa).«Più, che amava trattar la pace col toglier per sempre a Roma le armi temporali; CONFIDANDOALLA SAPIENZA DEL SECOLO, IL VINCER LE SACRE. Infine essergli gradevole aderire alle commendazioni de' Sovrani di Napoli e di Spagna».

Così non trovando ancora un più facile pretesto, Bonaparte, per rovesciare il Papato, diè pace che venne conchiusa in Tolentino. I palli di questa pace, furon simili a quelli che davano i primi Spagnuoli sulle terre di America — anzi di più — ché questi almeno in compenso d’una selvaggia indipendenza, regalavano civiltà e religione: mentre la pace di Tolentino furò alla Santa Sede i più splendidi oggetti di belle arti e di scienze, oltre ai milioni di scudi. Ed in compenso maggiore le Marche e le Legazioni furon ordinate a repubblica, acciò l’incendio democratico delle provincie avesse dato fiamma a Roma, senza bisogno di eserciti.

Fino a che devesi chinar la fronte a una sterminala forza conquistatrice, l’ardire d’una nazione prostrala ne’ suoi impulsi e nello sue umiliazioni è degno di rispetto, perché manomesso dalla necessità; ma come l’Italia in quei tempi poteva danzare innanzi a chi le portava libertà col cannone, a chi la svestiva del fastoso titolo di Regina di tanti Stati per ridurla provincia tributaria, a chi la spogliava delle sue grandezze e delle sue ricchezze, finoggi è problema da insano.

Infatti basta comentare brevemente le parole del rapporto che facea Napoleone al Direttorio dopo la pace di Campoformio. Ho disfatto cinque eserciti — questi eserciti eran quelli che combattevano per te nostra indipendenza, o Austriaci o Piemontesi o Napolitani ch’erano; e non sò qual libertà si può avere da un nemico che a prefazione di emanciparti, sostiene le triste e sanguinose fasi d'una si lunga guerra sopra un terreno che corre a rigenerare — Ho trionfato in diciotto battaglie e sessantasette combattimenti — io dico che se l’Italia si trovava in mano ai Turchi, si avrebbe combattuto di meno. Per combatter tanto, quante nostre città furon distrutte o danneggiate; quanti campi addivennero sterili, quanti pacifici cittadini morirono, giacché la palla non colpisce solamente il soldato, e quel ch’è più, quanti saccheggi ebbero le città vinte dai Francesi che arrecavano a noi la libertà? — Imprigionato cento cinquantamila soldati — quanti ne morirono per avere un simile contingente di prigionieri? — Mandato cento settanta bandiere alle case militari della Francia queste bandiere furon tolte, non solo ai Tedeschi, ma benanche agl’italiani, ai diversi Stati che si conquistarono; e se te bandiera si chiama l'onore d una città o d’un’armata, non sò come si può togliere l’onore a chi si cerca far libero. — Mille cento cinquanta cannoni agli arsenali — cioè tutte le Piazze forti d’Italia, per addivenir libere, ebber tolte le opere di difesa che empirono gli arsenali della Francia, liberamente, — Duecento milioni all’erario. Ora questo danaro era italiano, non austriaco; e per ottenere una sì ingente somma per l’erario Francese, oltre quello speso per il mantenimento della truppa conquistatrice, e quell'altro che in simili casi vien messo in casse senza fondo spiega persino ai sordi d’intelletto, che l’Italia per sì immenso tributo, dovette impoverirsi di troppo; e non sò come un ladro, togliendo persin la camicia ad un galantuomo; lo può far libero, — Più — cinquantuno legni da guerra si son tolti ai porti(d’Italia) — questo credo, per togliere liberamente l’impiccio del commercio e della difesa — più, — Presi i tesori darti e ai lettere alle gallerie e biblioteche. Furare a chi si ama far libero i mezzi di studio, sembra che sia tale quale la libertà di Maometto, oltre lo sfregio ed il furto — In ultimo conchiude quella millanteria — Ho dato libertà a diciotto popoli — che razza di libertà!!! eppure non vi è stato finoggi una penna italiana che abbia messo in luce di verità una si orrenda scena, appellata tuttavia gloriosa.

Non altro si attendeva, che discacciare il Papa da Roma: te circostanza si ebbe nel mese di dicembre del 1797, per la uccisione del Generale Francese Duphot. Un giorno alcuni novatori correvano per Roma, alzando grida sediziose; molti del popolo gl'inseguirono: equelli andarono a cercar rifugio in casa del Ministro di Francia; il che chiaramente mostra dover esser complice quell’ambasciatore dei gridi sediziosi, per dar rifugio a tali ospiti; giacché la casa d’un Ministro estero non è una bettola che si trova aperta in sulla via, mentre eranvi tanti altri Ministri esteri in Roma. Il fatto fu, che gli offesi popolani inseguirono gli schiamazzatori di repubblica fin negli appartamenti della Legazione Francese, onde ne venne un conflitto, nel quale avendo preso parte Duphot, che quivi trovavasi, ne riportò grave ferita, per la' quale morì.

Tale circostanza appianò i disegni di Napoleone, che partendo per la Francia, diè ordine a Berthier ai compiere il piano; e poi si disse, per comando venuto da Parigi. Ed ecco che ai 15 febbraio 1798 Roma fu presa, circondato il Vaticano, imprigionati o fuggiaschi i Cardinali, e reso prigioniero all’età di ottani’anni Pio VI, che altra difesa non oppose a sì alti sacrilegi ed abusi di potere, che le parole: mi viene da Dio la sovranità; non fai è lecito rinunciarla. Ai venti di quel mese, uscendo da Roma,fu obbligato di trascorrere da prigione in prigione le maggiori città d’Italia, fino a che se ne morì tranquillamente nella fortezza di Valenza,nel delfinato, ai 29 di agosto 1799.

Napoli, solo asilo allora in Italia di tranquillità e di difesa religiosa, diede stanza a molti Cardinali, Prelati e nobili di Roma. Non guari venne il Generale Francese Balait relatore di Berthier alla nostra Corte, onde intimare una seguela di paradossi; cioè l’espulsione da Napoli degli emigrati, dell'ambasciatore inglese, e del Ministro Acton–più, il passaggio delle truppe francesi per i nostri Stati, onde impossessarsi di Benevento e Pontecorvo. In ultimo fu manifestata la più ridicola contraddizione della libertà che i Francesi davano allora in Italia, cioè a dire, ch'essendo il Re di Napoli feudatario della Chiesa, e questa Chiesa Romana trovandosi allora personificata nella Repubblica Francese, Ferdinando IV era per dritto (notate il termine) vassallo della Repubblica (vale a dire servo o schiavo della libertà) e per conseguenza si assoggettasse annualmente a sborsare un servile tributo alla libertà Francese. E siccome il berretto frigio piantato sul Vaticano assorbiva dritti sacri e profani, civili e canonici, magnifica legge di legale successione; il Re di Napoli in nome della Democrazia Parigina, equivalente allora a Santa Chiesa, sborzasse ai novelli proprietari, la somma di centoquarantamila ducati; non saprei oggi dire, se in qualità di arretrato o di multa, o forse per compenso dell'esilio di Pio VI, e dei tesori ecclesiastici, liberamente presi e mandati ai liberalissimi di Parigi, o pure per pagarsi le spese de' beni ereditari Farnesiani del Re di Napoli in Roma, già spogliati e messi a sequestro dai Francesi.

Ferdinando sì rese superiore alla dignità sovrana: e mentre rispose al messaggio di Bailait, che i due governi de avrebbero trattato per ambasciatori, sollecitamente fece occupare Pontecorvo e Benevento, ed agguerrì con maggior forza la linea delle frontiere, mentre lo stesso apologista di quei tempi,nella sua perpetua contraddizione, non à potuto fare a meno di dire una verità, cioè, che si vedevano lungo le frontiere di Abruzzo e del Liri, stendardi, squadre francesi, alberi di libertà; e con essi spogli, violenze, povertà di cittadini, e sotto specie di repubblica, vera tirannide.

In questo mentre, Napoleone sulla predata Bolla di Venezia intraprendeva la spedizione per l’Egitto; e passando per la nostra isola di Malta, l’occupava, sciogliendo l’ordine militare dai Cavalieri Gerosolimitani. Si ebbe a temere uno sbarco in Siracusa, ma non fu tenuto poiché la Sicilia per secoli nemica del nome Francese, tal giuravasi tuttavia; oltre che si trovava grandemente fortificata a presidiata da ventimila nostri soldati, e più da quarantamila guardie cittadine.

Siccome non era più un solo nemico che l’Europa per la sua pace politica e morale dovea abbattere, bensì due, la repubblica Francese, ed il suo motore Napoleone — così il 19 maggio in Vienna, Napoli ed Austria conclusero novello trattato federativo, promettendo l’imperatore di mantenere sessanta mila uomini nel Tirolo, il nostro Re quarantamila alle frontiere, oltre quattro legni da guerra per servizio de' due Governi nell’Adriatico. L'imperatore Ottomano rinnovò anch'egli patti di amicizia col nostro Governo, promettendo in qualunque circostanza dirò mila soldati Albanesi. Paolo I, Autocrate delle Russie, graziosamente senza minimo interesse fò patto di concedere a difesa della Sicilia una flotta, e mise a disposizione del Re di Napoli un corpo d'armata colla corrispondente artiglieria. In ultimo, o per meglio dire in prima, ci voile dar più ampia alleanza l’Inghilterra coll'offrire un naviglio nel Mediterraneo sempre i maggior proporzione di quello nemico, e noi al solito avremmo dati, oltre a tremila marinai, quattro vascelli,quattro fregate, e quattro legni minori.

Qui cade a proposito una dichiarazione,che vale per sempre e pei, tutto quello che per verità storica dovremo dire sull’Inghilterra. L’Inghilterra, secondo noi, è duopo guardarla sotto due aspetti, come nazione e come persona. Come nazione, è un vaso di virtù per bontà, per fede pubblica, per abnegazione civile, per solerzia di spirito, per carità di patria, e rispetto verso le proprie e le altrui leggi. Basta dire che per i suoi immensi sacrifici nei tempi Napoleonici ritornò la pace sulla faccia di Europa, e le antiche Monarchie non crollarono per sempre, colle rispettive nazionalità dei loro popoli — Perciò l'Inghilterra, conte nazione, è la più stabile, la più florida, la più rispettabile su d’ogn’altra. L’Inghilterra persona, cioè a dire ministeriale, così nei tempi di cui abbiamo trattato, come nei tempi attuali che verremo a trattare, se non si mostra qualche fiata degna del nome che porta, non offende già la grandezza di quel paese; essendo una certa politica riprovevole, radicata nel breve cerchio di talune persone; e quel che di male si addice, cade sempre su i loro nomi, non già su quei popoli; mentre tuttavia pel nobile ardire della stampa periodica, noi sappiamo che l’intera nazione declama contro quegli atti politici ch la separano dalla fede della comunanza, e dal buon volere dei rimanenti Stati Europei.

Ritornando al nostro proposito, aggiungeremo che oltre il buon parere di Ferdinando IV, questa novella quadruplice alleanza che nel 1798 vediam conchiusa tra Napoli, e quattro potentissimi Governi, sempre più ci appalesano la grande opinione che Maria Carolina godeva nella diplomazia del mondo – e se un corrispondente trionfo non ammireremo per ciò, bisogna attribuirlo ai troppo procellosi tempi che correvano, alla setta che rodeva le viscere dei popoli, ed a quel prestigio di gloria guerriera che surse con Napoleone ad invadere le menti umane, e per la debolezza di taluni, e per la malsana ambizione di altri, che uniti insieme di qua di là, sedevano negli alti poteri governativi.

Da ora dobbiamo con minuta attenzione mirare il nostro Governo occupato in duplice guerra interna, contro la giammai stanca demagogia, contro l’ignavia de' suoi subalterni in momenti difficilissimi, e contro giudici venali e vendette private; due flagelli che si sollevano a meglio corrodere i popoli nelle scissure sociali e dopo ogni rivolgimento politico — Qui noteremo che Maria Carolina colla sua energia governativa, al dir del suo stesso Libellista (in seguito a tante a lire contraddizioni) per quanto era inflessibile a' rei, non bramava travagliare i giusti. Perciò spesso si vedea il severo rigore della Regina gravarsi sulle tristizie di taluni giudici, e richiamare alla salvezza alcuni innocenti; non per alto di clemenza, che in questi casi è debolezza in chi governa, ma per amore di giustizia, che in questi casi istessi dà robustezza agli Stati, solidarietà di buoni esempi fra le popolazioni.

Napoleone in Egitto manteneva gli animi dei diversi partiti sociali in varie aspettative. La Francia senza lui si spogliava ogni giorno più lla malaugurata sua forza morale che conquistai aveva su tanti popoli umiliati e scissi. E quando giunse la nuova della disfatta potale della flotta Francese nella battaglia navale di Aboukir, per lo ingegnò guerriero dell'ammiraglio Inglese Nelson; i novatori d’allora si credettero perduti, per quanto salvi si sperarono i Governi di Europa colla maggioranti delle pacifiche popolazioni. E Napoli e Sicilia, al ritorno che fece Nelson, non risparmiarono feste di gioia; e i buoni salutando il Generale Inglese come vincitore, si lusingavano, mercé il suo valore, aver conquistato una pace che fuggiva ognor più dagli Stati. Il ministro di Francia Garat fu testimone di tanta nostra esultanza, e noi testimoniammo senza tema il suo cruccio.

Si era già nel settembre del 1798; ed altra leva di quarantamila uomini fatta da Ferdinando nel Regno, dava a divedere che, passata la stagione invernale, le quattro potenze alleate si apparecchiavano ad agire, ed in prima sull'Italia ove la forza Francese era scemala di molto per la spedizione in Egitto, e per, le perdite sofferte nella guerra sui Reno.

L’Inghilterra, già ravveduta, teneva aperti i suoi tesori pe’ bisogni degli alleati; e mentre la stessa formava crociera su tutti i mari, onde non più permettere l’arrivo di Bonaparte in Francia, Napoli spingeva cinquantamila uomini in Italia, sessantamila ne muoveva l’Austria in Lombardia, ed in dietroguardia di questa imponente marcia veniva la Russia co’ suoi battaglioni. Le misure eran giuste, i dati sicuri, il sacrificio estremo — Si poteva sperare du subitanea arrivo di Napoleone, dopo essergli stata bruciata la flotta? potevano le crociere Inglesi pensare che quell'uomo si approssimasse solamente sotto la linea de' suoi immensi vascelli? non ci era piano dì Sierra più assicurato di questo. Ma per quanta voglia di guerra contro i Francesi animasse i Sovrani di Napoli e I intera popolazione delle due Sicilie; altrettanto dubbia sembrava agli accorti ogni riuscita, nel caso che il nostro esercito passar dovesse le frontiere dello Stato. Mancava nientemeno un Generale in capo che assumer potesse un assoluto comando. L’Austria allora, diremo in buona fede, ci fece regalo di un Generalissimo nella persona di un certo Mack. Altri Duci secondari furon scelti nelle persone d’un Micheroux, di un Damas, di un Naselli. Uomini estranei al paese, affatto ignari del nostro terreno, delle nostre frontiere; non provetti a scandagliare quella nuova strategia di guerra che i Francesi avean costumato d’improvisare sotto la nuova scuola di Napoleone nelle battaglie d’Italia, e che aveva fatto impazzare i più solerti e canuti Generali Tedeschi nelle recenti battaglie.

Così, cinquantamila nostri Soldati, divisi in tre corpi, si avanzarono negli Stati Romani; altri s’imbarcarono per Livorno, onde agire su la Toscana. Non è nostro divisamente rammemorare con lunghe descrizioni questa sì incauta guerra, né l’opera nostra trattenersipuote a lungo su d’un’epoca che ci spetta conoscere di volo. Solo diremo quel che ci riguarda, per rannodare le epoche, e far conoscenza di uomini, che per necessità servir, debbono di preludio alla storia contemporanea del governo di Ferdinando II.Il Ministro di Francia vedendo muovere tanta forza di armati per le frontiere, ne chiese spiegazione al Governo, il quale rispose con lealtà, cioè che la guerra si apparecchiava alla Francia, perché avea tolta l’isola di Malta al Re di Napoli, avea portato in esilio il Pontefice, oltre che il Reame non stava sicuro, avendo i Francesi accampati ai confini degli Abruzzi.

I cinquanta e più mila soldati si mossero allora: il Re la Regina li accompagnarono, e numerosi messi partirono per recare la notizia del movimento alle popolazioni Italiane vinte dai Francesi, mentre si facea sperare da taluni che ad un tal segnale si sarebbero sollevate da per ogni dove — e fino al Re di Piemonte n’andiedero dispacci animosi.

I vari corpi d’armata oltrepassarono i confini; i Francesi finsero ritirarsi di qua di là, onde scovrire il piano di guerra stabilito dal Generale in capo; e ben si avvidero che il Generale Mack non avea piano stabilito, e che il nostro esercito, Ire volte maggiore di quello Francese, marciava senza centro e non formato in linea. Cosi procedendo, furono occupate alcune città romane senza scopo strategico} ed il Re che fidava tutto in Mack, entrò in Roma come vincitore il 2t) novembre, ove i Francesi uscendone, aveano rimasto lieve presidio nel Castello Santangelo. Quivi nella piena sua buona fede, fece innalzare gli stemmi rapali, e piantare una croce ovunque trovavasi un albero della libertà: formò una Giunta di Stato composta dei prìncipi Borghesi e Gabrielli, e dei Marchesi Massimi e Ricci; ed infine volle dar parte dei suo creduto trionfo al lontano profugo Pontefice Pio VI, onde ritornasse al possesso della sua Roma.

Intanto il Generale Mack, non solo non corriggeva lo sbaglio commesso, ma faceva scorrere i giorni nell’ozio, e ad alcuni Corpi non dava communicazione di ordini, alcuni altri dell'intuito dimenticava — specialmente quello comandato dal Generale Naselli, che giunto in Livorno, onde operare sulla Toscana, alle spalle dei Francesi, quivi rimase dimenticato fino ai rovesci, tal che ebbe tempo appena d’imbarcare la truppa di bel nuovo]su legni Inglesi, tornandosene colà,donde era partito.

I Francesi perciò, vedendo in quali triste posizioni si era messo il mal diretto esercito napolitano, cominciarono le loro operazioni. Il Generale Micheroux giunto con nove mila Napolitani a Fermo, senza speranza di aver protezione da altre colonne, trovò su valide posizioni schierati i Francesi sotto il comando del Generale Monnier; e mossasi battaglia dalle due parti, i nostri non preparati a quell’assalto, malamente guidati, furon rotti e si misero in fuga per i monti degli Abruzzi. Egual sorte ebbe la nostra colonna retta dal Colonna Sanfilippo, mentre occupata Rieti. progrediva per le strette di Terni. Il Colonnello Giustini con altra colonna venne incontrato a Vicovaro dal Generale Kellerman, e volendo congiungersi con quella di Sanfilippo, saputasi la disgrazia di questo, iu accorto almeno di ritirarsi ordinatamente lungo la sponda del Tevere, finché potè giungere a Tivoli.

Mack intanto, dopo essere stato ad oziare per cinque giorni in Roma, alla fine avendo inteso le triste nuove del Colonnello Giustini, e come il Generale Macdonald operando con molta bravura, già teneva campo in Civita Castellana; lasciò sei mila uomini a difesa del Re in Roma, e mosse con venticinque mila contro Civita Castellana. Ma lungi dalle riparazioni, si moltiplicarono gli errori; invece dì attaccare Macdonald, invece di chiamare sopra Perugia il Corpo di Naselli di ben sei mila uomini dalla Toscana, ora oziando per interi giorni, ora dividendo in piccole colonne Tarmata, ora ingaggiando scaramucce inutili su vani punti, si diè tempo che il Generale Championnet calasse con fresche colonne dagli Appennini, ed unito a Macdonald, ad uno ad uno andassero attaccando i nostri corpi isolali, sbaragliandoli. E furono tanto palesi gli errori dì Mack, che oltre la sconfitta, si diè campo a far perdere la disciplina ai nostri soldati: i quali privi delle grandi conoscenze di guerra, vedendosi in maggior numero sempre perditori, non lo attribuirono alla mala tattica di Mack; ma si credettero traditi, e cominciarono a gridare giacobini i loro capi. Che di questi vi fossero non ci è dubbio; che i fornisori compri dai settarii, lasciassero per più giorni nella ritirata, e persino nel regno, privi dì sussistenza i soldati, non è da negarsi; che nei reggimenti si fossero mischiati coloro che in simili circostanze tengon l’arte di mettere il malumore, i superstiti di quei tempi finoggi ce l'assicurano. Ma il male maggiore fii, perché molti Ufficiali inesperti e stranieri comandavano le nostre disgraziate genti. Ferdinando, che tardi. convinto della mal fondata fiducia ne’ suoi Generali, era uscito di Roma, il giorno 7 dicembre pernottò in Albano, e col suo fido duca d’AscoIi sen venne verso Napoli, ed a Caserta giunse il giorno 11.

Sola degna di ricordo, in tante sciagure, fu la ritirata del corpo del Generale Damae, di settemila uomini, che rimasto senza istruzioni di Mack, il quale l’avea obbliato, sicuro avanzossi sopra Roma, ove sapendo il tutto, ebbe la costanza di non cedere ai Francesi, i quali conscii del fatto, l'inseguivano; mentre i nostri benguidati, fecero una ritirata sì gloriosa, che combattendo, può dirsi, una battaglia ogni giorno, giunsero vittoriosi nel suolo Napoletano.

Ritornato Mack nel Regno, diessi a riorganizzare la dispersa armata; e quasi non convinto del primo errore, tornò ad accozzare gli sparpagliati battaglioni, senza stabilire una base di operazioni che servir potesse almeno alla difesa del Regno; stantechè il Generale Championnet giunto in Roma, e rimessa la repubblica, a grandi giornate moveva, non a guerra, ma a conquista dei nostro paese.

Infatti ottomila Francesi sotto il comando del Generale Duchesme mossero per gli Abruzzi, e diciassette mila retti da Rey e Macdonald si spinsero pel fiume Liri e pel Garigliano. Championnet sapeva bene che la sua truppa era per numero di molto inferiore alla nostra; ma ciò non curava, persuaso della mal accortezza di chi la comandava, ed ammaestrato dai tanti sbagli commessi da Mack nella Romagna; e più si azzardava, perché teneva nelle sue mani il piano dei rivoltosi, i quali minutamente l’avevano istruito di quei che ci mancava; e sì nell’esercito come nei consigli del Re, stavano alte persone amanti di repubblica, che con ansia attendevano l’armata francese. E fu tanto basata la fiducia di Championnet, che non curò le rivoluzioni già scoppiale nel Piemonte, né il celere appressarsi degli Austriaci nella mal difesa Lombardia, dopo lo scioglimento precipitoso degli accomodi in Rastadt.

Ora numeriamo, se si può, le patrie scelleragini di que’ tempi.

Era il 20 dicembre 179©, e le bandiere Francesi si affacciarono ai nostri mal difesi confini. Prima loro azione fu quella d’intimar resa all’inaccessibile forte di Civitella del Tronto, inespugnabile, munito, vettovaglialo. Neppure un colpo di moschetto fu tirato dalle due parti, ed il Tenente Colonnello Lacombe nientemeno si arrendé con un numeroso presidio, prigioniero di guerra. Da qui ne venne che molti corpi nostri isolati turano' rotti e dispersi. Si giunse al fiume Pescara, che i Francesi valicarono, perché la truppa nostra che lo guardava venne abbandonala dal suo Capitano. Il Forte di Pescara con due mila soldati e con munizioni da sostenersi per più anni, cedé disonoratamente, perché così volle il Colonnello Pricard che lo comandava. Non così fortunati furono i Francesi che mossero per Teramo, Civita di Penne, Aquila, e Torre de Passeri; giacché i naturali di que’ luoghi dieder molto a soffrire a quegli esteri che transitavano per i lor monti; e specialmente in Popoli i nostri soldati fecero grande strage dei Francesi. Ma nel momento più decisivo della mischia, ma rio settaria fece correr voce di tradimento nelle nostre file,e così quegli strenui che stavan per gridare vittoria sa i Francesi, si mìsero ia fuga n’andarono dispersi. Solo il Generale Rey per le paludi Pontine, Macdonald per Frosinone e Ceprano, avanzavano ancora senza minimo contrasto.

I liberali intanto si affaticavano da per ogni dove apertamente o con ipocrisia a vendere questo Regno allo straniero. Ferdinando non più s’illudeva, dopo tante svanite speranze, d'una felice vittoria; e maggiormente si era avvilito perché si trovava prostrato sotto la duplice influenza dei falsi amici e dei finti consiglieri. I primi lo atterrivano annunziandogli tradimenti da per ogni dove; i secondi lo confondevano per la scaltra timidezza che mettevano nei loro pareri. E gli uni e gli altri venivan mossi dai voleri della setta. Fu allora che Maria Carolina volle giocar tutto per tutto onde rompere un sì crescente gelo di opere e di consigli, persuadendo il Re a fare un appello ai popoli tutti del Regno, intimando contro i Francesi una vendicativa goerra nazionale.

Ed ecco che mentre con un esercito napolitano, i Francesi entravano conquistatori sulle nostre terre; senza questo esercito, i Francesi venivan rotti da per ogni dove. La volontà del Re fu parola di Dio. Disertavano i lor paesi uomini e donne, vecchi e fanciulli nobili e plebei senza distinzione alcuna; si armavano, si univano e correvano a combattere ove sentivano Francesi. I soldati fuggitivi, a quella vista si animavano, e spesso facevan da condottieri di quelle turbe indomite, come mare in tempesta. Gli uni danno esempio di valore agli altri. I più arditi comandano, tutti combattono, da per tutto si distrugge. Si corre ad incendiare il ponte di legno sul Garigliano, e quivi succede un massacro orrendo di Francesi, che per tal circostanza si trovano divisi da altri corpi sull'opposta sponda. Il loro parco di artiglieria vien preso e distrutto. Le loro armi armano quelli tra' nostri che ne stanno senza.

Egual valore si appalesa nelle popolazioni Abruzzesi, discacciando nò, ma uccidendo man mano qualunque Francese vi dimorava; ed in ultimo massacrala e dispersa la guarnigione della città di Teramo presero a mano armata il difeso ponte sul Tronto, e lo distrussero onde impedire l’arrivo d’altre schiere nemiche.Ora diciam noi, se privi d’un esercito ben guidato, il nostro Regno si alzava a sì formidabile difesa; qual patria gloria, quale avventurosa indipendenza sarebbe stata la nostra, se buoni condottieri e meno, traditori la sorte ci facea trovare?Infatti mentre di volo narro queste grandiose scene, ecco che il generale Tschudy comandante della Piazza d’armi di Gaeta, a un semplice intimo del Generale Rey, cede quella ben nota fortezza a discrezione ed a rigor di guerra, mandando prigionieri in Roma quattro mila nostri snidali; mentre Gaeta teneva viveri per più d'un anno, e munizioni e opere di difesa, e navigli armati nel porto.

Disgraziato Regno di Napoli, tu verserai sangue generoso per la tua indipendenza, per la tua religione, e pel tuo Governo, mentre un pugno di traditori ti renderà servo dello straniero. Ecco, in tutti i tempi, i fiori che gli uomini delle sette regalano ad emancipazione di quella terra che per isventura li vide nascere: sempre così!

I Francesi parte scorati, parte corrivi di questa novella sorprendente maniera di fare e di aver la guerra nel Regno di Napoli, credendo pericolo estremo per loro una ritirata, si animarono a sperare a impossessarsi di Capua in egual maniera che avevano presa Gaeta, Pescara e Civitella. Si appressarono, convinti di fugar Mack, che al di là del Volturno stava con sei mila uomini in campo trincerato. Macdonald guidava quella colonna Francese: già un lieve scompiglio era avvenuto tra i nostri, quand’ecco da un fortino venir repente una scarica di sei cannoni a mitraglia sull'avvicinata cavalleria nemica; a questo successero altri colpi diretti da su i bastioni, che uniti alla prima scarica portarono strage e consigliarono a ritirata precipitosa i Francesi. Egual sorte si ebbe il nemino nell'istesso giorno, volendo passare il fiume presso Cajazzo, difeso a tutta possa da un Napolitano reggimento di cavalleria comandalo dal Duca di Roccaromana.

I vari Generali Francesi tennero un consiglio in Venafro sul da farsi, ognun di essi rammemorando i soldati morti, i tanti ufficiali e non pochi Generali pur anche; chiamando questa non attesa maniera di far la guerra dai Napolitani,vero esterminio della loro armata. Già i più votavano per una pronta ritirata da queste terre; quand'ecco dei messi giungere da Napoli con novelle istruzioni che la parte settaria sempre più cicca disonorata e vile, non per la libera maniera di pensare, ma solo per vergognoso tradimento verso il loro paese e la loro gente, avvertivano il nemico di non accuorarsi, giacché le ultime loro trame erano le più decisive onde assicurare il possesso di Napoli alla truppa francese. Già i furbi consiglieri stavano persuadendo il Re a partire per Sicilia, già de' più energici cospiratori si eran intromessi al comando della soldatesca, ed a guida del popolo armato; onde l’una e l’altro consegnare in mano all’armata francese nel momento più prospero di poter tradire.

E mentre le nostre provincie tutte erano sollevale in armi, e mentre ai Francesi non rimaneva altra conquista di nostra terra, se non quel tanto ove posavano il piede, l’ultimo colpo fatale della settagià conquistava per furati consigli le regioni più alte del potere Governativo — il Ile parte: la tanto giudiziosa Regina è sopraffatta e vinta da quegli orrendi comprati pareri, e parte puranco.

Siccome la volontà del Re si sparse a volo d'uccello, quando intimava a' suoi popoli di sollevarsi; in egual modo, anzi con più solerzia dei liberali, la voce di sua partenza per spedili corrieri venne recala in tutte le campagne ove le popolazioni instancabilmente si stavano preparate a guerra; così l'annunzio funesto non creduto in prima, passò da labbro in labbro quasi avviso di morte, l’annuncio della partenza del Re! E quel nostro disgraziato esercito, quelle tante animose e vincitrici nostre popolazioni si sperperarono annichilite e confuse; e mentre sino a quel momento per difesa della patria indipendenza, per fede della religione in pencolo, per ansia, di tutelare gelosamente le istituzioni del proprio Governo avrebbero sfidato dieci eserciti; adesso si smarriscono in faccia a ventiquattro mila Francesi, parte uccisi parte feriti, e parte ridotti alla loro primiera condizione, quando si affacciarono per la prima volta da sulle Alpi, cioè miserabili avventurieri senza pane e senza veste. Ecco quali glorie regalano alle nazioni i cospiratori di libertà!!!

Solamente la popolazione della Capitale restava io armi e pronta ancora a difendere i suoi dritti. Ma per colmo di sventure, questa gente e questa città non teneva motori possenti, all'infuori di un Mack Generale inoperoso per natura e smarrito per tante sue a noi largite sventure; ed il Vicario del Regno Capitano Generale Pignatelli, uomo nullo per tenere sì sfrenale redini governative. Mack se ne partì non guari dopo con passaporti francesi; ed il Vicario e gli Eletti della Città di Napoli, per far qualche cosa, giacché ignari o protervi erano per le grandi urgenze, si misero in collisione, a chi dovea reggere lo stato, scartapellando pergamene, mentre il popolo senza guida e senza freno si moveva terribile qual lava vulcanica pel pendio d’un’erla.

Ed ecco che in tanta confusione di faccende, in sì alta crisi di cose, si vide nel porto, di Napoli rinnovala la scena dell’incendio di Tolone per mano del Conte Thurn, Tedesco ai nostri servizi di marina. Orribile spettacolo! mentre potevansi, mercé i nostri fidi marini, o puranche Inglesi guidare in Sicilia presso il Re due vascelli e tre fregate ancorate appo la rada; non sò per qual temenza finta o reale, venne appiccato il fuoco a questi grandiosi cinque legni da guerra!

Dopo questo disastro, altro ne avvenne, mercé i secreti maneggi del Vicario del Regno col Comandante Francese, mentre un gran numero di popolo contendeva ancora a passo a passo il terreno allo straniero. In Sparanisi convennero le due parti, ed oh! quale vergagna estrema toccò alla nostra Napoli! Siamo ai. 12 del 1799. Furori pattuiti due mesi di sospensione a armi., tempo più che sufficiente a smorzare all(1) intuito l'entusiasmo della popolazione combattente, per cosi dopo questo tempo noi senza esercito, veder scendere i Francesi coll’arme al braccio nella Capitale, ed attendere nuovi rinforzi alla sperata armata nemica. Più farsi tributaria la città di Napoli di due milioni di ducati, da pagarsi a' Francesi a' quindici ed alla fine del primo mese di tregua; richiamare dalle frontiere i nostri soldati, e cedere la Piazza di Capua con tutte le armi al nemico, immantinenti.

Saputasi tanta iniquità dalle popolazioni, finì la guerra esterna, e si diè capo alla guerra civile ed interna. Dopo tanti tradimenti sofferti, le moltitudini s’inferocirono di troppo nel sentirsi sì barbaramente vendute ai Francesi, e vendute non solo, ma messe pure a contribuzione. Specialmente non è a dirsi quel tanto di guerra cittadina che s’accrebbe in Napoli la sera de' 14 gennaio, quando i messi Francesi scesero in città per esigere dal Vicario la prima stabilita tangente d’un milione. Si gridò morte ai nobili, quasi tutti traditori e giacobini, e fu miracolo che i messi del campo Francese, mercé le cure della guardia urbana, illesi potessero fuggire di città.

Ma se i ricevitori di Francia usciron di città incolumi, non così avvenne della pacifica gente della nobiltà, e de' compromessi politici — rimasero questi in guerra aperta col basso popolo, che cieco di vendetta corse a disarmare la guardia urbana e molte caserme, tanto che quarantamila della plebe armali di lutto punto si resero signori della capitale, commettendo insieme alle giuste vendette, benanche infinite iniquità su quei tali io ispecie che credevano amici de' Francesi e della repubblica. Il Vicario intanto pose fine alla sua lentezza e ai suoi errori colla fuga in Sicilia, ove ottenne gastigo, ma non corrispondente al suo male oprato.

In mezzo a tanta ira di popolo, ebbero la fortuna di frenare in parte la crescente tempesta della moltitudine popolare armata, i due meno dubbi Colonnelli Moliterno e Roccaromana. Così si ottenne un certo che di ordine in tanta malaugurata anarchia.

Intanto i Francesi, corrivi della non ricevuta somma de' due milioni, si approssimavano già a prendere Napoli. Moliterno allora, qual Generale del popolo, si unì a ventiquattro uomini scelti tra i più caldi popolani, e chiese e ottenne parlamento da Championnet alcampo Francese. Quivi giunto, espose le ragioni della città di Napoli, narrò liberamente i sofferti tradimenti, poi soggiunse — «Crederete breve lo spazio, dieci miglia, quello che vi separa dalla città; ma lo direte lunghissimo, e forse interminabile, se pensereteche vi stanno intorno popoli annali e forti; che sessantamila cittadini, con armi, castelli, e navi, animati da zelo di religione èda passione d’indipendenza, difendono città sollevata di cinquecentomila abitatori; che le genti delle provincie sono contro divoi in maggior numero in molo, che quando il vincere fosse possibile, sarebbe impossibile il mantenere. Che dunque ogni cosavi' consiglia pace con noi. Noi vi offriamo il denaro pattuito nell’armistizio, e quanto altro (purché moderata la inchiesta) dimanderete: e poi vittovaglie, carri, cavalli, tutti i mezzi necessarii al ritorno; e strade sgombre di nemici. Aveste nella guerrabattaglie felici, armi, bandiere, prigioni; espugnaste se non coll’armi, col grido, quattro fortezze; ora vi offriamo danaro e paceda vincitore. Voi quindi fruite di tutte le parti della gloria e dellafortuna. Pensate, Generale, che siamo assai ed anche troppi peril vostro esercito: e che se voi per pace concessa vorrete non entrare in città, il mondo vi dirà magnanimo, se per popolana resistenza non entrerete, vi terrà inglorioso.»

Il Generale Francese, sicuro della fede giurata e delle alte promesse, e dei piani di tradire il popolo già stabiliti coi repubblicani di Napoli, rispose con quell’alterigia superba di chi può chiamarsi eroe a poca spesa. «Voi parlate all’esercito Francese, come unvincitore parlerebbe ai vinti. La tregua è rotta perché voi mancaste ai patti. Noi dimani procederemo contro la città.»

Giunto di ritorno in Napoli Moliterno co’ ventiquattro del messaggio, la mala nuova si sparse per la città. Il popolo non s’ingannò al fora di gridare al tradimento contro Moliterno istesso e Roccaromana. Fu sciolto il Senato di città,e ritornò novellamente il paese in mano della plebe, che animosa giurò esterminio ai Francesi. Era il giorno 15 gennaio 1799, e le Castella caddero nelle mani del popolo, e persino Santelmo venne presidiato da cento trenta lazzari, mentre per finto amore alla causa dei Re e del popolo, stava qual castellano, il più giuralo fra i repubblicani, Nicola Caracciolo fratello del Duca di Roccaromana. La notte si passò in preparativi di guerra ed in pubbliche preghiere. Il Cardinale Arcivescovo di Napoli, onde meno inferocisse la plebe ad un massacro già stabilito su i più cogniti liberali, la maggior parte di cospicue famiglie, la notte stessa tenne una processione di penitenza per le vie della città, portando l'ossequiata statua e le reliquie di S. Gennaro. Così il popolo si trattenne da ulteriori minacce.

Albeggiava appena quando la lotta sterminatrice ebbe principio tra i Francesi e il popolo; e non ostante la strage, ogni giorno più si aumentava l’ardire de' popolani. Lungo sarebbe narrare i fatti glorioside nostri di già traditi popolani. A porta Capuana per ben dite tolte le schiere Francesi entrando, vennero respinte dietro lungo massacro, ove primo fu a cadere il comandante di quella colonna Gene rate Mounier. Egual perdita sanguinosa tenne la colonna del Generale Kellermann, dal ponte della Maddalena al forte del Carmine. Ma tanti virtuali estremi eroismi del nostro popolo; erano ecatombe spregiate che invano espiavano la cruda sorte della patria, sul rogo sacro alla dea ambizione che s’irradiava delle ipocrite fiamme d’una augurosa eguaglianza, mercé il fuoco ardente d’una libertà, educata in ogni tempo con positiva malizia da un’armata di spogliatovi politici; e con ideale bontà sostenuta ognora da un’armata dispogliati progressisti. Infatti il primo frutto della gallica libertà Napolitana venne colto con un estremo tradimento su popolo impavido e fiducioso.


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STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 15 NAPOLI 1855

S. M. MARIA CRISTINA DI SAVOJA - Regina del Regno delle Due Sicilie

S. M. MARIA CRISTINA DI SAVOJA - Regina del Regno delle Due Sicilie

Morta ai 31 Gennajo 1836

Era il giorno z3 gennaio 1799, e i nostri combattevano sicuri lungo il largo delle Pigne — e i battaglioni Francesi, guadagnando un passo, lo avvanzavano su i corpi de' propri soldati uccisi. Quand’ecco nel più forte della mischia una palla, di grosso Calibro scende da Santelmo ed uccide molti combattenti de' nostri — i quali si volsero meravigliati nel vedersi offesi da quel lato di lor sicura protezione — guardano! e sulla cima del Castello, invece della propria bandiera, mirano sventolare il vessillo Francese.

Come succedeva? ecco — qualche giorno prima in Santelmo con Atti di buona fede vennero alle spalle uccisi i popolani che faceva! parte del presidio — e Moliterno e Roccaromana, togliendosi la maschera della popolare ipocrisia, corsero dalla città colassù a consumare la patriottica vendetta sul loro paese, lordando la loro vita onorata nelle battaglie, coll’abbeverarsi del più schifoso nettare de' vili, là Spergiuro, il mercimonio e la tradita fede;Così furon sempre gli Uomini che fan uso della propria Carica; Onde cospirando aspirate a crearsi un potere nel potere — le Storie lai ripetono a grandi caratteri in tutti i tempi; ed i governi ed i popoli di tutti i tempi son sempre loschi d’intelletto nel saper leggere quelle pagine.

Appena fu vista da' francesi sventolare la loro bandiera sul Castello Santelmo, tosto il Generale Dufresne che stava accampato sul rialto di Capodimonte ascese al possesso di quel Forte; con quell’istesso valor militare che si era usalo per possedere Capua, Gaeta; Pescara e Civitella. Kellerina! fu ricevuto nel Castelnuovo, e ‘l Generale Prusca finse! Un assalto e prese il Castello del Carmine già abbandonato di ulteriore difesa La città capitale del Regno addivenne terra venduta come uno straccio, furata come un tesoro in oblio dal disprezzante straniero.

Championnet venne circondato qual datore di libertà, da' cospiratori e dagl’illnsi, da' traditori e da' traditi, da' vili e da' forti. L’albero della Repubblica surse rapido, dal sangue inaffiato d’un popolo venduto, e 6ulle rovine d’un governo rovesciato — i suoi frutti giunti a sociale maturità, gli enumereremo fuggendo — perché è meglio esser cieco su alcune patrie sventure, cui non può apprestarsi rimedio.

Chiunque ha meditato sulla storia Italica de' tempi di cui stiamo rapidamente delineando de' cenni, è al certo convinto, leggendo anche e ombrose pagine de' prevenuti sistemi storici, d’un Botta, d’un Coletta, d’un Cantò — cioè a dire, che mai come allora i popoli Italiani agglomerali l’un su l’altro, offrirono più gloriose scene per sostenere la patria indipendenza contro le sette le quali già tenevano per avanguardia quell'indefinibile accozzamento di uomini, che si chiamava Esercito Francese. Quelle guerre sostenute dalla nostra gente contro l’irreligioso scetticismo interno, e l’interna pertinace democrazia fluttuante con la debolezza de' rispettivi governi — e contro la rapace ambizione di Bonaparte, più rapace dell’immorale appetito delle sue scalze e digiune schiere — quelle guerre, ripeto, serbano gigantescamente tutti i traili grandiosi delle guerre di popoli. Ragion volea che le sette e Bonaparte (regolare maniera di radicare vittorie fra due conoscenze che avevano uno scopo in diversi fini) dopo aver perduto tanto tempo a far guerra alle antiche idee del popoli–or la mitraglia ed or la depravazione prostrasse vinta la plebe, superando così i flutti del mare più infido sì in calma che in tempesta.

Infatti così erasi praticalo dalle Alpi al Tevere — così praticossi presso di noi benanche. Un’ora prima il cannone francese mitragliava l’armata plebe Napolitana — un’ora dopo, doma se non vinta, si diceva alla stessa, va corri a dilapidare le stanze del tuo Re — impara questa terribile lezione che porta il disprezzo per l’autorità, e rende il lucro virtù dell’anarchia. Il popolo fu al sacco della Reggia, deponendo le armi — appena le armi furon raccolte da' Francesi, il popolo inerme ch’era corso alla promessa rapina, ritornò ad essere mitragliato — e così tacque e fu vinto.

Ma non bastavano per vincere questo popolo interamente, gli usati mezzi — conveniva addottrinarlo all’ingovernabilità. Se la repubblica non era altro che un lucro per gli scaltri, un’idea pe’ gonzi — esser dovea qualche cosa per la plebe che non capiva né la parola né l’essenza di questa vantata maniera di governo. Perciò sorsero oratori su tutti i punti della città, e predicando che i popoli nati liberi, stanchi erano di ubbidire alla tirannia de' Re — (lurida seduzione dei popoli d’allora ad oggi!) si apprese nelle menti incolte, che l'ubbidienza alle leggi non è altro che schiavitù’ stabilita da' Governi!

Così si sparse il seme velenoso fra gl'incauti — la plebe si educòfurente d’impossibili desideri! — la gioventù apprese ad essere intollerante d’ogni presente, e qual palla al pendio d’un’erta, balzata ognora ad afferrare un avvenire che col crescere delle passioni mai ‘giunge ad afferrarsi — i patriarchi stessi della setta, dalle fiorite teorie, facendo passaggio alle spinose pratiche, forse anche senza avvedersene, si trovarono scottanti di egoismo mentre basavano l’eguaglianza, e schiacciati sotto il carro immorale della mal educata ambizione, nel momento di sedere regolatori delle promesse libertà, delle accarezzate fraternità.

É verità — che recisi una volta dalle cospirazioni (e fossero anche necessarie, ciocché rarissime volte avviene) i legami tra popolo e governo — appresa una volta questa fatale lezione, la guerra del pensiero ci mena alla guerra di coscienza — questa e quella ci spingono senza volerlo ad una ingovernabilità tale, di voglie e di pareri; che il bene e il male infastidiscono i popoli — le concessioni e le repressioni partoriscono la rivolta. La novità, questa dea senza piedi e senza testa, s‘impossessa d’ogni volere sociale — e la novità addivien madre pronuba di feconda anarchia. Anarchia di potere che largisce la guerra civile — anarchia di volere che distrugge ogni tipo di nazionalità, di parentela, di amicizia — che dal palagio all'abituro consuma a foco lento, e perciò più penetrante, la prima base sociale, la domesticità. Questo quadro morale fu l’epigrafe della Partenopea Repubblica del novantanove — ed insieme fu l'introduzione d'una politica domestica che dalle accademie alla vanga, dalla burocrazia al commercio, dal patrone al servo, e dal padre al figlio, quasi novello innesto nella natura della nostra natura; altro studio non ci ha dato che esser progressisti ognora ne’ dritti sociali, retrogradi sempre più ne’ sociali doveri — perciò d’allora ad oggi ci vediamo sempre più appetitosi di nuove leggi, mentre di più in più e nel pubblico e nel privato amiamo starci digiuni di giustizia.

Quel che oggi abbiam visto da tre anni — premesse queste riflessioni — possiam negare che non sono aumentate conseguenze di quell’epoca, su cui ora ternani rapidamente parola?

E che sia cosi — diamo un’altra occhiata all’anno 1799.

Il Generale in capo Francese Championnet non guari dopo il suo possesso della Città di Napoli, istituì un governo che si chiamò repubblica — libera costituzione di Stato, stabilita colla punta della spada quasi fosse un assedio di guerra — Gli accorti (martiri primi in questi casi) si divisero, gridando eguaglianza, la sovranità tolta alta monarchia, senza farne cadere una bricciola sul popolo sovrano. Fu scaltrezza cd insieme necessità, essendo questi soli presso noi che un qual che studio avevano fatto sulle dottrine progressive delle libertà politi 100che d’allora. Appresso gli accorti vennero gli illusi adepti, i quali non sapendo che fare in pratica d una repubblica sognata solamente nella immaginosa teoria; si contentarono danzare sotto l'albero della libertà, declamare in sulle piazze brani delle opere di Voltaire, o cantici chiare coi soldati francesi canzoncine alla sangulotti o alla marsigliese — mentre i francesi soldati ripetendo ad ogni fiata libertà ed eguaglianza, usavano i loro diritti di conquista sul compatibile ed incompatibile nella nostra redenta città di Napoli. Il popolo o vogliam dire a plebe, corriva, nella sua naturale astuzia, se ne stava colle titani ili piano, attendendo da sulle nuvole la manna della libertà, per man giare e per vestire; non avendo altra spiega per questa parola, aspettava il frutto di quel governo libero ed uguale, che appena comprende vasi abbastanza nella terribile pratica, da gridali sapienti della patria.

In ultimo una buona porzione di gente, perché sinceramente fe fiele alla Monarchia Borbone, o perché avea tenuto carica, impiego, o particolare servizio presso la Regia Corte; non saprei con qual giubilo di libertà si vedea perseguitata, o starsi digiuna in sulla via.

Intanto la disgraziata armata, porzione resa liberale per principii o per necessità di aver pane — porzione rimasta fedele all'antico governo, scorreva le provincia, armando le popolazioni a difesa contro i Francesi, od a favore di questi.

Tale conseguenza era inevitabile, standoceli l’armata Francese coi pannoni sulle piazze, avendo proclamata la repubblica nella capitale di questo regno, all'infuori di lieve eccezione, doveva con la miccia in mano istituire un egual governo nelle provincie tutte.

Mentre poi facea spavento la condizione morale e civile del nostro scisso paese — mentre le finanze pubbliche e private, effetto d’ogni revolgimento politico, si trovavano in estreme circostanze — i rappresentanti del popolo si inutilizzavano, al costume in quisquilie da fanciulli. Ogni giorno piovevano decreti — ma su che? onde cambiar noni; alle strade, alle campagne, a' fiumi, a' monti, alle città, alle provincie; cosicché, sciorinando testi antichi, e secolari fatti illustri, combinarono un caos di nomi nelle divisioni delle terre e de' dipartimenti, persino a far perdere l’origine de' fiumi, e la naturale combinazione delle comunità, spesso dimenticando qualche lenimento de' luoghi pubblici a privati.

Famelici di grandezze di onori e di potere, si slanciarono su i diritti della rovesciata Monarchia, e della prostrata nobiltà. Le liste degli articoli di legge comprendevano nientemeno che l’abolizione del nome di Re, di Principe, di Titolare — il patrimonio della Monarchia colle sue attribuzioni fu messo a volere del pubblico, senza che questo ne rinvenisse vantaggio positivo.

Le puerilità occupavano l'intendimento di quei saggi, quanto più la necessità dello Stato si aumentava. Per esempio, le regie caccie furon rese di pubblico dritto, uccidendo gli animali, dividendo le terre fra i più forti pretensori. Invece di cercare pronti mezzi onde rimedia re il vuoto immenso del pubblico erario; si dava mano ad abolire Ogni maniera di dazio su i comestibili, che mentre non disvantaggiano i venditori e i compratori, arrecano un guadagno alla comunità. Solo credettero tassare con forza di ferro quelle persone, che si giuravano contrarie alla repubblica, o soverchiamente fedeli alla sovranità de' Borboni, Perciò con una mano si scriveva libertà ed eguaglianza, coll’altra si dettava tirannia e dispotismo.

A conseguenza di tante inutilità, i novelli governanti, fraternamente si odiavano fra loro per desio di accumular poteri, e largire impieghi. La povertà il disordine straripava in ogni giorno più sulle teste della moltitudine, mentre invece ai basare una qualsivoglia maniera di governamento, altro non si facea che accozzare piani di costituzione, con traduzioni dal francese. Ed ecco che la vendetta de' popoli traditi rapida scese sul capo de' fautori istessi di quelle rivolture. L'ingordigia del Governo francese mandò decreto a Championnet di ordinare allo Stato della novella Repubblica Partenopea una taglia di guerra di due milioni e mezzo di ducati per la sola città di Napoli, ei quindici milioni per le provincie. Dura conseguenza, che fece aprire gli occhi a più accaniti repubblicani; tanto che troviamo scritto ancora parole di inutile pentimento, e di più inutile rimprovero a' Francesi.

Fu visto, spettacolo crudele che mentre il pane mancava alle derelitte famiglie, quelle famiglie istesse venivano obbligale di mettere nella nuova bilancia di Brenno, le gemme de' nobili ed i tenui monili della misera gente. A complemento maggiore ne venne il servile disarmamento generale dell’intiera popolazione, che si era gridala, e falla credere alta mente libera.

Mentre si piangeva su tali sventure, fu visto arrivare in Napoli un Commessa rio del Direttorio, per nome Fajpoult, che con pieni poteri era partito da Parigi, per ricevere le stabilite imposte su questo Regno e ridurre benanche a patrimonio della Francia tutt’i beni di Ferdinan do IV, i palagi, i boschi, i feudi allodiali, i beni de' Monasteri, la Real fabbrica ai porcellana, i pubblici Banchi, gli scavi di Pompei ed Ercolano; oltre le pingui doti degli ordini Cavallereschi di Malia e Costantiniano. Il Generale Championnet credè farsi coscienza di un sì accresciuto insulto a noi fatto, non dando esecuzione a un sì immane decreto ma il fatto si fu che il Generale venne richiamato dal Direttorio, e Fajpoult rimase al posto di esecutore di sì estesa tirannia.

Si avrebbe dovuto fin d’allora persuadere appo noi ogni cospiratore, che la tirannia il dispotismo non sono devoluti nomi e fatti alla Monarchia applicabili; bensì fatti e nomi possibili ad ogni maniera di Governo irregolare; e specialmente a' rappresentativi, ove, la volontà di molti, è facile vendersi all’egoismo ed all’ambizione.

Ma il 1799 non ha finito ancora di stigmatizzare di sangue e di mine queste patrie contrade. Un secondo periodo di guerra si appressa, metà cittadina metà straniera, inutile culmine di riparazione e di vendetta, perché non si raccoglieranno palme durevoli né da' vinti né dai vincitori.

Ed ecco che quei Francesi combattuti tempo prima dalle nostre popolazioni per odiosità di nome, addivennero dietro gli ultimi decreti delle lasse di guerra, nemici insoffribili per odiosità ai fatto. I repubblicani istessi muti e confusi non sapevano più trovar parole per elogiarli — e pel disprezzo francese ne veniva conseguenza il disprezzo puranche della decantata libertà. Libertà, che tuttavia non venia compresa da quella parte di popolo che sotto la forza de' vinti l’avea abbracciata. Libertà Gallica o Partenopea, come la vogliamo dire, temuta o desiderata, non avea allargato le sue conquiste che in Napoli, metà illusa metà tradita, ne’ giorni dell'anarchia interna e del bombardamento esterno — e su varie città delle provincie Abruzzesi e di Terra di Lavoro. Il rimanente del reame si stava armato, aspettando in ogni giorno attaccare battaglia co’ Francesi istessi, datori di redenzione poli fica col saccheggio e col cannone — se pure dobbiamo chiamare ribellione in quelle provincie i clamori degli studenti scappati da Napoli col titolo specioso di citojen e di egalité — Gli schiamazzi de' figli cadetti che cospirando contro la primogenitura, cospiravano senza intenderlo contro il lustro delle proprie famiglie — ed infine le comunelle che di qua di là, uniti a questi e a quelli, andavan facendo per pescar nel torbido scroccando da cospiratori, ed arricchendosi mercé la laurea gratuita di martiri della patria, i soliti speculatori delle rivoluzioni politiche.

Così messe le cose, Pronio e Rodio innalberarono per la seconda volta il vessillo della guerra de' popoli contro i Francesi, in quelle terre Abruzzesi, ove quella gente nativa giammai dell’intuito aveva abbandonale le armi dopo i primi rovesci. E benché le Piazze forti di quelle tre Provincie duravano sotto l’impero delle armi straniere — purtuttavia gli Abruzzi, mercé questo secondo movimento di reazione, eran ritornati vittoriosi all’indipendenza ed alla devozione Borbonica.

Egual grido era corso in Terra di Lavoro: e benché Capua e Gaeta tenevan tuttavia presidio francese; le popolazioni si eran sollevate terribili per riprendere con sanguinose vendette la bandiera del profugo Re e della propria indipendenza.

La provincia di Salerno, non che quella di Basilicata, formicolavano senza mai cedere, di tanta gente realista in armi, che i battaglioni francesi non si credevano ancora capaci di rompere quel baluardo di popolo per innoltrarsi nelle Calabrie. Da Campestrino a Potenza, dal Cilento a Lagonegro, era una linea di battaglia, un bivacco perpetuo – egual a quel paese, o a uomo che nominava solamente la parola di francese o di repubblica, poiché con vendetta smisurata ne pagava il fio.

Le Puglie intanto, non tocche ancora dalle armi della gallica repubblica, si tenevan giurale come un sol paese alla monarchia ed all'indipendenza, non curando i satelliti del massonismo che in buon nu mero in quelle ingegnose provincie tenevan piede, innestati, potrei dire, mercé taluni (viventi finoggi) discepoli della Volteriana dottrina — già educati a Parigi e spinti a quella setta madre, più per naturale brio di sapere, che per immoralità di cuore. Solo temevasi in quei paesi, non i Francesi, ma la malnata indole dell’insano Ettore Carata duca d'Andria, Conte di Ruvo, uomo tale che doveva nella storia patria rimaner di sé nome sì odiato, da formare scandalo ne’ secolari gentili costumi delle terre Baresi che Io videro nascere — se pure è capace di disonorare il proprio paese un uomo, che al dir del suo apologista istesso, era sprezzator di virtù e di vizi, di uomini e di numi.

Le Calabrie in ultimo, benché qualche paese avesse innalzato fra tumulti il vessillo della repubblica — le Calabrie ancora si tenevano per la dinastia di Ferdinando IV. E sì perché quelle terre son prossime ai lidi di Sicilia, e sì perché la gente di que’ luoghi è armigera per inclinazione — purché la malizia della setta nella scottante indole ai quegli uomini, non mesce la polvere della seduzione: giacché in questa caso si rendono terribili nel male, per quanto eroico è il loro ardire nel bene. Ed ecco che in Sicilia la Rea! famiglia, ricevendo messaggi di fedeltà da quasi l'intiero reame, e specialmente dalle Calabrie, su cui potevasi contare più d’ogni altro luogo — così Ferdinando e Maria Carolina, ricordando i tradimenti che gli avevano sospinti ad abbandonare infaustamente il Regno, nel momento più positivo di sostenere l’entusiasmo delle popolazioni surte in armi — credettero tentare novellamente le sorti della guerra popolare, tanto più che questa già per se stessa assumeva un carattere religioso e nazionale insieme.

Venne scelto a capitanare questo novello esercito il Cardinale Fabrizio Ruffo che mosso da Palermo, sbarca ne’ suoi luoghi nativi, cioè nelle Calabrie, e propriamente in Bagnara, nel febbraio del 1799.

In questi rapidi cenni di necessarie storiche nozioni, amiamo dare qualche nostro giudizio su questa maniera di guerra che si disse allora della Santa Fede. Non elogieremo questa guerra che in sostanza serba molti caratteri di quel che non fu, cioè di guerra civile. Per noi sta che un sol giorno di rivoluzione, supera nel male ogni dispotismo di qualsivoglia governo. Come è nostro convincimento che la guerra qualunque essa sia fu e sarà sempre un male per la società — così la colpa di questo male è sempre a carico di chi dà motivo alla guerra, mentre la guerra istessa ch'è flagello sociale, per chi la sostiene dopo essergli stata intimala, è in se stessa una riparazione, una crisi di guarigione, dopo il contagio innestato ad un corpo infermo. La società è un corpo nelle varie sue membra — infettalo questo corpo in parte o nell’assieme, allora il ferro dell’arte per dar salute taglia la parte malsana, ottenendo da un male la distruzione di un male maggiore. Più la società è un uomo, a cui vien detto, ti ammazzo — l'uomo si mette alla sacra personale difesa per non farsi ammazzare; e per giungere a questa sua vittoria non è sempre padrone della scelta de' mezzi che usa, potendo questi nell’eventualità riuscire incivili, irruenti, e capaci di ogni spavento a rovina nemica.

Premesse queste cose, noi ci chiamiamo innanzi quei tempi e quegli nomini, insomma la società patria di quei giorni ne! duplice periodo che l’appartiene. Le cospirazioni avevano snervata la società nostra, tradito il nostro governo — la rivoluzione aveva ulcerata col suo go«verno nel governo la comunanza civile e religiosa de nostri popoli, ed aveva rovesciala la Monarchia per servire il secolo, innalzando la repubblica che mal serviva le capacità del paese — primo periodo.

Uno straniero odiato viene a recarci la guerra — viene odiato di più perché è membro d una rivoluzione che ama distruggere tradizioni nazionalità, patrie leggi e patria religione, e sotto il fatuo vessillo dì libertà, colla guerra ci arreca i due primi elementi dì questa la morte ed il saccheggio secondo periodo.

Nel primo periodo, noi scorgiamo un corpo sociale infermo nelle sue membra, e tanto infermo che l’anarchia e la guerra civile lo spingono necessariamente a' la dissoluzione politica ch'è la morte de' popoli. Conveniva trovare uomini energici nei consigli della Corona, e questi mancarono — si cercarono uomini retti per tener ferme le redini del governo, ed invece si trovarono ipocriti o inutili o traditori si fecer la guerra delle baionette e si rinvenne un Mach I si misero Comandanti di Piazze d'armi, ed invece si rinvennero ricattieri di Castelli e di Città. Distrutto l'esercito, s’intimò guerra di popoli; e le popolazionivittoriose vennero snervate prima, tradite poi dal Garigliano al largo delle Pigne — insomma tutto fu tentato colla parola e col ferro a trarre in guarigione le ammorbate membra della patria società, e tutto addivenne inutile — ultimo colpo di sfacelo politico e morale, fu tal mal consigliata partenza del Re per la Sicilia.

Nel secondo periodo rinveniamo la società nostra, come un uomo che difende la sua vita e le sostanze. I Francesi in Napoli aspiravano all'acquisto dell'intero reame. Si dicevano amici e bombardavano le città, che per esser libere non amavano la libertà francese. Si acclamavano rigeneratori, e volevano vivere ed arricchirsi a spese dei rigenerati. Andavano regalando emancipazioni politiche togliendo le nazionalità, se non nella parola nel fatto. Lo spirito delle masse fu per la monarchia e per Ferdinando: perciò il Re si credè nel dritto di novellamente intimare la guerra delle popolazioni, non avendo più esercito perché sciolto, non avendo capitani, la cui seguela fino al popolare Moliterno e Roccaromana, abbiamo ammiralo di qual netta fede venia composta. Vi erano le proiezioni delle potenze estere — ma sì allora, come in tutti i tempi, le alleanze straniere o che intervengano armate o diplomaticamente, tengono il valore delle grandi amicizie de' buoni vicini. Finché il ladro noti scassina di notte la vostra porta o che la vostra casa non s’incendia, fidale sempre sul coraggio e sulla bontà de' vostri buoni vicini — fate che per disgrazia avvenga l’una o l’altra; fintantoché chiamate i vicini e questi intervengono, di già il ladro è andato via col vostro scrigno, o le fiamme ànno bruciato a metà la vostra casa.

Or tutto ciò premesso, chi non è affatto cieco per le illusioni settarie, guarderà la guerra Sei 1799, detta di Santa Fede, nella sua nudità; e cambiando epoche e circostanze, la rinverrà nel terribile quanto necessario apparato delle ultime guerre Elleniche, dette generose, e delle non ancora spente zuffe degli Arabi contro i Francesi, 0 degli Indiani contro gl’inglesi. Se pure gli ultimi casi di Roma contemporaneamente non ci assicurano, che le guerre condotte dalle sette sulle popolazioni, siano assai più orribili di tutte le altre che guidate vengono dalle qualsivogliano ambizioni politiche. Abbiam credulo meglio descrivere questo quadro di allusioni, per risparmiare racconti che presso noi nominando persone e luoghi, risvegliano le nostre eterne schifose gare municipali; gare che sino al civilissimo 1847 esistevano, come ànno fatto pompa di loro ire domestiche nel progressivo illuminalo anno 1848 e 1849!Per ciò, essendo quella maniera di guerra un dritto della maggioranza delle nostre popolazioni ed una necessità per Ferdinando IV; chi sa ben meditare quei tristi giorni, non griderà la croce contro chi la intimò e la eseguì. I danni che questa arrecò in varii luoghi; le sevizie e le vendette di parte che ne avvennero; gli scambievoli oltraggi tra i vinti e tra i vincitori, furon effetti inevitabili delle cause precedenti; mentre gli uni e gli altri eran figli dell’istessa terra, aspiranti ad eguali dritti, capaci di sostenersi insiemeinvece di ammazzarsi e distruggersi. deploriamo o dimentichiamo tali falli tristissimi; e se lo storico dee ricordarli, allora è necessità che sentasi gridar l’anatema contro i cospiratori di tutti tempi, contro gl'infingardi consiglieri. Ed allora le nostre popolazioni, se bene attendono alle funeste conseguenze delle sociali rivolture che a qualunque scopo esse mirano, sono sempre i flagelli della società; ne abbiano almeno il vantaggio di mai più farsi trarre nella re te delle sette. E cosi in ogni caso di legge tradita o di venduta giustizia, anziché vendicarsi cospirando, puossi e debbesi con ogni fedele rispetto rassegnare in mano al Re i legali desiri, le necessità locali delle persone e dei paesi. Non si ebbe mai Sovrano al mondo che avesse intesa e disprezzala la sincera verità — i popoli, se in quei tempi tristissimi di cui teniamo parola, furon traditi in qualche circostanza, lo furono perché l'onnipotente setta d’allora,onde giungere al suo fine con la più studiata ipocrisia, travolse la sacra volontà del Sovrano nell'adempimento della giustizia, nascosta e repressa sotto il giogo del personale egoismo: come la più nera perfidia sarà costretta suo malgrado a confessare tanti altri fatti consimili che a suo tempo la nostra storia dovrà rammemorare, in prova della massima indegnità degli ultimi turbamenti, che l'alta saggezza dell'immortale Ferdinando II à saputo comporre e riordinare col costante divisamento di riunire gli animi ed i sensi de' suoi buoni sud diti, tenendoli nella sua divozione strettamente congiunti.

Sicché noi nel ricordare la resistenza di Cotrone e di Altamura e di altre terre di qua di là, mostrata alle armi dette della Santa Fede, nonché i disastri che soffrirono dopo la resa; non desiamo attirar odio di parte fra i vinti e i vincitori. Solo amiamo ricordare queste patrie sciagure, per maledire le scissure civili e le triste conseguenze che producono sotto qualunque aspetto le patrie inimicizie, specialmente allorquando il fratricida veleno delle sette no esalta gli animi.

Solo piace trattenerci un tantino su altre disgrazie che nel loro lutto racchiudono almeno un’onoranza cittadina. E queste si rinvengono nell’onorata difesa sostenuta contro i Francesi da alcune terre delle nostre Puglie.

Avutasi contezza dai padri della patria, che in Napoli sonnecchiavano sì bene sotto i papaveri della repubblica, del progresso ognor crescente che facea nelle Calabrie la banda della Santa Fede; ecco un risvegliarsi impaurite al suono di ben triste realità quelle generose anime, e combinarono con Macdonald rimasto generalissimo dell’armata francese presso la repubblica Partenopea, spedire delle colonne sì ad occupare le Puglie, sì a distruggere le schiere della Santa Fede, che tanto rumore mena vano nelle Calabrie. Il Generale Dubesme ebbe il comando sa premo della spedizione nelle Puglie, che andava a compiere pres so noi il terribile progresso dell’età, cioè che bisognava addivenire libero colla forza brutale che si usa alla preda degli schiavi. Sei mila francesi (e per esse? più che giusto, francesi che sola mente ne tenevano il nome, mentre la maggior parte traevano origine da tutte le fogne immorali delle popolazioni di Europa), questi sei mila, ripeto, si mossero per le Puglie, avendo per avanguardia mille Napolitani, degni però di chi correva a comandarli, cioè Ettore Carrata.

Giuseppe Schipaci nativo calabrese, uffiziale destituito, fu mandato qual generale comandante la colonna che doveva operare delle Calabrie, torte di due mila e più uomini. Questa schiera, invece di mitigare le risse civili che si moltiplicavano ognor più nella provincia di Salerno e nelle Calabrie; avanzavasi invece ministra di sangue, di vendetta e di rapina.

Ritorniamo intanto alla spedizione nelle Puglie. Il terrore e la mala indole di Ettore Carrafa arrecarono in quelle terre ove spavento di circostanza, ed ove maggior energia di resistenza. In fatti nella Capitanata, mentre alcuni luoghi chinavan la fronte alla legge del più forte, onde evitare stragi e rovine; la sola città di Sansevero, benché sprovvista di munimenti di guerra, alla guerra si addisse. Oltre i naturali di quel paese che amarono difenderla, vennero in soccorso di questi, i montanari erculei del Gargnano. Qualunque ambasciata di pace mandata dai Francesi venne respinta, e l’attacco più micidiale s’incominciò dalle due parti. I nostri vecchi, raccontandoci tutto di quelle scene di nostra funesta gloria, sembrano enarrare i fatti ultimi di Missolungi. I francesi speravano colle loro manovre di arte respingerli nella città che è priva di mura; e questi invece misero i loro petti, novelli spartani, per muraglia della loro città. I francesi caddero pur in gran numero, benché l’arte ed i cannoni superata avessero infine, la resistenza delle masse armate. I nostri morirono da quasi tremila; ma allora cedettero alla prolungata bravura, quando giunti agli estremi, videro fra le loro file le madri, le spose, le figlie che imploravano pace, onde non rimanere scherno de vinti, dopo una universale strage de' loro congiunti. Ma ai francesi non bastò la vittoria: credettero prolungare l’eccidio su quella gente, per cosi intimorire il resto delle città vicine. Il saccheggio e l’immoralità si aggiunse alla strage premeditata — neppur fu bastante ciò — Ettore Carrafa intimò che si appiccasse il fuoco.

Né l’esempio di Sansevero scoraggi le altre (erre Pugliesi. Barletta, prima città della provincia Barese, non chiamò i Francesi, ma credè, riceverli come vincitori. Da Barletta Ettore Carraia segnò a' Francesi la strada che menava alla sua città nativa, che era insieme la casa ed il patrimonio de' suoi illustri antenati, dir voglio Andria. Ed Andria città munita, benché feudataria della famiglia Carrata, credè difendere i dritti dell’indipendenza, della monarchia; non che i dritti del signor Ettore elio con tanta ferocia andava a portare il sacco. ed il fuoco alla seconda madre di ogni uomo, la patria!

Andria, città forte per salde mura, se mancava di grandi i, strumenti di guerra, teneva animi forti e risoluti che fidavansi difenderla. Barricate le porte, non fu cosa leggiera il primo attacco dato da' francesi, tanto che questi stessi dovettero ritirarsi per non soffrire una spessa strage de' propri. Ettore allora intimò una scalata; e perché pratico de' luoghi, fu visto con una scala sulle spalle andar facendo lo scandaglio sotto le mura, onde trovare un luogo meno alto per tentare questo secondo assalto; il quale tenne la riuscita del primo. Tanto vero che i francesi sbalorditi, come la morte mieteva i propri soldati senza posa, stavano per portare i loro cannoni di libertà su d'altro paese. Quand’ecco una disgrazia venne a compiere la rovina di quella gente. Vn obice messo da' difensori dietro una porta della città non sì sa come diede fuoco ed apri una facile breccia per l’entrata ne, mica. Allora Ettore Carraia, alla lesta de' suoi e de' francesi, non curando un navigare di fucileria, penetrò nella città, ove ogni casa era ridotta un castello; é lungo sarebbe l’enarrare i tanti episodi gloriosi che si successero per quelle strade, finché rimase un colpo da moschetto. Il signor Duca ottimo conoscitore del paese, prolungò lo sfregio alla sua patria, segnando le famiglie a saccheggiare e le più belle vergini da render vittime del disonore. Compito questo, fu suo parere d’incendiare la città sua, che per estrema sventura avea veduto nascere un si orrido mostro da eguagliare i più feroci selvaggi — se pure i selvaggi furon capaci d’incendiare le native capanne!

Le fiamme della rovinala Andria non fecero che accrescere il desio di resistenza alla limitrofa città di Trani. Questa, meglio che Andria munita di grosse muraglie e di bastioni e difesa da un castello, oltre dal mare, ricevé i francesi con egual coraggio che Andria — e per conseguenza, dopo le più speciose bravure venne presa per assalto, mercé una scalata data dall’istesso Carraia per un Dastione messo appo la marina, malamente difeso, e riconosciuto da' francesi permera combinazione. La sorte di quest’eroica città non fu dissimile dalle altre; e se questi non fossero che fugaci cenni cronologici, unirei a tanti lagrimosi racconti, disgrazie private, da far inorridire oggi tuttavia il più esaltalo demagogo del mondo, se l’uomo giunto alla demagogia fosse capace ancora di tene? cuore. Ripeterò solo come i più cospicui chiostri feminei vennero bruttati delle più nefande libidini; come una schiera, di preti e frati rinchiusi sulle tettoie de' monasteri venne massacrata; e come Ettore Carrafa coi suoi più briosi cavalieri fu visto passeggiar Trani, indossando a scherno i più preziosi abili sacerdotali, non che i ricchi ed augusti paludamenti vescovili! Ultima sorte di quel paese fu, sempre per ordine del signor Carraia, dopo il sacco, o stupro ed il sacrilegio, Tesser messo a fiamme ed a rovina.

Se furon tante le sventure delle provincie pugliesi, non a lungo il nemico serbò quella preda. Le faccende d’Italia per i francesi peggioravano in ogni giorno; l’ardire degli austriaci si moltiplicava colle sconfitte, e i loro nuovi eserciti sorgevano quasi dai loro soldati uccisi; ed i turchi e i russi, dopo aver espugnate le Isole Jonie, avevano lolla Corfù alla conquista francese. E noi e i nostri Italici Regni eravamo tanto persuasi della libertà francese, che bramosi attendevamo salvezza da' turchi e da' russi.

Ed ecco che gli esteri salvatori del nostro paese, impinguali delle nostre sostanze, e fattosi abbastanza gioco dei fidenti liberali e scherno delle parti Borboniche, appena scorsero impallidire l'astro del dispotismo di guerra che lor aveva da anni illuminata la via alla rapina, alla seduzione, alla vendetta, in mezzo a noi e presso quasi tutta l’Italia; dopo aver rovesciata la Napolitana Monarchia, dilapidati i nostri tesori, distrutte le patrie leggi, corrotto ben troppo l'intelletto e la morale della nostra gioventù; i francesi partirono da noi, rimanendo, ad ultima illusione di libertà, due partiti armali a guerra civile, non sazi ancora del sangue fraterno versato. E sulle mosse stesse di partire, colsero la circostanza d’uno sbarco avvenuto in Castellammare di truppe Inglesi e Siciliane, le quali felicemente accolte, si eran avvanzate acclamando il Governo del Re per Gragnano, Pagani, Nocera, Citara, Cava, Vietri insino a Salerno; spinsero le proprie schiere contro le schiere anglo-sicule, le quali prese alla sprovvista ed Inferiori in numero, vennero sconfitte con molta perdita; mentre il comandante francese detto Vatrin, qual ultimo esempio di libertà e di eguaglianza, non contento delle prodotte uccisioni su i vinti, fece sgozzare fraternamente tremila prigionieri, e diè comanda di darsi alle fiamme, dopo il sacco, tutte quelle terre che eransi mostrate pronte a risalutare la bandiera del profugo Sovrano. E dopo sen vennero gloriosi a mostrarsi eroi nella città di Napoli, ricevendo i plausi delle parti liberali, quasi quest’ultimo massacro regalatoci dai francesi, fosse avvenuto contro selvaggi e non già contro i naturali del proprio paese!

Buon per me, che finché scrivo, serbo tuttavia coscienziosi testimoni viventi di que’ tristi avvenimenti che narro.

Compiuto questo fatto non è a dirsi altro, se non che le schiere francesi, finché giunsero a passare i nostri confini, non credettero. marciare inoperosi per le terre che transitavano. Le città di San fermano, Sora ed Isola, ebbero quasi a soffrire i fatti di Andria e di Treni, ultimo complimento de' tristi fatti della repubblica francese, nel 1799, presso noi!

IPartiti francesi dal nostro regno, a segnale delle procacciateci liberali sventure, rimasero dei presidi loro, nelle castella e nelle piazze d’armi; e solo in Pescara e Civitella credettero rimanere comandante Ettore Carrafa, forse in compenso delle cannibaliche scene di Puglia, o forse perché lo credettero più francese che napolitano: per questo riguardo siam loro grati tuttavia della ben degna credenza e della preminenza insieme.

Dopo tale partenza degli esteri, avrebbe dovuto finire per il disgraziato nostro paese il sanguinolento e luttuoso 1799. Eppure non siamo altro che al mese di aprile di quell’anoo! potrei dire siamo ancora alla primavera delle nostre civiche miserie — oh! una sì trista primavera quali e quanti fruiti disgraziati dovrà, apprestarci nella raccolta!

E così avvenne.

La partenza dei francesi, che pei facinorosi dovea chiamarsi alto tradimento, non fece aprire gli occhi ai repubblicani Partenopei. Il nuovo governo ch’era stato causa di tanto sangue sparso, di tanto lotto e miseria, appena germogliava debole ed estenuato in pochi punti, poiché non era governo capace di contentare questo paese, se un lungo cospirare non l’aveva generalizzato, se una rivolta non l’aveva potuto radicare, se la persuasiva della seduzione non aveva saputo attirare ammiratori: se la forza del cannone non era stata capace di moltiplicarne i seguaci.

Se gli umanitari del nostro paese fossero stati veramente umani e amici della felicità delle popolazioni, avrebbero dovuto persuadersi delle ragioni per le quali quella che chiama vasi tirannia di Ferdinando e Maria Carolina, teneva sì forte radice presso i nostri popoli; e le loro predicate emancipazioni, anziché plauso, in vece incontravano presso l’estesa maggioranza, odio, dubbio, timore e tutte le disgrazie che son conseguenze delle rivolte, delle guerre civili e delle occupazioni straniere. Amare la popolazione, volendo dire comprendere i propri interessi sociali; non saprei quale acquisto fatto avesse il nostro paese col perdere la monarchia per la repubblica. Sotto la prima, le ricchezze dei popoli si dicevano preda degli aristocratici, e sotto la seconda caddero preda dei democratici. Coi ricchi nobili, il popolo faticava e mangiava; coi liberali arricchiti, il popolo istesso non amava faticare perchésovrano; non faticava, perché la rivolta è nemica delle opere pubbliche e private; e non mangiava perché la patria in questi casi fa appella alle generose privazioni, onde dar tempo di colmare gli scrigni de' salvatori, a spese dei nobili sacrifici! patriottici dei salvati o redenti, come vi piace distinguere gli accorti tra la folla dei gonzi. La fermezza di Maria Carolina era accusata di barbara e disumana, perché faceva salire il patibolo a pochi ribelli alle leggi ed al governo del paese; le baionette francesi che svenarono a mille a mille i nostri, si acclamarono benefattrici, umane, benedette!Perciò, dopo tanto dura pruova, conveniva con sentita generosa giustizia, rialzare il rovesciato e distruggere ogni fatua teoria colla bontà d’una ben consigliala pratica; fondendo tutti i partiti in uno scopo santissimo, qual è quello di salvare la patria dall’anarchia, dalla guerra civile, da ulteriore occupazione straniera.

Ma tanto era impossibile, perché i settari d’allora, come quei di lutti i tempi, distruggevansi essi stessi così praticando; giacché avrebbero fatto ricredere gl'illusi; ché i veri amatori delle popolazioni non cospirano, non alzano altari alla dea dell’anarchia: invece ubbidiscono alle leggi del paese ed invitano gli altri a farlo; non commettono soprusi, per mettere in odiosità i governi stabiliti. Di fatti sempre fra i liberali furon visti gl’ipocriti più devoti ai poteri per tradirli; e fra i banditori di nuove leggi, i nemici più acerrimi d’ogni legge, come fra i declamatori di giustizia, starsi coloro che si sono arricchiti, vendendo questa ai maggiori offerenti. Peccato che ci è tempo ancora per tener parola del 29 Gennaio 1848!

Così, ritornando al nostro proposito, i repubblicani Partenopei, invece di vendere ai francesi il paese, invece di coprire questa terra di tradimenti, invece di snervare ed annichilire la monarchia di Ferdinando IV, prima colle adulazioni e poi col disprezzo, avrebbero, conoscendo l’urgenza dei tempi, mostrato tutto il loro tanto predicato coraggio civile, non in faccia ai tribunali, quali cospiratori dello Stato, ma in faccia al Trono, quali sinceri consiglieri del governo, quali amici di giustizia in feccia agl’interessi positivi dei principi e dei popoli — Disgraziatamente però i salvatori della patria, in tutti i giorni seppero dire le grandi verità o nei clubs o colla stampa clandestina o infine nelle rivolte.... Povera la verità che si traveste cogli ornali dell’omicida cospirazione, dell’atroce calunnia, dell’odioso anonimo, coronandosi della truce anarchia!

