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Si tratta di un testo noto, anche noi lo pubblicammo diversi anni fa - nel 2006 - ora lo ripubblichiamo completo di appendice - la edizione è datata Livorno 31 dicembre 1861 - ma a noi pare improbabile, dovrebbe essere successiva.

Uno stralcio dal testo:

 "Fu necessità salire su’ monti a trovar la libertà. É quasi un anno che combattiamo nudi, scalzi, senza pane, senza tetto, senza giacigli, sotto i raggi cocenti del sole, o fra’ geli dell’inverno, entro inospitali boschi, sovra sterili lande, traversando fiumi senza ponti, traversando muraglie senza scale, affrontando inermi gli armati, conquistando con le braccia le carabine e i cannoni, e strappando pur su’ piani campi di Puglia e di Terra di Lavoro la vittoria a superbissimi nemici."

Buona lettura e tornate a trovarci.

Zenone di Elea – Novembre 2018

I NAPOLITANI AL COSPETTO DELLE NAZIONI CIVILI

CON APPENDICE
CONTENENTE

  • 1.° Lettera di Francesco II a Sua Em. il cardinale Arcivescovo di Napoli pe’ danneggiati di Torre del Greco.

  • 2.° Lettera del Signor Carlo de Ricci al Direttore del Lombardo di Milano.

  • 3.° Lettera del Comitato Patriota della Guardia Nazionale.

  • 4.° Lettera di Francesco II alla Guardia Nazionale di Napoli.

  • 5.° Lettera datata da Firenze al Giornale il Cattolico di Napoli.

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)
Ottobre 2018

I NAPOLETANI

Al cospetto delle Nazioni Civili

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CAPITOLO PRIMO

La setta mondiale 

Le nazioni civili che mirano lo svolgimento di questo gran dramma italiano, iniziato a nome della civiltà e del progresso, saran per fermo stupefatte Mi mirar la rea lotta che spezialmente nel reame delle Sicilie procede cruenta ed atrocissima fra Italiani ed Italiani. Dopo tante lamentazioni contro lo straniero, non è già contro lo straniero che aguzza e brandisce le arme quella fazione che vuol parere d’esser la italica nazione. Pervenuta ad abbrancare la potestà, ella non assale già il Tedesco, né il Franco, né l'Anglo, che tengono soggetta tanta parte d’Italia; ma versa torrenti di sangue dal seno stesso della patria, per farla povera e serva. Ella grida l’unità e la forza; e frattanto ogni possibilità d’unione fa svanire, con la creazione di odi! civili inestinguibili; e distrugge la sua stessa forza in cotesta guerra fratricida e nefanda, che la parte più viva e generosa della italiana famiglia va sperperando ed estinguendo. L’Italia combatte l'Italia. Gli stranieri potentissimi e formidabili sogghignano e preparano le arme; m mentre le persone, le industrie, il commercio, le arti italiane e ogni forza va in fondo, fra gli spogli, le fucilazioni, gl’incendii e le ruine. L’Italia subissa l’Italia.

Né solo nella parte materiale subissa: il dileggio ch'ella fa del dritto, della morale e della religione, sono mali più gravi: perocché accennano a corrompere il popolo, ne degradano agli occhi dello straniero, e ne svergognano quivi appunto dove volevamo sovrastare a tutte le genti. Dopo tanti sterminati vanti del nostro primato civile, ora diamo spettacolo d’avidità da pirati, di barbarie esecrande, e di cinismo e d'ateismo vestiti di stucchevoli ipocrisie. Primi ne proclamavamo, e mostriamo esser ultimi. Una immoderata baldanza ne inorgogliva, e ne faceva credere esser noi sol mancanti di forza materiale; ed ora quando poniam mano a stringere la forza, esperimentiamo non esser d'altro capaci che di suicidio, e perdiamo bensì la forza morale. Si anelava prima ai compianto, poscia all’ammirazione della terra; invece riusciamo a meritarne il disprezzo.

Noto pertanto non è indarno che la Provvidenza permette tante catastrofi. Il fuoco purifica l’oro, e le sventure purificano la società: e forse da questo fuoco ch'ora ne scotta ed atterrisce, sorgerà la nazione italiana monda e splendida per religione e per virtù, che son la forza vera ne’ secoli civili. L’uomo ingegnoso si valse della foga de’ torrenti per macinar le biade; e forse per questo torrente rivoluzionario che ora ne inverte, potrà l’Europa con l’aiuto del Signore abolir per sempre le superbe ambizioni, e unire le sue varie stirpi nel comune interesse dell’amore e della pace.

Prima che l’uomo fosse sociale fu solingo e selvatico; e il pugno più gagliardo imperava. Ma i deboli si unirono insieme; la comunale forza fu messa agli ordini del magistrato; e la società civile fu fatta. Così se il mondo avesse potuto contenere una società sola, non avrebbe veduto le guerre che sono la brutalità delle nazioni. Ma per lunghi secoli l’una società insidiava o asserviva l’altra; sicché il Cristianesimo le strinse quasi tutte nel suo amplesso. La religione fu il. magistrato che mise in potenza di civiltà le nazioni. Però la guerra è un ritorno della società allo stato brutale; è dar ragione alla gagliardia del pugno. Il mondo pertanto sarà pienamente civile; allora quando le stirpi umane, di qualsivoglia linguaggio, congiunte in Cristo, avranno il magistrato che diffinisca le loro liti, e vieti il tuonar del cannone.

Veggiamo per contrario che si fan quà e li sorger desideri i esclusivi di nazionalità. Invece di anelare ad esser tutti una famiglia, tentiamo a disunirci con l’egoismo delle razze. Anzi che abolire la idea di straniero, la esageriamo, e risvegliamo le gelosie e le ambizioni. Ma questo pensiero che ne richiama a tempi rozzi, e fa considerare nemico qualunque parli diversa lingua, è pensiero vecchio che accenna, a disgiungere quanto Cristo annodava; è ritorno al paganesimo che appellava barbaro lo straniero, e lo voleva morto o servo. Ma noi siam tutti figli d’uno Adamo, tutti fratelli; e piuttosto che evocare dalla notte de’ secoli i pagani concetti delle nazionalità, per isconvolgere e saccheggiare il modo, ei sarebbe opera insigne il torre via per sempre il mal vezzo delle guerre e delle conquiste. Siccome il ricco è uguale al povero innanzi al magistrato, cosi la piccola Norvegia dovrebbe essere uguale all’ampia Russia innanzi al magistrato delle nazioni. E se un congresso permanente fermasse per sempre il codice internazionale, e avesse una comunale forza per la esecuzione de’ suoi decreti, ei si farebbe della cristianità una sola famiglia, faria pari il debole al forte, annienterebbe le antipatie nazionali, abolirebbe tante arme parassite, e porterebbe gli uomini al vero stato civile, al quale il creatore li destinava.

Tanto pensamento, che fu lungo sospiro dell’umanità, non credo abbia sempre a rimanere inadempiuto. 1 bisogni reali dell’uman genere, l’avanzamento del secolo, il maraviglioso esplicamene delle forze sociali, l’idea mondiale che s’indirizza unanime a Dio, il comunal desiderio di pace e dì prosperità, i vincoli sempre più estesi del commercio, l’elettricismo, il vapore, le montagne forate, gl’istmi tagliati, son tutti larghi passi verso una civiltà piena e non lontana, che agguaglierà lo potenze, e farà tacere le ambizioni e le vanità. Pienamente allora Cristo avrà regno.

Ora questa perfezione sociale, che assicurerebbe davvero la uguaglianza, la fraternità e la libertà, con lo esaltamento della religione, è contrastata e combattuta appunto dalla fazione che ha per apparente divisa Uguaglianza fraternità e libertà. Essa ritorce il sentimento di lai parole per minar la religione e la società. Va gridando le nazionalità per subissare le nazioni e derubarle; e far poi di tutte una famiglia sociale, senza Dio e senza leggi. È una. setta latente che aguzza l’arme avvelenate nel buio e nel mistero; congiura e colpisce, trionfa e si palesa; es’è abbattuta, si rituffa nelle tenebre, per ripigliar nuova lena. È una potenza sotterranea, che fa guerra a tutte le potenze della terra Essa non è già italiana soltanto, ma spagnuola bensì, e francese, e alemanna e russa e britanna e americana; da ogni banda ha misteriosi o palesi conciliaboli; stende in qualunque luogo sue branche, , s’impadronisce della letteratura e delle semole, lancia i suoi sofismi capziosi, e propugna motti ed opinioni. Essa corrompe la popolazione, inventa la storia, investe le giovanili menti, e le abbarbaglia con le splendide parole di libertà, di giustizia e indipendenza; e mentre il contrario vuole e fa, ipocritamente fa grandi promesse, abbassa con calunnie i virtuosi, magnifica i suoi adepti, e lor fa strada a’ governi, a magistrati, alle. università, alle milizie, e talvolta agli alti seggi del clero; e sinanco le reggie ed i troni, e i consiglieri de’ regi, ed i regi stessi corrompe e fa suoi. Essa impera come Satana., ed ha schiere infinite di demoni ubbidienti; essa comanda le dimostrazioni, le barricate, gli opuscoli, i regicidii, le pugnalazioni, le fucilazioni e gl’incendii della città. Essa mai non retrocede. Vinta, s’ atteggia a vittima; stampa libri a difesa dei Bandiera e de’ Pesacane: piange e deifica i Milano, gli Orsini e i Locatelli, accusa i giudici d’ingiustizia e di tirannide; e preparò nuovi colpi, e rumina altri misfatti. Vincitrice, è frenetica; tutto abbatte e strugge, piglia ogni cosa, saccheggia, sperpera; dona, rimuta, e fa vendette di sangue. Non la scia le oneste parole, ma alla luce del sole le smentisce con fatti orribili; calunnia i caduti, li spoglia e percuote; e procede dritto alla sua meta; cioè a quello che appellan socialismo, ma ch'è la negazione della società. La setta è il rovescio del Cristianesimo. Cristo unisce le nazioni in uno amore di Dio; la setta disunisce bensì le famiglie, e aspira all’isolamento dell’ateismo.

Né tampoco ell’è contenta d’un trionfo solo. Essa fe. la rivoluzione francese, e volle in ogni parte propagarla; essa menò Luigi XVI al patibolo; essa si rivoltò contro le sue stesse membra, e die’ favore a Napoleone, e il fe’ cadere; essa consigliò a Carlo X le concessioni, e fece re il suo capo Luigi Filippo, ed essa stessa questo non ubbidiente suo strumento spezzò e cavò di seggio. Fu dessa che congiurò contro la repubblica del 1848; ma vinta sulle barricate di Parigi, si vendicò del Cavaignac col farlo superare da quest’altro Napoleone al quale manda alla sua volta le bombe dell’Orsini. É dessa la variopinta iride di tutti i motti rivoluzionarii. In mentre gavazza in Italia sotto il vessillo d’un re ignorante, alza la bandiera rossa in Spagna con un Perez, fa morire i Teleki in Ungheria, commove le passioni polacche, divide l’unione Americana, e sin nella fredda Russia tenta sue prove. Qui deifica un re, colà grida repubblica, altrove indipendenza o affrancamento. Qui vanta le felicità costituzionali; e là manda un Beker a colpire il costituzionale re di Prussia, e i Merino e i Donzios a ferire le costituzionali regine di Spagna e di Grecia. Costruisce plebisciti in Italia, e tenta percuotere in Francia un imperatore uscito. dal plebiscito. Esalta fra noi la nazionalità, e la nazionalità contrasta in Irlanda. Sono mezzi diversi, serventi una stessa idea. Vuoisi la rivoluzione in qualsivoglia modo si possa avere. In Italia comanda l’unità; ingiunge la divisione in Ungheria ed in America. In Italia stessa gridava non ha guari in principio lega italiana, Papa Pio nono; ora non più lega, non più papa-re, non Pio nono; anzi fuori il papa, fuori il cattolicismo, abbasso i preti. E mentre qui fa buon viso al protestantesimo, nella Germania protestante predica l’ateismo; perché essa nessuna delle cose che grida vuole veramente, ma veramente vuole la roba altrui.

Procedente sempre infaticabile in verso lo scopo suo, la setta si modifica, si dilata, si accorcia, e muta bensì nomi a seconda de luoghi e de’ tempi. Prima eran Templari, poi Massoni, poi Illuminati, Giacobini, Carbonari e radicali e socialisti. Non ha guari s’appellavan la giovine Italia, ora si gridano unitarii qui, separantisti in America; e qual nome si daranno domani? La setta mondiale aspira a rovesciare l’ordine presente dei mondo. Vuole una qualunque mutazione, per pigliarsi il mondo. 6 la guerra di quelli che. non hanno a quelli che hanno.

É quasi un secolo che fatti terribili e sanguinosi vansi svolgendo in fra quattro generazioni. Parecchi milioni d’uomini sono caduti per ferro, per mannaie, per cannoni e per istenti; molte famiglie illustri andarono esulando perla terra, n buon re ebbe il capo mozzo, parecchi ne furono cacciati dalle loro sedi, non pochi principi e grandi caddero per veleni e per pugnali; non poche città patirono saccheggi ed incendii, innumerevoli campi vennero devastati, molte flotte, molte prosperità, molte ricchezze distrutte; e la storia già novera assai nomi di luoghi famosi per battaglie e ruine. E che ha guadagnato l’umanità? Si è poi proprio raggiunta e goduta più che innanzi la tanto proclamata libertà? Risponda qui la coscienza delle nazioni; risponda questa misera Italia nostra, anzi non più nostra; la quale venne affranta ed oppressa da tutte genti; che in nome della libertà vide spegnersi a forza nel suo seno quelle due nobilissime repubbliche di Genova e di Venezia, ultime reliquie delle andate nostre grandezze; e che là dove avea già solo il Tedesco, ora è dominata e sospinta da Tedeschi, da Francesi e da Inglesi, e fatta campo miserando di battaglie! Questi progredimenti e questi ceppi s’ha guadagnati l’Italia sotto lo stendardo della bugiarda libertà.

Certamente la libertà è sommo concetto. Iddio creatore miselo nel cuore umano, insiem con quelli del dritto e della religione; ogni bell’anima lo sente, lo vagheggia, e per esso combatte e patisce e muore onoratamente. Ma la setta congiuratrice non vuole la libertà, fuorché sulle labbra e su’ vessilli. Vuole invece la guerra civile, l’anarchia, gli alti seggi, le imposte sforzate, le grasse mercedi, l’abolizione degli altari e delle leggi, il comunismo, la distruzione della famiglia sociale, e la tirannia de peggiori su’ migliori, del gagliardo sul debole, e della rapina sul dritto. Grida libertà, ma impone cieca ubbidienza a’ suoi segnaci, e loro aguzza i pugnali, e poi senza pietà li lascia cadere su’ patiboli. Per tutta la vita li fa congiuratori, sospettosi ed infelici; lor promette beni che non può dare, li domina nelle azioni e ne' Pensieri, e lor nega anche il libero volere. La setta sospinge l’umanità a subire la tirannide, o ad esser tiranna.

Ma v’ è una vera libertà. A malgrado di quella liberalesca tirannia che a tutto attenta, vi sono al mondo animi liberi che ne sdegnano le catene, e liberamente eleggono il dritto e la religione. L’uomo onesto è libero. Egli non ha ceppi, ma ha l’amplesso della virtù; non agogna l'altrui, non è comandato che dalla legge; e quando la liberale genia spalanca le carceri, gli esigli e le tombe insanguinate, egli almen libero di anima, santificato dall'esempio di Cristo, sopporta e muore, pugnando perla patria, per gli altari e la ragione.

La gente settaria appella tirannide la difesa che la società è in debito di fare contro le sette. Ma quando poi rovesciata la società quella per poco trionfa, allora non abolisce già le tiranne carceri, ma le decupla, e v’aggiunge le fucilazioni illegali, e gli esilii sforzati, e ogni sorta di vendette e persecuzioni contro i liberi propugnatori del dritto. Allora dispoticamente calpesta ogni legge, e anco Ie sue stesse leggi; allora impera orgogliosa, e morte a chi rilutta. Essa grida: Sii libero o muori! cioè, sii mio schiavo o muori: vale a dire che gridando libertà uccide la libertà.

Se le nazioni civili danno uno sguardo spassionato a' nequitosi fatti perpetrati. e che ancor più crudelmente si van perpetrando nelle Due Sicilie, vedranno in orribile secchio le nefandezze di questi tiranni. Le nostre sventure furono tanto enormi, il presente servaggio è sì efferato, e i nostri sforzi per redimerci e ricuperare la libertà saran così veementi, che forse di avviso riusciranno a' contemporanei e di ammaestramento agli avvenire. Però noi, decimati da ingiù, sti assalimenti, da fucilazioni atrocissime, da nefandi giudizi! illegali; noi decaduti da quella prosperità invidiata che ne faceva primi in Italia; privi d'ogni maniera di quiete, schiavi nella stessa nostra patria, impediti e depressi in qualsivoglia manifestazione del pensiero; fra’ saccheggi e gl’incendii, fra le calunnie e le percosse, fra le bombe e i pugnali, fra le prigioni e gli esilii, fra le catene ed il sangue, leviamo la voce in nome della umanità e del dritto imprescrittibile delle genti, per protestare innanzi ali’ Europa ed alle nazioni Contro l’iniquo e cruento servaggio, Che da sedici mesi grava sulla nostra cara patria, è che ha fatto del più bel giardino del mondo uno spettacolo di devastazioni, una piaggia miseranda di pugne brutali, e di offese e di vendette.

Popoli civili della terra, voi che udivate di Continuo lo ipocrite compianto d’una serva balia, e ché per libero lancio dì anime generose aspettavate a vederla ora felice e redenta, uscite d'inganno. Ell’è una trista ironia lo appella» risorgimelo questo subitamente del bel paese; il dir libertà queste torture, queste miserie, questi Colpi di stile, queste sanguinoso punizioni d ogni pensiero patriota; il vantare indipendenza questo servire al Piemonte, servitore d’oltremonti; e proclamare civiltà e progresso questa depressione d’ogni pubblica morale, questo combattimento alla religione, questo cinico abbrutimento, questo retrocedere al pensièro pagano, e questo rio trionfo, quest'orgia, questo debàccate di non mai sazia cupidigia, e di sete indomabile d'ambizione, e di struggere e imperare. Gli operatori del mais sì Coprono di parole buone; infango s'ammanta di oro; e l'inferno abbattendo è straziando, proclama celestiali dolcezze.

Popoli della terra, disingannatevi; fremete, compiangete i mali nostri inenarrabili ergete a Dio le preci perché si degni volgere a noi prostrati uno sguardo di misericordia, ed esaudiscale lacrimose preghiere di due milioni di famiglie che mattina e sera supplici e in ginocchio, levano la Voce dall’anime affrante e spaurite. Popoli della terra, non insultate alte nostre sventure, col plaudite a’ nefandi oppressori; noti sublimate le catene d’una infelicissima nazione, dichiarandola beata e redenta. Deh! pregate per noi; incoraggiate almeno con voti di simpatia gli sforzi nostri, pel riconquisto della libertà e dell indipendenza, Si, la nostra causa ba gagliardi sostegni. La virtù non è ancora morta. Se una setta sta contro di noi, stan per noi le nazioni. Contro Dio si combatte, ma non si vince. La navicella di Pietro non affonda. Oggi la cristianità si leva tutta; e bensì i protestanti han compreso che non al Papa solo e a’ Re, e a Napoletani., ma alla religione, al dritto e alla civiltà si fa guerra. Un numero grande di opuscoli e di libri d’uomini insigni già schiarano le menti; l’opinione regina del mondo ritorna sul retto cammino, e dà la inappellabile sentenza; il dritto trionferà. Già nelle ultime tornate delle camere legislative di Francia, di Spagna, d’Inghilterra e del il Belgio fu protestato da molti onorandissimi pari e deputati e ha senatori (1); e i nostri cuori balzarono per le consolatrici orazioni di quell'anime belle che sollevarono coraggiosamente la verità conculcata. Deh! seguitino con maggior lena ancora a queste novelle sessioni parlamentari nel nobile arringo; a ogni loro parola è a noi di refrigerio; i nomi di quei campioni resteran segno alla gratitudine de nostri figli, e più che in adamante saranno scolpiti nella storia per la venerazione dei secoli. La virtù che alza il braccio a difesa degli oppressi è spettacolo di paradiso. I, Nondimeno perché meglio siano palesi le nostre ragioni, qui vogliamo dichiararle a parte a parte. Son corse pel mondo tante codarde invenzioni Su’ fatti nostri, ch’ei non sarà indarno rimondarli, e presentarli alla luce, in un tempo quan& do niuna cosa è di maggior pericolo che a dire il vero. La menzogna coi pugnali comanda il silenzio per imperare; ma i è tempo ornai che il buio sia squarciato dal sole, e sfavilli il povero prepossente. Facciamo il bene con coraggio; perché fa più danno il bene infingardo che il male operoso.


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CAPITOLO SECONDO

Quale era il nostro paese

Il reame delle Sicilie, molto dalla stampa rivoluzionaria a’ passati anni calunniato, non era secondo a nessuna nazione incivilita. Ei basta dare uno sguardo nelle Guide pe’ forestieri, per intendere il valore immenso di monumenti, di strade, di città, d'acquedotti, di ponti di pietra e di ferro, d'arsenali, d'opifici, di quartieri, di ginnasii, di teatri, di popolazioni, di prodotti, d’agricoltura, di pastorizia, di porti, di commercio e di arti che abbelliscono queste contrade. Poste le proporzioni di ampiezza e di numero e di condizioni', uiun paese al mondo s'ha maggior somma totale di beni, e più a buon prezzo, e più opportuni, e meglio distribuiti. In mentre le citta qui son belle e decorose, e ricche e popolate, ogni pur minimo villaggio ha la sua strada per ruote, la parecchia, il camposanto, il ponticciolo sul torrente, l’orologio, il posto delle grasce e della neve, il monte frumentario e de' pegni, il maestro di scuola, il medico, la farmacia, un qualche convento, o un opificio, o una qualsivoglia opera speciale, onde tragga lavoro e sostentamento la gente minuta. V’è in ogni parte operosità ed agiatezza. Qualche provincia, come quelle di Napoli e Terra di Lavoro, non hanno una canna di terra che non sia messa a profitto. Ne’ sessant'anni di questo secolo il reame ha cresciuto la popolazione più d’un terzo; eppure ebbe guerre, tremuoti, uragani, eruzioni vulcaniche e colera. Il colera appunto, ragguagliato al numero, qui per la buona igiene, fe’ meno vittime che altrove (2). Qui in proporzione v’han meno accattoni che a Parigi ed a Londra, e i poveri veri sono rari. Le statistiche dei delitti sono tenui (3).

