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UNA NOTA DEL PIEMONTE

1861

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Ottobre 2019

UNA NOTA DEL PIEMONTE

Giustizia e verità sono i primi doveri dell’uomo; umanità e patria son le prime affezioni. Chi è ingiusto diventa crudele, chi è menzognero è dispregiato, come chi disprezza l’umanità è un barbaro, chi non fa il bene della patria è un traditore. Ingiusto, menzognero, barbaro e traditore è il governo piemontese, che, per non insozzare il nome di una provincia d’Italia, meglio si chiamerebbe governo della rivoluzione. É ingiusto questo governo perché ha violato le leggi comuni della umanità, è menzognero perché non sa parlare se non mentisce, è barbaro perché le inaudite sue crudeltà gli fan porre in pratica qualunque iniquo mezzo possa giovare a’ suoi disegni, ed è traditore verso la patria perché l’interesse della patria fa sottostare all'interesse senza vergogna di pochi. Un governo, cessando dall’esser forte quando ha contro di lui leggi di morale e di umanità che lo condannano, si appoggia su continua menzogna, di cui egli stesso rimane la vittima. Obbligato di stabilire una opinione fittizia comperando giornali, non si avvede che per questo stesso fatto rende omaggio alla vera opinione che lo minaccia; perisce, o ucciso o per discresia di umori; è rovesciato perché non si appoggia sulla morale che è la base di ogni politica fondazione.

I

Incalzato da’ nemici che i suoi errori e le sue colpe gli han creati, il governo piemontese si dibatte fra le angosce della sua sanguinosa agonìa. Ricasoli vede i suoi battaglioni impotenti a frenare una resistenza generosa, vede l'Austria e la Germania star minacciose sul quadrilatero, vede il secolare potere de’ papi starsi imperturbato e sereno nella Capitale dell'Orbe Cattolico, vede i suoi amici più diletti aver a schifo le sue colpe, vede che l’opinione pubblica di Europa è alla perfine stanca delle sue menzogne. Ricasoli trema per timore e per rimorso e manda fuori una seconda Circolare per ingannare più a lungo chi volesse prestargli fede ( Circolare del 24 Agosto. ). Ma volendo ingannare gli altri si finisce per ingannar sé stesso, e Ricasoli inganna sé stesso col suo novello documento.

La resistenza del napoletano che fino a giorni prima era stata per lui una lotta di nessun momento, ora ha dovuto divenir tale agli occhi suoi, ed agli occhi de’ potentati da obbligarlo a farne soggetto di lunghissima nota diplomatica. Ma se il governo piemontese ha per tal modo creduto di attutire le voci della sua coscienza, non ha per certo ingannato un’altra volta le potenze, alle quali, se tutt’altra pruova mancasse della falsità delle ragioni avanzate, la circolare, i cui periodi sono in contraddizione fra loro, le cui assertive sono in contraddizione colla storia, i cui principii sono in contraddizione col dritto delle genti, è la miglior pruova del disordine morale che regnar deve nel governo rivoluzionario pel rimorso dei commessi delitti.

«Il brigantaggio onde son desolate quelle province, sentendosi stretto più da vicino, ha raddoppiato i suoi sforzi, dico il ministro, e si son commessi atti di ferocia che dovrebbero essere ignoti al nostro tempo ed alla nostra civiltà». Difatti l'opinione pubblica d’Europa, assordata per dodici anni dalle declamazioni di questo libero governo piemontese è attonita in vedergli commettere atrocità che dovrebbero essere ignote al nostro tempo ed alla nostra civiltà; i coadiutori stessi di quel governo, gli amici ed i consiglieri delle sue opere, i quali non han perduto ancora ogni sentimento di umanità, stupiscono alle atrocità che il governo commette, stupiscono delle fucilazioni in massa, degli incendi d’interi paesi, delle carcerazioni e degli esili, di quello insomma che Ricasoli chiama «repressione proporzionata alle atrocità» che si commettono dal brigantaggio, e consigliano al loro istesso governo di smettere da una lotta funesta e sanguinosa e lasciare i popoli napoletani arbitri de’ loro destini ( Lettera di Massimo d’ Azeglio. ). Ma Ricasoli non può «accettare il punto di vista di questi ultimi», di cui non mette in dubbio il patriottismo, né le rotte intenzioni, poiché non può dubitare «della legittimità e della efficacia del plebiscito mediante il quale quelle provincie sì dichiararono parte del regno italiano, né la nazione può riconoscere in alcuna parte di sé il diritto di dichiararsi separata dalle altre, ed estranea alle loro sorti. La nazione italiana è costituita e tutto ciò ch'è Italia le appartiene».

Secondo Ricasoli adunque non è da porsi in dubbio la legittimità del plebiscito in forza del quale il governo piemontese vorrebbe sostenersi nel regno di Napoli; e noi miglior pruove non abbiamo a dimostrare quanto false sieno le assertive del governo della rivoluzione, che servendoci della valevole autorità del ministro degli affari Esteri d’Inghilterra, di lord John Russell, il quale scriveva il 31 Gennaro del presente anno 1861 al rappresentante del governo britannico a Torino le seguenti parole:

«Non ho preso nota ufficiale del decreto che mi avete inviato, con cui si aggregano non alla Sardegna ma allo stato italiano Napoli, Sicilia, Marche ed Umbria. In fatto, i voti che per suffragio universale si sono raccolti in quel regno ed in quelle province non hanno per il governo della regina molta validità. Questi voti non sono altro che la formalità che tien dietro ad atti d’insurrezione popolare o di forsennata invasione bene riuscita, o fatti in virtù di trattati, né contengono in sé medesimi alcun esercizio indipendente della volontà nazionale nel cui nome sono compiuti.»