Ed ecco che la repubblica Partenopea, invece di accorgersi che le intiere provincie del Regno, appena intesero la partenza delle truppe francesi, erano completamente ritornate alla piena ubbidienza del Re, che il Cardinal Ruffo non più colle sole bande di truppa irregolare, ma con istruiti e disciplinali corpi, avendo una colonna di armata russa con non pochi turchi, si approssimava al riacquisto di Napoli, credè saziarsi d’un’inutile difesa che chiamerò un’assoluta vendetta e nulla più, col mandare incontro a sicura morte dei battaglioni, i quali altro non ottennero che ricominciare una scambievole strage cittadina e vieppiù accendere gli odii di parte fra i Borbonici e i repubblicani. Quei combattimenti parziali convien meglio nasconderli che narrarli. Dirò solo che preso dai Russi per assalto il castello del Carmine, la città intera si credè forte per poter acclamare quel governo che avea perduto senza volontà; e che mentre le luminarie appalesavano la gioia comune della maggioranza dei cittadini pel riacquisto dell’antico regime, ultimo dono dei liberati si fu quello di fucilare nel Castelnuovo i detenuti per fedeltà ab la Monarchia, mentre da sulle batterie si tiravano colpi mortali, apportando rovina su tutte le case che tenevano i lumi accesi; Questi carnefici del proprio paese chiameranno barbarie or ora le loro condanne di alta giustizia.

Sollevatasi l'intera Napoli in armi e in feste per difendere ed acclamare la reduce Monarchia; la repubblica Partenopea si restrinse nel Castelnuovo e nelle interne adiacenze, per cosi ottenere una capitolazione, minacciando di rovinare Napoli, se' non si cedeva ai patti. Non so se fu malavvedutezza del Cardinale Ruffo, o necessità onde risparmiare altre sciagure per Napoli, che i patti della resa vennero accolti da Ruffo non solo, ma dal generale in capo dei russi, dal comandante dei turchi, dall’ammiraglio inglese, e in ultimo vennero accolti dal generale francese Megéan, che era rimasto Castellano di Santelmo. degli articoli di quei patti farem cenno or ora.

Così il giorno 13 giugno 1799 l’esercito della Santa Fede diè capo ad avanzarsi verso la capitale, sino a che l’occupò interamente. Che la truppa a massa avesse commesso qualche eccesso, non siamo per negarlo, essendo sempre tali le condizioni di guerra: le grandi scene di orrore che tuttavia ci vogliono far credere eseguite dalla Santa Fede,(parola rimasta qual motto d’ordine d’allora ad ogni in varie circostanze sulle labbra dei riscaldati) non ci crediamo nel dritto di crederle, e per non crederle, ci basta solo rammemorare quel che si è scritto dal partito avverso sulla truppa nostra dopo il 15 maggio.

Racconteremo in ultimo di quei giorni che lo stesso Megéan, dietro pecuniaria somma cede il castello Santelmo, e alla barba dei no stri liberali se ne partì col presidio francese, carico di oro.

Lo stesso avvenne pe’ due presidii francesi «di Capua e di Gaeta; od Ettore Cara fa, cessando dal comando delle fortezze di Pescara e Civitella, sen corse premuroso in Napoli, onde aver luogo fra i campioni che avevano capitolato.

Infatti la maggior parte di questi, a seconda del trattato conchiuso, si erano imbarcali tranquillamente su' legni dello Stato che per patto doveano condurgli su i lidi di Francia. Ma in Palermo malamente vennero intesi dalla maniera governativa di Maria Carolina gli articoli della capitolazione. Oggi che un certo progresso legislativo, nonché la illuminata politica di taluni luoghi, ci à persuasi a rispettare ed a tutelare altamente l’umanità, nientemeno che nelle persone dei capi distruttori dell'Europa; ed atterrando le forche come mezzi di barbarie, à messo per desio di civiltà il trono della giustizia sulle barricate, nei clubs delle cospirazioni, sulle piazze delle rivoluzioni, nei campi sanguinosi dell’anarchia, e sull’alea e comunista pressione dei torchi da giornali; oggi dico, Le capitolazioni tra Sovrani clementi che fortemente si fan deboli, e tra ribelli sudditi che sulla debolezza dei governi si sollevano trucemente eroi; si acclamano atti degni dell’umanità e della civiltà. Allora però che i popoli venivano educali a poche leggi ed a molta giustizia» ed i Sovrani tutelavano i popoli non con le concessioni richieste dai facinorosi, ma con la legale repressione dei tribunali; sembrava di necessario esempio al nostro popolo ed alla dignità della Monarchia la condanna di una schiera ai rivoltosi che a tanta mina avea menalo il Regno, a tanto lutto e miseria ogni città ogni casa, che nel momento della sconfitta dettava leggi ancora al proprio governo, tradito, e sulle popolazioni vendute allo straniero. Questo fior di senno vi era tuttavia in quell'epoca della retrograda; e perciò questa giustizia umana che non è altro se non un rasto della giustizia eterna, avea bisogno di sfogo, di esempio. Forse era giunta l’epoca che il fratricidio sociale, dovea ottener premio in mezzo alle nazioni, ed il ribelle Caino mostrarsi coverto colla pelle di agnello nei novelli sistemi di una certa filosofia morale: ma grazie all’ultimo raggia di senno umano, Maria Carolina credè scrivere l’ultima pagina della saviezza antica sulla giustizia dei popoli.

Dimandiamo infatti, come poteansi concedere quei palli che troviamo scritti — per esempio — I presidii repubblicani dei due castelli usciranno con gli onori di guerra; saranno rispettati e garentiti nella persona e ne’ beni mobili ed immobili.

Perché i repubblicani di Santelmo non cedettero gli onori di libera uscita al presidio dei popolani, nel momento che i compagni di costoro a palmo a palmo nel largo delle Pigne difendevano l’indipendenza della patria? quel presidio venne ucciso alle spalle!

Perché quei tali che comandavano di venir rispettati e garentiti nella persona, non avevano rispettate a garentite le popolazioni che per non esser del loro modo di pensare vennero massacrate a torme coi cannoni della libertà, e con gli ordini della repubblica?

Perché prima di chieder rispetto sui beni mobili ed immobili, i repubblicani non offrirono invece di dar conto delle dilapidate sostanze dello stato, delle patriotticamente ammiserite famiglie di nobili e plebei? perché il Carafa non disse, per esempio di liberalità, che i suoi beni n’andassero in compenso delle per lui incendiale ed insanguinale città delle Puglie?

Se questo nostro lieve contento sembrasse strano; noi citeremo con antidata le ricchezze raccolte dal liberalissimo Kossut in Ungheria, dal patriarca Mazzini in Roma, e da qualche nostro emigrala concittadino — non à che un anno!

Mi si può rispondere che almeno si avesse fatto uso del 3.° articolo della capitolazione, cioè che i repubblicani imbarcati poteano respingersi all’estero, e così finiva ogni cosa. Nò, pare che così si prolungasse di molto la faconda, giacché non è una buona tesi, a nemico che fugge ponte d’oro. Il nemico che fugge, se gagliardamente non l'insegui, gagliardamente ritorna. Infatti allora, i repubblicani del novantanove erano gli aggraziati dell’ottantasei, e perché vennero aggraziati, tornarono a cospirare; e perché coi perdono salirono ai poteri, ci consumarono Tarmata, ci avvilirono la forza del Governo, ci venderono il paese allo straniero. E quei tanti che ebbero tempo dopo il novantanove di emigrare, gioiosi si viddero tornare nel 1806, assieme co’ francesi; a meglio rivendere la patria allo straniero. E quei che nel 1815 si resero i realisti della vigilia, ci regalarono il 1820. E benché qualche nostro campione del 1848, oggi senza punto arrossire se ne stia in uno stato della penisola, salutato dalla Giovine demagogia impudentemeete il Veterano d’Italia — quel Veterano è nientemeno Pepe del 1820! adesso vi par bene in legge il motto: a nemico che fogge ponte d’oro?

Ritornando al racconto, l’ammiraglio Nelson giunto in porto con espressi ordini da Palermo; i soli, capi dolio rivoluzione nel regno, in numero di ottanta e più, vennero arrestati su i legni: per gli altri fu libero l’imbarco ed il partire. Innalzatosi un tribunale speciale, i rei vennero condannali a morte — morirono. Se la noatra storia appartenesse positivamente a quell’epoca; ci sarebbe stato dovere esporre senz’odio di parte i tanti reati capitali che si aggravavano su que’ disgraziati. Ma non essendo questo il nostro scopo, così ci rinfranchiamo di non richiamare novellamente in faccia ai contemporanei il peso dei loro grandi trascorsi. Era quello stuolo composto de' migliori ingegni civili e militari di quell’epoca; vi eran molti appartenenti a quelle famiglie illustrate e rese grandi dalla munificenza di Carlo III, vi erano i più intrinseci amici e protetti un tempo dalla Corte, vi eran militari esimi, ma spergiuri, ma traditori. I nostri vecchi uomini dabbene, quegli esseri morigerati, giovani allora o adulti, che tuttavia possiamo consultare, ci ripetono di questi i classici meriti, e. ci assicurano gli alti rimproveri, di cui si fecero vittime, e come il loro sapere fu venduto a mano larga alla setta vigente allora: tanto che il loro talento addivenne una lava distruggitrice che rovinò essi stessi ed insieme i primi affetti d’ogni uomo altamente intelligente, cioè, leggi, religione e patria.

Ma è d'uopo qui fermarci un poco, onde brevemente biasimare non solo i vinti ma i vincitori benanche. Distrutte le capitolazioni su accennateci Regno si trovò esaltato in massima odiosità, facile a scendere in esterminata vendetta. Bisognavano uomini eminenti che raccogliessero i frantumi d’una società scissa e ruinata dalle rivoluzioni d’allora che tennero molti dati di guerra civile; per così colla ferma giustizia alla mano legalmente vendicarci torti de' rei di maestà, de' rei di società. Invece, siccome gli estremi son facili a toccarsi, benché non si somiglino; il molto d’ordine, è volontà del Re,straripò non poco dalle sponde della legge, e sotto questa nobile egida dei popoli, la volontà del Re, si praticarono le vendette private benanche, gli odii di parte, le ire domestiche. E tutto questo male non credasi che tenne sorgente dalla parte detta realista, ma ancora e forse con maggiore sfoggio praticossi da quel partito anfibio, spregevole sotto lutti i governi, cioè da' realisti della vigilia e della dimane, e ch'erano stati i repubblicani della vigilia e della dimane! Questi esseri anomali indefinibili, furono sempre nel jeri le spie dei clubi,sono nell’oggi i campioni delle rivoluzioni: nelle restaurazioni poi sono in un’altra vigilia i fautori dei partiti monarchici, e gli assolutisti della dimane,quando i governi stabiliti sono giunti alla vittoria. denunciarono prima ai rivoluzionari i servi fedeli dei Re; e denunciano dopo alla monarchia gli amici delle repubbliche. Serpentinell’anarchia, spargono il veleno per incitare i ribelli ai massacri, si proclamano martiri della spenta tirannia, liberali, cospiratori, rivoluzionari per eccellenza; e guadagnano. Serpenti nelle ristaurazioni, spargono il loro veleno pe’ veicoli multiformi delle denuncie, accusano spesso i loro compagni di congiura e i loro prezzolati sedotti; e mentre gridano tra la moltitudine, viva il Re, tessono la rete a novelli inciampi per la monarchia. Cioè a dire che mentre versano su gli altri le proprie iniquità, non fanno che irritare tutte le membra della società, per farla star pronta ognora a novelle congiure, a novelle ribellioni; e così dopo che ànno fatto lucro nel disordine e nell’ordine, si aprono con suprema ipocrisia un sentiero ai soprusi, onde assicurarsi un guadagno futuro.

Abbiam creduto dir questo, onde sappiasi ben distinguere in 3uei tempi la giusta volontà di Ferdinando IV e Maria Carolina, agli arbitri che avvennero in loro assenza, senza loro volontà; onde non caricare i vizi degli uomini sul capo augusto dei Sovrani, ed insieme rendere ognor più accorte le popolazioni a saper discernere che la Monarchia non è da confondersi cogli abusi de' suoi funzionari, specialmente nei giorni funesti, dei quali stiam narrando se non i falli, la morale dei fatti.

Si aggiunge a tante inevitabili odiosità di parte la condanna a morte del rinomato nostro ammiraglio Caracciolo; di cui benché le colpe avessero eguagliale le precedenti incomparabili virtù, pur tuttavia fece gran sensazione la condanna, che venne eseguita prima che ritornasse Ferdinando in Napoli, per quanto si dice e si crede finora presso di noi, sotto l’influenza dell'odio inglese che mal pativa su i mari un uomo di genio navale pari al Caracciolo, il quale in epoche anteriori aveva dato pruove di sì alta capacità nel servizio marittimo, da oscurare la fama dell’istesso Nelson.

Ritornato il Re dalla Sicilia, solo, con pochi consiglieri; giacché il giusto sospetto ispirato da' fatti recenti, facendolo diffidar nella scelta, lo teneva isolalo, senza poter evitare l’inglese influenza. Trovando egli il nostro paese qual cadavere spoglio e mutilato, ebbe a prima cura l’ordinamento dell’esercito, sublimando i più fidi militari, perdonando i meno rei, e molti ufficiali colpevoli mandò ne’ semplici ranghi dei soldati, onde metterli sulla via di cancellare le macchie d’infedeltà, con novelli esempi di valore. Credè necessario pel momento riunire tutti i poteri nelle sue mani, onde saper disceroere a poco la volta i nuovi desideri dei suoi popoli, e i ben degni uomini che potevano salire alle cariche civili dello Stato. Alzò tribunali, e scorgendo che non sempre le condanne di morte bilanciavano il merito del reato, per le ragioni dette or ora; decretò117che senza il suo assenso non potea eseguirsi condanna de' magistrali.

Non guari dopo il Re fece ritorno in Palermo: ciò avvenne il 4 agosto, accolto dalle feste e dalle gioie di tutta la Sicilia, e Nelson divise qual capo delle arme inglesi soccorritrici del riacquisto del regno, gli onori della Corte; e tra le feste tenutesi si ricorda ancora da' nostri vecchi, che il Principe di Salerno come ora è un angelo di cuore, così allora nella più tenera età era un angelo di Bellezza, vestito al costume comparve in una sala adornata qual tempio della Gloria, per poggiare sul capo dell'eroe di Aboukir un serto di allori.

Le sorti d’Italia scemando sempre più per la parte degli eserciti francesi, Ferdinando mosso dagl'inglesi che bloccavano Civitavecchia, e dalle schiere austriache che per avere nelle mani Civita-Castellana, si trovavano ognor pronte a sforzare i deboli battaglioni francesi rimasti in Roma a tutelare una moribonda repubblica; fu pronto a mandare un corpo d’armata onde occupare prima Roma e poi di concerto gli Stati della Chiesa, per cacciar fuori d’Italia le arme di Francia, e istaurare il governo papale. Rodio qual generale mosse con dodeci mila de' nostri, porzione truppa regolare, porzione detta a massa, di provenienza ancora dalle agguerrite bande della Santa Fede; le quali ebbero un attacco tra Albano e Frascati colle arme Francesi comandate dal Generale Garnier, sì gagliardo che stavano per ritornare. Rinforzati però da altri forti e disciplinali battaglioni guidati dal Napolitano generale Bourcard, nonché dai valevoli colonnelli Pronto e Nunziante, come pur dal colonnello di cavalleria Roccaromana che fin dalle Calabrie si era unito novellamente alle arme del Re; e quel che più aiutati dai buoni uffici di Giuseppe Clary, giovine distinto sotto Pio VI, negli impieghi di Roma, benché fosse nativo di Sora; tanto che Garnier misurando l’impossibilità di attaccare poderoso nemico e di più rimanere in Roma con poca forza e con molto popolo sempre contrario alle istituzioni repubblicane, e perciò sempre nemico giuralo dei francesi; cercò capitolare, ed uscì da Roma cogli onori militari il giorno 3o settembre.

Gli emigrati romani potettero ritornare agevolmente alle case loro, e scomparvero per la seconda volta le insegne e gli atti repubblicani: l’ecclesiastica gerarchia potè vedersi libera e rispettata per le vie della città. Bourcard che avea preso il comando militare di Roma, lo cedette dopo pochi giorni all’altro nostro generale Diego Naselli; è per l’avvenuta morte dell’esule Papa Pio VI, alti rigori militari dovettero prendersi per la pubblica tutela, fino a che un altro Sovrano Pontefice venisse eletto.

Ma mentre Napoli si ordinava a completa monarchia e le nostre arme in Roma tenevano ferme le ragioni dei Papi, e le Marche venivano occupate dai Tedeschi retti dal generale Froelick; e mentre le potenze alleate credevano esser giunto il momento di portare trionfalmente in Parigi Luigi XVIII; e mentre le sventure dei francesi in Italia erano al sommo giunte per le continue sconfitte ricevute dalla Turchia al Varo, e da Genova ai monti della Savoia; e mentre il conclave teneasi in Venezia, onde sollecitamente eleggere un Sovrano Pontefice per Roma e per la Chiesa; ecco che un piccolo legno passa inosservato innanzi alle insormontabili crociere de' vascelli inglesi, e rapido giunge sui lidi della Francia. II talismano dell’età, il genio delle più alte contraddizioni umane, Napoleone, dall’Egitto giunge a Parigi, e dà capo a un secondo periodo di guerre Europee; il primo suscita to dalle sette sotto il prestigio della libertà, il secondo creato dall’ambizione di un solo uomo sotto il prestigio delle battaglie. Per quanto finora si moriva per un’idea che si chiamava repubblica, oggi innanzi si morirà per un’altra idea che si nominerà vittoria: due secoli di opinioni diverse in meno di dieci anni.

Con questo noi diam termine a tener discorso del 1799.

Siamo agli albori del 1800. I piani de' gabinetti di Europa si sfumano novellamente; non ci è più punto definito. Le sette lasciano il campo delle ostilità, e si abbandonano fuse insieme nelle mani di Bonaparte. I Sovrani si stringono novellamente con poderosi eserciti in santa alleanza — che avverrà? aspettiamo altro poco.

Ferdinando nel 3o maggio del 1800, suo giorno onomastico, si credè nel momento di stringersi novellamente al Trono i rei e i fidi; ed un’ampia amnistia ruppe l’esilio, schiuse le prigioni. La proverbiale munificenza Sovrana di Maria Carolina, scese pietosa sugli amici e su i nemici; la Regina severa nella sua giustizia, si trasformò in madre pietosa negli uffici dolcissimi del perdono. Nuovi giorni successero e nuovi uomini per togliere ogni idea del passato. È istituito l’ordine dei cavalieri di San Ferdinando, onde il premio del valore e del merito cancelli le gare antiche de' già riuniti partiti. Canova viene ad effigiare a statua colossale Ferdinando; e ’l suo meraviglioso scalpello fa risorgere novellamente l’entusiasmo delle arti belle, di già smarrito fra noi.

Benché un esercito napolitano era già sorto, dividendosi metà nel regno, metà a presidiare Roma, e a dar braccio forte al blocco che gl'inglesi tenevano per causa del Re nostro (fecero crederlo allora disgraziatamente) all'isola di Malta, già presa da Napoleonementre andava in Egitto; un altro esercito si levò benanche che unito all'armata russa, tuttavia presso di noi, dava o parea dare al Reame delle due Sicilie un’imponenza formidabile.

Nell’istesso tempo Bonaparte, riunito quasi per incanto un esercito poderosissimo in Dijon, sen venia a riprendere l’offensiva in Italia, improvvisando un tremendo piano di guerra. A tale annunzio e presso noi e presso gli stati tutti d’Europa novellamente si conciliarono i partiti, la novella fiori la pace scomparve dai Troni e dai popoli; e le sviste del generale austriaco Melas fecero di bel nuovo acquistare a Bonaparte ed alle fresche sue schiere un prestigio, un'aura potente di forza morale. E benché Melas non guari dopo ottenesse alta vittoria e quasi trionfo su Napoleone in Marengo; il suo rimanere alla sprovvista il campo già vinto, fé sì che giunto per mera circostanza il corpo del generale Desaix, Melas fosse vinto, ed insiem con esso vinte fossero le sorti d’Italia e d’Europa: giacché quella vittoria estese l’orizzonte a Napoleone da trasmutare consolato in impero, e ridurre l’Europa ad un campo di battaglia. Giunta in Napoli, come da per ogni dove, una tale duplice nuova di vittoria e di sconfitta degli austriaci in Marengo, Maria Carolina ne fu colpita immensamente, perché immensamente ne comprendeva le conseguenze. Ma fattasi animo nel sentire che dei trattati si andavano a stipulare tra Napoleone e l’imperatore d’Austria, in Vienna; sen corse colà ad assistere personalmente agl'interessi del proprio regno. Infatti chi legge per intero i trattati d’allora, conoscerà 3ual peso nella nostra bilancia politica diede il talento di stato ella Regina Carolina.

Già le nostre truppe, nonché le austriache, assicuratesi della buona e felice elezione di Pio VII elevalo a novello Pontefice di Santa Chiesa, cominciarono le mosse di ritirata da quegli stati.

Altre nostre truppe di terra e di mare ai 5 settembre di quell’anno, gareggiando cogli inglesi in valore, avevano ripresa Malta. E benché fosse esistito un trattato tra la Russia e l'Inghilterra che quell’isola dovesse ritornare all’ordine di Malta; pur tuttavia gl’inglesi sotto il pretesto di garentire dalle novelle insidie francesi quell'importante scoglio del mediterraneo, rimasero occupatori e possessori dell’isola.

Gioia e mestizia successe nello spazio di breve tempo nella Corte di Napoli. Maria Clementina diede alla luce un principe erede futuro della Corona delle due Sicilie, ma infermata vieppiù nella sua debole salute, il neonato Ferdinando, e la madre istessa morirono non guari dopo.

Da ora à principio quell’instancabile proponimento inglese di 120tener guerra contro Bonaparte. Giacché per influenza di quel gabinetto a Vienna, invece di confermarsi i novelli accomodi tra la Francia e l’Austria, si scese senza dichiarazione di guerra a più che una guerra. Siccome l’astro della fortuna Napoleonica saliva sempre più nel meriggio politico della scorata e scissa Europa; quelle novelle intimazioni, benché venissero avvalorale da buoni e numerosi eserciti di Napoli di Toscana di Romagna e di altri Stati Italiani, nonché dell'Austria: pur tuttavia il risultamento fu che la bandiera francese volasse vittoriosa più per prestigio che per valore. Ritornala l’Austria ad accomodi di necessità con Bonaparte nei trattati di Luneville; l'Inghilterra porche svelata nemica della Francia, o Napoli perché Adente ognora nelle succedenti alleanze d’allora contro i francesi, fu la prima a toner eserciti armati. Napoli per, ciò come fosse stata una provincia Inglese, si trovò esclusa da quei trattati, o perciò grandemente compromessa. Ottenne nondimeno la gagliarda indole di Maria Carolina, mercé i più energici buoni uffici della Russia a nostro favore, di poter troncare i passi alle vendette di pretesto che Napoleone usar voleva su questo regno.

Va protezione russa infatti ci diede una pace con Bonaparte, simile alle influite alleanze che quell’uomo sapeva dare e levare, a seconda de piani della sua sterminata ambizione. I trattati stabiliti nel congresso tenuto in Firenze il 1801, trai diplomatica francese Alquier e trai colonnello napolitano Micheroux, per necessità accolti, furon simili ai papaveri che dansi agli infermi onde prolungarne il sonno e non far sospettar male delle operazioni chirurgiche che amansi eseguire.

Cioè a dire che Bonaparte, dovendo ancora basare il suo seggio politico nella Francia, gli conveniva con lusinghe venturo addormentar la foga delle sette in Italia, e con segnali di pace disarmare i nostri popoli dalla odiosità contro i soldati francesi, o con vanti di protezione assicurati ai Re d’Europa, farsi temere sotto la toga di Bruto o la porpora di Cesare, preparando l’ambita potenza ed onori con futuri pretesti, allorché cadrebbe propizia per lui la circostanza.

Mercé quel trattato, nelle Puglie e negli Abruzzi n'andiedero presidi francesi. Le navi inglesi e turche dovevano a' lontanarsi dai nostri porti. Gli esuli ritornavano in patria, sgomberi gli stati della Chiesa dalle nostre schiere, ed altre ed altre cose.

Maria Carolina intanto, previdente di quelle circostanze volle rimanere a Vienna onde tenere orecchio pronto alle eventualità, tanta più che l’avvenuta morte di Paolo I Imperatore di Russia, o fa salita a quel trono di Alessandro I mutava le condizioni di Europa — essendo il novello Czar altamente nemico delle cose di Francia, per quanto il suo antecessore le compativa. Paolo fu protettore della nostra Corte; Alessandro spiegato amico.

E questa valevole amicizia aggiunse tanto peso ne’ continuali congressi di Amiens, che col cominciar del 1802, Napoleone richiamò da Roma e dal nostro Regno le schiere francesi inviatevi, oltrecché venne conchiusa l’uscita delle truppe Russe da Napoli, e il ristabilimento dell’Ordine Gerosolimitano nell’isola di Malta, colf allontanamento dall’isola delle forze Inglesi, e coll’occupazione della stessa per parte dei nostri soldati.

Tutto venne eseguito, all’infuori che gl’inglesi abbandonassero l’isola di Malta, e che vi si ristabilisse l’Ordine de' Cavalieri!

Cosi disposte le cose; le aure di pace dopo tante sventure, vennero ad alleggiare sa questa terra, ristabilita libera la sede Sovrana di bel nuovo in Napoli, con un giubilo inaudito. Ferdinando venne accolto come un Principe vittorioso su mille e mille disgrazie. La Regina fece ritorno da Vienna, contenta ancor ella stessa di quella pace. E le prime cure di famiglia si furono di dare una sposa al vedovo Principe Francesco. Invece di un nodo se ne strinsero due — giacché destinato Francesco a sposare l’Infanta di Spagna Maria Isabella, un’altra Principessa della Casa di Napoli Maria Antonietta venne scelta in Spagna per consorte di Ferdinando Principe delle Asturie. Partirono da Napoli — su nave spagnuola la Principessa, e su nave napolitano il Principe, il quale fece ritorno in questa capitale con l’augusta sposa il 19 ottobre 1802.

Nel r8o3, Ferdinando fu tutto inteso a riordinare le varie branche dello Stato, ed a creare tal freno di giustizia che se faceva dimenticare le alte repressioni degli anni scorsi, non fosse però d’esca ai facinorosi di suscitare altri novelli inciampi al Governo.

Nel 1804. venne richiamato il Cav. Medici agli atti governativi, cioè al ramo delle finanze, le quali si trovavano grandemente rovinate. Fu allora che per cura di Medici non si scese ad una totale bancarotta; ma fu allora che non si seppe travedere che l’ingegno di Medici, benché altamente statista, serbava la mala indole (ingrandire le finanze con una mano, coll’altra sciuparle — diciam cosi, onde non addebitargli quel che si disse fin d’allora, cioè che Medici era addivenuto uom studioso di vendetta contro Maria Carolina per il rovescio che provato avea, mortifera reggente della Vicaria — come benanche diranno gli altri che non vi fosse nel regno maggior uomo di lui, coverto dell’alto velo della più devota finzione — e gli altri daranno pure nel 1815 e nel 18ao, giudizii su costui di tante altre cose, che grazie al Cielo non spettano al nostro lavoro di far credere e di far negare. Noi diciamo solamente, che su talune celebrità, quando non si à il coraggio di saper scrivere a dovere ed a luogo taluni fatti — trascorso quel tempo propizio fino ad oggi, è ragion di prudenza d’innabissarne ogni memoria, anzicché precipitare giudizi.

La pace in quell’anno fu rotta in Europa dalla solleone intimazione di guerra che diede l’Inghilterra a Napoleone — guerra che avrà fine per quella potenza, dopo che il suo grande avversario emanerà l’ultimo mortale respiro sullo scoglio di S. Elena.

In quest’anno Napoleone istesso si macchiò del sangue innocente del Principe Borbone Duca d’Enghien — sangue che cercò e ottenne vendetta contro di lui, pari al martirio di Luigi XVI, vendicato sulle persone de' Settembristi di Parigi.

In quest’anno istessi Pio VII recossi ad incoronare a Parigi Imperatore Bonaparte, generosità che doveva assicurare la prigionia e l'esilio al Sommo Gerarca.

Nel 26 di Luglio di quest’anno il nostro regno che respirava appena un soffio di felicità, venne rovinato in più luoghi da orribili scosse di terremoto, nonché da eruzioni spaventose del Vesuvio — onde trasse origine la nostra devozione dedicata a S. Anna.

L’Inghilterra avendo spiegato il suo carattere d'inimicizia contro Napoleone, dietro il formidabile piano del ministro Pitt, con le sue conosciute maniere si era data colla più segreta diplomazia a stuzzicare i repressi sdegni dei potentati Europei; onde col sangue di milioni di uomini svenati su i campi di battaglia, vendicare se stessa, se stessa ingrandire. Come mercé la rivoluzione Francese del 1792, desiò umiliare la sua rivale, sperando mettersi l’Europa prostrata d’innanzi al suo commercio ed alle sue industrie — così dopo si mise all’opra di ribattere la Francia in Napoleone, battendo di ribalzo l’Europa — dura necessità di quegli anni, l’Europa dovette troppo sacrificare per l’Inghilterra, onde prima rovesciare la rivoluzione civile, forse causata dalla politica Inglese sul continente, e poi rovesciare in Napoleone la rivoluzione militare, che col voto di cento vittorie, gloriavasi di ridurre la terra un mare di umano sangue!

Mentre le alleanze armate dei potentati d’Europa, e Napoli sempre fra queste, si succedevano ripetutamente in varie guise, movendosi su diversi punti, ma sempre unite in uno scopo — Napoleone nel 18o5 minacciava l’Inghilterra con poderosa flottiglia diretta dall'ammiraglio Villeneuve — e l’Inghilterra vieppiù insuperbendosi di scorgere rivalità sul mare che domina da regina potente, pari a stizzito Leone nell’impero del suo deserto, mandava incontro a Villeneuve il suo duce Nelson.

I grandi piani di Bonaparte, onde predare l’Inghilterra, la maestria de' suoi marini, il lungo novero de' suoi vascelli, corsero a raccogliere i più fatali risultamenti dell'ardua prova, nelle acque di Trafalgar. Battaglia navale detta giustamente di giganti fu quella, le di cui tristizie superarono le sorti dei vinti e de' vincitori.

La Francia perdè una flotta — l’Inghilterra perde un Nelson — e le feste di cuore tenute nel nostro Regno per la vittoria Inglese, decisero Napoleone ad occupare il reame di Napoli, onde spogliare d’un alleato marittimo l’Inghilterra, onde questa privare dei nostri porti su tre mari, onde spezzare ogni motivo alle potenze di Europa di tenere sbarco sull’estrema Italia, ben sapendo che fra poco poderosi eserciti alleati sbarcando in Napoli amavano intraprendere una novella campagna in Italia operando al rovescio, per così dal Reno ai nostri Appennini, fosse un cordone di guerra contro Bonaparte.

La condizione di Ferdinando si fece ardua e cimentosa — dare alleanza a Napoleone che lo guardava dalle frontiere degli Abruzzi, era necessità — sottomettersi ai voleri degli alleati Sovrani, era un dovere. Ed ecco che nel 19 novembre del 1805 si vide nel nostro golfo numerosa flottiglia che diede sbarco a sei mila Inglesi ad undicimila Russi e a più migliaja di Montenegrini — altro numerario di truppa estera si aspettava, e Ferdinando per patto dovea a questa unire trentamila de' suoi soldati, — si ebbe a generalissimo un Russo detto Lascy, oltre del generale Inglese Greig e del nostro Damas. I movimenti di questo esercito, diviso in due corpi darmela, furono rapidi; sperando meno su di esso ma più sulle gesta dell’invitto Arciduca Carlo, che novellamente si misurava su i piani della Germania coi suo competitore Napoleone. Tristo preludio si fu, che i Tedeschi vennero sconfitti, perché l’arciduca Carlo non ebbe generali da ben fidarsi, e per sua disgrazia teneva Mack il comando di una colonna!A tanti infortuni si aggiunse al finire dell’anno la tremenda battaglia di Austerlitz, vinta da Napoleone su i Russi e gli Austriaci, e la entrata di Napoleone istesso vittorioso in Vienna. Ferdinando compromesso sì grandemente per gli alleati, rimase senza protezione nel congresso di Presburgo, anzi dimenticalo negli accomodi d’Italia — mentre tuttavia teneva in movimento ostile alle frontiere del proprio stato oltre la sua armata, la Russa benanche, e l'inglese.

E duopo aggiungere che mentre Massena qual generale, e Giuseppe Bonaparte qual luogotenente del fratello innanzi a poderosa schiera si avvanzavano al possesso di Napoli, i generali Russi,(all'infuori di e quegli Inglesi, senza vedere il nemico, abbandomarono vilmente il tanto compromesso alleato alla furia di Napoleone, e come nemico, e come avversario giurato alla stirpe dei Borboni, il di cui nome amava distruggere personalmente e dal cuore dei popoli di Europa. Eppure gl'Inglesi, giunti appresso Gaeta desiavano occuparla — ma questa seconda fortezza di Malta, grazie al Cielo stava in mano del valoroso Philipsthad.

Allora Ferdinando dietro tanto insulto, dovette per non cadere in mano a Napoleone, scendere nelle mani Inglesi, che per dominare l'importante posizione della Sicilia, lo condussero in quell'isola, che da quel giorno fu una prigionia pel Re, e per quel popolo fedele alle sventure del suo principe!— il 26 gennaio del 18o6 Ferdinando s'imbarcò per Palermo, e Francesco erede della Corona, rimase Vicario del Regno.

L’ultimo rifugio della Real famiglia furono le Calabrie, si perché prossime alla Sicilia, si perché la gente di quei luoghi tuttavia odiava il nome Francese. Sedicimila soldati retti dal nostro Generale Pamas presero stanza nelle strette di Campotanese. Agli 11 di febbrajo Maria Carolina con i suoi nati, e con nobili, e con devoti suoi farli per la Sicilia; e Francesco rimanendo il generale Naselli il principe di Canosa e Michelangelo Cianciulli, a consiglieri di reggenza — diunito al Principe Leopoldo, Reali infelici, con tranquilla rassegnazione diedero un addio alla Reggia, e corsero a raggiungere il campo nelle Calabrie. Fu questa una calamità per tutti, giacché la stanchezza teneva in Napoli silenziosi i fedeli del Re, non che gli avversi le estreme sventure nel silenzio istesso rendono uniti i partiti.

Fu inutile qualunque accordo di trattativa, tra la reggenza e l’armata Francese. La plebe infuriava novellamente, la forza interna mancava, ed il nemico si appressava temuto o atteso. Non vi era oste che gli contrastava il passo, e perciò l’audacia dei patti imposti era minacciosa.

Cinquantamila Francesi retti da Massena, che conduceva Giuseppe Bonaparte alla Corona di Napoli, entrando nel regno, chiesero alla reggenza la cessione dei Castelli e delle fortezze — la reggenza vi acconsentì, benché tenesse alto giuramento dato al Re di non cedere mai i luoghi muniti. Capua e Pescara furon cedute ai francesi, per desio dei comandanti dei luoghi. Le altre valorosamente resistettero, e specialmente Civitella ove il colonnello Wood sostenne per tre mesi l’assedio, e dopo cedé per fame — i Francesi per dispetto e per misura propria sguernirono di mura quel forte. Gaeta si rese prodigiosa col suo lungo resistere, diretto dal rinomato Principe Philipsthad; i di cui particolari fan duopo di un volume per enarargli — ed allora cadde quando il suo comandante per mortale ferita riportata, non potè più assistere odia sua volontà di ferro alle operazioni di guerra.

Ai 4 di febbraio i Francesi entrarono in Napoli, e con esso Giuseppe che fra poco addivenne Re.

Il pruno pensiero del conquistatore fu quello di inseguire nelle Calabrie le nostre schiere. Superalo non senza contrasto i primi scontri dal generai francese Regnier, tinche potè giungere alle strette di Campotanese; quivi i nostri battaglioni furon vinti per mala regola del campo, e per una certa insana sicurtà di non esser colli in luogo detto innaccessibile. I Principi Francesco e Leopoldo ebber tempo di imbarcarsi per Sicilia. Molti luoghi forti tennero piè fermo ancora — ma con tutto questo le Calabrie non si dissero e noi furono soggette per allora alla dominazione Francese. Per dirsi conquista, bisognano molte migliaia di Francesi uccisi, e molte migliaia ai Calabresi fucilati e a brani appesi agli alberi di quelle foreste,per mano del Generale Manhes che per distruggere il brigantaggio osò mezzi crudeli non capaci usarsi dagli stessi briganti; tanto che non saprei distinguere tuttavia se il brigantaggio stasse dalla parte Calabrese o Francese. Giacché i primi fuggivano dai tristi consigli di guerra dei secondi — per aver avuto la virtuosa colpa di rimaner fedeli al legittimo governo, alle patrie leggi e credenze, e di combattere da intrepidi per la patria indipendenza. Mentre i secondi retti da Regnier prima e poi da Manhes non fecero altro che correre a rendere schiavi della prepotenza, paesi che non tenevano altro torto, che di voler mantenere integra la loro nazionalità la loro religione — e per questi sacri dritti di ogni popolo civile, i civilissimi di Francia fecero macello di quella gente in modo sì strano sì barbaro, che la Storia Francese colle sue glorie antiche e moderne, non potrà giungere a cancellare o almeno covrire d'un velo, 1infamia di quella sua pagina. Non conviene più al nostro lavoro trattenersi a seguitare anno per anno le notizie cronologiche sulla Monarchia di Ferdinando IV. Abbozzeremo solamente un quadro che in complesso ci dia la fisonomia politica e morale di quell’interregno, che si estende dal 1806, al 1815 — continueremo franco il nostro giudizio su uomini e cose, che la necessità contemporanea ci chiama doverosi a dare, onde sia completa per quanto si può la base storica su cui erger dobbiamo il racconto degli attuali nostri annali civili e militari del regno di Ferdinando II. Qualcuno potrà crederlo breve, qualche altro inutile questo primo quadro della nostra Storia.

Noi risponderemo al primo, che la più alta necessità ci à spinti afarlo breve; necessità che vedrassi quando sarem giunti a tener parola delle nostre ultime fasi politiche — anzi invece di rimproverarci di brevità, la nostra accusa starebbe nell'aver avuto il coraggio di segnare giudizi nuovi non dati, su talune epoche che malamente ed in diversa maniera ànno acquistato credenza presso di noi — Noi — confessiamolo pure, non siamo stati avvezzi a saziarci di verità — dapoiché divisi in pace, scissi dalle sette nelle rivoluzioni, traditi in guerra; abbiam dovuto udire il racconto delle cose nostre dalla lingua pre venuta e perciò mendace, o starci ad accattare i fatti da alcuni speciosi cervelli umani che sanno raccontarci le cose asseconda il tempo cammina, oggi avvolgendo il vizio sotto il velamine di virtù, dimani la virtù istessa infancandola nella rete del vizio. Con ciò non si è fatto altro che educare lo spirito delle popolazioni alla fragile volubilità — volubilità che ha spinti molti del nostro paese, nelle alfe circostanze sociali ad abberrare, o a vestirsi d’una moderazione che tien tutti i caratteri dell’egoismo. Nemici di noi stessi, nemici della Monarchia, o di qualunque altra maniera di governo si abbia trista mente voluto seguire. Speriamo ciò detto, che la nostra qualsivoglia verità, modesta, coscienziosa, e senza prevenzione, voglia ottener seguaci — la scriviamo per esser così.

A quei tali poi che crederanno soverchio o inutile questo quadro cronologico, noi risponderemo che aspettassero gentilmente la narrativa del 1848 — non altro che questo.

Ed ecco che mentre Ferdinando da Palermo si intitola ed è Re delle due Sicilie in Napoli prima Giuseppe Bonaparte, e poi Gioacchino Murat si appellano con eguali nomi — manca solamente a questi due la nomina ne la grazia di Dio, ed invece ci è quella di Napoleone — poiché Giuseppe si agnomina Napoleone, Gioacchino perde il suo casato ed invece si aggiunge quello istesso di Napoleone. Infatti era così, nel senso di politeismo parlando, Napoleone era l'idolo dell’età, un secondo Marte — centomila svenali ci volevano per lui onde rovesciare un impero, e su d’altrettanta carne da cannone sapeva ergere un trono novello — l’Europa applaudiva, che una generazione di uomini. si svenasse insieme, e le danze e le feste succedevano al randolo dei morenti — era cambiato il fato umano fino a quel tempo l’uomo nasceva per morire, d’allora l’uomo nasceva per uccidere l’altr’uomo, e per sgozzarsi insieme. L’Europa intanto continuava a stupire ed a gioire del nuovo trovato — mentre se un funebre lenzuolo si fosse spiegalo dalla Newa all’Ofanto, non avrebbe fattt’altro che covrire palpitanti membra umane! — eppure tuttavia non vi à chi senta compassione di quegli anni di calamità,' che l’impudenza di taluni superstiti storicamente appellano gloriosi.

Diamo prima un occhiata al nostro continente, per indi guardare la Sicilia.

Siamo giusti — quell’epoca meravigliosa vide presso tutta l’Europa e perciò presso il nostro paese, cose nuove nella storia dei po poli, non nuove nella storia delle sette. Grandi distinzioni abbisognano però, onde non mentire — nello stato civile vi furono tre classi distintissime.

La prima fu quella dei novatori del 1786, cospiratori sotto la Monarchia di Ferdinando IV, martiri di libertà sotto la giustizia di Maria Carolina, liberali nel 1799, ipocriti sino al 1806, ed indi poi da repubblicani trasformati a volo in Conti, Marchesi, e Cavalieri, spargendo incensi e panegirici all’assolutismo sotto lo scettro di Giuseppe Napoleone e Gioacchino Napoleone; e facendo togliere i beni dalle mani morte cioè dai conventi e dalle Chiese, supplicarono i Re novelli di ammortizzargli nelle loro mani, in tanti majorascati — sono stati sempre così, lo imparino i posteri, noi lo sappiamo.

La seconda fu quella degli onesti moderali, che sfuggirono le rivoluzioni, non presero parte a rovesciare il governo legittimo — ubbidirono per legge della forza al novello, aspettando nell'onestà di loro vita, il tempo che avrebbe ritornato a rimettere le cose — questi tali non si costituirono in eroismo, ma non sono perciò spregevoli.

La terza parte fu quella dei fedelissimi a Ferdinando, che lo seguirono emigrando in Sicilia coll’abbandono dell’impiego, delle proprie sostanze, e dei beni, i quali confiscali vennero sotto il dominio della conquista di questi si contarono molti d’ogni condizione. Altri molti per circostanze rimasero sul continente e per l’entusiasmo dei loro inviolabili principi, ebbero a soffrire prigionia, vessazioni, e tanti e tanti anche la morte. Di questi ne crediamo commettere elogio alla posterità, perché furon capaci di non addivenire spergiuri o ingrati, e di sapere nelle disgrazie mantenersi incolumi nella propria opinione — virtù già resa pellegrina.

Solo è da non dimenticarsi che quei tali che scrissero sulle vendette di parte che i seguaci della Santa Fede commisero nel 1799, sono stati dimentichi di trascrivere poi, le vendette di parte che i Napoleonici usarono su i devoti di Ferdinando — non diciamo di più, per non arrossire delle nostre patrie lordure — amiamo solo che chi ricorda la morte di Ettore Carata, ricordasse benanche la morte del benemerito Palmieri — qual differenza di uomini! Nel ramo militare di quell’epoca bisogna pure formare tre distinte classi.

La prima comprende quei militari ligi al sacro giuramento, ebenché di non pochi talenti adorni; purtuttavia rolli alla disciplina per seguire le sette, tradirono l’onore della propria spada, ed avvilirono per codardia e diserzione, in tante maniere l’amore della loro bandiera, che gittarono avvilita la loro patria in mano allo straniero. Questi stessi che in mille modi tradirono Ferdinando, in egual modo tradirono Murat nell'ultima campagna d’Italia nel 181u, e morirono o vissero d’egual maniera — la fede militare è pari a un nitido specchio che al più lieve soffio si appanna — lorda una volta, è finito il prestigio della gloria, suprema legge del soldato.

La seconda riunisce quei giovani ardenti che non ligati anteriormente a giuramento alcuno, vollero, colpa del tempo, seguire il volo delle aquile francesi — furon bravi, furon generosi del loro sangue, furon visti eroi su tutti i campi di battaglia — peccato che le loro gesta vennero rubate tutte dalla ingorda Storia di Francia, e peccato che la loro spada non fu sacra al proprio paese — incolpiamone il prestigio funesto di quell'età.

La terza categoria comprende quelle schiere devote, che non seppero sciogliersi nella sventura del proprio Re, dal giuramento datogli negli anni prosperi. Mal retti in varie circostanze, il loro valore si perdé nella viltà o nel tradimento dei condottieri. Si esiliarono volontarii in Sicilia — da quivi mossero per la Spagna, e la loro spada benché vinta, non fu meno in bravura delle armi Francesi — al 1815 ci arrecò, fu causa benanche di grande incivilimento nei' l’ordine civile e nell'ordine militare — nell’ordine scientifico e morale poi non lo credo, e si fa bene a non dirlo. Che un novello codice ci abbia dato il governo francese con delle ottime istituzioni legali, non si può negare — come negar non si puote un felice innesto guerriero fuso nel mestiere militare.


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STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 15 NAPOLI 1855

S. M. MARIA CRISTINA - Principessa delle Due Sicilie

S. M. MARIA CRISTINA - Principessa delle Due Sicilie - Regina Vedova di Ferdinando VII Re di Spagna.

I dispacci diretti al sig. Barone di Ramdhor, ed al sig. Cav. de Menz sono conformi al presente.

Però, non possiamo dire che i risultamenti siano stati tutti a nostro prò. La Francia d’allora regalandoci i suoi fiori, da questi non potè non darci le sue spine benanche; che d’allora finoggi graziosamente ci fan dolore in quasi tutta la società del nostro paese. Generosa la Francia nei' suoi voli di bontà, non sa privare i paesi ai quali fa dono de' suoi progressi, di quel fanco che spesso deve calpestare per innalzarsi a certi immegliamenti sociali.

Ed ecco che il nostro paese, il quale per forza o per desio, crede seguire la corrente politica della Francia, senza avvedersene si educò un poco per volta a costumi non suoi, a tendenze non proprie, a desideri non possibili, anzi opposti all'indole, alla natura, e spesso ancora alla capacità di queste popolazioni. E così con noi l'Italia tutta, d'allora ad oggi, in ogni movimento politico, non à saputo far altro che scimiottare i malvezzi francesi, non così le buone cose di quel paese, per la ragione anzidetta, che gl'immegliamenti sociali, per esser veri, certi ed utili, debbono portare tutti i caratteri di nazionalità. Perciò la rivoluzione del 1799 fu per noi una scena da tragedia, presa ad impronto dal teatro politico della insanguinata Francia; e l'occupazione militare del nostro regno, dal 1806 al 1815, non fu altro che una rista violenza di nuovi principi sociali, inverniciati dal prestigio brillante di cento vittoriose battaglie; in mezzo alle quali si ubbriacarono i popoli, nella ben distinta classificazione di seduttori arricchiti, d'impoveriti sedotti, di liberali per industria, e di settari per fanatismo; di un'aristocrazia sazia che cercò tutti i mezzi per rimaner digiuna, e di un popolo laborioso che colse il destro per addivenir proprietario invece di rimaner filiamolo — di ambiziosi che seminarono repubbliche e raccolsero majorascati; e di una gioventù spensierata ed ardente, che corse ad incaggiarsi volontaria sotto le bandiere del novello Pompeo,e rinvenne invece un secondo Cromwello, che su la toga consolare si tirava un poco per volta la porpora di Cesare.

Questa e non altra è la fisonomia morale dell’Europa Napoleonica nell’epoca che discorriamo.

Quel poco di bene, quella scossa di Civiltà che si ebbe, non Io neghiamo, fu meteora scintillante nel bujo d’una tempesta consumatrice. Tanto sangue umano per un’idea vacillante ed incerta... oh qual compenso!

Anche ammettendo i nostri bisogni d’allora, non ci era duopo far tanti debiti di sapere in casa altrui, avendone a dovizia in casa nostra. L’Italia teneva in quegli anni grandi ingegni di stato; e ‘l nostro regno, col solo Filangieri poteva dettare altro che codici francese; se i nostri leggisti dottissimi, invece di comentare Voltaire e Mirabeau, avessero invece studiato bene i bisogni delle nostre popolazioni; e scuotendo pur anche l’inerzia dei consiglieri del Governo, si fossero avvicinati al Trono, non con la minaccia del rivoltoso e del settario, ma con la saviezza del suddito e del cittadino proponendo quei miglioramenti civili che illustrano i Governi, e vantaggiano senza utopie le popolazioni.

Torno a ripeterlo, senza spirito di parie: i così detti liberali, ditutti i tempi, si son manifestati abbastanza: essi hanno meritato e meritano l’odio universale, essendosi ben conosciuto, che vantando sempre di regalare ai popoli larghi beni, gli avvolgono tra' rovino si misteri delle sette, sotto il velo delle triste cospirazioni, e persi no nel fango delle rivoluzioni.

Pare che maggior bene stia nel maggior ordine delle cose: libertà dovrebbe esser sinonimo di verità; leggi migliori non si possono creare senza la più stretta giustizia che emana da Dio. Il và e rinvieni una spiegazione nel campo di tante contraddizioni.

Vi à chi dice: la scienza è in odio alle monarchie — Eppure la Storia di tutti i tempi prova il contrario. Ha forse la democrazia dato mai un anno. scientifico dei secoli d’oro d'Augusto, di Leo ne X, di Luigi XIV? — I Sovrani son nemici della, verità! La Storia antica e contemporanea però ci prova il contrario. E benché talora i consiglieri abbiano tradito i Re, non una sol volta un Re à tradito i suoi consiglieri — I consiglieri si sa bene che sono individui scelti non dalla casa dei Re, ma in mezzo alle varie classi delle popolazioni, e spesso fra i progressisti, e i liberali.

I Regnanti, si spaccia a suon di tromba, non amano mai le popolazioni, ma amano grandemente di esser Rei Dunque svestile d’ogni preoccupazione e calunnia questo vostro principio: esaminate i fatti, e vi troverete autore d’una immensa contraddizione.

Potrei aggiungere altre molte considerazioni,che per altro verranno in acconcio altrove; se molto non mi fossi allontanalo dal subbietto storico. Conterrò anzi, ben chiusa nella penna, una felice risposta ai sedicenti redentori di tutte l'età, stanteché oggi tuttavia nell’Europa esistono più sette che liberali, specialmente nel dicastero repubblicano; tanto è vero, che ad estrema umana contraddizione democratici più esaltati della Francia corrono spesso alta Prefettura di polizia, niente meno che in qualità di cospiratori contro la repubblica!

La monarchia Napoleonica, siccome dicemmo,ché posò in Napoli il suo scettro, avvaloralo dall’aspettativa di taluni, dal tradimento di certi altri, e dalla forza delle bajonette e dei cannoni; intraprese il suo governo, sotto Giuseppe Bonaparte, colla civiltà delle nuove leggi e colla barbarie dello forche. Così sotto il governo di Murat continuò a reggersi questo regno, nell’alternativa degli ottimi tribunali e dei più cospicui magistrali, e delle violente Giunte di stato, consorti dei più virulenti poliziotti. Ricordiamo fra le celebrità della magistratura d’allora un Nicola Nicolini, per ricordarci fra le celebrità delle sanguinose Giunte di Stato di quegli anni un Pietro Colletta, di questi orrendi tribunali giudice molto esperto. Esperto tanto,che nello scrivere la Storia di quei tempi, à saputo regalare il suo merito ai giudici di Maria Carolina, improntando altrui la sua maniera di appiccar uomini. Ne’ suoi libri non si trova maggior brio descrittivo, che quando parla dei processi arbitrari! che s’istruivano contro i cospiratori di Ferdinando dal 1786 al 1798; mentre quelle parole che sembrano teorie da scrittore, per Colletta eran pratiche usate a meraviglia, ed a meraviglia taciute da lui solo; da lui, che per mostrarsi ligio ai novelli padroni, dava mano a tante e poi tante condanne di morte in ogni giorno, su uomini che devoti al giuramento di fedeltà dato e mantenuto a Ferdinando, non si trovavano nella vena felice di essere a un tempo liberali e assolutisti, repubblicani ed aristocratici, al pari dell'autore in parola.

Causa di questo tristizie furono le ripetute continue cospirazioni contro il governo de' Napoleonici; e per conseguenza i rigori, i sospetti, le vigilanze misteriose, le odiosità, le vendette segrete, i giudizi inesorabili, le quotidiane fucilazioni, le confische, e prigionie, l’esilio, che si ripeterono su nomi rispettabili per sapere militare e civile, sii persone nobili o plebee.

Oltre a questo; cimenti di guerra nelle provincie, e specialmente nelle estreme Calabrie, tra soldati napolitani manodotti dai Francesi, e soldati napolitani e siciliani guidali dagl’inglesi. Così le gare di Regno coprivano, sotto l’onorala bandiera militare, le ire più sanguinose di una troppo prolungata guerra civile. E a tanto sangue versalo ci è d'uopo aggiungere la metà di un’intera generazione, che spinta dalla forza o dal fanatismo del tempo, corse a rendere il suo tributo di sangue su tutti i campi di battaglia, inutilmente rendendosi brava, per partecipare al sacrificio cruento che l’umanità d’allora offeriva all’ambizione d’un uomo, salutalo eroe persino dai morenti, Bonaparte.

L’amministrazione e la finanza poi si attennero in quegli anni alle fusioni di tanti principi eterogenei, o per meglio dire alle confusioni, che la sola febre dell’età poteva sostenere e magnificare.

La rivoluzione del novantanove, col seguito funesto della primitiva occupazione francese, aveva le nostre, già mal ridotte finanze gittate in un caos di nullità. Medici aveva rattoppato questo nostro corredo politico sociale, sino alla durata del 1800, pari ad imbiancatura fatta su d’un edificio diroccato. Nuovo governo, nuove leggi e nuovi uomini salirono al potere, ciechi di locali conoscenze per ben amministrarci. Lo spoglio inutile quanto rovinoso ordinato da Giuseppe Bonaparte delle proprietà ecclesiastiche, si dice che rianimasse momentaneamente le nostre finanze; ma a noi sembra che le disseccasse anche più; giacché i fondi creati furono aerei, andandola vendita di tanti straricchi patrimoni in mano a quei generosi detti di sopra, i quali seminarono repubbliche per raccogliere majoraschi. Allora fu che per coprire gli utili possessi invasi su i beni delle mani morte dalle giudiziosissime manivive, a pabolo degli statisti ideologi, 8’istituirono quelle casse vuote di senso comune, quanto vuote di publiche sostanze, dette l’una demaniale, l’altra ai ammortizzazione; mentre in realtà si diede principio alla creazione di tante dirette ed indirette imposte sulla popolazione rigenerata, che fin oggi in buona porzione, per effetto tuttavia di quei tanto magni Beati bisogni sociali, conserviamo.

Con Gioacchino Murat si vide in questa parte del nostro Re» gno un apparato di magnificenza ed una prospettiva di felicità. Quest'uomo della fortuna volle spendere su queste provincie tatti i tenori che la fortuna medesima gli aveva dato nelle mani. Munificenza era questa che non potea durare a lungo, ma durò per quei pochi anni che tenne questo governo; perciò fu detto generoso per una generosità necessitosa per lui che ascendeva un trono, sul quale non era nato, a salire: generosità spacciata più grande di quel ch’era, da quella solita genia che ne seppe cogliere i più estesi fratti, mercé i doni procacciali sugli avanzi delle proprietà monastiche e vescovili, ridotte a tanti privati patrimonii; e da questi non solo, ma dai compromessi politici, che sotto questo novello regime coonestavano i loro spergiuri, e le loro cospirazioni o. tradimenti contro il legittimo Sovrano Ferdinando IV. Intanto, mentre si regalavano terre non proprie ed utili atti si emanavano per vieppiù emancipare l’agricoltura le braccia mancavano ai campi, perché si occupavano alla guerra, perché disertavano per la Sicilia, o andavan raminghi, a scansare le leve militari.Il commercio interno, benché protetto da molto numerario, purtuttavia si riduceva tutto nelle mani degli speculatori di guerra, altrimenti detti fornitori.

Il commercio esterno languiva, sì per la legge fatale del blocco continentale, diretto a rovinare dell’intuito l’industria inglese, come per le vessazioni che la squadra inglese di Sicilia arrecava a larga mano sulla nostra marineria mercantile. Le scienze, e con queste le belle arti stavano in uno stadio di torpore, sì perché le arti di pace languiscono ne’ giorni della guerra, sì perché la gioventù nostra, come quella dell’Europa tutta, non aspirava ad altra mela, che a farsi uccidere eroicamente per ottenere una decorazione da cavaliere, o una spallina da uffiziale. Le scuole normali vi erano solo per imparare un tantino d’idioma francese, il quale si apprendeva anche lungo le strade e nelle bottegheda caffè, storpiando la lingua gallica, non conoscendo o dimenticando la lingua patria — ultima benemerenza offertaci dagli Italianàtimi promotori delle libertà civiche del 1799!

In fine la morale casta ed intemerata di questi nostri beati Ino gin, già scossa una volta dalle lusinghe della novella filosofia dell'età, nonché dai raggiri delle sette, discese sotto il dominio francese a quel livello di nuove costumanze che quell’accesa nazione spargeva a larghe mani su i popoli che dominava; ed ebbe poi l’ultimo colpo, quando il volere Napoleonico ridusse la Chiesa ad un’officina servile del governo, la religione ad un mestiere di politica, il Sacerdozio ad un impiego dipendente dallo Stato.

Il tema c’incalza — raddoppiamo la rapidità di questi nostri necessari! cenni cronologici; e passiamo un momento a sogguardare di volo Ferdinando in Sicilia.

Il popolo di quell’isola xxxxx tutto dritto scrivere le pagine di quegli anni funesti fra le glorie più distinte della sua storia. Ricoveratosi il Re con la sua angusta famiglia, e con quella parte di armata che generosa volle esularsi col proprio Sovrano, in quella parte de' suoi Reali domini; quivi tenne stanza da padre e trono da Re.

Le modiche sostanze reali furon sempre incoraggiate dalle sostanze cittadine. La Sicilia, che da se sola in tempo di pace non serba un numerario sufficiente a mantenere un municipio, un Re ed un’armata, in tempo di guerra è da supporsi come stava, specialmente divisa dal commercio del nostro continente, e da quasi tutta l’Europa, bloccata. Pure l’eroismo di quella gente superò ogni aspettativa. Difendere i dritti del proprio Sovrano in faccia a Napoleone, fu un giuramento sostenuto a qualunque costo. Dato fondo alle ricchezze pubbliche e private, nonché a quelle del Re, si sostenne essa a prezzo di continuate privazioni, sempre pensando al decoro ed alla difesa del Principe e della sua numerosa e crescente famiglia; e contentossi di dividere il pane che diminuivasi ogni giorno più, coi fedeli soldati napoletani rifugiati nell’isola, nonché con molti semplici cittadini profughi, d’ogni condizione.

Maria Carolina, generosa co’ buoni, grande nel giusto sdegno, e più grande nell’amore, non può dirsi qual gratitudine mostrasse a quei fedeli isolani. Non era più la Regina delle monete d’oro; ma la sua magnanimità,ristretta dal bisogno, soffriva che passassero nelle mani inglesi i più preziosi suoi gioielli, onde premiare le belle azioni. Quivi nelle più alte privazioni per una casa Reale, educava i suoi figli a quelle virtù pellegrine di generosità, che la Francia poi à sì bene ammirate per lunghi anni metti Regina d’Orleans Maria Amalia, delta l’Angiola di Parigi; è che Napoli tuttavia alla giornata, qual miniera inesauribile di carità, venera nel Real Principe Leopoldo di Salerno, egualmente erede come la prima delle materne virtù. Principe, la cui generosità è un monumento europeo, e che superiore a qualunque elogio umano, bisogna definirlo, come pochi anni sono lo caratterizzava la stessa di Lui germana, ora ex-Regina dei Francesi, dicendo cioè che in quel pieno personaggio tutte le membra si sono unite per formare un gran cuore. Sì, Leopoldo Borbone, dalla testa ai piedi, non è altro che cuore.

E per meglio dilucidare quel, che scriviamo, fra tanti aneddoti ne citiamo un solo, avvenuto a que’ tempi tra quella madre e questo figlio. In uno di quegli anni a Palermo, ricorrendo il giorno natalizio del giovinetto Leopoldo, e la madre non avendo i mezzi usati per offerire al figlio suo prediletto un dono degno del suo cuore; pur le rimaneva un monile di valuta, e questo credè regalargli qual pegno d’amore per la fausta ricorrenza. L’imberbe principe, trovandosi, in tanta festa, privo anch’egli di quei mezzi che avesse potuto offrire alle persone a sé care, nonché ai poverelli; stimò venderlo per più d’un migliaio di ducati: così ebbe campo di largir regali a chi credeva. Il giorno seguente l’accorta madre si recò dal figlio, e Ii dimandò che n’era del monile donatogli. Il giovane rimase confuso; ma preso animo, confessò timidamente l’uso già fatto dell’oggetto prezioso, dicendo che la metà del denaro l’avea già sbrigata in regalie ed elemosine. Docile, aspettava un rimprovero; e l’ebbe con questi detti «Và, non ti nominare più figlio di Maria Carolina, quando sei capace di largire metà di sì poca moneta in un giorno a me tanto ricordevole!» — Leopoldo corse a prendere il rimanente del peculio, e giojoso trovò altri bisognosi da poter consolare. Chi è da ammirarsi di più?

Ma dee dirsi qualche parola sull'armata in Sicilia.

I più tristi motteggi si sono sparsi a scherno su quella truppa: è una solenne ingiustizia. Que’ soldati, se non colsero vittorie memorabili su i campi di guerra, traendone ricche prede; furon doppiamente eroi, per la loro fedeltà al giuramento, prima onorata virtù d'ogni soldato, e per la costanza serbata tra le più grandi privazioni. Si sostennero ne' bisogni del proprio Re, disprezzando tutte le profferte di gradi e di onorificenze che Murat per mezzo di proclami seduttori facea lor fare, onde disertassero. Non curarono i loro beni di fortuna che vennero messi a confisca, nonché le persecuzioni che ebbero a soffrire le proprie famiglie rimaste sul continente del regno. Si adattarono al modico vivere indistintamente, dal soldato al Generale. Non ebbero più soldi; la più povera mensa in taluni giorni lor si apprestò; e persino furon visti gli uffiziali superiori colle spalline di lana e col ruvido uniforme del gregario; ma il servizio fu sacro, continuo, e senza rimproveri.

Lo mostrarono coi fatti nèi tanti azzardosi cimenti di guerra, citi tante fiate si offrirono per volere degl'inglesi su i lidi delle Calabrie, specialmente' nel memorabile combattimento di Maida, contro le colonne dal generale Regnier,che furon rotte e disperse, mercé l’armata anglo-sicula comandata dal generale inglese Steward. Si offrirono i nostri, sotto lo stesso comando inglese, a far parte della guerra di Spagna contro Napoleone; ove non scarsa gloria per belliche azioni conseguirono, benché la fatalità dell’era allontanasse ogni vittoria dalle loro bandiere, combattendo per l’indipendenza di quella' disgraziata nazione.

Ci è forza dire qualche cosa della magnificata protezione inglese sulla Sicilia t saremo brevi, schietti, e non preoccupati da spirito alcuno di parte.

È un fatto ben noto e provato nella politica Europea, che l’Inghilterra non protegge chicchesia, né in guerra né in pace: ella protegge i propri interessi solamente. Te la troverai alle spalle in ogni guerra, per venderti i prodotti della sua industria, per mischiarsi ne’ tuoi segreti, per aver parte ai lucri delle vittorie, per comprarti nelle sconfitte, e poi rivenderli con maggior guadagno, ne’ trattati diplomatici. Assicuratala pace, il penultimo periodo de' suoi guadagni lo vedi comparire nella lista delle note di spese fatte, di compensi da ricevere, di perdite sofferte da' suoi sudditi: e tutto questo te lo dimanda sotto i termini speciosi di buon alleato, mentre una linea di vascelli schierati a guerra amichevolmente si mettono in crociera per eseguire un blocco di confidenza, che ti dice: pagami o farò fuoco — L’ultimo periodo di tanta protezione lo sentirai nella facile dimanda d’una qualche concessione doganale, per così assicurare i contrabbandi su i negoziati de' suoi sudditi, mantenere una qualche tresca co. riscaldali e facinorosi della nazione amica, sotto il velo dei buoni consigli per vantaggiare le popolazioni; ed in caso di circostanza, per isbaglio di commercio amichevole, troverai nelle balle di cotone molte cartucce, moltissime armi, un certo quantitativo di buona polvere; e qualche volta anche un cannone or ora fuso nelle officine di Greenwich, seppellito graziosamente nei cassoni di zuccaro o di caffè. Cose, come vedete bene, tutte di commercio — la polizia poi ha preceduto, o sbarcherà due passi addietro.

Ciò non sia detto, lo ripetiamo, a quella nazione nobilissima, nò a quel Governo ben ordinato; ma solo alla maniera di taluni uomini che salgono per casualità al potere, e mostransi almeno in differenti a punir tali nequizie, che dovrebbero esser rigorosamentevietate. Noi così crediamo, ed è forse così; ma per disgrazia dei mondo intero di questi tali uomini ne vediamo spesso, non diciamo sempre.

Per ritornare al nostro proposito, favelliamo in tal modo. L’Inghilterra incominciò ad offrirsi id alleanza colle potenze armate di Europa, quando si assicurò che la Francia umiliala dalla rivoluzione del 1792, si ergeva a maggior potenza, mercé Napoleone. Essendosi persuasa che le vittorie riportate sulle armi francesi in Abouckir ed m Trafalgar, invece di darle vantaggi sul nemico, l’avevano spinta alla terribile situazione di vedersi scacciata, colla chiusura di tutti i porti, dall’Europa; l’Inghilterra credè suo centro ne cessano di strategia politica e militare, aver piede nella cittadella dell'Italia marittima, nonché del Mediterraneo, cioè la Sicilia. Ferdinando avea bisogno dell’Inghilterra, l’Inghilterra egualmente di. Ferdinando....Ferdinando però in altri anni avea offerto legni e soldati per afforzare le mire Inglesi nell’assedio di Tolone, nelle crociere dei mari di Savona, ed in altre circostanze consimili, senza alcuna ricompensa. L’Inghilterra al contrario nell'occupazione della Sicilia, oltre che vantaggiando Ferdinando, vantaggiava se stessa, volle occupare la nostra Malta, che poi nei trattati del 1815 dovea rimanere alla Gran Brettagna per un periodo definito in carta,ma indefinito nella. sua politica. Oltre a ciò coglieva lutti i sinistri eventi della Corte Borbonica, nonché di quei fedelissimi isolani di Sicilia, per trarne guadagno in ogni verso, per commettere angurie e monopoli d'ogni maniera su d’un Re e d’un popolo, che più la difesa Inglese, che le offese Napoleoniche rendevano prigionieri assoluti.

Maria Carolina vide lutto quell’abisso di sventure che si spalancava innanzi alla sua famiglia; scandagliò per più anni la dittatura dispotica e ognor crescente del comandante Inglese Lord Bentinck; soffrì, finché poteasi, il colmo dei raggiri che si affollavano a danno del Trono e della popolazione; e stanca fuori misura, pensò richiamare l’attenzione delle altre potenze Europee: si disse che sperato avesse persino in Napoleone, già entrato in parentela con lei, mercé il matrimonio di sua nipote, Maria Luisa.

Tentò tutto, spiegando tutta la sua sagacia, e tutte le sue cognizioni ih politica; ma l’Inghilterra lo seppe a tempo per vendicarsi. Lord Bentinck si diè a stuzzicare 1alterigia dei feudatari! Siculi, che sempre finoggi, hanno sì ben saputo mascherare agli occhi delle popolazioni isolane l’ardente sete dell’antico lor dispotismo aristocratico, or sotto le vedute di libertà, or sotto quelle d’indipendenza finché gli persuase a chiedere una costituzione politica a Ferdinando, a titolo di compenso pe’ sagrifici che l'isola faceva al Trono.

L’Inghilterra lo volle: l’Inghilterra ne fece dimanda, ne stipulò la risposta, ne segnò le basi, a seconda delle sue mire. Ferdinando videsi nella necessità di consentirvi. Se Lord Bentick, invece della costituzione, avesse cercalo, in quello stato di coazione sì imperiosa e ben organizzata, un decreto di repubblica a Ferdinando, poteva forse questi non aderire?

E così l’Inghilterra da una parte ottenne vendetta sii Maria Carolina, dall’altra accrebbe il suo monopolio; è quel che fu più tristo, acquistò tale influenza su quei popoli, che dopo varii anni ci procacciò la rivoluzione Palermitana del 1820, le tante altre scaramuceie a danno sociale di tempo in tempo avvenute,e preparò infine le. dolenti scissure e le malaugurate sventure civili del 1848 e 1849L’Inghilterra istessa frattanto nel Congresso Sovrano del 1815, onde trarre lucri d altra maniera su noi, fu. quella che abbandonò il presidio di Sicilia, e convenne nei trattati che si togliesse la costituzione a quell’isola, perché più non le fruttava; riinanendo però tanto fuoco d. ’influenza sotto la. cenere d’un sonnacchioso protettorato, che bastasse a trar faville di future discordie e di pretensioni su noi, e sul nostro Governo, quando pe’ suoi interessi ne sorgesse il bisogno.

Maria Carolina intanto, non credè rimaner testimone di ulterioriinsulti a se stessa ed al suo Real consorte; e con disegni di alta po. litica intraprese un viaggio a Costantinopoli, ove fu salutala daquella potenza come una Sovrana d’Oriente. E traendo omaggi ed ammirazione dai popoli in mezzo ai. quali transitava, volle portarsi nella Russia. Quivi, travedendo il precipitoso tramonto cui appressavasi l’astro della fortuna Napoleonica, nulla volle conchiudere per l’interesse di sua casa, e fece ritorno in Vienna, onde stringersi con più fermi legami di alleanza ai potentati, che già per l’agoniadell'Impero Francese, quivi congregava!

Ma il cielo avea segnato il termine dei giorni di questa eccelsa ed ammirabil sovrana. Mentre il suo giudizio dovea dare altissimopeso sull’avvenire del nostro paese nella bilancia d’Europa che si equilibrava in Vienna; mentre le armi alleate sotto le mura di Parigi avevano fatto crollare quell’impero, francese surto e mantenuto su fiumane di sangue, e Napoleone erasi già ritirato sull’isola dell’Elba; Maria Carolina Borbone nel castello di Hezendorf (presso Vienna, correndo la sera del giorno 7 settembre 1814, improvvisamente moriva, dopo tante glorie e tante sventure, nell’etàoltrepassata di 62 anni, essendo stata regina più che 42 anni, dopo, aver collocate le sue figlie su i più cospicui troni di Europa. Noi,ripetiamo, non abbiam preso la penna per scrivere la sua storia: di lei abbiam detto quel poco che necessitava al piano di questa difficile opera, onde aver principi, che dovranno in prosieguo servirci di norma a non poche conseguenze politiche. Perciò arrestiamo frettolosi la nostra penna, affinché la parola ci manchi, astenendoci di sollevare ceneri, che benché gelide, pur conservano tal fuoco di giustizia, che per prudenza de' tempi, ed alto desio di pace, giova non commuovere giammai. Solo non sentiam coraggio di tacere, che la morte della Regina Carolina fu intesa qual segnale di vittoria da tutte le sette politiche di Europa; che i Principi congregali in Vienna, per tanta perdita raccolsero più spine che raggi per tessitura de' loro rinnovati diademi. Napoli ebbe a soffrire nelle primizie della nuova pace, le sventure sociali del 1820; e poi quel che presso noi è avvenuto da allora ad oggi. Auguro alla patria nostra ingegni validi e sinceri, che sulle popolazioni da poco mare divise l’una dall’altra alzino scuola, a salutare istruzione dei posteri non della Storia della Monarchia Borbonica, ma della Storia degli uomini nostri. Passerò intanto, senza dire più motto, a continuare la serie del mio rapido cenno.

L’Europa intera, mentre gittava uno sguardo di compassionevole meraviglia sull’isola dell’Elba, che racchiudeva il fantasma d’un prestigio universale; guardava se stessa con l’occhio d’una realità, che trista e raccapricciante le si parava dinnanti. Erano svaniti i sogni brillanti delle glorie Napoleoniche; e gl’imperi, le provincie, le città, scoraggiate si umiliavano innanzi a tante sociali sventure, che la febbre di smisurate ambizioni avea per anni mascherate, mercé il frastuono di belliche vittorie. La speranza futura dei popoli nasceva dal forte desio della pace. Questa dea lusinghiera non si mostra giammai più straricca di benefici, che al termine dei commovimenti sociali, e dopo l’ultima scena che brilla sugl’infausti campi di Marte. Felice quel governo, avventuroso quel popolo, che sa fissare la sua mela di giustizia e di. rettitudine in si solenni istanti. Spesso però avviene, come successe nell’epoca di cui facciam parola, e torse come accade tuttavia, che ih quei sacri e veritieri momenti di fausta stanchezza comune, non si tiene la pace come un voto, bensì come un dovere; né a tal voto si sorride coll’equità, con la dignitosa fermezza, e con un coraggioso abbandono a ogni male che fu. Si considera al contrario la pace come un mezzo d’intimar rigori, di soddisfare vendette, di richiamare odiosità, di denigrarsi a vicenda, di conquistar premi sulle accuse altrui. Così praticando, si ottiene una pace più funesta della guerra, perché si dà campo a discordie premeditate, a cimenti domestici, a famigliari tenzoni, sotto i bugiardi auspici di pubblica tranquillità. Ed ecco che i governi, non assicurando i soggetti, restano essi i primi a sedere sulle dubbiezze; e veggonsi perciò indotti ad agire con violenza, perché timidi, a camminare incerti perché privi della forza che dà il pieno diritto; e spesso si veggono errare perché mancanti di stabilità, perché non armati di energia,e perché affatto incerti di solcare una via, alla quale sul bel principio mancossi di designare la meta cioè oblio sul passato, confidenza per l’avvenire, perdono sul già. fatto, rigore pel da farsi: sonnacchiosa giustizia, ma giustizia, su quel che tu; vigile giustizia, ma su tutti, sul presente e sull’avvenire. (8) Tutto questo non avverandosi, le masse dei buoni si scindono per brighe inette, i moderati si addormentano sul letto dell’egoismo, i nobili si avviliscono nella loro gerarchia; i ricchi chiuso il cuore ai bisogni del povero, concentrano i loro averi nell’avaro scrigno, gl’industriosi, i lavoranti, gli agricoli seggono nelle bettole, per poi scendere all’oziosa vita dell’accattone, 0 del fazioso. Dal fin qui detto chiaro si scorge esser questo il momento terribile pe’ governi ed i governati; giacché si corre rischio che la setta s’imbelletti d’ipocrisia, onde dispotizzare ne’ poteri più interessanti dello Stato; mentre schiere di cialtroni si gitttano sitibonde sulle sconcertate anella sociali, e coll’eloquenza dell’impudente allagano di fiele i dotti e gl’ignoranti, i ricchi e i poveri; sino a che, apparendo i sedicenti martiri della patria, si aprono dai clubi alle prigioni, e dalle prigioni ai clubi, una via desolante che rassomiglia ad una lava ardente d’immondi desiderii sociali: calamita impassibile, che attrae ed involge ne’ suoi virulenti capricci governi e popoli, che mal seppero segnare un giorno le dighe del loro umano viaggio, vagheggiando una vana pace sulle ceneri d'un infido vulcano.

Ciò detto, appressiamoci al 1815 nel nostro regno di qua e di là del farò; e dalle nostre mal colte palme, enumeriamo le spine novelle che van sbucciando sulla faccia di Europa, la quale avida di pace, dopo lunga sazietà di deplorabili guerre, altro non fece che osteggiare il campo orgoglioso delle sette colle armi d’un inutile quantochimerico timore.

Gioacchino Murat, vedendo quell’impero che lo avea tanto innalzato, crollare in un momento, lusingavasi di rimanere al suo posto col dichiararsi alleato dei nemici di Napoleone. Quindi occupa varii stati d’Italia; si rende signore della Romagna e delle Marche; finge di combattere contro Eugenio, per favorir l’Austria; stipula trattati con gl’Inglesi, ingannandosi a vicenda in quei giorniNapoleone scappa dall’Elba; e sbarcando sul lido di Francia, anima la volubilità francese a rialzare il caduto impero. Murat combatte contro i Francesi, in Italia, pari a colui che ama regalar vittorie al nemico. L’Austria ciò avverte: l’Inghilterra da Genova ne sente i prevedimenti; e sr uniscono per battere Gioacchino, mentre una nuova alleanza armata si schiera su i piani di Waterloo, onde decidere per la seconda volta, a petto del risorto gigante della guerra, i destini dell’Europa.

Ma che si vuole? la stanchezza è sì grande negli agitati popoli, e negli sconvolti governi, che da per ogni dove si combatte, non più per desio di guerra, ma per un estremo sforzo che assicurar potesse una pace generale. Gli estremi partiti si misuravano per l'ultima volta, non per raccoglier glorie guerriere, ma per assicurarsi riposo e calma.

Cosi fu vinto Napoleone; così Murat venne tradito da' suoi adepti; gli orrori si moltiplicarono nell’ultima campagna d’Italia, in una maniera sì incalzante, che i tristi comandi donde fu rovesciata l'armata Napolitana di Ferdinando IV dal 1799 sino ai 1806, si rinnovellarono con maggior impudenza nel rovescio dell'armata Napoletana di Murat nel 1815. Forse taluno dei traditori di Ferdinando tradì, anche Gioacchino: questa genia è sempre eguale a sò stessa. È da aggiungere che i soldati di ventura eran già ricchi Generali, e i Capisetta della libertà amavano assicurarsi le contee acquistate predicando le glorie Napoleoniche. A che servir poteva più per essi la guerra? le giudiziose speculazioni per ottener titoli, nobiltà e ricchezze, ottenuto tal egoistico scopo, erano già esaurite.

Prima che l’armata di Murat si disertasse, di già con poca guerra le armi Tedesche passeggiavano, gli Abruzzi. I Tedeschi stessi si avanzarono di più, avendo alla loro lesta il principe di Salerno D. Leopoldo, che mise stanza a Teano; mentre le Puglie e gli Abruzzi, Molise e Terra di Lavoro, già per acclamazione generale eran ritornate spontanee al legittimo governo Borbonico.

Fu inutile ogni ulteriore tentativo civile o militare di Murat, giacché i popoli erano stanchi per tre lustri di guerra continua; gli arricchiti per suo mezzo amavano solo mantenersi al possesso degli averi; e l’esercito, crescendo in esso, pei disastri e pei tradimenti di taluni Generali, l’indisciplinatezza, si sbandava ogni giorno più, quasi corpo corroso. Convinto di tutto questo Gioacchino, mandò parlamentarii al campo tedesco presso Capua i Generali Colletta e Carascosa, che convennero a tre miglia di distanza in un piccolo podere dello Lanza coi Generali tedeschi Bianchi e Niepperg, e coll’inglese Lord Burgbersh; perciò quel trattato fu detto di Casalanza. Ciò avvenne il 20 maggio 1815. Con questo trattato si dichiarò la pace fra idue eserciti; la cessione di Capua nel 21 di maggio suddetto; l’occupazione di Napoli colle adiacenti fortezze; molte leggi del governo francese decennale mantenute, rispettati molti contratti e perdono generale alle antiche colpe di stato e di politica. Solamente Gaeta e Pescara non cedettero allora, ma lo fecero l'una dopo l'altra non guari dopo.