Il debito pubblico, fatto il più per rivoluzioni, scemava ogni anno; e giunse a tanto che ascese al 120 per 100, con esempio unico nelle nazioni.

Le nostre leggi, prodotto della sapienza de’ secoli, eran nel civile e nel penale si buone, che fur sovente di ammirazione e di emenda allo straniero. Solenni e pubblici erano i riti de’ giudizii; sicché poteva piuttosto restare il reo impunito, anzi che condannato l'innocente. Eran le prigioni ampie e nette, e ordinate secondo lo scopo delle, pene, cioè la custodia e la correzione del condannato, fra la religione ed il lavoro (4). Avevamo la piena libertà civile, senza distinzione di caste o di persone, tutti uguali innanzi alle legge; però talvolta fur visti i magistrati emanar sentenze fra sudditi e. e la stessa casa del re, e dar torto a questa (5). La proprietà era sacra; la sicurezza pubblica non fu mai tanto guarentita in questo montuoso reame quanto negli ultimi sei lu stri; sicura e facile era la circolazione de’ valori, protetta la santità dei contratti; la successione de’ beni era regolata secondo i più moderni dettami del dritto, senza vincolo; in guisa che ninna parte di possessione poteva a lungo essere sottratta all’industra umana. L’amministrazione civile aveva, per la tutela de’ comuni, leggi d'eccezion, che slanciavanla dalle formò consuete; la quale a malgrado de’ piccoli suoi difetti (e quale opera umana n’è senza?) pure in mezzo secolo ha prodotto a’ municipii incrementi e bèni ignoti agli avi nostri. La religione e la morale avean rispetto e tutela; il costume avea forza di buoni esempli; era tutelata la salute pubblica, sostenuta la istruzione elementare, moltiplicati i matrimonii, e più ancora le industrie, le colture, i capitali circolanti. Il commercio era florido, e forse destava gelosie ed invidie; operosa era la marina mercantile: nuove cale, nuovi porti, nuovi fari, nuovi bacini da raddobbi, nuove fortificazioni di difesa sorgevano sulle nostre coste. Le terre incolte eran messe a coltura, asciugate le paludose, divise le già feudali fra le popolazioni indigenti. Con le nuove strade rotabili e ferrate, co’ nuovi opificii. con gl’istituti d’arti e mestieri, con le scientifiche ed artistiche accademie, con le scuole tecniche ed agricole, con gli orti botanici e sperimentali, co’ monti di pegni e di frumento, con le casse di soccorsi, di prestanze, di risparmio e di assicurazioni; co’ ritiri, con gli Ospedali, con gli asili infantili, con le case pe’ proietti, con i conventi e monasteri, non v’era stato, né età, né condizione dell'umana vita cui non si desse il braccio soccorritore Cosi la pubblica ricchezza era elevata a grado eminente. Cosi pel buon governo le imposte eran le più lievi in Europa. E non pertanto bastavano a pagar ricche liste civili; a tenere in piè una flotta ch’era prima in Italia; a sostenere centomila uomini, armati di tutte armena spendere ogni anno cinque milioni di ducati, in fabbriche ed opere di universale utilità; a bonificare immense terre melmose intorno al Volturno; a rettificare e a incanalare il Sarno; a far strade ferrate; e a metter su quel magnifico edifizio di Pietrarsa, che per macchine di ferro e di bronzo ne avea fatti franchi dalla straniera importazione.

E nulladimeno la operosa parsimonia governativa avea sempre modo da tenere in serbo un tesoro per ogni evento. Erano in cassa trentatré milioni di ducati, quando il liberatore Garibaldi vi mise su le mani, e li fe disparire. Quella parsimonia ne faceva scemare i debiti. quando i governi liberali li decuplicavano. Quella parsimonia fece che nel 1859, quando la carezza del grano, pe’ scarsi ricolti, e qui e altrove, aggravava la povera gente, avesse potuto Francesco IL mandare a Odessa suoi navigli, a comprar biade a caro prozzo, e venderle ne’ mercati, e sin nelle più irte gole di monti a prezzi miti e sopportevoli da qualsivoglia indigente (6). Per quella parsimonia re Ferdinando aveva potuto soccorrer Melfi e Potenza, colte da' tremuoti, e fabbricar navigli da guerra, e dar grosse limosine, e sorreggere qualche municipio con larghi prestiti a tempo, e far nuove muraglie a Messina e a Gaeta, ed elevare ospizii, e templi magnifici al Signore.

Questo era il governo di Napoli, cui un nobil lord d’Inghilterra, certamente tratto in errore per la malizia delle sette, disse con enfatico motto esser la negazione di Dio! Ma la sopravvenuta rivoluzione gli dà le smentite; lo smentisce la presente distruzione dinante opere buone; lo smentiscono i pianti nostri, e le disperate armi che suonan vendetta su’ monti appennini. E più si sono ahi troppo affrettati a smentirlo i rigeneratori Torinesi! Dopo tante sperticate promesse di tutto dare, tutto ne han tolto; e solo han potuto creare la miseria ed il nulla.


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CAPITOLO TERZO

In qual guisa calunniato ed assalito.

E la setta che da tanti anni lavora all’abbattimento di Cristo, prese nota di quel famigerato motto del nobile Lord, tolse essa a difendere Iddio, è gridò da tutti i capi del mondo: maledizione al governo della negazione di Dio.

Con quel motto Napoli, le Sicilie, il re, la magistratura, l’amministrazione, l’esercito, il clero, la nobiltà e gl’ingegni nostri furono immorali ed atei giudicati. Nove milioni d’abitanti vivean col pensiero negativo della Divinità. Però re, governatori, amministratori, giudici, capitani, precettori, cardinali, vescovi e parrochi, tutti negatori di Dio, aggravavano la mano diabolica sulle corrotte popolazioni. Allora su quel tema la stampa rivoluzionaria ritemprò le sue penne, e vi fe varianti ritornelli; i lamenti delle finte vittime andarono alle stelle, e l’Europa vide in pieno giorno inventar la storia contemporanea, Accusar di ateismo la religione, tacciar di ladri i correggitori d’una nazione prosperosa, e compiangere la gnoranza duo paese, il quale tranquillo e pago della sua sorte, era di fatto in cima alla civiltà italiana.

Era in cima di fatto; perché esso aveva, in proporzione de’ suoi abitanti, più templi, pjù teatri, più oratori, più poeti, più filosofi, più artisti, più opificii, più reggie, più commercio, più capitali, più scienze, più arti, più uomini d ingegno che non il resto della' penisola (7).

Fu per verità uno sciagurato e sempre lamentevole errore che il governo non disdegnasse le difese. Intento a fare il bene, chiudeva gli occhi allo strombazzamento bugiardo del male. Quasi non rispondeva, né permetteva di rispondere alle speciose calunnie che avventavano sul regno. Per contrario i giornali, questi moderni dispensatori di fama e d’infamia, non lasciavano opportunità da declamar soli e da lontano. Ogni di uscivano a luce sperticate menzogne a danno nostro; e a poco a poco. quel mentir largo e continuato, e non mai a mal contradetto, pigliava faccia di vero. Usavano anche di levar a cielo gli scrittori di libertà, e abbassar sempre, o almeno coprir di silenzio le opere ed i nomi di scrittori coscienziosi (8). Anche delle arti usavano a fin di setta. Le arti costrette a servire quel concetto, e però sviate dal loro scopo, ch'è il bello assoluto, spesso vagheggiavano il piacere, cioè lo andare a seconda de’ dispensatori della fama. Con poca fatica si diventava celebre. Parlar di patria, lamentare il servaggio d’Italia, maledire i tiranni, era la condizione sine qua non del diploma del genio. Cosi veggiamo Sudatissime alquante miserie letterarie, che farebbero pietà; cosi sotto forma di rigenerar l’Italia, si fa perdere all'Italia il suo vero primato, che è nel concepimento del bello. Cotesto mescolar la politica con la letteratura è uno de non lievi mali di questo secolo tronfio e presuntuoso.

Pertanto in un altro grave errore corse il governo. Vista la offesa di compre o settarie penne, sospettò d’ogni scrittore. Non impedì l'offesa, e diffidò della difesa. Fe' parere che tutti gli uomini d'ingegno gli esser contrarii. Contento della pace e prosperità interna, poco curò quella guerra di calunnie; e 1 Europa assordata da tante cantafère non ismentite, tenne quasi come vero il famoso. motto della negazione di Dio. Gli spensierati, i faccendosi, i dottoruzzi che bevono il sapere ne' facili fonti de' giornali e degli opuscoli, divennero strumenti di setta senza saperlo; ripetevan le lamentanze senza intender qual danno facessero, né quale immaginaria felicità si sperassero. Bensì nel regno, dove la cresciuta prosperità dava modo di vivere con poco, e però s'eran fatti parecchi gli scioperali e i babbuassi, nel regno ancora v’eran di molti ripetitori. Il dir male per cotesta gente è un fare; e il dir male di chi può più è una maniera di conforto, Concorrevano a discreditare il governo molti avvocati tristi, che nella magistratura e nelle leggi trovavano argini alle loro avidità parecchi lettori di dritto, giornalisti, poetastri, sollecitatori d’affari, quali per non soddisfatte ambizioni o. per impedite frodi aspiravano a novità parecchi uffiziali pubblici ancora, che per sognate ingiustizie, anelavano vendetta, o vagheggiavano promozioni; negozianti falliti o senza capitali, medici senza malati, studenti senza libri, proprietarii vanitosi o repressi nelle loro prepotenze, preti tenuti a freno da' vescovi, proletarii svogliati dalla fatica, camorristi, (9) commessi viaggiatori, usciti di galera, servidorame a spasso: questa mescolanza di persone diverse, interessate a’ subugli, questi, o che sei sapessero o no, erano i propagatori, o gl’inventori delle mille laidissime favole. Che questi poi fossero della nazione napoletana la parte minima e la più rea, i fatti posteriori han pienamente dimostrato all’Europa stupefatta delle nefandezze che ne’ loro trionfi han perpetrate.

V’erano inoltre alquanti congiuratori; quali sin da’ primi anni. guasti da volteriane e tedesche filosofie, erano i veri agenti della setta. Costoro lo ogni guisa s’aitavano; spargevan nelle masse deciderti vaghi e sospetti stolti; denigravan tutto, e movevano inique voglie. Essi ricevevano il motto d’oltremonti, e ’l davano nelle popolazioni. Promettevano l’età dell’oro, cariche e onori; e reclutavano. A costoro non basta un uffizio più modesto, e ’l giusto avanzare con gli anni ed i servizii; eglino, aspirano ad alto, e a diventare grandissimi e ricchissimi in m un botto. Sono cospiratori per mestiere. Una volta cotal mestiere menava in cima a una forca; e pochi vi si risicavano; ma oggidì che la tirannia de’ re non usa la pena di morte, sono molti che vi giocano sicuramente, e fanno mestiere di camorristi degli uffizii e de’ ministeri, e mettendo a soqquadro la società. Un tempo a fare il cospiratore si moriva impiccato; oggi si divien celebre, e generalissimo, e luogotenente o ministro; o almanco pur nelle sventure si trova a mangiare senza fatica (10). Ma non è ella una vergogna della glorificata civiltà a veder la società versar fiumi di sangue, per appagar siffatte avide e triste ambizioni? Adunque la calunnia, non contradetta, sorretta e divulgata da’ mercatanti di rivoluzioni, preparò il palco sul quale era da immolarsi la nostra felicità.

Quando il novello scoppio e la novella compressione della. europea congiura contro la società nel 1848, fece questa avvertita del precipizio onde era scampata, fu certo necessità il provvedere all’avvenire. E se persone di cuore e di mente avesser preso la somma delle cose, è da tener per fermo che l’avvenire si sarebbe assicurato, bisognava dimostrar co' fatti che il mestiere del cospirare riesce a male. Invece le. perdonanze, la pietà, la brama di vincer le calunnie con la clemenza, il facile inganno del forte che sdegna le durezze, e si affida in sé, un pio desiderio di farla finita e di abbracciare ih un amplesso di pace tutti i sudditi, la cristiana rassegnazione a voleri della Provvidenza, tutte cose furono che lasciarono incompiuto il ritorno all’ordine pieno e a pace duratura. Non dirò fosse stato bene usar molto rigore, ma certo la salvezza di pochi rei ha partorito la morte di centinaia di migliaia d’innocenti. È grave l’arte del regnare e del governare; e un anima grande deve pesar nella bilancia il dolore di quattro o dieci famiglie già dalla colpa abbrutite, con le lagrime delle innumerevoli madri, e consorti e sorelle e parenti d’infelici innocenti giovani rapiti alle famiglie e alla patria, per guerre civili e nefande. Bello è il perdonare, più bello è il far giustizia a tutti.

Ma non fu solo perdonata la colpa, talvolta fu premiata. Della rivoluzione rimasero gli uomini, e il più in pubblici uffizi!. Ed essi han preparato il 1860.

Il re nel 1848 avea dato una costituzione, come era stata domandata da’ malcontenti; e questi stessi congiurarono subito contro la costituzione. Il 15 maggio doveva veder la repubblica; ma un po’ di sangue in via Toledo abbatté le barricate e le settarie speranze. Nulladimeno re Ferdinando tenta va altro esperimento; discioglieva le camere, e ordinavi nuovi comizii. Allora la setta aspirò alla rivincita; fece gli stessi deputati, e ripigliava il pristino giuoco, se la nazione non avesse reagito, abbattendo in fatti l’opera dissolvitrice, e pregando con reiterate istanze il monarca a toglier via quella costituzione, madre di subugli.

Ed ecco la setta dallo stesso abbattimento cava nuove forze per risorgere. Ecco un gridar la croce al re spergiuro, ecco un lamentar continuo del 15 maggio. A sentirli pareva che il re, il re avesse fatte le barricale, per aver modo di ritogliere le franchigie. Cosi perditori accusano il sovrano; se avesser trionfato crebbero scacciato il sovrano, come han fatto ora. E se nel 1860 avesser perduto, certo avremmo udito apporre al re la venuta del Garibaldi Avrebbero detto il re averlo fatto venire, per gravar la mano sul popolo! Per contrario il Cavour che avea finto disapprovare gli armamenti di quell’avventuriero, dappoi che il vide vincere, se ne vantò autore in pubblico parlamento. Questa sfrontatezza dell accusar delle proprie insidie l’avversario e poi farsi vanto della riuscita insidia, questa vergogna mancava all'Italia nostra.

Pochi processi, e tutti pubblici, furon fatti a carico dei rei. Ciascuno gridava sé innocente; né si trovava più chi avesse fatte le barricate, e chi sconvolta la pace del paese. Surse bensì un processo a 57 persone imputate d’essere unitarii, cioè voler l‘Italia una; e fu gridato alla calunnia. Ora donde sono usciti tanti vecchi unitarii? Fu calunnia ed abuso a condannare il Poerio per unitario; ed ora costui è presidente della camera unitaria in Torino. Innocenti si dichiaravano allora: erano manigoldi i giudici, compri i testimoni, sicarii i soldati, tiranno il re. Si trattava di fuggir la pena. E non solo eran dessi innocenti, ma accusavano i buoni; e si bene seppero fare, che la colpa rimase in più dell infima plebe. Inoltre far cadere sospetti su più fedeli al trono, massime ne’ più capaci e buoni. E non solo camparono, ma parecchi ebbero premi i e croci cavalleresche ed uffizii; ovvero serbarono gli uffizii e potettero ascendere più alte. Rifatti innocenti, rialzarono le cervici, ripresero lena, misero il piè sui buoni, e ritornarono alle congiure. Prepararono il 1860.

Divampati questi ultimi trionfi di rivoluzione udiamo ora quei pretesi innocenti sciamar alto, ed anche con petizioni e stampe, reclamar la reità, e cercarne premio. Erano innocenti e scamparon la pena, ora sono rei, e martiri, vogliono ed hanno il guiderdone! E parecchi di quei magistrati che invece di seder fra’ rei, giudicarono gli altri, ora si scoprono liberali; e gridano Fuori lo straniero, cioè il re napolitano che li avea perdonati, tollerati e promossi! (11) Ora eglino stessi gridan tiranno quel governo del quale esercitavano la tirannide. Ah sì, fu tiranno perché non fe di voi giustizia, e lasciò che aveste pria percossi e poi traditi i popoli infelici! Tre soli furon condannati a morte, ma ebbero la grazia; pochi ebbero prigionie, e tutti per grazia abbreviate. E in un regno di nove: milioni, dopo tanta rivoltura, passaron di poco i dugento che usciron dal paese (12).

Eppur queste miti punizioni eran gridate tirannie da Tiberii. Ciascuno che per debiti od omicidii e frodi si fuggiva, andava per l’Europa predicando sventure politiche, e dichiarando sé vittima di dispotismo. Il Piemonte li pasceva; lor dava i torchi, e i giornali, e li teneva pronti per istrumento di conquista.


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CAPITOLO QUARTO

La arti del Piemonte

Torino non istette solo a pascere le vittime illustri del dispotismo; ma fé anzi lega con gli operatori del dispotismo; e guadagnò alquanti che carchi di regi benefizii lordavano le aule delle nostre reggie. Costoro infingendosi i soli amici di re Ferdinando gli fecer cerchio attorno, gli posero in mala vista gli uomini onesti, si valsero della sua solinga dimora in Gaeta, e con segni di mendace devozione, in nome di lui il vero dispotismo sopra i buoni esercitarono. Eglino le ingiustizie nell’esercito, ne’ ministeri, ne’ governi delle provincie, nelle finanze e dovunque potevano, suscitavano, e dolori e mala contentezza. Sovrattutto osteggiavano i più noti per fedeltà e per ingegno non venduto. Per contrario sublimavano i compri i vili. Così un trono che avea fiacchi difensori e astuti traditori non poteva durare. Così seppero costituire, dirò, un disordine ordinato, un controsenso delle leggi, un controsenso del realismo, una rivoluzione fatta a nome della conservazione. Così il fatto d’un malessere latente che non si sapeva spiegare, faceva malcontenti appunto i vermmatori delta dinastia e della patria. Il regno fu un ovile; fidato a’ lupi ed agli asini. E la voracità e l'ignoranza ne han perduti.

Torino adunque stretta una lega fra i finti oppressi ed i veri oppressori, faceva accagionare il tradito monarca de’ mali da esso loro preparati. Il ministro Sardo, egli medesimo, nefandamente soffiava nel fuoco, e presiedeva a’ comitati. Fu guadagnato ancora, e da lunga stagione, un parente del re, il quale accoglieva in casa i cospiratori. Ambo ne’ loro palagi, all’ombra del diritto delle genti e de legami riveriti del real sangue, davano orditura, sicurezza ed impunità alla cospirazione. Infìngevano adunanze per iscienze ed arti; e protetti dall’arme Borbonica contro i Borboni congiuravano. Quelli che abbiam veduti dappoi ministri, deputati, senatori e in qualsivoglia altra guisa eroi, tutti eran frequentatori di quelle mura, dove niuno avrebbe osato lanciare lo sguardo scrutatore. Quali promesse traviassero quel Principe non sappiamo: certo furon grandi, e perché troppo grandi, ineseguite. Onori e ricchezze si promettevano agli altri; la turba era abbagliata dalle parole d’Italia, civiltà e redenzione. La sola Dazione che doveva esser redenta, nulla sapeva e nulla voleva. Pertanto il fior dell'esercito, della magistratura, dell’amministrazione, della nobiltà e del clero eran fidi e al posto loro; e sarebbero stati incrollabili sostenitori del trono, se lo stesso sovrano, caduto nella via delle concessioni, non avesse lasciato che traditori ministri li rimuovessero dagli uffizii e da ogni difesa.

Rumoreggiavano le rivoluzioni di là dal Tronto, quando Ferdinando II compieva sua vita mortale. La discesa de’ Francesi, le fiere battaglie Lombarde, e le paci stesse di Villafranca e di Zurigo elevarono gli animi de’ cospiratori. Il Piemonte rigeneratore nel momento istesso che firmava i capitoli di pace, preparava l’arme. per infrangerli. La speranza d’ingannar facilmente il giovinetto re di Napoli affrettò gli eventi. Nulladimeno Francesco inviava negli Abruzzi alquante milizie col poi famoso traditor general Pianelli (13) per assicurar la frontiera del reame. Allora il Piemonte temente opposizioni all’agognato conquisto delle papali provincie, dichiarava caso di guerre lo intervento nostro a pro del papa perocché a quel tempo esso intendeva a maniera antica la teoria del non intervento, sebbene fra Italiani ed Italiani. Fu dappoi, quando volle conquistar noi, che invocò la teoria nuova delle nazionalità per intervenire a salvare il Garibaldi dalla stretta del Volturno. Pel Conte di Cavour era intervento lo accorrere a pro d’un assalito Papa, era non intervento accorrere a pro d’un assalitore pirata! E all’ombra di sì impudente abuso di parole noi siamo schiavi!

