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STORIA  DI CINQUE MESI DEL REAME DELLE DUE SICILIE

(da gennajo a maggio 1859)

RICORDI DI MAURO MUSCI

NAPOLI

STABILIMENTO TIPOGRAFICO DI G. GIOIA

1859

MAURO MUSCI - Storia civile e militare del Regno delle Due Sicilie (1830-1849) - VOLUME I HTML ODT PDF
MAURO MUSCI - Storia civile e militare del Regno delle Due Sicilie (1830-1849) - VOLUME II HTML ODT PDF
MAURO MUSCI - Storia di cinque mesi del Reame delle due Sicilie (1859) HTML ODT PDF
MAURO MUSCI - Il Cristianesimo la rivoluzione italiana e la politica europea (1861) HTML ODT PDF
IDEA DEL LIBRO XI. - Il Principe Ereditario — Eroismo cattolico del Re — Il Regno delle Due Sicilie si riunisce in Caserta... — Il Re si consola parlando... 
I. - Il figlio di Maria Cristina. XII. - Roma, Pio IX, la Religione Cattolica e Ferdinando II. — Voti e preghiere nel Reame — Napoli commossa da timori, speranze,..
II. - Il Duca di Calabria XIII. - La Regina Teresa, la Duchessa di Calabria, il Principe Ereditario, la Real Famiglia... — Ferdinando II, tra la vita e la morte.
III. - Matrimonio del Duca di Calabria con Maria Sofia di Baviera. XIV. - Gli addii di Ferdinando II, al Principe Ereditario, alla sua Rea! famiglia, all’esercito, a' popoli delle Sicilie, a’ suoi amici e nemici...
IV. - Viaggio per le Puglie — da Caserta a Lecce. XV. - L’agonia del Re, è il compendio della sua vita. —Gli addii estremi di Pio IX e di Ferdinando II sul telegrafo —Il 22 maggio 1859
V. - Da Lecce a Bari. Bollettino dello stato di salute di Sua Maestà il Re (S. N.)
VI. - Le Città in aspettativa — Manfredonia, Foggia, Caserta, Napoli — Bari assorbisce il vanto d’ogni festività. — Re è infermo, 28 Gennajo XVI. - Ferdinando II, non è più... ma vive!!!
VII. - La Duchessa di Calabria nel Regno. XVII. - Lo spirito pubblico. — funerali. — L'Europa.
VIII. - Sofia di Baviera a Bari — Lutti Impreveduti — feste universali — l'aspettativa XVIII. - Francesco II e Maria Sofia al cospetto delle Due Sicilie... —Maria Cristina, Ferdinando II e i loro popoli— Voto dell'autore.
IX. - Il Re Ferdinando infermo a Bari—voli di quella Città e Provincia. AVVERTENZA
X. - Da Bari a Caserta la partenza — l’arrivo.NOTE

IDEA DEL LIBRO

Forsenon vi à scrittore contemporaneo, che per lo spazio di dodici anni siasi trovato alla condizione di serbare la penna costantemente rapida e senza interruzione al culto di amore e di giustizia pel suo Re, quanto noi, I popoli intelligenti delle Due Sicilie, non che i lettori della stampa quotidiana in Europa, or sulla corrente. de' giornali, or per l'organo della storia civile e militare, or fra i cataloghi di libri di attualità e situazioni Politiche, mi testimoniano d'avere spesso rinvenuto, pernondir sempre, il mio modesto e coraggioso nome, dedito ognora allo verità contemporanee, che si affibbiavano alla vita pubblica del grande Ferdinando II. Così a Napoli come a Genova, così in Germania come a Parigi e a Londra, i miei lavori di dodici anni si lessero da amici e nemici, da moderati e da riottosi, da comuni e privilegiate intelligenze, perseverantemente sacre alla gloria di quel Monarca, che la morte rapì innanzi sera. Giornalista, storiografo, quistionatore su periodi che vertenze, statista; io addivenni autore noto, parlando e ragionando sempre di questo Re, ed ogni opinione patria o forestiera si decideva a leggere le cose mie, sol perché le verità del giorno io trattava con moderazione e religione insieme, raggi questi che attingeva la mia mente dalla bontà civile e dalla morale cattolica che Ferdinando possedeva come due fiumi innesiccabili.

La mia ancor giovane vita si accertava con sé stessa di esser lontana di molto la meta della missione assunta, e che questo Sovrano, reso già sole vivificatore delle mia penna, non pagine, ma volumi moltissimi abbisognava ancora di far scrivere per la sua gloria contemporanea, quanto più contrastata dalle luride passioni, più splendida; quanto più intralciata di spine, più ricca di fiori religiosi, politici e sociali.

Ma, chi l’avrebbe detto? Nella più vigorosa virilità, in mezzo al tripudio di due Auguste Reali Famiglie, attraverso un nembo di fiori e di feste che dieci milioni di sudditi apparecchiavano o già sfoggiavano, la morte comparve a fargli guerra, Attagliando con assedio ostinato di cinque mesi, contro una vita sì preziosa, contro i cuori palpitanti de nostri popoli, stretti dall’altalena di succedenti speranze e timori quotidiani, fino a quando la rapì all’universale.

Non ardisco assumere l’incarico di pennellare il dolore delle Sicilie—non vi à penna per tessere l’assieme smisurato di sì alto rancore, che à fuse in un sol lutto le lagrime umane, che dalla Reggia si dilatano fino al tugurio del povero.

Il mio libro modestamente non si propone altro incarico, che di dare un addio alla missione che per dodici anni à unito su della stampa il nome mio con quello del Gran Re; di compiere un dovere di mesta gratitudine; di chiudere innanzi tempo la parentesi abituale d’un autore quotidiano di dodici anni, dediti ad un subbietto che è sceso nel sepolcro.

E così come un corollario alla storia contemporanea delle Sicilie, in rapide scene, aspiriamo a trascrivere il dramma cui siamo stati spettatori, nell’infausto periodo di cinque mesi. Consacrare al culto della storia ventura le gioje e i dolori della nostra Real Famiglia e de' nostri popoli; e sollevando le cortine del letto dolorosissimo in cui visse l’Angusto infermo per cinque mesi, come un balsamo al comune cordoglio, pennellare la storia eroica edificante non di Ferdinando II solamente, ma di Francesco II benanche della già vedova Maria Teresa dei Reali Fratelli dell'estinto Re, della giovanissima sua famiglia, e della Regina Maria Sofia, che Dio ne giorni presignati della comune sventura, spediva a un Re infermo, a una Real Casa in angosce, come Vangelo delle consolazioni, come il genio benefico che appare per tergere le lagrime del lutto e del dolore; di questa giovanetta che attraversava terre e mari, col sussieguo prestigioso di cento miriadi di sogni lieti, e che invece la Provvidenza destinava alla piissima sovrumana missione di confortare un Re infermo, di sostenere nel figliale dolore un augusto sposo, di lenire con la sua dolcezza, col suo coraggio, con ogni delicata e squisita prova di affetto una Real Famiglia, desta dalle afflizioni, nell’ora più giuliva di sua alla esistenza.

Gli anni corrono rapidi, il dolor nostro è grande, ma cede al tempo; sic che ora èil momento propizio di raccogliere questi sparsi fragranti fiori, ed offrirli come fascetto balsamico di pensieri nobili devoti apprezzabilissimi, a noi testimoni; ai posteri come ricordo monumentale, unico fra secoli.

Villa S. Giovanni a Teduccio (suburbio di Napoli) 1 giugno 1859.

«Oh casa augusta de' Borboni l quante sorti diverse, ma sempre memorande si aggravarono per secoli sa questa stirpe di Re, che riempie del suo uomo e de' suoi beneficii il mondo, grande per virtù e per genio! Gloriosa di contare in Cielo da' Santi che portarono quaggiù la loro corona; ci si mostra sempre piena la storia degli onorandi nomi di questi gran Re e di questi illustri capitani. In questa stirpe tutto è grande, persino la sventura…»

Mauro Musci—Storia Civile e Militare,

Vol. I, cap. II, pag. 201.

I

Il figlio di Maria Cristina.

L’eroicae santa Casa Reale di Savoja (1), diè per sposa al Sire delle Due Sicilie Ferdinando II, una bella e pudica giovanetta, Maria Cristina. Quest’angioletta abbandonò la città di Torino, commessa da sue virtù, e da Genova addobbata a festa, si recò in Napoli.

«Quegli arcani umani che ànno spiega solamente ne' fasti delle credenze cattoliche, fecero sì, che nove milioni d’individui riescirono in un giorno gli amanti folli di questo giovine Sovrana. Il suo nome addivenne la gioia d’ogni famiglia, le sue virtù si ligarono come affetti indissolubili d’ogni cuore.

«Ma le stelle più vivide presto tramontano: le amate cose, qui in terra, volano rapide all’amplesso di Dio.... e, Maria Cristina, posato appena in culla l’erede al Trono di Carlo III, dovette tranquilla e serena, covrire la medesima del suo manto sepolcrale!

«La sua morie colpì i nove milioni di sudditi, come la più universale di tutte le sciagure.

«Per che sì alta passione per una Sovrana, appena si seppe il nome al suo giungere? Per che sì profondo dolore per una Regina che muore?

«Si abbia la spiegazione, dopo che la Cattedra eterna di Pietro avrà pronunciato il suo giudizio su questa Pia; ed allora si comprenderanno quegli arcani umani citati di sopra.

«Ebbene?

«Corre già il quinto lustro dalla morte della buona Sovrana delle Sicilie. che non oblia questo cuore umano, attraverso la coltre degli anni?...—Eppure, i popoli delle Due Sicilie non seppero dimenticare l'amore che nutrirono per Maria Cristina vivente, il dolore che soffrirono per la Regina estinta. Il nome augusto della Pia, siede a palladio della famiglia aristocratica e della plebea; e s’impone col battesimo alle nate, quasi aureola di virtù, quasi patrocinio di onoranza. Il dotto e l’ignorante, il ricco ed il povero, tutti tutti ripetono il caro nome. Dalle estreme province, in ogni afflizione domestica, in ogni malanno personale, in ogni speme di lieta ventura, che si fa? Raccomandasi ognuno all’anima buona di Cristina, e con una fede sì viva da commuovere un empio.

«Accorrete a Napoli. Fatevi additare la monumentale Real Basilica di S. Chiara, ove in chiuso marmo riposa la salma dell'estinta. Mio Dio! potrei dire che un Monarca non riceve tante suppli che e voti sul trono, per quanti voli e suppli che poggiano in ogni dì, in ogni ora su quell’avello. Nécrediate trovar ivi schiere di poveri e di femminette sola mente, no. Io veggo spesso, con la fronte posata su quell'urna, la balda gioventù del Reame, il sapiente, il rude militare, la dama. Eia confidenza, la fiducia, la passione è tale alla sua memoria, che si ammira ogni petente muovere le labbra pari a filiale colloquio, e la lagrima scorre affettuosa sull'urna, come a consiglio a tutela, verso la cara memoria di estinta madre, avvocata in Cielo per i suoi, dolenti sulla terra…

«Chiunque ritorna da Napoli nel proprio paese, la famiglia a primaria inchiesta gli domanda:;Hai visto il figlio di Maria Cristina?; Ed ognuno di casa di già à inumidito il ciglio.

«Chiunque dalle province viene in Napoli, à due commissioni dai suoi, e serba due cure eguali per sé. Visitare l’avello di Maria Cristina in Santa Chiara, recar nuove del Principe Ereditario. ;Hai visto il figlio di Maria Cristina? quante volle? si è fallo grande? somiglia alla madre?—Ecco le dimande assediami a chi è reduce dalla capitale.

«Perchénon lo chiamano il Principe Ereditario?—No. Credonole popolazioni nel loro affetto dinastico, quasi accumulare maggiore affettuosa ricordanza ai loro cuori e più preclaro distintivo alla loro memoria, appellandolo coll’epiteto speciale: il figlio di Maria Cristinaecc. ecc. ecc.».

E questo figliuolo di tanta madre, questa gemma sì altamente valutata dalla comunanza degli affetti nostri, questo fiore educalo dai desii e dalle speranze de' popoli nostri, dall'orfana culla finoggi, è di già il Re del Regno delle Due Sicilie; egli FrancescoII che ricco delcorredo speciale dell’amore unico di nove e più milioni di sudditi, ora rende guaribile col suo ascendere al Trono, l’unico dolor nostro universale, prodotto amarissimo della perdita incalcolabile del padre comune di ventinove anni, il grande, il magnanimo, il più Ferdinando II!


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II

Il Duca di Calabria

Siamo nel 1858. Il Principe delta gioventù delle Sicilie, Francesco Borbone Duca di Calabria si approssima a compiere il suo ventesimo terzo anno di età, e dalla Reggia alla capanna, Re e Reame, ànno gli occhi del desio e della speme rivolti sn i suoi passi. Cresce ogni dì più all’ombra della vera civiltà cattolica, che irradia con perpetuo crescente folgore il Trono di suo padre; e cresce adulto di senno politico e di prudenza sociale, prescrivendo lo stadio severo, silenzioso, disciplinare, della semplice e nobile educazione che la Corte Siciliana sa dare ad ogni suo Principe Ereditario.

Egli vagendo in culla da pochi soli, non ricorda ma à appreso, come la sua nascita fu causa d’immenso gaudio e di invalutabile dolore; e come «trovò alto conforto fin nell’orfana culla, che mentre perdeva «una madre ch’era tutta Sovrana di animo e di cuore, otteneva una Sovrana, che è tutta madre nell’amore e nel rigore d’una saggia disciplina presso i Figli suoi, ed in ispecie presso la perla futura del Trono di Carlo III (2).

Egli è inteso ripetersi il racconto commovente, del giorno in cui tolto il lutto dall’orfana sua culla, il giovane suo Padre Ferdinando II, secondando il rito, senza madre Io condusse in forma pubblica allachiesa metropolita di Napoli, onde offrire il suo vergine cuore a Dio e darlo alla tutela di S. Gennaro, patrono della città. Oh Cielo, che giorno fu quello! gli evviva io sulle vie al pargolo ereditario, sembravano lieti gridi spezzati da sinistri ricordi... ; il Re solo nel suo cocchio—e la nostra Regina?... e la sua sposa?...—Infante in fasce solingo nel suo cocchio—e la madre di Francesco?... ognuno esclamava—e Cristina?... ; E 'l tripudio della giornata fu velato di lagrime; ma da quel dì solleone può dirsi che nacque l’amore de' nostri popoli per il figliuolo di Ferdinando e di Cristina, aumentandosi cogli anni che segnano sull’urna del tempo, la perdita non mai obliata dalle Sicilie, della carissima sua madre e madre a' popoli nostri.

Egli ricorda (e come dimenticarsi?) altra affettuosa e commovente scena de' suoi primi anni, quando indossata l’assisa di semplice soldato del reggimento Principe, Ferdinando lo reca per la prima volta alla Madonna di Piedigrotta. Era un voto che il più Monarca iniziava pel suo primogenito, ed era insieme una dimostrazione di amore che offriva per la prima fiata all’esercito ed al popolo. L’esercito vedendolo, salutò il futuro suo Re e condottiero sotto la umile divisa di soldato raso; e la popolazione tornò a rimembrare nell'infante militare, la estinta madre del piccolo augusto soldato.

Egli da quel dì, dagli studii di età, addivenne l’ordinanza militare del suo padre e Re, onde le tenere membra si adattassero al disagio, l’animo puerile alla disciplina, la mente alla percezione del senno militare che in tanta copia possedeva il genitore. E così man mano, ogni soldato apprese a vedere ed a conoscere l’erede venturo del Reame, ognora sotto la severa assisa militare. Ed esercito e popolo si dimandavano da anno in anno: ; che fa il Principe Ereditario? è caporale; Come l’erede d'un Trono, il figliuolo delle guerres che auguste case di Borbone e di Savoja, non è che un caporale? E queste care sorprese solcavano le vie alle pubbliche affezioni, che il gran Ferdinando imprimeva per concatenare in un nodo solo l’educazione del primogenito, e l’amore che i popoli dopo lui, serbavano al figlio di Maria Cristina. Il Re à promosso il Principe Ereditario—è foriere, è sergente e così mano mano fino agli ascensi di uffiziale, fino alle spallette di colonnello del 3.° di linea fanteria, e al bigiacco di colonnello degli Ussari della Guardia—questo stadio di gradi, atteso con dolcissima ansia, dilatava le cure che l’esercito sentiva per lui, e le cure insieme che serbavano le popolazioni quasi a tutela dell’orfano della Regina Cristina.

Così progrediva l’età del Duca di Calabria, placida Regolare, ed allietala quasi in ogni anno dalla crescente compagnia domestica che si avea dalla fecondità della Regina Maria Teresa, mercé l’acquisto d’un fratello o d’una sorella, E progrediva costantemente sotto lo sguardo; del suo padre e Re, il quale deve dirsi a vanto contemporaneo, è stato il maggior precettore del suo primogenito, il suo mentore, il suo scudo, il compagno «l’amico, onde aver tempo di fondere nella bell’anima del suo orfano figlio, ì tesori tutti della sapienza di Stato, ingemmali e perciò preziosissimi, della morale eterna del Vangelo.

Ma ecco una qual che interruzione alla placidezza disciplinare d'un sì affettuoso vivere, mercé il frastuono delle sinistri vicissitudini del fatale anno 1848, chiuso in una specie di trepidante parentesi, tra il 1841 che servì di prologo a quella rivoluzione sociale con addobbo politico, e ‘l1859 che servì di catastrofe. Ferdinando II educava la sua prole non co’ riti fastosi dei Re, ma con le cure grandiose d’un perfetto padre di famiglia, modello fra tutti, e perciò le sue gioje dividevano si co’ suoi cari, come le sue dispiacenze giunger dovevano alla sua prole con cui serbava unitamente le stanze, la mensa. Chi può esprimere le impressioni del più che bilustre Duca di Calabria, in quell’uragano, in cui il suo gran padre lottava solo contro la demagogia europea, briareo che moltiplicavasi in mille modi a dargli urto, or sotto la nobile assisa diplomatica, or sotto la veste ignominiosa del proletario? or su i fogli volanti d’una stampa calunniatrice, or co’ sediziosi gridi da trivio fin sotto il sacro palladio della Reggia? or con l’anarchia civile in sul la via, ed or con una sequela di ribellioni?La guerra prolungata di tante tenzoni se giunse a turbare il giovanile animò di Francesco, non fu però che come un’eco, giacche l'età noi comportava a sedere ne' consigli Sovrani. Eco apprezzabilissima che apriva alla sua vergine ragione, uno studio precoce per l’acquisto anticipalo di quelle eminenti virtù di suo padre, che egli ogni giorno conquistava non sulle volanti teorie d’un era che fu, ma sulla pratica quotidiana d’un epoca che passeggiavagli innanzi, colle volubili sue fasi, e con un dizionario di parole di desii e di persone, che costituivano il più rapido e necessitoso profitto per chi è nato da salire un giorno il Trono.

Ma uno spettacolo più mite, un avvenimento più dolcificante, uno studio più apprezzabile per Principe Ereditario, nell’epoca medesima gli si offre, col venire nel Regno l’esule Pontefice Massimo, vero vicario di Cristo, che dalla Gerusalemme militante (Roma) ottenne i fiori in sulle vie indi le spine; gli osanna ed il crucifige.

Ed io che sulla stampa quotidiana battagliava per Dio e pel Re, ricordo, che reduce un giorno, pe’ miei officiosi pellegrinaggi, dalla santificata Gaeta, giovane di vita e di immagini, col cuore colmo di religione e di fede, scrissi per primo articolo del giornale che compilava, le impressioni avute, e, ;Pio IXha benedetto il principe ereditario in Gaeta; parole all'Esercito ;Mio Dio! che febbre, che entusiasmo addussero le mie parole in mezzo ai soldati. il mio dire si convertì in dispaccio elettrico pe’ nobili cuori de' prodi. Si versarono lagrime sotto le tende del bivacco, nelle marce faticose, alla veglia delle battaglie; ed ogni soldato ripetea commosso le mie parole: il Principe Ereditario èbenedetto dai Pontefice, egli il vostro piccolo soldato: viva il Re! l’anima di Maria Cristina, accompagna le vostre bandiere, ecc. ecc.

Ferdinando II, spiega all’ospite santo, quanto puole un Re in onoranza, in lusso, in rispetto, e l’Europa e 'l mondo cattolico, batterono le mani plaudenti al Monarca cristiano e magnanimo. Ma il mondo cattolico e l'Europa non avvertivano lo studio religioso a cui dovasi in Gaeta il giovanetto figlio di Cristina di Savoja, all’ombra tutelatrice del Gran Padre de' credenti. Ferdinando spesso da Gaeta recavasi in Napoli per urgenze di Stato, e 'l suo primogenito lasciava in pegno di sua fede appo il Pontefice. E alla prece, alla veglia, al desinare, alle romite passeggiate su quei temuti spaldi di Marte, per Montesecco, pel Santuario della Trinità, quante volte ammiravasi l’ingenuo e biondo figliuolo di Ferdinando e di Cristina, servire di compagnia a Pio IX, o pendere da affettuoso colloquio del Gran Sacerdote, come bianco cigno che guarda il Sole sul Carmelo, o beve sitibondo ai lavacri del Giordano.

E così man mano, dopo d’aver testimoniato tutti i cimenti e le vittorie del temuto e rispettato suo padre e Re, compito appena il sedicesimo anno di età, per legge entra a sedere alla destra del Sovrano nei Consigli di Stato, e con senno reso maturo dalle grandiose esperienze svolte sotto i suoi sguardi in un periodo scabroso e prestigioso insieme di esistenza politica, apre la sua intelligenza ai segreti governativi, a quelle sorgenti luminose del ben vivere sociale, rese già assiepate di spine da una generazione di uomini avarissimi di doveri, prodighi di diritti; mascherati da apostoli, per nascondere alle moltitudini il cuore di Giuda.

Ma, e perché non ricordarlo? fin dal cadere dell’anno 1849, l’augusto nome di Francesco Duca di Calabria, diè onoranza di fregiare da Mecenate la storia contemporanea Civile e Militare del Regno, onde proteggere il racconto de' fasti del suo gran padre, e possederli come in rassegna cronologica; e l’autore seriveagli:

«Donare agli studia di a V. A. R. un’opera di vera e soda istruzione. Una storia diceva, o Giovanetto Signore, che servir possa qual Catechismo politico morale dei teneri anni di V. A. R. onde senza necessità di uscire dalla Reggia per rinvenire estranei modelli di studii governativi, nella storia dell’Augusto Padre Vostro, ritrar potrete ed apprendere, quanto basta «per formare un Re».

E fin da quell’anno l’amato nome, girò. impresso su dell’opera, in succedenti edizioni, per quanto è il Reame, e ne' cataloghi delle estere librerie, e fra le mani di Re, di Principi, di dotti; e di amici e di nemici vicini e lontani del Gran Ferdinando.

L'abbiamo accompagnato ne' consigli di Stato, or facciamo da guida all’amatissimo giovanetto ne' suoi primi viaggi, dividendo con rispettosa modestia i tripudii e gli evviva che le festanti popolazioni tributano al magnanimo Ferdinando II. Siamo all’autunno del 1852, e 'l Re recasi in Avellino, da quivi per allietati paesi giunge a Salerno. Le due città capitati de principati ultra e citra del Reame, si muovono, come un sol uomo a festa. Viva il Rei èil grido che pare di un esercito vittorioso; e Ira gli evviva al grande Ferdinando II, ogni sguardo va in cerca del Principe Ereditario, ogni cuore à un palpito pel figliuolo della Regina Cristina, e una lagrima scorre sensibilmente giojosa, ricordando la madre, in ogni persona che sorride nel vederne il Figliuolo!...

Ecco Ferdinando nelle Calabrie, giungere come l’angelo delle grazie e del perdono. E quei popoli impavidi e generosi, sedotti dall’inganno del demone della discordia sociale, dal Lucifero che negli aguati fura i migliori, testimoniare al clementissimo Monarca ne' modi espansivi, non umani (se mi è permessa l’espressione) ma calabresi, che spiegasi, mai a metà, mai del momento, mai spalmati di adulazione. Ebbene, da quelle città dette ribelli, da quei paesi montuosi, da quelle capanne gittate su torrenti temuti, fra boscaglie impraticabili, in mezzo a valli profonde, escirono fiumane di popolazioni ebbre di letizia febbrile; e da quel giorno finoggi e per sempre, ne' racconti domestici, come di una tradizione splendida ed indimenticabile, enarrando la clemenza di Ferdinando II.ogni labbro in mille modi casalinghi parla e ricorda d’aver visto, d’aver avvicinato: chi mai? il Figlio di Maria Cristina…

La spada dell’ira, che sguainata in alto de' Cieli, arreca la guerra, la peste, la. fame, il terremoto sulla terra, à stesa al suolo la città di Melfi e le sue vicine borgate. Ferdinando co’ suoi tigli, e co’ tesori amorevolmente munificenti di un padre e di un Re, recasi immantinenti sul campo del disastro, fra case cadute o cadenti, tra ricchi addivenuti poveri, tra poveri resi poverissimi, tra vivi scampati e vivi risorti dalle macerie, tra agonizzanti e morti. Fu il giorno quello che il Duca di Calabria, spiegò le virtù pietose che a dovizia nascondeva nel bell’animo, e addivenne la mano dritta di suo padre nel far piovere soccorsi in mezzo a quel bivacco di desolazione. Io vidi Melfi tre anni dopo, e quei superstiti salvati dal Re, non solo mi parlarono del Principe Ereditario in maniera da commuovermi, ma nell’ingenua loro fede cattolica e dinastica, mi ragionarono che colla venuta in quei luoghi del Principe Ereditario, l’anima della Regina Cristina proteggeva la contrada. Infatti l’immagine della pia, rinvenivasi a tutela di ogni casa, e si rifabbricava sulle rovine, sotto gli auspiciisuoi.

E cosi a Messina, e da Messina a Catania.

Ed eguali affetti ed eguali reminiscenze, raccolse anni dopo nelle Puglie l'Augusto Principe della gioventù.

Ma non posso, né debbo trascurare un altro episodio. Siamo al 1851. Mazzini, che noi intendiamo per antonomasia il Lucifero d'Italia, mentre prepara l'incendio parricida alla sua Genova, spedisce la favilla della guerra civile nelle Sicilie, e a Ponza, a Sapri e da Sapri fino a Sansa, apprende per oracolo delle infauste sue legioni, qual possa à il sentimento dinastico nel Reame. Quegli strenui che da Ponza su gracile barchetta recano la nuova al Re in Gaeta; quei bravi del distretto di Sala che dopo appena la vittoria chiedono l'onore di esser visti dal Re; implorano, come un comando a loro de' luoghi nativi, baciar la mano al Principe Ereditario. Reduci in patria, colmi di onoranze al merito, di ricompense alla fede borbonica, ne' loro giusti tripudii, cosa rammentano fra il popolo di quell’isola, fra le genti temute del Cilento? Il Re ci à fatto vedere il figlio di Maria Cristina...

Tanto affetto, sì universale simpatia per il Duca di Calabria, da noi sfiorata appena, tra l'esercito ed i popoli del Reame, è duopo rintracciarlo ancora in un luogo più sublime, in un’atmosfera più alta, fra i raggi insomma di quell’aureola che splende intorno al primogenito di Re, intorno a chi deve salire ad esser Re.

La tempesta politica sociale del 1848, è come un fatto da registrarsi nella storia. Le gerarchie dello Stato si riuniscono come negli anni della pace, e Ferdinando II volendo far rimembrare i ritrovi de' giorni lieti, con feste novelle, inizia degli splendidi festini, apre le magi che sue sale a veglie notturne; e richiamando a memoria grandi epoche, ordina de balli a costume, vestendo egli il primo assise storiche della secolare casa de' Borboni. Ed ecco per la prima volta il Duca di Calabria, pianeta minore, splendere vicino al Re in quelle magi che notti in cui la luce è un torrente, la gioja è un mare, il lusso una miniera senza limiti, il divertimento una illusione nella realità, un sogno fantastico ad occhi aperti, una febbre eterea che invade anima e cuore, e che cessa all’alba di lunghissima notte, in cui la potenza umana à soggiogato per molte ore il bujo, il gelo, la pioggia e ’I tempo. Fu veramente un entrare a nuova vita, quella prima comparsa in mezzo a schiere di dame e cavalieri, e ricevere l’ossequio gajo e giulivo dell'aristocrazia antica e moderna, patria e forestiera, messa insieme come stelle che brillano per la luce del sole. E Francesco, serbando sempre la virtù di farsi amare e distinguersi col sedere ai gradini del Trono paterno, è amabile e svelto cavaliere, si appressa alla danza come ogn’altro di famiglia, e benché è la prima volta che appare in simili incantati ritrovi, sa largire un motto, un ricordo, una impressione gradevolissima di sé ad ogni nobile convitato.

Ma diamo un termine a questo quadro in sbozzo, detto, del Duca di Calabria, collo spendere un'altra testimonianza storica che onora insieme le virtù del figlio e del padre, come fossero di una sola persona.

Ecco la casa augusta di Ferdinando II. Un figlio erede del Trono, e privo di madre. Molti altri figli di seconde nozze e la loro madre Regina. Il cuore umano è cuore, sotto la porpora di Re, e sotto il sajo del popolano. Tali combinazioni domestiche si rendono difficoltose in ogni stato sociale. Eppure la famiglia del gran Ferdinando, è un modello raro, tanto da non saper distinguere il figlio di Cristina dai figli di Teresa. Ferdinando educa la prole Reale intorno a sé colla schietta semplicità d’un borghese, la stampa è patriarcale; e l'amore che sente pe’ figli, e 'l timore di Dio che sa imprimere dalla culla ai suoi nati, sono i cementi che riuniscono in un sol cuore la sua casa. Maria Teresa, nata d’imperiale stirpe austriaca, conserva da Regina, da matrigna, da madre, i modi ingenui, dolcemente severi e senza sussieguo, ch'è il distintivo dello Corti Tedesche; ed impone al Duca di Calabria di farsi Mentore de' suoi fratelli. Ma Francesco, si eleva sulla savia educazione de' suoi augusti genitori, ed a perfezione inarrivabile la conduce per sé, pe' suoi fratelli e sorelle. Noi dice, ma valuta la sua posizione in famiglia, e fin dai più teneri anni, si dedica ad uno studio di abnegazione completa qual si conviene ad un Principe erede del Trono, in mezzo a lunga progenie di seconde nozze paterne. La sua distinta condizione, serbandola visibile nel contegno, la nasconde in famiglia con continuali tratti di affabilità. Si priva de' piaceri più innocenti senza l’intervento de' suoi fratelli. Muto, onde non rendere innocentemente loquaci i nati dopo lui. Alla mensa, appare ne' cibi e nelle bevande, il moderatore de' suoi fratelli, rifiutando per sé, onde veder rifiutato agli altri ciò, che potea dirsi lieve intemperanza. Ne’ colloquii, ne' passeggi, negli studii, ne' ritrovi, ogni qualvolta l'occhio del padre non era presente, ogni modo di sacrificio giovanile era il suo, onde l'affetto di famiglia si aumentasse cogli anni verso di lui; senza dar ricordo alla differenza di madre, ed al privilegio ereditario del Trono. E dai fratelli e sorelle passando all'abnegazione affettuosa di Francesco verso Ferdinando e Teresa, renderemmo questo capitolo troppo prolisso, se dolente necessità non ci richiamasse ai fatti in parola, nel prosieguo di questo libro di ricordi. Basta dire per dir tutto, che la Regina Teresa assegnava come meta di affetto pe’ figli verso il padre e verso di lei, l’amore e l’ubbidienza che possedeva Francesco. E lo ripeteva in ogni dì alla sua prole, come elogio lo diceva in ogni occasione al Re, alle alle persone di suo regalservizio, e a chiunque l'avvicinava nell’augusto santuario della domesticità.

Oh! viva il nostro giovane Francesco di Calabria! ;l’affetto dell’universale ti possiede, e tu umile in tanto amore, non fai mostra neanche di conoscerlo. Tu, benedetto nell’ora estrema della pia tua madre, sollazzasti nella culla angioletto fra le grazie che quella bell’anima li facea piovere da Dio, mercede della potenza di materna preghiera. Tu, ricevesti le benedizioni materne della vedova madre del padre tuo, la buona Regina Isabella, la donna del cuore. Tu benedetto le mille di mille volte con tenerezza di padre, dal Pontefice Massimo. Tu benedetto nella sua dolce agonia, dall’augusto zio Principe di Salerno, ch’io vedea proferir sempre il tuo nome con una lagrima di commozione. Tu benedetto da' nostri popoli, perché figlio di amatissima Regina;;va, dieci milioni di sudditi ti desiano sposo, onde perpetuare da te, perla di due gemme di genitori, la popolare dinastia di Carlo III. Tutto è riso a te d’intorno, allieta il tuo cuore con le nostre esultanze, e nell’ora che Ferdinando alzerà sul tuo capo la destra di padre e di Re per benedirti sposo, la sua voce avrà un eco di benedizioni su tutto il Reame delle Due Sicilie. Accorri a renderli sposo, e vedrai chi sono i popoli di tuo padre, pel figlio di Maria Cristina.


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III

Matrimonio del Duca di Calabria con Maria Sofia di Baviera.

A nome delle Sicilie, Francesco, da più anni i popoli nostri immaginavano con meridionale impazienza una sposa degna dell'oggetto delle comuni premure; e sceglievano a colpi di fantasia la compagna del Principe della gioventù, fra le più distinte Corti di Europa. Simile scelta che nasceva dalla poesia affettuosa de' cuori; si illustrava ne' racconti delle città e delle ville, con corredo specialissimo di bellezze e virtù, e disputavasi da mane a sera, come su di oggetto noto, sulla vaghezza della futura Duchessa di Calabria, e spesso nasceano domestiche vertenze sul nome, sull’augusto casato, e fin sugli occhi, su i capelli e sulle rare fattezze della fantastica Reginetta, come nel popolo si appella fra noi la Principessa Ereditaria. E da anni, l’ordine del giorno nelle conversazioni delle nostre gerarchie sociali non era altro, che il prossimo matrimonio del figliuolo di Cristina. Ogni famiglia aristocratica, civile, plebea, studiava i suoi progetti di letizia, i riti solleoni, le feste dei popoli, le munificenze del Re, e il nobile ed il popolano; il ricco ed il povero si fondevano in una sola aspettativa; il primo per pompeggiare ne' saloni della Reggia, il secondo per tripudiare col viva il Re in sulla via; e l’uno per ispender molto, e l’altro per ottener molto.—Ma Ferdinando non ancora avea scelta la degna compagna del suo primogenito.

Finalmente i desìi ed i sogni che da anni passeggiavano in modi diversi e lieti tutti, sull’atteso matrimonio, per le vie sociali delle Sicilie; addivennero una realtà. La scelta del Re fu gradita dalla Real Corte di Baviera, da quella illustre dinastia di prodi capitani e di rinomati arti sti, da quegli augusti che per lo straordinario amore per le belle arti, (e tanto da rendere Monaco città capitale di quel Regno, la Firenze della Germania), da anni serbano legami tenacissimi con le regioni tutte d’Italia e specialmente con Napoli, ove spesso si vedono in incognito pellegrinaggio. E la futura sposa prescelta per Duchessa di Calabria, non è che Maria Sofia Amalia, nata a' 4 di ottobre 1841, da Massimiliano Giuseppe Duca in Baviera, appartenente al ramo Ducate per lo innanzi palatino di Due Ponti Birkenfeld, e da Luisa Guglielmina, sia dell’attuale Re di Baviera Massimiliano li.

Le bellezze fisiche e morali della Real giovanetta, rapidamente s’intesero predicare per la città di Napoli, che come centro di affetto dinastico, in infiniti modi ne propagò notizie fino a' più remoti luoghi del Reame di quà e di là del Faro; e la nostra famiglia sociale, come un sol uomo, emanò un grido d’indicibile esultanza; i voti universali si palesavano compiuti, e dopo la storica e monumentale salita al Trono di Ferdinando II, non si ebbe più straordinario movimento festivo, indicibile a descriversi, quanto quello che si apparecchiò pel matrimonio di Francesco Maria Leopoldo.

Chiunque vorrebbe azzardare un calcolo di statistica sulle spese preparative che si agglomerarono da Napoli su d’ogni punto del Reame, in mille di mille modi per apparecchio festivo, spontaneo, affettuoso, a sollennizzare le bramate nozze Reali, non riuscirebbe all’intento, per la vastità del calcolo; senza riflettere che questi giganteschi apparati non furono che di semplice prologo ad uno sfoggio da compiersi sa basi non circoscritte, e che avvenimenti luttuosi interruppero, spezzarono e resero incompleti.

La nuova non era che officiosa ancora in mezzo alla patria società, Niun officiale annunzio era apparso dal Governo e dalla Corte. Non ancora il rito di richiesta legale erasi attuato pel matrimonio. Non ancora Sofia erasi avvicinata all’altare pe’ suoi indissolubili giuramenti. Non altro avvertivasi che un movimento celere di fastosi apparecchi alla Reggia, e già la industria delle Sicilie spiegava la sua pompa nelle miriadi de' suoi capricciosi prodotti. Le oreficerie si ebbero non mai visti lavori di oro e di gemme, la mano d’opera non era più sufficiente alle quotidiane inchieste; e le pietre preziose, giunsero appo noi a prezzi favolosi, mercé di una concorrenza straordinaria di ricerche. E Parigi e Lione ricevettero da noi le più ricche e continuate commissioni per preziose stoffe, per rari addobbi, e per quelle cento di mille novità di toeletta che dalla Senna in gai e brillanti capricci girano voluttuosamente per le cinque parti del mondo, ovunque la società civile fa pompa di lusso e di festa.

Finalmente la sera del dì 4 gennajo (1859) il giornale ufficiale pubblicava la gran nuova con queste sentite parole:

«Con una gioja che oltrepassa ogni dire, annunziamo il già stabilito matrimonio fra S. A. R. il Duca di Calabria Principe Ereditario del Regno delle Due Sicilie e la R. Principessa Maria Sofia Amalia sestogenita Figliuola delle LL. AA. RR. Massimiliano Giuseppe Duca in Baviera e della R. Duchessa Luisa Guglielmina sua Consorte ed augusta Zia di S. M. il Re di Baviera Massimiliano II.

«Questo fausto avvenimento apporta a ragione il massimo giubilo alle due Reali Corti ed ai due Reami. Età fiorente, indole generosa e benigna, aurei costumi, alti sentimenti, soavi maniere di amabil cortesia, virtù nate e cresciute alla luce d’impareggiabili esempi di pietà e di sapienza, bellissime anime sotto avvenenti sembianze, quanto forma l’ornamento della Reggia e l’orgoglio del nativo paese, tanto si unisce e rifulge negli Augusti Sposi.

«Della felice unione di così splendidi pregi col sacro legame che suggella i vincoli del reciproco antico affetto delle due prelodate Reali Corti, esultano d’ineffabil contento gli Augusti Genitori. Essi veggono così sotto lietissimi auspici coronati i voti eccelsi delle Loro anime grandi, e le tenere sapienti cure per arricchire di ogni nobile qualità una Prole sì degna ed avventurosa.»

Infatti la sollenne richiesta della mano della Real Principessa Maria erasi compita nella Reggia della città di Monaco il giorno 22 del passato dicembre (1858); ed è giustizia far dono alle pagine della storia delle Due Sicilie la narrativa del programma di etichetta eseguitosi in queHa Corte di Germania, strettamente ligata ai modi aristocratici dei nobili e dignitosi costumi tedeschi.

A mezzodì 22 del p. p. dicembre, giorno destinato da Sua Maestà il Re di Baviera per la sopra indicata Cerimonia, il Reale Gentiluomo di Camera barone Gaetano di Fautpbous, nominato dalla prelodata Maestà Sua a tal uopo, si condusse in sulle 2 4|2 pomeridiane in carrozza di Cortea due cavalli, all’abitazione del signor conte Ludolf, ministro plenipotenziario di Sua Maestà il Re delle Due Sicilie, ed Ambasciatore straordinario e plenipotenziario speciale per questo atto di richiesta, e salì insieme col medesimo in un cocchio di gala della Corte, a sei cavalli in fiocchi;nel quale il signor Ambasciatore prese posto alla parte davanti, ed il Regio Commessario alla parte di dietro.

«IlCorteo procedé verso la Real Residenza col seguente ordine:

«1. IRegiitentanti di camera;

«2. Igenitori di livrea del signor Ambasciatore:

«3. Gli Uffiziali della sua casa;

«4. Un Regio Battistrada a cavallo;

«5. La carrozza del signor Ambasciatore, accompagnata ad ambo i lati presso gli sportelli, da staffieri di Corte in livrea di gala, ed a capo scoperto;

«6. Una carrozza di Corte a due cavalli coll’Aggiunto di Legazione signor Bianchini, la quale aveva ai lati presso gli sportelli i proprii servitori in livrea.

«IlCorteggio entrò nella Reale Residenza per la Porta Imperiale: la guardia del Palagio si mise sotto le armi, ed uno squadrone di corazzieri si schierò nel Cortile della Fontana (Brunnenhofe).

«Ilsignor Ambasciatore smontò a piè della scala che conduce all’appartamento del Re, nella quale era la Guardia degli Arcieri, e dove fu ricevuto dal Regio Foriere di Corte; del pari che a capo della scala medesima, all’ingresso della sala delle Guardie, occupato dagli stessi Regii Arcieri, venne ricevuto dal funzionante Regio Gentiluomo di Camera. Lunghesso igradini della scala interna che mena all’appartamento Reale, era schierata la Guardia degli Arcieri; nella prima anticamera lo erano i Regii Ufficiali di Corte, e nella seconda anticamera i Reali Paggi, mentre il Regio cerimoniere Maggiore, ed i signori del principal servigio di camera attendevano nell’ante sala interna il Reale Plenipotenziario.

«L’aggiunto di Legazione precedeva immediatamente il Real Plenipotenziario, ed alla sinistra dello stesso andava il Regio Commissario anzidetto.

«Ilsignor Ambasciatore venne condotto nelle stanze posteriori del Reale appartamento, dove attese infine a tanto che, in seguito dell’avviso dato a Sua Maestà dell’arrivo di lui nella Presidenza Reale, le Loro Maestà e le Loro Altezze Reali si furono condotte nella Sala del Trono destinata all'udienza della richiesta, e circondate dai Gentiluomini e Dame di Corte di servigio, non meno che da quelli delle Loro Reali Altezze, presero posto tanto sugli scalini quanto ai lati del Trono.

«IlMinistro di Stato della Casa Reale si collocò di lato al Trono dalla parte sinistra.

«La riunione delle Loro Altezze Reali, egualmente che dei Gentiluomini e Dame nell’Appartamento di Sua Maestà il Re, seguì circa lo ore 3 pomeridiane.

«Le Loro Reali Altezze il Duca Massimiliano di Baviera e la Duchessa sua consorte, portaronsi unitamente a Sua Altezza Reale la Serenissima Principessa Maria, in sulle ore 5 col Loro seguito, negli Appartamenti di Sua Maestà la Regina, e per quelli negli altri di Sua Maestà 1 Re, ed aspettarono l’invito d’entrare nella Sala d’Udienza.

«Dopo che Sua Maestà il Re, stando sul Trono, ebbe dato al Regio Cerimoniere Maggiore l’ordine d’introdurre il signor Ambasciatore, passò questi, insieme col più antico Maggiordomo della Real Camera e col Regio Gentiluomo di servizio, nella prossima stanza, d’onde il signor Ambasciatore venne condotto da quest'ultimo, unitamente al seguito nella sala d’Udienza.

«Ilridetto Aggiunto della Regia Legazione portava sopra un cuscino coperto di velluto, il ritratto di Sua Altezza Reale il. Duca di Calabria.

«Chiuse allora le porte della Sala d’udienza, il Regio Plenipotenziario, avanzandosi verso il Re, espresse io un discorso diretto alla Maestà Sua, lo scopo del suo straordinario incarico, e consegnò la Real Lettera di richiesta, la quale Sua Maestà apri, e passò al Ministro di Stato della Casa Reale.

«Dopo la risposta fatta al discorso del signor Ambasciatore dal Ministro di Stato della Real Casa, il Cerimoniere Maggiore ebbe l’eccelso incarico d'introdurre nella Sala d’Udienza le Loro Reali Altezze Ducati che collocaronsi dalla parte destra, di Sua Maestà il Re, di tal modo che Sua Altezza Reale la Principessa Maria si trovasse in mezzo ai suoi Serenissimi Genitori.

«Indi le Loro Reali Altezze ascoltarono, nel discorso ad Esse rivolto dal signor Ambasciatore, il contenuto del suo incarico.

«IlMinistro di Stato della Real Casa rispose subito alle parole di lui annunziando il consenso già dato non solo da Sua Maestà il Re, ma eziandio da' Serenissimi Genitori, dopo di che Sua Altezza Reale la Principessa Maria si avanzò, e con un profondo inchino prima a Sua Maestà il Re e poi alle Altezze Serenissime de' suoi Genitori fè noto parimenti il suo assenso.

«Il Regio Plenipotenziario consegnò poscia alla Serenissima Principessa Maria il ritratto di Sua Altezza il Principe Ereditario delle Due Sicilie.

«Con ciò ebbe termine l’atto della richiesta, ed il signor Ambasciatore, uno col seguito, abbandonò la Sala del Trono, come parimente fece il Corteggio di servigio ch’eravi stato presente, dopo che le Persone Reali e le Serenissime furonsi ritirate nelle loro stanze interne.

«Subito dopo, le Loro Reali Maestà e le Loro Altezze Reali e Serenissime andarono al pranzo, a cui fu invitato il Real Plenipotenziario. Dopo il pranzo il signor Ambasciatore fè ritorno, in una carrozza di Corte a due cavalli, alla sua abitazione.

«E nell'abitazione e al pranzo furono indossate divise di gala, con le fasce degli Ordini cavallereschi, e le Dame vestirono i loro manti di Corte.»

Ed ecco, al dì 8 gennaio, la civilissima capitale bavarese vestirsilieta per far eco alla festa della Reggia, ove colla maestà de' cattolici riti la Principessa Maria si prostra agli altari per addivenire Duchessa di Calabria. Tutto splende intorno all’angusta fidanzata, che adorna del ritratto del nostro Francesco, se lontano da' suoi occhi non dai suo cuore, stende la mano al nodo che forza umana non sa infrangere; mentre il suo fratello Luitpoldo di Baviera, per procura rappresenta lo sposo. Il giorno appresso, il corpo diplomatico accreditato presso la Real Corte bavarese si onorò di ossequiare con prosperi augurii, la sposa Principessa Ereditaria delle Sicilie, e la sera una gran festa teatrale con l’intervento del Re e della Reale famiglia e dell’aristocrazia cittadina, allietò la giovinetta sposa, con plaudenti gridi, Pira Maria! trita la Duchessadi Calabria!Alla sera seguente il Re Massimiliano apri le sue sale a festa da ballo, onde la Corte di Baviera spiegasse ogni onoranza alla Corte delle Due Sicilie, a cui già appartiene la sua Principessa Maria.

Intanto la partenza da Monaco si aggiorna per l’indomani, 13 gennajo; ed una partenza di sposa Reale, ovunque il principio dinastico è base della patria civiltà, addiviene pe’ popoli un dolore di famiglia. E se la popolazione della città capitale di Baviera non possiede il caldo entusiasmo del popolo meridionale di Napoli, possiede però quella costanza inviolabile di opinione e di affetto, che si nobilmente eleva quel Regno ad un cospicuo posto, per virtù civili e militari, fra gli Stati della Germania.

Dopo i commoventi addii che l’augusta sposa si ebbe a palazzo dal rispettabile vecchio Re Ludovico, e dal di costui figlio Re Massimiliano, in compagnia de' suoi eccelsi genitori, de' suoi Reali fratelli e sorelle, non che de' Principi della Real Casa, si recò alla strada ferrata. Quivi erano convenute tutte le autorità civili e militari, non che i dignitarii della Corona, mentre una folla compatta di popolo assiepava per lungo tratto la ferrovia. La Duchessa di Calabria conservò sempre grandissima presenza di spirito in mezzo a tante care e commoventi scene. Ma quando fuper salire in vagone e intese quella moltitudine gridare f Iddio, ottima Principessa; Iddio viconservi, e pensale qual che volta a noi; non ebbe più forza a resistere il suo bell’animo, e proruppe in dirotto pianto. Rivoltasi a' suoi amati concittadini alzò le mani e disse loro, addio! addio!Quando poi, sostenuta da' suoi genitori, entrò nel Real vagone, quasi tratta da forza sovrumana, si fe’ alla finestra di esso, donde sempre piangendo salutava tatti. Il convoglio si poso in moto, e non esagero dicendovi che la tristezza s’impadronì di ognuno; e molti cittadini e militari furon visti colle lagrime agli occhi. Se ciò mostra una eloquente pruova dell'amore che il popolo bavarese nutre pel suo Re e per la sua Real Casa, appalesa benanche quali virtù posseder deve Sofia, per commuovere sì altamente una popolazione che la vide nascere.

La sera la famiglia Ducate pernottò ad Augusta; il mattino seguente, alle 5, molte cospicue persone, e fra queste il conte Ludolf nostro plenipotenziario a Baviera, ed il barone di Frevberg Eisenberg maresciallo della Casa Ducate, si recarono con treno straordinario ad Augusta, a vedere ancora una volta l'amata Principessa, cui tal sorpresa riuscì oltremodo gradita. La famiglia Ducate avea già dato l’addio alla figlia, ed il convoglio diretto a Lipsia stava per avviarsi, quando il Duca Massimiliano mosso da amore paterno e vedendo la diletta Sofia in uno stato molto commovente, rientrò nel vagone seco traendo la Duchessa consorte, a cui tennero dietro i Principi e le Principesse col seguito. In tal modo si andò sino a Bamberga, dove fu forza separarsi; e quel momento fu sì commovente, che solo ogni padre ed ogni madre di famiglia lo può comprendere.

Solamente rimase dell’augusta famiglia in compagnia di Sofia, il suo fratello Principe Luigi di Baviera. Al suo seguito, fino al momento della consegna alla Corte Siciliana, vennero addetti il tenente colonnello Heusel ajutante di campo del Duca di Baviera e la baronessa di Taenzl Fratzberg qual dama di onore; e per ordine del Re Massimiliano accompagnarono la Principessa Ereditaria, il conte Luigi di Rechberg in qualità di Commissario Regio, e la contessa di Rechberg in qualità di Dama di Palazzo.

E così per Salzburgo fino a Lintz, ove la nostra Sofia rinverrà all’incontro l’augusta sua sorella Elisabetta Amalia Eugenia, Imperatrice d’Austria. Va, o sposa Duchessa di Calabria, a godere le feste che Vienna à preparate alla sorella della sua Sovrana, in onore della Principessa Ereditaria delle Due Sicilie. Tutto è gioja e letizia, speranze liete ed augurii felicissimi a te d’intorno non solo, ma intorno ai nostri Sovrani Ferdinando e Teresa, al tanto amato tuo sposo, e intorno a' popoli nostri spinti dal più nobile entusiasmo per sì attesi sponsali: popoli, o Maria, che conoscerai fra poco come sono sensibili ed affettuosi, come amano e sono degni di posseder l'amore della dinastia che gli governa, e come i loro cuori sono falli da Dio pari alla tempra fecondatrice della terra che abitano, e del cielo incantevole che si stende a loro padiglione. Accorri sollecita, o Maria—La storica città di Manfredi ti attende la prima, Foggia in poi si allieta di rinnovare le feste che nell’anno 1797compì per gli sponsali del I Francesco Principe Ereditario delle Sicilie.... ma;il programma nunziale à scritto, si sbarcherà in Manfredonia, ma à soggiuuto però, o in altro sito.

E perché questa dubbia alternativa?.... perché, se ivi è stabilito l’inizio delle grandi feste pel Re e pel Regno?... qual mistero... qualsinistro dovrà avvenire!... forse dalia Reggia di Caserta prevedesi il dramma di Bari!...—No—quel molto in altro rito, non è che una previdenza per chi sa i tempestosi paraggi dell'Adriatico non permettessero alla flotta Reale di gittar l'ancora a Manfredonia. E perché in un cielo di riso e di tripudio senza confini, vogliamo far sorgere una nuvoletta di oscuro sospetto! No, Maria, nostra Principessa Eredita ria—quel motto è una lontanissima idea di semplice preveggenza pel tuo sbarco—non altro che questo—ridi, giojamo da lungi, che il programma si compirà, e Manfredonia al mattino, e Foggia alla sera, ti accoglieranno sotto una pioggia di fiori, giacché in gennajo vi sono ancora fiori nelle Sicilie!....

E poi Ferdinando nella sua altissima fede cattolica à detto a Caserta nel partire ad incontrarti: ci accompagna la Madonna, andiamo. Oh sì! ti accompagna in questo viaggio la Nostra Signora, o padre e Re nostro; ma dimmi, nulla ti dice in cuore Maria Immacolata nel darci l’addio a Caserta! ti accompagna, per esserli scudo fra nemici e consigliera fra tuoi popoli; o, noi voglia mai, ti accompagna per esser di te scala al Cielo!... Eh via, cuore umano, non andare in cerca di spine nel cogliere le rose più fragranti della vita! Vedremo non guari dopo a Napoli fra le braccia di Ferdinando la novella sua figlia Sofia, stordire de nostri eroica, piangere di gioja a' nostri tripudii. Addio, o Sofia—è l’alba del dì 8 gennajo—il sole splende nelle Sicilie, come splende di gioja il tuo cuore appo l’altare della Reggia di Monaco. Appena il telegrafo elettrico recherà in men di un’ora l’annunzio lieto del rito compiuto, il Re col tuo sposo e con la Real Casa muoverà da. Caserta per abbracciarli nelle Puglie, e dove è scritto nel programma, cioè a Manfredonia. A rivederci a Trieste, o Sofia, ove la flotta ti attende ; vedrai... vedrai, e Sofia!...

Eppure quel motto, in Manfredoniao in altro sito, dettato dalle mano del Re, ma proprio dalla sua mano, se potesse spiegarsi a tempo utile, se un angelo sussurrasse all’orecchio del nostro Monarca il valore luttuoso che comprende....

Ma noi intanto, umili al cospetto di Dio o del notte dello vita umana, proseguiamo con penna lietissima tutto quant’altro vià digaudio in questo terzo capitolo che à titolo: Matrimonio del Duca di. Calabria con Sofia di Baviera.

E nostro Ferdinando, ahi! dopo ventinove anni che avea in moltissimi giojosi rincontri, allagati di grazie e munificenze i suoi popoli,, ignorando ch era l’estremo della sua sovrana clemenze, coglie la felice occasione dello sponsalizio del prediletto suo primogenito, onde allietare il suo cuore, con atto di nobilissima espansione; e per dare1impronta totale della fausta circostanza, da Foggia data i decreti dà’ favori largiti, da Foggia stabilita per Reggia delle nozze anguste.

Dona, fra gli ordini cavallereschi del Regno, la Gran Croce di S. Ferdinando e del merito ai principi di Castelcicala e di Bisignano, ed ai duchi d’Ascoli e di Serracapriola. Al principe d’Ischitella la Croce di Grande Ufficiale, Gran Cancelliere dell’ordine medesimo. Al duca de' Sangro quella di commendatore, e di cavaliere al tenente colonnello Severino.

Dona la Croce di Cavaliere dell'insigne e nobilissimo ordine di S. Gennaro a ben trentadue personaggi; numero non mai visto ne' tempi andati della nostra Monarchia (3).

La Gran Croce del Sacro Reale e Militare ordine Costantiniano, a quattro distinti soggetti (4). ; Quella di Cavaliere di giustizia di egua le Ordine a cinque altri (5); e quella di Grazia a venticinque scelti individui (6).

La Gran Croce del Real Ordine Militare di S. Giorgio della riunione, a S. A. R. D. Francesco di Paola Conte di Trapani, ed ai tenenti generali Lecca e Vial. La Croce di Grande ufficiale dell’ordine medesimo a cinque marescialli di campo, ad un retro ammiraglio ed a due brigadieri (7). A due ufficiali superiori la Croce di Commendatore (8); a sei altri militari la Croce di Ufficiale (9), e a due maggiori la Croce di cavaliere di diritto (10).

Insignisce del Gran Cordone del Real Ordine di Francesco I, quattro benemeriti personaggi (11); eleva nove altri alla Gran Croce dell’Ordine medesimo (12); undici al grado di Commendatore con placca (13); trentuno al grado di semplice Commendatore (14); sessantasei al grado di Cavaliere di prima classe (15); e sessantasei al grado di cavaliere di seconda classe dell'Ordine in parola (16).

Dopo l’onoranza accordata per tante decorazioni di tutti gli ordini cavallereschi esistenti nel Reame;si volge il pensiero generoso del lieto padre e del gaudente Sovrano, a duplicare i raggi della sua Corona colla scelta di dame e cavalieri di Camera, tanto più che una giovanissima Corte or sorge appo la sua, pel servizio del Principe Ereditario e della sposa. Il fiore de' giovani aristocratici e delle giovanette ottiene diritto all'alto servizio del Trono, e Ferdinando fra questi è clemente anco su taluni di essi che un velo di giusto rigore allontanava dalla Reggia.

Il primo nome che s’incontra in quest’altra clamorosa chiamata di onore, si è quello di Carlo Filangieri Principe di Satriano, Duca di Taormina, decoro illustre dell’aristocrazia dell’esercito e della diplomazia del Reame. Quale altro onore novello potea accordare Ferdinando a un personaggio a cui tutto avea largito? Egli possiede le eminenze degli ordini cavallereschi del Regno; egli gentiluomo di camera con esercizio; egli tenente generale; egli per anni luogotenente in Sicilia, che vale quanto a Vice Re. Ebbene, non avendo altro, a concedere e volendo in si fausta circostanza pel suo cuore attestare un ricordo, al gran nome, lo investe dell’onore apice d’un nobile napoletano, ch'è quello di Capo di Corte onorario, e personale ed eguale distinzione accorda al Duca Riccardo de Sangromentre il conte Francesco de la Tour, eleva da maggiordomo di settimana a cavaliere di Compagnia. E così chiama cinquantasetteindividui a Gentiluomini di Cameracon esercizio (17); treni? signore a Dame della Real Corte (18);cinquantatré altri personaggi a Maggiordomi diSettimana (19); e tredici altri a Gentiluomini di entrata (20); oltre una promozione di cavallerizzidi campo (21);. Non si ricordava ancora una si straordinaria dilaniala a Corte, quanto questa che esser dovea l’ultima pel Gran Re.

E dalle onoranze della Corte e dello Stato, volgendo uno sguardo pietoso ai bisogni de' giudicati nelle prigioni, Ferdinando impartisce, che la condanna alla pena de' ferri, tanto nel bagno che nel presidio siano diminuite di anni quattro;—le condanne alla pena della reclusione ed a quella della relegazione siano diminuite di anni ire;—le condanne alle pene correzionali di prigionia, confine ed esilio, diminuite di anni due;—l’ammenda correzionale, condonata;—le condanne alle pene di detenzione, mandalo in casa, di ammenda, stabilite per le semplici contravvenzioni, anche condonate;;e abolisce in ultimo l’azione penale per le semplici contravvenzioni retribuite secondo Fari: 36 LL. PP. e pe’ delitti punibili per loro natura ed originaria, col primo o col secondo grado di prigionia, confine, esilio correzionale, pur che i fatti sieno avvenuti a tutto il giorno 10 gennajo 1859, data del decreto di grazia. Oh! quante persone plaudenti la munificenza Sovrana rividero le famiglie....

Ma non bastano pel suo cuore le fin qui citate munificenze. Si ricorda anco de' rei di Stato, e fra questi de' suoi ingratissimi personali nemici, e dall’ergastolo e dal bagno toglie più che cento altri che rimanevano ancora dalle colpe de' fatalissimi anni 1848 e 1849, e con modi di padre, con largizioni da Re, provvedendo a comodo viaggio, a vesti, a cibo e anco ad un mantenimento personale fino a che non si occupassero nell’estero a seconda il proprio talento e capacità, gli imbarca per New Yorch, città cospicua degli Stati uniti di America, onde rendendosi degni di ritorno in patria, potessero riedere (22); e parecchi già addivenuti capaci della Reale paterna indulgenza, dall’estero ritornarono nel Regno.

Ahimè! quale scala di ulteriori grazie e favori non avressimo ammirata nel nostro Ferdinando, se la gioja che lo animava, fosse giunta al suo apice, col felice ritorno in Napoli a seconda i suoi ed i nostri desii? o se il Cielo lo avesse da Bari o da Caserta, restituito sano ed incolume dalla crudele infermità che lo colse? Ma era destinato alla perla de nostri cuori, al giovanissimo Francesco II, asciugale appena le lagrime che l’amaro dolore per tanta perdita le à fatto versare più che mare, di compiere in più ampia misura di clemenza, quanto erasi da attendere dal gran Padre suo e nostro.

Freniamo novellamente le querimonie, e sforziamo il nostro dire per altro poco, onde far ritorno alla letizia immensurabile de nostri popoli nel rivedere per l'ultima fiata Ferdinando II. Ahi! era scritto da Dio, che le Puglie doveano echeggiare de' primi clamori festivi a Ferdinando, che salendo al Trono viaggia in mezzo a quei popoli espansivi; e doveano essere le ultime a plaudirlo, quando il suo sepolcro è di già spalancato!…


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IV

Viaggio per le Puglie - da Caserta a Lecce.

Ferdinando IIà deciso rinnovare nella città di Foggia, quanto avvenne nel 1197. In quell’anno Ferdinando I si recò per sollennizzare le nozze del suo primogenito Principe Ereditario Francesco Duca di Calabria, con Maria Clementina Arciduchessa d’Austria; ora Ferdinando II rimettendosi completamente ad una tradizione di famiglia, reca suo figlio primogenito Principe Ereditario Francesco Duca di Calabria, a piè di quell’altare ove si prostrò a Dio il suo Real genitore per compiere i riti matrimoniali. E così a Manfredonia, ove fra tuonanti artiglierie di gala, mise il piede sul suolo delle Due Sicilie la sposa del primo Duca di Calabria della stirpe di Carlo III, ivi à deciso che sbarchi la sposa del secondo Luca di Calabria. Francesco fu lo sposo allora, Francesco l’è quello di oggi. Un Ferdinando Re benedisse da padre quelle nozze, ed un Ferdinando Re da padre ancor egli benedirà queste nozze.

Ma perché non si compie altrimenti questo tanto atteso matrimonio? Oggi che le ferrovie ànno infrante le distanze, e contrastano la rapidità del moto alla velocità del tempo, perché non far giungere nel Regno la Principessa Ereditaria pel Tirolo in Lombardia, e per la Romagna negli Abruzzi, ove popoli sensibili, affettuosi, gentili, come esercito vittorioso avrebbero con inesprimibile gioja accolto e accompagnato il caro pegno, unitamente alla Real Famiglia? Ferdinando II, per la città di Giulia recò a Napoli la seconda sua sposa Maria Teresa, e vide co me quelle genti alpine seppero tapezzare le vie di fiori, mentre la neve biancheggiava i monti. 0 anco con minore affettuoso disagio, avvicinare il Real Corteo alla frontiera di Terra di Lavoro, e per Fondi, Gaeta e Capua, fermarsi a Caserta o a Napoli. 0 anco, spedire ai lidi della ricca Trieste, la più scelta divisione navale della fiorente nostra flotta di guerra, unica in Italia, e recare direttamente a Napoli la sposa Duchessa di Calabria, fino a piè detta Reggia. Oh! quale prestigioso spettacolo sarebbe stato per Maria di Baviera, il veder Napoli a colpo d’occhio, in un giorno di sì lieta ventura. Come, il popolo napoletano, mercé le sue inarrivabili espansioni, col suo unico metodo di esprimere, cioè cotto sguardo, con la parola, col gesto quel che sente nell’anima, si sarebbe affollato su mille di mille barchette, per circondare l’atteso naviglio, onde veder comparire la donna augusta che da anni fantasticava in cento modi, ottenendo così, col desio del cuore, la compagni del Principe tanto amato. Napoli avrebbe in gennajo fatto sorgere i fiori della primavera, i frutti dell’està edell’autunno, per una grata sorpresa a Maria che partiva dal nord della Germania. E a quali feste, per paga di sì alto onore, non avrebbe questa poetica e voluttuosa Partenope aperto il varco, per esser sempre degna di sé, al cospetto della Dinastia nazionale che ci governa, e testimoniare all'Europa (quivi già rappresentata dal più copioso fiore aristocratico e borghese, come un corpo d’armata già recatosi per attendere non le prime ma le postume festività dello sponsalizio), qual civiltà progressiva Tadorna, e come sa sostenere la rinomanza di capitale del Regno e di città sede de' suoi Re? Almeno il nostro popolo avrebbe avuta la grande soddisfazione di dire a Francesco di Calabria: come oggi riceviamo la tua sposa, così un giorno abbiamo accolta sul lido latua madre Maria Cristina!....

Ma è inutile ogni altro progetto. Ferdinando ama con la tradizione di Manfredonia e di Foggia, rendere storico nel Reame il matrimonio del suo primogenito. E poi, egli il Sovrano, per eccellenza dedito al moto ed al lavoro, in utile de' suoi popoli, aspira con questa fausta circostanza a fare una visita di famiglia alle tre Puglie, onde interessarsi de' nuovi bisogni pubblici e privati di quella parte del Regno sì avventurosa nelle sue prosperità sociali; scorgere l’andamento del già fatto da parecchi anni al meglio andare dell’industria, del traffico e del commercio, tesori primarii di quelle fertili pianure, di quelle ricche città allineate su due scompartimenti in continuazione, l’uno sul lido del mare Adriatico che smercia da mane a sera con fa Venezia, coll’Illiria, con fa Dalmazia, Albania, Grecia, fino al gruppo delle Isole Jonie; e l'altro che siede a cavaliere sull'ultimo sfiocco degli Appennini, ed avvicina al mare i prodotti de' fertili Abruzzi lungo la Capitanala, della ferace Basilicata con la spiaggia Barese, e 'l centro agricolo delle Calabrie col dipartimento di Lecce, che assiso sul Jonio e sull’Adriatico, rassembra un Istmo dell’ultima terra italiana che guarda l’Oriente, come una fortezza avvanzata dell’estrema Europa.

Parti adunque, o ottimo Sire, e sia il tuo ritorno lietissimo, come fausta è la tua andata.

Eccolo da Caserta a Napoli.

La Chiesa di Nostra Signora delle Grazie, lungo la via di Toledo, nel caduto dicembre, soffrì degli empii ed immani oltraggi dalle sacrileghe mani dei veri Caini di questa nostra eminentemente cattolica città. Il Religioso Monarca e la sua Real Famiglia, pria di attendere che la giustizia giungesse a risarcire il furto e il dolo, rifecero in maggior copia ed in più splendido lusso, gli argenti, gli ori e le gemme furate dal santuario e da sull’imagine venerata e miracolosa della Regina del Paradiso. Or la Reale Arciconfraternita di Nostra Signora de' Sette Dolori de' Nobili di S. Spirito di Palazzo, che risiede in della chiesa, onde lavare Tonta impura del furto sacrilego con preci sollenni a Maria, Madre della città di Napoli, ed offrir voli per la salute di Ferdinando, che oltre i preziosi oggetti rifatti al culto della Madonna, avea con legge concesso a quel tempio delle località aderenti, onde sottrarlo da circostanti servitù; iniziò un triduo solleone con pompa straordinaria. Perciò il giorno 30 dicembre, otto dì prima della partenza per le Puglie, Ferdinando con la Real Famiglia in treno di gala si recò alla chiesa anzidetto. Bello, erculeo della persona, valido per salute e floridezza di anni, accorse ad umiliare le sue preci e gl’incensi all’altare della Diva, onde qual padre della gran famiglia sociale delle Sicilie, unirsi alla comunanza della città per la propiziazione alla SS. Vergine, oltraggiata da pochi scellerati, che appartengono ad un popolo e ad un Regno, che vive all’ombra della eterna e gloriosa tutela Mariana.

E nell’andare e nel venire, Ferdinando II, si ebbe le ovazioni della calca messa a doppia spalliera in sulla via, ed ognuno si compiaceva nell’ammirare la non mai più florida sanità nella sua persona; ed egli allegro guardava a dritta e a manca del cocchio, generoso di affetto con ogni persona che ossequiava, conoscendo egli mercé la sua memoria mitridatica quasi il nome d’ognuno. Chi l’avrebbe detto, che quei saluti di Ferdinando erano gli ultimi addii che donava in terra alle genti della capitale, e che quelle passeggiale religiose costituivano una licenziala estrema che il Monarca rendeva a questa popolazione; e che quel giubilante allegro viaggio per le Puglie, foriere di mille di mille sogni lieti e festosi, non dovea essere che il prologo d un dramma luttuoso, dietro il cui sipario apparir dovea una bara, un sepolcro, un cadavere... e non dovea che iniziare al Regno un’ansia, un palpito di cinque mesi, e a compimento di sì prolungate angosce, un viaggio al Re per l’eternità?

Dopo la visita alla chiesa della Madonna delle Grazie a Toledo, il religioso Monarca, stimò compiere l’annuale devozione al Gesù Vecchio, presso il santuario di Maria Immacolata, cadendo sempre in quel giorno l’anniversario dell’incoronazione della Vergine. E quel tempio che dovrchbe appellarsi per antonomasia, chiesa del popolo napoletano, è si universale la devozione della capitale per essa, è si viva e senza interruzione da mane a sera 1a fede che riunisce a piè dell’altare la massa sociale di questa città, ed in cui il popolo operajo ed industriale senza vanità o spirito di ricompensa, solleva in ogni giorno al Cielo le sue fervide preci per l’incolumità del nostro Sovrano e Real famiglia, con uno spirito di abnegazione civile sì rara in questo secolo per l’Europa; da potersi acclamare questa gente, vero tipo cattolico delle età più religiose del cristianesimo, serbando ne' suoi sociali doveri, un solo virtuoso vessillo, su cui à scritto «Iddio ed il Re».

E Ferdinando che serba una specialissima divozione per la Gloriosa Diva Maria che ivi si venera con raro culto, e che nel 30 dicembre 1854 recò egli stesso in splendida e non mai vista processione per la città di Napoli, dopo che i suoi fervidi voti fra i cattolici incoronali, erano stati esauditi dal Vaticano per l’elevazione a dogma di fede, quel che da diciannove secoli era fede inviolabile per le generazioni cattoliche, cioè a «Maria sine labe corcepta»; Ferdinando, dicea, in quest’anno vi si recò con doppio scopo religioso, l’uno per la pia visita annuale, l’altro per presentare i suoi voti supplichevoli pel matrimonio del suo primogenito e pel viaggio che intraprendeva.

Oh! quali preghiere proferir dovette il nostro Re, che serbava Maria come la luce degli occhi suoi, in una circostanza sì speciale pel suo cuore. Si trattenne in ginocchio più dell'usalo e fu visto cogli occhi fissi, quasi immobile per lungo tratto di tempo verso la SS. Vergine.

Ho voluto, mentre scrivo questo dramma monumentale, visitare quel tempio, prostrarmi con ardente fede, ove Ferdinando per l’ultima volta, prostrato pregava; onde raccogliere nell’animo mio impressioni edificanti che la penna noterà, allorquando ammireremo il compendio della vita di questo Re nella sua agonia, pur che il coraggio di scrittore non verrà meno, pur che le lagrime mie non casseranno le mie parole!E nulla vi disse?:;è dimandato al Rettore del Gesù Vecchio, Gennaro Baccher, erede ben degno di quel venerando suo zio, Placido (e tanto ben degno erede, che questa rinomata chiesa continua a condurre la massa del popolo napoletano pel sentiero delle sue cattoliche credenze, quasi che il vecchio sacerdote dormisse sull’adiacente romita cella, non fosse morto).—E nulla, vi disse il nostro Re, dopo compiute le sue devozioni?; Era allegro, sorrideva, e mi ripeté le solite parole, di raccomandarlo a Maria Immacolata, pel viaggio che intraprendeva; e solamente soggiunse: Appena saremo in Napoli, recheremo alla Madonna la sposa Maria Sofia, onde darla alla sua tutela, come ogni altra persona di nostra famiglia. ;E Sofia verrà. Ma ove sarà Ferdinando in quel giorno?... verrà a questi altari la Duchessa di Calabria o la Regina delle Due Sicilie?... oh! storia di cinque mesi!...

Addio, Ferdinando II, dalla chiesa del Gesù Vecchio. Le sue mura marmoree, sono tapeszate a festa per ricevere il Monarca del Regno; ma pria di rivestirsi liete per nuova visita, oh! quali scene strazianti si ammireranno dolentemente in questa casa di Dio, per mesi, in ogni sera che il popolo si unirà alla preghiera per la malattia del suo Re. Il povero e l’operajo, l’industriale e la donnetta, unite a schiere accorreranno dopo il tramonto del sole a chiedere conto sulla salute dell’infermo Signore—come và? meglio? Peggio?—e prostrati innanzi all’altare dell’immacolata, pregheranno con i modi più espansivi del cuore per la vita del Re, ma con un ingenuità, con una costanza, con unaffetto di fede cattolica, che non vi à filosofia da saper esporre. «Maria... sii tu sola il medico di Ferdinando II... Maria accorri a Caserta che noi ti vogliamo medico e medicina del nostro Re!... ; ed ogni sera si ripeterà a coro—Vergine Maria, sei andata a Caserta? noi U abbiamo scolla per medico del nostro Signore e Padre—come passa? và meglio? ce lo guarirai, o Maria?...»

Mentre scrivo questi ricordi, quel tempio si vela a bruno. É quel po polo pregante e supplice per tanti mesi, che si prepara ai funerali di Ferdinando, sulla malattia del quale à saputo appalesare tanto affetto, ed ora vuole concorrere col Regno alle ultime testimonianze di amore e di dolore. Deh! Gennaro Baccher ; perché il panegirico funebre di Ferdinando II, non lo affidi, nel di de' camerali, a quel tuo popolo che si bene sapea pregare per l’infermo Sovrano? quale eloquenza, quale emozione d’affetti, quale veridica narrativa si ammirerebbe dal culmine ingenuo di tanti cuori disinteressati? perché non far sciogliere la lingua al povero, all’operaio, all’orfana, alla vedova, fra i devoti della tua chiesa? quante gemme di allo valore civile e cattolico, si raccoglierebbero così, per tessere la vita di Ferdinando!E la chiesa medesima del Gesù Vecchio, la ritroveremo addobbata a festa—Si aspetta ilRe con la Regina che viene a far visita alla Madonna. Ferdinando à promesso che Sofia verrà a darsi alla tutela di Maria Immacolata, e la promessa si compirà;Ma chi la compirà? chi recherà Sofia a piè dell’ara santa? Ah! Francesco 11, tu che addiverrai fra poco il vero martire d’amor figliale, nel metter piede novellamente in quella Casa di Dio, quali strazii non sentirà il tuo cuore? allora son certo ti risovverrai della promessa paterna, e dimanderai piangendo a te stesso Re; ma il Re che promise qui condurre Sofia dov’è? Non piangere, o giovanetto Sire, che il tuo padre augusto ti accompagnerà in quel giorno—terrà parola alla promessa fatta ;con rocchio della fede, lo vedrai al tuo lato prosteso a piè di quell’altare ove era solito genuflettersi, e... pregherà meglio di prima Maria Nostra Signora per te, per la tua famiglia, pel Regno—e sarà tutta sua cura la tutela da prestarsi dalla Vergine, per la tua sposa Sofia, e compirà in Cielo il suo desio proferito in terra.

Dibelnuovo ritorna da Caserta all'indomani, onde compiere i suoi doveri di religione nella chiesa di S. Ferdinando, ove appartiene a quel più sodalizio di nobili confratelli, nella qualità di superiore perpetuo. È un rito annuale; e benché quel tempio giace propinquo alla Reggia, la folla che si accalca è straordinaria oltre l'usalo. Il più Re con quel riso calamitato che possiede verso amici e nemici suoi, si attuagli sguardi, gli ossequii e l’esultanza degl’innumeri spettatori congregati. Ritorna a palazzo, ed era quel giorno la ventinovesima volta che da Re vi entrava!....

Ravviciniamoci, o Napoli mia, a vedere e ad ossequiare per l’ultima Rate' il Re vivente che attraversa il largo di S. Ferdinando. Lo ripasserà un’altra volta dopo cinque mesi, per andarsi a chiudere cadavere ne' RegiiSepolcrali di S. Chiara,... Mio Dio!Ho di grazia, e le nostre gioje, e le preparato feste, e i lieti ricordi per accompagnare il Re nel suo viaggio per le Puglie? perché cospargere di lagrime dolenti le più fauste speranze della vita? e fondere riso e pianto, gioja. e lutto? Perdoni il lettore, al tumulto de' nostri affetti—la febbre del dolore non sostiene per la sua via la penna, e ne à colpa la stranezza di questa storia, colma di amarissimi prologhi, a cui Dio à voluto mettere a prova la comune famiglia delle Sicilie; giacché ciocchéio soffro, scrivendo, soffrir deve ogni persona che mi legge ; e, mai autore e lettore camminarono insieme col onore, quando alla meditamene di questo non credibile dramma, a cui abbiamo preso parte da attorte da spettatori, appellato da noi, Storia di cinque mesi.

Freniamo i nostri palpiti, e proseguiamo il racconto.

Strane apprensioni di guerra sussurrano in Europa, al cadere dell’anno 1858. Le grandi Potenze si armano in modi erculei e non mai visti. Eppure i gabinetti di Stato, prevedendo la guerra, fanno sfoggio politico di pace. La pace si acclama da per ovunque, quasi fosse un istinto umano di sentire passione stragrande per un bene, allorquando un moto arcano avverte di doversi perdere. Pace si ammira per la voce officiale de' ministri ne' governi rappresentali vi—pace echeggia ne' dorali saloni de' ricevimenti diplomatici, fra i governi più influenti—pace acclama quotidianamente la stampa periodica di tutte le opinioni in Europa; meno che pochi giornali di qua di là, scritti colla spada in pugno da una breve coorte di Marcellicontemporanei. Ma appena questi gufi da cimitero, suonano la tromba dell’allarme allo spirito pubblico europeo, i fogli officiali ed officiosi di Francia, d’Inghilterra, di Austria, si sollevano generosi a smentire gli audaci funerei paladini dell’età. Pace, è la parola d'ordine dell’universale. Pace è il motto che si scambiano i governi ed i popoli. Pace, mentre le fonderie militari lavorano con operosità mai vista, gli eserciti si muovono e si moltiplicano, le fortificazioni di strategica di guerra si aumentano e si dilatano.

Così chiude la sua parabola l’anno 1858, al cospetto di Dio, della società, del tempo.

Ecco l'alba dell’anno 1859. Il mondiale monumento che caratterizza la fusione morale di tutti i popoli di Europa in una sola famiglia, mercé lo sviluppo civile de' comuni interessi, già riceve principio;. in tender voglio l’inaugurazione del taglio dell’istmo di Suez. Come più spaventarsi della guerra, se l’Europa gitta le fondamenta ad un edilizio di pace col concorso simultaneo di tutti i popoli, di tolte le razze, sotto le ali tulelatrici de' Governi? Se oggi il capitale monetario, non appartiene più alla gente di uno Stato, ma agl’interessi in comunità d’ogni nazione, mercé i fondi gittati alla circolazione universale, per le ferrovie, per le società vaporiere, per quelle de' telegrafi elettrici, delle miniere, de' grandi stabilimenti industriali? E se al cospetto di sì vasta massa di universalizzali interessi della famiglia europea, essa medesima, ad apice ardimentoso del suo avvenire, sfida la topografia del globo, si sente capace a distrarla dalla sua immobile giacitura. e per avvicinamento d’una distanza che urta a' suoi vantaggi speculativi, nientemeno, mette mano a scavare un mare nel mezzo alla fruttifera are na della pianura d’Affrica; e per tanto eseguire, riesce a sottrarre da ogni città, e quasi da ogni famiglia di Europa il contingente monetario per la spesa di oggi e pel prodotto di domani, di sì atlantico riunito capitale: come più può avvenire la guerra se gl’interessi materiali di tatti i popoli, si sono fusi in un punto solo? Oggi può dirsi senza mentire, che l’Europa è addivenuta un solo corpo sociale, e che qualunque membro si ammala, addiviene infermo l’assieme.

Sono questi gli augurii lieti che spirano da' quattro venti dell’umana suscettibilità, all'apparire del nuovo anno. Ogni sociale intelligenza sorride, e scaccia da sé ogni fantasma di sinistro evento.

E 'l Reame delle Due Sicilie, partecipe ad ogni utile europeo, perché volteggia la sua vita sociale sulla ruota del tempo, come ogni altra civilissima regione, mercé l’energia e la previdenza politica del suo Re; mercé la sicurezza e 'l patrocinio che Ferdinando accorda ai traffici industriali de' suoi popoli, io giro pel mondo; mercé quella sapiente neutralità del Monarca, sola legge di Stato» che puole serbare indipendente, nazionalizzato e fuori estranea influenza, una regione come la nostra, esposta per la sua giacitura ad ogni malanno di parte perché circuita da mare, ed esposta a non ottenere vantaggi, perché ultimo lembo della geografia politica dell’Europa; e 'l nostro Regno, dicea, si innebriava ancor esso d’augurii di pace.