Finalizzato tutto questo, Gioacchino parti per mare, e poco dopo su legno inglese partì benanche sua moglie Carolina. Terminati i cento giorni, l'Impero ricadde per sempre; e Napoleone andiede a raccogliere i frutti della rivalità britannica, sul così detto ospitale scoglio di S. Elena. Come di sopra dicevamo, le arme Austriache nel convenuto giorno 23 maggio se ne vennero ad occupare Napoli, avendo alla testa il Real Principe di Salerno, che raccolse gli onori e le simpatie della popolazione commossa a sincera letizia.

Nel seguente giugno giunse nella sua capitale il Re Ferdinando, reduce da Sicilia, e con esso ritornò tra noi la sua armata fedelissima.

Il codice napoleonico, previa qualche distinzione di articoli, rimase a legge del paese. La Sicilia, col parere del Sovrani congregati in Vienna, e per volontà del Re Ferdinando, rimase perfettamente unita a Napoli, sì per accrescere la futura grandezza e potenza politica del reame, come per aver motivo legale di togliere, per quanto poteasi, il predominio inglese di già radicato su quell'isola, durante il corso delle politiche vicende del decennio.

Il cav. de Medici salì al potere di primo ministro: le finanze, perduto quel prestigio superficiale detto di sopra, presentavano nel 1816 un vistoso debito sullo Stato, che convenne duplicare, per far fron te alle nuove spese di riparazione e di mantenimento. De Medici se non fece molto, seppe creare e destinare delle rendite, che sembra rono almeno di restaurazione, se non d'incremento.

Disgraziatamente però le vendite de' beni per la maggior parte vennero rispettate ed i ricchi rimasero impoveriti, i fraudolenti acquisti de' beni ecclesiastici quasi tutti vennero garentiti nelle mani e possessori; e con ciò non solo le gerarchie dello Stato restarono avvilite, e non vendicate, ma quel che è più, si fece apprendere nelle menti incolte del nostro popolo, come in Francia, che i rivolgimenti politici sono esca di miglioramento pe' settari, e che trasmutano la proprietà a lor profitto nelle diverse condizioni sociali.

Ma il congresso di Vienna in pria, perché bramoso di pace generale, transigeva disgraziatamente come meglio potea, curando possessi, e non giustizia. Ed ecco, Gioacchino Murata dopo di aver passato qualche mese da incognito in Marsiglia, e poi di là più per fatalità che per impegno, sbarcalo in Corsica, per dubbiezza o per ambizione avendo spretato gli ultimi voleri del congresso di Vienna, il quale amava fare di lui un nobile privato da risiedere nella Moravia; Gioacchino invece si persuase di rinnovare dall’isola di Corsica uno sbarco improvviso sui lidi del nostro Regno, ed imitare il piano di mala riuscita tentato da Napoleone, che dall'isola dell'Elba credè risuscitare il suo impero in Francia.

Murat per trista convinzione volle il giorno 8 ottobre 18r5, col seguito di pochi aderenti, metter piede nelle Calabrie, sbarcando al Pizzo, fon vi A duopo ripetere i particolari di quell’audace impresa, essendo ben noti presso di noi. Le conseguenze ne furono,che il nostro Governo e per tutela de suoi riacquistati dritti legittimi, e per adempiere i voleri della consolidata politica di Europa, e per desio dì pace pubblica e di sovrana sicurtà dopo tante sofferte sventure, elesse un tribunale competente, chiamando tuttavia in vigore la legge emanata sette anni prima dall'istesso Murat, ed infinite volte eseguita su tanta gente devota a Ferdinando per intraprese di reazioni politiche. Da quel tribunale venne legalmente deciso, che Gioacchino Murat, tornato per la sorte delle armi, privato qual nacque, venne a temeraria impreca con ventotto compagni, confidando, non già nella guerra; ma ne’ tumulti; che spinse il popolo a ribellarsi; che offese la legittima sovranità; che tentò lo sconvolgimento del Regno e dell'Italia; e che perciò nemico pubblico, era condannato a morire in forza di legge del decennio, tuttavia in vigore. La sentenza venne eseguita il 13 ottobre stesso. Il Generale Nunziante, qual comandante di quelle provincie, tenne mano, senza spirito di parte, al pieno adempimento della giustizia; e la storia ricorderà il suo elogio nelle parole dette con verità da un suo avversario, cioè — che Nunziante seppe conciliare in quelle circostanze (difficilissima opera) la fede al Re Borbone, e la riverenza alla sventura. Al finir del 1815 la peste entrò nel nostro Regno, proveniente da Smirne e dalla Dalmazia; ma grazie ai valevoli provvedimenti del Governo, ove si sviluppò, ivi rimase, e si estinse in Giugno del 1816, cioè nel comune di Noja della Provincia Barese.

Nel 1816 avvenne l’incendio del grandioso teatro S. Carlo, che la munificenza di Ferdinando riparò, facendo risorgere quella magnifica opera dell'immortale Carlo III più brillante ai quel che era, nel breve spazio di un anno. In questo medesimo anno il regno soffri una carestia, tanto che il grano giunse a ducati dieci circa il cantajo. Interessanti atti emanati dal paterno governo del Re mitiga tono per quanto potessi questa patria calamità.

Nel 1817 si ebbe il brigantaggio dei Vardarelli, che fu precursore della Carboneria, cerne in altri tempi il brigantaggio dei Capozzolisegnò i preludi della Giovine Italia che in questi ultimi anni poi venne con mala riuscita iniziata nelle Calabrie dai fratelli Bandiera, i quali, però appena ebbero tempo di sbarcare su quei lidi. Al termine di questo stesso andò l'armata Austriaca uscì dal Regno, rimanendo di sé ottimo nome di disciplina, e rimanendo benanche, per esser giusti, coll’opera di taluni uffiziali delle iniziative di sette alemanne in mezzo ai crocchi de' nostri speculatori politici. ll'tedesco Generale Nugent rimase però a nostro ministro di Guerra col posto di Capitan Generale; di costui avrem motivo di tenere discorso nel secondo Libro di quest’opera.

Nel 1818 venne conchiuso il concordato tra la Santa Sede, e la nostra Corte. — Medici tenne le funzioni diplomatiche per Napoli; il Cardinale Consalvi per Roma. Così le piaghe della Religione presso di noi andarono a cicatrizzarsi, se nona guarirsi. Medici potea conceder di più, Consalvi resistere di più: ma il ministro Medici era un finanziere, non un diplomatico; come f Eminentissimo Consalvi era un diplomatico e non un finanziere. Perciò il primo badò più all’utile pecuniario, che al totale incremento chiesastico; per quanto il secondo si attenne più alla dignità Pontificia, che allo stato pecuniario delle dotazioni religiose. I tempi erano scarsi pel napoletano erario; ed il Ministro Tu tutto dedito ad assicurar più capitali che monasteri. I tempi erano difficoltosi per la Chiesa, e perciò il Segretario di Stato' Pontificio si attenne più a ripristinare la dignità Ecclesiastica, che a basare le antiche proprietà dell’Episcopato, e dei Monasteri che tanto aveano influito alla prosperità dei popoli. Ed in ultimo, perché queste in parte erano state vendute, donate, o usurpate, mercé la generosità dei Napoleonici sulle robe altrui; convenne cedere alle circostanze.

In questo anno medesimo si rinnovarono dal nostro Governo altri trattati politici e doganali colle potenze tutte di Europa. L’Inghilterra fece i suoi buoni affari in prima, ed ebbe buona porzione per aver speso qualche parola sulle faccende altrui; come Lord Exmout per noi corse a stabilire un’alleanza con i pirati di Algeri, Tunisi e Tripoli; e mercé un tributo di quarantamila piastre di Spagna, il nostro commercio venne garantito dalla pirateria — grazie sempre alle buone relazioni che l'Inghilterra teneva con quelle provincie di Barbaria.

Nel mese di aprile del 1816 la Real Principessa Carolina Ferdinanda, figlia primogenita di Francesco Duca di Calabria passò a nozze col duca di Berry, nipote dal Re di Francia, ed erede presuntivo di quella corona. Coppia sì bella, sì acclamata, e dopo breve tempo tanto infelice!

Nell’anno stesso il Real Principe di Salerno, il dì 16 Luglio, strinse matrimonio Coll’Arciduchessa Mari a Clementina figlia dell’imperatore d’Austria; augusta donna che completò con le sue virtù, gl'innati pregi dell’animo grande di questo Principe,e di cui noi avrem luogo altrove di narrare le singolarissime doli del cuore, comunque a ben pochi tra le nostre popolazioni possano essere ignote.

Nell’anno 1818 poi, la. nostra Real Principessa Luisa Carlotta, altra, figlia di Francesco, diè la mano di spasa, il 3 agosto, all’Infante di Spagna D. Francesco di Paula.

Nel medesimo anno il Re Ferdinando portassi a Roma, e poco dopo il di lui ritorno in Napoli, vi venne suo fratello Carlo IV Re di Spagna, che dopo venti anni di regno, caduto per la forza delle armi francesi, fece salire al Trono, nella restaurazione, il suo' primogenito. In Napoli sen mori cristianamente Carlo IV del 19 gennaio del 1819: Egli era nato qui stesso nel 1748, e se ne partì per lo Spagne con suo padre Carlo III nel 1759.

E da ricordarsi benanche nel 1819, la venuta in Napoli, nel mese di aprile, dell’imperatore d’Austria Francesco I, seguito dal Principe di Metternich.

Nel torno di quell’anno venne istituito l’ordine cavalleresco militare detto di S. Giorgio della Riunione, onde segnalare l’epoca della totale unione della Sicilia a noi, ed insieme per spegnere le gare tra’ militari venuti da Sicilia, e quelli ch’erano stati al servizio di Murat.

Ora dobbiam dire qualche cosa sulla Carboneria che diede una costituzione a Napoli ed una rivoluzione a Palermo. Lunghi studii abbiam noi fatti sulle vicende del 1820, e molto avremmo a ridire, se l’assunto della nostra Storia ci permettesse di esporre in queste pagine quanto abbiam raccolto e scritto su quelle vicissitudini del nostro paese. Altro tema c’incalza, e perciò diremo ora poche ma severe parole su quell’epoca, riserbandoci di ragionare sugli stessi fatti, allorché sarem giunti a tener discorso della Monarchia di Ferdinando II, nel 183o, e nel 1848. Solleviamo perciò il velo su quegli avvenimenti senza molestare le persone, tanto più che il tempo e lo spazio ci manca per poter distendere il nostro giudizio. Né ciò facciamo noi volonterosi: nostro desiderio sarebbe di non alzare neppur un lembo di quel velo che ricopre una patria sventura; ma il nostro racconto ci costringe a scovrire alcun che di quella piaga. E per mostrare a chi legge che non intendiamo di giudicar con poche parole cronologiche, falli che meritano lunga narrativa di svariate circostanze; ci facciamo a pubblicare, quasi complemento di questo quadro generale, alcuni preziosi documenti che possono rendere ozioso qualunque nostro ragionamento sulla cosa.

La carboneria, fra le sette, fu un rivolo che prese origine da molte scuole di politiche cospirazioni, e venne ideata in sulle prime quasi ancora di future speranze rivoluzionarie, da quell'ultima schiera di massonie di giacobini, i cui servizi non vennero accolti graziosamente dalla indefinibile ambizione del còrso Cesare in Parigi. Maniaci gli uni per principio, industriosi gli altri per calcolo; abbandonarono la Senna democratica, che fu gravida di tanta libertà per partorire un Imperatore, e corsero avidi di vendetta a tentare un altro volo di progresso sociale, ovunque la volubilità francese veniva odiata.

La Germania diede loro ricovero. Quivi, mercé il gelido temperamento de' naturali, per ansia non mai satolla, di filosofare, senza volere, senza accoramento si educa la gioventù fin dal ginnasio, con metafisiche sottigliezze, a geminarsi fra le eterne quisquilie morali politiche. Perciò la Germania da più secoli è la scuola del battagliare dogmatico e legislativo, ed in conseguenza è la culla delle quistioni religiose-sociali, che pargoleggiano col latte dei teoremi in sulle cattedre, che si sviluppano in idee progressiste fra le accademie, finché nasce un principio che si accarezza nel clubi, per dar vita ad una o più sette, secondo l’armonia o il disaccordo dei partiti.

E mentre la Germania avea dato nel secolo scorso la scintilla alle scuole francesi, per creare un Voltaire e compagnia, mentre avea tanto faticato pel voluto incivilimento mentale dell'Europa; allorquando la Francia si mosse tremenda, nel 1799; le cattedre tedesche gridarono vittoria. Che avvenne? La Germania compromessa, come ogni altra parte gonza dell'Europa, venne pur essa sfidata dalla Francia, nientemeno che con le armi della conquista, sotto la repubblica e sotto l'impero, prima dal generale Moreau, poi da Napoleone Bonaparte!

Ma poiché la pretesa nazionalità francese mancava di stabilità, non essendo un principio conservatore, bensì un bollettino di moda nel bene e nel male; e la nazionalità tedesca ora una scienza positiva nella pace, un dogma infrangibile nella guerra; così avvenne che la Germania intera, con le masse delle sue schiatte, accettò la sfida, e la sostenne qual sacramento fin all'ultimo colpo di cannone che tuonò sulle insanguinate pianure di Waterloo.

Ma l’avvedutezza de' Governi tedeschi si fu allora, che avendo il destro di estinguere ogni scintilla settaria in quelle provincie, mercé il santo prestigio di lesa nazionalità Alemanna; invece, perchè bisognosi di sempre nuove masse di volontari, onde far fronte al perpetuo cozzo delle vittrici arme francesi, timidi o soggetti presentarono ai popoli già ardenti di combattere, e per conseguenza in palese ed in nascosto accarezzarono le voglie delle scuole, e nutrirono con speranze nell'avvenire i tribuni de segreti comitati. Cosicché il combattere contro Napoleone non fu solamente un interesse nazionale, ma si ebbe benanche in mira di ottenere emancipazioni liberali. Fu allora che la carboneria, rivolo di molte sette, nacque in Germania nella lusinga e con lo scopo di muovere il basso popolo; ed ecco perchè tenne nel suo prosieguo molti colori plebei.

Nata adunque la carboneria mostrando cieca ubbidienza ai Troni, e dando i più lusinghieri elogi ai Re (seduzione perpetua d’ogni setta), corse vestita di fanatismo religioso a sussurrare coraggio ai prodi naturali di Spagna, mentre rinnovavano le glorie spartane dalle mura di Saragozza e di Cadice; scese in Italia, la quale battevasi il petto carico di rimorsi per avere da stolta venduti immensi e dispendiosi servigi alla volubilità della Francia ed all'ingratitudine Napoleonica, onde ottenere il ludibrioso nome di provincia. di un Impero odiato. E quivi seppe insinuarsi amica fra le passioni diverse.

Scese fra le valli, salì le erte della Savoia; e si mostrò redentrice futura degli Alpigiani. Predicò ai Sardi le perdute antiche attribuzioni, e gli sedusse; lusingò i Piemontesi col futuro primato d’Italia, e fu creduta. Ai Lombardi disse male di tutti i Cesari stranieri, e formulò nel Principe Eugenio, straniero ancor esso, il novello Sire del la Corona di Ferro. Ai Toscani rammentò le antiche promesse di Giuseppe e di Leopoldo, e disgraziatamente ottenne fede. A Roma fé sorgere il pensiero degli eroi del Campidoglio, vagamente versando veleno sulla Teocrazia, calunniandola come venale, ed asserendo di essere stata. rovesciata per sempre. In Napoli fu Murattista, richiamando i novelli baronetti al Senato degli aboliti Sedili. In Palermo si proclamò Borbonica, e fida guidatrice dell'ideologo sogno d’Icaro, che in Siculo idioma, si appella fatalmente indipendenza! In ultimo, come ognun vede, che la Carboneria nacque fra i cimenti delle masse armate, (terribile proponimento) seduttrice si rese dai suoi vagiti primieri,, dei campi, dei bivacchi,delle Caserme;. cioè a dire, che scorata dalle ciance dei sapienti,là setta,drizzava! suoi dardi. al positivo della società, nientemeno che alla severa disciplina delle armate; in somma a' venir protetta ne’ suoi indegni maneggi, non più dal sermone e dalla penna, ma dalle baionette e dai cannoni. E in tal modo, quando dovea scoccare, la rivolta, la letta amò appoggiarsi non più all’anarchia d’un popolo inerme, ma unitamente a questo, rendersi terribile mercé la più potente,quanto più cruciosa anarchia, l’anarchia militare. Ed eccoci ora al caso di dire di fuga qualche parola, sul napolitano rivolgimento del 1820.

L’epoca più calamitosa per un governo si è quella che si chiama delle ricompense da darsi al partito, che rimasto fedele al potere combattuto o rovesciato, è poi risorto. Questi reclami di ricompense in faccia ai potentati divengono talora più scabrosi dei seducenti gridi dei riformisti, e delle sommosse istesse che aprono il tristo cammino alla licenza, all'anarchia, persino alle barricale.Quel tanto che altro non è che un principio di convincimento o di opinione, o per meglio dire un buon dovere d’ogni suddito e cittadino; si alza smanioso in cerca di un compenso, che spesso non può essere soddisfatto in veruna maniera: e sotto la egoistica divisa del merito e del sacrificio si sollevano pretensioni quasi sempre esagerale, moltiplici e crescenti; e partoriscono il malumore che mena all’ingratitudine; e talvolta per desio di stupida vendetta, si giunge a farsi cospiratore alla prima circostanza che si presenta.

Perciò, diceva, che questi momenti di ricompense per i governi sono più rovinosi delle ribellioni stesse; perché queste possono vincersi colla forza delle armi, o colle pene comminale dai codici; quelle, cioè le istanze per ricompense, comunque si abbia la condiscendenza di attuarle, pur tuttavia non si possono né esaurire, né contrastare: perché sono infinite grazie, che si mostrano sotto il severo aspetto di giustizia.

A queste non lievi condizioni governative si aggiunge un altro scoglio, che i poteri costituiti debbono conoscere per evitarlo, cioè la così detta vendetta politica. Questa che io direi assolutamente spada necessaria di Damocle,ferir dee su pochi, e colla sollecitudine di un uccello che vola. Dopo questo periodo subitaneo risorger dove ogni governò alla dignità, alla paternità, al contegno, alla giustizia, alla legale severità sul presente; all’antiveggenza sull’avvenire, mercé l’azione salutare di una saggia amministrazione, e con rigore governativo senza eccezione.

Al contrario se nulla si fa, la risoluzione che si crede vinta non sarà che sopita, pronta a risorgere con maggior conato. Se molto si fa, si scende all’irritazione per i buoni, e per i tristi; il dubbio, l’incertezza, il sospetto, l’odiosità, la vendetta, ed infine la sanguinosa denuncia, spesso putredine delta fratricida calunnia, unite insieme vi confondono i partiti, vi rovinano l’innocenza, vi salvano la reità, rendono meriti ai ribelli di jeri, perché oggi si sono elevati bugiardi delatori; e quel ch'è più, fanno arditi i rivoluzionari stessi, perché si rendono soverchiamente temuti, invece di essere meritamente sprezzati. Se tardi avvenga, in ultimo, questa preziosa legalità, che si appella vendetta politica; succede che, dileguato il prestigio della circostanza, i Governi, invece di punire ad esempio pubblico, fan dono ai rei stessi di quella pubblica compassione, che è figlia della dimenticanza delle loro reità.

Dall’esposto chiaro si vede, che la Carboneria se procurava mezzi per aver seguaci, ciò era perché il Governo delle due Sicilie, dopo il 181o come tanti altri, si mostrò timido in faccia ad essa; suppose attacchi novelli nell’istante di farsi temere, e rispettare, da chicchesia. Ed ecco perché la setta, da bambina che era presso di noi del 1815, crebbe adulta nel breve spazio di cinque anni.

Ma a questa temenza, ch'è causa prima dei rovesci d’ogni Governo, presso di noi altre cause si aggiunsero, che comunque di minor valore in riguardo alla prima, tuttavia, perché trascurate; si estesero gigantescamente altere e rovinose. Fra queste citiamo come esempio del tristo successo del 1820 primieramente le animosità che il Governo in vero non promosse, ma neppure cercossi con efficacia di distruggere, insorte già tra i soldàti Borbonici che avevano il plauso di esser rimasti devoti al Re, ed i Murattisti che avevano il demerito di aver seguito il fanatismo dell’età — interessanti gli uni perché fedeli, compatibili gli altri perché valorosi. Ma invece di smorzare questi livori. ’fra individui soggetti ad un istesso potere, naturali del medesimo luogo;con una mano sì cancellavano dal Governo queste non tollerabili gare sotto l’egida del perdono, con un’altra suscitavansi in varii modi, più nel militare che nel civile, mercé le protezioni, che in simili casi acquistano il carattere d’ingiustizia, la quale mena al risentimento. Panando di Ferdinando II, svilupperemo meglio un tal principio governativo.

Queste sonnacchiose vedute di taluni uomini che allora stavano al potere in questo Regno, (diciamo sonnacchiose, per non entrare nel mistero di quelle coscienze), vennero spinte un poco per volta su d’un terreno di scabrosa guerra da quel tale principio sociale esposto di sopra, già di molto accarezzato, principio così detto delle ricompense che, come abbiam detto, i governi estimar debbono più pernicioso d’una rivolta. Principio che mentre posa. sul campo della più estesa moderazione, costituisce il baluardo più fermo d’ogni Governo Principio che quando supera gli argini della propria sfera, affoga in un mare d’immoralità ogni santo volere umano, rendendo la vittoria stessa più funesta ogni sconfitta;. giacché. è una guerra nella guerra, un governo nel governo, una ribellione dissimulala ed ipocrita, un amor proprio fluttuante, un egoismo frenetico, un’ambizione fraudolenta d’ogni bene politico e morale, che distrugge il proprio partito, confondendolo cogli smodati desideri demagogici; che lacera la propria bandiera con le manidell’ingordigia,e denuda il proprio Governo della forza, del rispctto, del decoro, e d’ogni possibile immegliamento avvenire. Trista immoralità! I demagoghi almeno aspirano prima a rovesciare gli stati, e poi a saccheggiargli; questi tali moderali al contrario si af faticano a sostenere i Governi per dilapidargli dopo la vincita, con affacciare una pioggia di meriti, che. son doveri, con una grandine di dimande che son grazie importune, con una fiumana d’impieghi, da potersi sol concedere in un mondò novello di frontiere incircoscritte; giacche un regno, un impero è piccola cosa a poter suffragare, cd appagare tanti eserciti di petenti meritori.

Avendo usato il motto, si affaticano a sostenere i Governi; lo abbiam detto per semplice costumanza: volendo, lo possiam benissimo ritirare. Giacché in tutti i tempi, generalmente parlando, se questo partito di moderati fosse stato un fatto positivo e non un nome; ogni setta sarebbe morta in culla, e le succedentisi rivolte sociali non avrebbero emanato un accento; e l’anarchia delle opere e dei pensieri sarebbe stata vinta almeno dalla legale discussione, lo non ricordo, né ò inteso, néò Ietto che siasi veduto un moderalo nel giorno funesto della rivolta, né un sol liberale nel di che le Monarchie son giunte alla vittoria!

Verificatesi sul nostro Governo e sul nostro paese tutte queste disastrose realità; la setta trovò pasto da per ovunque. E nel civile e nel militare, ne! privato e nel pubblico, nel ricco e nel povero, nel nobile e nel plebeo, nei Borbonici e nei Muratisti — e impossibili ad attuarsi ricompense reali, prevalendo il proprio interesse, fecero crescere da per tulio la scontentezza.

Il Sacerdozio potuto avrebbe colla voce della Religione e col pubblico esempio prevenir tanti disastri;. ma per la lunga vedovanza di molte Chiese, e per la umiliazione decennale del Clero, troppo crasi diffusa la velenosa e funesta zizzania della setta, che lo sprezzava.

La morale pubblica avea più piaghe da guarire, che buone pratiche da opporvi: era uno sbattuto naviglio che giunto in porto, serba tuttavia nei flagellati fianchi, l'ira della tempesta che lo colse.

I novelli proprietari, timidi sulle proprie, malacquistate risorse, vagheggiavano un altro scrupolo di rivoluzione sociale, onde convalidare il possesso degli averi, mercé de' servizi da rendersi al Governo in bisogno; sapienza squisita dei liberali industriosi.

I gonzi, i rovinati, gl’illusi, dietro l’esempio del decennio, sognavano altri feudi per essi pure, cospirando; idea prima questa della crescente barbarie Europea, di ottenere mercé le rivoluzioni, la metempsicosi delle proprietà, che oggi vien della con impudenza, alla foggia del volgo Parigino, comunismo.

La milizia intesa ad un medesimo scopo, si vedeva malamente combinata di eterogenei elementi. I soldati detti di Murat avevano perduto poco, ma aspiravano al molto, perché educati ad un amor proprio, renduto già fanatismo ostile. I soldati di Ferdinando 'avevano ottenuto molto, ma desiavano moltissimo, confondendo il dovere della fedeltà, col dritto assoluto d’incircoscritte attribuzioni — Non suffragati nel rispettivo impossibile intento, gli uni e gli altri, uniti insieme nello scopo di balorda vendetta, sprecarono l’onore guerriero, tra i ludibrii delle cospirazioni. La buona indole di Ferdinando divisato avea di far molto per convalidare la risorta Monarchia di Carlo III. I suoi ministri studiarono di non far nulla; o facendo, non ottennero che di far peggio.

Il Trono delle Due Sicilie era surto novellamente a vita, non per particolar guerra, ma per vittoria dell’Europa vincitrice. Un Governo, come il nostro, teneva per avanguardia del suo potere la politica onnipossente del congresso di Vienna, e per sua prima armata la stanchezza comune, non sol de' suoi popoli, ma di tutti i popoli di Europa. Il Reame delle Sicilie allora, era una pasta molte nelle mani d’un artefice, che potea a suo bell’agio modellarla. In vece un Governo che creder si dovea temuto e rispettato, dietro il baluardo di sì favorevoli circostanze politiche e sociali; si rese timido e sospettoso, e per conseguenza di briglia sciolta ai soggetti di tutte le opinioni, onde rendersi esigenti gli uni, disprezzanti gli altri, concordi tutti a ribellarsi alla prima occasione. Mancò un fonte salutare di giustizia, di eguaglianza e di obblio, onde estinguere le passioni diverse, tutte già purificate dalle sventure di tanti anni; giacché allora, qualunque titolo portassero le fazioni, il principio era sempre monarchico; e gli stessi repubblicani del massonismo zittivano, gli uni perchè di troppo arricchiti, gli altri perchè di troppo ammiseriti; e tutti già schiacciati si trovavano da per loro stessi sotto il carro pesantissimo della monarchia Napoleonica, la più assoluta e dispotica di quante ne videro i secoli.

Al contrario si praticò; tutte le possibili opinioni, sì governative che municipali, le quali si eran succedute dall’ultimo periodo dei passato secolo, sino all’epoca di cui teniam discorso; tutte unite distintamente si mantenevano in vita. Non tutte si rispettavano dal Governo, perché lo stesso quasi tutte, le temeva. Perché non abbatterle? Se queste,passioni erano discordanti fra loro, perché non si ligavano con prontezza alla ruota del Governo? Se esse si rendevano semenza di malumore, perché non castigate? Se per queste si creavano nemici ed inciampi alla Monarchia, perché non atterrarle? Se erano fomite di disquilibrio al potere civile, morale e militaredello Stato; perché lo Stato che ne teneva la forza, il volere,e ne vedeva la necessità, non le falciava in culla?

Ah! se quel Cavalier de Medici, che tanto nome di sédoveva lasciare nella Storia della Finanza Napolitana, si fosse rimasto nel solo campo che gli conveniva, oggi forse avrebbesi una piaga di meno negli annali delle sciagli re delle due Sicilie!! Ma egli, uomo che avea assorbito nelle proprie mani tutte le redini dei poteri di questo Regno, uomo sagace, intelligente; esperto, fermo, ambizioso e gelosissimo della propria autorità, perché non vide tutte queste cose? e se le vide, perché non vi assegnò riparo? perchè fece crescere a bell'agio spinoso deserto in un paese stanco di rivoluzioni, e sitibondo d’immegliamenti reali, e non più chimerici?... Forse non era della sua conoscenza questa lunga catena di mali? forse non fu egli che volle far tacere le grandi verità che la Polizia dello stato segnava ad ogni ora, mercé le sagaci misure del Principe di Canosa, che nella vena stessa de' suoi paradossi, facevale ognor toccare colle mani?

Che dobbiam risponder noi? senza punto scemare i meriti d'un grand'uomo, che meglio lasciare nel mistero di sua coscienza, ripeteremo quel che disse al proposito un grande statista, cioè–e Medici, che faceva?... Medici dormiva! = Verità immensa e letale si è questa: tanto da farci credere che Canosa solo era l'uomo che poteva degnamente svegliare dal suo infausto torpore il Medici; che l'allontanamento del primo fu causa di più profondo letargo per il secondo; e che, se il Canosa (come dicono molti) era l'uomo dissumano, lo era o sembrava di esserlo, perchè Medici dormiva– e per un Governo che si assonna sull'orlo d'un abisso, è miglior consiglio svegliarlo agonizzante, mostrando la necessità di adoperar mezzi severi, che seppellirlo vivo con modi indulgenti.

Disgraziatamente avvenne però che il Governo da sédovette seppellirsi nei vortici della rivoluzione, e con sétrarre a precipizio la maggioranza del paese, sfidata in primo, e martoriata in prosieguo dell'arma micidiale quanto frenetica del soldato nell'anarchia.

La rivoluzione mossa già nella Spagna dalla Carboneria, avea alterato con sì tristo esempio l'armata Portoghese, e scossa la nostra profondamente, leggermente la Piemontese.

La Costituzione delle Cortes di Spagna accelerò il moto della setta in Portogallo, in Napoli, ed in ultimo nel Piemonte.

Presso di noi non si mossero solamente i voluti Murattisti, bensì tanto nel militare che nel ramo civile, si mossero tutti gli ambiziosi non satisfatti nelle loro voglie.

Così avvenne, che nella propria Caserma, la setta avendo recisi gli stami della onorata disciplina, spesso il capitano addiveniva per necessità di vita settario, poiché nella sua compagnia o squadrone gl'infimi subalterni, e talvolta il più rude gregario, appartenevano alla carboneria; e per mistero di rito più fiate il sergente era superiore in funzioni al colonnello istesso ed al proprio generale.

Si avea egual governo nei dicasteri burocratici puranche, nelle comunanze dei mestieri, nelle bettole della plebaglia, persino nella società domestica delle famiglie, e spesso tra figli e padre.

Dov'erano gl'innocenti, dove i colpabili? è impossibile il discernergli. Come poterlo fare, se il Governò nella sua piena paralisi politica e morale, non sapendo difendere se stesso, non poteva dar patrocinio a qualsivoglia reazione? Chi era settario per spirito, chi seduzione, moltissimi per paura, più che molti per guarentigia dell'impiego, della proprietà e della vita.

Faceva paura la dispotica arma del soldato, ma era visibile – faceva spavento il celato pugnale del facinoroso plebeo, ma era scansabile – rabbrividiva l'idea alle celate sentenze dei segreti comitati, ma ei era riparazione. All'infuori di questa perplessità, altra se ne incontrava, ma irreparabile e funesta, cioè: o si era settario e la denuncia vi accusava al Governo: o non si era, e la denuncia vi accusava alla setta. Questa tristissima alternativa di confusione massima la Reggia e l'abituro, spargendo il sospetto ed il terrore da per ovunque.

Ferdinando, com'è di tutti i Re, ebbe consiglieri ed amici finché il malanno serpeggiò ascoso tra le viscere dello Stato: appena la rivoluzione fece urto al Trono, molti si dovettero allontanare, molti si allontanarono; ed Egli rimase solo, circondato dalle proprie sue virtù, tra tanti pericoli insuperabili.

Non era più l'uomo cui facesser paura le tempeste, essendosi mostrato superiore a queste da quasi mezzo secolo. Non era più ca pace di farsi illudere, giacché dal 1786 al 182o, si era ben ammaestrato a conoscere il valore da darsi ai plausi dei progressisti. In fine era un Sovrano tratto in tutte le disgrazie, mercé i frastuoni delle sette. – Poteva o doveva far buon viso alla Carboneria? Se lo fece, cedé alla forza; se giurò la costituzione, era tenuto a mantenere il sacramento che sarebbe stato vincolo d'iniquità, in faccia ad una fazione dalla quale per ben due volte era stato sbalzato con la sua famiglia dal Trono, esule sullo scoglio della Sicilia? mentre il padre suo Carlo III, con fiumi di oro, e col sangue spagnuolo avea tolto questa nostra regione dalle fauci divoratrici dei governi viceregnali, dal feudalismo, e dalle guerre di successione; dando a noi nome di nazione nell'Europa, posto di primo Stato in Italia, indipendenza di Regno, codice, marineria ed armata? – Ecco qual fu mai la stolta ingratitudine delle fazioni verso la dinastia di Carlo III nelle due Sicilie! Cosa eravamo noi fino ai principi del Secolo XVIII? Che gl'ingrati sel leggano; ed arrossiscano i faziosi, se furon mai capaci di erubescenza.

Ammettiamo pure che talora i Ministri di Ferdinando con poco adatti mezzi amministrativi abbiano in quell'epoca spinto al malumore il paese... Era perciò cospirare, dopo che l'Europa e noi con questa, per desio di riposo ci eravamo assisi su di un suolo poli tico inzuppato di sangue umano e di miserie, per effetto di tanti succedutisi cataclismi sociali? l'esperienza, se non la ragione, non ci addimandava pace e quiete a prezzo di qualunque sacrificio?

E ammettendo che il cospirare allora fosse stato necessità, e Ferdinando molto proclive a darci la costituzione; ci trovavamo noi e Ferdinando nello stato di metter legge nuova nell'equilibrata bilancia politica del Congresso di Vienna? L'Europa avea piaghe immense da guarire, debiti stragrandi da soddisfare, miserie prolungate da attutire; di calma necessitosa, di pace a qualunque prezzo, e di lunga stabilità abbisognava. Poteasi dalla Carboneria (ove molte intelligenze culte figuravano) menomamente sperare un trionfar de' infausti conati? è impossibile supporre che l'abbian creduto; e quindi è chiaro che una cieca follia, o il turpe scopo di scaltro guadagno abbia mosso quegli spiriti.

Ma la Spagna… Niun sensato politico à potuto lodare la Spagna del 182o; ed i risultamenti l'han condannata; ben deplorabile è la condizione, a cui la condussero le fazioni; e quelle sue Cortes, senza operare alcun bene nello stato governativo ànno spolpato finoggi quel Regno, miniera inesauribile di ricchezze – Ma la Spagna col suo movimento essenzialmente fazioso e strano, e per ciò condannabile nel proprio paese, poca o nulla influenza avrebbe potuto esercitar sugli stati di Europa. E non ostante il prestigio, che mostrava ripetere dal merito eroico d'aver combattuto per la propria indipendenza e per il Trono del suo Re, contro le armi Napoleoniche; un tal prestigio sparì ben tosto; e l'Europa si vide nella necessità di abbattere con una invasione la Costituzione di Spagna. Noi al contrario non pel nostro Re Ferdinando dare all'Europa ed a Ferdinando istesse garentie di egual fiducia e riconoscenza – noi invitammo Napoleone per ben due volte a scacciare il proprio Re dinastico, vendendo a vil prezzo ad uno straniero la patria indipendenza. E la rivoluzione Napolitana era temuta per la pace d'Italia, dell'Impero d'Austria, delle innumere provincie Germaniche e della Polonia. Poteva per il Regno di Napoli, l'Europa stanca, spossata e ammiserita dalle sette e da Napoleone, questo con tanto dispendio, osteggiare novellamente il campo in faccia alle ribellioni non più popolari, ma anzi popolari e militari?

Chi à senno che si prenda una risposta da sé.

Infatti, appena si seppe la nuova del successo di Napoli, l'Austria la Prussia e la Russia si unirono in Congresso, dichiarandovi guerra a' perniciosi novatori, che turbavano la pace de' popoli, calpestando ogni diritto divino ed umano, e sconoscendo ogni dovere. Potevamo noi sostenerci a fronte di tre colossi, ancorchè i tradimenti dei nostri più distinti Costituzionali Guerrieri, non ci avessero dato dissonoranze, anticipandone la catastrofe? La Francia istessa che per le novelle sue istituzioni si mostrò compiaciuta un poco di noi, purtuttavia non prese alcuna nostra parte nel Congresso di Troppau in pria, ed indi in quello di Laybach. Il nostro Ministro Castelcicala, Ambasciatore presso il Governo Francese, benché non avesse voluto giurare la Napolitana Costituzione; purtuttavia il Parla mento Nazionale qui lo destituiva, e la Francia lo continuava a ri conoscere nelle sue funzioni. In ultimo la stampa gallica periodica mente ci metteva in parodia, sotto ogni ridicolo modo.

L'Inghilterra egualmente che la Francia, mentre gridavasi neutrale, aveva afforzato sulla rada di Napoli la squadra in atteggiamento di guerra, e più volle far parte nei Congressi senza votare, si disse, ma non saprei se vi sedeva senza influenza. Qualche suo Ministro però continuava o rinnovava i suoi progetti antichi, se non sul nostro continente, sulla nostra isola Siciliana. E benché Lord Liverpool e Lord Castlereagh si occupassero ad attizzare quell'immenso scandalo Brittannico, cioè il processo contro la loro infelice Regina Carolina Elisabetta di Brunswick, nientemeno che evocando dalle bettole di Milano la ciurmaglia dei servi di piazza a testimoniare un delitto che taluni del parlamento Inglese volevamo a forza provare, ricorrendo a trarre le piante, e studiare sulle stesse i siti locali delle stanze ove la disgraziata Principessa aveva alloggiato in Lombardia; pur tutta via qualcheduno del Ministero Inglese, non sapendo stare ozioso nei malanni altrui, cercò attuare nella Carboneria Siciliana, non le Cortes Spagnuole, ma quella Costituzione Inglese data da Lord Bentinck per castigo ai Siciliani nel 1812. E noi per non dare sulla stessa alieno parere, riportiamo in nota (9) le parole istesse d'un testimone niente sospetto, cioè di Lord Brougham, dette or ora alla Camera alta di Londra, nientemeno che nella fragorosa tornata del 2o Luglio 1849.

Aggiungiamo, solamente per paragonare la differenza delle Pro e del 182o con quelle istesse del 1848, bisognandoci altrove questa illazione di epoche, cioè, che scoppiato il movimento in Napoli, Palermo con pochi paesi limitrofi si mosse puranche; ma non per far plauso ai nostri,ma per gridare abbasso i Napoletani, e viva l'indipendenza sicula. Con quella indipendenza non definibile finoggi, sperò ribellare l'intera isola, ma venne meno il progetto; il patrocinio estero prese sbaglio una volta sola, e Palermo rimase sola nel campo. Ci crediamo nel dovere di riprodurre a modo di nota significativa (10), il programma coscienzioso che Catania e Messina emanarono allora, onde rimanere in unione con Napoli. Non crediamo intieramente ad un ragionamento pubblicato in un momento d'ira municipale; ma lo valutiamo, sì perchè nello sdegno talune volte soglion dirsi delle grandi verità, sì perchè se Catania, Messina ed altre provincie sicule si fossero ricordate nel 1848, d'un sol raziocinio emesso allora, oggi non rammenterebbero sì lunghi guai, ne' quali si lasciarono trarre inconsideratamente.

Le armi napolitane domarono valorosamente la ribellione in Sicilia: le armi tedesche non guari dopo estinsero ogni traccia della Napolitana, non saprei dire, se costituzione o setta.

La pace fé ritorno tra noi – ma lacera di cento triste e disonore voli ricordanze.

I settari, quando si elevano smaniosi sulle sorti della società, parlano a nome del paese, della maggioranza, della nazione; e i lucri, i guadagni, le cariche, gli onori, cd in ultimo le dorate fughe sono i premi esclusivi del loro volo progressivo – Intanto il paese, la maggioranza e la nazione, con tutto che non abbiano creduto mai di affidare mandato alcuno a questi generosissimi; e benché alle lor grida abbiano acceso i lumi alle finestre e pagate innumerevoli prestazioni (sotto la laurea del patriotico progresso) – appena la sconfitta corona queste umane sventure, cioè quelle libertà dei popoli che son figlie delle rivoluzioni (standocchè non ricordasi ancora dalla società che la violenza e la ribellione avessero in tutti i tempi saputo costituire un governo stabile, fermo, e duraturo) – appena sopravviene la sconfitta, dicea, allora solamente, paese, maggioranza e nazione, acquistano il dritto positivo alla sfumata libertà, addossan dosi tutti i balzelli venturi, onde riempire il vuoto tesoro dello stato, onde pagare i milioni allo straniero, i debiti dell'azienda, ed altre ed altre cosucce consimili, frutti lamentevoli, e sempre inseparabili da rivolgimenti politici.

Così noi in quei giorni –

Appena arrivavasi, mercé le grandi vedute finanziere del Cavaliere de Medici, a dar sesto in qualche maniera a questo riunito reame che in trent'anni di rivoluzioni, di guerre, d'invasioni e di riconquiste, era sceso ad una estrema bancarotta nel pubblico e nel privato, nello Stato e nel particolare – Ecco che la carboneria del 182o, corse precipitosa a sprofondare in novello abisso queste fertili contrade, questi popoli sì laboriosi, sì cattolici, sì geniali, sì pacifici ed allegri, a degli altri della terra.

Giunse inopportuna, perchè di tutt'altro avevamo bisogno, per re un Governo, convalescente ancora pe’ suoi malanni passati. Dal a reggia al municipio, dalla chiesa alle coscienze, dall'erario pubblico allo scrigno dei particolari, dai lavori comunali alle opere private, dal legislatore antico alle leggi nuove, dalle scienze agli studio si, dalle arti agli operai, dai soldati del Faro a quelli del Sebeto, dal Re al suddito, aprissi niente meno che un novello campo di discordie comuni, sulle non ancor spente discordie antiche. Si distrusse la novella domesticità tuttavia bambina fra noi, dietro il rovescio di tante pubbliche vicissitudini – le ire domestiche, gli odi di parte, le calunnie, il dispotismo anarchico, la velleità guerriera, l'indisciplinatezza delle caserme, l'utile pace spregiata, la rovinosa guerra acclamata, le scambievoli inimicizie dei capi militari al campo, dei capi politici al ministero e alla tribuna, la vanagloria inutile, la jattanza politica, l'indiscreto spartanismo marziale, la niuna tattica del campo, la fuga precipitosa, la disfatta disonorevole, in ultimo... la setta istessa tradita da' suoi propri settari!...–

E dietro queste triste quanto raccapriccianti immagini, le provocate schiere austriache occupare questo regno, e per dritto sedersi alle mense di quei vinti che non si mossero mai alla guerra; appesantirsi le finanze dello stato con gravosi debiti, onde dissecarsi novellamente per pagare lo straniero, per sostenere la dignità della monarchia, lo stato, i comuni, già impoveriti! in ultimo disciolta un'armata già incancrenita dalla setta, zeppe le prigioni, sollevati in legale vendetta i provocati tribunali e i consigli di guerra, l'esiglio resosi uno scampo dei latitanti compromessi, e spesso un mezzo di clemenza sovrana!

Dopo il fin qui detto da un dolentissimo campo amiamo portar la nostra penna su d'un altro il più vago e brillante, di dolci emozioni e speranze, accostandoci alla culla del pargoletto Ferdinando II, allora neppur Principe Ereditario, ma detto Duca di Noto.

Di Ferdinando I. non amiamo far più motto in questo quadro cronologico, dovendo di lui ridire altre cose, accompagnandolo al sepolcro, mentre terrem discorso sull'infanzia del protagonista della nostra storia, cioè del vivente contemporaneo Sire delle due Sicilie.

I figli morti e superstiti di Ferdinando I. sono  Francesco, allora Duca di Calabria, indi successore al Trono.

Leopoldo Giovanni, Principe di Salerno, nato a' 2 di luglio del 179o, e sposato a'28 di luglio del 1816 con Maria Clementina, Arciduchessa d'Austria, padre di Maria Carolina Augusta nata a'26 di aprile del 1822, poi sposata ad Enrico d'Orleans Duca d'Aumale.

Maria Antonietta Teresa, sposata al Principe delle Asturie, poi Ferdinando VII Re di Spagna, e morta il 21 di maggio del 18o6.

Maria Teresa, sposata a Francesco I. Imperatore d'Austria, e morta il 13 di aprile del 18o7.

Maria Cristina, nata a' di gennajo, del 1779, sposata a 7 di marzo del 18o7 con Carlo Felice Giuseppe Maria Re di Sardegna, e morta nel marzo del 1849.

Maria Amalia, nata a'26 di aprile del 178a, e sposata a Luigi Filippo Duca d'Orleans, ai 25 novembre del 18og, Regina de' Francesi nel 183o, or sotto il titolo di Contessa di Nevilly, vedova rispetta bile nel suo esiglio, come fu Regina ammiranda, ed invidiata madre dei più prodi figli. Figli che essendo stati in questi ultimi anni valutati dall'Europa, e dovendo spesso entrare nei racconti della no stra storia, come degnissimi cugini del Re Ferdinando II delle Due Sicilie; non crediamo inutile registrarne qui i rispettivi natali. (a)

XXXII. Francesco I, nato il dì 19 agosto 1777, vedovo di Maria Clementina Arciduchessa d'Austria il 15 di novembre 18o1, e sposo in seconde nozze di Maria Isabella, Infante di Spagna, nata il 6 luglio

Questo Principe è il trentaduesimo sovrano delle due Sicilie, se condo la esposta cronologia, salita al Trono nel gennajo del 1825 dopo sessantacinque anni di Regno del suo augusto padre Ferdinan do IV di Napoli, III di Sicilia,è detto I nel decembre del 1816, per la riunione de' Domini di quà e di là del Faro.

I figli di questo Re, viventi tutti finoggi, all'infuori di D. Antonio Conte di Lecce sono i seguenti.

Carolina Ferdinanda Luisa, nata ai 5 di novembre del 1798, da Maria Clementina Arciduchessa d'Austria, e maritata a' 17 giugno 1816 con Carlo Ferdinando di Berry futuro Re di Francia, ed ucciso disgraziatamente nel 14 di febbrajo 182o mentre usciva dal teatro, oggi è la madre augusta del modello fra i Principi Reali l'e sule Duca di Chambord, Enrico di Francia.

Ferdinando, nato a' 12 gennajo 18ro, detto prima Duca di No to, poi Duca di Calabria, e nel 183o Re del Due Sicilie, felicemente regnante.

Carlo, Principe di Capoa, nato a' 10 di ottobre del 1811.

Leopoldo Conte di Siracusa, nato a'22 di maggio 1813.

Antonio Conte di Lecce, nato a' 23 di settembre 1816, e morto il 12 gennajo del 1843.

Luigi Carlo Maria, Conte di Aquila, nato a' 19 luglio del 1824.

Francesco di Paola Conte di Trapani, nato a' 13 di agosto del 1827.

Luisa Carlotta, nata a' 24 di ottobre del 18o4, e maritata a' 12 di ottobre del 1818 con Francesco di Paola Antonio Maria Infante di Spagna.

Maria Cristina, nata a' 27 di aprile del 18o6, e maritata con Ferdinando VII Re di Spagna e delle Indie, a' 9 dicembre del 1829.

Maria Antonetta, ora Gran Duchessa di Toscana, nata a' 19 di decembre del 1814.

Maria Amalia, ora consorte dell'Infante di Spagna Sebastiano Gabriele, nata a 25 di febbrajo del 1818.

Maria Carolina Ferdinanda, ora consorte dell'Infante di Spagna Conte di Montemolino, nata a' 29 di febbrajo del 182o.

Teresa Cristina Maria, ora Imperatrice del Brasile, nata a' 14 di marzo del 1822.

Del Re Francesco, di questo grand'uomo, albergo delle più eminenti virtù, di questo dotto Principe, di questo ottimo padre di famiglia, clemente, dovremmo tener discorso nel primo e secondo libro di questa storia contemporanea. Ora non diciamo al tro di lui, che fu un Sovrano tranquillo, degno d'un secolo di pace; e che se turbarono il comun riposo le insane tempeste politiche di quell'età fragorosa nella quale salì al Trono; per quanto le com mozioni sociali dell'Europa intera conturbata avessero la sua vita civile, e per quanto il frastuono delle sette avesse reso spinoso il sentiero governativo; tal Monarca mostrossi di fatti, che sarebbe stato la felicità de' suoi popoli, ed un Re tratto a modello da quei secoli beati di quell'era sociale che bramiamo tutti di veder rin novellata per l'Europa politica.

Basti il fin qui detto, per sollevarci al tema arduo e nobile, di tener discorso della storia contemporanea della monarchia di Ferdinando II Re del Regno delle Due Sicilie.


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STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 15 NAPOLI 1855

Duca di Calabria Comandante Generale dell'Esercito - 11 Giugno 1827 - Simulacro di guerra in Castellammare

Duca di Calabria Comandante Generale dell'Esercito - 11 Giugno 1827 - Simulacro di guerra in Castellammare

DOCUMENTI DIPLOMATICI RIGUARDANTI

LE FACCENDE POLITICHE DEL 1820  NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

I. Dichiarazione del Gabinetto d’Austria indiritta ai Sovrani Tedeschi
intorno al cambiamento politico avvenuto in Napoli nel 1828

1. Gli ultimi avvenimenti occorsi nel Regno di Napoli hanno, piucchè ogni altro fatto della stessa specie, dimostrato luminosamente, che anche in uno Stato governato in lodevole e regolar modo, e fra un popolo tranquillo e contento del suo governo, può la velenosa influenza delle sette rivoluzionarie cagionare i più violenti sconvolgimenti; ed han provato, che gl'intrighi de' Carbonari, senza influenza straniera, e senza il benché minimo pretesto, hanno prodotto quel cambiamento che ha obbligato il Re di Napoli a distruggere il governo, a dimettere tutte le autorità esistenti, a proclamare una Costituzione, non solo straniera per il suo paese, ma eziandio non ancora provata con l'esperienza in quello che l'ammise per il primo; infine, con altri termini, a proclamare l'anarchia come legge.

«S. M. l’imperatore è persuaso che questo avvenimento debba fare una vivissima impressione in tutte le corti germaniche. Esso insegna, con uri notabile esempio, quanto sia pericoloso il guardare con occhio indifferente le operazioni di secrete società e le cospirazioni ordite nelle tenebre, e come saggiamente adoperatone i principi tedeschi, che hanno combattuto cori la vigilanza e col rigore i primi sintomi di queste ree macchinazioni. S. M. l'imperatore per le sue politiche e perdonali relazioni, per la sua parentela con molte case principesche d’Italia, è per la situazione, geografica de' suoi dominii, è particolarmente interessato a questo disgraziato caso. L’ordine politico fermato rie! 1815 da tutte le potenze di Europa, costituì l’Austria quale naturale guardiana e protettrice delta pubblica tranquillità nell’Italia. L'Imperatore ha fermamente deciso di corrispondere a quest’alta vocazione, di allontanare dai confini de' suoi Stati, e da quelli de' suoi vicini ogni movimento che potesse turbare la tranquillità, di non soffrire alcuna offesa ai diritti ed alle relazioni che furono guarentite dai trattati ai principi italiani, è di ricorrere alle più forti misure, qualora le disposizioni legali ed amministrative non ottengano lo scopo desiderato.

«Fortunatamente l’attuale situazione delle potenze di Europa, e lo spirito di pace da cui sono animate, non lasciano luogo a temere che queste misure possano! portare cori sé né politiche inimicizie, né guerre civili. Qualora poi non si potesse evitare il ricorso alla forza (al cui uso S. M. l’Imperatore, tentò per il sud amore per la giustizia, come per la sua dolcezza a tutti ben nota, non si ridurrà che astrettovi da una estrema necessità),queste forza non sarà adoperata mai contro il legittimo potete, ma soltanto contro i ribelli armati. Ma anche, in questaspiacevole circostanza S. l’Imperatore non pretenderà l’immediata cooperatone, e l’intervento delle Corti della Confederazione Germanica.. Le misure necessarie a mantenere l'ordine e la quiete in Italia sono estranee cooperazione determinata dalle leggi della Federazione; e S. M. I. ben lungi dall’allontanarsi da queste massime e da questi principi stabiliti concordemente, è anzi pronta ad ogni sacrificio, e ad ogni sforzo per allontanare dagli Stati della Federazione qualunque pericolo, nonché la necessità di una tale cooperazione. Egli è però di mestieri, che mentre l'Austria occupa le sue cure e le sue forze intorno ad un oggetto di così salutare e generale utilità, essa possa far conto sull'imperturbabile tranquillità dell'interno della Germania. Quantunque la sorte dell’Italia possa richiedere l’attenzione dell’imperatore; ciò nulladimeno S. M. con inesprimibile contentezza, e con animo tranquillo si promette che nulla siavi da paventare per la nostra patria comune, finché le Corti germaniche saranno animate da quei sentimenti che sono ad esse suggerite dalla presente condizione del mondo politico, e da quello spirito di unione, di fermezza e di sapienza, che si manifestò sì chiaramente nell’ultimo Congresso di Vienna; e che si appalesò con tanta dignità, anche dopo il fine di quel Congresso, in alcuni de' prima rii governi tedeschi. Grandissima gloria è riserbata alla Germania se nella prudenza, e nella fermezza de' suoi governi, nel mantenimento delle sue attuali costituzioni, ne’ fedeli sentimenti del popolo, e nella possente guarentii della sua Federazione essa troverà il modo di conservare in questi torbidi giorni l’interna sua pace, i suoi ordini legittimi, la sua indipendenza, la sua dignità, ed il suo antico carattere — S. M. è persuasa che nessuno de' suoi nobili confederati tedeschi sarà insensibile a tanta gloria; e l’Imperatore stesso si stimerà felice se potrà contribuirvi con la coscienza di non aver perdonato né a sforzi» né a sagritùii per giungere àd uno scopo sì nobile e sì elevato.

«Vienna, 25 Loglio 1820

Per comando di S. M. I. R. A.

Il Principe di Metternich

II. Lettere di S. M. Ferdinando I a S. A. R.  il Principe Reggente Lubiana 28 Gennaio 1821

Figlio Carissimo

Voi ben conoscete i sentimenti che mi animano per la felicità de' miei popoli; ed i motivi, pe’ quali solamente ho intrapreso, ad onta della mia età e della stagione, un così lungo e penoso viaggio. Ho riconosciuto che il nostro paese era minacciato da nuovi disastri, ed ho creduto perciò, che nessuna considerazione dovesse impedirmi di fare il tentativo, che mi veniva dettato da' più sacri doveri.

Fin da' miei primi abboccamenti con i Sovrani, ed in seguito delle comunicazioni che mi furono fatte, delle deliberazioni, che hanno avuto luogo dalla parte dei gabinetti riuniti a Troppau, non mi è restato più dubbio alcuno sulla maniera, nella quale le Potenze giudicano gli avvenimenti accaduti in Napoli dal 2 Luglio fino a questo giorno.

Le ho trovate irrevocabilmente determinate a non ammettere lo stato di cose, che è risultato tali avvenimenti, né ciò che potrebbe risultarne, e riguardarlocome incompatibile colla tranquillità del mio Regno, e colla sicurezza degli stati vicini, ed a combatterlo più tosto colla forza delle armi,qualora la forza della persuasione non né producesse la cessazione immediata.

Questa è la dichiarazione, che tanto i Sovrani, quanto i plenipotenziarii rispettivi mi hanno fatto, ed alla quale nulla può indurli a rinunciare.È al disopra del mio potere, e credo di ogni possibilità umana di ottenere un altro risultato. Non vi è dunque incertezza alcuna sull’alternativa, nella quale siamo messi, né sui Punico mezzo che ci resta per preservare il mio Regno dal flagello della guerra.

Nel caso che tale condizione, 6ulla quale i Sovrani insistono, sia accettata, le misure che ne saranno la conseguenza non verranno regolate che colla mia intervenzione..

Devo però avvertirvi che i Monarchi esigono alcune garentie giudicate momentaneamente necessarie per assicurare la tranquillità degli stati vicini.

In quanto al sistema che deve succedere all'attuale stato di cose, i Sovrani mi han fatto conóscere il punto di vista generale, sotto cui essi riguardano tal quistione.

Essi considerano, come un oggetto della più alta importanza per la sicurezza, e tranquillità degli stati vicini al mio Regno, per conseguenza dell’Europa intera, le misure, che adotterò per dare al mio governo la stabiliti della quale ha bisogno, senza voler restringere la mia libertà nella scelta di queste misure. Essi desiderano sinceramente che, circondato dagli uomini i più probi, ed i più savii fra miei sudditi, io consulti i veri, e permanenti interessi de' miei popoli, senza perder di vista quel ch’esige il mantenimento della pace generale; e che risulti dalle mie sollecitudini, e da miei sforzi un sistema di governo, alto a garentire per sempre il riposo e la prosperità del mio Regno, e tale da render sicuri nel tempo stesso gli altri 8tati d’Italia, togliendo tutti quei motivi d’inquietitudine che gli ultimi avvenimenti del nostro paese avevano loro accagionato.

E mio desiderio, carissimo figlio, che vói diate alla presente lettera tutta la pubblicità che deve avere, affinché nessuno possa ingannarsi sulla pericolosa situazione, in cui ci troviamo. Se questa lettera produce l’effetto, che mi permettono di aspettarne tanto la cosqenza delle mie paterne intenzioni quanto la fiducia ne’ vostri lumi, e nel retto giudizio o lealtà de' miei popoli; toccherà a voi il mantenere frattanto l’ordine pubblico, finché io possa farvi conoscere la mia volontà ió una maniera più esplicita per lo riordinamento dell'amministrazione.

Di tutto cuore intanto vi abbraccio, e benedicendóvi, mi confermo il vostro

Affezionatissimo Padre

FERDINANDO

III. Rapporto di S. E. il Duca di Gallo Ministro degli Affari Esteri a S. A. R. il Principe Reggente

Altezza Reale

Onorato dalla scelta di S. M. il Re, perché lo accompagnassi nelle difficili comunicazioni di Laybach, e dal permesso di V. A. R. non meno che del Parlamento,onde allontanarmi dal mio posto per questa straordinaria commissione, mi faccia un dovere di render conto a V. A. R. delle circostanze, e dell’esito della commissione medesima. Dal momento che io mi esponeva ad eseguirla incontrai, la prima difficoltà per parte di questo Incaricato di alla ri austriaco, che si ricusò di vistare i miei passaporti per Laybach, dichiarando aver ordine di non accordarne ai ministri politici della nostra nazione. Ma q pesi a difficoltà fu superata, quando S. M. che trovavasi ancora nella rada di Baia, si degnò far conoscere a quell'Incaricato di affari, che io, e le persone che mi accompagnavano, formavamo parte del suo seguito.

Così raggiunsi S. M. il Re a Firenze il giorno ventiquattro dicembre, il quale partitone il 28, mi ordinò seguirlo, come feci, con la distanza di ventiquattro ore.

E qui fu d’uopo che una nuova domanda si facesse dal sig. Marchese Rullo Segretario di Stato della Casa di S. M. al Ministro Austriaco in Firenze, onde ottenere nuovi passaporti per me, $ pur gl'individui del mio dipartimento, come persone del seguito della M. S.. Giunto in Mantova, il giorno 5 gennajo, mi fu significato dal delegalo di quella Provincia, che. non poteva lasciarmi continuare il viaggio senza ordine speciale del Gabinetto di Vienna, a cui si riserbava di spedire un espresso per domandarlo. Iti quella circostanza chiesi d’inviare un corriere a S. M. per informarla di questa nuova difficoltà, ed un altro a V. A. R. Ma il delegato mi rispose fon l’inchiuso foglio, che poteva concedermi il permesso solamente sulla prima domanda, facendo accompagnare il mio corriere da un agente di polizia.

Rimasi in Mantova in questa posizione fino agli 8 Gennajo, in coi lo stesso sig. delegato mi scrisse, che avendo ricevuto gli ordini per il libero viaggio mio, e del mio seguito, mi rimettea i passaporti.

Partii subito per raggiungere il Re in Laybach; ma arrivato in Udine, il delegato Imperiale di detta città mi consegnò una lettera. della M. S., con la quale essa mi faceva conoscere, che per avviso ricevuto di non poter condurre seco in Laybach altri, che gl’individui addetti al suo servizio personale, era necessario che io con tutti quelli del mio seguito mi fossi recato in Gorizia per aspettarvi i suoi ordini.

Così eseguii, e giunto il giorno 11 in questa ultima città, credetti mio dovere dt spedire al Ile un corriere per umiliargli le osservazioni, che io giudicava opportuna in quella circostanza inaspettata, e d’inviarne un altro a V. A. R. onde informarla di questo nuovo trattenimento. Ma il capitano del circolo di detta città mi comunicò verbalmente, che non poteva accordarmi questo permesso, poiché i suoi ordini portavano che nessuno degli individui venuti con me potesse partir da Gorizia.

Io però, profittando. di una occasione straordinaria, ebbi l’onore di rassegnerà rispettosamente a S. M. il Re la dispiacevole posizione,nella quale mi ritrovava e gli esposi, che quando fossi ridotto nella impossibilitò di rendere alcun servizio alla M. S., ed agl’interessi della Nazione, la mia presenza in Germania diveniva inutile; e quindi la supplicai di volermi permettere di ritornare a Napoli.

Si benignò il Re rispondermi il 14 dello scorso mese, che con altra sua lettera posteriore mi avrebbe fatto conoscere le sue Reali intenzioni; intanto io non Resistei di rinnovare le mie premure presso del capitano dei circolo suddetto, affinché mi lesse accordato il permesso di spedire, qualche Corriere, ed egli mi autorizzò allori} d’inviarne soltanto a S. M. in Laybach: finalmente il giorno 29 gennaio mi pervenne un ordine del Re, col quale m’imponeva di recarmi subito a Lavbach, ma solo e senza nessuna delle persone del mio seguitò.

Colà giunto il dopo pranzo del 30, fui accolto dalla M. S. con la solida benignità; ed Essa mi comunicò che il Congresso area già presa con unanimità delle Potenze deliberanti tutte le decisioni relative allo stato politico del Regno di Napoli, le quali andavano a spedirsi in quella sera istessa ai Ministri delle dette Potenze qui residenti, per comunicarle a V. A. R. Mi soggiunse che vi avea unita una sua lettera particolare per V. A, R., e che essendosi già adottato dalle Potenze deliberanti le enunciate decisioni, non aveva potuto la M. S. ottenervi, malgrado lutti i suoi sforzi, nessun cambiamento. Finalmente che non aveva potuto indurre te Potenze alleate a permettere il mio intervento in quelle deliberazioni, per poi) essere stato ancora il nostro Governo da esse riconosciuto; ma che aveva solo potuto ottenere, che prima di spedirsi i corrieri delle Potenze alleate a Napoli mi si dasse lettura delle istruzioni che s’inviavano a' rispettivi loro Ministri, affinché io potessi attestare a V. A R. ed alla nazione la concorrenza unanime delle Potenze deliberanti nelle decisioni irrevocabili che si comunicavano a' loro Ministri.

In tale stato di cose io esposi rispettosamente al Re tutte le considerazioni, che in quel primo momento mi si presentarono allo spirito: e S. M. mi rispose, che niuna di esse era sfuggita all’animo Suo, ma che le circostanze imperiose aveano peso impossibile ogni cambiamento alle decisioni già prese.

Nella stessa sera dunque io fui invitato dal sig. Principe di Metternich alla mentovata conferenza, alla. quale intervennero tutti i Ministri oltramontani, ed italiani presenti inLaybach.

Mi si disse che lo scopo di quella conferenza era solamente di darmi cognizione delle istruzioni che si spedivano a Napoli sulle decisioni dei Sovrani alleati, non già per discutere sulle medesime, che erano inalterabili; ma perché io potessi far conoscere a V. A. R. l'unanimità, e la irrevocabilità delle medesime.

Dopo che la lettura delle istruzioni ebbe luogo, io pregai il Congresso di voler mene,«accordare una copia; m(a) si rispose, che ciò non si poteva, e che inoltre era Inutile, dovendosi tutto rimettere in copia a V. A. R. da' Ministri rispettivi, come Infatti è accaduto.

Quindi la sola e precisa mia risposta dopo quella lettura, fu la seguente:

«Che se mi fosse stato permesso di entrare in discussione sui principi! e sui fatti i prodotti nelle carte, che mi erano state lette, io avrei avuto molte osservazioni f da sottomettere a quell’assemblea; ma poiché ciò non mi era concesso, e che si trattava solo di udire risoluzioni già adottale irrevocabilmente, e spedite; a mq non restava che domandare le istruzioni da S. M.»

Infatti la mattina seguente mi affrettai d'informarne la M. S., la quale mi Ordinò di partir subito per Napoli, onde riferire a V. A. R. ed a|la Nazione tutto più che io aveva inteso, e specialmente la unanimità delle Potenze alleate deliberanti nelle misure annunziate pelle loro istruzioni, incaricandomi» e raccomandandomi caldamente di impiegare tutte le vie della persuasione, onde evitarsi i mali incalcolabili della guerra.

Preso allora congedo dal Re, partii nello stesso giorno da Laybach, dove nonsi era trattenuto che circa 24 ore.

Quanto alle Potenze intervenute nelle citate decisioni del Congresso di Laybach, sono nel dovere di riferire a V. A. R., che certamente l'Austria, la Prussia, e la Russia debbono considerarsi come quelle che hanno unanimemente adottato la misura di agire ostilmente contro l’ordine di cose esistente in Napoli. I plenipotenziarii Francesi al congresso hanno aderito bensì con una nota verbale, alle Istruzioni inviate ai ministri delle suddette tre Potenze, nella sola speranza di poter allontanare la guerra, onde sotto questo rapporto possono considerarsi compresi in quella unanimità; ma non si sono impegnati in nome della Francia a prender nessuna parte attiva ed ostile nella esecuzione delle medesime in caso di guerra ed infatti la lettera di S. M. Cristianissima al nostro Monarca, e le dichiarazioni rimesse qui a V. A. R. dall’Incaricato di Francia debbono rassicurarci pienamente a questo riguardo. S. M. Brittanica non solo non è concorsa ai principii, ed alle misure ostili delle tre Potenze suddette, ma anzi ha dichiarata la sua perfetta neutralità in ciò che riguarda la quistione del Regno di Napoli. Né ha voluto intervenire come parte deliberante al Congresso di Laybach, ne nominarvi suoi plenipotenziarii ad hoc: ma ha solamente ordinato a' suoi Ministri già accreditati presso S. M. l'Imperatore di Austria di assistere a quelle conferenze come semplici testimoni, per tenerla informata delle determinazioni che vi si prenderebbero. Gli altri Ministri delle Potenze italiane non hanno preso parte finora a quelle deliberazioni. Quindi è che agli ufficii fatti a V. A. R. in una speciale conferenza domandatale, ed ottenuta dai Ministri incaricati per manifestarle le risoluzioni del Congressi di Laybach, non sono intervenuti che i soli ministri di Russia, di Prussiane di Austria, non avendo creduto di doverci prendere parte né quello d’Inghilterra, nò quello di Francia. Di tutti i fatti, che ho l’onore di esporre a V. A. R. in questo rapporto, mi son fatto un dovere d’informarla successivamente co’ dispacci che ho spediti alla Reale Segreteria per la via della posta.

Napoli, 16 Febbrajo 1821.

Segnato — Il Duca m Gallo.

IV. Dispaccio diretto da Laybach del sig. Conte di Messelrode Ministro degli Affari Esteri di S. M. l’Imperatore di tutte le Russie
 al sig. Conte di Stachelberg inviato straorbinario, e Ministro plenipotenziario della Corte di S. Pietroburgo presso quelle di Napoli

Signor Conte

Per mettere V, E. in istato di ben ravvisare l’oggetto della importante commissione, che S. M. l’imperadore le ha affidato colla presente, e che ella adempirà di concerto col Ministro di Prussia, l’incaricato di affari di Austria, e quello di Francia, noi veniamo a farvi conoscere, sig. Conte, le scambievoli spiegazioni che fin dall'arrivo del Re di Napoli a Laybach hanno avuto luogo tra questo Monarca, ed i Sovrani alleati, non che il risultato, al quale han condotto le deliberazioni dei loro Plenipotenziarii al Congresso.

S. M. il Re di Napoli, sommamente interessato a conoscere in tutta la loro ampiezza le intenzioni dei Sovrani alleati, relativamente agli affari del suo Regno; ha fatto dirigere a questo effetto alla conferenza de' Plenipotenziari! un messaggio portante:

«Che avendo accettato con interesse l’invito de' suoi Augusti Alleati, nella speranza di conciliare il benessere di cui il Re desiderava di far godere i suoi167popoli, coi dovere che I Monarchi alleati potrebbero essere chiamati ad adempierò verso i loro stati, e verso il Mondo; e nella speranza ancóra di far scomparire, sotto gli auspici della pace, e della concordia gli ostacoli che fin da sei mesi hanno isolato i suoi stati dall’alleanza Europea; non avendo. potuto dissimularsi l’impressione dispiacevole che gli ultimi avvenimenti accaduti nel suo Regno avevano prodotto in Europa, e dovendo con ragione temerne le conseguenze; avendo conosciuto tuttavia con la più viva soddisfazione, che i Sovrani alleati, fedeli a principii di giustizia, di saviezza e di moderazione che li hanno costantemente guidati, non han voluto prendere alcuna diffinitiva misura riguardo agli affari di Napoli, prima di avere esaurite le trattative di una conciliazione, che essi preferirebbero ad ogni altro mezzo di giungere all'oggetto che li riunisce al presente, e potendo tanto più il Re lusingarsi di far valere un titolo cosi caro al suo cuore, quanto quello di conciliatore in favore de' suoi sudditi:

«S M. era sollecita a concertarsi co’ suoi alleati sul mezzo di risparmiare al suo. paese le infelicità da cui egli lo vedeva minacciato; ma che per adempire con qualche speranza di successo l’importante dovere che la M. S. si era imposto, dimandava prima di tutto a' suoi Augusti alleati di manifestarle senza riserva i loro pensieri in tutta l’estensione, convinta, come era, che essi non mancherebbero di dare al mondo in questa occasione una nuova pruova degli elevati sentimenti e delle giuste illuminate vedute, che formano la base della loro politica.»

È stato risposto a questa prima apertura dalla parte dei plenipotenziarii de' Sovrani alleati:

«Che quantunque S. M. Siciliana non avesse potuto ignorare la dispiacevole impressione prodotta dagli avvenimenti accaduti in Napoli dopo il 2 luglio, e le inquietudini alle quali i medesimi avevano dato luogo; apparteneva non per tanto più particolarmente ai plenipotenziarii de' Sovrani alleati di far conoscere l’estensione di questa inquietudine dalla gravezza delle cause che le avevano fatto nascere.»

Per mettere questa osservazione in tutto il suo lume, e dare piena conoscenza a S. M. del le considerazioni importanti che hanno motivato le determinazioni adottate dai Sovrani, si è entrato nei seguenti sviluppi.

«La rivoluzione di Napoli portava in se stessa un carattere molto allarmante per fissare l’attenzione dei Sovrani, e per dirigere le loro misure sui danni che essa minacciava agli stati vicini. I mezzi co’ quali questa rivoluzione era eseguita, i principii annunziati da coloro che se ne dichiararono i capi, l’andamento che essi seguirono, i risultati che produssero, tutto doveva diffondere lo spavento negli stati d'Italia, e fortemente agire sulle Potenze più direttamente interessate al riposo del la Penisola. Il Governo Austriaco non avrebbe potuto riguardare con Indifferenza una catastrofe, le di cui incalcolabili conseguenze rovesciando l’ordine, e la pace d’Italia, potevano compromettere i più preziosi interessi dell'Austria, e minacciare ancora la sua propria sicurezza. Fedele al sistema che ha invariabilmente seguito fin da sette anni la Corte di Vienna, credette in una cosi importante circostanza di adempiere un dovere, che la sua posizione, ed i suoi obblighi egualmente le presentavano, invitando i suoi alleati a rischiararla coi loro lumi, ed a deliberare seco lei sopra quistioni degne sotto tanti rapporti di occupare seriamente i pensieri, e le sollecitudini di tutte le potenze.»

Frattanto i gabinetti riuniti a Troppau non hanno potuto considerare la rivoluzione di Napoli come un avvenimento assolutamente isolato. Essi vi hanno travato un medesimo spirito di turbolenza, e di disordine che ha desolato il mondo per sì lungo tempo, e che si è potuto credere compresso dai salutari effetti di unapacificazione generale; ma che in seguito si è infelicemente di nuovo risvegliato fri più di un paese di Europa, ed è comparso ancora sotto forme forse meno a temersi a! primo aspetto di Quelle che aveva spiegato in epoche anteriori, ma pii essenzialmente minacciose per il mantenimento dell’ordine sociale. Queste considerazioni non han potuto agli occhi de' Sovrani, che imprimere ad carattere particolarmente grave agli avvenimenti che accadevano nel Regno delle Due Sicilie: ed essi soni rimasti convinti, che occupandosi nelle vedute più giuste e più legittime, de' mezzi proprii a ristabilir l’ordine di questo regno, essi travagliavano nello Stesso tempo per l’interesse generale del riposo e della felicità di Europa, e per la durata di questa pace, che dopo tanti disastri e tanti sforzi, era Stata finalmente consolidata dalle transazioni di Vienna, di Parigi e di Aquisgrana.

Infatti la rivoluzione di Napoli ha dato al Mondo du esempio altrettanto istruttivo che deplorabile di ciò che le Nazioni vanno a guadagnare, cercando (e riforme politiche per via della ribellione e del delitto. Ordita in segreto da ulna Setta, le dì cui empie massime attaccavano ad un tempo la religione, la morale, e tutti I legami sociali, eseguita da truppe traditrici de' loro giuramenti, consumata con la Violenza e con le minacce, esercitata contro il legittimo Sovrano, questa rivolu2ione non ha potilo produrre, che l’anarchia ed il dispotismo militare, che essa ha invigorito invece d’indebolirlo, creando un reggimento mostruoso, incapace di servire di base a qualunque governo, incompatibile con ogni ordine pubblico, e coi primi bisogni della società.

I Sovrani alleati, non potendo dal principio ingannarsi sugli effetti inevitabili di questi funesti attentati, si decisero subito a non ammettere come leale ciò che la rivoluzione e la usurpazione avevano preteso di stabilire nel Regno di Napoli; e la stessa misura fu adottata dalla quasi totalità de' Governi dell’Europa. Vedendo da un giorno all’altro svilupparsi risultati, ai quali un simile stato di cose doveva necessariamente condurre, i Sovrani alleati non hanno avuto che ad applaudirsi dette loro prime risoluzioni. Néla momentanea sottomissione di un popolo che non ha potuto cessare di esser fedele, né i sacrifici penosi, che il desiderio di evitare le infelicità di una guerra civile, e di prevenire de' delitti ancora più inesplicabili ha dettato al paterno cuore del Re, hanno potuto indurre in errore sul vero caratattere di questi avvenimenti. Essi infine si sono determinati a non riconoscere giammai un rovescio prodotto dal delitto, e che da un momento all'altro poteva intorbitare la pace del mondo; ma a riunire i loto sforzi per porre un termine a disordini cotanto perniciosi per quei paesi che essi direttamente colpivano quanto pieni di pericolo per tutti gli altri.

Intanto sempre lontanissimi dal ricorrete ad estreme misure per ottenete ciò Che conseguir si potrebbe per vie infinitamente più analoghe ai loro principii ed alle loro vedute; i Sovrani alleati si sarebbero sinceramente felicitati, e si feliceterebbero ancora di poter giungere con la forza della ragione, coi mezzi di conciliazione e di pace, ad uno scopo, al quale essi non saprebbero rinunziare, senza mettersi in opposizione con la loro coscienza, e coi loro più sacri doveri. Mossi da tali sentimenti hanno essi Invitato S. M il Re di Napoli a porsi in mezzo alle foro delibera zi oni, ed a concorrervi per tutte le vie, che potrà ispirargli la sua premura per la felicità de' suoi sudditi, e per il riposo de' suoi Stati. I Sovrani si reputerebbero fortunati di preparare così a S. M. un titolo di più all’amore, ed alla venerazione de' suoi popoli: e sarebbe sicuramente il più gran bene che il Re loro avesse mai fatto, quello d’illuminarli sui danni che li minacciano, e sui disegni di coloro, che senza possedere alcun mezzo di preservameli, non hanno che il tristo potere di consumare fa loro rovina.

Subito che con ta oppressione spontanea di un reggimento che condannato a perire sotto il peso de(9) suoi proprii vizii non può prolungare la sua esistenza, che aumentando incessantemente le disgrazie del paese sul quale gravita, il Regno. delle Due Sicilie sarà rientrato nelle Sue antiche relazioni amichevoli cogli Stati di Europa, e nel seno dell’alleanza generale, dalla quale si è esso separato con la sua attuale posizione; i Sovrani alleati non avranno più che un voto a formare, quello cioè che S M. il Re, circondato da' lumi, e sostenuto dallo zelo degli uomini più probi, e più savii fra' suoi sudditi, giunga a cancellare fino la rimembranza di un’epoca disastrosa, stabilendo per l'avvenire ne’ suoi Stati un ordine di cose, portante in sé stesso le garantie della sua stabilità conforme ai veri interessi de(1) suoi popoli, e proprio a rassicurare gli Stati vicini sulla loro sicurezza, e su la loro futura tranquillità.

«A questa franca, e sincera esposizione delle vedute, e delle disposizioni dei Sovrani alleati si è aggiunta la dichiarazione:

«Che se per colmo delle disgrazie del Regno delle Due Sicilie, quest'ultimo tentativo restasse infruttuoso; se la Voce di S. Mi il Re non fosse ascoltata, e hon vi fosse più Speranza di vincere col consiglio della saviezza, e della benevolenza i traviamenti di un cieco fanatismo, e le perfide suggestioni di alcuni nomini colpevoli; non resterebbe allora ai Sovrani alleati che d’impiegare la forza delle armi per mandare ad effetto le invariabili loro determinazioni di far cessare lo stato di cose, che gli avvenimenti del mese di luglio ultimo han prodotto nel Regno delle due Sicilie. S. M. Siciliana è stata nello stesso tempo invitata a far conoscere ai plenipotenziarii dei Sovrani alleati le misure che essa giudicherebbe convenienti di prendere, per prevenire i nuovi disgusti che minacciano i Suoi Regni, e per secondare il ben sincero voto de' Sovrani, di vedervi ristabilito l’ordine, e la pace, e di ricondurli nel seno dell’alleanza Europea.

«S. M, in seguito di questa dichiarazione, ha fatto dirigere alla conferenza dei plenipotenziarii un nuovo messaggio portante!

«Che conoscendo in fide in tutta la loro estensione i principi: e le intenzioni dei Sovrani alleati relativamente agli affari del suo Regno, non potendo farsi Icona illusione, né Conservare alcun dubbio sulla posizione in cui si trova, vedendo che i Sovrani riguardano lo stato di Cose che gli avvenimenti del mese di luglio hanno prodotto nel Regno delle due Sicilie, come incompatibile con la sicurezza dei paesi vicini, e con la tranquillità generale dell’Europa, pel mantenimento della quale essi si sentono egualmente obbligati ai loro doveri verso i loro sudditi, e da solenni promesse: avendo conosciuto l’invariabile loro determinazione di far cessare questo stato di cose sia per le vie delle persuasive, sia per la forza delle armi, se questa ultima risorta per disgrazia diventasse necessaria; istruita inoltre dalle deliberazioni che hanno avuto luogo a Troppau; che i Sovrani hanno adottato tali determinazioni in seguito di maturo esame di tutte le quistioni di Un interesse generale che Vi si riferirebbero, e che per conseguenza essi non si obbligherebbero in discussioni che tentassero a far loro adottare un punto di vista intieramente differente; riunendo tutte queste Considerazioni, S. doveva necessariamente riconoscere l’inutilità, o piuttosto l’assoluta impossibilità di una negoziazione fondata sopra basi irrevocabilmente rigettate dai Sovrani alleati; e che essa invano cercherebbe di dissimularsi, che il solo ed ultimo ferviate che in queste circostanze poteva rendere ai suoi popoli, era quello di, preservarli dal flagello di una guerra, che metterebbe il colmo alle disgrazie dalle quali sono oppressi.