Ma già il Piemonte avea dato vascelli, uomini, arme ed oro al Garibaldi; e in mentre lo lanciava nel regno, dichiarava con pubblici atti esser colui un pirata, e non aver con esso comunanza d’imprese; perocché temeva per lui la sorte del Pesacane, pur da esso altra fiata spinto e mal capitato. Fu quando il pirato riuscì trionfatore in Napoli, che il Cavour con maravigliosa e sfrontata malvagità, si vantava nella sala del Parlamento aver esse il Garibaldi inviato; esso essere il creatore, II preparatore, il pagatore di quel trionfo. E all’ombra di lai nefandezze risorge l'Italia!


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CAPITOLO QUINTO

La guerra della rivoluzione

Dappoi che tante male arti e calunnie non eran riuscite a muovere un popolo tranquillo, la setta mondiale osò armata mano intervenire. La teoria del non intervento che impedisce alle nazioni civili d’entrare nelle liti d’un popolo pugnante fra se stesso, permette anzi che una;potenza appellata la rivoluzione entri di fuori in un paese, per isconvolgerlo da’ fondamenti. Si mette innanzi il diritto de’ popoli, per non intervenire a vietar lo spargimento del sangue fraterno, ma questo stesso dritto merita d’essere infranto, quando i fratelli sono in pace. Si fa un sacro dovere di non intervenire per porre la pace; ma è cosa lecita a dar arme e protezione a' turbatori della pace e a’ fratricidi. E siffatta ipocrisia, formolata con le parole di non intervento, è il prodotto della vantata ultima civiltà!

Oggidì oltre gli stati costituiti e riconosciuti da’ trattati v’ha una nuova e favorita potenza, la rivoluzione. Essa ha re, ministri, diplomazia, erarii, eserciti e condottieri; essa sola fra le nazioni ha il privileggio del nuovo dritto, cioè la facoltà d’aver dritto senza doveri, di non riconoscere trattati né dritti preesistenti, e di chiamarsi sola popolo e società. Dove non è del tutto si appella tirannide, servaggio e ingiustizia. Essa sola ha la divisa della libertà, dell’indipendenza e dell’uguaglianza; e peri ha sola il dritto privativo d’assalire qualunque libertà, indipendenza ed uguaglianza che non venga da lei. La rivoluzione sola dà la felicità; e guai a chi senza di lei osi esser felice!

Il reame delle Sicilie era indipendente sin dal 1734, quando andar via i Tedeschi; era libero sotto lo impero di buone leggi, che tutti i sudditi agguagliavano; ed era prosperoso, pel mite scettro de' suoi principi. Ma ciò era a seconda del dritto antico, del dritto divino; esso invece doveva esser felice pel dritto nuovo, pel dritto infernale. Dunque la sotterranea potenza, che accentra in se tutti ì dritti essa poteva e doveva intervenire: la rivoluzione.

Ed avea ben preparata la macchina; avea ben colme d’oro le mani; aveva uffiziali e ministri fra gli uffiziali e i ministri del re assoluto; aveva con se e per se i camorristi; aveva sicurezza di non esser turbata pel non intervento; avea la bandiera d’un re di vecchia stirpe con la croce spiegata; e, m caso di sconfitta, con a ragione si fidava nel soccorso di questo nuovissimo re. Lo appellò quindi re galantuomo, re di setta, re che piglia l’altrui e il fa pigliare. Quindi preparò navigli, uomini ed arme io Genova, sotto gli ocelli di tutte le nazioni; quindi il famigerato marinaio di Nizza, alla presenza delle armate francesi ed inglesi, fe’ co’ suoi mille il grande intervento. Questo medesimo Garibaldi, non con mille, ma con quattromila, undici anni innanzi, era entrato in Terra di Lavoro ad Arce; ma combattuto dalle guardie urbane, dopo alquante ore, all’avvicinarsi del maresciallo Ferdinando Nunziante (14) rattamente si fuggì. Ora undici; anni di più l'ha fatto prode!

Senza offesa da' nostri marini, l'Eroe discende a Marsala; è rotto sì a Calatafimi, ma il nostro generale ritraeva i soldati dalla vittoria (15). Quindi un primo consiglio d’estera potenza faceva uscir da Palermo ventimila uomini, senza colpo ferire; dappoi che al pio Francesco era messo innanzi agli occhi il danno della città, vicina ad essere insanguinata e abbattuta, Seguiva il fatto d’arme di Melazzo, dove il colonnello Bosco con duemila uomini urtava in dodicimila Garibaldini (16). La storia dirà forse il perché da Messina prima partiva, e poscia era chiamato indietro il soccorso di milizie, che avrebber posto fine allà guerra. E un secondo estero consiglio faceva ritrarre dalla Sicilia tutte le non vinte nostre soldatesche. In tal guisa aveva la rivoluzione un regno intatto, e trovava arme ed agio per invader l'altro.

Il mondo vide rinnovellati gli giuochi stessi tante volte usati. Luigi XVI, circondato da consiglieri Giacobini, fu indotto a quelle concessioni che il portarono al patibolo. Carlo X cadde per simiglianti consigli, e Luigi Filippo che da’ Carbonari era stato innalzato al trono, ne discese vittima egli stesso. Similmente il nostro re, che in quel momento supremo avrebbe dovuto stringer forte le redini dello stato, fu da’ suoi consiglieri spinto a promettere il richiamamento della costituzione. Allora infranse il suo scettro. Le sette domandano sempre costituzioni, ma non per francare i popoli, bensì per aver un terreno dal quale impunemente avventar colpi al trono ed alla società. Avean fallato nel 1848; non si fallò nel 1860. Subito i fuorusciti ed i traditori presero il governo; abusarono della cavalleresca pieghevolezza del monarca, tutte cose mutarono, disposero essi delle forze e delle ricchezze nazionali, e prepararono il cammino trionfale al Garibaldi. Per guadagnar tempo da corromper l’esercito, finsero trattare una lega italiana inviarono loro ambasciatori a Torino; e sinanco il re galantuomo si piegò a scrivere al Garibaldi, pregandolo si arrestasse. Ma costui baldanzosamente niegava; e la commedia col ricusarsi la lega si compieva. A tanta ignominia i ministri patrioti e liberali discesero, che un regno di Napoli pitoccava da un avventuriero e da un Piemonte d!esser lasciato stare! Ma i liberali non han patria.

La rivoluzione non perdè un istante. Subito il ministero camorrista mise generali camorristi incontro al Nizzardo; fece da’ suoi uccidere per le vie gli uffiziali della precedente polizia; creò anzi poliziotti gli stessi ucciditori; mise camorristi Intendenti al governo delle provincie, alle direzioni, alle amministrazioni, a’ tribunali. Sindaci nuovi; decurioni nuovi, eletti nuovi, guardie nazionali nuove, tutte persone a suo modo rimutò; e guai a chi osasse fiatare. I decreti avean la firma del re. Gli stessi soldati del re erano in nome del re mandati a sedare le reazioni fra' popoli frementi; e la forza medesima del regno era costretta a dare il reame a' pirati. Allora fu un terrore universale: camorristi a calunniare, a carcerare, a pugnalare quanto era onorato e virtuoso; la stampi deificare il tradimento, a predicare l'insurrezione, a incitare i dubbi, a diffamare la dinastia. Allora non fu più guerra d’arme; ma d'infamie. Le milizie si mandavan si, non già contro il nemico, sbarcato a Reggio, ma in gole di monti, ove eran da’ loro stessi duci disciolte e sbandate (17). Andavan le munizioni e le vettovaglie, a’ nostri non già, ma a Garibaldini. Si chiamavan si gli uomini alle arme, non già a pro del trono e del paese, ma per la rivoluzione. Onnipotente fu questa; perché, regnatrice in nome del re, infrangeva i sostegni dello stato, spauriva gli onesti e i fedeli, e armata dell arme regia contro il re l’arme ritorceva.

Ed ecco altro consiglio straniero, per salvar Napoli dagli orrori della guerra, induceva il buon nepote di S. Luigi a lasciar la sede del regno. Francesco a 6 settembre usciva spontaneo dalla sua città capitale: abbandonava j luoghi e le stanze ov’era nato, la reggia, i castelli, la flotta, il tesoro, gli arsenali e le arme. Usciva non isforzato da nemico, ma dal suo stesso ministero; usciva seguito dalla parte più onorata dell’esercito nazionale, numeroso e fremente, che per disciplina ubbidiva al comando; usciva tranquillo da una città silenziosa, che stupefatta mirava l'inconcepibile avvenimento, presaga de futuri suoi danni. Francesco ogni cosa lasciava, ma non 1 onore. Lasciava di fare il re sul trono; ma si ricordava d'essere il primo soldato della nazione, ma sguainava la spada, ma poneva a rischio la vita per l’onor napolitano, e sebbene tardi pur cominciava sul Volturno quella non aspettata difesa, che per opposti casi di glorie e di errori sarà memoranda.

Fu veduto un fatto nuovissimo: un ministro di Francesco, 1 operatore primo di tanti inganni, accorrere festante al Garibaldi, e condurlo con se inerme e solo in Napoli;dove i plauu si de sublimagli ignoranti Camorristi gridavano Italia una. Quel ministro spergiuro e vile fu si impudente che impetrò dallo straniero, cui aveva dato la patria indifesa, un decreto, che dichiarava lui aver ben meritato dalla patria. Ei si guadagnava infamia immortale, e dava a questo misero paese pur la taccia imperitura d’aver partorito un uomo gravato di colpa inaudita nella storia de’ regni. Certo non è raro a veder avvocati pigliar la difesa d’un cliente per fargli perder la lite, e aver la paga dall’avversario; ma 1 avvocato ministro fu certo il primo a recar questa usanza nelle liti de’ popoli e de’ re.

Uscito Francesco, fugati, carcerati e minacciati i buoni, stesso già regio ministero gridante ora Italia una, armati quanti v’eran tristi, venuti a posta dall’estero e dalle provincie, fra lo scintillar de’ pugnali e le bandiere rivoluzionarie, qual maraviglia che il Nizzardo entrasse inerme e plaudito? Anche Silla dopo la distruzione piena del partito di Mario, passeggiava incolume le vie di Roma. E Silla era pur Romano; né scrittore alcuno il disse amato da’ Romani. E sarebbe stato amato in Napoli un avventuriero lacero e famelico, estraneo ed ignoto; il quale, duce di gente sitibonda d'ogni bene, raccolta in tutte le parti della terra, parlante barbare lingue, abbatteva senza colpo otto secoli di glorie nazionali, l’antica monarchia, ed un re nato napolitano, e figlio d’una santa donna, la cui memoria è cara e popolare! Quel fatto de’ plausi al designato dalla setta non prova già l’unanimità della popolazione alla rivolta, prova anzi le arti nequitose de’ congiuratori, e la generosità del monarca. Questi usciva per non insangninar Napoli, e dava ordine di non usar arme (18); però i suoi fedeli battaglioni, anche seguendolo nell’esiglio, lo ubbidivano, e vedevano immoti l'orgia rivoluzionaria, e gl’ilari traditori, e il Garibaldi passeggiar solo, inerme... Un colpo, e la monarchia. era salva: ma quel colpo era stato vietato dal re! Non fu già Napoli unanime nella gioia; piuttosto, perché abbandonata da ogni forza sociale, unanime fu nel timore. Nelle case più spaurite, più italiche bandiere sventolavano, più luminarie scintillavano. La curiosità innata in questa gente, numero che qui di leggieri fa massa, i tristi tenuti tanti anni a freno, ora sbrigliati, i molti travestiti Piemontesi appositamente venuti, il gridar de’ camorristi, de’ monelli, de’ proletarii accorsi allo speralo banchettare, la contentezza de’ controbandieri cui s’erano aperti i porti, il batter di mani delle setta che inebbriata del trionfo, credeva aver con le dita presto il cielo, tutte cose erano che facevano parer numerosa quella festa. Ma che uomini, signorili e gravi, in qualche parlamento d’Europa levin da quella tregenda argomenti per mostrar Napoli e il reame plaudente al liberatore, questo è troppo grosso errore, per sembrare innocente.

L’esercito Garibaldino, lurido, bieco, famelico, disordinato, male armato, peggio vestito, entra nella città. A siffatti nuovissimi vincitori s’aprono i castelli, le reggie, gli arsenali, i porti e le casse. La flotta, quella flotta che tanto era costata, si dava da’ suoi comandanti alla rivoluzione Ogni cosa è di questi usciti da tutte legarti del mondo, ignoti l’uno all’altro, calpestatori d’ogni dritto; ignoranti di ogni legge. Si spandono per le case, pe’ paesi e per le ville; sono padroni di tutto, derubatori di ogni arnese, calpestatori d’ogni monumento; insultatori d’ogni grandezza; Napoli che i Vandali mai non vide, vide i Garibaldini.


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CAPITOLO SESTO

La guerra de' cannoni

Nulla rimaneva all’esercito napolitano, escito per obbedienza delle sue forti posizioni. Il reame era già da due mesi dominato dalla setta in nome del re Francesco; ora in nome di re Vittorio era dalla stessa setta dominato. Allo squallida avanzo della monarchia restava sol quanto poteva con gli sire mentiti battaglioni occupare. Stremenziti erano da un anno di bivacchi su’ nevosi Abruzzi, stancati dalla guerra di Sicilia, Uovo il vincere erario in disfatta; dalla non combattuta Calabria dal correr sempre a cercare il nemico ove non era, e dal comandato continuo ritirarsi. Stremenziti da un anno di privazioni d’ogni ben della vita; dalla lunga lontananza da cari parenti; dal sentir vane tanto fatiche; dal mirarsi soli, abbandonati da’ codardi parteggiatori del nemico; e dal veder crollare il trono non difeso, e crollare innanzi agli occhi loro, mentre ancora l’arme vendicatrici avevano delle mani. Ed erano più stremenziti dal sospetto d’avere ancora nelle fila altri pronti a tradire. Non sapevano se più da’ loro duci o dagli avversarti avessero a temere. Fra tante infelicità, ogni soldato di qualsivoglia nazione sarebbe soccombuto; ma il napolitano stette fermo al suo posto. Eran frementi, ma risoluti di morire col re. Quarantamila passarono il Volturno; e altri ventimila, già sbandati da’ loro generali, sin dalle Calabrie senz’arme, alla spicciolata, sfuggendo i numerosi nemici che da ogni banda lor chiudevano il passo, con estremo pericolo, travestiti da contadini, per monti e per tragetti, a nuoto pel fiume, raggiungevano le amate bandiere. Questi giovani mandati a’ paesi loro, preferirono di lasciare il riposo delle sicure capanne, per incontrare gli stenti e le mitraglie, e fur viste le madri novelle Spartane, scacciar di casa i figliuoli, e e sospingerli alla guerra, e gridare: E che vieni a far qui, quando a Capua il re combatte per noi? A Capua finirono i trionfi Garibaldini. Colà non erano Pianelli e Liborii; non è più un re cedevole a’ consigli di ritrarsi innanzi agli assalimenti; ma un principe che sentiva essere sangue di S. Luigi, e nepote di gloriosi guerrieri. Incominciò la guerra vera. Il Garibaldi credeva ancora seguitare il giuoco delle incruenti vittorie, e prometteva aver Capua senza colpo. Ma fu accolto a cannonate, e l’unghie de’ nostri cavalli calpestarono le camice rosse. E sì v’erano ancor traditori! Traditori che dal campo garibaldino drizzavano i cannoni contro i fratelli; traditori nella città, che con avvisi e segnali favorivano l’avversario. Fu dato a’ nemici il tempo di fortificare, d’ingrossare, e provvedere; e quando non si poteva più rattenere il soldato, e Caiazzo era stato preso d’assalto, e stabilito era l’attacco del 1.° ottobre, tosto ne correva la nuova, e si dava anco il disegno della battaglia. Così il Garibaldi si preparò. Mille volontari Inglesi, parecchi artiglieri dell'angla marina, duemila Piemontesi di regolari truppe alla svelata otteneva; e là dove sapeva dover essere assalito, là per cogliere gli assalitori, si apprestò. E i nostri Duci, che vedevan Napoli in balla del primo ch’entrasse, invece di pigliar questa facile via della vittoria, tolsero. la difficile di sforzare di fronte il nemico a S. Maria, a S. Angelo e a Maddaloni, li dove soltanto egli era a ributtarli allestito. Invece del correre a Napoli senza combattere e tagliar fuori il Garibaldi, lungi dal mare e in paese avverso, preferirono, spingere i soldati a petto scoperto contro le asseragliate vie; e a disfidar tre volte la fortuna in luoghi diversi, a molta distanza, dove non eran possibili simultanei movimenti, e il trasmettere gli ordini e le novelle della battaglia. Sembra risolvessero il problema, non già del come andare, ma del come non andare a Napoli.

Furon fatti prodigi di valore. Disfatti gl’inglesi, sforzato il forte baluardo di S. Angelo, venne più volte con veemenza assalita S. Maria. Si vinse a Morrone e a Ma d da Ioni. Caddero cinquemila inimici, e due nostri battaglioni animosi si cacciarono sin dentro la regal Caserta. Ma abbandonati eran questi prodi; e la grossa colonna da Morrone, senza proseguir la vittoria, si traeva indietro. I vincitori di Maddaloni, rimasti soli, dovetter seguirla. La notte divideva la sanguinosa pugna. E perché non valersi dello scoraggiamento de’ Garibaldini, e non volar su Napoli con fresche milizie? perché lasciar vani tanti rischi corsi dal re e da’ suoi reali fratelli?

Questa giornata mancò d’un uomo che sapesse stringere in pugno la vittoria. Nondimeno prostrò l’esercito garibaldino, cui tolse la baldanza e il prestigio; però il ferito suo condottiero (19) cedeva il comando al napoletano disertore Cosenz e quella incoerente e rotta massa per metà si sbandava. Gettavan l’arme e le camice rosse, e in farsetto fuggivan pe’ monti. La rivoluzione era vinta.

Era vinta irremisibilmente. Alla setta fuggiva di mano il frutto delle menzogne; il Piemonte avea profusi indarno tanti milioni per questa impresa; vedeva riuscir vane le lunghe insidie de suoi ambasciatori; perdeva Tarme porte al Garibaldi; si riconosceva svelata pei i duemila uomini accorsi a soccorrerlo in Caserta, e doveva retrocedere con vergogna, dopo aver tanto proceduto con imprudenza. Allora sospinta da un fato che la condannava a trista infamia eternale, non. trovò altra salvezza ohe nel torsi la maschera affatto. Allora compiute le prime gesta sul debole Papa, lanciò a visiera levata il suo ne Galantuomo con cinquantamila uomini nel reame, a dare improvvisamente nelle spalle d’un re amico e parente, nel momento appunto ch'ei con la nuda spada combatteva, ed era per ischiacciare appieno la rivoluzione ed i suoi eroi. A simiglianza degli Attila, o meglio a guisa del corsaro Barbarossa quel re non curò di far dichiarazione di guerra. Ma disfidiamo qualunque abbia scienza di storia a trovare nelle antiche e moderne carte altro fatto, per ingiustizia, per viltà e per violenza insieme, che agguagli questo turpe assalimento del re galantuomo.

Se fu turpe lo assalimento, non men turpe ne fu il modo. Il generale Cialdini, accoppiandosi co' Garibaldini, e infìngendosi chiamato da' popoli, mitragliava le popolazioni che contro di esso insorgevano; e vedemmo per le mure di Napoli il telegramma col quale annunciava le fucilazioni senza giudizio fatte agli insorti contadini (20). Di tanta vergogna ebbero a coprirsi i Piemontesi, per. entrare in questo paese che li respinge.

Dimezzato era l'esercito nostro per le insidie, pe’ morti e pe' feriti, poco ubbidiente pel sospetto de' suoi duci, stremato dalle malattie, e dalle fatiche di tanti mesi, privo di soldi e di panni, ristretto in poco terreno, messo fra due eserciti nemici, assalito da ogni maniera di scritti e di calunnie; eppure fedele al suo paese ed al giuramento, combatté sino all'ultimo istante. Non un uomo disertò. E quando per contraria fortuna fu poi prigioniero o disciolto, neppure piegò il ginocchio allo straniero; ma, senz’arma e senza ufficiali, corse su’ monti per tenere alta la patria bandiera de' gigli.

Ora non è mio debito narrare i fatti della mal condotta guerra; ma quando meglio le cagioni e gli effetti saran disvelati, la storia dirà perché non fu data battaglia su' campi di Venafro, ove le artiglierie e i cavalline avrebbero di leggieri potuto dar la vittoria. Dirà perché si abbandonavano le posizioni del Volturno, per prender fai tre più strette, sul lido d’un mare indifeso e infedele. Dirà la pugnace ritratta di Cascano, ove i Sardi eran la prima volta respinti. Dirà la giornata del Garigliano, e la immatura morte del nostro prode general Negri, e la rotta dei nemici, non inseguiti per lo disfatto ponte. Svelerà perché l’armata Francese abbandonasse la promessa guardia della spiaggia, e lasciasse che gli. stessi napolitani vascelli, vituperati dalla sabauda insegna, bombardassero a salvamano l’indifeso nostro campo. Svelerà perché una parte del misero esercito, ancora ordinato, era menato nello stato pontificio, e tolte si vedesse le arme dagli amici Francesi; e perché non piegasse invece ver gli Abruzzi, a tener viva la fiaccola dell’indipendenza. Narrerà la storia la gloriosa difesa di Gaeta, dove il re delle Sicilie e la giovinetta eroica regina tennero alto il vessillo, tanti mesi percossi da innumerevoli italiane bombe (21); privi di soccorso, fra le mine dell'abbandonata città, fra il tifo, gli uccisi e le immondezze. Racconterà della barbarica guerra gli esecrandi eccessi, e gli arrestati parlamentarii, e i percossi ospedali, e i lavori d’assedio fatti in tempi di tregua, e le bombe lanciate durante le capitolazione, e i compri scoppii delle polveriere, ultima opera di nefandi tradimenti. Conterà i giorni di quel fiero assedio, non da prodezza ma da’ lunghi cannoni superato, che quattro miglia distanti facevano la gagliarda di quei Piemontesi, a desco seduti è scettri da ogni offesa. Dichiarerà come disuguale per arme, quell’assedio dava non al vincitore ma al vinto la corona della gloria; come fermava per sempre nel cuore di tutte l’anime generose e nella posterità un trono incaduco al monarca discacciato; e lasciava ne’ Napolitani la eterna gratitudine, e l’ammirazione pel sostenuto onor nazionale. La storia dirà che si cadde, ma con onore. E ricorderà l’ultimo addio del giovine re a’ suoi compagni d’armi, l’estremo bacio sulla terra de’ padri suoi, il final saluto all’amato reame sì crudelmente da barbare genti calpestato; è ricorderà il pianto e i lagni sconsolati di quei buoni soldati, a baciar la polvere premuta dagli ultimi passi del suo re, a involare i lembi della veste della regina... Oh non è vero forse che pur la sventura ha le sue gioie? Quando i potenti della terra discendono alle volpine arti de’ codardi, quando i grandi tradiscono o abbandonano la virtù sventurata, è bello a vedere il soldato, figlio del contadino, dare esempii denegazione e di fede; e mosso dalla semplice filosofia del cuore, far arrossire gli uomini dalle ricamate divise e da’ manti purpurei, che in nome di una finta libertà pongono ceppi traditori ad una nazione innocente.