Pare che il giudizio di un governo che l'Italia vanta pel più fido alleato non possa essere più esplicito circa la legittimità del suffragio per cui il governo piemontese si crede in dritto di fucilare in massa nel regno. Il plebiscito invocato, non prima che i piemontesi fossero entrati nel regno, ma quando già Garibaldi colle sue coorti avea messo nella Capitale un governo di fatto, quando un poderoso esercito piemontese ed una flotta piemontese obbligavano i resti dell’esercito del re Francesco a ritrarsi nella fortezza di Gaeta, quando centinaia di Carabinieri piemontesi assistevano le urne dello scrutinio, e dunque pel governo britannico, pel ministero protettore della rivoluzione italiana un voto di niun valore. E la parola stessa d’invasione ben riuscita che il ministro inglese adoperava in quel dispaccio rovescia ogni menzogna che il governo del Piemonte potesse addurre. Nelle province dove un ministro costituzionale del re Francesco avea mandato a capi di governo uomini usciti da’ comitati rivoluzionari, martiri ed emigrati, nelle province non vi fu un sol grido che avesse accennato ad una volontà di unirsi al nuovo separandosi dall’antico governo. Le Calabrie assistettero silenziose al passaggio delle truppe di Garibaldi, quasi attonite ed inerti, come lo era l’Europa, di vedere l’inaudita importazione di una rivoluzione.

E questo suffragio universale cotanto invocato dal Ricasoli esprimeva il voto di unirsi alla Italia una ed indivisibile sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emmanuele. Quando anche però quel voto liberamente fosse stato interrogato, quando neanche una baionetta avesse influenzato i votanti, quel voto sarebbe già nullo per la sua medesima sostanza. L’Italia una ed indivisibile è un sogno, lo scettro costituzionale di Vittorio Emmanuele è l’anarchico governo di ribaldi e rapaci proconsoli. Napoleone III, il figliuolo primogenito del suffragio universale, arrossirebbe divedersi in trono per lo stesso dritto che vanta il governo del Piemonte.

Nella medesima nota lord John Russell aggiungeva: «Se i rappresentanti però delle diverse province italiane, i quali debbono insieme adunarsi il 8 Febbraio, verranno con loro atto deliberato a costituire quegli stati in un solo stato, in forma di monarchia costituzionale, allora sorgerebbe una nuova quistione. Quando la formazione di questo stato sarà comunicata alla regina, è da sperare che il governo del re sarà sollecito di mostrare che il nuovo regno è stato eretto secondo i desiderii bene manifestati de’ popoli d’Italia; che ha tutti gli attributi di un governo apparecchiato a mantenere l’ordine all’interno e le relazioni di amicizia e di pace al di fuori: gli obblighi de’ vari Stati di Europa fra loro; la validità de’ trattati che determinano i confini di ciascuno stato, e il dovere di adoperare in modo amichevole verso i vicini con cui non si è in guerra; tali sono i vincoli generali che collegano insieme le nazioni di Europa, e impediscono i conflitti, i sospetti e le discordie che turberebbero senza ciò la pace e quindi la prosperità e la sicurezza delle nazioni».

Questa è la nota del ministro inglese.

Qual è la risposta del Ricasoli? Con una prima circolare Ricasoli annunzia i lavori del parlamento, e dimentica che un parlamento eletto con una legge elettorale sarda non poteva dar forza a’ rappresentanti di altra contrada di costituire uno stato. Una costituente può costituire, ma non un corpo costituito da un governo può deliberare sulla formazione di uno stato che diviene vassallo del governo stesso che Io ha costituito. E tanto ciò è vero che i fatti son la miglior pruova di questo principio. Le elezioni pel parlamento di Torino fatte nel napoletano rivelano fino a qual punto un governo disonesto, ad onta che si dicesse libero, può spingere l’intrigo e la corruzione. Le liste de’ deputati furon date dagli uomini della consorteria piemontese, e secondo quelle i governatori delle province influenzarono le elezioni; e quasi ciò non bastasse, quasi non bastassero governatori, intendenti e polizia, si spedivano dal governo i commessali nelle province, si profondevan tesori. L’astensione, questa resistenza passiva di due terzi di coloro che avrebbero avuto dritto a votare han mostrato splendidamente qual 10 fiducia il popolo si aveva nell’assemblea che andava a riunirsi all’estremo capo della penisola, nella più meschina delle province d’Italia, sotto la direzione del governo stesso che si doveva costituire. Dunque il parlamento di Torino non avea dritto a costituire un novello stato, poiché il costituito non costituisce, quindi un atto deliberato, di quest’assemblea per creare un regno non poteva aver valore.