«Che posti così, tra il danno di abbandonarli a nuove calamità; e la necessità di determinarli a rinunciar con una pronta e completa ritrattazione ai cambiamenti politici che si erano operati nel Regno dopo il 2 luglio, il Re non poteva esitare un momento, ch’egli era deciso ad abbracciare l'ultima alternativa, con la convinzione di poter rispondere a Dio, ed alla sua coscienza del partito, che egli prendeva in una situazione cosi difficile e penosa, e con la ferma persuasiva, che qualunque potesse essere lo sviluppo di questa crisi, i suoi augusti alleati, desiderando essi stessi di esaurire le misure di conciliazione per evitare le misure coercitive, o per legittimarne l’uso, non gli rifiuterebbero in nessun caso i loro consigli, ed i loro soccorsi.

«Che il Ile poteva lusingarsi ancora che l’immensa maggiorità de' suoi sudditi non sarebbe sorda alla sua voce paterna, ed anziché gittarsi in un abisso di pericoli, gli confiderebbe la cura di vegliare sui loro. interessi per riconciliarli co’ loro vicini, e con l'Europa, e per preparare loro un più felice avvenire.

«Che guidato da sì potenti motivi il Re si proponeva di dirigere al suo figlio il Duca di Calabria una lettera, colla quale gli farebbe conoscere la sua propria posizione, le determinazioni de' Sovrani alleati, ed i pericoli ai quali il Regno sarebbe inevitabilmente esposto, se si persistesse a sostenere ciò che oramai non potrebbe condurre se non alle più funeste estremità; che dovendosi tuttavia in questa lettera limitare a quel linguaggio semplice e conciso, che l'urgenza del momento, e le circostanze critiche nelle quali egli si trovava, detterebbero verso suo figlio, S. M. sperava, che i suoi augusti alleati avrebbero voluto secondare i suoi sforzi, ed appoggiare i passi ch'Ella andava a fare, dirigendo ai loro agenti diplomatici in Napoli una istruzione precisa, concepita nel medesimo senso, e fornendoli di tutte quelle informazioni, di cui essi potrebbero far uso, onde cooperarsi al felice risultato che porrebbe un termine alle pene di S. M., cd ai patimenti dei fedeli suoi suddini.»

In seguito di questo messaggio, il Re ha fatto la comunicazione della lettera ch’Egli dirigge a S. A. R. il Duca di Calabria, di cui V. E. troverà qui unita la copia SM. ha nel medesimo tempo annunciato ch'Ella giudicava utile, sotto parecchi rapporti, di chiamare il Duca di Gallo presso di sé, perché la conferenza dei plenipotenziarii gli faccia conoscere direttamente la determinazione de' Sovrani alleati, che hanno motivala la condotta del Re, e perché Egli possa renderne conto al sig. Duca di Calabria. I plenipotenziarii,non vedendo dal loro lato veruno inconveniente in questa misura, vi hanno acconsentito Senza difficoltà.

Tali sono stati, sig. Contesi risultati delle comunicazioni, che hanno avuto luogo finora sugli affari di Napoli. Per secondare, per quanto è in noi, la condotta del Re verso il Principe suo figlio, noi v’invitiamo;

1.A far conoscere, ed a certificare a S. A. R. il sig. Duca di Calabria, che le determinazioni dei Sovrani alleati sono in tutto conformi alla lettera che gli venne diretta dal suo Padre.

2. A dichiarare che spetta ora a S. A. R. di giudicare, e far apprezzare da coloro che ammetterà ai suoi consigli, da una parte i vantaggi, che un obblio spontaneo degli avvenimenti del 2 luglio, e del risultato ch'essi hanno avuto, offrirebbe al Regno delle Due Sicilie, dall'altra le calamità inevitabili, alle quali questo Regno sarebbe abbandonato col rifiuto di obbedire alla voce paterna del suo Re.

3. A rappresentare a S. A R. quanto sia urgente di appigliarsi ai mezzi più, pronti, e più convenienti per far cessare la situazione affliggente, in cui si trova questo Regno, tanto per le convulsioni che agitano il suo interno; quanto pei pericoli che lo minacciano al di fuori.

V. E. vorrà fare la comunicazione del presente dispaccio al sig. Duca di Calabria, assicurando S. A. 11., che i Sovrani alleati congiungono sincerissimamente i loro voti a quelli dell’augusto suo Padre, perché la condotta di S. M. produca il più felice effetto, prevenga ogni misura di rigore, che i Sovrani non adotterebbero che con un profondo ribrezzo, e ristabilisca al più presto possibile l’ordine, e la pace nel Regno delle Due Sicilie.

LAYBACH il 19 gennaio 1821

Per copia conforme

Firmati

L'Inviato di Russia CONTE STACKELBERG

L' Inviato di Prussia BARONE DI RAMDHOR

L'Incaricato di affari di Austria C. DE MENZ

I dispacci diretti al sig. Barone di Ramdhor, ed al sig. Cav. de Menz sono conformi al presente.

Per copia conforme

Il Segretario di Stato Ministro degli Affari Esteri

Il Duca di Gallo

V. Secondo dispaccio diretto da Laybach al signor Conte di Messelrode
Ministro degli Affari Esteri S. M. l’Imperatore
 di tutte le Russie al signor Conte di Stachelberg inviato straordinario, 
e Ministro plenipotenziario della Corte di Pietroburgo presso quella di Napoli

Signor Conte.

Alle istruzioni che trasmettiamo a V. E. per mezzo del nostro principale dispaccio di questo giorno, trovasi unita la traduzione della lettera, che S M. Siciliana dirige al suo Augusto Figlio. Noi vi aggiungiamo la spiegazione sulla natura della garantia, alla quale S. M. Siciliana si è veduta nell’obbligo di acconsentire; poiché gli è stata richiesta da' suoi alleati nell'interesse generale della Penisola Italiana. Questo pegno indispensabile della tranquillità dell'Italia sarebbe la presenza temporanea di un’armata di occupazione, la quale non entrerebbe negli stati di S. M., che in nome delle Potenze decise a non lasciare sussistere più lungamente in Napoli un Reggimento imposto dalla ribellione, ed attentatone alla sicurezza di tutti gli stati vicini. Quest’armata si troverebbe bollo gli ordini del Re: l'occupazione non sarebbe mai altro, che una misura transitoria, e in nessun caso potrebbe portare il menomo attacco alla indipendenza politica de regno delle Due Sicilie.

Voi potrete avvertire il signor Duca di Calabria, che siete infornato della determinazione presa sotto questo rapporto dalle Potenze alleate. Se S. A. R. v’impegna a renderla pubblica, voi vi conformerete alle sue intenzioni, e potrete in tal caso spiegar facilmente la marcia immediata delle trippe, e rassicurare gli spiriti in Napoli, facendo conoscere con franchezza e il vero scopo, ed il carattere della occupazione, Non pertanto, se il signor Duca di Calabria giudicasse più prudente di serbare il silenzio su questa garantia, V, E. seguirebbe fedelmente l'esempio di S. A. R.

Ci rimane a prevenirvi, che a norma delle spiegazioni, che hanno avuto luogo tra' gabinetti alleati, nessuna contribuzione di guerra verrebbe imposta al Regno delle Due Sicilie nel caso che una spontanea disapprovazione degli avvenimenti del 2 e del 6 luglio permettesse alle Potenze di non ricorrere alla forza delle armi.

Nella ipotesi contraria, ove la guerra scoppiasse, sarebbe loro impossibile d’impedire, che il regno non ne sopportasse tutte le conseguenze.

Siffatte disposizioni degli alleati aumentano ancora più la responsabilità di cui si caricherebbero gli uomini, i quali farebbero pesare sulla loro patria le conseguenze di una cieca ostinazione. Voi siete autorizzato ad informare il sig. Duca di Calabria di ciò che è stato risoluto in Laybach, relativamente alla mancanza, ovvero alla necessità di una contribuzione di guerra. La cognizione di questo fatto sarà senza dubbio utile a S. A, R, per presentare in tutta la loro estensione i vantaggi che offre a(1) Napoletani la pruova di confidenza, che il Re loro domanda. Dipenderà dal Principe di dare alle risoluzioni delle Potenze alleate su tal proposito una intera pubblicità, o di lasciare ignorarle, secondo che 8«A, R. troverà più conforme agl’interessi del Re, e de' suoi popoli.

Intanto, siccome passa una gran differenza fra il pubblicare una misura, ed il convenirne, se mai foste interrogato da qualche Napoletano, sì sulla quistione di una occupazione transitoria, che sui mezzi onde risparmiare al paese una contribuzione di guerra, sarebbe indegno di una politica leale il dissimulare, sotto l'uno o l’altro di questi rapporti, le determinazioni delle Potenze; e V. È. non esiterebbe punto in questa Ipotesi a far conoscere la verità.

I dispacci spediti al signor Barone di Ramdhor, ed al signor Cavalier de Menz sono conformi a questo.

Per copia conforme

Firmati

L'Inviato di Russia CONTE STACKELBERG

L' Inviato di Prussia BARONE DI RAMDHOR

L'Incaricato di affari di Austria C. DE MENZ

I dispacci diretti al sig. Barone di Ramdhor, ed al sig. Cav. de Menz sono conformi al presente.

Per copia conforme

Il Segretario di Stato Ministro degli Affari Asteri

Il Duca di Gallo

VI. Esposizione di ciò che si è passato nell’udienza accordata da S. A R. il Principe reggente
ai Ministri in Russia, Prussia ed Austria, e di cui il Commendator Pignatelli
diede verbale comunicazione alla Commissione permanente il 10 febbraio
Nella giornata de 9 del corrente gl'Inviati di Russia e di Prussia, coll'Incaricato di affari d'Austria hanno ottenuto da S. A. R. il Principe Reggente l’udienza che gli avevano richiesta. D’ordine del Principe io vi sono stato presente, ed ecco ciò che vi si è passato.

Quegli agenti esteri hanno presentato le istruzioni che avevano ciascuno ricevute dalle loro corti, contenenti le risoluzioni prese nel Congresso di Laybach, relativamente al Regno delle Due Sicilie.

Vi hanno aggiunto la dichiarazione che l’armata austriaca in Italia aveva ricevuto l’ordine di mettersi in marcia, e che si avanzava, o per occupare il Regno amichevolmente, o per penetrarvi colla forza.

In caso di guerra hanno soggiunto,che i Russi matterebbero dietro gli Austriaci, ove questi fossero respinti.

Essendosi proposto il caso, se il Parlamento volesse sentire il voto della Nazione, essi hanno osservato che ciò non arresterebbe le truppe,che sempre dovevano marciare, o come amiche, o come nemiche.

Finalmente hanno conchiuso dicendo, che le Potenze alleate confidavano nella prudenza, e ne’ talenti di S. A. R. per ricondurre la Nazione nell'ordine di cose che si desiderava.

Il Principe Reggente ha risposto, che ringraziava le Potenze alleate della stima che facevano di lui; ma che egli credeva necessario di tutto palesare sinceramente alla Nazione, onde risolvesse su i suoi interessi;

Che egli non si dissimulava tutte le gravi conseguenze, le quali potevano derivare dall'attuale stato di cose; e che come figlio, padre, e capo della Nazione, egli aveva tre doveri da adempiere; doveri difficili, e penosi ad un tempo.

Quei diplomatici hanno replicato esser ben doloroso che in questo caso il podere esecutivo si mostrasse passivo, e che non avesse la forza sufficiente per tenersi a livello della circostanza.

S. A. R. a ciò ha risposto, che il potere esecutivo non saprebbe mancare ai suoi doveri in sì scabroso frangente.

VII. Traduzione di una Nota verbale del sig. Cavaliere di Fontanay incaricato di Affari di Francia
Il signor Cavaliere di Fontanay incaricato di affari di S. M. Cristianissima in una udienza particolare che gli è stata accordata l’istesso giorno (9 febbraio 1821) da S. A. R. il Principe Reggente, ha dichiarato verbalmente a questo Principesche i Ministri Plenipotenziarii del Re suo padrone in Laybach gli avevano fatto conoscere, che essi avevano aderito alle istruzioni comuni inviate ai Ministri di Austria, di Prussia e di Russia, nella speranza di poter allontanare i pericoli che minacciano la Nazione. Napoletana.

Il signor Incaricato di affari ha aggiunto, essergli stato imposto di unire i suoi passi a quelli dei detti Ministri tutte le volte eh essi tendessero ad esaurire tutte le vie della conciliazione in favore del Re, e del Regno di Napoli, e di risparmiare a questo paese i mali inevitabili, che trascinerebbero seco una guerra, ed una inutile resistenza.

Per copia conforme

Il Segretario di Stato Ministro degli Affari Asteri

Il Duca di Gallo



VIII. Copia di un uffizio dal Commendatore Pignatelli incaricato del portafoglio degli Affari Esteri 
al signor Cav. A. Court Inviato straordinario, e Ministro plenipotenziario di S. M. Britannica presso la Corte di Napoli

Napoli 10 febbraio1821

Dopo le uffiziali comunicazioni fatte a S. A. R. il Principe Reggente dagl'Inviati di Russia e di Prussia, dall'Incaricato di affari d’Austria a nome delle Potenze radunate in Laybach, relativamente alle determinazioni ivi prese circa il Regno delle Due Sicilie, non saprebbe il Real Governo rimanere più lungamente nell'incertezza intorno all'oggetto della riunione delle forze navali Britanniche stazionate da più mesi nella rada di Napoli.

Quindi il sottoscritto incaricato del Portafoglio degli affari esteri, in seguito degli ordini che ne ha ricevuti dall'A. S. R., si dirige a S. E. il signor Cavaliere A. Court Inviato straordinario, e Ministro plenipotenziario di S. M. Britannica, pregandolo a volergli far conoscere con precisione quali istruzioni ha ricevute su questo proposito dalla sua Corte, lusingandosi che in conseguenza di tale comunicazione potrà il Governo venire in chiaro del modo con cui dal Gabinetto d’Inghilterra vien riguardata la quistione Napoletana,che tanto interesse ha risvegliato in tutta l'Europa.

In tate aspettativa il sottoscritto rinnova al signor Inviato i sensi della sua più distinta considerazione.

IL COMMENDATORE PIGNATELLI

Il Segretario di Stato Ministro degli Affari Asteri

Il Duca di Gallo

IX. Nota di S. E. il signor Cavaliere A. Court, Inviato straordinario, e Ministro plenipotenziario
di S. M. Britannica, a S. E. il signor Duca di Gallo segretario di Stato, Ministro degli Affari Esteri

Napoli 11 febbraio 1821.

Il sottoscritto ha l'onore di accusare a S. E. il signor Duca di Gallo Ministro degli Affari esteri la ricevuta della nota direttagli da S. E. il Commendator Pignatelli incaricato ad interim del portafoglio degli Affari esteri, con la quale gli faceva conoscere la necessità di ulteriore spiegazione intorno ai motivi, che inducevano il Governo Britannico a mantenere sì gran forza navale stazionata nella baia di Napoli, spiegazione resa necessaria dalle comunicazioni fatte a S. A. R. il Principe Reggente dai Ministri di Austria, Russia e Prussia in nome delle Potenze riunite in Laybach. Il sottoscritto, confessando la giustizia di questa domanda, non esita di fare una franca dichiarazione delle intenzioni del suo Governo.

La squadra Britannica ancorata in questa rada è semplicemente una squadra di osservazione, la presenza della quale è sufficientemente spiegata dalle critiche circostanze del paese, e dalla necessità di garantire la sicurezza e proprietà dei sudditi Britannici da qualunque possibile evento.

Il Governo Britannico, fedele ai principii che ha sempre professati, è determinato di serbare una stretta neutralità, e di non prendere alcuna parte né direttamente né indirettamente nella guerra, la quale sembra non essere che con troppa ragione a temersi che sia sul punto di scoppiare. Esso non interverrà in verun modo negli affari di questo paese, a meno che siffatta intervenzione non sia resa indispensabile da insulti personali, o pericolosi, a cui la Famiglia Reale possa essere esposta. Non prevedendo la possibilità di un tal caso, il sottoscritto si lusinga che nulla altererà la pacifica attitudine in cui la Gran Bretagna si è posta.

Il sottoscritto coglie questa occasione per reiterare all’E. S. le assicurazioni della sua più alta considerazione.

Guglielmo A. Court.

Per copia conforme

IL Segretario di Stato Ministro degli Affari Esteri

Il Duca di Gallo.

X. Copia di un uffizio dal Commendatore Pignatelli Incaricato del portafoglio degli Affari esteri al signor
di Fontanay, Incaricato di S. M. Cristianissima presso la Corte di Napoli

Napoli 10 febbraio1821

Dopo le uffiziali comunicazioni fatte a S. A. il Principe Reggente dagli Inviati di Russia e di Prussia, e dall’incaricato di affari di Austria a nome delle Potenze radunate in Laybach, relativamente alle determinazioni ivi prese circa il Regno delle Due Sicilie, non saprebbe il Real Governo rimanere nell’incertezza intorno all’oggetto della riunione delle forze navali francesi stanzionate da più mesi nella rada di Napoli.

Quindi il sottoscritto incaricato del portafoglio degli Affari esteri, in seguito de Si ordini che ne ha ricevuto dall’A. S. R, si dirige al signor Cavaliere Fontana caricato di affari di S. M. Cristianissima, pregandolo a volergli far conoscere con precisione quali istruzioni ha ricevute su questo proposito dalla sua Corte: lusingandosi, che in conseguenza di tale comunicazione potrà il Governo venire in chiaro del modo con cui dal Gabinetto di Francia vien riguardata la quistione Napoletana, che tanto interesse ha risvegliato in tutta l'Europa.

In tale aspettativa il sottoscritto rinnova al signor Incaricato i sensi della sua distinta considerazione.

IL COMMENDATOR PIGNATELLI.

Per copia conforme

Il Segretario di Stato Ministro degli Affari esteri

IL DUCA DI GALLO.

XI. Nota del signor Cavaliere di Fontanay Incaricato di affari di S. M. Cristianissima 
al Duca di Gallo Segretario di Stato Ministro degli Affari esteri

Napoli 12 febbraio 1821.

Il sottoscritto Incaricate di affari di S. M. Cristianissima ba ricevute h nota che S. E. il signor Commendator Pignatelli, Incaricato del portafoglio degli affari esteri, gli ba fatto l’onore di dirigergli il 10 febbraio, e nella quale, dietro gli ordini di S. A. R. il Principe Reggente, gli ba manifestato il desiderio di avere degli schiarimenti sull’oggetto della riunione delle forse navali Francesi nella baia di Napoli.

Le difficili circostanze, nelle quali questo Regno si trova da più mesi implicato, hanno dovuto rendere necessaria la presenza dei legni del Re in questi paraggi per proteggervi gl’interessi del commercio, ed invigilare alla sicurezza dei sudditi Francesi, e delle loro proprietà.

Non esita quindi il sottoscritto a confermare ora a S. E. il signor Duca di Gallo Ministro degli affari esteri rassicurazione che la squadra Francese ha da adempire i pacifici doveri che le sono prescritti nell’interesse de' sudditi di S. M. Cristianissima, tutte le volte però che la sicurezza e la dignità della Famiglia Reale non si trovassero compromesse da circostanze ch’egli non vuole, né deve prevedere.

Il sottoscritto coglie con premura questa occasione per reiterare all’E. S. le proteste della più distinta considerazione.

Firmato- J. De FONTANAY.

Per copia conforme

Il Segretario di Stato Ministro degli affari esteri

IL DUCA DI GALLO

XII. Ordine del giorno dell’Armata Austriaca movendo in Italia nel 1821
L’armata che S. M. l’imperatore ha affidata al mio supremo comando, oltrepassa i confini della patria con intenzione di pace. Gli avvenimenti che disturbarono la tranquilla Italia, hanno unicamente motivato la nostra marcia. Noi non andiamo incontro, come nell’anno 1815, ad un temerario nemico. Ogni abitante del Regno di Napoli, fedele e ben intenzionato, sarà nostro amico.

È dovere degli uffiziali e soldati di osservare l’ordine il più rigoroso; il mio è quello di mantenerlo con tutte le mie forze. Sia che l’armata marci a traverso dei pacifici Stati dell’Italia, sia che metta il piede sul territorio Napoletano, le mie incessanti cure saranno dirette a far si, che essa conservi sempre quella riputazione di disciplina, e di amore per l’ordine, che si acquistò tra gli anni 1816 e 1817 nei medesimi paesi, nei quali ora entriamo.

Solo i nemici della tranquillità dei loro concittadini, solo i ribelli contro i sentimenti del loro Re possono a noi opporsi. E quando anche riuscisse loro d’indurre le popolazioni a far resistenza, non per questo ci tratterranno dal giungere al salutare scopo che ci siamo proposto. Le conseguenze della loro intrapresa cadranno soltanto sulle loro teste, non già su quelle dei tranquilli cittadini.

Se gloria è per il guerriero adempiere a' suoi doveri sul campo, in ordinate battaglie; non lo è meno quando egli assicuri la tranquillità universale contro gli attacchi dei malintenzionati.

Il nostro Imperadore conta sopra di noi; e noi sapremo giustificare anche questa volta la fiducia che in noi ripone, la riputazione della sua armata, ed il sentimento onde siamo animati di adempiere il proprio dovere.

Dal Quartier Generale di Padova, li 4 febbraio 1821.

Giovanni Barone di Frimont Generale di Cavalleria.

XIII. Ercole della S. E. C. Cardinal Consalvi Diacono S. Maria ad Martyres, della
Santità di Nostro Signor Pio Papa VII Segretario di Stato di sudditi Pontifici

Informata la Santità di Nostro Signore, che le truppe austriache, le quali si trovano riunite sulla frontiera del Regno Lombardo-Veneto, per disposizione degli Augusti Alleati hanno passato il Po, e come truppe amiche marciano alla volta del Regno di Napoli, per proteggervi la esecuzione di quelle determinazioni che S. M. Siciliana ha annunziato a' suoi popoli esser state prese da' Sovrani suddetti per la pace e la tranquillità dell'Italia e dell'Europa; vuole la Santità Sua, che i suoi amatissimi sudditi siano rassicurati sull’oggetto di questa spedizione militare, e conoscano insieme ciò che Essa attende nelle circostanze presenti dalla di loro inalterabile fedeltà, e filiale attaccamento verso la sua sacra persona.

Il Santo Padre è nella dolce lusinga, che la Nazione napoletana unita al suo Re sarà gelosa di conservare a se stessa, ed all’Europa, l’inestimabile beneficio della pace ricomprata da pochi anni con tanti sforzi, ed al prezzo di tanto sangue. La Santità Sua porge a Dio i più fervidi voti acciò per sua misericordia tenga perpetuamente lontano il flagello della guerra. Ma se per gl’imprescrutabili divini giudizi i popoli dell’Italia dovessero essere afflitti da sì grave male; il Santo Padre, per la sua qualità di Capo visibile della Chiesa, e come Sovrano essenzialmente pacifico, non cesserà di sostenere, come ha finora sostenuto, una perfetta neutralità verso tutte le Nazioni. Sua Santità però al tempo stesso sente troppo la forze della paterna sua sollecitudine per il bene de' popoli, che la Divina Provvidenza ha affidati al suo temporale governo, per non lasciare in tal circostanza di premurosamente proteggerne e garantirne gl’interessi.

Se la posizione geografica dello Stato Pontificio rende indispensabile, che nel momento presente vi passino estere truppe, il Santo Padre non saprebbe, né potrebbe opporvisi. La Santità Sua però non può non esigere, che nell’indeclinabile passaggio di qualsivoglia truppa straniera sia religiosamente rispettata la sua neutralità riconosciuta da tutte le potenze; che non si ponga il più piccolo ostacolo alle autorità Ecclesiastiche, Civili, e Militari dello Stato Pontificio nell’esercizio delle rispettive loro attribuzioni; che siano inviolabilmente rispettate le proprietà, e le persone de' suoi amatissimi sudditi, e di tutti gli esteri che godono l’ospitalità de' suoi pacifici domini; e che non potendosi impedire il passaggio delle truppe per molte città e terre del suo Stato, ne sia però onninamente esente la capitale del Mondo Cattolico, per la quale nessuna necessità obbliga le truppe straniere a transitare. Una diversa maniera di agire per parte di estere truppe darebbe al Santo Padre il diritto di non più considerarle come amiche, d'impedir loro con tutti i mezzi che sono in suo potere il passaggio per i suoi Stati, e di ricorrere alla protezione delle alte Potenze.

Il Santo Padre diretto da questi principi. ha già da molto tempo fatto giungere i suoi precisi ordini alle autorità civili e militari del suo Stato, ad oggetto che entrando e transitando ne’ domini pontifici estere truppe regolari, le riguardinocome amiche, e non si oppongano al loro passaggio; ma che però resistano vigorosamente, qualora delle orde di malintenzionati osassero violare il territorio pontificio; e per l’oggetto medesimo la Santità Sua ha fatto anche porre in istato di difesa le fortezze del suo Stato.

La Santità di Nostro Signore nell’ordinarci di far conoscere a' suoi amatissimi sudditi, a fine di pienamente assicurarli, l'oggetto dell’attuale spedizione militare, li sopra espressi suoi sentimenti, e le misure prese per garantire la tranquillità nel suo Stato, ci ha pure ingiunto di manifestare a' medesimi essere sua sovrana volontà che si usino verso le truppe straniere tutti que riguardi che si devono a truppe di potenze amiche, e che ninno si permetta di recar loro disturbo né in fatti, né in parole.

La fedeltà e l’attaccamento costantemente, e nelle più luminose maniere manifestato alla Santità di Nostro Signore da' suoi popoli, sono per la Santità Sua il più sicuro garante, che essi nelle presenti circostanze contribuiranno con la saggia loro condotta al mantenimento di quella tranquillità, che con tanta soddisfazione del paterno suo cuore, e tanta gloria delle popolazioni dello Stato Pontificio, si è finora conservata sotto l’egida di savie leggi, e mercé la vigilanza del Governo. Ma se qualche spirito turbolento osasse cei care sconsigliatamente negli avvenimenti presenti la occasione di macchinare pravi disegni, e pensasse di potere anche, per poco, alterare la pubblica tranquillità, sappia che la più oculata vigilanza del Governo seguirà i suoi passi, ed il più severo rigore delle leggi punirà i suoi delitti.

Data dalle Stanze del Quirinale, 8 febbraio 1821.

E. Cardinale Consalvi.


IZV. Convenzione firmata da S. E. il Tenente Generale al servizio di S. M. il Re di Napoli Barone d’Ambrosio, 
e da S. E. il Generale Maggiore al sefvizio di S. M. A. I. Austriaca Conte di Fieguelmont

Napoli 22 marzo

I sottoscritti muniti di pieni poteri, necessari all’effetto, sono convenuti degli articoli seguenti.

Art. 1. Saranno sospese le ostilità in tutt’i punti del Regno.

Art. 2. Le ostilità cesseranno ancora in mare nel più breve tempo possibile. A questo effetto saranno subito spediti de' corrieri dalle due armate.

Art. 3. L’armata Austriaca occuperà Capua il 21 del corrente — I suoi posti occuperanno e non oltrepasseranno Aversa.

Art. 4. L’occupazione della città di Napoli, e de”suoi Forti sarà l’oggetto di una convenzione particolare.

Art. 5. L'armata Austriaca rispetterà le persone e le proprietà, qualunque siano le circostanze particolari di ciascun individuo.

Art. 6. Tutti gli oggetti di proprietà Reale, e dello Stato sistenti ih tutte le provincie che Tarmata Austriaca occupa, e che occuperà; tutti gli arsenali, i magazzini, i parchi, i cantieri, manifatture di armi, appartengono di dritto al Re, e saranno rispettati come tali.

Art. 7. Vi sarà in tutte le Piazze, e Forti che saranno occupati dal Tarmata Austriaca, indipendentemente dal Comandante Austriaco, un Governatore a nome del Re. Tutto il materiale della guerra, per ciò che riguarda la parte amministrativa, dipenderà dalle direzioni amministrative reali.

Art. S. La presente convenzione sarà ratificata da S. A. R. il Principe Reggente, e da S. E. il Comandante Generale l'armata Austriaca barone di Frimont.

Segnato al gran Priorato di Napoli, innanzi Capua, il 20 marzo 1821.

Firmato — Il Conte di Fieguelmont

Generai maggiore al servizio di S. M. I. R. Austriaca.

Firmato — Il Barone d'Ambrosio

Tenente Generale al servizio di S. M. il Re di Napoli.

Per copia conforme

Il Segretario di Stato Ministro della guerra, e della marina

P. Colletta.


XV. Atto Diplomatico del gabinetto di S. M. E, E. A diretto alle corti straniere, 
di unita alla dichiarazione che segue: per mezzo delle legazioni Imperiali

Lubiana, 12 Maggio 1821

Signore

L’adunanza de' Monarchi alleati, e de' loro gabinetti. a Tronpavia, determinata in conseguenza degli avvenimenti che avevano abbattuto il governo legittimo a Napoli, era destinata a stabilire il punto di vista, nel quale conveniva situarsi per riguardo a questi funesti avvenimenti, a concertarsi intorno ad una condotta comune, ed a continuare con uno spirito di giustizia, di conservazione, di moderatezza, misure atte a guarentire l'Italia da uno sconvolgimento generale, e gli stati vicini dai più imminenti pericoli. Grazie alla felice conformità di mire, e di disposizioni, che regnava fra i tre augusti Sovrani, questa prima cara fu ben presto compiuta. Principi chiaramente esposti, reciprocamente abbracciati con tutta sincerità di un intimo convincimento, condussero ad analoghe risoluzioni; e le basi stabilite dalle prime conferenze furono invariabilmente seguite, durante tutto il corso di un'adunanza segnalata dai più considerevoli risultati.

Trasferita a Lubiana, questa adunanza assunse un carattere più deciso per la presenza, e pel concorso del Re delle Due Sicilie, e per l’unanime consentimento, con cui i Principi d’Italia annuirono al sistema adottato dai gabinetti alleati. I monarchi così si convinsero, che i governi più immediatamente interessati ai destini della penisola rendevano giustizia alla purezza delle loro intenzioni; e che un Sovrano posto nelle più penose situazioni da atti, ai quali la perfidia, e la violenza aveano saputo associare il nome di lui, si rimetteva con piena fiducia a misure, le quali doveano ad un tempo porre un termine a questo stato di morale cattività, e restituire ai fedeli suoi sudditi il riposo, ed il benessere di cui erano stati privati da criminose fazioni.

L’effetto di queste misure non tardò a manifestarsi.

L’edificio eretto dalla rivolta altrettanto fragile nella costruzione, che vizioso nelle sue basi, non riposando che sull’astuzia degli uni, e sul momentaneo accecamento degli altri, riprovato dall’immensa maggioranza della nazione, odioso per sino all’esercito formato per difenderlo, crollò al primo contatto colla forza regolare, ch’era destinata ad abbatterlo, e che non servì che a dimostrarne la nullità.

Il potere legittimo è ristabilito, le fazioni sono disperse; il popolo napoletano è liberato dalla tirannia di quegli audaci impostori, che lusingandolo coi sogni di una falsa libertà, commettevano sopra di lui le più crudeli vessazioni, imponendogli più enormi sacrifici, a solo profitto della loro ambizione, e della loro avidità, e procedevano innanzi a gran passi verso l’inseparabile rovina di un paese, di cui non cessarono di proclamarsi rigeneratori.

Questo importante restauramento è compiuto, per quanto potè e dovette esserle, da' consigli, e dagli sforzi delle Potenze alleate. — Oggidì che il He dello Due Sicilie è investito di nuovo della pienezza de' suoi diritti, i monarchi si limitano a secondare co voti più ardenti le risoluzioni che questo Sovrano sta per adottare, onde ricostituire il suo governo sopra eoliche fondamenta, ed assicurare con regge leggi ed istituzioni i veri interessi de' suoi sudditi, e la costante prosperità del suo Regno.

Durante il corso di queste grandi transitazioni, si videro scoppiare da più d’un lato gli effetti di questa vasta congiura, che tramavasi da lungo tempo contro tutti poteri stabiliti, contro tutt’i diritti consacrati da quell’ordine sociale, sotto cui l’Europa ha goduto tanti secoli di felicità, e di gloria. L’esistenza di questa congiura non era sconosciuta a’ Monarchi; ma in mezzo alle agitazioni che l’Italia provava dopo le catastrofi del 1820, e dal movimento disordinato che perciò comunicato erasi a tutte le menti, ella sviluppossi con crescente rapidità, ed il suo vero carattere si mostrò in piena luce. — Non già come si potè crederlo ad un’epoca meno avanzata, non già contro tale, o tal altra forma di governo, particolarmente in balia delle loro diatribe, sono dirette le tenebrose imprese degli autori ili queste trame, ed i voti insensati del ciechi loro partigiani. Gli stati che ammisero cambiamento nel toro regime politico, non sono in salvo da' loro attacchi, piucché noi siano quelli, le cui antiche istituzioni attraversarono le procelle de' tempi. Monarchie pure, Monarchie limitate, costituzioni federative, repubbliche, tutto è compreso, tutto conglobato ne’ decreti di una setta, che tratta di oligarchia tuttociò che sotto qualunque forma s’innalza al di sopra del livello d’una chimerica uguaglianza. — I capi di quest’empia lega indifferenti a ciò che risulterà dalla distruzione generale che meditano, indifferenti ad ogni specie di stabile e permanente organizzazione, non odiano che le basi fondamentali della società: Abbattere ciò ch'esiste(salvo il sostituirvi ciò che il caso suggerirà alla loro immaginativa sregolata, o alle loro sinistre passioni), ecco l’essenza della loro dottrina, ed il segreto delle loro macchinazioni!

I Sovrani alleati non potevano non riconoscere, che non si avea che una barriera da opporrò a questo torrente devastatore: Conservare ciò che è legalmente stabilito — tale dovette essere 1invariabile principio della loro politica, il puntodi mira, e l’oggetto finale di tutte le loro risoluzioni, fissi non poterono essere rattenuti da’ vani clamori dell'ignoranza, e della malizia, che gli accasava di condannare l'umanità ad uno stato di stagnamento, e di torpore incompatibili coll'andamento naturale e progressivo della civilizzazione, e col perfezionamento delle sociali istituzioni — Giammai questi monarchi manifestarono la menoma disposizione a tergiversare i miglioramenti reali, e la riforma degli abusi, che s'insinuano ne' migliori governi — Essi furono costantemente animati da mire ben differenti; e se quel riposo, che i governi ed i popoli avean diritto di credere assicurato, in virtù della pacificazione dell'Europa, non potè produrre tutto il bene che dovea risultarne, egli è che i governi dovettero concentrare tutt'i loro pensieri ne' mezzi d'opporre argini ai progressi di una fazione, che diffondendo intorno di lei l'errore, il malcontento, ed il fanatismo delle innovazioni, avrebbe ben presto renduta problematica l'esistenza di qualunque ordine pubblico — I cangiamenti utili e necessari nella legislazione, e nell'amministrazione degli Stati non debbono emanare che dalla volontà libera, e dall'impulso ponderato ed illuminato di quelli che Dio rendette responsabili del potere. Tutto ciò ch'esce da questa linea, conduce necessariamente al disordine, agli sconvolgimenti, ed a mali più insopportabili di quelli che si pretende guarire.

Penetrati da questa eterna verità i Sovrani non esitarono a proclamarla con franchezza e vigore — Essi dichiararono che, rispettando i diritti e l'indipendenza d'ogni legittima potestà; riguardavano come legalmente nulla, e disapprovata da' principt che costituiscono il pubblico dritto in Europa, ogni pretesa riforma eseguita dalla rivolta, e dalla forza aperta.

Essi agirono in conseguenza di questa dichiarazione, negli avvenimenti di Napoli, in quelli del Piemonte, ed anco in quelli, che in circostanze differentissime, ma per combinazioni ugualmente criminose, hanno testà dato in preda la parte orientale dell'Europa a convulsioni incalcolabili.

I monarchi sono tanto più decisi a non allontanarsi da questo sistema, ch'essi risguardano la fermezza con cui lo mantennero in un'epoca sì critica, come la vera cagione del buon successo, da cui i loro sforzi pel ristabilimento dell'ordine in Italia, furono accompagnati — (governi della penisola riconobbero ch'essi non avevano cosa alcuna da temere, né per la loro indipendenza politica, né per la integrità del loro. territorio, né per la conservazione de' loro diritti, reclamando soccorsi che loro erano prestati al solo pattò di approfittarne per difendere la propria loro esistenza. La fidanza reciproca fu quella che salvò I Italia: essa estinse nello spazio di due mesi un incendio, che senza l'intervento delle Potenze alleate, avrebbe desolato, e rovinato la totalità di questo bel paese, e minacciato per lungo tempo il resto dell'Europa.

Nulla più efficacemente dimostrò la forza di quella molta morale che univa la salvezza dell'Italia alle determinazioni de' monarchi, quanto il pronto e felice scioglimento della rivolta che era scoppiata nel Piemonte.

Cospiratori, in parte stranieri, avevano preparato questo nuovo misfatto, e posto in opera per farlo riuscire il più detestabile di tutt'i mezzi rivoluzionari, sollevando contro l’autorità quella forza armata, la quale non è creata, che per ubbidire, e per difendere l'ordine pubblico. Vittima di un tradimento inesplicabile, se qualche cosa potesse esserlo, finché i delitti politici troveranno in Europa voci che osino difenderli, un Sovrano godendo a giusto titolo del rispetto, e dell’affezione de' propri sudditi, si vide astretto di scendere da uri trono, che egli avea ornato colle sue virtù: una parte considerabile delle truppe fu trascinata nell'abisso dall’esempio, e da' maneggi di un picciol numero di ambiziosi; e il rancido 1S3grido della fazione antisociale risuonava dalla Capitale alle Provincie — I monarchi uniti a Lubiana, non tardarono a rispondervi. La loro unione era di quelle che si fortificano, e s'ingrandiscono col pericolo; la loro voce fu udita — Sull’istante i fedeli servitori del Re, sentendo che non erano abbandonati, adoperarono ciò che loro rimaneva di mezzi per combattere i nemici della Patria, e della gloria nazionale — il legittimo potere, comunque compresso e paralizzato nella sua azione, seppe ciò nondimeno sostenere la propria dignità, e i propri diritti;é i soccorsi essendo giunti al momento decisivo della crisi, il trionfo della buona causa fu ben presto compiuto; il Piemonte fu in pochi giorni liberato; e non rimase di questa rivoluzione calcolata sulla caduta di più di un governo, che la vergognosa rimembranza, che seco recarono i colpevoli autori di essa. Per tal modo appunto, senza deviare da' principi stabiliti e dalla linea di condotta indicata fin da' primi giorni della loro adunanza, i monarchi alleati riuscirono a pacificare l’Italia. — Il loro diretto scopo è conseguito. Nessuna delle pratiche, che vi si riferirono, smentì le dichiarazioni che la verità, e la buona fede aveano ad essi inspirato. — Eglino vi rimarranno fedeli, qualunque sia la nuova prova che la Provvidenza possa aver loro riserbato. — Piucché mai chiamati, del pari che tutti gli altri Sovrani e poteri legittimi, a vegliare sulla pace dell'Europa, ed a proteggerla non solo contro gli errori e le passioni che potessero comprometterla nelle relazioni da Potenza a Potenza, ma soprattutto contro que’ funesti tentativi, che abbandonerebbero il mondo incivilito agli orrori d'un'anarchia universale; essi crederebbero di profanare una vocazione sì augusta co' ristretti calcoli di una politica volgare. — Siccome tutto è semplice, potente, e francamente proclamato nel sistema a cui si appigliarono, essi lo sottopongono con fiducia al giudizio di tutt'i governi illuminati.

L'adunanza che sta per finire, dee rinnovarsi nel corso del prossimo anno. — Vi si prenderanno in considerazione i termini da stabilirsi alle misure, che per confessione di tutte le corti d’Italia, e particolarmente di quella di Napoli e di Torino, furono giudicate necessarie, onde assodare la tranquillità della Penisola — I monarchi, ed i loro gabinetti apporteranno nell’esame di questa quistione lo stesso spirito che li diresse sinora. — Motivi di una incontrastabile gravità, e pienamente giustificati dalle circostanze, aveano determinato i Sovrani ad intervenire negli affari d’Italia; essi sono alieni dal voler prolungare questo intervento oltre i limiti di una rigorosa necessità, desiderando ben sinceramente, che le circostanze, le quali imposero loro sì penoso dovere, non si riproducano giammai.

Noi abbiamo creduto utile, nel momento in cui i Sovrani stanno per separar si, di ricordare colla precedente esposizione i principi da cui furono diretti nelle ultime transazioni.

Ella è in conseguenza incaricata di comunicare questo dispaccio al ministro dirigente gli affari esteri della corte, presso cui si trova accreditata.

Ella riceve nello stesso tempo una 4ichiarazione, concepita secondo il medesimo spirito, che i gabinetti fecero stendere e stampare per far conoscere al pubblico dell'Europa i sentimenti ed i principi, da cui gli augusti Sovrani sono animati, e che serviranno costantemente di guida alla loro politica.

Accolga ec.

Principe di Metternich

XVI.Dichiarazione

L’Europa conosce i motivi della risoluzione presa da' Sovrani alleati, di distruggere i complotti, e di far cessare i torbidi, da' quali era minacciata resistenza di quella pace generale, il cui ristabilimento ha tanti sforzi, e tanti sacrifizi costato.

Al momento stesso. che la loro generosa determinazione avea il suo effetto nel Regno di Napoli, scoppiò nel Piemonte una ribellione di una natura, s’è possibile, anche più odiosa.

Nè i legami che da tanti secoli uniscono la Casa Regnante di Savoia al suo popolo, né i benefizi di una Amministrazione illuminata sotto un Principe saggio e sotto leggi paterne, né la lugubre prospettiva de' mali cui andava ad essere esposta la patria, han potuto rattenere i disegni de' perversi.

Il piano di una sovversione generale era delineato. In questa combinazione contro il riposo delle nazioni, i cospiratori del Piemonte aveano la loro parte assegnata, e si han dato premura di eseguirla.

Il Trono, e lo Stato sono stati traditi, violati i giuramenti, l’onor militare sconosciuto; e la dimenticanza di tutt’i doveri ha subito trascinalo seco il flagello di tutt’i disordini.

Dappertutto il male ha presentato Io stesso carattere, da per tutto un medesimo spirito dirigeva quelle funeste rivoluzioni.

Non potendo trovar modo plausibile a giustificarle, né appoggio nazionale a sostenerle; gli autori di que rovesciamenti cercano un'apologia nelle false dottrine, e su criminose associazioni fondano una più colpevole speranza. Per essi il salutare imperio delle leggi è un giogo che bisogna infrangere. Essi rinunziano a' sentimenti, cui il vero amor della Patria ispira, ed a' doveri conosciuti, sostituendo pretesti arbitrari ed indefiniti d'un cangiamento universale ne’ principi costitutivi della società, preparano al mondo calamità senza fine.

I Sovrani alleati aveano riconosciuto i pericoli di questa cospirazione in tutte la loro estensione; ma nel tempo stesso avevano penetrata la debolezza reale dei cospiratori a traverso il velo delle apparenze, e delle declamazioni La sperienza ha confermato i loro presentimenti. La resistenza che l’autorità legittima ha incontrato è stata nulla, ed il delitto è sparito innanzi la spada della giustizia.

Non a cause accidentali, né agli uomini, che si sono sì mal mostri nel giorno della battaglia, attribuir si debbe affatto la facilità di un tal risultato, ma ad un principio bensì più consolante, e più degno di considerazione.

La Provvidenza ha colpito di spavento coscienze sì ree, e la disapprovazione de' popoli, la cui sorte dagli artefici delle turbolenze era stata compromessa, ha fatto lor cader te armi dalle mani.

Unicamente destinate a combattere, ed a reprimere la ribellione, le forze alleate, ben lontane dal sostenere alcun interesse esclusivo, son venute al soccorso de' popoli soggiogati; ed i popoli le hanno considerate come un appoggio in favore della loro libertà, e non come un attacco contro la loro indipendenza. Da quel punto è cessata la guerra, e gli stati cui la rivolta aveva invasi, non furono più, che stati amici di quelle Potenze, le quali non avevano giammai desiderato che la loro tranquillità, ed il loro ben essere.

 In mezzo a sì gravi combinazioni, ed in una posizione sì delicata, i Sovrani alleati, di accordo con le LL. MM. il Re delle Due Sicilie, ed il Re di Sardegna, han giudicato indispensabile di prendere temporanee misure di precauzione indicate dalla prudenza, e prescritte dalla comune salvezza.

Le truppe alleate, la coi presenza era necessaria al ristabilimento dell’ordine, tono state in punti convenienti collocate, nell'unica veduta di proteggere il libero esercizio dell'autorità legittima, e di aiutarla a preparare sotto questo scudo i benefizii, che cancellar debbono i segni di sì grandi sventure.

La giustizia ed il disinteresse che han preseduto alle deliberazioni de' Monarchi alleati, guideranno sempre la loro politica» Nell'avvenire, come per lo passato, la medesima avrà sempre per iscopo la conservazione dell'indipendenza, e de' dritti di ciascheduno Stato, tali quali sono riconosciuti e definiti dai trattati esistenti Il risultato stesso di un tanto pericoloso movimento sarà ancora, sotto gli auspicii della provvidenza, il consolidamento della pace, e la stabilità di un ordine di cose che assicurerà alle Nazioni il loro riposo, e la loco prosperità.

Penetrati da questi sentimenti, i Sovrani alleati, nel fissare un termine alle conferenze di Lubiana, han voluto annunziare al mondo i principi! da cui sono stati guidati: essi han deciso di non mai appartarsene; e tutti gli amici del bene vedranno, e troveranno costantemente nella loro unione una guarentia sicura contro i tentativi de' perturbatori.

A questo fine le loro MM. II. e RR. hanno ordinato ai loro plenipotenziarii di firmare, e pubblicare la presente dichiarazione.

Lubiana, 12 maggio 1821.

Austria

Metternich

Il Barone de Vincent

Prussia

 Kussemarck

Russia

Nesselrode

Capodistria
Pozzo di Borgo
XVII.Risultati delle conferenze diplomatiche tenute dai Sovrani alleati, 
nel congresso di Verona,  e per istruzione politica rimessane copia, 
ai Ministri incaricati presso le corti estere nonché ai vari gabinetti Europei interessati nell’alleanza

Mio Signore ec.

Voi siete stato istruito per mezzo dei documenti che vi furono indiritti al momento della chiusura delle conferenze di Lubiana nel mese di maggio 1821, che la riunione de' Monarchi alleati, e de' loro gabinetti si sarebbe rinnovata nel corso dell'anno 1822; e che si prenderebbe in considerazione il termine da stabilirsi alle misure, che sulle proposizioni delle Corti di Napoli e di Torino, e col consenso di tutte le Corti d’Italia, erano state giudicate necessarie per raffermare la tranquillità della Penisola, dopo i funesti avvenimenti degli anni 1820 e 1821.

Questa riunione ha avuto luogo; e noi ve ne facciamo ora conoscere i principali risultamenti.

In conformità della convenzione segnata in Novara il 24 luglio 1821, l’occupazione di una linea militare nei Piemonte da un corpo di truppe ausiliarie era stata eventualmente stabilita per un anno di durata, riserbandosi di esaminare nella riunione del 1822, la situazione dei paese permetterebbe di farla cessare, o renderebbe necessario il prolungarlai plenipotenziarii delle Corti che han segnata la convenzione di Novara, si sono occupati di questo esame unitamente al plenipotenziario di S. M. il Re di Sardegna; ed è stato riconosciuto, che l'assistenza di una forza alleata non era più necessaria pel mantenimento della tranquillità del Piemonte. S. M. il Re di Sardegna avendo indicato Ella medesima i termini che giudicava conveniente di stabilire per la ritirata successiva delle truppe ausiliarie; i Sovrani alleati hanno acceduto alle sue proposizioni, ed è stato decretato con una nuova convenzione, che l'uscita di quelle truppe dal Piemonte comincerebbe dai 30 dicembre dell’anno corrente, e sarebbe diffinitivamente terminata con la consegna della fortezza di Alessandria al 30 settembre 1823.

Da un’altra parte S. M. il Re delle due Sicilie ha fatto dichiarare alle tre Corti che avevano avuto parte alla convenzione firmata a Napoli il 18 ottobre, che lo stato attuale del suo paese gli permetteva di proporre una diminuzione nei numero delle truppe ausiliarie stanziate nelle differenti parti del Regno — I Sovrani alleati non hanno esitato ad acconsentire a questa proposizione, e l’esercito di occupazione del Regno delle Due Sicilie sarà nei più breve tempo diminuito di diciassette mila uomini.

In tal modo si è realizzata, per quanto gli avvenimenti hanno corrisposto ai voti de' monarchi, la dichiarazione fatta nel momento della chiusura del congresso di Lubiana.

«Che lungi dal voler prolungare di là de' limiti di una stretta necessità la loro intervenzione negli affari d’Italia, le LL. MM. desideravano con molta sincerità che lo stato delle cose, che loro aveva imposto quel penoso dovere, venisse a cessare al più presto possibile, e non si rinnovasse giammai.»

Cosi svaniscono i falsi allarmi, le interpetrazioni ostili, le sinistre predizioni che l'ignoranza, la cattiva fede avevano fatto risuonare in Europa per traviare l’opinione dei popoli sulle intenzioni franche e leali de' monarchi I Nessuna veduta segreta, nessun calcolo di ambizione, o d’interesse, aveva avuto parte alte Risoluzioni che una necessità imperiosa aveva loro dettato nel 1821. Resistere alla rivoluzione, prevenire i disordini, i misfatti, le calamità innumerevoli che essa richiamava sull'Italia intera, ristabilirvi l’ordine, la pace, somministrare ai governi legittimi l’appoggio che avevano dritto di reclamare, tal è stato l’unico oggetto de' pensieri, e degli sforzi de' monarchi — A misura che si ottiene questo scopo, essi ritirano e ritireranno i soccorsi, che un bisogno troppo reale aveva solamente potuto provocare e giustificare, felici di potere abbandonare i popoli ai principi, ai quali la provvidenza ha data la cura di vegliare alla sicurezza ed alla tranquillità loro, e di togliere in tal guisa alla malevolenza fin l’ultimo pretesto di cui potesse servirsi per diffondere dubbii sulla indipendenza de' Sovrani dell’Italia.

Lo scopo del Congresso di Verona, quale un accordo positivo l’aveva designato, sarebbe stato conseguito dalle risoluzioni adottate pel sollievo dell'Italia — Ma i Sovrani, ed i gabinetti riuniti non han potuto dispensarsi di rivolgere i loro sguardi sopra due gravi complicazioni, lo sviluppo delle quali gli aveva costantemente occupati fin dalla riunione di Lubiana.

Un avvenimento di maggiore importanza si era manifestato verso la fine di quest'ultima riunione. Ciò che il genio rivoluzionario aveva cominciato nella Penisola occidentale, ciò che egli aveva tentato in Italia, era pervenuto ad eseguirlo nella estremità orientale dell'Europa — Nell'epoca medesima in cui le rivolte militari di Napoli, e di Torino cedettero all’avvicinamento di una forza regolare, la face dell'insurrezione fu lanciata in mezzo all'Impero Ottomano — La coincidenza degli avvenimenti non poteva lasciare alcun dubbio sull'identità della loro origine — Lo stesso male, riproducendosi in tanti punti diversi, e sempre con forme, e con linguaggio analogo, sebbene sotto differenti pretesti, faceva vedere con troppa evidenza il centro comune, donde era partito — Coloro che avevano diretto questo movimento si erano lusingati di trarne profitto per seminare la divisione nei consigli delle Potenze, e per neutralizzare le forze che nuovi pericoli potevano chiamare sopra altri punti dell'Europa.

Questa speranza rimase del usa. I monarchi decisi a distruggere il principio della rivolta in qualunque luogo,e sotto qualunque pretesto si mostrasse, si affrettarono di colpirlo con una eguale ed unanime riprovazione. Invariabilmente occupati del grande oggetto delle loro sollecitudini comuni, essi seppero resistere ad ogni considerazione che avrebbe potuto farli deviare dal loro cammino. Ma ascoltando nello stesso tempo la voce delle loro coscienze, e di un sacro dovere; essi trattarono la causa dell'umanità in favore delle vittime di un’intrapresa tanto inconsiderata quanto colpevole.

Le numerose comunicazioni confidenziali che hanno avuto luogo fra le cinque Corti durante quest’epoca, una delle più memorabili della loro alleanza, avendo messo le quistioni dell'Oriente sopra una base di unanimità e di accordo completamente soddisfacente; la loro riunione a Verona non ha dovuto se non consacrare e con firma re questi risultamene, e le Potenze amiche della Russia possono lusingarsi che faranno scomparire di comune andamento gli ostacoli che han potuto ritardare il compimento diffinitivo dei loro votiAltri avvenimenti degni della sollecitudine dei monarchi hanno fissato i loro sguardi sulla posizione deplorabile della Penisola occidentale dell'Europa.

La Spagna subisce la sorte riserbata a tutt'i paesi che hanno avuta la disgra zia di cercare il bene per quelle strade che non vi conducono giammai — Essa percorre oggi il cerchio fatale della sua rivoluzione, di una rivoluzione, che degli uomini traviati, o perversi han preteso rappresentare cerne un benefìcio, anzi come il trionfo di un secolo di lumi.

Tutti i governi sono stati testimoni degli sforzi che questi uomini han fatto per persuadere ai loro contemporanei, che questa rivoluzione era il frutto necessario e felice dei progressi dell'incivilimento, ed il mezzo pel quale essa era stata operata e sostenuta, il bello slancio di un patriottismo generoso! Se l’incivilimento potesse avere per fine la distruzione della società, e se fosse permesso di ammettere che la forza militare potesse impadronirsi impunemente della direzione degl’imperi di cui essa è chiamata a mantenere la paco interna ed esterna; certamente la rivoluzione Spagnuola avrebbe de' titoli all’ammirazione de' secoli, e la rivoluzione militare dell'isola di Leone potrebbe servir di modello ai riforma tori — Ma la verità non ha tardato a riprendere i suoi dritti, e la Spagna ha fornito a spese della sua felicità e della sua gloria, un tristo esempio di più delle conseguenze infallibili di ogni attentato contro le leggi eterne del mondo morale. Il potere legittimo incatenato e servendo esso stessa d'istrumento per rovesciare tutt'i dritti e tutte le leali franchigie, tutte le classi della popolazione sovvertite dal movimento rivoluzionaria, l’arbitrio e l'oppressione, esercitate sotto le forme della legge, un Regno dato in preda a tutt'i generi di convulsioni e disordini, ricche colonie che giustificano la loro emancipazione per le stesse massime, sulle quali la madre patria ha fondatoli dritto pub fico, e che essa tenterebbe invano condannare in un altro emisfero; la guerra civile che consuma le ultime risorse dello stato; tal è il quadro che ci presenta la situazione attuale della Spagna, tali sono le disgrazie che affliggono un popolo leale, e degno di miglior sorte; tal è infine la causa diretta delle giuste inquieti indirti, che tanti elementi riuniti di turbolenze e di confusioni han dovuto ispirare ai. paesi immediatamente in contatto della Penisola...

Se mai si è elevata in seno dell'incivilimento una potenza nemica dei principii conservatori, e nemica soprattutto di quelli che fanno la base dell'alleanza Europea, quell'è la Spagna nella sua disorganizzazione presente.

I monarchi avrebbero essi potuto guardare con indifferenza tanti mali accumulati su di un paese, ed accompagnali da tanti pericoli per gli altri? Non avendo a consultare in questa grave questione che il loro giudizio, e là propria loro coscienza, essi han dovuto domandarsi se in uno stato di cose che ogni giorno minaccia di rendersi più crudele e più allarmante, loro fosse permesso di restare spettatori tranquilli, e di prestare ancora per la presenza de' loro rappresentanti il falso colore di una tacita approvazione agli atti di una fazione determinata a tutto intraprendere per conservare il suo funesto potere. La loro decisione non ha potuto esser dubbia — I loro ambasciatori hanno ricevuto l’ordine di abbandonar la Penisola.

Qualunque possano essere le conseguenze di questa condotta, i monarchi avranno provato all'Europa, che niente può impegnarli a retrocedere innanzi ad una determinazione sanzionata dalla loro intima convinzione. Più essi mostrano amicizia a S. M. Cattolica, ed interesse ai benessere di una nazione, che tante virtù e grandezza han distinto in varie epoche della sua storia, più essi han sentita la necessità di seguire il partito, ai quale essi si sono appigliate e che sapranno sostenere.. Voi vi convincerete per la precedente esposizione, che i principii, i quali hanno costantemente guidati i monarchi nelle grandi quistioni di ordine e di stabilità, cui gli avvenimenti de' nostri giorni han data una sì alta importanza, non sono stati affatto smentiti nelle loro ultime transazioni — La loro unione essenzialmente fondata su questi principii, lungi dall'indebolirsi, acquista da epoca in epoca più occasione e forza — Sarebbe superfluo di vendicare ancora la lealtà e la benevolenza delle loro intenzioni contro alcune dispregevoli calunnie, che ogni giorno l’evidenza de' fatti riduce ai loro giusto valore. L’Europa intera deve infine riconoscere, che il cammino tenuto dai monarchi è ugualmente in armonia coll’indipendenza e la forza de' governi, e cogl'interessi ben intesi de' popoli: essi non riguardano come nemici, se non coloro i quali cospirano contro l’autorità legittima degli uni ed abusano della buona fede e degli altri per trascinarli in un abisso comune. I voti de' monarchi non sono diretti che verso la pace: ma questa pace, benché solidamente stabilita fra le potenze, non può spandere sulla società la pienezza de' suoi beneficii finattantooché la fermentazione, che agita ancora gli spiriti in più di un paese, sarà mantenuta dalle perfide suggestioni e dai criminosi tentativi di una fazione, che non vuole che rivoluzione e sconcerto; finattantocché i capi e gl'istrumenti di questa fazione, o che camminino a fronte scoverta, attaccando i troni e le istituzioni, o che travaglino nelle tenebre, organizzando progetti sinistri, preparando complotti, o avvelenando l’opinione pubblica, non cesseranno di tormentare i popoli col tristo e falso quadro del presente, e cogli allarmi chimerici sull'avvenire. Le misure le più sagge dei governi non prospereranno, i miglioramenti i meglio combinati non saranno coronati di successo, la confidenza finalmente non rinascerà fra gli uomini, se non quando questi fautori di trame odiose saranno ridotti ad un'impotenza completa, ed i monarchi non crederanno di aver punto soddisfatto al loro nobile incarico, prima di aver loro tolto le armi, che essi potrebbero rivolgere contro la tranquillità del mondo.

Facendo parte al gabinetto presso del quale voi siete accreditato, le nozioni e le dichiarazioni che contiene questo documento, voi avrete cura di ricordare nel tempo stesso quel che i monarchi riguardano come la condizione indispensabile delle loro benefiche vedute. Per assicurare all’Europa, colla pace di cui essa gode sotto l’egida dei trattati, quello stato di calma e di tranquillità, fuori del quale non ci è vera felicità per le nazioni, esse debbono contare sull'appoggio sincero e costante di tutti 4 governi. In nome de' loro principali interessi, in nome della conservazione dell'ordine sociale, ed in nome delle generazioni future, essi lo reclamano. Siano tutti penetrati da questa gran verità, che il potere messo. fra le loro mani è un deposito sacro di cui debbono render conto, ed ai loro popoli, ed. alla posterità; e che essi son tenuti ad una severa responsabilità commettendo errori, o ascoltando consigli, che presto o tardi gli potrà mettere nell'impossibilità di salvare i loro sudditi dalle disgrazie che si avranno essi stessi preparato. I monarchi amano di credere, che dapertutto troveranno in coloro che son chiamati ad esercitare l’autorità suprema, sotto qualunque forma siasi, dei veri alleati, degli alleati che non rispettano meno lo spirito, ed i principi! che la lettera, e le stipulazioni positive degli atti, che formano oggi la base del sistema Europeo; essi lusingansi che le loro parole saranno riguardate come un nuovo pegno della loro ferma ed invariabile risoluzione di consegràre alla salute dell’Europa tutt'i mezzi che la Provvidenza ha messi alla loro disposizione.

Ricevete mio....... l’assicurazione.

Verona 14 dicembre 18221

NOTE

(1) «Se egli (Lord Brougham parla di sé in terza persona dicesse di esser così avaro, da non desiderare che si estendesse questa forma di Governo, farebbe torto ai proprii sentimenti; ma se dicesse ch'egli era poco disposto a credere che la Costituzione Britanna era tale da trapiantarsi in altri paesi, avrebbe dato sfogo ad opinioni che i più saggi tenevano, e che l'esperienza di ogni giorno degli altari stranieri più profondamente radicarono (udite udite). La Costituzione Britanna era l'opera, ed il lento progresso di molti secoli, e se potesse essere trapiantata in paesi totalmente ancora disadatti a riceverla, sarebbe miracolo più di quello che un pezzo di albero, o un grandissimo tronco di legno piantato in non fertile suolo vi producesse frutta. Il popolo deve essere preparato da una esperienza di abitudini e di natura politica a ricevere cosiffatte istituzioni; egli nonsapeva che potesse mai sufficientemente esprimere l’affezione che portò al suo defunto nobile amico Lord G. Bentinck, il quale nel 1812 face in Sicilia l’esperimento di trapiantarvi la Costituzione Britanna. Or vi farò conoscere qual ne sia stato l’effetto di avere tentato a trapiantare in altro paese la Nostra Costituzione. Avvenne che in quel tempo si trovasse in Sicilia un viaggiatore; e Si può leggere la descrizione ch'egli diè della solennità fatta nel tempio della libertà, e della magnifica rappresentanza di una gran Nazione. Egli disse: «subito che il Presidente ebbe proposto il subietto da discutersi, e rimise in qualche modo l'ordine per la confusione delle lingue che seguì al solo annunziarsi della quistione; si cominciò invariabilmente un sistema di criminazioni e recriminazioni da parse chi parlatori, accompagnalo da tali orribili contorsioni, da tali amari motteggi, e personali invettive, che ne seguirono delle busse; a tale punto che l'Assemblea fu a grave scompiglio. La voce del Presidente era inattesa, non udita; sorse tutta la camera; patriotti ed antagonisti si mescolarono nella zuffa; e la terra era coperta di combattenti, onde si prendevano gli uni gli altri a calci, a morsi, a percosse.»

(2) «Popoli di Sicilia, la Giunta provvisoria, e i Consigli di Palermo v'invitano a far causa comune con essi, e a riunire ai loro i vostri sforzi per difendere, essi dicono, la nazionale indipendenza.»

«Noi semplici cittadini al contrario v'invitiamo a conoscere, quale sia l’indipendenza a cui Palermo aspira, con quali mezzi pretende di sostenerla, e quai sacrificii da voi richiede. Potrebbe accadere per avventura che sia indipendenza per Palermo ciò che sarebbe schiavitù assoluta per la Sicilia, e che i mezzi immaginati contengano l’esterminio della medesima. Bisogna perciò attendere più ai fatti che alle parole e bisogna altresì ravvisare il carattere, e l'interesse vero, per conoscere l'intenzione occulta di chi amicizia, fratellanza, e società ci promette. Quale e quanta sia stata questa nei passati tempi, l'ha dimostrato a noi un lungo non meno che infelicissimo esperimento. Giova intanto ricordarci dei mali sofferti per indovinare quelli che dobbiamo temere, e per saperci guardare dalle vecchie insidie.»

Era Palermo sedo, e stanza di schiavitù, che quanto offendeva, od avviliva tutti Siciliani, altrettanto era utile agli abitanti di quella città. Colà imperava il baronaggio protetto allora o temuto dai Governo,ed incensato dal forense Gregge. Là sedevano tutti i Tribunali che pascevano immenso numero di bocche. Di là era bandita la ragione, e la giustizia, che avevano dato luogo all’arbitrio, alla contemplazione, ed alla venalità. La prima vittima, e la più infelice erano i vassalli baronali straziati da crudelissime angario, che neppure ritrovavano un difensore? e se ricorrevano, eran perduti. La seconda vittima erano i luoghi demaniali, gravati di contribuzioni ingiustissime, che tutte ripiombavano sopra di loro, giacché i baroni, e la città di Palermo. vantava, ed aveva chi più chi meno il privilegio dell’esenzione. In somma tutte le città del Regno erano tributarie al fisco, ai baroni, ed a Palermo, di cui erano il bersaglio. Palermo aveva la privativa di mangiacarne; e vietava che nei paesi del Regno si macellasse. Chiamava per vero, o finto bisogno i frumenti, gli olii, i caci, privandone gli altri Siciliani riguardati come esseri impuri, addetti quasi alla gleba, e non degni di appartenere alla specie umana. Da Palermo, come da covile di belve, uscivano tutti quei ribaldi rivestiti di qualche ufficio di delegati, o commissari!, ed incaricati di qualche vessazione. Mentre perciò Palermo s’impinguava, gli altri luoghi s’impoverivano, eia più vile plebaglia, sino i mendici più abbietti osavano insultare tutti gli altri Siciliani, a coi davano per disprezzo il nome di regnicoli e di villani. Durò questo stato di oppressione sino all’epoca fortunata, che venne Viceré in Sicilia il Marchese Caracciolo. A questo dotto filosofo Napolitano dobbiamo la prima nostra redenzione. Cercò egli di spegnere l’idra infernale, a coi recise alcuna testa. depresse per quanto potè i baroni, benché non potè colpire la feudalità ancor lasciata in vigore per una politica male intesa. Corresse, ed in parte educò i magistrati, prima ligii dei baroni e consacrati alle loro voglie. Abolì i tribunali arbitrarli e liberò le vittime numerose che in quelle orrende prigioni si racchiudevano. Un grido di giubilo universale rimbombò da un capo all’altro della Sicilia; ma un grido di rabbia al tempo stesso uscì fuori della bocca dei Palermitani divenuti perciò nemici implacabili di Caracciolo; e questa è una delle principali cagioni di odio concepito da loro contra i Napoletani. Ma estinto Caracciolo, i baroni per l'infelicità dei tempi, e per le vicende della rivoluzione di Francia, ebbero mezzo di rifarsi dei loro danni. I vassalli furono angariati anco peggio, che non lo erano stati avanti. Qual'era intanto l’espressione favorita degli Avvocati Palermitani, che ancor risuona alle nostre orecchie? declamando essi instancabilmente contro Caracciolo, l’accusavano di aver smossa la sentina. Sentina era in lor linguaggio il sentimento di giustizia, inspirato o ridestato più tosto nel cuore dei cittadini; era sentina il desio e la voglia di difendersi contro la tirannia baronale; sentina il progresso della civilizzazione, e l’accrescimento dei lumi, e la protezione delle lettere e degli uomini letterati. Come potremo dimenticarci giammai che malgrado la rivoluzione accaduta nel 1812, quando l’impero delle circostanze obbligò i baroni ad acconsentire all’abolizione della feudalità, seppero essi eludere artificiosamente lo scopo di quell’abolizione, e seppero convertirla in guadagno? Salvaronsi per sempre dal pericolo della devoluzione dei feudi, di cui acquistarono senza titolo una proprietà assoluta che non potevano. avere;conservarono con un giro di parole i diritti angarici, non aboliti altrimenti che con l’obbligo del compenso; e riguardarono contro i vassallaggi ciocché neppure avevano preteso mai, e che il corifeo degli avvocati baronali, chiamato per questo solo titolo benemeritissimo di tutta la Sicilia, il celebre Carlo Napoli non osò di sostenere, cioè le proprietà delle terre dei comuni, sulle quali a stento i cittadini avevano conservato il drittodi pascere, avanzo sacro, ed inviolabile della loro antica proprietà, allorché fu tono sottomessi dalla gente del settentrione; e piucché da costoro, furono spogliati più crudelmente appresso dagl'ingordi baroni. Si ebbe dunque la temerità di caratterizzare questi sacri diritti per assolutamente angarici, come se mai il pirata, o il ladrone potesse essere angariato da' derubati ignudi a cui lascia appena una vita precaria, e palpitante — Palermo pur sostenne in quella viziosissima Costituzione molti suoi privilegi, l’esenzione di certi dazii, e che i tribunali in quella città risiedessero; e venne stabilito al tempo stesso, che tutti quanti i magistrati accusati dalla camera dei Comuni fossero giudicati da Pari, i quali perciò li tenevano subordinati e dal cieco loro arbitrio dipendenti.»

«Tutte oneste esiziali prerogative cessavano con la riunione che si ebbe di questa nostra infelice isola al reame di Napoli, finita appena l'epoca Napoleonica; il quale reame non ammette feudalità, né riconosce privilegii, né fa alcuna distinzione tra luoghi e luoghi, e mette in giusta bilancia i diritti, ed i doveri dei cittadini.»

«Questo annunzio che rallegrò tutti i Siciliani, rattristò all’estremo gli abitanti di Palermo. Dapertutto vi fu gioia e tripudio; quivi all’opposto incominciarono le triste scene di sangue. Né altra cagione allora potea a ciò determinarli, se non il solo timore di perdere gli egoisti suoi privilegi!.»

«Il pretesto della indipendenza da Napoli è stato sempre falso e ridicolo; e da qual tempo in qua fu la Sicilia indipendente? Non fu essa al contrario soggetta per lunghi secoli ad un governo straniero, e trattata, anzi vessata miseramente come vile provincia?

Era governata dai Viceré, ed i più sciocchi sanno che il Governo viceregnale è il peggiore di tutti. I Viceré che mandava là Spagna, e che mandò l’Austria non fecero che vendere il demanio della città, ed i fondi pubblici come se fossero la proprietà di un privato. Niun rispetto si ebbe al diritto pubblico, non che alle leggi della Monarchia. Né per tutto questo i Palermitani si scossero, né avanzarono mai alcun passo per la libertà, o per la difesa della Sicilia, e per la Nazionale indipendenza; non ebbero malpensiero di opporsi alle vessazioni che facea il Fisco, o che faceano i Baroni, o di reprimere la loro insaziabile avidità; che anzi gl’idolatravano, e per essi eran pronti a prendere le armi e a rivoltarsi. Qualche popolare sommossa, come quest’ultima, (1820) ebbe un oggetto vile, o di rapina, o di garantia di una peculiare loro pretensione; non mai fu preso di mira il bene comune,ed il pubblico vantaggio. E nei prossimi tempi, cioè quelli che precedono immediatamente l’avvenimento dì cui si tratta, allorché nel IBIS fu decretata la costituzione Inglese per servire al monopolio brittanico, fu «oppressa l’Aquila, furono i dazii moltiplicali all’infinito, messa da parte così la vecchia, come la nuova feudalità, ordinata la leva, furono, spogliati i campi delle migliori braccia; non mai mostrò Palermo risentimento alcuno, poiché ancora conservava molti privilegi, e perché ancora lusingavasi di ritenere la sede del governo di fissa residenza. Ma tutti questi privilegi, e questa residenza di un principe non fu più compatibile, allorché Ferdinando I volle unire indissolubilmente i due Reami in un solo e robusto Governo, ch'eguagliando tutte le città, abolendo tutte le patrie, e tutte le prestazioni angariche, feudali, non ammette divisione di poteri, a riserba del solo potere giudiziario, che deve ramificarsi e distendersi sotto la garantia delle leggi egualmente in tatti i Comuni del Regno: unico essendo per comun bene e vantaggio il seggio di tutta la Sovranità e delle parti che la compongono. Perciò tale eguaglianza di dritti municipali, e di doveri individuali, delizia eterna dei buoni concittadini, ed ultima meta dei loro desidera, non era, né potea essere a cuore dei Palermitani, appassionati piuttosto delle vecchie cose, come del mostro della feudalità con tutti i suoi artigli, dei tribunali exlegi, della deputazione del Regno, delle aberranze del foro, delle sostituzioni fidecommessarie, e dei maggioraschi; per tal modo Palermo poteva meglio opprimere, e calpestare il resto dei Siciliani, e succhiarne il sangue.

E per darci una pruova sicura del loro carattere, e un pegno certo di ciò che farebbero per l’avvenire; in questa ultima rivolta, (1820) che hanno l’impudenza di chiamare rivoluzione, cominciarono dal saccheggiare le case ricche, appropriandosi il danaro e le suppellettili, fintamente bruciando qualche mobile vile, e terminarono col mettere in libertà tutti gli assassini racchiusi nella Vicaria, e nell'Arsenale: esempio nuovo ed unico non mai finora osservato in tutte le rivoluzioni e rivolte, e che in compendio contiene tutte le violazioni di tutti i diritti, ed offre la vera idea di un popolo selvaggio. Spedirono, adunque tutti quegli apostoli per convertire i popoli, ed esortarli ad imitare il nobile loro esempio. Per compimento poi dell'alta impresa, si è diretta da loro a tutte le municipalità del Regno una lettera circolare, e questa in nome della Giunta, e dei Consoli; cioè di quella Giunta che accorda indulto a tutti i condannati, e di quei Consoli, che senz'altra forma di giudizio danno la morte a coloro che la Giunta assolve. Questa si è una forma di governo veramente liberale.

Accorrete da ogni parte Siciliani, Riparatevi in Palermo asilo di sicurezza, di lealtà, e giustizia.

Ivi le vostre teste son salve, purché sappiate evitare i colpi di quei bravi Consoli, e dei loro satelliti. La vostra roba è ben custodita, purché vi contentiate di lasciarla in balìa, ed alla discrezione dei primi occupanti. Né per sostenere i vostri dritti dovete durar fatica, e cercare i libri, e scritture; basterà a voi il suffragio dei Consoli, che non amano, e né conoscono le lettere, neppure dell’abbicci, e contro le scritture hanno odio tale, che bruciano tutte quelle che cadono nella loro mani: per difendervi poi hanno mezzi validi, e potenti. Hanno un uomo che non è stato mai soldato, e che ora è generalissimo.

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 15 NAPOLI 1855

S. M. FRANCESCO I - Re del Regno delle Due Sicilie

S. M. FRANCESCO I - Re del Regno delle Due Sicilie

Egli è già uno degl’immortali Eroi dell'Oreto. Fece Costui prodigi di valore; cioè dopo che un pugno di soldati aveva disfatto, e disperso il gran corpo dell’Armata Palermitana, egli con savio accorgimento si valse dell’opera dei forzati e dei condannati, aprendo loro le porte della Vicaria, e dell’Arsenale, e con questi ausiliarii, e col rinforzo dei contadini venuti sotto il di lui stendardo rinnovò l’attacco contra quei pochi soldati spossati dalla fatica, e non soccorsi da nessuno, e ritolse loro la palma della vittoria. Genio straordinario, che possiede l'arte della guerra nel più eminente grado, e basta egli solo a difendere, e se bisogna a soggiogare la Sicilia. Sciaguratamente per lui, è venuta a mancargli la principale sua forza, giacché lo stuolo dei condannati è stato preso, o fucilato, o disperso. SI, bravi Palermitani, i vostri egregii difensori, i vostri amici propagatori della vostra fede e del vostro culto furon da per tutto accolti col favore che meritavano; e restò voto di effetto il generoso indulto che concedeste con tanto buon diritto, e con sì fina politica ai vostri compagni d arme, e di delitti. Oggi voi disperati per la perdita di sì valevole protezione, vi rivolgete a tutti i Siciliani, e gli esortate onestamente a prendere il posto degli assassini, e scollegarsi a voi: volete che tutti fossimo macchiati, ed imbrattati vilmente delle vostre colpe; e ciò a qual fine?... per farci divenire indegni del beneficio delle utili riforme che ci manda il Re da Napoli. Infatti è evidente, che se fossero i Siciliani tanti pazzi da unirsi ai Palermitani ed ai baroni, che oggi sono alla loro testa, non sarebbero più meritevoli di quella novella garanzia Sovrana, che nemica di ogni potere arbitrario, come è quello esercitato da' Consoli e dalla Giunta, rispetta gelosamente i diritti dei cittadini che i Consoli hanno atrocemente calpestato; non soffre che fossero spogliati della loro proprietà, e privati senza le forme di un giudizio della libertà 9 o della vita, come fanno i Consoli spogliando, uccidendo, imprigionando chi piace a loro per fantasia, o genio, o capriccio; esige che per ogni legge intervenga il consenso della legge legittimamente eguale per tutti, mentre i Consoli fanno, e disfanno e leggi, e regolamenti a modo loro: riconosce un Re con tutte quelle prerogative che richiede la salvezza dello Stato, affidandogli l'esecuzione delle leggi, e la scelta dei magistrati, purché l’ordine giudiziario sia scevro di soggezione, e affatto indipendente; intantoché i Consoli, a guisa di fuorusciti nascosti dentro le caverne, si credono sciolti da ogni soggezione di legge, di Re, di magistrati, usurpando essi soli tutti i poteri riuniti; e forse è questa l’indipendenza che bramano, e dietro a cui sospirano? Di tal sorta di Governo vogliono farci un dono nell’atto di farci perdere il godimento di quelle garentie politiche, che con tanta pace, e con sì straordinaria generosità ci fu accordata; e nell'invito di esser con loro ci fanno degni del giusto castigo dovuto ad essi, e ci pongono in cimento di sperimentare tutti gli orrori dell'anarchia e della guerra, e di chiamarci addosso le conseguenze funeste della rivolta.

La quale è tanto più mostruosa, quanto che si fa contra un Principe virtuoso e degno di eterno amore, e se gli fa in ricompensa di tanti benefizi ottenuti per tanti anni dal suo gran cuore paterno; e si fa altresì in odio di quei Napoletani, che così ora, come in ogni tempo,sono stati i nostri protettori,che ci hanno istruito e difeso coi loro scritti immortali, e ci hanno pure arricchito col loro commercio.

Ci fuggiranno mai dalla memoria i nomi illustri di Vico, di Filangieri e di altri non pochi? E rivolgendo il pensiero agli antichi ed ai presenti tempi; ci sarà facile il ravvisare tutti loro, non già come soli amici, e vicini, ma come socii e fratelli.

Sia pur dato nome di guerra ad una rivolta obbrobriosa. Sarebbe l’esito lungamente incerto? o sarebbe dubbia la superiorità delle forze che ci combatterebbero? Per colmo di pazzia, o di scelleratezza invocheremo forse l’aiuto di potenza straniera? ma oltreché tutte le potenze sono in pace ed armonia fra loro, i rivoltosi sono in abbominazione a tutti. Qual prezzo noi offeriremo a chi volesse accettare il mercato? Non altro certamente che quello della nostra libertà, che la daremo a baratto per secondare la smania, non già di un popolo, ma di un ceto di persone irragionevoli. Ma perché fermarci in questa ipotesi scandalosa? né i Siciliani caderanno mai in si nero e pazzo traviamento, né alcuna potenza vorrà mischiarsi negli affari nostri. La sola disperazione potrebbe determinarli a chiedere la rovina della patria loro; e ninno affatto gli ascolterebbe.

Non altro noi cerchiamo, essi dicono, che di essere separati da Napoli, e di avere in Sicilia un Re proprio; e questa è la domanda che soglion fare quei figli discoli, che trascinati dal vizio, e sedotti da false idee, pretendono separarsi dal padre, per formare diversa famiglia, la quale formata appena, come nebbia al vento, e come fumo di paglia si disperde.