Ma.... e perché tante macchinazioni, e tante bombe, e tanto eccidio? Perché la sublimazione d’ogni sfrenatezza, e il rovesciamento d’ogni dritto? Per far l'Italia una. Ma il Piemonte inventore di cotesto gran motto, vuole davvero l’Italia una? E l’Italia può essere una? E saria conveniente a farla? E i Napolitani acconsentono? Di questo è da ragionare.


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CAPITOLO SETTIMO

Il Piemonte non vuole una l'Italia

Questo dritto di nazionalità cavato fuori a questi tempi, tende a disgiungere le genti di linguaggio diverso, e ad unire le nazioni per ragion del parlare. Però, se questo è dritto, l’Italia ha ragione d’annettere a se tutte le contrade ove il SI suona. Dunque Venezia, Corsica, Malta, Trieste, e sin le spiagge della Dalmazia e dell’lllirio son terre italiane, e dovranno per quel dritto venire in potenza della madre patria. Ma il Piemonte che vanta le simpatie di Francia e d’Inghilterra, non può voler torre, né il potrebbe, a queste forti nazioni le due italiche gemme di Corsica e Malta. Di strappar Venezia e Trieste al Tedesco molto parla; ma non vi si risica, sinché non troverà di qualche Liborio o Pianelli alemanni in Mantova e Verona. Quindi esso per lo meno non può unir l’Italia. Ma che nol voglia è manifesto dall’aver dato a Francia le vere porte d’Italia, le provincie di Nizza e Savoia, che furon la culla della sua rinomata stirpe sabauda, nel cui nome va stendendo in giù le sue barche. Quando quella stirpe era appena italiana fu prode e fida sentinella del bel paese; oggi ch'è fatta italianissima, ne lascia la guardia allo straniero; ed anzi a quella nazione appunto dalla quale s’ebbe a guardare, e che per la sua nobile e intraprendente natura, e per la trista esperienza di molti secoli, era più di tutte a temere. Una porta aveva l’Italia in mano al Tedesco, potenza Conservatrice; e il Piemonte, senza chiudere questa, ne apre un altra al Francese, potenza sperperatrice. Vorrebbe una Italia, e ne dà via due provincie. La vorrebbe forte, e la fa fiacca di fatto, esposta a subir le leggi di più gagliardi atleti, che certamente la terranno arena delle loro disfide. Vittorio ha fatto peggio che Ludovico il Moro.

Questa vantata unità, conseguita in tal modo, è parola bugiarda. Il Piemonte ha tolto di posto le Alpi. Dio le fe’ italiane, ed ei le fa francesi. Grida, si, fuori lo straniero ma fa entrare un altro straniero nel cuore delle sue terre lo insedia, e se ne vale per cacciar di sedia i principi italiani. In tal maniera abbatte i deboli duchi di Modena e di Toscana; caccia via dalle Marche e dall’Umbrie il pacifico Papa; schiaccia con le bombe il re di Napoli, e tempra l’arme scismatiche e irreligiose per mandar fuori dal seggio di Pietro il Pontefice di Dio. Il Piemonte grida Italia, e fa guerra agl’Italiani; perché non vuol fare l’Italia, ma vuol mangiarsi l’Italia.

E mentre proclama l’Italia del SI, e la cacciata degli stranieri, chiama dentro uomini di tutta la terra, cinguettanti i più strani dialetti. Col Garibaldi vennero Belgi, Dalmati, Greci, Slesii, Croati, Ungari, Polacchi, Pruesi, Inglesi, Americani, Svizzeri, e Turchi. Costoro non erano stranieri solo al regno, ma a tutto il mondo, ed anche al luogo ove nacquero; perocché loro patria è la setta, e là dove trovan da far sacco. E mentre cotesti barbari accoglie, il, Piemonte esilia i più eminenti Italiani; desta ire e vendette fratricide quà dove era concordia e pace, richiama dalla tomba de’ secoli i parteggiamenti de' Bianchi e Neri, de' Guelfi e Ghibellini, e cammina baldanzoso all'asservimento pieno delle italiane contrade.. Poco innanzi avevamo Lombardia sola ita all’Austria per dritto di successione; ora per dritto di rivotazioni e di cessioni, abbiam Tedeschi, Francesi ed inglesi; perdemmo le repubbliche di Genova e Venezia; ed or si ritaglia Savoia e Nizza, e chi sa forse quale altra cosa. Che Italia sia stata ludibrio dello straniero il sapevamo; ma che foss’il ludibrio degli stranieri e dell'italianissimo Piemonte, e che cotesta vergogna nuova dopo le antiche vergogne, s’appelli da quei patrioti redenzione, unità e forza, gli è una pruova dell’ultimo traviamento dell'umanità.

Il Piemonte sa di non poter vincere Francia, Inghilterra e Alemagna; però non pensa neppure a far restituire Nizza, Savoia, Corsica, Malta, e Venezia; ma si contenta di beccarsi la Toscana, le Romagne e le Sicilie, stati italiani; perché questo lo può fare con lo aiuto straniero. Dicono il Tedesco nominava in Italia; ma veramente dominava su la setta, e le vietava devastasse questo bel giardino. Cosicché il Tedesco per questa ragione anzi che dominatore era benefattore. Tolto lui di posto, la rivoluzione all’ombra delle vittorie Francesi fa versar fiumi di lagrime e di sangue. La Francia che faceva la guerra per un'idea, e per ricostruire la nazionalità del SI, s'ha tolto un altro cantuccio della terra del SI; e il Piemonte con tal contratto cedeva le sue magre piaggie alpigiane per prendersi i grassi campi Lombardi e le più grasse Puglie, Sicilie e Terra di Lavoro. Questo è far la ‘camorra in grande. E credo non mai si vedesse vendere il sangue, la pace, la roba e la felicità de’ cristiani in più spudorata maniera.

Inoltre il Piemonte per conquidere l’Italia, è costretto a rovesciarne la grandissima gloria del Papato, ch’è gloria prima e senza rivalità su la terra. L’Italia pel papato impera nell’universo mondo. Con la parola di Dio ha una forza maggiore di tutte le flotte e i battaglioni del settentrione e del mezzogiorno, e fa chinar le ciglia a dugento milioni di fedeli. Per quella parola la patria nostra suona famosa nelle menti umane; perocché scelta da Dio per sedia del suo Vicario splende di luce imperitura, che riverbera sulle arti e sulle scienze, sulle mani e sul pensiero, e suscita la scintilla dell’ingegno, e della Fede. Il Piemonte sente esser pigmeo innanzi a tanta grandezza, e nuovo Satana tenta abbattere l’opera di Dio. Quindi molesta, spoglia la chiesa, perseguita i prelati, fa predicare eresie, sparge false bibbie, fabbrica chiese protestanti, assale la religione e la morale con la stampa, insozza le scene con mali drammi, le università con rei cattedratici, e le vie con immagini nude ed oscene; vuole l’unità geografica, e la disunione morale. Quindi calunnia il papa e i vescovi, inventa sconce favole, mistifica il vero, e in tutte abbiette guise combatte. Ma il Vaticano s’ebbe ben altre scosse che non questa melenza procella piemontese; ed ei starà, sinché Dio vuole.

Né l’Italia può scendere dal suo seggio civile; né abdicare a favor d’un misero Piemonte. Essa può avere di vertigini; può la melma (e dove non è melma?) intorbidare le pure sue fonti, può esser sì qualche istante abbarbagliata da parole luccicanti; ma l’eloquenza dei fatti, ma il suo naturale ingegno la fa salva. La civile Italia ha già cavata la maschera bellettata al nero Piemonte; invece del liberatore ha visto in esso lo schiavo; e già lo sprezza e lo scaccia. L’Italia se non sarà una per istato, una sempre sarà nella religione e nel dritto, e avrà forza da rivendicare contro qualunque straniero o interno tiranno la sua vera libertà e indipendenza. Il Piemonte non vuole i’ Italia una, ma la vuol serva. Ei si vorrebbe ingrandire; ma l’usurpazione in tempi civili non riesce a grandezza.


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CAPITOLO OTTAVO

L'Italia non può essere una

Si conceda che il Piemonte voglia fare una Italia, che strappi Nizza, Corsica e Savoia alla Francia, e Mantova é Venezia al Tedesco; che accheti il mondo cattolico, mandi il Papa a Gerusalemme, e giunga a sedere in Campidoglio; si conceda che la frode e la forza vincano ostacoli sì gagliardi, e sian raggranellate in un laccio tante sparte provincie, e tutte le genti del SÌ sotto uno scettro; posto che questa nuova potenza struggitrice de’ dritti preesistenti, sia nel suo nuovo dritto riconosciuta dalle nazioni, e trionfi; immaginiamo tutto ciò pienamente compiuto, sarà anche allora fatta l'Italia una?

Non può la forza congiungere animi disgiunti, interessi opposti, passioni invide o rivali, terre separate da monti, da fiumi e da distanze, differenti costumanze, varie stirpi, bisogni diversi, contrarie tendenze, e gli opposti sensi e le tradizionali memorie, che si nudron col sangue, e si succhìan col latte Le parti eterogenee d’un tutto sconnesso, messe insieme a forza d’insidie e usurpazioni, si sciolgono presto; e la guerra civile inevitabile, e patteggiamenti e vendette, saranno il frutto d’un’opera elevata da scellerato capriccio, a dispetto degli uomini e del cielo; più saranno le provincie fuse, e più saranno i nemici. La natura compressa ripiglia il suo dritto; lotta si con l’opere stolte delle umane fantasie, ma pur vince alla fine. Ciascun essere non può mutare sua essenza; e una nazione sarà sempre quella che fu. Potrà progredendo diventar grande e forte, ma non fonderà i frutti di semi diversi, perché Iddio tutto die’ all’uomo, fuorché la potenza di turbare le leggi della creazione. Il cammino de’ popoli è come un sillogismo che costa di proposizione premessa e di conseguenza; e là dove si vogliano conseguenze che non iscendano dalle premesse s'ha il sofisma. L’Italia una è un sofisma. Gli antichi, maestri di politico senno, mai non pensarono a fondere una Grecia. E la Grecia ha consanguineità e simiglianza di regioni e di usanze con l’Italia antica e moderna. Atene, Sparta, Tebe, Argo, Corinto non potevamo esser fuse; solo potettero esser dominate dai Macedoni, e poi dall’aquile romane. Oggi il Piemonte vorrebbe fare il Macedone in Italia, ma non ne ha le falangi; e mentre intende ad agguantar gli altri, non vede poi tre aquile e lioni con unghie adunche che gli stan sulle spalle, per dilaniar esso e la preda.

L’Italia antica più ancora della Grecia fu sin dai principi! popolata da popoli molti e diversi. A' tempi eroici furono guerre in Flegra, che adombrano, come chiarì il Vico, le lotte campane fra gli Opici e i Greci, fra gli uomini della terra e quelli giunti dal mare. I Pelasgi non fecero una Italia, né gli Etruschi, né i Greci, né i Troiani. Ciascun popolo si adagiò sur un canto di terra; e fur parentele e guerre e paci fra loro, senza più. Virgilio numera centinaia di popoli confederati con Turno o con Enea. E Livio narra le fatiche de’ Romani per domarli. Umbria, Etruria, Lazio, Liguria, Venezia, Gallia, Lucania, Campania, Sannio, Irpinia, Apulia, Brezia, Caonia, Sabinia, Sicania, Ernicia, Daunia e cento altri nomi avevano queste contrade. I savii Romani non pensarono a fonderle mai; ma lor serbarono le autonomie, cioè leggi, magistrati e governo; e soltanto le federarono, onde n’ebbero. aita e forza. E pure patirono la rivoluzione, detta la guerra sociale, per la federazione de’ socii contro di essi. E quando dopo concedettero a tutti gl’Italiani la cittadinanza romana, cioè il dritto del suffragio, allora venne meno il senno di Roma. Ne’ comizìi, fra tanti popoli diversi, si portavano, più che voti, arme d argento; onde sursero ambiziosi che corruppero e comprarono lo stato; e la repubblica cadde. Fu il sofisma sociale che non discendeva dalle cose premesse; fu una maniera d’Italia una, parteggiata, scissa e insanguinata da’ Cesari e dagli Antonii. Allora la società, nella pienezza della vita vicina ad essere disfatta, s’ebbe a ricostruire sotto lo scettro del pur furbo, e surse un Cesare, cioè il dominatore universale. Allora l’Italia non fu una già, ma unita nella servitù con tutto il mondo, schiavo de’ Caligola e de’ Neroni.

L’Italia non potè essere una neppur nel medio evo, quando le nazioni moderne uscirono unificate dalla spada e dal seme de’ Barbari. Spento l’impero romano, le genti settentrionali, agguagliando con le stragi e le devastazioni i popoli tutti, occuparono le regioni, e furono semi di nuove nazionalità. I Franchi fecero una Francia, gli Unni una Ungheria, gli Angli una Inghilterra, e. i Goti una Spagna; ma simiglianti Goti non poterono fare una Italia. E certo se alcuno poteva farla, questi era il gran Teodorigo Gota; perché distrutto quasi il sangue romano, ripopolata la regione da estrana gente, fu quasi un popolo nuovo, cui si poteva dare la forma una, con l'unità di leggi e di governo; e che poteva naturalmente nel novello sangue, cominciar vergile una vita autonoma e sua. Teodorigo questo volle fare col gagliardo scettro e le leggi sapienti. Voleva una Italia; ma l'opera sua fini presto; e la spensero i diritti preesistenti de' Greci Bizantini, e la difficoltà geografica del territorio, più che i delitti de' suoi successori; né valsero le buone leggi, le gagliarde volontà e le fortissime arme a sostenerla. Teia ultimo Goto non fu vinto già da Belisario e Narsete soltanto, ma dalla impossibilità # una Italia. E cosi con uguale vicenda non riusciva a farla Narsete, né Longino, né l'Alboino longobardo, vincitore venuto con tutto un popolo ad occuparla. I Longobardi se stessi divisero. Autari terzo re, nel 589, asservendo molte repubblichette sino a Reggio di Calabria, fe' qui uno stato distinto. E v’ha chi assicura che anche a costui preesistesse il ducato di Benevento. Restò il regno lombardo superiore, il Beneventano nella parte inferiore, e alquante spiagge a’ Greci. Incomincia da quel tempo l'autonomia del napolitano paese, che conta tredici secoli e più!

Né tampoco si poco divisa, e quasi tutta longobarda potette durare; ché presto quà e là sursero repubbliche rivali e nemiche; ed ebbero la prima origine le persone di tante città, e le memorie e gl'interessi varii e contrarii, che non sono ancóra spenti in tanto volgere di tempi.

Carlo Magno prepossente voleva in una Italia fondare l'impero Franco; ma Arechi Beneventano lo arrestava sul Volturno; e seguiva fra essi una pace che fermò per sempre l’autonomia di questo paese meridionale. Carlo allora, veramente ' magno, vista la impossibilità di fare una nazione, e farla forte con l’Imperio, la volle forte con la Fede; e creò, o forse meglio riconobbe la monarchia de' Papi; la quale nel corso de secoli ha propugnatola Fede e la civiltà. Ma il fortissimo Carlo magno non potè fondere l’Italia.

Non serve a rammemorare gl’inani sforzi degli Svevi, né quelli moderni del I. Napoleone, che pure catturò il Papa in Vaticano. L’Italia non potè essere una mai; né quel misero Conte di Cavour avrebbe fatto col braccio straniero quanto né Teodorigo, né Alboino, né Carlo, né il Bonaparte con arme proprie e vittrici poteron fare. Il Cavour poneva solo, come fece, dare allo straniero un altro lembo di questa strambellata italica terra.

L’Italia non fu una come Inghilterra, Spagna e Francia, perché Iddio la creò svariata, la fe’ lunga e sfilza, e rotta da fiumi e da montagne; la popolò di stirpi diverse d’indoli, di bisogni, di costumanze, e quasi anche di linguaggio (22); le mise più centri, le fe elevare più città capitali; e che a tutte le sue contrade una prosperità che bastò a ciascuna, e a ciascuna una mente, un anima e una persona compiuta. Han si somiglianza, ma non omogeneità. Ogni suo paese è uno s|alo intiero; ha sangue, storie e passioni e bisogni suoi; ognuno ha e vuole la sua indipendenza le sue leggi. il suo nome, e la sua vita; e niuna vorrà perdere l’essere, cioè uccidere sé, per far presente del suo spento corpo ad una città lontana o ad un tutto ideale, per averne in ricambio la particella d’un nome fragoroso, le difficoltà del governamento, la mutazione delle leggi, il far parte delle guerre europee, e il servaggio della patria vera.

Non si può per una nazionalità ideale distruggere le nazionalità reali. Potranno le cieche sette turbare g|i stati, desta? re gli odii contro i sovrani, magnificar con paroloni un re galantuomo, muovere i facili desideri! di novità che annidano nelle masse; potranno sorprendere ed abbagliare un momento; ed in un istante di vertigini spingere una popolazione ad abdicare la sua potestà; ma passa la febbre, i mali nuovi si sperimentalo peggiori de' vecchi, si ricordano i beni perduti, risorgono lei antipatie di razze, si sentono le compressioni dello stato nuovo, manca la consueta prosperità, vien la miseria e la fame; e l'opera della rivoluzione in nome di una nazione fittizia è presto dal fremito delle vere nazioni rovesciata. E se tostato assorbitore non fosse né forte né glorioso né civile né ricco quanto quelli assorbiti? Immaginate una Torino ingoiare una Napoli, un Piemonte abbrancar le Sicilie, l’ignoranza insegnare alla scienza, una terra assiderata, e quasi non tocca dal genio del bello, mandar pedanti a recar le lettere là dove le arti e le scienze tutte, misero eminente il loro seggio? Solo la cecità de' settarii, e quella testa del Cavour tanta insigne presunzione potean nudrire.

A tanti argomenti di storia e di filosofia sento mettere innanzi l’esenpio della Francia rifatta una. Ma questa non ebbe difficoltà di territorio, né di stirpe. Essa è circolare, con un centro naturale; fu sempre di un sol popolo, de' Galli prima, poi de’ Franchi. Non mai fu divisa, perocché ebbe un re solo; e se grandi vassalli n’aveano staccati gli utili domini, pur rimasto era l’imperio al monarca. Fu opera non impossibile, ma seppur lieve, il restituire alla corona quelle strappate gemmi e i re francesi vi stettero più secoli a farlo, ma contrattati le successioni e nozze; cioè rispettando i diritti preesistenti sebben fors’anco abusivi. E Francia ebbe solo una Parigi né ebbe Napoli, e Roma e Firenze e Genova e Milano e Venezia e Palermo, né cento altre minori ma pure autonome città, che alla loro volta d'altri territorii son centri. E oggi la rivoluzione, calpestando ogni dritto, vorrebbe fare in un boto un'opera impossibile iniziata da una Torino, quando l’opra possibile, iniziata da’ re in Parigi, e afforzata dal dritto! ebbe pur di più secoli mestieri !

L’Italia non può esser una. Né mai l'umana malvagità per più van impresa inabissava i popoli innocenti in più crudeli ruine.


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CAPITOLO NONO

Non conviene che sia una.

E sarà poi la vagheggiata unità di giovamento? Si vuole l’unità, per esser forti. Ma che forse la forza dà felicità? Infelicissima dunque sarà S. Marino ch’è la piccolissima delle repubbliche. E domandate a S. Marino se vuole abdicate al suo passato per fondersi nella persona italiana? La felicità viene dalla virtù. Questa è grande per sè; ed è più grande in Socrate bevente la cicuta, che in Marco Aurelio imperante al mondo. Per la virtù fu Solone da più che Creso, e Sparta ed Atene più forti che Persia; per essa Roma sola comò la terra; e la Roma di Gregorio VII vide prostrati gl'Imperatori alemanni. Oggidì quando è tanta pompa di civiltà, diremo la civiltà stare nell’ampiezza del territorio, anzi nell'ampiezza fatta con insidie e rapine? La civiltà è per le nazioni quello ch’è la morale per l'individuo: la civiltà immorale è paradosso.

Gridate civiltà, e lacerate i patti di Zurigo da voi stessi firmati? suscitate le rivolture, comprate i Ricasoli, i Liborio, e i Pianelli, fate guerre senza dichiarazioni di guerra, suscitate passioni ree, abbattete monumenti, e calpeste le leggi del dritto, dell'onore e del bello? Gridate civiltà, e mentite, sempre; infingete plebisciti, adescate i popoli, e li spogliate, e li fucilate, ed esiliate dalla patria gli uomini più eminenti? Gridate civiltà, e percuotete in tutte guise la religione, ch’è il fondamento della civiltà?