Pereto, al solo annunalo di matrimonio per un Principe usufruttuario di tutte le simpatie possedute nel Reame dalla fu sua madre e dal vivente suo padre, tutte le classi della patria società si muovono a tripudio; e Ferdinando paternamente abbagliato da un tripudio sì universale, ne accelera il compimento, avviandosi incontro all’augusta sposa.

L’orizzonte politico sociale non à nuvole ancora, precursori di tempesta; e 'l cielo di Napoli, benché alla prima settimana di gennajo, non si è vestilo ancora del fugace suo addobbo jemale, e 'l sole splende come di autunno o di primavera.

Il Re è tatto dedito agli apparecchi da viaggio; e benché non mancano affettuosi carissimi consigli, susurrati all’augusto dalla consorte, dal primogenito, da intimi servi della Reggia, per que’ vaghi timori figli dell’amore immenso verso Ferdinando e verso il Re, pel cimento di tango viaggio, io un mese che puole all’improvviso irrompere in neve ed in geli; egli virtuosamente tenace ne' suoi proponimenti, e ripetendo ad ogni affettuoso avviso, non vi à da temere, la Madonna ci accompagna, si risolve alla partenza.

Ecco il dì 8 gennajo. I Principi Leopoldo, Luigi, Francesco di Paola, gl’infanti Sebastiano e Carlo Luigi di Montemolino, la Principessa Carolina sorella tanto amata dal Re, e le sue predilette auguste cognate e nipoti, si riuniscono a Caserta; e Ferdinando stringe i suor cari l’un dopo l’altro fra le sue braccia, grato degli addii augurosi pel viaggio che sono andati a rendergli;e, fra breve ci rivedremo. Non mancarono delle lagrime affettuose, non so se figlie di palpiti arcani, o dell'affetto che ognun di essi nutre pel carissimo capo della Regia stirpe; ed io vidi uscire questi augusti dal Palazzo di Caserta, per la vicina ferrovia di Napoli, soverchiamente commossi; e immobile, col cappello in mano, io addivenni altamente commosso... perché?...

Ecco un’altra scena di famiglia, su della quale raccolsi (pe’ mieistudii continui su questa casa di Re) de' cenni, ignaro di doverli registrare to un libro ài mesti ricordi. Il Re parte con la Regina MariaTeresa, con l’oggetto del viaggio Francesco Duca di Calabria, e coi due primi figli delle Regie seconde nozze, Luigi Conte di Treni, od Alfonso Conte di Caserta. Gaetano Conte di Girgenti, quell’amatissimo garzoncello che à la fisonomia marcata del padre e fino i moti vivaci, rimane a Caserta assieme al Conte di Bari Pasquale di sei anni compiti, e del Conte di Caltagirone Gennaro, bambino a due anni che dorme i bei sonni dell’innocenza nella dorata culla. Rimangono benanche le figliuole del Re, Maria Annunziata e Maria Immacolata Clementina, due care gemme di augusta feminea figliolanza, belle come i più cari fiori di primavera, e che uniscono alla nobile avvenenza, un candore, un’ingenuità tutta degna della cattolica e civile educazione che un tanto padre puole loro accordare, da esser ben degne figlie di un Re sì pio, e di una Regina spoglia d’ogni raggio sovrano, per meglio coltivare ilcuore e la mente della sua prole. Unitamente a queste Principesse delle Bue Sicilie, rimaner doveano le altre due Maria delle Grazie Pia, figlioccia spirituale del Sommo Pontefice, e Maria Immacolata Gennaro, di quattro anni appena.

Rimembrando le abitudini domestiche della casa di Ferdinando, tutte paternali, possiamo al certo travedere le commoventi scene del momento che accaddero. Pareva un’espansione affettuosa e sensibile di figli che convivono all’ombra dell’amore d’un tanto padre, mentre quel pianto di addio ne' vergini cuori venia dettato da quegli occulti presagi, che la natura umana provvidenzialmente risente anco nel culmine della gioja, allorquando un disastro si avvicina. Ritorneremo a far visita a questa giovanissima e puerile figliolanza, alle prime notizie della malattia del, Re a Bari.

È mezzogiorno del di 8 gennajo. I cavalli nitriscono sotto i cocchi reali. Tutto è movimento nella Reggia di Caserta, giacché si contane i minuti per salire il piede alla staffa. Il popolo Casertano, sparpaglialo in varii punti, sente il bisogno di salutare il Monarca a cui tanto deve. La soldatesca di servizio è sotto le armi, la bandiera della Guardia s’inchina tre volle, la marcia Beale suona:—Addio, Ferdinando II, addio nostro amalo padre e Sovrano, ognuno lo saluta con le mani, con gli occhi, col cuore—ed io che scrivo, guardandolo in quell’ora, ahi! (stampai nell’animo, per averlo a mente fin che vivo, quel personaggio colossale) per l’ultima fiata, giacché all’ora una pomeridiana di quel giorno 8 gennajo per chi non segui il Re, vide il Re per l’ultima volta… E una storia, è un fatto già compiuto; ma pare un sogno, una follia della mente, una illusione del cuore, il solo pensare ; Ferdinando IIè cadavere.

Ma la Provvidenza appalesò i suoi consigli al più Sovrano, o a noi il lutto a cui andava a darsi principio. Come il Re muovesi da Caserta, la natura mite del nostro cielo si sconvolge in quell’ora istessa, potrei dire in quell'istante medesimo. Un vento glaciale solleva dense nubi, gravide di neve; e dalla bufèra che si scagliava su Napoli, ogni cuore palpitava per la salute del Re, ed ognuno guardando fino a sera e nel di seguente la catena de' monti che nascondono la città di Avellino, li vedea nereggianti di tempesta invernate; e quando al cadere del terso giorno il sole riapparve sull’orizzonte, quei monti, oltre l’usato sembravano le alpi pel soverchio biancheggiare della neve: e senza far conto de' bullettai officiali, e pria di attendere le prime narrasse sull’itinerario del viaggio, ognuno in Napoli travede! i disagi dei Re e della sua famiglia nell'attraversare quella rete di monti e quel lungo vallo che mena ai piani della Puglia. Oh! se fosse ritornato a Caserta ;se stimasse nel suo assoluto Sovrano volere, mutare o modificare l’intrapreso viaggio!—o almeno chiudersi in Avellino ed attendere che il sole e le belle giornate ritornassero, com’è facile attendersi fra noi; qual sagrificio non vale la vita di Ferdinando II?...

Diamo uno sguardo rapido sulla gita da Caserta a Lecce—ma il Re è già infermo ; l’inizio della lunga infermità a cui si prepara già esiste—la morte solamente è scaltra, perché deve metter mano ad un lavoro arduo, e perciò rattiensi e cammina a brevi passi, contro una sì vigorosa salute, contro una persona erculea, ed usa a vincere ogni infermità col moto, contro un essere per le sanità del quale, milioni d’incessanti preghiere si muovono a Dio;anco per ottenere un miracolo, se questo fa d'uopo.

E Ferdinando co’ suoi cari, giunto da Caserta a Magnano, si ferma per venerarvi le reliquie di S. Filomena, e riceve la benedizione del Divinissimo; mentre le cento orfane ivi raccolte per pia volontà di Maria Cristina, elevano preci pel prospero suo andare in Puglia. La emigrazione de' convicini paesi già incomincia per ossequiarlo ed acclamarlo in sulla via, ed alle ore cinque pomeridiane entra trionfalmente in Avellino, addobbata a festa mentre la neve fiocca. Il giorno nove, il Re contrasta ogni preghiera di permanenza nella città, ed alle ore undici pomeridiane prosegue il viaggio col suo inamovibile itinerario. Le popolazioni vicine e lontane dalla consolare ivi si raccolgono, e con bande musicali, con canti nazionali e borboni che bandiere attendono il RealCorteo, per poter acclamare il Monarca e gridare lietamente, vivail Re, viva il Re; sfidando giornate ingratissime pel toro rigore, e tacendo festa in mezzo agli sbuffi nevosi.

Ma la discesa fatalissima di Dentecane, appalesò di qual possanza è ramare dinastico delle nostre genti. La neve caduta lungo la china, mercé vento boreale erasi agghiacciata, e tanto, che i cavalli sdrucciolavano, e 'l peso delle ruote non riesciva a rompere. Ferme aia, che in questo punto la Maestà del Re cadde nel malanno che si sviluppò.

Nientemeno fu giocoforza discendere dai cocchi Re e Regina, Principe Ereditario e fratelli, e camminare su quel sdruccevole nevoso cristallo, mentre tuttavia il tempo era pessimo!... È vero che la moltitudine accorsa in cento modi eroicamente affettuosi, spiegò ogni possibile messo per rendere più agevole il disagio e spezzare i pericoli che poteano avverarsi ad ogni momento, fino a gittar terra innanzi ai passi del Re, e taluni fino i loro saj, e rompendo di qua di là il ghiaccio—ma perché il ghiaccio non venne rotto fin dal mattino?...—non elevo censura o denuncia verso qualsivoglia autorità locale;ma ad Avellino s’ignorava la discesa di Dentecane? bastava un cenno, un motto alle confluenti popolazioni sul da farsi; e quella balda gente non dico che avrebbe spassato mille volte la via al Re, ma avrebbe aperta una nuova strada se questa mancava, per l’onore di vederlo ed acclamarlo. Ah! la fatalità inizia la sua letale parabola ; qual mano osa fermarla?E il popolo di Ariano, ove si giunse al tramonto del giorno medesimo, si appalesò più energico nelle sue affettuose cure. Il Re volea passare oltre; ma la folla assedia l’amato oggetto, perché prevedendo gli effetti sinistri di oltre andare con la neve che cadea a fiocchi o a polverino. Il Re si commosse in sì bello assedio de' suoi sudditi, e cedé alle clamorose istanze ; oh! se eguale eroica e carissima violenza si fosse avverata in Avellino!;ma non azzardiamo meditare oltre, che la mente vacilla. Dopo l'avvenimento di Dentecane, il sole ritorna al dì seguente ad affacciarsi in cielo spandendo sulla gelida bruma le tiepide sue aure. E perché non pazientare un altro giorno ad Avellino?....

Fra tripudiigentilissimi e con magico sole che si riflette sulla neve de' monti, Ferdinando co’ suoi attraversa il Vallo di Bovino in mezzo a continue acclamazioni popolari, e sul limite della provincia di Capitanata rinvenne le primarie autorità civili e militari ad ossequiarlo ed a presentare i voti, oh 1 quanto lieti del dipartimento Foggiano.

Sorprendente e raro spettacolo fu pel Monarca e suoi augusti, quell'abbandono di vallea, che lievemente salendo vi spiega in un istante il vasto piano del Tavoliere della Puglia; ove l’occhio si spazia e non giunge a segnarne i confini. Quivi l'amore storico alla dinastia, la gloria municipale per gli avvenimenti che andavano a compiersi, l’aspettativa di feste Reali, di Reali nozze, di un rinnovamento onorifico di riammirare la Reggia in Foggia (tradizione che i contemporanei dei luoghi aveano appresa dai loro padri) et possedere fidanzato e sposo il figliuolo tanto prediletto, della prediletta Regina Cristina; puole immaginarsi il lettore qual febbre di gioja invadeva le popolazioni tutte di ma delle piùricche province del Regno. Le varie comunità, oltre quella di Foggia, già comparivano venire incontro al Re col clero alla testa, colle autorità rispettive precedute da musicali concenti e da Reali vessilli, comunicandosi l’un l’altra da lontano l’eco del viva il Re, a seconda gli augusti cocchi si avvicinavano. Unico spettacolo fu quello. Supiano sì esteso, quei popoli giubilanti, figuravano tanti staccati corpi d’armata, che si muovono da' loro rispettivi accampamenti per accorrere incontro al Duce supremo; e mentre una banda musicale cessava il suono dell’inno borbonico, l’inno istesso sentivasi ripetere or di qua ed or di là su tanti punti diversi, e 'l viva il Reprolungavasi colla linea della strada che percorressi, a guisa di non interrotto dispaccio su telegrafo elettrico. Ma ravvicinarsi a Foggia, fuil culmine giubilante, indescrivibile da penna umana. Quella popolazione sembrava emigrarsi dalle sue case, o quella città raffigurava un assedio per mano di popolo. Tutti eran fuori le mura, per essere ognuno il primo a vedere il Re, ad acclamarlo. E come i regii cocchi si avvicinarono, in messo a compatta moltitudine plaudente, si potè giungere in città, fino al duomo, verso le ore quattro p. m; dopo gli omaggi ricevuti dai capi del comune a piè d’un colossale arco di trionfo, eretto all’ingresso del municipio. I bianchi lini sventolavano sulle vie, ed i piùricchi arami ornavano i veroni delle case e dei palagi. Ricevuto dal Vescovo sulla soglia del tempio, sotto dorato baldacchino vi entrò, per assistere al servizio divino ivi preparato; e dopo volle pregare innanzi alla Santissima Vergine de' Setteveli, prostrandosi ove suo padre e suo avo si erano prostrati, e dove verrà con lui a prostrarsi Sofia e Francesco, dopo espletato il programma delle feste di Manfredonia....

Amorosissime difficoltà assiepavano la via al Monarca, mentre dalla chiesa si recava al pelano dell’intendenza, giacché il popolo non potei muoversi per far muovere il Regio cocchio, sì fitto erasi accalcato, sì ebbro appariva di entusiasmo. L’intendente coi corpo amministrativo della provincia lo ricevé a piè della scala, in unione delle autorità superiori municipali civili e militari, ed uno stuolo di dame. Fu forse appagare la commozione pubblica mostrandosi dai balconi in unione del suoi augusti, e in mezzo a luminaria che rendea giorno la notte s’intese un clamore di evviva indicibile ad esprimersi. E mentre sulla scala d’ingresso al palazzo ammiravasi una statua in messo a campo d’oro di gigli colla leggenda «La Daunia ai piedi del suoSignore e Padrone Ferdinando II»;rimpetto al Real Palazzo sorgevano in edicola, fiancheggiata da campo di verzura e di fiori, in trasparente dipintura, le immagini del Re e della Regina, a' cui piedi la città simboleggiata, offeriva l’abbondarne delle sue industrie, prosperanti sotto i Reati cuspidi. Ricevimenti ed odierna occuparono il Re alla sera, mentre la città brillava di miriadi di taci, come brillavano di miriadi di cure liete icuori foggiani. Per essi, quella prima festa non era che una prova, ungetto di gioja, una plastica delle vegnenti pomposità pubbliche e private; insomma una prefazione al libro faustissimo che la Capitanata detterà ai fosti della sua storia, per un secondo matrimonio Reale cui vien convitata a festeggiare. Eppure eradessa l’unica festa di quel popolo, era quel tripudio smisurato un termine alla gioja, un gaudio per licenziata estrema di Ferdinando a Foggia. Chi avrebbe ardito presagirlo?... All’alba del dì seguente la popolazione riprende il suo moto giulivo intorno alla Reggia. Alle ore 11 a. m. Ferdinando con la Real famiglia si muove a proseguire il viaggio. La folla lo circonda, l'accompagna, ed ognuno caramente s’insuperbisce pensando, che mentre le altre città della Puglia godranno appena un sorso di piacere per le feste Sovrane già mature, Foggia possederà la tazza d’ogni letizia, e chi aspira a tanto godimento, dovrà pellegrinare fra giorni nelle sue mura. Addio, addio, o nostro Re, ritorna sollecito alla tua prescelta città—e, giunto il corteo sulla via di Cerignola, parea che da lontano Manfredonia ripetea lo stesso, per chi la guardava colla sua giacitura a' piè del Gargano che si estolle in mare, come una prolungata altissima cittadella, guardiana di quella immensa pianura.

Sulla strada che mena alla città di Cerignola si accamparono le popolazioni de' moderni e floridi villaggi di Orla, di Ortona, di Stornare e Stornarono, messi sulla destra e sinistra del Cervaro e del Carapella, onde con più doverosa riconoscenza testimoniare il tripudio comune a quella dinastia, che gli fè sorgere e gli sostiene in floridezza, mercé l’adiacenza de' parchi della Real Casa che ivi si stendono. Ma la popolazione di Cerignola non istimà nell’amore dinastico che la dominava, attendere i Sovrani appo le sue mura; ma invece su numerosi cocchi e a turbe di pedoni, co’ suoi 24, 000 abitanti accorse incontro agli oggetti del gaudio universale; e mentre l’augusto corteo si allontanava oltre, quel popolo promettea a sestesso, ripetere più eclatante festa al ritorno. E sì; per restituirsi a Foggia, Ferdinando ripassar deve per Cerignola—perciò, addii carissimi ed immaginosi di affettuosa aspettativa s’intesero anco in questo ricco e florido paese, che è limite della Capitanala, dalla Terra di Bari.

Ma Ferdinando nel proseguir oltre, volle allontanarsi dalla via maestra per visitare la florida giovane colonia di S. Ferdinando; quella colonia surta dal pensiero del Re non sono venti anni, onde sottrarre alla sventura di un’aria insalubre le grame e misere genti stanzienti un tempo intorno alle saline di Barletta, creando così nn’agricola famiglia sopra un fertile ridente terreno del Tavoliere, donando a quegli operosi, terreni, capitali agricoli, unmonte frumentario, una cassa di prestanza, una casa ben fabbricata. Questa colonia è già addivenuta un municipio del Regno, mercé le cure del Re, affidate alla intelligente, onesta ed operosa direzione di Nicola Santoro, sotto intendente del di stretto di Barletta. Una tale visita fu veramente di famiglia; e 'l sapiente Monarca compiaciuto fuori misura di tanta perseverante prosperità fra quei coloni, donò loro l’erezione di altre 140 case di abitazione per le crescenti famiglie: e avendo aperto in ultimo un’udienza a chi voleachiedergli qual che munificenza o grazia, appena due suppli che raccolse; si bene cammina la vita comoda fra quelle genti, ove direttamente il Re vede ogni faccenda ed ogni bisogno: alto argomento ai novatori in politica ed in economia!

Da S. Ferdinando si ritorna sulla via che mena a Canosa, città storica come ogni altra della Puglia Barese. Era l’ora della sera, ma la Iona che falcava serena quel purissimo orizzonte, si vide contrastata la sua argentea luce da infinite fiaccole lungo la strada di transito, o dagli sparsi gruppi di fuochi accesi su i facili colli delle Murgie, che s’increspano a scaglioni come onda da onda marina; ed erano le innocenti testimonianze di amore de pastori e de' mandriani sparsi per quei miti terreni ne' mesi jemali. Mala città di Canosa, quasi presaga che le auguste nozze si toglievano alla desiata gloria di Foggia, per cedersi l’onore a Bari; qual primo municipio della Terra Barese, volle in un’ora di festa pel Re, compendiare il primo sfoggio foggiano, e l’abbozzo della pompa sforzosa cui aprirà il varco il capoluogo della sua provincia. La popolazione con cerei accorse a ricevere i Reali fuori le mura, e attraverso una sequela di archi trionfali, processionalmente Re Regina e Principi, seguiti dalle primarie autorità della provincia e del municipio, preceduti dalle corporazioni religiose, stentarono a breve passo traversare le vie interne, spalleggiate com’erano da doppia folla cittadina. Il capitolo canosino intanto volle rendere storico il passaggio di Ferdinando, offrendogli due pani in argentea coppa, a seconda il volere del Normanno Guglielmo, che dotando di lauta azienda i canonici, riserbo quest’atto, quale offerta a farsi in segno del suo patronato a se ed ai Re venturi delle Sicilie, ogni volta che per Canosa transitassero. Compito quest’atto monumentale, e frenatisi i plaudenti gridi di evviva della moltitudine, vennero incontro agli augusti un coro di giovani ed un altro di donzelle, che su scelta musica cantarono un inno al Monarca. Indi. tra il lusso di cerei e di lumi a carcel che splendevano sui prospetti delle case, si esci dalla città commossa da' suoi tripudii; e rimessisi in cocchi, i Reali, si avanzarono per Andria.—Chi sa se Canosa non serbò il voto di ripetere la sua festa al ritorno di Ferdinando per Foggia?—per Foggia!... ;ne siam certi.

Sono cessate le nevi, il vento glaciale più non si ode stridere tra le frondi aride degli alberi boscosi, spalleggianti le falde scoscese delle montagne, e le nere nubi che si stendono come una tenda funerea sulle valli, più non attristano il cuore. Siamo nella pianura barese, disseminala di città, cosparsa di vigneti e di giardini, di ville e di pascoli; e come in alto mare, la vista de' monti è scomparsa. Tiepide aure, lievi venti passeggiano di giorno e di notte le contrade, e da Avellino a questi luoghi, appare una distanza, tra gennajo ed aprile. Ferdinando cammina, come fu sempre suo uso. Avvezzo alla vita militare, non fu mai servo delle stagioni, e ’I sole, la pioggia, la neve conoscono a prova il suo andar celere. Ora siccome à duopo di attraversare in pochi giorni due volte le Puglie, la strenuità della sua vita tutta moto, acquista maggiore impulso. Più volte à scorso quei luoghi al chiarore di liete faci, come più volte la notte lo à trovato a cavallo o in carrozza fra' boschi delle Calabrie, fra' monti degli Abruzzi e del Sannio. É vero che gli anni, la vita perpetuamente occupata come la sua, e le amarezze di Stato e le lotte europee di dodici anni trionfalmente sostenute, mutano spesso le abitudini esteriori d’un Re soldato: e,—Ferdinando forse pensava come noi a Napoli a Gaeta a Caserta. Ma messo allo slancio delle sue anti che abitudini, fissato nel pensiero nobile di accedere in pochi dì a una aspettativa di Re e di Regno col matrimonio del suo primogenito, e come prefazione ad una sì carissima cura, poter compiere la visita di famiglia a tre popoli da lui più apprezzati per lo andare che fanno a prospera civiltà; egli si sente rinvigorito, come ne' suoi primi viaggi per le Puglie nel 1832. Chi à la possa di frenare l’operosa sua magnanimità? corre, e corre. La veglia e ì sonno sono eguali per lui; il giorno e la notte si somigliano ; gioisce nel non sentire stanchezza, mentre l’avverte ne' suoi e nelle persone del suo seguito. Deh! Ferdinando, se queste nobili rimembranze fossero le ultime per te e pel tuo Regno—perché mai donare alle Puglie solamente il moto prezioso degli estremi tuoi giorni? Con l’elettrica celerità che ti possiede, accorri almeno per tutto il Regno. Per la fedele Lucania, recati nelle Calabrie, saluta un’altra fiata que’ tuoi popoli febbrili di tenacità, e da Cosenza all’estrema Reggio, fa che si pronunzii il viva Ferdinando II, che ci lascia per sempre. Gli Abruzzi e 'l Sannio, quella rete alpina di genti tranquille e gentili, da Campobasso ad Aquila, dall’ultima Teramo alla prima Cbieti, perché non salutarle, perché non imprimere su’ loro cuori un tuo sguardo, un tuo riso, dopo ventinove anni che ti plaudirono Re? Ove sono cento mille ferrovie, onde poter egli attraversare ogni città ogni paese in un sol giorno? almeno nei dì delle afflizioni, nell'ora che l’annunzio giungerà su quanto è il Reame: Ferdinandonon èpiù: ogni tuo popolo piangendo esclamerà, oh! l'abbiam visto, almeno per l’ultima volto, è partito per l’eternità, ma à recato seco i nostri evviva, i nostri addii. E la Sicilia? Palermo, la città nativa, il popolo compagno della tua infanzia, da dopo il1847non li vedrà più? serberà il penetrante rancore nella bollente sua suscettibilità, che scenderai nel sepolcro, senza una visita, un addio? Peccò è vero, sol perché ogni bellezza vive assediata da seduzioni; ma tu clementissimo la perdonasti di cuore, e vuoi, che dopo la tempesta sociale del 1848, nelle Due Sicilie, solamente il loco nativo, serba ilduolo di non avere co’ suoi plausi purgata Tonta, della follia d’un giorno? tu campione unico di obblio e di perdono; tu (lo sappia il mondo) ogni volta che rimembravi il soldato regicida, l’esecrato Agesilao Milano, àiaperto lo scrigno e segretamente àimandato ricche somme alle chiese di Napoli, per far dir messe in suffragio dell’anima d’un capitale tuo nemico (esempio unico nella storia); accorri a Palermo, basta un'ora, e quel popolo saprà far tanto innanzi ai tuoi passi, da rendere lacere le pagine d’un errore che fu...

Ma ove ci siamo sospinti?—Ferdinando si approssima alla fedelissima città di Andria, nella più vigorosa salute, tutto moto e vita, e noi azzardiamo favellare di ultimi addii, di sepolcro? Ab! che avremo tempo per libare fino all’ultima stilla il calice delle amarezze che si nasconde fra i giorni più allegri delle Sicilie. Non più interrompiamo la narrativa;le gioje del secondo Ferdinando si numerano rapidamente in terra, perciò covriamole di rispetto e di fiori, giacché gli osanna delle Puglie, appariranno tra poco pari alle rose ed agli allori, co’ quali s’inghirlanda un’anima pia presignata al vanto del martirio; e martire addiverrà il Re nostro, sul ietto de' suoi dolori!Andria, termine del viaggio per la giornata, alla sua numerosa popolazione, unisce quelle delle convicine città non segnate nell'ilinerario; e moltiplicala perciò di moltitudine, esce incontra alla Maestà del Re, e coll’espressione plaudente di sì vasta moltitudine, si entra in città ove i lumi, le macchine allusive, i trasparenti allegorici, gli archi trionfali, si appalesano nel numero e nel fasto, degni d’una sì ricca e storica città, memore di fasti Borbonici al cadere del secolo scorso. Ed ecco che i monumenti di questa città, all’alba del dì seguente (12 gennajo) si abbelliscono di una nuova patria onorandissima tradizione, col possedere il Re, la giornata del suo natalizio, e rendersi nobilmente centro d’una festa che si sollennizza nelle ventidue province del reame. E levata Andria per un giorno all’altezza di Napoli, potendo dire che nel suo palazzo episcopale esiste la Reggia delle Sicilie, mercé il possesso del Re, della Regina, del Principe Ereditario e di due altri Principi Reali, di Ministri, di Generali, di Gentiluomini di Camera, di Dame di Corte e di altri dignitarii del Regio seguito, in giornata sì memoranda, non può esprimersi lo sfoggio a cui si slancia di splendore e di affetto, per mostrarsi degna di sì rara memoria. ;Ah! oggi questa memoria si e resa doppiamente storica per quel paese, che al certo registrerà su lapide marmorea (mercé il sinistro evento d’essere stato l’ultimo natalizio di Ferdinando) l’ultima primaria festa civile del Regno, non solo dal 1810 (23))fin’oggi, ma nientemeno una festa, che le Sicilie possedevano dal 11S1 fino al 1859; un secolo e otto anni! che ti vale più la storica ricordanza di aver posseduto fra le tue mura, quattro secoli or sono (1459), il Re Ferdinando d’Aragona, se sei serbata a sollennizzare nel 1859 una festa monumentale, che da cent’otto anni à veduto gioire i popoli delle due Sicilie, e per l’ultima volta?Nella vita di questo gran Re, tutto è straordinario fino alla morte. Nientemeno quel 12 gennajo che dalla culla sul Trono, fu visto splendere di pompe, di lusso, di magnificenza, all’altezza di due Corti cospicue e di due capitali, Palermo e Napoli; ora Ferdinando inizia la estrema sua giornata natalizia, in una città di provincia, aprendo la sua dimora a numerosa udienza di nobili e plebei, di poveri, di vedove, di orfani, e sono queste le alte gerarchie dello Stato che riverenti riempiono i saloni del Trono, ricordando così la visita di famiglia, oggetto del viaggio, invece dello splendore d’una Reggia. Ma la Reggia vi à, ove è il Re. Infatti, dopo d’aver sparso le sue giustizie e le sue munificenze, raccogliendo migliaja di suppli che e soddisfacendo ad infiniti vo li, riceve gli omaggi dalle primarie autorità chiesastiche, civili e militari della provincia, del distretto e del municipio, e la vicina Trani manda al circolo Reale, la magistratura di Gran Corte Civile, di Gran Corte Criminale e. del Tribunale Civile. Indi ode messa pontificale al duomo, visita taluni santuarii sacri a Nostra Donna, accoglie un inno cantato da ventiquattro orfane recluse, e benedetto e plaudito dal popolo intero, prosegue a ricevere le ultime feste del suo giorno natalizio dalle popolazioni di Corato, di Rovo, di Terlizzi, di Palo, di Bitonto, di Grumo, di S. Nicandro, di Canneto e di Acquaviva, città serbata a riposo, dopo Andria.

E questi paesi e città, messe infila l’una dopo l’altra, sulle vaghe collinette delle Murgie, e che si guardano a po che miglia di distanza, si emularono con archi trionfali, con musiche, con lieti spari, con popolazioni acclamanti, situate come esercito lungo la via, avendo ognun d’essi alla testa le proprie autorità con le Borboni che bandiere, ed il clero e le corporazioni religiose con la Croce inalberata. Oh! se Ferdinando II vivesse, fra i suoi quarantanove anni di vita, farebbe registrare a cifre d’oro questo suo 12 gennajo 1859, per la rarità delle faustissime circostanze che si ligano insieme. Ma non dubitate o popoli della Terra di Bari, che la storia si ricorderà di voi, e che il Re in Caserta, sul suo letto di dolori, con la morte che siede inesorabile al suo capezzale e ch’egli guarda e non la teme; in quei giorni per voi, pel Regno, per la Real famiglia, di lagrime, di preghiere e di meste speranze, si ricorderà di voi tutti; e l’amor vostro spiegato in si indicibile entusiasmo, sarà di balsamo al sofferente Signore, pagando a voi il tributo affettuoso di padre riconoscente.Ma la città di Bitonto, monumento dinastico della stirpe di Carlo III, sofferma alquanto i passi celeri del trionfante Sire.

La popolazione di Ritento costituisce una gente tradizionale per la stirpe de' Borboni di Carlo III, rimanendo da generazione in generazione, quale storica testimonianza del Trono indipendente e nazionale che questa stirpe augusta riedificò dopo secoli di civiche sventure nelle Sicilie, compila la vittoria della così detta, battaglia di Bitonto. E questa città al passaggio del Real corteo, volendo ligare come gemma a gemma, due stimabilissime età, sull’arco di trionfo istoriò i fasti che deve alla giornata di guerra di Carlo 111, e sull’obelisco Carolino che sorge sulla piazza, effigiò le prosperità che la città deve a Ferdinando II. Perciò se in altri luoghi le acclamazioni scaturivano da mille doverose sorgenti di affetto, i plausi che il Re si ebbe dai bitontini, oltre a queste sorgenti, serbava un’origine storica e tradizionale. Fra le cure Sovrane spesesi rapidamente da Ferdinando fra quelle mura, si ebbe il pensiero di visitare l’Orfanotrofio moderno che la città intitolava alla pia memoria di Maria Cristina. Quivi 220 orfanello diretto dalle eroi che figlie di S. Vincenzo de' Paoli, accorsero liete incontro al Re ed al figliuolo diletto di quella Sovrana, all’ombra del di cui nome si elevò loro quella casa di salvezza. Una di esse proferì al Re in brevi accenti i voti delle compagne, e tutte unite cantarono un inno fausto per sì cara visita. Presentarono quindi i lavori industri delle loro mani ai Sovrani ed ai Principi, e nel giovanile fragore di viva il Re, gli augusti escirono dallo stabilimento; e dopo eguali e più moltiplicate acclamazioni del popolo, si proseguì il trionfale andare fino ad Acquaviva, di notte illuminala a giorno, ove si fece sosta, e dove si compì la festa natalizia dell'ultimo anno di Ferdinando II.

Ad Acquaviva, appena giorno, l'istancabile Signore si dà tutto alle cu re della provincia, ed a pubblica udienza per chiunque à duopo del Re. Indi sceso in sulla via e messo co’ suoi in mezzo a calca di popolo, giunse alla chiesa, risorta dalle sue pietose cure, e sul limitare della medesima, Monsignor Falcone prelato e capo di essa, volle ricevere la Maestà del Re, pari a Vescovi de' primi secoli dell’era cattolica; cioè vestito de' sacri paludamenti, e messosi all’ingresso del tempio, recitò al suo cospetto un’omelia per la circostanza, ed indi asperso i Reali dell’acqua santa, glirecò a piè dell’altare, da cui tolse Ferdinando e lo assise nello stallo dei canonici, ove per diritto ogni nostro Re è prima dignità del capitolo di quella Regia Arcipretura nullius.

Addio Terra Barese. IlRe sì avvia alla provincia di Terra d’Otranto, limite de suoi paterni desiderii. Addio, o amato Sovrano, e questa valida ed erculea salute che ti possiede la rimireremo a Bari, e da Bari, a Giovinazzo, Molfetta, Bisceglie, Trani e Barletta, città illustri che ti attendono al ritorno:—da Barletta a Foggia è breve la distanza, e...—qui si riaffacciano al pensiero le nevi, i geli di Avellino, e la disastrosa discesa di Dentecane—Mio Dio, salvi il Re IEcco una nuova serie di viaggi. Si cammina perfettamente di notte fino a Lecce; e i popoli leccesi sfidano colle luminarie il tenebrìo alla notte; e le genti de paesi interni aspettano sulla consolare, e gli archi di trionfo fanno numerare le comunità diverse bivaccanti in sulla via, come al sereno d’una fresca notte di luglio. Gioja, comune confinale del dipartimento amministrativo di Bari, presenta le sue feste, e i suoi tripudii al passaggio del Monarca, ed ecco i Regii cocchi sulla china pittoresca di S. Basile, spalleggiata da boscaglie, avendo al manco lato i bruni monti di Martina, a destra la Basilicata, sul davanti la via che mena alla voluttuosa Taranto; e se l’occhio è di lunga vista, puole distinguere gli ubertosi colli tarantini, e dietro questi il mare Jonio, e alla sua opposta sponda, pari a fascia turchina soprapposta alle acque il braccio alpino delle Calabrie. E un assieme di paesaggio pittorico che ti ricorda la Svizzera, quella scesa di S. Basile, e non sai persuaderti come la rete Appennina abbia potuto gittare un sì sensibile altopiano alla frontiera della provincia di Lecce, e dietro ad esso una valle e dopo la valle un gruppo isolato e ristretto di monti, su cui giace la città di Martina, e 'l gruppo scendendo si livella a Taranto da un lato, e dall’altro in poggi che si dan mano fino a Francavilla, Ostuni e Fasano.

E a S. Basile affluirono le popolazioni delle città interne, attendendo dal dì dieci al dì tredici gennajo il passaggio del Real Corteo, e serenando a ciel scoverto fin che giunse Ferdinando, che dolcemente fu meravigliato nel trovare su un punto di strada ove non vi ànno paesi, tanta riunita gente, con numerose schiere di guardie urbane che tra i concerti musicali faceano sventolare i vessilli del Re, riempiendo l’aria di voci giulive ed affettuose. Ma non bastava questa meraviglia, giacché ivi il Re ammirò splendido arco trionfale, sotto cui venne ricevuto dall’intendente della provincia, dalle prime cari che civili e militari e dai fiore della nobiltà leccese, sì lungi accorsa incontro, benché una ferma certezza non si serbava per l’itinerario, ed ignoravansi i giorni e la via da battersi. Con questa sequela di non mai interrotti trionfi, si giunse a Taranto alle ore quattro p. m.

Quella gentile popolazione tarantina, sensibile per costarne, e dinastica per tradizione, esci co’ suoi trentamila abitanti fuori le mura, e nell’espansione più calda de' suoi affetti verso il Re, circondato i cocchi augusti, questi pareano muoversi più dall’incedere della folla clamorosa che per mezzo de' cavalli. Giunto Ferdinando co’ suoi al palazzo arcivescovile, discese per fare una visita militare alla città piazza d’armi del Regno, indi visitò il porto, oggetto. del suo passaggio per Taranto. Restituitosi all’anzidetta dimora, aprì pubblica udienza a' suoi sudditi, accogliendo ogni loro inchiesta. Poscia si occupò degli immegliamenti della città, e, udite la rapidità de provvedimenti utili. Ordina il nettamento del porto, in aumento importante del commercio a cui può sedere quella città sul mare ionio, ma da non offendere la ubertosa industria de' crostacei cui va rinomata nel mondo. Dispone la riapertura della Salina di S. Giorgio, causa di ricchezza alle mani operaje del luogo. Stabilisce l’ampliazione della città sul versante orientale e fuori le mura militari, dal lato della via di Lecce, non essendo più capace quella popolazione crescente di dimorare nella cerchia bastionata. Dispone il sollecito compimento della fabbrica di un orfanotrofio e l’apertura del medesimo, coll’apprestargli de' mezzi pronti ed efficaci. E in ultimo crea un istituto agrario su di ampia scala, onde duplicare gli utili di quelle storieche feraci terre. Ordinato e discusso tutto quest’assieme di pubbliche utilità, mentre si à il piede alla staffa, si reca all’arcivescovado a fare le sue preci a Dio, e quivi nuove acclamazioni irrompono in chiesa come in sulla via;e mentre la città splende per lumi, ed un ampio arco trionfale rappresenta Taranto simboleggiata supplice al suo Signore, chiedendo quel tanto che à già ottenuto, fra gli evviva di gratitudine e fra i concenti musicali, alle ore dieci p. m. si prosegue l’andare a Lecce.

Affrettati, o città di Taranto, a sollennizzare le grandiose municipali largizioni ottenute da Ferdinando II, colla rapidità del pensiero; giacché il tuo amato Re va oltre assai, il suo viaggio è lontano, e più non ritorna.

Come brillano le stelle sul firmamento in una purissima notte di gennajo, così brillava di faci, di fuochi, di luminarie, di archi trionfali, la consolare che dalla voluttuosa Taranto mena alla gentile Lecce. Le popolazioni de' paesi molti, messi sullo stradale, e quelle interne de' comuni adiacenti, come a lunga fila di schiere messe a scaglione, spalleggiando la via, dà l’idea di una rassegna militare eseguita nella notte. Ninna notte al certo à mirata la veglia costante di tante genti, e splendere quelle campagne e udir l’eco musicale in continuazione di molte e molte miglia. e il rimbombo di spari di gioja, e lo squillo delle campane, e gli evviva che riempiono l’aria. È una notte incantevole, poetica, fantastica; nientemeno una lunga notte di quattordici ore, convertita in un festino, su venti miglia di strada e a ciel sereno. Si lesse mai nella storia un avvenimento che a questo somiglia? parmi che no;Oh, sì—tutto è nuovo in questo viaggio, tutto sarà nuovissimo nella scala de' suoi avvenimenti—e se questa storia non si scrivesse, oggi: da qui a pochi anni, si addimanderebbe una favola, un racconto delle mille ed una notte, un getto poetico di rara ed immaginosa poesia, e ; fino gli estremi di quest’apoteosi si livelleranno insieme ad un’altezza smisurata; cioè un mare di gioja, accanto a un mare di lutto...

Ecco Ferdinando IIin Lecce, alle ore cinque del mattino, del giorno 14 gennajo 1859.

E da Lecce, apice del viaggio e della pubblica esultanza, l’orizzonte de' nostri cuori appare marcato di un ponto nero che più non scomparirà, ma che vedremo dilatarsi ogni di ogni ora, fino a che la tempesta del dolore ci assale, nella più estesa linea delle universali dispiacenze, e perciò arrestiamo la penna per un istante, e—da Lecce a Bari sia il tema del quinto capitolo.


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V

Da Lecce a Bari.

Casertaed Avellino, al dì 8 gennajo 1859—Dentecane ed Ariano, al dì 9—la Capitanata e Foggia, al dì 10—da Foggia ad Andria, al dì 11 ;. da Andria ad Acquaviva al dì 12—da Acquaviva a Taranto, al dì 13 ;da Taranto a Lecce, al dì 14 gennajo, due ore pria che il sole spuntasse Sull’Oriente;insomma, un viaggio più che di 250 miglia di via. Tanto cammino, geli e neve, sole e faci, feste e plausi, popoli e popoli, riposo e affari, grazie e munificenze, emanazioni prospere e leggi utili da per ovunque; tutto compito in pochi giorni, e sì pochi, che il pensiero non raggiunge il paragone tra il tempo e le distanze, fra tante feste e tanti popoli, stretto in mezzo a due oceani, l’uno di acclamazioni entusiaste, l’altro di favori, di grazie, di provvedimenti preziosi adempiti.

Ecco quanto ci si para innanzi, al veder giungere Ferdinando II in Lecce. Ma siccome alla scesa di Dentecane un episodio ci rattristò, un altro ci si presenta in Lecce, colmo di palpiti pel Regno intero, che non fu mai uso per circa trentanni a sentir parola sulla salute del Re. È vero che qual che fiata si udiva parlare d’infermità su Ferdinando, ma erano parole gittate alla distanza delle nuvole, erano dardi che non colpivano in verun modo lo spirito pubblico per sospetto e temenza, perché il moto fu sempre il medico e la medicina di questo Monarca;e in mezzo a milioni di paradossi, mai s’intese, il Re è ammalato, il Re per un giorno à guardato il letto.

Ora ci è d'uopo aprire una strada attraverso l'entusiasmo festivo della città di Lecce, per avvicinare Ferdinando, infermo lievemente per pochi giorni.

È da stupire il vedere una popolazione di vasta città, vegliare una lunga notte di gennajo con una costanza a tutta forza, e come fosse a pieno mattino, attendere l’arrivo del Monarca, acclamarlo, festeggiarlo, farglisi innanzi con addobbi di lusso, illuminare le vie della città a dieci ore di notte come fosse al tramonto del giorno, abbellire le porte delle mura e le sue piazze di archi trionfali ricchi di simboleggiami trasparenti, accender fuochi ovunque onde i festoni di mirti e di fiori che adornano gli edificii apparissero con effetto di pieno meriggio, dar mano a divertimenti pirotecnici, armonizzare gli evviva prolungati ed instancabili di tutta una gente al suono di elette musiche; tutto questo assieme magico e voluttuoso dopo dieci ore di notte iemale, quando le tenebre non sanno ancor cedere l’impero alla luce, ; e,—ecco trascritto un abbozzo dell’assieme meraviglioso, con cui Lecce stimò ricevere Sovrani e loro famiglia. Na su tutto questo quadro di inarrivabili tinte, se io ardissi pennellare la possa della squisita e febbrile vivacità naturale del popolo gentile di que’ luoghi, dilatata nella più sovrumana espansione per sì lieta circostanza; dovrei ridurre questo capitolo ad un cantico eroico, ad un poema epico, onde afferrare la meta. E non sapendo e non potendo giungere a tanto, mi basta dire: un popolo per natura entusiasta, volle in quella notte espletare tutta la poesia di cuore che possiede.

Non. è più notte, è giorno. Poche ore sono trascorse dall'arrivo degli augusti. Il Re à duopo prolungare il riposo dopo sì lunga traversata notturna, dopo molteplici occupazioni espletate, dopo sì immense commozioni di padre a cui à prestato luogo il suo cuore sensibile. E la popolazione istessa dopo sì lunga veglia e copiose cure e gioje «orbite dall’animo, sicuramente è presa da giusta stanchezza. Un simile giudizio è ragionevole, ma non per le abitudini di Ferdinando, e nemmeno per la vivacità propria di quella gente. Brevissimo tempo è scorsa, e 'lRe è desto, e chiama i suoi ministri, l’intendente ed altre autorità a consiglio, onde espletare ogni immegliamento pubblico spettante atta provincia, ove già splendevano molte utilità attuate dal Re, e per strade di comunicazione, e per stabilimenti pii e per copiose istituzioni scientifiche artisti che ed industriali; ed anco un progetto sul tappeto per istituire a Lecce come a Bari un Banco ed una cassa di prestanza, oltre un piano di terreni inerti da bonificarsi. La popolazione d’altro late, che noi credevamo desta dal sonno nelle più tarde ore pomeridiane, fatto giorno, accorse a circuire la dimora Reale, e i luoghi creduti degna pel passaggio del Re; e fu gara ad assieparsi sollecita pei previsti spiassi e vie, onde non trovarsi sopraffatta dall'affluenza di moltitudini vegnenti dai disseminali paesi che circuiscono Lecce, pari a succedenti rivoli messi a raggi intorno ad un lume centrale di spessi confluenti.

E cosi si durò, fino a quando il Sovrano messo termine egli affari, ed escito in galleria per accogliere gli omaggi delle autorità tosali, de! patriziato leccese e delle innumeri deputazionispiccate dai municipii tutti del dipartimento amministrativo, stimò sortire per recarsi al duomo. Cosa avvenne in quei passaggio dall'intendenza al vescovado, puole immaginarsi dal lettore, non esprimersi dallo scrittore. Gli evviva al Re, alla Regina, al Principe Ereditario ed agli augusti fratelli, furon sì straordinarii e fervidi, che le carrozze Reali lentamente e coi spesse fermate potettero aprirsi il varco, giacché In moltitudine non avvertiva, non pazientava, neo era capace più di far targo. Eguale carissima violenza fu duopo osare nella cattedrale onde giungere al presbitero; e le benedizioni e i molti affettuosi, e i voti con calde espressioni di popolarità, che si volsero al Re genuflesso all’altare, costituivano un mormorio a coro commoventissimo, armonizzato dall’eco delle volte del tempioe dai suoni dellamusica sacra. Deh! dopo sì espansive preghiere del cuore all’Altissimo, emanate in quel dì dal popolo leccese, chi mi saprà dar nuova del modo come si unirà novellamentequella gente istessa a più degli altari, al giungere quotidiano de' bollettini officiali, recanti per due mesi da Caserta l’alternativa de' dolori, dette angosce e dell’agonia di quel Ferdinando, che al 14 gennajo plaudita, seduto netto maestà dei Re detta persona sul soglio eretto nella madre chiesa del luogo; ; chiesache per tutto il mese di gennajo splende di porpora e di fiori, e che al cadere di maggio pel medesimo soggetto si covrirà di neri, veli e di luttuose gramaglie? chiesa che in gennajo è ornata di serti in mezzo ai quali si legge il motto lieto di viva Ferdinando II, e che alcadere del quinto mese, ornata diserti ancora, scambierà quel motto, leggendosi invece, Requie va Ferdinando II?.... lo crederesti oggi a chi teldirebbe, o popolo affettuosa? No al certe—e stenterai a crederlo anco al domani, sarà tate la sorpresa di animi sì sensibili per un avvenimento raro, che rapidamente trascina un popolo dall’estremo del riso all’estremo del pianto!

Ma te avventurosa, anco nell’universal lutto, e gentile città. Tu serbi te fortuna d’aver dato al Re un medico scelto te mezzo alla tua famiglia, e costui compendiando in sé l’affetto del paese nativo, se non gli fupossibile arrestare il fato suite salute dell’augusto, seppe spiegare e notte e giorno (come fuso in bronzo), quella cura di servizio, che sovrumanamente non il medico ma un cuore eroico, spinto all’impossibile della scienza, sa apprestare per infausti mesi a un infermo tanto amato, tanto compianto. E se le altre province del Regno avran d’uopo d’una storia per immedesimarsi inun dramma di comune interesse; tu per bocca di Giuseppe Leone avrai la storia edificante dell’estinto Monarca, ed egli solo può narrarti quei giorni di guerra tra la vita e la morte, quelle ore di palpiti e di speranze, quei momenti estremi, in cui il martire Re deposta la corona in terra, salì al Cielo con la palma della vittoria. Egli sì, ti recherà i Regii addii, e dalla sua bocca potrai attingere quanto basta, per render saldo un popolo, (in questi scioperati tempi) alla Monarchia dinastica nazionale ed indipendente, sacra per noi alla stirpe di Carlo III.

E trascorsi di nuovo. Scusi il lettore—in un dramma sì unico e sì vasto, gli episodii per ragione, spesso si frappongono nell’unità della scena ;sì alta narranza nella breve cerchia di cinque mesi racchiusa, à duopo di spesso straripare dal suo assieme. Se due mari si ligano insieme in questo periodo di tempo, l’uno colmo di gioja, l’altro di duolo; le onde spesse fiate debbono confondersi, e le idee si trovano costrette a mutar colori al pensiero, dalla duplice fonte che vi à nella natura dei fatti.

Per compiere la giornata, le Maestà e gli augusti si recarono alla cappella di S. Oronzo, protettore della città, e fecero visita all’educandato diretto dalle suore della carità. Indi, mentre i tripudii pubblici si rinnovavano con duplicata illuminarla al paragone della notte dell’arrivo, e questa si offuscava perché sopraffatta dallo splendore di una gran luce elettrica; i Reali ricevettero gli ossequi delle dame di città, e dopo si recarono al teatro, ove l’entnsiasmo superò il possibile delle umane affezioni per on Re. Dopo lo spettacolo, allegro banchetto venne imbandito, al quale il Re ammise le primarie autorità.

Ildì seguente i tripudii si appalesarono istancabili e come per la prima volta; ma Ferdinando è lievemente infermo. Unlungo viaggio e la fredda stagione, facilmente danno urto alla macchina. Ma è lieve cosa; anzi il popolo gioisce sulla indisposizione avvenuta al Sire tanto amalo, perché è causa di trattenerlo più alla lunga in città, desio insperabile senza una simile causale; tanto più che Ferdinando deve trattenersi a Brindisi, a Bari, due città colme di straordinarie sue munificenze. E poi dovrà passare per mezzo a tante altre feste di popoli lungo la riviera Barese. Infine si à fretta di riveder Foggia, per ascenderealla marina di Manfredonia, ove fra poco giungerà la Duchessa di Calabria. Il Re intanto prolunga a starsi in riserbo, e i giorni passano, e i leccesi tripudiano. Non vedono il caro oggetto, ma sfogano il loro gaudio sulla persona del Principe Ereditario, che in compagnia de' fratelli, passeggia per la città e dintorni, ora in cocchio, ora a piedi visita in nome del Re i pubblici stabilimenti, scortato dal popolo che lo accompagna, dicendogli mille affettuosità, infiniti motti di simpatia, ed ognuno lo addita con la mano, e:—è il figlio di Maria Cristina!..—costituisce l’eco della folla guidatrice.

Una parola sul di 16 gennajo, giorno natalizio del Duca di Calabria, festeggiato in Lecce. ;Come Andria ottenne l’insperabile vanto di elevarsi nel giorno 12 gennajo a capitale delle Sicilie, possedendo il Re ed il centro della primaria festa civile dello Stato; così Lecce si ebbe l’onore di possedere la Reggia de' suoi Signori nella gran festa civile sacra al natalizio di Francesco Erede del Trono. Se abbiam visto gli andrìani aprire ogni risorsa per abbellire degnamente il 12 gennajo; è da immaginarsi Lecce, quale splendore di festeggiamenti pompeggiò onde elevarsi alla dignità, cui la circostanza avventurosa l’elevava. Sfoggiò, in proporzione, quanto è capace ammirarsi a Napoli, in un giorno sì caro e nobile. Ma non potè giungere all’altezza dell’avvenimento completamente, sol perché il Sovrano iniziava la sua beva indisposizione, e perciò non si vide la magnificenza di un circolo di Corte, ove il fiore delle dame e de' cavalieri di città, avessero potuto per una volta contrastare all’aristocrazia napoletana, il lusso il fasto ed il brio radiante di simili ritrovi. Non si aprì la giornata, pari ad Andria, con un udienza pubblica, ma si ebbe però una festa di cuore recata sotto il Real Palazzo dai terrazzani e dalle vispe villanette de' vicini borghi e paesi, che coll’espressione dell'anima, vestiti a lusso di costume, armonizzarono su gli strumenti campestri canti nazionali e balli villerecci.

Chi vedrà più a Lecce una festa simile, col Principe Ereditario, col possesso della Real Famiglia?;esclamavano l’un l’altro i leccesi con quella incontentabilità umana, mai satolla. ;É vero o popolo affettuoso, o città gentile, ;ma se il festeggiato Francesco, sapesse nelle vostre liete mura, che Lecce è destinata a sollennizzare l’ultima festa al Duca di Calabria, il quale all’anno che viene l’eguale festa la vedrà da Re sol Trono; che direbbe il figlio ed il Principe? ah! lo vedreste lagrimare in mezzo al popolo, strappare i serici drappi con cui addobbate le vie al suo passaggio, spegnere le feci con cui gli allietate la sera, e prostrato agli altari con la fronte sulla polvere, anticiperà a Lecce il voto dolente che ripeterà ogni dì a Caserta:—OH! DIO MIO, RICEVI INOLOCAUSTO LA MIA VITA, PER LA VITA DI MIO PADRE E DEL MIO RE!...

La momentanea indisposizione di Ferdinando a Lecce, avea alquanto alterato l’itinerario da compiersi a Manfredonia ed a Trieste; luogo questo della consegna di Sofia, luogo quello designato al suo sbarco nel Regno. La incredibile rapidità del telegrafo elettrico, scambiava ad ogni ora le nuove da Vienna alla capitale de' Salentini. Ed ecco nel dì 24 gennajo, gittarl'ancora nel porto di Brindisi l’Imperialpiroscafo Austriaco, Elisabetta, recando a bordo gli Arciduchi Guglielmo e Ranieri, e l'Arciduchessa Maria; sorella questa della nostra Regina, e sposa a Ranieri, e Guglielmo fratello anco detta Regina. Giunta la nuota a Lecce della visita al Re degli augusti di Austria, l'intendente della provincia, accorso per servizio al cammino, e l’Altezza del Duca di Calabria co' suoi fratelli, escìall’incontro degl’imperiali congiunti, che stupirono al cerio, nel vedere l’affettuoso movimento di popolo per le vie e intorno al palane residenza del Re. Giunti al mezzodì in Lecce ripartirono per Brindisi atte ore cinque e meno pomeridiane, ave arrivarono dopo tre ore. La città di Brindisi impaziente di mettere in uso i grandiosi preparativi fatti per la visita del Re, colse il ritorno degli Arciduchi per mostrarne la prona, sic che la città splendé di faci, i verdi artificiali stradoni s’illuminarono, e su barchette pavesate sali una banda musicale che accompagni i Principi al piroscafo; storditi dell'entusiasmo generale che attendeva il nostro Monarca. ;Addio, Augusti di Austria. Voi vi avvicinate al centro detta festa nuziale, a Napoli, ove con, altri Angusti attenderete la nostra Real Famiglia. Avete ragione di partecipare al nostro gaudio. Francesco, se non nacque da Teresa vostra sorella, è figlio a Teresa, per l’amore di madre che sente per un virtuoso ed amabile figlio. La Regina Teresa è lieta come anidre nel veder Francesco sposo. Il suo cuore è colmo di esultanza, ed anela il momento di accompagnarlo all’altare. Si, attendete a Napoli, la Real Sorella à duopo della vostra assistenza nelle grandiose feste pel suo Francesco; e Francesco nostro ri appartiene cori, giacché è Fumato di Maria Teresa che dalle fosco se Io crebbe con le sue carene, ne' lieti o ne' sinistri giorni.

Ed i principi Guglielmo e Ranieri ri affrettato di giungere a Napoli, per sorprendersi de' preparativi che ta capitale avrà fatta, per sì auspicato avvenimento.—Ohi Augusti—il giorno 2 febbraio, dopo nove dì, rivedrete I Reali congiunti, ma non in Napoli ; Anelanti accorrerete a Bari, ove rialza la tela per dar principio alla rappresentanza del dotatissimo dramma che già è sulla scena della vita, e—Re eRegine, Principi e Popoli, non io vedono, non l’avvertono!...

La dimora de' Sovrani nostri e degli augusti figli continua intento a Lecce, e quel buon popolo continua senza stancarsi un sei giorno a festeggiarne la dimora con ogni espansione di cuore. Ma Ferdinando al di 26 gennajo è rimesso dalla sua indisposizione, e deste forai una passeggiata per lo città e suoi dintorni. Il sole splende in cielo e le classi tolte della, popolazione si agitano caramente come alla notte dell'arrivo di Ferdinando, si vestono a festa, adornano i veroni di arazzi e patteggiano le vie da percorrerti. Oh!un grido unanime di viva Resi ode da per ovunque, appena i cocchi escono dal Palano Beale, e questo grido esultante e’ 1 continuo batter le mani, accompagnano il commosso Monarca fin che esce di città. Avviandosi pe’ convicini paesi a diporto, giunge fino ai comuni di S. Cesareo e Lequile, traendo dietro a' suoi passi le circostanti popolazioni ebbre d'inusitata gioja, per l’improvviso gaudio d’una visita non aspettata; e tanto, che il cocchio del Re spesso vien fermato ita folla di gente, o camminar deve a lento andare per le innocenti ovazioni de terrazzani e villanelle, che danzano e cantano innanzi al Real cospetto. Restituitosi in città pria di cadere il giorno, il Re si diresse al duomo per pregare, e accolse la benedizione del Santissimo, compartita da quel rispettabile e venerando Monsignor Vescovo Caputo. La folla avea ripreso il suo ardor lieto sulle strade che il Sovrano percorreva, mentre una porzione di essa erasi stivata in chiesa. Sic che il progredire degli evviva, si comunicò nel tempio, e dal tempio in suite piazza adiacente, figurando due cori fragorosi che ei alternavano il viva i Re; e così ebbe termine quest’altra giornata di sublime apoteosi, di unico trionfo pel Monarca e per la Monarchia del Regno delle Due Sicilie.

Ma ecco che spunta l’alba del giornoseguente, fissato per la partenza. Chi à forza di pingere lo stato mestamente affettuoso di queste popolo sì entusiasta sì espansivo sì sensibile per sua propria tempra! che avea scolpito su i suoi archi trionfali la leggenda; vieni o Ferdinando Augusto, fra i plausi ed i voti della tua Lecce, se lontana di sito, vicinissima diaffetto?ed altrove le lapidie parole: Non reputò assai lontana la Reggia Ferdinando II., Principe munificentissimoper intendere i voti e le suppliche della città di Malennio, e sino a lei venne sollecito, malgrado i rigori jemali, ai XIII gennaio MDCCCLIX, per interrogarla Egli stesso, e a tutti i bisogni di Lei paternamente provvedere?

La costernazione, quella lagrima che scorre celata negli occhi e non si può nascondere, quel muoversi di qua di là d’una popolazione mula ed estranea a quel brio dei giorno innanzi; così ridasi l’intera gente della città, dalle prime ore dei dì, stringendosi per le adiacenze della Reggia, onde accompagnare il Re ed i suoi per quanta distanza è possibile; e congedarsi con commoventi addii, staccandosi da una felice abitudine a cui si era tenacemente ligata.

Deh! buon popolo leccese, nino angelo vi sussurra al pensiero, presagio lugubre e spaventevole, nel dipartirsi che fa il Re tanto amato dalle vostre mura? ninno di quel voghi sinistri presagi vi balena alla mente, pel viaggio che Ferdinando vuol proseguire, dopo i disagi della scesa di Dentecane, e la breve malattia di piùche dieci giovai sofferta in meno a voi? E perché o popolo bollente f affetto pel nostro

Monarca, non gli usale una violenza di cuore, onde ridurlo a restituirsi in Napoli per la via di mare?Ah! Ferdinando, desisti per pietà dal tuo disegno di più trapassare la preziosa salute e ritorna sollecito a Napoli, e Sofia godrà maggior pompa sbarcando ai lidi di Partenope. Ma Brindisi, Bari, Foggia, Manfredonia? Cosa importa, più della tua vita ai popoli tuoi? quelle città ti rivedranno alla primavera, e la stagione offrirà loro maggior agio a festeggiarti. Il Principe Ereditario? Angiolo di figlio, ama più di te, o Sire, la tua sanità. Egli non possiede volontà innanzi a te, virtuoso ed umile, come è uso pendere da tuoi cenni come da Dio. Quali sagrificii, non saprebbe offrirti quell'amore tutto per tutto degno di te, col quale si liga al suo padre ed al suo Re?;Non vedi? la provvidenza ti annunzia in più modi che un malefico influsso gira per latita vita, e; uscendo da Caserta ti parò il tempo a tempesta ; non fece prevedere la via gelata di Dentecane; e a Lecce istessa una febbre ti assale. Quindi a Napoli, l’aria vivificatrice, il riposo, tutti i più alti mezzi di arte, una cura propizia ed opportuna, renderanno valida la tua ancor giovane virilità. Deb! volgi il tuo cocchio verso Gallipoli, marina vicinissima per un imbarco. E Gallipoli istessa completerà i tuoi viaggi trionfali. Quell’estrema nostra città orientale, ti à preparato sontuosi archi di trionfo, acclamazioni, feste, luminarie, ed una splendida lancia per traghettarti su i lavori del suo nuovo porto, mercé cui tu la prosperi. Già la linea stradale che da Lecce per Leuca mena a Gallipoli, rappresenta il consueto bivacco di popoli in aspettativa del tuo giungere. Salva, o Ferdinando, i tuoi apprezzevoli giorni, e salpa il naviglio celere per Napoli....

Ma Ferdinando non cede, non stima mutar ordine al fissato itinerario, e vero Borbone per dignità di carattere e di risoluzione, sembra potersi fidare ancora all’erculea salute sua, tanto trapassata e mai doma, e avendo su d’ogni pensiero, quello di non privare dello stabilito le altre città in attenzione di lui da molti giorni; si accomiata da Lecce che si trascina dietro i suoi passi per miglia, e fino a che il Re non volendo più il disagio di migliaja di carissimi sudditi, fa sferzare i cavalli, che al galoppo non furono più raggiunti e... addio, addio Ferdinando II, viva il Re, viva ilPrincipe Ereditario! furon le voci lontane che per lungo tratto giunsero alle orecchie del Re, pari ad eco—e, veramente addio» e per sempre!Ma la nobiltà leccese non volle privarsi di fare scorta al Monarca, e su due lunghe file di carrozze lo segui più oltre ; e i ringraziamenti munificentissimi del Re, e gli evviva e gli addii del patriziato leccese, seguirono non guari dopo, e furono veramente addii, per non più doverlo vedere che nella memoria de' beneficii largiti a quella città e provincia.

Ed eccolo correr rapido con la Regina, preceduto di ore sulla stradadi Brindisi dal Duca di Calabria, dal Conte di Trani e dal Conte di Caserta, soffermandosi alquanto sotto gli archi trionfali, eretti dai comuni messi sulla consolare, di Campi, Trepuzzi, Squinzano, S. Pier Vernotico, e di altri adiacenti sulla sinistra e diritta mano della strada, accogliendo suppliche, largendo elemosine ai poveri, acclamato alle stelle dall'universale di que’ contorni, fino al suo giungere a Brindisi.

«Brindisi, l’antica Brundusium, quella che negli antichi tempi della Romana dominazione sedeva come Regina dell’Adriatico, annientata ai tempi di Cesare e di Pompeo, giacea travolta nelle sue lagune, cancellata dai fasti delle grandi città commerciali; ma Brindisi se torreggia di nuovo, se ha levato di nuovo il capo dalle putride lagune, se la morte non sorge più dagli aliti di quelle maremme a mietere le vite de' suoi cittadini, se i vasti suoi porti già interriti son ridonati al commercio, se una scala francala va rendendo emporio novello di esotiche merci, se la popolazione non più grama e scemata ma piena di vita e di attività percorre le sue vie; Brindisi deve tutto ciò al genio, alle cure indefessene e paterne, alla munificenza di Ferdinando II.Era quindi ben ragionevole che pari alla grandezza de' beneficii ricevuti, fosse la esternazione della gratitudine di quella popolazione.»

Animata quella storica popolazione da sì alti e nobili sentimenti, accorse incontro al magnanimo Principe, e al solo vederlo avvicinare, si buttò prostrata ai suoi piedi, onde potere esprimere al colmo quel che sentiva in cuore; e con si affollato e fragoroso corteo di popolo, Ferdinando entrò in città, passando per un magnifico arco trionfale istoriato di leggende allusive, ove si ebbe gli onori militari di quella piccola guarnigione, e i rispettosi omaggi delle alte autorità locali. Procedendo lentamente e come era possibile in mezzo a calca entusiasta e riconoscente, giunse al palazzo archiepiscopale. Quivi s’intrattenne a d udienza di chiunque sentiva bisogno di avvicinare il proprio Sovrano, ed in primo luogo si fece innanzi una rappresentanza del commercio brindisino, per esprimere i suoi voti colmi di quella prosperità e di quello splendido avvenire, di cui il Monarca à aperto il sentiero. Indi, costante del grandioso procedere creativo de' suoi alti governativi, si occupò di ulteriori disposizioni su più lato andamento de' lavori di bonificazione di terreni e di ulteriori lavori del porto. Ordinò che un nuovo e più ampio magazzino di entrèpotsi costruisse, capace pe crescenti bisogni di quel commercio reso ubertoso per la scala franca. Stimò staccare dalla direzione di Lecce la dogana del luogo, elevandola a sede di un direttore; e su due piedi volle internarsi su i movimenti subiti dalla gestione commerciale dello scorso anno, paragonandola agli anni anteriori, e trovandola in aumento di più prospero avvenire, se ne compiacque con gli spettanti, emulando i medesimi a più ampie risorse. Avvicinò le autorità e deputazioni de comuni del Distretto, convenuti per porgere i voti delle lontane popolazioni. Prese un reficiamento. Si recò al duomo co’ suoi ad orare, in mezzo alla scorta immensa della popolazione plaudente, e quindi rimontato in carrozza, benedetto da migliaja di migliaja di cuori, si mise su quella via che mena a Bari. ; Brindisi, addio. Ferdinando se ne va oltre. Più non lo vedrai. Ma che? guardando le colossali opere che ti donò, lo ammirerai ognora e per sempre passeggiare su i monumenti tuoi, grande della persona, con quella maestà che agli eroi di pace, dona la storia de contemporanei e della posterità. E allorquando Francesco II, ti visiterà, avrai diritto a rallegrarlo, dicendogli: Sire, se brami rivedere il tuo gran padre. Brindisi risorta, ti appalesa il ritratto di Ferdinando, che fuso avendo le sue gesta negli annali greci latini di questa classica terra, co’ suoi doni moderni supera nella memoria delle generazioni i nomi famosi di un era trionfale.

Come per lieta armonia di concenti che. si allontana celere dall’udito umano che da vicino per lungo tratto lo rallegrò, creando un vuoto dispiacevole che si decresce nell’animo, come cessano le melodiche note; così da Brindisi passando a Bari, gli evviva a Ferdinando II, si partecipano dai rimanenti paesi da percorrersi, S. Vito, Carovigno, Fasano, Monopoli, Conversano, Polignano, Mola, Noja, Triggiano. E come più si avvicina a Bari il Real corteo, più le tenebre sorpassano la luce del giorno, e gli ultimi paesi in mezzo a cui si corse, sono attraversati a notte compita, e a Bari si giunge alle ore nove e mezzo pomeridiane.

Notte che ci guidi a Bari, sii lieta ed augurosa per Ferdinando n, come a quelle che ammirammo a Foggia, ad Andria, ad Acquaviva, a Lecce! Illustre città dipartimentale della Terra che da le prende il nome, deh! imbalsama l’aria co’ profumi onusti de' tuoi giardini, rendila splendente come le miriadi di faci che adornano le tue vie, anima questa notte coll’effluvio delle tue illimitate allegrezze, siano i tuoi cuori espansivi, calore e salute alla vita del Re che si avvicina. E, Bari, rassembrava da lungi, pari ad un pianeta luminoso che brilla di luce propria in un orizzonte di fitte tenebro, sì vasta era la illuminazione che 1adornava a giorno. Deh! quell'astro lucentissimo, dopo un altro giorno potrà paragonarsi all’espansione augurosa di quel caro popolo pel suo amato Re, mentre quell’orizzonte di oscura notte che si stende sulla città, additar deve a Bari, al Regno, una notte lunga ed infausta, pe’ cuori di dieci milioni di sudditi!...

Ahi! popolo leccese—perché non fosti ispirato, a costituire l’amor tao pel tuo Re, baluardo contro ogni ulteriore prosieguo del viaggio? perché non togliesti i cavalli dal suo cocchio, ed arbitro della sua salate non Io guidasti a Gallipoli, per un imbarco a Napoli?—E tu gran Re, perché non accelerasti la venuta di Sofia, quando eri infermo a Lecce, ordinando uno sbarco a Brindisi, della Duchessa di Calabria? almeno Lecce ti vide guarito ed incolume.—Invece Bari sgraziatamente ti vedrà infermo, ma non ti vedrà guarito. Avrà l’onore di veder giungere la Principessa Ereditaria, ma tu più infermo sempre, fino a quando ti allontanerai da quella città, mirando piangere sul tuo cammino quarantamila affettuosi sudditi, come a giorno di agonia pei loro cuori; e—eppure per mare farai ritorno!...

Ma quale colpa à Bari? Questa splendida e civilissima città à tali preparativi per festeggiare il suo Re; à riunito tanto di lusso e di splendore per offerta della sua gratitudine al Monarca; il suo popolo si è animato di tale e tanto entusiasmo d’amore, che Bari fonderà nelle suo feste tutte le feste ammirate finoggi negli altri luoghi e le vincerà; ruberà la gioja alle altre popolazioni visitate dal Re, per paragonarla alla sua che la sorpasserà fino al vertice del delirio più esultante. Chepiù—ma le feste di Bari, ultime feste in terra per Ferdinando II, meritano nella storia una pagina distinta, tanto più che sorpresa da una gloria non destinatale, mercé l’arrivo di Sofia ai suoi lidi e la sollennità delle auguste nozze nelle sue mura, accetterà la sfida del paragone, delle città di Manfredonia e di Foggia, potendo dire;«noi sapeva tanto onore per me: ma una città che prospera mercé gli slanci di civile progresso da te largiti, o Sire, è sempre pronta, è sempre desta, ed à la possanza di livellarsi ad ogni capitale per festeggiare senza prevenzione, Nozze Reali.

Facciamo giustizia perciò alle città in aspettativa: Manfredonia, Foggia, Caserta, Napoli, e—e Bari.


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VI

Le Città in aspettativa—Manfredonia, Foggia, Caserta, Napoli—Bari, non prescelta, assorbisce il vanto d’ogni festività.—Re è infermo, 28 Gennajo 1859.

Ritorniamoper un momento sulle orme di già segnate nel periodo storico di cinque mesi. Ferdinando, abbiam detto altrove, aspira a rendere storico il matrimonio del suo primogenito, svegliando il tempo dal letargo di sessantasei anni, per livellare ne' fasti della sua RegalFamiglia il 1791 al 1859. Ed ecco che il Programma delle funzioni eseguitesi nello scorso secolo pel matrimonio di suo padre Francesco allora Principe Ereditario, si ristampa onde essere di guida oggi alle splendide nozze di suo figlio Francesco Principe Ereditario. Se deve ripetersi una tradizione di famiglia, deve di necessità modellare le feste del 1859 su quelle del 1797.

Come risplendere la nostra Corte di oggi, se non rinnovando il lusso, il fasto, lo splendore e l’etichetta d’una Reggia, che serbava ancora intatti i grandiosi riti della Casa Borbone di Luigi XIV, recali da Versaglia nelle Spagne con Filippo V? E l’aristocrazia napoletana sicula à duopo in quest’anno, dopo sì lungo tempo scorso, scuotere la polvere dalle pergamena di famiglia, onde compiere presso Ferdinando Il padre del secondo Francesco delle Sicilie, tutto quanto praticarono gli antenati al servizio di Ferdinando I, padre del primo Francesco delle Sicilie.

E siccome scriviamo una storia—e siccome a Napoli erano destinate funzioni,. che la sventura volle non si eseguissero più da Ferdinando Il, e che in parte si eseguissero poi da Francesco salito a Re, nella sua andata con la Regina Sofia a S. Gennaro; così noi dividendo il programma scritto in tre ricordi, riproduciamo in primo luogo l’ultima sua parte, cioè quella spettante alle feste di Napoli, per indi occuparci di quanto era prescritto compiersi prima a Manfredonia, indi a Foggia, fino alla fermata in Caserta.

«Le LL. MM. con la Reale Famiglia passeranno privatamente in Napoli da Caserta, il dì che verrà da Sua Maestà indicato.

«Nei giorno susseguente allo arrivo, alle ore 41 1(2 a. m. le LL. MM. con le LL. AA. RR. il Duca e la Duchessa di Calabria, con i Reali Principi e. Principesse usciranno dal reale appartamento per andare alArcivescovado.

«Le MM. LL. discenderanno dalla scala grande, saranno precedute da due Uscieri di Camera, dal Cerimoniere di Corte, e dal Gentiluomo di Camera di guardia con candeliere acceso, e seguite dalle rispettive loro Corti di servizio e di guardia.

«Similmente saranno accompagnate da otto reali Paggi con torce accese, e da otto reali Guardie del Corpo col loro Brigadiere sino ai piedi della scala grande.

«Lepersone destinate pel Corteggio si troveranno nel Palazzo reale ad ore 41 a. m., precisamente nell’appartamento di etichetta di S. M. il Re.

«L’uscita delle LL. MM., Reali Principi Sposi, e Real Famiglia, che sarà dal portone principale, verrà annunziata da una salva tanto dai Forti della Capitale, che da' reali Legni in rada. Lo stesso si praticherà nel ritorno delle MM. LL. e reale Corteggio nella Reggia.

«Le truppe della guarnigione di Napoli si porteranno dalle 10. a. m. in gran tenuta per formare cordone da ambo i Iati per le strade Toledo; Portalba, Purgatorio e Girolamini, che conduce all’Arcivescovado.

«Nel largo avanti la porta del Duomo vi si recherà un battaglione della Guardia Reale con banda e bandiera, per rendere i dovuti onori, e pel buon ordine.

«IlReal Corteggio sarà il seguente.

«Quattro battitori di cavalleria degli Ussari della Guardia Reale:

«Quattro plutoni delle reali Guardie del Corpo a piedi colle corrispondenti cariche;

«Quattro battitori delle reali Guardie del Corpo di cavalleria;

«La carrozza vanguardia di rispetto, tirata da otto cavalli;

«Una carrozza co’ Maggiordomi di settimana;

«Una carrozza co(1)Gentiluomini di Camera con esercizio;

«Una carrozza co’ Gentiluomini di guardia presso S. A. R. il Duca di Calabria;

«Altra carrozza col Cavaliere di onore e col cavallerizzo di S. A. R. la Duchessa di Calabria;

«Altra carrozza co’ Gentiluomini di guardia di servizio presso le LL. MM.;

«Altra carrozza col Cavaliere di onore di S. M. la Regina;

«Altra carrozza co’ Capi della Real Corte:

«Tutte le sopraddette carrozze tirate da sei cavalli.

«Indi quattro altri battitori delle reali Guardie del Corpo di Cavalleria;

«Due reali Paggi di valigia a cavallo;

«Sei volanti a due a due;

«La carrozza di gran gala tirata da otto cavalli con le LL. MM. il Re e la Regina;

«Dieci Reali Paggi di torcia a piedi presso degli sportelli della carrozza, cinque da un lato, ecinque dall’altro;

«Il Comandante delle Reali Guardie del Corpo a dritta, ed il Tenente a sinistra, ambi a cavallo;

«Un Cavallerizzo di Campo a destra della carrozza vicino alla ruota piccola, e gli altri esuberanti a fianco de' cavalli della stessa da una parte e dall’altra;

«Ilsoito Tenente delle reali Guardie del corpo, e gli Esenti esuberanti dietro la carrozza;

«Uno squadrone delle reali Guardie del Corpo di cavalleria con bandiera e trombe chiuderà il Corteggio delle LL. MM.

«Indi seguiranno:

«Quattro battitori delle reali Guardie del Corpo di cavalleria;

«Due reali Paggi di valigia a cavallo;

«La carrozza di gran gala con le LL. AA. RR. il Duca e la Duchessa di Calabria, fiancheggiata dall'Esente a dritta, e dal Cavallerizzo di Campo a sinistra, e seguita da un picchetto delle reali Guardie del Corpo di cavalleria;a Due battitori di cavalleria degli Ussari;

«Altra carrozza con le LL. AA. RR. il Conte di Trani ed il Conte di Caserta, con i loro Istruttori dalla parte de' cavalli;

«Altra con S. A. R. il Conte di Girgenti ed il Conte di Bari, con i loro Istruttori dalla parte de' cavalli;

«Altra con S, A. B. il Conte di Caltagirone con la Dama di guardia, la Balia e la Camerista;

«Altra con S. A. B. il Conte di Siracusa col suo Cavaliere di compagnia;

«Altra con le LL. AA. RR. il Conte e la Contessa di Aquila;

«Altra con le LL. AA. RR. il Conte e la Contessa di Trapani;

«Altra con le LL. AA. RR. le Principesse D. Maria Annunziata Isabella e D. Maria Immacolata Clementina, con la Dama di Corte di guardia e la Camerista dalia parte de cavalli;

«Ed altra con le LL. AA. RR. le Principesse D. Maria Grazia Pia e D. Maria Immacolata Luigia, con la Dama di guardia e la Camerista dalla parte de' cavalli.

«Tutte le anzidette carrozze saranno precedute da due battitori di cavalleria degli Ussari della Guardia Reale, fiancheggiata ognuna dall’Esente e dal Cavallerizzo di Campo a' loro posti, e seguite da un picchetto degli Ussari, comandato da un ufficiale.

«Seguiranno:

«Un’altra carrozza con la Dama di onore e la dama di guardia presso S. M. la Regina;

«Altra con le Dame della Real Corte di Guardia presso S. A. R. la Duchessa di Calabria;

«Altra con le Dame della Real Corte;

«Altra col Cavaliere e la Dama presso le LL. AA. RR. il Conte e la Contessa di Aquila;

«Altra col Cavaliere e la Dama presso le LL. AA. RR. il Conte e la Contessa di Trapani;E finalmente chiuderà il Corteggio uno squadrone degli Ussari della Guardia Reale con lo stendardo e le trombe.

«Nell’Arcivescovado, nobilmente parato, sarà eretto vicino all'Altare maggiore in cornu Evangeliiil Trono con sedie, inginocchiatoi e cuscini corrispondenti per le LL. MM.; ed a linea retta del Trono a sinistra, prolungandosi la predella dello stesso, vi sarà uno strato di velluto con due sedie, cuscini ed inginocchiatoi per le LL. AA. RR. il Duca e la Duchessa di Calabria; ed in cornu Epistolavi sarà una tribuna per i Reali Principi e Principesse di Famiglia, ed altra per i Reali Principi Esteri che possono trovarsi in Napoli.

«Tanto a fianchi del Trono, che dello strato e sotto alla tribuna vi saranno piazzate delle sentinelle delle reali Guardie del Corpo.

«Nella navata di mezzo vi saranno i soliti cordoni delle reali Guardie del Corpo a piedi.

«Si troveranno in Chiesa per ricevere le LL MM., i Reali Principi Sposi, e la Reale Famiglia, il Cerimoniere di Corte dei Maggiordomi di settimana di servizio presso le MM. LL. e Reale Famiglia, non che tutti i componenti la Real Camera che non hanno fatto parte del Real Corteggio, il Corpo della Città di Napoli, e la Deputazione del Tesoro di S. Gennaro: i quali tutti faranno ala alle Reali Persone, prendendo ciascuno il suo posto.

«Vi si condurrà benanche il Capo della Real Tapezzeria, l’usciere maggiore ff. con gli uscieri di Camera, per adempiere ciascuno il suo incarico.

«E vi si recherà benanche il Prefetto di Polizia, per ciò che gli compete.

«Giunto il Real Corteggio al Duomo, le LL. MM. le LL. AA. RR. il Duca e la Duchessa di Calabria e Reale Famiglia, oltre le persone di sopra cennate, saranno ricevute da Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo, accompagnato dal Capitolo con la Croce, dal Cerimoniere di Corte, dal Comandante delle reali Guardie del Corpo, e da tutti quelli che avranno preceduto il Corteggio, e dagli altri componenti la reale Camera di sopra menzionati.

«Indi nell’entrare nell’Arcivescovado prenderanno l’acqua benedetta, che verrà loro apprestata da Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo, e precedute dall'Usciere maggiore ff., da quattro Araldi col Re delle armi, dal Capitolo con la Croce, dal Cerimoniere di Corte, dal Maggiordomo maggiore di S. M. il Re, le LL. MM., i Reali Principi Sposi e Reale Famiglia s’incammineranno all’Altare maggiore, circondate dalle reali Guardie del Corpo, seguite da tutto il rimanente del Corteggio, ed accompagnate dal Corpo di Città e dalia Deputazione del Tesoro di S. Gennaro: questa, giunta che sarà alla linea della Cappella del Tesoro, si ritirerà nella medesima.

«Situatesi le LL. MM. sul Trono, i Reali Sposi al luogo assegnato, e la Reale Famiglia sulla tribuna, dietro le sedie delle MM. LL. e dei Reali Principi prenderanno posto i rispettivi seguiti; gli altri componenti della Real Camera e Dame di Corte si situeranno nel piano della crociera dirimpetto alla tribuna. Sua Eminenza intuonerà il Te Deum, e quindi impartirà la Benedizione col SANTISSIMO. Allora i Forti della Capitale ed i reali Legni in rada replicheranno la salva, e saranno suonate le campane di tutte le Chiese della città.