La Sicilia sola non può bastare al mantenimento di un Governo. Unita a Napoli, ne porterebbe un leggerissimo peso; oltre a ciò formerebbe una potenza di second’ordine, che meriterebbe di essere rispettata, non che protetta. Laddove sola, non potrebbe stare senza protezione; e questa stessa precaria, dispendiosa, e non lungamente durevole. Dovendo poi avere una Capitale ove risieda il Governo, è meglio averne una ricca da sé, e colta, e popolosa, e che gareggia in bellezza colle due prime di Europa, anziché doverne a proprie spese alimentare una che non altrimenti può essere grande, che succhiando tutto ilsangue dei Siciliani, e rendendo esili, scarne, e senza vita tutte le altre Province e città dell'Isola. Oltre di che per la comunicazione dei lumi, per la propagazione delle scienze e delle arti, pel commercio, e per infiniti altri vantaggi, è incomparabilmente preferibile una Capitale, in cui la scienza del Governo civile, e l’odio contro la feudalità sono, per così dire, indigene e stazionarie da secoli, e non sono ivi temibili, come sono in Palermo, le aggressioni dei rivoluzionarii che in questa città sono stati sempre dominanti; ed il ritorno alle leggi di eccezione, ed ai vecchi abusi connaturali a questa città medesima, oltre le frequenti esplosioni dell’anarchia, che metterebbero in rischio la vita del governo e dei governati, e scemerebbero ad essi la libertà delle azioni. Or se nell’estensione immensa dei tre Reami di Spagna, Francia, ed Inghilterra, tutte le loro città, e provincie hanno in pregio di riconoscere ciascuna la sua Capitale Madrid, Parigi, e Londra; qual ripugnanza potremo aver noi di riguardare per nostra Capitale Napoli, tanto a noi vicina, e che può tanto aiutarci, come sempre ha fatto, senza volerci esporre alla ferocia del popolo Palermitano, avvezzo a tanti suoi privilegi e pregiudizi!, al Governo feudale, ed al Tribunale del patrimonio,ed alla deputazione fef Regno, ed all'ammissione de' delegati; in somma di quel popolo egoista, che crede essere in lui solo tutto il bello e buono della Sicilia, e riguarda noi come una vile appendice?

Indirizzo riportate ne’ Giornali di Catania, Messina, ed altri dell’Isola nonché ristampato nel Giornale Officiale di Napoli — Agosto del 1820.


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LIBRO PRIMO

Dalla nascita di Ferdinando ll, al suo Vicariato

 CAPITOLO I

 Nascita di Ferdinando, e circostanze politiche della sua Real Famiglia.

Poiché la spada di Napoleone, era stata avvalorata da quel crescente numero di gioventù sbrigliata ad ogni ambizioso desire, la avea già dato un addio alle piazze delle rivoluzioni dei popoli, per correre ai campi di Marte, (*) onde riparare così la fame, la miseria e l’illusione succhiata dalle velenose poppe della gran setta politica d’allora, che avea saputo rovesciare affatto nella società Europea tutte le istituzioni dell’antica sapienza, all’infuori dell’idea di Dio, che forma suo malgrado, il rimorso pungentissimo d'ogni empio. Poiché la spada di Napoleone, diceva, dalla Senna allo Xenil, e dallo Xenil al Sebeto, avea dettato l’immane sentenza: «la dinastia dei Borboni à cessato di regnare in Europa»: la famiglia Reale di Napoli dovette libare nella tazza dell'ingratitudine a sorso a sorso il tradimento; nettare che i rivoluzionari politici sanno apprestare ai Sovrani, ogni qualvolta aspirano al parricidio morale e civile della società.

Cioè a dire che Ferdinando IV e Maria Carolina, invano avendo potuto dal 1786 al 1806 mettere un potente argine a quella tempesta politica, la quale non era sol Napoletana ma Europea; dovettero cedere alla violenza diretta contro alle Potenze tutte d’Europa, e con queste cader vittime, in pria per la forza collegata in rivoluzione da tutti gli ambiziosi tribuni, ed indi per l'ardire di un Soldato elevatosi a dittatore; il quale, frenando le guerre civili, seppe dei troni e dei comizii farsi uno sgabello per se solo, e Re vinti e popoli vincitori ligare alla ruota del suo carro trionfale; e rendendo tanto male ai Re ed ai popoli, (senza volerlo) servi invece a vendicar la lor causa, svenando allegramente in guerra quelle tante schiere di ribelli, e traendosi dietro, a ridicolo codazzo del suo Impero di ferro, quei repubblicani massonici, che dalla bipenne delle liberali assemblee, passarono cogli incensieri nelle mani, ad inchinarsi striscianti rettili, nelle anticamere del Soldato più dispotica che fra' secoli dopo Cesare, passeggiato abbia la terra.

L’esilio più fortunato in si estesa sventura, a paragone delle altre Corone, si ebbe almeno la Corte di Napoli. La vicina Sicilia, parte del Trono avito, accolse la profuga Real famiglia; e fu tal esilio per nome, giacché in Palermo avea trono Ferdinando. Aver trono nella disgrazia, mentre gli altri Borboni ottenevano appena privato rifugio su terra straniera, era pur qualche cosa di bene — se la Sicilia avesse potuto tenersi al di sopra della proiezione dei vascelli, e dell’armata Inglese. Protezione necessaria a Ferdinando ed al suo popolo isolano, onde non venir preda di Napoleone; ma proiezione disastrosa, piena di sospetti, di brighe, di dispotismo, di monopolio; e ciò sino al punto da far credere al continente Bonapartista, che quella Reggia fosse una dorata prigione; e quell’isola tanto fedele, tanto eroica pel suo Re, nient'altro che una colonia Brittanica.

Nella regal Palermo, nella Reggia del Normanno Ruggiero, mentre i castelli della città e le navi Inglesi facevano sentire lo sparo delle artiglierie; e la Real bandiera dei Borboni sventolava, quasi volesse rammentare alla belligera Europa Napoleonica, che il vessillo di S. Luigi non sarà mai prostrato; e mentre tutto ciò facevasi onde solennizzare nel 12 gennaio dei 1810, l’anno cinquantesimonono dei natali del figlio di Carlo III, Ferdinando IV; in quel giorno in cui la festa di famiglia e la gioia del popolo fedele, dimenticar facea ai Reali ed ai Siculi la duplice sventura che rendeva lor tanto amara la vita; in quel giorno istesso Maria Isabella di Spagna, consorte del Principe Francesco Duca di Calabria, dava alla luce un bambino, erede dell'erede del Trono delle Due Sicilie, al quale imponendosi il nome di Ferdinando, attribuivasi poi il titolo di Duca di Noto.

Fu visto allora quel vecchio Re, che nel brio d’una vita tutta popolare, facea ricordare in quegli anni Luigi XI di Francia che dava del compare ad ogni villico che gli venia dinanzi; quel Ferdinando che sapeva trovare un motto giulivo anche nei momenti più disastrosi di sua vita, fu visto avvicinarsi alla culla dei neonato principe cogli occhi pieni di lagrime! Il Cielo largiva un erede al Trono futuro del suo primogenito, in momenti sì difficili pei Re; mentre egli stesso, in sì alte disgrazie che colpivano i Sovrani dell’Europa prostrata, ignorava la fine di tanta guerra, né potea preveder se fosse possibile, scendendo nel sepolcro, trasmettere intieramente la Corona dell'immortale suo padre, sulla fronte del figlio successore!Maria Carolina, quel modello vivente di Maria Teresa l’eccelsa; quel rampollo energico della Casa Hasburgo Lorena, che sapeva sì bene livellare nelle sue mani reali la bilancia della severa giustizia e della pietosa clemenza, accolse fra le sue braccia il piccolo Ferdinando. E quella sua fronte altera, che avrebbe saputa rinnovare il martirio di sua sorella Maria Antonietta Regina di Francia, anziché cedere un palmo dinnanzi all'esigenza de' suoi doveri e de suoi dritti, ch’eran pur congiunti co’ dritti e doveri dei popoli su cui regnava; Maria Carolina, stringendo al seno per la prima volta il figlio del figlio suo, tanto atteso, tanto aspettato, dimenticò per poco d’esser la temuta dai Gabinetti del grand'impero, e pianse qual madre che nella gioia istessa si accora, d’aver avuto un figlio ne’ giorni delle scontentezze, negli anni dei sinistri sospetti.

I tempi erano scarsi per ognuno, ed altra ricchezza non trovavasi in quell’isola, se non la ferma volontà di tutti, dal Re all’ultimo dei sudditi, di non paventar in faccia ai sacrifici, onde tener fermo d’innanzi a Napoleone conquistatore ed all'Inghilterra proiezionista, qualunque fossero i disagi. Per cui né dalla Reggia partirono per tanto cara circostanza quelle munificenze usate altre volte, né quelle sale furon splendide di lussuosi ricevimenti, ne’ quali gareggiando la diplomazia estera colla patria nobiltà, ed i dignitarii del Regno co’ fastosi uffiziali dell’armata, fra le pompe di dame e cavalieri, tra lo splendore de' brillanti e dell’oro, si concatena in un sol punto l’aristocrazia del paese. Né dalle popolazioni potevasi profusamente solennizzare un tal giorno ne’ modi usali, perché la Sicilia, terra infelice, era afflitta dal blocco della continentale Europa, e dal blocco della gelosa Brittania. Fu festa, ma festa di casa nella Reggia. Fu festa, ma festa di famiglia per Palermo; e fu gaudio sincero, ma non fastoso quello che si provò pel rimanente dell’isola.

Così nacque quel Ferdinando, destinato a tanta gloria Europea, nell’ultimo periodo di questi anni.

 CAPITOLO II

 Infanzia di Ferdinando, ed avvenimenti che accompagnarono la sua Famiglia fino al 1815.

Nell’anno stesso, in cui nasceva Ferdinando, il giorno 3 settembre, un altro bambino per nome Ferdinando veniva alla vita in Palermo. Era questo figliuolo di Luigi Filippo d'Orleans, e di Maria Amalia figlia del Re delle Due Sicilie.

Questo Principe de' Reali di Francia, profugo dal suolo nativo come ogni altro della casa Borbone, non ebbe a scudo d’innanzi all’infausta rivoluzione francese la gran colpa del padre suo; e pria che questi lavasse col sangue versato sul patibolo, il proprio misfatto il Principe d’Orleans aveva dovuto fuggire dalle fauci divoratrici della Convenzione, esulando di terra in terra, finché giunse in Palermo. Quivi i legami di parentela e la comunanza delle sventure, portarono che il giovine Luigi Filippo impalmasse una Principessa delle Due Sicilie. E mentre da tanta coppia un figlio nasceva, il padre di questo si trovava su i lidi della Spagna, ove avea offerta la sua spada, per guidare con maggior perizia quella gente animosa, che più tenace di quel che mostrar doveansi tra poco i famosi geli della Russia, facea costar troppo dura la vittoria alle ambiziose mire di Bonaparte.

Ed ecco quanti personaggi diversi, quante combinazioni presenti e venture si stavano appo la culla del tenero erede dei nostro Trono. Un Be che s'invecchiava ne’ disagi del suo reame, tranquillo e sereno, sempre proclive ad un’arguta facezia. Una Regina che ringiovaniva di mente e di cuore ne’ crescenti cozzi dell’infortunio. Francesco, Principe studioso e pacifico, la cui gioia per la fecondità del suo talamo, era amareggiata coll’avvanzarsi delle sventure per la sua casa e per la sua stirpe. Leopoldo, il prediletto figlio di Maria Carolina, giovane a venti anni, tutto brio, tutto affetto, ad altro non si addiceva che a studiare dell'augusta madre sua il cuore sempre201 aperto alla pietà verso gl’infelici; imparando dalla gran Donna come, quando le venia dinanzi una sventurata famiglia, largiva alla stessa cento ducati di oro, e l’accommiatava intenerita, ripetendo quel tradizionale suo molto «scusate, perdonatemi, non si puote di più; i tempi sono scarsi!»

Da una parte stavasi una zia, già addivenuta Duchessa d'Orleans, e fondatrice novella di quella illustre Casa, ove i difetti e le virtù da secoli ànno dato sempre una pagina interessante alla storia della Francia; quella Duchessa d’Orleans che dovea insuperbirsi un giorno di esser madre dei più bravi figli, che dovea tanto tremare nel 183o all’idea d’una corona, e che nel 1848 questa cotona istessa dovea posare, con fronte imperturbabile, come si addice ad un’anima forte che trovasi padrona di se in tutte le umane vicende.

Da un’altra parte, ma più vicina alla culla di Ferdinando si vedeano tre sorelline, destinate dopò anni a tante altre glorie e sventure. La più grande, figlia del primo letto di Francesco, Carolina Ferdinanda, ai dodici anni appena, accarezzando nelle fasce il primogenito di Luigi Filippo, ignorava che un giorno, addivenuta Duchessa di Berry, dar dovea alla Francia un figlio nato per salire al Trono; e che non guari dopo., nel più bello della sua fortuna, dovea vedersi il marito assassinato e poi essa stessa sbalzala nell’esilio: mentre quella Francia sì nobile e sì volubile, dovea mettere in soglio Luigi Filippo che allora nella casa di suo avo e di suo padre era un esule disgraziatissimo; e quel pargoletto che nasceva da sua zia Amalia, in. sua propria casa, senza fortuna e senza patria,' un giorno dovea addivenire l’erede presuntivo della novella corona francese; corona legittimamente designala pel suo figliuolo Duca di Bordeaux. Appresso a questa bilustre Principessa, venia Luisa Carlotta primogenita delle seconde nozze di Francesco, di sei anni appena; quella Carlotta che giunta poi ad esser consorte dell’infante D. Francesco di Paola, aprir dovea la strada al Trono della Spagna alla sua sorella Maria Cristina, che allora altro non era che una ingenua pargoletta a quattro anni, tutta spirito e gajezza, che si trastullava fra le due cune, accarezzando con dolce sorriso, il piccolo fratello Ferdinando Duca di Noto, ed il piccolo cugino Ferdinando d’Orleans, detto allora Duca di Chartres.

Oh casa augusta de' Borboni! quante sorti diverse, ma sempre memorande si aggravarono per secoli sii questa stirpe di Re, che riempie del suo nome e de' suoi benefici il mondo, grande per virtù e per genio! Gloriosa di coniare in cielo de' santi che portarono quaggiù la loro corona; ci si mostra sempre piena la storia degli onorandi nomi di questi gran Re e di questi illustri Capitani. In questa stirpe tutto è grande, persino la sventura. Seppe conservar si, unico privilegio a se spettante, tranquilla e serena all’apice delle prosperità umane, e conciliarsi l’amore ed il rispetto del l’universale nell’avversa fortuna. Prosperità sì grande, che a' soli Borboni era conceduto raggiungere; abisso così profondo, che i Borboni soli potean con dignità riempire.

Dopo un’anno, agli n di ottobre 1811, crescendo co’ disastri dell'Europa le incertezze della real famiglia in Palermo, la stessa dovette vestirsi a festa, sollennizzaodo modestamente la nascita di un altro erede del Duca di Calabria Francesco, cioè di Carlo Borbone, poi Principe di Capua. Dopo un allr’anno a' 3 di aprile 1812, Luigi Filippo d’Orleans aveva un’altra prole dalla Principessa Amalia che si sgravava d’una bambina, Luisa Maria Teresa; la quale un giorno poi, seguendo la fortuna di suo padre che saliva al Trono della Francia, salir dovea essa pure un Trono di fresca data, qual Regina del Belgio; e che poi dopo quattro lustri, all’annunzio dei rovesci di sua casa, tollerato il dolore di mirare il suo padre nell’esilio, assist poco appresso ai funerali di questo, che preludii furono de' suoi propri.

Un altr’anno dopo, (1813) duplice festa di famiglia seguiva ancoro in Palermo. Il Duca d’Orleans a' 12 di aprile aumentava la sua discendenza co’ natali di un’altra figlia, Maria Cristina; ed il Duca di Calabria aumentava la sua a' 22 di maggio, nascendogli altro bambino che chiamò Leopoldo, poi Conte di Siracusa.

Mio Dio! quanta prole augusta in sì diffuse reali sventure. Quanti eredi novelli si aumentano alla stirpe, de' Borboni, mentre Napoleone avea confinala questa secolare famiglia di Re su due isole, Inghilterra e Sicilia; due scogli che col suo passo da gigante non potette calpestare; due Troni nobilissimi per ventura, dai Sassoni e dai Normanni fondati, che l’aquila della Corsica, non avea potuto salire, mentre avea soggiogalo il vasto continente dell'Europa; e sacrilegamente era giunto a dettar leggi sull’apostolico Vaticano.

Ma che si potea sperare intanto innanzi a questo immenso colosso dell’età? Sul Trono di S. Luigi stavasi temuto ei medesimo. Sul Trono di Ferdinando il Cattolico era asceso il suo fratello Giuseppe. Sul Trono di Carlo III, un soldato del grand’esercito si era assiso. E mentre Ferdinando IV dalla Sicilia si nominava in tutta la forza del dritto Re delle due Sicilie, possedendo appena la parte isolana de' suoi domini; Murat che teneva solo del di lui reame la parte continentale, appellavasi nel dritto della forza ancor egli Re delle due Sicilie; mentre in realtà Lord Bentinck si elevava in dittatura su i ristretti fati di Ferdinando, e Napoleone guardava Murat come un semplice governatore di quel soglio non suo che a costui largiva.

Eppure una disgrazia sì vasta, dovea dileguarsi pari a un so f no. Come la Francia era stata la tomba della grandezza de' Borboni, scavata dalle mani della volterriana filosofia; così la Russia addivenne la tomba della gloria Napoleonica, scavala dalla mano degli elementi. Due atti providenziali per l'umanità, di gastigo l’uno, di riparazione l’altro; che caratterizzando la pienezza della divina giustizia, si manifestarono a confusione dell’orgoglio e potere smodato dell’uomo tra le due scene di lutto sociale e di cecidio umano.

Il protagonista della nostra Storia, il piccolo Ferdinando, di quattro in cinque anni appena, trastullandosi co’ suoi fratelli e sorelle, e co’ suoi cugini d’Orleans, non poteva aver pensiero determinato su questo gran dramma, che arrivando all'ultimo alto di azione, scioglie vasi con una catastrofe, la quale ripristinava la ristaurata potenza della sua stirpe.

Egli non avea compreso le animate dispute che si succedevano nella dolente sua casa, in mezzo al concilio, nascente tra i principi i governativi che propugnavansi dal potente genio della sua ava Carolina e l’arbitrio di circostanza de' governatori inglesi. Egli non ricorda oggi che come un sogno le triste conseguenze di quelle gare tra il vecchio avo Ferdinando e i comandanti venuti da Londra, anche senza saputa del governo Britannico, despoti sulla sventura d’una esule ma ospitale real famiglia. Non intese, perché dovette allontanarsi da Palermo Maria Carolina, seguita dal giovine Principe di Salerno; alla quale più non era serbato di rivedere il suo vecchio consorte, i suoi figli ed i figli de' figli suoi, che per la maggior parte dormivano il sonno dell’innocenza in quelle tristissime giornate di famiglia. Non avvertì, perché si volle trapiantare sulle rovine del feudalismo siciliano quella costituzione inglese, feudataria piti d’ogni baronaggio presso il luogo nativo; tremenda zizzania civile e morale, quando se ne fa assaggio presso popoli cattolici, e che non ebbero a maestri un Lutero ed un Cromwello, con due secoli di desolante guerra paesana.

Così un giorno, stando ancor tra le fasce il nipote primogenito del Re, il piccolo Ferdinando, stretto fra le braccia della madre dovette ritirarsi co’ suoi, seguendo le orme dell’imperturbabile avo nella real villa della Ficuzza; mentre la sua piangente zia Amalia, unica persona reale, venne obbligata a salutar suo malgrado i cannoni inglesi, che andavano ad assediare nella Reggia campestre il vecchio Sovrano delle Due Sicilie, per intimargli quegli atti fatali, che firmati per violenza, sono stati d’allora ad oggi, esca di rivoluzioni, a danno del buon popolo siciliano della buona città di Palermo. Che se firmati non erano da Ferdinando IV assediato; quell'istesso dispotismo straniero Torse avrebbe aspiralo ad una funesta abdicazione e ad una letale reggenza, ove lo scel, irò scomparisse, o rimanesse almeno addormentalo nella culla dorala dell’erede dell'erede della corona di Carlo III, collocandola nientemeno che nelle tenere mani del biennale fanciullo, Ferdinando duca di Noto! Ala se queste ed altre dolenti scene non rammenta, o ricorda appena il Principe Ferdinando; con grata reminisceuza non à potuto obbliare tuttavia le carezze de' suoi avi augusti, le dolci tenerezze dell’affettuosissima sua madre, le gare puerili de' suoi fratelli e cugini, le cure verso di lui della sua zia, ed il fiore di pietà e di religione, che qual prima tessera d’un real animo, il suo padre Francesco gl’imprimeva nel tenero cuore.

Si commuove tuttavia, sul Trono, ricordando que’ fidi soldati di suo avolo, gemme rare de' tempi antichi, come sollazzavansi ne’ più imperiosi bisogni della vita, per non arrecar doglia al proprio Sovrano tra le strettezze dell'erario. Di che memoro Ferdinando, dopo molti anni salito al trono, non altro nome dova a tanti uffiziali addivenuti poi generali, se non quello di padre. Basta ricordare in queste pagine i nomi venerati di un Vito Nunziante, palladio di probità militare, che à avuto il merito illustre, morendo, di trasfondere le sue virtù in una lunga schiera di nobili figli, fiorenti oggi nella giovine nostra armata. Quello d un Salluzzo che finora nella sua vegeta canizie è rimasto modello de' leali e galantissimi cavalieri di Corte, quasi noi fossimo all’età di Luigi XIV, ove ammiravansi que tipi delicati di aristocrazia tra le superbe grandezze delle società reali di Versailles., Quello di un Pastore, soldato severo e d’iuflessibile disciplina, anche sotto le spallette di tenente, generale; grado per lui doppiamente onorifico, perché compenso di inamovibile fedeltà alle proprie opinioni e di maschio coraggio mostralo su le mura di Tarragona, ed in tutte le scabrose giornate di guerra tenute nelle Spagne d’innanzi a' passi di Napoleone. Eppure questo rude militale che avea saputo resistere alle ferite moltiplici delle baio nette della vecchia guardia, moriva di dolore all’alba del 184&, prevedendo i disastri che si affollavano intorno alla reggia di Ferdinando II, che avea veduto nascere; interpetrando le ascose trame, e divisando come bisognava disfarsi di que’ seducenti gridi che si alzavano dalla Giovine Italia, a prefazione funesta della funestissima demagogia, che sotto quelle preliminari forme a. scondevasi.

Me qui è il luogo di citare uno per uno i nomi e le virtù di un duca di Sangro, d’un Selvaggi, d’un Garzia, d’uno Scarola; né di que’ nobili napolitani in emigrazione, né di que’ nobili siculi, tesori di fedeltà in quegli anni di sventure pe Borboni; ove rifulge in prima riga il nome rispettabile del vecchio Statella principe del Cassero, il Nestore della siciliana aristocrazia in quei tempi, colla seguela de' suoi nobili figli, dai diplomatico insigne a prodi militari. Abbiam voluto di fuga citare questi nomi, parlando dell’infanzia di Ferdinando, onde segnare reminiscenze, che ci daranno lume di circostanze, in altra parte di questa Storia.

Ma ecco che tante triste ricordanze si dileguano, come si dilegua il fantasma eroico quanto terribile del l’età, Bonaparte; cedendo il campo a rimembranze più dolci e care per fatti di pace e di quiete comune, o per meglio esprimermi di riposo universale fra i popoli ed i governi. Sotto le mura di Parigi già bivaccano i battaglioni della potentissima alleanza' di Europa. L’addio di Fontainebleau prepara il ritorno de' Borboni su i sogli degli avi loro; la catastrofe di Waterloo gli rafferma. Ferdinando Vii rientra nell’Escuriale; Luigi XVIII sale alle Tuillerie; Ferdinando IV, preceduto da suo figlio Principe di Salerno, ritorna da Palermo a Napoli. Tutti i partiti, squarciato il velo d’ogni prestigio, si adagiano stanchi all’ombra dell’ulivo; e tergendo ognuno il sudore della propria fronte, come l’ebbro dopo una notte di passate follie, guarda le accatastate rovine sociali di cinque lustri, e nella indebolita memoria, non sa con distinzione comprendere, perché l’umanità per un'idea à creduto espiare sì lunghi guai, sacrificando a Pallade un'ecatombe fratricida sì colossale, svenandosi insieme più centinaja di migliaja di uomini, col più cruente de' sacrifici.

Libertà e gloria!

Robespierre e Napoleone!

Una fallacia, un prestigio, due uomini; e l’Europa allagala dal sangue di due generazioni!

Cala il sipario dell'obblio; e’l tempo segna 1790, 1815.


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 CAPITOLO III

 Luogotenenza del Principe Francesco in Sicilia, suo ritorno in Napoli: sua novella partenza, suo novello ritorno nel 1820.
Ritornato Ferdinando IV, dopo la pace di Europa al suo Trono paterno; il Principe Francesco, erede presuntivo della corona delle Due Sicilie, rimane qual luogotenente del padre sulla Sicilia, in Palermo. Già i Sovrani congregati in Vienna, avendo ancora col lo scettro la spada sguainata in pugno, segnano i destini in de' popoli Europei.

Non è a dire, in qua’ trista situazione trovossi Francesco, mentre il padre per volere del congresso, abolir dovette l’anglicana costituzione in Sicilia, riunendo per maggior forza della rinata monarchia in un sol patto l’isola e il continente del reame; e chiamarsi d’allora Ferdinando I e non più IV, onde testimoniare alla politica dell’Europa ed alla politica del paese, la riconquista di Napoli, e l’unione indissolubile delle due corone antiche, sul capo di una sola famiglia regnante.

Il feudalismo siculo, avendo troppo profonde radici nelle sue secolari attribuzioni, non poteva dirsi cessato sì presto, com’era caduto quello di Napoli.

Da Carlo III in poi era stato con savie leggi moderato; ma le sue cento teste non si erano recise mai interamente. Le abitudini dell’aristocrazia e del popolo Palermitano, l’una coll'altra tenendosi mano, eran ferme nell’impegno di supremazia municipale, onde starsi al di sopra di tutte le altre comunità. Fu quest’amor proprio che Lord Bentinck seppe animare nel 1812, studiando a sua vendetta personale ed a profitto del commercio del suo paese, quella maniera di governo rappresentativo all’uso inglese, che intimandosi qual legge sancita colla miccia sul cannone, venne accordata da Ferdinando, e riuscì il buco della nuvola per i palermitani, onde sotto altro aspetto rimirare novellamente il sole delle rovesciate loro supremazie baronali, per farle valere nella opposizione al governo, e sulle altre provincie dell’isola.

Perciò non è a dirsi, in quali cimenti di circostanza dovette starsi l’indole tranquilla e studiosa del Principe Francesco, per non veder rinnovellata su Palermo quella scintilla di discordie ci vili, che sordamente cercavasi di attuare da' pertinaci in Napoli e nelle sue provincie.

Ma non per questo non seppe darsi al precipuo impegno di una saggia quanto pia educazione de' suoi figli, e specialmente di Ferdinando, che nato per salire un giorno al Trono, vedevasi fornito di tal corredo di virtù, che opportunamente coltivate, presagir facevano lo sviluppo di quelle doti rare che decorato avrebbero, un degno principe reale, e col tempo anche un Re.. Luigi Filippo era entralo in Francia au abitare il Palais Royal, antica residenza della casa,d’Orleans; e Luigi XVIII avea steso la mano fraterna al suo cugino, obbliando nella prospera fortuna gli odi di famiglia e la gran colpa del padre, di quello che era stato nel 1792 la vera pietra d’inciampo, nel martirio del Re di Francia, e torse anco il principal istrumento di cui si avvalsero i novatori per apportar tante rovine sociali che mossero dalla Senna sull’Europa; e meglio ne giudicheranno i posteri.

Nel 1814, Francesco avea avuto con un novello parto di sua consorte un’altra figlia, oggi Gran Duchessa di Toscana, Maria Antonietta. La fecondità del suo talamo ora possiamo dirlo, cambiali i tempi delle difficoltà, arrecava sempre nuove gioie e contenti nella Corte di Napoli; che anzi il vecchio Ferdinando si gloriava nella sua gajezza naturale d'aver scelta in moglie al suo primogenito la giovine principessa Isabella, che gli dava tanti nipoti, per quanti figli nella sua gioventù dati gli avea la consorte Maria Carolina. Ed il Cielo facea ripetere spesso simili augurose gioie di famiglia; giacché appena era passata a splendide nozze la primogenita del primo letto di Francesco, Carolina Ferdinanda Luisa con Carlo Ferdinando Duca di Berry, ciò che avvenne il 17 giugno 1816; ed il plauso si udiva ancora delle feste che in un eco di dolcissime speranze ripercuotevasi da' nostri lidi su tutta la Francia (beala idea che mirava nell’avvenire una sì cara coppia sul trono di S. Luigi!!…….); quando ecco altre festesi succedevano nel 23 settembre dell’anno istesso per aver dato Maria Isabella alla luce un novello principe che fu chiamato Antonio, Conte di Lecce. Due mesi prima di questa nascita, Leopoldo di Salerno si era congiunto in matrimonio con Maria Clementina Arciduchessa d’Austria.

Un precettore venne dato al principe Ferdinando, ed un educatore insieme a tutta l’adolescente famiglia di Francesco nellapersona del dotto e più ecclesiastico Agostino Olivieri, insignito in seguito della dignità di Vescovo di Aretusa.

Francesco, trovandosi lontano dalla Corte del padre, cessati gli affanni e gl’intrighi del decorso decennio di guerra e di esilio, divideva i suoi giorni in Palermo tra le scabrose cure governative della luogotenenza, e tra le dolcissime cure della sua florida giovanile figliolanza; e fra queste occupazioni, difficili ed amabili insieme, sapeva rinvenire il tempo, per darsi a' suoi studi prediletti, la botanica, le matematiche applicate alle arti e la fisica, ne’ cui misteri lo avea introdotto ed esercitato il suo insigne maestro tenente colonnello Saverio Poli.

Questa vita, comunque monotona, era per Francesco una miniera di ricchezza di mente e di cuore; sì perché confacente alla sua pacifica iodole, sì perché conservatrice di quella felicità domestica che lo compensava delle passale amarezze, e di quelle ricorrenti di sua mal ferma salute.

Il tenero giovinetto Ferdinando, fin d’allora dedicò il suo animo a quella severità di educazione, a quella semplicità di costumi, a quel viveré melodico, a quella modesta economia di famiglia; giacché il principe reale non nel solo fasto della nativa grandezza riluce agli occhi della moltitudine; ma unitamente a questo vestir si dee di tutto quel corredo virtuale di modestia, di circospezione, di prudenza, di affabile contegno, di giustizia più per se che per gli altri, di lealtà verso i soggetti, di ubbidienza passava alle leggi domestiche, palladio primo d’ogni governativa e sociale dignità.

Francesco era un gran padre di famiglia, quando regolava da se solo la sua casa. I siciliani ne fanno testimonianza in quegli anni; e l’attuale nostro Re ne suggella la pruova, coll'aver condotto all’apogeo (ora ch'è padre egli pure) il santo governo della propria casa, a modello esemplare de' Principi, non meno che de' privati; simile potrei dire al XIV Luigi di Francia, che la Storia appella, Re non solo de' suoi popoli, ma Re benanche della sua famiglia. Abitudini queste, che la buona indole di Ferdinando apprese nel periodo di quegli anni, de' quali teniam favella.

Pure una volta tanta pace domestica venne interrotta, e forse mai più ripresa con quella pienezza primiera. Francesco partì perché chiamato in Napoli. Le mal situate dighe governative presso il nostro paese, dopo l’epoca felicissima del 1815, per la mala tattica di taluni capi civili e militari, come abbiam discorso altrove, già facevano sentire il fracasso della loro rottura. Quel battagliare continuo tra il sospetto e la temenza, tra il dubbio e l’incertezza, tra un irregolare e vacillante avvenire di bene, mentre non si avea fiducia di inchiodar la pace a tempo debito a piè degli altari della equilibrata giustizia coi legali sagrificii di un antiveggente oblio, di una clemenza corteggiata dalla fermezza, di un perdono ch’è termine d’ogni male che fu, e col sagrificio in ultimo d’una equa resistenza che fa marciare innanzi al potere tutti i partiti, affinché si ammassassero dolcemente strada facendo; senza dar campo che i partiti istessi, ognun sulla propria via tenace, si lascino alle spalle del Governo che camminando solo, cammina sempre innanzi; restando rovesciato a] primo urto delle divergenti opinioni, nel momento fatale che si arrestano, si misurano, si azzuffano. Il Governo allora che solo volle incaminarsi innanzi, isolato rimane ad attendere l’intimo della rivoluzione, che nell'impeto senza stadio gli grida: avanti, avanti!Cosi credettero starsene allora i ministri del Re, trascurando di mettere a profitto quella preziosa stanchezza de' popoli nostri, che si era eretta qual fiducioso baluardo del proprio Monarca, che dopo tante tempeste faceva gustar loro i beni della pace. Cosi credettero assiepare in quei giorni i capi del potere, ma con quegli esteri rimasti a trascelti consiglieri della Corona — assiepare diceva, quella magnifica forza governativa, che da Vienna elevata in legislazione europea, davasi nelle mani di Ferdinando I, Re del regno delle Due Sicilie.

Francesco venne, vide, disse; non fu inteso, e ripartì novellamente per Palermo.

Fumava tuttavia d’umano sangue la pianura di Waterloo; e la società demoralizzata di già, avea messo in non cale quel sacrificio estremo. Come nella cangrena fatale degenera la malnata piaga; cosi i novatori presso noi, al termine della guerra de campi, seducendo gl’inesperti ed eccitando con velenose suggestioni i malcontenti, iniziavano frettolosi colle cospirazioni un secondo stadio di guerre cittadine, che costituisce la più. esiziale delle malattie sociali.

Così gli uomini del Governo; così gli uomini delle sette, si tennero mano allora sul nostro paese. La debolezza ambiziosa de' primi, l’energica ambizione de' secondi, costituirono l’attrito morale delle masse, mercé il quale surse quel fatale edificio del governo nel governo, dir voglio, la rivoluzione militare e civile, scoppiata fra noi il dì a luglio 1820.

La voragine si allargava ogni giorno più nel bel mezzo del nostro Reame. I due centri principali del moto politico erano Napoli e Palermo. L'un Peltro si aiutavano ne’ modi più perniciosi per tendere ad una funesta riuscita politica; benché Palermo solcando la strada di Napoli, l’odiasse aiutandola, per scongiungersi da questa, appena la ribellione andava a muovere il primo passo — appena la febbre della setta potesse giungere al generale parossismo, per tutte le membra sociali del corpo politico de' nostri Stati.

Invano la ragione mostrava a' traviati le luttuose scene del 99 sino al 5; chi cospira contro il proprio paese ragion non sente. Vi à chi la sente ma la nasconde per profitto.

Invano l’esperienza di tre lustri e più si affaticava a far sentire la sua autorevole voce, penetrando nelle coscienze degli uomini dello Stato, de' nobili e de' plebei, dedotti e degl'ignoranti, degli eminenti in armi ed in toga.; un funesto languore assediava già ogni classe cittadina. I moderali zittivano, gli esattali parolavano; chi dormiva e chi vegliava; chi cospirava e chi denunciava; tutti in diversi modi battevano diversissimi ed anche opposti sentieri, per trovarsi in un sol giorno al campo delle discordie, per scendere tutti ad un’ora in eguale abisso, cieco ognuno della propria opinione; nell’abisso dicea della rivoluzione, madre pronuba, pronuba infausta d’ogni letale anarchia, che è sol capace di tutto comprendere, e tutto eseguire quando conduce al disordine; ma l’è negata dall’alta Provvidenza l’arte di governare, o di far liberi i popoli nel dritto individuale e nella giustizia di ognuno. Or ora diremo qualche altra circostanza sull’assunto spettante a quell’anno 1820.

In tanta prevaricazione di novelli principi, qual tenero fiore non tocco da centomila assiepati spineti, cresceva nel primordio della giovinezza il principe Ferdinando a Palermo in mezzo alla sua famiglia, già accresciuta d’una bambina nel dì 25 febbraio 1818; cioè colla nascila di Maria Amalia, oggi ben degna consorte dell'ottimo tra i principi, cui raro sapere e solida virtù mostrano superiore ad umane sventure, l’infante di Spagna D. Sebastiano Gabriele. Un altro anno dopo altra sorella otteneva Ferdinando ancora a' 29 di febbraio del 1820, della Maria Carolina Ferdinanda, che poi crebbe sì cristiana sotto gli auspici religiosi dell’attuale nostro Re, e che Napoli sì bene à conosciuta, da lodarla mai sempre, come ora la saluta Contessa di Montemolino.

Ma a' 29 di febbraio 1820, già si sentivano i dolori del parlo della Carboneria, che poggiava supina avendo la lesta in Napoli, il cuore in Palermo..

Scorsero pochi mesi e Francesco Duca di Calabria, veniva chiamato dal padre, forse troppo tardi, a Napoli. Ubbidiva il principe, e colta lunga sua famiglia dava un addio a Palermo, modestamente sbarcava sulla riva del Granatello, mettendo stanza nella Real villa di Portici.

Questo arrivo, fu con maligne arti indicato, come una certa maniera di segnale per la setta, onde muoversi; anzi si sperò dalla stessa, poiché non poteva averlo a capo, essendo ben cognita la prudenza e la saviezza di quel Principe; trarne almen frutto, coi né solito d’ogni Setta, col rubarne il nome per popolarizzarlo in faccia alla moltitudine ed inaugurarlo come fautore, facendola servire per motto d’ordine onde aprire il varco alla rivolta. La rivolta avvenne.

Di due lustri appena Ferdinando intese, presento suo padre, in quale momento difficile arrivava alla Reggia di suo avo. Di dieci anni appena, ma con senno maturo, voce fedele ascoltava ch’egli dicea in quale dignitoso e cortese moda di prudenza conveniva a' giovani principi, da Portici entrare in Napoli. E ’l piccolo Ferdinando si addomesticava sollecito alle imperiose circostanze dando un addio a quel contegno di circospezione, in cui si era educato, a quella modesta dignità che fin da quegli anni appalesava; col salutare l’anarchia de' popoli su de' quali un giorno dovea regnare, mirando con istupore il soldato indisciplinato che, avendo in mano l’arma sacra all'ardine, gridava libertà iniziando il disordine della patria; commiserando una plebe che, messo da banda l’onorato mestiere, tripudiava cogli esclami di eguaglianza avendo il pugnale a lato; guardando non pochi culti cittadini, che rimanendo polverosi i sudati libri di pacifiche scienze e di tranquille lettere, perdonabili, non sapendo quel che faceano, sollazzavano ebbri fra le schiere dei cialtroni e dei facinorosi, profanando colta ambiziosa parola libertà ogni libero benessere morale e civile, che à solamente principio e sede perpetua nell’ordine, nella pace, e in ogni equo sapere umano!

Ricordiamolo — di dieci anni appena, così vide Napoli per la prima volta, Ferdinando II.


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CAPITOLO IV

Quel che ci resta a dire del 1820.

Chiunque voglia meditare con sano criterio e senza spirito di prevenzione alcuna, le leggi vigenti nella Monarchia Borbonica del Reame delle Due Sicilie, dopo la pace d'Europa del 1815; chiunque amasse metter mano per bilanciare i magnifici statuti antichi del nostro paese, ben combinati sotto forma più semplice e più legale, dietro il sanzionalo. e modificato codice Francese rimasto a nostra legislazione, dopo la caduta delle armi napoleoniche; puole con persuasiva intera conchiudere da se, che le nostre provincie seder potevano fin d’allora, liete di loro stesse sulle ben ordinate amministrazioni dello Stato, mercé le novelle istituzioni succennate. La moderazione novella su cui ergevasi la Monarchia, era sicura caparra d’ogni immegliamento civile e morale delle popolazioni soggette. Quel compimento di giustizia egualmente distributiva, che forma il carattere essenzialissimo d’ogni positivo progresso sociale, potevasi sperare in uno stadio come quello, ove l’esperienza de' tempi, degli uomini e delle succedute catastrofi, costituiva un ammaestramento luminoso ai potentati per saper tracciare ogni governa mento, a' soggetti per saper solcare in rettitudine il sentiero ell'equità e della legge. Tribunali, comizi, consulta, dicasteri, regolari officine, direzioni, ispezioni, decurie, pubbliche discussioni forensi e pel civile e pel criminale e per l’amministrativo e pel commerciale. Tesoro pubblico, banche private, società assicuratrici, tutela de' cambi, casse comunali, casse provinciali, co’ rispettivi consigli per comuni per distretti per provincie. Industria, economia, pastorizia, commercio, marineria, agricoltura, lavori pubblici, meccanica, belle arti, letteratura, scienze applicate, tutto tutto sciolto dagli antichi impacci di corporazione, trovavansi divise, ordinate, raccomandate, indipendenti, ed incoraggiate dalle leggi, favorite dalle onoranze accademiche. In ultimo un concordato conchiuso tra la Santa Sede ed il nostro Governo, metteva al riparo le coscienze, ed equilibrava la ragion civile de' nostri codici novelli, con l’antica ragion canonica.

Invece, le individuali ambizioni, le odiosità personali, le gare di opinioni diverse, le animosità municipali, la sete ardente del potere, l’ipocrita avarizia, il monopolio burocratico, il loquace egoismo de' filantropi per calcolo, la malignazione velenosa per ogni cosa stabilita — mercé que' tali briarei che non ebbero sazie le cento gole degli appetiti ingordi di onori e di cariche — ed in ulti mo il motteggiare, ad insulto vicendevole, quel modo di opinione d’un tempo che fu, quelle colpabilità di anni decorsi già assolute, que’ titoli e costumanze d’un epoca che il Governo istesso avea adottali; tutte queste passioni rivali, tutti questi vizi osceni di uomini immorali, sotto qualunque potere, vomitarono la propria corruzione sulle basi dello Stato; onde svestire d’ogni forza e dignità quella novella Monarchia che usciva speranzosa da tanti disastri, a una vita novella di pace e di oblio,di fidanza e di quiete. Questo cenno di ambiziosità, di lucro, di spogliazioni e di dominio si sconvolse a tempesta per sommergere la Monarchia che avea tradita e manomessa con opere indegne, con ingannevoli consigli — onde salire più in allo cospirando, onde centuplicare i guadagni, ribellandosi. Cosi succede sempre ne’ rivolgimenti politici, e così avvenne benanche presso noi nel 1820; stantecché la Carboneria ebbe non pochi fautori in que’ tali che occupavano alti impieghi civili e militari, così oltraggiando la carica, il giuramento, la disciplina, la confidenza; che costituiscono doveri sacri, da non confondersi cogli obblighi semplici di sudditi privati.

Appena la capitale del nostro regno fu vista senza legge, per il gran motivo che ognuno era addivenuto legislatore, le feste tumultuose sotto il titolo di entusiaste gare patriottiche, si successero con veemenza, confondendosi gli evviva de' paurosi e degli scaltri, mascherandosi entrambi sotto lo spiegato stendardo della libertà che si sorreggeva da tre movenze innegabili, cioè dalla debolezza di molti, dall’ideologia di parecchi, dal lucroso calcolo di pochi — e tutto questo ammasso eterogeneo si chiamava allora, o sempre; libero voto della nazione, desiderio del paese, volontà generale de' nostri popoli, dritto della maggioranza!

Già il Principe Francesco, destinato dalla Provvidenza a dover essere mai sempre l’anello intermedio tra il Monarca e la Monarchia; avea appena obliato il duro incarico del Vicariato sostenuto in Sicilia nelle disgrazie politiche decennali, quand’ecco ad eguale carica per volontà paterna vien richiamato, dietro i rivolgimenti della Carboneria.

Il bilustre Ferdinando, compreso di stupore abituavasi per necessità di circostanze, ad assistere a quelle scene che succedevano nella capitale, sino a mostrarsi con tenuta di uffiziale, ora nella real villa a prender parte con l’augusta sua madre, alle consuetudini del tempo; ora presso suo padre assistere alla rivista che passavano, lungo la riviera di Chiaja le falangi de' militi (quanto differenti da que’ battaglioni provinciali passati a rassegna da. Carlo III nella valle di velletri); ora sul campo di Marte a ricevere i brindisi de' banchetti guerrieri, disonoranti bivacchi di un armata lorda di anarchia. Ma noi però leniamo scritte le dolci impressioni che facea su quelle anime rotte alla disciplina, l’ingenua e contegnosa faccia del piccolo Duca di Noto, in quei chiassosi clamori. Chi avrebbe creduto in tali istanti, che quel fanciullo reale di undici anni appena sarebbe addivenuto dopo altro tempo, il creatore d’un armata non seconda in tutte le nobili prerogative guerriere, ad altra in Italia, lino a che si è assisa in eroico posto pe’ suoi fatti gloriosamente memorabili, fra i primi eserciti d’Europa?Ma ragion vuole, usare parole di giustizia sulla maggioranza del paese, che trascinala all'improvviso su d’una china già preparata, non da essa, seppe starsi alla moderazione, in aspettanza degli eventi futuri. Come moltissimi, dediti a' principi liberali, appena viddero rovesciarsi la rivoluzione nell’anarchia, e l’ideale della libertà ridursi nel positivo interesse delle esaltale ambizioni; si diedero a tutt'uopo a' bisogni della monarchia vacillante, ed alla difesa de' Reali in ogni circostanza.

Il Duca di Noto allora in compagnia della sua famiglia, tenne parte alla clamorosa funzione del giuramento alla costituzione, cui fu chiamato suo Avo, in faccia alla rappresentanza nazionale. Giuramento, che è quasi in ogni tempo la pietra d’inciampo per i governanti; giacché per le sette, questo sacro atto fu inteso ognora come una sanzione legale alla rivoluzione già compila, ed alle pretensioni democratiche che verranno in seguito. E che sia così, si osserva sempre l’ansia che si à pel sollecito giurare del Principe, ne' Governi rappresentativi che sorgono da' movimenti settari; mentre da quell’istante l’inviolabilità della promessa si vuole mantenuta solamente dal Re dal suo Governo; giammai dagli altri poteri costituiti. Infatti, o co’ sovvertimenti ne’ clubi, o co' clamori della slam(1 )pu, o colle sospettose turbolenze che s’infondano ne’ comizi elettorali, o con un ardua opposizione nei dibattimenti parlamentari; il contralto professato poco o nulla si mantiene dal resto de' contraenti, che spergiuri essi i primi di fatto, cominciano a ventilare in ogni istante sospetti di spergiuro appo i Troni, onde tarlare la confidenza tra principi e popoli; sconfidando i primi colle proteste di più ampie garentie sociali; educando i secondi, (specialmente il basso popolo) alla ingovernabilità (11).

È arduo, o per meglio dire è severo il nostro giudizio, ma è coscienzioso. Servo della giustizia e non delle opinioni, siamo avversi ad una causa che per quanto possa sembrare innocente e brillante ne’ suoi speranzosi teoremi, fu e sarà sempre funesta all’Europa ne’ suoi sperimenti governativi. Si legga la storia con ponderanza imparziale, e si bilancino le promesse dei cospiratori d’ogni. età, ove pende il risultalo del bene e del male, mercé l’applicazione sociale alle conseguenze politiche e nel dritto e nel fatto.

Ragioniamo cosi per provare con quanta spontaneità di volere e di potere, Ferdinando I (e prima e dopo di lui altri Re) giurar dovette una costituzione evocala dalle tenebre della setta, giammai dal libero voto delle popolazioni, o proclamata spontaneamente dal potere legittimo, dalle cui mani venne estorta. Costituzione, diceva, ottenuta solamente dalla debolezza de' ministri, proclamata da' soldati disertori, difesa da ufficiali ambiziosi, sostenuta da un armata di già indisciplinata, plaudita da mille e mille comitali ribelli, festeggiata co’ pugnali alla cinta, tra l’insurrezione e lo sbigottimento, Ira le minacce e gli evviva, tra il dubbio ed il 'sospetto, tra capi spergiuri e subalterni anarchici..

Amo convenire che l’atto fosse spontaneo, mentre le circostanze suddette provano il contrario; ebbene Ferdinando in Troppau, in Laybach, in Verona, era libero di manomettere il sistema Europeo, conchiuso solennemente in Vienna, mentre egli sedeva tuttavia nell’esilio decennale di Palermo? o, mentre l’insurrezione armata minacciava la rovina al Re ed al regno, dovea attuarsi qualunque salutare espediente, onde non giungere per mezzo dell’anarchia ad aprir il varco ad una guerra civile; standochè i poteri istessi della rappresentanza nazionale trovavansi sottoposti al volere arbitrario della setta, della plebe e de' soldati armati di lutto punto e privi di disciplina?

Rammemoriamo in ultimo i disastri delle nostre bandiere protette a' confini dello Stato da centomila animose falangi, cui fu duce inesperto il tribuno del movimento costituzionale Guglielmo Pepe, il solo generale napoletano che volle la guerra contro il parere de compagni d’arme e dell'istesso Principe Francesco; ed ebbe la vergogna di scandagliare le conseguenze del campo indisciplinato, per esser stato egli il primo che all’anarchia avea iniziata quella truppa istessa sulle scoscese di Monteforte. Egli diè vita alla ribellione, egli diè sepoltura alla stessa. Nientemeno, quel generale che dovea vincere o morire sul campo, dietro giornate di battaglia; seppe solamente fuggire dopo appiccata una scaramuccia male a proposito; e i Tedeschi s(s) impossessarono della formidabile posizione d’Antrodoco, senza spuntare una baionetta liberale. Così, le sole vedette straniere, raccolsero con istupore le civiche corone abbandonate al suolo dal patriottismo settario napoletano, che si sconfisse da se, correndo alla fuga con le armi cariche buttate pervia, onde scappare alla leggiera. Ne fu causa la paura? no — ma la spenta disciplina e quel falso principio, che allora era smentito da fatti evidenti, subentrando il disinganno all’audacia insolente. Conchiudiamo questo rapido cenno col segnare tra tanti disastri militari, gli allori che colse Florestano Pepe, altro generale quanto dissimile fratello di Guglielmo; il quale spedito in Sicilia a domare Palermo e poche terre a se adiacenti, Palermo già tumultuante per l’ostinata idea dell’indipendenza dell'isola dal continente; le armi Napoletane ottennero vittoria, e Florestano Pepe ebbe a gloriarsi, ne’ suoi bollettini di guerra, delle bravure, della sagacia e dello studio strategico, appalesato e nell’asse. dio e nella presa di quella città, dal suo capo di Stato Maggiore Roberto de Sauget.


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CAPITOLO V

Fine del Regno di Ferdinando I.


Reduce il vecchio Sire delle Due Sicilie dai Sovrani congressi, dovette sedersi sul Trono, scandagliando i novelli disastri dello Stato, mentre gli altri, per effetto delle vicissitudini decennali, non eransi riparati intieramente, succedendo la rivoluzione dei carbonari. Volentieroso o costretto, dovette allontanare il richiamato Ministro Principe di Canosa, e richiamare l'allontanato Ministro Cav. de Medici. Beato il nostro Regno, se il de' Medici, dietro tante scabrose conseguenze di Stato, si fosse persuaso a rimanere in quell’elemento tutto suo ove sedea sì bene, spiegando all’uopo le risorse del suo genio inesauribile e creatore nel ramo delle Finanze. Non avanziamo parere sulle conseguenze civili e militari dell’epoca in discorso, stando bene parlarne alla lunga coll’entrare nel primo periodo del governo di Ferdinando II. Ma tralasciando altre circostanze di minor valore, non possiamo dispensarci di dipingere l’andamento giovanile del prototipo di questa Storia.

Cogli anni il piccolo Ferdinando, (buon per noi che favelliamo a’ contemporanei) dava molto a vedere di séper l'avvenire, benché in vegeta vecchiezza vivesse l’avo sul soglio, ed il padre in età non tanto avanzata che salir lo dovea prima di lui. Purtuttavia il giovinetto Principe attiravasi le simpatie di tutte le classi, e i vecchi nostri lo additavano ai figli come il segnale delle augurose speranze venture di questo Reame. La modestia e l’urbanità, la prudenza e l’amabilità, la circospezione ed il contegno, la morigeratezza e la equanimità, la illibata morale e la costante applicazione allo studio, eran doti, le quali talmente lo distinguevano, che, e nella reggia e nel pubblico si valutavano, destando l'ammirazione universale.

Possiam dire però che Ferdinando, mentr’era ubbidiente a' suoi, ed indefesso esecutore de precetti, che nella carriera della pietà, delle, lettere e degli studi severi, dotti e valenti maestri gli proponevano; purtuttavia serbava un far da se, senza jattanza, senza indisciplinatezza ai doveri di educazione, senza far pompa di superbia. Sentiva in se un germe proficuo di genio; e senza farsi vedere minimamente burbanzoso o disprezzante, apprendeva dagli altri per dovere, imparava da se per desiderio d’istruirsi. Abitudini che lo accompagnarono allorché, ascendendo al Trono avito, videsi in pieno aspetto spiegala quella latitudine di mente governativa, che sviluppò da Re, avendo quattro lustri appena; e che gli procacciò spontanei e concordi elogi presso l’Europa politica, la quale dovette persuadersi che il giovine Sovrano avea saputo fecondare nella solitudine dell’animo un genio lutto proprio, che non si acquista co’ maestri, ma con uno studio meditativo, con una inclinazione industriosa di voler leggere il tutto della vita sociale da se stesso sulla società, nei momenti che cammina, senza che si avvegga di essere osservata.

Non è a dirsi com’era gaio il vecchio Re, quando si trovava in mezzo a' suoi nipoti, e come gareggiava la sua augusta canizie fra quelle bionde testoline. Si compiaceva però con meraviglia, ammirare nel suo nipote primogenito tanto giovinetto un carattere sì severo, ch'egli stesso spesse volte non sapea mantenere nell’età di settantanni.

Lo sentiva a piena grazia, allorquando si avanzava a chieder clemenza per qualche disgraziato; e sposso, per semplice scopo di ubbidienza, venendogli negalo o minoralo il permesso di largir soccorsi ai poverelli che incontravansi al passeggio, dall’educatore Monsignor Olivieri, il piccolo Ferdinando s’indispettiva nella sua innocente pietà, e duplicava, triplicava la largizione donata. Tante Rate queste cose giungevano all’orecchio dell’avo reale, che lo proteggeva nelle mancanze che svelavano il fondo del suo buon cuore, e con quella usanza antica de' Borboni, rispondea, la promessa d’un principe reale è istrumento, pagate. Poi volgendosi all’Olivieri da solo a solo, iosinuavagli, d’essere attento, di non farlo ostinare quando soccorreva i poveri, perché da Re un giorno potrebbe trascorrere, e non essere regolalo nelle sovvenzioni. Oh! se potesse ergere la lesta veneranda dal suo sepolcro il vecchio avo, per ammirare qual tipo di lussuosa economia è nata, mercé le cure di suo nipote e nel governo e nella reggia; e come a lui possa dirsi data la beatitudine di quell’intelligenza superiore inter egenum et pauperem, che seco porta la promessa protezione divina! Fu commovente, un giorno, vedere quel Re che spesso per ricordanza d’un secolo che non era più, vestiva la sua giovanile divisa di ufficiale de' così detti Liparoti, farsi circondare da tutti i suoi nipotini che avea promossi ad ufficiali dell'armata e fra essi specialmente il primogenito Ferdinando comparve coll’assisa di capitano di fanti di linea, e il secondogenito Carlo principe di Capua, co’ distintivi di Tenente di Vascello, per brevetto ottenuto il 3o luglio 1822, in egual data che Ruggiero Settimo venia nominato Retro Ammiraglio. In questo mentre vedeasi entrare ad ossequiare il Re, nientemeno che il Nestore dell’Esercito Napoletano, il Capitan Generale di Marina Giovanni Danero, quel rispettabile vecchio che avea servito Filippo I Re di Spagna, e portatosi a Napoli quale ufficiale della Real Marina con Carlo III, avea veduto nascere Ferdinando IV, e che ebbe il dolore di vederlo morire. Che quadro magnifico ch’era quello! I nipoti di Ferdinando stavano innanzi al venerando militare in età maggiore ch’egli avesse osservalo un giorno l’istesso vecchio Re. Era l’uomo che avea veduto nascere il dominio Borbonico di Carlo III, nel nostro Regno; ed ora dopo tanti lustri, rappresentava d’esser testimone di cinque generazioni reali, ed infatti poco mancò, che non vedesse nella sua estrema canine anche la sesta!

Ed ecco che il canuto Sovrano pria di scender nella tomba, assisteva ad un altro gaudio di famiglia, dir voglio alla nascila d’un altro nipote figlio dei Principe Francesco.

Ai 19 di Luglio del 1824. ebbe i natali Luigi Carlo Maria Giuseppe Borbone, che per volere dell’ava angusto, ottenne titolo di Conte d’Aquila. I padrini Duca e Duchessa di Lucca trovandosi assenti e lontani, presero le lor veci al fonte battesimale il fratello del neonato, Ferdinando Duca di Noto e la sorella Principessa Cristina.

Nell’anno istesso la nostra Corte indossò il lutto per la giunta nuova della morte del Re di Francia. Luigi XVIII, accaduta il dì 16 Settembre; quel Re che, dietro tante scabrose sventure dei Borboni di Francia, scendeva fortunato ad inaugurare le tombe reali sotto le cupe volte di S. Dionigi, messe a sacrilegio ed a ruina dalla terribile rivoluzione del 1792. Il giorno appresso Parigi salutava per Re Cristianissimo di Francia e di Navarra Carlo X.

Questo lutto di parentela (chi l’avrebbe detto), dopo il breve spazio di tre mesi, dovea addivenire lutto di famiglia. Giacché nella notte del tre al quattro Gennaio del 1825, Ferdinando I nella più florida vecchiezza dovea morire.

In queste pagine non è scritta la sua storia.. I nostri fugaci cenni su questo Re non son tali da renderne completa neppure una esatta biografia. Ripetiamo solo che tutto dì manca una Storia genuina che sveli la vita pubblica e privata di questo Principe, cui fu dato reggere fra due secoli tempestosi, il reame delle Due Sicilie.

Purtuttavia nulla manca alla sua gloria. Le calunnie dello spirito di parte non fecero presso noi che radicare i sensi di venerazione con più aumento di popolarità. I suoi molti arguti, e le sue feconde beneficenze, ànno preso un carattere tradizionale presso il nostro paese, nonché presso l’Europa, memore tuttavia delle splendide munificenze che spandeva ne’ suoi viaggi.

Le gravi calunnie con che il libertinaggio settario à voluto appesantire la sua memoria, sono le solite esaltazioni faziose che la febbre delle opinioni in lolla, onde sgravarsi di responsabilità, sa largire a mani piene su quella persona che più luce nello staio, su quei potere che i progressisti non seppero rovesciare, o che rovesciato videro novellamente risorgere a gloriosa e durevole vita, dall’abisso del loro discredito.

Se noi volessimo per poco da questo Monarca disgiungere i falli dovuti meno alla timidezza della reggenza che alla filosofia giansenistica di Tanucci, mentre Carlo III lo lasciava a noi Re di otto anni; se volessimo disgravarlo dallo spirito ribelle ad ogni cosa stabilita, che al termine del passalo secolo gli mise il trono a tempesta; se noi potessimo in queste carte dividere il suo nome dal nome di tanti ingrati, di tanti illusi, di tanti finti amici, consiglieri e sudditi, che in varie epoche e circostanze seppero i proprii errori o falli di carica addebitargli; se potessimo allontanarlo dalle circostanze imperiose, dalle necessità ai stato, dal volere delle alleanze straniere, dal bilancio politico d’Europa che dovette in ogni modo sostenere, dalle tante rivoluzioni, onde fu assalito ne’ molti lustri del suo regnare: al certo che il Re Ferdinando I si mostrerebbe in tutta la estensione della parola il continuatore generoso di suo padre Carlo III, ne’ miglioramenti successivi che seppe stabilire a vantaggio dei suoi popoli. La sua fredda energia e la prudenza spiegata nel terribile periodo decennale, sotto l’indefinibile protettorato Brittanico nell’assediata reggia di Sicilia, lo appaleserà alle età future un Re vincitore delle più ardue circostanze.

La sua bontà avuta pel povero, e la sua domestica familiarità spiegata sempre verso il popolo, addogandosi in severità coi grandi, in confidenza di modi e di linguaggio colla feminetta e coll’operaio; ce lo addimostrano per un padre, in tutta la tradizione degli antichi Borboni. In ultimo, per non ripetere cento e cento fatti che illustrerebbero i più predicati legislatori, ne scriviamo qui due, onde ripetuti in mezzo alle nostre popolazioni, formino essi una leggenda che tramandi caro e venerando a' posteri nostri il nome suo.

Viaggiando egli in Italia, dopo le faccende del ventennio, giunse in Città che non nominiamo per regolari convenienze della persona che tiene oggetto all’episodio. Quivi una donna de' nostri stati, di alti natali, stavasi emigrata, perché colpevole d’infanticidio. L’aristocrazia del paese implora da Ferdinando a. ricevere in udienza questa dama pentita, onde usarle clemenza pel ritorno in patria. Il Re non si nega; risponde, che venga. Corre la donna parricida a presentare supplica al Principe, che su due piedi decreta di proprio pugno, riconsegnando la carta alla petente che uscita dalla presenza reale, trovò scritto queste sentenziose parole: Ritorni la madre, ma ritorni col figlio.

Avvenne un giorno, che rispettabile dama napolitana, essendo rimasta nella sua vedovanza tutrice di unico figlio; e questo giunto in età maggiorenne, per vendetta ingrata e sleale, minacciando la madre di volersi emancipare, per correre a briglia sciolta le vie del disordine, dalle quali la pia donna con severa educazione l’avea. preservato per tanti anni; ne rimaneva desolata.

La madre ricorre al Re, palesando le sinistre intenzioni del figlio suo, e lo stato di miseria, in cui andava a rimanere essa, che tutto il suo retaggio avea consumato per educare la prole, impinguando sempre più il patrimonio paterno. Ferdinando calcola il caso strano; e decreta da sésul foglio supplichevole, che restituisce alla riconsolata madre, un articolo addizionale alla legge generale spettante i doveri tra il pupillo e la tutrice. Scrive, Che dura la minorità del figlio, finché dura la vita della madre.


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CAPITOLO VI

Salita al Trono di Francesco I.

Il Principe Francesco, colla morte del padre, salì al trono per dritto di successione. Quest'uomo onesto e paciero, questo ubbidiente figlio, questo morigerato consorte,e religioso padre, questo principe studioso di scienze positive, e laborioso ed industre meccanico; era il tipo completo d'un Re che non vuol addirsi a novazioni, ma che ama mantenere il già trovato, per regola de' suoi stati.

La semplicità de' 'suoi costumi, la equa moderazione de' suoi principi, la fedeltà alla giustizia senza desio di vendetta, il desiderio di far del bene, senza ardenza di vana gloria, educatore egli stesso, per quanto potea de' suoi figliuoli, net cuor loro innestava con dolci modi la pietà, la morigeratezza degli usi de costumi delle abitudini, e lutti i germi di privata domesticità; senza tema di andare errati, diremo per giudizio storico, che il principe Francesco se in altro periodo di tempo sarebbe asceso al Trono, cioè a dire i n uno stadio intermedio fra due età di pace e di quiete priva di passioni represse e di malcontenti ostinali, sarebbe addivenuto un. Re, che, secondo il costume antico, chiamar si dovea Francesco di buona volontà.

Ma tal giudizio sì ben prestabilito non poteva a quei tempi verificarsi. Egli ascese al Governo, in un periodo di transizione. Periodo che i politici chiamano, la coda degli avvenimenti.

Insomma quell’epoca rappresentava e presso noi e forse presso l’Europa tutta, l’ultima vitalità di dieci lustri di disastri politici; Fui ti ma vitalità di quel fuoco scottante delle ingovernabili passioni umane, represso a stento sotto Irò strati di cenere, cioè la stanchezza de' buoni, il timore dei tristi e un certo ottimismo sociale al quale, con buone intenzioni e con regolare convincimento, prestavan fede taluni gabinetti ministeriali, guardiani del bilancio prefisso in Europa.

Francesco Re, non poteva fare tutto quanto voleva, né tutto quel che poteva. Dopo aver segnato il tempo malagevole in cui saliva a regnare, convien soggiungere che il buon principe trovavasi deteriorato di salute, e sotto l’incubo di tali e tante circostanze paesane, che se non conveniva abbattere per riedificare, l’era malagevole poter completamente e con energia creare mezzi e fortuna novella per un completo risorgimento finanziero, amministrativo e militare del suo Regno.

Nei governi, come in ogni faccenda umana, il paragone l’è sempre difficile. Suo padre morendo avea potuto far sperare miglioramenti, più per desiderate novità, che per necessità di esser quelle espedienti. Per un Re come Ferdinando I, tutto era plausibile. Lungo regnatore, avea tanti (empi diversi a se d'innanzi, che fuse insieme fortune e disgrazie, si riparavano le une colle altre e giammai uno scandaglio perfetto davasi alla moltitudine, che ne’ nostri tempi, con audacia spesso passata a sfrontatezza, à preso a guardare in una sol volta nel buon governo, ed il perché delle azioni pubbliche de' Sovrani. Ma un Re nuovo può vantare, d’innanzi alla cieca opinion pubblica, quel ch’egli fa; e siccome quel che esiste, o bene o male, per i soggetti è una dispiacevole esistenza, senza un barlume di novità, nei regnanti nuovi: così noi siamo in grado di elogiare la maniera governativa di Francesco, che diede il vanto a se di saper mantenere le parti disuguali d’un edificio che avea bisogno di farsi nuovo, e seppe persuadersi che il tempo suo non era per questo; rimanendo tutto il vanto avvenire al ben augurato figlio Ferdinando II, di elevarsi creatore novello de' suoi stati, perché giovine, e appartenente ad altra età politica, non so se più avventurosa, ma sempre più alta a ripristinare incominciando; senza aver bisogno di gittare tanti sguardi addietro, per quanti periodi difficili avean dovuto passare sull’esistenza di Francesco.

Abbiam dello così, per ricordarci in quali e quante crisi di tempi il dello Principe avea dovuto sedere al limone dello stato e in Napoli e in Palermo. La più volle conferitagli carica di Vicario dal 1799 al 1820, l’avea reso responsabile in faccia alle imperiose circostanze politiche avendo piene le mani di mandati reali, senza ottener mai liberi poteri.

Non per questo vogliam conchiudere che aure di prosperità governative, non si ammirarono sotto il Regno quinquennale di Francesco. Fece lutto quanto poteasi per prosperare le sorti dello stato, e le condizioni de' sudditi suoi. Basta dire che le finanze pubbliche si mantennero senza ulteriori debiti. Che le popolazioni in tante ristrettezze dell’erario, non vennero vessate da novelle gravose imposte. Che le opere pubbliche fiorirono con lustro cittadino e con vantaggio delle classi laboriose. Che le belle arti vennero animate, unitamente alle patrie industrie, fino ad ottenere la istituzione di pubbliche esposizioni, illustrate da premii e decorazioni. Che un ordine cavalleresco venne creato, portando il suo nome, onde coronare le azioni illustri per talenti operosi, e per coraggio civile. Che una medaglia di merito civile creò, per decoro degli artisti. Che una scuola di disegno istituì per la classe degli artieri, onde rendere perfezionali i loro mestieri. Che la marineria di guerra accrebbe col novero di varii legni di alto bordo. In ultimo per glorificare il suo nome, la sagace previdenza ed il provvido avvisamento, a fermo sostegno dell'ordine pubblico per l’avvenire,non è da passarsi sotto Silenzio l’alto consiglio che con suo decreto dei3 gennaio 182$ annunziava, e che sovranamente compiva e metteva in atto con altro decreto de' 20 maggio 1827, creando un supremo Comando al reggime del real esercito, affinché tutte le armi che lo compongono, da una sola autorità dipendendo, ossia da quella del Principe Ereditario, che ei creava Comandante supremo, lustro e consolidamento maggiore ottenessero le istituzioni organiche dello staio militare, e vie più si aumentasse la divozione e la fedeltà alla vista di un pegno sì luminoso, che riceveva l’armata dell’affettuosa sollecitudine e confidenza sovrana. Ben sappiam ora apprezzare i benefici effetti, che sperimentati abbiamo di tanto divisamento. E tra tante pubbliche opere illustri basterà a ricordare a' posteri il nome di lui, il doppio monumento delle due statue di bronzo erette nello spianato del Real Palazzo, ed il compimento meraviglioso del colossale palazzo dei Ministeri, ottenuto mercé le assidue sue cure.

Maggiori particolarità avrebbero benanche memorato il suo Governo, se il Ministro de' Medici, nelle sue stupende vedute finanziere, non avesse avuto di mira vantaggiar tanto luminosamente il pubblico tesoro, per quanto durar potesse la sua vita. Cosicché colla sua morte, tolta la molte creatrice a quelle geniali risorse di stato, che da lui riceveano e vita e moto, si fracassò il prisma, e la realità non altro fé vedere che il positivo de' nostri debiti, spogli dell’incanto del sagace e portentoso suo regolo, Luigi de' Medici.


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STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 15 NAPOLI 1855

Real Museo Borbonico

Real Museo Borbonico


CAPITOLO VII

Novello stadio della prima giovinezza di Ferdinando II.

Col salire all'avito trono Francesco, il suo figlio primogenito, divenendo principe ereditario del regno, acquistò il titolo di Duca di Calabria, lasciando quello di Duca di Noto, che spetta al primogenito dell'erede presuntivo della Corona.

Era già Ferdinando a tre lustri della sua età; ed il suo carattere si appalesava viemaggiormente degno dell’alta missione, a cui il Cielo un giorno chiamar lo dovea.

Avea riportato in più teneri anni degli encomii dal Re di Prussia Federico Guglielmo, che tempo prima era stato in Napoli, ed avea stretto particolare amicizia co’ figli di quel Re, specialmente con Guglielmo.

Nel maggio del 1824 ricevuto avea le carezze dell’ex Imperatrice de' Francesi, l’Arciduchessa Maria Luigia Duchessa di Parma, nella dimora che fece in Napoli.

Francesco e Maria Isabella per ragioni di Stato, ascesi appena al soglio, dovettero intraprendere un viaggio fino alle provincie austriache italiane: e Ferdinando, benché per la sua tenera età non rimanesse allora qual Vicario del regno, restovvi qual capo di famiglia; qualità che seppe con la dolcezza de' suoi costumi e col suo carattere tranquillo e pacato, sostenere con meraviglia degli altri, che lo guardavano commossi.

La prima funzione di Corte, a cui dedicossi con completo sussieguo, avvenne il 27 aprile del 1825, giorno natalizio di sua sorella Maria Cristina, che compiva allora diciannove anni.

I reali principi, colla partenza de' genitori, si erano ritirati nella villa di Portici. Quivi nel dì suindicato, Ferdinando avendo a fianco la briosa sorella, e circondato da' giovinetti suoi fratelli e sorelle,ne de Frimont, del cav. Vallejo Ministro di Spagna come ambasciatore di famiglia, di varii Gentiluomini, di Dame, del Cardinale Fabrizio Ruffo, de Ministri di Stato, de' Consiglieri di Stato, e di molti illustri personaggi. E non è a dire che quadro da mirarsi fu quello, in cui la matura aristocrazia del paese e la canizie diplomatica del regno, inchinava la più florida e gioviale figliolanza reale, presso la quale stavasi motore di (anta accoglienza un principe ereditario di quindici anni compili, che con dignitosa urbanità rappresentava gli augusti genitori assenti.

Dopo alcuni giorni trovandosi in Napoli il zio del Re di Wurtemberg, il Duca Ferdinando, rispettabile principe reale; ebbe desio di conoscere l’erede presuntivo del nostro reame, i di cui pregi e speranze per l’avvenire avea inteso magnificare nelle corti estere. Ed infatti recatosi in Portici a far visita al Duca di Calabria, rimase al di là d'ogni sua aspettativa convinto, che il trilustre principe Borbone dava molto a credere di se per addivenire un tempo lodevolissimo Monarca. Il vecchio Principe di Wurtemberg parti da Napoli ligato in amicizia col giovinetto Ferdinando.

Ma il popolo napoletano che slava tutto attento per sentire e ripetere ogni circostanza lodatrice che riguardar potesse il benamato principe Ferdinando, già divenuto il palladio d’ogni sua dolcissima ventura speranza; encomiava quanto più poteva i fatti domestici, le funzioni di casa, fra cui si distingueva il Duca di Calabria; e desideravasi la ricorrenza di una pubblica festa, nella quale l’augusto Principe, rappresentando il Re assente, avesse potuto allegrare la universale aspettativa che s’ avea di lui ed ottenere le primizie di quell'affetto che Napoli non smentì mai verso Ferdinando II. Queste pruove di sincero ed universale affetto e’ raccolse, come noi diremo, con particolare distinzione sin dalla sua più tenera età, prima molto di ascendere al trono. Infatti, se oggi tra le follie demagogiche non si dasse tanta sinistra definizione all’idea di popolarità; nessuno negar potrebbe che il solo Ferdinando II, e da erede del Trono e da ile, sia sempre stato, come lo è, il più popolare Principe fra quanti tenuto abbiano il governo di questo reame, per tutta la serie dei tempi e nel corso di tutte le passale dinastie. Parlo a' contemporanei,E le napoletane aspettative non andarono punto deluse. Era il due maggio del medesimo anno, ed in pubblica mostra Ferdinando comparve, recandosi al tempio metropolitano, a compiere la pia e devota funzione del suo padre e Re lontano col venerare le reliquie del Santo Gennaro, presso il quale la napoletana devozione eguaglia da tanti secoli i miracoli speciosi che per intercessione di questo martire della fede, in tante infauste sventure, brillano di santa luce fra i portenti della cattolica fede.

Più grata circostanza non potea attendersi dal nostro popolo ch'è tutto brio, tutt’immaginc, tutt’osscquio, per le sue pie credenze tradizionali. Il principe reale fu accollo con entusiasmo di aspettativa, con entusiasmo di religione. Quella sua primiera mostra pubblica era una festa reale la più completa per i patrii costumi, combinandosi con una pia cerimonia che ricorda a noi tutte le dinastie che da Roberto Guiscardo e Ruggiero il Normanno fino ad oggi, tennero impero su queste provincie. Il popolo nostro sa bene che ogni Re in quel sacro giorno à compilo egual voto presso il Santo Patrono della buona Città. (12)

Novella circostanza offrissi del di 3o maggio, cioè dopo pochi giorni della enarrata pubblica comparsa, onde il giovine principe raccogliesse ben altre degne dimostranze di affetto, non solo dalla capitale del Reame, quanto dalle popolazioni delle provincie intere del continente e dell’isola; dir voglio per la ricorrenza del suo giorno onomastico.

Invece di commentare in queste pagine il rito pomposo che si tenne e nel pubblico e nel privato a contemplazione di si cara circostanza, ci piace meglio elogiare la modestia che serbava Ferdinando in queste pompe, in queste feste, in questi solleoni tripudii; senza che il suo animo giovanile s’ inebbriasse di superbia, si facile al cuore umano; senza svogliarsi per poco dai suoi studii, e dalla costante pratica de' suoi intemerati costumi, che i contemporanei sanno per pruova, quali tuttogiorno essi fossero sotto i rapporti religiosi e morali, in persona di questo giovine Re. Se plaudiva agli evviva, se gioiva alle esultanze del pubblico, era onde dinotare il contento che lo commoveva, per la gran devozione che i sudditi serbavano alla sua dinastia ed al suo padre Sovrano che slava lungi da' suoi stati, e che in faccia a lui presente erano con tanta sincerità di cuore manifestati.

Dopo un mese, a' due giugno, il principe Ferdinando tornò, a farsi vedere con pompa reale per la città. Fra la festa del Corpo di Cristo, per conseguenza la festa del Catafalco; quella costumanza religiosa che ricordava presso noi i costumi secolari de' nostri antenati, gli antichi Re, i baroni, le corporazioni di arti e mestieri, i cavalieri del comune, il patriziato delle nostre antiche decurie, cosi dette sedili, che in ogni anno con feste clamorose assistevano all'augusta processione del Santissimo, in mezzo alla piazza del rione Pendino, luogo ed abitanti che nel procedere di secoli conservano tuttavia l’impronta e le costumanze di que’ tempi che furono.

Francesco nel partire avea voluto che il suo primogenito assistesse a tutte le funzioni reali o che fossero civili o religiose o diplomatiche.

Ed ecco che all’ora stabilita il trilustre principe in compagnia del maggiordomo maggiore Principe di Campofranco, in gran tre no attraverso un’immensa folla plaudente tra le schiere di soldati che faceano spalliera alle vie che transitava, si portò alla piazza del Pendino, entrando nella chiesa temporanea che si erigeva annualmente, così detta Catafalco. Quivi, commosso, accolse i più vivi plausi d’una moltitudine quanto rustica altrettanto sinceramente devota. Salito in trono per attendere la processione, a compimento della secolare costumanza, l’Eletto municipale della sezione Pendino, raffigurando un antico cavaliere di città, si presentò alla real persona porgendole, con un discorso analogo, un mazzettino di Dori, secondo il patrio uso; ed il libretto della cantata, ch’ivi erasi eseguita come per annuale andamento, la sera precedente. Quivi giunta la processione e ricevuta la benedizione, il reale Principe seguendo la liturgia dei giorno, recossi con egual treno a S. Chiara, tempio che racchiude ne’ suoi vetusti e recenti monumenti le pagine più interessanti della storia patria. Quivi benanche accolse da' un cavaliere altri fiori di costumanza, qual pegno di ossequio delle nobili claustrali del luogo. Attese l’arrivo della processione; ed entrando in chiesa il Cardinale Arcivescovo che portava il Santissimo, scese dal trono e preceduto dall’usciere maggiore, dagli araldi e re delle armi, col seguito de' cavalieri di Corte, si recò alla porta ad incontrario; ed inginocchiatosi sul limitare di essa, adorò il Santissimo con sacro trionfo portato sotto un pallio sostenuto da otto aste. Queste, secondo l’antica usanza erano portate con distinta ripartizione, la reale cioè dal principe di S. Nicandro, quella della nobiltà dal duca di Bruzzano, e le altre sei dagli eletti del Corpo di Città, che raffiguravano altrettanti patrizi degli antichi diversi sedili, dall’aristocratico all’artigiano. Dopo la trina benedizione, Sua Altezza Reale, ricevé gli ossequi del Sindaco e del Senato di Città, e a piedi seguì il sacro corteggio destinato alla pubblica venerazione del Santissimo, fino alla chiesa arcivescovile; ed indi tra gli evviva della immensa popolazione si restituì al real palazzo.

Abbiamo voluto trattenerci un tantino a descrivere questa funzione religiosa e civile insieme, per tre motivi storici e niente più. Per accertare quali simpatie del paese precedettero con speranze non mentile la salila al trono di Ferdinando II. Per ricordare alla sfuggita le nostre patrie costumanze ed attribuzioni civili, a que’ tali fantaccini politici de' nostri giorni, che ignorando e non sapendo vedere le nostre antiche istituzioni ben combinate colle moderne, chiedono meschina elemosina al progresso degli altri paesi. In ultimo per far valutare che siccome poco dura la tempesta sul ceruleo nostro incantato cielo, così lieve persiste il malessere rivoluzionario fra popoli come i nostri, educati all'ombra della religione, equi di costumi moderati di principi!, affettuosi ed allegri nell’espansione delle loro cure, de' propri doveri. Per chi avea veduta Napoli nelle escandescenze politiche del venti e nelle catastrofi settarie del ventuno, dovea far gioia veramente, nello scorgere un giovinetto principe reale, erede venturo del trono, raggirarsi tra una folla ai spettatori, che plaudenti ed entusiasti lo salutavano pochi anni dopo, ripetendo gli evviva al Re lontano Francesco.

Taluni schifiltosi potranno rispondere coll’ironia del mal costume=a quei plausi eran figli del timore di circostanza o della prudenza de' tempi, a Menzogna è questa; idea e non principio. Per me sta che i popoli di tempra gentile sono governabili per sentimento, per educazione, per coscienza; anche in mezzo ai più caldi commovimenti sociali. Governi moderali e nulla più fan d’uopo per noi gente moderatissima. Non per paura, ma per convincimento noi sappiamo ubbidire. Al contrario si vede in Europa fin oggi, che dove i popoli erano o son giunti all’ingovernabilità, né il rispetto delle leggi, né il salutare timor della pena più esiste. Né il bene né il male, né la pace né la guerra, né i codici assoluti né i democratici, né i governi costituenti o costituiti, possono metter freno all’anarchia delle loro opere e de' loro pensieri; uè le baionette ed i cannoni sanno far paura. Paura non avranno finché dureranno ad essere ingovernabili.