Ma a voi basta una civiltà di parole e di pann; volete esser forti, per dominare. E sareste forti, o Italiani, distruggendo il papato? questa opera immensa che ra dà la sola grandezza possibile, dopo la irreparabile caduta li Roma pagana? questa opera che fa abbassare le più alte servici, e fa piegare ossequiosi ver la patria nostra dugento milioni di fedeli? questa pietra imperitura che arresta gli Attila, i Carli, gli Errighi e i Napoleoni? Roma città capitate d’una Italia, sarebbe più capo del cristianesimo? Oh! se volete la forza, trovate prima una forza che agguagli il segno di croce della mano del venerando vecchio, che dal Vaticano benedice la terra.

Si dirà: uniti non saremo più comandati dallo straniero. Ma lo straniero non mai comandò in Italia, se non per le rivoluzioni. Queste, suscitate e sorrette dallo straniero, distrussero non ha guari Genova e Venezia, onore del nome italiano; queste menarono il papa prigione in Francia; alzarono prima una repubblica e poi un trono francese in Napoli; han tolto all’Italia, e forse per sempre, altre isole e provincie, e forse anche il resto toglieranno. La storia di tremila anni dimostra che la rivoluzione appoggiata allo straniero, mette capo al servaggio. La stessa rivoluzione che sotto lo scudo delle stranie vittorie ha fatte ora tante prodezze, ella sta sperimentando come lo straniero le impone le mercedi e le corse e le fermate. Esso comanda di dar Nizza e Savoia, esso spinge a Milano, esso ordina di non toccar Venezia, e sta minaccioso a Roma, e vieta anche alla rivoluzione il suo pieno trionfo. In nome della libertà si permette di asservire Napoli libero, e si vieta di liberar Venezia serva. E non vedete che si caccian via non gli stranieri ma gl’Italiaui dall’Italia? Cosi ne verrà forza? Questa patria infelice già impicciolita e stremenzita vedrà tosto molte nazioni venir su questi giardini, a contrastarsi la nostra servitù.

Si dice: i principi nostri erano alleati dell’Austria. Certo erano alleati contro la rivoluzione; e sarebbero alleati con qualunque altro stato legittimo che fosse in Lombardia, Non furono certo i principi che v’insediarono il Tedesco. 11 comune rischio doveva collegare tutti gli stati italiani per la difesa. Togliete l’arme alla rivoluzione, e la lega con l’Austria non Spaventa nessuno. Anche Torino, fu tanti anni amica dell’Austria; oggi ch'è fatta sedia di sette, è natural cosa che gridi contro i Principi e l’Austria collegati. Se Torino avesse voluto davvero la indipendenza nazionale, non avrebbe suscitate rivolte, né tocca l’altrui libertà; e l’Italia senza veder visi novelli di stranieri camminerebbe a gran passi. Ma Torino, cieco istrumento d’oltremonti, distrugge le sue e le nostre forze, e pone i ceppi all’Italia, per darla ligata agli stranieri.

Ma per noi Napolitani è un dileggio crudele il vederci ora liberare da stranieri che non avevamo. Noi son già cento e trent’anni che con la bandiera de' gigli scacciammo il Tedesco, e ricuperammo la libertà; né poi da quel felice anno 1734 vedemmo più stranieri battaglioni fuorché in tempi di rivolte. Li vedemmo con le libertà repubblicane del novantanove, li rivedemmo con le libertà regie dal cinque al quindici, e ne vedemmo altri per la costituzione del 1820. Nel 48, grazie all'esercito nazionale che li respinse a Velletri, non avemmo cotai liberatori. Ed in Questi memorandi 60 e 61 abbiamo stranieri da tutte le parti del mondo, venuti a liberarne dal peso delle nostre ricchezze. Lo straniero dal quale ne ha liberati il Nizzardo ora Francese Garibaldi, fu il napolitano Francesco, pronipote di quel Carlo tanto vero liberatore e benefattore de' Napolitani.

L’unità per noi è ruina. In nome della libertà ne vien tolta la libertà perdiamo il dono di Carlo III; ritorniamo a' viceré, anzi a’ luogotenenti, anzi a' prefetti, anzi a' molti prefetti, per esser menati con la frusta. Siam costretti a pagare i debiti fatti dal Piemonte appunto per corrompere e comprare il nostro paese. Con la fusione de' debiti pubblici, noi nove milioni d'anime, con un lieve debito di 550 milioni di lire, ci fondiamo con quattro milioni d'anime ch'hanno l’enorme debito che sopravvanza i mille milioni; vale a dire che noi pagheremmo quattro volte i debiti nostri (23). Avvezzi alla pace, saremmo trascinati a combattere le frequenti guerre europee, e a fare i soldati, lontani di casa, in luoghi nevosi e mortiferi, a mille miglia distanti. Veggiamo chiusi i ginnasii e gli educandati e gli opificii e i porti e le dogane, per sentirne adornati i nostri grossolani padroni. Restiamo gretti provinciali, senta lustro, costretti a mercar giustizia da ministri lontani, superbi, e ignoranti delle cose nostre; e pagarla cara in lunghi viaggi e strane stazioni, e non sempre averla; e temer le vendette e le calunniò e le avidità de’ potenti, privi d’un cuor soccorrevole, ch'oda i nostri lagni, e d’una mano amorosa che ne lenisca i mali. Una Napoli senza re, senza ministero, senza diplomazia, senza nobiltà; una Napoli monumentale diventare uguale a Salerno od a Chieti, è idea da non si poter concepire. Comandati dallo straniero e dal nazionale, saremmo greggia in balla di lupi tosata e scannata. Di già un tristo saggio ne abbiamo in quest’anoo trascorso. E se tanto spietato dispotismo, e tanta avida brutalità usa Torino in su’ principii, che saria quando ringagliardito il braccio e sicuro dell’imperio, non avesse più temenza e ritegno?

Il governo liberale fallito spoglia il governo assoluto prosperoso; e ridotto a non poter vivere, per campar del nostro, inventa questa fraudolenta unità. Il proletario desidera accomunare i beni col signore. Vuol far guerra col sangue nostro; vuol saziare la sua setta parassita co’ denari di noi pacifici e industriosi; e appagare le sue borie col nostro abbassamento; peri fonde i debiti pubblici disuguali, appaia le sue alte tasse alle miti nostre, e in un botto, con una parola, ne invola la metà della roba nostra. Il primo frutto dell’unità è lo aumento di tutti i pubblici balzelli.

Si dice: con l’unità si fa la forza. Ma esso per contrario addoppia le gelosie municipali, fa le popolazioni riottose, consuma le soldatesche per contenerle, e sparge in casa quel sangue che dovrebbe esser sacro alla patria difesa. I principi discacciati da’ loro seggi avran qui per lunga età simpatie e seguenze; e terran vivo il fuoco, né mancheranno d’aiuti forestieri. Avremmo in ogni lustro guerre civili e dinastiche di pretendenti, dove se pur si vincesse sempre, ne andrebbe guasta la felicità del paese, sino alla distruzione di tante principesche famiglie. Già questo reame ebbe per due secoli i dinastici parteggiamenti Angioini, Durazzeschi e Aragonesi, che lo posero in fondo d’ogni infelicità, e ce ritardarono l’incivilimento. Ritorneremmo a quei tristi tempi. E fra tante ire, dove andrebbero le unitarie forze nazionali? Anzi dove sono ora? Già pochi capi di banda che han levata la bandiera de’ gigli, combattono soli contro la vantata unità. Tutte le forze d’Italia non furono bastevoli in un anno a scacciar Chiavone da’ monti di Sora né Cipriano dalle colline di Nola! E scaccerebbero il fortissimo Tedesco da Mantova? E non vedete co' fatti quanta è surta fiacchezza da quella unità sì levata a cielo?

Si dice: L'Italia con Roma a capo sarebbe grande. E qui si confonde l'effetto con la causa. Roma ha gran nome perché è capo della cristianità: fatela capo d’Italia, e sarà minore di Vienna, di Parigi e di Londra: distruggete il pontefice, e Roma è città morta, siccome il suo colosseo. Ma sì, voi promettete liberti a un papa che spogliate; e la promessa uscita da chi si vanta di non riconoscere nessuno dritto, e di chi infrange i patti solenni de trattati, credete persuada il Cristianesimo, e il contenti che il Vicario di Dio diventi cappellano d’un re galantuomo! Voi proclamate chiesa libera, in stato libero; voi stato rapinatore dello stato altrui, voi liberali toglienti alla chiesa la libertà de' suoi secolari possedimenti, voi rivoluzionarli che ponete la brutalità invece del dritto delle genti! Credere che i cristiani vi possan credere è un beffarsi, del raziocinio. Or le promesse de’ settari! A voi basta il gridar popolo e civiltà per saccheggiare i popoli civili; a voi bastò gridare Italia, perché di poverissimi abbiate già fatte colossali fortune; a voi basta sciamare innanzi, innanzi! e che v'importa dove si vada a precipitare? che importano a voi le calamità degli altri, purché si faccia l’Italia?... L’Italia senza Dio! Ma a che serve avere uno vessillo e la divisione nel cuore? I pugnali, gli odii, i tradimenti, le ipocrisie, le calunnie, gli spogli, le carceri, gl’incendii, gli stupri e le fucilazioni!.... L’Italia a questo prezzo?

L’Italia abbenché divisa, fu sempre grande. Ella ha due volte dal suo seno cavata la scintilla della civiltà, e l'ha porta al mondo. Pitagora Dante, lontani, e per tempi e distanze, ambo cittadini di due fievoli repubbliche, dettero i primi lampi delle due civiltà di cui la storia ha ricordo. Non le forti falangi, ma il forte pensiero è vincitore. L’Onnipotente che non dà tutto a tutti, se tolse a questa patria il poter essere una, le die’ grandezza per via della sua stessa divisione. Divisa, ebbe più centri, dove in più parti si cumularono monumenti d arte e scienze infiniti. Napoli, Roma, Venezia, Milano, Palermo, Genova e Firenze sono ciascuna una maraviglia; e lo straniero esula ogni anno dalle sue grette contrade per venire a bearsi d’ogni pietra di questa classica terra. Qui il Franco, l’Espano, l’Anglo e l’Alemanno s’inchina, a questa polve gloriosa, che a dispetto della sorte detta ancora leggi di sapienza, di religione e di bellezza. Solo chi ha il cuor duro come le rupi ne affetta con barbaro sogghigno il disprezzo. Il settario soltanto è insensibile alla eloquente beltà di tanti monumenti che calpestai cosi dimostra l’anima sua aver molto del macigno delle Alpi.

L’Italia ha tante città quanti ha popoli e stati. L’emulazione e la gara innalzò tutte; e che sarebbe se avesse una Roma soltanto La Spagna ha Madrid, l’Inghilterra ha Londra, e la Francia, l’altiera Francia ha l’ampia Parigi. Tutti questi grandi e nobili. paesi non volgono gli occhi che a una sola grande loro città, siccome a stella scintillante in fosco cielo; ma le città d’Italia sono un gruppo di soli....

L’Italia una spegnerebbe questi soli. Il Piemonte con le sue tenebre vorrebbe abbuiarli. Ma la Provvidenza stà. Ella arma i contadini delle Sicilie, perché resti irrisa la cruenta vanità de’ Cialdini e de’ Pinelli, e la mala sapienza degli eroi della rivoluzione. I nostri contadini col braccio e col cuore dimostrano che l’unità non è conveniente all’Italia.


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CAPITOLO DECIMO

I napoletani non vogliono

E fosse pur buona, la ricusano i Napolitani. La volontà popolare, ora quando si deifica il diritto dei popoli, sarà solo pe’ Napolitani parola morta, anzi amaro scherno? Torino vuole far una Italia, e le Due Sicilie saran disfatte, perché Torino vuole?

Certo anche qui, il 21 ottobre 1860, fu secondo l’usanza un suffragio universale, un suffragio dopo che il Dittatore aveva decretata l'annessione! Vi presiedevano cinquantamila Garibaldini con Tarme sanguinose, mentre cinquantamila baionette sarde assalivano alle spalle i nostri pugnanti soldati. In quel momento di terrore, quando a un girar di ciglio un uomo era morto; quando i cartelli sulle cantonate dichiaravano nemico chi votasse pel NO; quando battiture e ferite e morti seguivano nelle sale de’ comizii; quando anche l'astenersi era apposto a colpa di stato; in quel terribile furor di guerra fra cannoni e pugnali e rewolvers; quando eran poste due urne palesi per far che la paura sforzasse la coscienza, e quelle del NO eran coperte da camorristi; quando costoro in frotta, di piazza in piazza, votavan le dodici volte; quando minacce, insinuazioni e promesse sforzavano la volontà quando gl’impazienti vincitori, frementi dell’aspettare e del veder pochi votanti lanciavano! a piene mani i SI dentro l'urne; quando gli scrutinatoci moltiplicavanli con la penna, e ne facevano a forza numero di maggioranza, oh! quel famosissimo suffragio universale è crudo scherno.

Niun pacifico uomo, in quei miserevoli giorni, poneva mente a quanto la setta operava. Salvar la vita era il pensiero universale; e il poter salvarla col gettare una schedula nell'urna era sovente opportuno modo, li popolo udì il non più udito plebiscito, senza intenderlo; e dove intese si astenne o riluttò (24). Nella piazza reale di Napoli fu proclamato il voto, senza sorpresa, senza plauso, senza popolo, se plauso e popolo non diransi le guardie nazionali per ordine, e i camorristi di rito, e loro famiglie. Il popolo, e soprattutto quello delle campagne, fremeva a quella ressa, della quale non bene il senso intendeva (25); ma ben capiva ch’ era rivoluzione e broglio. Il contrabandiere vedeva di poter ora spregiar le ordinanze doganali (26); il proletario sentiva che avrebbe mangiato senza fatica; l’ambizioso che avrebbe uffizii e soldi; il galeotto si vedeva fuor dagli ergastoli; e pur di donne brutte o vecchie si speravan trovare amanti e mariti fra tanti scavezzacolli stranieri. La buona gente si stava in casa, o stretta in carcere, timorosa ed ansiosa, non dando importanza legale a quella rea tragicommedia.

Ma alla setta bastava mostrare all’Europa una maggioranza di cifre; fu bensì avveduta a non esagerarla oltre a 1,313,376; e più le parve bene mostrare imparzialità col segnare 10312 voti negativi. Cosicché in tutto fe’ credere venissero all’urna 1,323,688 volanti. Or se da quei voti affermativi togliete quelli dati dodici volte da’ camorristi accorrenti a tutte le piazze, quelli a migliaia dati da esteri Garibaldini (27), quelli lanciati da’ presidi dell’urne; se togliete i giovanetti imberbi, ammessi per far numero; se cancellate le cifre moltiplicate da’ computisti che aveano a tirar fuori un numero da giungere a maggioranza, troverete pochissimi i votanti.

Né indicano libertà di giudizio i 10312 voti negativi; perocché, se pur furon veri, furono de’ Garibaldini repubblicani che davano il NO; Qualunque altro non Garibaldino che osò altrettanto, la pagò cara. Pertanto in molte piazze furono busse e pugnalate; e io vidi in piazza Montecalvario, nel bel mezzo di Napoli, un povero vecchio andarne malconcio di gravi ferite, alla presenza dell'eletto. E che mai non fecero ne’ paeselli solinghi e lontani?

Dunque nel reame soli 10312 voti niegarono l’annessione al Piemonte? E le prigioni tutte colme di centomila infelici che Borbonici appellate voi stessi? E le vostre liste di sorvegliati indefinite? E le migliaia di fucilati da voi? E i vostri stati d'assedio? (28) E i centomila ufficiali militari e civili da voi cacciati d’ufficio? E gli esiliati che van raminghi per la tetra? E le bande, insorte in tutte provincia, che vi combattono con l'arme alla mano? E gli abitanti di quindici città reazionarie da voi rovesciate e bruciate? E i villaggi, e i molini, e le cascine, e le case in ogni parte saccheggiate da’ Garibaldini, e da voi? Tutta questa immensa enumerazione di gente, cui voi stessi dichiaraste inimica, va dunque compresa ne' 10312 voti negativi; ovvero votarono pel SI?

Lasciate dal vantar plebisciti. Dite che son fatti compiuti; e si che sono compiuti, ma per restar monumenti eterni di vostra nequizia. Voi, gretta minoranza, volete imporre il vostro pensiero ad una nazione, e col pensiero i ceppi, e co’ ceppi gli spogli, e co' spogli le morti. Vi dichiarate maggioranza, ma l’opere vostre stesse vi han contati, e coteste paure vi dimostran pochissimi. Mandate via gli armati stranieri, e conteremo meglio. Un pugno di tristi vuol comandare a’ milioni; però destituisce, disarma, condanna, pugnala, carcera, esilia, fucila ed incendia. Siete atroci, perché pochi; siete costretti a dar terrore, perché vi manca il numero; dovete far seguaci con la corruzione, perché non avete il concorso della virtù; e volete asservire la patria, perché la patria non vuol voi. Ma niuno più vi crede; e quei protettori che a forza di menzogne vi guadagnaste, anch’essi han dato giusto giudizio de’ vostri plebisciti. Il nobile Lord Russel nel dispaccio del 24 gennaio 1861, diceva: I voti ch'ebber luogo pel suffragio universale in quei regni e provincie non han grande valore agli occhi del governo di S. M. la regina. Questi voti sono mera formalità dopo una insurrezione o di una ben riuscita invasione; né implicano in sé l’esercizio indipendente, della volontà della nazione, nel cui nome ei son dati. Ben è vero che questo Lord soggiungeva il Parlamento di Torino qual rappresentante della nazione poter dell’annessione deliberare. Ma se nullo è il plebiscito, è illegale il parlamento; né quei rappresentanti potevano aver mandato per l’annessione ritenuta già fatta. I rappresentanti eran conseguenza non causa dell’annessione.

E come vennero eletti costoro? È stato più volte comprovato che i voti dati in tutta Italia a’ deputati proclamatori del re d’Italia giunsero appena a centomila. E centomila fra 24 milioni d’italiani formerebbero i destini di tante nazioni? E se non era legale pel Russel il voto di un milione e trecentoventitremila persone nel solo regno di Napoli, sarebbe legale, il voto d’un parlamento fatto da centomila in tutta Italia? Cotesti sedicimila deputati, ignoti al popolo, corifei di sette, eletti da se stessi, e il più senza nome e poverissimi, ora proclamano il re d’Italia, e fan debiti, e pongono imposte, e ci levan la roba. Fuorusciti, cospiratori decennali, pasciuti da Torino, ora pagano lo scotto a Torino con le nostre tasche. E questa nobilissima patria sarebbe cosi manomessa?

In mentre qui stranieri e camorristi costruivano il plebiscito d'annessione, l’esercito nazionale combatteva per l'indipendenza; e per l’indipendenza combattevano con falci, ronche e pietre i disarmati contadini (29); combatteva il clero col niegare i Te Deum, l'ingegno e la nobiltà con gli esigli e con le carceri e lo astenersi, combatteva la ricchezza col nascondersi, la mercatanzia col ritrarsi dal commercio, e gli uffiziali col farsi dagli uffizii destituire. In mentre si menava a cielo l’unanimità del voto, i Pinelli e i Cialdini lo smentivano con le bombe e le fucilazioni, col sacco e col fuoco (30).

I Romani federavano i popoli vinti, e lor serbavano le leggi e le costumanze; però solo quando si facevan ribelli assoggettavansi a prefetture. E questo era stato di punizione, e durissimo; laonde ogni città abborriva dall’esser prefettura di Roma. E si crederà Napoli spontanea agognare all'onore d'esser prefettura di Torino!! Torino ha inventato il plebiscito de’ numeri; ma il mondo vede i plebisti de’ fatti d’una intiera nazione, e molti e diversi. Le fortezze di Capua e Gaeta, di Messina e di Civitella del Tronto contrastano sinché han potenza di difesa. Gli agenti nostri diplomatici all’estero restano al posto loro, e senza emolumenti. I nobili, fuggenti o cacciati dal regno, riempiono l’orbe de’ loro lamenti. Protestano., e danno al re e alla regina sulla terra nell’èsiglio, una spada e una corona gioiellata, per omaggio di fedeltà, e attestato di gratitudine per la difesa della patria (31).

I soldati lasciano le case loro, e disertano dallo straniero per isquassare sopra le vette de monti l’avita bandiera. I contadini (fanno i nove decimi del popolo) tutti a sospirare il re: e chi corre a ingrossar le bande nazionali, e chi vi reca panni e pane, e chi dà avvisi e segnali; e pronti anzi a morire che a servire. Gli scienziati od artisti si niegano alle orgie demagogiche, e sono condannati a non pensare; però vedi rimutate le università e i licei, e sciolti gl’istituti di scienze e belle arti, e gli educandati e i collegi. Il Clero fuggente o sofferente leva preghiera a Dio, ed aspetta. Gli artegiani, mancanti di lavoro, cadenti per fame, esclusi dagli aboliti opifici!, piangono, tumultuano e van popolando le carceri e i monti. Sin le donne in frotta per le vie, innanzi agli oppressori sventolano bianchi panni, e gridano Viva Francesco. Il popolo tutto accorre a comprare i pochi giornali conservatori, e impara a memoria i proclami di Borjes e di Chiavone. Si vedono bensì Garibaldini far la palinodia, e ripiglian l’arme pel combattuto re, e scrivere giornali borbonici, e pienamente pentirsi. Anco i deputati rivoluzionari! strepitano nella Camera a Torino, e v’ha chi protesta e chi si dimette. E gli stessi giornali rivoluzionarii, o che finiscono per mancanza di lettori, ovvero anche pagati da quel governo, sono stanchi di adulazioni, e fanno dalle mal vergate linee tralucere l’odio al Piemonte, e la stanchezza della menzogna. Una guerra è in ogni paesello, il regno é un fuoco e il terrore non basta a rattenerlo.