«Indi le LL. MM., i Reali Principi Sposi e Reale Famiglia con lo stesso Corteggio s’invieranno per la cappella del Tesoro di S. Gennaro la quale sarà riccamente parata, e vi si troverà esposta la testa del Santo.

«Frattanto Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo, spogliatesi de' sacri arredi, e postasi la mozzetta, raggiungerà le MM. LL. accompagnato da quattro Canonici.

«Alla porta della Cappella le LL. MM. e Reale Famiglia, ricevute da quei Deputati, andranno ad inginocchiarsi su’ cuscini preparati sopra un ricco strato di velluto nel Presbitero dell’Altare maggiore.

«Terminata l’adorazione, le LL. MM. colla Reale Famiglia si porteranno dietro l’Altare maggiore, dove Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo, postasi la Stola, darà a baciare alle MM. LL., a' Reali Principi Sposi e Reale Famiglia il Sangue del Santo..

«Dopo, le LL. MM. e Reale Famiglia, accompagnate da Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo fino alla porta della Cattedrale, dalla Deputazione della Cappella del Tesoro di S. Gennaro e dal Corpo della Città, fino alle loro carrozze, si restituiranno con lo stesso Corteggio nel reale Palazzo.

«Nella mattina del giorno seguente alla gita all'Arcivescovado, le LL. MM. terranno per sì fausta circostanza solenne Baciamano con lo intervento della Reale Famiglia, e con le formalità solite, giusta il regolamento.

«A linea retta del Trono a sinistra si situeranno le LL. AA. RR. il Duca e la Duchessa di Calabria, ed in seguito i Reali Principi.

«Terminato il Baciamano le LL. MM. con le Persone Reali ritorneranno in galleria, dove si tratterranno col Corpo Diplomatico, e dopo ritorneranno nel Real appartamento.

«Finalmente nella sera del giorno appresso ad ore 6lj2, le MM. LL. e Reale Famiglia riceveranno gli omaggi delle Dame di Città, che godono l'onore di essere ammesse a' reali Baciamani nell’appartamento di etichetta di S. M. la Regina.

«Terminato detto ricevimento, le LL. MM., i Reali Principi Sposi e la Reale Famiglia, seguile dalle rispettive loro Corti, si recheranno in grande formalità nel Real Teatro di S. Carlo apparecchialo con grande illuminazione, onde godere lo spettacolo nel gran palco e ne' palclù laterali.

«Le MM. LL. nell'uscire dal Real appartamento saranno precedute da due Uscieri di Camera, dal Cerimoniere di Corte, e dal Gentiluomo di Camera di l. (a)guardia presso S. M. con candelliere acceso, e seguile dalle rispettive loro Corti di servizio e di guardia.

«Similmente saranno accompagnate da otto reali Paggi con torce accese, e da otto Guardie del Corpo col loro Brigadiere sino alla porla del gran palco, dove verranno piazzate due sentinelle, le quali non vi faranno entrare che le sole persone di Corte e di servizio.

«Ne ’detti palchi laterali vi saranno S. A. R. il Conte di Siracusa, le LL. AA. RR. il Conte e la Contessa di Aquila, e le LL. AA. RR. il Conte e la Contessa di Trapani.

«Dietro la sedia di S. M. il Re prenderanno posto il suo Maggiordomo maggiore ed il Comandante delle reali Guardie del Corpo; pel primo sarà preparato un tabouret. Dietro la sedia di S. M. la Regina fi suo Cavaliere di onore e l'Esente di guardia, e dietro a' medesimi la sua Dama di onore, per la quale sarà benanche preparato un tabouret. Dietro la sedia di S. A. R. il Duca di Calabria, il Maggiordomo di set limane di servizio e l’Esente di guardia. E finalmente dietro quella di S. A. R. la Duchessa di Calabria, il suo Cavaliere di onore e l'Esente di guardia. tutti gli altri del Corteggio rimarranno in piedi nell’internodel gran palco.

«Sul proscenio vi sarà una guardia composta di un sotto Brigadiere con sei guardie del Corpo, due delle quali faranno le sentinelle di rimpettoal gran palco dove sono le LL. MM. e le LL. AA. RR. il Duca e la Duchessa di Calabria.

«Nella platea vi staranno un Brigadiere o Sotto Brigadiere con altre dodicireali Guardie del Corpo per porre le sentinelle ne' corridoi della medesima.

«La Guardia Reale occuperà le porle ed i corridoi del teatro.

«Terminalo lo spettacolo le LL. MM., i Reali Principi Sposi e la Reale Famiglia con lo stesso accompagnamento enunciato di sopra si restituiranno nel reale appartamento.

«Ne’ tre giorni sopradetti in cui avranno luogo le succennate funzioni vi sarà gran gala, si vestirà ii grande uniforme, si faranno le solite salve, e nelle sere vi sarà generale illuminazione ne' locali de' pubblici stabilimenti e ne' teatri.»

E la città di Napoli, ammireremo nel prosieguo del racconto, saprà elevarsi a quell'altezza cui la chiama il Programma di Corte, come capitale del Regno;—e 'l buon popolo di questa buona città, non invitato, si darà ad apparecchi tali e si svariati, da spiegare a se stesso, al Reame, all’Europa, al mondo, che l’amore che nutre pel Duca di Calabria è eguale nella sua sublime latitudine a quello che à in cuore da trent’anni pei suo magnanimo genitore e nostro Re.

Manfredonia intanto, ricca di anti che memorie, ricordevole dell’alto onore cui venne elevala per una simile fausta circostanza, benché ristretta nelle sue anti che mura militari, chiama se stessa a contributaria della propria gloria, e si adorna d’ogni splendore e magnificenza. Eleva archi trionfali, abbellisce di tradizionali trasparenti le macchine da illuminarsi a cera nelle sue piazze, adorna le vie di mirti e di fiori, e 'l patriziato e la industriale borghesia cittadina, sfoggiano quanto puolsi da' più nobili e dai più ricchi. Quell’esimio Arcivescovo Tagliatatela, che tanto deve a Ferdinando II, e che tanto si è saputo ligare colle sue virtù episcopali e dinasti che al Re e alta Real Famiglia, non è a dirsi quale sfoggio di cattolica dignità prepara, chiamato com’è a benedire gli augusti sposi; e di quali ricchi arredi adorna il Duomo, con drappi di velluto e di porpora, e con freggi di oro e di argento.

Ed ecco quanto spetta a Manfredonia, come prima città partecipe al programma nuziale.

«Tosto che la reale Flottiglia sarà a vista, la Deputazione sanitaria del luogo dell’approdo, uscirà all’incontro del Real Vapore, che conduce la Beale Principessa Spesa, per dalle subito la pratica.

«Le IL. MM. con le altre Reali Persone e seguito, si recheranno» bordo del Real Legno suddetto.

«Allo arrivo della Real Flottiglia in Manfredonia od io altro sito, si renderanno gli onori militari, secondo le ordinarne.

«Immantinenti da colà se ne farà segnalazione telegrafico elettrica in Napoli al maggiordomo maggiore, e giunta la notizia, si ordinerà per quel giorno o nel seguente (secondo Fora) gran gala, illuminazione ne' locali de pubblici stabilimenti e ne' teatri; e si disporrà che sia cantato solenne Te Deumnella reale Cappella Palatina, e tanto sia praticato dal Corpo della Città di Napoli.

«Allo sbarcatoio con padiglione, appositamente colà costruito, si troveranno l’intendente e le principali autorità della provincia, non che quelle della città, tanto ecclesiasti che che militari e civili.

«Una compagnia della Guardia Reale si troverà al detto sito per rendere i dovuti onori.

«Discesa la Reale Principessa Sposa in unione delle LL. MM. e rimanente della Reale Famiglia col rispettivo seguito, saranno allo sbarcatoio ricevute da tutte le autorità cennate di sopra, e prestatisi da queste i dovuti omaggi, le MM. LL. ed i Reali Principi co’ rispettivi seguiti, accompagnati dalle Guardie di Onoro che fiancheggeranno le carrozze reali, si recheranno negli alloggi appositamente preparati, onde riposarsi, per indi andare alla Chiesa.

«Dopo di ciò, passeranno con lo stesso ordine al Vescovado, che sarà decorosamente addobbato, ed in dove si troverà una Compagnia della Guardia Reale per rendere gli onori, e pel buon ordine; vi si recheranno ancora tutte quelle autorità, che hanno ricevuto la Reale Famiglia allo sbarcatoio.

«Monsignor Vescovo di Manfredonia uscirà col Capitolo a ricevere le LL. MM., le LL. A A. RR. i Reali Principi Sposi, e gli altri Reali Principi sotto la porta della Chiesa, onde dare a Loro l’acqua benedetta, e le precederà sino all’Altare maggiore. Nell’atto che il detto Prelato si vestirà de' sacri arredi per celebrare la Messa letta (cosiddetta alla Spagnola) le MM. LL. saliranno sul trono situato in cornu Evamgelii.

«In mezzo della Chiesa vi sarà uno strato di velluto con due sedie, cuscini e sgabelli per i Beali Principi Sposi, e gli altri Reali Principi con strato, sgabelli e cuscini staranno alla sinistra del Trono. Dirimpetto al Trono in Cornu Epistolaevi sarà una tribuna per i Reali Principi Esteri.

«Incominciata la Messa ed arrivata al PaterNoster, il Maestro dicerimonie con un profondo inchino avvertirà i Reali Sposi di portarsi ai piedi dell’Altare, ove inginocchiatisi nel primo scalino sopra de' cuscini, verranno loro recitate da esso Prelato, alcune orazioni scritte nel Messale, terminate le quali si riporteranno i prelodati Reali Principi ad inginocchiarsi nel luogo primiero. Giunta finalmente la Messa all7te. ecc. le LL. A A. RR. si condurranno di bel nuovo, avvertite come sopra, a piè dell’Altare, ove lo stesso Monsignor Vescovo reciterà alcune altre orazioni, farà un analogo discorso, e darà loro la Benedizione con l’acqua benedetta; e torneranno nuovamente ad inginocchiarsi nel succennato sito. Terminata la Messa, mentre Monsignor Vescovo vestirà gli abili pontificali, si esporrà il SANTISSIMO; indi ritornalo Monsignor Vescovo all'Altare, intuonerà il Te Deum, e darà la benedizione col SANTISSIMO. Allora i reali Legni pavesati eseguiranno una salva reale».

E Manfredonia, fin dagli albori dell’anno 1859, vive la vita della più gaja e prestigiosa esistenza. Il movimento è comune, la gioja è di tutti i suoi abitanti. Il municipio che salir deve per la circostanza, alla dignità del senato comunale di Napoli o di Palermo, che qual rappresentanza civile della città star deve nella festa appo gli uffici più atti della Corte e del Governo, non è ad esprimersi qual virtuosa ambizione lo anima. Addobba le sue riviere d’ogni sfarzo grandioso, le barchette del porto, adorna di porpora e di bisso, i suoi marinari veste alla gondoliera, e di fiori e di mirti inghirlanda lo sbarcatoio, di maestosa architettura, che erigge sul luogo ove Sofia metterà il piede sulla terra napoletana. E allorquando ode che gli augusti sono giunti a Foggia (nell’universale) chi aspira per gelosa gara, di accorrere al capoluogo? e perché andare a Foggia, se Foggia viene dopo Manfredonia alla gloria degli onori del giorno? E da Manfredonia che partirà il dispaccio faustissimo che farà gioire l’intero Reame; è Manfredonia la città che accoglier deve la Duchessa di Calabria, e al suo popolo solamente è dato di testimoniare le divine benedizioni, che a piè de suoi altari riceveranno Francesco e Sofia; quivi Ferdinando e Teresa verseranno le loro lagrime di gioja, e quivi è dato quel palpitante e prestigioso ritrovo di due cuori, e si ammirerà l’incantevole primo incontro, in cui garrir deve caramente il pudore della giovinetta sposa, e la giovanile virilità dello sposo, l’ansia di guardarsi l’un l’altra, l’aspettativa di conoscersi, di vedersi, di scambiarsi la prima parola «oh! Sofia»: a oh! Francesco»... per due esseri augusti, già ligati da nodi indissolubili, mentre erano separati da lunga distanza.

E sì, o illustre città—non accorrere a Foggia (meno le autorità deputate ad esprimere al Re la tua gratitudine) giacché Foggia non ti è prima negli onori, ma ti viene appresso. Affretta i tuoi addobbi, spaziali nell’orizzonte de più lieti sogni, delle più voluttuose speranze; fomenta co tuoi affetti dinastici l’orgoglio d’un secondo primate per Nozze Reali, ed i tuoi fasti antichi, serbino altre pagine bianche su cui la storia detterà per te nuovissimi onori. Aspetta;—non vedi? laflotta di guerra, già man mano si appressa a gittar l'ancora su’ tuoi lidi, per far eco colle sue tuonanti artiglierie ai gridi incessanti di gioja e di tripudio del tuo popolo acclamante; e già i drappelli della Guardia Reale entrano nelle tue mura, onde dar gala alla tua festa; la cavalleria la segue, la seguono le autorità di Corte e di Stato che non accompagnano il Re per Lecce e Bari; e come non accertarsi dell'avvenimento stabilito, se anco parte dell’equipaggio Reale viene ad attendere gli augusti?—è differenza di pochi giorni. Infatti Ferdinando, à detto a Foggia la notte che prese stanza «lasciatemi andar oltre, perché ò fretta di ritornare».

E sì, e sì—è parola d’un Re, o città di Manfredonia, e Ferdinando II, per non dispiacere la tua aspettativa, non si deciderà ad uno sbarco di Sofia a Brindisi, mentre sarà infermo a Lecce; e ti darà il dolore di compromettere la sua cara vita, col non venire a Napoli da Lecce, sol perché tu l'attendi!Attendi? ; no, Iddio à scritto altrimenti per te, pel Regno, per Ferdinando....

Sfiora i tuoi roseti, strappa dalle abbellite vie i gai addobbi, spoglia i tuoi archi trionfali dei serici drappi, suonino i tuoi sacri bronzi flebili rintocchi, stendi neri veli sulla porpora che adorna il tuo tempio, sfa di lutto la stola che indossa il Pastore, preghiere di trepidanti speranze si odano dalle tue genti per lunghi mesi, fino al pianto universale che prenderà luogo dell’universale esultanza; cipressi ornino gli altari, meste salmodie intuonino per lieti inni i tuoi sacerdoti, e, ove ergesti il Trono pel tuo Re, ergi il sarcofago:—Ferdinando che da Foggia potea almeno visitarti per un istante; Ferdinando è in Cielo!... e la tua nobile aspettativa, non risorgerà né al terzo giorno né al terzo anno, mai!!!Ma insuperbisci di te stessa, o Manfredonia, e quando le tue lagrime faran tregua, scrivi ne' tuoi annali le parole cheti detto: ; Ferdinando II, per glorificarmi nelle fauste nozze del suo primogenito, mi antepose a Napoli:—proseguì i suoi viaggi di notte, per subito accorrere a far splendere di maestà queste mura:—Infermo a Lecce, per non togliermi il primate largitomi, stimò meno la sua preziosa salute che quello di venire a me, onde glorificarmi mercé il compimento di Nozze Reali. ;E, questa leggenda onorandissima, renderà l’età presente e la futura, del tuo popolo, baluardo che non crolla, alla gratitudine dinastica verso la stirpe di Carlo III.

Iddio e la storia, siano testimoni, per Manfredonia; e per Manfredonia, delle Puglie tutte, dei mio asserto.

«Finita che sarà la sacra funzione, le MM. LL., i Reali Principi Sposi, e gli altri Reali Principi, montati nuovamente in carrozza, si condurranno di nuovo all’appartamento preparato, e di là partiranno perFoggia al palano di loro residenza, ove» dopo aver preso riposo, si recheranno con tutta la Beale Famiglia, ed in gran pompa, al Duomo Ivi saranno ricevute alla porta dal Vescovo col Clero, e dalle autorità della città, le quali accompagneranno le MM. LL. sino al Trono situalo incorrai Evangelio: a sinistra vi sarà uno strato di velluto con due sedie, cuscini e ginocchiatoi per le LL. AA. RR. il Duca e la Duchessa di Calabria, e dirimpetto al Trono in comu Epistolaevi sarà una tribuna riccamente guarnita per i Reali Principi e Reali Principi Esteri: indi Monsignor Vescovo intuonerà il Te Deum, e darà loro la Benedizione col SANTISSIMO: ed indi passeranno a venerare la Madonnadei sette veli nel suo particolare Altare, in dove si canteranno le litanie.

«Vi sarà in detta città per tre giorni generale illuminazione.

E da Manfredonia, rechiamo la interessante attenzione nostra a Foggia, altra città in aspettativa, che se non ottiene il vanto di veder giungere la Principessa Ereditaria, come la prima, è elevata a Reggia per la tridùana festività che la riguarda.

Oh! le feste, i timori e le dispiacente di Manfredonia, nell’assieme de' suoi dispari avvenimenti, colpiscano la storia di un interesse apprezzabile. Ma Foggiargli avvenimenti di questa città, serbano in loro stessi un carattere più marcato e perciò più difficile a pennellarsi.

Ferdinando II, vi appare in mezzo alle sue vie, come splendido sole che rapido passa innanzi, per riedere novellamente, con maggiori raggi di gioja, e con lucentissima permanenza di tre giorni, e;più non appare, e 1 suo tramonto per Foggia non conosce più alba in Oriente.

Foggia è memore che la sua grandezza di città ne’ tempi moderni l'ottenne con le nozze Reali di casa Borbone nel 1797. Conserva d’allora, al palazzo che fu dimora degli augusti, il titolo dignitoso di Palazzo Reale. La nobiltà contemporanea delle sue cospicue famiglie, sorse in quell’anno, avendo stimato il munificente Ferdinando I, crearsi in Foggia po’ aristocrazia, a memoria dei sponsali ivi sollennizzati del suo primogenite Francesco. Ora, se Ferdinando II, vuol ripetere in Foggia per eguali nozze auguste le Sovrane grandiosità di suo avo; oggi che Foggia è tre volle di quel che era al cadere dello scorso secolo, per monumenti, per numero de' suoi abitanti, per civiltà, per ricchezze, per lusso speciale e per splendore civile, essendo ora capitale amministrativa della provincia di Capitanata, ciò che non l'era nel 1797; puote il lettore schierarsi alla mente quali feste, la città avea preparate, puole fasto aveano spiegate quelle doviziose famiglie, che ricordano titoli ed onorificenze per un avvenimento simile. Centro primario dell'industria agricola è Foggia, non solo del Regno, ma d’Italia e terse di Europa. Ebbene, questa città per le nozze del secondoDuca di Calabria che vanno a sollennizzarsi nelle sue mura, è orgogliosa di garrire colfasto e colla magnificenza di Napoli. Le stoffe, le gemme, le orificierie che commissiona, serbano un carattere favoloso per la ricercatezza del gusto, pel numero straordinario, e per le vistose somme che spende. E come altrimenti? Maria Sofia, Principessa Reale della civilissima Baviera, educata in mezzo al gusto ed a! fasto secolare dell’aristocrazia tedesca, serbando grandiose idee della culla società delle Sicilie, sotto i lunghi anni di Regno del Gran Ferdinando è destinata a conoscere le nostre genti non nella poetica e voluttuosa Napoli ove gl’incanti di arte e di natura si contrastano a vicenda la piacevolezza ed il brio della vita, ma invece in una città di provincia, ove ogni sociale risorsa è sempre limitata al paragone di vasta capitale. E aggiungasi l’importanza che l’Augusta Sposa rimanendo tre giorni a Foggia, non deve oziare fra le carezze della sua nuova famiglia, ma circondarsi di feste, di splendidi trattenimenti, di circoli di dame e dignitari del luogo; desio di Ferdinando, ond’ella da Foggia apprenda a conoscer Napoli.

SI grandiosa prospettiva, in cui il Re ambiva situare Foggia, era compresa dalle classi tutte della città, e perciò gli addobbi festivi per tutte le vie, per ogni palazzo, salivano una scafa non mai vieta di opulenza sfoggiata per si alti avvenimenti. L’idea vantaggiosa che à Ferdinando pel luogo che vide sposo suo padre, non verrà smentita, ed ogni ricca famiglia anticipatamente si bea che Sofia al teatro, al ricevimento a Corte, alle passeggiate, troverà tale magnificenza di fasto e di gusto nelle signore foggiane, da vederne regnate a Napoli solamente. E si, siam certi di tanto orgoglio, per una' città che possiede case colossali per ricchezze.

E gioisca Foggia, e prolunga il suo lieto movimento di aspettativa? Ferdinando sarà contento della sua scelta per la grancircostanza, e nuovi titoli onorifici, e nuovi nastri cavallereschi, si accumularono su! patriziato foggiano, tanto nobilitalo dalle nozze Reali del 1797.

IlRe à progredito oltre il suo viaggio; ma la Reggia è rimasta a Foggia. Qui giungono gli Ussari della Guardia, ivi i Granatieri della Guardia e prendono servizio al Palazzo Reale cesse il Re dfgià vi abitasse. La Guardia d’Onore della Provincia, elevata al servizio di Guardia del Corpo, attende quivi gli ordini. I generali, i dignitari di Corte destinati alla solennità delta sposalizio, si riuniscono a Foggia ed attendono gli augusti. Che più? la Casa del Re, gli equipaggi, fa guardarobba, il personale del servizio di Camera, e fino il servizio dimensa e di cucina, da Napoli si sono istallati a Foggia.

Sorge il sole oggi, risorge l’indomani, é come esercito pronto sotto le. armi, la popolazione attende che un dispaccio elettrico dica «il Re ritorna» ; e allora Ferdinando rivedrà incontro l’intera città, che nel delirio della gioja saprà pagare amore con amore, fino all'impossibile degli affetti umani.

É quistione di pochi giorni.

E ‘ldispaccio?Il dispaccio è giunto.—Il Re si trattiene a Lecce per una riserba causata da lieve indisposizione.

Si aspetta; verrà.

Dieci lunghi giorni di ansante aspettativa, sono scorsi. E;ritorna il Re? pare che ogni foggiano à scolpito negli occhi.

Dimani il Re, parte da Lecce per Bari.

Oh! l’esultanza—Foggia si allieta, come Ferdinando fosse già in suo possesso. Infatti, egli va celere, e, la sera del 21 gennajo a Bari, la sera del 28, o al più del 29 sarà fra noi.

Chi à cuore di non pensare, come si pensava a Foggia?

E 'l fatale giorno 28 gennajo 1859sorge e tramonta, e ‘lRe non viene. Il dì appresso neanche, e, il Re è infermo a Bari!...

Le prime impressioni di quest’annunzio, furono più profonde a Foggia che a Napoli istessa. Infermo novellamente, e a Bari....

Ma che pensa Ferdinando? rimettersi, e compiere a Foggia il prestabilito. Gli addobbi della città si mantengono, si rinnovano» e sfidano il rigore di gennajo.

Ecco un improvviso suonar di tamburi, uno squillare di trombe nella trepidante città. La Guardia Reale e i Dragoni partono ;per dove?—per Bari; a far che?;pel servizio di parata all’arrivo della Duchessa di Calabria.

E ‘lprogramma di Manfredonia e di Foggia?—vien lacerato dalla malattia del Re...

Rispettiamo le dispiacenze di Foggia. Non è gara di gelosia municipale che l’affligge—è gara di amore, di prestigio pel suo Re—è gara di onoranza, di vanto; di gloria pel luogo nativo, a coi la storia e la volontà del Monarca per una seconda fiata la richiamano.

Oh! le amarezze d’un popolo che vede strapparsi le grandiosità a cui si è preparato con tanta cura e sussieguo, sono commoventi ed interessanti!

Ma Foggia mentre pensa alla salute del Re, il Re guarda le dispiacenze di Foggia, e non curando i proprii dolori, cerca sollevare l’abbattimento della città da lui prescelta.

E, ;appena il Re sarà rimesso in salute, rivedrà Foggia, il programma si compirà, e Sofia invece di entrare dalla via di Manfredonia in Città, entrerà per quella che mena da Cerignola. Le tre giornate di festa non verranno meno, e quel buon popolo duplicherà la sua gioja, perché, oltre al gaudio per le compiute auguste nozze, avrà quello di rivedere il Re sano ed incolume dopo due volle infermo. Infatti, gli Ussari della Guardia non si ammuovono da Foggia, e ì servizio intero della Real Casa che venne da Napoli, non si diparte per Bari.

Dunque Bari non è che una stazione provvisoria, e Foggia non vedrà togliersi una parola dal programma scritto.

E Foggia attende, e le sue chiese si affollano da mane a sera, onde Iddio ristabilisca Ferdinando II alla sanità primiera, e ritorni all’amore e alle feste della città sì lungamente in aspettativa,—è già scorso il mese di gennajo!

Oh! fra palpiti e speranze, è scorso anco per Foggia il mese di febbrajo!...

I parati festivi sono intatti per le vie, il popolo è perseverante nella sua impaziente aspettativa;e come belligera armala che dopo lunghe veglie, vede togliersi il prestigio della gloria che credea sicura nelle sue mani, Foggia vede scorrere quasi intero il mese di marzo benanche, quando un dispaccio il più desolalo la sovrasta, e—il Re infermo, da Bari per via di mare si restituisce a Caserta....

E, ultima speme del naufragio, ;verrà almeno a primavera, nelsorprendente maggio del Tavoliere di Puglia?.... almeno allora? ; aspetteremo!!!...

Si scioglie il servizio della Guardia di Onore, ed ogni benemerito individuo dell’arma, riceve da Bari, nel momento che Ferdinando s’imbarca adagialo sul letto delle sue sofferenze, i Regii addii, i ringraziamenti più affettuosi!...

E Foggia vede ritornare la Guardia Reale e la cavalleria da Bari, ma non più per Foggia, bensì per Napoli—E non guari dopo, gli Ussari lasciano Foggia per Napoli.—Passano degli altri giorni; e ì servizio della Casa Reale si restituisce alla capitale—finalmente gli equipaggi dei Re vanno via—gli archi trionfali si demoliscono, gli addobbi per le sue vie vengon tolti, il suo Palazzo Realerimane una tradizione storica e nulla più—le feste scomparvero, i fastosi bollettini di moda delle sue dame non apparvero al pubblico esame neanche un’ora—e. che rimane a questa città spoglia de' suoi nobili desii, pari alla sposa che svegliasi vedovata, dopo una sequela di vagheggiale delizie? rimangono a Foggia i trepidanti bollettini officiali di Caserta, le voci alternate di vita e di morte pel suo Re, per altri due mesi—fervide ed incessanti preghiere della sua gente a piè degli altari—voti a Maria Icona Vetere, colmi di fede e di speranza d’un popolo come il suo, prostrato dalle afflizioni ne' giorni più cari pel cuore di tutti—e, al cadere di maggio, il vestir bruno degli abitanti, i neri addobbi di quel tempio parato di porpora per lunghi mesi, e i funebri rintocchi delle campane all’alba e alla sera di molti giorni...—che più?;il Duomo è pieno di popolo, le autorità e 'l patriziato foggiano siedono in distinti luoghi, i cerei splendono all’infinito, la musica batte le note armoniche, il Vescovo è sul Trono e parla forbita orazione—forse è l'omelia che il Pastore recita al suo popolo annunziando la ristabilita salute del Re, il suo prossimo ritorno alla desolata città? ahi! no; non rimane a Foggia che udire il sermone funebre, pe’ funerali di Ferdinando II....

«Le LL. MM. con gli Augusti Reali Sposi e Reali Principi nel lascia re la delta città di Foggia si recheranno nel Real Sito di Caserta ed ivi giunte, a piè della scala grande saranno ricevute dal rimanente della Reale Famiglia, da' Capi della Real Corte, non che dagli altri personaggi ad detti al servizio reale: indi a che si recheranno alla reale Cappella, ove si canterà il Te Deumcon darsi la Benedizione col SANTISSIMO.

«Vi saranno nella ripetuta città di Caserta tre giorni di gala, incluso quello dell'arrivo, e nelle sere vi sarà illuminazione in quella città, in quel pubblico teatro, e negli stabilimenti di essa, come anche nel prò spetto del Palazzo reale.

«Ne’ giorni delle dette gran gale susseguenti all’arrivo, e precisamente in quello che verrà stabilito, vi sarà la presentazione del Ministerodi Stato, del Corpo diplomatico e real Camera in grande uniforme».

Caserta altra città in aspettativa, secondo il programma, per non parlarne due volle, la rivedremo più oltre del racconto.

Ed eccoci a Bari, alla città non prescelta dal Re per compimento delle fauste nozze Reali, alla città che si appressa con le sue feste momentanee, onde testimoniare la gratitudine sua al Re magnanimo che viene a visitarla di passaggio.

Oh! misteri incomprensibili della vita umana, sulla rapida ed incostante ruota del tempo, ove ti aggiri or rapida or quieta, or lieta or mesta...

Ritorniamo col pensiero al giungere in Bari di Ferdinando II. Eccone il racconto:«Cosi procedendo co’ Reali cocchi giungevano a Bari intorno alle ore 9 della sera, quando da lungi presentavasi allo sguardo un riverbero di vivida luce vibrato da miriadi di astri scintillanti ed aggruppati. Era quella la città di Bari la quale vesti vasi di quella luce nell’accogliere fra le sua mura l’Augusto suo Re e padre, e si che tal nome imprimeva sulle sue mura quella nobile e fiorente città, per un Monarca che largheggiando de' più insigni favori, ha avviato quel centro di popolazione verso l’avvenire di una prosperità, che renderà quella città non seconda alle più grandi città commerciali che sorgono alle sponde dell’Adriatico.

«Quale fosse il ricevimento che i Baresi fecero al loro Sovrano, noi; non sapremmo esprimerlo con parole eguali al folto. Diremo che mila abitami eran tutti fuori le mura di Bari, ma ciò dicendo non avremo al certo indicalo, chenon ci è dato di farlo, l’ebbrezza della gioia, le svariate esternazioni di gratitudine, le acclamazioni entusiasti che che ogni cuore barese innalzava acceso di amore verso Ferdinando II.Diremo sol questo, che il cocchio Reale circondato per ogni banda dii quell'imponente e compatta massa di sudditi, fu come sollevato sullo spalle, e sparecchiate io un baleno le mute de' cavalli, si videro migliaia di braccia di ogni condizione sociale aspirare all’onore di condurre in trionfo nella città l’autore e il largitore de' più grandi benefizi che un magnanimo Sovrano possa versare in seno de' suoi sudditi. Era impossibile di trattener le lagrime ad un aspetto cotanto commovente, chein mezzo ad acclamazioni vivissime per le vaste strade di Bari, pavesate di magnifici arazzi, passando sotto maestosi archi di triunfo, vedevi incedere il Sovrano poggiato non sulle ruote del suo cocchio ma sulle spalle, ovvero vogliam dire sui cuori de' suoi sudditi. Néquesto è tutto, che giunto il Sovrano al palazzo dell'Intendente non v'era chi volesse allontanarsi dal suo aspetto, e la vastissima piazza che sé apre innanzi a quel palazzo, era tutta gremita e stivata da quasi 40 mila abitanti che contengono le sue mura e le vicine borgate.

«Come prima il Re e la Regina sua Augusta Consorte e i Reali Principi si mostrarono sulle ringhiere del palazzo, gli applausi scoppiarono novellamente da tutta quella gran massa di popolo ch’era in sulle piazze, e da altra non meno imponente addensata sui terrazzi e sui balconi de' circostanti edifizii, alcuni rammentando il porto largito dalla Sovrano munificenza al Commercio di Bari, che già è in parte costruito; altri il beneficio renduto al commercio dal Banco e dalia cassa di sconto; altri la istallazione della scuola nautica; altri quella dell’orlo agrario; altri quello della borsa de' cambi di commercio; altri quello magnifico teatro comunale, e tutti questi benefizi largiti dalla mano delSovrano vedevansi bellamente effigiati da simboli che figure di rincontro al palazzo dell’intendenza.

«Così tra il suono delle bande musicali e la ripetizione delle grido di Vivail Repassava la sera e buona parte della notte del 27 gennaio e così un Monarca che per senno e per generosità si lascia indietro agrande distanza ogni altro reggitore di questo Reame che lo precesse, raccoglieva dall’amore e dalla riconoscenza de' suoi sudditi il rimerito delle paterne ed indefesse sue cure indiritte al vero progresso della felicità de' popoli.

«Bari, questa città dell’antica Peucezia, che deve la grandezza e l’opulenza di cui gode alla sapienza ed alla munificenza di Re Ferdinando II. Bari che vede ampliarsi il suo commercio la mercé di un nuovo portoche si costruisce sulle sue rive, che vede animarsi le transazioni ed ilgiro de' suoi capitali colla erezione di un banco le cui operazioni in un solo anno han raggiunto l’enorme cifra di 24 milioni e mezzo di ducali, di una cassa di sconto le cui operazioni nel primo anno della sua esistenza ha oltrepassata la somma di 840mila ducati, di una cassa di pegnorazione che distrugge l’usura edace, Bari che vien decorata di un orto agrario, che vede sorgere una scuola nautica per svolgimento della marineria mercantile, che ha un liceo fiorente, e che è arricchita di ogni maniera di utili istituzioni che possa desiderare la civiltà dei tempi che volgono. Bari non ha trovato limiti nel festeggiare con attestati solenni di sua gratitudine l’arrivo nelle sue mura del largitore di tanti benefizii.

«All’ingresso della città dalla via di Brindisi, vedevasi innalzato un arco di stile gotico avente dalla parte interna due eleganti padiglioni. Sormontava quell’arco il regio stemma cinto da guglie spirali ornate di banderuole.

«Innanzi a questo arco vedevasi per lungo tratto della strada due ordini di pilastri sopra ciascun dei quali era accesa una fiaccola. Nel trivio della gran piazza che prenderà nome dal Conte di Bari ed a cui mette capo la grande strada che appellasi Corso Ferdinandeo, sorgeva un magnifico obelisco.

«Alto meglio di 60 palmi quest’obelisco s’appoggiava ad un basamento di gradini sul quale era posta la base ottagona sostegno ad una colonna d’ordine dorico romano, sul cui abaco portava il globo sormontato dal Giglio Borbonico. Tutto simulava marmo con fregi e cornici di allo rilievo. Sulle facce della base erano com’incise le diverse iscrizioni lapidarie dettate in aureo stile latino dal Ministro Segretario di Stato delle Finanze e de' Lavori pubblici, per eternarla memoria del le utili e nobili istituzioni ultimamente alla città concedute.

«Di là s’apriva il corso con due antenne sventolanti grandi bandiere a due punte col regio stemma e lunghe fiamme. Per tutta la lunghezza di questa strada che è di mezzo miglio e larga 95 palmi dall’una e l’altra parte del marciapiede erano piccole piramidi alternate a pilastri, i quali portavano il giglio fra due grandi bandiere, e quelle e questi sorreggeano verdeggianti festoni con infinito numero di lampade di cristallo. All’opposto capo che mena sulla via di Napoli un altro arco quasi simile al primo.

«Nel centro del Córso ove spazia la gran piazza Ferdinandea, e giganteggiano di contro il palazzo dell'Intendenza ed il teatro Piccioni, l’apparato era più bello. Il teatro crasi compiuto artifizialmente in tutto il suo prospetto di trecento palmi. Su di esso nel primo piano sei quadri trasparenti rappresentavano le sei ultime istituzioni con acconcia eleganza simboleggiate. Nel primo di tali dipinti una figura di donna sedente su balle di mercanzie con caduceo nelle inani presso ad un molo in costruzione, atto pur tutta volta a potervi ancorare navigli; nel secondo anche una figura di donna sedente con accanto il corno copio, d'onde in giù cadono monete d'oro e d’argento, in mano e sparse per terra fedi di credito, in fondo un bello edilizio tutto sprangato a cancelli di ferro; una donna nel seguente dipinto tutta gala ed inghirlandata di fiori, con fiori e frutta ai suoi piedi s’appoggia alla ringhiera di un vago giardino; nel quarto un Mercurio sedente con caduceo e borsa fra le mani, presso un edilizio che accenna a luogo di convegno, e d’accanto una stadera mercantile elettere di cambio sparse per terra; un’allra figura muliebre nel quinto, che seduta, fissa gli occhi al suolo in atto di meditazione mentre abbandona il diritto braccio su di un globo, ed ha le pile voltai che d’appresso, e la macchina elettrica con in fondo un lungo ordine di perti che sostegno a fili di ferro; ultimo un Argonauta con attrezzi marinareschi presso un edilizio semplicissimo, ed alquanto più lontano un edilizio in costruzione. Non vi ha chi agevolmente non possa riconoscere simboleggiati in questi dipinti il porto, il banco, l’orto sperimentale, la borsa, il telegrafo elettrico e l'istituto nautico, tanto più che gli accessorii de' fondi erano ritratti dal vero. A questi per servire alla simmetria richiesta dall’edilizio si erano aggiunti altri due quadri. nell'uno la Fama che spande il grido de' largiti benefizii; nell’altro la Storia in alto di registrarli nell’eterno volume.

«Nel secondo piano in un dipinto assai più grande, una donna turrita con gran paludamento simboleggiava la città di Bari, avendo a' piedi un pollino con due scudi, l’un de' quali ritraendo l’antico tipo dell’amorino che scocca il dardo dalla prua della nave, sotto cui s’incurva un delfino: l’altro il più recente suo stemma in uno scudo bipartito bianco e vermiglio. Costei riverente s’inchina a venerare il Genio Borbonico che in alto le appare sfolgorante di luce.

«Tutto questo prospetto poi del pari che i descritti archi e l’obelisco, erano ornati d’innumerevoli lampade di cristallo a vari colori. Compivano l'ornamento della piazza quattro altre antenne con bandiere e fiamme, quattro grandi gigli con lampade simigliami, ed una gran bandiera rizzata sul palazzo dell’intendenza.

«Ma non riduconsi già a queste soltanto le luminarie del Corso, perciocché gli ampli viali che lunghesso nella maggior parte distendonsi, erano posti a quattro ordini di lampade a festoni e tutt'i palazzi dei privati dall’uno e l’altro lato ornati di bandiere, sparsi di lampade e torchi, ornati i balconi di drappi. Néquesto illuminare ed ornarsi delle private case era quivi solamente, si bene scorgevasi una bella gara per tutta la città, e ad esser breve si trasanda di dirne, come si taccionoi particolari delle altre belle luminarie ed epigrafi e dipinti e trasparenti fatti sui prospetti degli edilizi del Banco, della Dogana, del Liceo e sui Portici al nuovo porto, e per tutto.

«Del festeggiamento però apparecchiato in teatro non è da tacere. Non vi ha chi ignori che dopo il teatro massimo S. Carlo in Napoli, quello che per eleganza e grandezza vince tutti gli altri della parte continentale del Reame, è il gran Teatro Piccinni. Or questo era tutto posto a ceri e preparali sessantaquattro festoni di fiori quanti sono i pai chi per sospenderli in un momento dalle loro sponde: il regio palco, il vestibolo, le scale, per sedie, lumiere, tappeti, portiere non isconvenevoli al ricevimento delle Reali Persone. Due inni preparati se mai due volte volessero Elleno onorare il Teatro. L’uno con versi del professore Giulio Petroni e musica del Maestro Curci, da cantarsi dagli attori; verseggiato l’altro dal signor Luciani e messo in sfarzosa musica a bella posta del maestro de Giosa, per cantarsi da un’eletta e numerosa schiera di donzelle e giovanetti dilettanti. Preparati parimente e fiori e bandiere e poesie recate su carte eleganti ed in vaghi fregi dorati.

«Fio dal giorno 15 che la città attendeva con ardentissimo desiderio le Loro Maestà ed Altezze Reali, avea sembianze d'una grande metropoli in festa. Perciocché genti della Provincia d’ogni condizione dall'amorosa devozione irresistibilmente tratte erano quivi convenute, e con queste lo Squadrone delle Guardie d’onore di oltre a cento individui lutti ben posti, le altre regie milizie, i prelati delle Diocesi, le Autorità provinciali, le Deputazioni de' Comuni. Coteste genti mescolale alla numerosa popolazione barese, ne gremivano tutte le ampie stratte, e le continue armonie di parecchie bande musicali l’eleganza de' cocchi, la varietà delle militari divise offrivano spettacolo grandissimo. Ma ciò che più gli animi ad ammirazione eccitava era quell’ansia aspettatrice, quell’interrogarsi, fantasticare, invidiare la fortuna di chi lungamente si beasse nelle care sembianze delle Regie Persone, il qual sentimento nei volti, negli alti nelle parole traspariva: nò per crescer l’indugio se ne slargava quella gente, ma dimentica delle domestiche cure, dimentica de' loro mestieri, festeggiava sempre, sempre ansiosamente aspettava.

«Narreremo ora i particolari della dimora delle Maestà Loro e delle Loro Altezze in Bari. La dimane del loro arrivo, cioè il 28 gennajo, prima che il sole sorgesse sull’orizzonte, la vastissima piazza ch'è innanzi all’intendenza era gremita di popolazione avida di salutare il Sovrano, e tre bande musicali alternavano l’inno Borbonico con altre melodiose sinfonie; ed ogni qual volta nel corso del giorno il Re e la Regina o alcuno de' Reali Principi si mostrava alte ringhiere de' Reali appartamenti, entusiasti che prolungatissime grida di viva il Re sollevavansi da quella raccolta ed esultante popolazione.

Sua Maestà il Re dopo di aver ricevuti gli omaggi di molti Prelati, e del corpo municipale, e delle Autorità civili, giudiziarie e militari, si occupò io quel giorno di svariati affari concernenti quella provincia.

Fra i molti provvedimenti presi narreremo i più importanti, com'è la istituzione di un Tribunale di commercio residente in Bari, che agevoli la decisione delle controversie io affari commerciali, l’approvazione di uo imprestito di ducali 50 mila da farsi dalle Reali Finanze a quella Provincia per accelerare il completamento del nuovo porto, la destinazione de' novelli edilizi per la Borsa de' cambi, per la Camera consultiva e pel nuovo Tribunale di commercio, la costruzione di un novello edilizio pel Liceo e pel Convitto principale e di un altro per 1 Istituto e la scuola nautica eper la società economica, la destinazione di un edilizio sul novello porto per gli uffizi doganali e per magazzini di deposito delle merci; la edificazione di quattro chiese in diversi punti del novello fabbricato della città di Bari, l’apertura di due trafori nel piccolo porto vicino affin d’impedirne l’interrimento, la costruzione di una strada che debba chiudere il pomerio del nuovo fabbricato.

«La sera di quel giorno la città brillò egualmente di luminarie come nella sera precedente, ed una quantità di globi areostatici si elevarono sulla piazza dell’intendenza i quali scompartiti in diversi gruppi oltrepassarono il numero di 00.

«Ed in mezzo a questo grato spettacolo udivansi soventi esclamazioni al Sovrano dalla numerosa moltitudine assembrata in quella piazza».

E Bari sfoggiando tutto quest’assieme smisurato di lietissime feste pel suo Re, quai fiori fragranti di doverosa gratitudine, si stima oltremodo avventurosa di possederlo per ventiquattr'ore, tempo prezioso molto a compiere ogni apparecchiata festa; ben valutando le ore, gli istanti, conoscendo che il Monarca à fretta di trovarsi già a Foggia e a Manfredonia. Nè spera altro, né si lusinga la nobile città d'ulteriore possesso della Maestà Augusta.

Ferdinando infatti, appena è in Bari, non à idea alcuna di far giungere la Principessa Ereditaria da Trieste a questi lidi, ma di compiere le protratte funzioni ove il Regio Programma à fissato. Cosìpensava la notte del 21gennajo, così la mattina seguente—Egli è in piedi, si occupa di grandi cure per la città di Bari e provincia, apre le sale a dei ricevimenti, consola la moltitudine che Io acclama in sulle vie, affacciandosi più volte ai balconi. Parla di Sofia, di Manfredonia, di Foggia, di partenza;ma egli è infermo novellamente, o per meglio esprimermi, continua ad essere infermo, giacché non avendo in me il possesso della scienza medica, utile non altro al momento se non a dottoreggiare colla morte, già crudelmente vittoriosa; per fior di senno ragiono cosi:—ilReda Caserta si apparecchiava ad una grave malattia, la discesa del gelato declivio di Dentecane decise il morbo a farsi innanzi, i disagi di notturno viaggio lo manodussero a uno sviluppo, che a Lecce fu di prologo, a Bari di azione, a Caserta di catastrofe.

Ma quel proseguire il viaggio da Lecce a Bari, quello star bene a Bari la notte del 21 gennajo, quel levarsi da letto la mattina del 28, occuparsi di gravi cure, di ricevimenti, di ovazioni per tutta la giornata; per me è un nulla—chi à conosciuta la vita laboriosa e costantemente laboriosa di questo Re, non fa meraviglia—lo ammireremo a Caserta in una breve parentesi di miglioria, cioè in un momento di tregua da suoi affanni mortali, dalla sua dolorosissima agonia, mentre la morte conta le ore (verso la metà di aprile), e;in un momento si alza sul letto, chiama Severino suo particolare segretario, e farsi recare la cartiera dell'ultimo consiglio di Stato, e disbriga la firma di venti o più decreti importanti, onde non attrassare le cure del Governo...—dopo un’ora ritorna a far temere de' suoi carissimi giorni!Ora possiamo argomentare, qual coraggiosa lotta Ferdinando II emette contro la sua infermità, fino all’ultimo istante che puole star fermo ed impavido innanzi a lei che lo assedia con armi nascoste. Infetti il di 28 gennajo a Bari, si trova il Re, ma non si rinviene più Ferdinando. Egli che ama veder sul luogo ogni utile pubblico, non stimò percorrere la città, giudicare con quel suo gusto creativo dell'andamento del nuovo Banco, dei lavori progrediti o iniziati delle tante opere colossali con cui à reso Bari regina del mare Adriatico. La sera non apparve al teatro, non perché amante del divertimento, ma a satisfare colla sua magnetizzante presenza lo spirito pubblico. Perciò, abbiamo scritto (per fissare l’epoca del luttuoso dramma a cui siam chiamati ad assistere) il giorno28 gennaio1859, FerdinandoIIcade infermo a Bari;; e chi lo vide in quel dì nella alta maestà della sua persona, lo vide per l’ultima volta in piedi; ; e chi ebbe la sorte d’essergli appresso, mentre camminava per le stanze, in quel giorno, poteva contare i suoi passi celeri, che erano gli estremi le movenze che dava sempre della persona, anco fermata, onde appalesare che le facoltà fisiche ed intellettuali non conosceano riposo nella sua vita; giacché la Parca numerava gl’istanti di vederlo adagiato sul suo letto militare, da cui non si leverà che per scendere nella tomba!


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VII

La Duchessa di Calabria nel Regno.

Maria Sofia Amalia mi Baviera, dopo i commoventi addii ai suoi genitori, rinvenne su i suoi passi l’augusta sorella Elisabetta Imperatrice di Austria, che la condusse a Vienna. Quivi si ebbe dall’Imperatore e dagli Imperiali congiunti, quelle premurose affettuosità spettanti ad una sì virtuosa Principessa di Baviera, non che alla Duchessa di Calabria.

E a Vienna veramente fu per lei un ritrovo di famiglia, giacché si vide intorno oltre l’illustre parentado proveniente da sua sorella Imperatrice, anco quello che Francesco di Napoli serba a Vienna, cioè dell’Imperatrice Anna sorella della fu nostra Regina la Venerabile Maria Cristina, dell’Imperatore Ferdinando, zio e cognato di Ferdinando II; oltre la sequela degli Arciduchi e delle Arciduchesse zie del nostro Re Ferdinando, provenienti dall’imperatrice Teresa Principessa delle Due Sicilie, e del non men lungo parentado augusto succedente per le seconde nozze contratte con l’Arciduchessa Maria Teresa nostra Regina.

Sicché Sofia ritrovò a Vienna una lunga famiglia che l’apparteneva, oltre il prestigio che godesi fra le Corti di Europa e specialmente di Germania, una Principessa che si congiunge alla Dinastia delle Sicilie, giacché oltre l’eccelsitudine della stirpe dei Borboni, Napoli costituisce colle sue cento e cento meraviglie di natura e di arte, un privilegio di possesso eminentemente ambito e rispettato.

E fra tantecarezze ed affettuosità auguste, Sofia rinvenne la popolazione Viennese esultante intorno a' suoi passi, onde tributare alla ereditaria sposa delle Due Sicilie, quelle simpatie che trascina a sé da ogni parte di quel vasto Impero la sua sorella Elisabetta. E con le feste della città metropoli, non mancarono gli ossequiidella numerosa diplomazia del luogo e della illustre aristocrazia del paese, onde compiere appo la Duchessa di Calabria triplice attestato di alta stima, devoluta alla Corte li Baviera da cui veniva, alla Corte di Napoli a cui andava, e a quella di Austria, ove era ospite e congiunta. Ma Sofia è di breve passaggio per Vienna; non la rattiene il dovere di prostrarsi al Trono del Gran Ferdinando suo novello padre, non la rattiene il desio carissimo di unirsi a Francesco di cui è già sposa, e non la rattiene l’impaziente entusiasmo de' nostri popoli di acclamarla; voto che già avea percorso terre e mari, ed era giunto a Monaco al cuore sensibile di lei, pria di avvicinarsi all'altare. Le sue attrattive di giovanissima sposa, in mezzo al fascino di sì diverse e prestigiose aspettative, acquistavano riverbero di brillantissima espansione, a chi la guardava per le vie di Vienna; come un astro colmo di vividi raggi, ma che è geloso di splendere, sol perché aspira a pompeggiare di luce, ove è il cielo prescelto de' suoi nuovi affetti, de' suoi nuovi palpiti, della sua nuovissima esistenza.

Oggi si giunge, domani si riposa, all’altro domani a Trieste, e poi e poi e poi, eh!;fra le braccia di Ferdinando e di Teresa, ;unirsi al compagno della sua vita, vederlo per la prima volta, udire la sua voce, sentirsi chiamare a nome da un giovanetto la di cui virtù gira per l’Europa, ma che vide solamente dipinto su gemmalo medaglione,—udirsi acclamare da festanti moltitudini:—(e quelle rapide riflessioni)—Ma il Re e la Regina saranno contenti di me? avrò meriti per piacergli? e Francesco che dirà? sarò degna di lui? amerà di avermi sorella e sposa? ;e quei popoli che mi attendono, rimarranno sodisfatti della loro aspettativa?—oh! e se non posseggo tutte queste doti? e come possederle?—ritorniamo a Monaco,—come ritornare, se sono Duchessa di Calabria?... e fra cento e mille di questi gai e virtuosi pensieri in cui potea raggirarsi la sua vergine mente, giunse un dispaccio elettrico.—Su via andiamo. ; Ah! no, o Sofia, centuplichi ancora i tuoi casti e beali sogni, da cui ricevi gioie pudiche, e carissime dubbiezze, giacchéFerdinando è lievemente infermo a Lecce;;e da Lecce a Manfredonia, corrono cento miglia.

Ed ecco farsi innanzi alla storia, la città di Bari, la quale avendo compiuta i suoi festosi doveri per la visitaci cui è stata onorata dal Re, e ed ègià finita la sua missione, e si affretta con nuove acclamazioni a vederlo partire oltre, preparandosi poi ai tripudii che l’eco giubilante di Manfredonia e di Foggia recherà sul telegrafo elettrico.

Ma non fa così. Ferdinando cade infermo novellamente, e non stimando far oltre attendere a Vienna la sposa del suo primogenito, si decide per uno sbarco a Bari. Ed è d’uopo che a vanto di questa civilissima città, si sappia, che il Re coraggiosamente si risolve così, non tanto perché infermo, non tanto per i disagi momentanei di sua nuora fuori permanenza di patria, com’era nella Reggia di Vienna; ma la sua decisione è motivata dall’amore senza umani limiti, spiegato dai baresi al suo giungere. Ogni popolo festeggiò Ferdinando ne' modi più espansivi, in questo suo estremo viaggio nelle Puglie; ma quello di Bari, sorpassò ogni altro. Ed io non ripeto che le parole del defunto nostro Monarca.

Ora l’anteporre Bari alle due città in aspettativa, è meno dispiacevole per Ferdinando che vi si trova costretto da' suoi malanni; e ciò devesi all’amore di quella gente pel Re. È d’uopo aggiungere, che Bariè addivenuta una città modello nel Regno continentale, per l’aspetto da metropoli, cui prende da anno in anno. Vi à di più ancora nella circostanza del Re infermo, ed è che lo sbarco di Sofia a Manfredonia, chiedeva nocessitosamente il passaggio a Foggia;—mentre Bari basta per se stessa, e gli augusti vi possono dimorare, e sollennizzare le nozze quivi, come fossero alla Reggia di Napoli, in proporzione di ogni altra città del continente napoletano.

Ma che dirà Bari a sì improvviso ed insperata annunzio? Bari preparata sfarzosamente a festa è vero, ma per la dimora d’un giorno del suo Re, ;ora vien chiamata a sì alta onoranza,—come siappaleserà degna di lei, al paragone di Foggia che ebbe mesi di preparativi?E Bari non si sconcerta, e rapidamente valuta la sua gloriosa posizione. Noi la rivedremo al giungere della Principessa Ereditaria, cioè alla distanza brevissima di quattro in cinque giorni.

Ritorniamo sulle orme di Sofia a Vienna, caramente impazientita dal ritardo di partenza, ed amareggiata dalla intesa malattia dell’Augusto suo novello padre. Ella attende giornalieri dispacci telegrafici, sulle cui rapide alidi baleno, riceve le cordiali affettuosità de' nostri Sovrana e dello sposo; ed ogni giorno che dalla Reggia de' Cesari in Chónbron, si reca a fianco a sua sorella Imperatrice per passeggiata prediletta de' Viennesi al Prater, riceve costantemente ovazioni dalle moltitudini proverbialmente tranquille di quella città. Su via, andiamo o Sofia, ove è il nido de' tuoi pensieri. Non più si aspetti, la Reggia ed il Regno, i Reali ed i futuri tuoi popoli anelano gl’istanti di conoscerli, e non saprei se la nostra impazienza è minore della tua. Accorri, o augusta, e si compiano al suono grato di milioni di evviva e di feste, i sogni tuoi deliziosamente innumerevoli, come eserciti di stelle che si succedono l’un l’altra nel firmamento, al venire della sera.

E Sofia viene sollecita:—à ripresa il suo brio primiero, tanto più che il dispaccio assicura starsi ilRe bene in salute, non per mentire ma perché così stimavasi al cadere di gennajo nella Reggia di Bari;—e se un mutamento di luogo si avverte per lo sbarco, valutasi a Vienna, come una scelta migliore, fra tante città napoletane che si specchiano sulla riva dell’Adriatico. Le nostre riflessioni di circostanza, verranno gittate attraverso i programmi ufficiali, che rubrichiamo quali documenti storici, se non per noi, pe’ posteri.

«L’A. S. R. partivasi da Vienna il 30 dello scorso mese, accompagnala da S. 1. ['Imperatrice Sua Sorella, e dal Fratello Principe Luigi di Baviera, e giungeva in Trieste il 31 a mezzogiorno, avendo passata la notte a Lubiana.

«Presa stanza nel Palazzo di quel Governatore di Trieste e Littorale, fustabilito Tra il Regio Commissario Plenipotenziario Bavarese, S. E. il Conte di Rechberg che la consegna sarebbe stata fatta il dì seguente in una galleria del detto Palazzo all'una e mezzo pomeridiana; sic che lutto fu disposto secondo il convenuto cerimoniale.

«Nel mezzo della menzionata galleria era tracciata una linea per indicare il territorio Napolitano da un lato, e quello Baverese dall'altro ; Una tavola coperta da tappeto di velluto cremisi a frange d’oro fa situato nel mezzo con strato sottoposto, e da ciascun lato, e rimpetto fra esse, due sedie a bracciuoli anche con istrato di velluto; Sulle due opposte porte di entrata erano messe le Bandiere con le Reali Armi rispettive di Napoli e di Baviera, e vi erano a guardia da una parte le Reali Guardiemarine Napolitano, è dall’altra le Guardie Imperiali di Gendarmeria.

«All'ora fissata il Regio Commissario S. E. il Duca di Serracapriola, il Cavallerizzo dell’A. 3. R., 3. E. il Duca di Laurenzana, le Dame di compagnia di 3. M. la Regina destinate alla Real Duchessa di Calabria, sig Principessa di Partanna e sig Duchessa di S. Cesario, il R. segretario della Commessione cavalier de Bouquai, tatto il seguito della R., Corte non che tutti gli uffiziali delle Reali Fregate a Vapore il Fulminanteed il Tancredi, avendo alla loro testa il contro Ammiraglio cav. Gran Croce signor Roberti, si trovarono nella galleria all’uopo disposta dal lato che indicava il territorio Napolitano, e vi entrarono poi immediatamente la Real Principessa accompagnata dal Commissario Bavarese 8. E. il Conte di Rechberg, la Dama di onore sig Contessa di Rechberg, l’Aja signora Baronessa Tratzberg, l’Ajutante di campo di 3. M. Bavarese sig. Tenente Colonnello Henzel, ed il segretario della Commissione sig. Conte di Fugger, con altre persone di seguilo di quella R. Corte.

«8. M. L’Imperatrice ed il Principe Luigi di Baviera si misero privatamente su di una tribuna di delta galleria col loro seguilo.

«La Principessa nell'entrare occupò la sedia dal Iato di Baviera circondata dalla Sua Corte, avendo alla sinistra il Plenipotenziario Regio, mentre il Regio Plenipotenziario e la Corte di Napoli si situarono presso l’altra sedia dall’opposto lato.

«Così disposte le cose, i due Plenipotenziarii si avvicinarono coi due Segretarii, verso la linea di demarcazione, ed il R. Segretario Cav. de Bouquai cominciò la lettura ad alta e chiara voce dei pieni poteri di S. E. il Duca di Serracapriola per ricevere la Consegna di S. A. R. la Duchessa di Calabria; e dopo, il Segretario Bavarese signor Conte de Fugger lesse del pari la plenipotenza di S. E. il Conte di Rechberg per fare la Consegne. I Commissarii scambiarono fra loro le plenipotenze, e le trasmisero ai rispettivi Segretarii.

«Il Commissario Bavarese diresse allora po che parole per tale occasione alla Real Principessa, la quale alzandosi in piedi ammise al bacio della mano il Commissario e tutte le persone della sua Corte in alto di congedarsene. E questi approssimandosi di nuovo, fattole un profondo inchino e dimandata la permissione di dare effetto alla Consegna, La prese per la mano e la condusse sulla linea di limite dei due Territori, e La consegnò al Commissario Napolitano, dicendo che ciò adempiva in virtù dei suoi Plenipoteri, ed il Plenipotenziario Napolitano, facendo alla Principessa una profonda riverenza, La prese per la mano, dicendo che La riceveva anche in forza de' suoi Plenipoteri, e La condusse a sedere sulla sedia preparata nel territorio di Napoli. Ivi giunta Le indirizzò po che sentite parole adatte alla circostanza, e presentandole m seguito tutta la Corte, il R. Segretario, e l’Ammiraglio, che presentò i suoi ufficiali, Le baciarono tatti la mano, e prese ciascuno il posto ed il rango che gli apparteneva; dopo di che S. A. R. la Duchessa di Calabria uscì per la porta cui sovrastavano le Armi di Napoli, onde prepararsi all'imbarco che seguì poco dopo alle 3 pom. accompagnandola ancora fino sul bordo del FulminanteS. M. l’imperatrice ed il fratello Principe Luigi, ove fu la commovente separazione verso le 4 quando la Real Fregata a vapore, seguita dal Tancredisi mise in cammino.

«Nella descritta funzione tutti vestirono gli abiti di gran gala, portando la Real Principessa sospeso al collo il ritratto del Suo Auguste Sposo. E della Consegna fu redatto Processo Verbale in doppio con firma e suggelli dei Regi Commessari Plenipotenziari, e dei Regi Segretari scambiandoli fra loro.»

E la città di Trieste si ammira addobbata a gran festa, per onorare la sua giovane Imperatrice, e appalesare le sue simpatie alla Duchessa di Calabria, e come sorella della sua Sovrana, e come nuova Principessa del Regno delle Due Sicilie, cui Trieste serve di scalo maggiore94 ;de' suoi prodotti e traffica costantemente con le tre Puglie, mercé io scambio delle rispettive industrie. E la mondiale società del Lovd con corse primaria alle feste, e 'l Tergesteo, monumento che rammemora illustri tradizioni anti che e che racchiude l’emporio della civiltà con temporanea di quella città austriaca per il dominio politico, ed europea per le cento razze diverse che l’abitano; si covrì di grandi bandiere e di ricchi arazzi, tra le salve dei forti a mare, e quelle delle flottiglie napoletana ed austriaca.

Null'altro sappiamo, oltre delle esposte notizie ufficiali, intorno alla partenza da Trieste di Sofia, se non i commoventi addii delle due auguste sorelle nel momento che l’una salpava l'ancora per Bari e l’altra restituivasi a Vienna sulla ferrovia; ignare entrambe che Iddio apparecchiava innanzi tempo la Corona delle Sicilie per la Reale di Baviera! ; Il principe Luigi, fratello della sposa, serbò il suo contegno militare, in mezzo alle lagrime delle due sorelle, e non disse altro, se non: coraggio, o Maria, addio, addio. Ed avrà coraggio la nuova eroina della nostra famiglia Reale; e noi racconteremo al popolo nostro, il suo sensibile e prestigioso coraggio, sostenendo il naviglio dei dolori sul mare di straordinarie afflizioni domestiche e pubbliche, Sofia che accorrea per allietarsi fra noi in un orizzonte immaginoso di fiori e di allegrezza!L’augusta si tranquillizzò non guari dopo, e benché la traversata per l’Adriatico fosse stata alquanto tempestosa da agitar lei e le dame di sua compagnia; pure si diede forza, fu gaja, allegra con tutti, ma pari ad ogni altra affettuosa figliuola di Eva dirigeva alla sua Corte novella, cento e mille svariate domande sul suo diletto Francesco. Ed à ragione Sofia. Tenera giovinetta, staccata dalle cure di famiglia, dalle carezze de' genitori, già lontanissima dalla terra che la vide nascere, circondata di persone che conosce per la prima volta, isolata in mezzo alle acque, tenera colomba, aspira a trovar l’arca ove posarsi in mezzo all'ignoto che la circonda; e l’arca del suo avvenire per lei già sposa, non è che il possesso del compagno della nuovissima sua vita. E non ebbe altro sollievo che parlando di Francesco sempre e sempre, e spiando con verginale malizia una infinità di piccole cose, che per la sua candida anima costituivano sollievo esultante, e faceano scomparire dalla memoria la distanza che l’allontanava ancora, dal centro d’ogni suo pensiero. Oh! Sofia—le tue mille dimande, le mille risposte che ricevi sul conto del tuo e nostro Francesco, sono pallide tinte per dipingere il figliuolo di Ferdinando e Cristina. Lo conoscerai, o Sofia, fra poco, e l’amore per lui universale illimitato di dieci milioni di persone, che man mano visiterai pel Regno, 4i potranno dare il valore apprezzabile della gemma che accorri a conquistare.

Ma appena comparve Bari da lungi, col suo campanile che si estolle gigante sulla città, qual torreggiarne foro, col suo castello e colle sue mura anti che nereggianti nel mare, e colle ali bianchissime de' suoi nuovi fabbricati, che potrei dire assediano qual corpo avanzato la città antica, come spinta a rovesciarsi nel mare dalla dilatata città moderna; Sofia salì sul cassero della nave e salutò con la mano e con commovente sorriso la città de' suoi pensieri, e discese rapida alla sua stanza.

Per che fare?Oh! il cuore umano—ella augusta ignota, deve presentarsi per la prima fiata ai suoi Sovrani e al padre e alla madre sua; offrirsi allo sguardo dello sposo; farsi ammirare da moltitudine di popolo. Forse nel cuor suo chiede la madre lontana per consigliarla per sostenerla; la sorella almeno che la lasciò a Trieste. Non smarrirli, o Sofia—di nulla ài duopo, l’avvenenza che ti possiede si fa più bella dalle virtù gentili che t’infiorano il volto lo sguardo la persona—e poi, i Reali di Napoli sono nati in mezzo ai loro popoli affettuosissimi per indole, e posseggono il cuore sulle labbra, l’amorevolezza e l’affabilità ne' modi, e, dopo un istante la famigliarità innestano in chiunque gli avvicina.

E Sofia è novellamente sul cassero, e appare nella sua nobile toeletta di sposa come la Regina delle onde che va a mettere il piede a terra, per veder sbucciare un fiore so d’ogni orma che stampa al suolo.

Già le bandiere di segnale annunziando alla Reggia e alla città il lieto arrivo, e; si palpita veramente e sulla nave e sul lido, da chi viene e da chi attende che venga, il lieto sparo de' cannoni sollevando denso fumo intorno alla nave e sulla spiaggia, danno un sentimento poetico alla funzione che si prepara; mentre la Duchessa di Calabria ode gli evviva de' futuri suoi popoli che la salutano senza ancora vederla.

Ed un ricco palischermo si distacca dal Udo per accorrere incontro alla nave. Sofia lo vede, e, ristante sublime pel suo cuore si approssima. La ciurma del legno è schierata su i pennoni, gridando, il lietissimo, viva il Re, La barchetta è giunta, delle persone già salgono, Sofia è per gittarsi ai piedi del suo Re e del suo padre.—Ohi Ferdinando, ove sei? il più caro momento del cuore di un padre li è negato vedere? la più bella lagrima umana, non verserai dai tuoi occhi?—e invece appare la Regina che stringe fra le braccia la nuova sua figlia. Ma Sofia dimanda «e la Maestà del Re?» si risponde che è lievemente infermo e che l’attende alla Reggia. Sofia se ne addolora, e con lei l’intero equipaggio, come d’un funesto presagio. Ma, e Francesco? non lo disse la pudica, ma sollecita si affacciò dal bordo del legno guardando nella navicella, da cui si affrettava a venir su un giovanetto svelto della persona, e vestito da colonnello degli ussari. Quell’assisa militare, fè rapidamente gittar lo sguardo a Sofia sul medaglione che le pendea dal collo, paragonò il ritratto e l’originale, impallidì eindi del più vago vermiglio si tinse il volto. Il Duca di Calabria a volo la raggiunse, da gentile cavaliere gli stese la mano che Sofia ricevé, e le prime parole che si scambiarono:

«Addio, Varia, come va la salute?»

«Oh! addio, Francesco, e tu?»

E come colombe spinte dalle aure, gli sposi si isolarono all’estremo della nave per molti istanti. La Regina, non stimò raggiungerli, 1 equipaggio le dame i cavalieri rimasero immobili ai loro posti. Apparve una deliziante solitudine, il cassero del legno, e come sorvegliato in quei momenti dall’angelo del silenzio.

Chi saprà mai rivelare a noi, l’eccelsitudine di quegli istanti, in cui due anime nobili ricche entrambe di candore si ligarono insieme? quali emozioni provarono nell'avvicinarsi quei due vergini cuori, che ne' costumi intatti e puri, ripetevano al cospetto della corruzione umana del secolo XIX, una scena della Bibbia, o il primo incontro della donzella Rebecca col virtuoso Isacco, o nuovissima Rachele nella tenda di Giacobbe?—quali accenti si scambiarono, quai molti si dissero l’un l’altro, quei due esseri (sul di cui capo pesa tanto e tanto avvenire, dall’altezza di oggi e dalla maestà del domani, a cui dovranno giungere), e che apparvero in quei momenti, come divisi dal consorzio sociale, e come favellandosi nella più sacra solitudine, in cui solo è testimone lo sguardo di Dio?Ma ritornati insieme appresso la Regina e gli altri augusti congiunti, Sofia si fece a richiedere nuove del suo Re del suo padre, di colui che tanta fama fa sorvolare di sé in Europa per bocca unita di amici e nemici, di quel maestoso personaggio che sì spesso e con molto affetto ne à inteso favellare ne' domestici lari da suo padre e da' suoi congiunti, non che dalla sua Corte, memori di quello strenuo giovane cavaliere, di quel Re soldato che nel 1837 da Vienna attraversò la Baviera per giungere a Parigi, trascinando dietro a sé come fumo d’incenso le simpatie militari della Germania tutta. E poi, è Ferdinando che fra le Reggie di Europa à prescelta Sofia a Duchessa di Calabria, a Regina presuntiva delle Sicilie, a sposa d’un Principe su cui vegliano gli occhi d’una madre che sta per salire gli altari eterni dell’eterna Fede Cattolica; e su cui si aggirano gli affetti indomabili delle due regioni più febbrili di mente e di cuore della Italiana penisola.

Sic che Sofia, à ragioni moltissime di chiedere Ferdinando;e via, accorri da lui che attende da sul letto de suoi dolori, la ristoratrice novella de' malanni che soffre, l’angiolo che: ; ma è un profanare la sublimità della scena lietissima che si spiega in tutta la sua maestà, raggiungere una tinta che non sia di rose.—Tacciano i nostri ricordi e prenda luogo alla parola nostra, lo storico programma ufficiale improvisato a Bari, su le pagine casse di quello nato per la gloria di Manfredonia e di Foggia.

«Il giorno 3 di febbrajo, prima già che aggiornasse, tutta la città era uscita su per le strade e sul lido guardando se da lungi spuntasse il naviglio portatore del nuovo obbietta dell’amor suo; ad ogni istante più si raggruppava, si stringeva, s’affollava; e come vide alla fine la lista di fumo, che segnava il cielo, indizio del desiderato naviglio, si sfrenò a tutto l’impeto della gioia. Alle ore nove e mezzo antimeridiane, su tutto il Corso dalla Reggia insino al Padiglione, secondo l’ordine del giorno pubblicato precedentemente dal Maresciallo di Campo, Conte Statella, Comandante le Reali Milizie riunite in Puglia, queste sotto il comando del Generale Caracciolo, Duca di S. Vito, vi si schierarono; aprendo la Fanteria un cordone dall’uno e l’altro lato, e la Cavalleria ponendovi a fronte i serratile. Le milizie a tal servizio. destinate erano i Granatieri della guardia, la Gendarmeria a piedi, la Fanteria di Riserva, la Gendarmeria a cavallo, il 4.° ed il 3.° Dragoni.

«Non appena s’ebbe alla Reggia il primo annunzio, che i Reali Legni erano a vista, si condussero al Padiglione S. E. il Ministro Segretario di Stato delle Reali Finanze e Lavori pubblici, cavalier G. C. Murena, il Direttore dei Ministeri di Stato dell’Interno e della Polizia Generale, cavaliere G. C. Bianchini, il cerimoniere di Corte soprannumerario, Maresciallo di campo conte Statella, i Reverendi prelati delle Diocesi della provincia, oltre a monsignor Gallo arcivescovo di Patrasso e confessore di S. A. R. il Duca di Calabria, cioè monsignor Pedicini arcivescovo di Bari, monsignor Bianchi arcivescovo di Trani Nazaret, monsignor Rossini arcivescovo di Acerenza e Matera, monsignor Longobardi vescovo di Andria, monsignor Guida vescovo di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi, monsignor Mucedola vescovo di Conversano, monsignor Malerozzi vescovo di Bitonto. e Ruvo, monsignor Falcone vescovo di Eumenia, prelato palatino di Altamura ed Acquaviva, e monsignor d’Elia, gran priore della Basilica di S. Niccolò. Il signor Intendente della provincia, cavaliere Salvatore Mandarini, il comandante le armi, l’amministratore generale delle Poste, il segretario generale dell’intendenza, i direttori provinciali, tra cui il presidente del banco, l’ispettore di ponti e strade e l’ingegnere direttore, il giudice istruttore, il ricevitore generale, il sindaco ed i due eletti, i governatori del Banco, il rettore del Real Liceo provinciale, il decurionato e tutte le altre autorità e funzionarii civili e militari chiamati nelle pubbliche cerimonie, erano già precedentemente convenuti nel padiglione..

«Un picchetto smontato di 46 guardie d’onore, comandate da un capo plotone, un plotone di 24 uomini de' granatieri della guardia, e la banda musicale del Real ospizio di Francesco 1.° erano allogate a man dritta del padiglione; a sinistra gli alunni del Real Liceo, sulla lunga distesa del vecchio molo in bella ordinanza la forza doganale di circa cento uomini: tutti i legni mercantili trovatisi nel porlo, pavesati a festa; così le bar che scorridori schierate dall'opposta parte; pronte e ben adorne le lance. Altre bande musicali erano disposte lungo il corso, innanzi alla Reggia: un popolo immenso gremiva tutta la città.

«Dato ch’ebbe fondo il Real Piroscafo il Fulminante, e ricevuta pratica dalla Deputazione Sanitaria, una salva con gala di bandiere de gli altri due legni a vapore, e gli uomini a riva salutava l’arrivo della Augusta Duchessa di Calabria, ed era ripetuta la salva dal Castello, e dalle bar che doganali e mercantili.

«Allora mosse dalla Reggia il Corteo nell’ordine seguente:

«Precedendo quattro battitori delle Guardie d’Onore, venia la prima carrozza con S. E. il Cavallerizzo Maggiore Marchese Imperiale, S. E. il Duca di Sangro, Capo di Corte Onorario, Maresciallo di Campo Aiutante Generale di S. M. il Re, e S. E. il Generale Principe della Scaletta, Comandante la Compagnia delle Reali Guardie del Corpo. Indi quattro altri battitori due a due delle Guardie d’Onore. La seconda carrozza recava S. M. la Regina e S. A. R. il Duca di Calabria, seguita da un picchetto di venti Guardie comandate dal Capo Squadrone, allogatosi allo sportello diritto, ed un capo plotone al sinistro. Nella terza carrozza erano le LL. AA. RR. il Conte di Trani ed il Conte di Caserta col loro istruttore Colonnello Commendatore Cappetta, preceduta da due battitori, e seguita da sei Guardie comandate da un capo plotone allo sportello sinistro. Veniano nella quarta carrozza le LL. AA. II. e RR. l’Arciduca e l’Arciduchessa Ranieri, e {'Arciduca Guglielmo preceduta da quattro battitori, e seguita da sei Guardie comandate dal l.° Sergente allo sportello dritto.—Procedeano le carrozze di Corte.

«La prima destinata a S. E. il Ministro Segretario di Stato delle Reali Finanze e de' Lavori Pubblici, ed al Direttore dei Ministeri di Stato dell’interno e della Polizia Generale, i quali, già come abbiamo detto, preceduti al padiglione di sbarco per ricevere S. M. la Regina e la Real Famiglia, doveano occuparla al ritorno del Corteo. La seconda carrozza portava la Dama di Corte di compagnia di servizio presso S. M. la Regina, principessa della Scaletta, ed il colonnello conte de la Tour aiutante reale di S. M. il Re, e suo cavaliere di compagnia. Nella terza carrozza andava il generale commendatore del Re, ed il signor commendatore Nunziante Duca di Mignano, Aiutanti Generali di S. M. il Re ed il tenente colonnello dello Stato Maggiore presso la M. S. commendatore Severino, Segretario particolare del Re (D. G.);Era nella quarta carrozza il Generale commendatore Ferrara Aiutante Generale di S. M. presso S. A. lì. il Duca di Calabria: la qual carrozza era destinata a ricevere ancora nel ritorno le due dame di Corte di compagnia, giunte con S. A. R. la Duchessa di Calabria, la Principessa di Partanna Statella, la Duchessa di S. Cesario, e S. E. il Duca di Laurenzana, Cavallerizzo della lodala A. S. R. Seguiva nella quinta carrozza la Dama di Compagnia delle LL. AA. II. e RR. Baronessa Andriana, S. E. il Luogotenente Generale Barone di Sallaba, Gran maestro della Corle di S. A. I. e R. l’Arciduca Guglielmo d’Austria; ed il conte Gustavo Messeyde Bielle, Luogotenente Colonnello e Ciamberlano di servizio presso S. A. I. e R. l’Arciduca Ranieri. Da ultimo la sesta carrozza era destinata a prendere nel ritorno S. E. il Duca di Serracapriola, Commessario per la Consegna della Real Principessa Sposa. Il Cerimoniere di Corte soprannumero Maresciallo di Campo, Conte Statella, precedeva per ricevere le Persone Reali al Padiglione: un picchetto di diciotto Guardie d’Onore comandate daun 2.° Sergente chiudeva il Reale Corteggio.

«Gli occhi ed i cuori di tanta gente, commossa da gagliardi e nobili sentimenti, indarno volgeansi con ansia amorosa a ricercare in quei cocchi l’oggetto più caro della loro dilezione, e la cagion prima di tanta esultanza; perciocchéper lieve indisposizione l’Augusta Maestà del Re N. Sa avea voluto tenersi in serbo, e cansare la brezza marina.; e però il regale splendore parca temperato come per velo di nubi, che il maggiore Astro nascondesse.

«Come il corteggio fu giunto al padiglione di sbarco, furono le Reali persone, ed il seguilo ricevute dalle autorità sopraccennate.

«Le quali presero quivi posto nel seguente ordine: S. E. il Ministro delle Finanze e de' Lavori pubblici, ed il Direttore dell'Interno e della Polizia, l’Arcivescovo di Bari, l’intendente della Provincia, il Comandante le Armi, gli Arcivescovi e Vescovi delle altre Diocesi, e le altro autorità e funzionarii di sopra indicati.

«Quindi S. M. la Regina, S. A. R. il Duca di Calabria, i Reali Principi, e gl’II. RR. Arciduchi ed Arciduchessa, accompagnali dalla Dama di compagnia di guardia, Principessa della Scaletta, da S. E. il Marchese Imperiale cavallerizzo maggiore, dal signor generale Ferrara aiutante generale del Re (IN. S.) presso S. A, R. il Duca di Calabria, dal colonnello commendatore Cappetta istitutore dei Reali Principi, e dal seguito degl’II.RR. Arciduchi ascesero le Reali Lance, e si condussero a bordo della Fregata il Fulminante, ad incontrare la Real Duchessa di Calabria; e toltala con esso loro, incontanente nei smontarono, ed avvicinare usi a terra.

«Ma arrivali che furono al padiglione, ehi può descrivere resultante entusiasmo del popolo? L’ampie strade, i balconi già tutti adorni di drappi e bandiere, i terrazzi, stivati di gente tutta commossa di tenera gioia, un agitar di cappelli e di bianchi fazzoletti, un grido prolungalo e continuo di Vita il Beled il sole in tutti i precedenti giorni fulgidissimo a temperar l’aere come di primavera» velatosi di nubi quel dì contro 1usato, nel momento di tale esultanza riapparve in tutta la sua sfolgorante bellezza. In mezzo a questa ressa di popolo plaudente ritornava il corteggio alla Reggia con l’ordine stesso, che abbiamo descritto, e seguilo ancora dalle autorità ch’erano al padiglione. Alle genti gremito sulla gran piazza Ferdinandea le AA. RR. de' Principi Sposi, con la gioia che rendea più leggiadre le soavi loro fattezze, riapparvero dai balconi, e si degnarono benignamente salutare.

«Nell’ampia sala della Reggia erosi già apparecchiata con solenne apparato la cappella, in cui gli Augusti Sposi ricever doveano la Sacra Benedizione. Sull’altare era locata una immagine della Vergine Santissima Immacolata; in Corna Evangelioergevasi il ricco Trono di velluto ricamato in oro per le LL. MM., ed alla parte diritta di esso delle apposite sedie su d’uno strato di velluto con cuscini e sgabelli pei Reali Principi, Conte di Troni e di Caserta, e per gl’II. RR. Arciduchi, ed Arciduchessa. Dirimpetto all’altare su d’un altro strato di velluto due sedie con cuscini e sgabelli per i Reali Principi Sposi.

«Alle ore due pomeridiane aprivasi quell’ampia sala, dove trovavansi il Ministro delle finanze e dei lavori pubblici, il Direttore de' Ministeri dell’Interno e della Polizia Generale, i Capi della Real Corte di sopra indicati, il Cerimoniere di Corte soprannumero, i Gentiluomini di Camera ed i Maggiordomi di settimana, le Dame di Corto presso le LL. MM. il Re e la Regina, gli Aiutanti Generali di S. M., ed il seguito dei Reali Principi, ed II. e RR. Arciduchi. Gli Arcivescovi e Ve scovi allogati al lato sinistro dell’altare. L’Intendente, il Comandante le Armi a le altre Autorità più elevate in grado, ed innanzi accennate, vi furono del pari introdotte, e situate di fronte al Trono.

«Le Auguste Persone allogatesi ai destinati posti ricevettero l’Acqua benedetta da Monsignor Arcivescovo di Bari, che poscia vestito de' sacri paramenti ed assistito dai Canonici e Dignità del suo Capitolo diè cominciamento alla S. Messa secondo la norma del programma della Real Corte, che abbiamo esposto altrove.

«Incominciata la Messa ed arrivata al Pater Noster, il Maestro di Cerimonie con un profondo inchino avvertiva i Reali Sposi di portarsi ai piedi dell'Altare ove inginocchiatisi ai piedi del primo scalino, sopra dei cuscini, vennero Loro recitate da esso prelato alcune orazioni scritte nel Messale, terminate le quali i prelodati Reali Principi si riportarono ad inginocchiarsi nel luogo primiero. Giunta finalmente la Messa all'Ite ecc., le LL. AA. RR. si condussero di bel nuovo avvertite come sopra a piè dell’altare, ove lo stesso Monsignor Arcivescovo recitò loro alcune altre orazioni, facendo un analogo discorso, e diede loro la S. Benedizione, con l’acqua benedetta, indi i Reali Principi ritornarono ad inginocchiarsi nel succennato silo. Terminata la Messa, Monsignor Arcivescovo vesti gli abiti pontificali, ed intuonò il Te Deum, benedicendo S. M. la Regina, gli Augusti Sposi e la Real Famiglia.