E di fatti si limitava alla concessione di un titolo a Vittorio Emmanuele, da aggiungerlo a quello di re di Sardegna, principe di Piemonte e re di Cipro, nel modo istesso che altra volta Casa Savoia aggiunse quello di re di Sicilia e che fu obbligata a deporre. La concessione adunque del titolo non contiene la costituzione di un regno, onde l’Inghilterra stessa non ha creduto dover fornire il suo rappresentante presso Vittorio Emmanuele di novelle credenziali diplomatiche, e Sir James Hudson è di dritto accreditato in questo momento presso Vittorio Emmanuele II re di Sardegna. Il titolo adunque è riconosciuto, non lo stato, perché lo stato non esiste, perché non può esistere, mancandogli la capitale stabilita dalla natura del suolo, le più belle e necessarie provincie, mancandogli i confini naturali, mancandogli la indipendenza. Nè questa indipendenza può acquistarsi giacché la stessa Inghilterra, se tutt’altro mancasse, ha dichiarato che debbansi rispettare i trattati che determinano i confini di ogni stato; né i confini naturali sono da acquistarsi, perché nel Tirolo sta l’Austria, a Nizza sta la Francia, ne' Grigiori sta la indipendenza garentita della Svizzera, perché nelle isole stanno i due colossi occidentali, perché v’ha quistione di equilibrio Europeo. Le necessarie provincie son difese da dugcntomila stranieri, da formidabili fortezze e dall’antico dritto delle genti; nella Capitale siede maestoso un potere che non si osa affrontare.

Dunque questo stato non esiste, le sue usurpazioni sono ingiuste, questo governo può mettersi al bando dell’Europa civile.

Il plebiscito è una falsità; questo parlamento non ha il potere di emanare un atto deliberato, dunque il governo piemontese nel regno è un governo contro il quale si ha il dritto di adoperar qualsiasi violenza, è un governo incompatibile colla civiltà de'  tempi.

II

Ha questo stato tutti gli attributi per mantenere l’ordine all’interno, e le relazioni di amicizia e di pace al di fuori, come diceva Russell nella sua nota? Assume gli obblighi de’ vari stati fra loro? Adopera in modo amichevole verso i vicini con cui non si è in guerra?

Lo stato presente; l’ordine interno! Giova un’altra volta ripeterlo? Giova ridire e narrare quel che il mondo intero guarda con raccapriccio da dieci mesi, e che inorridir farebbe fino i barbari dell’Affrica o gli schiavi dell’America? Ma non mai è soverchiamente ripetuto questo tema doloroso, non son mai disperse le parole che servono a rimeritar questo sgoverno colla infamia che gli è dovuta.

Fondandosi sulla unanime volontà de’ popoli, questo governo inaugura la sua vita nazionale con una guerra che rovescia dritto antico e dritto nuovo; continua e si sostiene con una guerra che rovescia le leggi umane e divine; s’intitola governo riparatore, chiamato a far grande e libera la nazione, e dissolve un esercito di centomila soldati, altri ne arruola e li tiene in sospetto, gli uffiziali ne imprigiona nelle castella, il valore ne avvilisce disprezzandolo financo ne’ diplomatici scritti. Vuol far prospero il regno ed ammiserisce per tal modo la Finanza che si vive di espedienti, astringendola a pagar le spese della rivoluzione, sicché il solo primo semestre del 1861 presenta un disavanzo di tredici milioni di ducati, mentre sul secondo semestre del 1860 si crede più prudente cospargere un velo; il debito pubblico è aumentato per soddisfare altrui bisogni; il credito scema di un terzo e languisce. Il pane ed il lavoro manca all’operaio ed al contadino, ed il ricolto per le future stagioni è intriso del sangue dell’agrimensore che lo seminava. Le industrie vanno in rovina per la rivolta nel sistema delle dogane, il commercio e arrestato per l’incertezza del domani; la crisi monetaria minaccia il proprietario di polizze di restar privo del numerario per il danaro tolto dal Banco, tenuto fin qui per sacro custode de’ privati capitali. La giustizia è una vana parola; i delitti politici empiono di processi i tribunali, e se magistrati di altravolta sono accusati di spirito di parte, i magistrati di adesso oltre all’esser satelliti del potere vendono il giudizio al maggiore offerente. La pubblica, istruzione non è in vigore che nelle conventicole della guardia nazionale; la guardia nazionale una guardia pretoriana, appoggio dell’arbitrio invece di baluardo della libertà. La sicurezza pubblica si ottiene soltanto colla fuga dalla patria; a quei che rimangono riman la giusta paura della vita e degli averi. Impotente a frenare il partito che lo ha aiutato a trionfare, il governo pria lo dispregia, poi lo teme, indi se ne serve, oggi gli ubbidisce. Non è Cialdini che governa, sono i comitati demagogici; e quel generale Cialdini che in Aprile scriveva a Garibaldi: «Voi non siete l'uomo che io credeva, voi non siete il Garibaldi che amai; collo sparire dell’incanto è scomparso l’affetto che a voi mi legava; non sono più vostro amico, e francamente, apertamente passo nelle fila de’ politici avversari vostri», quell’istesso Cialdini, divenuto luogotenente, è costretto a decretare le feste per Garibaldi, è costretto a chiamar garibaldini per farne scudo al suo governo e per mantenerne la rovina.

La mano che ha scatenato le passioni non è più padrona di frenarle, il governo tenta un ultimo sforzo, e per non morire strangolato muore per suicidio. Governo monarchico e demagogia non sussistono insieme, e gli uomini che creano le circostanze son trascinati e diventar) vittime delle circostanze medesime. Come i Girondini volendo ad ogni costo la repubblica, non videro l’anarchia che li seguiva, non videro i mostri che formavano la loro dietroguardia, fondarono la repubblica e la montagna la rovesciò su’ suoi fondatori; cosi il governo piemontese tenta l’estremo mezzo per assoggettar Napoli e non vede che si appoggia alla forza che deve immancabilmente rovesciarlo. Per spargere la rivoluzione ha elevato a partito la camorra ed ora la camorra esegue la giustizia sommaria, ed il governo è obbligato a pagare i suoi del lui, protetti da lui, od in onta sua consumati.