Ed ecco perché i regni italici (quando mano estranea non gli seduce) ubbidiscono per dovere soltanto. E che sia così, se il dovere è un adempimento di giustizia; si scorge sempre appo noi, che mentre le aure nazioni vanno ognor sitibonde di nuove leggi, che poco dopo son violale e sprezzale, noi ci contentiamo di ottener solamente giustizia. Io sfido a contraddirmi chiunque A studiato i costumi nostri in politica, chiunque ama la patria come mi pregio di amarla io, sempre divoto al Re, alle leggi. Aspetto chi voglia darmi la sfida.


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CAPITOLO VIII

Reminiscenze contemporanee civili e militari — Poli — Tenore — Philipsthal —. Danero — del Carretto — D’Andrea — Ferri — Santangelo — Parisio — Pietracatella — Amnistia.

Pria di dar termine al primo libro di questa storia, che tratta più di reminiscenze riguardanti l'età giovanile di Ferdinando II, che di speciale racconto di fatti; trattenerci un tantino su' personaggi illustri, che non possono più fermare in prosieguo della nostra narrativa i nomi loro. Siano essi citati per grata memoria delle loro virtù antiche, che noi raccogliemmo sull'orlo del loro sepolcro, o nella lode de' contemporanei che da giovani potettero ammirare le adulte loro glorie. Di unita a questi ci conviene marcare taluni altri nomi di persone che si attengono agli anni in discorso, ma che debbono far parlare di loro profusamente nel prosieguo contemporaneo di questo lavoro. Così citando adesso le primizie della loro pubblica carriera, potremo in seguito seguirli a passo da vicino, senza essere obbligati di tornare indietro, mentre ci sarà uopo avanzare.

Correva il mese d’aprile del 182 5; ed il Re Francesco stando sulle mosse d’intraprendere il suo viaggio per la Lombardia, si moveva dalla reggia come per andare a prendere congedo da un suo eguale. Pari al suo illustre antenato Francesco I Re di Francia, che pria di muovere il campo contro l’Imperatore Carlo V, volle accommiatarsi dal rinomato Leonardo da Vinci infermo, e non lo lasciò se non dopo che l'artista ebbe esalato le ultime aure vitati fra le sue braccia: così il nostro Re Francesco andava a licenziarsi dal suo vecchio maestro, di già infermo, Giuseppe Saverio Poli.

Non ci tratterremo di già a pennellare questo quadro grandioso e patetico insieme. La scambievole emozione che provarono l’augusto discepolo e l’insigne precettore non è a dirsi. Il vecchio venerabile raccolse tutte le sue forze, per esprimere il contento la sorpresa la gratitudine, all'onore di quella visita. Le lagrime d'una quasi paterna riconoscenza furono l'estremo tributo d’amore, che il cadente maestro e suddito, dava al suo discepolo ed al suo Re. Sembrò guarito dagli anni e dall’infermità. Però fu una fiamma passaggiera. Poco dopo morì, ma non avvertì la morte, perché moriva contento, non ci dilungheremo ad encomiare questo illustre nostro concittadino, poiché gli è lode il suo nome.

Giuseppe Saverio Poli, precettore del Re Francesco I, Tenente Colonnello de' Reali Eserciti, insignito della commenda dell’ordine cavalleresco di S. Ferdinando e del Merito, Presidente del Reale Istituto d’incoraggiamento, socio delle nostre accademie non meno, che di moltissime tra le estere più distinte e fra queste della Società Reale delle scienze di Londra e di quella di Filadelfia; nacque in Molletta della Terra di Rari, città prolifica di validi ingegni.

Istruito appena delle letterarie cognizioni nel sempre florido seminario molfettese, passò all'università di Padova, dove apprese il greco ed il latino, la fisica e la botanica, la medicina e la teologia, con quella profondità di studio come usavano i nostri antichi, che adulti si vantavano ancora di essere studenti. Quivi ebbe a maestri il Facciolati, il Poleni, il Valsecchi, il Morgagni. Reduce in Napoli, dopo un giro scientifico per le più culle città italiane, i suoi meriti vennero conosciuti e compensati. Volendosi istituire da Ferdinando I un’accademia militare, e volendosi corredarla di macchine fisiche e di altri sussidi scientifici; Poli fu trascelto a dirigere questo ginnasio non solo, ma fur anco a viaggiare per l’Europa onde visitare le migliori scuole di tal genere, e trarne modelli e norme per quanto bisognava appo noi.

I suoi talenti vennero ammirali in Francia, in Germania, in Inghilterra è strinse amicizia co’ rinomati Hunter, Salander, Banks ed altri. Di ritorno a Napoli ottenne nella Regia Università degli Studii la cattedra di fisica ed il grado di precettore di Francesco, allora Duca di Calabria.

Seguì la nostra famiglia Borbonica sotto le vicissitudini napoleoniche nel lieto e nel tristo; ed ebbe la dilezione dei Reali delle Due Sicilie, l’ammirazione degli onesti, il plauso degli studiosi, gli encomii de' primarii talenti contemporanei.

Scrisse varie opere, e lasciò illustri memorie scientifiche e letterarie. Pubblicò un corso di fisica sperimentale, plaudita ne’ tempi suoi. dettò un’opera classica su i Testacei delle Due Sicilie, che quantunque lasciò incompleta per motivi di salute, pure fece rimaner ammirazione e desiderio di sé, e per le grandi verità ignote ch’ivi sviluppò e pel bel garbo con cui la scrisse, sotto le più eleganti forme dello stile del Lazio.

Il dì 7 aprile del 1825 fu l’ultimo di sua vita. I funerali che ottenne, provarono al pubblico di quanto dolore fosse la sua perdita. Angelo Antonio Scotti, allora Prefetto della Real Biblioteca Borbonica ed istruttore del Principe Ferdinando, commendò i suoi meriti con elaborata orazione. La verità che siede intera sulle tombe, fra tanto duolo e tanti encomii, fece ammirare che il mortorio fu la storia in compendio della vita di Giuseppe Saverio Poli.

Per seguire l’intestazione di questo capitolo di memorie, fra tanti illustri cultori de' diversi rami scientifici, ci piace dire qual che parola sull'insigne e valoroso botanico, il nostro concittadino Michele Tenore, che, se non può chiamarsi maestro del Re Francesco, possiam benissimo appellarlo amico del principe, per le assidue cure che lo stesso prendeva di questa scienza, che portò tra noi a sì alto progresso.

Spesso dovremo tener discorso del Tenore, quando ci converrà seguire gl’incrementi delle scienze naturali nel nostro paese. Ora diciamo solo, per vedute cronologiche, che il Tenore, già direttore del real Giardino delle piante detto comunemente Orto Botanico, per impegno di Francesco presso suo padre ancor vivente, verso la metà dell'anno 1824 intraprese un viaggio in Italia, in Francia, in Inghilterra, in Olanda ed in Vienna, onde far tesoro di tutte quelle piante esotiche che mancavano appo noi, o che si credevano non poter allignare e domesticarsi sotto il nostro bell'aere. Giova ad onore patrio far sapere quali lusinghevoli, accoglienze si ebbe il nostro Tenore presso i primari naturalisti di Europa, e con qual desiderio venne accolto da Sovrani e Principi studiosi di botanica; e fra questi dal Duca d’Orleans Luigi Filippo e dal Viceré del Lombardo-Veneto Arciduca Rainieri. L’utile ricavato da questa dotta peregrinazione pel nostro Giardino delle piante, fin dal 182S si ravviso; e l’incremento che si ottenne presso la nostra Accademia delle Scienze, io valuteremo a tempo opportuno.

Degno di ricordanza assai valutabile presso la patria storia decennale si è al certo il nome eroico del Langravio di Hassia, Philipsthal, già capitano generale dell’esercito napolitano. Il coraggio e l’abilità di questo prode Soldato, spiegata nel nolo assedio i Gaeta, a me pare che abbia lavato l’onta delle nostre disfatte; opera del tradimento di tanti nostri Generali, comandanti in altre fortezze del regno, o nudamente guidando le patrie milizie in quei frangenti.

Philipsthal, com’è noto, senza che lo ripetiamo, con napoletane schiere fece sventolare temuto il Borbonico vessillo sopra i bastioni di Gaeta, rifiutando di cedere agl'inglesi quella piazza e sostenendo per ben sei mesi un assedio da gigante nel 1806; onde difendere i dritti regii e nazionali di questo paese, già intieramente occupato da francesi col valore dei comitati settari (se si eccettuano le Calabrie), e colle arme al braccio, per far dono d’un altro diadema alla violenza fortunata di Napoleone Bonaparte.

Quell’indomabile guerriero alemanno, elesse in tutto il tempo dell’assedio per sua stanza un sito della batteria detta la Breccia, donde avea l’agio di meglio scorgere gli andamenti del nemico e di più prontamente diramare gli ordini opportuni a quei cento cannoni che in ogni secondo vomitavano la morte sugli assedianti; da non saper io computare, se l’indomabile comando del difensore fosse stato più temuto dai francesi, che la conseguenza sanguinosa della mitraglia. Gaeta costò ai napoleonici la conquista d’un regno. Se in tutto il regno trovati si fossero duci eguali a Philipsthal, quali pagine avrebbe oggi la patria storia?

Ma un giorno riportò mortale ferita. In quel trepidare di circostanze,i francesi presero il di sopra, mentre stavano per abbandonare quella per loro fatale espugnazione; e ’l Comandante con patti onorevoli d'una capitolazione, perdendo Gaeta, lasciò salvo in faccia alla boriosa foga straniera il decoro de' nostri prodi soldati, l’onore delle nostre bandiere.

Philipsthal guari dalla ferita e fu presente alle guerre di Europa. Dopo la pace, nel 1816 se ne morì in Napoli all’età di anni quarantanove. Le sue spoglie co' dovuti onori vennero depositate nel Real Albergo de' Poveri.

Francesco credè, salito al trono, meglio coronare la non peritura memoria del gran Capitano, creando una circostanza di emulazione per la rinata nostra armata ed insieme un pegno di ricordanza a Ferdinando suo figlio, che con prosperi auspici si dava tutto alla carriera militare.

Un monumento che rammemorasse tanto ardire guerriero a' posteri, sul luogo istesso in cui fu disimpegnata sì prodigiosa bravura dal prode difensore, Francesco Re volle innalzare, tumulando in esso S;li avanzi mortali di Philipsthal; e dando a quella batteria su ella quale avea notte e giorno abitato e dove ricevuto avea quella disastrosa ferita, il nome di Philipsthal; ed a compimento di onorificenza venne ordinato che un soldato in arme, montasse per ogni giorno di fazione appo quel mausoleo glorioso. Il ministro di guerra e marina Principe ai Scaletta con ben degno lusso fece eseguire gli ordini reali, tanto pel marmoreo monumento sepolcrale, quanto per lo apparecchio della funzione da praticarsi.

Il giorno cinque maggio 18a5 le spoglie del Langravio vennero trasportale sulla fregala la Cristina, comandata dal Cav. Sozii Carafa:se sul pacchetto il Tartaro che andava di conserva, venne imbarcato il mausoleo, nella cui lapide commemoravansi i fasti militari del Capitano, con simboliche figure scolpite a rilievo rappresentanti le sue virtù.

Né qui deve omettersi di ricordare che in tal circostanza accompagnarono in Gaeta le fredde spoglie del duce, il cav. Carlo Guernero tenente colonnello di artiglieria, insignito della medaglia d’oro di Gaeta, nella qual piazza durante l’assedio comandò l'artiglieria della Breccia e le batterie laterali e sottoposte; come anche il cav. Stefano Tanchi maggiore dell’esercito, decorato della medaglia stessa, già aiutante di campo dell’illustre defunto e suo esecutore testamentario.

I legni da guerra giunsero alla cada di Gaeta il giorno otto, tra lo sparo delle artiglierie. Dopo gli occorrenti preparativi per far riuscire maestosa e toccante la funzione, eseguiti con lodevole impegno dal maresciallo, di campo Milano, governatore della piazza d’arme; il dì undici fu sbarcata la cassa mortuaria, mentre dall’alba il cannone di tratto in tratto con cupo rombo annunziava la funebre solennità, cui la giornata era destinata.

Lo sbarco fu commovente e moveva l’animo ad alti desiderii. La truppa di guarnigione schierata in battaglia vedea venire sopra una barca funebre la cassa mortuaria, che Tento lento avvicinavasi al lido, echeggiante ancora degl'impassibili comandi del valoroso difensore ai quelle mura; mentre le bande musicali eseguivano meste melodie, tra l’alternare de' tiri di cannone dai legni e dalle batterie.

Giunto a terra il cadavere, la truppa eseguì le scariche di moschetteria e si mise in marcia precedendo la cassa funebre che veniva portata dagli anzidetti tenente colonnello Guernero e maggiore Tanchi, e sostenuta dal generale Milano, dal colonnello Sozii Caraffa, dal colonnello Farina e da un colonnello Austriaco.

Giunto il convoglio alla Breccia, che d’allora io poi si chiama batteria Philipsthal, la truppa si schierò novellamente in battaglia e si devenne all’apertura della cassa ed alla ricognizione de' mortali avanzi dell’estinto. Quindi chiusa e suggellata fu messa nel monumento, mentre un militare eloquio pronunziato dal Governatore, formava un addio che i vecchi compagni d'arme davano alla fredda spoglia del loro Capitano, che non nativo di questa terra, pur ebbe tanto amore di difenderla ne’ giorni del pericolo, ne’ giorni in cui tanti prodi figli la vendevano allo straniero!

Oggi chi va a Gaeta, fra quelle immense macchine di guerra, tiene a suo precipuo desio visitare la batteria Philipsthal. Il Maresciallo di Francia Oudinot, portatosi a Gaeta dopo gli allori colti sotto le mura di Roma nel 1849, ebbe cura di far visita alla tomba di colui che seppe farsi temere da' temuti. ed esercitati suoi duci e commilitoni dell’impero francese!

Ed io che scrivo queste patrie memorie, ò veduto nel fortunato esilio di Gaeta il Pontefice Pio IX fare la sua tranquilla passeggiala su quegli spaldi; e quando arrivava alla batteria Philipsthal alzava la potente destra di pace a benedire le ceneri di quel polente in guerra!

Quante vicissitudini di tempi, quali memorie!....

Dopo aver trascritto una funzione che ci à richiamato a me moria speciali bravure militari d’un uomo tanto, chiaro nelle armi tanto estimatole de' nostri dritti in faccia alla burbanza decennale; ci piace scendere ad encomiare un altro individuo, che fra' suoi meriti, merito difficile ed ammirabile si ebbe, cioè di rimaner fede le a' suoi doveri e dalle proprie opinioni, nientemeno che in una vita di cento e due anni! Forse i nostri antichi ne videro molti di questi tali e lieve virtù sembrava loro: noi che sfortunatamente progrediamo in Europa in rara fede politica (in fede morale nolso), crediamo meravigliosa una su lunga ed intemerata fermezza di principii, ed encomiando un dovere ben adempiuto gridiamo stupefatti, al miracolo!

Quest'uomo benemerito fu al certo Giovanni Danero Capitan Generale della Real Marina.

Cadice la città de' baluardi, messa su quel mare da cui si spinsero tutte le navi spagnuole che conquistarono all'Europa un nuovo mondo, fu la patria di Giovanni Danero, nato il dì 20 settembre 1724, da Giovanbattista Danero e da Maria Antonia Piedimonte.

Dalla più tenera età dedicossi al mestiere delle arme; e Filippo V Re di Spagna lo nominò, poco dopo cadetto della marineria reale. Imbarcato sul vascello capitanato da suo padre, si trovò alla presa di Orano, e poi nel 1734 alla riconquista del Regno delle Due Sicilie.

Carlo III volle tenerlo al servizio della nostra marina di guerra. Fu nominato guardia marina nel 1736, alfiere di fregata nel1742, alfiere di vascello nel 1745, tenente di fregata nel 1750, tenente di vascello nel 1754, capitano di alto bordo nel 1770, Brigadiere nel 1785, Maresciallo di Campo nel 1790, Tenente Generale nel 1797. e Capitan Generale nel 1815.

Col grado di alfiere ebbe il comando di quei nostri temuti scia becchi, centra la pirateria, dei Barbareschi e si. distinse in varie circostanze; dopo fa addetto a sostenere sai lido di Calabria un cordone, infierendo in quegli anni la peste che desolava Messina: ottenne congedo di fare un giro scientifico per l’Europa, onde acquistare cognizioni pel suo mestiere.

Nel 1779 venne mandato Preside nella Calabria Citra, ove seppe affezionare quel popolo al Governo, col disimpegno della più equa giustizia. Quando nel 1783 la terra vacillava sotto i piedi degli abitanti dell'estrema Calabria, infinita gente si ricoverò nella provincia diretta dal Danero, che fu chiamato da quei disgraziati il genio della consolazione; tante furono le largizioni sue, offerte a gran numero d’infelici.

Nel 1788 il popolo calabrese lo accommiatava intenerito, per essere stato eletto a governatore militare e civile di Messina; e Messina già ridotta ad un mucchio di rovine dal terremoto, si vide tosto risorgere bella quanto prima, mercé le solerti cure di quest'uomo energico ed intemerato. Ed allor che si manifestò a Torre di Faro ed in altri propinqui villaggi una spaventevole epidemia, videsi Danero che distribuiva quanto avea, per soccorrere; vendeva il suo vasellame di argento e tutto quel che possedeva, onde riparare a molte vittime poverissime; a segno tale che nel 1800 chiamato a Palermo qual Presidente della giunta de' generali, dové prendere ad imprestito il danaro per fare il viaggio.

Nel 1806, partita per Sicilia la famiglia reale, Danero la volle seguire, trovando appena un imbarco sopra vecchio legno raguseo; e molto dové stentare, prendendone comando, per far giungere a salvamento i legni reali in Palermo, già rovinati da fiera tempesta.

Correva il 1808, e Danero venne scelto novellamente al comando di Messina. Tempi difficili eran quelli. Inglesi, siculi ed emigrati stazionavano armati in quella città, avendo le schiere di Murat a fronte sulle vicine Calabrie. Messina in quella circostanza corse incontro al suo vecchio benefattore; ed il Governo gran vantaggio trasse dal Danero, che colla soavità de' costumi seppe in que’ difficili rincontri mantener salda la fedeltà messinese, fortemente sedotta dai potere di colui che dominava il nostro continente. E si ebbe valida pruova nello sbarco che fece il nemico nel 1810 sulle coste sicule di Mili-Galati e S. Stefano; ché Danero dimentico de' suoi anni fece appello al popolo, e corse di persona alla testa delle schiere di volontari! a scacciare le truppe ostili. Fu allora che il Re d’Inghilterra se l'ebbe caro; ed anni dopo, memore di quell’azione d’arme, gli offrì una spada d’oro di gran valuta.

Reduce Ferdinando I, dopo la pace di Europa, al soglio avito, si mostrò lodevolmente grato al Danero, coronando quella sua fedeltà senza boria e senza ambizione, coll’elevarlo alla più alla sfera della nostra armata, col grado di Capitan Generale della Real Marina e Comandante Generale della stessa.

Eppure questo Nestore militare gravato dagli anni e dalle cure della carica, visse ognora presente a se stesso, senza fasto, senza brighe, amando tutti, facendo bene ad amici e nemici; e non serbando altra gloria nella sua vita pubblica e privata, se non quella di affaticarsi sempre con dolci maniere ad unire i sudditi intorno al ano Re. Le sue dolcezze le rinvenne nel prender cura de' poveri, dei quali si ricordò persino sul letto dell’agonia e che rese eredi del suo per testamento. Io non ò inteso che i grandi progressisti di oggi, i campioni del liberalismo, i salvatori dell’umanità, gli amici si popolo abbiano fatto tali filantropiche prodezze Danero invece (secondo il motto) era un codino, un retrogrado, un oscurantista — bisogna dire che gli uomini onesti e virtuosi si formano soltanto alla scuola della religione, della morale evangelica, dell’ubbidienza e delle moderate opinioni. Né ciò potrebbesi spiegare altrimenti.

Ma la morte di Ferdinando I accuorò di troppo il suo animo. Non sapea darsi pace il buon vecchio, nel veder morire (benché oltremodo vecchio) quel Re che avea veduto nascere. Lo diceva a tutti, lo ripeteva sempre con rammarico inconsolabile. Il dabbenuomo ne fu mesto, talmente si credea ligato, dopo tante vicissitudini, a quel Principe, che gli sembrava mancando Ferdinando, mancata ogni memoria del suo secolo. Già non avea più contemporanei che gli parlassero di Carlo III, perduto che ebbe il figliuolo di questo; e Carlo III raffigurava a' suoi sguardi la gioventù sua, il primo stadio della sua carriera militare, i suoi genitori, la conquista di Napoli; insomma i più caldi affetti del cuor suo.

Pure ottenne una gioia che gl’infiorò il sepolcro. Il dì 20 settembre del 1825 il Re Francesco con Isabella sua consorte, col Duca di Calabria Ferdinando e con altri suoi figli, sapendo che correva il giorno natalizio, cioè del 101 anno del rispettabile Danero degnavasi di fargli una visita, onde testimoniare in quanta stima si tenea la persona ed in quanta cura la di lui vita secolare. Il degno veterano richiamò a se stesso tutta l’energia che gli restava, ed accolse l’augusta famiglia con questo nobile espressione La generosità di S. M. il Re Francesco I (D. G.) è fatta per sorprenderei.

Il momento di tale incontro, è vero, fu uno de' più toccanti che siansi mai ricordati nella storia dei monarchi generosi e dei sudditi distinti per la loro particolar devozione al trono. La commozione e l’entusiasmo in un uomo di cento ed un anno à per la verità uncarattere tutto singolare. La vigoria dell'anima, cui non corrispondeva quella del corpo, costituiva in questo caso un contrasto interessantissimo. Tale era del vecchio Soldato che fra le sue tremule mani stringeva quelle delle Reali persone, della di cui visita sentiva l'incommensurabile prezzo. Gli alti e gli accenti co’ quali esprimeva la sua commozione, non facevano che più accrescere quella dell'augusta comitiva...La Real Famiglia non risparmiò modi lusinghieri, onde colmarlo di felicitazioni; e Francesco gli augurava di vedere quelli tra suoi figli, Carlo Principe di Capua, Leopoldo Conte di Siracusa e Antonio Conte di Lecce, che vestivano la divisa della Marina, far cogli auspicii suoi, grandi progressi in quella parte più interessante del l’arte militare.

Eran questi presagì per fallire si presto!

Il dì 5 gennaio del 1826 fu l’ultimo per un tanto uomo. Francesco volle testimoniare il suo dolore coll’accordare all’estinto pompe funerarie al di là del grado militare che occupavate contro la sua intenzione testamentaria, perché desiderato avea modestamente qual visse, ottenere l’esequie. Oggi chi visita la chiesa di S. Maria della Vittoria a Chiaja può vedere il suo avello. Chi che la memoria d’un tanto uomo riesca d’emulazione nella patria nostra.

Nelle sue disposizioni testamentarie amò offrire a Ferdinando principe ereditano quella sua spada di oro donatagli dal Re d’Inghilterra, onde testimoniargli, eh» non potendo prestare suoi servigi a lui che un giorno dovea addivenire sovrano, quinto fra i principi che per scala di generazione avea chiamata Re; gli donava una memoria d’onore che io rammemorasse al Monarca futuro del regno delle Due Sicilie.

L’abate Vitale esecutore testamentario del Danero, dietro i permessi del Re, la presentò al Principe Ferdinando, che nel riceverla disse: Questo dono mi è caro, abbenché rammentandomi esso tutte le virtù del donatore, accresca la pena ch’io sento nel cuore per la sua morie.

Ferdinando poi, volendo dare al Vitale un contrassegno di stima, per le grandi cure prestate dallo stesso presso Danero, gli regalò una scatola d'oro con cifra del suo nome in brillanti.

Corriamo a dar termine a questo capitolo, citando altre persone, che poi vedremo chiamate al supremo reggimento sotto il governo di Ferdinando II. E. necessità di tempo nominarle nel periodo della prima gioventù del nostro Re, poiché in quest’epoca le troviamo occupate o promosse a pubblici disimpegni.

Francesco Saverio del Carretto ufficiale della nostra armata, soffri le fasi di questa, dopo le vicissitudini del 1821; sciolto l’esercito, egli pari a tutti i suoi compagni d’arme rei o innocenti, venne licenziato dalle bandiere. Ferdinando I nel luglio del 1822 lo nominò colonnello,con l’antichità che godeva prima dello scioglimento dell’armata e senza interruzione di servizio, collocandolo alla terza classe. Nel settembre dell’anno istesso lo destinò a colonnello in piena attività, ed in missione di commessario del Re nelle Puglie ed in Basilicata, in luogo del maresciallo di campo de Corno, chiamato ad altre funzioni....

Ebbe quali ufficiali al seguito e messi in piena attività di servizio, mentre erano alla quarta classe,il maggiore Ferdinando della Rocca qual comandante del Distretto di Melfi, il maggiore Francesco della Rocca qual comandante del Distretto di Lucera; i tenenti Giovanni Salzano, Luigi de Benedictis, Lorenzo Avellino ed altri.

Dietro i disastri de' commovimenti politici si è veduto quasi sempre succedere il brigantaggio, del Carrello rendé temuto il ano nome presso quei malviventi; fece riacquistare l’energia morale alla forza pubblica, ridonò il corso perduto al. commercio, onde transitare da un paese A un altro nelle provincie più infestate ed assegnò sicurezza al formidabile passo del vallo di Bovino. Il terribile Fiasela, il Melino di Panni ed altri capi di comitiva, avevano fatto ritornare in quelle province le sciagure dei Vardarelli, meno l’origine e la spesso vantata generosità da brigante, nota per questi ultimi, del Carretto in pochi mesi disperder fece ogni traccia di quelle masnade. I mezzi usati furon tremendi, ma tremendi erano quei nemici de' passaggieri, de' campi, delle facoltà altrui. Era legge per essi il furto e l’omicidio, la rapina e l’ostaggio, il ricatto e l’agguato. Molli di questi traevano origine secolare da' malviventi del Vallo di Bovino; e taluni cognomi eran renduti famosi nelle tradizioni popolari. Certo è che quella razza nomada la quale non erasi spenta per variar di tempi, ebbe fine per opera di del Carretto. Dia pure la Storia altro giudizio che il mio su di lui, per que' fatti che narro; il mio giudizio è questo: lutto è laudabile pel necessario fine della garentia dell’ordine pubblico, suprema legge d'ogni giustizia. Ripeterò qui come altrove col pubblicista spagnuolo Donoso Cortes tutto per la legalità, la legalità, dicono i progressisti; ma io estimo tulio per la società, ognora in tutte le circostanze; giacché le leggi sono state fatte per la società, non la società per le leggi. Ed in. falli quando la legalità è bastante per salvare la società, la legalità; quando ella non è sufficiente, la dittatura. Parlando di del Carretto al Vallo, io opino così: tra la dittatura della sciabola e del pugnale è da scegliersi la prima, perché più nobile, perché ferisce l’uomo ma salva la società, perché garentisce e conserva l’ordine pubblico, che è base della società istessa.

Ai principii di febbraio del 1824 Ferdinando I, vedendo che era terminata l'urgenza che teneva del Carretto in quelle provincie, e chiamandosene soddisfatto, lo traslocò con egual carica di commessario del Re nelle Calabrie, ove il maresciallo di campo Pastore che ne stava al disimpegno avea chiesto con urgenza altra cura.

In seguito il colonnello del Carretto ebbe il comando del Reggimento Farnese. Francesco I, in febbraio del 1826,avendo nominato il tenente generale Saluzzo a suo aiutante generale, cessò questi dall’esercizio dalle funzioni d’ispettore generale della Gendarmeria. Ed avendo io tal circostanza la dell’arma ottenuto per organico che un tenente generale ne prendesse il comando e l'ispezione, ed pu maresciallo o brigadiere la comandasse in secondo; con egual data. Del Carretto venne promosso a generai di brigata, ed interinamente ottenne il comando in secondo della Gendarmeria. Con un decreto in pari data il tenente colonnello Roberto de Sauget cede al colonnello Favelli il posto di ufficiale di dettagli presso l’ispezione e Comando Generale de' Corpi di fanteria di linea, e venne messo alla immediazione del Ministero di guerra e marina.

Giovanni d'Andrea, educato accuratamente dal sue padre Saverio, che illustre nome à lascialo nella storia civile e finanziera del regno; n'ereditò il sapere e le virtù, mostrandone di buon ora maturi fratti, allorché chiamato a seder Giudice nella Gran Corte della Vicaria, videsi splendere per dottrina ed integrità in quel posto, sin dal principio del corrente secolo. Ancor giovinetto, scorgevasi dotato di quella bontà antica, della quale oggi non ne rimane che il desiderio di vederla repristinata fra i burbanzosi e volubili costami moderni; conservato avea una religione schietta quanto profondamente cattolica, ed una integrità tale di principii politici, che nelle vicissitudini napoleoniche, appena la monarchia Borbonica esulò dal sudo napoletano, senza scendere a livori cittadini ed a spergiuri di opinione, abbandonò il luminoso impiego; e trovò ricovero nel silenzio dei campi, applicandovisi a studii profondi e quivi aspettando la pace al suo paese ed il trionfo a' suoi principi.

Dal 1815 al 1820 sostenne la carica di Direttore Generale delle poste, presso le quali arrecò lodevoli modifiche ed immegliamenti; nel 1821 fu direttore delle finanze, mentre Fardella con egual carica saliva al ministero della guerra; e col ritorno di de' Medici al potere fugli affidata la direzione dell’insigne e vetusto ondine cavalleresco Costantiniano, che i Borboni di Napoli tennero in legittima eredità da Elisabetta Farnese Regina di Spagna e madre di Carlo III,la quale Fu l'ultimo rampollo di quella nobilissima famiglia, che à Fatto scrivere in più secoli molte pagine a sua gloria nella Storia d’Italia.

Vedremo come, richiamato al reggimento delle Finanze alla fine del 183o, lungi dal far desiderare il tanto decantato genio creatore del Cav. de' Medici, conservandone con sapiente disimpegno la tattica, apportò felicemente a questo ramo i più importanti e positivi vantaggi..

Nel 1822 Ferdinando Ferri era già in carica di Consigliere della Gran Corte dei Conti; e nel mese di agosto dell’anno istesso fu delegato a decidere tutte le controversie relative alla percezione della tassa straordinaria per gli alloggi militari delle truppe austriache, imposta sulle case nella città di Napoli; tanto per ciò che riguardava l'amministrazione ed i contribuenti, quanto per quel che concerneva i padroni delle case e gl’inquilini. Commissione colma d'infinite difficoltà ed intrigala molto; che il Ferri seppe con maturità di calcolo e senza deferenza menare a fine. Nicola Santangelo già Intendente della Basilicata e poi giudice della Gran Corte Civile di Napoli, venne nel giugno del 1824 nominato Intendente della Provincia di Capitanata, in luogo di Biase Zurlo, coll’incarico speciale della direzione del Tavoliere di Puglia.

Nicola Parisio in pari data, essendo giudice della Gran Corte Civile di Napoli. venne nominalo Regio procuratore Generale sostituto presso il tribunale medesimo; ed in decembre dell’anno istesso fu promosso a consigliere soprannumerario, al seguito della Suprema Corte di Giustizia.

Il Marchese di Pietracatella, dotto ed istruito personaggio, si trovava nell’epoca che trattiamo, consultore di stato, quando il Re Francesco nel 27 novembre del 1826 lo nominava ministro segretario di stato senza portafoglio.

Chiudiamo questo capitolo colla ricordanza d’un pietoso atto del Re Francesco, cioè d’una permutazione di pena che concesse, estesa in numero ed in clemenza a ben molti condannati politici del ventuno, resa pubblica con decreto del 16 agosto 1826. Quest’atto sovrano, benché espresso con la rubrica di permutazione di pena, tenne vigore di una generosa amnistia; giacché i condannati all’ergastolo a vita, e quei condannati al massimo della pena dei ferri, ebbero la semplice relegazione.


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 CAPITOLO IX

Viaggia in Italia del Re Francesco e suo ritorno — Il Principe di Salerno a Parigi — Natali dell’ultimo figlio di Francesco — Il Principe di Bisignano — Prime funzioni militari di Ferdinando II — Partenza delle truppe austriache dal Regno.
Necessità di stato e garentia novella de' suoi popoli in faccia alla politica d’Europa, secondo la stabilita alleanza fermata nel congresso di Vienna; ecco i motivi che spinsero Francesco, poco dopo salito al trono, ad accettare l’invito dell’imperatore d'Austria, che lo desiderava a Milano.

Il di 11 aprile del 1825 il Re mosse pel viaggio, diunito alla Regina sua consorte ed all’augusto fratello Leopoldo principe di Salerno.

Il Governo Pontificio si mostrò premuroso nell’onorare la famiglia reale di Napoli; ed a' confini fu ricevuta dal direttore delle poste Marchese Massimo e dal Conte Marescolli colonnello de' Dragoni e da uno squadrone di Carabinieri, per guida del viaggio. Le batterie di porta S. Giovanni e di castel Sant’Angelo annunciarono a Roma l'arrivo delle auguste persone; ed i principi Orsini e Zagarolo, e le dame Dorìa e Piombino, adibite vennero al servigio della real famiglia. Il Pontefice Leone XII non badò a spese per mostrarsi degnamente, ospitale verso i nostri Sovrani.

Da Roma mossero per Bologna, visitando il santuario d’Assisi; indi per la Toscana, ove eguali ricevimenti si tennero che a Roma; e per Modena, Parma e Lodi fra premurose e gentili accoglienze giunsero alla città di Milano, quando tre miglia fuori porta Romana, rinvennero l’imperatore d’Austria che con ricco treno erasi lor recato incontro.

Francesco, nella sua dimora a Milano, colse tutte le circostanze diplomatiche, onde garentire la tranquillità de' suoi Stati in faccia alla politica estera, ed ottenne che la truppa austriaca nel nostro regno cominciasse a diminuire; facendo in modo che restasse alleviato il peso delle finanze del Regno e che riprendesse presso lo straniero, il decoro primiero l’armata napoletana riordinata di già dopo lo scioglimento che sofferto avea, dietro i disastri del 1821.

Il giorno 28 maggio partirono da Milano i reali e vennero nel Piemonte, onde visitare la sorella Maria Cristina Regina di Sardegna. Coll’accompagnamento poi della real famiglia Sabauda, nonché del l’Altezza Serenissima di Carlo Alberto, allora Principe di Savoja Carignano, da Torino si portarono a Genova. La divisione della nostra real Marina, destinata a ricondurre ne’ loro domini i Sovrani del le Due Sicilie, partite da Napoli il dì 7 giugno, nel giorno 14 del mese istesso giunse alla rada di Genova, d’onde si mosse dopo pochi giorni per Livorno, quivi attendendo i Sovrani, onde abbrevia re il loro tragitto per mare, nel ritorno a' propri Stati. Non è da obbliarsi la gara appalesata in Genova dalla nostra marineria militare avendo alla testa della squadra il vascello detto il Vesuvio, e da quella del Piemonte che tenea a capo de' suoi legni da guerra la fregata nominata il Commercio di Genova. Emularono le squadre per tenuta, per evoluzioni e per finitezza d'istruzione; mostrando così le due bandiere, che se. aveano perduto il gran novero de' loro legni da guerra, per cederlo al rogo di Trafalgar, onde propiziare i penati ambiziosi di Napoleone; conservavasi almeno il nome ed il lustro antico alla marineria italiana dei Sovrani di Napoli e di Sardegna;il dì 29 giugno i reali di Napoli presero commiato dagli augusti ospiti, e per Chiavari e Spezia fecero ritorno in Toscana per Pisa; ed a Livorno s’imbarcarono per Napoli. La mattina. del 16 luglio il giovine Duca di Calabria co’ suoi fratelli, all’annunzio che i genitori si appressavano a Napoli salparono dal porto sulla goletta il Lampo; ed il giorno seguente ritornarono nella lor capitale coi Sovrani genitori, tra quelle esultanze di gioia che la sola popolazione napoletana sa cordialmente spiegare in simili circostanze. Il Principe di Salerno, di ritorno da Milano col Re suo fratello, giunto a Torino mostrò voglia di recarsi a Parigi, onde rivedere la sua sorella Amalia Duchessa d’Orleans, non che la sua vedova nipote Madama Duchessa di Berry. Francesco vi acconsentì, ed il napoletano ambasciatore presso il Governo francese Principe di Castelcicala, si portò alle Tuillerie per significare la venuta del Reale di Napoli. Carlo X si mostrò lietissimo di vedere un suo nipote, che tanto nome di se avea sparso in Europa per la bontà del cuore.

Leopoldo infatti da Torino si portò in Francia. In Lione, ove cercò trattenersi qualche giorno, ottenne quelle simpatie tradizionali che i Francesi, anche Ira gli sconvolgimenti politici, non sanno fare a meno di tributare al nome dei Borboni; nome che abbraccia la storia di molti secoli della Francia. Insomma il Principe di Salerno, messo il piede sul territorio di Francia, addivenne nel brio di quella gente nient’altro che un francese. Le sue gentili maniere verso di tutti e le sue largizioni a pro de' bisognosi, lo rendeva no a tutti caro e venerato nell’entusiasmo generale.

Il 27 giugno arrivò a Fontainebleau, venendogli incontro il Duca d’Orleans Luigi Filippo compagno di Sicilia e la Duchessa d'Orleans Amalia sua sorella. La sera al teatro fu l’oggetto di tutti gli sguardi, e poesie allusive tennero luogo di ossequio (13). La mattina del 28, in compagnia de' suoi congiunti, si mosse per la villa di Juif, ove Madama la Duchessa di Berry sua nipote l’attendea. Di là passarono al real castello di Nevilly, dimora nella famiglia d’Orleans, ove si trovò accerchiato da tanti nipoti, porzione de' quali avea veduto nascere nel decennio in Palermo.

Quivi sopraggiunse il ministro degli affari esteri di S. M. Cristianissima de Damas, per invitalo a nome del suo Re a S. Cloud, il dì seguente.

Non è a dirsi la commozione di quel vecchio Re, di quel capo delle dinastie Borboniche, di quel Principe fratello del martire Luigi XVI, e martire egli stesso per le tante sventure che lo aveano accompagnato (e che non doveano essere le ultime!) nell’abbracciare un suo nipote.

Il sussieguo del cerimoniale che ottenne nell’entrare in quel palazzo, ricordava i tempi che non erano più e che la Francia avea cassato con torrenti di sangue cittadino; come impegnossi a cancellare con torrenti di sangue guerriero, persino la topografia tradizionale de' popoli di Europa.

L'antica aristocrazia del paese, quella che era rinata appena, attraverso delle vicende della guigliottina, dell'emigrazione e dell’impero, si mosse intera all’arrivo di un Borbone, di un giovane principe di stirpe francese, mentre dal ritorno dell’esilio non avea veduto fra' suoi reali che vecchi o ragazzi; se si eccettui l’assassinato Carlo Ferdinando d’Artois Duca di Berry.

Non vogliamo qui narrare le feste che sì ebbe Leopoldo da quei signori eh eran memori tuttavia (0 che aveano inteso raccontare dai loro padri) degl’inviti di Versailles di Maria Antonietta, delle cacce di Chantilly del principe di Condè, dei ritrovi di Ile-Adam del Principe di Conti, delle accademie di Villers-Colterets, adunate dal vecchio Orleans figlio del reggente, pria di formarsi i fatali divertimenti dei giardini del Palais-Royal. Noi daremo un mesto addio alle grandiose società parigine, quando vedremo ritornare dalle Spagne Francesco ed Isabella, e terrem parola della Festa che Luigi Filippo dava ai nostri Sovrani ed a Carlo X nel suo, reso isterico, Palais-Royal. Allora saremo giunti all’alba del 183o. Allora ripeteremo alla lussuosa Parigi che assista a quell’incantevole convito dell’Orleans, il motto di M. Salvandy: vera festa napoletana; danziamo sopra un vulcano!

Ma ritornando al Principe di Salerno in Parigi, ecco che un giorno lascia le carezze de' suoi nipotini, Enrico Conte di Bordeaux, oggi nel glorioso esilio Conte ai Chambord e di Madamigella Luisa Teresa, oggi Duchessa di Parma; e corre ad uno dei tanti inviti che teneva da rispettabili signori. Era il 3o luglio ed il Conte Bazan de' Perigord e la Duchessa di Fimarion, aveano preparato una Festa campestre per Leopoldo che vi si recava, lieto ai divertirsi. Quanti ecco per un movimento irregolare della gamba sinistra, quel che i Francesi chiamano coup de fue soffre la rottura del muscolo gracile plantare e la distrazione alle fila aponeuretiche dei muscoli gemelli e solare verso il loro attacco superiore. Circostanza funesta che facea dubitare dello sviluppo di un’infiammazione. Portato al palazzo d’Orleans di Nevilly, il rinomato chirurgo dell’Hotel degl’invalidi Pasquier, con immense cure diè vita al Principe; ma che d’allora alla sua morte non potette non sentire I offesa della gamba. La Corte e Parigi testimoniarono con sensibili modi, la disgrazia e la guarigione.

La dinastia di Napoli frattanto trovavasi prospera di se stessa, per la pubblica quiete che andava vie più, ricuperando la nostra ben fatta popolazione, e per una copiosa e brillante figliolanza reale, che cresceva ricca di venture speranze, intorno al trono delle Due Sicilie. E di fatti il dì 13 agosto 1827 la buona Isabella, nostra regina, si sgravava d’un fanciullo, che doveva essere l’ultimo figliuolo di Francesco; quel figlio che poi rimane, va in culla a guardare gl’inattesi funerali di suo padre, e che dovea crescere sì degno d’un principe reale, all’ombra delle paternali più che fraterne cure di Ferdinando II.

Questo figliuolo è il caro a tutti, Francesco di Paola Conte di Trapani.

Francesco, che nella sua bontà andava in cerca d’ogni felice circostanza onde rallegrare, per quanto i tempi lo permetteano, i suoi popoli; fu largo di favori e di clemenza verso le varie classi de' sudditi. Il perdono scese nelle prigioni, la carità nei tuguri, le promozioni agli impieghi civili e militari. Persino nella sua casa la fece da Re, promuovendo i suoi figliuoli, cioè il lenente di vascello Principe di Capua che fu avanzato a capitano di fregata, l’alfiere di vascello Conte di Siracusa a tenente di vascello ed il Conte di Lecce da guardia marina ad alfiere di vascello: Ferdinando Duca di Calabria era già stato promosso a comandante generale dell'armata..

Qui presentasi alla nostra storia un nome molto chiaro in se stesso e rispettabile, pel carattere che va ad assumere presso il diciassettenio Ferdinando; dir voglio Pietro Antonio Sanseverino, Principe di Bisignano. Questo personaggio, di cognome altamente isterico presso il nostro paese, è tale nel suo carattere, ne' suoi principii, ne’ suoi costumi, nelle cognizioni amministrative e diplomatiche; da far rispettare in lui la imponente severità dell'aristocrazia antica, ben combinata cogli usi facili quanto gentili della nobiltà moderna. Rigido con se stesso, i doveri altrui non gl’impone già, gli fa apprendere alla vista de' suoi propri ognora pienamente adempiuti. Nell’alta sfera del suo grado è sempre presente a se stesso, e senza discendere mai da quella, sa compiere i suoi mandati diversi col mostrarsi rispettabile del pari che amabile con ogni individuo, giusto con tutti. Grandemente economo per principio, sa nel suo alto impiego mostrarsi largo ad ogni grande uopo, spiegando così il difficile problema che la vera economia è la saggia proporzione finanziera, bene applicata agli usi ed ai bisogni.

Così parlando, abbiamo lievemente abbozzato il carattere del Principe di Bisignano soprintendente generale della casa del Re Ferdinando II, mentre nell'epoca su cui ci tratteniamo, non si presenta che come cavaliere di compagnia, trascelto da Francesco a completare il tante ben avviato andamento della regia educazione del suo primogenito il Duca di Calabria..

Sia ciò dello come una prefazione a quel tanto che ci spetterà di dritto enarrare su tal personaggio, quando avremo accompagnalo Ferdinando al trono, allorché la ragione isterica ci menerà a tener discorso come il giovinetto Re rinvenne le sue private e le sue pubbliche finanze. Il nostro giudizio con antidata non potevamo dispensarci di darlo, perché siam conscii di non avanzare una lode che possa prevenire gli animi; e nella certezza che parlando a' contemporanei, la giustizia contemporanea risponderà sollecita ed unanime a nostra testimonianza sicura.

La prima volta che il Duca di Calabria mostrassi alla nostra arma (pria di esserne comandante), fu il 16 marzo 1826. Già il riordinato nostro esercito si era novellamente stabilito in disciplina e decoro, ed in quel giorno il giovinetto Principe usciva dalla reggia col suo futuro Stato-Maggiore, per passare a rivista il reggimento Regina Cavalleria, che andava di guarnigione in Sicilia, onde rimpiazzare ivi i battaglioni tedeschi che in parte già ritornavano ai loro Stati.

Fu commovente quella rivista. Grigi e bianchi mustacchi presentavano le arme ad un soldato di sedici anni, che su brioso cavallo passava pe’ loro ranghi e colla voce del comando mostrava quanto ben giudicasse la manovra e la tenuta; e gli animava alla disciplina, al dovere ed all’onoratezza del giuramento. I vecchi soldati piangevano d’innanzi a quel giovinetto, speranza dell’esercito, ignorando a quanta gloria e riputazione erano per esser condotte un giorno da lui le arme napoletane.

Il dì innanzi avea passato a rivista benanche il 2° reggimento Granatieri della Guardia, che moveva pure per la Sicilia.

Francesco con un ordine del giorno ringraziava questi corpi, pei ragguagli vantaggiosi che Ferdinando gli avea dato.

Il 5 aprile del 1826. la truppa austriaca abbandonava la Sicilia, e nel gennaio e febbraio dell'anno seguente prendeva congedo da Napoli; e sì in Sicilia che in altri luoghi con pompose feste venivano accolte le nostre guarnigioni, che andavano a rilevarla; onde appalesare che godevasi «fella rinata tranquillità presso il nostro paese, nonché di trovarsi a fianco un’arma devota alla disciplina ed al proprio giuramento


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CAPITOLO X

Edificio di S. Giacomo, detto Palazzo de' Ministeri.
I  

contemporanei, allorquando sorger veggono d’innanzi a loro de' monumenti colossali, che il pensiero umano non sa comprenderne la meraviglia, guardandoli fra il succeder de' secoli; lieve impressione ne ànno e breve è l’occupazione che ne serbano, forse per l'abitudine che si acquista nel raggirarsi continuamente, fra grandezze di opere per le quali si assistette persino a veder gittate le loro fondamenta.

Così è d'uopo esclamare fra noi contemporanei nel guardare la superba mole del Palazzo de' Ministeri; opera straordinaria, che ricorderà a' secoli venturi il nome di Francesco I, che compier volle con meravigliosa sollecitudine quest’edificio incomincialo ne gli ultimi anni del regno di Ferdinando I.

Nel 1828 quest’edificio si vide completo. Per parlare adequatamente del governo di Ferdinando II, ci è dovere di storico non obliare tutte le particolarità degne di memoria che avvennero nella sua gioventù; quasi per chiamarlo in testimonianza di, talune meraviglie civili, che sursero appo noi, a preludio e presagio avventuroso di grandiosità delle opere pubbliche, che man mano sì precessero fin’oggi, mercé le cure speciali del governo del nostro giovine Re.

Quel Pietro di Toledo, che da viceré di Napoli facea più lieve sentire a' nostri padri la lontananza del Monarca di Spagna, che pur era il nostro; fra le sue tante cure spese in questa metropoli, ebbe pensiero nel 15o di ergere una chiesa ed un ospedale militare. Si rivolse alla tradizionale pietà de' napoletani, e mercé copiosi soccorsi innalzò la chiesa di S. Giacomo degli Spagnuoli e l’adiacente ospedale portando egual nome, sotto la direzione d un ottimo architetto d’allora, per nome Ferdinando Manlio (14). Poco dopo i fu aggiunto l’edificio del banco dello S. Giacomo e Vittoria.

Questi edifici, come quello detto della Concezione, destinato a clausura di religiose, occupavano la maggior parte del terreno, ove ora sorge l’intero vasto fabbricato del palazzo de' Ministri.

Appena fu di ritorno Ferdinando I in questa parte continentale del reame, dopo la catastrofe dell'Impero francese; vide che per le novelle istituzioni burocratiche del Regno mal si addiceva tenere sparte per la città le varie Segreterie de' Ministeri, ed insieme le Direzioni sottoposte più da vicino alle dette officine primarie dello Stato. Fu allora che il valido ingegno di Luigi de' Medici ministro delle finanze propose all'approvazione Sovrana un piano ben degno per far sorgere un edificio tale, che completamente corrispondesse, e degnamente conducesse ad alto la volontà di Ferdinando; e così potessero armonizzarsi in un locale solo tutti i primari dicasteri, in modo che si aggiungesse decoro all’alto grado de' Ministri, ed alle sale ed officine de' varii dipartimenti, rendendosi comodo il disbrigo de' diversi affari di Stato che ànno una prossima attinenza fra loro, ed agevolandosi alle persone il disimpegno delle faccende di giustizia ed il sollecito disbrigo dei privati reclami ai bisogni legali. Ottenevasi con ciò in ultimo il vantaggio di sgravare l’erario dello Stato dalle moltiplici spese che erogavansi per tener locati varii palazzi privati all'uso di tante diverse officine.

La superficie occupata, onde far sorgere questo colossale fabbricato, è di 215,000 palmi quadrati napoletani. La figura è quadrilatera irregolare. Con insensibile pendio di 29 palmi inclina dalla strada Toledo al largo del Castello.

Da varii lati si penetra nell'edificio, mercé otto stragrandi porte, delle quali tre guardano la piazza del Castello, due la via di Toledo, due altre la strada della Concezione, ed una quella di S. Giacomo. Ognuna di esse offre un vestibolo coperto, menando tutte a sei cortili, due de' quali ornati di fontane.

Maestoso è il principale ingresso, nel centro della linea che guarda la facciata di Oriente sulla piazza del Castello. Questa è una prospettiva di elegante e semplice architettura, che addita completamente la grandezza dell’edificio.

Ferdinando I però, plaudendo all’idea della pianta di modello presentatagli, non voleva che la chiesa di S. Giacomo si diroccasse; sì perché messa in un centro di popolazione rendevasinecessaria al culto; sì perché la scorgeva di lodevole costruzione; sì perché conteneva de' monumenti marmorei cari alla storia di sua famiglia; sì perché chiudeva il monumentale sepolcro di Pietro di Toledo. Ma all'angolo formalo dal lato che ricorre lungo la strada detta di S. Giacomo, e da quello della piazza del Castello, la linea della chiesa trovavasi molto indentro, dal livello dei laterali palaggi; e la nuova fabbrica andava a perdere di decoro, se sulla buca istessa mettevasi del tempio; il quale né tampoco poteasi prolungare innanzi con nuove opere, poiché sarebbe mancalo lo spazio, per le lunghe scale onde a quello si ascende.

Il lodevole architetto, allora stimò, render pago il religioso desiderio del Re: e nello stesso tempo non defraudare la convenevole giacitura dell'edificio, prolungando la prospettiva dello stesso sino all'angolo estremo della chiesa; e praticò sotto le nuove fabbriche nobile scala di marino, ornate di monumenti, per la quale si ascende all’antico atrio del tempio., rendendo, così più bello l’ingresso al sacro luogo con ornarlo di benintese decorazioni.

Come poc'anzi dicevamo, L’edificio à da questa parte tre ampie porte; una di queste chiude la novella scala, della chiesa, con decorazioni che annunziano, un luogo sacro, avendo. paio ferriata di ottimo lavorio con ornati allusivi al Santo, del quale la chiesa porta il nome; e per armonizzare le diverse parli, venne chiusa anche con inferriata l’altra gran porta corrispondendo all'angolo opposto. L’arco della porta principale di mesce venne abbellita di bassi rilievi allusivi a' Reali Ministeri di Stato; e ne’ due laterali esteriori della porta, si collocarono due marmoree lapidi, con iscrizioni che attestar possono ai posteri la storia in compendio, del colossale edificio. (V. pag. 256, nota (a).)Da questa parte nobilissimo e maestoso è il vestibolo coperto, che mena alla scala maggiore, a manca del quale apresi comodo cortile. Il detto vestibolo si prolunga fino all’opposto lato occidentale dell’edificio sulla. strada di Toledo, formando, lunga galleria nella estensione di palmi napoletani, circa 6oq, luminosa oltre ogni dire e di solide volte;, tranne in un sito ove vi à tettoia di cristalli, per tenere così aperta una comoda comunicazione per tutte le parti dell’edificio, ed insieme no passaggio coperto alla gente, che frequentissima tuttodì affluisce nelle varie amministrazioni del luogo. Quattro statue di marmo con apposte iscrizioni decorano il detto vestibolo, avvicinandosi alfa scafa maggiore, e rappresentano i nostri Re Ruggiero, Federico li, Ferdinando I Borbone, e Francesco I Borbone.

Chi entra per la porta maggiore vede a colpo d’occhio la grande scala a due braccia che per ogni tesa si converte in una, per indi bipartirsi per ogni piano; mentre poi per chi viene dalla porta di Toledo, giunto al punto del vestibolo che mena alla grande scala, sentii prolungare i passi onde arrivare a questa, trova a' due lati due minori scale che il portano al pianerottolo della prima base della grande scala medesima.

Questa «cala maggiore, nei primo riposo guida alla Direzione ed Ispezione Generale delle contribuzioni dirette; nel primo piano nobile alla Presidenza de' Ministri ed al Ministero degli affari esteri (15); nel secondo al Ministero di grazia e giustizia, a quello degli Affari Ecclesiastici, ed a quello della Polizia Generale; e nel terzo ai Ministero di Guerra e Marina, ed a quello delle Finanze. Infine ad ogni piano s incontra un vestibolo chiù so da interriate.

In ogni ministero, oltre le sale d’ingresso ben spaziose, si trovano le sale per i portieri, i barandieri, le ordinanze di servizio, e gli uscieri addetti ne’ diversi uffici!; indi quelle che precedono le grandi sale pel Consiglio e per le udienze de' Ministri.

Lunghi corridoi che ricorrono in lutti i piani, conducono in diversi ripartimenti delle segreterie i quali ànnO interne comunicazioni fra loro, e sono ad un tempo divisi. I Ministri e Direttori tengono comode stanze con lusso convenevole. Gli uffici tutti son dipinti a verde azzurro, colore che conserva la vista. Il mobilio fe solido ed elegante, di manifattura e materiale del paese. In tutte le officine il diverso servizio di tavola da scrivere ed armadf, indica il grado dell’impiego.. In ogni Ministero più stanze vanno addette agli archiviì. I. ripartimenti segregati l’un dall’altro restano chiusi, in modo da poter entrare chi vi è chiamato a ragione d’impiego..

Il Cav. de' Medici, quando perfezioni nella felice sua mente il piano di riunire in un sol luogo i ministeri, tenne in mente di accomodare nel luogo istesso quelle amministrazioni che meglio comportavano alla dignità dell’edificio, ed all'interesse degli uffici.

Unir volle in questo palazzo in primo luogo tutte le officine dipendenti dal Ministero delle Finanze, per grandi e ragionevoli vedute che ognun da se comprende. Le altre, specialmente quelle spettanti al Ministero di Grazia e Giustizia, stimò convenevole che rimanessero fuori e negli antichi rispettivi locali; ed a chi voleva con interpretazioni entrare nel merito della scelta, rispondeva; Il Re mi à ordinato di costruire un palazzo e non una città). Ed invero un edificio non più colossale ma mostruoso bisognerebbe per unire in Napoli ad un sol punto tutte le pubbliche officine. Gli basta con questo edificio avere un locale che non si à altrove in Europa.

Continuando la nostra topografica descrizione del fabbricato in parola, progrediamo nel tener discorso della Prefettura di Polizia, la quale, perché fosse in immediato contatto col Ministero da cui di? pende, ebbe stanza in questo locale puranco.

Due grandi porte, una sulla piazza del Castello fu aperta per far simmetria con quella della chiesa di S. Giacomo, ed e chiusa da nobile inferriata; l’altra sull'estremo della strada della Concezione mena per un atrio coperto, che sporge in un cortile, ove a lati opposti si ammira da una parte vasto locale per uso della tipografia del giornale ufficiale del regno, dall'altro si veggono le stanze ove si mantengono temporaneamente i rei di lievi colpe, ritenuti per oggetto di polizia correzionale.

Si ascende dal vestibolo per breve scala a chiocciola (la quale continua pure fin sopra al Ministero di Polizia) alle stanze degli ufficii per i diversi ripartimenti di Prefettura, e al piano superiore vi si trova l’ufficio dei passaporti, la contabilità del luogo, il commessariato addetto alla Prefettura, con debiti locali per la cancelleria e per le stanze degl’ispettori di servizio. Vasto ed ordinatamente disposto è l’archivio di questa amministrazione. Il Prefetto à bella sala di udienza e più stanze per suo uso. Il Segretario Generale à la sua sala di udienza, oltre comoda stanza pel suo ufficio. Iti ultimo un corridoio ricorre per tutta la Prefettura e serve come di sala per le persone colà chiamate dal loro bisogno..

Salendo dalla piazza del Castello verso Toledo per la Concezione, più innanzi della porta ingrediente alla Prefettura, s’incontra altra porta simile, la quale dopo l’atrio coperto sporge su ampio cortile. A manca viene spaziosa ed agevole scala chiusa da tetto di cristallo. Per quivi si ascende all’Amministrazione generale del registro e bollo ed a tutte le officine (16). Quivi alla Direzione della Provincia diNapoli di questa amministrazione, alla Conservazione delle ipoteche, ed alla Direzione generale di ponti e strade, acque, foreste e caccia, Sempre eguali corridoi menano alle officine diverse, ed ai diversi ripartimenti. Insomma per intendere l’ampiezza del sito occupato da questi ufficii bisogna por mente al numero degli ufficiali ad essi addetti, ed ai grandi archivi, dei quali era bisogno per la conservazione d’innumerevoli carte di somma importanza, perché concernenti sempre gravi interessi dello Stato e de' particolari. Aggiungasi a ciò la necessità di dare decorose stanze a' Direttori, obbligati ad averne pe’ loro lavori, per le frequenti adunanze, e per le pubbliche udienze,Progredendo per l’istessa scala, si arriva al piano superiore, al Consiglio delle contribuzioni dirette, all’Agenzia dei Contenzioso Amministrativo, ed alla Gran Corte dei Conti, tribunale puramente finanziario che esamina i conti di tutte le amministrazioni dello Stato e de' Comuni de' Reali Dominii di qua del Faro. Bella sopra ogni dire è la sala di questo tribunale supremo de' conti dello Stato, nonché quella degli avvocati incaricati della pubblica discussione nelle cause amministrative, e l’altra che serve di riunione ai membri di questa Gran Corte. Vi à pure un attiguo oratorio, di decorose forme ed ornati, ove la magistratura del luogo in ogni dì assiste alla messa. In ultimo si osserva l’immenso archivio ordinatamente disposto in ampie sale, colle stanze pe’ custodi e per le persone di servizio.

Dalla strada della Concezione, girando l’edificio sul Iato della strada di Toledo, la prima gran porta che incontrasi guida alla Direzione del Gran Libro del Debito Pubblico, ed alla lunga galleria che attraversa diagonalmente l’edificio, come abbiam discorso di sopra, e nel centro di questa sulla sinistra mano trovasi la Borsa dei Cambii.

Questa nostra Napoli, per quanto è la testa dello Stato come capitale del regno, altrettanto è l’emporio d’ogni commercio, perché sede marittima del Tirreno, e messa nel centro di un golfo su i di cui lidi dansi la mano infinità di paesi industriali. Mancava però l’edificio d’una borsa di cambii, mentre persino le più piccole città d’Europa ne vanno adorne. Varii locali eransi adattati in tempi anteriori per un servizio tale, ma sempre sconvenevole n’era riuscitata scelta per luoghi non decenti all’uopo, ed anche malagevole la giacitura, perché non collocati in sito centrale della città.Le nuove leggi del Regno, il nuovo procedimento degli affari, e le nuove discipline date al commercio (che fra noi teneva istituzioni da tempi antichi} rendevano indispensabile di aver per l’ordine delle persone più industriose un sito che servisse di punto centrale per le contrattazioni e pel reggimento di tutte le negoziazioni. Era degno perciò della Monarchia Borbonica reduce dalla Sicilia coronare gl’impegni presi da Carlo III pel progresso del napoletano commercio, procurando dopo le funeste vicissitudini delle guerre napoleoniche e dei disastri del blocco continentale, far sorgere un’era nuova alla comunanza patria nel ramo di negoziati, in un momento in cui tutti i popoli civili della terra stringevano novellamente gli antichi nodi, scambiandosi le naturali vicendevoli derrate ed industrie su quella fede dei cambii, che in altra età costituiva le genti in una sola famiglia.

Vaga e di semplice disegno è questa novella sala per la Borsa dei Cambii. La volta, ornata ai lucidi stucchi, è sostenuta da alte colonne che poggiano sopra nobile pavimento di marmo. Nel fondo si monta per comoda scala sopra stanze destinate agli ufficii. Altra scala conduce in uno de' cortili che guarda il lato settentrionale; e ch'è propriamente addetto al Banco.

Nel centro della Gran Sala è collocata la statua di Flavio Gioja inventore della Bussola nautica, dove si legge elegante iscrizione (V. pag. 256, nota (b)); e perciò eminentemente benemerito dell’universo genere umano. La statua del nostro Flavio era degna situarsi in quell’aula di commercio, per ricordare ai napoletani ciò ch'essi furono, quando l’animosa Amali! tenea l’impero dei mari; e ciò che possano divenire se vi daranno sempre più opera, specialmente sotto gli auspici generosi del governo di Ferdinando II, che nulla à risparmiato, onde i nostri prodotti e le nostre industrie si vedessero su tutti i mercati di Europa, e la nostra bandiera mercantile ottenesse protezione in tutti i porti de' più rispettabili governi del mondo.

La seconda porta che s’incontra nella strada di Toledo guida in sulla dritta al Ministero degli Affari Interni (17), ed a sinistra alla Real Cassa di Ammortizzazione ed alla Tesoreria Generale.

Per far intendere la vastità delle stanze della Tesoreria Generale, basterà dire, che sono in quella amministrazione circa 36o impiegati e molti capi di ufficio, ognuno de' quali à particolare ripartinento; ed è perciò nel bisogno di aver decenti stanze pe’ lavori giornalieri, per le udienze, e pe’ corrispondenti archivii.

Il lato che guarda il settentrione lungo la strada di S. Giacomo à una sola gran porta. La più parte di questo Iato è di antica fabbrica, hm accomodata all'esterno con eguaglino la di lustro alle altre facciate dell’edificio; ed il cortile fu posteriormente amplialo, amato di bella fontana, e con novelle costruzioni architettoniche.

A destra di questo cortile s’incontra la scala che conduce alla Ricevitoria Generale della Provincia di Napoli ed alla Camera Consultiva di commercio; e nell’atrio coperto l'altra che guida al Banco delle Due Sicilie, alle stanze della sua reggenza, alla Cassa di sconto, ed all’antico archivio del Banco.

Il sito occupato da questo antica stabilimento è amplissimo, vasto il suo archivio, del quale vorremmo dire l’ordinata e bella disposizione, se qui non fosse proposito nostro il favellare delle sole fabbriche.

Ecco la distribuzione di questo nobile e vasto edificio, composto di 846 stanze, oltre 4o lunghi ed ampii corridoi che servono di comunicazione a tutte le parti riunite. L’Europa à molti grandi stabilimenti; niuna però edificato sopra sì ampia scala, e col nobile disegno di riconcentrare in un sol luogo le maggiori amministrazioni dello Staio.

Oh, sì! che i nostri posteri ammireranno' in questo edificio la grandezza e la magnificenza di due Sovrani che vissero in,calamitosa età; ma non potranno intendere, quanti incomodi venissero al pubblico per tante amministrazioni in vasta capitale, divise in punti quasi sempre l’un dall’altro lontani; ai che si aggiunga che molti di questi ufficii trovavansi in meschine abitazioni di particolari, e spesso mal custodite.

Né deve obbliarsi altre considerazione, che a noi pare anche degnissima di attenzione. Lo Stato soffriva de' gravi dispendìi per gli edificii tenuti in fitto non solo da quello amministrazioni, ma ben anche da taluni Ministeri di Stato. Or computando quant’oggi si risparmia e quanto si percepisco dalle numerose botteghe locate sotto il nuovo Edificio de Reali Ministeri, si à il fruito de' capitali nella fabbrica impiegati; e nobile comoda e maestosa rimane stabilita la stanza per la più gran parte de' gonadi ufficiò del Regno.

Guardando le colossali opere del?immortale Carlo III, e gittando uno sguardo, su questo edificio, possiamo noi dire che la nostra dinastia borbonica come fu dalla provvidenza, chiamato sul trono delle Due Sicilie, per gittare i fondamenti della gloria e della prosperità del nostro paese cosi è andata, sempre, crescendoe continuando con nuovo lustro tal vera gloria, fra l’ammirazione e le benedizioni de' sudditi di questo Reame delle Due Sicilie.

E se il nome di Vanvitelli, come architetto celebre, vive nelle reali delizie di Caserta, e sul gigantesco acquedotto della Valle di Maddaloni; perché non possiam dire che il nome di Luigi de' Medici sculto rimarrà sul palazzo de' Ministeri, finché la civiltà terrà impero sulle generazioni di Europa?

(a)

I.

Domvm Angvstam Antehac Abnormem Et Temporis Vetustate Sqvalentem

A Ferdinando I Borbonio

Cohaerentibus Qvaqvaversvm Aedibus Detectis Laxiori Qvadrato Ambito Circvmscriptam

Ingentibvs Deinde Svbstrvctionvm Excitatis Molibvs

Et Septem Late Patentibvs Ostiis

Ad Qvatvor Coeli Regiones Apte Intercisis

Cvm Ipsa Domvs Avgvstae Maiestate Certantem

Franciscvs I

Reae Vtrivsque Siciliae P F A Paternam Gloriam Aemvlatvs

Elegantia Qvanta Maxima Cvltvqve Vere Regio

Ornavi Instrvxit Insigne Borboniae Mvnificentiae Monvmentvm

Opvs Ad Aeternitatis Memoriam Anno MDCCCXIX Inchoatvm

Expedita Celeritate Contra Obstantes Aerarii Moras

Absolvtvm El Svb Ascia Dedicatvm Anno MDCCCXXV

II

Francisco I Utriusque Siciliae Regi P. F. A.

Popvlorvm Parenti Providentissimo

Regiis Plerisque Omnibvs Scriniis

Vectigalis Pecvniae Tabulis Vniversis

Magno Rationalivm Svmmae Rei Collegio

Vigilvm Praefecto Aqvarvm Nemorvm Pontivm Viarvm

Publicae Mensae Aliarvmqve, Fiscalivm Rervm Curatoritvs

Intra Has Aedes Ordinatim Dispositis

Svpremos Ipsos Libellorvm Regalivmqve Cognitionvm Magistros

Heic, Vna Identidem Consistere Ivsserit

Qvo Consiliis Consociatis Concordiam Sacerdoti Et Imperi

Belli Pacisqve Leges Ac Ivra Fisci Sarta Tectaqve Tverentvr

Deqve Ivstitiae Et Eqvitatis Finibus Regvndis

Internis Regni Constituendis Rebus Ei Moribus Censoria Gravitate Corrigendis

Accvratiori Satagerent Diligentia Neapolitani Ae Sicvli

Optimo Principi Immortalibvs Eivs Obstricti Benefactis

III

(b) Flavivs Gioia Domo Amalphi Inter Navivm Gvbernatores

Vnvs Omnivm Solertissimvs

Hic Est Qvi Itinera Veteribus Incognita

Per Magnetem E Chalybem Impavide Erpertus

Aditvm In Extremas Terrarvm Oras Posteritati Patefecit

Transmarinis Deinceps Navigationibvs Felici Avsv Svsceptis

E Peregrinis Mercibvs Qua Late Patet Orbis

Hvc Atqve Illvc Advectis Exportatis

Commoda Gentibvs Paravit Universis E Mvtva Adivmenta

Franciscvs I Regni Vtrivsqve Siciliae Rex Avgvstvs

Viro Immortali De Mortalibvs Cvnctis Bene Merentissimo

Signvm, Ex, Marmore Et Memorem Lapidem Poni Ivssit

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 15 NAPOLI 1855



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CAPITOLO XI

Sullo scibile italiano nella paci; e nella guerra. Belle arti — istituzione della pubblica esposizione — medaglie di premio — i primi ad ottenerle — visita del Re all'esposizione — scuola di disegno istituita per gli artieri. Le statue di bronzo di Carlo III e Ferdinando I — la statua di Francesco I in Palermo. della litografia in Napoli. Manifatture. Opere pubbliche. Illustri contempo ranci. Morte di personaggi distinti.

Le Belle Arti, fiorenti ognora nel nostro paese, in gara fra i secoli artistici dell’Italia intera, essendo la nostra terra parte non seconda ad altre regioni di questa geniosa penisola; purtuttavia sofferto arcano un certo che di abbandono, che se non le distrusse, le inceppò per difetto di emulazione, mercé le funeste rivoltare sociali dell’ultimo periodo dello scorso secolo. Sopraggiunta alla guerra delle idee, la guerra dell’ambizione e della conquista; i Regni italici dovettero sopra tutto nella nuova bilancia ai Brenno colma de' loro aviti tesori, riequilibrare oltre il peso della conquista, il peso benanche della spada della dispotica libertà: col quale vezzo lusingavano gli animi de' vinti o illusi, gli esteri occupatori.

In queste Itale regioni (lo ripeteremo in ogni circostanza), onde tener desta la fiamma creatrice dei genio, cui Iddio fu largo ai naturali di questo suolo; duopo è che la Religione Cattolica e la Monarchia, stiano ognora a vigili custodi dei progressi della mente e del cuore degl'italiani, fra la moderazione delle leggi per esser tipo de' nostri costumi la gajezza non disgiunta dall’equità; e fra le gioie della pace, per esser specchio infallibile del le tendenze degli animi nostri, il dolce riflesso del limpido cielo che ci covre ed il mite raggio del sole che ci rischiara.

Volete distruggere il nostro vantato genio? mettete in disaccordo gli elementi morali del nostro spirito cogli elementi naturali del nostro suolo, e avrete tosto il periodo di barbarie fra noi.

Ci volete insensati? fate che per un giorno prendiamo in moda gli andamenti politici di qualche regione straniera.

Demagoghi? costituiteci colle discussioni governative, al battagliare dei poteri; e tosto non credendo più persona il governo, soffieremo fra noi tutte le ire che fan guerra alle personalità; prefazione ad ogni tempesta civile.

Chi ci vuole senza legge, ci elevi alla libertà di costituirci legislatori.

Strappateci dalle abnegazioni virtuose che si apprendono nella Roma del Valicano, e spingeteci per poco fra i boriosi eroismi della Roma del Campidoglio — ed ecco gli italiani in rivoluzione coll’Italia, resi già fantasmi di ragione, dall’ateismo religioso discendere all’ateismo politico. Allora! sì allora, noi fra stolte frenesie ci abbassiamo in un periodo di barbarie, ebri gridando da per ogni dove «fuori i barbari; così mettendo in parodia noi medesimi, che barbari in parole ed alti mostrandoci, col nostro labbro pronunziamo contro noi stessi la sentenza del bando dalla offesa società. Chi ama veder grande e prospera l'Italia fra i suoi regni, fa duopo di garantirle religione, pace, moderazione. Quanto è vasto l’umano scibile, va tutto in gigantesche proporzioni illustrato fra le nostre genti; questo sentire non è per me un’opinione, bensì un completo convincimento.

Ora meditando le dolenti pagine della Storia della rivoluzione francese, che fu Europea e sopratutto Italiana, se verità esponemmo con il nostro dire su gli andamenti de' popoli di questa penisola, di cui il nostro Reame fa parte, possiam benissimo assumere una conseguenza, in che modo cioè potevano stare nel ragno di Napoli dopo le guerre civili e le guerre decennali, oltre le scienze, le belle arti.

Ferdinando I, reduce dalla Sicilia fra noi, cercò rianimare lo scibile del paese all’ombra della religione e della pace, corrispondendo al vero e positivo bisogno de' suoi sudditi.

Ma per quanto è facile spingere un popolo alla guerra, altrettanto difficile si rende repristinarlo alla pace. Non basta che la pace venisse; bisogna perdere le illusioni precedenti, insinuare un reggime novello di educazione alle genti, e col volger degli anni a lieve passo guidarlo a un perfetto benessere; attraverso quello stadio di stordimento e di languore in cui si scende, da far ricordare nelle gioje della pace istessa, tutte le sventure della guerra — e che spesso in uno stato, per lunghi anni scandagliandosi con la quiete le scorse vicissitudini, la fiacchezza morale è si grande, da far sembrare la pace più dolente della guerra istessa.

Ed ecco che noi, proponendoci ora trattenere sul novello andamento che prese lo sviluppo delle belle arti nel nostro regno colla pace di Europa, vogliano provare, che Ferdinando I le repristinò; Francesco I aprì alle medesime quel vasto campo di emulazione e d’incoraggiamento; che venne in seguito sotto il regime di Ferdinando II, a far cogliere ai contemporanei patrii artisti quelle corone di valentìa, che in tutti i tempi presso noi non furon poche né sterili di decoro e di utilità, e che saranno stabili a profitto e gloria de nostri posteri sotto il patrocinio della religione e della monarchia.

Correva il 14 settembre del 1825, e Francesco pubblicava un decreto col quale, considerando i non lievi vantaggi che possono risultare dalla esposizione delle opere di belle-arti per l'imparziale giudizio del pubblico, che serve di stimolo a quella lodevole emulazione, la quale sospinge gli artisti al maggior grado del loro perfezionamento; stabiliva in ciascun anno una pubblica esposizione di belle-arti eseguita dagli artisti delle Due Sicilie o anche esteri dimoranti nel reame, compresi i saggi che per legge debbono qui inviare i nostri pensionati che attendono agli studi di perfezionamento nell'accademia di Roma.

Fu dato a regolamento che nel 4 ottobre di ciascun anno, giorno onomastico del Re Francesco, l’esposizione avesse stanza nelle magnifiche sale del palazzo de' Regi Studii per lo spazio di 15 giorni, con pubblica entrala. Che terminata l’esposizione, il Presidente della Società Reale Borbonica chiamasse a se i membri dell’accademia di belle-arti, onde esaminassero il merito delle opere esposte e' le distinguessero in due categorie. La prima classe dovendo unire al massimo le qualità di alla perfezione nell'arte; cioè disegno, composizione e colorito per la pittura disegno, composizione ed esecuzione per la scultura; solidità, convenienza e bellezza per l’architettura. La seconda classe poi dovendo riguardare quelle opere che sebbene non abbiano l’anzidetto merito, pure son giudicate degne di considerazione, perché dalle prime poco si discostano. Allora dietro approvazione Sovrana, ottenersi delle medaglie di oro o di argento, portanti il nome dell’artista, e sulle opere mettersi il nome dell’autore col premio riscosso; e le sale per altri. 15 giorni ritornare ad essere aperte al pubblico, onde il plauso di tutti, coronar potesse vie meglio il merito, e spingere a maggior lustro nell’arte i premiati e gli applauditi.

Magnifico ne fu il primiero esperimento. A schiere concorsero gli artisti; i giovani emularono co’ vecchi. Si distinsero tutti i giovanetti allievi del Reale Istituto di belle-arti, nonché gli adulti, che da questo Istituto medesimo appresero ogni ramo di siffatto studio.

Dalla cera al marmo nelle opere di plastica e di scultura, dalle più elementari linee alle più vaste composizioni di pittura, ammiravasi, che dopo tanti anni di guerra, il nostro reame a volo ritornava atleta nei vaghi ed ardui prodotti dello scalpello e del pennello, come in tanti secoli diede una scuola ammirala sempre nei Tasti artistici dell’italiana terra. E noi non crediamo male a proposito citare in queste pagine taluni di quelli che ottennero i premii nella primiera pubblica esposizione; poiché oggi questi tali son giunti in gran lode presso noi ed in fama non peritura presso gli stranieri; o che pittori o che scultori o che architetti fossero, E potrassi così ben a ragione conchiudere che l'idea del provvido Sovrano di stabilire una pubblica esposizione di belle-arti nel Regno, fu di massimo incremento per la gioventù artistica, e che il merito ottenuto fin d'allora su quei giovani, non si è smentito, e che l’emulazione primiera, aprì il varco ai più gloriosi successi per l’avvenire. Le prime medaglie di oro vennero date a Camillo Guerra, a Filippo Marcigli, a Tommaso de Vivo, ad Antonio Caly, ad Angelo Solari ed altri. Le medaglie di argento di prima classe, colla leggenda, premio al merito eminente di.... furon date fra i primi ad Orazio Angelini, a Tito Angelini, a Gennaro Caly, a Raffaele Garelli, a Francesco Citarelli, a Carlo de Falco, a Salvatore Fergola, n Michele Foggia, a Giuseppe Settembre. Le medaglie di argento di seconda classe colla leggenda, premio al merito distinto di... furono date frai primi, a Raffaele d’Auria, a Vincenzo Abate, a Gennaro Maldarelli, a Giuseppe Marcigli, a Gabriele Smargiassi ed altri; e a Cuccinielli e Bianchi, pel perfezionamento recato alla nascente arte litografica presso questo paese.

Chi sian oggi questi tali che abbiam visti premiali nel 1825, non ò d’uopo ripetersi da noi. I di loro nomi e le di loro opere vanno encomiate in Europa.

Francesco volle co’ suoi figliuoli visitare l’esposizione, e la bontà reale fu lusinghiera di giusti elogi; fu dispensatrice di maggiore incoraggiamento a quei giovani, facendo compra d’una porzione de' quadri e sculture; maniera che poi Ferdinando II a larga mano à ripetuta in ogni esposizione, sicché oggi la ristaurata ed abbellita sua regal dimora è così colma di. oggetti artistici acquistali nelle successive esposizioni, da ammirarsi una reggia convertila in brillantissima quadreria; come nun é a tacerci che in Napoli, in Sicilia e nelle provincie del Regno, non vi à chiesa novella o rifatta, ove Ferdinando II, non avesse donato dei capolavori artistici del genere sacro, acquistati nelle esposizioni patrie.

Essendosi nel medesimo anno pubblicato un altro provvedimento sovrano, che perfezionava e migliorava la istituzione della pubblica mostra delle patrie manifatture, così d allora, onde dar tempo necessario che i concorrenti dell’una e dell'altra esposizione si preparassero a sufficienza, in un anno si stabilì l’esposizione di belle-arti, in un altro l’esposizione di manifatture; alternandosi così pel tempo avvenire.

Al cadere dell’anno istesso 1825, non contento Francesco di aver preso in tanta cura le belle-arti, volle assicurare ogni perfezionamento agli artieri, onde le utili nozioni della meccanica applicata alle arti progredisse negli opifici e nelle officine degli operai, istituendo delle gratuite scuole elementari di belle-arti, commettendo a (re valenti professori l’insegnare i principi! di disegno di figura di architettura e di ornati. Vennero perciò assegnati i fondi annuali di mille e ottanta ducali, da prelevarsi dagli avanzi dei fondi provinciali addetti alla pubblica Istruzione. Il Reale Istituto di Belle Arti ne ebbe la dipendenza; e convenevole locale si ebbe all’uopo, nel palazzo de Regii Studii. Si diede per regolamento che i giovani ammessi dovrebbero saper leggere, scrivere e i rudimenti di aritmetica; così spronando la bassa gente ad essere istruita per quanto basta ne' loro mestieri. Il dì io maggio del 1827 furono aperte le anzidette scuole.