«In quell’istante i Reali legni pavesati fecero una Salva Reale.

«La solennità del Rito, la magnificenza del luogo, il più i accoglimento di tutte le Reali Persone, la gravità degli astanti, disponevano gli animi ad un complesso di sentimenti, che ben si leggeva sui volti di tutti, ma non si può a parole diffinire. Quella benedizione scendeva sugli augusti Capi delle LL. MM., dei Reali Sposi, e di tutta la Reale Famiglia, con la Benedizione medesima della Santità di Pio IX. Perciocchéall’arrivo dell’A. R. Principessa di Calabria, datone a lui avviso per telegramma elettrico, e pregatolo di benedire, non era la Sacra Cerimonia compiuta, e già ritornava il Messaggio di averli il Santo Padre dall’eterna Città benedetti.

«Compiuta la solenne funzione; rientrò la Reale Famiglia nei Regii Appartamenti.

«La sera poi di quel giorno avventurato, ornata di più splendida pompa di luminarie tutta la città, erasi raccolta in sulla piazza Ferdinandea e per tutto il corso tanta ressa di popolo, che era cosa vana il potervisi cacciar dentro: eppure fra tanto concorso è meraviglia che non avvenisse alcun disordine, non fosse torto un capello a persona veruna. Tutti erano commossi ed ansii, tutti cogli occhi e col cuore verso i balconi della Reggia, tutti animati da un sentimento solo. Sa quella Piazza al suono continuo deHe bande musicali, levavansi di tratto in tratto palloncini volanti, e grossi palloni di svariatissime forme; di che prendeano diletto le Reali Persone, e tutto il lor seguito, che ai balconi per goderne faceansi. Ma quando poi fra gran numero di Mercatanti con ceri accesi nelle mani si cantò in piena orchestra un Inno con versi del professor Giulio Petroni e musica del maestro Curri, ritraente il ritmo dall’inno Borbonico; gli evviva, i plausi, l’agitar di fazzoletti e cappelli, furono continui; e più volte, aperti i cristalli dei balconi, gli Augusti Sposi uscirono a ringraziare il popolo.

«Compivano la festiva dimostrazione sulla Piazza medesima i bei fuochi artifiziati, che nelle loro luminarie, rappresentarono anch’essi i Gigli Borbonici sormontati dalla Regia Corona, e mostravano scritto a varietà di colori il Viva il Re; ma quel vivafu ripetuto dalle molte migliaia di persone, né saziavansi mai di ripeterlo, fin che di nuovi saluti non furono dalla benignità dei Reali Personaggi contentate.»

La documentalenarrativa officiale che abbiamo pretermessa ai nostriricordi di scrittore, non discorre del giungere di Sofia a' piedi del suo nuovo diletto padre, perché non l’è dato di sollevare le cortine dell'augusta stanza ove sul suo letto da campo giace il novello Giobbe della gran famiglia sociale delle Sicilie, Ferdinando II. Ma noi arditi nel palesare ai nostri popoli ogni ricordo che spetta al gran dramma cui ànno preso sì parte attiva colle loro gioje e colle loro dispiacente, usiamo ogni modo onde nulla s’ignori delle edificanti circostanze che accompagnano le or liete, or meste scene de' fatali cinque mesi. Ohi; destinato da molto a seguire il Re in questo viaggio di nozze, importanti officiose incombenze deviarono la mia gita.. Quali altre copiose tinte non sarebbero apparse in questo libro, se oculare testimone io fossi stato d’ogni avvenimento? 0 il foco vicino d’un sì alto ed inatteso dolore, avrebbe spenta in me la vena del bel dire, o il mio racconto di oggi, scritto di già sul campo di battaglia ove eserciti di gioje e di affanni, di speranze e di timori, di vita e di morte, combattevano insieme; sarebbe salito per l’avvenimento prestigioso e stranamente nuovissimo in se stesso, alla sublimità d’un poema, eroicamente umano, eroicamente sociale, eroicamente cattolico.

Ma tanto, nulla trascureremo per compiere il doveroso assunto.

Giunto il Real Corteo al palazzo elevalo a Reggia, non è a dirsi l’ansia di Sofia salendo quelle scale che la menavano alla dimora del Re. Vi giunse in compagnia della Reale famiglia, ed apertasi la soglia, volò non corse dall'augusto padre che a braccia aperte e colla maestà dei patriarchi, la strinse al cuore, esclamando fra le lagrime «Maria, figlia figlia mia...»;e Maria pianse, e tutti piansero gli augusti astanti, sì pel momento sublime d’un padre, sì per quello d’una sposa al cospetto del suo Re e del suo nuovo padre, e perché quel beato istante avveniva sulla sponda d’un letto militare, e non sulla nave, al cospetto dello splendore della Corte, tra le salve di artiglieria, Ira lo sventolar di bandiere, al suono d’inni armoniosi, e tra gli evviva e ‘ltripudio universale di un popolo intero!.... Ahi!—quel Ferdinando che à sfidato gli elementi, à camminato con pericolo di vita sul gelo e fra tenevi, che non à stimalo differenza alcuna tra, la notte e 1 giorno, onde ricevere la compagna del suo primogenito, e bearsi in quel momento che lo vedrà sposo; nientemeno deve ora ricevere la donzella tanto attesa, infermo, fra dolori, e su d’un semplice letto da viaggio! Fu da questo dolente episodio, che il Gran Re sottomise alla volontà di Dio ogni sua sofferenza, rinforzando l’umanità sua con gli effluviivitalizzanti della fede evangelica.

Ma Ferdinando non avverte più la sua infermità per l’esultanza che lo anima, e insiste che sollecitamente gli sposi si recassero a piè dell’altare per far scendere sul loro capo la benedizione dell’Altissimo, per indi ottenere la benedizione sua.

E vanno gli sposi—la gran sala ove sorge fallare splende di fasto Reale, i personaggi della Corte e dello Stato si schierano intorno, il Trono si estolle ricco di porpora e di oro—oh! che scena—il Trono rimane deserto, e la Regina Teresa ed i suoi figliuoli, per la prima fiala lo veggono privo della Maestà Reale del marito e del genitore!—e Francesco nel genuflettersi a fianco alla sposa, lo guarda quel Trono vuoto, e piange e piange!—e perché versar lagrime, o augusto, in un’ora si bella pel tuo cuore?—ah! perdoniamo a quel suo pianto, ch’è troppo giusto, è troppo nobile per se stesso, eh! me ne appello ad ogni bennato figlio, che in un momento sì grande dell’umana esistenza, chiede a testimone de' suoi giuramenti eterni, la madre che lo partorì, e non la trova, e mai la conobbe perché mai la vide!.... chiede il padre ed il Re, e questi è infermo!.... mio Dio, dà forza a Francesco, tu che lo chiami a soffrir tanto—Deh! popoli delle Sicilie, siamo costantemente co’ nostri affetti la tutela del Principe, della nostra gioventù, onde non mai ricordi il suo cuore, che nacque e rimase orfano di madre, passa a nozze, e.... ; la penna non ardisce scrivere oltre...

Ma che, o Francesco?;nulla ài tu per covrire di balsamo queste due profonde ferite del cuore? Eh—volgi gli occhi al Cielo, vedi tu chi li guarda, chi ti guida, chi parla di te a Dio col linguaggio eterno con cui si favella in Paradiso?;e qual figliuolo di Re, puote starti innanzi o sedersi a te vicino, tu fiore surto a vita dalle viscere d’una predestinata alla grazia? ; E dal Cielo se ti fosse dato di volgere gli occhi tuoi sulle Sicilie, a volo di uccello, nell’ora medesima che il telegrafo elettrico al di quà e al di là del Faro, ti annunzia sposo, vedresti che dieci milioni di volle si ripete successivamente il nome tuo e nome della tua compagna da tante altre persone, come tu fossi il figlio amato d’ogni padre e d’ogni madre di famiglia, che passa a nozze; come tu fossi il fratello primogenito della nostra gioventù, che prende moglie; come tu fossi il parente unicamente apprezzato d’ogni individuo che gioisce sol perché tu sei sposo. Mitiga, se non sono guaribili le piaghe del tuo spirito, ricordando in quest’ora solleone, non dico gli evviva di ogni città e d’ogni paese, le feste sacre e civili, il suonar lieto delle campane, l’affollarsi nelle chiese, le universali luminarie, i tripudii, le esultanze di tutte le classi della società;—no, non rammentare queste preziosità soltanto, ma scrivi nel cuore i ricordi che ti dico io, umili e prestigiosi ricordi, o Francesco, son dessi:; le anime pie, pel tuo eseguito matrimonio si avvicinano alla sacra mensa eucaristica, perché un avvenimento del figliuolo di Cristina, sembra loro una ventura religiosa—ogni derelitto ed ogni povera vedova, accendono per questo giorno la lampada ne' loro tugurii innanzi all’immagine della Madonna ; ogni vecchiarella, recita un rosario a Maria;e da domani, si vedranno per Napoli e per le province quei ragazzi orfani che accompagnano i ciechi, fermarsi per le vie a piè delle Madonnine, e cantare la canzone al popolo, sul matrimonio del figlio di Maria Cristina! e sai tu, o giovanetto augusto, cosa mai esprimono in questi edaci tempi che volgono, questi umili issopi della valle, piantati di quà di là in mezzo alla patria nostra! che tu Re, orfano di padre e di madre, sei addivenuto il figlio prediletto perché unico, de' popoli tuoi!... e questa paternità e maternità de' popoli tuoi per te, avendo base non sulle ambizioni dell’era, non su i gridi de' novatori, non sull’adulazione edace dei Giuda del secolo che passeggiano io mezzo alla generazione di oggi e giungono fino ai Troni, coverti del mantello di apostoli; ma bensì, la base si eleva sicura ed incrollabile perché posa sull’elemento cattolico, sulle verità del Vangelo, sulla fede che irrora di luce divina il vessillo della Croce. Chi mai, o Francesco, oserà manomettere il cemento della verità, della via, della vita?È cessata la sacra funzione: gli sposi accorrono a prostrarsi ai piedi di Ferdinando, che è rimasto ad elevar preci a Dio per loro, e ad attendere con cristiana impazienza che la rapidità del telegrafo elettrico rechi da Roma per Francesco e Sofia la benedizione del Pontefice Massimo.—«Maria, gli dice Ferdinando piangendo, Maria, ama assai Francesco, lo merita, sol’io conosco quanto è virtuoso... egli è figlio mio, Maria!»

La città di Bari si è elevata alla eccelsitudine cui è stata chiamata dal Re, e in più giorni, con le sue feste, con i suoi triplicatamente aumentali addobbi, con altri trasparenti storici, e fra questi, gara de' genii Borbonico e Bavero, dipinti in varie guise di giubilo, con altre infinite luminarie, con un popolo che aumentandosi ad ogni ora mercé l’emigrazione de' paesi tutti della provincia, aumenta l'entusiasmo, l’affetto, ogni sensibile espressione d’amore verso il Re, gli sposi e gli augusti tutti; Bari, dicea, non per tre giorni, ma per cinque e per sette giorni, sfida nella sua gloria, ciocchéera fattibile a Napoli o a Palermo.

La sera seguente allo sposalizio, i Reali Sposi e Famiglia intervennero al Teatro barese, che co’ suoi sfarzosi addobbi, col lusso delle dame e del patriziato e borghesia del luogo, col brio e con le acclamazioni che giunsero al delirio d’ogni umana espansione, coll’inno cantato da eletti cori di donzelle e di giovani virtuosi della città, volle e seppe competere col nostro massimo S. Carlo, per avvenimento simile; e tanto che il Re Ferdinando, commosso alla nuova, rivolse all’intendente Mandarini, queste memorabili parole: «Manifestate a tutti il mio compiacimento; che se io non v’era nel teatro con la persona, vi era col cuore».


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VIII

Sofia di Baviera a Bari  — Lutti Impreveduti—feste universali— l'aspettativa

Riso e gioie, apprensioni e lutti, passeggiano simultaneamente da Bari a Napoli, e da Napoli pel Regno intero delle Due Sicilie; epoca nuovissima per la Dinastia e per le popolazioni nostre. La città di Bari, chiamata per non sperabile evento a mettersi alla testa dell’universale esultanza del Reame, addivenuta centro delle comuni gioje, scocca in ogni ora i suoi dispacci di allegrezza per ogni via delle Sicilie, e le Sicilie tutte palpitano al nome solo di Bari, e gli occhi di tanti milioni di abitanti si rivolgono incessantemente col pensiero alla Città gloriosa di si eccelso possesso; e fino le quasi sempre menzognere o paraboliche private agenzie elettriche di Europa tutta, per smaltire dispacci al giornalismo del mondo civile, gittano da mane a a sera il nome di Bari su i prestigiosi fili telegrafici, che imprigionano le scintille del baleno, rese ancelle umilissime e corriere volanti della volontà umana.

Ferdinando a Bari, percorre il suo stadio d’infermità, or meglio or peggio, ma sollevato avendo lo spirito dalle cure gentili di Sofia, che si è resa virtuosamente prestigiatrice del Re dello sposo, della Real famiglia; della città che la possiede, e che la insegue con acclamanti esultanze ovunque l’incontra; e delle adiacenti campagne e paesi, ove ella spesso accorre per qual che ora con Francesco, e che le villanelle, come d’unaconoscenza antica, l’assediano per ovunque, le regalano dei fossetti di fiori, la stordiscono con cento, e cento motti ingenui, affettuosi, amabilissimi, ch'ella paga con magnetico sorriso; ed i poverelli, che sempre sempre sono le sentinelle avvanzate ne' passeggi degli augusti, quasi gli estremi della vita sociale serbino un interesse di vedersi, e, raccolgono per quei luoghi i frutti primitivi della carità cattolica de' Regii Sposi.

In famiglia Sofia, o Maria come vien chiamata dai Sovrani, divide il tempo, spesso appo il letto del Re, alla cui sponda trova Francesco costantemente fino a notte inoltrata, o distrae dalla sua inamovibile permanenza d'affetto presso il marito la Regina Teresa, o discorre coi cognati, o improvisa mille cosette di cara attenzione domestica per allietare l’intera Real Famiglia. Or ricorda alla Regina de costumi nazionali di Germania, ed entrambe si dilettano a casalinghe quistioni, or prende i colori e si fa artista elevando fonti di paesaggio, tirando linee di ritratti, pingendo fiori e farfalle dal vero, per ligarle poi su i portieri di porpora appo i quali passar deve la suocera, ed ella appresso, per sentirsi dire dalla nuova sua madre, come un giorno: «Maria, vedi che bella farfalla, prendila, non la far fuggire». E nel tempo delle cure religiose, alla messa quotidiana, alle preci del giorno e della sera, in cui gli augusti si riuniscono per i doveri di morale o per elevar fervorose suppli che a Dio, alla Madonna, a tutti i Santi del Cielo per il ripristino della preziosissima salute del Re; Sofia è la prima ad accorrere, l'ultima a levarsi dalle divozioni, e ‘l suo zelo cristiano e la sua pietà cattolica, la rendono di edificazione appo gli augusti tutti. che dissi? la rendono di edificazione?—ah!—lasciamo che la sventura comune salga di più la sua parabola, e, a Caserta, nella Reggia dei pianti desolati e dei voti dolentissimi e delle disperate speranze, io voglio e debbo presentare ai popoli delle Sicilie, la eroina dell’amore, quale per antonomasia appelleremo la nostra Sofia.

Passiamo intanto ad altri episodii luttuosi di questi stranissimi cinque mesi, episodii che si succedono sotto i nostri occhi e sembrano come secoli gli separassero dall’un l'altro—pare sì impossibile la natura degli avvenimenti che si dan mano, e le rispettive catastrofi che li distinguono mentre si ligano all’unità del dramma.

Ed ecco il Gran Duca di Toscana, muoversi da Firenze, onde accorrere lietamente a prender parte alle gioie della Real Famiglia di Ferdinando Il, suocugino, (24))suo cognato, oltre i vincoli di ben altraauspicata parentela che Punisce colostri augusti, mercésua figlia di seconde none Isabella da anni Contessa di Trapani; e a cui lo liga anco il parentale di Baviera, mentre da molto una sua figlia di prime none, Augusta Ferdinanda Luisa, addivenne Principessa Barare sposando Luitpoldo, secondo fratello del Re Massimiliano.

E Leopoldo di Toscana e Maria Antonietta delle Sicilie sua consorte, sentono il piacere di veder sposo il nostro Principe Ereditario loro nipote, ;e nel tempo stesso dar novella pruova a Ferdinando dell’amore suo, e di quell’antica stima per lui, che addivenne poi per l’incognito ritrovo del Palano Pitti a Firenze nell’anno 1832, lieta congiuntura di unirsi in none con sua sorella Principessa delle Due Sicilie:—(25) e perciò accorrono a Napoli, con l'intera loro famiglia, e con illustre seguito di dame e cavalieri, onde nelle grandiose feste della nostra Corte splendesse di maestà la Imperiale e RealCorte di Toscana, facendo, onore cosi, al Re ed al Regno, per si alto avvenimento.

Il giorno 9 gennajo giungono a Roma, e 'l di appresso il Sommo Pontefice Pio IX gl’invita a pranzo al Vaticano, memore ognora delle civili e cattoliche virtù che Leopoldo possiede eminentemente;e memori forse di Gaeta e di Ferdinando II, ove s’incontrarono esuli entrambi, e appo coi rinvennero gli onori del Trono, l’amore, la stima del Re, l’ossequio e 'l rispetto del nostro esercito e de' nostri popoli, nell’anno degli universali disastri politici e sociali di Europa.

E 'l giorno seguente al pranzo in Vaticano, gli augusti di Toscana mossero pel Regno, pernottando a Mola di Gaeta con ogni onoranza dovutagli;e la mattina del 22, accorsero a Capua, il Conte di Trapani con la Confessa sua consorte e figlia di Leopoldo, il Conte e la Contessa di Aquila, il Conte di Siracusa, la Principessa Carolina, gli Infanti di Spagna Sebastiano e Carlo Luigi, onde andare incontro agli augusti congiunti di Toscana. Infatti Napoli si affollò a veder giungere si luogo seguito di cocchi Reali, entro Cui affettuosamente si confondevano i Reali di Napoli con Leopoldo di Toscana e con la Granduchessa Antonietta di Napoli, con l’Arciduca Ferdinando Gran Principe Ereditario e l’Arciduchessa Anna di Sassonia di lui consorte, e con l’Arciduca Carlo e l’Arciduchessa Maria Luigia, altri figlioli di Leopoldo. Seguivano, il Principe Andrea Corsini Gran Ciamberlano del Granduca, il Marchese Francesco Roccella Maggiordomo Maggiore della Granduchessa, la Principessa Adelaide Conti Maggiordoma Maggiore della Granduchessa medesima, la Contessa Adele Palagi Maggiordoma dell'Arciduchessa Anna Principessa Ereditaria, il Tenente Colonnello Carlode' Conti Cervini optante di campo del Granduca, il Commendatore Biltheuser segretario del Granduca, il Commendatore Angelo Fresco baldi Ciamberlano dell’Arciduca Ferdinando Principe Ereditario, e i Capitani Medici e Silvatici ajutanti di campo degli Arciduchi Ferdinando e Carlo.

Oh! come dovrà fra giorni brillare la Corte di Toscana, accanto a quella di Napoli, e—ma proseguiamo la cronaca, senza disturbare la sequela degli avvenimenti.

Il giorno appresso, il corpo diplomatico e ‘lministero di Stato furono ad ossequiare i Principi ospiti, oltre una sequela di distinti personaggi napolitani; e oltre l’affettuoso nostro popolo che dava ne' passeggi, il benvenuto ai Reali di Toscana ch’erano accorsi a partecipare alle feste delle Sicilie.

Il telegrafo elettrico annunzia tanto lieto arrivo in Napoli, al Re in Lecce, che risponde mille affettuosità gentili ai congiunti di Toscana, assicurando che trovasi ristabilito io salute e che va a Manfredonia per ricevere la sposa.

Tutto e gioja e fausta aspettativa in Napoli, e 1 sole di primavera che splende ai cader di gennajo, allieta i Principi ospiti e l’illustre lor seguilo. Le uni che passeggiate in Europa di Chiaja e Mergellina, le visite ad Ercolano e Pompeja, la ferrovia pittorica di Portici e di Castellamare, la salita al Vesuvio, che da più d’un anno con la sua pigra eruzione capricciosa e fantastica si è reso un faro splendente del voluttuoso golfo napoletano, costituiscono le poeti che visite degli augusti di Toscana, in mezzo a cui la Principessa Ereditaria, Anna di Sassonia, gode più d’ogni altro, perché nuova alle nostre contrade. Ed infetti per una Principessa dell’estrema Germania, benché sposa nella bella Firenze, è una sequela non interrotta d’incanti una visita a Napoli. E quella bionda e delicata Signora, vero tipo di razza alemanna, sente nuovo vigore nella gracile e sensibile persona, respirando le nostre tiepide aure, cogliendo i fiori de' nostri giardini, accorrendo col suo giovanissimo sposo, ovunque sorgono le meraviglie privilegiate di questa classica terra.

E quel Leopoldo di Toscana, si distingue ognora, quale gemma fra le gemme più virtuose dei Principi Reali d’Italia, con quella bontà che traspare visibile dalla persona; e, con la parola col gesto col guardo, ti dona costantemente una cortesia un’amabilità una piacevolezza.

Oh! io non lo avvicinava da anni, dopo del suo venire a Gaeta. Ma gli anni (26) che corrono sulla sua vita stimabilissima, lo rendono più nobile nella persona con quella lunga canizie che scendegli sugli omeri, e addita una testa di quei primitivi filosofi greci, che le reliquie del lo scalpello di Fidia, ànno tramandato i modelli fino a noi.

E ‘l30 gennaio si recano da Palermo a Napoli gli Arciduchi Ranieri e Guglielmo e l’Arciduchessa Maria, che licenziandosi dai nostri Reali in Lecce, per appuntamento sicuro si avvicinano alla capitale onde prender parte alle feste nuziali e rappresentare la Corte di Vienna e 'l parentato austriaco della nostra Regine alla sollennità del matrimonio di Francesco. Ma sono avvertiti che il Re è di nuovo infermo, e che Sofia già parte da Vienna per Trieste onde giungere a Bari. Gli augusti di Austria che videro Ferdinando ammalato a Lecce, si affliggono più d’ogni altro all’annunzio di questa novella indisposizione, e vanno a Caserta, visitano i figliuoli del Re ivi rimasti, li covrono di mille e cento carezze consolatrici, assicurano in ogni modo possibile del presto ritorno de' loro amali, quegl’innocenti trepidanti cuori, e preso commiato dai Principi di Napoli e di Toscana, si recano colle poste a Bari, ove noi l’abbia mo rinvenuti.

Ma al meglio delle festanti aspettative, la città di Napoli, ode che la notte del di sei febbrajo i Reali Principi nostri e di Toscana, di persona accorsero dall’adiacente Real Palazzo della Foresteria dimora del Granduca, per chiedere nella Basilica di S. Francesco da Paola il SS. Viatico che loro stessi piamente accompagnarono. Di che si tratta? Nientemeno la Principessa Ereditaria di Toscana, la giovane Anna di Sassonia, à duopo degli estremi Sacramenti, perché sen muore! Oh Cielo; e come? la Granducale Famiglia di Toscana intraprende un viaggio per fausto ritrovo di congiunti, causa di nozze; viene alla Reggia di Napoli per splendere, per allietarsi ed allietare, e rinviene il Re Ferdinando infermo a Lecce indi a Bari, ed ora si apparecchia a veder morire la giovane sposa del suo primogenito? com’è possibile che avvenga? quella bionda figlia di Germania che accorse a bearsi delle aure napoletane, è qui giunta per dare l’addio estremo alla vita?...

Chi à coraggio di pingere con veri colori, le scene strazianti che si succedono in mezzo agli augusti di Toscana, colti all’improviso dalla sventura? chi à lena per ridire le afflizioni in cui ai sommerge l’affettuoso e sensibile spirito pubblico della città metropoli? Ed ogni napoletano esclamava ; oh! giovane infelice, venne per le feste e venne a morire?—e il nostro Re infermo a Bari, riceverà questa trista nuova al suo cuore di già addolorato? ah! non si dica al Re, si celi per quanto è possibile il disgraziato avvenimento—e le feste per sì lieto e sospirato matrimonio del nostro Principe Ereditario, si contrastano col luttoe colla morte?

E la giovanotta erede del Trono di Toscana, con un’abnegazione eroicamente cattolica, e col sorriso degli angioli sulle labbra, qual venusto fiore colpito all'improvviso da bruma micidiale, china il capo sullastame della sua speranzosa esistenza, va sfrondalo fra i gorghi della rapida fiumana del tempo, e sale sale, alla vita che non si muore, al cospetto dell’unico Soliche non tramonta, e che ignora la sera ai cospetto de' secoli; Iddio.

E quale infermità la condusse al sepolcro?—io, non sono uso a rivolger la parola agli uomini, mentre straordinarie catastrofi passeggiano attraverso una generazione che va. A che valgono i loro sillogismi? arrestano forse il carro degli avvenimenti?—Ma invece, rivolgo supplice gli occhi al Cielo, ed esclamo col cuore: Signore, basta, non più…

Ahi! il Re conobbe l’avvenimento luttuoso a Bari, e ordinò solleoni pompe funerarie. Ma il cuore sensibile di Leopoldo, non brama di rattristare oltre per causa della sua famiglia, la città di Napoli, e di far passeggiare un feretro per le festanti addobbate vie della metropoli del Regno; e invece, dopo compiuti i riti mortuarii nelle allattate sale della Real Foresteria, vuole che il cadavere della nuora per via di mare, riceva i debiti funerali nella capitale del suo Ducato.

E dopo pochi dì, una fregata a vapore della nostra Real Marina di guerra, prende il lutto, veste di bruno una temporanea stanza ardente, riceve la cassa mortuaria col seguito di servizio della Corte di Toscana, e salpa l'ancora per Livorno, tacitamente uscendo dal golfo di Napoli. Addio, o Anna di Sassonia, la gentile Firenze, venti è più giorni prima, ti salutò per commiato della tua venuta a Napoli, ed ora verrà a ricevere il tuo cadavere. Sia almeno, acqua che spegne il fuoco antisociale che ivi già se non avvampa, sfavilla, l’entrata della augusta estinta, che esci piena di giovane vita dalle sue mura alla distanza di pochi soli;—e sia per l’afflitto cuore del buon Leopoldo, l’unico dolore che lo accuorerà, in quest’anno sì infausto.

E questo golfo di Napoli, sì colmo d incanti e di piacevolezze, vede uscire unnaviglio silenzioso, che reca la salma d’una Principessa Reale al sepolcro di Casa Lorena, ove un’altra Anna di Sassonia si sotterra (27) ; E questo golfo fra poco, vedrà giungere tacitamente altra nave, recando su letto un Re, che viene a morire in mezzo a' suoi figli e congiunti. Quella giunse florida in vita a Napoli e parte cadavere—questo, partì da Napoli in salute piena, e ritorna gravemente infermo.—E non è scorso che un mese! Signore, basta, non più.

Leopoldo ed Antonietta col vedovo figlio e co’ congiunti, dalla Real Foresteria prendono stanza alla piccola casina Beale del Chiatamone, e confortandosi a vicenda aspirano al sollecito ritorno del nostro Re, non più per assistere alle feste dello sposalizio, ma per consolarsi nel rivederlo dopo tante successive disgrazie di famiglia. Alla morte si piange ma non vi à riparo, ma ad una infermità di carissima persona che stà lungi, si piange sì, ma si spera asciugare ogni lagrima.

Attendete pure, o bennati cuori: almeno, se è diroccato lo scopo della vostra visita, io rialzerete in parte coll’abbracciare Ferdinando incolume.

Sono scorsi de' giorni dalla morte di Anna Principessa Ereditaria della Toscana, e Napoli mentre cerca obbliare la dispiacenza sofferta, e tutta è rivolta con non lieti pensieri a Bari, vien colpita da nuovissima seconda disgrazia: Maria Isabella Leopoldina Amalia, figliuola prediletta del Principe delle Due Sicilie, Luigi Conte di Aquila, e dell’ottima Januaria dell’ImperialCasa Braganza Borbone del Brasile, è stremata di vita alla fiorente età di tredici anni. ;Signore, basta non più.... ;ma una seconda bara si vede apparire nella Reggia di Napoli, e la pia verginella, fra le braccia tremanti de' desolati augusti genitori, chiedendo la benedizione del suo zio e Re lontano, mandandogli mille baci di casta colomba che già à le ali aperte a rapido volo, al dì quattordici di sì infausto febbrajo, corse nudo spirito inghirlandata di puri gigli, da stella in stella, sulle eterne vie attraversate da Anna di Sassonia;oh! anime belle, se l’una aprì l’altra la via del Cielo, di grazia, chiudetela per ora questa cara via con i voli delle vostre preghiere. Bastano due vittime propiziative, e siano le lagrime sparse per voi, suggello ad altri dolori; e sia la morte vostra, vita alla vita incerta del nostro Re!Intanto la Real Basilica di S. Chiara si parò pe’ funerali. Non ebbe pubblicità consueta il rito mortuario per le vie, all’infuori di quanto stimò spendere grandemente in chiesa la dolentissima casa del Conte di Aquila. E il Re a Bari ricevè questa seconda tazza di amaritudine. E Napoli vide per una seconda fiata il bruno nella casa de' suoi Re, mentr’ella continuava a vestirsi a gioja. Ed io che scrivo questi amarissimi ricordi, bramo rammemorare al lettore, un palpito arcano del povero mio cuore.

L’alto servizio di Camera della Maestà del Re, venne adibito ai funerali in S. Chiara per la morte della figliuola del Principe Luigi. Dì dopo, imo di essi mi raccontava la cerimonia, il lusso de' parati, e come accompagnando il feretro sulla stanza destinata a ricevere i Reali depositi, si stentò a collocarlo, e, mi soggiunse, appena vi à luogo per un'altra cassa, per dire ch’era piena tutta. Vi à luogo per un’altra cassa? e rapidamente col pensiero, passando a rivista l’ottima salute d'ogn’altro della famiglia Reale, corsi coll’idea a Bari, ed il cuore si agghiacciò per lo spavento, e come un fantasma funereo, da quel giorno fino alcompimento delle comuni disgrazie, m’inseguiva ogni ora il molto dell’amico: vi à luogo per un altra cassa…

E un altra calamità ci reca il telegrafo elettrico, pria di cadere questo funesto mese di febbrajo. La consorte di Luitpoldo di Baviera, Augusta Ferdinanda Luisa, è inferma, e si dispera di sua vita. Nientemeno Leopoldo di Toscana avrà il dolore di sentir morire la sua figlia lontana? e la nostra Sofia a Bari dovrà indossare da sposa appena, un lutto di famiglia? e la Corte delle Sicilie, soffrirà nella splendida festa che Tadorna la tersa fiata in un mese il vestire a bruno?... Ma quest’altro disastro scomparve almeno.

E da Napoli a Palermo, e per ogni città del Reame, all’eco successiva di tante gravi e disastrose vicissitudini, si paravano le chiese e le piazze, si abbellivano di sfarzosi addobbi le vie più nobili, i luoghi più animati da sociale consorzio. E Napoli specialmente vestiva il prospetto architettonico del largo Carolino, di macchine colossali, gremite di miriadi di lumi a cristallo, di svariati ed immaginosi trasparenti, d’ogn’altro corredo lussuoso e splendido che completar potea un si vasto ornamento. E da Toledo a Foria, e dal largo del Castello al Carmine, e per le vie interne come una rete di esultanza unita covrivano la gran città i preparativi del comun gaudio, che in ogni giorno si rendea superiore all’impazienza, aumentando i modi festivi. E ‘lduomo di Napoli, per le speciali cure dell’Eminentissimo Arcivescovo, vestiva già quelle si decorose mura del vasto tempio di grandioso parato di porpora frastagliato da aurei gigli. E come se le due morti auguste in Napoli, fossero state di espiazione alla città, e che la gioja veniva appresso più colma di lietissimi augurii, i voti ed il lusso si duplicavano, perché non era più isolata la esultanza, ma duplice per se stessa, cioè; oltre il compimento del gaudio per le nozze del Principe Ereditario, si univa la magica idea del ritorno del Re, sano e salvo dopo due volto infermo, dopo una sequela di palpiti dubbiosi, dopo una larga ed inesauribile vena di preghiere comuni, innumeri e brillanti di fede a Dio, quanto e come l’arena del mare.

Chi avrà la possa di enumerare, attraverso di cinque mesi, le speranze quotidiane e le quotidiane dispiacente, di dieci milioni di persone, uniti già ad una festa comune, e che ignorano se e come dovranno torse unirsi in un lutto comune?... slanciati a mirare alba di un lietissimo giorno, mentre tuttavia il sole splende in cielo, temer devono il suo tramonto, e per sempre?…


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IX

Il Re Ferdinando infermo a Bari—voli di quella Città e Provincia.

E da Napoli, volgiamo lo sguardo a Bari, che per la venuta della Duchessa di Calabria e per la malattia del Re, si è elevata ed è la possa di mantenersi alla dignità di metropoli delle Sicilie. Ferdinando si è adagiato sul suo letto militare, per non lasciarlo mai più. La medicina studia e quistione, medita ed indaga, sceglie rimedii e si sforza ad una guarigione che ogni dì più si allontana dal Re, che soffre dolori acerbi e lavora per le cure di Stato, che pena col corpo e collo spirito, ma che offre le sue dispiacenze a Dio, come in olocausto di espiazione propiziativa per la sua famiglia, pe’ suoi popoli, e non per se; giacché la sua mente cattolica, comprende, che una catena impensata di tanti e tanti malagevoli avvenimenti, dilatasi man mano Ano al sepolcro» e che Vangelo delle afflizioni à picchiato alla sua soglia, onde si apparecchi da Re, alla chiamata del Signore dei Re. Non lo dice ancora, ma quella serenità che lo affianca nelle ore più dolenti degl'infermi giorni, quella rassegnazione completa nelle sofferenze quotidiane, quella calma religiosa che lo assiste tra i fastidii cruciosi d’un ignote ma spasmodico malanno, che dalle ossa alla carne rendono il suo corpo come chiuso fra gli eculei del martirio; tutto questo assieme eroico di umanità e di religione in Ferdinando II, elevano ogni cuore sensibile alla persuasiva, che il più e coraggioso Monarca, è convintoche Iddio lo vuole elevalo ad altra vita, offrendogli una stilla del calice di Getsemani, onde nel mare delle amarezze, acquistasse la stola candida per ottener lena al viaggio eterno, riempisse la lucerna della speranza con Folio della rassegnazione, e cadendogli lo scettro di Re, la sua destra acquistasse invece la palma che spetta a chi à combattuto nel buon arringo, a chi à raggiunto la meta.

E Ferdinando rinviene a se d’intorno due affetti unicamente colossali che l’assistono, e che contano gl'istanti di sua vita con numero incessante di preghiere a Dio; e questi due affetti che si estollono nella lor luce di amore dalla terra al Cielo, l’uno à base nel cuore della famiglia Reale, l'altro à sede in mezzo alle viscere sensibili de' popoli suoi.

I popoli suoi?

Non è l’amore che splende intorno alla Maestà d’un Re sul Trono, d’unRe che largisce con la sua presenza beneficii e grazie, d’un Re circondato di fasto e di magnificenza tra feste e tripudii, d’un Re guerriero che è reduce dalla vittoria su conquisi nemici delle sue genti, no!è l’amor vero, leale, disinteressato, puro e semplice, abnegativo e personale, che i popoli smaltiscono intorno al ietto doloroso del loro Sovrano infermo!

E benché la malattia di Ferdinando, fuori Bari, non appalesa valore alcuno di apprensioni, perché s’ignora; dalla lontana Sicilia, dalle remote Calabrie, dagli Abruzzi, da ogni altra provincia e città del Regno, e da Napoli specialmente, s’iniziano le pubbliche preghiere con un triduo solleone. Ma Bari e la sua regione, accalcata tutta in Bari medesima, mercé la voce dell’intero episcopato della provincia ivi riunito per la festa Reale ed ivi rimasto in permanenza per la infermità del Re; mercé Francesco e Sofia che visitano i santuarii votivi in ogni giorno, e mercé quella folla di popolo che si raggira intorno la Reggia, ed à l’occhio penetrante, ed il cuore allerta per spiare ad ogni istante le sofferente del suo Sire, ;deh! chi à forza di ritrarre dal vero i voli e le preghiere di questo popolo, per la guarigione del proprio Monarca?

Egli è quel popolo che vegliò molte notti, per attendere l’arrivo del Re, è quel popolo che tolse i cavalli dal Regio cocchio ed eseguì l’entrata del comun padre in completo trionfo, è quel popolo che con tanto sfoggio di lusso e di gioja festeggiò la visita con cui l’onorava il suo Sovrano, è quel popolo elevato alla prestigiosa distinzione di testimoniare nozze Reali, e di partecipare alla festa degli sponsali del Principe Ereditario del Regno, che spinto da letizia a meravigliosa e non sperata esultanza per la volontà munificente di Ferdinando; ora che l’allegrezza si è mutata in mestizia da se si desta passando da un sogno lieto ad uno luttuoso, e si eleva al cospetto di Dio umile e penitente, radiante di fede cattolica e di coraggio cristiano, ed alza la sua vocealle sfere, grande di se nell'impeto del dolore come innarrivabile si mostrò nell’impeto della gioja. Uno è il suo motore, ma duplice edifferente è la forza che agita lo spirito ed il cuore:—allora piangea al plauso di viva ilRe, ora lagrima intenerito per i malanni che Inno steso in infermità quel Re medesimo.

Splendono a mille i cerei appo l’urna santa del taumaturgo Arcivescovo di Mira, Nicolò; e Francesco e Sofia co’ giovanetti Reali Luigi di Trani ed Alfonso di Caserta, accorrono a quella monumentale e storica Basilica per recare i voti loro a tanto intercessore, e 1 vasto tempio trovano gremito di popolo supplicante. La voce degli augusti non si ode, ma il mormorio commovente di tutto un popolo pregante, sale al Cielo come densa nube che vela il sole; ;le lagrime de' figliuoli del Re si contano come perle preziose a' piè dell’altare, ma il pianto del popolo barese è come mare agitato, le cui onde sonore ripercuotono l’eco supplichevole di tanti e tanti voli uniti, e che dalla marmorea sottochiesa sale su per le vaste navi di quella Basilica di stile gotico e bizantino, che ricorda tante nobili pagine della storia d’Italia, del dominio del Ducato di Bari e di Puglia, e delle dinastie regnanti nelle Sicilie, attraverso la sequela di molti secoli.

E 'l Duca e la Duchessa di Calabria, si recano per voto alla chiesa metropolitana di Bari, altro santuario in cui si venera la miracolosa immagine di Maria SS. di Costantinopoli, mentre la popolazione barese ancor ivi si unisce alla preghiera per la salute del suo Re, non una volta ma due volte in ogni dì, per tutte quelle palpitanti giornale; e quella città che è l’ultima a festeggiare con umane pompe la Maestà del suo Re in terra, essendo elevata per straordinarie feste alla distinzione di metropoli del Regno, ora che queste feste si trasformarono in voti e preghiere a Dio per la crescente malattia del Re, sente come una grave responsabilità da risponderne a se stessa ed al Reame, la vita in pericolo di un tanto essere, e virtuosa ed affettuosa com’è non cessa d’invocare il Cielo a testimone dell’amor suo e del suo dolore per la salute del Monarca.

E Francesco e Sofia sortono da Bari e si recano al santuario miracoloso della Madonna del Pozzo che si venera nel paese di Capurso, e in altro giorno si stendono fino al comune di Bitetto, ove tanta devozione àvvi per l’intatto corpo del beato Giacomo, e le città ed i paesi tutti di quella culla provincia, visitati da Ferdinando nell’andare a Lecce, e quei che à promesso vedere nel suo ritorno a Foggia, per loro speciale divozione all'augusto e per l’invito paterno de' loro Vescovi riuniti in Bari, elevano voli di fede vera a Dio ed ai santi proiettori delle rispettive comunità; ed ogni popolo nutre la speme sulla guarigione della Maestà Reale, ospite e Sovrano nella capitale della provincia, e niunuomo o famiglia dispera di dover ripetere ad alla voce, viva il Re, viva Ferdinando II.

E Ferdinando II, tranquillo in mezzo alle sofferenze, non bada ai do lori che lo incalzano, ma si affligge per le afflizioni che sentono i suoi popoli pel suo stare infermo in mezzo ai preparativi di feste; si accuora pe’ disagi della sua consorte, de' suoi figli, e dei personaggi di Corte e dello Stato, dimoranti lontani dalle proprie famiglie; ma su d’ogn’altro si preoccupa de' suoi congiunti a Napoli e della sua tenera figliolanza che lo attende a Caserta, e di Sofia che venne sposa d’un Principe Ereditario, e dopo le giornate festive di Bari, per diletto di fresche nozze non à altro che assistere il suo nuovo padre che conobbe in letto e non lo vedrà mai nel nobile assieme della persona.

Gentile e manieroso anco in mezzo ai dolori, per qualsivoglia servi zio che ottiene, non fa che chieder scusa dell’incomodo che dà, egli ch'è Re, e covrire di affabilità chiunque à un dovere da compiere, verso la sua sacra persona; ed ognora che lo avvicina l’intendente della Provincia per ufficio, non trascura di ordinargli i suoi più affettuosi ringraziamenti alla popolazione di Bari.

Convinto esser la infermità che lo colpisce di qual che dorata, e non potendo compiere di persona la visita attesa dalle città baresi che sie dono sulle rive dell'Adriatico, onde non perdere l’assunto di quel viaggio fino al completo de' suoi generosi disegni; ordina ai ministri che lo seguono di percorrere quella linea, e nel suo augusto nome chieder conto de' bisogni locali di que’ fiorenti municipii, e come fosse presente in ogni luogo, satisfare ad ogni possibile desio di pubblico interesse, e di spargere le sue grazie Sovrane, ovunque vi fosse una lagrima da tergere.

E da Bari per Giovinazzo Moffetta Bisceglie Trani e Barletta, i lavori pubblici si elevano su di altissima scala di progetti, e specialmente per opere idrauliche che riguardano i porti marittimi, per ponti e vie, e per bonificazione di sterili e paludosi terreni. Le case penitenziarie ottengono visite munificenti in nome del Re, e da Bari a Barletta, il perdono si dilata su molti detenuti che riedono alle vedovate famiglie col grido prestigioso sulle labbra e nel cuore, di viva ilRe!

Ma mentre in Bari la dimora del Re si prolunga senza conoscersi il termine presignato, la città di Napoli, questa testa voluminosa del corpo sociale delle Sicilie, mena la vita del sospetto e dell’incertezza, che aumenta le pubbliche dispiacenze, motivate dall’oscuro delle nuove spettanti alla malattia del Re. Non è la stanchezza di più oltre attendere il suo ritorno, non è l’ansia di slanciarsi in mezzo alle apparecchiate feste, ma è la necessità che l’anima e la scuote onde aver nuove quotidiane sulla salute del Monarca, che l’organo ufficiale di rado recava, e che spesso dovessi mendicare una novella incerta per la via di private persone. Nobile e virtuosa scontentezza si era questa, che scovriva l'amore dinastico del popolo napoletano fino alla sua profonda radice, e rendessi più civile e lucente, perché partiva da un volere universale, che togliendo la maschera alle opinioni in lotta, elevava l’interesse per la vita di Ferdinando II su i voli de' suoi amici non solo, ma di coloro che si stimavano suoi nemici e che in quei dubbiosi giorni si palesavano più dolenti più energici, nell’ottenere pubbliche e quotidiane notizie del Re infermo e lontano.

E dalle vie di Napoli, penetrando nella Reggia, le ansie ed i desii, ammiravansi commoventi pari che nella città. I Principi Luigi di Aquila e Francesco di Paola di Trapani, benché il primo immerso nelle più profonde afflizioni per la morte di sua figlia, ed il secondo per i suoi stretti legami appo la Ducate famiglia di Toscana, in lutto benanche; ma che? sulle loro dispiacenze elevavasi la dispiacenza massima pel pensiero del loro Signore e Fratello malato e sì lontano da Napoli. E la pia e tutta buona Principessa Carolina con Fintante suo consorte, sorella, cognato ed ospiti di Ferdinando, oh! quale cruciosa esistenza menavano in quei dì. Non dico parola sull’Infante Sebastiano, cugino, cognato, ospite, ed amico del Re (quanto dir possa questa parola), perché l’anima bella di questo Principe di Borbone e Braganza, è uno specchio ove l’alito neanche appanna. Leopoldo di Siracusa compendiò io se le sofferenze de' suoi,—e benché innanzi al Re, sono sudditi ubbidienti anco i Principi Reali, ;spiccò dolente dispaccio elettrico al Re, che ne comprese la latitudine, e tosto partì rapido per la via di Bari. I Reali congiunti respirarono, la città di Napoli benedisse la sua gita, come don angiolo che recar deve fauste novelle; e dopo più che ventiquattr'ore, alla sera del dì 16 febbraio vi giunse, esponendo i vivi rancori degli augusti e della metropoli del Regno, appo il Ietto di Ferdinando che se ne compiacque; e d’allora i popoli nostri si ebbero quotidiane notizie del Reale infermo, se non sempre speranzose, atte almeno a manodurre lo spirito pubblico per la via vera delle sue dispiacenze.

Un episodio sinistro addolorò la permanenza del Conte di Siracusa a Bari; la morte subitanea e sotto le armi del colonnello Pucci del'1° Reggimento granatieri della Guardia Reale. E benché i medici rinvenissero motivi atti a quella morte, i cuori spaventali da tanti avvenimenti se l’ebbero come un altro sinistro presagio. La mattina delgiorno 18, Leopoldo ripartì da Bari se non lieto, recando almeno la certezza sulla situazione del male che riteneva ancora a Bari il Monarca.

Gli Arciduchi e l’Arciduchessa d Austria, vedendo il lungo stare del Re in Bari, si decisero a partire, anco per recare delle nuove a Caserta, a quegli smarriti cuori innocenti degli altri figliuoli di Ferdinando, loro carissimi nipoti. La licenziata fa commovente da quell’augusto congiunto per cui sentono tanto amore ed orgoglio, ma l'afflitta e coraggiosa loro sorella la Regina Teresa gli racconsolò, attendendo in Bari un’altra loro visita a primavera. Ah! Guglielmo almeno, a primavera, uno de degni figli del bravo Arciduca Carlo, avrà la febbre generosa delle battaglie che lo stordirà, per fargli sentir meno la piena della nostra catastrofe di Caserta; ma Ranieri e Maria, al cadere di maggio, non da Rari ma da Vienna, ricorderanno d’aver proferito nel dì 24 febbrajo, l’addio a Ferdinando per l’ultima fiata, e che gli abbracci a Teresa Regina, eran dati alla prossima Sovrana vedova delle Due Sicilie!

E gl’Imperiali di Austria vennero accompagnati per ben quindici miglia, cioè fino a Molfetta, dai Reali di Napoli Francesco e Sofia, Luigi di Trani ed Alfonso di Caserta. Ammirarono le esultanze popolari di Giovinazzo e di Molfetta nel vedere l’augusta coppia del Duca e della Duchessa di Calabria, che senza lor desio o volontà, Iddio gli spinge a salire il Trono; e addio, addio, a rivederci a Bari in maggio... furono le ultime parole di scambievole commiato. E i Reali si restituirono alle penose giornale di Bari, e gl'Imperiali giunsero a Napoli, trepidanti, per versare lagrime di tenerezza nella Reggia di Caserta.

Sì, nella Reggia di Caserta, ove rinvennero quelle auguste creatore, come colombe smarrite nel proprio nido. Per quanto il loro coraggio potette, riescirono con affettuose menzogne a calmare quei cuori sconsolati e mai usi a vedersi lontani dal padre e dalla madre loro, e che da circa due mesi, non ànno più preghiere a sollevare al Cielo per la salute del carissimo genitore lontano. ; E da Caserta a Napoli, e da Napoli a Roma, onde recare nuove di Ferdinando all’addoloratissimo cuore del Pontefice Massimo, Pio IX, che à aperto già dall’alto del Vaticano, i tesori inesauribili delle preghiere cattoliche, pel riacquisto della sanità primiera. all’Augusto Reale, Suo Figlio dilettissimo in Gesù Cristo.

E ‘lGranduca di Toscana e Maria Antonietta, co’ loro figli e con la loro Corte, tacitamente si restituirono a Firenze, avendo inteso che il Re fino a primavera si tratterrebbe a Bari, e—cugino e sorella del lontano augusto infermo, sperano che il dramma funesto cui ànno preso parte in Napoli, cessi fra poco, col desiato ritorno di Ferdinando alla capitale del Regno, e credono che il loro lutto e le feste cessale, siano offerte propizie per la incolume salute dell’amato oggetto de' loro cuori. E giungono a Firenze, per dar calma ai loro animi abbattuti, e... eh!;ma quest’anno è sì nuovissimo sulla ruota del tempo, che la mente vacilla, è incerta nel raccogliere avvenimenti, che la storia ventura si appaleserà sospettosa a registrarli, e che soltanto nel libro eterno dei secoli, sarà dato all’uomo leggerne le pagine vere.—Quanti dolori, quali119stranezze, quali impossibilità si urlano per signoreggiare!;Oh! come la mano giusta di Dio, si è resa visibilmente pesante sulla generazione di oggi!...

Il male, cambia arnesi e fisonomia non più a giorni, ma ad ore, al cospetto del mondo per trionfare. ;Ma ignora che Iddio si serve di lui per umiliare le età orgogliose?;Quella sua destra che toccai monti, e questi sfumano al suo cospetto come incensi sul fuoco degli olocausti; quella destra, dopo il castigo, dirà al bene:—Denuda il male al cospetto dell’umanità già contrita, e mettilo in fuga come arida foglia, innanzi all’aquilone.

Crediamo, e speriamo.


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Da Bari a Caserta la partenza—l’arrivo.

QUALI avvenimenti sono scorsi, in breve tempo, da Caserta a Lecce, e da Lecce a Bari; - e quali e quanti altri si succederanno da Bari a Caserta!... E tutto quest’assieme di gloria, mista di gaudio e di afflizioni, si racchiude in due cifre prossime fra loro, il di 8 gennajo ed il di 9 marzo 1859.

Il primo di questi giorni, vide la Maestà di Ferdinando uscire dalla Reggia di Caserta, erculeo nella persona, con la gioja nel cuore e con la clemenza sulle labbra, per attraversare cinque province del Reame in mezzo a spalliere di popoli entusiasti; il secondo di questi due giorni, rientrare nella medesima Reggia, adagiato su letto di sofferenze, dopo d’aver accolto le lagrime desolate di quarantamila e più baresi, testimoni silenziosi e mosti de' suoi addii, e dopo la più lunga traversata di mare che circuisce il Regno continentale, toccando nel Faro la Sicilia, quasi un commiato generale da’ suoi dominii e dalle sue genti…

Ripetiamolo; é un dramma, un poema, questa storia di cinque mesi, e le età venture delle Sicilie leggendo il libro della storia patria di oggi, ricorderanno con religioso rispetto, quest’epoca calamitosa ed unica per se stessa.

Intanto che si pensa a Bari?; qualunque siano le certezze e le dispute mediche, se una o due fossero le infermità del Re, se l’una sia conseguenza dell’altra, se la febbre proviene dal dolore alla gamba, osia l'effetto catarrale (o qual sia la scelta atta, fra le miriadi di composizioni chimiche, che oggi, secolo di progresso, riducono o aspirano a ridurre lo stomaco umano un crogiuolo, o un fornello decompositore a doppio riverbero); è universale il pensiero che il Re rimanga a Bari fi no allo spirare delle vitalizzanti aure di aprile, e ciò è logico per medici e non medici, per chi crede alla medicina di oggi e per chi la rinega. Il Re era apparecchialo ad una grave infermità, e le ambienti della stagione, il rapido cambiamento di arie diverse che à respirato, e 'l soverchio moto a cui la macchina nascostamente malsana non si addiceva; certamente come tanti ignoti nemici, invisibilmente ànno recato delle gravezze ad uno malattia, il cui corso polea frenarsi, prevedendola a tempo utile, e che non prevenuta, si sviluppa con sintomi formidabili.

Dunque le più sicure medele di oggi, runa si è il riposo, l’altra si è acclimatare per necessità l’infermo, sotto quel punto d’aria ove l'infermità prese maggiore sviluppo.

Veda bene il lettore, ch’io sono un piccolo ragionatore innanzi alla scienza di Esculapio, che la dotta antichità moralizzandola sempre, la chiuse fra i templi e gli altari;e che fu sì rispettabile un tempo quando la semplicità l’era di veste e 'l timore di Dio l’era di scudo, mentre oggi assediata com’è da due scogli irti e burbanzosi quali sono la filosofia fisiologica eia chimica filosofica, (nel generale) non ò cuore umano né viscere cattoliche per far d’inchino alla medesima, se si avvicina al letto del povero: ora s’immagini trovandola appo il letto di porpora d’un Monarca (28).

Vi à chi dice tuttora, che 'l nostro defunto amalo Re, facea duopo a Bari, e fors’anco a Lecce, dello sguardo penetrante del chirurgo e non del medico. Azzarderei di creder meglio cosi, se non temessi di veder giungere sul mio tavolo di semplice narratore, grossi volumi molti, scritti da dottissime mani, sulla duplice quistione della malattia del Sovrano delle Sicilie, quali acerbi insulti, quali irascibili ironie, al nostro comune dolore per sì amara perdita; giacché quei volumi non mi direbbero che Ferdinando soffrì un dolore di meno tra i continui suoi spasimi, né che Ferdinando vive ancora, o che potrà evocarsi fra poco dal silenzio della tomba. E quando manca tutto questo, quei volumi non saranno che vanità, jattanza, crocifissione dello spirito. Ferdinando II fu martire nella sua infermità, Ferdinando II morì quando la medesima giunse a spezzare i legami del corpo da quelli dell’anima. Questo io veggo, equesto io credo;—e ripetendo il molto, elio nelle grandi catastrofi non fa duopo rivolgere la parola agli uomini ma a Dio, chiamo a guida delle dispiacenze universali, non la fatalità della scuola antica o odierna, ma la filosofia cattolica, luce di chi crede e spera, e togliendo da sulle labbra di Giobbe il molto che sarà la sapienza vera de' secoli tutti, esclamo a me stesso, pregando pace e riposo eterno alla bell'anima: Constituistiterminosejus, qui praeteriri non poterunt. ; Cosi solo acquisto lena di metter la mano tranquillamente sul mio cuore, enumerare i suoi battiti placidi e senza rimproveri, e proseguire fino al termine gl'intrapresi ricordi che si racchiudono nella cerchia di cinque mesi.

Ferdinando soffre; ma stima ancor egli trattenersi a Bari fino a primavera, per così rinvigorito della persona, restituirsi a Napoli; ma sempre dopo d’aver visitato per qual che giorno le due città non più in aspettativa, ma indimenticabili nell'animo augusto, Foggia e Manfredonia.

Il culto medico di Camera, cav. Ramaglia, chiamato a metà, à inteso il dovere di stanziarsi ove il Re soffre, e questo unitamente al professore Leone di Lecce, persona che racchiude nella sua suscettibilità l’alto ardire affettuoso del popolo da cui viene, s’interessano in ogni modo fallibile ad arginare gli eventi dell’infermità; sì perché la malattia la stimano grave, sì perché il Sovrano non è uso a vedersi infermo, e sì perché il Monarca stesso non à divozione per le medicine, ed è Re, filosofo, cristiano e soldato.

Oh! se il lungo tema da svolgersi mi dasse tempo e spazio, narrar vorrei le virtù di innarrivabile affezione che in quei giorni tribolati si spiegarono appo l’augusto infermo, dai personaggi tutti che furon chiamati allo sposalizio in Foggia ed al viaggio nelle Puglie, e che poi riunir si dovettero in Bari. Mi sia permesso registrarne taluni in questo fugace libro di ricordi, privi di bugiardi aromi, per non saperlo io fare, e per non meritarlo ch’io stimo degno di un plauso; ma ripeto, vorrei notarli tutti. Quel Riccardo di Sangro, che nel suo nome storico d’illustre famiglia italiana, sì bene accumula le tradizioni avite pel cingolo militare che sostiene decoroso e per quei tenaci legami paterni ereditali e sostenuti impavidi con costanza d’affetto dinastico, egli, primiero compagno d’armi della giovinezza di Ferdinando IL Quel Giuseppe Statella, eguale a di Sangro compagno d’armi del Re, ed entrambi primieri uffiziali d’ordinanza del Re militare a vent’anni: oh! tutto e poco quanto pub dirsi a questo cognome d’una famiglia, il cui alto amore verso i Borboni di Napoli, da Carlo 111 finoggi, si può appellare per la gagliardia che possiede in tutti i tempi, un vero parentato alla dinastia dei Re delle Due Sicilie. Quell’Emma nude Caracciolo di S. Vito, modello modernode' cavalieri antichi, per la tenacità militare, pel contegno aristocratico, e per l'affettuosità sincera che serba nell’amicizia, e per la cortesia che smaltisce in chi lo avvicina, è ancor egli un tipo di vero attaccamento al Trono, e che oltre la parola del Re non ammette sillaba che lo smuove. E quell'Alessandro Nunziante, vero Bajardo de' servitori di Re, cavaliere senza. paura e senza rimprovero, à tanto affetto ereditario per Casa Borbone, che spesso la fermezza affettuosa che lo possiede, lo appalesa burbero e rude nel dire la verità che disse ognora. E quelFrancesco Ferrara, maestro e guida del Duca di Calabria, che si bene da anni sostiene con compiacenza del Re e del Regno, l’alto onore e l’altissima responsabilità di istruttore del Principe dellagioventù. E quel Francesco de Latour, figliuolo di quella rispettabile dama che fu la prima educatrice di Ferdinando e de' suoi fratelli e sorelle;quel Francesco de Latour che la Provvidenza prescelse a scudo visibile della vita del Re sul Campo di Marte nel dì monumentale 8Dicembre1856. E quel Leopoldo del Re, che nel gentile contegno di cavaliere di Camera à l’affabilità di far scomparire il rude andare d’unmilitare di marina, e che da anni segue il Re come l’ombra il corpo. E quel rispettabile Marchese Imperiale di Francavilla, che sostiene l’alta onoranza che lo distingue a Corte, con una gentilezza e cortesia che non vi à l’eguale; e quel Severino virtuosamente sì umile e sì esaltato dalle cure del Re; e tanti etanti altri nomi rispettabilissimi e bene uniti al Real consorzio, deh!trascelti dalla Maestà Reale a splendere i primi in mezzo alle feste di altissime nozze auguste, ora potrei dir bene, che la catastrofe di Bari à reso questi eletti della Casa del Re, più sofferenti del Re medesimo. E infatti, i dolori corporali di Ferdinando, sono circoscritti perché visibili e localizzali; ma le ambasce delle persone sue, non vedono sponda ne rancori de loro animi, perché lo spirito umano è uso nelle sue passioni a crearsi un orizzonte di gioja odi dolori, grande quanto è senza limiti il timore nell’uomo, che sorge dall’amore. È duopo aggiungere che i loro cuori, non si erano uniti alla sola esultanza del Re, ma quasi tutti voleangodere del gaudio di Francesco di Calabria, nato in mezzo a loro, cresciuto alla vita delle armi fin dalla più tenera età, fra le loro cure e le loro compiacenze.. Testimoni perciò si augurarono delle gioje del loro Re, e veterani,, delle gioje ancora del giovanissimo loro compagno di milizia, il Principe Ereditario.

E Sofia?—oh! Sofia, se non rinviene sereno e limpido il suo cielo di giovinetta sposa, ottiene peròun compenso nell’amore reso adulto per lei, del suo nuove padre e Sovrano. «Maria, Maria»—ecco il bel nome che mitiga le sofferenze del Re infermo, e questo nome vien ripetuto infinite volte e con trasporto paterno in ogni giorno. che bel quadro da pingersi, Ferdinando conia dignità della persona e del carattere, adagialo su d'un letto militare, quando nelle ore che le cure di Stato e le sofferenze della malattia gli danno tregua, Re cavaliere soldato nella favella, trattenersi in gai colloquii con la vivace e tenera giovinetta Reale di Baviera, e con paterno affetto, rivolgerle cento allegre dimande, e prometterle sollazzi e divertimenti, feste e ritrovi, da non chiederne più, onde rinfrancarla dai fastidii, dalle ambasce e dalle noje che dà Bari, stanza poco valutabile per chi viene sposa Reale da una Reggia di Germania, nella Reggia Sovrana dell'unica Napoli. E Sofia ad allietarlo in ogni cara maniera, e ad orizzontarsi novellamente nel poetico emisfero in cui si spaziò fino da Monaco e che a Bari rinvenne sì rannuvolato di timori e d’incertezze. E Ferdinando si beava, promettendo alla coppia, pupilla degli occhi suoi, giorni lietissimi; e Francesco e Sofia si slanciavano a quelle promesse in un campo di rose, giacché eredi del Trono, con un padre e Re, che basta alle cure della famiglia e dello Stato, quanti giorni carissimi non doveano promettersi, appo il Trono, senza il peso della Corona, arboscelli gentili e crescenti ancora all’umana vita?

Siamo al cadere di febbrajo, ed i medici stimano che la stanza abitala dal Re è troppo chiusa di aria, e che fa duopo cambiarla con altra migliore, guardando il mezzogiorno. Umiliano direttamente il loro avviso, ma il Sovrano se la ride pazientemente e non presta orecchie. Fanno istanza presso la Regina, ma la già sconsolata Signora teme di dispiacere l'augusto compagno, pure ne eleva premure senza riuscita. Lo dicono al Principe Ereditario, che col suo cuore addolorato, si avvicina al padre, e con figliale energia, lo supplica ad eseguire questo richiesto cambiamento di stanza, e una lagrima affettuosa di tanto figlio, che appare sugli occhi da ogni parola insistente che gli rivolga, non ricavano che abbracci dei Re al suo caro primogenito, e non altro. Ferdinando non vede nel cambiamento di stanza una persuasiva da deciderlo, e l’animo suo si appaga meglio ove si trova, schiarato da una luce mite, e che più Io tiene distratto perché sporgente e adiacente ad abitazioni private.! medici insistono ognor più, non so bene se por una ragione positiva, o perché abituati a stimarsi oracoli appo gli infermi e i loro amorosi congiunti, ogni qual volta la fragile creta di Adamo, soffre e si allieta di speranza ad ogni loro motto; e crede e crede.

L’afflitta Teresa, e aspirando all'intento e non volendo dispiacere al suo Ferdinando, si rivolge a Sofia.—Persuadilo tu, a te non si nega di certo.—Oh! quale titubanza scende a questo dire nell’animo affettuoso e modesto della Duchessa di Calabria. ; Ella non à pochi giorni che é giunta al cospetto di questa casa di Re, e nientemeno si spinge ad ottenere dal Monarca infermo, ciocchéà negato reciso alla Regina e consorte, e al suo prediletto Principe erede?;E se si nega, avrà unaumiliazione, ella benché è giunta spo3a, per la pochezza del tempo, ai può stimare ospite appena?;E il Re potrà dire in cuore, e questa jeri giunse, e già vuole da me ciò ch’io non voglio?;Stia almeno bene in salute, ma urtare un Sovrano infermo?;Puole intanto negarsi alla Regina e al suo Francesco?;E, battendole rapido il cuore in petto, mossa da' quegli slanci affettuosamente gentili, d’una giovinetta a diciassette anni ardita e soletta si fe innanzi all'angusto malato. Dopo breve tempo, corno eroina trionfante, di porpora il viso e di tripudio scolpendo lo sguardo, accorre incontro a Teresa ed a Francesco, e con un affettuoso abbraccio spiega la sua vittoria, ingenuamente ansante e come reduce dall'antica meta sudante. ; Evviva Maria!—le grida attorno la famiglia del Re. ;Ma quando vorrà passare?; oggi. Oh! che festa fu quel giorno per gli augusti, commossi da quel piccolo ma non più sperato trionfo. É duopo che i giovani sposi scambino le loro stanze col Re, e i due Principi salgano al piano superiore. Breve mercede a tanto compenso. Francesco è in moto, la sua voce si ode per l'appartamento, dar ordini veloci pel trasporlo dei mobili che vanno ad equipaggiare la sua nuova dimora: e sono ore i minuti, per la salute di suo padre.—Ognuno presente, senza distinzione di grado e di servizio stende la mano al duplice equipaggio che si muove, e.... non pochi astanti piansero, come piango io al momento che scrivo, nell’ammirare Francesco e Sofia, il Conte di Trani ed il Conte di Caserta, con de' facili oggetti andare e venire, salire e scendere e appalesarsi con lo auguste mani d’aiuto e di spinta al rapido successo da coi i loro cuori sperano tanto!

Ogni suppellettile à preso il luogo che deve. Nelle oro pomeridiane il Re anderà ad abitare la prescelta stanza. Ecco ci siamo. Per non arrecar doppio fastidio al Re, non rimane nell'appartamento che il solo servizio intimo di guardia, i medici, e la inamovibile compagna de' colori di Ferdinando, la Regina; anco Francesco, Sofia e i due Principi sortono a breve passeggiata.

Ahi! che scena mi è duopo dipingere, come prefazione di molte altre...

Degli strenui cannonieri di marina, addetti al servizio di guardarobba sollevano il letto militare su cui giace e non può muoversi quel Re militare che dalla giovanissima età ebbe la vita sempre in moto, e da soldato e da Re;—quel Sire che per ventinove anni à passeggiato le province tutte del Regno colla velocità dell’aquila;—quel Duce supremo delle patrie legioni che non fu domo un’ora mai dalla disagiata vita delle armi, mentre stancava alla marcia e alla manovra, i più destri nostri veterani di Wilna, di Smolenko, di Lipsia, di Tarragona e di Saragozza; ;quel Ferdinando II, che giorni prima giunse a Bari dopo lunga corsa da Lecce, e che per giungere a Lecce salì monti mentre fioccava la neve, sdrucciolò sul ghiaccio camminando a piedi, attraversò valli, e fece cerilo miglia di notte!...

Sì piange in cuore da chiunque è presente, mentre egli solo, è tranquillo e conserva la Maestà Reale, in metto ad una scena sì straziante. Esce dalla stanza consueta ove si adagiò, ignorando che più non dovea levarsi della persona, ne passa un’altra ed un’ultra, ed ecco la bara d’un Re vivente ancora, giungere nella galleria del palazzo dell’intendenza, e, Ferdinando alza gli occhi e trova a se d’incontro la suo marmorea statua, monumento che la provincia barese conserva da anni: ma qual differenza tra quella plastica e questo originale! quella lo compone a svelta gioventù, dritto è gigante nella persona, di corazza veste il petto, gli allacciati sandali del guerriero guerniscono i piedi, el paludamento degli eroi gli covre gli omeri e’i manco lato, la daga ialina gli pende a fianco, e lo scettro alla destra, prolunga il braccio come a gestod'imperio; questo, non conserva del belligero che la branda a campo su cui fu sempre uso a dormire ne' viaggi, e, non più gioventù, non più arnesi ed insegne da Monarca militare, non più l’alto ed imponente personaggio, ma un uomo steso ne' dolori, febbricitante e ammantato di stoffe!—Niuno vi badò a quel fatale incontro, ma un Borbone rinviene una straordinarietà in ogni passo, e serba il coraggio di Stirpe, a meditare quanto gli accade sotto gli occhi. Alzò con sveltezza la destra e volto a' suoi, additando se stesso e’i suo marmoreo simulacro, disse ECCO DUE STATUE; Umile e sapiente sentenza, che racchiude la vera Apoteosi d’un Re cristiano, rampollo dei Recristianissimi e de' Re cattolici, che occuparono i Troni di S. Luigi e di S. Ferdinando:—oh! la storia delle Sicilie non dimentichi quelle parole, ne' fasti che non morranno.

Ma si apre un’altra porla, ed ecco la nuova stanza prescelta pel Re. Egli vi entracol letto, ma la soverchia lece che si spazia, e l’aria più agevole che l’anima, arrecano un’impressione sfavorevole alla macchina inferma dell'augusto malato; e tanto, che abbandona la consueta mitezza gentile de' modi, ed ordina o comanda da Re di sloggiarlo immantinenti, per restituirlo al luogo primiero. ;Ah! quale acerba impressione, e lo prima in sua vita, dové scuotere in quel momento il gran Principe nostro; egli che possiede tuttora una volontà rispettata e temuta in Europa, egli uso al passo celere ed in perpetuo moto per i Reali appartamenti, non gli rimane per rimuoversi da una stanza all’altra, che lo voce autorevole del comando!—Tutti si fermano irresoluti, non si fiata; ; LaRegina, che novella Maria, segue piangendo queste similitudine di eroica passione, non à lena per un solo accento, eh! ; volge gli occhi eloquenti al medico di Camera, che risponde: «senza piacere la stenta prescelta alla Maestà del Re, produrrebbe delmale invece dell’utilealla salute». ;Ma, potenza dell’umana ragione, perché a muoverlo, perché farlo passeggiare in letto per molte stanze, se il Re non ne sentiva piacere fin dalle prime, e cedette alla pressione affettuosissima di sua nuora? se la medicina non ignorava che un disturbo morale, avrebbe agito amaramente sull’infermità, perché insistere, perché subire una pruova?....

E sulle valide braccia di quei coraggiosi marini, già tremanti e pallenti dal dolore, il Re ritorna sulla fatta via già calmo e quieto, rivede la sua statua e riprendendo l’eroismo usalo, solleva novellamente la mano, ed esclama a questa rivolto: ;ADDIO FERDINANDO II. ; e un brivido corre per le ossa degli astanti. E perché quell’addio? forse il religioso Sire, più amareggiato dalle sue sofferenze, à sfogato alla sua immagine il tedio d’una vita inferma?—No—si compiranno i cinque mesi letali, e la scontentezza del figlio dell’uomo non scenderà in quel suo cuore abnegalo e magnanimo, e un monosillabo d’ira non apparirà sulle sue labbra. L’abbiamo detto, Ferdinando è Re, filosofo, cristiano e soldato, e tale si appaleserà fino all’ultimo anelito. La dignità, la ragione, la rassegnazione e7 coraggio, furono e saranno di guida a un Re Borbone.—Ma l'addio?—Per me stà che quel saluto alla sua statua, appalesa che il Re era già sì rassegnato al volere di Dio in mezzo al mare delle sofferenze che lo guidano a morire, che si licenzia nobilmente da chi rimane di se in sua vece, a parlare alla posterità delle sue gesta in vita e in morte. Eroico addio fu quello, che addita da Bari e non da Caserta il suo distacco alla vita del tempo, e come la coscienza, con quel molto al tacilo simulacro, davasi secura inbraccia alla storia de' monumenti non perituri. E sì; la nostra disgrazia si compirà, e l’essere salutante, fra altri tre mesi, addiverrà inerte e gelido pari al salutato; e quell’addio di Ferdinando IIa Ferdinando II. vivrà, come vive la sua memoria in terra, la sua anima nell’immortalità.

Il passeggio di quel dì fu rapido pe’ Principi. e presto ritornarono alla Reggia, ognun contento della sua giornata. All’aprirsi dallo sportello del cocchio. Il Duca di Calabria dimanda ansante: è completato tutto bene?—E gli si narra l’accaduto—la sera l’augusta famiglia raccoltasi intorno al letto del Re, rideva perché l’augusto rideva parlando dell’episodio, ed era tranquillo e riposava al meglio.

E le giornate si succedono, ed il Re è ognora più infermo. L’immenso amore che lo circonda da ogni lato, rende più ansante il da farsi, eleva più confusione nella scelta de' mezzi.. Il male si è acclimatato, ma niun profitto ne risente l’infermo. Marzo, difficile mese fra i mesi jemali, non permette l’andar via da Bari al Sovrano. Ma è Bari uno stazione conveniente a tale infermità? si discute e contrarii pareri si agitano, mentre l'augusto infermo più soffre. Si pensa in ultimo a scegliere ima cosina nelle adiacenze. Bari, in qualunque modo è la città che posseder deve i Sovrani almeno fino a maggio; e questa è l’opinione in cui si Iigano le idee d’ognuno, e in cui si toccano fra loro le diverse maniere di veder la quistione.

Ma Ferdinando se à il corpo infermo, è tuttavia Ferdinando IIcolla mente, usa a stordire amici e nemici nelle sue straordinarie risoluzioni, tanto più portentose quanto più non sperabili di avvenimento.

Che più starsi a Bari? Egli attese sperando una guarigione. Questa si allontana e perché non riedere alla sua stanza Sovrana, centro de' suoi affetti domestici, e centro delle cure di Stato, la di cui atmosfera, riguardo alla politica estera, se non ancora rannuvolavasi, fin da Bari e agli albori di marzo, parea già nebbiosa e pregna di quei vapori, che se gagliardo vento non spira, preparano la tempesta?

Ebbene, nel dì che niuno più sperava un allontanamento da Bari, il Re si decide a partirne per Napoli.—Oh! dov’è la ferrovia delle Puglie, che non vide luce, e che da un anno dovea essere completa da Napoli a Brindisi?...—basterebbero poche ore per far giungere senza disagio da Bari a Caserta l’ammalato Signore,—eh! abbia per questo avvenimento il suo rimorso, chi à colpa a rovesciare la più colossale e tesoreggiante opera pubblica dei Regno.

E un telegramma riunisce nel porto di Bari la squadra navale. E ‘lcuore d’ognuno che parte, si veste a letizia augurandosi Napoli o Caserta come sede guaritrice dell'infermo augusto. E i baresi come colpiti da fulmine, si sentono prostrali ed abbattuti; e, come affettuoso amico che gioì alle gioje e pianse a' dolori, ora che vede andar lungi l’oggetto caro per cui si spese ne' lieti e ne' tristi giorni tanto amore, e per la sorpresa subitanea e pel subitaneo suo compimento, si sente smarrito in un mare di sofferenze.—Ma, cosa polea più farsi da questo popolo e noi fece pel suo Sire? e in un momento si è reso indegno di possederlo? non nutrirà più il desio di rivederlo andare bello e sano della persona alla Reggia di Napoli? dopo tante afflizioni e preghiere, per lui, ora infermo tuttavia, lascia la città quasi città rejetta?...

Popolo generoso, città eroica pel tuo Re—lasciate che la parabola segnata dalla destra di Dio, come afflizione delle Sicilie, compia la sua curva desolata; e, pria che questa si chiuda, Ferdinando dà Caserta ergerà con storiche parole di Re morente, un monumento incrollabile fra i secoli alla tua gloria dinastica e civile.

Ma il Re va via per mare: ;va via? ma come va, egli che venne sollevato sul proprio letto, mentre passava da una stanza all’altra, ed ora dal palazzo d’intendenza, deve percorrere quasi un miglio per recarsi al luogo dell’imbarco?;Eh! Ferdinando II passeggerà Bari sul suo lettomilitare—e Bari che lo fece entrare senza cavalli, e poggiato il cocchio sulle braccia del suo popolo, lo vedrà uscire dalle sue mura senza cavalli ancora, sollevato sulle braccia de' soldati marinari; e la differenza starà da un cocchio a una branda!…

Dio, Dio, che scena si spazia al cospetto de' nostri affetti, ;oh! raccogliamo ogni umano coraggio, e se la penna ci regge nella destra, lighiamo ne' volumi de' fasti storici, una pagina che da so nel mondo sociale, brillerà sola ed unica, non di raggi che si addicono ad un eroe dell'umanità, ma ad un eroe del cristianesimo, cioè a quella plastica surta sul campo Damasceno, poi rovesciata, e poi risorta sull’altare del Calvario.

E Ferdinando è pronto e tranquillo, e la sua famiglia gioisce da una parte, ed è dolente dall’altra pel modo in cui il Re deve amuoversi; e le lagrime più acerbe già velano gli occhi degli illustri personaggi del seguito, tra quelli che accompagnano la Maestà Reale per la via di mare, quelli che si restituiscono a Napoli per terra, e quei più desolati, che rimaner devono alle pubbliche cure della provincia; e, chi brama rinvenire il vero coraggio cattolico, deve guardare la sacra persona del Re, e tanto, che lui solo possiede la forza di smaltire parole a tutti, onde donar lena ad ognuno che soffre, pensando a quell’ora dolentissima che si prepara, ed è inconcepibile che avvenga.

Sono le ore dodici antimeridiane del giorno 7MARZO 1859!!!—il letto militare si solleva e situasi in mezzo alla stanza. Si erge da sponda a sponda un lieve padiglione ad arco, e questo con nobilissimo pensiero si covre di Bandiere Reali, onde in sulla via, se ognuno guardando il letto dir voglia «ecco l’uomo», quei vessilli pendenti di Casa Borbone, additino invece «ecco il Re».... Ci siamo—oh! che momento sollenne....—Neanche lo sfogo del pianto è permesso, onde non rattristare un coraggio rattristato.

Si esce in sulla via, e in quella via, ove per tanti giorni i gridi di viva il Regiunsero alle sfere, ed oggi gremita di quel medesimo consorzio, questo è silente taciturno annichilito e come convocato ad una scena del giudizio finale, in cui popoli atterriti, assist ino al giorno dell’ira quando i cieli toccheranno la terra; o, come una generazione di estinti fosse uscita dai sepolcri per veder passare in mezzo ad essa la bara d’un Sovrano vivente, è si immobile e disanimata quella calca divisa in due spalliere; o nuovo Re Carlo alla chiesa di S. Giusto nell’Estrema dura, aspiri a veder co’ suoi occhi i proprii funerali. La branda si solleva sugli omeri de' marini che pallidi ed esterrefatti addimostrano quanto soffrono pel caro e dolente peso che trasportano. La Regina viene appresso a piedi, con Francesco, Sofia, Luigi ed Alfonso, smarriti nello spirito e colla febbre nel cuore. Indi il vescovo, i ministri, i generali, le autorità, il servizio, con la testa coverta ed atterriti, seguono questo corteo fantastico, non mai visto fra gli uomini e che si eleva nel pensiero come sacro spettacolo in cui si disputa tra il Re e l’uomo ira la vita e la morte. E fedeli milizie vi assistono, ma legioni di ombre le credereste, se il piangere d’ognuno non additasse che serbino vita. Non il consueto rullare de' tamburi, non il presentate le armi, non le belli che armonie dell’inno Borbonico, Dio salviil Re, non l’inchinarsi tre volte delle bandiere militari.... l’ultimo saluto della Guardia Reale per Ferdinando in vita si ebbe all’uscire che fece il dì 8 gennajo da Caserta avviandosi per le Puglie, e altrettanto otterrà al ritorno in Caserta, e l’estremo onore delle armi per Ferdinando in morte si avrà dalla Reggia di Napoli alla Basilica di S. Chiara, il mesto giorno 31 maggio.

Ma la calca di popolo annichilita nel suo angoscioso silenzio, come la branda giunse al centro della folla, quell'inverosimile apparato di letto e di feretro, menò il sospetto nella mente degli astanti, e, una persona, due, dieci esclamarono,—è morto il Re e non ce lo dissero?—e già la tempesta de' gridi disperati era là per scoccare rapida ed universale, quand’ecco la voce del sospetto giungendo all’orecchio del martire Re, invece di prostrarlo lo rinvigorì, ed eroicamente volendo non più desolare quel suo popolo generoso e sensibile, sollevò il lembo delle bandiere, e stese le mani fuori(1), alzandole più volte e salutando così a manca ed a dritta.—Ohi la tempesta delle voci sconsolate tacque, ma s’intese un brivido generale su quelle masse, e un singhiozzar tacito e répresso, come d’un sibilo di vento che increspa le acque e rompe in sulle spiagge i primi marosi. ; Dio! che ci è dato di vedere—abbiamo pregato tanto l’intero Paradiso, eppure dobbiam soffrire che il Re ci saluta da sul letto in mezzo la strada.... Vergine Maria, salvaci il Re nostro, sia benedetto, S. Nicola l’accompagni...—furon questi gli strazianti commiati del popolo di Bari al suo Re, di quel popolo sublimalo ai più alti onori dal più Monarca, e pel suo Monarca disceso nell’imo più profondo degli umani rancori! Fortunata Foggia, avventurosa Manfredonia! Almeno la prima vide Ferdinando passarle innanzi come astro che piove luce di gioja sulle genti senza più riedere, la seconda Patte se e non venne; ma Bari, Io vide giungere bello e valido della persona, indi non lo vide più e lo possedé per quaranta giorni nelle afflizioni di lunga infermità, e in ultimo lo mira andar via disteso e coverto su d’un letto, e guarda quelle mani sì ricche di potenza e di favori, estollersi appena dalla cortina che cela il suo volto, pel quale l’amorosa città giunse un mese prima fino al delirio della gioja!....