III

Le relazioni di amicizia e di pace al di fuori, questo governo del Piemonte crede poterle serbare organizzando e dando aiuto ad una legione ungherese per sommovere e portar guerra ad una delle principali potenze di Europa, ricevendo e consigliando a Torino Klapka e Kossuth. Non ha relazioni diplomatiche con molti stati; non è in relazioni amichevoli, o per meglio dire di vassallaggio, che co’ governi di Francia, d’Inghilterra e di altri insignificati stati, val quanto dire colla sola Francia ed Inghilterra le quali ispirano a vicenda le decisioni del suo operare, per serbare o conquistare un’influenza in Italia per affrettarne o ritardarne la rovina. Organizza le legioni mobili, comanda quasi un armamento in massa del popolo, e questo certamente non per pacifici disegni.

Gli obblighi che son tenuti a rispettare fra loro i vari stati non possono essere che effimeri per un governo che si è fatto giuoco di ogni senso di moralità, che ha perduto ogni specie di pudore, che ha infranto i patti stabiliti in quel Congresso di Parigi che egli invoca contro i Borboni, e nel quale si stabiliva non si potesse recar guerra ad altre stato sehza sottomettersi alla mediazione degli altri. Adopera in modo amichevole co’ vicini, permettendo e favorendo l’organizzazione ed il lavoro dei comitati veneti ed ungheresi, dichiarando che Venezia devesi o a buona voglia o colla forza strappare all’Austria, minacciando ogni giorno la sovranità del Pontefice.

Questo stato adunque non ha nessuno degli attributi che costituiscono uno stato regolare, mette sossopra i vincoli che collegano insieme le nazioni di Europa, minaccia ad ogni ora un conflitto, desta continui sospetti, accende le discordie che turbano la pace, la prosperità e la sicurezza delle nazioni.

L’efficacia e la legittimità del plebiscito sono una derisione, le province napoletane non potevano dichiararsi parte di un regno che non esisteva, non aveano la libertà di scegliere il governo che lor convenisse, quando il governo che scelsero vi teneva le sue forze proprie e le sue forze ausiliarie. Quando poi queste province non sono state, per la insufficienza del voto, giammai unite al Piemonte, non v’ha bisogno che Ricasoli riconosca loro il dritto di separarsi giacché di fatto son separate. La nazione italiana non è costituita perché le manca la capitale con le più belle ed interessanti province, che non giova sperar di ottenere; tutto ciò ch'è Italia, Ricasoli afferma che le appartenga, quando di fatti non le appartiene e non può appartenerle.

IV

Dopo aver stabilito per base il plebiscito, Ricasoli crede opportuno di illuminare le potenze sullo stato di cose del napoletano, e comincia coll’asserire esser regolare che un lievito dell’antico fosse rimasto per turbare gli ordini nuovi nelle province meridionali; e crede convalidare le sue asserzioni prendendo ad esempio la guerra civile di Spagna, gli Orangisti e gli Stuardi, i Girondini e la Vandea, che anzi «non si può neanche al brigandaggio accordare l’onore di paragonarsi a questi citati partiti, giacché i Carlisti, i Girondini ed i Vandeani, arrossirebbero di esser posti in comparazione co’ volgari assassini che si gettano in vari luoghi di alcune province napoletane per amore unicamente di saccheggio e di rapina, giacché, invano si domanderebbe loro un programma o colore politico, che per nulla giacché da’ fatti e da’ procedimenti de’ briganti».

Per Ricasoli una forza tanto imponente da tenere in iscacco per dieci mesi più di sessanta agguerriti battaglioni, con cannoni e cavalleria, è un lievito inevitabile; circa trentamila persone che combattono accanitamente e muoiono e sempre rifecondansi sono un lievito indispensabile. Avere una bandiera collo stemma della dinastia de’ Borboni, abbattere ne’ paesi le armi di Savoia, avanzarsi contro i piemontesi ed entrar nelle città al grido di Francesco II non è per Ricasoli un colore politico, anzi è assenza di colore politico. I volgari assassini sono tali perché si difendono quando aggrediti e cercano i vantaggi dell’offesa; la proporzionata repressione è l’incendio d’interi villaggi, la fucilazione arbitraria, la carcerazione su denunzia o su sospetto.

Questi volgari assassini sono masse di popolo, armata per difendere la indipendenza del proprio paese e restituirgli con un libero governo la pace e la prosperità; giacché le masse gravitano verso la giustizia come il pianeta verso il sole. Indipendentemente da un istinto morale che fa odiare il delitto e la violenza, le masse hanno pure un istinto intellettuale che fa loro indovinare il momento in cui debbono sorgere e punire; e questa sollevazione senza accordo e senza capo è sempre eccitata da una grande violazione delle leggi morali. Il sentimento dei giusto e dell’ingiusto anima ed esalta le masse quando una grande ingiustizia le irrita; solleva colla rapidità del fulmine i popoli più tranquilli contro i grandi colpevoli. Il fanatismo politico è però più violento del fanatismo religioso, lo spirito di parte rende barbari i cuori e fa abusar della vittoria; ma di chi n’è la colpa nelle sventurate province di Napoli?

Di chi partiva dopo aver combattuto pel suo onore e per quello delle sue milizie, o di un usurpatore governo, che, disprezzato da’ popoli, vuole ad ogni costo mantenervisi?