Né bastano le male arti, né la forza. Non bastarono centomila Piemontesi, né un principe reale, né quattro luogotenenti cui la setta avea già dato rinomanza e celebrità; non un Farini riorganatore non un Nigra diplomatico, non un Ponza amministratore, non un bestiale Cialdini (32). Questi gonfi uomini innalzati da vaporose lodi settarie, qui denudarono la loro nullità. Non bastò si accozzasse una guardia nazionale faziosa, che fa la spia, lo scherano e il carceriere; non bastarono i corpi franchi e le guardie mobili composte di proletarii e disperati. Non bastarono cento nuove leggi, non i promessi demanii, non le dogane aperte, non i profusi tesori, non le ordinanze marziali. spietatamente eseguite, non i nuovi ordini inventati per ferrare le dita e i polsi a’ gentiluomini, non le persecuzioni e gli abbruciamenti de’ giornali propugnatori della verità; né bastò che la menzogna insanguinata sfolgorasse tutte maniere d arme e di vendette. La nazione rilutta.

Altra prova di contrario plebiscito è la ordinata leva militare. Le liste sono lacerate a furor di popolo, gli agenti comunali minacciali; indarno accorrono battaglioni, e armati sgherri presiedono a’ sorteggi; incontanente i sorteggiali fuggono su’ monti. E questo paese dava senza sforzo centomila coscritti al suo re. E perché ora non vanno a servire il Piemonte quei che dettero il famoso SI? Chi adunque nel reame vuole l’unita? Non la nobiltà, non il clero, non gli scienziati, non le milizie, non gli artigiani, non ì contadini, e non i commercianti. Voglionla i contrabandieri, i galeotti, i camorristi, ed uomini oziosi, lanciati per errore o per bisogno o ambizione nel caos delle sette. Questi han preso le cime degli uffizii, questi strepitano, scrivono, spauriscono, pugnalano, fucilano, e si chiamano popolo e nazione. Ma il popolo del regno non vuole l’Italia una


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CAPITOLO DECIMOPRIMO

Invocano il non intervento

Se una Italia non è davvero voluta dal Piemonte, se l’Italia non può essere una, se non conviene che la sia, se i Napolitani non la vogliono, perché bruttare la patria col ferro e coi fuoco?

E l'Europa gridò non intervento; ma non interpose il suo veto all’intervento del Piemonte. S’ell’è giustizia che nelle gare interne de' popoli non entri straniero, non poteva il Piemonte entrare a conquistare uno stato ch'ha tredici secoli di vita sua, riconosciuta da cento trattati. Non poteva il reame. esser considerato parte d’uno stato ipotetico; e, pel sofisma dell'unità del linguaggio, essere assalito improvvisamente da altro stato, col quale da che l’Italia fu abitata mai non ebbe comunanza. Chi ritiene non intervento lo intervento piemontese in Napoli, ritiene fatto uno stato non ancora fatto. Quasi che una Italia fosse già costituita, si finge riguardare la lotta internazionale come gara interna d'un solo popolo; e si permette chela potenza di tutta balia, unita a forza dallo straniero e dalla setta mondiale, ischiacci una nazione tranquilla. Quando l'Italia ancora non era fatta, si supponeva fatta per farla. Questo giuoco di parole corrisponde al giuoco delle idee che l'Europa civile ha dovuto subire, per essere spettatrice impassibile del più enorme attentato contro la indipendenza dei popoli ch'abbia mai visto la misera umanità.

Il non intervento fa, o crede fare, omaggio alla volontà de popoli, e al diritto ch’ha ciascuno di costituirsi a modo suo. E sia così. Ma dunque i Napolitani soli saranno al bando delle nazioni, e dovranno essere costituiti a modo altrui? Anzi che vietarsi lo intervento, s’è anzi lo intervento incoraggiato. Col supporre le Sicilie già fuse con l’Italia, si permette l'aggressione per fonderle; e all'ombra del non intervento, uno stato felice s’ha di fuori l’intervento, e il più orribile de’ mali, la rivoluzione! Cosi l’assassino dispogliando il viandante potrebbe invocare il non intervento de’ gendarmi.

Cotesto esempio darebbe in appresso rei frutti. Il Belgio e la Francia hanno unità d’origini, di territorio, e di storia e di favella, e già altra volta furono fusi; ma sarà per l’Europa caso di non Intervento, ove la Francia assalga il Belgio? Se la Prussia per la ragion del parlare annettesse a sé tutti gli indipendenti stati alemanni, niuno dovrebbe vietare l’assalimento? Se il Portogallo, congiunto alla potenza rivoluzionaria segreta e palese, assalisse, corrompesse e annettesse la Spagna, sarebbe ei pur caso di non intervento?Certo tai due stati han comunanza di patria, di sangue, di clima, di storia e di costumi; e fusi furono, e già per 68 anni stette il Portogallo annesso alla monarchia Spagnuola, sino al 1640; quando rinunziando alla grandiosa idea d’unità nazionale ei rivendicava la indipendenza. E che parrebbe una Spagna annessa al Portogallo? Saria come le Sicilie annesse al Piemonte; il più compreso nel meno, la sapienza compresa nell’ignoranza, che sono impossibili fisici e morali. E quando un piccolo Portogallo non potè durare nelle forze Spagnuole, che imperavano sul mondo, sarebbero le Sicilie tenute a lungo dal fievolissimo Sabaudo?

Dire che il linguaggio costituir debba gli stati, è certo un sofistico errore; ma egli è sarcasmo crudele per noi a udir cotal errore ritenuto per buono da stati possenti, che co’ fatti e con le forze loro dimostrano il contrario. La Francia che ha Corsica e Nizza, Inghilterra che ha Malta voler l’Italia costituita pel linguaggio! Esse che tengono tanta parte d Italia, e forse più ne sospirano! Ahimè! sembra un più lontano intendimento s’abbia chi dichiara una cosa ch'è contraria al fatto suo, e proclama altro dritto per altri, ed altro per sé.

E se il linguaggio costituisse gli stati, sono certamente italiani questi Nizzardi, ora dati appunto per prezzo della dichiarazione di non intervento. S’interviene per avere, non s’interviene per far prendere. Cosi 1 ambizione acconcia le parole al desiderio. Unità di linguaggio v’è fra il Piemonte e le Sicilie, lontani le mille miglia; non v’è unità fra Nizza e Genova limitrofe e sorelle. Deh! per pietà, potenti della terra, adoprate pure le vostre formidabili bombe; ma non abusate del raziocinio, non fate all’umanità l’infelicissimo de’ danni, ch'è il disperdere l’idea della ragione e del dritto.

Deh! si ritorni all’eque idee d’universale giustizia: niuno davvero intervenga nelle liti nostre; il Piemonte lasci Napoli a Napolitani; e ne sia ridonata la patria. La patria non è vano nome; ella è il luogo ove siamo nati; né siffatta semplice idea, cui bensì ogni idiota sente, si può con astrattezze complesse d’inconcepibile unità pervertire. La nostra patria non è Torino, ma Napoli; e l’uomo delle Alpi non è Napolitano. Inoltre l’uomo che saccheggia, che fucila e incatena ed esilia, è straniero di fatto; né solo a questo regno, ma a tutta Italia, all’Europa e all’umanità. Il Piemontese tornando a casa sua ne può esser fratello; può esser cattolico se bacia il piede al santo padre; può esser civile se riede al dritto delle genti; ma qui, col piè su di noi, e sopra S. Pietro, e su mezza Italia da lui devastata, il Piemontese è più straniero che il Tedesco; è barbaro Unno; ovvero è il fratello che uccide il fratello, è Caino.

Potrebbe l’Europa con un motto punire del mal fatto intervento questo invasore, e por fine al sangue; perocché il reame in un giorno saria per se stesso ricostruito. Ma in qualunque caso badi l’Europa a far che novelli possibili interventi non evochino fra noi altre più gravi e più disastrose dinastiche quistioni. Se rimane la gara fra il reame disarmato e il Piemonte armato di tutte le rivoluzionarie forze, sarà ancora acerba la lotta, ma vinceremo;ché non si scaccia la nazione come si è scacciata la dinastia. Gaeta e Civitella crollarono sotto le bombe, ma sono incrollabili gli Appennini fatti da Dio per la nostra indipendenza. Fuori lo straniero! è il grido terribile di tutta una gente oppressa: ogni valle, ogni grotta, ogni macchia ne ripete l’eco; un popolo non può tutto andare in esilio, o in carcere, o in tomba. Vi saran sempre braccia per combattere e seppellire 1 avido invasore sotto le campane glebe.


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CAPITOLO DECIMOSECONDO

Vogliono il loro re

Assaporati i mali dello straniero governo liberatore, i Napolitani rimpiangono la pristina pace, e il loro patrio governo. Viste le rapine delle annessioni, anelano a’ beneficii della restaurazione; visto il re Sabaudo, rivogliono il re Borbone. Questa volontà è manifesta. Lo dicono gli stessi oppressori, co' loro eccessi; eglino stessi appellano borbonica la reazione; e di più I’ han battezzata malvagia. Il venirci essi a incatenare è eroismo; il volerci noi redimere è malvagità! Ma se l’azione fu rea, la reazione è santa. Che vale che i tristi la dicano brigantesca? Ne avete tolte l'arme a tradimento, e siamo briganti combattendovi senz’arme alla svelata? Briganti noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni; e galantuomini voi venuti qui a depredar l’altrui? Il padrone di casa è il brigante, e non voi piuttosto venuti a saccheggiarne la casa? Ma la coscienza universale ha giudicato; e già l'Europa ha imparato a intendere a rovescio le vostre parole. Se siamo briganti, juel governo che sforza tutto un popolo a briganteggiare è perverso. Quel governo che s’impone con le bombe e le fucilazioni è spietato; e se prima poteva avere amici fra gl'illusi, dopo la prova ha solo oppressi che lo abborrono. E questo nome stesso di briganti, che fu già tristo ed abbietto, noi lo facciamo amare dall’anime gentili, e lo renderemo glorioso. .

Sinché il re combatteva, noi eravamo con esso su’ campi dell’onore: oppresso il re, era da scegliere fra il servaggio e la morte. Fu necessità salire su’ monti a trovar la libertà. É quasi un anno che combattiamo nudi, scalzi, senza pane, senza tetto, senza giacigli, sotto i raggi cocenti del sole, o fra’ geli dell’inverno, entro inospitali boschi, sovra sterili lande, traversando fiumi senza ponti, traversando muraglie senza scale, affrontando inermi gli armati, conquistando con le braccia le carabine e i cannoni, e strappando pur su’ piani campi di Puglia e di Terra di Lavoro la vittoria a superbissimi nemici. È quasi un anno che versiamo il sangue, fra le benedizioni de’ sofferenti, sostentati dall’amore de’ popoli più miseri di noi, e sorretti da quel Dio che non abbandona gli oppressi. É un anno che sventoliamo sugli occhi di questi vani strombazzatori di trionfi, la santa bandiera de' gigli; di quei gigli che essi indarno cancellano da’ patrii monumenti, e che sono sculti ne’ cuori di nove milioni d’abitanti. Viva Francesco! è l'unanime grido de’ prodi.

Spargono che siamo pochi; ma duriamo da un anno con trecentomila baionette, e contro insidie più triste ancora. Dicono che combattiamo per rapire. Rapire a’ Piemontesi che non han nulla, e tutto ci han rapito? Dicono che la reazione è alimentata dal re. Da quel re che abbandonava la città capitale per non far sangue? Da quel re che uscendo di Gaeta ritraeva dagli Abruzzi il colonnello Luvarà. combattente con le masse a Tagliacozzo? da quel re che nulla ha, dappoi che sin de’ suoi privati beni era da’ rigeneratori dispogliato? No, è la nazione che abbandonata a se stessa spontanea riletta. Nel mezzo della Basilicata, e delle Puglie, su’ monti Irpini e Nolani, non possono andare ordini né soccorsi dell'esule monarca; e sono invenzioni di giornali le bugiarde notizie di sbarchi di stranieri a migliaia annunziati. Non stranieri, Napolitani sono. Senza soldo, senza onori, senza uffiziali si combatte; ed anco il prigioniero, morente sotto spietate fucilazioni, cade dando i viva al Re, fra gli aneliti di morte.

La nazione vuole Francesco. Trovate un re più cavaliere, più cristiano, più meritevole? Qualunque osi col pensiero agognare questo rovesciato napoletano trono, si misuri con Francesco, e si taccia. Francesco è il re napolitano; e più che pel sangue e pel dritto de suoi padri, egli è re pel sostenuto onor nazionale, per le pugne del Volturno, e per le fiamme di. Gaeta.

L’Europa s’affanna su la questione napolitana: e qual questione? Posto che Roma è del Papa, rotta è l’Italica Unità; qui resta un regno, che ha il suo re. Escano i Piemontesi, e la quistione è risoluta. Questa è la sola, è l’unica soluzione del facilissimo problema. Vogliamo il re nostro. Per questo sfidiamo le carceri e i ferri; per questo a guisa di belve siam cacciali per grotte e per valli, ed in durissimi esigli; per questo morenti protestiamo; e le nostre città fra il foco, gli stupri e il saccheggio, innanzi agli occhi dell’Europa civile, cadono rovesciate dal vandalico braccio di codardi oppressori. Vogliamo il nostro re.


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CAPITOLO DECIMOTERZO

Vogliono far davvero l'Italia

Dicono esser noi nemici d’Italia, quasiché questa patria non fosse Italia per eccellenza. Gli antichi intendevano Italia appunto questa. La scuola di Pitagora Coroniate, era detta la scuola italica; perché qui divampò la prima italiana, anzi europea, scintilla del sapere. Più su era Gallia eterna nemica del nome latino; e fra essa e l’Italia era il Rubicone. Dopo la barbarie, qui risorgeva la civiltà, alla corte di Federico II. Qui la poesia, qui le leggi, qui le scienze umane risfavillano. Flavio Gioia e Pier delle Vigne nacquero qui; e qui dappoi sursero ingegni, che la italiana grandezza elevarono, sì che questa meridionale contrada nella universale opinione non rimase addietro a qualsivoglia nobilissima nazione.

Nell'età moderna il settentrione della penisola è stato ritenuto terra italiana, per geografica designazione, e bensì per una certa simiglianza di favella, per le glorie e le sventure comuni, e per una certa comunanza d'insieme, che dà a tutta la penisola una ideale incontrastabile unità. Ma niuno al mondo pensò mai l'Alpigiano esser più italiano di chi nasce nella patria di Cicerone e d’Orazio, di Giovanni da Procida, del Tasso e, del Vico. Era serbato a noi viventi l’onta del soffrire i rozzi cinguettatori d’un semigallico dialetto, venire a insegnare l’italianità a noi, maestri d'ogni arte, e iniziatori d'ogni scienza.

L’arte settaria denigrava il nostro paese, e il Piemonte si pensava davvero di venire a incivilire questi barbari popoli; e fu sì insolente e stupido da portarne 1 abbiccì, e obbligare i nostri maestri di scuola a udir le lezioni di certi Torinesi, appositamente inviati per imparare a balbettare non so qual sillabario; e, per fame meglio italiani, ne recò un incomprensibile vocabolario, e cento ineseguibili leggi, e la sue monete di falsa lega, e i suoi debiti, e gli esempi di laidezze e rapine e irreligione e ferocia di cui dopo i Vandali s’era perduta la memoria.

Ma noi, la Dio mercé, siamo ancora gf Italiani per eccellenza. Il senno della nazione non può esser domo dalle luccicanti fallacie delle sette. L’Italia fu grande perché fu virtuosa, né può tornare a grandezza, se non torna a virtù. Il Piemonte corruttore non può essere iniziatore, se non di decadimento. Noi, non vogliamo la civiltà, la libertà, l'indipendenza, il progresso, e l’esaltamento vero del nome italiano; non già rovesciare il concetto radicale di tai parole; né valerci di esse per coprire l'avidità e l’ambizione. Vogliamo la civiltà cristiana; vogliamo il dritto; la ragione, il bello e Dio. Non attentiamo all'altrui, e siam paghi del nostro; non vogliamo guerra, ma pace; non ciarlataneria, ma scienza; non la ipocrisia atea e ladra, ma la carità, l’amore, e il fraterno amplesso della Fede.

Napoli non avversa l'Italia, ma combatte la setta, ch'è antiitalica, com’è anticristiana, ed antisociale. La setta dice unificar l’Italia per derubarla; Napoli vuole unire l’Italia davvero, perché salga al primato della sapienza e della virtù, non perché inabissi nel sofisma e nella colpa. Napoli vuole agglomerare intorno a sé le percosse forze sociali, perché la società non pera. E come da' monti calabri uscivano i primi lampi della pitagorica favilla, cosi da questi luoghi i primi concetti di vera libertà contro le sette sfavilleranno. La società aggredita si dissonni dal suo letargo; ne porga la mano, e si persuada che nel vincer nostro è la nostra e la universale libertà.

L'Italia può esser collegata. Con la lega restan sacri tutti i dritti preesistenti, le autonomie, le leggi, le tradizioni, le consuetudini e i desiderai di ciascun popolo. Non si combatte il Papa, non si rinnega Cristo, non si sconvolgono le coscienze, le menti e gli interessi, si uniscono le forze di tutti, e si pon fine alla guerra. Riconduciamo le nazione dal campo della forza a quello del dritto, e l'Italia cristiana riederà al suo naturale primato.

La storia nostra dimostra come sempre per leghe fummo rispettati e salvi. La lega delle città Campane, quella delle Etrusche, l'altre Sannitiche e Latine e della guerra sociale, le leghe romane onde uscivano quelle legioni che vinsero il mondo ne son prova. E quando l'Italia fu serva d’un despota, eretta da avidi proconsoli, non ebbe più difesa, e cadde ne’ Barberi. Bensì nel medioevale leghe ne salvarono, Gregorio II forse il primo fu che federava parecchie città italiche insieme, ed era imitato da Gregorio VII. Poi sotto il terzo Alessandro la lega Lombarda fugava Federico Svevo; e più tardi quel magnifico Lorenzo de' Medici un ampia confederazione di stati italiani compieva. Fu una lega italica che ricacciava di là dall’Alpe il Francese Carlo Vili; e Giulio II nel secolo XVI fidava alle leghe il suo famigerato motto. Fuori lo straniero! E non fu forse il regnante Pontefice Pio IX che nel 1848 si faceva a stringere la confederazione, dal fedifrago Piemonte avversata? Sin da allora il Piemonte agognava al conquisto, non all’unione, a far da padrone, non da fratello.

Le confederazioni di piccoli stati non destano gelosie, e vivon vita tranquilla. Sono anzi innocue e rispettate. Ventidue cantoni Svizzeri, l'America collegata, trentanove stati germanici son rimasti collettivi e forti e non tocchi, sino a giorni presenti. E l’Italia per le sue cento città, pe' suoi varii mari, per le sue naturali ricchezze è divisioni, è fatta per essere collegata, e diventare una grande nazione! Chi lanciava in Italia la parola unità, volle gettarvi il pomo della discordia, per abbattere la sua troppo crescente prosperità, e infiacchirla et ammiserirla.... Oh! io tremo a diradare un velo che copre la storia contemporanea: chiarirà il tempo quel pomo a prò di cip fu lanciato.

Gli stranieri che si mostran teneri della italiana libertà, ne desiderano liberi, e non ne fanno indipendenti; e per giunta vorrebbero che il primo, il sommo italiano, il pontefice di Dio cadesse nella dipendenza d’un re di setta, cioè d’un re dipendente! Non v’è libertà senza indipendenza; né in Italia v’è indipendenza senza confederazione. Lasciate dal guidarne; lasciatene stare, e saremo confederati, indipendenti e liberi. Siete voi o stranieri che ne fate avere la libertà a parole e il servaggio io fatti. Siete voi l’ostacolo vero e storico e futuro alla nostra redenzione, voi siete.

Se il trattato di Zurigo che fermava le basi della confederazione si fosse eseguito, noi non ispargeremmo tante lagrime, né sarebbero caduti sin ora in guerra nefanda più che centomila italiani. Ma la setta voleva roba; però usciva da tutti i suoi antri, esordiva sul sicuro Marsala correva innanzi a spogliare la pinguissima Napoli. La rivoluzione ha riempiute le tasche de' suoi campioni, e ha raggiuntò lo scopo suo. Ma il nobile sangue francese sparso per questa pattuita federazione sarà indarno? Impassibile la Francia si vedrà in viso lacerare i sacrosanti patti d’un solenne trattato? E l’onor Franco resterà vilipeso? È qual nazione poserà più l'arme per patti, se i patti fermati con una Francia saranno impunemente per avidità di conquista lacerati? A Voi o generosi Francesi è l’offesa; a voi su’ quali s’appoggiano le pazze sabaude ambizioni; e se voi stessi non vi ponete rimedio, tal vi rimarrà macchia nella storia, che saran pochi a lavarla dieci Solferini e cento Senne.

Fra Zurigo e Gaeta è un abisso; ed ei bisogna colmarlo col cadavere della setta. Il settario Piemonte non volle la convenuta lega; e l’Italia non potrebbe voler con sé quel Piemonte. Mal s’accoppiano lupi ed agnelli. L'Italia, quando col voler di Dio sarà collegata, e che i protettori stranieri la lasceranno far da se, ha anzi il sacro debito d accorrere su quelle infelici ligure e alpigiane terre conquistate dalla setta, per discacciare la rivoluzione dal suo seggio, e liberare quelle già infelici contrade dal giogo di chi le ha carche di debiti e di vergogne, e l’ha falle carceri di preti, e le ha retrocesse al paganesimo, e alla brutalità, in onta al nome italiano. Dovrà stendere la mano soccorrevole a quei miseri italiani fratelli, gementi sotto gravissime tasse isforzati a pascere i settarii dell’universo, spinti a far guerre nefande, e a mirar vilipesa la religione e la morale, e a tenere una larva di re disonesto, che di lascivie è miserando spettacolo al mondo. Liberare quelli ammiseriti popoli è carità di patria, ed è necessità per la comune quiete e del mondo. L'Italia ha il dovere di dare fratellevole aita a quella fredda sua regione; di riscaldarla con l'amor della Fede, e con lo splendore delle scienze e delle arti; di restituirla alla morale, farla salire all'eccellenza delle altre, e ritornarla alle benedizioni del Vicario d’un Dio che perdona.