Si ebbe a divisamento di ergersi a maggior magnificenza dello spianato della napoletana Reggia, le due statue colossali in bronzo di Carlo III e di Ferdinando I, onde adornare quello spazio che divide il palazzo Reale dal tempio del gran Santo da Paola. Tanto gigantesca impresa diedesi al Fidia italiano, all’immortale Canova. Ma questo genio illustre delle arti-belle, compito che ebbe la statua di Carlo a cavallo, ed il cavallo su cui posar dovea la statua di Ferdinando, sen morì, compianto dall’universale.

Era d’uopo intanto che l’opera si compisse; e niuno, benché valente nell’arte, osava offrirsi allo scopo, e fra gli scultori scorgevasi quell’imbarazzo osservatosi già a Roma fra' poeti, quando si trattò di compier versi incominciali da Virgilio.

Il Governo perciò volle spronare ad un concorso i buoni ingegni del regno e dell'estero, onde l’emulazini, e vincesse il cimento di esporre il più valente a contendere col Canova. Il concorso ebbe luogo, ed a volo della commissione incaricala di esaminarne i saggi, nonché a parere. del valentissimo Camuccini elio presso noi trovavasi, venne scelto il giovane Antonio Caly, nativo di Napoli, oriundo di Sicilia, già allievo distinto del celeberrimo Thorwaldsen.

Il Caly coronò il suo ardimento di gloria non peritura. Francesco I con la sua augusta famiglia, con un treno reale fece visita all'artista il dì 10 novembre del 1825, onde vedere il modello della statua già eseguito dal giovine ardimentoso, e rimase commosso nello scorgere in quella plastica a grandi proporzioni, la rassomiglianza sì identica del volto di suo padre, che quel simulacro è più allo a tramandare alla posterità i lineamenti veraci di Ferdinando I. Il Re fu largo di giusti elogi all'artista; e nella più grande emozione di affetto gli disse: «Mi compiaccio dell’opera pel tenero e sacro oggetto che raffigura, per l'eccellente esecuzione della medesima, e per esser l’’autore un mio napoletano». La fusione in bronzo venne eseguita dallo scultore e fonditore Luigi Righetti, che i due cavalli o la statua di Carlo III anteriormente avea fusi benanche. Il merito di questo artista fu senza pari, e per la perfezione del lavoro e per la mole e per la integrità della fusione. Per chi sappia che la statua equestre innalzatasi in Francia a Luigi il Grande, e che le medesime inferiori di mole di Enrico IV e di Luigi XIII eseguite in Parigi, e che quelle di Marco Aurelio in Roma e di Cosimo de' Medici in Firenze, furono fuse a pezzi separati, mentre le nostre statue equestri sono fuse ad un sol getto; dovrà grandemente plaudire il rinomato artista fonditore, che seppe con distinzione riuscire a una sì colossale impresa. La statua di Ferdinando I, del peso di 34ooo libbre fusa in S. Giorgio a Cremano vicino Portici, riesci magnifica, occupando l'artista sei ore alla liquefazione dei pani di bronzo, del peso ognuno di non meno che 9,000 libbre, e cinque minuti per il getto.

Mentre in Napoli si compiva questo grato ricordo monumentale alla memoria di Carlo e Ferdinando, in Palermo tra feste clamorose s’inaugurava nel Foro Borbonico una magnifica statua marmorea di Francesco I, opera dell'architetto siculo Villareale. Così praticando i palermitani, vollero emulare il continente del reame nell’affezione ai loro principii monarchici e dinastici, emulando insieme lo spirito alla cultura delle belle-arti tra l'isola ed il continente.

Ne’ primi giorni di ottobre del 1828 avvenne questa funzione; e belle pagine furono scritte per tramandare alla posterità la pompa solleone ed universale di quel popolo entusiasta, nel collocare la grande statua del Re Francesco tra quelle de' suoi avi augusti. Il luogotenente generale dell'isola Marchese delle Favare fu largo di tutti i suoi mezzi qual prima autorità dell'isola, onde vestire di maggior sussieguo la funzione. II celeberrimo abate Scinà dettò l’iscrizione scolpita alla base del piedistallo, su cui posa la statua. In ultimo le pubbliche accademie letterarie si unirono per allegrare tra commemorativi componimenti il fausto giorno. Oh! come sono tradizionali in quel popolo vivace le feste reali!Terminando questo rapido cenno delle nostre opere artistiche sotto il breve governo del padre dell’augusto Re attuale, vogliamo non dimenticare i prosperi successi della litografia fra noi, dietro le cure spese negli anni su’ quali ora ci tratteniamo, da Domenico Cucciniello, Direttore del Genio Militare Idraulico, uomo intraprendente sino alla meraviglia ogni qual volta l’occasione si presentava di portar lustro maggiore alle patrie arti e mestieri. Mercé sua, questa nuova maniera di moltiplicare le copie de' disegni artistici con lieve spesa al paragone dell’incisione, ottenne in pochi anni lustro ed incremento da gareggiare colle carte litografale provenienti da Francia: Cucciniello ebbe in quelle artistiche cure a solerte compagno Lorenzo Bianchi; come altrove parlando di ulteriore lustro arrecato a quest’arte, terrem parole lodevoli per Salvatore Pergola e Filippo Girelli; rinomato artista il primo; indefesso regolatore il secondo ne’ progressivi processi che per suo studio à ottenuto presso noi la litografia.

Dopo gl'incoraggiamenti arrecati alle arti-belle, Francesco credè rianimare benanche, per quanto i tempi lo permettevano, le manifatture del Regno, come di sopra annunziammo, emanando decreti fin dagli n dicembre del 1825, affinché il Real Istituto d’Incoraggiamento ristabilisse le annuali esposizioni pubbliche di tutti i prodotti delle patrie manifatture; assegnando i premii voluti dai regolamenti a chi meglio presentasse all’esposizione utili miglioramenti o importanti invenzioni ne singoli oggetti.

E già nella pubblica esposizione del 1826 l’emulazione fu straordinaria tra i concorrenti. Presero parte agli industriosi e meccanici particolari anche gl’individui addetti agli stabilimenti del Governo; e fra questi si distinsero gli artefici della Real Fabbrica di arme della Torre dell'Annunciala, quelli della montatura e sala di arme di Napoli, quelli della fonderia Reale di Napoli e quella detta della Mongiana residente nella Provincia di Calabria Ultra 2.; ed insieme gli alunni dell’Albergo de' Poveri e stabilimenti riuniti, quelli dell’Orfanotrofio di Cerignola e del Real Ospizio di Giovinazzo, nonché le persone addette alle seterie di S. Leucio. Quando noi dovremo tener discorso degli incrementi industriali manifatturieri e meccanici delle nostre provincie, sotto gli auspicii operosi del Governo di Ferdinando II, di ragione saremo profusi nelle parziali descrizioni de' patrii incoraggiamenti, perché quel tanto che annunciamo oggi appartiene ai primordii de' nostri avanzamenti manifatturieri, dopo le decennali emergenze.

Eguali cose potrebbero citarsi in riguardo alle opere pubbliche che in quel giro di tempo, se non ebbero una regolare e pronta esecuzione, ottennero prosperevoli iniziative; specialmente per quel che riguarda il ramo de' ponti e delle strade che. fin d’allora teneva a suo regolatore il denemerito Carlo Alfan de Rivera, che oggi in estrema canizie può chiamarsi di dritto il veterano dei lavori pubblici dei Reame delle Due Sicilie. E siccome per regolare andamento del nostro racconto, peculiari dettagli all'uopo Siam prefissi a narrare quando ci toccherò discorrere di Ferdinando II qual Vicario del Regno; così affrettiamo ora a dar termine al primo libro della Storia patria contemporanea, segnando di volo taluni individui distinti dell'epoca nostra; ed in ultimo citando alcune persone preclare, estere o patrie che morirono in quel giro di tempo, affinché la parte cronologica, essenziale ad ogni storico lavoro, non rimanga cosi, difettosa ed oscura nel nostro.

La scuola medico-chirurgica del nostro reame, vantata ognora in Europa pe’ suoi progressivi successi, assisteva il dì 28 gennajo dell’anno 1827 ad una ardua operazione che poi ottenne gli applausi di tutte le accademie chirurgiche estere.

L’illustre professore Leopoldo Chiari che anni prima avea dato il primo esempio in Napoli a legare l’arteria iliaca esterna nel basso ventre, presentò nell’indicato giorno il felice risultato nel far ammirare per la prima volta nel monumentale ospedale degl’incurabili la disarticolazione dell’omero. La mano anatomica di questo chirurgo seppe, eseguendone l'operazione in pochi minuti, dar tali modificazioni a' metodi conosciuti, che ottenne l’adesione di prima intenzione di due terzi della ferita, e la cicatrice lineare che si approssimò poi, fu visibile appena.

In questo giro di tempo fece ritorno in Napoli dal suo giro scientifico per l'Europa Benedetto Vulpes, professore di patologia presso noi. Non è da obbliarsi da' contemporanei quali lusinghiere ammirazioni ottenne questo nostro concittadino da' dotti e dalle facoltà mediche europee. Basta citare la onorevole relazione che facea all'accademia di Parigi il dotto Andrai, figlio, sulla memoria del Vulpes riguardante il Sinoco gastro-reumatico del clima di Napoli. Né sono da obbliarsi le sue scientifiche pellegrinazioni nelle università di Dublino, di Edimburgo e di Londra. Leggendo il Clinical Reports di quell’anno, giornale medico di Dublino, diretto dai medici di quell’ospedale Guglielmo Stobas ed altri, troviamo queste parole.

«In molte delle sezioni cadaveriche, particolarmente in quelle e della febbre maligna con ingiallimento alla pelle, noi siamo stati e fortunati nell’aver l’assistenza del dottor Vulpes, professore di patologia in Napoli, alla di cui patologica accuratezza, con piacere e offriamo la nostra riconoscenza».

Qui cade a proposito cominciare a far parola degli operosi studii legislativi dell’illustre contemporaneo giureconsulto e pubblicista insieme, dir voglio Nicola Nicolini, che oggi può dirsi il Nestore della napolitana magistratura e giurisprudenza. Ci riserbiamo in prosieguo della Storia dare più ampli giudizi su costui, benché la lode europea renda inutile ogni nostro encomio.

Nel 1828 il Nicolini diè principio a stampare un’opera necessaria come di utile aspettativa, eh è quella della Procedura Penale del Regno delle Due Sicilie, esposta con le formole corrispondenti. Quest'opera stabilisce un completo comento della quarta parte del Codice e delle leggi organiche che vi son relative; e si estende a tutti i giudizi, e ad ogni grado e specie di procedimento, anche di eccezione. Vi è fondata, ma sopra un piano più esteso, la istruzione per gli atti giudiziarii penali ad uso de' giudici di pace, compilate già dall’autore medesimo d’ordine superiore, e quindi ampliata in novella edizione.

Il Nicolini tenne a principale suo scopo far conoscere i rapporti di convenienza e differenza tra la nostra antica organizzazione e la nuova, e tra il nostro antico e nuovo rito, con indicare minutamente e di grado in grado tutti gli ordinamenti, pei quali dal felice innalzamento al trono del glorioso Carlo III fino al regno di Francesco I, siamo finalmente venuti al presente sistema.

Ne risulta quindi un comento tutto proprio del nostro paese e del nostro foro, perché principalmente fatto con le nostre leggi, e con la guida de' nostri autori e della nostra giurisprudenza..

L’opera è divisa in tre parti. La prima contiene lo stabilimento de' principii. La seconda l’istruzione celle pruove. La terza il trattato de' giudizi. Come dicevamo poc'anzi, ritorneremo più volte in prosieguo a tener discorso di quest’autore e delle sue opere. Iniziamo in queste pagine per la prima volta il nome di Raffaele Longobardi, che dietro lungo periodo di magistratura decorosamente adempiuta nel volgere di più lustri, nel 1827 occupando la carica di Procuratore Generale del Re presso la Gran Corte Criminale del Principato Ulteriore, venne destinato ad Intendente della Calabria Citeriore; e dopo qualche tempo venne chiamato alla carica di Prefetto di Polizia in Napoli.

Con decreto del 15 dicembre 1828 troviamo che Giustino Fortunato, pel ritiro avvenuto del marchese Ottavio di Avena, venne promosso a Procuratore Generale effettivo della Gran Corte de' Conti al di qua del Faro, mentre serbava egual carica come aggiunto; ed i Consiglieri dello stesso collegio Ferdinando Ferri e Pietro d'Urso promossi furono ad avvocati generali.

In riguardo alla morte di persone distinte nel periodo di tempo che abbiamo trattato, rinviensi in primo quella del Conte de La Tour Envòivre, Tenente Generale della Real Marina, avvenuta nel 4 febbraio 1826. Fu uomo probo, di onesti principii e di prodezza nelle arme, grandemente ligato alla dinastia de' Borboni di Napoli, presso la quale mostrassi devoto negli anni sventurati e ne' prosperi, a moglie di questo personaggio,, rispettabile dama Enrichetta dei Conti di deillimer, vivente tuttavia, è stata la ben degna educatrice delle principesse reali figliuole di Francesco I, e gode tuttora negli estremi suoi anni l’amore ed il rispetto della intera famiglia reale che à veduta nascere.

Nel 28 marzo dell’anno medesimo cessò di vivere il Tenente Generale Marchese di Circello Tommaso di Somma, ch'era nato nel 2 marzo del 177 dal Principe di Colle Gennaro di Somma e da Maria Spinelli de' Marchesi di Fuscaldo.

Quest’uomo appartiene a quella classe rispettabile d’individui, alla morte de quali deplorasi spenta l’antica virtù, con cui aveano illustrato il loro secolo. La bontà de' modi, l’ingenuità de' costumi, la fermezza delle opinioni moderate, i sacrificii di persona e sostanze, onde star fermo al proprio giuramento di uomo pubblico, son questi i meriti biografici del Marchese di Circello; oggi perle rare nell’Europa politica, salvo le più nobili eccezioni appartenenti all'età nostra, usa a vantare la scienza e l’ingegno nella carriera pubblica. La carriera diplomatica di Circello è ligata all’ultimo periodo del secolo passato, e in Copenaghen ed in Londra come ministro plenipotenziario. Fu segretario di Maria Carolina in Palermo, più volte Ministro e Consigliere di Stato dopo il 1815.

Nel dì 3 febbraio del 1827 altro lodevolissimo individuo se ne moriva in Napoli, il Maresciallo di Campo Marchese della Schiava, Vincenzo Maria Mastrilli, nato nel 1750.

Fu costui che nel 1797 vedendo le urgenze di guerra che si sentivano ai patrii confini, espropriò parte del suo patrimonio, e presentò in dono al Re Ferdinando IV un completo ed armato reggimento di cacciatori di montagna, mettendosi alla lesta qual comandante. Ebbe parte alla guerra delle masse contro i francesi; e se quelle gare di religione e di nazionalità fossero state raccolte a tempo, invece di comentare i patrii tradimenti di quegli anni calamitosi; oggi i fasti nazionali e reali dei Vandeisti in Francia non sarebbero soli in chiarezza al paragone de nostri, adempiuti grandemente in quegli anni. Il Marchese della Schiava avrebbe più estesa onorevole biografia, se non potesse chiamarsi un La Rochejaquelein.

Diamo termine a questo capitolo col notare la morte dell'Imperatore delle Russie Alessandro I e coll’esaltazione al trono di Nicola I, avvenuta al termine del 182S. Come rammemoriamo fra le celebrità estere la morte di Lord Canning, avvenuta in Londra il dì 8 agosto 1827. Peculiare interesse spiegheremo su questi due personaggi, nelle illustrazioni istoriche che alla fine di ogni volume di questa Storia si avranno come tanti quadri sinottici.


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LIBRO SECONDO (18)

Ferdinando Duca di Calabria. Comandante Generale dell'armata nel Regno.


CAPITOLO XII

Sguardo retrospettivo della milizia presso il Reame — Idea morale delle armate stabilite in Europa col succedere de' secoli, e loro andamento politico col mutare de' tempi — Giudizio sulla milizia nel Regno delle Due Sicilie, ne’ tre periodi della Monarchia Borbonica: cioè dal 1734 al 1806, dal 1806 al 1815, e dal 1815 al 1828.

Dura necessitò, ma necessitò santa, doverosa eminentemente, come eminentemente nazionale monarchica e cattolica, si è al certo a noi già figli d’un’età tutta presente, il sollevare con ferma mano il velo, che serba oggi malamente custodite le illustri patrie memorie militari spellanti a tre periodi di tempo non lontani da noi per lunga successione di anni, ma lontani molto per spirito di verità.

Dal glorioso acquisto a' indipendenza politica e di dignità sociale che queste patrie contrade ottennero col fortunato venire a noi di Carlo III, fino a che ilcanuto suo figlio Ferdinando I, sazio di vita e d’imperio scese a chiudere i suoi avanzi mortali fra i regi sepolcreti di S. Chiara, ed il suo erede primogenito Francesco I salì a prendere le redini dei Reame delle Due Sicilie; nonpassano che novantuno anni. Ebbene questo periodo di tempo che in altri secoli avrebbe dato la pena di vergar poche pagine ad uno scrittore di storia, oggi abbisognerebbe di molti volumi, se un valido ingegno patrio sorgesse a volerne compilare gli annali.

Richiamiamo solo al pensiero quegli uomini e quegli anni; anni tempestosi, pel contrasto del male contro il bene, uomini gagliardi che si azzuffarono nella corsa delle idee in prima e delle opere in poi; gli uni col progredire smodato per retrocedere sfiacchiti dietro a foga delle illusioni, gli altri col restar fermi di troppo per avvallarsi robusti dietro l'impegno delle possibili realità.

Intanto i progressisti, onde sbrigliarsi di troppo, odiavano come inciampo al libero camino i voluti retrogradi; e questi perché violentati al procedere dai voluti progressisti, senza muoversi non accettavano sfida ma sfidavansi alla scambievole, ognuno pertinace di volere, animoso di vittoria, sdegnosi tutti di conquistarsi a vicenda. Ma la società è una catena, gli uomini anelli di questa. L'urto di chi va' e di chi viene per forza dispettosa, intralcia, preme, urla, rompe; e mentre in moti diversi la forza ch'era concentrica ed armonica si divide e si contrasta, le volontà si sollevano in permanenza di predicate ragioni senza base di raziocinio, le passioni che son cicche per natura, rendono orbi gl'intelletti ne' contrasti; ma i cuori? i cuori cedono fatalmente alla vista degli affetti infiammati, per correre il sentiero senza meta agli odii scambievoli,alle vendette di parte, alla guerra del pensiero, che apre il varco alla rivoluzione degli animi, per indi scendere a corpo perduto all'anarchia delle opere. Allora può dirsi, guai ai vinti, benché non vi sia vittoria per nessun partito; poiché dietro simili cimenti non vi ànno vincitori. Chi è capace di segnare il campo della verità, dietro queste lotte, non £1 altro che aprire il varco ai sofismi, per riaccendere con più sdegno le querele che dan mano a' rancori compatibili in guerra, ma che risultano in pace, esca di mordace premeditazione a' domestici rimproveri. Chi non pensa cosi, non comprende la vita sociale, non conosce gli uomini, lacera a man salva l’altrui e la propria bandiera.

Ciò detto, abbiamo riepilogato il quadro morale delle vicissitudini che vennero man mano a passar rassegna colle rispettive apoteosi e catastrofi, dinnanzi alla Monarchia Borbonica da Carlo III a Francesco I. Infatti il riflettere solamente come il giovine Carlo si solleva gigante per rovesciare con mano ardita il secolare feudalismo fra noi, e funeste guerre di successione che rendevano da lunga età un campo di stragge queste ridenti contrade, e la umiliante condizione civile degli avi nostri che abitatori di illustri città, le medesime costituivano appena una provincia suburbana or di questo or di quell’altro impero, e che con civiche schiere da lui guidate, corre su campi memorabili di Velletri a stabilire pe’ suoi discendenti un rea me novello, per noi una nazione; circostanze son queste che oltre il civile, il politico, il morale incremento, adducono a noi un’era militare da valutarsi con schietta verità, benché la gloria patria (che or tanto male a proposito si predica da taluni) abbia molta dose di dolcissima illusione.

In quei tempi gli eserciti non erano quelle falangi arbitrarie dell'ambizione latina che per lo spirito di centralizzazione incatenavano a Roma gl’imperi onde fruire della gloria momentosa d’un trionfo in Campidolio, ed ottenere ciurme di schiavi che costituivano mani Soli infingardi ad ergere moli superbe alla vanità de' conquistatori, on somigliavano alle orde de' barbari invasori dell’occidente, scesi a vendicarsi su’ nepoti di que’ magnanimi che recarono la civil comunanza a' padri loro, umane belve tra le foreste native. Non da paragonarsi a quegli arrischiati palladini che il Magno Carlo compose a drappelli di generosi quanto accattabrighe, cavalieri erranti. Non pari a quelle schiere cristiane che io più epoche corsero a sciogliere il voto pel glorioso acquisto, onde far risorgere adulta la religion cattolica in quell’oriente ch'e primo fu a vederla in culla. Non da assimilarsi a quelle bande venditicce che nel tempo di mezzo popolarono disgraziatamente l’Italia, composizione anfibia di gente che contava i padroni dalla paga, e che qualche fiata fur viste in un medesimo giorno combattere dalla manina alla sera in due opposti campi onde raddoppiare moneta in tasca. Ma potean dirsi gli eserciti d’allora simili a quelli surti con Luigi XIV, autore potrei dire delle armate permanenti in Europa, onde tener deste le ragioni della non decisa supremazia tra la Francia e l'Inghilterra, ed insiememente tener guardata la rivalità francese ed alemanna sulle sponde non scompartite ancora del fiume termine, il Reno. Serbavano perciò il carattere di quegli eserciti che aveano fatto la lunga guerra di Europa, per la disputa di successione al Trono di Spagna tra i Borboni e gli Austriaci, e che segnò la pace generale ai Utrecht nel 1713; di quegli eserciti che poi presero parte alla guerra disastrosa che segnalò la morte dell’impera (ore d’Austria Carlo VI e la salita a quel Trono di Maria Teresa sua figlia, e che si ebbe pace co’ trattati di Aquisgrana nel 1748; benché poco dopo scoppiasse la famosa guerra de' sette anni, guerra che fece sorgere a regno ed a potenza rispettabile nella bilancia politica d’Europa, la Prussia retta dal Napoleone dell’epoca, Federico II, mercé i trattati di Parigi del 1763. Le armate d’allora, come si vede chiaro, tenevano l’impronta non più della conquista armata soltanto, ma della conquista pacifica, dei trattati, delle possibili alleanze, mercé una politica che lusingavasi basare l’equilibrio europeo con una durata lusinghiera di molto.

Con le guerre di Federico II sorse la vera tattica militare, che diè mano a una riforma generale sulla strategia dei campi, benché rimanesse bambina fino a Napoleone, che co’ mezzi di Federico seppe creare quelle grandi evoluzioni, che fecero stordire l’Europa ed il mondo.

Allorquando Carlo III venne alla conquista del Reame, le nostre provincie erano occupate dai tedeschi come per presidio, né un’armata noi possedevamo all’infuori delle poche bande d’armigeri al servizio de' baroni. Con Carlo si diè capo a una simile istituzione fra noi, e benché la battaglia di Bitonto fosse tenuta da tedeschi e spagnuoli; purtuttavia non pochi de nostri presero parte in quella giornata di guerra perla vittoria di Carlo, come fra i duci pugnanti per l’Austria si distinsero vari patrizi napolitani parteggianti dell’impero.

Poco dopo successe la guerra di Velletri; e benché Carlo non avesse avuto tempo bastante a poter stabilire un’armata napolitana, purtuttavia fece un appello alle popolazioni del costituito reame, e a volo sursero que' memorabili reggimenti provinciali che sotto gli ordini suoi emularono in bravura con quelle falangi spagnuole che aveano assistito alle tante guerre di Europa e di America.

Ritornato alla pace, Carlo si diè cura massima per basare un esercito; e benché gli usi de' tempi non permettessero di pubblicare una legge organica per la leva militare, a questa si sostituì l’ingaggio nelle provincie, si obbligarono i feudatarii a dar uomini armati allo Stato; si diè l’onore ai nobili di capitanarli, onde toglierli dagli ozii. Così noi elevati a paese indipendente, ottenemmo il favore di avere un esercito florido ed agguerrito per gli usi di terra e di mare, con uomini naturali e del Regno.

Partito Carlo da Napoli, la nostra armata di terra e quella di mare cominciò ad indebolirsi, finché scomparve in forza, in disciplina ed in numero, mercé le lente cooperazioni del Ministro Tanucci, che credeva inutil cosa avere dispendio per un armata in piccolo stato, difeso abbastanza dalla pace generale di Europa, dalle alleanze de' potentati, dalle nuove parentele che erano avvenute tra i Borboni di Francia e di Spagna con le corti più influenti e rispettabili. Grande errore d’un uomo sommo, se pure un tale oprato fosse dell’uomo di Stato o del giansenismo a cui si vuole essere stato collaboratore il Tanucci.

Abbiamo detto altrove, essere stato quel periodo di tempo molto fatale all’Europa, e niente avventuroso per questo reame. Si credè futile l’assioma che chi vuol rimanere in pace si prepari alla guerra, ed invece si aprì tra poco il varco alla foga delle sette, finché giunse a desolarci la rivoluzione prima e dopo, la guerra. Eppure Tanucci che si crede d'aver tenuto in grande stima l’ingegno del Machiavelli suo compaesano, non seppe leggere in questo una delle poche verità fra tanti errori, cioè che «Filopomene, principe degli Achei, intra l’altre laudi che dagli scrittori gli sono date, è che ne’ tempi della pace non pensava mai se non a' modi della guerra» (Lib. del Princ. Gap. XIV).

Ferdinando IV giunto in età maggiorenne, e per conseguenza padrone di se stesso ne’ regolamenti governativi, si avvide bentosto del massimo errore di Tanucci su questo riguardo. Maria Carolina venuta a nostra Regina, calcolò benanche la mala situazione in cui stavasi il Regno, sprovvisto di esercito capace a tutelare un’isola, qual’è la Sicilia ed un continente circuito da tre mari. Si diedero l'uno e l’altra a chiedere de' mezzi opportuni per riparare un lai, massimo errore, tanto maggiormente che ogni Stato di Europa ove più ove meno,vedea chiara una burrasca sociale che facea duopo di pronti ed energici ripari.

Ma gli eserciti non si creano, che dietro delle grandi circostanze, purché si abbiano almeno dei quadri di reggimenti antecedentemente ben esercitati alle arme e cultori dello spirito di disciplina; avendo però la sorte di possedere anteriormente, o di ottenere con prontezza un individuo che fosse capace di saper stare alla testa di un esercito, costituirsi da un tratto padrone di tante volontà, infondere l'entusiasmo, l’energia, il prestigio della gloria. Tutto questo a noi mancava in quegli anni. Persino le abitudini militari eransi allontanate dal governo e dalle popolazioni, se si eccettuino taluni veterani duci o gregarii, reliquie della spenta armata, che avea latta sorgere fra noi Carlo III.

Se mancano le circostanze imponenti, se neanche più esistono i quadri d’un esercito che fu, se ingegni validi non sorgono quando urge il bisogno; d’uopo si à di anni per poter costituire un corpo d’armata capace di tutelare uno stato a seconda della sua estensione, de' suoi confini e de' mari o de' grandi fiumi o delle catene dei monti che spesso nella topografia europea dividono gli Stati l’uno dall’altro. Ferdinando IV, benché non educato grandemente agli esercizi guerreschi tanto stimati necessari! in tutti i secoli a' principi Sovrani; purtuttavia si diè alla pruova,creando un battaglione di scelti uomini per uso di terra e di marina che chiamò Liparotti, e da se istruiva questa gente. Invitò degli esteri uffiziali che tenevano nome di saper dare istruzione a' soldati; e la storia ricordar deve fra questi un Augerau, che poi addivenne quel rinomato generale di Napoleone e maresciallo dell'Impero, un Eblè che addivenne anche stimato generale francese, ed un Pommereul colonnello francese di molto ingegno, e che seppe ben giudicare a quale primato l’artiglieria napolitana sarebbe un giorno per giungere.

Dietro questi stenti e cura usate, cominciò sorgere un’armata presso noi, se non usa a grandi evoluzioni, capace almeno di assegnare un contegno nel paese ed un riguardo all’estero. Si videro crescere così degli ottimi uffiziali capaci di star bene alla testa d’un reggimento, ma tuttavia non potevamo vantarci di possedere esimii generali.

La marineria militare però, alla partenza di Carlo dal Regno non rimase in eguale abbandono, benché diminuisse il novero de' legni. Ne fu alta ragione la posizione marittima dello Stato, la parte insulare che tiene a se unita, nonché le incursioni barbaresche che allora accadevano continuamente su i littorali, e così alla preda dei nostri legni mercantili. Purtuttavia Ferdinando stimò convenevole chiedere al suo cognato Gran Duca di Toscana un ufficiale intenditore perfetto dell’arte militare marittima, e si ebbe Acton. Non contento ancora, prese cura di mandare de' giovani ufficiali di marina al servizio inglese, onde perfezionarsi, e col ritorno riuscire di scuola a novelle piante degne di quell’arma; e fra questi ricordiamo il Caracciolo, che sfortunatamente tanto si distinse al servizio della marineria inglese, che poi nel momento delle sue abberrazioni politiche, cadde vittima più per la gelosia di Nelson che per propria colpabilità. Il novero de' legni da guerra di alto bordo e di ogni dimensione fu aumentato sì che lo stato in pochi anni crebbe in forza in rispetto ed anche in gelosia presso i primarii governi di Europa. Dietro questo si assegnò una legge che istituiva la leva militare ne’ comuni, per quanto lo permetteano i tempi ed i costumi delle popolazioni, non più adatte alle cure della guerra. Si ebbe allora un esercito di 3o,000 uomini pel servizio di terra, ed un numero sufficiente pel completo dell’equipaggio per la flotta.

Così camminavano le cose, quando s’intesero i primi movimenti della rivoluzione francese. Non trascuraronsi dai Sovrani di Napoli quelle cure e quegli apparecchi militari, che il prologo di tale mero degli armati, mancava un supremo duce che infondesse l’entusiasmo de' prodi, e che possedesse forza e intelligenza per capitanare un esercito. Non mancavano delle ottime mediocrità; ma fra queste era difficile fin d’allora il discernere i timidi, esperii soltanto nella tattica, ma non coltivati alla pratica strategica ne’ campi per far nascere quelle talentose evoluzioni, che decidono le grandi sorti della guerra. Fra il novero delle ottime mediocrità medesime, eranvi parecchi individui meno esperti de' primi; ma più audaci, più risoluti, più pertinaci per correre l’arringo delle battaglie e per gittarsi a corpo perduto in traccia dell’onore e della gloria: ma questi tali, o per malizia, o per desio di novità erano ascritti già alle sette liberali di que’ tempi o almeno fanatizzavano per le tristi novità francesi di quegli anni. Vedremo or ora a quali conseguenze spingeranno l’esercito napolitano e gli uni e gli altri.

Eppure delle gloriose gesta vi sono da chiamarsi a memoria, prima de' rovesci delle napolitane bandiere. La nostra marina militare ottenne in quegli anni nientemeno che gli elogi della superba marineria britanna, per le prodezze spiegate contro la Gotta francese ne’ paraggi di Savona. Palme guerriere lodevolissime raccolsero le nostre arme di terra e di maro nell’assediata piazza di Tolone, ed a gloria maggiore, non diedero mano alle tristizie straniere che ivi incendiavano una Gotta ed un cantiere nel partire;e sui legni napolitani soltanto ottennero rifugio estremo le reali bandiere di Francia e tutta quanta gente potò mettervi piede,onde scansarsi dal furore dei vincitori e dalle velleità dei protettori che aveano abbandonato d’un tratto quella città fedele, ad esca delle vendette repubblicane e della flotta nel porto ridotta in fiamme peggio che eruttante vulcano; annientando così ogni ulteriore scampo dei vinti, ed ogni loro estrema disperata difesa, in ultimo al cominciare delle campagne d’Italia tra Napoleone e gli austriaci, la nostra cavalleria mandata in soccorso de' tedeschi in Lombardia, seppe in ogni rincontro chiamar su di se l’attenzione degli alleati e le meraviglie de' francesi; ed ottenne un doppio scopo, l’uno e l’altro ammirabile. Il primo fu quello che ne’ disastri delle arme austriache sul Mincio sotto il comando del generai Beaulieu, i francesi erano per chiuderle la ritirata nelle strette del Tirolo, se non fosse stato l’ardire della cavalleria napolitana che col suo valore e colla sua morte, seppe mettere in salvo l’armata imperiale. Il secondo fu quello che Napoleone, avendo misuralo il valore dell'esercito napolitano dalla nostra cavalleria, mutò pensiero di portar guerra allora al Regno, ed invece stipulò un trattato di pace co! Governo di Napoli.

Col succedere intanto delle vittorie delle schiere francesi in Italia, Napoli accrebbe lino a 42,000 uomini l’esercito, che diviso in varii corpi, esercitavasi nei campi. Altre schiere ingrossale dal desio volontario delle provincie corsero a difesa delle frontiere. Quaranta legni di alto bordo, e centoquaranta legni minori costituivano un imponente flotta. Munizioni a dovizia, viveri abbondanti già stavano in serbo. I ricchi prestavan danaio, i baroni uomini ed arme, ed ogni giorno vedeansi squadre di cavalieri in difesa della monarchia e del paese. Buone intenzioni, ottimi proponimenti, gare di patria, entusiasmo di religione, tutto tutto vi era per difendere persino un vasto impero; mancava solo un duce supremo capace di riunire nelle sue mani tanti comandi, rendere ubbidienti ad un sol cenno tanti animosi, fondere in una tante volontà: e quel che era più, conoscere la topografia de' confini, saper dividere all’uopo le forze su punti determinati, semplicizzare gli ordini nelle circostanze; insomma conoscere la scienza di stabilire una guerra difensiva, e muoversi come e quando (acca duopo avvanzarsi ad una guerra offensiva.

Questo eminenze guerriere non erano, fra un oceano di armati desiosi di gloria come inesperti alle battaglie. Fu uopo forza chiederne allo straniero; e l’Austria mandava a noi un generale che dovea ristaurare i nostri disastri e provvedere a' nostri bisogni. La riuscita non fu che trista prefazione de' disastri che anni dopo dovea arrecare alle arme tedesche benanche quel generale che fu a noi dato, Mach. I disastri di guerra avvennero bentosto, perché era meglio non avere un duce supremo che averlo di quella fatta. Malamente seppe organizzare un piano di guerra difensiva, e si mosse alla guerra offensiva non solo, ma a quella di occupazione, senza alcun piano preveduto o prestabilito. I nostri ufficiali subalterni di qualche elevatura militare, l’abbiamo dello, eran o deboli e sfiacchirono l’energia delle schiere nel momento che la sorte delle arme vacillava; o venduti alla setta, e coll'infondere la titubanza nei soggetti, o il disprezzo fra gli eguali, o la niuna fede ne’ capi, provocarono così, il tradimento, lo scompiglio, l’indisciplinatezza, la fuga..

Le popolazioni che aspettavano grandi cose dal patrio esercito, vedendolo tornare vinto, avvilito e scomposto, invece d’intimorirsone, si animarono vie più tra lo sdegno e la vendetta. Le arme francesi sul Liri, sul Garigliano, sulla Pescara, impararono col proprio sangue che non le vittorie sul patrio esercito aveano aperto loro il varco nel regno, ma l’irregolare comando ed il tradimento. E sino in Napoli i così detti lazzaroni appresero agli stranieri che la guerra si sapea fare, benché mancasse il comando. Così nelle Puglie, così ne’ Principati e nella Basilicata, così pelle temute Calabrie i francesi impararono con le proprie sciagure che, se con la guerra delle popolazioni si sapea vincere, con un’armata meglio comandata, le patrie bandiere non avrebbero contato disastri in quegli anni.

In ultimo ricordar vogliamo di volo le giornate campali della repubblica Partenopea con l’armata a massa, della della Santa Fede. In quell'anno non vi era più straniero da combattere; eran due forze micidiali che si azzuffarono insieme con molta dose di sdegno cittadino. Le parti regie vinsero, battendosi con gagliardia e prive della scienza de' campi; e le parti ribelli che erano istruite alla manovra e conoscitrici de' campi di guerra, cederono al numero dopo essersi battute con accanimento. Non enarriamo de' fasti, perché fasti non esistono in simili lotte. Abbiam voluto ricordare tali cose, per distinguere ognor più lo spirito militare che nelle circostanze è insito ne, popoli nostri; e per ripetere il malavviso che tenne il ministro Tanucci col depauperare in lunghi anni la forza armata che nel Regno era stata lodevolmente costituita da Carlo III.

Da quest’epoca insino al Regno di Ferdinando II, le Due Sicilie (popolo uno) ebbero due eserciti differenti, or divisi da' mutamenti politici del Governo, or dalle abitudini di diversi condottieri, ed ora scissi per forza morale. Vogliam rendere palese il nostro qualunque giudizio, onde meglio far valutare gli sforzi generosi. del nostro giovine Re, nel dare origine a un novello regime militare nel nostro paese.

Dalle vittorie di Massena sulla già insanguinata Turchia, ai disastri non preveduti de' nostri battaglioni nelle strette di Campotanese. le arme napoleoniche ottennero l’agio d’invadere a proprio talento le nostre provincie e con poca spesa gridarsi vincitrici in Napoli. Fu allora che molti soldati di varie condizioni e ranghi stimarono lor dovere seguire il Re Ferdinando con una spontanea emigrazione in Sicilia. Molti altri, perché dediti da qualche tempo alla Francia per opinioni, si offrirono a' napoleonici conquistatori. Parecchi si credettero colla partenza del Re in Sicilia, sciolti dal giuramento antico, e si ascrissero volentieri a' nuovi vessilli. Tanti altri non ligati da giuramento alcuno, giovani vivaci, colpiti dalla fantasmagoria dell’età che traeva a se uomini e imperi, si diedero al servizio dell'uomo fatale; e non pochi, tratti dalle leve dispotiche di quegli anni, ugli di realisti, realisti essi stessi, dovettero passeggiare l’Europa a malincuore, e addivenire bravi o morire da croi, per sola volontà del nuovo padrone.

Gli agitatori di tutti i tempi e di tutte le opinioni, l’ira municipale che è legge antica ne' patri costumi, il fanatismo di parte, le differenti venture di guerra, ed in ultimo la storia di Pietro Coltella nell’esilio, sperarono dalla pace di Europa nel 181fi in poi, eternizzare gli odi scambievoli in un esercito ch'era nato alla gloria de' campi, parte in Sicilia al Servizio di Ferdinando, parte in Napoli al servizio de' napoleonidi. Queste scissure arrecarono vittoria alla Carboneria nel 1820; e se la provvidenza non ci dava Ferdinando Il Sovrano eminente nelle vedute politiche del governo, come eminente nelle vedute militari onde creare un esercito forte colla gagliarda fusione di tanti e sì diversi avvanzi gloriosi d’un’epoca guerriera che non è più; noi staremmo tuttavia o senza esercito o con un esercito di eterogenii principii, pronto in ogni crisi urgente o a sciogliersi 0 a ribellarsi.

Ed ecco che noi siam convinti non potersi magnificare abbastanza il giovine Ferdinando, come istitutore, duce, padre e Re delle sue arme, se prima non diamo uno studio imparziale sulle parti divise d’un esercito che si trovò unito per rimanere un solo nel proprio riunito paese, dopo gli addii di Fontainebleau e Waterloo.

Diremo qualche cosa in prima dell'armata di Ferdinando IV in Sicilia. Diremo qualche cosa dopo, dell’armata napoletana al servizio napoleonico. Infine come si unirono nel 1815, e come si unirono in ultimo dal 1828 al 183o sotto il comando di Ferdinando II.

La fedeltà ai propri sovrani, il rispetto alle proprie opinioni, l’amore di patria, il dovere di religione, il dispetto d’un’invasione straniera che veniva a rovesciare la monarchia di Carlo III, fondata sull’indipendenza di popolazioni colpite da tante vicissitudini di dominatori diversi; ecco i principi che regolavano l’emigrazione in Sicilia per tanta e sì diversa gente in arme divisa dal napolitano continente. Quell’armata generosa costituivasi di eminenti aristocratici che abbandonavano ricchezze, comodi, patria e congiunti. Di giovani animosi che avevano abbandonato il foro, i loro pacifici studii, le scienze, le lettere, le private ricchezze, e taluni fino la vanga. e l’aratro; onde capitanare guerriglie a proprie spese, e chi da semplice volontario accorrendo, allorchéle nostre popolazioni si levarono come in sol uomo a combattere con la guerra delle masse i francesi negli Abruzzi, in Terra di Lavoro, in Napoli, nelle Calabrie ed in altre provincie del Regno. Vi si aggiunsero degli esteri appartenenti a vari stati Italiani, nonché a varie regioni lontane di Europa, e questi mossi benanche dal dispiacere di vedere occupata in que tempi la patria loro da' francesi.

Tutta questa gente costituiva un corpo d’annata unitamente ai Siciliani devotissimi a' loro Principi. E siccome la Sicilia stava occupata dalla protezione Britannica; così i nostri battaglioni dovettero stare sotto i comandi inglesi in quegli anni. Si distinsero in quelle tante volte che nelle Calabrie attaccarono l’oste francese, e benché un giorno Regnier fosse stato battuto dagli anglo-siculi, l’Europa non ne parlò perché occupata di troppo dai fasti napoleonici che qualunque sacrificio costassero., ottennero plausi per fanatismo dell’epoca.

I nostri soldati seppero tener difeso a palmo, a palmo il lido dell'isola intera in ogni emergenza di quegli anni. Guidati in Ispagna a prender parte a quelle fazioni di guerra in cui si spense più d’un raggio della gloria di Napoleone, i napoletani si immortalarono nelle più ardue difese. I nomi loro non ottennero fama pubblica, perché i generali inglesi che li comandavano, non eran usi a pubblicare bollettini di guerra, o ad enarrare con strepitosi racconti le loro battaglie. Wellington duce supremo nella penisola ispana, odiava l’epopea predicata de' fasti bonapartisti. Uomo di arida e fredda ragione, generale di calcoli. e di misure, condottiero severissimo della disciplina, non amava come i francesi emanare quegli ordini del giorno pieni di entusiasmo e di gloria; e le sue ordinanze, restringevansi a dire ai corpi diversi che capitanava: Voi. siete ben vestiti, ben pasciuti; chi non farà il suo dovere, sarà impiccato.

Non per questo è da dirsi che i napolitani non. si mostrassero eroi, con quel popolo eroico di Spagna.. Oltre un Wellington capo supremo, oltre un Moore, i nostri ebbero a compagni quei temuti capi di guerillas, Mina, Empecinado, Mancho, Castanas e Palafox, quel Palafox che si elevò in prodezza da chiamarsi lo Spartaco delle Spagne nella difesa di Saragozza, ove seppero morire 54,000 persone, facendo guerra fin a coltello, prima di cedere. In qualunque modo sia, i napoletani nelle Spagne sotto il comando inglese, presero parte a quelle giornate in cui ebbero a soffrire dei rovesci i più rispettati generali di Napoleone, come è a dire un Massena, un Jourdan,un Ney, un Soult, ec. ec.

Un altro esercito si ebbe in Napoli in quell’epoca, nato dall’occupazione francese. Esercito disciplinato, istruito, valoroso, ma che dovette seguire l'impulso d’una gloria straniera, senza acquistare una pagina di storia che raccontasse i suoi fasti alla posterità. Per quanto i napoletani di Ferdinando in Sicilia nelle faccende di Spagna vanno appena nominati, mercé quel sistema militare di Wellington; per tanto i napoletani che presero parte alle gigantesche guerre di Napoleone su tutti i campi di battaglia., dovettero cedere i loro allori alla Storia francese e di Napoleone. Veramente non potea riuscire in altro modo. Il nostro reame continentale si tenea per conquistato da Napoleone, e perciò come una provincia dell’impero, pari a tutti gli altri stati d'Italia; le glorie delle nostre arme si tennero di dritto glorie delle arme francesi. Così vanno le cose: ed i Romani avi nostri non fecero altrimenti allorché conquistarono le Gallie, e conquistarono il mondo.Fra tanti disastri e dispiacevoli rimembranze, bisogna non obbliare che i nostri, talentasi per natura, seppero apprender tanto dell'arte della guerra sotto Napoleone, creatore può dirsi de' nuovi sistemi di tenere eserciti, d’istruirli e condurli alle battaglie, che vantar potevansi di aver allignalo novellamente fra noi uomini capaci di star bene alla testa di un'armata e di produrre delle nuove piante future nei corpi. Ricordando tale verità, non ripetiamo altro, perché è sola ed unica nel mare delle patrie vicissitudini di quegli anni.

Ora veniamo a dire che non prese parte in niun modo l’armata nostra in Sicilia pe rovesci dell’impero, né l’armata nostra in Napoli ebbe cura alcuna del ritorno della dinastia legittima sul continente. Fu un estremo conato dell’Europa che con fiumi di sangue volle a viva forza suggellare la pace universale. Furono le arme straniere ed il congresso di Vienna che menarono il vecchio Ferdinando a sedere ai nuovo sul reame di Napoli. Eppure a meriti e ricompense fuori misura aspirarono le due armate dopo la restaurazione, dalla restaurazione. Giorni di gioja furon quelli per il paese, ma giorni di amari scambievoli rimproveri che non doveansi ricordare,dall’isola al continente del Regno. Due armale napoletane s’incontrarono dopo tanti anni insieme; ognuna serbava le proprie glorie e le proprie disfatte. Sotto diversi vessilli aveano combattuto gloriose giornate, in tempi clamorosi e non definibili, ch'eran surti per attutire le guerre cittadine, le rivoluzioni sociali, le sette politiche. Benché i trattati e la clemenza del Re avessero gittata cenere sul passata de' nostri militari, purtuttavia l’odio vi era e si aumentava. 1armata di Sicilia, fedele e colma di onorevoli sagri Pici, cresciuta fra sventure gloriose, volea esser preferita, e Sii ottenuti reali favori si stimavano sempre non completi, e si credea quasi soggetta all’armata napoletana detta murattista, per posseder questa quell’andare superbo ch’era una abitudine presa fra le grandezze e le vittorie a cui era stata educata. L'armata murattista avendo a fianco la sicula, più modesta meno memorabile per fasti, più ricca di ricordanze Borboniche, or la credea inferiore a se stessa e serbava l’altitudine del disprezzo, or la stimava più cara al Re più preferibile dal governo reale, e si mettea nel cipiglio dell’odio e della sfida. Allora facea duopo d’un Principe Reale pieno di vita e di gloria militare, entusiasta per le arme, il quale mettendosi alla testa delle due parti, sapesse fonderle insieme, creare un esercito compatto, smorzare le rivalità, imprimere un carattere novello quanto unitivo a tante diverse parti cozzanti di elementi ed abitudini diverse. Insomma ci volea in quell’anno un Ferdinando II.

Queste non spente rivalità tra nostri soldati, diedero esca alla Carboneria di poi ad entrare nei ranghi, e collo spirito settario rovinare la disciplina e macchiare il giuramento. Le conseguenze non le diciamo per non ripeterle. Che ne avvenne? il nostro Reame trovossi novellamente in preda alle discordie, con esercito indisciplinato in prima, battuto in poi, sciolto in ultimo. Le arme austriache dovettero entrare nelle nostre provincie. L’esilio, la fuga, le destituzioni, le condanne, la prigionia ne seguirono. Novella disgrazia fu questa! la mano severa della giustizia dovette colpire il nostro esercito, e così invece di smorzare le gare antiche, riaccenderle maggiormente, perch’è dell’uomo nella colpa sentirsi più sventurato che reo, e credere più per odio di parte che per rigore di legge, inflitta la pena a' suoi traviamenti:Novellamente si compose l’esercito napolitano, che per quanto si credè facile l’eseguirlo, altrettanto non corrispose subito ai bisogni del paese. Creavasi novellamente la nostr’arma, dagli elementi d’un esercito che avea perduto la confidenza del governo e del paese. Creavasi colle parti meno ree d’un esercito incolpato, tradito, ed umiliato per necessità Creavasi sotto gli occhi d’un armata estera, venuta a metter l’ordine nel proprio paese che non seppe difendere ne’ giorni della rivoluzione; perciò niun contegno morale serbava in quegli istanti che novellamente giuravasi sulle spergiurate bandiere. Creavasi infine senza una novella suprema legge organica che contenesse le basi dell'andamento futuro, dettasse una novella tattica da seguirsi. Mancavano quindi i veri principi animatori della nuova istituzione militare.

Ciò detto, abbiamo trascritto quel tanto che conveniva segnare onde saper conoscere in quale stato Ferdinando II rinvenne il napolitano esercito; per così potere ammirare con maggior criterio, quanto egli anderà a fare per stabilire un novello regime militare fra di noi; ed insieme quali mezzi grandiosi sapesse egli ideare per giungere allo scopo creando un oblio ed un perdono pel passalo, onde far nascere l’unione e l’amore, la dipendenza, la disciplina, la bravura, l’onore, la gloria, alle arme del Regno delle Due Sicilie, altamente prestabilite dalla divina previdenza per segnare memorabili avvenimenti nella bilancia politica d’Europa, nel 1848 sulle patrie bandiere.


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CAPITOLO XIII

Rimembranze militari che precedono la chiamata di Ferdinando Duca di Calabria a Comandante generale dell’Esercito. Istituzione — promozioni diverse — Marineria — Opere Idrauliche — Speranze dell’esercito napolitano nel Duca di Calabria — Dimostrarne onorevoli dell'armata austriaca in Napoli per la persona di Ferdinando.

Le vicissitudini del 1820, gravitarono benanche sui. collegi militari; e nel 1822, dopo che si ebbe com posto novellamente l'esercito, ripristinar si dovettero i ginnasi militari per l’armata ui terra; e fu allora che Ferdinando I stabilì per la educazione ed istruzione della gioventù che si dedica al servizio della marina di guerra, uno speciale istituto col nome di Reale Accademia di Marina. Il medesimo stabilimento fu diviso in due collegi, de' quali il primo prese nome degli aspiranti e guardiamarina, ed il secondo degli alunni marinari.

Coi salire al trono Francesco, promosse l’augusto suo fratello Principe di Salerno a tenente generale de' reali eserciti ed a comandante generale ed ispettore generale della Guardia. Insiememente venne destinato il maresciallo di campo Massimo Selvaggi, sotto gli ordini immediati del Principe di Salerno, pe’ dettagli del comando generale ed ispezione generale della Guardia istessa.

Nel 1826 grandi promozioni avvennero nell'armata di terra. Furono elevati al grado di tenenti-generali, i marescialli di campo Carlo Zwever ispettore degl'istituti di educazione militare, Luigi Bardet di Villanova direttore generale del real corpo del genio, Filippo Salluzzo, Ferdinando Capece Minutolo Duca di San Valentino aiutante generale del Re, Massimo Selvaggi, Ferdinando Macry direttore generale del real corpo d’artiglieria, Antonio Pinedo, Ferdinando S. Biase Principe di Campana.

Il tenente generale Marchese Vito Nunziante da Comandante generale delle arme in Sicilia, venne destinato ad ispettore e comandante generale della fanteria e cavalleria di Linea, ed in suo luogo venne mandato in Sicilia il Principe di Campana. Non guari dopo l’ispezione e comando della cavalleria di linea venne affidata ad Antonio Pinedo.

In quest'anno il capitano di artiglieria Scarola, essendo già istruttore di Ferdinando Duca di Calabria t fu destinato all'immediazione del Re Francesco.

Nel 1827 il brigadiere Giuseppe de Brocchetti, venne chiamato a Direttore del Ministero di Stato della Guerra e Marina, lasciando così il posto di Capo dell'Ufficio Topografico.

Nell'anno istesso il Conte Enrico Statella dopo avere organizzato ed istruito il primo reggimento de' volontari Siciliani in qualità di colonnello, fu addetto all'organizzazione del secondo reggimento de' volontari suddetti; ricevendo così il comando di questa brigata.

Memorabili ricordanze della napolitana marineria di guerra si presentano allo sguardo dal 1S24 al 185. Maggiormente acclamansi memorabili, perché ricordano la perspicacia, il gusto, l’intelligenza appalesata fin d’allora nelle cure militari dal trilustre Principe ereditario.,Come altrove abbiamo detto, il novero de' legni da guerra, scemato per le vicissitudini decennali, venne operosamente aumentato fin dagli ultimi anni del regnare di Ferdinando I.

Ed ecco che ne’ primi giorni di dicembre dell’anno 1824, Ferdinando Duca di Calabria e Leopoldo Principe di Salerno furono ad inaugurare il varo di un nuovo vascello nel cantiere di Castellammare, al quale venne dato nome il Vesuvio. L’operazione riuscì felicissima. In men di mezz'ora tutti i lavori preparatori vennero terminali, ed il Vascello fu varato in tre minuti. De' pacchetti a vapore, benché da qualche anno in uso fra noi; richiamavano l'attenzione d’una folla di spettatori.

Dopo pochi giorni il principe Ferdinando ritornava in Castellammare, onde assistere ed inaugurare un lavoro idraulico costruito sotto gli. auspici del Principe della Scaletta, Ministro di Guerra e Marina. Fu questo lavoro un Avan-Cala permanente per varare legni di alto bordo, opera idraulica per cui s’impiegò due anni, dietro le cure del Capitano del genio idraulico Giuseppe Mugnai. Il lavoro si dovette praticare, aprendo colle mine sott'acqua un tratta di massi calcarei di cento piedi di lunghezza, mineralmente dalla natura cementati, e coi batordeaux e l’azione delle trombe (coordinata a multiplici mezzi di arte) vincere colle piti aspre fatiche le sorgenti minerali del sito per edificare la fabbrica dell'Avan-Cala suddetto, sì malagevoli per la loro ostinala confluenza a frode di tanti mezzi che ad ogni passò faceano dubitare della riuscita d un’opera sì importante.

Dopo il proseguimento del primo enuncialo lavoro a traverso gli ostacoli del fondo, col non mai per l’addietro conosciuto e praticato processo, si continuò l’Aaan-Cala, affondando e fabbricando in prosieguo una robusta congegnazione di legname di quercia di figura prismatica triangolare di 92 piedi di base. In tal guisa. l’intera Avan-Cala inclinata di 112 risultò di 192 piedi sott’acqua.

Il suddetto vascello il Vesuvio poco dopo l’abbiam veduto fare le sue evoluzioni nelle acque di Genova, mentre capitanava la squadra che poi da Livorno ricondusse in Napoli la Real Famiglia nel ritorno dall'alta Italia. Alla fine di settembre del 1825 sotto il comando del cav. Giuseppe de Siasi salpò dal nostro porto, onde fare un giro d’istruzione per uso delle Guardie Marine sulle più importanti rade.

Nel dicembre del 1825 il giovinetto Principe Ferdinando, avendo a cuore i grandi lavori idraulici che si praticavano nella Darsena di Napoli, sotto la direzione del dotto ufficiale Domenico Cucciniello, ebbe cura di osservare la costruzione d’uno Scalo per l'uso di tirare a terra de' legni da guerra, se ne venisse il bisogno, e donde si potessero comodamente poi di nuovo lanciare in mare.

Quest’opera idraulica venne eseguita a piede asciutto, mercé di un gran Batordeaux, alte profondità di piedi 22. La sua riuscita fu tale ch’esaurite te prima volta le acque contenute nel silo dello Scalo, si è mantenuto a secco col mezzo di due sole trombe a catena, a malgrado delle copiose acque minerali che da vari punti scaturivano. Il metodo tenuto per lo riempimento e costruzione di tal Balordeaux,à dato ottimi risultamenli ed in tutto corrispondenti allo scopo dell’opera; tuttoché te parte dello Scalo immersa nell’acqua ascenda a piedi i44 di lunghezza, a 3a di larghezza ed a 12 di profondità, laddove questa è maggiore. Il Duca di Calabria amò vedere la pruova del mseccamento, facendo all’uopo lolle quelle osservazioni che appalesavano nel giovine principe una facoltà di calcolo superiore agli anni. Indi volle visitare l’officina dettomi ove si lavorano molti oggetti occorrenti alte tenuta de' legni, i magazzini ave si costruiscono e si conservano le vele, e tutti quegli altri incalcolabili attrezzi che si conservano in quel vasto Arsenale.

Ora è forza dare un addio a tutte quelle circostanze che ci è stato forza narrare a schiarimento ed a paragone venturo di lutto quello che spelta al novello esercito napoletano, che avrà novello nome e nuovo lustro da] giovine Principe suo comandante in prima ed indi suo Re e suo capitano.

Francesco suo augusto genitore è convinto che egli il Duca di Calabria dovrà fra poco entrare nell’arringo delle arme, onde far nascere un novello ordine di cose nell’esercito dei Reame. Ha compreso che il giovine erede del Trono tiene tutte le doti per istruire e capitanare un'armata e dei vecchi generali austriaci, non che dei più culti generali napolitani ànno avvertito i talenti militari di Ferdinando per farne un elogio in ogni circostanza. Il Re e l’esercito, l’un l’altro anelavano il momento di vedere effettuito un simile pensiero. Francesco avea appreso dalle più dure esperienze, quale necessità vi era di educare le arme del regno sotto il comando d’un principe Reale che un giorno addivenir dovea Sovrano. L’esercito alla sua volta, travolto da tanti anni in molte e diverse sventure perché privo d’un capo che studiato avesse lo spirito dell’arma, o comandato invece da duci stranieri, aspirava di ottenere un giovine erede del Trono a suo comandante, di un’età più facile ad imprimere ne vecchi l'ammirazione, ne’ giovani l'entusiasmo. Già se ne parlava come ad uno spettacolo comovente, sì nelle più alte come nelle più basse società della nostra popolazione, che stanca alla fine de' tempi passati, già guardava in Ferdinando un arra di pace e di fortezza, di sicurtà presente e di fidanza ventura. Nelle caserme potea dirsi l’ordine di giorno continuo, il pensiero che serbavasi in ogni momento della venuta di Ferdinando a comandare la napolitana armata; era insomma nel brio delle ricomposte squadre il Princeps juventutis de' giovani militari.

Solo mancava per vedere ad effetto un sì universale desiderio, l’uscita completa dal Reame della truppa estera ch'eravi di occupazione, e nell’istesso tempo far passare qualche altro anno, essendo giovine il reale principe, per slanciarsi tutto una volta ne' disagi e nelle fatiche un comando generale. Frattanto il Re per contentarlo e per frenare l’impazienza del figlio e quella dell’armata, si recava spesso con lui a passar rivista a de' reggimenti stanziali in Napoli, e spesso nei quartieri convicini di Portici, Nocera, Nola, Aversa e Caserta.

Qualche fiata si ordinava campo d’istruzione, e Francesco non curando gli acciacchi di salute, si recava col figlio primogenito a] campo di Marte.

Intanto il Tenente Generale Barone Lederer comandante l’armata austriaca di occupazione in Napoli, pria di abbandonare il Reame, credè testimoniare la sua ammirazione ai talenti militari delgiovine Ferdinando, col tenere al campo di Marte delle rassegne e delle manovre di guerra in onore del Principe erede del Trono delle Due Sicilie. Questo avvenne il dì 29 dicembre 1826.

Il Re Francesco con Ferdinando suo figlio, e con l’intiera sua famiglia accolse l'invito, recandosi al campo, ove come su terreno straniero otteonesi ricevimento dall’Altezza Reale del Principe di Saxe-Coburgo in quei giorni ospite della Corte di Napoli, dal Generale Comandante Austriaco Lederer, e da Fiquelmont Inviato Straordinario e Ministro Plenipotenziario dell’imperatore d’Austria presso il Governo di Napoli: molti personaggi distinti sì patri che stranieri, nonché vari Ministri esteri, facendo parte del corpo Diplomatico presso la nostra Corte, trovaronsi presenti a quella festa militare.

I vari corpi d’ogni arma messi in gran tenuta vennero passati a rivista dal Re e dal Duca di Calabria. Indi eseguironsi delle evoluzioni, cd una salva di artiglieria salutò l’augusta comitiva nel ritorno in città.

Dopo qualche giorno, il Re Francesco grato alle premure dell’armata austriaca spiegate pel suo figliuolo Ferdinando per la festa militare del campo, diede un pranzo al Comandante ed allo Stato Maggiore di quell’arma, ove si ripeterono con 'entusiasmo, gli auguri per l’avvenire del Principe Ferdinando, futuro Comandante generale dell’Esercito Napoletano. E nel partire che fece quel corpo d’esercito da Napoli e dal Regno, portò seco rimembranza piacevole dell’indole militare del trilustre giovinetto reale, presago di quanto sarebbe per essere utile alla futura gloria militare delle bandiere del suo reame.


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CAPITOLO XIV

Gli svizzeri al servizio del Regno di Napoli — Prime capitolazioni del nostro Governo co’ Cantoni Elvetici — Formazione del 1.° e 2.° Reggimento Svizzero — Loro primi Colonnelli — Funzione delle Bandiere in Castellamare.
Un bisogno assoluto di repristinare l’ordine e la disciplina nel novello esercito del Reame, ed insieme far nascere un’emulazione ne’ diversi corpi di esso; facendo così svanire le antiche perniciose gare che più volte aveano fatto vacillare la disciplina tra la milizia, e dissolvere la forza costituita nel Regno col far sorgere sospetti tra il Governo e le popolazioni, ne’ momenti più sollenni nei quali avea più uopo lo stato di manifestare energia e fermezza di azione: ecco in breve i motivi che spinsero il Re Francesco a prendere gli Svizzeri ed ammetterli a

parte nel servizio militare del Regno.

Il servizio militare di questa gente eminentemente fedele ed animosa, presso i diversi Stati di Europa, conta più secoli; né il severo giudizio della storia, à potuto segnare fino ad oggi uno spergiuro al sacro patto cui si diede volentierosa. Uomini armigeri per nativi costumi, disciplinati per educazione, sanno morire pel loro paese, come pel paese adottivo a cui si ligarono per giuramento. L’onore è la loro divisa, la disciplina è il loro studio, il non avere volontà è il loro merito eminente, morire sotto le affidale bandiere è il loro tradizionale e caratteristico al tributo; virtù che non si spense nelle più disastrose rivoluzioni sociali: in ultimo è merito loro addomesticarsi affabilmente co’ costumi diversi delle diverse nazioni fra cui dimorano. Gli Svizzeri sono repubblicani per patria istituzione governativa; ma il loro giuramento è sacro nondimeno quando servono sotto le monarchie cui lo abbian prestato, e perciò le sanno difendere e sostenere, essendo incapaci di tener discorso fra sudditi d’un Re, de' loro liberi governi; ed essendo impossibile udire da loro labbri una parola sediziosa, un allo, un gesto che appalesi il minimo disprezzo pe’ governanti. Gli Svizzeri in parte sono cattolici, altri sono di religione protestante; ma la loro disciplina è così esatta che stando al servizio di Governi cattolici, addivengono i più rispettosi verso la religione del paese in cui ànno stanza. Allegri e tranquilli con tutti, senza boria fra loro, sanno conservare la dote più bella della milizia, l’amore di corpo, l’amore del proprio Reggimento. Questa virtù, come è noto, costituisce il nerbo delle corporazioni armate, fa nascere l’emulazione, il coraggio di distinguersi, l’unione gerarchica, la fiducia nei capi, la nettezza nel vestire, la precisione nelle movenze, l’attitudine del servizio nelle caserme, il non farsi aspettare nelle marce, l’essere i primi al campo; nonché lo slancio alle bravure, l'entusiasmo di saper far meglio, nelle battaglie.

Non è a dirsi poi la prudenza e la bontà che sanno usare fra i corpi d’armata nazionale presso cui vivono in consorzio, come se non fossero stranieri di lingua e di costumi e mentre sanno far nascere l'emulazione fra i corpi estranei ai loro, si rendono incapaci di farsi credere superiori a questi in ogni andamento di milizia; e nelle circostanze sanno elevarsi di cuore ad essere i laudatori delle belliche azioni de Reggimenti stranieri ad essi, ancorché dovessero fruire minor vanto nella propria gloria. Così serbano l’arte di emulare gli altri e conciliarli a loro nella pace e nella guerra; annientando la superbia e le scissure che son pronube di sconfitte, e sollevando l’amor proprio e l’unione che partoriscono le vittorie. Un’altra circostanza è da non dimenticarsi ed è la più santa La storia militare delle dinastie Borboniche in Europa per giro di età che dura tuttavia, é congiunta grandemente alla storia militare de' soldati svizzeri. I Borboni, ne’ giorni più felici del loro regnare, seppero amare i soldati svizzeri e servirei di questi. Proporzionato compenso, i soldati svizzeri seppero morire a tutela dei Borboni, in tutte le circostanze scabrose che questi ebbero a soffrire. Così oggi il servizio della truppa svizzera ai Principi Borboni, attraverso le più eminenti circostanze di Europa, non è più una novità fortuita, ma il prosieguo isterico di tante vicissitudini. Io credo che per uno spirito di tradizione, i soldati svizzeri nascono repubblicani per costume di patria, e. crescono per antico affetto fra il novero de' migliori amici più che sudditi de' Re Borboni.

Il nostro Governo fin da' primi mesi dell’anno 1826 intraprese delle pratiche colla Confederazione Elvetica, onde mercé delle capitolazioni fatte co’ diversi Cantoni, poter avere un servizio di truppa svizzera del Reame. Tutto riuscì fra le parti come desidera vasi. Ci riserbiamo a miglior luogo trascrivere queste capitolazioni insieme alle leggi di servizio stabilite, di unita col codice militare che si diede alla delta arma.

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 15 NAPOLI 1855

S. M. MARIA ISABELLA - Infante di Spagna - Regina del Regno delle Due Sicilie

S. M. MARIA ISABELLA - Infante di Spagna - Regina del Regno delle Due Sicilie

Il primo reggimento si organizzò nel comune di Torre Annunciata, ed il secondo in Castellammare. La prima capitolazione fu stabilita col cantone di Lucerna che diede gli uomini al reggimento numero 1.° ed i Cantoni di Friburgo e di Soletta con le rispettive capitolazioni, diedero gli uomini al reggimento numero 2.°. Il nostro Governo non risparmiò mezzi pel trasporto sollecito de' depositi che attraversando le Alpi si portavano in Genova; è le reclute non lasciaron modi di costituirsi in breve fra i più esercitati soldati. Il Ministro di Guerra e Marina, principe della Scaletta si assunse l'incarico per l’organizzazione completa, spiegando tutta l’attività necessaria all'uopo. Uffiziali ed amministratori prescelti nell’esercito napoletano vegliarono che l’andamento de' novelli corpi fosse stato da' primi passi regolato dalle Reali Ordinanze, striando ogni loro bisogno perché. vi si provvedesse appena che fosse noto; praticando così i mezzi tutti per avvalorarne il perfezionamento.

Giova menzionare in queste pagine i nomi de primi colonnelli che vennero a comandare i reggimenti svizzeri, individui preclari nelle arme e di intemerati costumi, già morti entrambi col grado di marescialli di campo del Reale Esercito. Il primo reggimento svizzero fu capitanalo dal colonnello de Sonnenberg Castellati, che nella sua onorevole carriera militare, fra i posti cospicui con lode somma occupati, vantava di essere già stato colonnello della Confederazione Elvetica, comandante di Ginevra nel 1815, quando distinti servizi fecero ottenergli il dono di ricca spada dalla Confederazione; era stato comandante benanche del secondo campo di esercizio, ispettore de' vari corpi di armata nella sua patria, e membro infine del consiglio di guerra della Confederazione.

Il secondo reggimento svizzero ebbe per colonnello de Wonderveid, allora non ancor giunto in Napoli. Purtuttavia questo corpo veniva comandato dal Maggiore cavaliere de Surbeck, distinto uffiziale che avea militato con gloria nella Guardia Reale di Francia, e che si era distinto con meritata decorazione nel combattimento del Trocadero, allorquando un corpo d’armata francese occupò le Spagne per le emergenze politiche del 1820.

Istruiti al completo in ogni esercizio militare i due reggimenti, il Re credette con una gran festa sollennizzare il giorno in cui si doveano benedire le bandiere, rispettive a' corpi suddetti. Questo avvenne nel giorno di domenica del 3 settembre dell’anno istesso 1826, nel Real Cantiere di Castellammare.

Il Re e la Regina con Ferdinando Duca di Calabria, con Leopoldo Principe di Salerno, e con l’intera Real famiglia, seguiti dal Ministro di Guerra e Marina, nonché dagli aiutanti generali, recaronsi a Castellammare.

Ergevasi in fondo al vasto spianato del Cantiere stesso, e propriamente nel sito centrale rincontro alla porta del medesimo, elegante temporanea cappella bellamente adornala, e molto acconcia per le cerimonie sollenni che vi si doveano praticare, in continuità della quale dal lato destro vedevasi innalzala sontuosa tribuna per le persone Reali e lor seguito. L'intera brigata degli svizzeri in gran tenuta starasi in bell’ordine schierata sul piano, in guisa da lasciare sgombro tutto il tratto del piano stesso, che stendevasi dalla cappella alla porta del Cantiere, ove era apposta per la circostanza una guardia della fanteria di marina. Il largo che è innanzi al Cantiere, le ringhiere e le loggiate sporgenti nello stesso, le abitazioni e le sovrastanti alture del monte che fa spaldo alla città, erano stivate di gente invitata ed accorsa per la funzione. de' legni da guerra pavesati, con le loro salve di cannoni, allegravano la festa.

Il Cappellano Maggiore, Monsignor Gravina Arcivescovo di Melitene col clero Palatino, eseguì i sacri riti. Accanto all'altare, dirimpetto alla real tribuna, situaronsi quattro aiutanti de' veterani, tenendo ciascuno in mano una delle bandiere da benedirsi; ed altri due veterani al Ranco de' primi tenevano le cravatte dentro delle guantiere. Il Re ed il Principe Ferdinando percorsero il fronte de' reggimenti che gli restituirono gli onori di uso.

Terminata la messa, il Cappellano Maggiore benedisse le bandiere e le cravatte. I colonnelli ed i tenenti colonnelli de' due reggimenti, smontali allora da cavallo si avvanzarono innanzi alla Cappella, il Cappellano Maggiore recitò ad essi la formola del giuramento da prestarsi, e alla 6ne di tal recita, toccarono in segno di giurare colle loro spade snudate, il libro de' Santi Evangeli a loro presentato. Immediatamente dopo, il tenente generale Duca di S. Valentino aiutante generale del Re, prese una per volta le bandiere dalle mani de' veterani e ne presentò la lancia alla Regina che volle attaccarvi le cravatte, le quali dal tenente generale Salluzzo, altro aiutante generale del Re, venivanle passate.

Compiuto quest’atto, i colonnelli ascesero i primi scalini che menavano alla tribuna, ed il Re, prendendo dalle mani de' suoi aiutanti di campo le bandiere, consegnolle a quelli, dirigendo loro le seguenti parole.

«Signori Colonnelli,

«Io vi affido il pegno sacro di queste bandiere colla piena sicarezza che voi ed i vostri reggimenti, saprete difenderle sino agli estremi. Il coraggio non mai smentito de' prodi svizzeri, ed il particolare attaccamento che han dimostralo in tutte le congiunture alla Real Famiglia de' Borboni, me ne danno lapiù valida guarentigia. Le parole che la Regina mia consorteha voluto segnare su quelle cravatte, onde ha poc'anzi le bandiere colle proprie mani fregiate, sian sempre la divisa che viguidi sul campo della gloria, per acquistar sempre novelli drittialla mia benevolenza».

I colonnelli presero le bandiere dalle mani del Re con tutta la penetrazione dell’animo, e ritenute le bandiere colonnelle per essi, passarono le altre ai tenenti colonnelli; e congedali dal Re marciarono verso i centri de' rispettivi reggimenti ed ivi si fermarono, ciascun colonnello avendo il fronte verso la truppa, ed il lenente colonnello a sinistra; con brevi ma vigorose allocuzioni facendo conoscere a' soldati la importanza del sacro deposito che lor si affidava, i doveri che vi sono strettamente congiunti e la santità del giuramento ch'eran per pronunziare. Al termine del discorso, i maggiori comandarono al giuramento arme; ed i soldati appoggiata l’arma al braccio sinistro e gli uffiziali passata al braccio sinistro la spada ed il guanto, alzarono la mano destra, tenendo spiegate le prime tre dita. I colonnelli lessero ad alta voce la formola del giuramento, e i due reggimenti altamente gridarono «Viva il Re, noi lo giuriamo» e questo grido fu ripetuto più volte con crescente entusiasmo, tra lo sparo de' cannoni da' legni e dal forte.

I maggiori smontati quindi da cavallo, seguiti ciascuno dal portabandiera del loro battaglione, andarono a collocarsi rimpetto al rispettivo colonnello e tenente colonnello. Questi porsero le bandiere ai maggiori che le consegnarono ai portabandiera, rammentando loro il sacro dovere di difenderle e di morire anziché cederle. Fatto ciò, lutti gli ufficiali superiori montarono a cavallo. Si presentarono le arme da' reggimenti, si batté l’inno Borbonico dalle bande musicali, per saluto alle bandiere; ed i porta stendardi percorsero finterò fronte de' loro battaglioni, accompagnati da' rispettivi comandanti ed indi recaronsi ai loro centri, ove ricevuto il saluto dagli uffiziali superiori, entrarono ai loro posti.

Il Te dewn e la benedizione del Santissimo compì la oeriafonia. Indi il Re e la Regina, Ferdinando e la Rea) Famiglia vollero veder defilare i due reggimenti da un padiglione militare, eretto sulla Real casa della Cristalliera.

Un ordine del giorno fu quindi emanato pieno di premurose espressioni del Re, nonché colmo di favori per gli individui tutti; ed al pranzo del Re, intervennero gli uffiziali superiori de' due reggimenti. La sera sì in Torre della Annunciata ove acquartieravasi il 1.° reggimento, come in Castellammare ove stanziava il 2.° reggimento, vennero eretti degli archi trionfali; e spiegate le giurate bandiere, i soldati nel più caldo entusiasmo ne festeggiarono la ricezione con ogni mezzo di sentita allegria.

Ah! quelle bandiere restarono onoratamente temute e rispettate nelle tempeste politiche del 1848; e sventolarono vittoriose sul continente e sull’isola del reame nelle più sanguinose pugne che da giganti, i bravi svizzeri sostennero co' nazionali soldati del paese, a difesa della religione, della monarchia e della società.

Il loro giuramento non fu mai smentito; seppero morire, seppero vincere pel nostro Re, per la loro patria di elezione!

Il giorno primo di ottobre il 2.° reggimento svizzero, movendo da Castellammare per venire di guarnigione in Napoli, giunto a Portici trovò il Duca ai Calabria che amò vederlo defilare dinanzi a sé.


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CAPITOLO XV

Decreto di Francesco I, ch’eleva suo figlio Ferdinando, alla carica di Comandante Generale dell'armata di terra — Grandezza di quest’atto e suoi risultamenti — Carattere militare e religioso di Ferdinando.

Dolcissimo pensiero di far dóno alla nostra armata d’un oggetto troppo caro all’animo d’un padre, e troppo interessante alle cure d’un Re; ecco il motivo che spinse Francesco di elevare al grado di Comandante Generale dell’armata di terra il giovinetto Ferdinando. Fra questi motivi tacer non si deve un altro, ed è il più importante perché di assoluta ragione; cioè l’indole bellicosa, l’andamento militare, il naturale desio che a complete proporzioni d’un ben adatto capitano, insitamente serbava il giovine principe.

Essendo quest’atto per se stesso ricordevole; è troppo interessante per la nostra storia contemporanea, crediamo opportuno registrare in queste pagine il motuproprio del Re Francesco, emanato il 29 maggio 1027.

«Volendo compiere le intenzioni manifestate col Nostro Real decreto de' 17 gennaio 1825, inteso a dare un lustro e consolidamento maggiore alle istituzioni organiche dello Stato Militare, e vieppiù infiammare la devozione e la fedeltà con un pegno luminoso di sollecitudine e di amor Nostro.»

«Inteso il Nostro Consiglio Ordinario di Stato. Abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto siegue.»

«Art. 1,° Essendo nostro volere di concentrare pel migliore accerto del Nostro Real servizio in una sola autorità il comando generale del Reale Esercito di Terra, nominiamo Comandante Generale il Nostro amatissimo Figlio il Duca di Calabria.»

«Art. 2.(0) Dipenderanno dal Comando Generale tutti i Corpi delle diverse arme del Reale Esercito, non esclusi la Guardia Beale, la Gendarmeria, i Veterani, gl'Invalidi, le Compagnie di dotazioni nelle Isole gli uffiziali sciolti ed isolati, le piazze, i castelli, i luoghi fortificati.»

«Sono eccettuate da tal dipendenza la Compagnia delle Reali Guardie del Corpo, quella degli Alabardieri, e la Compagnia di Polizia del Real Palazzo, le quali proseguiranno ad essere sodo i nostri immediati ordini nella maniera stessa che sono state finora».

«Art. 3.° Il Maresciallo di Campo graduato di Tenente Generale D. Filippo Salluzzo, Nostro Aiutante Generale, continuando in tale incarico, sarà anche destinato alla immediazione di S. A. R. il Duca di Calabria».

«Art. 4.° Il Comando Generale del Reale Esercito di Terra avrà sotto i suoi ordini uno Stato«Maggiore Generale, che sarà formato da un Quartiermastro Generale da nominarsi fra gli Uffiziali Generali, un sotto Quartiermastro Generale col grado di Colonnello o Tenente Colonnello, e da un numero di uffiziali che si crederanno necessari a seconda dell’annesso regolamento sull’assunto ec. ec.»

A questo decreto si aggiunse in pari data un altro che destina va alla carica di Quartiermastro Generale presso il Comando Generale dell'Esercito, il Tenente Generale Marchese Vito Nunziante. Il Maggiore del i.° Granatieri della Guardia Leonardo Cacciatore venne promosso a Tenente Colonnello e destinato a sotto Quartiermastro Generale.

Elevato a tal dignità il Duca di Calabria, la nostra armata diè principio ad un'era novella, colma di onori di meriti e di gloria. Ottenuto in questo giovine capo, il punto concentrico della disciplina del comando e della istruzione, nacque bentosto l’amore, il prestigio, l’entusiasmo.

Terminate le gare personali, gli odi antichi fra capi e subalterni, le animosità di opinioni che furono; e quel ch'è più, ripreso ognuno la forza morale spenta datante successive disgrazie e mancamenti, la fede de' prodi rinacque negli animi, ed il giovinetto Duce addivenne fin dal di primiero del suo comando, la bandiera fiduciosa dell’esercito, la speranza dolcissima d’ogni immegliamento avvenire nelle arme patrie: giacche la vita del soldato, quest’immensa abnegazione sociale, poco compresa ne’ suoi stenti e nelle sue gioie da chi soldato non è, à duopo di movimento per vivere, à duopo di entusiasmo per crescere, à duopo di aver prestigio nel suo capo per giammai indietreggiare da sul sentiero della gloria.

Ferdinando adunque, mettendosi a capitanare un esercito riaccozzato dopo tanti rovesci, non bisogna dire che ne potè essere dal primo giorno il capo; ma prima di addivenirlo, abbisognò creare l’esercito, ed armonizzare gerarchicamente tante membra fino allora messe insieme per forza di disciplina, non per adesione di ben proporzionati andamenti.

Comprese perciò il giovine duce, che la prima disciplina consiste nel regnare sugli animi, e che facea duopo far nascere prima la fiducia per indi ottenere l’entusiasmo; così seppe distinguere la disciplina dalla subordinazione, giacche questa esiste soventi volte senza di quella e quella bada poco a questa, la quale và affatto sola. Comprese che Don vi dev'essere che una sol'anima in tutto il militare, una sola voce: nessun favore, né predilezione nella minima cosa. Che non vi à esercito senza disciplina, e che questa fà d’una moltitudine confusa un sol corpo che opera sotto un solo impulso.