V

Le stragi che desolano questo regno ammiserito, il pianto delle vedove, la fame e la morte cominciano appena a commuover l’Europa. Quali delitti più feroci di questi che si commettono dal governo piemontese, si commisero in Siria fra i Drusi e Maroniti da spingere le potenze ad un intervento? E colà non v’era che colore religioso, mentre che a Napoli si combatte al grido di Francesco II, checché ne dica il Ricasoli, e quando il Moniteur, il giornale ufficiale di Francia chiama partigiani di Francesco II quelli che Ricasoli chiama briganti. Le corrispondenze de’ giornali, anche più avversi alla dinastia de’ Borboni raccapricciano per le descrizioni delle crudeltà che si commettono, l’opinione pubblica di Europa è disingannata, torce spaventata gli sguardi dalle «atrocità che dovrebbero essere ignote al nostro tempo» e di cui il governo piemontese è attore e cagione, e le potenze tacciono ed aspettano. I posteri non crederanno le pagine della nostra storia che narreranno gli avvenimenti di questi due anni. Dopo aver veduto venti anni or sono che il duca di Wellington spediva un commissario nelle Spagne per imporre a’ due partiti de’ Carlisti e de’ Cristini di cessare dalle crudeltà, non crederanno che l’Europa abbia immobile veduto e colle armi al braccio che un governo dopo aver infranto tutt’i vincoli che legano gli stati fra loro, aver colla perfidia e col tradimento tolto ad un paese la pace, la prosperità, l’indipendenza, la dinastia, voglia distruggere a colpi di cannone il sollevamento di questo popolo che non vuole riconoscerlo. Dalla estrema Calabria fino a’ montuosi Abruzzi, il popolo prende le armi, i partigiani di Francesco II scorrono le province, strappando le vittoria ove possono alle agguerrite soldatesche del Piemonte. Ricasoli limita il brigantaggio al solo Contado di Molise che ha base di operazione in Roma, e lo stesso suo giornale uffiziale pubblica ogni giorno dispacci delle Calabrie, delle Puglie, di Basilicata, di Avellino che annunziano le vittorie non interrotte delle armi sue. Legga Ricasoli la narrazione di un uomo cui certo non si può dar taccia di borbonico, di antico martire politico, del deputato Ricciardi, ed inorridisca alla narrazione dello stato infelice delle Puglie, del brigantaggio nel Gargano, la cui base di operazione non è certo il confine Romano. Quando il 7 Settembre 1860 scoppiava in Basilicata contro il governo che aveva appena colà pochi giorni di vita la prima rivolta, qual era la base di operazione? I briganti circondano Napoli, si mostrano a Posillipo, sui Camaldoli, a’ Granili, sul Vesuvio, a Capodimonte, si muniscono di armi ne’ vari villaggi dalle guardie nazionali che le lascian prendere. Quale è la loro base di operazione? La base di operazione è una sola, quella di scacciare l’usurpatore, quella di ricuperare indipendenza, pace e libertà. Le atrocità «che dovrebbero essere ignote alla nostra civiltà, gl’incendi d’innocenti paesi non valgono a domare la resistenza, giacché le idee non si distruggono uccidendo gli nomini che le professano; le persecuzioni di Diocleziano propagarono nel mondo la religione cristiana, Carlo IV ed Enrico III hanno aumentato il numero de’ protestanti. Il sangue ingiustamente versato reclama vendetta, ed ingiusto è il sangue che il Piemonte fa versare nel misero regno Avido di comprare col sangue il perdono de’ commessi, delitti non mette freno a’ suoi eccessi; il suo istigatore non è il dolore ma la paura; la sua barbarie non è entusiasmo ma calcolo; non 'massacra perché soffre ma perché trema, ed essendo senza limiti il suo terrore, illimitati sono i suoi delitti.

VI

Un altro periodo della circolare è quello che in poche parole accenna al malgoverno dei Borboni «citato in giudicio da’ rappresentanti al Congresso di Parigi, chiamato da Gladstone, negazione di Dio, governo che avea per principio la corruzione di tutto e di tutti, così universalmente, così insistentemente esercitata, che riesce maraviglioso come quelle nobili popolazioni abbiano un giorno trovato in sé  stesse la forza di liberarsene».

In questi momenti di commozioni, nello scendere al paragone, inutile in politica, di due partiti, difficile sarebbe a spogliarsi da spirito di parte ed altererebbesi il rapporto che fra il nuovo e l’antico, tra l'oppressore e l'oppresso si volesse stabilire. Noi che siamo stati spettatori di questo doloroso avvicendarsi di fortuna e di sventura, mal pacato avremmo l'animo, e soggiaceremmo di leggieri alle passioni del momento. Taciamo adunque dell’antico, accettiamo, purtuttavolta che noi pensassimo, quanta esagerata calunnia ha la rivoluzione versata sul nostro popolo e sul nostro governo, e mettiamo dall’altro lato quanto, menomandone il racconto, asserisce del presente la rivoluzione, e chiamiamo arbitri del giudizio la opinione pubblica che di rado s’inganna, coloro stessi, che al dir di Ricasoli, chiamarono nel Congresso di Parigi in giudicio il governo de’ Borboni, e questi asseriscano, se onesti, che altrettanto dir si potesse del passato, quanto al nuovo imputar si deve.