Arrivato il corteo alla marina, con atti preparativi, l’augusto infermo si trovò a bordo d’una fregata di guerra. Appena vi giunse, gli equipaggi de' legni saliti su i pennoni, non badarono più all’infermo ma al loro Signore, e tra i concenti della fanfarra de' cannonierr marinari, si proruppe con voce commossa, viva il Re, viva il Re, viva il Re!, a la piangente popolazione Barese, animata da que’ carissimi saluti militari, proruppe nel primiero entusiasmo, e... vita umana come voli nel mistero del tempo!questi evvivafurono gli ultimi a udirsi da Ferdinando IL...

Ilpallore era scolpito su d’ogni fisonomia, e Ferdinando intanto, come tolto dall'inerzia si racconsola lo spirito viaggiando anco infermo. Niuno à lena di farsi innanzi a baciar la mano del Re, ma egli à duopo licenziarsi onde appalesare in modo straordinario la sua gratitudine affettuosa e paterna. Il letto si è situato nella sala maggiore della nave, i suoi cari come testimoni storici di suoi commiati, lo circondano, ed egli allora chiama ad uno ad uno i personaggi che rimangono in Bari e quei che si restituiscono a Napoli per via di terra, e gli uni e gli altri ignorano che più non lo vedranno! Ha su d’ogni altro, à duopo licenziarsi dall’Intendente, dal capo civile della città, dai deputati municipali addetti al servizio del Re ne' quaranta giorni di dimora, e dal capo squadrone della Guardia d’Onore della provincia, onde smaltire su quanto è la Terra di Bari i suoi addii. Ringrazio di cuore, egli disse, la carissima città di Bari, per l’affetto insuperabile che à spiegato per me e per i miei figli in tutti i giorni della nostra dimora nelle sue mura, e benché Iddio non à permesso ch’io fossi stato in mezzo a' suoi abitanti colla persona, assicurate tutti che col cuore b assistito alle loro feste e alle loro preghiere a me dedicate. Io ringrazio le autorità ecclesiasti che civili e militari, non solo di Bari ma di tutte le città di questa provincia; e colle autorità io ringrazio e dà un abbraccio di padre a tutti gliindividui baresi e delle popolazioni rispettive della provincia, per aver loro indistintamente appalesati la più sensibile divozione alla mia persona e per le feste del mio viaggio e del matrimonio del Principe Ereditario, e per le dispiacenze sofferte a causa della mia infermità. Voglio e comando che di ufficio ogni città conosca questi sentimenti del mio cuore. Ringrazio individualmente le persone componenti lo squadrone delle Guardie d’Onore di questa provincia, per lo zelo spiegato a tutta pruova nel servizio costante che praticarono nelle giornate di viaggio e in quelle di permanenza a Bari; io li saluto e li abbraccio. Eguali testimonianze del mio cuore à fatto palesare per organo del loro comandante superiore agli squadroni delle altre provincia che presero servizio in questi mesi.....

I ringraziamenti ed i commiati del gran Re, continuavano ancora, i singhiozzi e le lagrime di cordoglio e tenerezza si moltiplicavano dalla terra al mare, e fra le autorità a bordo della nave ein mezzo alla popolazione aggruppata in sulla riva; quando l’artiglieria tuonò per salutare la città, ed avvertire che il legno si movea per andar via. Quei tiridi salve di gioja, ebbero un’eco desolante ne’ cuori di tutti, pari al colpo estremo di cannone, dopo una vittoria che fogge e si allontana, e—ogni persona non volle staccarsi dal mare, fin che il legno scomparve alla vi sta, ma la memoria di Ferdinando, e quel dramma eroicamente doloroso che si compì in quel giorno tra il Re ed il popolo, rimarranno indelebili non solo presso la generazione di oggi, ma qual onoralo patrimonio di famiglia, con religiosa tradizione, si trasmetterà da padre in figlio per secoli.

E, come tutti gli avvenir enti fugaci o rapidi, che pari ad astri erranti sul firmamento, passeggiano e scompariscono in questa valle che appellasi pellegrinaggio della vita umana; Bari da metropoli del Regno col possesso de' Sovrani, man mano si spogliò de' suoi addobbi, le legioni cittadine e militari partirono, il seguito de' personaggi illustri sudò via, le genti convicine riedirono ai loro paesi, e Bari bastevole sempre a se stessa, si diede ad ergere marmoreo monumento, che testimoniasse alla storia ventura, le proprie onoranze, i grandiosi beneficii ottenuti da Ferdinando anco infermo, per più civile e morale sviluppo della città, e, le sue gioie ele sue mestizie ligate indissolubilmente al Gran Nome Augusto, e scolpite in lapidia leggenda gloriosa.

E Ferdinando viaggia:—se non può colla persona guardare i mari che attraversa e le terre che avvicina, dimanda ad ogni ora ove si è giunto, e richiama alla mente le memorie del suo splendido imperio, ed ogni luogo rammembra nello spazio di 29 anni, beneficii largiti, grazie donate, persone beneficate. La traversata è lunga da Bari a Napoli per via di mare. Fa duopo solcare l’Adriatico, il Jonio ed il Tirreno. Approssimarsi novellamente alle estreme città marittime di Terra di Bari, guardar Brindisi, le coste leccesi che salutano l’Albania. Otranto che vede i cunicoli de monti Acrocerauni del gruppo delle Isole Jonie, cui è capitale Corto, l’antica Corcira. Gallipoli e ’1 Capo di Leucade che segnano il limite estremo delle Sicilie, d’Italia, d’Europa, appo le onde che nel loro corso si stendono ai lidi d’Oriente. Ecco il golfo di Taranto, chiuso tra le Calabrie centrali e la parte meridionale della marina leccese, nel cui mezzo finale come centro di una curva, a malappena si adagia un po’ di riviera della tutta montuosa provincia dell’antica Lucania, oggi Basilicata. Più innanzi si passa per la Calabria del mezzodì o ultra, e per seni e golfi, si entra nello stretto del temuto Faro, tra Scilla e Cariddi, tra Messina e Reggio, tra il continente e l’isola del Reame, e per altri golfi fino a quello di Salerno; ed ecco apparire l’isola di Capri, qual cittadella avvanzata della cerchia marina partenopea, i cui estremi si estendono dal Capo Miseno alla Campanella, e nel cui centro si estolle Napoli, come vasto anfiteatro che dalla spiaggia sale ai collidi cui vertice s’innalzanotorreggiami due monumenti estremi della vita sociale, un castello ed un monastero; l’uno brucia la polvere di Marte, l’altro incensi a Dio.

Ecco il viaggio che à duopo percorrere Ferdinando nel mese di marzo, ed infermo. Ed egli pare sgravato in parte da' suoi dolori mentre veramente pria di morire attraversa quasi intero il Reame. Oh! se la stagione fosse estiva e placida, quali altre scene si ammirerebbero dei popoli suoi. Come ogni città marittima avrebbe su cento barchette corsa incontro al Regio naviglio ad ogni tratto di mare, per gridare fra le onde, gli evviva all’infermo Signore. Come Reggio e Messina lo avrebbero dalle due opposte rive assediato di applausi e di tripudii. Come, nella notte il Re avrebbe visto dai vani della sua stanza a bordo, splendere di fiaccole e di roveti le cime de' monti e i colli verdeggianti che fiancheggiano le calabre riviere, e l’eco del suo nome augusto trasportato dagli seffiri su per le onde dalla terra alla nave. Oh! veramente questi suoi estremi viaggi, sì splendidi di apoteosi, avrebbero ottenuto un compimento degno della poetica terra che abitiamo, e che avrebbe al doppio fatto stordire il mondo, questa storia di cinque mesi.

L’aria di mare, produsse una crisi sulla malattia del Re, che si stimò strada sicura ad ogni guarigione, e che invece addivenne veicolo di morte consuntiva. Sulla gamba da cui partiva ogni acerbità di pena, sviluppossi un tumore. Dunque il nemico vuole espellersi.

Chiamate il chirurgo del legno, ordina il Re. E un mozzo di ufficio sale in coverta e volgesi al modesto dottore di marina, dicendo, Sua Maestà vi vuole. ;Cristoforo Capone, stima un equivoco la chiamata sua, e risponde, ecco là i due professori di Camera, Ramaglia e Leone.—Chiede di voi e non di quelli.—Di me? non è possibile.—Di voi, di voi.—E convenne ubbidire, e scende timido molto al cospetto augusto. Il Re gli sorride e con la magnetica parola che possiede, mostra la parte inferma del suo corpo, e gli dice:—Dottore come cureresti un marinajo, se soffrisse quel che io soffro? parlami schietto e franco. Il Capone si diè coraggio, e ragionò sulla inchiesta del Monarca. ; Ma a mare nulla è da farsi.—Dunque ne riparleremo a Caserta.

Ecco il modesto chirurgo di marina. L’onor suo è grande, ma lo vedremo grande ne' suoi indefessi servizii. E forse il lettore ignora la ventura di Leone?—Il Re s'inferma a Lecce, e dimanda d’un buon medico. L Intendente esita nella scelta, ma risponde che vi sarebbe un ottimo professore se non fosse fra gli attendibili politici. Ferdinando, quel sapiente Sovrano che si è fatto apprezzare dalle prime eminenze di Stato in Europa, il Monarca che à molti nemici di nome e niuno di fatto alla sua presenza, ride di cuore allo scrupolo dell’autorità, e Leone, quel che deve, e non puole salir cattedra nel Liceo di Lecce pe’ suoi peccati giovanili di dodici unni or sono, si presenta al Re, sale alla cattedra, addiviene medico della Reggia, e, guarderemo fra poco gli eroismi di amore e di devozione dell'attendibile leccese, a Ferdinando II, fin che chiude gli occhi alla terra...

Oh! Ferdinando II, come in ogni azione dipinge se stesso, dal giorno 8 novembre del 1830 al dì 22 maggio 1859.

Ed ecco Napoli. Siamo giunti.

Ilcuore del Re palpita di contentezza, perché in un'ora riunirà intorno a se la sua famiglia. La Reggia della capitale del Regno, più gaja e più maestosa, come egli le rese, si estolle sul mare come una dimora incantata, ma, egli non accorre ad abitarla per l'ultima fiala, né il cannone di Santelmo annunzia fa sua venuta, tanto attesa e sospirata. Francesco guarda Seda, la quale par che dica colla persona, ma questa voluttuosa città di Re, ov'è mai? ov'è quella metropoli che vidi nei cari segnidel mio matrimonio, e pel coi nome tanta fama sorvola in Germania? Oh! le vie sono ancora ornate a festa, i tripudii entusiasti di quasi un milionedi abitanti e pel ritorno del Sire e per l'arrivo della nuova Duchessa di Calabria, furono e sono all'ordine del giorno, ma....

Ma giace in sospeso lo spirito pubblico, e la festa s'ignora quando avverrà, e la tristezza s'ignora quando sparirà, e se sparirà. La gioja e il dolore vivono l’uno accanto all'altro, e non si sa di entrambi, a chi la sconfitta, a chi la vittoria. Fu vista mai un'epoca eguale a questa, in cui la vita e la morte, la festa ed il lutto dimorano assieme in una sola Reggia e passeggiano come consorti, attraverso l'aspettativa di dieci milioni di abitanti, per cinque mesi?

E le nave vede la gran città come in panorama, e non vi giunge. Ma si appressa alla orientale riviera suburbana di Napoli che si prolunga come manco braccio dì mare e di ville, fino a Resina, paese che abita sulla città sepolta di Ercolano, e serve di anticamera a chi sale il monte Vesuvio. Quivi, guardando la Real Villa di Portici poco lungi più innanzi, tenendo a Napoli, àvvi la Real dimora detto la Favorita, da Ferdinando abitata negli autunni, convitando il popolo napoletano a piacevoli lodi, l'operoso Monarca, a piè del boschetto di questa Reggia di campagna che si stende fino al lido, à mesi fa che ordinò per comodo da sbarco per se’ e pe’pescatori di riva, una banchina gittata su quegli scogli di lava vulcanica. Fu ad agosto l'ordine premuroso, io vi era presente, e la bendami sorse dalle acque rapidamente, e questa banchina decide il Re oggi, allo sbarco comodo ed agevole in Resina—chi l'avrebbe pensato, che quell'opera era destinata ad ancorare un naviglio da cui sbarcar deve un letto a bara, su cui riposa egli stesso?

Ma forse uno sbarco a Napoli, non sarebbe stato più proficuo al corpo ed allospirito del Sire tanto ammalato? a Napoli vengono gli infermi di Europea guarire. Ed io soggiungo, giacché sbarcasi a Resina, perché non rimanere alla Reggia della Favorita, luogo assiepato dalle correnti d’aria che scendono dal Vesuvio, vitalizzanti, per quanto credesi, a malattie eguali a quella che fino al giorno dello arrivo colpiva il Re? chi sa se quell’aria vulcanica, tiepida ed asciutta, non avrebbe spinta la macchina inferma a delle nuove crisi, mercé le quali, l’operazione chirurgica non più facesse duopo, curandosi così la massa degli umori nella totalità, e nella totalità curante si versasse la località morbosa? forse..—nel proferire quest’altro forse, mi rammento, d’avere scritto due volle più innanzi, che nelle grandi catastrofi non fa duopo rivolgere la parola all’uomo giacché egli non comanda sulla nave degli straordinarii avvenimenti, ma va e va spinto sulla corrente di tempi eccezionali—perciò serbo chiuso nella penna ogn’altro inutile consiglio, e accompagno l’augusto Signore alla stanza di Caserta, ove è scritto che il sipario calerà per sempre sulla scena gloriosa di sua vita.

Niuna persona è presente a quel dolente sbarco, neanco i fratelli del Re, onde non rattristarlo col rattristarsi. La branda scende come una piuma dalla nave sul piccolo molo, e, tre passi, dista la ferrovia di Castellammare che interseca al di sopra d’un ponte la selva ed il padiglione a mare della Real Favorita. Ma in mezzo a quei tre passi, un gemito soffocato di voce nota, si ode dal Re. Ab! Luigi Conte di Aquila, l’orbato genitore, si rende affettuosamente disubbidiente ai comandi, e aspira a vedere di nascosto quel letale ed impensato sbarco del suo Re, del suo fratello, del suo secondo padre. Ma il fioco gemilo lo palesa, e Ferdinando lo chiama, mentre il letto sale su vagone apparecchiato all’uopo. L’infermo consola chi sta bene. La serenità del Re tranquillizza il perturbamento del Principe! e, ;coraggio, Luigi, ci vedremo a Caserta.—Colui che dovrebbe chieder coraggio largisce coraggio altrui!...

Ed il convoglio tacitamente si mette in moto, per Napoli, ove giunto,; sul binario che unisce le due ferrovie, passa dalla stazione di Castellamare e Cava, a quella di Caserta e Capua. La città metropoli è agitata da mille speranzosi desii per tanto arrivo, se non in Napoli a Caserta, prossima stazione ferroviaria, ove è abituala trovare il Monarca, Molte persone si ammacchiano su i ponti delle strade ferrale, per poter direincittà, l’ò visto;ma che? un convoglio straordinario, con tendinecalate.

Ecco la locomotiva fermarsi al primo padiglione dello imbarcadero di Caserta. Quella vasta piazza sul cui fondo torreggia la mole superba dì Vanvitelli, sfidatrice di Windsore e di Versailles, appare deserta, onde lo spavento lagrimevole de' casertani non accuori il Monarca, Chi à coraggio di seguire più oltre il letto del Re? da qui a pochi passi, degeneri figli...—ma che? la penna non più regge? chiedo colori per leultime tinte di questo luttuoso mio quadre, ad ogni padre di famiglia, eh!... completi il dolore di chi legge, le parole mie, casse dallemie lagrime!…


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XI

Il Principe Ereditario.—Eroismo cattolico del Re.—Il Regno delle Due Sicilie si riunisce in Caserta a volo di uccello, e l’Europa con esso.—Il Re si consola parlando delle tre Puglie, ma si commuove ricordandosi di Bari.

IlDuca di Calabria, non più si raggira nella ristretta cerchia d’una città di provincia, onde slanciare il suo cuore alle doverose affettuosità che lo ligano appo la preziosa salute del suo padre e del suo Re. E benché non à potere di scegliere la nuova residenza del carissimo infermo, spera che questa avvenga dai risultati d’un congresso di medici e di chirurgi. A bordo alla fregata, egli à già fatto vergare in suo nome, due lettere d’invito pe’ distinti professori Felice de Renzis e Stefano Trinchera, senza che anima viva lo sappia. Come si scorge la vicinanza di Napoli, egli chiama fedele e attivo confidente di sua stanza, e gl’impone, che appena il legno à gittato l'ancora alla spiaggia di Resina, scendesse non visto per giungere rapidamente a Napoli co’ due messaggi; condurre alla ferrovia i due chirurgi, e se manca il convoglio, con uno espresso gli recasse in Caserta, ma da giunger questi appena dopo l’arrivo del Re. Cosi fu fatto. Il veterano della clinica chirurgica napolitano, Trincherà, all’invito si vide còme ringiovanito dai tardi anni ; quell’altro, abbandonò fino il tempo bisognevole a un etichetta di vestire, e secondando i voleri del Principe Ereditario, di partire cioè in qualunque modo si trovino, giunsero a Caserta minuti dopo l’arrivo del Re.

Lo strenuo servo comparve alla presenza del Principe.

«Ebbene, a che ora verranno i professori?»«Altezza Reale, i professori son qui ed attendono i comandi».

Lasciamo il Duca di Calabria, che, per quanto puole il suo costante energico ed appassionato volere, si dia ad appalesare la sua mente ed il suo cuore in quella strana lotta di speranze e di timori; e volgiamo le nostre cure a meditare l’eroismo non umano del gran Re, col suo giungere a Caserta.

Ecco Caserta,—città del Re, prescelta a sedere avanti a Napoli per le feste nuziali, rimasta a palladio delle figlie e dei teneri pargoli de' Sovrani che viaggiano per le Puglie; Caserta da dieci anni sublimala ad ogni onore, abbellita dalle auguste mani, di edificii e di risorse sociali su di altissima scala, sente il bisogno di elevarsi per gratitudine doverosa alla dignità civile cui la vuol distinta Ferdinando IL Egli parte, e la città si adorna per le sue vie e per le sue piazze d’ogni sfarzo festivo. La milizia di guarnigione, e specialmente quella che si accaserma ne' due quartieri che iniziano da' due estremi la gran cerchia dello spianato della Reggia, concorrono cogli addobbi e con macchine luminarie, in generosa emulazione ai municipali preparativi. Sul limitare della ferrovia, che dall'opposta sponda del gran piano guarda il Real Palazzo, estolle un colossale arco di trionfo, sotto cui le autorità del comune e della provincia attender devono i Sovrani in compagnia degli Sposi Augusti. Piramidi per fuochi artificiali, torreggiano di qua di là. Non vi à tempo da perdere, tutto è moto e fretta, giacché il gran Monarca ritorna fra breve. Oh 1 che tre dì magnifici si attende Caserta ; la ferrovia di giorno e di notte gitterà su questi luoghi, moltitudini continue da Napoli e sue adiacenze; il corpo diplomatico, 1 ministeri, le dame e i cavalieri, ed il fior fiore d’ogni gerarchia costituita in carica di Stato ed in onore di Corte, e... e si! vedremo questo giornaliero pellegrinaggio di moltitudini, vedremo le rappresentanze del Regno e dell’Europa assiepare Caserta, ma non mai per tre giornate festive, ma per tre mesi di timori e d’incertezze! Si dia tempo al tempo letale che ci sovrasta, e la città prescelta a bere prima di Napoli alla tazza della gioja, rimarrà la città prescelta a bere alla lunga nel calice delle amarezze...

E ‘lRe è infermo a Bari, e Caserta guarda la figliolanza tenerissima di Ferdinando, come un roseto pallido e scolorato da un sole lontano, che più non lo vivifica—ode le preghiere purissime di quegli augusti cuori, pel padre di famiglia sì lungi ed infermo, e... par che una tetraggine morale circonda la Reggia e dica, che quei carissimi figliuoletti, chiedendo il padre loro per ogni stanza, piangono per le dorate aule eccheggianti ognora di letizie e grandezza, come orfani infelici.... quei che sono figliuoli di Re!Un giorno il vento che fiotta, rovescia al suolo il maestoso arco trionfale, e poco manca di far sparger sangue calpestando delle persone; e 'l Re è infermo a Bari!;Passano degli altri giorni, e 'l vento sconquassa le piramidi artificiali. Ed altri giorni trascorrono, e ’I freddo e la pioggia disseccano i festoni e le ghirlande di mirto che intersecano le vie—oh! sembra che il demone geloso delle feste degli nomini, or rompe e sparecchia col vento, or toglie e rovescia co’ turbini, tutti gli addobbi lieti per la città di Caserta. Ma Caserta sfida gli clementi e la fatalità, ed attende il Re per tutto rinfiorire con magia affettuosa i malmenali suoi pubblici ornati di gioja, e ;E finalmente il Re ritorna, ma—ove sorgeva l’arco di trionfo passa un letto militare, e quel popolo è menato lungi dalla spianata della Reggia, che Ferdinando attraversa come in un deserto, avendo a testimoni de' suoi dolori quegli addobbi festivi spezzali di qua di là, quei mirteti ingialliti come insegne di una festa già trascorsa, d’una pubblica gioja che più non torna:—e Ferdinando è tranquillo.

Attraversando questo campo di sinistro aspetto, egli giunge alla Reggia, non più guidando con agili mani focosi destrieri, ma disteso su letto e coverto di drappi;—le sentinelle al di fuori presentano le armi, la guardia di servizio si schiera, la bandiera s’inchina tre volte, a chi? a una branda che custodisce un infermo e lo nasconde sotto la coltro:—eppure Ferdinando è tranquillo.

Oh! i giovanetti Reali, al rullar de' tamburi intendono che il padre loro già viene, si affacciano, e veggono la madre e i fratelli seguire una branda che appare come un cataletto mortuario. Oh! e 'l padre nostro?... figliuoli desolati!... Maria Annunziata par che sviene, ma si sforza di accorrere come a scovrire un doloroso mistero; ma Maria Immacolata Clementina, la figlia più prediletta del Re, vien presa da un tremito nervoso che d’allora ad oggi non la lascia; Gaetano Conte di Girgenti, quel sveltissimo garzoncello a tredici anni, che tanto somiglia al padre, colpito da dolore nuovissimo, corre di qua di là per la Reggia, e come cieco si smarrisce e non è possibile per un’ora a rinvenirlo; e gli altri, cioè le due ragazzine e i due infanti, chi piange per se, e chi perché vede piangere, stante I età da culla ancora, costituiscono quello splendido ricevimento di famiglia che si era scritto nel programma, doversi iniziare a piè della marmorea scala del Vanvitelli;—ed è dato a Ferdinando di tergere le lagrime de' figli suoi, e dì far rinascere colle paterne affettuosità l’antico riso su quelle giovanissime labbra!E il di seguente, come drappello di adulti figli, accorrono a Caserta, fratelli, la sorella, i cognati del Re.

Gli guida il dovere, l’amore e la gratitudine loro, al capo della Real famiglia, al Re, al fratello, al congiunto carissimo. Leopoldo di Siracusa, sfidò i rigori jemali e corse a Bari per averne nuove. Luigi di Aquila lo attese di nascosto sulla spiaggia di Resina, e Luigi di Aquila e Francesco di Paola da Trapani, sono più figli che fratelli a Ferdinando, per le cure che spese loro fio dalla culla. La principessa Carolina, crebbe pia e virtuosa, come figliuola e non sorella del Re; e gl’Infanti di Spagna Sebastiano e Carlo Luigi, sono i congiunti e i carissimi ospiti del Monarca. Or quanti palpiti diversi e moltiplica quale piena di tumultuanti affetti si uniscono in un solo desio, in unico dolore appo il letto del Monarca infermo. Ognun di essi si sforza ad esser lieto, mentre piange in cuore, e Ferdinando gli abbraccia, sorride, gli colma di carezze, quasi gli altri e non lui soffrissero, quasi gli altri fossero grinfermi ed egli li visitasse per incoraggiarli. E tanto, che figli, congiunti, e dignitarii della augusta maggione, pendono dalle costanti energi che affettuosità del Re che ogni di è più infermo, per acquistare costanza speme e fiducia alle comuni dispiacenze.

E queste sono le prime virtù non umane ma cattoliche che splendono in Caserta, appo quel letto militare, che ammirammo si chiaro per gloria di rassegnazione, nella città di Bari.

Ma il giungere di Ferdinando in Caserta, spiega ai popoli delle Sicilie, il pericolo cui volge in ogni giorno la vita preziosa del Re, e i suoi ventinove anni e più d'imperio si compendiano nell’ansia generale di rivederlo sano ed incolume. Le opinioni si. fondono nella mestizia universale, e dall’alba alla sera di ogni giorno, per ben tre mesi, Napoli è in Caserta, dalle province si accorre a Caserta, dalla Sicilia si viaggia per Caserta, e chi non puole recarsi per impiego o distanza, si fa rappresentare al cospetto delta Maestà Reale. Ma come?—ecco.

Il Re non potrebbe neanche in valida salute dare udienza quotidiana a una frazione di quella folla continua. Si apre perciò, un libro, ove ognuno emette la sua firma di visita, e personalmente o rappresentato da un congiunto o un amico. In ogni sera il comun padre delta gran famiglia sociale delle Due Sicilie, à cura fedele di rileggere gli ascritti giornalieri a migliaja, ed oh! il balsamo a' suoi crescenti dolori. Quanti nomi stimali sospetti, quanti creduli nemici, quanti che realmente eran tali ma non lo sono più al cospetto della vita in pericolo di Ferdinando II.Oh! se mi fosse dato pubblicare per le stampe quelle noie di Caserta, quante fallaci prevenzioni scomparirebbero dalla vita politica del Reame, e come il solo sospetto di sentir morto Ferdinando II, già svela quale amore egli possiedo nell’universale; e se vi si ebbero lolle interne con questo gran Re, furon mere quistioni di famiglia, ore febbrili, rancori del momento, semplici scappataggini domestiche, o seduzioni altrui, che occuparon la lingua ma non il cuore. Infatti, l’odio, questo Caino delle generazioni, pari all’amore umano, allorquando passeggiano attraverso la vita, possono mascherarsi entrambi ed entrambi per interesse occulto o palese, mentirsi a vicenda al cospetto diun Re sul Trono. Ma innanzi ad una infermità che serba già spalancate la fossa ad un Re che non più à possa esecutiva, se Podio esiste si appalesa Caino trionfante, e se l’amore fu amore, si scorge nella mestizia, nella prece, nel duolo. Ora, quale interesse puole serbare Podio politico o sociale, andando a Caserta per gittare il suo nome su d’una lista che va in mano d’un Re morente? l’ipocrisia non chiamata, non à impero appo il letto d’una Maestà che tramonta in sulla terra, dunque è l'amore che si ebbe sempre per l’eccelso Sovrano, quello che accorre alla giornataa segnare migliaja di nomi ossequiosi, ad un augusto che più con si vedrà in vita; è l’affetto dolente che spiega la pena che si à, alla perdita d’un tanto Re.

Ma non è solo il Reame che accorre a Caserta in cerca della salute di Ferdinando II, ma vi accorre anco la triforme ragion politica di Europa, glaciale, impassibile, multiforme, aritmetica, qual è di sua attuale natura. Ardiremo fra poco con la penna del filosofo, meno che con quella dello storico, avvicinarla; giacché il mio modesto nome è uso ossequiarla ovunque in Europa, con una cortesia di modi, che infiora anco le più spinose verità, e tanto, che non mi ottenni finoggi silenzio. Pochi altri capitoli e l’incontreremo.

Per ora inchiniamola nella rappresentanza diplomatica, accreditata appo la nostra Corte, ed ella coll’organo de' suoi cospicui personaggi incaricati, si ammira costantemente passeggiare Caserta per ottener contezza sulla salute del Re. I corrieri di gabinetto si succedono, il telegrafo elettrico è occupato de' giorni preziosi di Ferdinando, e Caserta è il centro delle titubanze del Reame e dell’Europa, per la vita in pericolo d’un Monarca, che se non potè gittare nella bilancia del mondo politico il diritto della forza, gittò sempre la forza del suo diritto, sacra alla dignità sua e de popoli su cui regna e governa.

E ’I Granduca Costantino di Russia, con l’eccelsa sua consorte e figlio, e con illustre seguito, mentre il Re era infermo, e cento di mille voci percorrevano sull’Europa politica intorno all’esistenza della sua vita, egli prese stanza a Napoli, e corse più volte a Caserta, e ne parti da noi, allorquando la salute di Ferdinando si disse stremata d’ogni rimedio. Il Re e la Regina di Prussia con la Principessa Alessandrina, anco in quel giro di giorni, accompagnali da numeroso e ragguardevole seguilo, presero stanza a Napoli. E benché la visita di quel Sovrano fu causata per motivi di salute, pure non mancò ammirarsi l’interesse costante che la Regina di Prussia si ebbe per la malattia del nostro Monarca, e quante volle si recò di persona a Caserta. Gli augusti medesimi ripartirono da Napoli, commossi, quando i bollettini sulla malattia di Ferdinando si resero allarmanti di molto. Oh! avvenimenti umani il Re di Prussia, l’estimatore, l’amico, il più che fratello del Re di Napoli, fin da quando Ferdinando era Duca di Calabria e comandante sapremo del patrio esercito;—ora si avvicinano e non si vedono! Federico è infermo di mente, e Ferdinando di corpo ; questo è a Caserta, quello è in Napoli, e non si trovano, non si danno la mano di buoni fratelli, onde l'affievolito spirito del gran Re di Prussia, non riceva ulteriori disturbi dalla visita personale al nostro Sovrano, già languente e fuori speranza di guarigione—quale altro stranissimo episodio, in questi strani tempi!

L’intero mese di marzo e porzione di aprile, trascorrono su via di speranze per la vita del Re, benché egli soffrisse ognor pià dolori locali oltre i tumori, per le ferite che riceve dalla mano chirurgica. Le operazioni di taglio si succedono pria sospettose allo sguardo penetrante dell'arte, indi augurose, ma sono come raggi fuggevoli del sole, fra il succedere di una boterà. La Real Famiglia spera tuttavia una guarigione, così spera la Corte, sperando si slanciano i professori ad ogni studioso trovato, e sperano i popoli delle Sicilie, perché non persuade ai loro affetti, come quella erculea complessione del Re Ferdinando, si dissolva in una infermità consuntiva; e, così sobrio nella vita, così religioso ne' costumi, così attivo e animato al moto ed al lavoro, possa andar soggetto ad una discrasia generale di umori.

Ma Ferdinando non pensa così. Egli è placido in mezzo ai dolori, come a Bari così a Caserta, ma à la fisonomia del cristiano completamente rassegnato ai voleri del Cielo, e senza ancora farne accorgere ai suoi carissimi, tutto è apparecchio giornaliero al gran viaggio da cui non più si torna, ed emette la più scrupolosa attenzione, come se si avvicinasse al suo costume militare, una gran rassegna, nna manovra, un simulacro di guerra per la vigilia della battaglia, eh!;e che battaglia...

E scegliendo le brevi ore che passano tra là cure di Stato e i dolori della letale infermità, si compiace, come una medela balsamica al sacrificio di se stesso a cui coraggiosamente si è dato, si compiace dicea rimembrare ai suoi diletti, o raccontare agl’intimi personaggi dek lo Stato e della Corte che lo visitavano, le scene più care de' suoi ultimi viaggi nelle Puglie. Parlava di Foggia e di Manfredonia, come di due figlie amorosissime ma sconsolate del suo cuore, e: m'immagino diceva egli, quali feste serbavano per me e per Francesco e Maria, e guali dispiacenze ànno dovuto colpire quelle popolazioni e per la mia infermità e per la mia non andata, e; se la Madonna volesse, oh) come volerei in maggio a consolare quelle città e quella provincia che mi attesero per tanto tempo, fra spese e disagi ; ma dispiaciuto di voler togliere la volontà a Dio, riprendeva, e se Iddio non vuole, farà le mie veci Sua Maestà il Re Francesco II, e compirà egli I miei voleri per quelle buone città.—Oh! Ferdinando II, paria di Francesco II?;; 2 profferisce in vita ciò che si dovrà pronunziare dopo appena la sua morte?...—e queste parole di altissima umana espiazione, che impietrivano i cuori degli astanti, noi saremo costretti a ripeterle spesso.

Ed egli—Oh! se potessi raccontare filfilo quel mio viaggio da Foggia a Lecce, non si crederebbe quanto ò visto, quanto ò inteso dirmi da quelle popolazioni; o era notte o era giorno, mi attendevano per stordirmi delle consolazioni che provavano nel vedermi—e, si faccia la volontà di Dio, come lo sapessero che mi vedevano per l’ultima volta! E la città di Lecce? che fece per me in quei giorni che vi dimorai, veramente delle straordinarietà di cuore; ; e chiamava a sua memoria i nomi di tante persone, con sentimenti di vera gratitudine di un gran Re.

Ma ; cosi terminava ogni discorso su i suoi viaggi—ma la città di Bari à vinta ogni possibile affezione. Eh! in tanti anni che regno, ò ricevuto delle grandi pruove di affetto e di teste dallo diverse popolazioni. del Regno, ma non ò visto ancora, quel che vidi in Bari. E bisogna aggiungere ch’io ricaddi malato, ; ebbene la popolazione non mi. vedeva e mi festeggiava per quaranta giorni con eguale entusiasmo, come io fossi giunto al momento, e come mi vedesse per la città.—E quel giorno della partenza? e se quella città mi avesse riveduto sano e salvo dalla malattia, ove sarebbe arrivata colla sua affettuosità verso di me?—e, tosto riprendeva il buon Re il suo placido dire al di là della tomba;Io nulla posso più, per quella mia carissima città, ma il Re Francesco II e la Regina Maria, si ricorderanno quel che Bari fece pel loro defunto padre».. ; Di grazia, o Sire, e quale straziante ed eroico discorrere è il tuo? in mezzo a un mare di speranze per la tua cara vita, in mezzo a un mare di voti e di preghiere de' popoli tuoi per la tua salute, mentre crescono i sintomi benigni di guarigione, tu parli a noi di Re Francesco II, della Regina Maria?; di grazia, basta non più. ; Francesco e Sofia sono due cuori ‘uniti nelle afflizioni, e feriti dolentemente in ogni ora dalla spada de' tuoi affanni giornalieri.—I titoli con cui gli chiami, sono spine crudeli per essi, che attendono dalla tua preziosa vita, gli anni lieti di giovanissimi sposi—e non più, non più ; vivi ancora alla famiglia, allo Stato, a' popoli tuoi, e Bari da te desia la mercede paterna al suo amore....

E Bari—e la città di Bari, e quelle popolazioni baresi ;e quella provincia, tutta tutta riunita in Bari—ohi se eravate presente—oh! se potevate vederla, e quando giunsi, e quando partii adagialo su questo Ietto medesimo che qui vedete, ecc. ecc…

E la medicina del Re infermo, del Re morente, fino a quanto gli augustissimi doveri di religione non stesero un velo sulla vita del tempo che fuggiva. verso la sponda della vita dell'eternità; la medicina non fu altra pel suo cuore, che discorrere di Bari.


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XII

Roma, Pio IX, la Religione Cattolica e Ferdinando II.—Voti e preghiere nel Reame Episodii edificanti nella malattia del  Re— Napoli commossa da timori, speranze, augurii.

Eleviamoil pensiero verso quell'alma città del mondo, che si estolle fra i secoli e le battaglie, ognora trionfante; fra le generazioni errantinelle tenebre e quelle custodite nell’ovile della fede, ognora radiante di luce; fra la civiltà sociale che nasce dall'orgoglio de' sofisti e quella che volteggia la vita del tempo sul sentiero securo della fede cattolica, ognora maestra della civile comunanza; tra la esigenza del tempo e la calma dell’eternità, tra la storia e ’l Vangelo, ella, posseditrice unica della verità che addottrina, della via che mena al padre ed alla patria, della vita che sana e che consola; Roma.

Roma, madre di chi crede e spera, si rende per sua altissima missione la consolatrice efficace delle umane afflizioni, e serba da diciannove secoli che milita pe’ trionfi della Croce, una speciale preghiera pe’ bisogni spirituali e corporali de' Cesari cattolici, che pel loro carattere la Chiesa appella suoi figliuoli primogeniti. E Roma à nuove all’impensata, che Ferdinando II è infermo ed à duopo delle onnipotenti preghiere della gran madre dei credenti, e Roma cattolica erge orazioni al Cielo pel Re cattolico.

Ma Ferdinando non è altro per Roma che un Sovrano cattolico, non è pel Pontefice Massimo che un primogenito figlio incoronato?

Mai no; la infermità che colpisce a morte il Monarca delle Sicilie è pel cuore del Vicario di Cristo e per la Chiesa Romana, una tribolazione delle più eclatanti, un duolo che sconforta ogni gerarchia ecclesiastica che splende della luce eternale che siede sul Vaticano.

Ferdinando di Napoli?

Questo nome augusto è un monumento incrollabile che rimarrà duraturo ne fasti del Vaticano e dei cristianesimo. Mazzini, il Lucifero dell’odierna Italia, è in Roma alla testa d’un esercito demoniaco, raccolto dai quattro venti dell'orgoglio sociale dell’Europa rivoluzionala; e mentre il socialista Proudhon, nella sala Valentino di Parigi, ridotta a Babilonia dell’anno 1848, intima l’abbasso alla divinità, chiama l’eterno nome di Dio, il male, il peccato, il geloso di Adamo, e predica il panegirico al pugnale; ; Mazzini, in quel giorno, esclama nella città eterna, calpestando l'arena del Colosseo, bagnata per quattro secoli dal sangue di milioni di martiri, chi non amale rovine non comprende la vita;cioè, dalle rovine di Roma cattolica, dalle rovine del Vaticano, dalle rovine della Cattedra di Pietro, egli farà escire a vita il popolo sovrano, la nuova generazione della nuovissima Babele morale e civile, conquistatrice di Cristo, del Vangelo, della proprietà, della famiglia, ecc.

L’Europa è prostrata, isuoi Cesari ed i loro eserciti, fuggenti o prigionieri, sciolti o in diserzione o compressi dal sopravvento demagogico; l’autorità è un ombra, le leggi divine ed umane stravolte dalla fiumana rivoluzionaria, che allaga i popoli tutti, e due eserciti si creano tra i gridi de' vincitori e lo spavento de' vinti, e sono, ;l’uno di spogliatori, l’altro di spogliati.

Il Capo Santo della Chiesa cattolica, destinato col sacerdozio romano, io sa Iddio, a quale sacrilego scempio, rinviene in una miracolosa fuga, lo scampo di se e di chi lo segue; ma ove posare il piede per l'Europa, senza incontrare lava vulcanica che accende e rovina? Ed ecco Pio IX, chiedere ospizio in Gaeta a Ferdinando II, l’unico imperante che seppe dopo cinque mesi di anarchia, se non schiacciare la testa al serpente delle civiche discordie, domarlo, per poi vincerlo dell’intuito ne' suoi Stati. E Ferdinando accorre in Gaeta, non a concedere l’ospitalità, ma ad intronizzare il Re ed il Pontefice, come non mai l’empietà lo avesse allontanato dal Trono di Sovrano e di Sommo Sacerdote, ed egli innanzi al sacro cospetto si rende non più il Monarca, ma il più ed umile credente ai piedi del Vicario di Cripto. I cardinali ricevono asilo e custodia in. Napoli, e ’I sacerdozio di Roma e delle Romagne accorre al suo scampo nel Regno delle Due Sicilie, e Ferdinando è generoso ad ogni loro bisogno, senza darne pompa pubblica, ma come a un dovere, a un debito da satisfare.

L’Europa tuttavia battaglia tra l'ordine e ’I disordine, incerto a chi lavittoria, e 'l Pontefice è Papà ed è Re.In Gaeta, nel pieno esercizio dei tuoi ministeri; e 'l sacro collegio e le curie e le gerarchie romane, si riuniscono, esercitano le dogmatiche e canoni che attribuzioni, compiono i rispettivi mandati sull’orbe cattolico, come se Roma non subisse il dominio letale della rivoluzione all'apogeo de' suoi momentosi trionfi.

E questa rapida scena mi basta:;alla storia degli annali gloriosi dei cristianesimo, quanto àvvi di grande da enarrarsi sul nome del Re Ferdinando II.

Ora, si può immaginare il lettore, quale religiosa affezione unisce l’augusto nome del nostro Re, presso la Chiesa di Roma, dal suo Pontefice Massimo all'ultimo de' suoi sacerdoti. Pio IX e le gerarchie tutte che fiancheggiano il Valicano, si stimano tutt'ora gli ospiti della Corte Siciliana, e gioiscono alle gioie della Real Famiglia, e si addolorano alle sue dispiacenze, come d’un parentato morale, surto ne' giorni del pericolo e dal pericolo scampato.

E Roma partecipa alla letizia del Re e del Regno, appena si annunzia il matrimonio di Francesco e Sofia. Da Bari, sul filo elettrico, Ferdinando chiede la benedizione per le nozze, e ‘lPontefice Pio, pari a uh padre in attenzione di carissima aspettativa, come picchiar volesse sullo soglia della Reggia lontana e dire, eccomi, il mio cuore è in mezzo a voi, rapidamente rimette alla distanza di trecento e piùmiglia, la richiesta benedizione.

Oh! come a Roma giunse dolente la nuova, che Ferdinando di Napoli, attraverso un dramma di avvenimenti estremi, giace infermo è si teme di sua vita. Oh! come Pio IX aprir volle i tesori tutti della pietà cattolica, onde ottenere da Dio la salute al suo predilettissimo figliuolo, al suo carissimo amico, al piissimo incoronato, a cui egli tanto deve e la Chiesa con lui. I sedici mesi nel Regno, si svegliarono ih tutta la luce del vero, pel sacerdozio romano, e mentre Pio pregava per quanto è potente te sua preghiera, e voti solleoni fissava per sì cara vita, e pubbliche orazioni espandeva; ogni Cardinale, ogni Vescovo, ogni Sacerdote o Prelato, ergeva al Cielo le personali istanze all’Altissimo per la guarigione di un tanto Re, e tutti credevano di compiere co’ loro voti, una paga di affettuosa riconoscenza presso un sì ' cattolico Principe. Deh! chi saprà un giorno, quali secreti voli serbava compiere il Capo visibile della Chiesa di Cristo, so Ferdinando salvo ed incolume, si fosse visto pellegrino a Roma, per genuflettersi sulla tomba di Pietro e Paolo, ove per tanti giorni paterne lagrime il Sommo Pio à versato, per le speme di rivedere un’altra volta, l’ospite dell’ospite, nell’annuale giornata di Porto d’Anzio?...

E ‘lnostro Eminentissimo Arcivescovo Sisto Riario Sforza, rendendosi colte sua pietà cattolica e colte sua figlialo devozione al suo Re infermo, superiore ad ogni umano riguardo o modico consentimento; si mise alla lesta' dell’episcopato delle Due Sicilie, e da che Ferdinando cadde infermo a Bari chiamò il sacerdozio.! regolari, le claustrali, ogni corpo morale, e le popolazioni dalla sua archidiocesi a pubbliche e privale preghiere per la salute del Monarca. E queste in aumento, a seconda vide crescere il pericolo di quella vita sì preziosa; giacché, Pastore zelante della metropoli del Regno, comprendeva l'altezza del suo ministero in simile evento, e infervorava da padre il dolentissimo volere de' fedeli, lutti tutti desiosi di sì speciale grazia dell’Altissimo.

E i Vescovi tutti delle Sicilie a gara di santo dovere, iniziarono per quanto è il cattolico Regno, voti e preghiere per l’augusto malato; e, in ventinove anni d’imperio, quanto deve l’episcopato a Ferdinando II, e l’episcopato istesso quasi interamente è creazione del più Sovrano.

Ma non si stimarono sufficienti i voti e le preghiere per la salute dal Re. La religione cattolica è fiume d’innessiccabili misericordie, per lavare le dispiacente dell’umana famiglia. Perciò dai più rispettati e venerati Santuarii del Regno, si recarono appo l’augusto infermo le reliquie più miracolose, le immagini più prodigiose; e tanto, che la stanza del Re infermo e le altre adiacenti, si elevarono a Caserta come a cappelle colme di sacri obbietti, innanzi ai quali la sconsolata Regina Teresa, il Principe Ereditario e lutti i Reali figliuoli, ardevano cerei e giorno e notte. E non bastò neanche. Napoli espose alle quotidiane preghiere la statua prodigiosa di S. Gennaro patrono della città, appo il quale vedevi un pellegrinaggio in tutte le ore del giorno di desolali devoti, ed ogni mattina quelle donne che serbano da. secoli e da padre in figlio la pia tradizione di essere parenti del gran Santo, oh! con quella fede semplice ed ingenua d’un popolo eminentemente cattolico, che fa tremare l’incredulo, quali espressioni di cuore, dirigevano al Martire Eroe della nostra religione, per strappargli con violenza d’amore la grazia supplicata. Non mi basta il cuore di ridire quel che ascoltavasi la sera dal popolo operajo nella chiesa del Gesù Vecchio, popolo cheavea scelta con la sua più rara espressione di fede, Maria SS.. Immacolata, per medico del Re. E quasi con un diritto di figli alla madre, dimandava a coro, prostrato e piangente a più dell’altare «Maria, sei andata a Caserta? che notizie ci rechi, o Madre, sulla salute del nostro Re?—consola il tuo popolo, o Maria, sana il nostro Ferdinando, tu, tu sola sei il medico che lo guarirai...»

E Ferdinando intanto soffre i cruciosi sintomi della sua crescente infermità, guarda scemarsi in ogni giorno la valitudine del suo corpo, con una costanza di rassegnazione cristiana che supera il coraggio istesso del martirio.

Infatti, la sua giovine virilità, la sua colossale salute ilsuo temperamento costantemente dedito al lavoro da mane a sera, non permettevano al Re di apparecchiarsi a presto morire; e si aggiunga che la infermità lo colpi, avendo il cuore all’apice della gioja, per le nozze del suo primogenito, e in mezzo al corso festivo di un viaggio lietissimo;e in mezzo agli osanna de' suoi popoli. Qualunque altra, o grande o piccola persona, avrebbe dato di volta al cervello, e tolta dal suo sesto la ragione, o folle o disperato sarebbe apparso per un avvenimento letale che non lo uccide di un colpo, non Io stordisce di mente sotto t’incubo di gagliarda febbre; ma invece nella pienezza costante delle facoltà intellettuali lo lascia, assedialo del desio universale del Reame nel riprendere le sospese festività a lui sacre, ed avendo innanzi al suo cospetto l’augusta Principessa di Baviera, che scelse a sposa dell’erede del Trono, in attenzione delle sollennità di Corte, che appena un fior fiore trepide in una città di provincia. E fra lu letta di tanti diversi pensieri, dover guardare in viso alla morte, che per brevissimo tempo non definito, lo puole colpire ad ora ad ora.

E cento di cento altari di Stato, che fui solo bilanciava, sono interrotti ed attendono una soluzione sul rapido sviluppo governativo da lui solo guidalo. Una giovanissima figliolanza chedalla culla si dà mano fino al suo primogenito, à d’uopo di tante e sì svariate tutele, pria che egli si estingue alla vita della terra. E tutte queste scabrose eminenze pubbliche e domestiche, lo assiepano all'impensata, e mentre non era tempo e luogo ad aspettare con preveggenza, una catastrofe così fulminea sulla sua corsoi Eppure egli testimoniar deve io ogni ora la rapida dissoluzione del suo corpo...

Si aggiunga, onde l’epiteto di martire nella persona di Ferdinando II apparir possa in tutta la sua luce, che mentre la sua infermità è giunta al più desolante stadio, l’Europa minaccia un incendio di guerra universale, e la favilla di quest’incendio smisurato, si eleva dall’Italia, ov’egli è il più potente dei Sovrani italiani, per estensione disuolo e per numero di abitanti. Ohi quali impressioni si accalcarono di certo nellasua gran mente. Egli che fu scudo potentissimo per dodici Soni ai sinistri avvenimenti che volevano e vogliono scuotere dar cardini questo Reame, invidia del mondo come to à elevato a sedere fra gli Stati; ;egli ancora di salvezza per la dignità del suo Trono, per l’onore della sua dinastia, e per l'indipendenza de' suoi popoli innanzi ai funestiprotettorali stranieri;—egli stimato dai gabinetti amici e nemici di Europa, quale aquila per la costanza per la fermezza e per le straordinarie risoluzioni a tempo utile, onde giammai farsi prevenire dagliavvenimenti politici sociali, ma essergli sempre a fronte per dominarli;—egli infine, che possiede una spada che non si piega ed un esercito a cui son note le battaglie, e con la spada e con l’eseccito possiede In fede de' suoi popoli, un credito sa quanta è la società monetaria: egli Ferdinando IIche sta nella condizione di pesare nella mente pianto è per avvenire, ebbene, egli non è altro che un uomo prostrate ne' dolori, un uòmo che guarda a suoi piedi spalancata la sepoltura per discendervi esanime, e ignora solamente l’ora d’una morte vicinissima, e che più non puole andar via da se!

Oh! che stranezza di combattimenti si devono raggirare nella sua anima;oh! quale sfida a tutt’oltranza, miriadi di affetti diversi, ordir devono in quel suo cuore di uomo, di padre, di Re....—ognun che mi legge anco per un momento di fantasia, si gitta per un’ora in su quel campo di spine, si addossi le vesti di questo Sire già accampato tra la vita e la morte, tra il tempo e l’eternità, e son certo che il cuore gli uscirà dal petto,! suoi capelli si faranno irti, il tremito il pallore lo spavento lo domineranno, e, ;per un’ora di aver voluto fingere un personaggio che non è! Ora s’immagini lo stato di Ferdinando II…

Non è vero.

Avviciniamo il nostro Re sulla sponda di quel letto da viaggio, su quella modesta branda militare, da cui non volle venir mai tolto per cinque mesi; e avendo presente tutte quante le riflessioni strane emesse di sopra, meditiamo.

Quale spettacolo edificante!

Il Re medita, ragiona, studia le cure di Stato nel Regno, e gli avvenimenti militari, politici e sociali che possano svilupparsi ad ora ad ora in Italia ed in Europa, non per se, ma come a un Mentore per istruirne il suo primogenito, come per trasmettere altrui una scienza che più non deve professare, come ad un gran capitano colpito da' micidiali ferite e da soldato morente cede zi duce suo successore la condotta degli eserciti che manodusse. Non un lamento, non una nuvola di corruccio, non una speranza sola di vivere, ma una placida e tranquilla consegna, egli dà al suo Francesco, della famiglia e de' po poli suoi, per tutto il tempo che vive a Caserta reduce da Bari. Non più siede ai Consigli di Stato, non più à referenda co’ ministri, ma ogni cura trasmette di se al Duca di Calabria, destinato alla dolente missione di prendere le redini del Regno, a giorno a giorno asseconda un Re moribondo ce le passa lungo il corso di tre mesi. Spesso si chiude in secreti colloquii coll’erede al suo Trono, e lo slancia sull’alta sfera dell’interna ed esterna politica, pari ad un Monarca deciso ad abdicare la Corona. E se tuttavia si serba la firma ai decreti ed alle leggi, e siringe la penna per segnare «FERDINANDO» fino all’ora prima io cui il rantolo della morte lo soffoca; non è che per appalesare a Dio ed ai suoi Stati, ell'egli è presente ai doveri di Re, anco nell’agonia, e che il lavoro e la fatica non si spegnono in lui con l’infermità e i dolori, ma con lafa vita. Spesso riunisce intorno al suo letto la intera famiglia, e discorre del da farsi non quando si rimetterà in salute, ma quando sarà freddo cadavere; e per tre mesi interi, egli à la possanza di discorrere della sua morie, come se fosse già morto, e Pio gli permettesse di favellare co’ suoi cari, nudo spirito, sedente sul suo sepolcro—ed ahi! il modesto letto del gran Re, non ò in parola che un sepolcro dissolvitore del sangue della carne dei nervi e fino delle ossa.... Dio, Dio! e se altro manca al martirio suo, non di ore, non di giorni, ma di mesi, egli lo completa ad un’altezza che non è più deì1l'uomo ma di un angiolo, col dare della Maestà a Francesco, coll’appellarlo Re del Regno delle Due Sicilie innanzi a Dio mentre riceve il Sacramento dell’Eucaristia, e d’imporre alla Regina sua consorte ed ai figli suoi di chiamare Francesco, Francesco II loro Re, loro capo, loro Signore, alla presenza di Ferdinando II, tuttora Re, marito e padre...

Se dimanda qual che cosa, usa i modi più umili, anco verso le persone più infime degli appartamenti, onde come i dolori mortificano ilsuo corpo egli mortificar potesse il suo spirito. Parla ad ognuno, o congiunto o dignitario o servo, come ad atto di preghiera. Ai professori Rosati e Ramaglia, Trincherae de Renzis, non à ringraziamenti da rendergli in ogni giorno che lo visitano, ed invece di chieder loro(come ognunaltro infermo) una più lunga dimora appo il suo letto, bada che ritornino presto a Napoli per tant’altri infermi che attendono, si dispiace per le loro famiglie quotidianamente in disagio per causa del loro venire a Caserta; e se ode il fischio del convoglio che viene dalla ferrovia di Capua, supplica a mani giunte a fasciarlo, e se piove fa freddo o vento gagliardo, non à espressioni di compatimento e di per dono a rassegnar loro. E son queste le istanze che chiede l’augusto malato ai medici e chirurgi, intorno all’avvenire della sua infermità. Ed io che scrivo, per scrivere, sono andato a picchiare da porta in porta alle case di questi professori, usi da anni molti, a guardare le angosce appo il capezzale dell’umana famiglia, usi a sentire i dolori e le speranze dei morenti, usi a guardare la morte scendere e salire per l’altrui scale in ogni giorno. Ebbene, unanimi mi testimoniano, che per la prima volta avvicinarono un infermo, nella persona del nostro Re, che visse tre mesi come se da tre mesi fosse morto, e discorresse loro al di là della tomba; un infermo, ed un Monarca infermo, giovane ancora, colpito a morire nell’epoca più bella di sua esistenza, circondato da lunga figliolanza da crescersi ancora, e che invece di chieder medici nuovi e molti alla giornata, invece di dimandare a quei pochi che à, le consolanti speme di guarigione, è dispiaciuto del trapasso che soffrono da Napoli a Caserta, e gl’infervora ad attendere non alla sua ma alla guarigione degli altri infermi affidati alle loro cure. E questi, sono rimani come storditi, come annientali. dalle maniere onninamente nuovissime di Ferdinando, ch’essi i primi lo chiamano il martire trionfante. Ma i due più vecchi fra loro, il venerando veterano della chirurgia napoletana Trincherà, e Rosati, si appalesano tuttora più inconsolabili e come oppressi dalla virtuosa voce del Reale estinto; voce che continuamente si ripercuote alle loro orecchie, edalle orecchie al cuore!

Non parlo del servizio notturno di camera, ove per mesi i professori Leone e Capone e i due marinai cannonieri Morvillo e Crauss, vegliarono ed ebbero per letti le sedie, onde un solo istante di cura non fosse venuta meno appo quella preziosissima vita, Oh! eroiche testimonianze d’un eroe morente, sono per la storia contemporanea i nomi di questi due professori e di questi due servi! Questi non faceano mula fra loro al perpetuo ed invulnerabile servizio, e Leone e Capone si alternavano appo l’augusto letto ogni due ore. Ma qual che notte, di quelle moltissime disastrose notti, il lavoro continuato di corpo e di spirito, quell’inghiottire costante di tante e tante comozioni di cuore, gittata l’un dc’due nell’antistanza del Re a breve sonno. Intanto la sfera dell’orologio, segnava il momento giunto della medicatura o della medela. I servi si alzavano per chiamare il professore dormiente. Oh! Ferdinando a bassa voce rispondeva ai marinai, «Per carità non lo svegliate, non chiamate il compagno, ve ne prego, ve ne supplico, lasciategli riposare, ;è troppo è impossibile quel che fanno per me, ;poveri figli miei, lasciategli unaltro poco inpace, ;veramente si può attendere ancora, mi sento meglio, non òfastidio alla gamba,—si sì è come dico io, ve ne scongiuro, non fate rumore...»

Ora ci si permetta da Caserta girar lo sguardo sulla vasta città di Napoli, che contempla i giorni, le ore, i minuti della vita di Ferdinando II, sedendo in mezzo a timori e speranze, e tra augurii speranze e timori.

Oli addobbi festivi sulle pubbliche vie; sfidano cinque mesi, ma non si ardisce metter la mano a toglier via un solo paralo lieto. Due volte la morte di personaggi augusti, scoraggiò la pubblica gioja in aspettativa, ma questa risorse trionfante. Il Re infermo a Lecce, infermo aBari, infermo a Caserta, volatilizzò de' sospetti delle temenze, ma la speranza frenò i sospetti e le temenze. É vero che le luminarie per le vie intrecciate di mirti, si ruppero di qua di là, e il verde delle foglie s’ingiallì; ebbene, il popolo guardando queste rovinale a metà, andava sa d’altri punti ove nuovi apparecchi si alzavano, quasi bisognasse un anno di preparativi per le feste stabilite. Gli archi trionfali da Mergellina si allineavano mano mano per la via della Dogana, del Carmine e come troppa a scaglioni progredivano innanzi lungo la linea dcgl’incantati suborghi di S. Giovanni a Teduccio, di Portici, di Resina, e delle due Torri. Il maestoso paralo sull’emiciclo del largo Caroline perdurava ognora, come uno stabile e nuovo ornamento attaccato sull'ornamento antico, benché il municipio napoletano spendesse centinajadi ducati al giorno per la durata impreveduta: e quello miriadi di lanternini di cristallo, tra il silenzio e ’I vento della notte, toccandosi fra loro, pareano di preconizzare un augurio di guarigione al Re. Egualmente sfidava le piogge e i. venti il distinto parato del largo del Castello, che in ogni festività di Corte emana tesori di luce dalla Fontana degli Specchi che ha per centro, alle due ali dell’armeria su cui distendevi e appoggia.

Le ammirate pubbliche e private preghiere a Dio, si continuavano fervorose e incessanti in mezzo ai bollettini officiali pubblicali in ogni sera; bollettini che sostenevano la aspettativa dell’universale come sostenuta da una bilancia a peso incerto, e che mentre si equilibra, or sale e scende, or scende e sale dall'oscillare del suo asse.

Ma le nuove venule al pubblico, d’una certa recrudescenza apparsa dal di otto aprile sull’andamento della malattia del Re, spinsero lo spirito della metropoli ad una trepidanza più dolente, fino a che si cadde in una profonda mestizia al giorno dodici del mese istesso, leggendo il seguente bullettino.

«La recrudescenza della malattia si è di molto aumentata nel corso sì del giorno di jeri che della notte, sino ad esservi stato bisogno questa mattinò di prescrivere la somministrazione del Santissimo Viatico».

Al di seguente, questo nostro popolo meridionale, fantastico di mente, affettuoso di cuore, e compenetrato dalle incertezze amarissime di mesi, spaziandosi tra le feste e i funerali del suo Re, tra una vita supplicata ed una morte improvvisamente sopraggiunta a sedersi costante appo il letto di Ferdinando che conobbe sempre in valida salute; al dì seguente, dicea, Napoli e gli stessi medici di Camera si aspettavano la più lugubre nuova; tanto più che i fratelli la sorella e i cognati del Re colle rispettive famiglie per la prima giornata si erano stanziali nella Reggia di Caserta, senza riedere la sera alla Reggia di Napoli.

Non fu così. Al dì tredici aprile, il Re, come desto da un sonno profondo, si sveglia dopo placida notte di riposo, e chiama il Commendatore Severino, onde gli rechi il portafogli del Consiglio di Stato ultimo, per apporre la sua firma a molti decreti di urgenza; e si adagia a metà della persona sul letto, e con mano ferma, scrive più di venti volte il Real Nome di FERDINANDO, come d’un Monarca risorto a vita; e nelle ore pomeridiane quei decreti firmati giungono alla presidenza dei ministeri, ove molti colle lagrime agli occhi guardano e baciano l’augusta firma; e, la sera leggesi il bullettino confortabile:

«Sua Maestà il Re nostro Signore ha passala la notte in soddisfacente calmala quale continua questa mattina». Ma al giorno appresso altre gravezze, fino al dì diciotto, che annunziasi più calmante nuova, che si perde al diciannove e si riacquista al di ventidue, e che progredisce nel Sabato Santo, ventitré, come no augurio per la gran festa dell’orbe cattolico, e che si rendé valida di 9peme il giorno di Pasqua, come a un balsamo alla Real Famiglia ed al Regno in tanto giorno lietissimo.

Eh! per più giorni si respira, i dì primi di maggio appariscono per la salute in pericolo del Sire, colmadi augurii e, ;e Napoli riprende la continuazione de suoi festivi parati, ed ognuno ripete all'altro, grazia, grazia; e tutti immaginano quale indicibile gioja appaleserà la capitale del Reame nel rivedere il suo Ferdinando; e tutti giungono fino a voler consigliare il Re di venire a Napoli bene assai in forze, giacché se quanto ognuno à in cuore di letizia lo appalesa nella sua pienezza figliale all'apparire del Real cocchio, il Re cadrà infermo novellamente per la inaudita commozione a cui lo trasporterà l’entusiasmo pubblico…

Così spunta maggio pe cuori de napoletani—ma come questo maggio 1859 tramonterà?…


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XIII

La Regina Teresa, la Duchessa di Calabria, il Principe Ereditario, la Real Famiglia, dipinti ne' loro dolori.— Ferdinando II, tra la vita e la morte.

Dopotante scene, a cui abbiamo assistito, colme di strazianti dolori ma radianti di speme, il dramma si approssima al suo lugubre compimento, e la ragione del nostro interessante quanto difficile lavoro, avvicina il suo tema a giornate piùchi resta, più dolcificanti pel Re Ferdinando che parte coi tesori immarcescibili de' suoi sacrifici, al cospetto visibile di Dio in seno dell'eternità.

Oh! se questo mio libro si scrivesse in anni di calma morale e politica per Europa, il coraggio civile troppo nolo di questa mia penna, azzarderebbe di squarciare molti veli che covrono molte virtù e molti vizii, appo l’umana famiglia della generazione di oggi, onde incoronare d’immarcescibili allori molti nomi, e strappare a viva forza dallo sedi della menzogna e dell’orgoglio non pochi giganti dal piede di creta, por offrir a questi corno in un panorama di eroismo domestico, gli affetti uniti della Real Casa delle Sicilie; gemma cattolica che Ferdinando II à sublimala, mercé il contatto e l’influsso costante di sua religione.

Eh! i vizii sociali di oggi, chiassano, si fanno innanzi alle opinioni tutte, e benché appaiono al cospetto delle genti come volubili fuochi eterei; pure grandeggiano da conquistatori momentanei, sull’universale. Ma le grandi verità esposte in tutta la luce che possiedono, fanno duopo d’una base morale senta limiti, per apparire in metto alle moltitudini. Sventuratamente, oggi questa base se esiste è personale e non più sociale, giacché non per colpa di chicchessia, ma per umiliazione superna sulla baldanza smodata del secolo nostro che urtato urtante compie il suo corso brevemente tranquillo e molto tempestoso; Varia, sì l’aria che respiriamo è un’aria dissolvente, eì combustibile produttivo degli atomi dissolvitori, à per lievito quest’ordine del giorno:;Mentite, mentite e mentite, e, rimarrà sempre qual che cosa da un diluvio costante di menzogne.—E intatti, tante particelle di qual che coca, vediamo spesso che aspirano fino ad, oscurare il sole civile e morale al cospetto delle genti.

E noi intanto provar ci vogliamo ad esporre qual che ristretta cerchia di raggi vividi che splendono sull’augusta fronte de' primarii personaggi del gran dramma che trattiamo, sol perché il libro che li accoglie, non è scritto pel mondo sociale, non per il secolo che sul cammino che di se traccia alle genti, covre da solco a solco gli avvenimenti più nobili di sua esistenza; bensì per l’affettuosa gran famiglia delle Sicilie, pe’ cattolici popoli nostri, apparecchiali alla gioja più sentita de' loro cuori, e da un impensato dolore, resi spogli d’ogni ben augurata esultanza. Per questi scriviamo, e alla loro dinastica nazionalità affidiamo il patrocinio domestico del libro e di quanto il libro contiene.

Ritorniamo appo il letto del nostro Re Ferdinando, giacché le ore di vita che rimangono all'angusto Signore delle Sicilie, possono enumerarsi, come gli ultimi fiori del prato al cader di novembre. Molti affetti di cuore lo circondano, ma ogni affetto conserva la sua fisonomia diversa.

Ilprimo ch’io veggo, è Maria Teresa Arciduchessa d’Austria, Regina del Regno delle Due Sicilie, la madre di nove augusti figliuoli viventi, la Sovrana che sta per perdere il marito non solo ma il Re perdita che la rende vedova, e la fa discendere dal Trono. Ma Teresa guarda il Trono, o la mancanza della vita del suo compagno di esistenza e del padre de' suoi figliuoli?Un rapidissimo cenno di sua permanenza di ben ventidue anni nei Regno ce lo dirà.

La seconda sposa del nostro Sire, fu scelta nella famiglia degli Absburgo-Lorena, e dal ceppo della casa dell’Arciduca Carlo; l’eroe alemanno dell’epopea militare di Napoleone Magno. Questo prode condottiero delle germani che legioni (29), dopo cento battaglie dalla giornata di Neerwinden (16 marzo 1193) a quella di Asporn (1809), e dopo itradimenti di Lima e le conseguenze di Wagram, dì Eckmulil e di Ratisbona, spezzò la sua spada, e si chiuse nell'ImperialCastello di Weilburg, delizia erettasi in copia di quello del Ducato di Nassau, ove ad divenne scrittore illustre per quanto illustre capitano era stato nel competere le battaglie al Marte dell’era. Quivi si tenne sposo di Arrighetta Alessandrina di Nassau Weilbourg, che lo felicitò di cinque figli, Alberto, Carlo Ferdinando e Guglielmo, tre militari eredi ben degni d’un tanto padre e specialmente l’Alberto, il più giovane e’i più prode de' marescialli austriaci di oggi; e di Maria Teresa e di Maria Carolina sposata poi all’Arciduca Ranieri.

L’Arciduca Carlo fu costante alla parola di non più prender parte al Governo ed all’esercito dell’impero, e la sostenne fino al dì 30 di aprile 1847 che chius’egli occhi al mondo. Nome venerato dall’universo militare e politico, addivenne vedovo al dì 29 di dicembre 1829, mentre tenerissima figliolanza lo circondava. Come gli anni crebbero, man mano spedì i suoi tre figli nelle file dell'esercito austriaco, non come Arciduchi eredi di tanta gloria, ma come semplici officiali di carriera che attendono gli ascensi dal valore e dei cimenti diguerra;—ed Alberto infatti lo à succeduto nella glorio, Carlo Ferdinando è uno dei prodi generali di oggi, e Guglielmo Federico ardito ammiraglio, che iniziò la sua carriera di mare con gli allori colti a S. Giovanni d’Acri, ottenendo sotto i bastioni di Saida, quella croce di cavaliere che l’illustre veterano si ebbe giovanissimo sul campo di Neerwinden, battendo con un pugno di ongaresi il generale Dumouriez. Ed egli rimase con le due figliuole, educandole al semplice vivere d’un Principe militare, già veterano, già autore di scienze belligere, e diviso dal inondo politico e strepitoso. La gloria militare di Caria, guidò il Re militare delle Sicilie a picchiare alla sua soglia e chiedergli in isposa la figlia Terese. E benché un sì illustre matrimonio si sollennizzò a Vienna coi riti della Corte di un Cesare; Ferdinando si unì a Teresa nella silente città di Trento, dipartimento del Tirolo, non lungi dall’alpino Castello d’Inspruk.

Teresa in mezzo a un popolo meridionale qual’è il nostro, bollente, affettuoso, fantastico, poetico, non recò da Regina il fasto splendido della Corte Cesarea, ma i modesti e semplici costumi, colmi di domesticità e di quiete di una Reggia, resa palladio silenzioso d’una gloria che avea nel suo meriggio affasciati per sempre i raggi suoi. Perciò slanciò il suo affetto tutto lutto al consorte, e si ebbe caro il Trono, non perché era addivenuta Regina, ma sol perché il suo Ferdinando lo saliva. Addivenuta madre dodici volle, ed avendo coverta con la sua fecondità i gradini del soglio delle Sicilie, la maternità si elevò per lei a vero Trono del suo cuore.

Sposa e madre., ecco le cure che assediarono la sua esistenza, ed ella si beava dimenticarsi il nome di Regina, per occuparsi quanto puole e deve un animo educato alte semplici e modeste virtù domestiche, in cui si affaticava ognora a far splendere isolatamente per lei» vincoli carissimi e di madre e di sposa. Ella Regina, visse col Re, non come si usa nella Reggia dei Monarchi, ma come ogni affettuosa moglie civile convive col marito. Un letto, un servizio, una mensa. I figli cresciuti dalle sue mani, come ogni altra madre e sotto i suoi sguardi con la pura tenerezza borghese. Ove è Ferdinando è Teresa ed i figli, al passeggio uniti, ai ritrovi uniti, alla manovra e agli esercizii militari uniti, alle cure religiose uniti, e solo disgiungevasi Teresa ogni qual? volta le cure di Stato chiamavano il Re; sposa e madre più che Regina, non ambiva, non stimava gittar mai lo sguardo nella politica e nelle faccende del governo, che guardava come un santuario chiuso solo al Re, e dove ella non si permettea neanche raccomandare il più intimo raccomandato. Se questo modo di esistenza, avesse appartenuto ad un’era priva di tanti eserciti di smodate passioni, quante virtù pellegrine si sarebbero raccolte dalle moltitudini.

Intemerata di costumi, caritatevole senza mai voler conoscere anco di nome le persone e le famiglie mensilmente beneficate, le sue cure si concatenavano dal marito ai figli, e tra i figli suoi e 'l marito si elevava la cura più speciale pel suo cuore, ch'era ed è tuttora, la maternità più ricca di tenerezze pel nostro Francesco. Teresa rinvenne questo, pargolo e in fasce, e benché non era parte viva delle sue viscere, il suo cuore inteso il più virtuoso orgoglio per chiamarsi madre di colui che perduto avea una madre ch’era ed è la madre anco estinta de' popoli delle Sicilie. E Napoli ammirava spesso ne' passeggi Francesco e Teresa, e la Corte vide il Principe della gioventù, appena garzoncello addivenire il cavaliere costante che dava braccio alla Sovrana come moveasi da sua stanza; e mentre scrivo Teresa è vedova, e alla Reggia di Capodimonte a quella di Napoli a quella di Quisisana, Francesco benché sposo, non tralascia le affettuose costumanze della gioventù primiera, servendo di braccio alla sconsolata Signora, che l’accompagna da madre e non da Regina, ovunque egli si reca a prender stanza.

Gli avvenimenti che si chiudono nella cerchia disgustosa di dodici anni, colpirono amaramente Maria Teresa, non dall'altezza sovrana, ma dalla sommità de' suoi affetti, col vedere quel Ferdinando del cui cuore magnanimo ella ne conoseca i valori tutti preziosissimi, messo al demoniaco bersaglio di una coorte incendiatrice del civile e morale progresso d’Italia e di Europa. Sposa e madre più che Regina, i patemi fluttuanti dell’animo, sono stati per dodici anni, moltissimi ed amarissimi. Non però di una donna smarrita ne' dolori, tremante e prostrata nella domestiche afflizioni; ma di una donna che quanto più ama più energia infonder deve ne’ sinistri giorni, alla vita cara dell’oggetto amato, e senza spingerlo sulla via della temenza e dell'abbandono, o dell’ira e della vendetta, inoculare coll’eroismo di donna forte, la dignità il valore la costanza, onde, scongiurare gli avvenimenti, E in mezzo a tante lotte degli affetti suoi, Teresa avendosi assunta la materna protezione de' Reali Educandati, dopo la morte della Regina Isabella, si spinse a trasfondere nella figliolanza delle nostre famiglie, le sue eminenti cure domestiche, fino a creare la nobilissima emulazione in quelle future spose e madri, di convitarle ben due volte all’anno alla mensa ed alle ricreazioni della Reggia. E se un’altra pruova mancasse alla stragrande virtù di maternità, che possiede, la rinverremo in questo fatto. Due Reali Educandati si avea Napoli, l’uno detto de' Miracoli per le figliuole delle famiglie aristocratiche, l’altro di S. Marcellino per nobili e ricche famiglie. Teresa travide un vuoto in mezzo a queste culte istituzioni, colla mancanza d’un educandato per la numerosa classe delle famiglie civili della città, in cui ottenendosi una decorosa sociale istruzione donnesca, si adattasse lo spesato mensile ai modici mezzi di quest’altro ceto crescente quotidianamente, mercé l’andare educativo della patria borghesia; el terzo Reale Educandato nacque utile e proficuo dalla volontà di questa madre Regina, e in pochi anni l’Educandato che portar dovea l'augusto nome, Teresa con la costante sua modestia, intitolò a Nostra Donna Immacolata; e le fanciulle civili e le borghesi, due volte l’anno ancora, maggio ed ottobre, ricevono invito alla Reggia, si siedono alla mensa della Regina, convivono una giornata la volta nella domestica famigliarità co’ Sovrani e coi Principi e Principesse Reali, che ànno cura trattenersi in preziosi efruttiferi discorsi sul conto delle rispettive famiglie, mentre lussuosi divertimenti sono apparecchiati per allietare quei vergini cuori. E per Maria Teresa, non più la giovinetta nobile o ricca, può dire un giorno ai futuri suoi figliolelli con materno orgoglio, tante e tante volle ò pranzato alla mensa del Re e della Regina, ma lo può dire ogni virtuosa figlia della modesta condizion civile, e fino la figliuola de) popolo.

E basta fin qui, e vada l’augusto nome per altro, nelle nobili pagine della storia delle Sicilie.

Ecco Teresa che si muovelieta madre, incontro alla sposa del pupillo carissimo delle sue tenerezze. Ferdinando è incapace di proferire accento intorno alla sua salute al cospetto della diletta compagna, e se ne parla altrui» ordina che non lo sappia la Regina, onde non vedersi assediare quella sua vita tutta moto, dalle indomabili affettuose precauzioni della sua donna. E Teresa viaggia a fianco di quell'nome euo, colosso della persona... valido di complessione, virile ancora negli anni, mentr’ella delicata di corpo, sfiacchita di salute dai dispiaceri e dalle tante maternità, gode di guardarlo, come una gracile vite attaccata ad alto e robusto olmo. Deh! «e Ferdinando era un talismano potentissimo per chi lo avvicinava un istante, ora quale smisurata passione dovea averne Teresa che lo possedea tutto in tutto? valutiamo il paragone ardito, se è possibile!Ma a Lecce, il cuore della Regina si vide per la prima volta compromesso ne' suoi affetti di sposa e di madre, guardando infermo Ferdinando. E da Lecce s’iniziò per lei quella partecipazione morale di martirio» che non si è esaurita nel di dolentissimo ventidue maggio, e dura e durerà fin che avrà vita la vedova del Re Ferdinando II, la madre degli orfani figliuoli.

A noi italiani, genti affettuose, che non sappiamo bere fino all’ultima stilla il calice delle amarezze del cuore, siamo potentissimi nelle passioni fin che l’olio che l’accende, dura; ma nella vivezza naturale delle cure gentili, per l’amore sappiamo percorrere un intero lungo stadio, ma ridurre l’amore istesso un eroismo vivente anco quando l’oggetto amato si è estinto, promettiamo cento costanze al di là della tomba, che presto sfumano, lavate in un torrente di lagrime;—e sapendo amare, sappiamo dolerci molto, disperarci se occorre, ma non giungere mai alla possa di fiw nascere una passione crescente in costanza, quanto più la morte si affretta a spezzare gli stami dell’oggetto amato, e goderlo dopo morto come se vivesse ancora e ritornasse fra poco dici sepolcro.

Questa virtù eminente che ridurrebbe folle uno di noi, si possiede in tutta la tranquillità, da un’anima tedesca. Quando io ammirai l’eccelsitudine di un simile affetto nella Principessa di Salerno, per quel go Leopoldo che tanto amava, non sperava rimirarla nella nostra Regina per la morte dell’amato Re nostro.

Teresa, come vide in Bari sollevarsi il sipario ad una improvvisa sciagura pel suo cuore, non pianse, non fu più la donna di gracile salute, ma invece si elevò a consocia della infermità dolentissima del suo sposo, e non sfuggì un istante dalla piena di quelle angosce, sorbendole con lo spirito quante furono nel numero e nell'intensità. Bari vide la Signora delle Sicilie tre volte in quaranta giorni. La vide giungere col Re, la vide accorrere conFrancesco incontro a Sofia di Calabria, la vide seguire a piedi co’ suoi cari il letto di Ferdinando nell’ora dell’imbarco. Ma per quei quaranta giorni, Teresa non fu vista un istante più per la città. La sua guardia perpetua fu accanto al letto del marito. Il breve pasto giornaliero per ella fu nella stanza di Ferdinando; e in questo stanza ella vegliando, finse dormire per quaranta notti, fra i disagi che non si confacevano per la durata del tempo, al più. valido uomo; ebbene, Teresa non trasse lamento, non parlò di stanchezza, non mancò una sola notte, a un’ora di quelle dolenti notti, appo il capezzale del suo diletto. Un giorno, nuora e figli l’assediarono d’istanze onde recarla su loggia eminente del palazzo per respirare un pò d’aria, e ’I Re istesso l’obbligò. Salì, e discese rapida, perché quell’aria senza suo marito la soffocava. Intanto, la' delicata e stanca salate della Regina? acquista la valitudine antica, dall’amor suo per Ferdinando, che si ammira rinvigorito in mezzo ai dolori e le afflizioni che succia come alimento del cuore.

A bordo del legno, con una difficile traversata di mare isolamente Teresa non soffrì, perché assorta dalle cure affettuose che prodigava, » seduta appo la sponda del modesto letto di FerdinandoA Caserta per circa tre altri mesi, questa donna venne ammirata come fusa in ferro, dalla costante sua guardia appo l’augusto uomo del suo cuore. Caserta non vide più Teresa, fin che Ferdinando ebbe vita; Obliò fino le convenienze del suo eccelso grado, col non venire un’ora a Napoli a restituire le visite alla Corte di Russia e di Prussia, e appo le quali si fece rappresentare dalla sua nuora. Oh! veramente ci manca il tempo e lo spazio per poter narrare la storia eroica di questa sposa e madre, vicino al suo uomo, vicino al padre de' suoi figli, mentre ella vuole testimoniare senza la perdita di un istante, il lavorio crudele che la morte ad ogni ora esercita sulla preziosa vita dell’obbietto di tanto amore, onde immedesimarsi in quegli affanni, in. quelle angosce, in quelle successive agonie che fan credere quasi morto Ferdinando, mentre poi lo svegliano, e giungono (quasi una straziante derisione all’esistenza) fino a gittar lampi di speme per guarigione, mentre dopo un giorno, dopo un’ora, dopo minuti, si ritorna a temere, si rimira la morte già vittrice sul corpo esinanito della sua vittima illustre!...

E Teresa abita la stanza ove tanti strazii si riuniscono, abita la stanza ove il corpo umano vivente ancora, si dissolve; e Teresa à quasi un gaudio di passione, nel soffrire con lo. spirito ciocchéil suo uomo soffre col corpo, e se questo stadio lugubre durasse anni, ella godrebbe sol perché convinta di non più doverlo vedere, di non più dover sentire quella voce che4’appellò sposa e madre, gode diceva di essere accanto a lui, quanto più è possibile. E la forza non scema nell'ultima ora di quella vita tanto cara. Anzi maggiore ansia, maggior premura, d’impressionarsi in quegli ultimi sguardi, in quelle ultime parole, in quegli estremi aneliti che passano e non più tornano... quel voler dare un consuolo tenerissimo al morente di vedersi vicino ancora inessere amato mentre la vista si oscura, e la luce della terra appare notte,innanzi ad altro sole che spunta... quell’attenzione sovrumana di raccogliere l’alito estremo dell’anima che vola a Dio, come per rattenerla, per fermarla ancora, per dirle addio in quell'atomo impercettibile in Cui slanciasi in sino, all’eternità!—e... Teresa, la donna forte, compir volle dell'intutto la battaglia del suo cuore, e—quando si accertò che 'l suo Ferdinando non era più, baciò le labbra allo sposo, baciò la roano al Re, ed uscì soletta per riunire sul suo seno di madre, le lagrime desolate di dieci figli…

Ecco Teresa dipinta in se stessa.

Avviciniamo un’altra eroina del dramma;—la Duchessa di Calabria.