Imparerà Torino da Napoli il vero costume italiano, e la carità patria, e l'amor di Dio, e che sia libertà e indipendenza. Le sue reggie ritorneranno con le nostre santuarii d’amore; e la vecchia stirpe de’ suoi re, rionorando la croce del suo nobile scudo, ripiglierà le avite virtù, prenderà da’ Borboni di Napoli esempi di magnanimità e di valore; e apprenderà come sia più grande il combattere per la patria, che rapire l’altrui con la corruzione e la menzogna. Il Piemonte allora entrerà nella famiglia italiana; e l'Italia davvero sarà fatta.


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CAPITOLO ULTIMO

Appellano alle nazioni civili.

In mentre la fantasia si lancia rapida ne’ campi dell’avvenire, e vagheggia il trionfo della civiltà, il tuonar di barbari cannoni ne richiama al cieco debaccare della forza brutale. Qui ferve una lotta esecranda fra la ragione e la setta, fra la religione e l’ateismo, fra l’ingegno e l’ignoranza, fra la verità e la calunnia, fra l’ordine che rilutta e il disordine che comanda. Il disordine seduto in seggio, sorretto da braccia abbiettissime, vuole l'ordine a suo modo, cioè l'imperio della brutalità. Né è contento che si ubbidisca, e si paghi, ma vuole benanco si sorrida e si plaudisca, e si faccian luminarie, e si preghi per esso a un Dio cui non crede. Vuole la libertà, di tutti i culti, fuorché del cattolico; vuole la libertà della stampa, purché si esalti la rivoluzione; la libertà del pensiero e della fa velia, purché si pensi e si dica a prò d’ogni storta idea; vuole un re, purché sia quel galantuomo; vuole la costituzione, purché non s’esegua; vuole un parlamento, purché vadan deputati i suoi adepti. Il disordine si è ordinato: ha tribunali che condannano la gente onesta; ha carceri, e le ha piene di reazionarii; ha gendarmi, e lor dà nuovi ferrei ordigni da legar la gente; ha guardie nazionali perché faccian le spie e de visite domiciliari; ha camorristi perché si godan tutti gli uffizii; ed ha soldati Pinelli e Cialdini, da fucilare inermi, e da bombardar da lontano, e abbruciare le nostre città, lì disordine è trionfatore; però non rispetta patti né capitolazioni, e imprigiona o deporta sull’isole gli uffiziali fedeli al trono, e i difensori di Gaeta; però mutila e abbatte monumenti, ruba i milioni, addoppia le imposte, impone leve militari, discioglie collegi e istituti d’arte e di scienze, abolisce conventi e se ne piglia le rendite;e fa vendette espugnala, e perseguita, ed esilia, e in mille maniere percuote qualunque abbia amor di patria e nobiltà di sangue, o di cuore, o d ingegno. Il disordine è anche religioso. Ha i suoi Caputi e Gavazzi e Pantalei che predicano la religione del coltello dentro i templi di Dio, che cantano i Te Deum al Signore, perché benedica le orgie; e dicon le messe pe’ suoi martiri, e pongon fiori e croci sulle tombe de’ regicidi. E il disordine è pure legislatore: esso fa cento leggi coercitive def popolo vinto, ma per sé ha la legge suprema ed immutabile del non ubbidire a legge nessuna.

E dove ha più gli occhi l'Europa? Mira impassibile la distruzione delle più belle contrade della terra, e lo abbrutimento di quel popolo che trovava la bussola e la filosofia? La pace, supremo de' beni, n’è tolta impunemente; e siam saccheggiati, scacciati dalle nostre case, e legati e carcerati, e barbaramente vilipesi, e uccisi in cento guise nefande. Oh Dio di pietà! tu poni fine agl’inenarribili mali nostri; tu disugella gli occhi de' potenti della terra, perché veggano questo sole delle nostre infelicità. Dio di pietà, fa ch'ei sappiano come al regno sia rapito ogni decoro, ogni forza, ogni ricchezza! Mirino le deserte derubate reggie. i porti vuoti di vascelli, gli arsenali vuoti di arme, gli opificii distrutti, i rovesciati monumenti, i monasteri aboliti, e tante religiose in forse del domani. Veggano le leggi mutate in peggio, l'esercito disciolto, deportati i duci, i soldati costretti a morir fuori per guerre straniere, gli sprofondati erarii, gli addoppiati debiti, il mancato commercio, le abbiettate arti, i liberati galeotti, i contrabandi, le strade rotte e infeste da ladri, gli assassini! impuniti, le fucilazioni illegali, le frodi sublimate, la perduta giustizia, le violazioni del domicilio e delle lettere, gli ergastoli, le paure, e la perdita d’ogni libertà. Veggano come andiam raminghi per la terra, riempiendola di lamenti, invocando soccorso dagli uomini e dal cielo. Come da ingordi stranieri siamo isforzati a lasciare i luoghi cari dell'infanzia, e vagar miseri e canuti, t lungi dalle mogli e da' figli, privi di conforti, tementi di pugnali, incerti dell'avvenire per estranio terre ed algenti, fidando all’aura i sospiri che da' petti angosciati mandiamo alla patria lontana. Vegga l'Europa come questi sono barbari e spietati, come insultano e percuotono, come saccheggiano ed incendiano. Venosa, la patria d'Orazio, ebbe il fuoco; facce e sacco ebbero Barile, Monteverde, S. Marco, Rignano, Spinelli, Carbonara, Montefalcione, Auletta, Basile, Pontelandolfo, Casalduni, Cotronei, ed altri molti villaggi e borgate. Fuochi, saccheggi e stupri da per tutto. I miseri abitanti innocenti, avvertiti cosi delle Garibaldesche imprese, chi fugge e chi muore; chi dalle baionette è sospinto a forza a morire nelle fiamme delle crollanti case, e chi da piombo micidiale è atterrato sul limitare della soglia paterna. Vedi le madri, i vecchi, i fanciulli, le verginelle vagolare scalzi pe' monti, senza panni, senza un tozzo di pane, fra mille stenti, cercar rifugio fra le meno ospitali belve, nelle caverne degli orsi; in recondite valli, o ne più ermi casolari. Senti le strida de’ bambini, le preci delle madri, i gemiti di tutti, e di tutti un volger gli occhi a Dio misericordioso, per un conforto che troppo tarda a venire.

Queste rovine finiranno? ritornerà l'antica nostra pace? Miseri! e sarà possibile d'averla? Dove ritroveremo 1 nostri cari caduti a migliaia? dove i benestanti riavranno 1 entrate dispersegli animali uccisi, le case derubate? dove i mercatanti chiederanno i mancati capitali? dove i padri di famiglia ricupereranno i figli traviati nel subisso delle idee socialiste? dove centomila capi di famiglia, cacciati d’uffizio, chiedenti limosine, avranno soccorso? dove la giustizia impetrerà la forza del dritto? Ma dove, dove ricupereremo i morigerati costumi e la religione de nostri padri? Forse nelle eresie, o nelle false bibbie, o nelle chiese diventate teatri, o ne’ teatri fatti chiese? 0 forse negli osceni detti, o nelle luride immagini, o nelle persecuzioni de' buoni prelati, e ne culti pubblicamente derisi dei santi, e sin della Vergine Madre di Dio? Nazioni della terra, voi che vi vantate soccorritrici dell'umanità straziata, voi che mandate vascelli e battaglioni a difendere cristiani in Siria ed in China, voi avete permesso che i Cialdoni, i Pinelli, i Garibaldi e i loro spietati seguaci vituperino l’italiano nome, e sgozzino tanti cristiani innocenti. È qui, ne bel mezzo dell’Europa, nel seno dell'italico giardino, che i più neri delitti, alla luce del sole, innanzi agli occhi vostri, si van perpetrando. Voi siete sordi a' nostri gemiti; e par che non giungano a voi. Queste dolorose e miserande grida sono soffocate, sono smentite, sono anzi calunniate; e noi barbaramente morenti ed oppressi, siam tacciati di briganti e di barbarie. Ma tutto ha limite quaggiù; il servaggio che s’appella libertà, la tirannide che si dice uguaglianza, la menzogna che si vanta civiltà già spuntano le loro arme. La immaginazione ora retrocede innanzi a un presente che ne insanguina ed insozza, e non osa scrutare un avvenire fosco, e forse più terribile ancora. Le nazioni non possono perire; e una forza ignota prepossente sospinge le braccia de' popoli offesi....

Deh! l'esempio nostro sia salute universale. Sopra di voi, o monarchi, pesano gravissimi doveri in questa ultima lotta fra la barbarie e la civiltà. I nostri nemici sono anche i vostri. Voi pure li avete, e coperti d’ipocrisie, intorno a' più splendidi vostri troni, donde tiranneggiano la terra, e minacciano la società. La setta manovra, investe combatte, trionfa, procede, e non riposa; né riposerà, perché la società non può riposare fuor del dritto. I Napolitani invocano il dritto, reclamano la pace, fanno appello agli uomini onesti di tutte le nazioni, e fidano in Dio.

31 dicembre 1861

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Livorno


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APPENDICE

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1.° Lettera di Francesco II a Sua Em. il cardinale Arcivescovo di Napoli pe’ danneggiati di Torre del Greco.

2 .° Lettera del Signor Carlo de Ricci al Direttore del Lombardo di Milano.

3 .° Lettera del Comitato Patriota della Guardia Nazionale.

4 .° Lettera di Francesco II alla Guardia Nazionale di Napoli.

5 .° Lettera datata da Firenze al Giornale il Cattolico di Napoli.

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Lettera di Francesco II a Sua Em. il Cardinale Arcivescovo di Napoli pe danneggiati di Torre del Greco

Roma, 15 dicembre 1861

Eminenza Come pastore della Diocesi a coi appartiene Torre del Greco, trasmetto a Vostra Eminenza una somma di ottocento scudi, nel mio nome e della Regina, per aiuto di quelli infelici danneggiati.

Non vi è una lagrima dei miei sudditi che non ricada sul mio cuore, e non penso alla mia povertà, che quando, come adesso, m’impedisce di fare il bene che ho desiderato sempre con passione.

Una nuova calamità è venuta ad aggiungere crudeli sventure alle tante che colpirono i miei popoli. Gli abitanti di una città vicina alla mia capitale errano desolati, nei rigori del verno, intorno a’ loro focolari distrutti. Torre del Greco rassomiglia a Pontelandolfo e Casalduni, meno misera, sol per, ché non può rigettare su gli uomini l’atrocità della sua ruina.

Sa già l’E. V. quello che la iniquità ed il tradimento han fatto della mia corona. Sovrano proscritto, non posso accorrere in mezzo ai miei sudditi, per sollevare le loro pene. Il potere del Re delle Due Sicilie è paralizzato, e le sue risorse sono quelle di un esiliato che non ha portato con sè, nel lasciare la terra in cui riposano i suoi avi, che il suo imperituro amore per la patria perduta.

Ma. per quanto grande sia la mia rovina, per guanto deboli sieno le mie risorse, Re sono, e debbo l'ultima goccia del mio sangue, ed il mio ultimo scudo a' miei popoli, e l'obolo del povero che oggi gl’invio, avrà forse più valore a’ loro occhi che tutto quello che in tempi più prosperi, che certo ritorneranno, potrò fare per soccorrere le loro sventure.

Di V. E.

Aff.mo

Francesco.

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Lettera del signor Carlo de' Ricci al direttore

del LOMBARDO di Milano (33).

Napoli, 18 dicembre.

Signor Direttore.

Alcuni amici mi fecero avvertito che una corrispondenza da Napoli in data del 3 dicembre 1861 e inserita nel di lei reputato giornale, N. 288, parlasse di me in modo famoso.

Questa lettera scritta per certo con animo pravo, consta unicamente di affermazioni gratuite e di insinuazioni malevoli a carico mio.

Mente mia non è di scendere a confutare le prime; mi limiterò a negare recisamente le seconde declinando la partecipazione o ingerenza di chicchessia in tutto piò che per me si è operato intorno alla questione italiana.

Liberissimo uomo, indipendente da qualsivoglia influenza, io non obbedisco che alla mia sola coscienza, e credo come italiano ad avere il diritto di amare la patria a modo mio, sen. za ricevere lezioni di patriottismo dal di lei corrispondente e simili, siccome non ho mai ricevuto né lezioni, né ordini da chicchessia, uomini, sette, consorterie o governi quando altre volte nella mia vita politica ho stimato di agire nello interesse della mia patria.

Federalista per studii indefessi e per maturato convincimento, trovandomi in faccia della correntia unitaria che cominciava a prevalere presso gli agitatori italiani io mi ritrassi a Parigi volgendo la fine dei 1859 e di là ridussi la questione italiana a questo semplice dilemma:

«É forse l’Italia che impone l'unità al Piemonte; ovvero è egli il Piemonte che impone l'Unità all’Italia?»

Una volta che ebbi stabilita la questione sopra, un terreno cosi semplice e schietto, mi apparve egualmente manifesta la soluzione, inevitabile.

Non entrerò qui nel merito della questione e nella soluzione che l'attende. Gli uomini competenti d’Italia e d’Europa l’hanno già risoluta e giudicata, e ciò ad onta di quanto si dice, si scrive o si pensa durante questo periodo di vera epilessia bavosa, che si osa chiamare la rivoluzione italiana.

Oggi più che mai io credo fermamente che la questione italiana, messa innanzi da Napoleone III, debba e possa risolversi debitamente da Napoleone III soltanto che ne diede le norme fondamentali nel compromesso di Villafranca.

Primo e solo in mezzo ad una stampa venduta già o vendereccia, difesi apertamente in Parigi questi principi or fanno due anni nella giornalistica di Francia. - Deve oggi parere vaticinio quella prescienza curiosa per la quale accennai fin d’allora a tutti gli errori, a tutti i delitti, a tutte le immoralità a tutti i disinganni amari ai quali doveva condurci necessariamente più tardi ciò che si chiamava in Europa la scuola politica del Piemonte.

Intanto un vero vuoto d’idee organiche si faceva rapidamente a me dinanzi nel seno della mia patria; a lato di una febbre rabbiosa di negazione, io scorgeva la più manifesta di affermazione in lei, dove appariva soltanto una confusione di diritti e di principi elementari del giusto, una sconoscenza satanica della coscienza e della vita umana, un disprezzo dei dolori reali della grande maggioranza della nazione.

Vi sono, signor Direttore, dei quarti d'ora tremendi nella vita delle nazioni nei quali il segreto di un secolo si palesa rapido come il fulmine e denunzia la verità vera alle moltitudini maravigliate e silenti. .

Noi siamo oggi appunto in uno di questi momenti solenni; immobilizzati direi di un tratto dal magnetismo delle grandi memorie e dalla coscienza degli errori presenti, noi abbiamo fatto come quei dannati del purgatorio di Dante che rifacevano rapidamente l'esame di tutta la loro vita passata riducendone gli atti tutti alla epurazione divina di quei cerchi di espiazione. - Noi tutti abbiamo potuto convincerci che il disinganno finale della nostra stolta speranza non è venuto veramente che da noi stessi.

Fu in uno di questi momenti che venni in Italia, e precisamente a Napoli, perché io considero l'antico reame delle Due Sicilie come la pietra angolare della Confederazione italiana, precisamente come gli unitarii che riguardano il Piemonte come la pietra angolare della loro Unità; con questa differenza che la prima è possibile e con essa sono possibili la libertà e l’indipendenza della patria: con la seconda essendo impossibile l'unificazione di tutta la terra italiana, restano in conseguenza impossibili la libertà e l'indipendenza della medesima.

Sono poi venuto a Napoli perché questa è la parte d’Italia che maggiormente soffre, e perché è debito di ogni onesto patriotta correre là ove sonovi ingiustizie da svelare, delitti da infamare, ipocrisie da smascherare, oppressi da difendere e oppressori da designare alla berlina di tutte le nazioni.

Ecco perché io sono venuto quaggiù.

Ella capirà benissimo, signor Direttore, che doverono parermi strane, per lo meno, le allegazioni del di lei corrispondente, che insinuerebbe avere io assunta una missione, qualunque sia da Napoleone III, o da Murat, o da Francesco II, o da Antonelli! La confusione di questi nomi accusa palesemente una confusione di idee nel cranio del mio Fouquier-Tinville che vorrà permettermi, lo spero, di pensare e di agire a modo mio e di non obbedire che alla mia coscienza. Io non ci ho colpa se gli avvenimenti conducono necessariamente ad una restaurazione dei principi decaduti! Pensa forse il di lei poco saputo corrispondente, che possa io solo ricondurli sul trono, tenendoli per mano?

Ma se il di lei corrispondente invece di scrivere delle parole vane avesse pensato che vi sono dei veri eterni, che sfuggono al compasso volgare di politiche criminose e di inani filosofie: che questi veri antichi come il mondo sono i cardini incrollabili sui quali vertono il dritto, la vita, la coscienza, la libertà umana; che nessun decreto nessun plebiscito potranno mai fare accettare la negazione di questi veri imperituri, come sarebbe assurdo voler decretare con qualche milione di voti che l'acqua non è umida e che il fuoco non è ardente; dico che, se il mio signor Fouquier-Tinville avesse pensato a tutto questo, avrebbe divisato diversamente, della vita e del patto delle nazioni e degli uomini che lo difendono a’ viso aperto. Allora egli avrebbe negato con me che un popolo possa darsi ad un altro, che possa immolarsi ad un uomo, ad una idea; che possa immedesimarsi in una patria iperbolica, astratta, inesistente; che possa liberamente e spontaneamente decretarsi il proprio suicidio, suicidio d’altronde provato storicamente, geograficamente e etnograficamente impossibile.

Cosa poi abbia voluto dire, l’anonimo accusatore con quelr altissimo personaggio di Francia che mi e parente io non intendo verbo; e molto meno mi apparve chiaro il senso di quelle parole: appoggiato da nomi altissimi italiani, e spalleggiato da influenze straniere, corre baldanzoso la sua via senza arrestarsi per nulla.

Certo un nome potente mi assicura ed è quello della Verità; certo un appoggio formidabile mi viene dall’estero, ed è questo la stampa coscienziosamente liberale dì tutta Europa. -Ma qui s’inganna il mio Procuratore Fiscale accennando alla Patrie e all’Union, come i soli organi della società federale di Parigi. Sappiamo dunque che tutti i giornali che vogliono il possibile in politica e l’onesto in morale sono con noi, perchè con noi vogliono il trionfo della giustizia nella ragion di Stato del vero diritto nel gius pubblico d’Europa e il rispetto di ciò che è Santo in ordine ai principii religiosi.

Quanto alla Società Federale Italiana, della quale si preoccupa il di lei corrispondente dirò, che essendone uno dei promotori, mi è noto constare la medesima di tutti quelli nomini che mossi da un patriottismo sincero sanno attendere senza cospirare il trionfo della Verità lasciando le arti romantiche delle congiure, ed altri intrighi cospiratori all'Errore che, per esse sole, è giunto oggi a riportare un trionfo tanto assurdo, quanto transitorio.

D’altronde tutto che fu operato da due anni a questa parte, da ciò che si chiama il Governo dell’Italia una indivisibile, non è che una giustificazione assoluta delle idee e delle speranze federali. Quando il Governo si incarica di cospirare per noi, il mio Mevio doveva arguire che la professione di federale diveniva una vera sinecura. - Infatti il governo di una Unità non reale e non realizzabile non poteva riuscire che ad una patria fittizia e corroborarsi soltanto di concetti fantastici e di immagini illusorie. Il processo inevitabile di questo governo doveva necessariamente arrivare a tradire la sua impotenza e svelando il lato debole proprio giungere alla negazione di sé stesso col combattere, col cospirare in favore delle idee controverse- le Federali.

A questo siamo giunti sig. direttore pregiatissimo, perché, noi abbiamo saputo attendere con pazienza senza cospirare, sapendo che il nostro trionfo era sicuro e inevitabile come ciò che deve essere.

Più tardi dirà la storia chi di noi due, degli Unitarii o dei Federali, abbia maggiormente giovato al ben essere, alla indipendenza e alla libertà dei popoli della Penisola nostra.

La prego intanto, sig. direttore, di accogliere d'ora innanzi con maggior cautela quanto le possa essere scritto contro uomini del cui patriottismo sincero don dubita neppure il di lei strano corrispondente.

Chiudo questa lunga lettera protestando altamente contro l’insinuazione mendace fatta dal mio Mevio laddove dice avere o probabilmente inspirato il memoriale del sig. Duca di M ad da Ioni. - Questo intemerato patrizio operò secondo la propria coscienza, secondo le proprie idee, né andò errato, poiché le une e l’altra sono conformi alla verità e alla giustizia.

Lo sfavore di coi fu fatto segno l’egregio amico paio dalia consorteria prevalente nelle aule parlamentari, secondo me, è la più splendida ovazione che in questi momenti possa desiderarsi da un onesto patriotta.

Accolga i sensi della mia stima, coi quali mi dico di lei.

Devotissimo servo

Carlo de’ Ricci

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Lettera del Comitato Patriota della Guardia Nazionale

Compagni d’arme!