Da dodici anni, dal giorno dopo le disastrose giornate di Novara, il governo piemontese, per riaversi della sconfitta, diventato braccio della rivoluzione, cominciò l’opera vasta di minare i troni d’Italia per assicurare un lieto avvenire che lo ristorasse da’ danni patiti, dagli affanni che l’opprimevano. Il Conte di Cavour dichiarava in faccia al mondo ( Tornata del 27 Marzo del Parlamento di Torino. ) che per dodici anni egli avea cospirato; e se pure la utopia dell’unità d’Italia non avea riscaldato ancora la sua mente e quella de’ suoi satelliti, egli cospirava co’ presenti unitari a sbalzar dal trono Ferdinando Borbone per innalzarvi altra famiglia, inaugurava nel regno un’opera infame di corruzione, trascinava nel partito allora murattino e consiglieri del re, e generali che, se non unitari, almen corrotti dall’idea del tradimento, negavansi poscia in Agosto 1861 di combattere a Salerno e salvar forse il vacillante trono del re Francesco. Imprestiti sovra imprestiti, l’oro delle sette d’Europa, il danaro della rivoluzione, tutto fu profuso a larghe mani per corrompere le coscienze, per decidete al tradimento, per infiacchire le forze del governo. Le dichiarazioni del ministro cospiratore giustificano quel governo ch’egli stesso chiamava in giudicio al Congresso di Parigi nel 1856. Ed era appunto nel 1856 che più ferveano le mene. Alle murattine si aggiunsero le repubblicane e Pisacane fu schiacciato co’ suoi al primo mostrarsi sulla spiaggia di Sapri. Dopo il mercato di Plombières, sorse l’idea federativa, e la pace di Villafranca offeriva all’Italia ed all’Europa solido pegno di prospero avvenire. Ma il braccio che dà la spinta non ha la forza di frenare il movimento, e l’arrestarsi sul Mincio per l’abbandono di Francia e per le forze nemiche, spinse la rivoluzione a ripigliare l’inopportuno concetto dell’unità, e la penisola negli abissi di ogni miseria travolse. Sospinto dal movimento che gli gridava il fatale: Cammina 1, il governo del Piemonte raddoppiava i suoi sforzi. Un ambasciatore del Piemonte presso la corte di Napoli riuniva in sua casa i comitati, spronava al tradimento i più stretti parenti del re, seminava zizzania nella famiglia, comperava un vilissimo satellite del dispotismo ministeriale fatto più vile per una infame apostasia. Si stabiliva nell’esercito la propaganda rivoluzionaria, si profittava della scossa che un cambiamento di monarca arrecar doveva nella macchina dello stato, s’impediva qualunque riforma il novello re avesse avuta in mente di porre ad atto, si paralizzavano i movimenti del ministero.

Ad onta però di tanto lavoro il Piemonte non potè trovare nel regno un sol distretto, un sol villaggio che si fosse ribellato. Una sommossa, preparata dal Piemonte scoppiava a Palermo ed in pochi giorni era repressa. Garibaldi sbarcava, l’incendio si riaccendeva ed il Piemonte cominciava a raccogliere le messi di cui avea sparso il germe con tanta costanza. Tutto era travolto ne’ turbini della rivoluzione, ed il malseme della immoralità fecondato per dodici anni aiutava l’invasione a scacciar dal suo trono il legittimo re. Il quale vedeva in quei mesi, in quei giorni svanir dinnanzi a lui le riputazioni più illibate, vedeva traditori nella sua famiglia, li vedeva fra’ suoi ministri, fra'  suoi generali; e questi traditori li avea fatti il Piemonte, e la corruzione era opera sua, il tradimento era da lui comperato. La menzogna elevata a sistema; le promesse fatte al cospetto dell’Europa e non mantenute; le assicurazioni obliate, non erano del re che cadeva, ma del governo che lo rovesciava. Il governo del Piemonte che ha tanto operato per corrompere non può più moralizzar sé stesso, non può predicare ed imporre la morale a coloro ch’egli stesso ha corrotti, onde fondandosi sulla immoralità, organizza la sua forza, i suoi movimenti su quella base, ed incatenato nell’organamento da lui stesso formato, oppresso dalle circostanze che ha create, soggiace all’impero di una terribile fatalità. I mezzi iniqui si ritorcono sempre su coloro che se ne servono: così Napoleone che salito al trono non riconobbe più che l’impero della forza e della corruzione perì colla forza e col tradimento. La guerra di Spagna tanto ingiusta e cominciata da lui con tanta perfidia fu il cominciamento delle sue sventure; gettò la discordia nella famiglia del re e sollevò contro le sue schiere un popolo intero. I delitti partoriscon dappertutto i delitti; il sangue versato per tradimento è vendicato col tradimento, la conquista è vendicata colla conquista. Napoleone ha detronizzati ed esiliati tanti re, ed alla sua volta è stato da quei re detronizzato e mandato in esilio. Qual meraviglia dunque se dopo tanto danno che il Piemonte ha recato alla nostra terra natale, si trovi al punto di doversi sostenere cogli atroci mezzi co’ quali si sostiene. Qual diritto ha il Piemonte di operar tanto danno nel regno? Il Piemonte non ha quelle province per dritto divino, non le ha per suffragio universale; il Piemonte ha corrotto quanto v’era di morale, ha infranto la forza che tanti anni ci aveano 'creato; il Piemonte osa ancora parlare de’ suoi dritti, ed asserire che furono i popoli che dell’antica signoria si liberarono mentre sono state le sue mene, il suo oro, le sue armi. La forsennata invasione infamemente preparata e perfidamente riuscita ha soltanto reso il Piemonte padrone di queste contrade.