Sofia, fiore gentile della Germania, nata in una Corte tutta militare ed artistica, educata in mezzo alle più balde e generose virtù, sente quella smania gentile di una augusta fanciulla alemanna che vien scelta sposa e futura Regina della regione più incantevole della vaghissima Italia, qual'è Napoli, per le cinque parti del mondo. E accorre, e non la frenano i passi, gli amplessi lagrimosi d’un padre e d’una madre, il distacco d’una Reggia che la vide nascere, l’addio di tanti augusti congiunti, di una patria, d’un popolo gagliardo che la saluta piangendo. Iddio lo vuole, e la tenera giovanetta viaggia per lunga via, onde compiere la sua missione;—e benché un assieme d’ignoto la circonda, ella viene a noi, attraversando col pensiero un orizzonte di rose, spaziandosi colla mente in un emisfero di centomila piacevolezze, e 1 suo cuore se fa guerra di palpiti innocenti, è quella guerra sensibile di alletti carissimi in lotta e che guidano alla vittoria d’una esistenza completa, per un essere che Dio per bene unirlo alla vita dell’uomo, lo formò dalla plastica dell'uomo primo.

Ma a Vienna un dispaccio importuno, sospese i suoi passi. Oh! e perché frenare il volo a questa colomba ardita, e gentile? perché ran nuvolare per {pomi ancora un cielo di luce pe suoi casti desii? perché intralciare l’arringo a questa debile coraggiosa, sì nobilmente slanciatasi al corso per giungere alla meta?—E finalmente la meta è raggiunta ; Sofia, la sposa di Francesco, viene salutata su terra delle Sicilie, Duchessa di Calabria. Le feste di Bari fecero paragonare a lei, le feste di Napoli, ma Napoli dov’è, dove la nuova Reggia della Reale. di Baviera, ove il Trono delle Sicilie a piè del quale seder deve la prima col suo Francesco; di grazia, ove è il Re?…

Sofia, abita per molti giorni un palazzo di prefettura civile del dipartimento barese, il Trono dista da lei quanto dista Napoli da Bari, e’ ‘l Re è infermo, ed ogni giorno è più infermo!... Ecco l’orizzonte splendido di Sofia frastagliato di nuvole, e le dispiacenze e le incertezze di famiglia, raccolgono con dura mano si fiori lieti che un Re ed un popolo, aveano alimentati col cuore, onde inghirlandare di feste e di gioje la sposa del figliuolo di Maria Cristina.

Le Reali none, per gli eredi del nostro Trono, furon colme di sacrificii eminenti, che mentre più strinsero i cuori di Francesco e Sofia spiegar fecero, a vicenda, le più speciali virtù umane e cattoliche che solamente nelle tribolazioni, se si posseggono, appaiono nella maestà della eroica luce che le ingemma. Infatti, Sofia, non à altra missione a Bari ed a Caserta, che in un duolo crucioso di famiglia, far dono di un sorriso benevolo e caro agli augusti, lenire gli affanni di quel Re che la chiamava a sposa in mezzo alle feste di una Reggia e di dieci milioni di giubilanti sudditi, e che invece non il Re a Sofia, ma Sofia al Re quotidianamente largir deve le più sensibili affettuosità, e pari a un genio benefico cospargere il letto degli affanni, di fiori fragranti per gajezsa giovanile e per cure figliali. E Sofia si studia ogni modo possibile per raddolcire l'esistenza che si spegno nel nuovo suo padre, e render mite le dispiacenze d’una Real famiglia sì profondamente amareggiata. Niun lieve barlume di scontentezza, niun momento di disturbo appare nella sua persona, chiamata a gioire e dal primo giorno giunta ad affliggersi, ma, o si sforza a sollevare lo spirito de' suoi congiunti, o piange al pianto degli augusti, tanto, da non distinguere in quattro mesi, (da febbrajo a maggio) la pervenuta Reale di Baviera In mezzo alla Reale Casa delle Sicilie.

Partì da Monaco per la Reggia di Napoli, e questa Reggia e questa città. vede appena dalla spiaggia di Resina, e vi si accosta, colla velocità della ferrovia che la chiude a Caserta per tre mesi, e non una sillaba appare sulle sue labbra che parlasse di Napoli, ma. è tutta dedita alla vita del Re, ai duoli de' suoi figli. Francesco, e à Bari e a Caserta, è la guardia inamovibile di giorno e di notte dell'infermo genitore, e se perde un’ora, quest'ora non lo unisce a Sofia, ma alle cure di Stato in tempi difficili che giù gravitano innanzi tempo su di se, né Sofia appalesa al suo sposo dispiacenze di questa stranissima sua esistenza, ma invece lo anima a compiere i suoi alti doveri, lo incuora, dàlena al suo spirito, energia al suo cuore, per tener mano ferma innanzi al dolore che lo preoccupa da figlio e innanzi al lavoro che lo interessa per lo Stato.

Il Granduca Costantino di Russia colla sua consorte e l’augusto figliuolo Niccolò, giungono a Napoli al cadere di marzo, e si affrettano a recarsi a Caserta, onde appalesare alla Maestà di Ferdinando le dispiacenze della ImperialCasa di Pietroburgo per la sua infermità. Al dì seguente Ferdinando e Teresa inviano a Napoli, per rappresentargli, appo gli augusti di Russia in restituzione della visita, chi mai? Francesco e Sofia. Oh tempi! oh tempi! Napoli addobbata a festa, ignora il giungere incognito degli eccelsi sposi, pe’ quali sì' immensi preparativi pubblici e privati serbava; e Sofia vede Napoli per la prima volta, passaper sotto agli ardii trionfali della marina del Carmine, guarda i moli addobbi lieti, e dopo qual che ora ritorna a Caserta, ossequiata di quà di là da gente che accorro per ogni via, ma con saluti silenziosi, con sorrisi affettuosi ma incompatibili al poetico entusiasmo del nostro popolo, e, ;la mente vacilla e teme di errare favellando di episodii così strani e accatastati l’un l’altro sulla brevissima catena di cinque mesi. La sera non disse motto di Napoli in famiglia, per delicatezza di dispiacere. Ferdinando l’interrogò più volte, ma la Duchessa di Calabria ebbe squisito talento di volar via su d’un discorso che potea menare al cuore del Re e della Regina il menomo disguido morale, per la cruciosa posizione degli avvenimenti.

Al dì primo di aprile, Francesco e Sofia ritornarono a Napoli in missione di far visita alle Maestà del Re e della Regina di Prussia. Salirono un momento alla Reggia, Sofia vide quell’incantevole palazzo de' nostri Re, percorse quello splendido appartamento addobbato per sua dimora, guardò quella villa che sporge alle sue stanze e che si alza sul livello del mare come i deliziosi giardini murali dell’antica Palmira, e su cui l’occhio si smarrisce nel dominio che à di possedere nell'assieme la cerchia del golfo partenopeo, unico nelle città del mondo, e:—ma di volo, non come a Duchessa di Calabria, ma come a una viaggiatrice che mira, osserva, e rapidamante passa oltre! E la virtuosa si compiace, ma è attenta ad esser l’eco de' soli accenti dello sposo, onde una sua parola di più non farla stimare un malcontento, un rimprovero per la vita difficile che l’è data menare da mesi. E in sulle vie, le persone si affollano riverenti ossequiose e col sorriso sulle labbra; ma Sofia comprende che le ovazioni pubbliche sono per lei, e appare come non vedesse non sentisse, per la eroica abnegazione, chi sa, la sua compiacenza arrecasse disturbo agli animi afflitti de due giovanissimi cognati, che à nel cocchio, Luigi di Trani e Alfonso di Caserta; e.... quegli omaggi si davano alla madre loro, che età per addivenire Regina vedova, ed al Re loro padre che si approssima a più non esistere....

Dunque, a Bari ed a Caserta, ove si piange vi à Sofia, ove si spera vi à Sofia, ove si prega vi à Sofia.

La prima volta che la famiglia augusta, giunta a Caserta, si riunisce a mensa augurativa nella stanza dell'infermo Signore delle Sicilie, Sofia si fa attendere e non viene. Il Re la chiama più volte, la' Regina ne cerca conto a Francesco del ritardo, ma Sofia si fa attendere ancora, perché si prepara a un colpo magnifico per allietare gli animi dei Sovrani. Finalmente si muove dal Suo appartamento e scende alla dimora del Sire, in completa toletta di una Principessa. Ecco Maria finalmente, esclamano tutti, e Teresa meravigliata di quella magnificaetichetta di addobbi, le dice, e perché o Maria così? sai bene che stia mo in famiglia. Ed ella:

«Vostra Maestà perdona, non siamo più in viaggio, io già mi trovo nella Reggia Sovrana, e debbo presentarmi la prima volta alla mensa del mio Re e della mia Regina, e conosco i doveri a cui son tenuta».

E una lagrima di dolcissima tenerezza spunta sugli occhi de' Sovrani e Real famiglia, per paga di sì squisita convenienza della Duchessa di Calabria.

Un giorno, giorno di temenza estrema per la vita del Re, quando gli animi non si erano ancor preparali alla sua morte, ogni persona Reale, eleva il suo voto a Dio, e si dà ad ogni fervida preghiera ai Santi tutti del Paradiso. Sofia si reca nella chiesa palatina del palazzo pel suo volo ancora. Dove vai o Maria? piangendo dicono a lei gli augusti. Vado a compiere una preghiera che si usa in Baviera nelle grandi afflizioni. Verremo ancor noi a pregare con te. Ma no, risponde la pia, vado io sola, è troppo lunga, dura più ore la prece da farsi. No, no, o Maria, dura quanto vuoi, vogliamo pregare con te. Ed ella si circonda di tutti i figliuoli di Ferdinando, e prostrata con la faccia a piè dell’altare, inizia la gran preghiera del popolo bavarese, a cui gli augusti rispondono a coro.

Spesso non chiede cibo, in quello folle dolentissime di vita o di morte, e giunge tante volle a sostenersi per più. giorni con bevande toniche, giacché la sua anima nobilissima stima un rimprovero e se stessa, imbandire la mensa, in una Reggia ove si piange e ‘llutto e la desolazione passeggiano intorno al Trono.

E son queste le gioje di sposa.... che riceve nelle Sicilie, Sofia!

Oh! che martirio valutabilissimo è dato a Sofia sostenere con coraggio sovrumano in questo dramma funesto e luttuoso che Iddio fa succedere ai suoi sogni di rose, onde provare l’animo eroico della futura Regina delle Sicilie. Non basta il duolo che à pel suo secondo padre che perde, dopo di averla magnetizzala in pochi giorni del più polente amore di padre per una trascelta figlia;—non basta al cuore di Sofia il dover asciugare in ogni giorno le lagrime del suo carissimo sposo, che per feste le dona mestizia;—non basta lo strazio affettuoso di sentirsi chiamare «Maria, Maria» da un Re morente, e chiederla per sua consolazione, e dover sorridere mentre la gentile non si regge pel pianto che la soffoca, mirando quel letto militare su cui discorre un grande Monarca con la costanza degli eroi antichi;; non basta l’assistere da mane a sera a scene strazianti d’una sconsolata sposa e di dicci figli sorpresi dall’infortunio; no non basta, per Sofia tutto quest’assieme smisurato di sconforti, ella, la straniera, la pervenuta de poco, nota appena in. mezzo alla sua nuova parentela, con amicizia di giorni;, senzaguida, senza consiglio, ma sola a se, deve serbare uno studio di mente e di cuore ad ogni istante, onde non naufragare in un mare di nuovissime abitudini, e con una parola, con un motto, con uno sguardo, con un gesto, arrecare senza volontà, disturbo dispiacenza dolore ad una donna che sta per perdere marito e scettro, a figli che vanno ad addivenire orfani di padre, e da figli di Re sul Trono, sudditi suoi e del suo sposo!.. Oh—martirio ammirevole e prestigioso è quello di Sofia, sì giovane di anni, sì nuova nella Reggia delle Sicilie, in tempi sì infausti che potrebbero menomare la sua stima in Corte al minimo sospetto che si eleverebbe per animi afflitti, come un altissimo rimprovero alla sventura, come un atroce insulto al dolore, mentr’ella sta per salire un Trono. Ebbene, Sofia trionfa, e per cinque mesi riesce il consuolo carissimo d’un Re che muore e d’una numerosa famiglia augusta che rimane nel pianto; e dopo che si chiude questa tomba spalancatasi all'improvviso, ritorneremo a favellare di Sofia, onde poter esclamare ai popoli delle due Sicilie:—Ecco qual Regina possiede il cuore del nostro nuovo Re.

Ed ecco la nostra Sofia, sbozzata appena co’ raggi delle sue virtù pellegrine.

Passiamo oltre, ed avviciniamo per poco il figliuolo della morta Cristina e del morente Ferdinando; Francesco.

Francesco! ; l’oceano sconsolato che attraversa il Duca di Calabria in questi letali cinque mesi, non à sponde per misurarsi nella latitudine e nella profondità. L’intera famiglia del Re è prostrata dalle afflizioni, ma Francesco oltre la sua quota di duolo, riassume in se i dolori tutti de' suoi cari.

Ferdinando è il padre che ricorda al suo cuore la madre che non conobbe. Da Ferdinando apprese le indimenticabili parole che Cristina morente, lasciò a lui neonato, come aureo testamento dell’anima d’una madre che volò al Cielo. Da Ferdinando à raccolto le carezze, gli estremi baci, le ultime benedizioni, che Cristina lasciò a lui sulla culla, quali gemme che gli angioli della custodia de' pargoli, conservano per eredità degli orfani in fasce. E in quelle ore di cara mestizia, in cui un giovane figlio, sente il bisogno di colmare quel vuoto arcano dell’anima, che solo lo sguardo di madre riempie nella vita e che l’universo non basta a farne le veci; Francesco, per far scendere nel pensier suo l’idea d’una madre che non vide, corre da Ferdinando, quasi per chiederne conto, e mirando il compagno di Cristina, pare a lui conoscerla, creandosi un’immagine eterea che favella col genitore.

Francesco, come ogni orfano figlio, fu la perla del cuore di Ferdinando e da Re e da padre. Non fu egli pel Monarca l’erede venturo del Trono, che serbasi in alta tutela, e per legge di angusta custodia, segregato si mira dal potere d’una Corona, che per quanto più la dovrà possedere un dì sulla fronte, tanto più lontano esser deve da' suoi raggi. Ma invece, Francesco cresce appo i gradini del soglio paterno, come un amico carissimo, come un dolcissimo fratello di Ferdinando, come due cuori che ànno duopo per vivere di toccarsi insieme, di possedersi l’un l’altro, di avere un palpito, un affetto solo.

Ah! sì;Francesco à duopo di vivere in Ferdinando, e Ferdinando in Francesco. L’amore che gli liga è grande quanto è grande il mistero di quegli affetti umani, che serbano la base in terra, il vertice in Cielo; che conservano ad alimento loro due esistenze, l’una del tempo l’altra dell’eternità, l’una ricca di fede cattolica, l’altra ricca di carità cattolica.

E ; non comprendete?Ferdinando possiede nel suo figlio Francesco, un reliquiario vivente di Cristina ch'è nel Cielo, e Francesco possiede in terra nella persona di Ferdinando il compagno diletto di sua madre che lo ama in Dio. E, da questa duplice e rara esistenza, tra il figlio el padre, stretti sì caramente da' vincoli di amore e di religione, valutiamo se è possibile, il dolore che arreca al nostro Re Francesco li, la morte del Re Ferdinando II. Altri nove figli, piansero e piangono, ma conservano una madre che ricorda loro il genitore estinto;;ma Francesco, perdendo Ferdinando, à perduto il padre, e col padre si sono dileguati nel suo cuore le immagini della madre che nel padre rinveniva, ogni qual volta quell’abisso di figliale affetto, sentiva il bisogno di colmarsi!...

Ma ben altre pungenti spade trafiggono quotidianamente per cinque mesi il cuore del predilettissimo de' nostri popoli. È vero che Ferdinando posseder dovea nella vita del corpo un germe mortifero che in qualunque modo lo dovea uccidere, perché non a tempo espulso; e che il metodo del viaggio, eì luogo prescelto per l’arrivo di Sofia, non ebbero consigli o voleri da Francesco. Ma nientemeno, nell’epoca del suo matrimonio, e andando incontro alla sua sposa, il Re spinse i motivi, accelerò le cause della infermità e della morte. Ogni lamento, ogni sofferenza del padre, sembrava un rimprovero al suo cuore, innocente di volontà, come per dire: a causa de' miei sponsali. Ogni gemilo sconsolato che udiva dalla Regina Teresa, da' suoi fratelli, da' suoi zii, lo colpivano come a tante querele a lui dirette. È vero che la coscienza sua non serbava neo di desio a sì letali avvenimenti; ma un cuore in tumulto, un’anima allagata da strane amarezze, non è la ragione del calcolo, e a crucio unisce crucio; e un invisibile insetto che passa, appare un gigante. Ogni augusto congiunto lo avvicina per consolarlo, conoscendo il suo duolo eccezionale; fino il padre morente si affatica ogni istante a condurre io riva la nave in naufragio del suo spirito, ma Francesco non perché non possiede l’eroismo del coraggio, ma perché à in seno il cuore pietoso e tutt’affetto che gli stampò una madre, miniera di pietà e di amore, e soffre per se, ed ingoja come calice a lui solo destinato, le sofferenze de' suoi cari.

Oh! quale desolazione magnetizza tutta la sua persona, allorquando, odesi chiamare Re dal Re morente I oh! con quale vivida fede fa voto pubblico in quell’istante, al cospetto del Monarca e dell’augusta famiglia, della sua vita per la vita del padre! ;Dio, Dio, esclama, fammi morire, ma conserva la preziosa esistenza del mio padre e del miò Re... anima santa della madre mia, o chiama tuo figlio a te, o non lo lasciare senza padre!....

Ed io voglio presentare per un istante Francesco al cospetto de cattolici nostri popoli, non più nella Reggia di Caserta, ma mesto pellegrino per le vie di Napoli, a compiere un ultimo voto per la salute del Re, serbando la fede dell’estrema speranza scolpita sull’augusta sua fronte.

Siamo al di sette maggio, giorno memorevole per la cattolica fede del popolo napoletano, pel prodigioso miracolo della liquefazione del sangue del martire Divo Gennaro. E siccome un tanto miracolo, testimoniato dai più miscredenti stranieri, nelle sue diverse fasi come avviene, da secoli, è una storia costante ed edificante insieme del patrocinio che il taumaturgo ottiene da Dio alla metropoli, spesso prevedendo sinistri o lieti eventi; cosi è da immaginarsi la sera della vigilia della festività, momento del miracolo, quali trepidanze e quante preci si unirono nel nostro popolo, stante la vita in pericolo del carissimo Sovrano. Oh! il miracolo riesci sollecito e con fasi auguratrici di massimo gaudio. Grazia, grazia, s’intese proferire dalle labbra di ognuno, ed ognuno palpitò di gioja stimando il miracolo della liquefazione del sangue del martire, si sollecito e si copiosa, come un’arra alla guarigione del Monarca. E l’eco giubilante del cattolico popolo, col suo grido di grazia, grazia, giunse alla Reggia desolata di Caserta. Infatti ned dì 7, 8 e 9 maggio, si travide nella infermità del Re, una speciale miglioria (30).

Ognuno conosce, che il dì dopo questa solennità religiosa in Napoli, dal fondatore della Monarchia delle Sicilie, Ruggiero il Normanno, finoad oggi, ogni Re nostro, si recò in splendida forma pubblica al duomo per venerare le sante reliquie. E Ferdinando II, dopo ventinove volte maggio, è questo Tanno, ed èl’ultimo che non può recarsi con quella fede tutta sua a piè dell’ara del gran Taumaturgo.

Oh! Francesco à il suo volo estremo da compiere per la vita in pericolo del suo Re e del suo padre, e la lieta novella del miracolo avvenuto già sì ricco di augurii, dà lena maggiore per recarsi a Napoli. Ma non è il Duca di Calabria che viene, non è il Principe Erede dei Trono che giunge, ma il figliuolo piangente e sconsolato, come in incognito pellegrinaggio per la città. Infatti la città ignora la sua venuta, nulla appare della sua augusta dignità per le vie. E il figlio del padre morente, che per coadiuvatrice della sua prece al santo Patrono di Napoli, conduce seco la virtuosa Sofia, e con Sofia i due fratelli Luigi ed Alfonso. Dalla stazione ferroviaria di Caserta in modesto cocchio, per le vie Nolana, Forcella e Mannesi si giunge alla chiesa madre. La gente lo vede, le donne del popolo lo mirano per la prima fiata accanto a una sposa attesa e non nota ancora, e quella sensibile fisonomia, quel volto coverto di pallore e scolpito di mestizia, svela il motivo della sua visita e dove la visita; e a storme si corre da ognuno presso il suo cocchio. Ahi! come ridersi gli augusti e ’I figlio di Maria Cristina alla lor testa, piangere e piangere, il popolo armonizzò quel pianto con preci sollenni, eh!—e dovrei possedere i colori di Michelangelo o la penna di Dante, per pingere o narrare questa scena o questo episodio, nell’innarrivabile sua dignità commoventissima...

Il nostro coraggio non à più lena di seguire appresso i passi del nostro Principe della gioventù; e siccome per ragione di questa storia, lo dobbiamo incontrare altre volte, così riposiamo la stanca penna, col passaggio ad altri obbietti interessanti.

Ora il tema c’incalza, e la rassegna degli altri augusti personaggi, che compongono l’altro assieme distinto degli affetti dolenti, fiancheggianti il letto del morente Sire delle Sicilie, ci tratterrebbe di molto ancora in un argomento troppo angoscioso in se stesso, e che sminuisce dell’intutto la lena bisognevole per giungere con pia costanza alla meta del cammino segnato. Perciò riuniremo come in un quadro, i nomi di ciascuno con le rispettive doglianze, se l’ardire della nostra penna è compatibile di abbozzarlo almeno.

Luigi di Trani ed Alfonso di Caserta, mi si presentano dopo Francesco di Calabria, quei primi Infanti delle seconde nozze del Re, quei due arboscelli gentili e svelti, che sì bene fiancheggiavano la robusta persona di Ferdinando, e che Ferdinando crebbe alla religione e alla pietà, alla sapienza civile e militare, quasi come due scudi validi del Trono futuro del suo primogenito, convivendo con lui pari a due strenui ajutanti dicampo, che studiano nello sguardo del ducasupremo, gli ordini e la tattica, la disciplina e l’onore; e convivendo con Francesco, come due ali unite ad un sol corpo ed ubbidienti al volo. Luigi ed Alfonso, sono i più dolenti testimoni di questo dramma, perché oltre gli affanni sorbiti in cuore dalla lunga agonia del loro genitore, pietra angolare su cui crebbero sì nobili Principi, oltre l’umano ed inevitabile crucio di perdere un padre, e sì giovanissimi ancora passare da figli a fratelli di Re; Luigi e Francesco enumerar devono i martirii costanti dell'affettuosa loro madre, i gemiti inconsolabili delle auguste sorelle, e sostenere la tristissima esistenza di Francesco, giovane Mentore de' giovanissimi loro anni, il fratello carissimo, l’amico costante, il compagno indivisibile di jeri e di oggi, il loro Re di dimani e dell'avvenire I giovanetti la cui vita cresce in ognora, serbano la costanza nel reggere il culmine di tanti luttuosi avvenimenti, e non cadono smarriti sotto il loro peso, perché quel padre loro che sen muore gli crebbe nella morale cattolica e gli fortificò dalia culla con le cattoliche credenze.

Ecco venire appresso, Gaetano di Girgenti, Pasquale di Bari e Gennaro di Caltagirone; le onorate divise militari fin dalla culla, Ferdinando à adattato ognora alla sua figliolanza di casa Borbone, e Gaetano à la spalletta di luogotenente a tredici anni, Pasquale a sette anni non è che un piccolo caporale onorario, e Gennaro avrà l’uniforme di solcato raso, appena le incerte orme di un Infante di due anni, stamperanno i primi passi securi sul suolo della Reggia. Oh! a quale cruciosa pena fo rivolgere lo sguardo ad ogni padre di famiglia che mi legge... Gaetano, di carattere squisitamente sensibile, questo garzoncello augusto che nella vivacità che possiede, mi ricorda il motto del Re di Francia Luigi XV che chiamava il Principe Borbone di Conti, mio cugino l’avvocato, come il nostro Ferdinando appellava per celia, Gaetano di Girgenti, mio figlio l'avvocato; Gaetano, benché in tenera età, può dirsi il più inconsolabile figliuolo, mentre Pasquale piange e poi si trastulla colla innocenza degli anni, e Gennaro è muto al duolo generale di sua famiglia, e, non ricorderà la persona del padre, e udrà dalla madre come fu baciato e benedetto nell’ora estrema dal suo genitore! ;In mezzo al duolo della casa de' nostri Re, dopo la morte di Ferdinando II, sapete quale spettacolo mi à più impietrito della persona? nel mirare questi tre piccoli augusti. Il primo con la sciarpa di velo nero sulla divisa militare, il secondo con la piccola toletta di lutto intero, ed il terzo con un manto nero sulle fasce della culla Si appelleranno ognora figli di Re e fratelli di Re; ma come ogni altro orfano figlio dell'uomo, chiameranno il padre e non l’avranno mai sulla terra...

Oh! ben quattro lagrimose Marie mi si appressano alla mente, e sono le quattro figliuole di Ferdinando II, le quattro Principesse delle Due; Sicilie della(1)gioventù di oggi, cioè Maria Annunziala Isabella, Maria Immacolata Clementina, Maria delle Grazie Pia, e Maria Immacolata. Sen desse quelle quattro colombe derelitte che ammirammo sconsolate jn Caserta pel loro genitore lontano ed infermo, e che videro ritornare disteso sulla branda, mentre lo avevan visto uscire dalla Reggia, frenando con destre mani i cavalli del cocchio. Non stima il lettore l’afflizione di queste Reali quattro Marie, come ogni duolo di affettuosa figliolanza, appo il letto d’un padre che muore, no. Queste figliuole di Re, serbano altri speciali legami per più soffrire la perdita del loro genitore. Infatti, nell’altissima sfera sociale in cui nacquero, non ebbero altro orizzonte per crescersi belle e pie, che l’amore del padre e della madre loro. Figlie di Re, tutto il mondo incantevole della loro vita siracchiuse nell'affettuosità de' domestici lari, ove la voce di Ferdinando era la gioja, il sollazzo, la festa, il divertimento. Napoli conosce appena queste venuste rose della Reggia, che vide di rado e come stelle fuggenti. I pubblici passeggi, i cospicui ritrovi, i teatri, non conobbero queste carissime gemme della famiglia del Re, perché vissero e crebbero sotto le ali del padre, e questo padre è l’incanto della loro età. l’esistenza morale della loro pudica esistenza. Ora di volo, rimaste isolate da questo padre non mai lontano da loro per molti giorni, non mai inferme per un sol di; indi lo rivedono gravemente infermo, infine odono che morir deve; deh! squarciato il velo beato d’una sf domestica esistenza dalla mano crudele della morte, il mondo abituale della vita di si tenere figlie, in quale letale abisso di affanni discende pe’ loro smarriti castissimi cuori?...

Azzardiamo mettere la mano sul cuore non più de' figli del Re Ferdinando, ma su quello de' suoi fratelli; quali palpiti dolenti si avvertono?

Leopoldo di Siracusa, il fratello compagno dell’infanzia di Ferdinando, quello che si onorò sempre colla lealtà augusta che possiede, di far pompa in tutti i tempi, dell’alta gratitudine che i figli di Francesco devono al Re, culto per talenti, prudente per esperienza di anni, egli solo nel veder Ferdinando in pericolo di vita, à la possa di soffrire un dolore che sia dolore fraterno, giacché gli altri due fratelli, guardano il Re da padre e gemono da figli. Oh! Leopoldo cadde infermo mortalmente negli ultimi mesi dell’anno 1854, e Ferdinando da Resina alla riviera di Chiaja, parea di aver le ali di aquila generosa per accorrere a confortare il Caro terzogenito di Francesco e d’isabella, e sprezzando la notte e 'l giorno, le acque e le intemperie, recavasi e tratteneasi appo il letto del fratello Conte di Siracusa. E Leopoldo alla prima incertezza di nuove sulla salute di Ferdinando, si spinge a precipitoso viaggio fino a Bari, e da Napoli a Caserta è il più assiduo giornaliero viaggiatore, e per raccogliere le estreme parole del morente capo di sua famiglia, e; no ;pel mesto consuolo di mirarlo ancora in quelle fuggenti giornale, rompe fino gli argini delle convenienze di casa, e con voce tremula pel dolore intenso, esclama al cospetto della Corte di servizio, oh! mio fratello, mio fratello, ò diritto a vedere il mio Ferdinando che muore!

E Luigi di Aquila e Francesco di Paola di Trapani?—Ecco due stranissime coincidenze di famiglia, che si succedono dalla morte di Francesco I, alla morte di Ferdinando II! ;quel che oggi sono pel Re Francesco II i due fratelli Infanti Pasquale e Gennaro, furono al novembre del 1830 pel Re Ferdinando II i due fratelli augusti Luigi e Francesco di Paola. Luigi di Aquila avea quasi l’età di Pasquale di Bari, e Francesco di Paola vide i neri veli dei lutto sulla sua culla, pari ai veli che oggi covrono la culla di Gennaro di Caltagirone. Come da ora innanzi Pasquale e Gennaro chiameranno loro padre e non loro fratello il Re Francesco II, cosi Luigi e Francesco di Paola appellarono padre loro e non loro fratello il Re Ferdinando II. Ed ora che la morte immatura si appressa a mietere la vita del secondo loro padre, questi ultimi rampolli di Francesco I e d'Isabella di Spagna, avvertono per la prima volta in vita, quale intensa amaritudine possiede il dolore di figli orfani, anco in età virile! Chiamo i popoli delle Sicilie a testimoniare la paternità di Ferdinando II pe’ suoi due ultimi fratelli. Luigi di Aquila, l'illustre marino della rinata flotta del nostro Reame, crebbe a bordo di nave da guerra fia dagli anni teneri, colla severa educazione militare, e seguì una carriera di ascensi qual premio periodico a lunghi difficili viaggi; e l'ammiraglio di oggi, deve a Ferdinando la storica onoranza di aver fatto sventolare la nostra bandiera dinastica nazionale alla testa della prima flotta di guerra che dall’Italia abbia alzata l’ancora per spingersi nell'oceano, attraversare la linea dell’Atlante più volte e far sentire alla lontanissima casa Imperiale di Braganza Borbone, Sovrana del Brasile. Il grido lieto de' marinai napoletani, Viva il Re Ferdinanda II, schierati su i pennoni d’imponente squadra. E Francesco di Paola, sì pio|, sì culto e sì affettuoso, quell’augusto che à onorato i ginnasti educativi della città di Roma, ove tuttavia gli alunni dell’almo collegio latino, conservano il suo nome come orgoglio illustre delle scuole; Francesco di Paola fino a che non addivenne sposo, apparì nella casa del Re, come un figliuolo primogenito di Ferdinando II; e crebbe alla carriera multare come il portavoce fedele tra il Re e 'I suo esercito. Eh! affidiamo lo scandaglio delle amarezze di questi due Principi Reati, ai cuori dei moltissimi che si onorano di conoscerli.

Un altro gruppo di mestissime affettuosità, ravvicinar dobbiamo, per chiudere la dolente rassegna.

Maria Carolina e l’infante Carlo Luigi di Spagna, e l’infante Sebastiano Gabriele con.... con chi mai? volea dire, per abitudine di dire, conMaria Amalia, la bella e pia sorella di Ferdinando, la virtuosissima consorte dell’insigne artista esule ed Intente di Borbone Braganza. Ma la tutta buona Amalia, precesse di diciotto mesi nella vita migliore ilRe ed il fratello, ed ora lo attende nudo spirito, in Dio!

Maria Carolina, fino a quando non passò a nozze (10 luglio 1850) con Carlo Luigi Conte di Montemolin, fu il modello ultimo delle sorelle che stiede nella Reggia come affettuosa figlia di Ferdinando II. Maria Carolina e Maria Teresa, vissero con Ferdinando, come Luigi e Francesco di Paola, cioè da figlie e non da sorelle; furontali le cure di famiglia verso le medesime. E come Maria Teresa di Napoli passò ad Imperatrice del Brasile, Maria Carolina rimase ultima diletta figlia di Ferdinando, fino a che unitasi in matrimonio col figliuolo di Don Carlo di Spagna, non rimanesse ospite del Re del fratello del suo secondo padre. Ah! Ferdinando se ne muore, e l’augusta Contessa di Montemolin, al cospetto della sua vita di oggi, pianger deve il tramonto dimolti affetti pel suo sensibile cuore, perdendo il Re il fratello il padre... né a Carlo Luigi è dato consolare la sua consorte, giacché egli il primo rimane inconsolabile colla perdila del suo più energico e costante amico, del suo più affettuoso cugino!

E quel Sebastiano Gabriele, che mentre scrivo, è già nella Spagna,. dopo circa cinque lustri che mancava dalia terra che lo vide nascere;—Sebastiano Gabriele, gemma carissima della Reggia e della città di Napoli, addivenuto per gli anni molti che fu ospite della nostra Corte, piùPrincipe delle Sicilie che di Spagna:—Sebastiano Gabriele, che à visto nascere e crescere la lunga famiglia di Ferdinando II, e che per 1affetto continuo di Ferdinando, meno avvertiva quell’amaro vuoto del suo cuore, prodottogli dalla morte della pudica e tutta bella sua consorte Amalia;—Sebastiano Gabriele stava già per ritirarsi nelle Spagne, quando il matrimonio del Principe della gioventù delle Sicilie, lo rattenne ancora. Ospite del Re, in tutti gli anni fa ospite attivo dei lieti e de' sinistri giorni della nostra Reggia, e alla campagna di Roma e alla giornata di Velletri, fa l’ombra del corpo del Re, al pericolo ed alla gloria. L’esule illustre stimò un diritto e un dovere perciò, di prender parte alle straordinarie gioje del Re e del Regno per un sì atteso sponsalizio; anco perchéFrancesco di Calabria ama questo suo zio, quanto un padre. E, Sebastiana Gabriele, invece à dovuto fermare ancora i passi suoi sul nostro suolo per bere alla tazza delle straordinarie amaritudini, per assistere al funesto gran dramma, per ricevere dall’eccelso ed augusto cognate gli addii estremi, non di un allontanamento verso lui da Napoli a Madrid, ma di un allontanamento finale e distante dal suo cuore quanto la terra dal Cielo!... E questo sì rassegnato e religioso augusto, non col dolore di Amalia è ritornato in112Spagna, ma coldolore di Amalia e di Ferdinando... ombre affettuose e care che Io accompagneranno fin che vive, per le ampie e solinghe sale del palagio di S. Idelfonso!Ebbene?niun altro affetto di augusti congiunti, rimane al nostro Ferdinando? ben altri, ma gli raggiungeremo nel dì de' suoi funerali.

E intanto ravviciniamo il nostro Sire, già accampalo tra la vita e h morte.

Il miracolo prestigioso di San Gennaro, nelle straordinarie sue fasi, segna per noi ciechi al cospetto della luce dell’eternità, pegno di guarigione per la salute del Re. L’ampolla che racchiude il sangue miracoloso di S. Luigi Conzaga, recata appo l’augusto infermo in Caserta, portentosamente palesa un istantaneo miracolo. Miracoli faustissimi di grazia si ammirano ne' più rinomati santuarii del Regno. Le pie perso ne, tra le veglie i digiuni e le preghiere, consultate, parlano di vita assicurata pel Re. Ah! per vita assicurata, non s'intende per lui la vita del tempo ma dell’eternità; la guarigione travista negli speciali miracoli cattolici, non è da intendersi più per guarigione del corpo, ma dell’anima; la salute dei Re che traspare visibile in mezzo a milioni di voli e di preghiere, non deve intendersi per la salute da riacquistarsi in terra, ma per la salute già quasi conquistata pel possesso di Dio, innanzi al Sole che guarisce l’anima che diede ad ogni uomo, al cospetto de' secoli, e di quanto è dominio perpetuo, allor che i secoli si nasconderanno al suo cospetto come invisibili granelli di sabbia, spinti innanzi dal vento.

E la Real famiglia e i nostri popoli non intendono—ma Ferdinando solo à il valore di comprendere i suoi avvenimenti immarcescibili, che conquista da mesi sul campo d’ogni possibile umano dolore, con la rassegnazione, con la pazienza, con l'umiltà, con la fede che venne ad arricchire l’uomo, che à ereditato il patrimonio di Cristo sull'altare cruento del Calvario.

Siamo al di 12 aprile. I medici tremanti per lo spavento e pel dolore, annunziano che la morte stà per trionfare dell’accanita sua lotta sulla persona del Monarca. È duopo perciò ministrargli gli estremi conforti di quella cattolica religione che fu la bandiera vittoriosa della vita del Sire delle Sicilie. Adagiamo i nostri trepidanti cuori all'ombra di quella fede di Cristo che sublima il dolore e lo trasforma in eroismo, e volgiamo uno sguardo nella stanza ove giace Ferdinando II. Cuore non mi tradire; eì tuo fuoco dissecchi in me la sorgente del pianto:—ò; duopo stampare nell’anima ove può elevarsi l’uomo in agonia, mercé il coraggio cristiano.

Ecco Ferdinando disteso sull’umile letto militare, e in quel letto su cui si adagiò in Lecce ed in Bari, e dal quale verràtolto cadavere.

Modesta coltre si spiega sulla persona, e su questa è disteso il ceruleo manto, di Nostra Donna Immacolata della Diva Immagine che si venera nella chiesa del Gesù Vecchio di Napoli; manto che Gennaro Baccher recò al Sire in nome del popolo devoto di quel tempio, che nella febbre del dolore e della fede à detto alla Gran Madre: Maria và a Caserta, tu sei il medico del nostro Re,. te lo chiedono i figli tuoi.

La Sua fisonomia colma di maestà, è quella del Sire. La barba che ornò sempre il suo volto si è fatta più lunga, ed i dolori crudeli che Io martirizzano l’ànno imbianchita quasi tutta, e, veramente acquista l’aspetto d’un patriarca della Bibbia; e fra poco che guarderemo la potente sua destra sollevarsi per benedire i suoi cari, noi lo appelleremo novello Giacobbe. L’Eminentissimo e più Cardinale Arcivescovo di Capoa, il Cappellano Maggiore, il confessore del Re Monsignor de Sir mone, e Monsignor Gallò confessore del Duca di Calabria, colui che col zelante apostolato di Vincenzo de Paola raccoglierà l’ultimo respiro di Ferdinando, si sono uniti appo l’augusto letto. Quale serenità, quale placidezza,. quale inaudita costanza, nella persona di questa Maestà Sovrana che tramonta. Gli spasimi sono costanti, benché le sue labbra si muovono a fervide continue preci, ammirasi la lotta de' convulsi nervi colla. rassegnazione. I dolori suoi sono, spade che stritolano carne ed ossa, senza interruzione, ma egli ascolta o discorre parole sante, colla posatezza di persona sana, quasi che due esistenze al ligasseroFerdinando, l’una a soffrire internamente; l’altra esternamente, a palesare agli astanti il coraggio e la vittoria dell’anima sul suo corpo.

L’Eucaristico Pane, recato da su la Real Cappella Palatina, con la pompa più atta a si imponente funzione, entra nella stanza del Re morente, circondato dalla consorte, dai figli, dai fratelli e congiunti, e dall’illustre seguito di Camera, la maggior parte del quale non vedevaSovrano da Bari, e taluni dalla partenza da Caserta pel fatale viaggio.

L’ordine era di non piangere, ma gli augusti che tanto ordinarono, non potendo comandare ai loro occhi, non si viddero ubbiditi dai personaggi del seguito. Le lagrime furono universali, i repressi singhiozzi, lo smarrimento, la mestizia di tutti, e—di grazia, ov’è il morente in questa stanza; ed un Re morente polla pienezza dei sensi?—chi:guarda la morte, Ferdinando o le persone che accompagnano il Divinissimo?—Fra questi, lagrime, angosce, desolazione; in Ferdinando, quiete, tranquillità, sovrumana devozione. Le sue pallide gote si son fatte rubiconde, gli occhi giulivi, le labbra composte a un carissimo sorriso.

«Vieni Gesù mio, mio creatore, mio redentore. Vieni p. dar lena a quest’anima travagliata da mille di mille affanni che sono un nulla innanzi al coraggio che tu mi doni. Se i miei dolori colmarono di già la bilancia della tua misericordia, io li ricevo in questo istante e in questo istante medesimo desidero morire al mondo per vivere in te. Ma seancora la tua misericordia non è soddisfatta dei miei dolori che soffro con l'umile imitazione de) martirio della tua Santa Croce, lasciami vivere ancora per più soffrire... Maria Santissima Immacolata, prega il tuo Gesù, onde esaudisca il mio voto!»

E ’I Re si communicò, chiuse gli occhi per brevi momenti, indi nel ricevere la benedizione con la Pisside, soggiunse.

«Fermati ancora, o Gesù, vicino al mio letto, e guarda benigno e pietoso, questa famiglia prostrata innanzi a te.

«Benedici il nuovo Re del Regno delle Due Sicilie, Francesco II...» No, no, rispose Francesco piangendo, Gesù Cristo mio, debbo io morire, e non il mio padre ed il mio Re.…

«Ah!figlio mio, ricevi da figlio e da Re la mia benedizione che ti do al cospetto di Dio, e tu Dio mio rendilo degno in pietà alla madre sua chelo partorì, e conserva nel suo cuore la religione ch’io gl’impressiin ogni giorno, onde sia Re secondo la tua volontà.

«Benedici la sua sposa, questa pia giovanotta che tanto soffre per le mie afflizioni e che edifica colla sua pietà la mia fuggente vita.

«Benedici, o Gesù, questa desolata mia consorte, questa buona madre de' miei figli, e abbia coraggio dopo la mia morte, di rassegnarsi ai tuoi santi voleri, con quella costanza eguale all’amor suo verso di me.

«Benedici, questi figli miei, questi fratelli carissimi, questa sorella e questi miei cognati, e rendi loro la grazia di vivere sempre a seconda delle tue leggi.

«Signore! benedici, com’io benedico di cuore i miei popoli delle due Sicilie; e ’I tuo spirito di verità sia a visibile custodia loro in questi difficilissimi tempi della società.

«Ah! Gesù ;ti supplico a benedire in mio nome l'esercitodel Regno e sia il suo valore sempre e sempre sotto gliauspici della tua Madre tantissima, Maria Immacolata....

«Benedici, ah! Gesù tu che leggi nel profondo del mio cuore, sai con quale affetto ti prego, ti supplico, che benedici tutti i miei nemici, che ò perdonato sempre i loro odii e le loro colpe, di! sia In tua benedizione da me chiesta sul loco capo, grazia al loro avvenire ed all’avveniredelle loro famiglie...»

Queste parole furon proferite con voce piena di fede e di entusiasmo, e ’lvolto del magnanimo Re, apparve come di persona non più inferma. Restituitosi con egual corteo il Santissimo, Ferdinando rimaner volte col solo Arcivescovo di Capoa, in meditazione contemplativa, per ringraziamento della comunione, né a noi è dato conoscere le edificanti orazioni, che in quell'ora sollenne, passarono tra unreligioso monarca pronto a moriree nonpiù e venerando Pastoree Principe della Chiesa. Ma le consolazionispirituali suquel corpo martirizzato furon sì potenti che la medicina smarrì i suoi dati, e ‘lRe visse ancora dal 12 aprile al 22 di maggio.

Eccoci alla settimanasenta, sì colma di grandi pensieri religiosi per ogni anima cattolica.

Ferdinando avvertegli estremi sintomi benefici della sua infermità mortale, e si rassegna a non potere più esser presente e quei solenni riti della Chiesa che da ventinove anni, à compio da Re religioso. Ma siccome ò detto al cospetto de' suoi e di Dio, mio figlioè il nuovo Re Francesco II, cori prosegue nella edificante pratica di cristiana abnegatane, come già al suo cospetto si dasse principio alta successione di oltre tomba. Infatti chiama il suo diletto primogenito, e: va Francesco IIe compiere da Re quanto tuo padre Re, era uso di eseguire divo tornente in questi sacrosanti giorni. Piangente, Francesco, si nega voler fare da Re nelle pie funzioni, al cospetto della trepidante sua famiglia, ma Ferdinando ce loimpone, e Francesco esegue ciocchéogni Sovrano cattolico è neo piamente adempiere a piè degli altari.

A quale scena straziante si riunisce l’intera RealCasa, come per addomesticarsi innanzi ora, a quel che dovrà vedere dopo Ju morte d’unRe che vive ancora e comanda che venisse stimato come già net sepolcro, come non fosse la sua vita che una memoria passata! Oh! incredibile sublimità di amano sacrificio...

E Francesco in mezzo ai suoi, prende porte alle funzionidella settimana maggiore, e mentre il Re morente si ciba dell’Eucaristico Precetto Pasquale nella silente sua stanza, il Re futuro si adatta il grembiule in chiesa e lava i piedi a dodici poveri riuniti, raffigurandol'umiltàdel Salvatore del mondo; ; e dopo chiama i medesimi a splendida mensa, e gli serve con le proprie mani del pasto imbandito, avendo ad eguale serviziode' poveretti la futura Regina, Sofia di Baviera Duchessa di Calabria; tal quale compivasi da Ferdinando e daTeresa, e compivasi a Caserta in quei saloni dorati, già resi storici,per la lavanda e pel servizio di mensa che il Pontefice Pio IX esegui nel giovedì santo del 1850, su dodici sacerdoti di dodici nazioni differenti, parlando dodici lingue diverse, per emblema perpetuo e duraturo dell'unità cattolica appo la Cattedra di Pietro, centro d’ogni unità.

Al venerdì santo, fu all'adorazione della Croce, appo cui su guantiera d’argento situati una borsa di velluto piena di memoriali per graziea' condannati, recata dal Procuratore Cenerate di GranCorte Criminale. Francesco, come uso de' nostri Re, dopo aver baciata laCroce, toccò colla destra la borsa di velluto, e dopo il Maggiordomo Maggiorel’alzò, nel Real nome restituendola al Magistrato, che sulla velocità de' telegrafi manda le grazie, e le prigioni del Regno, anco di notte, si aprono per quei tali che ebbero il perdono; ; augusta similitudine del perdono umano che avvenne colla morte di Emmanuello.

E 'l sabato santo, Francesco circondato dalla magnificenza della Real Corte, dovette farla da Re nella commoventissima funzione religiosa della Gloria, fino all’ora divinamente sublime per l’orbe cattolico, in cui il riso d'una gioja celeste che riempie la terra, spuntò nel cuore d’ognuno; meno che nel suo ed in quello de' suoi. Ma il Gran Re Ferdinando quasi compiaciuto, che Dio permetteva fargli mirare, come dall’altra vita, la solennità di Pasqua, ancora in mezzo a' suoi cari; ; si diede alla più affettuosa delle consolazioni domestiche., perché convinto essere l’ultima Pasqua che i figli si univano intorno al padre loro.

Infatti, con sensibile e delicata riservatezza si fò venire gli oggetti rari è più opportuni a seconda l’età de' suoi figliuoli, onde compiere colle proprie mani i carissimi donativi che ogni buon capo di casa in un tal giorno, è uso scompartire ai diletti del suo cuore, non mancando cosi sull’orlo del sepolcro a testimoniare un rito cattolico d’ogni padre cristiano. Ed ogni figlio o figlia, dal Duca di Calabria al Conte di Caltagirone, e dalla Duchessa di Calabria alla quinquenne Maria Immacolata Luigi Re, si ebbe il suo dono, e con qual cuore... lo sa Iddio!

Cosi la domenica di Pasqua, dopo aver folto compiere i suoi paternali doveri verso i poveri della capitale e quei di Caserta, ed aver adempito alle cure religiose ed alla messa su altare consueto che erigessi nella stanza da letto; come per dar lena a far spuntare un riso di gioja in si universale fausto giorno, sulle labbra de' suoi, volle vedere i pasti e le bevande della mensa, osservò con scrupolosità se mancavano i consueti cibi di annuale aspettativa pe’ pargoli; e come corona dell’amor paterno, non nella sua, ma nell’innanti stanza fece imbandire il pranzo, onde aver vicina la mensa della sua famiglia, e udire per l’ultima volta le voci de' figli riuniti al pasto comune;—quasi, e lo ripetiamo ancora, la sua bell’anima si trovasse già sciolta dai legami del corpo e sorvolasse invisibile e compiaciuta dell’intima unione de' suoi, appo il suo successore... Dio, Dio! ma io scrivo la storia di oggi, o la favola de' tempi eroici? ma è uomo o angiolo, questo Re che per mesi giace su sepolcro spalancato, e riempie i nostri annali di fasti incredibili alla dimane della patria società?

Eh!... dal 23 aprile al 22 maggio non scorre che un mese!—e questo mese istesso puole compirsi in un giorno, anco in un’ora, giacché la morte dissolve rapidamente e senta posa il corpo della illustre sua vittima, e... ma la penna non si regge più nella mano, io scrivo e tremo, tremo e piango... e pianga. con me chiunque à cuore generoso!


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XIV

Gli addii di Ferdinando II, al Principe Ereditario, alla sua Real famiglia, all’esercito, a' popoli delle Sicilie, a’ suoi amici e nemici—moralizzati con la storia de' tempi attuali.

Ovunqueappare la morte in mezzo alla famiglia sociale, appare la verità. Quasi che, in questo fluttuante mare di passioni che dicesi mondo o politico o civile o morale, il tramonto dell’umana vita, spegnendo le illusioni, i prestigi, la possanza, l’amore, l’odio, la persona; quel vuoto arcano che si eleva fra il tempo e l’eternità, quel sepolcro spalancato e rinchiuso, quell’immobile cadavere che dissolvendosi in polvere, attesta ai superstiti la vanità, il nulla, il silenzio impassibile de secoli; ; la morte ripeto,. spezzando i legami della vita, fa comparire la storia per non spegnere la memoria d’ogni sua vittima, e questa storia o privata o pubblica, scrivesi nuda di prestigio, perché è già muto il prestigiatore. Perciò la verità della vita, sorge dalla tomba.

Ferdinando II, è morente, Ferdinando II è morto. Egli era uomo, era Re, era padre di famiglia. Egli dominò popoli, comandò eserciti, manodusse la vita privata di sua famiglia, tenne le redini di dieci milioni di individui per circa trentanni, in mezzo ai quali si eleva una letale ma. gloriosa parentesi; egli dové ormeggiare fra' potentati di Europa e fuori, la sua nave politica, su d’un mare or calmo or tempestoso, or pieno di seduttrici sirene, or sconvolto a minacce ad eccidio a ruina.

Ebbene! ; Ferdinando sul letto dell'agonia, con mente serena e tranquilla, col cuore calmo pel proprio sacrificio accetto a Dio, al cui cospetto crede di dover presentarsi ad ora ad ora, e anelando i momenti della rassegna appo l’altissima giustizia, è sicuro di avere innanzi tempo chiuso il suo rendiconto di uomo di Re di padre, non con le cifre baldanzose del filosofo del secolo, ma con le cifre della sapienza cattolica che esalta chi più si umilia; ; Ferdinando dicea, si licenzia, dal suo primogenito, dalla sua famiglia, dal suo esercito, dai suoi popoli, e fino da' suoi amici e dai suoi nemici.

Hommi la virtuosa superbia di moralizzare questi addii estremi d’un Monarca che muore. Mi seggo sull’orlo del suo sepolcro di già spalancato a riceverlo, e chiamo a me d’innanzi la vita e la morte già in ultima lotta;—e medito e scrivo.

Egli raccomanda al suo primogenito, Re che sale al Trono delle Due Sicilie, la religione cattolica qual base della sua potenza, la giustizia come luce sola che fa splendere la corona, la fermezza al cospetto della seduzione o della minaccia politica, quale ancora che ne’ tempi che volgono, possono e sanno non prostrare la dignità dello scettro e non immergere l’onorata indipendenza dinastica de' suoi popoli, nelle voragini de' dissidii delle guerre civili delle estranee occupazioni militari; e nelle soggezioni diplomati che e nelle gravezze di debiti. Egli infine, raccomanda la sua famiglia al Re, raccomanda la madre al figlio, i fratelli al fratello.

Glorioso addio, di Re che muore a un Re che viene; d’un capo di famiglia che si spegne, ad un altro capo che gli succede.

Vuole con quest’ultimo ricordo, dire a Francesco II, ch'egli in età minor della sua salì all'avito Soglio, e benché la gioventù la sovranità l’assoluta padronanza di se, erano facili stimoli a rovesciare i suoi costumi e co’ costumi corrotti d'un Re, dilatare la depravazione fra i suoi popoli; ; pure, si elevò gigante sulle battaglie de' sensi, dandosi tutto alla religione, non come velo che adombra le ascose tendenze, ma Come scodo che avvalora il corpo e lo spirito, non solo, ma come scudo lucentissimo che riverberando l’intemeratezza e la pietà d'un Re (Sole morale de' popoli) sul Regno, quale specchio elevasse la sua condotta ad immagine della vita pubblica e privata de' suoi sudditi. E non basta. Egli si ebbe da questo codice religioso de' primi anni, il libro di guida a quella rara sapienza d’un Monarca, che serbando il suo dominio non quale arbitro ma come in missione della Divinità a cui devesi dar conto un giorno, non appressa le labbra alla lazza dell'ambizione rovinatrice degli altri Stati, della conquista per rivolture;—non s’innebria alle guerre di volubile ragion di Stato, che mietono la vita ai soggetti, vedovando migliaia le famiglie;;non Corride agli innebrianti stimoli de' novatori, bie lucenti che avvelenano i fiori sociali di oggi, sottoi velami di scaltri intendimenti: ; ma ricava fa sua gloria dalla pace, dalla prosperità, dal progresso de' suoi popoli; e guarda come conquista del mondo, il benessere sociale politico de' soli domini su cui regna e governa, lottando con l’univrsale degl’incantevoli errori dell’era, come per vittoria di trentanni, insperabile attraverso le etàstoriche delle Sicilie, avendo un contatto incendiatoreda per ovunque. Sicché, mentre Italia ed Europa subiscono dal 1830 al 1859, una scala progressiva di utopie rovinatrici che rappresentano drammi sanguinosi immorali, oppressivi di spogliazionipubbliche e private, fluttuanti tra debiti favolosi, ed imposizioni e balzelli suicidi della proprietà del mestiere della famiglia; Ferdinando II, meno rapidi episodi interni come di famiglia, conserva ogni auguroso sviluppo civile appo noi, fidanzando la pura religione cattolica a guida felicissima del Re e del Regno (31).

E da nomo pubblico, passando all’estrema licenziata d’uomo priva lo, egli raccomanda al Re ed al figlio la sua augusta famiglia, non nei pensiero, che a Francesco mancasse cuore per i suoi doverosi affetti, ma per dirgli:;Ancora io rinvenni appo i gradini del Trono una madre Regina e de' fratelli pargoli e giovani, ed ebbi studio di conservare i medesimi come raggi della mia corona, per quanta possa mi ebbi, giacché un Re che à madre e congiunti molti, possiede eserciti invisibili a sua custodia primiera; pel gran motivo che i loro affetti dinastici, spesso si elevano nelle circostante a portavoce di verità e di amore, dal Re a' suoi popoli e da popoli al Re e che una Real famiglia bene unita al suo capo, è di sgomento ai tristi, mentre apre proficui sentieri allo spirito pubblico per fondersi colla volontà del Monarca.

Cosi, licenziandosi da suoi congiunti, vuole che i medesimi siano unitisi Re novello, vita per vita, onde dall’unione domestica de' provenienti dinastici, promani la forza maggiore al Trono ereditario, e si trasmetta senza interruzione illustro degli eredi dell’immortale Carlo III di Borbone:—le rivoluzioni politiche o sociali, non ardiscono manomettere gl’imperi, quando i Principi conservano molte braccia auguste, ligate e dipendenti dalla loro autorità.

E Francesco riceve dal morente genitore gli addii da comunicare all’esercito; oh! questi addii, sono più commoventi di quei di famiglia, perché Ferdinando II, è il Re il duce il creatore il compagno d’armi della patria milizia…

Se la verità visibilmente appare gigante sul sepolcro, quale storia passata presente e futura non spiegano a noi questi saluti estremi 1 Egli. il grande che muore, salutando ed abbracciando di cuore ogni soldato, par che dica: Io elevai ai nuovi onori le militari bandiere del Reame, e mercé il nome glorioso che vi donai, mercé trentacinque anni di cure spese, in mio figlio Francesco, io vivrò tra le vostre file. Io dal Cielo avrò come figli benedetti dal padre, ogni fedele a cui cinsi la spada;;io, vi accompagnerò nelle marce, avrò l’occhio consueto sulle vostre onorate fatiche, e bramo che la religione sia l’aureola costante del vostro coraggio, Io non rinvenni che sparti frantumi di un più volte rovesciato edificio militare nel Regno, e obliando il passato, riunii a me la fede costante ed il valore umiliato, e da me si ebbe per le Sicilie il primo esercito conosciuto in questo secolo dall’Europa militare. Ma non mi bastò averlo ricomposto con si nobile orgoglio cittadino, e spesi pel mio esercito i più begli anni della mia giovinezza, e le ore tutte che le core dello Stato mi reserolibere de' lavori; lamia vita militare testimoniata da' Sovrani esteri, propagò ilnome delle mie armi ovunque è inpregio lascienzadel guerreggiare;—e debbo atrentacinqueanni di perseverante studio, se lanapoletana bandiera à lavatoal cospetto dell’universale, le macchie che serbava, e su queste, quelle di Monteforte e di Antrodoco, ; la prima che disonoravate religione de' giuramenti, laseconda che disonorava la virtù del valore e della disciplina. Siano le rotte spade ch’io rinvenni e che rifeci prestigiose per molti chiari nomi, (oggi indomabili veterani dell'esercito) monumenti di onore e di fede allagioventù militare che viene, onde lalava incendiatrice de' giorni vegnenti, non più rovesci un monumentodinastico nazionale, per elevare il quale spesi l’età tutta della mia esistenza. Le seduzioni, figlie del disordine, sussurreranno alle orecchie de' giovani bravi, parole di rose che nascondono le spine, ma essi, si ricordino del Re compagno della loro carriera e rimarranno vincitori su chi aspira ad ottenebrare te luce de' nostri vessilli; consiglieranno spallette d’oro e di argento ai soldati, caschi gallonati e piume di generali agli uffiziali, ma rispondano ai demoni sociali:—da Carlo III ci ebbero le Sicilie un’onoranza civile, e da Ferdinando IIun’onoranza militare, e chiusa questa splendida parentesi patria, non si rinviene per le armi siculenapoletane, che o scioglimenti sprecatili, o vita gregaria di Francia e d’Inghilterra, o vituperevole disarmo sotto Austria che bandiere, dal 1799 al 1821;—e se il dovere non basta per la fede giurata, si ottenga questa dalla gratitudine che mi si deve... eh! valuteremo nel di del giuramento a Francesco II, se gli addii di Ferdinando vennero accolti e con qual valore dalle nostre schiere!

E ; e Ferdinando lascia a Francesco i suoi addii ai popoli delle Sicilie ed ai nemici suoi.

I popoli delle Sicilie, scissi dalla rivoluzione europea dello scorso secolo, come popoli, cioè come masse sociali, fecero stupire il mondo politico colle guerre che il napoletano sostenne contro te rivoluzione e contro le anni straniere, senza guida, senza esercito, privo d’uncapo supremo atto a manodurre le guerre nazionali;—e dal Garigliano a laida, e dalla Pescara ad Andria a Treni a Sansevero, e dai monti del Sannio all'estrema Reggio, il dinastismo nazionale de' Borboni, superò i fasti della Vandea, e se la Spagna ebbe un Palafox (32), le Calabrie ne contarono mille di mille dal 1799 al 1815;—mentre la Sicilia si elevò a palladio del Trono di Carlo III. Il fatale nonilunio del 1820, sorse fra le masse delRegno con lamaschera del 1848, cioè, merci: atti febbrili, non contro la Monarchia ereditaria, non contro la Dinastia, ma avendo la fisonomia della seduzione, causata dai falsi Pompei d’ogni età, per abbattere a utile individuale gli speciali potentissimi ministri del tempo, per cosi aver seguaci agl’immani loro proponimenti ambiziosi (33). E Ferdinando licenziandosi da' suoi popoli sul letto dell’agonia, pare che aspirasse, oggidìspecialmente a rammemorare alle Sicilie, in quali condizioni Carlo III rinvenne il Reame (34); -- e come fino l’epopea militare del primo periodo del secolo attuale. umiliò questo antichissimo e florido Regno, in due prefetture civili, l’una inglese, l’altra francese, e dopo i r0vesci della carboneria, non fu più inglese, non più francese, ma per dura necessità, militarmente Austriaco; e che per sola potenza geniosa di Ferdinando II, questo bel paese diviso da breve marina, appalesò per trent‘anni, l’apice d’una politica indipendente. perché dal suo braccio sublimato al vero principio dinastico-nazionale, al cospetto d’ogni straordinaria vertenza de' grandi imperi di Europa, al cospetto delle universali rivoluzioni, al cospetto delle guerre colossali che poteano ad ora ad ora, incendiare il mondo politico. Perciò i suoi addii estremi a’ suoi popoli, spiegano la dignità serbato di Re e di Regno, si colma di glorie e di gelosie,onde ci sostenessimo con decoro costante, con progresso maturo, mercé l’unione nostra e ’l nostro comune concorso appo il suo virtuoso tiglio, che sale a si splendido Trono che lui fece per se per le, Sicilie, rispettare, in ogni vicino o lontano assedio di passioni dispotiche e enti sociali;—e, i nostri popoli, fido e spero nel santo e vero(1 )amore di patria, vorranno da indomabili ereditare la sdenta di questi addii estremi del gran Re.

E Ferdinando, si licenzia amorevolmente da’ suoinemici. Nemici? Io non conobbi mai nemicidi questo Re, e per quanto studio avessi fatto nel paese, e per quanto ò raccolto nelle mie quotidiane dispute sulla stampa di Europa, non ebbi mai pruove valevoli per rinvenirneun solo. Sembrerà arduo il mio dire, ma ecco che sviluppo la mia tesi, a corsa di telegrafo elettrico.

Questo Re, a venti anni sale al Trono, mentre l'Europa nella vita politica e sociale scuotevasi su i suoi cardini, mercé le rivolture di Francia, di Spagna, di Portogallo, del Belgio e dell'Olanda. Circoscrive le sue cure al Reame, e dice ai partili divergenti, caduti o al potere, io sono il Re, fondetevi in una sola famiglia intorno a me, e da oggi s’inizia una vita nuovissima sull’obblio del passalo; e quasi togliendo al tempo decorso le sue scabrosità politiche militari e sociali, eleva le Sicilie ad una gran famiglia, mercé una sola opinione dominante e un solo avvenire. L’Italia, ne' suoi varii Stati, diffonde la pressione governativa, ed i tumulti aprono le vie all’esigilo ed alle carceri; e solo nel Regno, Ferdinando chiama gli esuli alle famiglie, ai pubblici impieghi, e fino all’esercito ed alle cari che della Reggia;—apre le prigioni, spezza le catene, eleva alla dignità civile ogni persona gemente negli ergastoli. L’Italia à duopo delle armate straniere per reggersi, e nelle sole Sicilie, per Ferdinando, una è l’arma, una è la bandiera; bandiera ed arma dinastica nazionale.

Apro le risorse possibili ed efficaci per un placido svolgimento di economia politica, in concorrenza d’ogni fallibile benessere sociale. Crea un esercito valoroso, eleva l'amministrazione civile, ricostruisce una finanza già scaduta fino alle fondamenta del credito interno ed estero, soddisfa debiti onerosi, mentre da anno in anno diminuisce le imposte. Forma una cavalleria cittadina, una fanteria cittadina, una guardia urbana che gli Stati italiani guardano come un sogno di un ebbrezza mancante per essi di realtà. Si spoglia de' piaceri e de' divertimenti giovanili, e corre senza posa da paese in paese, chiedendo i bisogni al trai, da migliorare; e se qual che volta brama un divertimento, apre la Reggia a feste pubbliche e sollenni, ed istituisce un’accademia di cavalieri e dame onde mettersi al contatto giornaliero della domesticità privata, delle belle arti, delle lettere, delle scienze. Viaggia in Italia, in Austria, in Germania, in Francia; e mercé d’un sì popolare Monarca, la civiltà delle Sicilie passeggia trionfante l’Europa. Sorgono delle vertenze interne, e cessano come quistioni di famiglia, con interno intervento. Si elevano quistioni straniere, per manomettere la dignità e l’indipendenza del Re e del Regno, e per Ferdinando II, questo bel paese per la prima volta sul giro di secoli, sublimasi a spiegare la forza del suo diritto, innanzi al diritto della forza. Ma due scogli si elevano per rovesciarlo, nei primi diciotto anni di imperio—si conoscono dalla pubblica opinione, questi due scogli politici, sociali? ; no, l'universale del paese li possiede tuttora e non li vede. E perché le mie undici lettere retrospettive allo stimabile pubblicista francese Jules Gondon, debbono esser note in Europa, meno che nel Reame? quante prevenzioni ed equivoci svanirebbero, se quel mio libro girasse per le mani de' più lontani comuni del nostro Stato, e come ogni leale patriota alzerebbe il grido del rimprovero, ad ogni bugiarda parola che sussurrerebbesi in metto alle nostre masse sociali, mercé una coraggiosa mentita.

Sì ; due scogli dové combattere per diciotto anni Ferdinando II;; l’uno che nasce da una regione mondiale, nemica d’ogni paese ove non domina un certo preponderante suo monopolio politico industriale;—l’altro che si elevò dalle grandi simpatie che la Giovane Italiafissò su questo Re, religioso, economo e militare, su questo Re patrono della fede morale de' suoi popoli, ricco di credito monetario nel mondo, creatore e condottiero di eserciti, e, senta rimproveri e senta paura, e;—ma Ferdinando, battagliò costante col primo scoglio, onde livellare le Sicilie alla maestà civile d’ogni altro Stato, e non possedé la vanità di beatificarsi alla spogliazione altrui, per indi assistere al banchetto del socialismo italiano di Giuseppe Mastini, onde vedere la sua ingrandita porpora, sottomessa all’arbitrio della favola del leone.

Iddio che volle passare una severa rassegna sulla generazione vivente in Europa;—la società già sazia d’interessi materiali, pronta ad ammalarsi, come lo stomaco del parasita; ; le sette sociali impinguate da anni per interesse politico di taluni gabinetti;—e la demoralizzazione generale di questo secol nostro, burbanzoso nel suo viaggio ricco di mente e povero di cuore, perciò digiuno di doveri e non mai satollo di diritti:—ecco la nascita del 1848.—I due scogli si elevarono giganti in quell’anno, per certo naufragio del nostro Re e del nostro Regno, ma non riescirono. Ferdinando non stimò prudenza scongiurare una tempesta che stravolgea l’Europa intera, ma nuovo Fabio Massimo dell’età eroica, cunctator, pazientò, diresse gli avvenimenti, non compromise se stesso e i suoi popoli per ambizione o jattanza, fece la guerra interna con interne armi pari a vertenze domestiche, non chiamò la politica e gli eserciti stranieri a ristabilire l’ordine nel Reame, né commise imprudenze per vedersi umiliato da dittatura diplomati che o da interventi armati;;viva la storiai ogni palmo di terra italiana in quegli anni vide l’impronta del soldato straniero o in guerra o in presidio, e solo il Regno di sette secoli di sua esistenza, le Sicilie, soffrirono tumulti e battaglie, ma il vessillo che assisté alle tenzoni fu nostro, nostro il cimento, fraterna la disputa. E sopraggiunta la pace, non si travide l’orgoglio de' vincitori, e l’umiliazione de' vinti; giacché la famiglia sociale riconciliandosi, ritrovò la sua patria, le sue leggi, il suo Re. E, viva la storia I ogni ragione d’Italia e di Europa, dové stendere la mano all’estera usura per contrarre debiti riparatori, e il solo Regno di Napoli dalle interne risorse, appianò i suoi vuoti;—l’Italiadové soggiacere ad una sequela di imposizioni, favolose a numerarsi, onde sopperire agli interessi e non ai capitali de' contraili debiti allo straniero, e noi niun gravame avemmo, e la patria proprietà mobile ed immobile, è finora la più cospicua d'Italia e d’Europa.

Il palco di morte per ragion politica, insanguinò ogni punto di Europa, meno il napoletano. I processi politici, appo noi, non gravarono che le frazioni de compromessi, e que’ tali processi che avrebbero realmente folto inorridire il mondo, per non po che gravissime colpe, non si sollevarono da sotto le macerie dell'empietà, per moderazione del le. Si ebbe tempo, consiglio e mezzi, per allontanare i compromessi da un corpo sociale informato e che si dibattea tra una rivoluzione che moriva ed una reazione che sorgeva;—e molti furon prudenti allontanandosi, altri ebbero il fatuo ed inutile coraggio di rimanere, ondelaurearsi d’un infingardo martirio politico, mistificandosi con le accuse e con le condanne. Le amnistie si successero propizie ed annuali, ma per colpa virtuosamente cattolica di questo Re che muore, non volarono sulle pompose ali della stampa mondiate, come quelle de' pochiuccelli sgabbiati altrove, sotto la ditta di paradossi stimabilissimi;—e perché non ebbero le trombe officiali ed officiose ai quattro venti della vanità, non ottennero plausi, e quindi i partiti della riscossa le seppellirono sotto una grandine di mendacii. Gli esuli di prudente condotta all’estero, man mane si aprirono il ritorno in patria, bene a cuore del Re, e taluni giunsero fino alte gentilezze della Reggia. I carcerali, chiedendo libertà l’ottennero, purgando la colpa con breve allontanamento dal Regno. Quei che invece di grazia, chiedevano fin dai ceppi, comandi al legislatore ed alte leggi, come che influenzati da nebbiosa atmosfera estera, furono gli ultimi a guardare le prigioni; prigioni già rese dell’intutto vuote e deserte dalla clemenza di Ferdinando, movendosi incontro alla sposa del suo primogenito.

Ma, di grazia, i nemici?

Nemici chiamerei i non pochi ingrati a suoi specialissimibeneficii, unitamente a quei tali che mentirono la verità, o nascosero la giustizia. Ma che gli umani impieghi furon sempre difettibili, perché umani; e se oggi possono più difettare, lo si deve all’andar celere delta sociale corruzione sulla via del tempo. Se questi esistono, li appelleremo sleali ma non nemici.

Nemici, non furono i sedotti, in tempi eccezionali alla vita de' popoli, e mentre una peste sociale contagiò l’Europa (35).

Nemici non furono quelle schiere dei giovanianimosi che violentemente si videro trascinali al disordine; mercé un dizionario di parete magneti che per cuori ingenui ed espansivi.

Nemici non furono non sono o non saranno mai, in unaregione meridionale e vesuviana, i facili parolai, enciclopedici novellieri, che studiano politica su’ bollettini di moda e su i futuri impieghi che pioverannoaddosso, come la manna nel deserto degli oziosi e dei pigri: ; ogni società pensante, possiede una consorteria che si costituisce ECO fedele d’una volontà chenon possiede, d’una parola che raccoglie dal vento.

Nemici non furono quegli sconsigliali fautori della propria dell’altrui e della comune ruina. Volete voi inimicizia da esseri fanatici, che stimano la rivoluzione, quale strada che guida alla libertà, mentre i secoli insegnano, che la dittatura sorge dal disordine sociale, e la tirannia viene donata al mondo dalla demagogia trionfante?

Chi fé nascere Silla e Catilina, Cromwello e Robespierre?—le guerre sociali, sotto politici velami. che si ebbe Roma dal pugnale di Bruto? l’impero e la dittatura—che si ebbe la Francia dalle progressive barricate? un impero militare. E—volete chiamar nemici di Ferdinando, persone convinte d’un apostolato civile, senza mandalo divino o umano, e che elevano a dogma di fede sociale una sola maniera di governo e non più, senza rispetto all’educazione pubblica, allo spirito e alle tendenze del proprio paese, alle abitudini ed alla soverchia stizza e loquacità naturale delle nostre genti;—e che avendo inghiottiti un’atlantica persuasiva di rappresentare il voto di milioni di esseri che non gli conoscono, invece di coltivare la mente e 'l cuore de' popoli, invece di aspirare al crescente sviluppo d’ogni benessere amministrativo e comunale, che si bene possediamo per legge, si à come vita per vita una sempre pe’ popoli indigestiva libertà politica? Ed una libertà politica che stabilisce per essenza dello Stato, l’urto, l’attrito di tre poteri in lotta, non mai uniti? un abisso colmo sempre di partiti, con eserciti di legislatori che battagliano la impassibile dignità d’un governo con il bersaglio della polemica, de' cavilli, e del salire e scendere i gradini del potere de' più ardili e. non sempre de' più capaci; ; mercé una responsabilità ministeriale che spoglia di maestà un Re, per vedere cencidi porpora sulle spalle di tanti nuovi Sejani, per quanto sono le volubili passioni d’una democrazia, priva di abnegazione di morale e di disciplina?—E questi tali che sorridono alla guerra civile pel trionfo d’una loro idea, volete apprezzare per nemici del Re? e per nemici suoi, quegl’intelligenti nostri esuli, che sciupano inchiostro per far guerra lontana di libelli a questo Sire, senza posa per dodici anni, e si gloriano di insultare la patria lontana, e di ter soggiacere l’onore del proprio governo in cui nacquero ed ebbero nominanza, sotto la censura onerosa di esteri gabinetti;—mancandogli così, anco il criterio morale, di quel motto antico, che i panni lordi si lavano in casa propria, e che non vi à pudore a chiedere l’inimicizia straniera, per una disputa per un corrivo per una colpa domestica... quei che parlano ad amare la patria?....

Per nemici, in ultimo, non è duopo valutare un fanatico che giunge all’infamia senza utile, uno che pari ad Agesilao Milano, aspira a disonorare il cingolo guerriero che lo fregia, ad avvolgere Napoli ed il Regno in un anarchia fratricida sociale e militare insieme, mentre un regicidio sì empio per sé stesso e per le conseguenze, niun bene recava al sacrilego scopo, uccidendo un Re che à dieci figli e molti capaci fratelli per succedere.

L’inimicizia politica, questo seme letale della stirpe di Caino, gloria al nostro paese, non germoglia nella natura entusiasta de' nostri popoli, ed io non la rinvenni allor che chiamato ad una sollenne smentita di travialo concittadino (36), volli con ispeciale accuratezza chiederla dalla notomia dei fatti e dimandarla alle oneste opinioni in Europa. L’inimicizia non à cuore pel nemico,—e non avendo cuore, non risente passione, ; e priva di passione, l’inimicizia non à lingua, ma incatenando ogni fibra coll’odio, tace, sprezza e non cura, come nata non fosse la persona nemica. Ma allorquando si odono querele quotidiane contro un personaggio, le querele sono germi d’una passione, questa nasce dal cuore, il cuore è uso a creare falangi di affetti dall’interesse: dunque ove esiste interesse, esiste amore non inimicizia. Sarà un amore non sodisfatto, in stizza, in lotta, in cruccio, in smania, in profonda dispiacenza, ma è sempre amore, ognora riconciliabile, sempre speranzoso di darsi tutto a chi si ama, e, convengo, superarlo vincerlo dominarlo a sua voglia, forse a voglia non ragionevole;—ma, viva la verità! se Ferdinando II si ebbe molti nemici politici, perché parlarne tanto, perché tanto occuparsi di lui, perché tanta guerra? Ah! sì ; amanti ingratamente irati, ma non odiosi nemici si ebbe un Re che visse non oziando e godendo, ma regnando e()governando. E se un bene mancò dalle sue providenze, ce lo tolse l’etàin cui visse, età dissolvitrice, immorale, ricca di egoismo, su d'un campo crescente in passioni smodate, come ’i rovi e le spine della foresta; che non è dato alla preveggente mano dell’uomo di sbarbicare.

E siano queste sociali cittadine verità, le prime requie che la pubblica gratitudine largisce alla bell’anima che parte pel Cielo, ma che non vuol partire se non compendia l'amor suo verso i suoi popoli, dicendo a noi: addio, addio!...

Ma deponiamo come ghirlande di gloria storica contemporanea sii un sepolcro già spalancato, questi brevi episodii, come rose svelte da su un prato molto esteso e vagamente fiorito.

Era il mese di giugno 1848, e ilRegno delle Due Sicilie, e l’Italia, e la Francia, la Prussia, l’Austria, la Germania, Europa insomma, aveano la fisonomia di tanti vulcani nell’ira loro piùrovinatrice.

La rivoluzione, menata giù la maschera del sorriso, appalesavasi livida e spaventevole nelle sue giornate di guerra sociale.

Ferdinando II, eleva il bando militare alle milizie congedate. Ma i capi municipali, e le locali autorità, poco vogliono, pochissimo valgono al cospetto de' tribuni demagoghi. La nuova del bando si tace o si pubblica per sdegnare le famiglie contro il Real Governo. I congedati, già ànno moglie, figli, industrie da manodurre; mentre i tempi sono pericolosi e la legge non conserva vigore ad obbligarli. Questi bravi, all'annunzio sparso, si uniscono a crocchi, accorrono a consiglio da persone stimate probe da loro, e dimandano: È veramente il Re che ci chiama?—Si, il decreto di chiamata à la firma del Re.—Allora è tutt’altro, e andiamo a vedere il Re cosa comanda da noi. E, abbandonano giovani spose, figli in culla, masserizie, e, viva il Re!si riuniscono a mille di mille nella capitale, e nelle prossime battaglie si appalesano i veterani impavidi;—e oggi passeggiano orgogliosi in mezzo ai campi e alle industrie, col nastro di S. Giorgio sul bigiacco operajo.

Ebbene;il Regno fu salvo, e la stampa demagogica scrivea in quell’epoca: ; Ferdinando di Napoli, non à un amico che lo difende…

Ai primi albori del 1857, il Bentivegna, amnistiato dall’esiglio, essendo pseudo viceconsole di estera nazione, paga la clemenza del Re, mettendosi a ribellare la Sicilia. Quali schiere accorrono a smorzare un sì sperato e temuto incendio nell'isola? i siciliani uniti in falange di volontarii, gridando, viva ilRe!

Ebbene ; la stampa della riscossa, non potendo oscurare si nobilissima luce civile de' siciliani, si sfrena ad inveire contro i riti di legge; mentre afferma che il Bentivegna era alla testa di sedizione armata.

Mazzini, nell’anno medesimo, aspirando ad incendiare la sua patria Genova, spedisce una quota di sue compagnie di azioni, a tumultuareil Cilento sì ribelle nel 1848, onde da Salerno a Reggio animare la guerra civile, in giorni in cui le campagne assicurano ai proprietarii e ai coltivatori il frutto de' loro sudori. 1 discepoli del Lucifero di Italia pagano con la vita, con ferite, con prigionia, la demoniaca tentazione. E per mano di chi? de' Celentani, e parecchi fra questi, attendibili del quarantotto. Viva il Re!e quei generosi lavano l’onta d’una seduzione trascorsa.

Ebbene, ; le eventualità del Cagliari, spiegano alla legislazione di Europa, che Ferdinando sa vincere in diritto, ogni volta che cede alla forza.

É maggio 1859.

Ferdinando II non è che un moribondo Monarca. Funesti presagi di guerre europee, minacciano l’orizzonte, e i tristanzuoli della comunanza sociale come gufi notturni allarmano lo spirito pubblico; e profeti del male, vaticinano fra le genti ruine ed eccidii, con fisionomie gaudenti, quasi la loro patria e i loro affetti stanziassero selle nubi, placidamente. Intanto sono mesi che grandi leve militari si organizzano dietro sorteggio, e le reclute su d’una scala non mai vista si riuniscono in Napoli ad ora ad ora. Oh! questo Re militare che muore, non muore ma vive nell’entusiasmo dinastico nazionale che à fatto nascere e crescere adulto presso popoli non chiamati ad abitudini belligere. Possibile? Napoli à un velo di temenza e dolore, moralmente visibile sella città, e ad ognora ode per le vie gridi uniti di viva il Re!quasi un rimprovero al comune abbattimento d’animo: ;sono le reclute pugliesi che giungono. Ti avvìi per le campagne di Portici, ti fermi a guardare i convogli ferroviarii che da Cava giungono a Napoli; e stordisci nel sentire un coro in diversi dialetti, armonizzato al chiasso della locomotiva a vapore, e, viva il Re! èla leva che a drappelli mandano in Napoli le tre Calabrie per la via di Salerno. Eccomi di ritorno da Caserta il giorno 18 maggio. Dalla ferrovia alla Reggia domina un silenzio di malinconia. Giunge il convoglio da Capua, e, ;viva il Re!viva il Re! viva il Re!sono gli abbruzzesi e i sanniti esciti in leva, che a torme si appressano a Napoli sulla ferrovia,—le ordinanze intimano silenzio ai generosi, ma è inutile il comando e la minaccia, viva il Re! si ripete fino a quando il convoglio non va via.

E Ferdinando, ode quei lieti gridi, ch’ei solo ebbe la possa di far nascere nel Regno, e guardando i suoi figli par che dica: Vedete? io vivrò sempre in mezzo a voi, mercé l’affetto dinastico nazionale che infusi nelle famiglie de' popoli nostri, mercé l’entusiasmo della vita militare... ma è una irreligione trattenerci più oltre in profani argomenti, al cospetto della morte. £ sia il motto di questo viva il Re, la risposta del Regno agli addii di Ferdinando II.