Che la disciplina militare deve discendere in lutti i particolari relativi all’educazione, all’istruzione degli uomini di guerra; e ch'essa deve regolare la loro condotta, fissar le loro opinioni e modificare i loro pregiudizii.

Comprese che siccome la disciplina contraria sovente le volontà, i desiderii e le passioni di coloro che debbono obbedirle, bisogna ch'essa sia secondata dal timore e dalla speranza.

Ch’essa deve far uso del timore perché non si violino le proibizioni da lei fatte e della speranza perché si eseguiscano gli ordini da essa dati; E che per conseguenza deesi ricorrere al timore durante la pace, ed alla speranza durante la guerra.

Cercò discendere fra i ranghi de' soldati, onde sperimentare che nessuna azione di questi deve rimanere occulta al loro capo; e che la disciplina deve pesarle tutte con cura e porre perciò i loro autori nella lista di quei che devono essere premiati o che meritano d’essere puniti.

Così amò infondere l’amore pel proprio corpo, l’amore per la giustizia, l’amore pel loro capo; e appalesandosi operoso e prudente, unendo alla probità il disinteresse, ed al disinteresse la giovialità ed il mantenimento delle promesse fatte, seppe incatenare gli animi loro alla tenacità dei suoi voleri.

Erasi tentato ogni mezzo da molti anni presso noi onde mantener fermo un patrio esercito, e quasi sempre si era mancato alle aspettative.

Il giovinetto Principe cercò i suoi mezzi benanche onde risultare vittorioso delle cure affidategli, e stimò sciogliere un problema che tuttavia si agita tra i comandanti supremi di eserciti, cioè se l’amore o il timore al proprio capo, sà costituire il nerbo in ogni andamento militare, bonza esitare della scelta con cura e studio si diede ad affezionare tutto se stesso con l’armata, ben calcolando che l’affezione fa tutto ciò che di bravura si può intraprendere, mentre il timore è ben lungi dall'eseguire tutto ciò che l’amore può fare; e che l’affezione va sempre crescendo nel soldato pel suo capo, ed il timore s’indebolisce ogni giorno. Infatti l’amore ingrandisce l’animo e produce quelle eroiche azioni che immortalizzano i loro autori; il timore può costringere a fare il proprio do, vere ma abbassa e limita l'animo: e persino la disciplina collo spirito d’affezione si rende un vincolo sacro, sapendo bene il soldato che rompendolo ed allontanandolo, affliggerebbe il suo capo. Cosi Ferdinando seppe ligare tenacemente a' suoi destini l’armata del Regno, nulla risultando impossibile a' suoi voleri e nella pace e nella guerra, ed al campo d’istruzione ed al campo di battaglia; essendo stato bastevole con una sua parola, col farsi vedere soltanto, per far rimanere i nostri soldati al posto più pericoloso, o farli volare in mezzo al più grande pericolo.

Ricordiamo le bravure inaudite del 1848!Ma questo affetto però, il giovinetto Principe se lo seppe conquistare innanzi agli occhi de' soldati dietro larghe e scabrose cure prodigate al suo esercito con studio ed abnegazione immensa. Esser Re sul Trono e soldato in campo; ecco la sua vita operosa ed instancabile di tanti anni. Ordinare le evoluzioni ed essere il primo a giungervi. Nelle manovre faticare come ogni altro, poco curante nell'adempimento del servizio, la neve, la pioggia, il sole scollante.

Stancando la truppa nelle lunghe marcie, stancarsi con essa e compatirla e valutarla.

Al bivacco dormire a ciel sereno sul mantello d’un dragone, ed esser l’ultimo a riposarsi dopo d’aver preso cura paterna pel pranzo e pe’ bisogni de' soldati; e dopo d'aver preso parte benanche ai divertimenti ed alla gajezza degli accampamenti, bevendo al fiasco di pelle d’un cacciatore, e trastullandosi nel gergo proprio de' soldati, chiamandoli a nome, imparare i loro frizzi, ripetere la loro maniera di divertirsi, usando il loro stesso linguaggio.

Così appunto si sa tutto ciò che succede in mezzo a loro, e si sa condurli dove si vuole, e farli apprendere.

Ciò che si chiede che sapessero. Chi fosse capace oggi enumerare i mezzi tutti usati dal giovine Re onde crearsi un esercito ed istruirlo con ogni maniera di perfezionamento?

Convinto da' più teneri anni, mercé lo studio de' classici di storia antica e moderna, e meditando con severa accortezza la sorte degl'imperi e la vita d’illustri capitani; convinto dicea che un Principe destinato al Trono, se non s’intende dell’arte militare, se non è capace di stare alla lesta d’un armata ed istruirla e comandarla, non può essere stimalo da' suoi soldati, né potersi fidare di loro nelle circostanze; come si era veduto nel nostro reame in altre ben molte fasi urgentissime; così si convinse di mettere ogni suo impegno per costituire un esercito rispettabile, a tutela del Governo e delle popolazioni.

A quale tattica si addisse, noi Io diremo dopo d’averlo seguito passo per passo in tutti i suoi studi di guerra, vedendo quali mezzi egli usò per render completo il suo grandioso progetto, e qual sistema tenne allora o serba tuttavia per sostenere un esercito ammirato presso i migliori strategici di Europa.

Quindi è regolareche noi valutiamo tutte queste cose ed altre pure, seguendo i passi che farà nel suo cammino militare e governativo, anno per anno, il prototipo del nostro racconto contemporaneo.

Amiamo solo completare questo primo quadro della vita militare di Ferdinando, rilevando l’importanza di quella fondamentale virtù del giovinetto Principe, tutta propria del buon soldato che ei seppe infondergli nell’animo, talché divenisse il carattere distintivo del nostro esercito e l’aureola delle patrie bandiere; la religione cioè, e per la religione il cullo verso la Regina de' martiri, chiamandola a Protettrice de' prodi, come nelle sacre carte è figurala sotto il simbolo di ben ordinato campo schieralo a danno dell’errore e del vizio.

In un secolo come il nostro, in cui le sociali sventare camminano pari passo colle umane scelleratezze, è gran ricchezza avere un esercito morale in un paese eminentemente cattolico, e pressa un Trono eminentemente religioso.

L’Italia serba fra i cattolici suoi fasti le più splendide memorie militari che si ligano ad eserciti entusiasti per religione; e fra questi più brillarono un tempo le falangi di Lepanto, patrocinate dalla Regina de' Regni Italici (come ci è tesoro appellarla), Maria.

Or dunque, dopo che le armale di Europa al cadere dello scorso secolo e al principiare del secolo presente, per più periodi in più luoghi, portando ove più ove meno con loro stesse, tutte le sciagure immorali d’un era disgraziata in politica perché irreligiosa; nobile e comendevole atto dobbiamo appellare il pensiero del nipote di S. Luigi, che chiamato a formarsi un esercito, seppe costituirlo prode, onoralo, pieno di entusiasmo di gloria, e principalmente brillante di fede cattolica.

Ferdinando, parlo a' miei contemporanei nonché all’Europa testimone di lui negli ultimi scorsi anni; Ferdinando fra le sue preclare virtù degne di Re, ha per virtù massima dell’animo suo l’essere stato fin da' suoi più teneri anni pienamente religioso per principio, e grandemente devoto al culto di Nostra Donna; culto che brilla più sfavillante di dolcissimi affetti fra le cattoliche credenze, perché è ricco d’amore e di speranza.

Ferdinando, infondendo lo spirito guerriero nel suo giovine esercito, ben si avvisò ad insinuare nella mente e nel cuore de' soldati la parte più nobile di se, cioè quello spirito religioso, che sostenendo il vero coraggio, è la più salda garanzia della fede giurata avanti a Dio, prendendo a testimonio la divina Signora, il cui patrocinio non manca achi la invoca ne’ più grandi perigli. Noi valuteremo a tempo ed a luogo questo magnifico proponimento di Ferdinando. Conchiudiamo per ora, che se vien detto di stimarsi assai chi indossa la divisa del soldato perché è la divisa della gloria, dopo della quale altra non vi à più nobile: qual corredo più onorifico potrà indossarsi da un soldato dia si può vantare di esser prode, come di essere religioso?


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CAPITOLO XVI

Novello andamento l’istruzione iniziato da Ferdinando nell’esercito — Colonne mobili — Esercizi diversi del guerreggiare — Passeggiate militari — Conseguenze di un tale andamento.

Assuefare le armate colle marce ai disagi, essendo l’arte della guerra l’eroismo del coraggio e di ogni possibile sofferenza, imparare la natura de' patri luoghi con pratico studio geografico e topografico, conoscere come sorgono i monti, come imboccano le valli, come si estendono i piani, come corrono i fiumi, come si diramano i littorali, come seguono le distanze tra paesi e paesi e tra provincia e provincia; ecco il primo studio che deve darsi ad un esercito, ecco le prime doti che posseder deve un supremo comandante. Perché in tal modo oltre che il soldato si avvezza ad ogni maniera di fatica di stento di privazione, apprende benanche la tattica di andare incontro al nemico, di saper ordinare gli alloggiamenti, i viveri e i bivacchi, di far vedere che per un armata istruita non esistano distanze e barriere, e che nelle circostanze si trova pronta ad ogni movimento; come infine si preparino le giornate, e come si campeggiano le terre con risoluzione e vantaggio.

Ferdinando appena si vide al comando sapremo l'un esercito che dovea costituirsi alla positiva vita delle arme, con i suoi mezzi seppe a prima vista scorgere che era d’uopo assegnar moto per imprimere la vita attiva a soldati. Le sue prime ordinanze furono, togliere dagli ozi delle caserme la truppa, e spingerla ad istruirsi mercé delle colonne mobili, onde s’imparasse, girando per tutti i versi le provincie del Regno, la topografica posizione del suolo che si abita.Così seppe il giovinetto Principe imprimere il suo carattere di moto, di forza, di energia, a quel simulacro di esercito che sotto i suoi comandi dovea addivenir tale, da sedere un giorno al paragone d’ogni altro di Europa.

Al maggiore Salvatore Laudi vien affidata una colonna di fanteria e cavalleria con cannoni di montagna, con treno e munizione, con uffiziali del genio per farvi il servizio di loro istituzione e con un commessario di guerra incaricato del servizio amministrativo; è dato il tempo di tre mesi per la durata delle marce. Ordina che la colonna si unisca in Portici, quivi la passa a rassegna, parla al cuore de' soldati accenti di onore e di dovere, imprime l'entusiasmo della vita militare, li commuove di gloria fino al prestigio; e mettendosi alla testa della colonna, l’accompagno per qualche tratto, indi si accommiata da tolti come da compagni d’arme, si toglie il cappello d’innanzi alla bandiera d’ogni battaglione, e si allontana tra gli evviva clamorosi degli entusiasmati soldati. Dopo tre mesi e più corre a vederla ritornare, largheggia di encomi verso di tutti, spia ogni loro desiderio, ogni loro bisogno, paria con modi insinuanti fra gli stanchi soldati; cosi facendo obbliare ogni sofferto travaglio.

II brigadiere Lecca, travagliatore indefesso dell’istruzione della fanteria di linea dal 1821 in poi, nell’ottobre del 1827 stando a capo della guarnigione di Nocera, riceve ordine dal Duca di Calabria, di partire in colonna mobile, capitanando i corpi di suo comando. Oggi l’ordine, oggi la partenza, onde apprendere ai soldati la sollecitudine, e farti star preparati sempre a correre ove vien ordinato.

Dalla villa di Portici il Principe nell'istesso giorno move all’incontro della colonna che da Nocera marciava verso Napoli, seguito dal quartiermastro generale Nunziante,, dall’aiutante generale Sai lazzo, dallo Stato-Maggiore, e mettendosi alla testa li conduce al Gran Quartiere de' Granili. Fatto alto e scorsa l’intera linea de' corpi, schierati in battaglia, li passa in rivista, onde vedere se a' soldati nulla mancasse per poter muovere a lungo cammino. Indi si trattiene ai maneggio delle arme, comandato ed eseguito con massima prontezza e precisione; e dopo accompagna per lungo tratto di strada l’intera colonna, che si spinge al suo giro d’istruzione, contenta come movesse al riposo de quartieri.

Poco dopo altra colonna mobile fa muovere per le Calabrie, onde apprendere le evoluzioni di montagne, forte di cavalleria, di artiglieria leggiera e di cacciatori, sotto il comando del tenente colonnello Pronio, assistito da Ferdinando Nunziante capitano dello Stato-Maggiore dell'esercito — quale onorevole coincidenza di nomi! Questa colonna diè pruova di grande istruzione, specialmente per le manovre eseguite nel passaggio del fiume Sele in Principato Citeriore, del simulacro di battaglia praticato nel piano di Caldo in Basilicata, nonché di Tiriolo nella Calabria Ultra 2.

Non contento di tutto questo movimento di truppa per istruirsi, dopo qualche giorno, onde sempre più dare effetto al metodo stabilito di perfezionare la sorte futura dell'esercito; emana molti altri ordini, e compone da Napoli una colonna mobile da' corpi della Guardia Reale di fanteria di cavalleggieri di artiglieria a cavallo, di una sezione di pezzi di battaglia e di un'altra di pezzi da montagna; spingendola su d'altri punti del Regno. La passa a rassegna, la fa manovrare in diversi modi accompagnaudola fino a Torre Annunciata, ove si congeda, augurandole buona istruzione e promettendo alla stessa di subito raggiungerla.

Dopo due giorni altra colonna mobile sotto il comando del Brigadiere Echanitz, muove per il Principato Ulteriore. Un’altra ne riunisce a Caserta e la spinge per Montesarchio e Cervinara, facendola manovrare sotto i suoi propri occhi.

Non contento di tutto questo, volle unire all’istruzione delle colonne mobili, l’istruzione di guerra offensiva e difensiva, di montagna e di pianura, di marina di fiume di bosco; mettendo in pratica tutte le diverse maniere d’attacco e di resistenza che la scienza militare presenta.

Fu bello e commovente al certo vedere il giovine Comandante ne’ primi giorni di giugno 1827 riunire sotto i suoi ordini varii corpi d’ogni arma e spingersi ad una passeggiata militare verso Avellino. Da quivi improvvisa un’azione di guerra, come se il nemico avesse invaso la città di Salerno. Manda una colonna retta dal tenente generale Nunziante ad occupare la detta città, mentr’egli con altra colonna, a marcia sforzatasi avvanza per discacciare il nemico. Mette in opera ogni bene dalla evoluzione, comunica e riceve ordini telegrafici per sapere le operazioni del nemico, mentre ufficiali d’ordinanza, al galoppo recano ordini per le movenze diverse de' diversi corpi in operazione di guerra.

Reduce da Salerno mette il campo a Castellammare, ove i suoi augusti genitori e real famiglia accorrono per vedere il simulacro di guerra che ivi eseguir proponevasi il Duca di Calabria.

Una colonna di cacciatori, con la rispettiva artiglieria da campagna e cavalleria si avanzò sulla spiaggia di Castellammare per impedire, giusta i ben immaginati movimenti del finto conflitto, lo sbarco che supponevasi minacciato dalle lance della real marina comandate dal tenente di vascello de Gregorio, le quali da prima riconoscendo superiore la forza, che figurava da nemica, si ritirarono. Ma quindi essendo protette da piccola squadra composta dalla corvetta la Galatea comandata dal capitano di vascello La Spina, dal brigantino l'Aquila comandato dal capitano di fregata Palma, e dalla goletta Oceano comandata dal lenente di vascello Lettieri, che facevano vivissimo fuoco; lo sbarco fu eseguito con somma precisione e prontezza, sopra un altro punto della spiaggia medesima. Il Duca di Calabria intanto con vigoroso attacco. della sua fanteria ed artiglieria, respinse gagliardamente l’aggressione, eseguendo con indicibile esattezza molte altre manovre all'uopo, specialmente una carica di cavalleria diretta da lui medesimo.

Il Re, la Regina e l’angusta famiglia godettero di sì interessante spettacolo da un palco appositamente eretto sul picciol forte d’Eblè ch'è sulla spiaggia. Francesco intanto commosso fino alle lagrime, assegnava un presi doppio alla truppa ed onorava alla sua mensa tutti i generali e comandanti de' corpi di terra e di marina.

La felice matita dell’egregio artista cav. Pergola ritrasse al vivo la scena militare di quel giorno, che ricorda uno fra i primi campi di guerra diretto nel suo diciassettesimo anno dal Real Principe Ferdinando. (Vedi il disegno alla tav. 6)

La colonna mobile partita da Napoli, che il Principe accompagnò fino a Torre Annunciala, come abbiamo detto di sopra, fu raggiunta ne’ primi giorni di novembre in Salerno dal medesimo Principe, onde in quella città, ricca di tante memorie guerriere, si eseguissero delle altre istruzioni militari.

Recatosi nel luogo detto il Torrione, un quarto di miglio distante da Salerno per riconoscere quel terreno, ordinò che ivi una porzione della colonna d’istruzione, avesse formato una linea di avamposti: visitò quindi i quartieri e gli alloggi militari. Francesco volle recarsi benanche in Salerno, onde assistere alle evoluzioni che doveansi praticare.

La sera, dopo d’aver assistilo alle feste del Teatro che dava splendidamente quella popolazione in onore degli augusti ospiti; Ferdinando volle prender parte a' fuochi del bivacco, sulla linea degli avamposti. La mattina ebbe impegno di far osservare al Re suo padre ed al Principe di Salerno, tutto quanto avea disposto ed ordinato al campo, sotto gli ordini del maggiore Busecca che comandava quella linea di avamposti; ed il Re ebbe a lodarsi del suo figliuolo come degli uffiziali tutti per la vigilanza ed esattezza, colla quale veniva regolarizzato l’intero servizio; come per(1 )la maniera usala dal Principe Comandante nella disposizione del cordone delle vedette ed altro. Dopo s’intrapresero delle evoluzioni a fuoco che durarono l’intero giorno.

Il dì seguente mise in movimento la colonna mobile e la spinse per la volta di Avellino, eseguendo sempre delle adattate manovre, a seconda della diversità del sito. Il Re ed il Principe di Salerno lo raggiunsero vicino Coperchia, accompagnandolo fino al Casale di Montuoro. Il Duca di Calabria senza punto stancarsi, prese parte al riposo momentaneo che i battaglioni fecero, ed indi a sera avvanzata si accommiatò dalla colonna col più lusinghiero ordine del giorno.

Terminata l’istruzione di questa colonna, Ferdinando senza posa va incontro ad un’altra che abbiam veduto altrove mettersi in cammino sotto il comando di Echanitz, nella Provincia di Terra di Lavoro. Da Airola si porta il campo nella memorabile valle Caudina (Forche Caudine) ove per istimolo del Principe Comandante recasi il Re, Leopoldo di Salerno ed altri di real famiglia. Quivi il giovine duce divide le schiere in due corpi nemici, immaginando che l’oste avversa avesse voluto impadronirsi della valle di sopra menzionata all'annunzio del suo arrivo il comandante la linea degli avamposti, spinse sulla strada di Arpaia verso Arienzo. una punta di cavalleria, e fece occupare le alture laterali ed il paesello di Forcina, ove situò due pezzi di montagna.

La fanteria di linea venne disposta in battaglia sul terreno alla dritta e sinistra della regia strada tra Arpaja e Montesarchio, e su questa situò quattro rimanenti pezzi di artiglieria, colla cavalleria indietro. Gli avamposti cominciarono il fuoco in ritirata, immaginando che il nemico gl’inseguisse fino a che si ripiegarono salati della fanteria. Sgombrato il fronte, incominciò questa il fuoco, avanzando fino a rendersi padrona di Arpaja. Allora fu ripresa l’offensiva; e la truppa che prima era di avamposto, si spinse novellamente innanzi, riguadagnando le posizioni che avea perdute.

Occupato di nuovo Forchia, tutta la linea si avanzò più oltre per discacciare interamente il nemico dalla valle Caudina, ed a misura che giungevano i corpi a qualche miglio da Arienzo, si disponevano in colonna per plotone e sfilavano alla presenza del Re e de suoi figliuoli Principe di Capua e Conte di Siracusa, che guardavano con massimo piacere quelle brillanti evoluzioni così ben ordinate e dirette da Ferdinando. Fra gli evviva de' soldati al Re ed al giovine Comandante, si sciolse il campo, ma l’entusiasmo delle schiere rimase indelebile ne’ loro cuori.

Non contento il Duca di Calabria di aver sì bene avvialo l’andamento d’istruzione dell’affidatagli armata; oltre le eseguite colonne mobili su lutti i punti del Reame, oltre gli esercizi di guerra fatti eseguire alle diverse colonne mobili sotto i suoi ordini o auspici; coll'aprile dell'anno 1828, prima d'intraprendere novellamente le colonne mobili, comincia a far eseguire da reggimenti e dalle brigate delle passeggiale militari nelle vicinanze delle rispettive guarnigioni, sotto il comando de' più istruiti generali ed uffiziali rispettivi; nonché sotto i suoi propri ordini, continuando il suo energico costume di sorprendere i corpi ne’ quartieri, nelle marce, nelle istruzioni, ne’ bivacchi, nei campi; e tante fiale con istantaneo ordine telegrafico faceva muovere le truppe dalle rispettive caserme, ed all’insaputa le facea trovar unite su d’un medesimo terreno, ove facea giungere ordini inaspettati di marce ed evoluzioni diverse; quand’ecco mentre niuno se l'attendeva, vedeasì giungere il Comandante reale, che cercando conto del già fatto, completava il la farsi, non badando a cuce e fatiche.

Non è a dirsi, come in ogni giorno più cosi praticando, l’esercito napoletano acquistasse tutte quelle doti che compongono il benessere ed il perfezionamento militare. Fin d’allora le disgustose gare antiche che da anni aveano sparso il malumore e la stizza fra l'individualità degli uffiziali e tra corpo e corpo si dileguarono, col fondersi tutte nell’amore e nella gratitudine verso il giovinetto Ferdinando, verso il loro Comandante, verso il futuro loro Re. Quell'abbattimento morale, inseparabile ad un’armata colpita da scabrose vicissitudini, mercé il Duca di Calabria, perde quel colore d’inconfidenza presso il paese ed. il governo, sublimandosi al sacro patto di saper vincere o morire intorno alle affidate bandiere; bandiere che raffigurano al cuore ed alla mente de fidi soldati, il palladio d'ogni civiltà e progresso, morale e civile, che sculto rimarrà nel corso de secoli cattolici tra il Vangelo e la Monarchia.


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CAPITOLO XVII

Altri mezzi d’istruzione militare — Campi di evoluzioni — ispezioni e riviste — Giro militare per le guarnigioni, per le piazze d'arme ecc. ecc.

Rinvigorita sempre più la napoletana armata dalla confidenza nel novello suo Duce, e da' mezzi tutti che lo stesso praticava verso di lei, onde animarla ed istruirla; dopo che l’abbiam vista ammaestrala in tanti modi diversi, piace di continuare a dire quel che rimane sul modo usato dal Duca di Calabria, per veder completa ogni pratica di guerra sulle patrie milizie. Toccheremo in prima la istruzione data, onde apprendersi la tattica di guerra sul campo di Marte, ed in ultimo le sollecitudini usate, onde completare la disciplina de' corpi diversi, mercé le continue sorprese che usava fare alle piazze forti, a' castelli, a' quartieri diversi, chiamando all’impensata rassegne ed ispezioni in ogni verso possibile.

Era da sorprendere veramente, come in poco tempo la nostra armata, perdeva d’un tratto le abitudini antiche d’un servizio lento e quasi sedentaneo, mercé una vita tutta militate nel molo continuo, in cui la spingeva il Principe Ferdinando.

Il sole di giugno cominciò ad abbronzare il viso del soldato, nonché il viso del Comandante Generale, mercé il perpetuo andare delle guarnigioni di Napoli e luoghi convicini alle evoluzioni del campo. Il giovinetto Principe fidente nelle naturali sue doti militari, nonché in quelle acquistate da' suoi più teneri anni, mercé la scorta di buoni uffiziali ed il suo attaccamento allo studio teorico sulle scienze progressive della guerra; purtuttavia amò serbare in sulle prime una prudente modestia nel comando, facendo così sperimentare che vi à molta differenza dal capitanare un reggimento o una brigata, ad un corpo imponente di armata. Nel suo primo andare al campo d’istruzione, compiacevasi eseguir la manovra or co’ battaglioni svizzeri guidali dal brigadiere Tschudv, or con degli squadroni de' cavalleggieri della Guardia condotti dal brigadiere Lucchesi-Palli di Campofranco, or con la brigata Guardia fanteria sotto gli ordini del tenente generale Selvaggi., or con dei battaglioni di cacciatori comandati dal maresciallo di campo Pastore, ed ora con qualche batteria di artiglieria di linea.

Un giorno però volle provarsi a tenere un campo generale sotto. gli occhi della sua famiglia, nonché sotto gli occhi de' più valenti generali patri, come pure esteri di passaggio per Napoli; e questo giorno fu il s5 giugno del 1827. Il concorso dell’entusiasmala popolazione fu immenso, sì per l’amore che portava al Principe, come per poter assistere ad una funzione straordinaria ed im ponente insieme.,I diversi corpi d’ogni arma che intervennero a quelle manovre, appalesavano nel brio delle loro movenze lo spirito novello che li animava; come la nettezza delle loro tenute e la precisione del marciare addimostravano la completa disciplina ed istruzione a coi si erano elevati per le assidue cure del real Comandante.

Fu un’istante di profonda emozione il comparire che fece a cavallo il giovinetto Ferdinando al campo, col seguito de' Generali e Stato Maggiore. La sua fresca età, ed il severo andare d’un capo di milizia, vagamente si contrastavano colla leggiadra fisonomia e colle svelte forme. Al silenzio della sorpresa successe l’ammirazione degli evviva, che dalla moltitudine si propagò nelle Rie de' soldati, con un affetto di tenera meraviglia. Giunto al campa di Marte il Re con la famiglia, il Comandante reale fu incontro al padre, che montato a cavallo percorse le file degli schierati corpi, ricevendo i più minuti ragguagli su di ognuno ai essi. Dopa chiese gli ordini del Re, e cominciò a comandare la manovra a fuoco, con brillanti ritrovati di guerra, che furon valutati per ottimi da validi intenditori di milizia. Tale esercizio di campo si prolungò per più giorni, sempre con alacri risultali.

Quest’altra branca d'istruzione militare venne messa in continuato uso, con felici successi e per parte del Principe Comandante, che applicando le sue geniose teoriche alla pratica delle evoluzioni, spiegava ogni giorno più il suo genio militare, e per l’armata, che oltre il perfezionamento sempre maggiore al quale addicevasi, improntavasi con tali usi del vero carattere d’ogni milizia cioè l’agilità del movimento e l’abitudine de' disagi. Avremo motivo di ritornare su queste materie più volle ancora.

 Or continuando ad enarrare i mezzi tutti che seppe rinvenire il Principe Ferdinando per ridurre ad ogni possibile perfezione il napolitano esercito, giova dire qualche cosa intorno alle visite militari che intraprese su d’ogni stabilimento, quartiere 0 piazza d’arme che fosse, onde colla vigilanza continua e colla continua sorpresa, tener desto il servizio, e completa la disciplina, nonché in soggezione i capi e i subalterni, togliendo dalle radici ogni possibile abuso.

Un giorno recavasi al quartiere di Pizzofalcone senza avviso di sorta, e chiamando a rivista d’ispezione i reggimenti della Guardia, minutamente ne osservava il servizio del quartiere, la nettezza delle caserme, la polizia delle arme, il mantenimento del vestiario; e tante volte nel giorno istesso recavasi ad un quartiere di cavalleria nelle ore in cui praticasi il servizio degli animali, e spesso, assisteva di persona alla mensa de' soldati, onde prender cura della bontà de' cibi e della prefissa quantità spettante ad ogni individuo. Premi assegnando e lodi al buon andamento delle cose, riprensioni e castighi usava ad ogni positiva mancanza di servizio.

Qualche volta amava visitare gli ospedali militari; e non è a dirsi quando impegno prendesse nel voler osservare alla minuta e con rigorosa maniera tutto quanto abbisognava pel prospero andare del servizio sanitario di que’ luoghi. In tutto sapeva entusiasmare l’amor proprio de' capi, corrigerli come abbisognava, ordinare delle cose nuove quando ne vedeva l’uopo, e toglier via tutto quello che di inutile o d imperfetto rinveniva. Slupivasi di un tanto fare in un giovinetto che salir dovea al soglio delle Due Sicilie; e tra la vigilanza ed il rigore, ogni branca di servizio militare andava bene, e perfezionavasi ogni giorno più; e mercé gli ordini del giorno, rendendo di ragion pubblica nell’esercito le lodi spettanti a' singoli corpi, apriva il varco alla più nobile delle emulazioni.

Per esempio, passando un giorno a rivista il reggimento Re fanteria, e rimanendone contento per la tenuta ed istruzione, ordinò che si dasse allo stesso un presi doppio. Un altro giorno, avendo voluto osservare la condizione amministrativa del reggimento Re cavalleria, ne fece pubblica lode all’armata con un ordine del giorno. Essendo andato ad ispezionare il corpo de' Zappatori, la sera l’intera armata seppe che i soldati di questo, oltre l'istruzione propria, servivano il cannone in battaglia, come ogni perfetto artigliere. Portatosi a rivistare il reggimento Real Napoli, pubblicò che lo stesso era modello per la nettezza e la decenza delle caserme. Recandosi a veder le manovre del 3.° battaglione cacciatori, scrisse all’armata che amava veder in tutti i corpi di fanteria la precisione della carica alla baionetta che ammirato avea in detto battaglione. Essendo andato per la prima volta ad ispezionare il reggimento Regina artiglieria e le compagnie di artefici del corpo stesso, disse:

«Son venuto a vedere il personale per oggi, giacché non bastami un mese per ammirare tutto quanto saprà farmi vedere nell’istruzione e nel macchinismo la intelligente artiglieria napolitana».

Tutte queste cose dette con sano giudizio da un intelligente comandante che addivenir dovea un giorno Re, non è a dirsi qual dose di stimolo di amor proprio e di onore aprivasi nella forza morale del patrio esercito.

Da Napoli eccolo in Nocera de' Pagani. Giungere, far battere la generale, in cinque minuti riunire in colonna quella guarnigione, recarla al campo, comandarla in ogni maniera d’istruzione, cercar conto d’ogni regolare inchiesta de' soldati, osservare le loro vestimento pel completo dell’equipaggio per la nettezza e per la durata, lodare il brigadiere Lecca come il più alto istruttore, encomiare i corpi diversi dell’onore che si faranno alla prima parata ed al primo campo generale, fra gli altri dell’armata, e andarsene di sorpresa come per sorpresa era giunto.

Un giorno recasi col Re suo padre alle delizie di S. Leucio. Giunto ad Aversa, di soppiatto si ferma, fa montare a cavallo il 2.° reggimento cavalleggieri della Guardia ivi di guarnigione, lo passa in rivista, si mette alla testo ed ordina la carica; indi lo conduce al proprio quartiere, osserva la tenuta delle caserme, lo ringrazia con elogi e raggiunge il padre; così non volendo perdere un giorno solo senza aver fatto qualche cosa per l'armata.

Il giorno seguente chiede permesso al Re, ed in compagnia del suo cavaliere Principe di Bisignano abbandona S. Leucio e recasi in Capua ad osservare le fortezze di quella imponente piazza d’arme; indi si accommiata come per non ritornare per ora; ed ecco che il dì seguente, al far del giorno, in unione dell’anzidetto Principe di Bisignano ritorna a Capua, trovando ancor chiuse le porte; va ad osservare le rovine dell'anfiteatro Campano, meditando su quegli avanzi gloriosi d’un èra memorabile; indi di soppiatto entra in città non atteso, va alla Gran Guardia, fa battere la generale, osserva come si esegue il servizio in una fortezza per simili rincontri, indi riunisce la truppa di guarnigione, la porta al campo, la fa manovrare a fuoco, e tosto col suo indivisibile cavaliere prosegue il viaggio fino a Gaeta, ove giunge alle 5 p. m.

Entrando in quella memorabile piazza forte del Regno, si reca in compagnia del governatore, generale Milano e dello Stato Maggiore della piazza alla chiesa madre della città, ove è ricevuto dal Vescovo del luogo. Riceve la benedizione dei Santissimo, fa le sue divozioni, indi va ad osservare una parte delle fortificazioni del fronte di mare, per essere già sera. La mattina vegnente compieil rimanente della sua ispezione per le fortificazioni del fronte di mare, e dopo passa ad osservare la manovra del ponte recentemente costrutto, secondo il metodo di Dobenhein. Passa quindi a percorrere le fortificazioni del fronte di terra, visita i magazzini di polvere, ispezionando il servizio difficile di questi locali. Dopo conduce i corpi di guarnigione alla manovra, osservando lo stato d’istruzione di essi; e ritornato in città va a rivistare le caserme e. l’ospedale, assegnando adatti provvedimenti per tutto; in ultimo si reca ad ispezionare tutti i magazzini di artiglieria e del genio, onde sott’occhio scandagliare se le provvisioni di guerra siano al completo; ed indi si restituisce in Napoli, ove giunto chiama un campo pel dì seguente, e fa emanare de diversi ordini del giorno pel giro eseguito.

Fu noto all’esercito che avendo rivistato il dì n settembre 1827 il 2.° reggimento cavalleggieri della Guardia in Aversa, ne à trovato ottima la tenuta, eccellente il contegno militare, buona la manutenzione de' cavalli, completo lo stato del magazzino, il soldato provveduto diluito oltre il bisogno, infine esalta la disciplina, e grande la polizia delle caserme; à accordalo un presi doppio per un giorno, compenso al merito.

Che il giorno 12 e 13 corrente avendo passato in rivista il 1.° reggimento siciliano ed il deposito del 2.° nella piazza di Capua, à osservato ordine nettezza in detti corpi ed ottima la manutenzione dell’ospedaletto; e che nelle manovreranno sperare di veder presto perfezionala l’istruzione. Spera di rimaner contento di tutt'altro che andrà a vedere in seguito nella suddetta piazza.

Che il giorno i4 corrente essendosi portato nella piazza di Gaeta à rivistato il reggimento Real Palermo, ed è rimasto contento in tutto il servizio interno del quartiere. In quanto all'istruzione che à trovato buona, à particolarmente osservalo la pianta perfetta del soldato sotto le arme. Avendo l’alfiere di dello corpo Paolino Gimfrodi in presenza del Real Principe Comandante fatte eseguire le così dette manovre quindirinel con maravigliosa precisione, à comandato che l’armata sappia con un particolare ordine del giorno il merito di questo ufficiale.

Nel febbrajo del 1828, ricomincia di bel nuovo le sue visite che tanto vantaggio davano per tener desta la truppa in ogni circostanza. Ritorna a Capua co’ tenenti generali Nunziante e Salluzzo, si fa seguire dal maggiore Scarola e dal suo ajutante di campo, capitano ajutante maggiore Ferdinando Nunziante, onde rivistare il primo reggimento siciliano che da Capua muove di guarnigione a Taranto; le vede partire, indi passa ad ispezionare il più necessario di quellapiazza d’arme.

Ritorna in Napoli, ed alle 6 a. m. non atteso da ordine alcuno, né dall’ora troppo avanzata, si porta al quartiere del reggimento Re cavalleria. Visita le scuderie, osserva il servizio de' cavalli, ispeziona il magazzino; e subito si reca ad eseguire altrettanto presso il quartiere del i°cavalleggieri della Guardia. Non contento di questo, alle ore nove di notte si reca in Aversa, a sorprendere il 2° cavalleggieri. Fa battere la generale, fa montare a cavallo il reggimento nel più bell'ordine. Il di seguente l’esercito conoscea che il detto corpo, chiamato nel più profondo del sonno, con sollecitudine ed in quasi mezz’ora era a cavallo e pronto a marciare ove si voleva.

Dopo qualche mese, intraprende novellamente un viaggio d’ispezione per le guarnigioni fuori Napoli, e per serbare l’incognito si accompagna col suo cavaliere Principe di Bisignano; così per sorprendere in particolar modo le due piazze importanti del regno, che sono Capua e Gaeta.

Son queste le immense cure che Ferdinando à spese da' suoi più teneri anni, onde stabilire e perfezionare un novello esercito presso il Reame delle Due Sicilie. Sarebbe colpa imperdonabile, parlare di Ferdinando Re, obbliando i suoi stenti, le sue fatiche tanto utilmente spese a larga mano in età giovanissima presso l'esercito nostro, pochi anni prima di salire al Trono.


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CAPITOLO XVIII

Visita del principe Ferdinando all'ufficio topografico del Regno, e relazioni storiche sullo stesso, dalla fondazione fino al 1829. — Collegio militare dell’Annunziatella — Sala d’arme del Castelnuovo — Sala pe’ modelli d’artiglieria, e scuole teoriche d’artiglieria. Primato d’invenzione patria su’ cannoni a fulminante.

Non bastava al sapremo Comandante del nostro esercito aver cura soltanto dell'istruzione di guerra, delle pronte e sagaci evoluzioni, delle manovre di campo, delle colonne mobili, de' simulacri di battaglia; tutto questo ed altro ancora si attiene alla scienza militare, stando che oggi gli eserciti di Europa non sono più l’accozzaglia di masse armate, ma corpi disciplinati, istruiti, che si muovono mercé la tattica, la strategia, le leggi fisse, e tutto quell'altro corredo militare che sta allo studio più profondo delle scienze positive, applicate alla guerra con sempre progressivi ritrovati. Ed ecco che Ferdinando, oltre il naturale trasporto per le arme, istruito abbastanza per conoscere e valutare la parte scientifica della milizia; amò fin d’allora tesoreggiare degli immegliamenti scientifici appartenenti al ramo di guerra, ed assegnar mezzi adatti per ogni venturo immegliamento. Veramente è una piccola cosa al paragone, tener discorso de' progressi scientifici della milizia napolitana nell’epoca che trattiamo al momento, in confronto di quel che dovremo dire negli anni del Governo di Ferdinando, come Re delle Due Sicilie; ma tanto, è duopo parlarne, sì per ragioni cronologiche, come per misurare con regolare gradazione il progredire d’ogni cosa da un periodo di tempo ad un altro. Se è vero che bisogna aver anche gli occhi per udir bene; noi guardando oggi il già fatto nelle teoriche scientifiche militari, possiamo elevarci a più lodevole ed esalto giudizio, quando scenderemo, sul ramo istesso, a ragionare di quel tanto che esclusivamente appartiene alla milizia di Ferdinando Re.

Il dì sette luglio 1827, il Duca di Calabria, ognor più instancabile pel perfetto andare della patria milizia, stimò rivistare gli edifici scientifici spettanti al ramo di guerra, col portarsi all'ufficio Topografico del Regno col seguito di intelligenti uffiziali. Il Ministro di Guerra e Marina, Principe della Scaletta, il Direttore del Ministero medesimo brigadiere Brocchetti, qual ispettore del real ufficio medesimo, ed il capo d’ufficio maggiore Melorio, corsero ad incontrare l’augusto Principe, e gli furono di guida unitamente agli uffiziali del l’istituto in tutto il tempo che ivi si trattenne.

Cercò contezza de' progressi litografici e calcografici, facendo lavorare i torchi in sua presenza. Osservar volle l’archivio, generale della Real Segreteria di Stato di Guerra e Marina, ove largheggiò di ben adatti elogi per l’ordine che si manteneva nella conservazione e disposizione insieme delle scritture dal 1734 finoggi, formando così l’emporio de' documenti militari, da Carlo III a' nostri anni. Dopo aver ammirato la rinata biblioteca e deposito militare, volle trattenersi alla lunga nelle sale di modello, specialmente osservando il modello magnifico della cittadella di Messina col terreno e mare contiguo; indi il gabinetto delle macchine astronomiche, geodetiche e grafiche; e portatosi alle sale di disegno e d'incisione, cercò conto di tutti i lavori compiuti, nonché di quelli che si trovavano eseguendo. Di poi ascender volle all'osservatorio astronomico, fino al luogo ove dovessi collocare lo strumento di passaggio, il pendolo a compensazione metallica ed il contatore a mezzi secondi, oggetti fatti espressamente venire da Monaco, da Londra e da Parigi; recandosi in ultimo a vedere la torretta a tetto mobile, ov’è situato un gran cerchio ripetitore di squisita costruzione. Infine la tipografia e la ligatoria richiamarono la sua attenzione. Tutto stava degno di peculiare encomio in quel locale, ed il Principe Ferdinando fu largo di lodi verso d’ognuno.

Ora vogliamo dare qualche cenno storico su questo splendido ufficio militare, poiché da lunghi anni esso riesce di meraviglia agli esteri viaggiatori illustri, e ridonda perciò ad onore alla patria nostra non sempre ben conosciuta e per questo non sempre ben valutata. Motivo massimo si é che le cose nostre, non fanno il giro dell’Europa colla pubblica stampa come quelle di altri Stati.

Il Reale officio Topografico collocato in Pizzofalcone, riuniva fin d’allora tutti gli stabilimenti necessari per un deposito generale del ramo di guerra. Tale stabilimento é diviso in due sezioni.

La prima abbraccia l’istituto topografico, inteso alla costruzione e pubblicazione delle carte geografiche, topografiche ed idrografiche del Regno, e sovente anche dell’estero. Il servizio n’è affidato ad uffiziali ed architetti topografici ed a professori di disegno e d’incisione, bisognevoli per quell’innesto di scienze e belle-arti che forma l’indole caratteristica di tali istituti. E provveduto d’un gabinetto completo d’istrumenti geodetici, ottici e grafici de' migliori costruttori di macchine, stranieri e patri, per tutti i suoi lavori interni e di campagna. Ha un osservatorio astronomico, cui è addetto un professore di geodesia, ed astronomia, per eseguire le osservazioni analoghe, intese principalmente alla verifica ed unione delle osservazioni geodetiche di campagna.

La seconda sezione del detto stabilimento è formata dal deposito militare. Essa comprende: Una scelta e ricca biblioteca pubblica che offre a' militari studiosi, di terra e di mare, i tesori delle lettere, delle scienze e delle arti. Una raccolta delle migliori carte geografiche, topografiche, ed idrografiche de' due emisferi, antiche e moderne. Una vasta tipografia per la pubblicazione delle opere militari, e per lo servizio del ramo ai guerra e de' corpi militari. Una calcografia per l’impressione de' rami incisi nell’istituto. Una litografia operosa, instituita per pubblicare que’ lavori che non conviene eseguire coll’incisione in rame. In ultimo un deposito di modelli delle piazze e forti del Regno in grande scala, per rendere più facile a' giovani militari, con Io studio delle fortificazioni patrie in rilievo, l’applicazione de' principi generali nell’arte.

Fin d’allora ammiravasi la gran carta topografica del Regno, alla scala di 1f80,000 del terreno; la carta de contorni di Napoli in nove fogli alla scala di 1f25,000; la più recente pianta della città e rada di Napoli alla scala di 1f8,000; la carta idrografica del Regno alla scala di 1f100,000; la carta generale della Sicilia in quattro fogli., e la carta degli itinerari della Sicilia in un foglio; ed in ultimo in quell’anno già si era dato mano al lavoro di una gran carta amministrativa statistica-itineraria dell’intero Reame.

Eppure tanti lavori colossali, che in quegli anni non si erano praticati de' più perfetti in Europa di tal genere, avevano occupato quell’ufficio da più di quattro anni. E vero che fin dallo scorso secolo Ferdinando I avea gittate le norme per questo stabilimento, chiamando a se l’illustre patrio geografo Rizzi Zannoni, che si addisse ad insigni lavori utili ne’ tempi suoi. E vero che lo stesso Ferdinando in Palermo negli anni decennali sorger fece un officio topografico,e che ritornando nell’intero possesso de' suoi Stati, riordinar volle quello di Napoli; ma per l’incendio avvenuto nel 1820 quasi intero l'edificio cadde in rovina: Dopo il 1821 il Re diede opera a ricostruire le fabbriche, e le diroccate sale; ma coll'avvenuta sua morte non potè veder completo quanto desiderava. Francesco I in tre anni fece eseguire il rimanente che abbiamo descritto; il resto, e non é poco, è tutta gloria di Ferdinando II, come noi diremo altrove. Peccato che finora nel nostro paese mancar deve un po’ della industria vendibile, tanto proficua all’estero, ed il talento di far valere le cose patrie. Se tante cose non s’ignorassero presso l’Europa, più fulgida brillerebbe la storia dinastica de' Borboni delle Due Sicilie, e più ricco di fasti ed onorificenze volerebbe l’onor nostro nazionale sul sentiero dell’Europea civiltà, sprezzando i burbanzosi, come non ultimo fra i più colti popoli, e coi primi fra le progredienti nazioni.

Il Duca di Calabria, giovine studioso quanto mai, e non sciolto ancora da' suoi precettori, benché con tanta sagacia si fosse dato al comando in capo del nostro esercito; potrà credersi come amasse star da vicino a’ ginnasi militari da dove sorgono là maggior parte degli alunni uffiziali pe’ corpi scientifici. Elevato alla carica suprema delle cose militari, tutto vedendo, ispezionando tutto, onde ogni cosa perfezionare e far progredire; aggiunger volle alle sue cure, quella Benanche di tener in cuore un miglior andamento dello studio, della disciplina e della morale del real collegio detto dell’Annunziatella, col farsi spesso vedere da quei giovinetti pupilli del patrio esercito, e che un giorno addivenir doveano i contemporanei di lui, Sovrano venturo del Reame delle Due Sicilie. Trattenevasi spesso a ragionare con maturo senno de bisogni degli alunni e delle cure amministrative del luogo col vecchio comandante del collegio, generale Zwever.

Qualche fiata raggravasi fra i giovanetti, o allo studio per iscorgere i loro profitti, o alla mensa per osservare col proprio occhio come si adempiva da' superiori al pranzo, per la bontà de' cibi e per altro, o infine assisteva agli esercizi guerreschi di que figli dell’esercito. Oh! come si mostravano sensibili e riconoscenti all’onore di tali visite quegli alunni, mettendo ogni studio nell’esternare i sensi della loro più sentita gioia, onde appalesare il rispetto e la devozione loro verso un Principe Reale erede d’una corona, che superiore alle forze degli anni, rendevasi agli occhi loro il modello più perfetto del militare, e l’esempio più completo d’un giovinetto studioso.

Mancava nella capitale del reame una sala d’arme proporzionata alla forza dell'esercito, ove si avesse un comodo e sicuro deposito di arme d’ogni specie, finché le cure del Re Francesco essendosi estese anche a questo interessante oggetto, si pensò ad empir questo vuoto fin da che si ordinarono le riparazioni necessarie al Castello Nuovo. Affidati tali lavori al tenente generale Luigi Bardet di Villanova, Di. rettore Generale del Real Corpo dei Genio, vidersi condotti a compimento in modo da corrispondere alle Sovrane prescrizioni ed ai premurosi provvedimenti del Ministro di Guerra e Marina tenente. generale Principe della Scaletta.

Il luogo ove si volle costruire è una sala vastissima entro l’indicato Forte, di gotica architettura; la quale era un tempo contigua agli appartamenti reali, ove già albergarono vari antichi Re di Napoli e specialmente la dinastia d’Aragona illustre nella patria Storia per quell’Alfonso il grande, che qui venne a fondarla.

La sua volta di bella e ardita forma, resistette al tremuoto del 18o5 che sembrava doverla far crollare interamente, e vi cagionò appena lesioni riparabili all’intuito. Non ci prolunghiamo nel descrivere la parte organizzata delle ben messe rastigliere piramidali in forma dicono, dovendo nel prosieguo della storia far ampia ragione della famosa armeria costrutta di pianta nel summenzionato Castello, per volere di Ferdinando II sotto la direzione del tenente generale Filangieri Principe di Satriano; standoché la prima cede dell'intuito al paragone della seconda. Abbiamo stimato dir qualche cosa, sì per proseguire fondamento della rubrica militare nel Regno, come per tener discorso dell’andata del Duca di Calabria nel Castel Nuovo, onde seguire il suo metodo, in racconto, di rivistare ogni luogo dato al suo comando ed alla sua giurisdizione.

Infatti il 18 giugno del 1827 Ferdinando in unione de' suoi aiutanti generali si recò nel Castello, ricevuto dal comandante dello stesso tenente generale Selvaggi, nonché dal Ministro della Guerra, e dai tenenti generali Bardet e Alacry, il primo direttore del Genio, ed il secondo direttore dell’artiglieria. Fu prima sua cura visitare la anzidetto sala d'arme, osservando il meglio ivi contenuto, salendo sui vari piani delle rastigliere, scandagliando la ben intesa disposizione delle medesime pel gran risparmio di spazio, nonché la comoda collocazione del maggior numero possibile di arme.

Ciò eseguito, passò a vedere la magnifica sala destinata pe' modelli dell’artiglieria; quella sala che anni dopo mercé le sue cure geniose pel meglio delle scienze militari, dovea salire in tanta fama, da richiamare le meraviglie degli esteri viaggiatori, e far sorgere da' progressi crescenti delle fonderie, presso la patria artiglieria, il rinomato opificio militare di Pietrarsa, che può vantare di esser nato adulto per le cure spese dal giovine nostro Re, Ferdinando II.

In ultimo sen venne al locale sottoposto, allora recentemente restauralo, per istabilirvi le scuole teoriche dell’artiglieria; delle quali occuperemo delle belle pagine nel progredire del nostro assunto.

La proprietà de' miscugli fulminanti, quella cioè di svolgere il fuoco ad una conveniente percossa, già sperimentata utile ne fucili da caccia, è stata reclamata ma inutilmente per molti anni fra tutte le arme della fucileria di guerra, e per dar fuoco alle artiglierie, specialmente a quelle di mare, siccome legger si puole nel trattato de' razzi da guerra del signor di Montgery, reso pubblico per la stampa nel 1825.

Lo Spettatore militare, giornale dell’esercito francese nel 1828, accenna i vantaggi di queste cive, cominciate ad applicarsi dagli inglesi in alcuni loro pezzi di artiglieria di mare e di terra, ed in Francia benanche ai piccoli pezzi della flottiglia del real principe il Duca di Bordeaux; e sebbene non si fa dal giornale alcun dettaglio, si comprende tosto che non si è trattato Suo allora che di progetti di piastrine a batterie percotenti, o di apparecchi analoghi a quello dei fucili da batterie sulle cive con martelli a mano.

Possiamo noi gloriarci che il napolitano corpo di artiglieria sia stato il primo tra il 1828 a 1829, a stabilire un metodo generale di civare tutti i suoi pezzi con un moderato uso del fulminante, e tale che adempisse alle richieste condizioni. Cioè a dire, di non introdur più legno né metallo nelle lumiere de' pezzi, di non impiegare in ogni civa che tanto poco fulminante e di una composizione tale, che riesca atta soltanto a volgere il fuoco e comunicarlo alla carica, senza distinzione di tempi, di ottenere un maggior numero di tiri in uno stesso tempo che con le cive in uso, pressoché nella ragione di 3 a a; e di non produrre alcuna variazione alle lumiere, alle portate ed al servizio de' pezzi; di ovviare a tutti i pericoli ed accidenti, spesso avvenuti per lo contemporaneo maneggio del fuoco e delle munizioni a polvere nell’alto del servizio. Più ancora, di non essere tali cive soggette ad accendersi nelle lumiere de' pezzi, richiedendosi all’uopo uno studialo meccanismo che non può altrove incontrarsi per combinazione; ed altre ed altre particolarità.

Questo metodo fu immaginato e gradatamente perfezionato dal tenente colonnello, sottodirettore dell’artiglieria, cav. Giuseppe Mori, senza veruna rassomiglianza à quello delle cive de' fucili. Il Duca di Calabria, avendo fatto prova di questo patrio ritrovato nelle evoluzioni de' pezzi delle batterie di campagna e dell’artiglieria a cavallo; rinvenne alla pratica che il novello metodo di civare oltre i tanti felici risultati che dà, tiene per virtù essenziale il corrispondere nella maggior sollecitudine de' tiri e nell’ovviare tutti i pericoli che possano ripetersi dal maneggio del fuoco e dal maneggio simultaneo delle munizioni da guerra soggette facilmente all’esplosione. Il Real Comandante fece consapevole de' suoi elogi l’inventore e l’esercito, col più lusinghiero quanto meritato ordine del giorno, e ne propagò con la maggior pubblicità la notizia presso le armale estere, coronando così il merito del Mori.


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CAPITOLO XIX

Formazione del 3.° reggimento svizzero, e consegna delle bandiere in Capita Ferdinando Duca di Calabria aumenta la cavalleria colla istituzione del corpo de(1) lancieri che prende il suo nome — Formazione dei 4.° reggimento svizzero t e consegna delle bandiere in Nola.

Compiutasi l'organizzazione del 3.° reggimento sviscero, destinato di guarnigione nella piazza di Capua, nell’ultimo giorno di agosto 1828 ebbe luogo nella piazza medesima la solleone consegna allo stesso delle reali bandiere. All’ora stabilita l’indicato reggimento schierossi in battaglia nel mezzo del piano detto del Castellaccioove venne costruita comoda cappella, al lato destro della quale si eresse elegante tribuna per il Re, e Real Famiglia, ed al lato sinistro un’altra pe’ personaggi distinti che corsero ad assistere alla funzione; la quale venne eseguita con tutti que’ particolari da noi de' scritti, allorquando tenemmo discorso della funzione delle bandiere date agli altri due primi reggimenti svizzeri.

Prestato il giuramento nelle mani del Re dal tenente colonnello del corpo, per non esser giunto ancora il colonnello, e dal primo dei maggiori; e dopo d’aver toccato il libro de' Santi Evangeli colla punta delle spade snudate, nell'atto di consegnare le bandiere il Re disse queste parole:

«Signor Tenente Colonnello

«Nell’assenza del vostro Colonnello, io vi affido qual sacro pegno e le bandiere del vostro reggimento, nella piena sicurezza, che ogni individuo del reggimento stesso saprà fino agli estremi difenderle.

«La Regina mia Consorte, attaccando di sua propria mano a que«ste bandiere le Cravatte che le fregiano, ha voluto in esse esprimere i Suoi sensi, de' quali deve ciascuno valersi di scorta nel nobil sentiero della fedeltà, e dell'onore.

«Gli esempi perenni che i prodi Svizzeri hanno dato della loroleale fermezza, e del loro inalterabile attaccamento alla Casa dei Borboni, mi sono stati ad evidenza compruovati, non solo dagliantichi reggimenti di vostra Nazione addetti al Nostro Servizio, ma e in più particolar modo, benanco dalla commendevole condotta, edalla esalta disciplina di cui il primo e secondo reggimento handato costante e luminoso saggio fin dalla loro formazione, nel e corso cioè di questi ultimi due anni..

«Così nobili sentimenti che avvenimento alcuno non ha smentiti, e mi fan sicuro del giusto pregio in che tiene ciascuno questo depo e sito sacro della mia fiducia; ed una tale certezza m'induce ad ar«dentemente bramare di veder ben presto portato a compimento la e intera divisione colla formazione del quarto reggimento, per semc pre più dimostrarvi la mia particolare benevolenza).

Il Tenente Colonnello vivamente penetrato dal discorso del Re, nel prender dalle sue mani le bandiere, le indirizzò in mezzo ad una visibile emozione la seguente risposta.

«Sire

«Io son troppo commosso per poter esprimere a V. M. tutt'i sentimenti che provo in questa congiuntura felice. Io la prego, o Sire, a voler bene accogliere l'assicurazione tanto in mio nome, e quanto in quello del Colonnette assente, degli uffiziali, sottouffiziali, e solasti tutti del reggimento che noi non saremo mai per e abbandonare il deposito prezioso che dalle Auguste Sue Mani mi e viene affidato. La nostra vita sarà consecrata alla conservazione delTrono, e della Dinastia di V.,M., e noi verseremo in sua difesal'ultima stilla del nostro sangue..

«Si degni V. M. di gradire quest’attestazione altrettanto sincera e che solleone, che io umilio con rispetta il più profondo a' piedi del e la M. V.»

Adempite al rimanente delle funzioni, e comandato al giuramento, tra le più vive acclamazioni di gioia, i soldati tutti ripeterono più volte: Noi lo giuriamo; Viva il Re.

Il Principe Ferdinando altera si mise alla testa del reggimento, efece defilare dinanzi al Re. Dopo egli stesso, come Comandante Generale dell’Esercito presentò all’augusto suo Padre gli uffiziali tutti del Corpo medesimo. Indi presi i comandi dal Re, pubblicò un ordine del giorno per la circostanza pieno di lusinghiere attestazioni al novello reggimento svizzero.

La sera con gioia immensa l’intero reggimento svizzero volle sollennizzare la ricezione delle Reali bandiere, invitando ad averne parterimanente della guarnigione. Ora vogliamo tener discorso della istituzione fatta dal Duca di Calabria coll’aggiungere un corpo di lancieri alla cavalleria napoletana.

Il primo reggimento de' lancieri videsi al completo della sua organizzazione verso la fine di agosto del 1829. Il Re gli assegnò il nome di Real Ferdinando. Si ebbe ragione di appellarlo così, per esser nato questo corpo dalle cure indefesse del giovinetto Duca di Calabria. Giovane questo corpo come il suo Formatore, risultò una nuova dolcissima speranza nella carriera militare; e si vide dal primo giorno ingrossato i suoi ranghi da' più strenui giovani del Reame che volentieri corsero ad ascriversi sotto le bandiere novelle del menzionato corpo, onde intraprendere il servizio delle armi, contemporanei al proprio istitutore.

Fu bello il vedere il Principe Ferdinando nel dì 2 settembre del cennato anno indossare i militari abbigliamenti del nuovo reggimento, e portarsi in S. Maria di Capua a consegnare le bandiere al suddetto corpo, in compagnia detenenti generali, Nunziante, e Salluzzo, del maggiore Scarola, del capitano aiutante maggiore Ferdinando Nunziante, e di altra schiera di giovani uffiziali dello stato maggiore generale. preparato il servizio divino nella Chiesa Colleggiale della summenzionata città, quivi ei recossi, ricevuto dal cappellano maggiore Monsignor Gravina, dal tenente generale Pinedo, ispettore generale della cavalleria di linea, e da' brigadieri Lantini, ed Echanitz.

Dopo di aver assistito alle sacre funzioni, furon benedetti gli stendardi, e presentati dal quartiermastro generale Nunziante al giovane Comandante, che annodò a' medesimi le Cravatte. Fu commovente l’istante, in cui il Principe commosso quanto ogni altro, consegnò al comandante del reggimento ed al primo capitano i benedetti stendardi, pronunziando un energico discorso commemorativo del sacro giuramento che i detti superiori prestarono nel riceverli. Il menzionalo comandante del. corpo con adatto discorso rispose al giovane Principe; e indi voltosi agl’individui del reggimento rammemorò l’importanza de' loro sacri doveri, dopo di che venne eseguito il giuramento da tutt'i giovani componenti.

Terminata la funzione, Ferdinando volle visitare le caserme dei lancieri, promovendo l’entusiasmo il più vivo fra que’ giovani soldati, Ja maggior parte volontari, e di condizione civile del paese, e culti di educazione, e di studio. Amiamo riportare per intero Verdine del giorno emanato dal Principe, come documento storico della istallazione di un corpo novello nell’esercito napolitano, mercé i provvedimenti del più che giovane suo Comandante.

Ordine del giorno

«S. A. R. Il Duca di Calabria Comandante Generale del RealeEsercito, essendosi degnata intervenire alla benedizione degli Stendardi del Corpo di Lancieri eseguita alla sua Augusta presenza in e S. Maria di Capua il giorno 2 andante, ha ordinato di rendersi notoall’Armata col presente Ordine del Giorno di essere in tal rincontro rimasta sommamente soddisfatta del militar contegno, ed ottima tenuta di cui fece mostra detto Corpo, abbenché novellamenteorganizzalo.

«Quindi la S. A. R. nell’esternare tal suo compiacimento, vivesicura che emulando esso la fedeltà ed attaccamento verso la M. «del Re (N. S.), di cui sono animati tutti gli altri corpi del RealeEsercito, in qualunque circostanza saprà ben conservare, e difendere il sacro deposito de' Reali Vessilli ad esso affidali, e ricevutiper mano della stessa A. S. R.

«Finalmente è Sua Reale volontà che in questa circostanza venghi somministrato un prest doppio al detto Corpo ec. ec.

Il Quartiermastro Generale

Marchese Nunziante

Veniamo a completare questo capitolo col far nota la totale organizzazione del quarto reggimento Svizzero, e delle bandiere che ricevette dalle mani del Principe Ferdinando.

Nei primi giorni di settembre 183o il Duca di Calabria unitamente alla Regina sua Augusta Madre, perché il Re era indisposto, si recarono nella città di Nola, onde aprire la funzione della benedizione e distribuzione delle Reali bandiere al summenzionato Reggimento 4° Svizzero, detto allora dal nome del suo Colonnello di Wytiembach.

Non serbandosi più cara, e più gloriosa memoria da un reggimento che la ricezione, ed il giuramento alle affidategli bandiere, così ci conviene serbar parola su di ciò anche pel nuovo reggimento svizzero.

Onde non ripetere il rituale prescritto in simili funzioni, per averlo trascritto altrove in eguali circostanze; non facciam altro che cennare d’essere stata questa funzione simile a quella avvenuta per gli altri reggimenti svizzeri. La Regina dopo d’aver annodalo le cravatte alle bandiere, consegnò le medesime al suo figliuolo Duca di Calabria, che dopo un benedetto discorso tenuto al Comandante il reggimento, passò affo stesso le bandiere, ricevendone il giuramento. Indi eseguitosi benanche il giuramento dell’intero corpo, lo stesso sfilò in colonna per plotoni alla presenza della Regina, e del Duca di Calabria. Prima di far ritorno le Reali persone in Napoli, gli uffiziali tutti del reggimento si presentarono alle Auguste persone onde rendere le più vive grazie per l’insigne dono ricevuto. Non mancarono da parte del Principe Ferdinando quelle ordinanze usate in eguali rincontri, onde testimoniare al novello corpo tutt’i segni della sua compiacenza.

Così terminato abbiamo di discorrere della istallazione de' quattro reggimenti svizzeri, che fanno parte del Napolitano Esercito. Ne seguiremo a tener discorso quando onorevoli occasioni si presenteranno nel prosieguo del nostro contemporaneo lavoro, che non saran poche, colme di onore, di fedeltà e ai disciplina, in gara dell'armata nazionale napoli taua, che tanto bene cammina pari passo sul sentiero della gloria, con questi corpi esteri al servizio del nostro. Governo Borbonico.

STORIA CIVILE E MILITARE Del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849 DI MAURO MUSCI Fascicolo 15 NAPOLI 1855

Acquedotto di Caserta - Reggia di Caserta

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CAPITOLO XX

Perfezionamento nella carriera militare del Principe Ferdinando, e pruove che ne diede a vari Sovrani e Principi Reali venuti in Napoli, verso quel giro di anni.

Scosso il nostro esercito, come da scintilla magica, in ogni branca de' suoi progressivi miglioramenti, mercé le ammirale pruove spese a larga mano e con fermo studio dal Duca di Calabria; lo Stesso ne ottenne però un lodevole compenso di gloria. Creare un’armata fedele e disciplinata pel suo Trono. futuro, ligare la stessa interamente a' suoi desideri, completarsi nella istruzione militare, aver modo di sviluppare le sue idee all’uopo, col metterle in pratica dietro uno studio di evoluzioni; cd aver mezzi infine di palesarsi in Europa per un Principe Reale che si elevava a seder bene tra il novero de' più accreditali strategici contemporanei, facendo nascere all’esercito napolitano un nome rispettato presso l’estero: ecco il suo compenso.

Di tali meritati plausi ottenuti da Ferdinando, avremo opportuna occasione altrove di parlarne; e solo crediamo adesso di trattenerci un tantino sul merito ch’ebbe di darsi a conoscere ne’ suoi anni giovanili a' Sovrani e a' Principi Reali di vari Stati, come il ben avvialo per poter un giorno stare alla testa di un’armata.

Nell'aprile del 1828 il Principe di Danimarca Federico Carlo Cristiano recossi in Napoli per diporto, ove venne accolto dalla nostra corte con quelle gentilezze ospitali, già tradizionali presso le dinastie Borboniche. Subentrata un’amicizia perfetta tra il Reale di Danimarca ed il Duca di Calabria, si venne facilmente a discussioni di milizia, e tosto si ordinarono delle manovre al campo, più per istimolo di ammirazione di Federico Cristiano verso il giovinetto Ferdinando, che avea scorto sì studioso delle scienze di guerra, che per altro.

Il dì primo maggio un competente corpo di armata in gran tenuta marciò pel campo, schierandosi in ordine di parata. Poco dopo si porto il Duca di Calabria col suo stato-maggiore, ed il Principe Federico di Danimarca col suo seguito; e montati a cavallo, percorsero il fronte di tutta la linea, osservando la nettezza della tenuta, ed il preciso maneggio delle arme. Giunto il Re al campo, il giovinetto Duce diè capo alle manovre, che cominciarono col formare otto masse situale a scaloni; coll’artiglieria alle due ale e la cavalleria indietro schierata in battaglia. Indi fece seguire lo spiegamento delle masse e cominciare le evoluzioni a fuoco. Il Principe di Danimarca fu largo di encomi verso Principe Ferdinando, e partì ammirato dei talenti militari del Reale di Napoli.

Dopo qualche giorno,recossi in Napoli da Roma il Principe Federico Augusto di Sassonia in compagnia del suo congiunto Principe Leopoldo di Salerno, ch'erasi portato ad incontrarlo. Doppio scopo ebbesi questo Principe nel suo venire, sì per presentare al Re Francesco il gran cordone dell'ordine di Sassonia, come per far conoscenza del Duca di Calabria, avendone inteso discorrere con ammirazione pe’ talenti militari che avea spiegato nella più che tenera sua età. Il Principe Ferdinando gradì con sfoggio di cortesia queste lusinghiere lodi; e con quella modestia tutta sua, cercò ogni circostanza onde dar pruove al Principe di Sassonia di quel tanto che in pochissimo tempo erasi per sue cure ottenuto di miglioria nel rinato esercito del paese; e dopo stimò mettere a conoscenza di prati ca Federico Augusto sullo stato d’istruzione della napolitana armata, ordinando una manovra al campo.. Quivi recatisi i Reali Principi col Re e suoi figliuoli e col Principe di Salerno, nonché col barone di Minowilzz maggiordomo maggiore di Federico Augusto e col suo aiutante colonnello de Cerini, la truppa diè pruova di sua capacità, eseguendo varie evoluzioni di guerra con massima precisione, e fra le altre si distinse grandemente ne’ cambiamenti di fronte e passaggi di linea, in una carica alla baionetta di una colonna in massa di quattro battaglioni fiancheggiali da dodici pezzi di artiglieria, e con due cariche di cavalleria, una in linea ed un’altra incolonna. Nell’ottobre del medesimo anno la corte delle Due Sicilie ebbe visita dal Principe ereditario di Prussia Federico Guglielmo, figliuolo del Re Federico Guglielmo III; persona che abbiamo incontrala anni prima novellamente, stretto in amicizia con Ferdinando, allora Duca di Noto. Non è dirsi le simpatie che si rinnovarono di bel nuovo e con più impegno fra questi due Principi augusti.

Francesco spiegò ogni magnificenza Reale per dinotare la sua alla stima verso l’augusto ospite, il quale seppe accogliere con gradimento le sollecite cure del Re nel festeggiarlo; ma nell'istesso tempo fece tutto il possibile onde occuparsi nella sua brevedimora fra noi di rivisitare tutte le cose istruttive in ramo di antichità e di pubblici stabilimenti, che sembrano ognora più nuove per meraviglia, quanto più si osservano; come di non distaccarsi dal Principe Ferdinando, che ritrovava cresciuto in età e sì bene addottrinato nelle cure militari, da richiamare le meraviglie d’un Principe Reale di Prussia, tanto avvezzo a guardare un armata propria che ricorda già un secolo guerriero nell’Europa, pieno di ardire e di gloria, incominciando dalla guerra de' sette anni intrapresa dal Gran Federico suo avolo, e terminando a Waterloo col famigerato prussiano Bucher.

Federico Guglielmo stimò benanche voler valutare la istruzione novella, a cui addicevasi con utile riuscita la napolitana armata sotto il comando del suo amico Ferdinando; e mercé successive brillanti manovre eseguite alla sua presenza, nonché alla presenza del capo dello stato maggiore del corpo d’armata prussiana, Conte di Groeben, personaggio del seguito; ebbe a compiacersi molto della nuova tattica di guerra infusa nella nostra armata dalle cure geniose del Duca di Calabria: ma quel che più lo sorprese si fu, nel mirare lo spirito di corpo, la disciplina, l’unione ed il perfetto accordo fra i capi, e l’alta stima e confidenza che serbavasi dall’esercito. a complete proporzioni gerarchiche, verso il supremo augusto Comandante. Il Principe di Prussia a tal vista ricordatasi le triste memorie delle nostre arme nel 1820, e lo scheletro d’annata che rinvenne nel suo primo venire in Napoli, terminalo il congresso di Verona, allorquando si organizzava di bel nuovo, dopo lo scioglimento fatale, l’esercito del Regno delle Due Sicilie!

Altri Reali Personaggi si recarono nel corso del 1828ed al principiare del 1829 in Napoli, come a dire il Principe di Saxe-Coburg di ritorno per la seconda volta, la Gran Duchessa Elena Paulowna consorte del Gran Duca Michele Paulowitsch di Russia, ed il Re di Baviera Luigi Carlo Augusto; ed. ognuno fece apprezzo lodevole dell'erede futuro della dinastia Reale di Napoli, specialmente il precennato Re di Baviera che ebbe, il Duca di Calabria a compagno nel suo soggiorno presso noi, a motivo della indisposizione oftalmica che in quei giorni affliggeva il Re Francesco.

Non perché il giovine nostro Principe bisogno avesse di tali testimonianze per dar materia commendevole ad uno storiografo contemporaneo, onde tratteggiare la sua giovine vita pubblica, noi citiamo tutte queste cose. I suoi testimoni viventi sono i popoli del Reame. Ma solo per far mostra lodevole quanto giusta di lui, che, seppe crearsi un nome nell’Europa, colmo di grandiose speranze nell’avvenire, in quel che riguarda uno strenuo capitano; così fin d’allora riassegnare, mercé sua, un posto eminente allo Stato armato delle Due Sicilie, nella bilancia politica Europea, pari a quello che teneva sotto il regno di Carlo III, e nel periodo governativo di Ferdinando I, che precedé le rivolture sociali dello scorso secolo.

Ora parlandosi in queste pagine del venire nel Reame di Napoli di vari Principi Reali nel 1828 a 1829; ci piace scrivere una pagina sulla venuta de' Sovrani di Sardegna, cioè del Re Carlo Felice di Savoia e della Regina sua consorte Maria Cristina Principessa delle Due Sicilie, sorella del nostro Re Francesco.

Verso la metà di maggio 1829 videsi comparire ne’ paraggi di Na poli la flotta, sarda composta delle tre fregate la Maria Teresa, il Beroldo, e l’Euridice. Il Re Francesco non badò a spesa per ricevere con magnifica pompa i suoi augusti congiunti, e tosto fece salpare dalla rada di Napoli legni da guerra pavesati, andando all’incontro de' Sovrani Sardi, il marchese del Vasto come gentiluomo di camera, il capitano di vascello Acton, il ministro di Sardegna presso la nostra Corte Marchese di S. Saturnino, nonché i componenti il Supremo Magistrato di salute, onde dar sollecita pratica alla squadra sarda, per esservi allora cordone di quarantena su i nostri porti.

Dal lato del mare, nell’edificio della deputazione Sanitaria era stata costrutta una gran terrazza elevala pochi palmi sul livello del mare istesso e sporgente dal fronte di quella fabbrica, affinché avesser potuto comodamente accostarvisi le reali lance, e le sponde medesime eran adornale di vasi di fiori. Ergevasi in fondo alla terrazza robusto temporaneo edificio d’ordine dorico con cornice architravata, sostenuta da colonne formanti tre intercolunnei, ascendendosi a tale edificio per ampia ornata scala.

Messo piede a terra la Real famiglia Sabauda, fu incontrata dai Sovrani nostri con lutti i loro figli e congiunti, e su ricco treno percorsero la strada che mena alla reggia, alla quale facea spalliera d’ambo i lati la truppa schierata.

Le feste che si diedero in que’ giorni dalla corte di Napoli per appalesare il contento di possedere i pii Sovrani della regia stirpe ai Savoia, non spettano a noi ridirle, benché con dispiacere lo facciamo, per essere state tali da soprastare ad ogni grandiosità reale. La aristocrazia del Regno si mostrò degna di se nell’avvicinare i personaggi distinti del seguito del Re sardo, composto dalla marchesa Durazzo, dalla marchesa Raggi, dal conte Saiasco, dal conte di Brianzone, dal conte di S. Martino, dal marchese Corlanse, dal conte di Barberaux, dal conte di Colobiano, ed altri.

Non si mancò in tale congiuntura di metter a conoscenza i reali congiunti delle strenue cure militari a cui si era dato il Principe Ferdinando; e de' campi d'evoluzioni guerresche tennero mano alle feste del giorno.

Eppure, mentre Carlo Felice e Maria Cristina beavansi sotto l’azzurro cielo della voluttuosa Partenope, altri Reali di Savoia camminavano le vie di Roma, in cerca di cure religiose e sante; facendo visita ogni giorno al Sommo Pontefice, onde ispirarsi appo il Trono del rappresentante del Sommo Vero della Chiesa Cattolica!Chi eran dessi? la Regina Maria Teresa, vedova del defunto Re di Sardegna Vittorio Emmanuele, colle ultime sue due figlie Maria Anna che poi addivenne Imperatrice d’Austria, e Maria Cristina, futura Regina del regno delle Due Sicilie! Quale coincidenza di circostanze.

Ci riserbiamo a tempo più propizio la narrativa de' particolari che accompagnarono la dimora di que’ giorni in Roma della futura sposa di Ferdinando II. Non da documenti storici li abbiamo appresi, ma dalla gentile degnazione verso di noi, del lodevolissimo Pro-Segretario di Stato Cardinale Antonelli, mentre correva la monumentale dimora di S. S. Pio IX in Gaeta; perciò saranno notizie le più veridiche, benché grandemente modeste.

Carlo Felice intanto, ammirato del progredire di Ferdinando nelle scienze militari, prima di partire lo volle fregiare del real ordine cavalleresco dell’Annunciala. Il giorno 13 luglio del medesimo anno i Sovrani di Sardegna fecero ritorno a' loro Stati.


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CAPITOLO XXI

Marina di guerra — Carriera del Principe di Capua — Aumento de legni da guerra — Lavori idraulici — Evoluzioni navali — Circostanze di guerra tra il Reame delle Due Sicilie e la Reggenza di Tripoli.

Ritornando a tener discorso dell’andamento novello a cui s'incaminava la nostra marineria di guerra, conviene al prosieguo storico del racconto annunciare che il Re Francesco assegnar volle la carriera di marina al suo figliuolo secondogenito, Carlo Principe di Capua; il quale diedesi a quella istruzione ed a quel comando con fervoroso impegno, avendo per sua guida il capitan di fregata Giuseppe Tarai lo de' duchi della Feria.

Nel 9 luglio 1827 l'intera famiglia Reale colse h circostanza del varo ch’eseguir doveasi nel cantiere di Castellammare della nuova fregala detta la Regina Isabella', per cosi inaugurare la carriera militare dell'anzidetto Principe di Capua. La fregala in parola fu trovala di massima precisione di arte, e gran lode ne venne agli ufficiali costruttori Bianchi e Sabatelli. Giova qui ripetere che mercé le cure del Governo,nonché la valentia de' nostri uffiziali costruttori, il cantiere di Castellammare migliorava con prosperi risultati, non solo pel servizio della marineria di guerra, ma puranche pel servizio della marineria mercantile si nazionale che estera, vedendosi fin da quegli anni arrivare delle commissioni e per costruzione e per riparazione di legni di qualche alta portata.

Nel venturo anno poi si ripeté eguale funzione pe4 varo d’un brigantino da guerra di novella costruzione, che prese il nome di Principe Carlo, onorando così il Re Francesco il figliuol suo secondogenito,onde gli fosse di stimolo a maggior profitto della carriera a cui si era addetto; e nell’ottobre dell’anno medesimo si assisté benanche al varo di un Jacht che prese nome di Francesco Primo, mentre una nuova corvetta stava quasi al completo della sua costruzione.

Ora volendo proseguire a tener discorso de' lavori idraulici che ogni giorno piè si accrescevano nella regia Darsena sotto le cure del direi ore Cucciniello; possiamo dire che nella costruzione già eseguita dell’Avan-Cala permanente da servire per tirare a terra e varare le fregate, si ebbe occasione di notare due inconvenienti non lievi. Era il primo una certa angustia dello spazio in cui doveansi postare le fregate stesse, ed il secondo la poco profondità di acqua per una quantità di sottostante tufo, locché costringeva i delti legni per poter entrare in Darsena ad alleviarsi prima dell'artiglieria non solo, ma in parte dell'alberatura, della zavorra e di altro carico ancora. Al primo degli esposti inconvenienti si slava ovviando colla costruzione di un validissimo muro di cinta, piantato su pietre perdute nel fronte di mare a So piedi di distanza dal muro che cinge ora il piano; ed al secondo col tagliamento del tufo sott’acqua eseguito col facilissimo metodo di caricare le così chiamate mine-pistolette, metodo in forza del quale si era pervenuto a procacciare una profondità di piedi 18 a 19 circa, nel silo in cui per lo innanzi non vi erano che appena circa 3 a i4 piedi di acqua.

Il Duca di Calabria, in unione del fratello Principe di Capua, non lasciavano momento opportuno per ispezionare simili lavori, e dirigere pel meglio ogni andamento spellante al progresso della marineria da guerra ed a tutte quelle opportune provvidenze che costituir possono la dote di una Darsena militare. Come la real marina messa sotto gli ordini del Principe di Capua riprese con solerte impegno, ogni esercizio di evoluzioni da guerra lungo le costiere del golfo di Napoli e altrove; e spesso il giorno Carlo, or capitanando qualche divisione navale, or comandando qualche legno di nuova costruzione onde sperimentarne il valore del corso veloce, studiavasi migliorare gli esercizi attivi della marina militare delle Due Sicilie.

Ora non istituiamo inutile a questo nostro apparecchio storico contemporaneo del Governo di Ferdinando II, far palese la quistione che ebbesi nel salire al trono di Francesco I, colla Reggenza di Tripoli, e delle conseguenze che ne avvennero nell'agosto del 1828. Stimiamo però, invece di formare un nostro peculiare racconto su ciò, riportare con distinte rubriche, tutte le notizie diplomatiche ed uffici che si diedero iu quei giorni. Praticando altrimenti, ci sarebbe necessità risalire ai trattati diplomatici conchiusi con gli Stati barbareschi, mercé le negoziazioni dell’Inghilterra, la quale se ne prese l’incarico nel congresso di Vienna. Indi discutere quelle note, dare de' bilanciati giudizi sulla cosa, risuscitando brighe e malumori che vogliam sfuggire a qualunque costo, anche per desìo di brevità, incalzandoci il tempo per dar luogo a più memorabili racconti.

Napoli 17 agosto 1828

«Eravi stato fin del mese di aprile del 1816 fra la nostra RealeCorte e la Reggenza di Tripoli un trattato di pace. (19) Quel Bey diedesi per altro, non s’intende su qual fondamento, a credere che un tal trattato cessato fosse col fausto avvenimento di S. M. il Re al Trono de' suoi Augusti Maggiori; perlocché quella Reggenza richiese allora per la rinnovazione del trattato istesso, il donativo di centomila colonnate.

«Simile richiesta ebbe un rifiuto com'era ben di ragione, ed essendosene dimostrala al Bey la ingiustizia, per esser la medesima di ogni appoggio sfornita; egli vi rinunciò formalmente,