VII

I soldati napoletani, che traditi da Marsala fino a Napoli da’ generali venduti, hanno opposta alle orde di Garibaldi una resistenza che li avrebbe ricondotti nella Capitale, i soldati napoletani non hanno disonorata, non difendendola, la bandiera bianca de’ Borboni, ma hanno illustrata col sangue quella bandiera fregiata da’ colori italiani. l’esercito che da sei mesi era scorato per le inaspettate sconfitte e per i bassi tradimenti, stanco per le durate fatiche, per le lunghe marce, per le penose vigilie, per gli spessi digiuni, tennero a freno le vincitrici bande della rivoluzione. Ma un esercito agguerrito e di vecchi soldati venendogli alle spalle, i Napoletani lasciarono il minor nemico per combattere il maggiore. Le sponde del Garigliano furono di nuovo spettatrici di una novella invasione del nostro sventurato paese, e quel ponte che in altro secolo, difeso da’ francesi fu valorosamente valicato dagli Spagnuoli, quel ponte i piemontesi non passarono se non dopo che le schiere napoletane, attaccate dal mare, battevano in ritirata.

«Voi eravate sul Volturno in pessime condizioni, scriveva Cialdini a Garibaldi, quando noi arrivammo; Capua, Gaeta, Messina e Civitella non caddero per opera vostra l’armata e la flotta ebbero qualche parte distruggendo molto più della metà dello esercito napoletano e prendendo le quattro fortezze dello Stato.» L’esercito adunque non indietreggiava innanzi «ad un pugno di eroi» ma dinnanzi alle agguerrite milizie del Piemonte. É Cialdini che lo dice, ed in fatto di guerra Cialdini è più competente giudice del Ricasoli, che invano tenta di scagliare il disprezzo sopra valorosi che faceano rimaner attonito l’universo per la eroica difesa di Gaeta.

Sbandati quei soldati colla capitolazione delle fortezze divennero brigandi, o per meglio dire non avendo co’ generali ed ordinati in battaglioni potuto scacciar chi non avea nessun diritto alla conquista, si unirono alle bande ed oppongono la resistenza che fa stupire l'Europa. Arruolati nell’esercito del Piemonte vanno piuttosto disertori allo straniero, che sporcarsi col difendere una bandiera insozzata dal fango della rivoluzione. Il campo di S. Maurizio è il più luminoso attestato dell’amore del popolo napoletano pel nuovo governo. Un corpo di esercito piemontese sta a guardia de'  soldati napoletani, onde quando questi aumentassero avrebbe il governo bisogno di un altro esercito per starvi a guardia.

VIII

La reazione, la controrivoluzione è una delle leggi del mondo morale; un governo che non si stabilisce che sull’arbitrio perché gli manca ogni altra ragion di esistere è un governo suicida, i suoi sforzi continuamente rinnovati appaiono puerili; vacillante nel suo sistema è crudele ne’ suoi atti; diventa ingiusto perché va incerto; è ingannato per essere ingiusto. Roma aveva esteso su quasi tutto il mondo il suo dominio, fu distrutta da un’orda di barbari; la Francia dettò leggi all’Europa con Napoleone e vide gli stranieri a Parigi che le dettaron la legge; dopo Mario venne Silla, dopo i Borgognoni gli Armagnacchi, dopo i Giacobini i gesuiti; è un alternarsi continuo di vicende, è la medesima storia ripetuta sempre sotto diverse forme.11 brigantaggio del regno è la mano armata, le reazioni ne’ paesi ne sono l’origine o le conseguenze. «Questo movimento è spinto da Roma» dice Ricasoli; e di fatti di colà si spinge il movimento, ma il movimento morale, il movimento che non bastano baionette a distruggere, non bastano persecuzioni ad abbattere. Se da Roma, ove i popoli sollevati vedono l'ultimo fine de’ loro desiderii, se da Roma partisse l’oro e la forza, se invece di tante separate bande, un uomo, un principe stesso della real Casa formasse un sol nerbo di forza, la dominazione piemontese svanirebbe dal regno come la polvere fugge dinnanzi al vento, come gl’inglesi innanzi a Giovanna d’Arco, come i Turchi innanzi a Sobieski, come le coorti d’Ali dinnanzi a’ prodi di Bózzari. So uno de’ principi di Orleans in Francia, se l’istesso Duca di Mona in Italia avessero avuto negli Stati loro i movimenti che si propagano nel regno, già starebbero a quest’ora su’ loro troni. Francesco Borbone promise uscendo da Gaeta che egli mai non avrebbe provocato agitazioni nel regno, ma quando i suoi sudditi fedeli, ingannati, traditi, oppressi, spogliati, alzato avrebbero le loro braccia, animati da comune sentimento contro l’oppressione, il re non abbandonerebbe la loro causa (  Nota diplomatica del re Francesco II da Roma 16 Febbraio 1861.  ). Purtuttavia ad onta che quel sentimento non solo co’ voti si manifesti, ma colle armi, ma col martirio, il re non dà ancora la mano a’ suoi fedeli, e chiama ancor giudice l’Europa per decidere tra il dritto e la violenza la inaudita contesa.

Ma l’Europa trema, ma i Sovrani vedono i gorghi della rivoluzione che si apprestano ad ingoiarli e stanno immobili, intanto che migliaia di cittadini, e nobili, e clero e plebe chiamano il loro re, il re che la conquista ha scacciato, che la importata rivoluzione ha detronizzato; e quel re rifiuta anche per riacquistar il trono di metter mano nella guerra civile, i cui orrori ricader sol debbono sul governo che l’ha creata e che la inferocisce.