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XV

L’agonia del Re, è il compendio della sua vita.— Gli addii estremi di Pio IX e di Ferdinando II sul telegrafo elettrico.—Il dì 22 maggio 1859.

Uniamoi nostri affetti, tanto scossi da speranze e dolori, ed accorriamo ad illuminare gli animi nostri, de' raggi tutti che la fede cattolica largisce a mani piene, appo il letto di questo Re di questo padre di famiglia, nell’ora del desolante spettacolo dell'umana agonia, riducendo a trionfo eternale la sconfitta del tempo, ed elevando a vittoria la partenza estrema dal mondo visibile verso il mondo invisibile, e—creando la vita immortale dalla vita preda della morte.

Siamo giunti al dì venti del mese di maggio, e già eserciti di combattenti si schierano da Parigi a Vienna, verso l’Italia; ; l’Europa si eleva a spettatrice armata di sì gigantesca tenzone, serbando ogni Stato di Germania la spada in mano e ‘lpiede alla staffa;—mentre da tali riscosse civili, la rivoluzione, gittando polvere negli occhi delle moltitudini, ed augurando alle sue bandiere quei trionfi che oltraggiano le migliori cause nazionali,—giacché Iddio se à prescritto nella vita de' popolidi oggi, assegnare un autonomia a queste patrie regioni, preghiamolo che giammai la Ialina penisola acquisti la sua indipendenza mercé le ambizioni de' pseudi Gracchi, de' nuovissimi Marii o Marcelli, e né de' Giugurti e né de' Brenni, ma dalle Provvidenziali cause, e dal consorzio legittimo de' principi italiani e d’italiane leggi, sedenti all’ombra del Vaticano.

La guerra è all’ordine del giorno, e le nubi che si addensano sull’orizzonte politico, additano dolentemente dall’oggi alla dimane, non battaglie locali ma generali per l’Europa; e come se la vertenza Italiana non altro fosse che una prefazione allò ire del mondo politico, ire che produce quel molesto provvisorio, quella fatale scienza delle transazioni, sorta sulle barricate di luglio 1830 a Parigi, e che d’allora ad oggi non può giungere a collocare i governi in un solo intendimento, sul presente e sull’avvenire di tanti Stati e di tanti popoli. Si, la guerra dicea è all’ordine del giorno, ma non scocca ancora i suoi fulmini, quasi che l’agonia d’immatura morte d’un Re militare, esigesse rispetto dalle legioni schierate già a formidabile e sanguinoso conflitto; e che la pace sostenuta in ogni decoroso modo per tanti anni dal Sire delle Sicilie, aspirasse a tener piede per giorni ancora, al cospetto di Ferdinando II, del moribondo campione invincibile dell’ordine, ;e che il primo colpo di cannone in Italia si udisse come dispaccio che reca l’avvenimento della sua morte...

Siamo al di venti del mese di maggio 1859, e Ferdinando come persona stanca di più oltre attendere il momento di sua estrema partenza, enumera le ore e non più i giorni di sua vita.

Si munisce degli estremi conforti della cattolica fede, e la serenità e la presenza di spirito del Re è si al colmo, che la Real famiglia ed i personaggi presenti non sanno proferire una parola, mentr’egli con la consueta pietà accompagna con libera voce il Sacerdote nelle preci per gli agonizzanti, e risponde quasi egli solo alle litanie che diconsi dopo aver ricevuto il Sacramento dell'estrema unzione.

Novellamente, l’uomo che fa duopo di consolazioni, si sforza a consolare i suoi congiunti e li benedice novellamente, e:—Ma non piangete, o carissimi miei, voi che credete in Gesù Cristo, creder dovete che io fratello sposo e padre, avendo piena fiducia di riposarmi fra poco in seno alla misericordia divina e sotto il manto della Madonna, non vi lascio, non vi abbandono, ma vivrò sempre in mezzo a voi con la preghiera che ci unirà in Dio. E così favellando, e mostrandosi tutto apparecchiato, come ad una festa d’indicibile gaudio e da molto. attesa, passa quest'altra giornata di vita, entusiasmandosi del martirio che vede crescere a dismisura, coll’aumento dei dolori acerbissimi che affrettano la dissoluzione del suo corpo!I medici fanno mostra ancora di qual che lusinga, ma egli quasi ispirato, vuol leggere il bollettino di sua infermità, e, ;non vale ora più lusinga allo spirito pubblico, risponde, e perciò palesate a' miei popoli la verità del pericolo, onde non colpire all'improvviso la loro speranzosa aspettativa.—Ognuno che lo ascolta prosegue a stordirsi di sì speciale preveggenza e di sì eroica e non mar vista rassegnazione.

Infatti, si torna a compilare lo scritto ballettino penultimo di sua infermità al suo cospetto e,—lasciate ch’io lo legga, ;e in fatti legge.

Bollettino dello stato di salute di Sua Maestà il Re (S. N.)

«IlRe, nostro Signore, dopo poca calma avuta jeri, verso le ore a otto e mezzo della sera fu soppraffatto da' soliti dolori nella parte sinistra del petto, ma acerbi e diffusi per tutto l’ambito del polmone sinistro. Questa mattina è mancata la grande espettorazione de' giorni innanti, e le condizioni morbose sono pervenute a tale, che, con gran dolore dell’animo nostro abbiamo dovuto consigliare che si munisse di tutti gli ultimi soccorsi della nostra Santa Religione, come di fatto si è adempiuto circa il mezzogiorno.—Caserta, l’una pomeridiana del dì 20 maggio 1859.»

E sta bene così.—Ma le popolazioni delle Sicilie, sconfortate da sì dolente avviso, ignorarono qual sovrumano coraggio l’ordinava che si pubblicasse, dopo d’averlo letto ed approvato!

Eccoci al giorno seguente, ventuno maggio, vigilia della morte del gran Re. Il lutto della Reggia è in aumento gigantesco, perché il cuore degli augusti si scorge dell’intutto fuori speranza per una vita ch’è vita cara a tanti esseri, di già abituati a pascersi di sollevanti trepidanzenel corso di cinque mesi. La Maestà che tramonta, può dirsi, che immedesimandosi sempre più negli spasimi crudeli d’una malattia, che come giunge al suo termine, più aumenta la scala delle immani e cruciose sofferenze della vittima illustre; lavora con assiduo crescente coraggio per arrivare all’apice del suo sacrificio, quanto più espiativo alla fralezza umana, tanto più prezioso al cospetto dell’Altissimo che siede sul tribunale dell’eternità, avendo ai piedi suoi due fiumi che superano nella corsa i secoli tutti, e si fondono insieme in un oceano senza lidi; l’uno della giustizia, l'altro della misericordia.

Il Re è nella consueta pienezza delle sue facoltà intellettuali. Rivede novellamente la sua famiglia, spargendo su d’essa le sue affettuosità; mentre la Regina Teresa, indivisibile da quel letto di dolori per cinque mesi, si liga a questo come naufrago all'ancora del sopraggiunto naufragio.

Imedici, dopo la visita periodica, si occupano a scrivere il bullettino della giornata, che Ferdinando prega, sì prega di esser veritiero come quello del dì innanzi, e per confirmarsene, legge l’ultimo annunzio che si dà al Regno di sua vita, e lo legge ventiquattrore precisamente prima di esalare l’ultimo respiro!...

«Ildolore, che jeri dicemmo avere travagliato nella notte precedente il Re nostro Signore, grado a grado andò facendoti più mite, fino a scomparire; ma jeri la sera, circa la medesima ora, riapparve, a quantunque meno intenso e di minore durala. L’espettorazione, che jeri pure annunziammo essere mancante, questa mattina è ricomparsa per poco tempo.—Caserta, l'una p. m. del di 21 maggio 1859. ;Firmati;Franco Rosati, Pietro Ramaglia, StefanoTrinchera, Felice de Renzis, Giuseppe Leone, Cristoforo Capone.»

Vi ringrazio, disse il Re ai professori, dopo di aver letto il bollettino, come convinto di esser l’ultimo. E colgo questo momento per ringraziarvi di cuore e per licenziata, delle cure usate da mesi verso di me. Io non ò parole onde esprimervi la mia gratitudine, e vi chiedo scusa de' trapazzi sofferti per me in ogni giorno; e con voi ringrazio tutte le persone del mio servizio, per quanta bontà ed attaccamento mi ànno appresato in questi mesi.

Le lagrime ed i singulti, tolsero la parola ai medici e ad ogni altro presente a questa scena nobilissima nella sua modestia, e;solo Franco Rosati ebbe lena di proferire qual che accenta come di speranza, maRe soggiunse:—E come, vuoi ancora lusingare il tuo Signore? non è più tempo da procrastinare il viaggio;la morte è con me ed io la vedo—addio Franco Rosati, addio...

Ma la notte, che fu l’ultima veramente, il martirio de dolori crebbe ad ora in modo non mai visto, e che la testimonianza de' medici di guardia, assicurano che non aveano idea per la crudeltà degli spasimi, e, come por esprimermi, delle tenaglie perpetue stringessero e lacerassero nervi ed ossa. Non un fastidio, non un lamento, non un accento si udì dall’augusto che appalesasse gli strazi di quella guerra a piena oltranza che la morte già usava sulla persona, e, il martirio appariva visibile al suo apogeo dell’attrito convulso, non da altro che dalle preghiere incalzanti del Re «Maria dammi sempre coraggio, Madre Santissima non mi abbandonare....»

Le persone di servizio eran alienati di mente, testimoniando quella battaglia unica tra 1 umanità ribelle e la religione trionfante. Come un momento, meno intensa era la lotta, Ferdinando volgea il discorso alle persone presenti, e: Perdonate, vi chiedo scusa, è per l’ultima volta che soffrite tanto per causa mia; avete ragione, ma Iddio vi pagherà.....

Ecco l’alba del dìventidue maggio, ecco l’ultimo sole della, terra che sorge per testimoniare quarantanove anni di esistenza, compendiata Bell’agonia di po che ore; ecco la luce che rischiara la vista moribonda del nostro Re, e che fra poco stenderà i suoi raggi sul suo cadavere.

Sì è giorno,. ;amarissimo dolcissimo giorno, giorno di guerra e di vittoria!

Le lagrime di dieci figli testimoniano la comparsa di questo dì, che al suo tramonto vedrà dieci milioni di persone prostrate nel dolore, esclamando; Ferdinando IIè morto… Ma no, non è possibile che muore un Monarca che si scioglie dai legami della terra con mezzi sì rari e mai visti, non dico nel secol nostro sì colmo di scetticismo, ma di qualsivoglia altra età splendida di eroismo cattolico.

Lungi da me gli ornamenti di meste dolentissime parole, alla scena cui ci avviciniamo; giacché l’episodio istesso, nella nudità di sé, si estolle sull’umanità cristiana, come un monumento che dalla terra si alza alle nubi.

È vero che Ferdinando nel periodo della sua infermità, piùvolte fece temere de' suoi estremi anditi di vita, ma la peggioria che appalesasi dal 20 al 22 maggio non è che uno di quei tali allarmanti fenomeni. Eppure, nella eroica edificante rassegnazione del Re, non si ammirò mai un antiveggenza tutta sua, pel suo dì estremo come all’alba del giorno finale.

Udite! come Dio dona una certa prescienza a chi à saputo offrire tutto se stesso, alla volontà eterna, e nel soffrire e nel morire.

Come giorno è appena, riunisce intorno a sé l’intera famiglia Reale, là rinvigorisce alla pazienza ed alla rassegnazione pel suo prossimo morire. Chiama ognun di loro all’amore ed all’ubbidienza verso Francesco II, Re del Regno e Capo dell’augusta caga; indi volgesi alla Regina, e dice:;Teresa, ecco tuo figlio Francesco, e sii madre ognora e sempre di chi non ebbe madre e di chi rimane oggi privo di padre. E a Francesco:;Francesco, figlio mio benedetto, ecco tua madre, colei che li crebbe come germe delle viscere sue... comprendi tu il dolore che ella soffre, e l'amore che portò al morente tuo padre... voglio che tu erediti l’amor suo per me, ed ella eredita da le l’amore che mi porti! Francesco IIraccomando imiei figli... i miei popoli... i miei amici... ma su d’ogni altro ti raccomando i miei nemici!...

Indi fasorgere l’altare appo al suo letto, e:;Miei cari, la mia ultima ora è suonata, e uniamoci per l’estrema volta a piè dell’altare; assistendo al Santo Sacrificio della Messa. Dimani a quest’ora vi riunirete per pregar pace per l’anima mia, e, spero dimani di potervi benedire dal seno delle misericordie divine....

Fu visto ancora un morente che si raccoglie co’ suoi cari alla preghiera; e ode la messa con figli e congiunti, mentre la bara è pronta? chi saprà pingere questo quadro dolentemente prestigioso?

Ma non basta.

Egli è Re veramente in quelle brevi ore. Tutto dispone pel momento ultimo. Spedisce un messo in Napoli per una sua speciale divozione, e,—torna presto, gli dice, altrimenti mi trovi morto. Ricordandosiche quel giorno era sacro alla processione della statua di S. Francesco di Paola che dalla chiesa della Stella inNapoli, restituiscasi con gran seguito ed apparato al Tesoro di San Gennaro, e ordina: Non si tralasci quest'oggi la processione di S. Francesco di Paola, a causa della mia morte, e voglio che si compia com’io stassi ancora in vita.

La mente degli astanti vacillava nell'udire favellare un moribondo, come convinto non sete del giorno ma dell’ultima sua ora, e, non appalesando un linguaggio di vanità, ma di umiliazione.

Ma fora più sublime ed unica nella storia, si è quella della licenziata del Re delle Sicilie col Supremo Pontefice della Chiesa Cattolica, l'addio estremo di Ferdinando II e di Pio IX sul telegrafo elettrico, alla distanza di Roma e di Caserta!

Infatti il nostro Sire che si èlicenziato de' suoi cari, baciando ed abbracciando uno per uno i suoi figli i fratelli e i suoi congiunti; che à voluto assistere all’ultima Messa alla loro presenza, come la licenziata estrema si testimoniasse al cospetto di Dio;;appena guarda sull'oriuolo approssimarsi il mezzodì, ordina che il telegrafo recasse al Vaticano questo dispaccio: ; «Beatissimo Padre, Ferdinando di Napoli è prossimo e consegnare la sua animaa Dio, e prega il Vicario di Gesù Cristo ad avvalorare quest'ora estrema e sì temuta, colla paterna potentissima benedizione IINARTICULO MORTIS.»

«Il Santo Padre, benché estimatore delle eccelse virtù cristiane e del cattolico coraggio di Ferdinando, non si attendea quest'altra eclatantepruova, veramente non mai vista; e in Corte del Pontefice, fece eco alle lagrime commoventi del Sommo Gerarca, ePio IX dal Vaticano alzala sua valida destra, e per telegramma, benedice il nostro Re in agonia, proferendo parete delpiù celestiale favore; ma al Proficiscere anima Christiana de hoc mundo... il telegramma s'interruppe, perché ilpianto avea interrotta la voce di Pio, che afflitto padre, rimase genuflesso nelle sue fervide preci pel viaggio eterno d'un tanto figlio; e così attese che il filo elettrico soggiunse, dopo più che un’ora: ;Ferdinando II è morto.,.

E Ferdinando alla gran serenità che possiede nello sguardo e nella voce, serenità aggiunge mercé la estrema benedizione che riceve un’ora primadi spirare dal Sommo Pontefice, Eh! l'agonia dell’uomo è il compendio della sua vite. La religione che splendé sultrono di questo Re, splende sul suo letto di affanni;—la fede che Ferdinando si ebbe sulCampo di Marte di attendere per telegramma da Roma, l’annunzio del dogma di Maria Immacolata, proferito dalle labbra del Sommo Pio;;quella fede medesima vola sulle ali delbaleno per ottenere da Pio medesimo, la gran benedizione delSupremo Pastore delle anime; quella pietà cattolica che lo distinse negli anni tutti di sua vita,quella medesima pietà lo eleva moribondo, nella classe degli eroi del cristianesimo.

E l’oriuolo cammina—ed egli lo segue con lo sguardo. Fa accendere asé vicino il cereo Pasquale che Roma dona ai Sovrani cattolici, quello di Gerusalemme offertogli dai riconoscenti religiosi di Terra Santa, e l’altro che si ebbe dal Santuario di Loreto.

E l’oriuolo cammina—e l’eroe morente, non à più che dimandare per sua guida al Cielo, che due quadri di sua speciale divozione non conosciuti da chicchessia. L’uno raffigura Gesù Cristo caduto sotto il pesante legno della Croce, e l’altro Maria Santissima Addolorata; e quest’ultimo, fece togliere da altra stanca, per voto umiliato a Maria anni prima che gli mori un figlio, onde il coraggio che la Regina de' Martiri diede al suo cuore di padre afflitto ce lo restituisse, come pregando avea stabilito, nell’ora di sua agonia.

E l’oriuolo cammina;e Ferdinando come più lo guarda, più gioja risente ed appalesa; e tanto è il gaudio che lo anima, da farlo cadere in sospetto se la soverchia gioja di morire, fosse peccaminosa e togliesse minimamente la volontà q Dio. E lo eccelso Arcivescovo di Patrasso, apostolo e sacerdote, con quella sapienza che lo distingue, ripose al Pio Monarca: Sire, Vostra Maestà, nell'edificante sua agonia si sublima al concetto di S. Paolo, e perciò abbracciato alla Croce, proferite le parole dell’Apostolo delle genti: Cupio dissolvi et esse cum Christo.

E ; e l’ora estrema si approssima di volo, e solamente il Re l’avverte. Infatti, dice al prelodato Monsignor Gallo Arcivescovo di Patrasso, di apparecchiarsi la stola l’acqua santa ed il rituale, e stupefatto il Prelato compie i Sovrani voleri, ma per contentarlo non perché stima giunta l’ora.

Ma l’ora è giunta! Ferdinando vuole esser solo col sacerdote assistente Monsignor Gallo, e con la Regina Teresa, che anco in quegli strazianti momenti non abbandona il compagno del suo cuore, il padre dei suoi figli, il Re che la condusse al Trono! ed è là, tutt'affetto, mentre il cuore si spezza dal dolore.

L’ora è giunta. E in quella stanza di desolazione e di gloria, non si ode che la voce del Re morente, che bacia continuamente la sacra immagine della Madonna, dipinta su serico drappo e quasi consunto dalle divote mani, e...

Maria, Madre mia, accompagnami, io salgo il Calvario dietro i passi del tuo Gesù.... Maria, io ti fui sempre figlio sin dall’età più tenera... in le riposi ogni mia speranza... sotto il tuo patrocinio volli che le popolazioni da me rette e l’esercito vivessero... da te sola io mi ebbi consiglio, conforto, vittoria... da te oggi ricevo una morte, da tanto tempo tentata, e che mi rendi più desiderate della vite istessa!... Gesù, padre delle misericordie... permettimi di vedere in Paradiso la tua Madre viva e vera.… Gesù, Giuseppe e Maria, accorrete a ricevere questaanima mia.... venite.... venite.... sì vengono, vengono.... alleluia.... alleluia... alleluia... ia!....

Furon queste le ultime parole che s'intesero del Gran Ferdinando e ; la voce tacque—le labbra continuarono a muoversi come a preghiera—gli occhi rimasero fissi ed immobili su i due sacri quadri posati a piedi del letto—i medici assicurano che il martirio sofferto dal Re nell'istante che più non si udì la sua voce, superò ogni possibile umano dolore;non un lamento, un’ambascia, uno strazio di angoscia estrema, ma un lieve sibilo, di chi favella nel sonno, e—chinò dopo venti minuti il sacro ed augusto capo sul diritto lato, come per mirar più d’appresso le dive immagini!—stese una mano al Sacerdote, l’altra alla Regina, e spirò..... Rasciughiamo il pianto che al certo bagnerò il ciglio d’ognuno che mi legge—eh! dopo breve pausa dedita al silenzio religioso de' sepolcri, ritorneremo appo il capezzale di Ferdinando II, per dire alla storia: EGLI NON E’ PIÙ... MA VIVE!!!


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XVI

Ferdinando II, non è più... ma vive!!!

Vienicon me, o storia contemporanea delle Sicilie;—mesti, silenziosi, e con la prece sacra agli estinti sulle labbra, muoviamo i passi verso la stanza ove tuttavia riposa, ma immobile, il corpo di Ferdinando II. Moralizziamo il dolore e la religione che si raggirano fra queste mura già ammutolite dalla morte, per indi svolgere a colpo d’occhio il volume de' tuoi fasti.

Ecco l’uomo, ecco il Re, come si posò esalando il suo spirito al Creatore. Il capo augusto è tuttavia inchinato sull’omero destro, pari a persona stanca che si riposa;—le sue braccia si distendono tuttavia, come per esprimere il suo ultimo addio al sacerdote e alla consorte, come per poggiare le mani alla religione e all’amore, alla fede cattolica ed alla sua famiglia, volando al Cielo;;gli occhi sembrano di persona sana, atteggiati come sono a mirare le due immagini di Gesù Cristo Re delle sofferenze e di Maria Santissima Regina dei dolori;—à le labbra come che un’estasi avesse interrotta sulle loro movenze la preghiera che mormorava l’anima quando si staccò dal corpo... oh! è morto, ma sembra vivo ancora, e sì nobile, mansueta, tranquilla e devota quella giacitura.... e pare di udire ancora quelle sue affettuose moribonde preci, pe’ suoi augusti, pe’ suoi popoli, per i suoi nemici!La sconsolata sposa e Regina, nel baciare la fronte al gelido compagno di sua vita, nel baciar la mano all’estinto Re, volle che quel cadavere già sacro per la Maestà e per la morte, non fosse rimosso dallasua giacitura per ventiquattr'ore. E la mestissima Teresa ciò desia, per non disturbare l’angelica scena che da sé rappresenta lo spettacolo del Sire delle Sicilie, di già trapassato; e per aver modo di farlo ritrarre su tela, onde conservar presente al suo sguardo la morte del giusto.

Ed oh! se dato mi fosse di ricopiare su matita questo prestigioso quadro, son certo, dispensandone copie per quanto è il regno, donare un palladio di Indimenticabile edificazione ai popoli nostri, e far sorgere nella comune famiglia sociale, un amore dinastico al di là della tomba, più energico dell’affetto pubblico che possedé Ferdinando vivendo; ed esclamerei ai traviali fratelli, porgendo l'immagine di sì rara morte: ;Ecco il Re a cui procuraste tante dispiacenze; ecco la gemma else non sempre valutaste quanto valeva, giacché la vita sua fu tale, come la sua morte... ohi se noi, suoi popoli, avessimo sempre concorso co nostri mezzi ai suoi alti desii—oh! se immani nemici, se detestabili ambiziosi d’ogni opinione non avessero di tanto in quanto create delle barriere fra il Re ed il Regno...

Ma giacché tutto é silenzio intorno a questo Ietto militare, su cui giace cadavere Ferdinando II, accorriamo sulle orme piangenti della sua famiglia che dà un addio alla Reggia di Caserta.

Gli augusti circondavano Francesco Duca di Calabria nella stanza adiacente ove il Re spirava, e appena la Regina Teresa esci vedova da accanto al già morto marito, la sua comparsa spiegò il luttuoso compimento della scena, eh! un grido unanime di dolore la salutò, e tutti, figli e congiunti si precipitarono a piedi del letto baciando il carissimo esanime, bagnandolo di sconsolate lagrime, chiamandolo co’ più affettuosi nomi, e... Francesco come per testimoniare il compimento dei paterni voleri appo il cadavere del gran Re, apri le braccia e tutti i suoi si strinse al cuore, esclamando:—Ferdinando ci guarda dal Cielo uniti, come uniti fummo intorno al suo cuore, amiamoci ed io in lui vi amerò, come se fesse vivente....

Ed escirono, seguendo i passi del Duca di Calabria—ah! no ; seguendo i passi della Maestà Reale di Francesco II, Re del Regno delle Due Sicilie....

Ivi entrando, appalesavasi Altezza—dopo istanti, uscendo, si udì chiamare, Sire! Quale strazio per un tanto figlio, il titolo istesso sì grandioso, che grandemente lo martirizzava in quei supremi momenti in cui la natura ecclissa nel duolo ogni luce di letizia, quasi per dirgli, Sire, questo augusto nome che odi per la prima fiata, ti spiega, che non ài più padre!E, Sire, esclamano al suo passaggio i dignitarii della Corte, come per dirgli, la nostra alta missione si è estinta appo un nuovo sole che sorge radiante di potere e di fasto sull'occidente sepolcrale che dié tramonto ad altro astro cui eravamo i raggi. E Francesco, erede della bontà avita, loro risponde piangendo: non dubitate, voi tutti rimarrete con me, come se non io ma mio padre vivesse Re ancora.

Ma in una Reggia dinastica, il martire degli affetti umani, è il Principe Erede. Ogni altro augusto à latitudine per isfogare i suoi crucii di natura, meno chi già è salito al Trono, mentre la salma del morto Sovrano è tiepida tuttavia. E Francesco rasciuga le lagrime, chiude i lamenti suoi in cuore, e, Re de' suoi popoli e capo di sua (famiglia proclamasi Monarca, mentre la destra trema per i singulti, e—voltosi a baciar la mano alla vedova Regina e madre, dice:—Maestà, è duopo abbandonare Caserta, per riunirci tutti nel lutto ad altra dimora.—La donna forte compie in quel momento l'eroismo di Regina e di sposa, e si eleva tutta alla dignità di affettuosa madre, e risponde. ; Tu comandi o Francesco, tu sei il Re, io non bramo da oggi che seguire i passi tuoi, avere una stanza ne' tuoi palazzi, onde continuarli ad amare, e crescere e custodire a te vicino, i fratelli tuoi e le tue sorelle.—No, o madre mia, soggiunge Francesco, ordina e comanda ed io seguirò in famiglia i tuoi voleri, gli appartamenti di Regina e non una stanza avrai sempre con me; perciò scegli ove andare.—Ab! non sarà mai, tu sci il Re, io voglio da ora piacermi solo di quanto a le piace.—E la gara di sì sensibile reciprocanza di amore non sarebbe decisa, se il virtuosissimo nostro Sire, modestamente non avesse sottomesso il parere a lei e a tutti i suoi, e che a tutti gli augusti fu ordine, di abbandonare la Reggia di Caserta recandosi a quella di Capodimonte, ove noi accorreremo fra poco per cogliere nuovissimi fiori di preziose cure domestiche, come che Ferdinando II che non, è più, vivesse ancora.

E sì—Ferdinando II non è più.... ma vive!Vive a noi nella santa memoria di Maria Cristina, che per sua scelta venne a nostra Regina, ed oggi i popoli delle Sicilie conservano in Lei una grande tutela appo Dio.

Vive, nella virtuosa immagine del nostro amato Francesco II, pianta fiorita e fruttifera di religione e di civiltà, per l’avvenire di queste patrie contrade; essendo Re crede della sua sapienza benefica pel vegnente lustro e decoro del più grondo, del più antico, del più cospicuo Regno d’Italia.

Vive e vivrà ne' monumenti di fede cattolica, eretti, ampliati, rifalli al lustro del culto e della morale di dieci milioni di abitanti, che in questi anni di detestabile dottrina si elevano mercé la sua religiosità all'eminenza sociale che à sede e progresso soltanto nel Vangelo; e fra tanti sono per lui appo noi, i più torreggiarti ed incrollabili, due avvenimenti cristiani gloriosi fra' secoli—l’uno, per aver reso il Reame, palladio alla Navicella dì Pietro, mentre un diluvio anti-religioso e anti-politico sonici ergeva la società di Europa—l'altro, per essere stato, dopo Carlo III, il primo Re supplichevole appo la tribuna dell'infallibileVaticano onde il volo di diciannove secoli, sacro alla Diva che l’Emmanuele sull’altare del Golgota assegnava per Madre delle dolenti generazioni di Adamo, venisse esaudito, elevando a dogma la credenza universale dell’ImmacolatoConcepimento, e da Napoli a Roma e da Roma a Napoli, Ferdinando le udire il festante grido figliale: credo, credo!

Vive, nella diffusiva 0 crescente falange dell’apostolato secolare e regolare che protesse sostenne, emancipando la intemerata disciplina ecclesiastica dalle letali quisquilie ereditiere duna filosofia atea e baldanzosa, ed equilibrando le prerogative canoni che del sacerdozio dal distacco del foro pagano. E vive nell’aumentatascelta dell’Episcopato, ne' perpetui doni largiti ad ogni casa di Dio, per più eletto splendore del culto.

Vive, quale astro lucidissimo di demenza appo le prigioni tutte del Regno, e si estolle il suo nome appo il palco di morte mille di mille di mille volte, quale scudo di umano sangue che la legge ordinava versarsi e per reati politici e per delitti comuni; e vivo benedetto ne' sepolcri viventi dell'umana giustizia (le carceri) già resi nel Regno istituti morali, opificii industriali, onde la colpa e la pena, si purgassero nei delinquenti mercé la religione ed il lavoro.

Vive, nelle miriadi di opere pubbliche, sparso sul Regno a sfida d'ogni più elevata civiltà di Europa; e la Reggia di Napoli resa un incanto di arie come giace in un incanto di natura, e la compita Basilica che guardi la Reggia medesima, e lutto quanto da trent’anni à trasformata la capitale dello Stato in una città nuova, in una città emula per lustro ed abbellimenti, di Parigi e di Londra. E da Napoli per quanto è il Regno, nuovo Adriano, non morrà ne' monumenti civici, in quegli industriali, ne' porti romani rìstaurati o creati a modello, ne' fari guida ai naufraghi, ne' mercati emporio della patria industria e commercio, nelle pubbliche vie che intersecano le città e le ville, come una rete che allaccia in un centro le distanze propizie oggidì allo sviluppo degl’interessi materiali de' nostri popoli;—ed ogni paese che vide Ferdinando, vide sorgere una o più opere di pubblica utilità e decoro, e la sua volontà fu la miniera perenne di lavori monumentali.

Vive, ne' trattati internazionali ottenuti e scambiati per le cinque parli del mondo, onde il naviglio siculo napoletano per la prima volta gareggiasse su gli scali d’ogni vicina e lontanissima regione, recando la bianca bandiera de' Borboni delle Sicilie, qual vessillo rispettato ovunque, come di nazione favorita sa d’ogni mercato. E vive nel nostro orgoglio civico di essere stato il primo Re in Italia ed in gara dell'Inghilterra e della Francia, che à fatto solcare le onde marine dai piroscafi vaporieri; ed il primo in Italia ad aprire le tesoreggianti ferrovie, e le prestigiose telegrafie elettriche.

Vive, negli opificiimanifatturieri moltiplicati dall’incoraggiamento ed elevati a sfida d’ogni altra regione, onde i bisogni patrii di industria, concorressero in tessuti, e nei mille meccanici trovali con i prodotti esteri che una volta aveano gara isolata nello smercio del Reame, e cosi i lanificii, le seterie, le cotoniere, i pannilini, le cartiere, le ferriere, le vetriere, le orificierie, le fonderie, le pelliere ecc. ecc. ecc. e quante sono oggi le infiniteproduzioni alte ai comodi ed al lusso sociale, non mancassero appo noi, e 'l danaro che una volta esciva dal Regno, circolasse nel Regno, e i nostri prodotti grezzi senza più gittarsi su imercati di Europa, si manifatturassero da noi per utile pubblico e privalo.

Vive, nel lustro delle italiane patrie arti belle, che protesse da Sovrano che incoraggiò da valido estimatore. Gli artisti contemporanei del Regno ne elevino il panegirico, di quanto fece a loro vantaggio questo Sire. La pittura e la scultura sacra più d’ogni altro, si ebbero un Mecenate prestigioso. I templi del Regno in ogni anno si ottennero quadri insigni e marmorei simulacri in dono al culto e come provenienza di guadagno ai migliori ingegni della gioventù. Negli studii accademici, nelle sale delle pubbliche esposizioni, Ferdinando recavasi non come Re ma da artista. Esaminava e giudicava con sagacia e intelligenza e con vero gusto artistico in mezzo alla gioventù, e oltre le commissioni, facea compra de lavori e tanto, che i Palazzi Reali sono colmi di opere di pennello di matita d’incisione, oltre de' rilievi e delle statue in marmo in bronzo in plastica.

Vive, nel progresso agricolo d’una regione eminentemente campestre, mercé degli orti sperimentali, merce delle scuole di agricoltura e di orticoltura; e vive benedetto nelle crescenti scuole nautiche, surte in mezzo ai centri marittimi dei popoli nostri.

Vive acclamato, qual promotore e lustro delle innumeri patrie società commerciali ed industriali, e a non pochi di questi vivai di privata e pubblica economia sociale, gradi far dono del suo eccelso nome.

Vive, qual novello Augusto in mezzo alla gran famiglia intelligente de' dotti e della gioventù studiosa, serbando a lustro delle scienze e delle lettere patrie, tanto contaminate altrove, il timore di Dio quale scudo d’ogni umana sapienza, e laciviltà cattolica quale unica via che guida al progresso vero le intelligenze.

Vive, nel credito pubblico largito al nostro Governo dopo anni di abbandono, e vive nella gloria contemporanea di Europa, per essere il solo Monarca contemporaneo che à sciolto il proprio Stato da debiti onerosi all’estero, e che à ribadita ogni porta all’edace usura privata o pubblica, straniera o patria, adagiando all’ombra de' naturali introiti; le annuali spese, e chiamando il commercio, l’industria, la proprietà mobile o immobile, a ristorarsi appo l'erario governativo, ne' giornalieri bisogni, consconti infinitesimali al paragone d’ogni altra regione del mondo civile.

Vive e vivrà come colosso indomabile fra le edaci passioni de' tempi suoi, per la maestà politica serbata a se stesso come Re dinastico, ai suoi popoli come civilissima società indipendente da ogni straniero protettorato. Il solo anno 1848, basta per valutare la possanza virtuosa mente civile e italiana di Ferdinando II. Guai alle Sicilie, guai all'Italia, se la fermezza coraggiosa di questo Re politico e militare non si fosse elevata a quell'eminenza che giunse; ed oggi medesimo le fasi di Europa avrebbero subite inconcepibili catastrofi, giacché in quell'anno mercé i rovesci socia-politici delle Sicilie, si aspirava da un partito misterioso, a consumare la civiltà Europea colle fiamme d’un incendio Italiano (37).

Vive, nella clemenza che sali con questo Re sul Trono delle Due Sicilie al dì 8 novembre 1830 e che tuttavia risiede, perché Ferdinando II, vive nella persona di Francesco II.

Vive, nella gloria militare d’un esercito surto a decoro e ad orgoglio dinastico nazionale, rispettato nel mondo come sedente al convito degli eserciti splendidi di ardire di onore di religione, qual bravo fra i bravi; e l'ombra pia di questo primo duce e creatore delle patrie legioni, i nostri soldati la vedono e la vedranno raggirarsi tra le loro file, e favellare parole di pace e di fedeltà, di coraggio e di valore, e;, se il demone delle civiche discordie ardir possa di accendere una sola favilla contro Francesco 11, vivail Re il nostro esercito sfiderà il male, perché Ferdinando II, ribaldando con la sua memoria il cuore dei prodi, guiderà egli accanto a suo figlio le invincibili squadre.

Vive, nel vanto di aver elevato il primo Regno d’Italia a potenza marittima, mercé una flotta di guerra valida e numerosa, e che da anni à recato per la prima volta il nostro vessillo militare in giro pel mondo, ammirato nelle più lontane e barbare spiagge.

Vive nel vanto di aver fatto sorgere come per incanto opificiie cantieri militari, e tanto, che oggi le sole Sicilie in Italia e solamente le Sicilie (in proporzione), dopo la Francia l’Inghilterra, la Russia, il Belgio e l’Olanda, possiedono fonderie e miniere per i lavori d’ogni arma, per macchine vaporiere di navi e di ferrovie; e possiedono cantieri ed arsenali da guerra con opere patrie; mentre prima di Ferdinando, i rami di guerra e marina doveano come altri Stati, chieder lui to agli stabilimenti esteri.

E vive per noi nella balda giovanissima sua figliolanza augusta; e vive nel mare de beneficii che per trent’anni à largiti in gran copia ad innumeri amici ed ingrati;—e vive nel personale de pubblici funzionarii da lui manodotti alla carriera dello Stato e, vive sì vive e vivrà Ferdinando II nella storia, come oggetto sacro a chi ama, come amar si deve la patria.

Addio, o Sire riposa ih pace ;la comune preghiera de' tuoi popoli ti saluterà ognora nel seno de' Cieli, ed elevando noi intorno a Francesco II, il grido lieto di viva il ReFrancesco e noi ripeteremo alla generazione che viene, con figliale orgoglio di Re e di Regno: FERDINANDOII NONÈ PIÙ... MA VIVE!…


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XVII

Lo spirito pubblico.—funerali.—L'Europa.

Napoli, la città capitale del Regno delle Due Sicilie, all'alba del di 22 MAGGIO 1859, svegliasi nella sua gran mole di abitanti, come presaga nello spirite pubblico, del compimento luttuoso a cui assistea con altalena di speranze e timori, da ben cinque mesi.

Ilsole splende sull’orizzonte, come l'unico sole di maggio del nostro cielo azzurro. Suona il mezzodì, e il più scoraggiante annunzio le giunge da Caserta;—ma siccome non è il primo, altri ne vennero tinti di sinistri colori sulla vita del Re io altri giorni, teme più dell'usato, ma la speranza non è spenta dell’intutto, abituata com'è a dolersi ed a gioire.

Ma alla prim'ora, dopo il mezzodì, nere nubi si addensano sull'orizzonte, e fra dirotta pioggia, arriva l’infausta nuova: SUAMAESTÀ IL RE FERDINANDO II E’ MORTO.

Infatti un supplemento straordinario del Giornale ufficiale pubblicasi, arrecando l'avvenimento, e per le vie siaffissa il decreto di proteina del nuovo Re Francesco II, il telegrafo elettrico ne avvisa in un’ora il Regno intero, gli esteri ministri con eguale celerità invianodispacci per le regioni tutte dell'Europa; ma in Napoli, non is rende generale l’accaduto, pe’ motivi anzidetti, cioè perl'abitudine di aver inteso più volte lo sinistra novella, e poi smentita.

Però, all’alba del 23 maggio, il mesto e lugubre rimbombo de' cannoni de' castelli e de legni da guerra, alternando i tiri a corto intervallo, e la bandiera a mezz’asta, accertarono l'universale della metropoli che Ferdinando II non era più, e lo scoraggiamento e ’I duolo discese in ogni cuore; senza distinzione di classi o di opinioni. Ed io che seri vo, dalla mia casa di campagna che vede Napoli in panorama, guardai la città e dai colli di Santelmo alla spiaggia marina, stavasi coverta da fitta nebbia e sotto monotona pioggia, che sembrava come ravvolta in funebre velo, e quasi che la tetraggine degli elementi, appalesar volesse lo stato morale degli abitanti.

Il bruno cui veste la Corte e lo Stato, si veste dall'intera capitale, ed io compiaciutamente commosso, vidi a lutto completo, persone colpite dalle vicissitudini degli anni decorsi, e che vivendo Ferdinando II, si annoveravano per ultra democratici o in urto del Re e del Real Governo, e le loro fisonomie distinguevansi come le più marcale di amarezza, al paragone dei devoti allo Stato ed all'estinto Monarca; sic che la vastissima città si ebbe l’aspetto d’una gran famiglia in lutto, per l'amara perdita del suo capo. Il Regno intero fece eco alla mestizia, e la Sicilia in gara del continente, e i pubblici funzionarli in gara delle masse de' popoli, memore de' beneficii e della straordinaria simpatia personale del trapassato Monarca; ma le Puglie, e Lecce e Rari in eccezionale modo, vennero colpite da un dolore indicibile ad esprimersi; ed era il dolore cresciuto con il prestigio della dimora che il Sue avea fatto fra queste, e con l'alimento della speranza di rivederlo novella, mente sano ed incolume. Ogni persona, ogni famiglia, nel giro di trent'anni, serbava un ricordo di clemenza o di giustizia dalle mani del gran Sire.

Ed ecco gli archi trionfali, i pubblici preparali festivi, le innumeri luminarie di gioja, dopo la costante sfida di cinque mesi, da Napoli a Palermo, e dall’estrema Sicilia all'ultima terra degli Abruzzi, scomporsi, strapparsi via, come il loro aspetto fosse un insulto all’universale cordoglio, e ai funerali che ovunque si iniziarono; è i bruni veli, i neri drappi, i flebilirintocchi de' sacri bronzi, il pianto, le gramaglie e le meste requie, compirono fra dieci milioni di abitanti, una festa comune, che si ebbe un'alba di letizia non mai vista nelle sue colossali proporzioni, e che si ottiene un tramonto non mai testimoniato da si gigantesco universale affanno.

E volendo in questo capitolo, sommariamente discorrere de' funerali; sacri alla memoria di Ferdinando II, in affettuosa mestissima gara figliale del Re. Francesco e de' popoli delle Sicilie, stimiamo dovere di storica ricordanza in questo libro, dare in nota lo splendido programmadi Corte che si usa alla morte de' nostri Re, quale documento degli antichi costumi mortuarii delle dinastie Borboni che di Francia e di Spagna, benché modificati in parte da Francesco I e Ferdinando II (38).

La salma angusta di Ferdinando II, dopo la prescritta giacitura per ventiquattrore sul letto ove la morte cessar fece la sua vita del tempo, venne tolto ed iniettato dai medici di camera che la Regina vedova volle far rimanere a guardia come se vivo fosse, e che, specialmente il cav: Ramaglia, non si dipartirono dal Reale estinto, fino a quando non si depositò ne' Regii sepolcreti di S. Chiara. Indi, a Caserta, venne situato su ricco letto mortuario elevato in sala funebre ed ardente, attendendosi che nella Reggia di Napoli il virtuoso figlio Francesco II, spiegasse con straricche sontuose gramaglie, il suo immenso dolore.

E Pietrantonio Sanseverino, Principe di Bisignano, Maggiordomo Maggiore Soprintendente Generale della Real Casa di Ferdinando N; colai che lo crebbe ne' giovanissimi anni qual Cavaliere di Compagnia del Duca di Calabria, dové presentare la guardia Eunorarki in Caserta, col duolo di padre e col pianta di intimo e primario suddito della Corona delle Due Sicilie e così quel sensibile e gentile Duca Marulli d’Ascoli, Sonagliere del Corpo fino dagli anni primi dell'ascensione al Trono del Re, compir dovette le sue alte funzioniper molti giorni presso l’angusto cadavere... e con qual cuore questi due eccelsi personaggi, la penna non ardisce spiegarlo!

Il primiero funerale nel Regno, si tenne nella Reggia di Capodimonte, dal Re Francesco II e dall'intera Real Famiglia. Ferdinando, disse morendo ai suoi cari: «staremo uniti nella preghiera, voi a piè degli altari ed te dal seno delle divine misericordie». E siccome la santissima religione cattolica, possiede i mezzi di sublimare il dolore umano finoal Cielo, mercé i conforti della fede; cosi il giorno 25 maggio nella palatina cappella di Capodimonte gli augusti si raccolsero nel pieno loro dolore alla Messa di requie, pontificata da Monsignor Cappellano Maggiore.

Intanto al di prescritto, l'estinto Monarca, chiuso in cassa venne rimesso da Caserta di sera, e su apposita carrozza per la ferrovia giunse a Napoli ad ora tardi, onde il mesto passaggio non si avvertisse dalla dolentissima popolazione. Ma pure, molte lagrime testimoniarono quella amarissima venuta, dalla stazionedella strada ferrata fino alla Reggia della capitale.

E noi non stimando dettar meglio il corredo funebre del Real Palazzo, di quanto à saputo tratteggiarlo l’esimia penna del cav: Domenico Anselmi, riproduciamo cononore nel nostro libro il suo aureo dettato.

«Il Real Cadavere del Re Ferdinando II, trasportato dalla Reggia di Caserta a quella di Napoli (28 Maggio), fu jeri esposto nella sala de' Viceré pomposamente addobbata, ove, inconformità del Programma da noi pubblicato, si compiono tanto le sacre cerimonie funebri ne’ quattro altari quivi eretti, quanto i servigi della Real Corte.

«Immensa, incessante è la calca della popolazione traente mestamente e con religioso silenzio da ogni parte della città. dalle terre suburbane e dalle più rimote province a veder la spoglia mortale del gran Monarca, ed a render tributo di pianto alla gloriosa memoria di Lui.

«Descriviamo ora il funebre apparato di essa Sala, eseguito sotto l’abile direzione del cav: Genovese architetto della R. Casa, e cominciandal centro. Dentro un ampio recinto a forma di parallelogrammo sorge un basamento che dalla parte anteriore offre sette gradini, e nel fondo il ricco trono di velluto cremisino con galloni di oro. Sotto di esso estollesi il feretro sostenuto da base dorata.

«Il R. Cadavere è coperto da bianco velo. A suoi piedi posano il cappello e la spada, lo scettro e la corona.

«Fiancheggiano il feretro quattro, statue simboliche. Alla sua dritta sorge la Religione che sostiene d’una mano la Croce, e protende l’altra, come a tutela, su la spoglia che racchiuse lo spirito più a Lei devoto. Dall’altro canto mirasi la Fortezza co’ segni onde la classica antichità fregiava la Sapienza. Le due virtù simboleggiateda codesti simulacri, delle quali una è cagione dell’altra, compendiano tutte quelle che rifulsero nella vita dell'inclito Monarca. Riponendo Egli nella Religione la fidanza, si ebbe da Lei la Fortezza per sostener il Regno e illustrarlo.

«Più innanzi compariscono assise quinci la turrita Partenope con lo scettro coperto di gramaglie e con la destra indicante nel feretro la causa del suo lutto; quindi la Storia accinta a compiere il suo officio, il quale comincia appunto allorché, attutate o spente le ree passioni, la verità si fortifica nella religione del sepolcro e ne’ venerandi misteri della morte.

«Due leoni dormenti, simboli pur essi detta tutela che al vero dà la santità delle tombe, giacciono all’estremità anteriore del ridette basamento aventi ciascuno un genio alato a fianchi, per esprimere esser quelli gli emblemi della forza di Dio.

«Negl'intervalli delle descritte statue sorgono alti candelabri dorati, i cui grossi e numerosi ceri mandano una luce che assorbita dalle circostantigramaglie, vestesi di pallore, raggiando melanconicamente sul resto del funereo addobbamento.

«Guardato questo dall’alto delle pareti superne, e da esse al pavimento, sembra un sacro edificio rivestito di veli. Il suo cielo è un parallelogrammo conforme e forse pari a quello entro cui innalzasi il feretro ed il trono, ed ha cinque scompartimenti quadrilateri segnati da zone di velluti, e liste di galloni. I quattro esteriori sono fregiati agli angoli di aurei gigli ed alcentro di serti con entro una stella: il centrale è seminato di stelle; ha gigli in serti aurati negli angoli, e in mezzo una croce irradiata di oro.

«Da tal cielo cadono rigonfiate le gramaglie, ed i gonfii hanno dal loro principio una frangia, nel mezzo un aureo velo a festoni, e nel termine ove attaccansi alla parete, una zona fregiata alternamente di serti e gigli di oro.

«Sotto questa zona, necorre intorno intorno un’altra maggiore con gli emblemi ed i nomi di tutte le provincie del Reame; e compie a così dire, il cornicione, una fascia ornata di gigli là dove terminerebbe la colonna.

«Altri fregi occupano gli scompartimenti delle pareli dall’alto in giù, cioè trofei di armi anti che e moderne in bell’ordine disposte.

«Lungo le pareti stesse sono innalzali otto monumenti di stile antico, sormontati ciascuno dal Regio Stemma sovrapposto a dipinti trofei, e fregiati lateralmente di aurei serti fra quali s’incrociano, intersecandoli, fiaccole rovesciate. Sul prospetto di essi leggonsi eleganti iscrizioni Iatine, le quali esprimono il pubblico lutto, o ricordano le rimpiante virtù dell’eccelso Monarca, o invitano i Fedeli alla preghiera. Sono esse laudabil lavoro del comm. Quaranta.

«Di questi monumenti, sei si estollono lungo le pareti laterali, tre per ciascuna, una rimpetto al feretro, l’altra alle spalle di esso. Fra le sei prime sorgono i quattro ridetti altari.

«Quanto a' ceri benché sufficienti i già descritti ad illuminar la Sala mortuaria, pure non sono i soli che vi risplendono. che ne' quattro angoli sorgono altrettanti candelabri, quasi colonne, coronati a dovizia di doppieri; e fiancheggiano i mentovati monumenti, da ambe le parli, gruppi di ceri sovrapposti a rami di cipressi disposti in forma conica e sorgenti da cesti poggiati a basi quadrangolari. Oltracciò pendono dall’alto vistosi lampadari fermati di aurei serti, annessi per via di legami dello stesso colore alle quattro estremità d’una croce greca che ne forma la sommità.

«Iltutto in somma rende immagine di un tempio, i coi monumenti eretti in ogni direzione, mostrano allusivamente che parte non v’ha nei Reame che monumento non sia di una qual che singolar virtù dell’immortale Ferdinando II».

E mentre Napoli accorrea sparger lagrime edoffrir preci nella Reggia ove per giorni si estolle il letto mortuario di Ferdinando II, una rapida rassegna noi faremo nelle Corti estere, ne' parentati augusti e appo la stampa quotidiana di Europa.

Fin sulla rada di Napoli i legni da guerra inglesi ed americani, inalberarono la nostra Real bandiera a mezz’asta, e pari al nostro naviglio militare, per tutti i giorni e fino alla tumulazione del Re defunto, di tratto in tratto eseguirono i tiri di cannone, senza neanche togliersi dal lutto le navi brittaniche il dì 24, auspice al natalizio della Regina d’Inghilterra; e concorsero nella giornata de' pubblici funerali, alle replicate salve di artiglieria per la militare parata mortuaria. Mestizia che replicarono dopo giorni che il nostro esercito compir volle le sue dolenti requie in suffragio dell’anima del Sovrano.

L’Inghilterra politica, riprender volle le sospese relazioni diplomatiche col nostro Governo appo il feretro del gran Re, e la Corte in Londra e le brittaniche bandiere si ebbero il lutto. Eguale avvenimento compì la Francia, e nel Real Castello delle Tuglierie, culla de' Borboni, pel Borbone estinto a Napoli, si vide il bruno nella Casa Imperiale del terzo Napoleone.

Ogni altra Corte compì una simile mestizia di cuore e di convenienza da Pietroburgo a Vienna, e la Reggia di Baviera salutò la sua Principessa Sofia, già Regina delle Sicilie, col più stretto lutto di Stato, di Corte e di famiglia.

A Roma il Pontefice Pio IX, coll’afflitto concorso dell’Almo Collegio de' Cardinali e clero romano, oltre i funerali usi per la morte de' Sovrani cattolici, altro compir ne volle per sua speciale mestizia ed affetto.

E in Gerusalemme, appo l’augustissimo Sepolcro del Salvatore delmondo, appo la Culla di G. Cristo in Betlem, e in Nazaret ed in altre chiese de' Luoghi Santi, que’ Religiosi tanto grati a' beneficii del Cattolico Sovrano, compirono non à guari sollenni funebri ufficii all’anima pia; e le campane della Chiesa del Calvario, donate due anni sono dalla pietà di Ferdinando II, squillarono flebilisulla terra dell'umano riscatto.

Ma avviciniamo un poco gli sparsi congiunti di stirpe Borbonica, divisi per Stati ed avvenimenti diversi per l’Europa.

Maria Amalia la virtuosissima ex Regina de' Francesi, la Principessa delle Due Sicilie, l’augusta zia del defunto, ohi quale amarezza si ebbe alla nuova di sì amara morte, nella persona di Ferdinando II che vide nascere in Palermo, vide fanciullo trastullarsi col suo diletto primogenito Ferdinando d'Orleans (quello strenuo Principe che addivenne poi anche nel morire, il Marcello della Francia, il verotu Marcelluseris...) e che poi riabbracciò in Parigi giovane Re militare, sfolgorante di rinomanza europea! E con Amalia, la intera casa d’Orleans si vide colpita come da una nuova sciagura di sua augusta famiglia; e a tante lagrime, si unirono quelle della vedova Principessa di Salerno e di sua figlia sposa d’Aumale, zia e cugina di Ferdinando, riuniti tutti a Londra nel solitario castello campestre di S. Leonardo, che ricorda agli Orleans le avite delizie di Nevlly.

E dai subborghi di Londra il nostro lutto giunse in Germania alla movibile dimora della eroica vedova di Berry e del suo figliuolo Enrico di Bordeaux ora Conte di Chambord, sorella e nipote del nostro Ferdinando; come un martirio novello alla situazione in cui vivono, esigendo il rispetto universale da amici e nemici.

E dalla Germania, senza fermarci alla Ducate Casa de' Borboni di Parma, di già col nostro lutto colpita da momentanee politiche vicissitudini, ritorniamo a Roma, ove à stanza la vedova Regina di Ferdinando VII di Spagna, Principessa delle Due Sicilie, sorella del trapassato Sovrano; e appo questa augusta, giunse più amaro il cordoglio, stante che dalla partenza per le Spagne non vide più il suo fratello…

E la Granducale famiglia di Toscana, la ospite della nostra Corte, quella che per gioire alle nostre gioie, si recò in Napoli a prender parte alle feste degli sponsali, e che la morte visitò come fulmine sulla sua Principessa ereditaria; Leopoldo di Toscana e Antonietta di Napoli, cognato e cugino quello sorella questa del compianto nostro Re, dovettero vestire il bruno e sparger lagrime per la morte di quel Ferdinando che attesero in Napoli e non viddero, nientemeno su terra straniera, mentre il loro Trono per la seconda volta in dieci anni, è caduto in preda dei Caini, fratricidi d’ogni lieto avvenire della disgraziata Italia...

E il nostro lutto volò rapido per la immensa traversata dell’Oceano, arrecando a Teresa delle Due Sicilie, Imperatrice del Brasile la funesta novella, e: Madama, il tuo secondo padre, colui che ti crebbe alla virtù ed alla religione, qual maggior dote della tua bellezza; quel fratello che abbracciasti per non più vederlo in terra, nell'agonia ti benedisse, e volle che i suoi addii estremi ti avvisassero, che egli morendo ti donò un affettuoso pensiero!... oh! il dolore di questa augusta à la latitudine dell'incalcolabile distanza che divide il suo cuore gentile da Rio-Gianeiro a Napoli... ov’è lo scandaglio umano per quest’altro affanno?

E, ;e un altro pianto mestissimo raccoglier dobbiamo su terra straniera, per la morte del nostro Sire, ed è quello dell'Altezza Reale di Carlo Borbone Principe di Capoa.... ma le auguste convenienze della magione di Re, non spettano a noi guardare, come che sacre alla domesticità 1 Carlo era per abbracciare il suo fratello e Re, e la morte non volle—e benché l’amore di Ferdinando per Carlo à immensi documenti monumentali, il fratello si ricordò del fratello nel suo testamenelo, onde il mondo valutasse il peso tra i doveri di Re e l'affetto di sangue…

Ed accorriamo nelle Spagne, alla chiesa ov’è il sepolcro del nostro immortale Carlo III. Quivi sollenni requie si compiono per Ferdinando delle Sicilie, dalla Regina sua nipote, dagli augusti congiunti, dai grandi del Regno, e il lutto della Corte è lutto di famiglia per la morte di un Infante di Spagna, e quello dello Stato è lutto per la Maestà Sovrana di Ferdinando II; Re del Regno delle Due Sicilie, discesa neh la tomba.

Ritorniamo col pensiero a Napoli.

Questa mia penna, per naturalezza spontanea rapida quanto ardita ne"suoi tanti lavori, sente la stanchezza, or ch’è giunta quasi al termine della incredibile narrativa della STORIA DI CINQUE MESI. Si, la stanchezza di questa mia modesta penna, son certo che verrà valutata da ogni gentile che mi legge; perché à dovuto avere per inchiostro, continue lagrime, e priva di questo dolentissimo e balsamico umore dell'umana famiglia, non avrebbe potuto scrivere una sola pagina di questo libro. SI, torno a confessare la mia stanchezza, non perché estinta o esaurita vedessi in me la vena che diemmi colori molti a pingere questo dramma contemporaneo; ma perché, se veritiero è il molto, che la buona lama rode il fodero, la preoccupazione del mio spirito nell'assedio morale di due mesi e più, per un si solleone lavoro, sorveglialo da indimenticabili doveri di gratitudine che ligano la mia esistenza presso un Re che non è più, e appo un Re vivente che nacque ed èla pupilla dolcissima dei nostri popoli; sorvegliato dall'onorevole aspettativa dell’universale; e sorveglialo da quei tanti miei nemici di opinioni nel Regno e nell'estero, e nemici a me carissimi, pel solo motivo che mi leggono e spesso mi danno argomenti a scrivere;—ebbene, il lavoro per se stesso, tanti doveri uniti, tanta benevola e malevola aspettativa, fusi insieme, mi ànno reso nel giungere alla meta, infermo di spirito e di corpo. E proseguendo questo capitolo con la vivida ed espansiva penna dell’ottimo amico Cav: Anselmi, son certo di offrire più nobili pagine al lettore; ; lettore sensibile che leggendo il mio libro e trovandosi allo spesso smarrita la mente nel percorrere tante scene storiche che appaiono di poesia ideale, avrà la cortesia di dire a se stesso:—à ragione l’autore.

«Ildi primo giugno seguì il funebre trasferimento della spoglia mortale del Re Ferdinando II dalla Reggia alla Chiesa di S. Chiara, nell’ora e con la magnificenza indicate nel Programma. II dir che questo fu stupendamente e con ordine mirabile compiuto in ogni sua parte, e ben lieve. Agevole ancora è il dire che non mai con maggiore solennità e con pompa più maestosa fu solennizzato un Regio funerale. Quel che vince ogni dire, quel che sta sopra ad ogni espressione si è l'effetto che protrassero e la pompa e la solennità del R. Corteo nella immensa popolazione che ne fu spettatrice. A tale assunto vienmeno ogni eloquenza, e se la penna cedesse il luogo al pennello, questo sarebbe del pari inefficace a dar solo uno schizzo del quadro gigantesco che si offrì agli abitanti della Capitale e a quelli che vi sono convenuti per sì funesta e straordinaria occasione, del quadro gigantesco che offrirono essi stessi per quasi tutta la memoranda giornata.

«Ma il nostro officio pur vuole che facessimo concepire ai lettori lontani quel che non ci è dato descrivere; e noi per compierlo meno imperfettamente, premettiamo al cenno delle cose vedute con istupore misto a cordoglio, un riflesso che durante il passaggio dell’augusto Corteo dominò ogni mente e scosse ogni petto.

«La strada per la quale lentamente incedea il Carro funebre preceduto, seguito efiancheggiato dal fior delle Reali Truppe, formato da lunga serie d’illustri personaggi e di corporazioni insigni, era pur quella su la quale si raccolse tante volte a gara la lieta popolazione a rendere omaggio della sua letizia al Re Ferdinando II allorquando Egli in compagnia dell’augusta Consorte e della Real Famiglia traeva al Duomo, o al Gesù Vecchioo a quel tempio stesso che or ne serba i mortali avanzi; tra quella via per la quale pochi mesi addietro il vedemmo (ahi! l’ultima volta!) rigoglioso di vita, fiorente di sanità, sparso il bello e maestoso sembiante di gioja celeste condursi a piè della Vergine delle Grazie a Toledo, e come devotissimo fra' Suoi figli, e come perpetuo Superiore dell'Arciconfraternita che vi festeggiava una solennità straordinaria; era la strada medesima per la quale la stessa gente preparatasi sin dal principio di questo anno a mirar un ben altro Corteo, a veder festosa l’ottimo de' Re e de' Padri condurre splendidamente alla Cattedrale il suo Augusto Primogenito con la Reale Sposa, mostrare in Essi ai suoi sudditi i cari obbietti della sua dilezione, la speranza e l’onore della sua Dinastia. i sacri pegni della pubblica felicità, ed accrescere il suo nel pubblico contento.

«Oh! come la città si preparava a celebrare un tanto e sì sospirato giorno! come fervea in ogni grado, in ogni ceto la gara di festeggiarlo a suo potere! Quale sterminata congerie di ricche vesti, quanti svariati abbigliamenti, quanti e quali preziosi, giojelli non si erano apprestati per farne mostra abbagliante nel Tempio, nella Reggia, ovunque fosse dato sfoggiarli! E che poi doveano cedere il campo ai tetri segni del corruccio, dovean mutarsi le feste in funerali! Era questo l’arcano volere dell’onnipotente. Egli avea disposto ne' suoi imperscrutabili consigli, che Napoli si adunasse con trasformato aspetto su la maggiore delle suo strade per vedere non più l’amato Monarca ma il suo feretro, per assistere non altransito trionfale di un Corteo di Regie nozze, ma al passaggio di un luttuoso convoglio, di non mostrarsi adorna in sua felice esultanza de' tesori doli e del lusso, di non abbellire di sé con essi le vie e gli edifici, ma di raccogliersi vestita a bruno, su questi, e spargersi su quelle dando agli uni ed alle altre la sembianza diuna immensa gramaglie che si aggroppa, si panneggia, si frastaglia e si agita in tutt'i versi.

«Così le miriadi della gente vedeansi agglomerate e fitte per finestre e ringhiere, e fin su’ tetti, così vedeansi diffuse e strette ovunque lo sguardo potesse seguir l’andamento del funebre convoglio, le cui diverse parti, lungi dall’alimentare una vana curiosità, offerivano altrettanti ricordi delle virtù e de' benefici del Sovrano.

«Eprimamente le sacre insegne del divin culto, i suoi venerandi ministri, i gloriosi emblemi dell’umana redenzione richiamavano alla mente quanto fece il Pio Ferdinando II per la glorificazione della Chiesa cattolica, di quali e quanti monumenti dotolla in sua religiosa munificenza, come visse a lei fido, come gli esempi della sua vera e profonda divozione edificavano la pubblica morale, e come alla sua eccelsa pietà, unica più che rara nel secolo XIX ed in Europa, pose immortale. Corona una morte che ricorda quella de martiri e che data esser non può se non a chi come Lui viva con lo spirito sempre congiunto in Dio.

«Alla vista delle Reali Truppe che incedevano o facevano ala al Corteo con dignitosa compostezza, rammentavasi l’augusta creazione di un’Armata ammirabile per valore, fedeltà, istruzione e disciplina, florida per bellezza e varietà di divise, appariscente a piedi e a cavallo, fornita di quanto ad Esercito perfetto si addice, animata d’uno spirito di religione e di morigeratezza che veneranda l’ha resa alle genti, ed accetta al Dio degli eserciti.

«Risvegliatasi la rimembranza de' dì ridenti, delle pompose gale, delle affabili accoglienze, delle presentazioni diplomatiche, dei festivi omaggi resi ne' gran baciamano ne' circoli della Reggia al comparire de' Capi Ecc. di Corte, e de Gentiluomini componenti della Real Camera; e tal rimembranza in occasione sì funesta solcava la mesta immaginazione de' riguardanti come raggio che internasi in una nube.

«Nella guisa stessa i distintivi delle diverse amministrazioni rappresentate da' loro Capi, richiamavano vivamente alla memoria quanto di mirabile in ogni ramo della cosa pubblica il provvido e saliente Sovrano fondava o ristorava od estendeva. E qui d’una in altra idea valicando, faremmo per sommi capi la rassegna delle grandi e bello opere sue, se tal lavoro che richiede serenità di spirito e calma di affetti, conciliar si potesse con le lagrime che per tante cagioni or versiamo.

«Ed chi come rinnovassi il pianto allorché apparve il prima funebre cocchio sormontato da grande curata corona a latte in mezzo a neri pennacchi, e tratto da otto bianchi cavalli coperti di ampie gualdrappe nere gallonate di oro e pendenti fino a terra i Come crebbe il pianto alla vista dell’altro più magnifico cocchio che portava la cassa mortuaria contenente il Real Cadavere! Nessuno in quell'istante ebbeocchi per guardar le superbe gramaglie ed i nereggianti pennacchi de' destrieri, per vagheggiar gli ori, i galloni e gli altri ricchi fregi della doppia quadriga, o le funeree piume che si agitavano su di essa, o l’alata aurea Fama che sosteneva il Real Diadema nella sua sommità centrale. Gli animi di tutti, scossi già dal frequente tuonar de' cannoni, da rintocchi delle sacre squille, dalle meste salmodie, da' flebili alternantisi militari concenti, dal grave incesso del Corteo, si ebbero in quel punto una commozione che mise il colmo al cordoglio. All’approssimarsi del Carro funerale gli oricalchi insieme raccolti eseguirono a lungo l’Inno Borbonico, rendendo così con 1estremo militare saluto l’ossequiosa risposta al tenero paterno addio che il Re Ferdinando II dal letto di morte mandava alla sua fedele Armala per messo dell’Augusto suo Successore. Quell’inno sciolto alla maestà vivente è gioconde omaggio, è ricordo di suddita dipendenza, di gloriosa disciplina: reso alla Regia mortale spoglia, è antitesi dolorosa di cui non possono dare la spiegazione, se non il fremito e le lagrime con cui fu sentita.

«Addio, ogni cuore diceva, addio Re grande e forte! Pace e gloria eterna alla bella, all’eletta, alla santa anima Tua!a Da quel momento il resto dell’interminabil Corteo ci passò dinanzi, come tutto ciò che tien dietro ad un magico sogno ad un'alta visione. Con tal mente vedemmo il succedersi de' battaglioni, degli squadroni, delle artiglierie e de quindici Regii cocchi tratti ciascuno da sei speciosi cavalli, non meno che l’ondeggiar della moltitudine innumerabile, e da ultimo il ritrarsi delle Reali Truppe ne’ rispettivi quartieri, e le loro belle marce io due opposte direzioni lungo Toledo, movimento che rendea immagine di due fiumi che vanno incontro l’uno all’altro senza confondersi».

«Eccoci alla basilica di S. Chiara, al sacro recinto che serba le reliquie mortali di tanti Monarchi. il suo vestibolo è ombreggiato di cipressi, ha trofei d’armi rovesciate, sfoggi d’insegne mortuarie per le pareti fin sul vertice del gotico prospetto, ed in ciascuna delle sue porte dolorosi inviti a cerimonie più dolorose, a meste preghiere, ad estremo compianto. Entriamo ad orare e col lacrimare prostrati dal cordoglio.

«Ma varcata la soglia e sollevato le sguardo su l’eccelso catafalco un arcano ed al primo tratto indefinibile sentimento inalza l’animo dalcaduco all’eterno, temperando così la tetraggine ispirata dalle maestose gramaglie e dagli emblemi funerei che con felice euritmia vi sono sparsi.

«Noi daremo la spiegazione di siffatto sentimento, non sì tosto avrem ritratto il luttuoso apparato. Esso è mirabile e per la sua magnificenza, e per la facilità onde il maravigliato spettatore ne raccoglie e coordina le parti nell'unità di un nobil concetto.

«Su tutta la volta della basilica spazia in linea parallela al pavimento una tenda, i cui grandi scompartimenti quadrilateri offrono auree croci raggianti entro cerchi dorati, ed i piccoli serti e gigli dello stesso colore. Da questo gran cielo cadono, rigonfiandosi fin su le tribune claustrali, cortinaggi a fosse alterne di nero e cinericcio fregiati nell’estremità inferiore di frange conformi alle loro tinte.

«Su le tribune stesse pendono panneggiate a festoni altre gramaglie, ma con tale artificio che le gelosie e le comici dorate fra gl'intrecci de' neri drappi, mostrano tanto del loro disegno e della loro lucentezza da sembrar non appartenenti al tempio ma al suo temporaneo ornato e fatte a posta per la infausta occasione.

«Corrono sotto le tribune tre zone assai distinte fra loro, tutte e tre listate di oro, e fregiate in modi diversi. La prima in forma di cornicione offre una serie non interrotta di aurei gigli con iscreziature fra gl'interstizii superni. La seconda è fregiala di aurei serti posati in istile greco e romano su i loro flessuosi nastri. E la terza è adorna di sferici scudi del pari aurati.

«Alle tre descritte zone sottostanno nuovi scompartimenti e nuovi ornati che si avvicendano intorno intorno per tutto il tempio. Di tratto in tratto ed in egual distanza cadono da asticciuole dorate auree falde di forma rettilinea con frange del medesimo aurato colore, pendenti, fra due mezze lune di nero velluto.

«Con tali addobbamenti alternansi le figure quadrilatere dentro le quali si veggono le Regie Sigle sormontate da corona e racchiuse in un serto di cipresso ligato a nastri d oro, e incrociato da faci a rovescio.

«Sotto codesto funebre stemma s’innalzano entro neri bislunghi antenne dorale dalle cui asticciuole che le attraversano in alto, pendono bianche falde con gli emblemi delle ventidue province del Reame. Veli neri gallonati cadono dalla lancia fin su gli araldici segni, indicando il lutto di tutte le simboleggiate contrade.

«Ciascuna delle laterali cappelle è coperta da analoghi cortinaggi con fregi corrispondenti all’insieme. I quali neri panneggiamenti cedono in dentro come per formare una nicchia sol in un punto, cioè incontro a' due lati del catafalco, per accoglier in essa quinci e quindi due genii piangenti accanto ad una epigrafe.

«Se abbiam bene indicato il lugubre rivestimento del tèmpio, il lettore già vede un vestissimo padiglione chiuso da ogni parte, non escluso lo spazio formato dall'arco sovrastante all’altare maggiore, il quale spazio è occupato da magnifica graniglia con entro la forma gigantesca di una croce aurata.

«Sotto siffatto padiglione sorge maestosissimo il catafalco. Guardato incontro al maggior altare, offre una grandiosa scalinata a due tese piramideggianti, essendo la prima di più grande dimensione.

«Su l’alto della seconda posava la Cassa funebre sottostante a magnifico Trono. I fianchi o parapetti della gradinata raggiavano durante la cerimonia di doppieri sorgenti da forme coni che di cipressi e queste da lunghi cesti di figura esagona ogni cui lato ha il fregio di un nero giglio. Altri candelabri estollevansi con la medesima simmetria dal pavimento al destro e sinistro fianco della macchina piramidale. E ne' fianchi stessi là dove confinano le descritte due lese, vedevaosi assise dodici bianche statue rappresentanti le diverse regioni del Regno. Questi simulacri hanno lucerne mortuarie nelle mani congiunte, e mostransi in atteggiamento di lutto solenne.

«A non più dire delle faci profuse con ordine per tutto il tempio, aggiugniamo che da ogni suo lato rifulgono lampadari di stile antico fiammanti di grossi ceri, oltre quelli che pur ordinatamente pendono intorno alla macchina dal più notabile scompartimento della soffitta, del quale or ora farem menzione.

«Guardiamo ora intanto il catafalco qual si estolle giganteggiando incontro alla porta maggiore in forma di granitico piramidale mausoleo.

«Nella parte inferiore osservasi l’arcuato ingresso di un ipogeo. Su gli angoli dell’arco orano due mesti geni alati segnando nel chinarsi la curva lor sovrastante. Gli aurei cancelli della tomba offrono immagine di raggi che circondano una croce greca. A traverso di essi, mercé un artificioso lume crepuscolare discernesi l’arca su cui posa un manto cd una corona Beale. Pendono a' quattro lati della cupa volta altrettante lampade egizie. Una vera dimora della morte non potrebbe contristar l’animo più di questo temporaneo monumento. Esso immerge il pensiero dello spettatore nel nulla delle vanità umane.

«Ma il cuore sollevasi col guardo allor che questo s’inalza al gruppo animato che torreggia sul dosso del torreggiante granito. Due muliebri forme assise, Napoli e Sicilia, stanno alla base. Il legame del comune dolore è simboleggiato dal serto di cipresso che con fregi aurati pende dal grembo dell’una e dell’altra.

«Fra queste due belle forme sorge bellissima in dimensioni colossali e Reale ammanto una statua che rappresenta al vivo il Re Ferdinando II in atto di protendere lo scettro a tutela ed ornamento delBearne. Animato è quell’alto, più animato il volto che l'accompagna. A lutti che l’han visto, par di averto riveduto come ne’ suoi di più ridenti.

«La solidità della mole granitica su cui posa la croce raggiante che la sormonta, sono emblemi parlanti della gloria duratura ch’eiprocacciossi mettendo in cima d’ogni cosa la Fede.

«Un riflesso sì consolante spinge più in alto il guardo dello spettatore ad altreapoteosi. Fra gli scompartimenti del tetto ne abbiam notato uno più rilevante. Esso è occupato da una tela rappresentante la terra ed il paradiso (39).

«Sula prima è levato il Pio Ferdinando in atto di accommiatarsi dai suoi popoli che lo circondano lagrimando. Raffigurasi cosìquell'istante in cui Egli ci dava l'estremo addio, promettendo di pregare anco pei suoi nemici.

«In alto vedesi genuflessa Maria Cristina che supplica l’Eterno per aver comune lassù il seggio celeste con Colui ch’ebbe con Lei comune il regio soglio. Alati angeletti protendendo serti di rose, simboleggiano alla nostra fede che sono accolti da Dio non meno i preghi d’una santa Regina che i voti di un popolo edificato dalla santa morte del più Monarca.

«Ecco perché noi dicevamo che entrando nel tempio l’anima sublimavasi dalla terra al cielo, ed ecco perché aggiungniamo ora che le più felici creazioni dell'arte monumentale son quelle che connettono l’idea della immortalità all’idea della morte.

«La menzione del genio architettonico che si è innalzato a tanto concetto e del buongusto onde l'ha tratteggiato, non può disgiungersi dal nome di Fausto Nicolini.

«Entro questa e cosìmagnificamente addobbata Basilica si raccolsero alle 10a. m. tutte le cospicue corporazioni, tutti grillastri personaggi che vi erano intervenuti il dà innanzi, e che si trovano distintamente descritti ed enumerati nel Programma.

«Essi assistettero con profondo raccoglimento alle solenni cerimonie pontificate da S. E. R. ««il Cappellano Maggiore con accompagnamento di bella commovente musica encomiabile per se stessa, e per la celerità con cui ha dovuto comporla il sig. Palumbo, Maestro della R. Casa: musica la cui esecuzione torna a lode de' valenti professori che sotto la di lui direzione occupavano la duplice grandiosa orchestra.

«Lesse l'elogio del Re il dotto e facondo Consultore di Stato R.moMonsignor Salzano, discorrendo da suo pari tutte le parti della vita del gran Monarca e mostrandola informata dalla Fede vincitrice di ogni cosa.

«Con commozione indicibile assistettero tutti alle assoluzionide' Prelati, all’ultima ricognizione del R. Cadavere, al trasporto della Cassa che lo rinserra nella Cappella de' Reali Depositi, fino al dolorosissimo istante io cui una voce flebile e sonora intonò il Requiescat. A questo estremo vale della Chiesa, a quest'ultimo accento della mesta salmo dia, cui seguirono le ultime scariche della Guardia Reale e le salve dei castelli e de' legni da guerra, tocchi da sacro fremilo, risposero i cuori con la preghiera, gli occhi col pianto.

«Non si tosto le sacre cerimonie, pienamente conformi al Programma, ebbero termine, il Corpo Diplomatico, il Ministero di Stato, i Capi della Real Corte, ’i Cavalieri e le Dame componenti la Real Camera, i Tenenti Generali ed i personaggi stranie! i presentati alla R. Corte, con quanti han l'onore di essere ammessi in Galleria, si condussero dalla ridotta Chiesa alla Reggia di Capodimonte, e complirono con le LL. RR. Maestà, dalle quali furono accolti con cortesia resa più commovente dalla mestizia che ingombra i Loro animi eccelsi».

Cosìebbero termine i grandi funerali del figlio al padre; del Re vivente, all'anima del Re morto.

E’ duopo aggiungere che la vedova Sovrana se non ebbe gli occhi presenti ai riti di S. Chiara, si ebbe il cuore. E ricevendo dalla Reggia di Capodimonte allo spesso delle richieste nuove dalla Basilica di S. Chiara, intese che apertasi là stanza de' Reali depositi, la medesima già era quasi piena (ricordisi il cap. VII!) da non potere entrare la cassa che racchiude il corpo del Re sposo, e che la medesima andatasi a collocare nella stanza rimpello, ove rattrovasi il feretro della Venerabile Maria Cristina. Infatti, nella stanza rimpetto a quella che racchiude i Reali estinti della dinastia Borbonica di Napoli, venne collocata la cassa mortuaria della Pia Regina, allorquando il suo corpo dietro i riti della Curia Arcivescovile di Napoli ne venne tolto e accluso, intatto com'era, nell’arca marmorea elevatasi nella cappella che oggi appellasi dal suo nome; e quivi venne messa la bara di Ferdinando II, fino a quando là cattolica volontà del virtuoso nostro Sire Francesco II, non ripone la augusta salma in grandioso monumento, di già ordinalo. Ciò inteso la sconsolata Teresa, si afflisse nel suo affettuoso dolore, e volle che dalla stanza de' depositi si rimovessero le urna de' tre figli estinti, onde la morte non disgiungesse loro dalla ultima stanza ove acchiudasi ilpadre; religioso ed umano volere che il servizio di Corte esegui, pria che il muro di fabbrica di elevasse per chiudere la mesta camera allo sguardo de' viventi. Ed oggi chi visita la chiesa di S, Chiara, alzando lo sguardo sulla destra entrando, alla seconda gelosia dietro la quale si scorge un finestrino, sappia che ivi sporge la dimora che racchiude il nostro gran Re; e raccogliendosi ogni devoto, nella sacra prece pe’ cari estimi, gli sembrerà da quel vano affacciarsi quell’eccelso ospite che si universale amore e dolore rimase di sé in mezzo a' noslri popoli, co me per dire: ; Addio, addio, o figli mìei, da qui sorveglio il Regno del mio Francesco—Ah! mentre la malinconica parola del Requiem vi viene sulle labbra, quell'ideale appariscenza, vi spinge ad esclamare nella casa di Dio e guardando un sepolcro, il caro grido dei tempi lieti, viva il Re Ferdinando II.

E l’esercito di terra e l’armata di mare, compirono i più grandiosi funebri ufficii di dovere, come di figli per la morte del padre. E 'l Senato della città metropoli del Regno, gareggiò con l’esercito per sontuosi riti mortuarii di alta gratitudine. E l’Eminentissimo Cardinale Arcivescovo di Napoli, vestì di bruni veli la vasta chiesa metropolita, chiamando a meste esequie i grandi corpi dello Stato, della Corte e della Città. E così i Ministeri, le Direzioni, le Amministrazioni tutte civili e militari del Regno; e l’alma città di Palermo su d’ogni altra volle in morte appalesare all’universale, quanto serbava di apparecchi, se Ferdinando per un’altra volta, si fosse recato a far visita alla terra nativa. Ed eguali funzioni di dolente amore si compirono non meno dall'Episcopato edal Sacerdozio del Regno, da tutte le corporazioni morali, e specialmente presso non pochi sacri Sodalizii, a cui il Re apparteneva qual superiore perpetuo. Chi à il potere di raccogliere l’impossibile delle universali preghiere a Dio, che tuttora si elevano da mane a sera per l’eterno riposo della bell’anima?Per esprimere in un solo concetto, la memoria indimenticabile di Ferdinando II, fa duopo dire che egli vive ancora in ognuno, e la sua morte pare un sogno d’indebolita mente, e: non è possibile—odasi esclamare da tutti.

Ela buona stampa quotidiana in Europa, à prodigata sollenni testimonianze di dispiacere per la perdita del gran Monarca delle Sicilie;—e la stampa sdegnosa un tempo, alla sua morte apparve colpita da un dispiacevole avvenimento, e come èuso de' febbrili pensieri umani, si lottano fino a che vivono gli straordinarii ingegni; morti, si anatomizzano le spente virtù quistionate un tempo, e, a coro si è scritto e si scrive tuttora da chi lo conobbe appena: fu un GRAN RE CONTEMPORANEO....

É compito il melanconico nostro tema. Non profaniamo con altre querimonie la dignità sacra e solleone de' sepolcri, ove Dio tiene a guardia l’Angelo del silenzio. Il nostro amore di trentanni, le nostre speranze e dolori di cinque mesi, come unfascettod’immarcescibili allori, offriamoli alla storia, e per continuare a vivere con Ferdinando II, accorriamo dal benedetto suo figlio Francesco, uniamoci alle sue virtù, dicendogli: aSire le Sicilie appo il Trono di Cario III, sentono il dovere di esclamare con orgoglio dinastico: IL RE NON MUORE».


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XVIII

Francesco II e Maria Sofia al cospetto delle Due Sicilie —;eredità da compiersi;Maria Cristina, Ferdinando II e i loro popoli— Voto dell'autore.

FrancescoII, è Re del Regno delle Due Sicilie. Un prestigioso Ordine del Giornoall'Esercito dinastico nazionale, egli invia in suo nome, come per comunicargli i solenni addii del Re Duce supremo che vola a vita migliore, e come per dirgli, io Re, sono il figliuolo erede del cuore e della spada di Ferdinando II. E l’esercito, frena il pianto, alta la destra mirando la bianca bandiera che ricostituì Regno e Nazione indipendente queste storiche contrade, e con la fede de valorosi si liga vita per vita alla indomabile religione de giuramenti solleoni, esclamando «Viva il Re, viva Francesco II!»; E la storia di oggi àdi già registrata nelle prime pagine de' suoi fasti novelli, le grandi e generose risorse che il giovane Sire à largito a mani piene nella nobilissima famiglia militare delle patrie legioni.