«Le franchigie costituzionali» sono le fucilazioni, gl’incendi, gli esili, le carcerazioni, Cialdini e Pinelli!

Ma fino a quando abuserà questo governo della pazienza dell’universo; non le rivoluzioni d’Inghilterra, non quelle di Spagna, non la gran. de rivoluzione di Francia ci presenta un tipo cotanto atrocemente immorale.

Ardisce di asserire «che non v’ha villaggio che si sollevi»; e brucia e distrugge interi paesi. Dichiara che «il governo non vive in diffidenza dalle popolazioni, né comprime i loro sentimenti col terrore»; e fucila e carcera, e carcera e fucila! «La stampa tratta come le piace la cosa pubblica», ed i giornali conservatori son soppressi colla violenza. «Il partito liberale si stringe al governo,» e la setta invade il governo, Nicotera e Fabrizi governano Cialdini, Cialdini dipende dal cenno de’ Comitati, la croce di Savoia verrà sostituita dal berretto della repubblica.

IX

Questa è la circolare Ricasoli, questo è il governo piemontese. La circolare fonda i suoi ragionamenti sul plebiscito e dimentica i giudizi dell’Europa su questo suffragio, biasima le atrocità, mentre permette i proclami e le opere dei suoi uffiziali che devastano ed uccidono; dice che l’Italia è costituita e si lamenta che le manca la capitale; nega a’ parteggiani di Francesco II l'onore di combattere per un principio, ed asserisce che il brigantaggio è la speranza della reazione europea; vede uscir dal Quirinale, armi ed armati, moneta e parola d’ordine; e dichiara che non un generale di quelli rimasti fedeli al Borbone osa prendere il comando de’ briganti napoletani, e dimentica che prima di esser capi di partito, Larochejaquelein, Puisave, Zumalacarregui e Cabrerà, eran semplici cittadini. «La reazione non è una protesta armata del paese contro il nuovo ordine di cose, non è reazione politica» mentre «può ben essere uno stromento in mano della reazione che lo nutre, lo promuove e lo paga» mentre «l’obolo carpito a’ credenti serve ad assoldarli in tutte le parti di Europa». Cade la penna di mano a registrar tanta stoltezza e non può esser che l’aberrazione foriera della morte che spinga un governo ad emanar dal suo gabinetto diplomatico un documento come la Circolare del 24 Agosto. Quella circolare rivela qual sia questo governo di pochi mesi, misto d’incapacità e di ferocia, governo che non ha se non esistenza artificiale e movimenti copiati, parole convenzionali, altravolta di significato glorioso, oggi sinonimo di ogni lordura. Governo che giura i trattati che costituiscono il dritto delle genti e li infrange per primo, che proclama voler forte l'Italia ed invece d’incrociare amica la spada gloriosa di Guastalla a quella non men gloriosa di Velletri, urta nemiche le due spade, fa uccidere fratelli da’ fratelli. Governo che ad una dinastia la quale per centoventisei anni ha regnato su queste contrade dopo averle salvate dagli orrori di un lungo e rapace governo viceregnale, sostituisce una rapace dittatura ed un rapace, crudele e feroce governo luogotenenziale; governo che alle libere istituzioni emanate da giovane monarca, alla indipendenza amministrativa ed economica tra le due Sicilie con separati parlamenti, ad un'amnistia promessa per tutti i fatti politici, sostituisce l’arbitrio, la legge marziale, io asservimento di uno stato grande ad un povero e piccolo stato, la persecuzione e l’esilio per ogni sospetto di politica divergenza di opinione. «Nato fra voi, dice il monarca napoletano, le mie prime affezioni sono per voi»; coge eos entrare, grida il Piemonte come Maometto, sia Napoli piemontese colla forza e colla violenza.

X

I fatti di Napoli, l’agitazione del partito che invade il governo di Torino dimostra all’Europa i risultamenti della inaudita violazione del dritto pubblico di che il Piemonte ha fatto vittima le Sicilie. Gl’infranti patti del trattato di Parigi del 1856 mettono i troni in balia della rivoluzione europea dal Piemonte organizzata.

Che si renda dunque alle Sicilie quel che alle Sicilie appartiene, non si eternino fra’ popoli d’Italia le cagioni di discordia e di servitù, e questa nobile nazione, unita ora per divenir una col progresso de’ tempi, non sarà più cagione di sospetti, di conflitti, e di guerra.

Il principio di non intervento impedisce l’appoggio esterno nelle agitazioni puramente interne de’ popoli. Che l'intervento straniero non possa assicurare alternativamente il trionfo della rivoluzione o dell’autorità, che si lascino in una parola, i governi ed i popoli liberi di modificare il regime politico, era guarentigia per Napoli. Il Piemonte ha vilipeso quel principio, ha protetta la spedizione della forza rivoluzionaria, l’ha coverta colla sua bandiera, ha invaso colle sue forze, con un esercito il regno, senza dichiarazione di guerra, nel mentre che il governo di Napoli gli offeriva alleanza, nel mentre che l’ambasciadore sardo era accreditato presso il re delle due Sicilie, il Piemonte deve citarsi al giudicio delle nazioni, perché il Piemonte rompendo la fede giurata è la negazione di Dio!

15 Settembre 1861
















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