Francesco II, è Re del Regno delle Due Sicilie, e la clemenza più che umana apre quasi dell'intutto le prigioni, e spessa gli argini politici sulle frontiere dello Stato, mercé ampio perdono agli esali contriti delle decorse vertigini ribelli.

FrancescoII, è Re del Regno delle Due Sicilie, ed i popoli nostri covrendo con nuove speranze un lotto indimenticabile, mercé feste Metissimo ed universali, salutano sull'avito Trono, il carissimo di tutti i cuori, il figlio benedetto di Maria Cristina.

FrancescoIIè Re del Regno delle Due Sicilie, e appena Iddio Re de' Re lo guida al Trono, in pari tempo Iddio, per gli oracoli infallibili della Fede ch’è madre di chi crede e spera, accompagna angli altari, col titolo di Venerabile, la madre di Francesco (40).E Francesco Re, appena recasi a venerare le reliquie prodigiose di S. Gennaro, il sangue del Divo Martire, per la prima volta in messo a' secoli, si scioglie in miracolo fuori tempo stabilito; e mentre vi à pruova costante che per avverarsi il prodigio nelle stabili due volte all’anno, l’ampolla deve stare al contatto della lesta da cui fu versato un dì, ora al contatto delle bacianti labbra di Francesco, del nostro Re, del figliuolo della nostra Cristina, si avverte l’inconcusso miracolo!

FrancescoII, è Re del Regno delle Due Sicilie, e; siamo ardimentosi di penetrare nella Reggia di Capodimonte, di Napoli, di Quisisana, di Portici. che quadro stupendo e magnifico si ammira nell'augusta Real Famiglia! Francesco à compilo il volere del padre, e l’amore, l'affetto, le cure sensibili che gareggiano fra gli. augusti eredi di tanta gloria, appajono, come se Ferdinando II vivesse tuttora in messo ai suoi. Luigi di Trani ed Alfonso di Caserta, come due ale unite al corpo del fratello Francesco, confondono il pensiero, se questo è il Re in messo a quelli, o durasse ancora l’unitiva adolescenza educativa, la Regina Teresa (diciamolo, mai e mai più consolata) compie verso Francesco il suo mandato di madre e cresce intorno a lui, le sorelle sue i suoi fratelli; ed oh! se vi dicessi, quali lagrime si verserebbero da' nostri popoli, se fosse lor dato gittar lo sguardo in questo augusto palladio di domesticità, ammirare il nuovo Re nelle sue quotidiane e diverse tutele appo i figlioletti di suo padre, e vedere quel Pasquale di Bari, il piccolo caporale a sette anni, piantarsi della persona per le stanze ove passa il Re, recandosi la tenera mano allo sciaccò, come un ordinanza in miniatura, e ricevere per quel commovente saluto militare, cento cari baci dal Sovrano fratello; prestigio di disciplina e d’amore che Ferdinando seppe assegnare ai suoi fio dalla culla. E testimoniare le squisite affettuosità del Re verso la vedova Regina, con l’accorrere come desto dal sonno con la sua Sofia, a chieder conto della salute dell’augusta madre colmandola d’ogni possibile figliale trasporto di tenerezze; e come questo virtuoso Re accoglie i suoi zii, i quali mentre nel vederlo ripetono gli omaggi di sudditi, egli si slancia a baciar loro la mano, ed accade una gara di rispetto, ove le convenienze di dignità e di natura si confondono in un solo amore. Ma lo ripetiamo, Teresa è madre sempre, verso Francesco ed i suoi. Una è la dimora, uno è il pasto per tutti, un solo è l'affetto per ognuno, ma Teresa è e saràinconsolabile vedova per quanto fu fida consorte. Rispettiamo come religione il suo dolore. L'augusta ne à ragione—che l’angelo custode degli umani dolori le arrechi la lazza dell’oblio, sia la nostra preghiera.

FrancescoII, in ultimo, è Re del Regno delle Due Sicilie, e il mondo politico si avvicina ossequioso per salutarlo sul Trono, i lievi dissapori di Stato con altri governi, scompariscono appena è Sire. I gabinetti Sovrani di Europa, i potentissimi augusti paventati antichi e novelli, l'opinione pubblica nell’universale, lo guardano come una Monarca erede d’un padre e d’una madre, su de' quali la storia contemporanea serba volumi molti; e Francesco col possesso della pietà di Cristina, e della sapienza civile e militare di Ferdinando II, è arra di letizia progressivamente sociale e cattolica per l’avvenire delle Sicilie, e per la dignità e per la pace di Europa.

E a tante doti di cui è ricco, si unisce l'acquisto speciale d’una sposa erede ancor ella d’una stirpe di Santi e di eroi, per completare la preziosa esistenza di questo novello Padre della Patria nostra.

Ma spetta a noi, far scaturire le pubbliche vitali sorgenti del ben vivere comune dalla mente e dal cuore di Francesco li. Siam noi, suoi popoli, i mezzi efficaci per sperimentare sulla comunanza sociale le risorse che possiede un tanto Re. Guardiamoci intorno, in questi detestabili tempi, e guardiamo un pò lungi da noi.

La società è inferma di passioni pestifere e mortali, perché la mole del suo corpo à perduto il calorico vitale, mercé il gelo che inocula da anni l’ambizione, l’egoismo, la miscredenza, nascoste sotto la maschera bugiarda di Dio, di popolo sovrano, di patria libertà. Mentitori! Ab Jove principiwn Musae, Jovisomnia plena, dirò loro col Mantovano cantore. Da Dio ogni sapere umano. Dalla morale e dalla giustizia che Cristo scrisse Con sangue divino sulla Croce del riscatto, promanano le vere esigenze politiche e sociali. InCielo un Dio e molte gerarchie. Nel creato un Sole per ogni centro di sistema planetario. Nella terra, ogni tronco produce la famiglia de' fiori e de' frutti. Negli abissi, ogni elemento riunisce e liga gli atomi. Nelle cave, un solo è il principio minerale. Nella Chiesa uno è il Capo. Negli eserciti, uno è il duce supremo. Nella scuola, uno è il maestro insegnante. Nella famiglia, uno è il padre. Ne’ governi migliori, uno è il Re. Per che distruggere con fiumana di delitti, una legge di ordine che si ammira dal Cielo, fino ad ogni cosa creata? Popolo, popolo;la sovranità cheti si vuol dare, è la spada a due tagli, onde sbrigliarti al timore di Dio, e impigrirli alla fatica con digiuna vanità. Popoli, popoli, ;libertà pubblica senza pubblica morale, non regge;;guardatevi intorno ed osservate la letale agonia delle coscienze e del costume, onde persuadervi che i novatori sotto i velamidi libertà vi spingono al libertinaggio, a quell’atroce insulto alle crederne alla proprietà alla famiglia alla donna, onde la comune stoltezza fosse loro di scala al potere, alle spoglie opime, al passeggiare patrono sulle teste delle moltitudini. Popoli, popoli,—il caro amor di patria e di nazione, nasce coll’uomo e si propaga a lui d’intorno col trionfo del bene possibile, con i grandi lavori, con le grandi opere, con l’amore scambievole, con le inconcusse avite credenze, con praticare la giustizia privata e pubblica, per sé per la famiglia per la carica. Ma quel feroce amor di patria di oggidì, che nasce dal mistero delle sette, che si educa al maneggio del pugnale, che si propaga con le rivoluzioni, con le discordie civili, con la chiamata di eserciti stranieri a battagliare sul terreno coltivato col sudore, appo le città inermi e vittime dell'anarchia, udendo la voce declamatoria sempre di quei pochi, che rubano un mandato da genti che non conoscono, ed a prefazione d’ogni civico utile abbattono i codici per rifarli,scacciano la religione cattolica per crearne una tutta loro, che squassano le pubbliche finanze, che schiacciano la proprietà sotto una pioggia di imposizioni e balzelli;—questo immane amor di patria, spiegasi con il volume delle insidie dell’uomo primo, e:; noi saremo tanti Dii, disse Adamo—saremo come i Re, dicono i democrati—saremo come i Ministri, esclamano i tribuni demagoghi;saremo come i ricchi, insegnano oggi i socialisti ;saremo come il Leone della favola in mezzo ai popoli, dopò che giungeremo alla vittoria, promettono i comunisti.

Riscaldiamo novellamente il corpo sociale col sacro fuoco che riverbera dal Vangelo sull’umanità, non come persona ma come società; ; sia Iddio la bandiera della vita, infiorando noi le sue vie di verità con lo nostre virtù;—siamo ne' privati doveri e ne' pubblici impieghi seguaci della giustizia; ;l’unica ambizione si eleva su i costumi onesti, sul lavoro, su gli studii utili, sull’amore domestico, sulla reciprocanza dell’utile al prossimo, sul rispetto alle divine ed umane cose;—esclama ogni persona, sarò utile alla società per me stesso, non col farmi innanzi alla lazza del potere, della ricchezza, delle voluttuose suscettibilità de' 8ensi; serviamo i Re (parlo nel generale) avvicinandoli nell’alto, senza dimenticare il basso da cui siam partili; ed ogni Stato, cosi slanciandosi nelle archetipe mani dell’Altissimo, otterrà la sua crescente evoluzione di bene.

Chi siete voi, o declamatori di oggi, al cospetto di Dio, della fede cattolica, de' secoli, della storia, de' popoli, delle credenze, de' costumi, delle leggi, della proprietà, delle dinastie? Quale angelo, novelli Isaia o Geremia, vi disse, andate fra le genti, e predicate il rovescio di quanto esiste? Possono pochi uomini, per tratti di personale volontà o duci di un esercito d’idee, elevarsi a dittatori del genere umano? Ab! no;la vostragioita baldanza, se oggi appare di qua di là come erba parietaria; appare non per vostra forza, ma perché Iddio in tutte le età per mano de' sofisti fece ricomparire ognora la Babele a processo del crimine che umilia le generazioni orgogliose, le società sitibonde de' soli interessi materiali: infermità che oggi è tutta nostra, e voi o sediziosi ne costituite lo spasmo cinico. Deh! o popoli ; scongiuriamo queste locuste che si spaziano sull’orizzonte della vita sociale, risalendo la scala della pubblica morale; e i nostri cattolici costumi addiverranno la verga prodigiosa, che nella traversata del deserto di questa vita, renderà per sempre muta la scienza del male che ci prostra ad eccidio.

È duopo dirlo—questa mia modesta penna non blandi, non brugiò falsi incensi alle passioni, da anni servendo il Re ed il mio paese ; ma questa penna à il coraggio di scrivere oggi, che se un tempo dai Re si facevano i popoli, oggi che la legislazione ovunque si maneggia nelle moltiplici sue branche dalle classi de' popoli soggetti, e la religione cattolica costituisce gli incoronati non più ad arbitri, ma a tutela Selle genti; oggi dico sono i popoli che formano la gloria dei Monarchi. che vale un Re santo e savio, in mezzo a popoli corrotti?—chi dispensa le grazie, le munificenze, i doni, la giustizia dei Re, in mezzo alle moltitudini, se non sudditi che sortono dalla comunanza sociale?—Siano amanti della giustizia i soggetti, e la Monarchia ereditaria, costituisce ogni Stato, come a florida famiglia intorno al padre.

Ma ; ove mi spinsi io mai moralizzando? Ah! no—il fin qui detto, appartiene all’epoca dolente in cui viviamo, e non al Regno delle Due Sicilie, per bontà di Dio, sulle cui vie camminano i nostri popoli. Possediamo un Re che à una madre in Cielo, e questa madre che fu nostra Regina, amando suo figlio Re, amar deve come si ama al cospetto di Dio, il nostro Regno. Ferdinando II non è più, ma vive nelle sue opere, vive sul culmine delle grandi istituzioni per noi create. Ed infatti. Mentre scrivo nuovissime sciagure colpiscono da mesi gli altri Stati d’Italia, e la sola regione delle Sicilie si regge come piramide sfidatrice delle tempeste. A chi mai dobbiamo si rara salvezza, se non al Re che ebbe un padre che seppe far rispettare ovunque i suoi Stati ed isuoi popoli, ed una madre che ci guarda con patrocinio dal Cielo?

Ah;si;questa mia penna attende il giorno in cui Francesco e Sofia si avviano a intraprendere il primo viaggio di famiglia per le province tutte di qua e di là del Faro, onde offrire allo spettacolo della storia, i fasti nuovissimi delle Sicilie, fasti affettuosamente di patria. SI, o popoli, attendete di vedere questa giovanissima nostra Regina, a fianco del pupillo de' vostri scorsi anni, Francesco, e le vostre gioje saran degne di molte pagine.

E deponenti la penna, già come stanco, dopo sì rapida e difficile corsa; prego il Cielo che la mia ancor giovane esistenza mi dia Iena, onde proseguire la Storia Civile e militare, sacra al Regno di Ferdinando II, e se i tempi lo permetteranno, occuparmi con impegno a dettare un volume di Memoriediplomatiche sugli anni più difficili della vita politica sociale del Re che ci guarda benignamente ancora, dalla vita vera che sorge al di là della tomba.

DECRETUM

NEAPOLITANA

BEATIFICATIONIS ET CANONIZATIONIS

V. SERVAE DEI

MARIAE CHRISTINAE A SABAUDIA

REGNI UTRIUSQUE SICILIAE REGINAE

SUPER DUBIO

Anslt signanda Commissio Introductionis Causae in casu et ad effectum de quo agitur?

Instante Serenissimo Domino Alphonso de Pescara Principe, et Marchione de Vasto Postulatore causae Beatificationis et Canonizationis Servae Dei MARIAE CHRISTINAE A SABAUDIA Regni utriusque Siciliae Reginae, quum subscriptus Cardinalis Sacrorum Rituum Congregationis Praefectus et Ponens Causae ipsius sequens Dubium proposuerit in Ordinariis Comitiis eiusdem Sacrae Congregationis ad Vaticanum hodierna die habitis «An sit signanda Commissio Introductionis causae in casu, et ad effectum de quo agitur». Emi et Re,mi Patres Sacris tuendis Ritibus praepositi, omnibus mature accurateque perpensis, auditoque voce et scripto R. P. D. Andrea Maria Frattini Sanctae Fidei Promotore rescribendum censuerunt «Signandam esse Commissionem si Sanctissimo Placuerit». Die 9 Julii 1859.

De praemissis autem a Subscripto Secretario facta eadem die Sanctissimo domino nostro PIO PAPAE IX relatione Sanctitas sua sententiam Sacrae Congregationis ratam habens praedictam Commissionem Introductionis huius Causae in Sacrorum Rituum Congregatione propria manu signore dignata est hac ipsa die 9 Julii 1859.

L. S.

C. EPISCOPVS ALBANEM. CARD. PATRIZI S. R. E.

H. Capalti S. R. E. Secretarius,

AVVERTENZA

La rapida maniera con la quale è stata scritta e stampata alla giornata, quest’opera, facilmente à fatto incorrere in non pochi errori tipografici; e guardandosi ancora all'immenso numero di copie tirate, e di già esaurite, in maniera che a Napoli non è rimasto un esemplare per leggersi.

L’amministrazione facendo le scuse del Cavalier Musci, si spera nella pronta ristampa, dare un’edizione correttissima.

Intanto l’Egregio Autore, sente di non poter passar di sopra una mancanza di parole avvenuta nella pag: 192, riga 12, per inavvedutezza del proto.

Perciò ove è scritto...

— mentre da tali riscosse civili, gittando polvere negli occhi ecc. ecc. ; o invece ;mentre da tali riscosse civili, la rivoluzione, gittando polvere negli occhi, ecc. ecc.—si deve leggere come nel manoscritte, così:

— mentre la rivoluzione sociale con addobbi politici, si ammacchia in attenzione di letali riscosse civili, gittando polvere negli occhi ecc. ecc.

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NOTE

(1) Le Ombre politiche sociali del Reame delle Due Sicilie, di Mauro Musei; Questo libro edito a Genova ed a Parigi, nell’anno 1857 e 1858, conta più edizioni—leggansi le pagine 16, 17, 18.

(2) Lettera di dedica della Storia Civile e Militare a S. A. R. il Duca di Calabria, a' 18 settembre 1849.

(3) Al Cardinale Villadicani, Arcivescovo di Messina—al Cardinale Domenico Cara fa di Traetto, Arcivescovo di Benevento; al Cardinale Giuseppe Cosenza Arcivescovo di Capua;a Monsignor Pietro Naselli Arcivescovo di Leucosia;al Cav. Ferdinando Troia—al Cav. Luigi Carata di Traccio—al Tenente Generale Massimo Selvaggi, incaricato della Ispezione del Comando dei Corpi della Guardia Reale—al Principe di Colle Gennaro di Somma—al Principe di Ottaiano Giuseppe de Medici ; ad Duca di Corigliano Filippo Saluzzo—Al Principe di Montemiletto Francesco Tocco;al Marchese Giuseppe Ugo delle Favare;ai Principe Vincenzo Ruffo della Scaletta;al Principe di S. Nicandro Augusto Cattaneo;al Principe di S. Antimo Vincenzo Ruffo ;al Principe di Comitini Michele Gravini e Requesenz;al Principe di Mola Giovan Battista Villadienni ; al Duca di Sora e Principe di Piombino Antonio Buoncompagno Ludovisi;al Due di Laure ciana Antonio Gaetani ;al Principe di S. Elia Squillace Muzio de Gregorio—al Principe di Ruffiano Nicola Brancaccio—al Duca di Gravina Domenico Orsini—al Duca di Castropignano e Campomele Francesco d’Evoli—al Principe di Radali Ernesto Wilding; al Marchese di Castellentini Francesco Gargallo Grimaldi—al Principe di Melfi Filippo Andrea Doria Pamphilly;al Principe di Angri Francesco Doria—al Conte Costantino Ludolf;al Marchese Emiddio Antonini—al Principe di Detraila Giovanni Gioeni—al Principe di Carini Antonio la Grua—al Duca di Bovino Giambattista Guevara Suardo.

(4) Al Cav. Giovanni Cassisi—al Commendatore Salvatore Murena;al Principe di Motta Francesco Ruffo—al Marchese di S. Agapito Commendatore Giuseppe Caracciolo—al Conte di Chiaromonte Cav. Luigi Sanseverino dei Principi di Bisignano.

(5) Al Marchese di Spaccaforno Cavalier Francesco Statella ;al Commendatore Francesco Paolo Lanza dei Principi di Trabia—al Duca di Saldano Tito Nicola Laviano—al Duca di Cajanello Cav. Pasquale del Pezzo—al Brigadiere Duca di Bel viso Giuseppe Canzano.

(6) A Monsignor Commendatore Nicola Maria Landisio Vescovo di Policastro ; al Commendatore Giuseppe Castrone—al Cavalier Pasquale Jannaccone—a Paolino Nica8lro;a Stanislao Falcone;a Giovanni Rocco;a Nicola Gigli—al Cav. Pasquale Barletta—a Michele Roberti—a Carmelo Martorano;al Cav. Francesco Nicoletti—al Commendatore Giuseppe Parisi ; al Commendatore Eduardo Winspeare—al Commendatore Antonio Maddaloni—al Commendatore Carlo Cianciullli ; al Commendatore Giuseppe de Marco—al Marchese Filadelfio Artale—al Principe di Castelreale Giovanni Notarbartolo;al Commendatore Raffaele Sthàly ; al Cav. Gioacchino Falcon—al Cav. Stefano Testa;al Cav. Giovanni Gussone—al Marchese Nicola Targiani;al Marchese di Cassibile Gaetano Loffredo;al Conte Cini, Romano.

(7) Al Maresciallo di Campo Ispettore della Cavalleria di Linea Ferdinando Lanza—al Maresciallo di Campo Barone Gaetano Garofalo Capo dello Stato Maggiore dell'Esercito;al Maresciallo di Campo Ispettore delle truppe Svizzere Giuseppe Sigrist—al Maresciallo di Campo Conte Giuseppe Statella, Comandante la Divisione dr Cavalleria pesante—al Maresciallo di Campo Francesco Milon Governatore della Piazza di Gaeta—al Retro Ammiraglio Federico Roberti Aiutante Generale di S. M. (D. G.); al Brigadiere della Real Marina Leopoldo del Re Aiutante Generalo della prelodata M. S., ed al Brigadiere Duca Alessandro Nunziante.

(8) Al Colonnello Rodrigo Afan de Rivera Comandante le batterie montate di Artiglieria—ed al Colonnello Conte Francesco de la Tour Aiutante Reale di S. M.

(9) Al Brigadiere Luigi Scotti Comandante le truppe riunite tra Noeera, Salerno ed Avellino;al Colonnello di Artiglieria Pietro Presti;ai Capitani di fregata Vincenzo Lettieri e Ferdinando Rodriquez—Al Tenente Colonnello del Real Corpo del Genio Francesco Anzani, ed al Maggiore dello Stato Maggiore dell'Esercito Barone Felice de Schumacher.

(10) Al Maggiore Francesco Giannicco ed al Maggiore Felice Ceci.

(11) Al Maresciallo di Campo Raffaele Carrascosa;al Maresciallo di Campo Francescantonio Winspeare—al Conte Luigi Grifeo, ed al Conte Guglielmo Lodolf.

(12) Al Commendatore Francesco Scorza—A Luigi Pionati—al Cav. Ludovico Bianchini—al Brigadiere Antonio Bracco ; al Brigadiere Commendatore Carlo Picenna—a Monsignor Giovanni Battista Naselli, Arcivescovo di Palermo—al Brigadiere Francesco Ferrari—al Comandante la Piazza di Napoli, Maresciallo di Campo Emmanuele di Gaeta, ed al Retro Ammiraglio, Francesco Saverio Garofalo.

(13) A Monsignor Antonio de Simone Arcivescovo di Eraclea ; all’Intendente Generale dell’Esercito Maresciallo di Campo Francesco Casella ;al Maresciallo di Campo Michele Galluzzo—al Brigadiere Francesco d’Agostino Ispettore degli Stabilimenti di Artiglieria ;al Brigadiere Comandante la Divisione Territoriale delle Calabrie Gaetano Afan de Rivera ; Al Maggior Generale della Real Marina Brigadiere Luigi Lauch ; al Commendatore Salvatore Maniscalco—al Principe di San Giorgio Domenico Spinelli—al Commendatore Vincenzo de Sangro—al Commendatore Orazio Mazza, ed al Principe Giovanni Capece Zurlo.

(14) A Monsignor Filippo Gallo Arcivescovo di Patrasso—a Monsignor Domenico Ventura Arcivescovo di Amalfi—a Monsignor Giuseppe Montieri Vescovo di Aquino, Sora e Pontecorvo ;a Monsignor Andrea Grande Arcivescovo di Otranto; a Monsignor Filippo Cammarota Arcivescovo di Gaeta—a Monsignor Antonio Salomone Arcivescovo di Salerno—a Monsignor Nicola Caputo Vescovo di Lecce—a Monsignor Agnello Giuseppe d’Auria Vescovo di Nocera dei Pagani—a Monsignor Francesco Saverio d’Apuzzo Arcivescovo di Sorrento—a Monsignor Tommaso Passero Arcivescovo di Troja—a Monsignor Gennaro Saladino Vescovo d'1sernia e Venafro; a Monsignor Michele Salzano—a Monsignor Raffaele Carbonchi—al Cav. Francesco Mistretta ; al Cav. Paolo Cumbo—a Francesco Gamboa;al Cav. Tito Berni ;al Cav. Emilio Capomazza—a Antonio Trovse ; al Brigadiere Marchese Girolamo de Gregorio—al Brigadiere Pietro Costantini ;al Brigadiere Raffaele Niola—al Colonnello Commendatore Diodato Cappotta—al Principe di Alessandria Giuseppe Pignone del Garretto—al Cav. Romualdo Lapiccola; al Cav. Ferdinando Scaglione—a Pasquale Governa—al Barone Giacomo Savarese—al Cav. D. Benedetto Lopez Suarez—al Commendatore Pasquale Mirabelli Centurione—al Marchese Gaetano Sersale.

(15) A Monsignor Giovan Giuseppe Longobardi, Vescovo di Andria—a Monsignor Domenico Zelo, Vescovo di Aversa—a Monsignor Fra Lorenzo Molla, Vescovo di Boiano—a Monsignor Raffaele Ferrigni, Arcivescovo di Brindisi—a Monsignor Francesco Pelagoa, Vescovo di Castellammare—a Monsignor Bernardino Maria Fresatila, Vescovo di Foggia—a Monsignor Giuseppe Jannuzzi, Vescovo di Lucera ; a Monsignor Michelangelo Pieramico, Vescovo di Manico e Potenza—a Monsignor Nicola Grida, Vescovo di Moffetta, Giovinazzo e Terlizzi—a Monsignor Filippo de Simone, Vescovo di Nicotera e Tropea—a Monsignor Giuseppe Formisano, Vescovo di Nola—a Monsignor Ferdinando Girardi, Vescovo di Sessa—a Monsignor Luigi Sodo, Vescovo di Telese e Cerreto—a Monsignor Francesco Bruni, Vescovo di Ugento—a Monsignor Gennaro di Giacomo, Vescovo di Alile—a Monsignor Mario Giuseppe Mirane, Vescovo di Noto ; a Monsignor Vincenzo Ciccolo, Vescovo di Trapani—a Monsignor Martino Orsino, Vescovo di Patti—a Monsignor Cesare Agostino Sajeva, Vescovo di Piazza—a Monsignor Luigi Natoli, Vescovo di Caltagirone—a Monsignor Giuseppe Papardo, Vescovo di Sinope, amministratore dell'Archidiocesi di Messina—a Monsignor Giovan Domenico Falcone, R. Prelato delle Chiese Nulliut di Altamura ed Acquaviva—a Monsignor Francesco Saverio d'Elia, Priore della Real Basilica di S. Nicola di Bari—a Monsignor Vincenzo Lello, Vicario Generale della Cappelleria Maggiore in Messina—a Cesare Galloni—a Michele Zampagliene—a Callisto Rossi—a Giovanni de Stasi ; a Nicola Rocco; a Beniamino Caracciolo—a Sebastiano d’Andreana—a Giacomo Winspeare—a Francesco Pacifico—a Fabrizio d Amore—a Vincenzo Lomonaco ; a Raffaele d'Agostino—a Francescantonio Casella—a Giuseppe Napolitani—a Vincenzo Maria Ramo—a Gaetano Parisi—a Francesco de Silvestri—a Pietro Rossi ; a Michele de Pompeis—al Marchese Tommaso de Rosa—a Federico del Re—a Ferdinando Albano—a Lorenzo Roberti—a Ludovico Viscardi—a Luigi Terzi;a Gaspare Wokinger—a Giovanni Amati—a Gaetano Zezon ; al Cav. Vincenzo del Balzo—al Conte Orazio Forcella ; al Barone Carlo de Falce—all'Abbate Giustino Quadrari ; al Canonico Giovanni Rossi—a Luigi Oberi;—ad Amilcare Corrado—al Marchese di Rivadebro Gio Battista Serra ; a Filippo del Toro—a Federico Cervati.

(16) A Ferdinando Caracciolo—a Carlo d’Urso—a Bartolomeo Romano—ad Elia Mancini—a Raffaele Bianchini—al Cavalier Francesco Bracci ;a Giuseppe Scavone—a Tommaso Cassisi—al Cav. Giovanni Rossi ; al Cav. Gaetano Passantino—al Cav. Antonio Pacca—al Cav. Eugenio Bouquai—ad Angelo Tedesco—a Nicola de Giorgo—al Cav. Francesco Coppola—a Giuseppe Dentice dei Duchi di Accadia—a Paolo Pasanisi Gaetani—a Giuseppe Colucci—a Nicola Celebrano—a Giovanni Sollazzo—a Luigi Cappelli—a Giovanni de Marco ; a Ippolito Garrou—a Carlo Gallian—a Luigi Garavini ;. a Leopoldo del Re—a Caritonio Bellolli al Marchese Luigi Vigo ; al Marchese Pasquale Vitate—a Francesco Guerrera a Matteo Pessetti—al Sacerdote Agostino Tramontano—al Barone Domenico Vinaccia—a Francesco Cappella—al Cav. Felice Kaskel—a Stefano delle Chiaje—al Cav. Annibale de Gasparis—a Domenico Minichini ;a Francesco Saponieri—al Commendatore Nicola Ronca—a Leopoldo Passantino—a Luigi Cangiano—a Tommaso de Vivo ; a Federico Travagliai—a Raffaele Carelli—a Francesco Oliva—a Tommaso Solari—a Vincenzo Pergola—a Fedele Blois—a Luigi Arnaud—a Vincenzo Morano ; a Errico Salvatores—a Stefano Mililotli—a Giuseppe Cassetta ;. a Stefano de Focatiis—a Leopoldo Gomez ; a Francesco Trovse—a Francesco Meoli—a Gennaro d’Amora—a Raffaele Janni—al Cav. Girolamo Petitto—a Giuseppe Campagna—a Giuseppe Faraone ; a Giuseppe Salvati—a Giovanni Pepe.

(17) Duchino della Grazia Adinolfo Lucchesi Patti;Marchesino Francesco di Paola Imperiale—Duca della Salandra Giovan Vincenzo Revertera—Conte del Tronco Giovannatonio Maresca Donnorso; Marchese di Lattano Vincenzo Imperiale de Principi di Francavilla ; Duca di Giampilieri Pietro Papè—Principe di 8. Buono Riccardo Caracciolo—Conte di Brienza Nicola de Sangro—Duca di Martino Placido de Sangro; Marchese di Circello Vincenzo di Somma—Principe di Trasso Ernesto Dentice; Duca delle Pesche Francesco Cera Grimaldi Pisanelli; Principe di Scilla e Palazzolo Fulco Ruffo ; Principe di S. Mauro Alfonso Salluzzo dei Duchi di Corigliano ; Duca di Popoli Carlo di Tocco; Principe di Trahia Giuseppe Lanza e Spinelli; Principe di Villa e Cellammare Giuseppe Giudice Caracciolo—Duca di S. Arpino Luigi Caracciolo; Principe di Torchiarola Giovanni Caracciolo ; Duca di Bagnare Fabrizio Ruffo;Duca di Roccaromana Lucio Caracciolo;Principe di Altomonte Giuseppe Gravina ; Principe di Forino Acostino Caracciolo;Principino di Mola Alviro Villadicani—Duca di Marigliano Giulio MastriIli ; Marchese di Ducenta Antonio Folgori—Principe di Piedimonte Onorato Alfonso Gaetani di Aragona—Duca della Regina Cario Capece Galenta ; Duca di Carignano Felice Carignani—Duca di S. Cesareo Carlo Marulli ; Marchese di Rivello Cario Brancaccio;Principe Zurlo Giovanni Capece di Domenico; Principe di Torcila Nicola Caracciolo—Marchese di Campo d Isola Gaetano del Pezzo Caianello ; Principe di Caramanica Tommaso Enrico d Aquino—Conte di Savignano Carlo Guevara Suardo—Principe di Pettoranello Giuseppe Caracciolo di S. Agapito—Duca di Presenzano Pasquale del Balzo—Principe di Giardinetto Francesco. Saverio Starabba e Statella ; Duca Gaetano Caracciolo di Castagneto; Principe di Linguaglossa Placido Bonanno Chiaromonte; Principe di Strongoli Vincenzo Pipatelli ; Principe di Squinzano Gastano d’Aragona di Cutrofiano—Duca d’Evoli Marcantonio Doria;Duca Giovanni Riario Sforza ; Duca di Bernalda Raffaele Perez Navarrete—Duca di S. Cipriano Fabio Sanfelice—Buca di Pescolangiano Giovanni Maria di Alessandro—Duca di Castelluccio Antonio Caracciolo ; Principe di S. Lorenzo Luigi Carata—Principe di Monteroduni Giovanni Pignatelli—Principe di Presicce Alfonso Maria de Liguoro—Marchese Litterio de Gregorio di Messina ; Principe di Castellaci Francesco Balsamo—Principe di Tricase Giambattista Gallone—Principe di Baucina Giovanni di Maria ; Marchese Orazio Arezzo.

(18) Marchesa Imperiale Giulia Sanseverino de' Principi di Bisignano;Marchesa Imperiale Luisa Ricciardi;Contessa del Tronco Matilde Correale;Marchesa di S. Eremo Paolina Marulli d’Ascoli—Duchessa Capece Scondito Livia Sanseverino de Principi di Bisignano—Principessa Pignatelli Giulia Marulli d’Ascoli—Marchesa Giuseppe Imperiale nata Marulli d Ascoli—Principessa di Cariati Margherita Spinelli ; Ferdinanda Griffeo di Partanna in Gravina—Principessa di Roccella Lucrezia Pignatelli di Monteroduni—Duchessa di Montecalvo Carolina Caracciolo di Torcila—Principessa di Manganelli Clementina Albata ; Principessa di Castagneto Emmanuela Caracciolo de Marchesi di S. E ramo—Duchessa di Cassano Serra Adelaide Spinelli de' Principi di S. Giorgio—Principessa di Triggiano Brancaccio Felicia Filomarino—Contessa di Brienza Isabella de' Medici ; Marchesa di Guidomandri Giuseppina Maresca Donnorso de' Duchi di Serracapriola—Principessa di Caramanica Teresa de Sangro—Marchesa di Circello Carolina Caracciolo ; Duchessa di S. Vito Rosa de' Marchesi Filiase—Duchessa di S. Cesareo Maria Boria—Marchesa di Monteforte Francesca Ruffo di Scaletta—Duchessa d'Evoli Laura Marulli di S. Cesareo ; Duchessa delle Pes che Costanza nata Contessa State! la ; Marchesa di Selice Maria Felice nata Contessa Statella ; Principessa di Spinoso Ruffo Teresa Sanfelice de' Duchi di Bagnoli ; Marchesa di Casalicchio Tommasi Giovanna di Somma de' Principi di Colle—Principessina di Moia Maria Teresa Stagno d Alcontres—Marchesa della Sonora Paolina Capece Minutolo de' Principi di Canosa—Duchessa di Mignano Nunziante Teresa Tuttavilla.

(19) Duca di Gallo Marcello Mastrilli;Marchese di Bugnano Ferdinando Capece Minutolo di S. Valentino ; Principe Girolamo Pignatelli ;Conte Rocco Stella, Antonio Caracciolo di S. Eremo—Carlo Imperiale di Francatila di Federico—Cav. Pompeo Borgia—Conte Baldassarre Naselli de' Duchi della Gela—Conte Baldassarre Naselli de' Principi di Aragona—Conte di Molino Michele Ruffo di Scaletta—Marchese Francesco Ruffo di Scaletta; Conte Errico Statella e Berio di Giuseppe—Marchese di Montrone Luigi de Bianchi—Alfonso Dentice de Principi di Frasso ; Francesco Saverio Paternò de Miccolis Marchese Sorrentino ; Conte d’Andrea Ambrogio Caracciolo de' Principi di Torchiarolo—Duca di Tolve Ernesto Carignano de Duchi di Carignano—Principe Vincenzo Pignatelli Ruffo Denti ; Conte Michele Gaetani di Luigi de' Duchi di Laurenzana ; Gaetano Caracciolo de' Principi di Forino ;Conte di Capaccio Marino Doria—Barone del Bosco Antonio Beneventano Trigona ; Duca di S. Marco Giulio Capece Zurlo—Mar che sino Leopoldo de Gregorio di Ranunzio—Conte Leopoldo de La Tour ; Marchese Augusto Imperiale di Luigi;Marchese di Monteforte Francesco Sanfelice;Gennaro Capece Galeota de' Duchi della Regina;Alberto Monroy di Ranchibile; Stefano Sammartino de' Duchi di Montalbo ; Conte Antonio Forcella—Marchese di Rudini Antonio Starrabba e Statella—Principe di Francavilla Giuseppe Caracciolo di Castagneto—Barone di Miglione Luigi Rodinò ; Cav. Andrea Calvello—Duca Giuseppe Carmignano ; Conte Antonio Coppola—Gennaro Pignone del Carretto dei Principi di Alessandria—Commendatore Raimondo de Liguoro de' Principi di Presicce—Cavalier Ettore Donnorso di Antonio ; Barone della Bruca Giuseppe Scamacca—Duca di S. Stefano de Briga Cav. Antonio Sammartino do Spucches dei Principi Pardo—Conte Emmanuele de Grasset ; Conte de' Camaldoli Giulio Ricciardi—Duca di S. Candida Domenico Malvini Malvezzi—Duca di Nevaoo Francesco Capecelatro—Duca di Roccapiemonte Vincenzo Ravaschieri Fieschi—Principe di Carpino Vincenzo Brancaccio ; Capitano Achille de Liguoro de' Principi di Presicce ; Marchese della Polla Carlo Villani—Antonino Paternò Marchese del Toscano—Conte Onorato Gaetani. di Laurenzana Marchese di Zullino—Marchese di Villanova—Corrado di Lorenzo Borgia Marchese del Castelluccio di Noto.

(20) Marchese dell’Anguilla Clemente Ferreri;Marchese di Cesavolpe Francesco Barone Ciccarelli—Marchese Francesco Saverio d’Andrea—Marchese di Ganzarla Cav. Giovan Battista Guccia de Maria;Marchese d’Inici Antonio Cardillo; Barone di Miglione Giovan Francesco Rodinò ; Commendatore Luigi Cito de' Marchesi di Torrecuso—Barone Raffaele Bellelli; Cav. Vincenzo Palmieri—Marchesino Pasquale Del Carretto—Marchese di Moscatelli—Cav. Fabio Carcane—Cav. Benedetto di Mauro Patrizio Aversano.

(21) Il Marchese Gennaro Imperiale ;II Conte Francesco de la Tour ; Il Cavaliere Eduardo Acton ; Il Marchese Pietro Costa;Il Cavaliere Giovanni Sammartino dei Duchi di Montalba ; Il Marchese Paolo Sersale—Il Cavaliere Giovan Battista Minutolo—Il Marchesino di Casanova Ludovico Paternò; Il Cavaliere Raffaele Caracciolo dei Duchi di Castelluccio—Cavaliere Giovan Battista de Mari Acqua viva ; Giovan Battista Villani de' Marchesi della Polla; Barone Cataldo Codignac—Il Cavaliere Gerardo Quarto de' Duchi di Belgiojoso—Il Cavaliere Achille Palmieri.

(22) «Articolo 1.(0 ); La pena dell'ergastolo che trovansi espiando;Giuseppe Dardano ; Silvio Spaventa—Filippo Agresti—Felice Badila—Salvatore Faucitano—Luigi Settembrini ; Giacomo Longo;Mariano delli Franci—Michele Aletta—Francesco Presenzano ; Filadelfo Sodano—Vito Porcaro—Ignazio Mazzeo—Antonio Pucci—Tommaso Notaro ; Rocco Morgante—Emilio Maffei—Filippo Falconi ; Camillo di Girolamo—Emilio Mazza ; Michelangelo Colafìoro ; Antonio Lopresti—P. Girolamo da Cardinale ; Innocenzo Veneziano—Francesco de Simone—Francesco Bellantonio; è commutata in esilio perpetuo dal regno.

Art, 2.° ; É del pari commutata in esilio perpetuo dal regno, la pena de' ferri che rimane ad espiarsi da’ condannati; Raffaele Crispino; Francesco de Stefano—Nicola Nisco ; Aniello Venire—Carlo Poerio—Giuseppe Pica ; Raffaele Ruocco—Gaetano Diascolo—Domenico Mazzella ; Giuseppe Abbattiate—Luigi Turturiello ; Antonio Esposito—Alfonso Sabatino—Luigi Leandro;Luigi Palumbo—Girolamo Paiambo—Lorenzo Jacovelli—Michele Pironti—Cesare Braico ; Vincenzo Dono—Giuseppe Caprio—Stefano Mollica ;» Giustino Caivano—Carlo de Angelis—Pasquale Lamberti ; Carlo Pavone—Giuseppe Pessolani ; Giambattista. Ricci—Ovidio Serino—Vincenzo Greco ; Luigi Parente—Angelo Salsa—Pasquale Montano ; Emilio Petruccelli—Achille Argentini—Giuseppe del Drago ;~ Nicola Schiavone—Domenico Romeo ; Sigismondo Castromediano—Domenico dell'Antoglietta ; Angelo Pellegrini—Pietro Morelli—Achille Griffi ; Raffaele Mauro—Stanislao Lamagna—Giuseppe Pace ; Leopoldo Lacosta ; Domenico Damis—Luigi Praino—Antonio Garrega ; Angelo Raffaele Piccolo—Francesco Saverio Camita ; Domenico Sacerdote Cimmino—Ferdinando Bianchi ; Giuseppe Cimmino—Nicola Palermo—Francesco Surace—Stefano Carace di Francesco—Rocco Gerace ; Giuseppe Tripepe—Raffaele Gravia—Girolamo Zerbi ; Vincenzo Zuzzocrea ; Gregorio Filace; Antonio Niccolò.

«Coloro che tra condannati enunciali nel presente Decreto, infrangeranno l’esilio perpetuo dai Regno; ritornando ne’ nostri Reali Dominii Continentali, sieno Insulari, saranno soggetti ad espiare la intera pena primitiva inflitta colta decisione di condanna.»

N. B.

Venne formata una Commessione per regolare il modo delta partenza e dell’imbarco pel Nuovo Mondo, de' suindicati individui: La Commessione fu composta;Dal sottoispettore de' luoghi penali Colonnello di Marina Rum; Commessario di Polizia cav. Salvati;Tenente Colonnello Com. Dupey ; e De Lauziers uffiziale del Ministero de' Lavori Pubblici.

(23) Il 12 gennajo 1751 nacque Ferdinando I da Carlo III e Maria Amalia di Walburga, o 112 gennajo 1810 nacque Ferdinando II da Francesco e da Maria Isabella.

(24) Leopoldo II, Granduca di Toscana è figlio di Maria Luisa Principessa delle Due Sicilie, nata da Ferdinando I e Maria Carolina, e perciò sorella del Re Francesco I, padre di Ferdinando II.

(25) Leggasi il Capitolo LIII, Volume II della Storia Civile e Militare del Regno delle Due Sicilie, sotto il Governo di Ferdinando II; di Mauro Musei.

(26) Nato a' 3 di ottobre 1797.

(27) La Real Principessa Anna di Sassonia prima moglie del Granduca Leopoldo II di Toscana, mori a Firenze il di 24 marzo 1832.

(28) L’autore non intende elevar censura personale, contro chicchesia, ma si permette elevar quistioni libere, su quanto è quistionabile tutto di nelle accademie; e vantandosi di essere uno scrittore cattolico, aspira a veder progredire la medicina italiana su base cattolica, che tanto la sublimò nei secoli trascorsi, e che oggi l’andare tropp’oltre della fisiologia medica e della chimica organica spesso riesce d’inciampo alle credenze cristiane e conducono il medico al materialismo.

(29) Napoleone dicea del suo gran rivale: «Egli possiede le doti più eminenti che fanno i grandi uomini di guerra; e sarebbe, senza dubbio, divenuto il miglior capitano del suo tempo, se la fortuna non gli avesse opposto degli ostacoli, di cui, a malgrado di tutto il suo genio, non potè trionfare». (Memoriali)

(30) Ecco i bollettini dell'autorità medica, pubblicati in quei tre giorni.

«Nella visita di quest’oggi, non abbiamo trovalo alcun notevole cambiamento, ne turbamenti di sanità del Re nostro Signore. ; Caserta, luna pomeridiana del dì 7 maggio».

«Il Re, nostro Signore, la notte ha dormilo tranquillamente e con ristoro, questa mattina trovasi in buona calma.—Caserta, 1 una pomeridiana del di 8 maggio».

«La buona calma, che jeri abbiamo annunziata circa la malattia del Re nostro Signore, tuttavia continua.—Caserta, l’una pomeridiana del dì maggio 1859».

(31) Il valore che la religione cattolica à dato al regnare di Ferdinando II, è stato con tema di polemiche su economia politica-morale, da me discusso in altri libri, approvati da non pochi pubblicisti in Europa; e per un saggio. riproduciamo in nota de' periodi di un volume che conta tuttora molte edizioni all’estero,ed è poco noto nel Regno, mercé la modestia dell‘estinto gran Re. Egli à titolo: ;L OMBRE POLITICHE SOCIALI DELLE DUE SICILIE; parole di Mauro Musci. Leggansi al proposito questi squarci delle pagine 12, t3, e 14.

« Ma non è tutto.

«Datemi popoli cattolici, governati da ile cattolici, da Sovrani che-glorificano la Religione ne' suoi sacerdoti, la tutelino nelle canoniche facoltà, la difendano, le garantiscano negli atti suoi, e prestino credenza ad essa, ossequiosamente i primi; e la morale pubblica, ed il rispetto alle leggi, e la fede dinastica staremo ognora all'alta nella bilancia politica sociale.

«Vi à un'altra ragione che i dotti, al cui giudizio mi son rivolto, debbono valutare per lo scandaglio sincero del dinastismo delle Due Sicilie. Qual è? È dessa un problema che tutte le cospirazioni politiche sociali del mondo, non potranno consumare, col demonismo de‘ loro misteri. Dopo il Re, dopo l'armata, àvvi, che i popoli delle lire Sicilie, sono eminentemente cattolici, innanzi alla sfacelo universale dell'odierna società.

«Si, sono cattolici. Dimandatelo a Giuseppe Mazzini, al Lucifero umano. che in ventisette anni di assedio alle coscienze in Italia, non poté giungere all'aratro del colono siculo, calabrese, abrutino, pugliese, lucano e sannitico; e il naviglio del Reame, dopo aver toccato ne' suoi traffichi, tutte le genti contaminate in religione ed in politica. pel mondo, battezza tutto di col nome di un santo ogni barca alla vela: ed ogni volta che torna alla patria riviera, spiega sollecito al permane la bandiera Reale che lo raccomandò nei negozii, ed ogni marino reca il suo voto alla Madonna di Portosalvo…

«E fin che la intemerata fede cattolica, scalda l'anima d'un popolo, questo po polo non avrà mai insania per febbre antipolitica ed antisociale. Potrà in qualche sua parte informarsi, ma la parte sana, guarirà presto l'ammalata.

«E vi à da stupire ancora.

«Questa vasta città ch'è Napoli, abitata da quasi un milione di abitanti, assediata da ogni incanto che la natura le offre, convegno delizioso delle genti che passeggiano per le cinque parli del mondo, ligata con un centro marittimo di prima sfera, che gitta il suo popolo mercé 1 industria ed il commercio al contatto d ogni bandiera e d’ogni lingua;—questa vasta, voluttuosa ed illustre nostra metropoli, è d uopo studiarla nel suo popolo, arteria maggiore d’ogni centro sociale,—arteria che ora più che mai, presa di mira dalle sette politiche e morali, viene spesso avvelenata in ogni città di Europa, col ferro rovente delle più immani e scellerato passioni. Ebbene io invito i dotti stranieri (all’infuori di Paolo Féval col suo sinistro libro che offende la civiltà di Europa tutta, detto Les Compagnoni du silence) che appo noi si recano, di aggiungere nel libro di guida per la città un’appendice che abbia titolo: Costumi religiosi del popolo napoletano, onde meditare il più bel raggio della civiltà cattolica della testa delle Due Sicilie, sotto le cure dinaste di Ferdinando II.

«Napoli possiede un mare di popolo, come Parigi, come Londra (in proporzione) nella classe degli operai. Questo popolo à perduto solamente, net progresso dell’età attuale, una maniera patria di vestire, ed ama far la sua passeggiata ne’ di festivi, con addobbi civili, pari a un galantuomo. Egli oggi ama saper leggere (non i giornali), sa scrivere quanto gli basta e fare i conti. É ognora ciarliero, allegro, appassionato, e brama divertirsi. Ma quel fatale linguaggio che ora ammorba gli operai di Europa e fuori, quel fraseggio bugiarde che demoralizza con sogni impossibili le speranze loro, figlie innocenti un tempo di sudato quotidiano lavoro; quella scienza del male con sussieguo color di rosa, che da Adamo il primo ribelle, a Proudhon quasi l’ultimo degli empii, s inocula ovunque nel cuore del povero popolo, il popolo napoletano Pignora. E l’ignora, perché vien retto da monarchia altamente cattolica, e perché cattolica, da monarchia civile, indipendente e nazionale.

«Ammirevole e commovente, è per mercé di Dio l’accompagnare il popolo nostro in sulla sera, come cessa il lavoro o l’occupazione diurna. Egli non si avvia alle taverne, non ne' tristi conventi di seduzione, non ne’ comitati, ne’ clubbi, ne' bagordi, non nelle sedi di depravamento di corpo e di spirito;—ma bensì nelle innumeri chiesuole, nomate cappelle serotine, ove il clero cattolico lo attende, per blandire con cure divine le fati che e gli stenti suoi, medicando con parole sovrumane la stanchezza del corpo e amalgamando i patemi dell’anima, coll’avvicinare in pacifico e tranquillo consorzio la creatura infelice, col misericordioso Creatore! Egli, il popolo nostre, fin oggi, morirebbe di duolo, se da queste cure si trovasse, come altri certi operai, a! sentir predicare il panegirico al pugnale.... e proferirsi il sacrilega abbasso a Dio, ai Re, alle leggi, alla patria, alla proprietà, alla famiglia, alla donna, ecc. ecc….!

«Ed egli, il popolo nostro, si trova ogni sera alla balsamica sorgente, ove gli è dato a meditare, nella sua sapientissima semplicità, un libro sovrano ad ogni migliore trattate di Economia, cioè il catechismo della Chiesa Romana, ove si compendia tutta la scienza del mondo, e si spiega:—Ama Dio su d’ogn’altra cosa, ed il prossimo come te stesso—il ricco darà al pevere, e Dio gli restituirà il cento per uno—il povero che à pazienza, addiverrà ricco nel regno de' Cieli ecc. ecc. ;

«Ed ogni di festivo, questo popolosi crede ancora onorato appalesandosi in pubblico eminentemente cattolico. In fatti, i giovanetti, gli adulti, i vecchi, vestiti con decenza, parecchi con galanteria, taluni fino co guanti bianchi che covrono la callosità della nano operaia, si riuniscono verso le ore vespertine, nelle anzidetto cap pelle, e guidati da' rispettivi preti, per quanto è vasta Napoli, li vedi a schiere ordinate e devoto, cantando a coro inni a Dio ed alla Diva Sua Madre, escire sul circuito delle dilettevoli campagne fuori città, ed ivi starsi a lieti ed onesti divertimenti fino al tramonto;—e con egual salmodia riedere alle chiese, e dalle chiese alle famiglie, ;cosi serbando i buoni costumi, allontanandosi dall’ozio, dalla bettola, dalla crapula».

(32) L’eroe che Saragozza sostenne guerra ai francesi, fino al coltello, contro le bajonette e la mitraglia.

(33) Per brevità ammettiamo di riprodurre dei brani del libro, LETTERE RETROSPETTIVE SULLE SICILIE, DI MAURO MUSCI A JULES GONDON A PARIGI: in cui l'autore, squarciando il mistero de' partiti, a discusso con speciale coraggio civile e ad onore della dinastia e de‘ popoli nostri, le cause vere delle rivoluzioni nel Regno.

(34) «La Monarchia di Carlo III nacque come un patto solenne di nazionalità e d'indipendenza fra i due popoli divisi, da uno stretto marino. Ella surse, non attraverso i misteri delle cospirazioni. Niuna setta o partito col pugnale alla cinta, dopo le barricate città, fra spergiuri menzogne o timori, le corse incontro sul Garigliano e appo il Faro di Messina. Il Trono non si elevò su lago di sangue cittadino: e dalla città di Maddaloni al Palazzo Reale del Viceré di Toledo, invece del grido di guerra, voce di schiere lorde di micidiali battaglie, di rapine ed obbrobri, invece del rombo della mitraglia, di bombardate ed arse città, l'immortale Carlo III, da Maddaloni a Napoli, attraversò la calca, seminando oro fra la moltitudine, e fra gli evviva non mentiti di pace e di prosperità, di governo indipendente e nazionale.

«E dopo la conquista, non creò la fatale metempsicosi della proprietà, non scisse i nostri popoli tra spogliati e spogliatori. Invece creò il rovescio del feudalismo, iniziò la famiglia de' comuni, emancipò l’agricoltura ed il commercio, allietò delle prime tinte civili la vita servile de' coloni e della plebe, e alla testa di battaglioni cittadini corse a Velletri per suggellare fra splendide vittorie campali il gran patto dinastico nazionale.

«Accumulò gli aviti tesori di Spagna, a dìé mano a far sorgere edifici giganteschi, al lustro monarchico ed alla prosperità pubblica, Basta citar Caserta, fra tante opere gloriose, co’ suoi Ponti della Valle (meraviglia mondiale), per appalesare alle generazioni, come quel Sire istallava la monarchia, fondendo in ogni erculeo e romano suo operato, il pensiero nobile di lustro al Trono e di pubblica utilità; una reggia magnifica per se, un acquedotto colossale a tesoro di fertili ed estese campagne, a movenza di opificii industriali, ad abbondanza perenne di sorgive salutari, per popolo riunito in vasta metropoli.

«E cosi in tutte le sue istallazioni si diportò Re Carlo, fino a quando, dopo i tesori di Spagna, largì al reame i tesori materni di casa Farnese, biblioteche, sculture, quadrerie, musei, e fino i pingui patrimoni del secolare ordine cavalleresco Costantiniano. In ultimo, dopo la ventura degli scavi di Ercolano e Pompei, istallò accademie, lavoratori ed officine, pel prosieguo di si uni che rarità, con suo private dotazioni.

«Ebbene, dopo il fin qui detto, mi rivolgo ai dotti della storia, ai pubblicisti più insigni, ai politici più assennati, e dimando:

«Sapete voi citarmi, fra’ secoli, una maniera più prestigiosa, più nobile, più splendida di abnegazione dinastica, senza guerra, senza eccidio, senza imposizioni, senza tasse militari, senza spogliazioni opime, senza alienamente di pubblica o privata proprietà; anzi spargendo 1 propri tesori, donando pingui eredità, giungersi da un principe a conquistare due regni, slanciando i medesimi, il di dopo, con i cari legami d’una grande famiglia, in mezzo alla vita civile ed indipendente degli altri Stati in Europa?

«E che era al giorno innanzi il reame di Napoli? che era mai quello di Sicilia? Due distanti provincie dell’Austriaco Impero; due feudi transappenini d’un signore lontano, senza legame di lingua, di territorio, e che avendo esatta la tassa annuale per mano de suoi governatori, si poteva ricordare della loro esistenza. Senza codice, né patrio né tedesco (meno il fardello babelico di undici legislazioni insieme), senza esercito, all'infuori degli armigeri baronali e degli alemanni soldati, che guardavano le castella e presenziavano le imposte dovute ai baroni e all’Imperatore. Senza testa di governo, senza lustro di corte, senza rappresentanza politica di Stato agli esteri, senza nome di nazione, senza decoro di regno, di provincia, di città innanzi agli altri popoli:—tra le vessazioni e i soprusi de feudatari vicini, di governatori presenti e di ministri lontanissimi, insolenti i primi, digiuni i secondi su i nostri diritti, sulle nostre leggi, e quasi sempre del patrio idioma. Senza protezione. la bandiera su i mari, senza custodia le spiagge, senza sicurezza urbana il prodotto agricolo, senza garentia i mercati, il commercio interno senza vie, senza scolta e in custodia de malfattori; il commercio esterno, privo di trattati internazionali con altre regioni, il naviglio da cabotaggio napoletano siculo, salpava l'ancora alla ventura, straniero e senza scudo giungeva agli scali d’altri Stati;—(se pure avea la sorte di giungere), attraverso le piraterie degli Albanesi sull’Adriatico e da Tunisini sul Mediterraneo». Le Ombre ecc. ecc. m M. Musci.

(35) «E la Sicilia?; Ed àvvi popolo più affettuoso, per morale cattolica e per attaccamento dinastico al trono do’ Borboni, del popolo siciliano?;Ma l’anno a848? ; Ed io rispondo.—Qual popolo passò incolume in Europa la traversata di quel castigo divino? Vi ànno gli ottimisti che negano quel contagio per molti. Mentitori—essi non sono che dei timidi o dei rinnegati,—o non seguirono alcun vessillo, o da settarii accaniti si laurearono focosi delatori.—Ecco gli ottimisti; ; lucrano nella guerra e nella pace. Perciò, nelle grandi calamità, nelle universali pestilenze (e peste sociale ed Europea si sviluppò in quell’anno) non è eroe solamente chi resta incolume, ma eroe si è pure quel popolo che possiede lo spirito buono di attraversare la tempesta comune, disfarsi de' marosi politici che lo avvolgono nell’eccidio, e riedere al bene della vita comune più virile di esperienza di quant’era una volta», M. Musci, Le Ombre politiche Cap. VII.

(36) Vita del Re di Napoli. risposta di Mauro Musci al libello di Mariano d'Ayala. Vi à l’edizione in 8.° pe’ tipi di Bruxelles, oltre quella di Genova in 16.(a)

(37) «Un Monarca che ha il senno e la prudenza, innanzi all’Europa in fiamme, di redimere dalla guerra civile i suoi popoli, che pel primo salva i suoi stati dalla rivoluzione, che fa la guerra con assoluta vittoria militare, che non compromette i suoi eserciti innanzi allo straniero per indi accettare rovinosi e discreditanti atti di pace; che mantiene intatta la mortale cattolica da cui promana ogni progresso sociale; e ciò in anni in cui le sette con l’oro dello straniero, vogliono rovesciare l’Italia civile mercé l’ateismo morale e politico; un sovrano che non rovina il Reame con debiti e con tasse, umiliando cosi là industria ed il commercio ecc. ecc.»

«...e senza la fermezza di Ferdinando nel 1848, l’Italia oggi sarebbe non altro che un bivacco francese ed austriaco; e le scene di Novara si sarebbero moltiplicale anco sul Garigliano, e dal Garigliano al Capo di Leucade, e da quivi oltre il Faro; e la guarnigione francese di Roma avrebbe piazza d’armi in Napoli, la guarnigione austriaca di Bologna e di Ancona sarebbe giunta a guardare le città pugliesi ed abrutine dell'Adriatico; in Sicilia, deh! chi avrebbe guarnigione nella nostra Sicilia?.... E Dio sa chi bivaccherebbe fra le gole di Savoia? Chi in Torino?.... E nel Genovesato poi?....» ; RISPOSTA DI MAURO MUSCI AL LIBELLO DI MARIANO D’AYALA. ; Leggasi l’edizione di Bruxelles e di Genova.

(38) Programma del cerimoniale da eseguirsi pel funerale di S. M. Ferdinando II Re del Regno delle Due Sicilie, trapassato nella Reggia di Caserta il dì 22 maggio 1859.

Il Cadavere di Sua Maestà il Re Ferdinando II, di augusta ricordanza, rimarrà nel suo letto per lo spazio di ore ventiquattro nel Real Appartamento di Casetta. Sarà esso guardato notte e giorno dal Somigliere del Corpo, da' Gentiluomini di Camera, dagli Aiutanti di Camera, col solito servizio delle Guardie nel Corpo, vestiti lutti in grande uniforme ed m tutto rigoroso, come ogni altro che interverrà nel funerale. Terminate le dette ventiquattro ore, sarà da medesimi vestito, e si passerà su di una tavola coverta di velluto cremisi gallonato di oro col corrispondente materassino e cuscino, nel mezzo della stanza, nella quale la defunta Maestà Sua soleva dormire. Ivi dagli accennati Somigliere, Gentiluomini di Camera ed Ajutanti di Camera se le tacerà la mimo. Dipoi dagli Ajutanti di Camera si passerà in una cassa corredata ad otto maniglie, la quale resterà aperta, e dal Somigliere e Gentiluomini di Camera di porterà sino alla porta della contigua stanza, ove presente il Maggiordomo Maggiore e gli altri Capi di Corte, quattro Maggiordomi di settimana subentreranno ad altrettanti Gentiluomini di Camera in uno de' lati della cassa, la quale (preceduta dal Cerimoniere di Corte, dallUsciere maggiore e da quattro Uscieri di Camera, dai Gentiluomini di Camera con esercizio, Maggiordomi di settimana e Gentiluomini di Camera di entrata col Somigliere, e seguita dal Maggiordomo Maggiore, dal Comandante delle reali Guardie del Corpo e dal Cavallerizzo Maggiore con torce accese) verrà condotta, accompagnata dai Cappellani di Camera e Clero Palatino, nei luogo ove dovrà consegnarsi il Reale Cadavere ai Medici e Chirurgi di Corte per farlo iniettare. ; Dovrà il Real Cadavere essere spogliato e rivestilo sempre dal Somiglierò co Gentiluomini di Camera ed Ajutanti di Camera.—Il Real Cadavere sarà trasportalo dalla Reggia di Caserta in quella di Napoli privatamente.—Verrà eretto nella sala de' Viceré nella delta Reggia di Napoli un feretro sottoposto ad un Tosello reale, e vi si formeranno quattro Altari. Sul feretro si osserveranno gli emblemi della Sovranità, e sul quale si troverà esposto il Real Cadavere nei di 29 del corrente maggio, e vi rimarrà ne' giorni 30 e 31 del dello mese. ;Trovandosi il Reale Cadavere sul feretro; sarà guardato notte e giorno da' quattro Capi di Corte, dai Gentiluomini di Camera, da Maggiordomi di settimana, da' Cavallerizzi di Campo, dalle reali Guardie del Corpo, e dall'Usciere maggiore con gli Uscieri di Camera; facendosi il sevizio per turno, come durante la vita di S. M. il defunto Re nelle grandi funzioni.—Nelle mattine degli indicati giorni 29, 30 e 31 negli Altari di sopra accennati saranno celebrate le Messe da Sacerdoti destinati dal Cappellano Maggiore. Nelle ore pomeridiane degli stessi giorni si canterà la Libera dalle quattro Religioni Mendicanti, ad eccezione dell’ultimo giorno, in cui la Libera si canterà la mattina per non ritardare le esequie nelle ore pomeridiane.—Ne’ primi due giorni il popolo sarà ammesso nella sala del feretro dalle ore dieci antimeridiane alle ore sei pomeridiane; nel giorno 31 dalle ore otto antimeridiane sino al mezzodì.—Ad ore Ire pomeridiane del detto giorno 31 maggio il Real Cadavere, dopo essere stato benedetto dal Cappellano Maggiore coll’assistenza del Parroco Palatino, dovrà calarsi per la scala grande da Gentiluomini di Camera e Maggiordomi di settimana. Si troveranno schierati in due ali con torce accese i Gentiluomini di Camera con esercizio, i Maggiordomi di settimana ed i Gentiluomini di Camera di entrata, de' Paggi, i Cappellani di Camera, il Clero Palatino, il Capitolo della Cattedrale e la Collegiata di S. Giovanni Maggiore. Posto il Real Cadavere nella cassa, si farà la prima oculare ricognizione dai Capi di Corte e dal Cappellano Maggiore.—Indi dal Controllore della Real Casa sarà chiusa la cassa a tre chiavi, le quali dai Cerimoniere di Corte saranno consegnate cioè, la prima al Maggiordomo Maggiore, 'Ja seconda al Comandante delle reali Guardie del Corpo, e la terza al Cappellano Maggiore. ; La cassa sarà di cipresso, foderata di piombo, vestita di tela d'oro e gallonata, avrà il materassino corrispondente ed un interno coverchio di cristallo: vi si vedranno inoltre due scudi di argento, uno alla testa e l'altro a piedi, con le Arme reali: sul coverchio vi saranno tre gigli sormontati dalla Corona reale a' piedi della corrispondente Croce.—Chiusa la cassa, il convoglio funebre s’incamminerà nel modo seguente:—I volanti e staffieri, che si troveranno divisi in due file schierate nel corridoio fuori della sala;—Un picchetto delle reali Guardie del Corpo a piedi;—La Croce della Collegiata di S. Giovanni Maggiore con chierici;—La Croce del Capitolo della Cattedrale con chierici;—La Croce del Cappellano Maggiore con chierici;—L’Usciere Maggiore, un Usciere di Camera vestilo da Re delle Armi, e quattro Uscieri di Camera vestili da Araldi;—Gentiluomini di Camera di entrata, i Maggiordomi di settimana ed i Gentiluomini di Camera con esercizio, con le torce accese;—La Collegiata di S. Giovanni Maggiore, il Capitolo della Cattedrale, ed il Cappellano Maggiore coi Cappellani di Camera e Clero Palatino, fiancheggiati dalle reali Guardie del Corpo a piedi;—E finalmente In cassa funebre, che verrà portala da' quattro Gentiluomini di Camera più antichi, e da quattro Maggiordomi di settimana ugualmente più antichi, in mezzo a de' Paggi ed alle reali Guardie del Corpo di cavalleria, e seguila da Capi di Corte, dal Cerimoniere di Corte, dagli Ajutanti Generali e Reali, e dagli Esenti.—Tutto il tratto dalla porla della sala de' Viceré sino a' piedi della scala grande sarà cordonato dalla Guardia Reale.—Giunta la cassa a piedi della scala succennata si consegnerà a' Cavallerizzi di Campo, da' quali si porrà nel Carro funebre, ove si situeranno il Cappellano Maggiore ed il Decano della Real Cappella Palatina, o in sua mancanza il Cappellano di Camera più antico.—L’ordine della marcia del convoglio sarà:—Tre squadroni del 2.° Ussari della Guardia con stendardo e fanfarra; ; La batteria dell'artiglieria a cavallo;—Tre squadroni del 1.° Usseri della Guardia con stendardo e fanfarra; ; Indi le reali Guardie del Corpo a piedi;—Quattro primi battitori delle reali Guardie del Corpo di cavalleria; ; La carrozza di rispetto, detta Vanguardia, coverta con pompa a bruno e tirata da otto cavalli;—L’Usciere maggiore;—Il Re delle Armi in mezzo a quattro Araldi;—Gentiluomini di Camera di entrata;—I Maggiordomi dì settimana; ; I Gentiluomini di Camera con esercizio; ;11 Cerimoniere di Corte;—Capi di Corte;—La Collegiata di S. Giovanni Maggiore con la Croce;—Capitolo della Cattedrale con la Croce;; I Cappellani di Camera e Clero Palatino con la Croce; ; (Tutti a piedi con torce accese).—Altri quattro secondi battitori delle reali Guardie del Corpo di cavalleria;—I suddetti volanti e staffieri;—il Paggio di valigia a cavallo; ; Il Carro funebre tiralo da otto cavalli;—Cavallerizzi di Campo a cavallo pesti a' lati delle bilance e de timonieri; ; De’ Paggi ai fianchi di esso Carro con torce accese.—A lati delle ruote grandi dello stesso andranno dalla parte dritta il Comandante della compagnia delle reali Guardie del Corpo, e dalla parte sinistra il Sottotenente della stessa, avendo dietro di loro gli Esenti disponibili della suddetta compagnia.—Seguiranno poscia gli Aiutanti Generali e Reali di S. M. ed i Generali del reale Esercito a cavallo. ; Verri indi it rimanente della precennata compagnia delle reali Guardie del Corpo con le stendardo.—inoltre verranno i Cavallerizzi di Campo disponibili.—Infine seguirà il Piccadore maggiore soprannumero a cavallo alla testa di un dato numero di cavalli da sella ammantati di nero sino a terra, condotti da' pala tremori a piedi.—seguenti Corpi di fanaleria e cavalleria, appoggiando la dritta dirimpetto al Real Palazzo, si stenderanno sino dirimpetto all'angolo di Maddaloni, e da questo putto voltando verso S. Chiaro sin dove potranno arrivare, per rendere gli onori ai neri Cadavere; passalo il quale essi Corpi immediatamente dopo 1 Generali romperanno per la dritta per sezione per marciare verso la sinistra, affine di accompagnare il Real Cadavere sino alla Chiesa:—Due battaglioni del reggimento Granatieri della Guardia;—Due battaglioni del 2.° reggimento Granatieri della Guardie;—Tre battaglioni del 3.° reggimento della Guardia Cacciatori;—Due battaglioni de' Tiragliatori della Guardia;—Due battaglioni delta Real Marina;—Un battaglione de' Carabinieri o piedi;—Un battaglione di Artiglieria:—Un battaglione del 1.° di linea;—Un battaglione del I. (0, )di linea;—Due battaglioni dell'11.(0)di linea;—Due battaglioni del 2.° Svizzero;—Due battaglioni del 3.° Svizzero;—Batteria Svizzera;—Due battaglioni del Svizzero;—Quarto battaglione Cacciatori;—Tredicesimo battaglione Cacciatori;—Due squadroni de' Carabinieri a cavallo;—Una batteria di Artiglieria di campagna; ; Due squadroni del 1. Dragoni;; Due squadroni del 2.° Dragoni;—Due squadroni del 3.° Dragoni;—Due squadroni de' Lancieri. ; Appresso alla Truppa andranno delle carrozze a sei cavalli. Queste arriveranno sino a S. Chiara; e quando sarà ivi terminateli funerale ritorneranno a Palazzo.—Allorquando il Carro funebre uscirà dalle porta principale del Real Palazzo, tutt'i forti di questa Capitale ed i reali legni da guerra incominceranno a tirare un colpo di cannone in ogni due minuti sino al momento dell’arrivo atta Chiesa di S. Chiara.—Alla detta Chiesa saranno situate preventivamente due compagnie di fanteria della Guardia Reale, le quali vi rimarranno la notte ed il di seguente sino al termine delta funzione.—La truppa sarà tutta in lutto, giusta 1appositoregolamento.—S troveranno intanto disposte nella Chiesa delle file di panche rase vestile di velluto nero e gallonate di oro per prender posto, cioè:—Nel presbiterio. ; Gli Arcivescovi e Vescovi.—Indi dalla parte del Vangelo. ; Il Corpo Diplomatico e forestieri presentati a Corte;—Il Ministero di Stato:—I Generali;—La Consulta de' reali domini al di qua del Faro;—Presidenti e regi Procuratori generali delta suprema Corte di giustizia detta gran Corte de' conti e della gran Corte civile di Napoli; ; il Sopraintendente generale della pubblica salute;—il Presidente della pubblica istruzione; il Sopraintendente generale degli archivi;—Direttori generali;—L’Agente del Contenzioso;—I Capi di officio della Tesoreria generale; ; L’Intendente di Napoli; Il Pretella di polizia col Segretario generale;; Brigadieri e Sottobrigadieri delle reali Guardie del Corpo:—L’Uffizialità de Corpi da Colonnella in giù.—Dalla parte dell’Epistola poi. ; Le Dame diplomati che e forestiere presentate a Corte; Le Dame della Real Corte;—Componenti della Real Camera;—L Amministratore generale de' reali Siti e Capi subalterni di Casa Reale; ; Gli Uffiziali ed Esenti delle reali Guardie del Corpo; ; Cavallerizzi di Campo; ;11 Corpo della città di Napoli; ; Le Dame di città;—Cavalieri ascritti ai Libro d’oro ed a' registri;—Presidenti ed i Cavalieri dell'Ordine Costantiniano, di S. Giorgio delle Riunione e di Francesco I;; I Brigadieri e Sottobrigadieri delle reali Guardie del Corpo;—E l’Ufficialità de' Corpi da Colonnello in giù.—Capi di Corte staranno sempre presso il Real Cadavere, come pure i due Gentiluomini di Camera di guardia ed il Maggiordomo di settimana, l’Esente delle reali Guardie del Corpo di servizio, ed i due Cavallerizzi di Campo di servizio.—Giunto a S. Chiara il Real Cadavere, da' Cavallerizzi di Campo si calerà la cassa, e si porterà su un tavolino vestito di stolto simile i quella che veste la delta cassa, situate esso tavolino tra i due fonti di a equa santo sopra un tappeto di I itilo di velluto gallonato d’oro.—Alla porta della Chiesa verrà il Cadavere ricevuta dal Cerimoniere di Corte, dal Padre Guardiano e da que’ Religiosi, divisi iti due ali lateralmente alla porta; da Gentiluomini di Camera con esercizio, da' Maggiordomi di settimana e dai Gentiluomini di Camera di entrala, da' Cappellani di Camera e dal Clero Palatino, dal Capitolo della Cattedrale e dalla Collegiata dì S. Giovanni Maggiore, parimenti divisi in due ali, cioè prima i Cappellani di Camera e il Clero Palatino, il Capitola della Cattedrale e la Collegiata di S. Giovanni Maggiore, indi i Gentiluomini di Camera con esercizio, i Maggiordomi di settimana, i Gentiluomini di Camera di entrata, ed in ultimo i Religiosi, tutti con lo reo accese; chiudendosi il vano di tali lince dietro le tre Croci delle reali Guardie del Corpo di cavalleria, e a' lati delle medesime da Paggi; e nella parte opposta anche da Paggi e dalle reali Guardie del Corpo a piedi situate dietro di essi.—Collocato nella indicato guisa la cassa, si torà in presenza del detto Padre Guardiano la seconda oculare e verbale ricognizione dal Ministero di Stato, da' Capi di Certe e dal Cappellano Maggiore, invitali dal Cerimoniere di Corte. In questa seconda ricognizione dal Direttore del Ministero e Real Segretario di Stato degli affari ecclesiastici con voce alta si domanderà al Somigliere: E’ EGLI QUESTO IL CORPO DI SUA MAESTÀ FERDINANDO SECONDO RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE? E dopo di essersi dal Somigliere risposto anche con voce alta: EGLI È DESSO, si chiuderà dal Controlloro della Real Casa la cassa, la quale verrà portata sul Catafalco dagli stessi quattro Gentiluomini di Camera e quattro Maggiordomi di settimana, preceduta dagli astanti Religiosi, da' Gentiluomini di Camera di entrala, da Maggiordomi di settimana, da' Gentiluomini di Camera con esercizio, da' Cappellani di Camera col Clero Palatino dal Capitolo della Cattedrale e dalla Collegiata di S. Giovanni Maggiore, che andranno a schiararsi cioè, i Religiosi in testa del Catafalco, i Gentiluomini di Camera e Maggiordomi di settimana ne’ due lati, e gli accennali Clero, Capitalo e Collegiata a piedi dello stesso.—Ciò eseguilo, un Cavallerizzo di Campo ordinerà a cocchieri delle reali carrozze di ritirarsi.—Resteranno in Chiesa le reali Guardie del Corpo di cavalleria co’ loro uffiziali corrispondenti, le reali Guardie del Corpo a piedi nel numero bisognevole, duo Gentiluomini di Camera, un Maggiordomo di settimana, un Cavallerizzo di Campo, I Cappellani di Camera coloro Ajutanti di oratorio, e l’Usciere maggiore.—La mattina del 1.° giugno ad ore otto ritorneranno a S. Chiara le due reali carrozze, e l’altra de Capi di Corte.—Alla stessa ora dalle quattro Religioni Mendicanti, Domenicani, Francescani, Agostiniani calzi e Carmelitani si canterà la Libra. ; Alle ore dieci i forti della Capitale ed i reali legni da guerra ripiglieranno lo sparo del cannone in ogni due minuti, ed allora istessa quattro battaglioni di fanteria della Guardia Reale si troveranno schierati in battaglia dalia porta della Chiesa lungo la strada di Monteoliveto, e vi si tratterranno lutto il tempo della cerimonia. Essi eseguiranno tre scariche, una al principio della Messa, l’altra alta Elevazione, e l’ultima allorquando le Regie Spoglie saranno riposto nella Cappella de' reali Depositi. ; Contemporaneamente alle tre scariche anzidette, i forti delta Capitale ed i reali legni da guerra, cessando i colpi di cannone in ogni due minuti, corrisponderanno con tre salve reali. ; All’accennata ora delle dieci del mattino si troveranno in Chiesa lutti coloro che sono intervenuti nella funzione del giorno precedente.—Il Cappellano Maggiore celebrerà la gran Messa, dopo la quale da Monsignor Salzano Consultore della Consulta de reali domini di qua del Faro si reciterò 1 orazione funebre. Indi i Prelati per le assoluzioni, preceduti da Cappellani di Camera e Clero Palatino, andranno al tumulo per recitar solennemente le Libere con le rispettive assoluzioni.—In questo mentre il tavolino col tappeto, che ha servito nella passata sera, verrà situato presso il gradino delta cona dell’altare maggiore dirimpetto alta scalinata del Catafalco, ed innanzi al medesimo dall'Usciere maggiore, si situerà il Re delle Armi in mezzo a' quattro Araldi di spalle all'Altare maggiore.

Il Corpo di Città di Napoli coll'intendente di Napoli e Prefetto di Polizia saranno al lato di esso tavolino opposto al Re delle Armi, divisi in due file fin che non sarà calato dal Catafalco il Real Cadavere. Al lato destro del Re delle Armi, cioè alta lesta del Cadavere, si porrà il Ministero di Stato.—Disposte cosi le cose, si calerà la cassa col Real Cadavere da soliti Gentiluomini di Camera e Maggiordomi di settimana, circondata da Paggi con le torce: la precederanno i Cappellani di Camera col Clero Palatino ed i Gentiluomini di Camera e maggiordomi di settimana, e la seguiranno il Cappellano Maggiore, i quattro Capi di Corte ed il Cerimoniere di. Corte. ;Verrò essa situata sull'accennato tavolino con la teste dalla parte del Vangelo. ; Immediatamente i Capi di Corte si situeranno al lato sinistro del Re delle Armi, cioè a piedi del Real Cadavere.—Il Cappellano Maggiore prenderà luogo col dello Padre Guardiano innanzi al Re delle Armi. Quindi si aprirà la cassa per farsi la terza ed ultima ricognizione nel seguente modo,—Dal Direttore del Ministero e Real Segreteria di Stato degli affari ecclesiastici si domanderà per tea tre volte al Somigliere del Corpo: È EGLI GUAITO IL CORPO DI SUA MAESTÀ FUUDIUMBO SUCOIFDO RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE! Allora dal Somigliere si risponderà: EGLI E’ DESSO. Indi dal Controlloro della Real Casa si chiuderà la cassa, e si renderanno le chiavi al Cerimoniere di Corte per passarle al Maggiordomo Maggiore, al Comandante delle reali Guardie del Corpo ed al Cappellano Maggiore. ; La cassa, portata da' riferiti Gentiluomini di Camera e Maggiordomi di settimana, preceduta dal Padre Guardiano co’ suoi Religiosi, dallUsciere Maggiore, e dal Re delle Armi con gli Araldi, circondata da' Paggi con torce, ed accompagnata dal Ministero di Stato, dai quattro Capi di Corte, dal Cappellano Maggiore, dal Cerimoniere di Corte, dall’Intendente col Corpo di Città di Napoli, e dai Prefetto di Polizia, verrà riposta nella Cappella de reali Depositi. Quindi il Padre Guardiano ne presenterà la ricevuta al Cappellano Maggiore, ed egli co’ suoi Religiosi passerà la cassa in altra preparata controcassa di rame con sopra la cifra del Re estinto, e corredata di tre serrature le quali si chiuderanno parimenti dal Controllore della Real Casa, consegnandosi le chiavi come sopra.—Quella delle tre chiavi di quest’ultima cassa spettante al Comandante delle reali Guardie del Corpo si passerà al detto Padre Guardiano, che ne farà ricevuta; e l’altra della prima cassa si rimetterà dal medesimo Comandante delle reali Guardie del Corpo a Sua Maestà Francesco II per via della reale Maggiordomia Maggiore e Soprintendenza generale di Casa Reale, ove la M. S. si degnerà ordinare che resti in deposito.—Le due chiavi consegnate al Maggiordomo Maggiore si rimetteranno dal medesimo egualmente a S. M., la quale si degnerà ordinare che ne venga restituita una per tenersi in deposito nella reale Maggiordomia Maggiore, e che l’altra si conservi nel Ministero e Real Segreteria di Stato della Presidenza del Consiglio de Ministri, di manieraché in essa sia depositata una chiave di ciascuna delle due casse. Le chiavi finalmente consegnate al Cappellano Maggiore si depositeranno nella Segreteria della reale Cappella Palatina.—Subito dopo terminata la funzione il Corpo Diplomatico si recherà nel Real Palazzo di Capodimonte per complimentare le LL. MM.—Il Ministero di Stato poi, i Capi di Corte, il Cerimoniere di Corte, i Componenti della Rea) Camera, e tutti i Funzionari ammessi in Galleria si porteranno egualmente nel suddetto Real Palazzo per baciare le mani alle prelodate MM. LL.

(39) Il dono della figura che abbiam fatto ai lettori di questo libro, è copia di questo gran quadro di 32 palmi di altezza, oggi in possesso delle Claustrali di S. Chiara. Questo stupendo lavoro (ad onor del vero) e pel concetto, e per la brevità di quattro giorni in coi venne ideato e finito, sorse dalla mente e dalla mano del distinto artista Luigi de Luise. E dobbiamo al medesimo, il dono in parola, avendolo con rito cortesia ridotto dalle colossali proporzioni dell'originale, su felice matita, a nostra speciale richiesta.

(Nota dell’Autore).

(40) Leggasi il decreto della Sacra Congregazione a pag. 235.


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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)















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