La rivoluzione dalla quale aspettavamo mirabili beni, ha dato frutti tristi ed infelici. É trascorso un anno e mezzo di sofferenze, di privazioni, di lotte e di miserie: eppure ancora non riposiamo, ed anzi prevediamo l’avvenire più misero e tempestoso. Gli uomini che si annunziava no nostri liberatori non han fatto che saccheggiarne; e siamo rimasti nudi, senza decoro, senza sicurtà, senza leggi, senza religione, e fatti schiavi e miserevole spettacolo di pietà e di vergogna all’Europa stupefatta della nostra stoltezza. Il Piemonte colle sue enormezze, colle sue miserie, coi suoi debiti e con la bestiale ignoranza che lo muove s’è reso incompatibile al Napoletano. Il Piemonte fiacchissimo è per lasciarne al primo urto. G qual sarà la nostra sorte? Resteremo preda del primo occupatore? o agitati dalla plebe? o vittime delle ire popolari o delle vendette dei nostri avversari che a ragione ne accusa? no dei mali accumulati sulla patria?

Noi, è mestieri confessarlo, abbiamo molto errato: siam serviti di strumento alla conquista del nostro paese, abbiamo porte le braccia ai ceppi, abbiam plaudito alle nostre catene, ci siamo inchinati a corruttori e saccheggiatori di questa patria e siamo stati abbietti a segno d’andare insieme cogli. stranieri violando i domicili! a dei migliori cittadini per carcerarli o esigliarli dal suolo nativo. E oh viltà! non è mancato fra noi chi scendesse all’arte della spia... E che abbiam guadagnato? La miseria, le tasse di guerra, le leve sforzate, i debiti, i contrabandi, i furti notturni, la perdita della fede, e la privazione ben anco della civile libertà.

È tempo di pensare a salvezza. Mostriamo al mondo, che queste armi nostre se concorsero alla perdizione, possono bensì servire di emenda e di salute. Noi pure siamo un popolo e possiamo avere una volontà, ed abbiam diritto a farla rispettare.

Compagni! Col Piemonte nulla abbiamo da fare, ei deve andar via, ed anzi render contadi quanta ne ha rapito. Restiamo noi Napoletani a risolvere le cose nostre. La nazione riunita e non lo straniero ha dritto di provvedere ai suoi destini. .

Il ravvedimento non è vergogna: lavoriamo tutti ad intenderci, a comporre gli animi, a dimenticare gli errori comuni, a deporre gli odii e le vendette, e a salvare il nostro paese dalla irreparabile rovina. Uniamoci tutti; e vietiamo che altro spargimento di sangue insozzi ancora questa sventurata terra. Fine, fine al servaggio! Fine alla guerra fratricida! E se si deve combattere, si combatta, almeno per la patria e per la fede dei nostri padri.

Napoli 8 gennaio 1862

Il Presidente - P. D. P.

Il Segretario-P.

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Lettera di Francesco II alla Guardia Nazionale di Napoli

Uffiziali, Sottuffiziali e militi della G. Nazionale di Napoli. Attraverso della sventura, che ha colpito me ed il mio regno solo un conforto mi è stato compagno in questa terra, ove mi resto esulante da quasi un anno, e questo conforto è la memoria di gratitudine che avrò eternamente per Voi. La parola di un giovine principe, immerso dalla perfidia de’ suoi agenti governativi nel lago delle amarezze, non può esser mentitrice come la parola iperbolica di. chi accese il fuoco della insurrezione sulle nostre contrade, e vi colmò di disinganni.

SI, Io non potrò mai obbliarvi o compatriotti e sudditi miei, o guardiani della libertà e dell ordine; ed ho stampato nell’anima il mesto congedo che lo e la Regina toglievamo da Voi abbandonando la Capitale del regno e la Reggia degli avi nostri, poiché in quell’addio racchiudevasi per noi la raccomandazione più viva e più fervente che dal capo dello Stato far vi si potesse, quella cioè di salvare la nostra città dalle sciagure e dal sangue.

Voi mi avete dato in questo classe dì tempo le più salde e splendide pruove di civil coraggio e di patriottismo; voi avete capito che il vostro legittimo re non si allontanava dalla Città per manco di forze o per timidità, ma allontanavasi per non far subire alla più eletta parte de’ suoi sudditi gli orrori di una resistenza valida e compatta, qual io con l’appoggio delle mie truppe avrei potuto presentarla al nemico; intendeste insomma che quello era un regal sacrificio, e dal canto vostro voi per amor mio non foste avari di eguali sacrifici e di eguali abnegazioni alla patria, che grandi ne reclamava.

Ebbene, io ve ne ringrazio, accogliete la più distinta e sentita soddisfazione che per voi si diffonde a questi momenti dall’animo mio. Ed intanto, continuando nella prudenza, finora dimostrata allo straniero venuto violentemente ad imporvisi, servendo sempre costanti non all’individuò ma all’idea del nostro caro paese, sappiate che la maggiore delle grazie che si degnerà Iddio di compartirmi, per me sarà con tutta fede quella, che quando fra poco ritornerò in mezzo a voi e vi avrò tutti schierati alla rassegna nel foro di Palazzo, mi fosse dato ricevere dalle vostre mani intatto come lo aveste nel mio partire il sacro deposito dell'ordine e della sicurezza pubblica del mio amatissimo e fedelissimo popolo Napolitano.

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Lettera datata da Firenze al giornale il CATTOLICO di Napoli

Firenze 26 gennaio 1862.

Debbo annunziarvi la grande sensazione prodotta tra noi dalla lettera del cav. Carlo de’ Ricci nostro concittadino. Le sue parole sono credute sincere e ben a ragione, poiché sappiam per prova che egli è stato sempre amantissimo di questa, patria nostra oggi tanto crudelmente bistrattata. Vi basti il sapere che la lettera in parola si vende pubblicamente in Firenze dai venditori ambulanti, i quali ne hanno esitato un numero straordinario di copie, e van gridando per le vie la lettera del Ricci Federalista. Da quel che vi ho detto di sopra comprenderete la tensione degli spiriti, i quali ritornano volenterosi ad adagiarsi sul pensiero della federazione, dal quale non avrebbero dovuto mai allontanarsi. D'altronde gli uomini più importanti della Città professano la medesima opinione. Mi restringo a citarvi il nome dello storico Abèri, insigne statista, Clemente Busi già segretario generale del governo provvisorio del 1849, l’avvocato Idelfonso Andreozzi, Napoleone Giotti, Raffaele Forési, e tanti altri che ometto per brevità.

Questa federazione dovrebbe a' sensi dell'universale compiersi sulle basi d’una larga libertà e su quelle dell'indipendenza e dignità nazionale. Voi che conoscete Firenze sapete benissimo che se fosse altrimenti non sarebbe neppur possibile balbettare la parola confederazione in faccia a questo popolo che sentesi altamente di sé stesso, e di cui la fede politica si disegna schiettamente nella sua storia in tutte le età. Il sentimento federale è pe’ toscani, la condizione d’una esistenza indispensabile per questo popolo, che solo per essa può conservare integro e sacro il deposito dell’italianità che le generazioni precedenti gli trasmisero.

Ciò ch’è vero pel popolo toscano lo è vero egualmente per gli altri popoli della Penisola; ciascuno di essi vive d’una sua vita propria e si esplica mediante certe manifestazioni che costituiscono il criterio della sua vita politica. Ora egli è bene dal nesso di queste varie esistenze che può seriamente compiersi l’atto della nazionalità italiana. Diamo atto pratico all’idea della gran patria comune alleando in un fascio le varie esistenze politiche della nazione, e l’Ente Italia emergerà grande. glorioso e libero dalla combinazione federale indicata.

Credete che gli avvenimenti maturano e si avvicinano a questa soluzione; i sofismi dei nostri avversarli politici sono altrettanto insussistenti quanto ridicoli. Essi ci oppongono i nomi dei principi spodestati, noi. opponiamo ad essi la santità e l'inviolabilità degli Stati. È su questa base soltanto che noi invochiamo il patto federale, non potendo i principi medesimi né restaurarsi né legittimarsi che sul principio della legittimità degli Stati, novella teoria mirabilmente dimostrata in Parigi dal signor Carlo de’ Ricci, due anni or sono.

Ecco il concreto dell’opinione in questo paese riguardo agli avvenimenti di recente data. Qui noi sappiamo per certo che fra breve l’Italia sarà coperta da eserciti forestieri, dove, come e quando è inutile parlarne perché tutti possono prevederlo. Maledetti coloro che l’invocarono e che li provocarono; ad essi l’infamia, a noi il dolore e la rassegnazione di doverli subire.

Le diserzioni nell’armata continuano sopra una scala vastissima. Questo sistema di sfasciamento dell'armata piemontese si collega e si estende colle diserzioni moltiplicate di Modena, di Parma e di Lombardia. Sembra certo che un attivissimo lavorio si faccia per questo, e che degli ufficiali generali dirigano su va rii punti della Penisola comitati diversi a quest’oggetto.

Alle diserzioni che assottigliarono le fila già sottilissime u dello esercito destinato a polverizzare quel miserabile Impero austriaco che non ha che settecentomila uomini ed il quadri' la toro, i cui bastioni cadranno come le mura di Gerico davanti le prime strombazzate dei bersaglieri.

Nella città e nelle provincie una miseria senza misura ed una immoralità senza confine rodono questo popolo eh era pur dianzi il modello di un vivere morigerato ed onesto. Nei licei si trasandano le vie dello insegnamento che tanto rifulsero nella Toscana nostra; le accademie sono mute, l’arte è divenuta un mito; la lingua stessa del bel paese là dove il suona è fatta un aggregato di sarcasmi ridicoli o di solecismi e di neologismi inesplicabili. La grande trinità dell’umano incivilimento Dante, Michelangelo e Machiavelli è sconfessata a viso aperto dall’ibrida generazione che ci sta d’intorno. Sulle guance di pietra di questi grandi sotto le loggie degli uffizii risuonano gli schiaffi sacrileghi che gli sfacitori della loro Italia loro ministrano tuttodì.

Però io confido sempre. Vi è una legge più forte di tutte le insanie sconsigliate dei partiti. Questa legge vera emanazione della giustizia umana non è che la stessa che la filiazione della grande giustizia di Dio. Per essa legge noi tutti viandanti su questa terra siamo destinati a vivere per lo amore, per la fratellanza e per associazione, e non per la violenza, per la spogliazione e la manomissione di tutto e di tutti.

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1 FRANCESI: La Roche Jaquelein: M. de Boissv: Heeke: ren: Card. Matthieu; V. de Suleau: Card. Donnet: BartheC. Segar d'Aguessau: Card. Boilald: Catd. Morlol: Flavij gnv: Jouvenel: KolbBernard'Keller: Segur: Lamoignon: Pìichon: D'Anàelarre: Dalloz: 0' Quin: Latour. INGLESI: D'istrueli: Lord Normambv; Rennessev: Bowver: Maguire. BELGI: Dumortier: Van Oveloop: Nothomb: Medelker: Dedeker. Vilain XIIIl: Dechamps: de Thtìn: Kervin de Lettenhove. SPAGNUOLI: Narvaez; Ooncha: S. Miguel: Serrati: Isturiz: Rivas: tììraflores: Viluma: Veragua: Osuna: Medinaceli: Ros: Pencela: Mirasti: Martinez de la Rosa: Pidal:, Mon: Gonzales: Fernandes: Vega: Calderon Collantes: Navarrot Sancho: Navarcués: Zorlila: Torrecilla, ec.

2 In Maddaloni, città di diciottomila abitanti, dove alquanto infierì, ebbe nel 1854, soli 272 colerosi; quindici su mille.

3 Cito anche Maddaloni. Nel 1859 furono 40 imputazioni di misfatti, e 161 di delitti lievi, certamente più che la metà non provati rei. Laonde non fu neppure un reo su mille abitanti, in una città commerciale, dove frequenti possono essere le risse.

4 In Aversa il carcere per le donne a S. Francesco di Paola può essere di modello alle più culle città. Più che carcere è educandolo. L'Edifizio ha forma di chiostro. Ivi le arti, il vitto, gli esercizii religiosi, i dormitorii, tutto è ordinate a guisa di monastero. E avvien talvolta che le condannate, compiuta la pena, lascian piangendo quelle pacifiche mura, dove impararono l’arti di mano, e l’altre più belle e durature del cuore e della morale.

5 I comuni d Airola, S. Agata, Molano e Bocciano litigano pel prezzo di macinatura ne molini del Fizzo, di Casa reale; ché volevano ritenerlo a grani 21,2 il tomolo, per forza d'una concessione di Carlo III. Il Consiglio d'Intendenza che ragione a Comuni; la Gran Corte de' Conti lor die' torto; la Consulta di Stato si scisse in pareri. Re Ferdinando II s'attenne al parere della minoranza; e col danno de suoi molini decise a prò de' Comuni; i quali sono pertanto in possesso di quel privilegio che lor fa macinare i grani a bassissimo prezzo, e quasi per nulla.

6 Dal 22 luglio 1859 al 16 luglio 1860 entrarono noi regno tomola di grano 2,161,821: di grani d'india 244,898: di orzo 34,295: di avena 46,358: di riso cantaia 26,588,36: e cantala 78,521,77: di farine. Vedi i giornali uffiziali.

7 Se le arti belle vanno in proporzione della civiltà, mostrerò di scorcio il mio assunto. notando i nomi di alquanti suoi cultori. Sarebbe una lista innumerevole a' dire tutti i letterati. tutti i maestri di musica, e tutti i pittori e scultori e architetti. - Scrittori viventi di tragedie plaudite; e, per non sembrar di giudicarle li scrivo per ordine alfabetico: Arabia - Bolognese - Campagna - de Sivo - Micheletti - Proto. E la tragica è una parte della drammatica e questa è una parte della letteratura. E vivean Ventignano e Sperduti quando scriveva il Gladston.

Maestri viventi di musiche piaudite: Battista - Conti - De Giosa - Fioravante - Gabrielli - Giaquinto - Lillo- Mercadunte - Pacini - Petrella -Pistilli - Ricci- Raggi - Staffa. Pittori viventi di composizione storica: - Altamura - Belisario - Carta - Catalano - De Vivo - Giannini -Guerra - Maldarelli - Mancinelli - Morsigli rMorano - Morelli - Oliva - Ruo - Spanò, ed altri.

Paesisti: Campar ano - Carelli - Celentani - Fer gola - Franceschini - Giganti - Guglielmi - I quattro Palizzi - Smargiassi - Vertunni cc.

Scultori: Angelini - Annibale Balzico - Bologna - Cali Antonio - Cali Gennaro - Citar etto - De Crescenzo- Irdi - Persico - Pirolla padre e figlio - Principe di Stigliano - Russo - Solàri - Scorza ec.

Architetti: Alvino - Catalani A. - Catalani L. - Genovesi - Giura - Rizzi - Travaglini - Valente, ed altri molti.

8 Ogni misero poetuzzo che morisse, avevasi elegie, e discorsi funebri, e necrologie: moriva il Duca di Ventignano, onore dell'ingegno napolitano; e non se ne fe' ricordo! Ma il Ventignano avea in un opuscolo dichiarate le leggi del Mazzini.

9 Nel regno appellano così propriamente coloro che nelle carceri fanno i bravi e riscuoton premii dalla paura degli altri carcerati. Per similitudine dicono camorristi bensì certi bravacci che per le vie estorquono soldo da venditóri, o la parte da giocatori per lasciarli tranquilli; e conseguentemente son camorristi i giocatori ladri, i sicarii, i vagabondi seni arte, e chi per non faticare vive dell'altrui. Camorrista è un composto di galeotto, ladro pugnalatore, vagabondo e proletario. Questa gente era repressa e punita; però furono assoldati dalla setta; la quale ora li ha innalzati ad alti uffizii, per costituire il governo dell’affermazione di Dio!


10 Basta citar Cialdini, Farini, Nigra e simiglianti, che in tempi quieti sarebbero rimasti mediconzoli e giuocatori di bigliardi.

11 Cito per tutti il Niutta, giunto a presidente di Suprema Corte di Giustizia (non si può più su), il quale proclamò nella piazza della reggia il famoso plebiscito!! (Vedi la nota a pag. 22).

12 Re Francesco con decreto fe grazie a 127 emigrali, riserbando provvedere per altri ove grazia domandassero; e di fatto accedeva ad altre 53 dimande. Sicché rimaser fuori pochissimi, che non promisero di viver tranquilli.

13 Questi giovanissimo giunse a maresciallo. Ebbe in dono dalla regina 30 mila ducati di dote a sua moglie, e fu fatto Conte, ufficiale di S. Giorgio e di S. Ferdinando! Eppure nel 1848 avea fatto i quadri dell'esercito italiano; ond'era stato sottoposto a giudizio penale, e per grazia esonerato. Anche costui è un martire.

14 Questo fedele propugnatore del trono, fu fratello consanguineo, ma molto di spiriti diverso dall'altro Nunziante Alessandro, ora rinomato disertore, che veste in premio la sabauda divisa.

15 È notorio pel mondo il fatto iniquo di quel general Landi, che ito a riscuotere la polizza di diciottomila ducati, prezzo del tradimento, la trovò falsa e ne mori di dolore.

16 Il Bosco aveva tre battaglioni di cacciatori: il 1° l'8° e il 9°; ma trecento uomini eran alla retro guardia, né entrarono in battaglia.

17 É famoso il gen. Briganti, il quale duce di diecimila soldati, ricevuto il prezzo del tradimento, e ordinato lo sbandarsi, ebbe da' suoi stessi in premio la morte Bensì famoso è il Ghio, che fra solinghi monti disciolse altri diecimila.

18 In prova è da notare che al castello del Carmine, avendo osato i camorristi ferire la sentinella, il furore de’ soldati fu rattenuto da comandanti in nome del partilo sovrano.

19 Il Garibaldi fu ferito da colpi di moschetto mentre in carrozza traversava la via per accorrere a S. Angelo; e il trassero in salvo fuggendo per un vallone. Il volgo afferma tuttavia ch'ei morisse e dice esser falso Garibaldi questo vivente.

20 Ecco il telegramma al governatore di Molise: Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio. Oggi ho già cominciato. - Cialdini - Cominciava così, l'arte del manigoldo.

21 Più che ottantamila; quali si posson computare così: Nel dì 8 gennaio 8000 nel 22, da mare 4000, e da terra 14000: nei giorni 10, 11 e 12 febbraio altre 36000; e 20000 nei giorni intermedi dal 1° dicembre 1860 sino alla fine dell'assedio: totale 82000.

22 Un Toscano non intenderà a udire un Napolitano, né questi un Genovese, né questi un Calabro, né questi un Lombardo, né questi un Siculo né questi un Veneziano. Ciò è perché nella formazione de dialetti, e nella fusione del romanesco col germanico linguaggio, ciascun popolo serbò le native forme di pronunzia e di vocaboli. Senza l'ingegno di Dante che uni le sparse membra del favellare nazionale, forse non avremmo una lingua scritta universale in Italia.

23 Questi debiti furon fatti dalle rivoluzioni. Le Sette non potendo meglio praticano cosi il comunismo. I settari (che non hanno mai nulla del loro) saliti al potere, fanno far debiti allo stato; quali in mille guise sono spesi e da essi stessi ingoiatile poi pagali da chi ha roba. Così senza strida, la proprietà scema del suo valore, perché sempre una maggiore parte, sotto forma d'imposte pubbliche, ne va al fisco, per pagare i creditori.

24 Il governatore rivoluzionario della Capitanata così rapportava da Foggia, a 24 ottobre 1860: Il giorno del plebiscito è stato per questa provincia un giorno d'insurrezione, ed i comizii in più comuni non si sono raccolti. Si sono fatti e si fanno sforzi straordinari, perché il movimento non fosse generale ecc. Parla poi di reazioni universali, e domanda soldati ed arme. Vedi appendice all'Opuscolo il Governo della Capitanata, Tip. Colavita, 1861. Se fossero pubblici i rapporti degli altri governatori avremmo in ogni provincia di simiglianti confessioni.

25 Presero talvolta a ingannare i contadini, dicendo che i SI accennavano al ritorno di Francesco, come avvenne in Mileto di Calabria, e altrove. Sovente davano molti SI in una cartella, e l'ignaro contadino ubbidiva, credendo con più voti di richiamar meglio il suo re.

26 Vendevano pubblicamente per le vie il sale di contro bando a due grani il rotolo, gridando: Sono usciti i ladri! per incitare a plaudire la rivoluzione. Così ogni stato costituito sarà ladro se ha pubblici balzelli, e l'Inghilterra, che ne ha di gravissimi, sarà la più ladra di tutti.

27 Anche il Garibaldi, il Bivio, il Sirtori e consorti ebbero l'impudenza di dare il voto.

28 Il governatore rivoluzionario di Teramo dava fuori a 2 novembre 1860, cioè nove giorni dopo il plebiscito, questa ordinanza: Tutti i comuni della Provincia dove si sono manifestati o si manifesteranno movimenti reazionarii, sono dichiarati in istato di assedio. In tutti i detti comuni sarà eseguito un rigoroso e generale disarmo... I cittadini che mancheranno all’esibizione delle arme di qualunque natura, saran puniti con tutto il rigore delle leggi militari da un consiglio di guerra subitaneo. Gli attruppamenti saran dispersi con la forza. I reazionarii presi con le arme saran fucilati... Gli spargitori di voci allarmanti saran considerati reazionarii e puniti militarmente con rito sommario- P. DE VIRGILII. - E chi dubitasse della esecuzione ricordi l'ordinanza essere e seguita da generali e soldati piemontesi!

29 Ricordo i soli fatti d'Isernia e Caiazzo vicinissimi a’ campi di battaglia.

30 Il Pinelli da Ascoli, a 3 febbraio 1861, emanava un ordine del giorno a suoi soldati, ove fra l'altre diceva: Siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali (i reazionarii! la pietà è delitto. Noi annichileremo e schiacceremo il sacerdote vampiro, il Vicario non di Cristo ma di Satana... Purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall’immonda sua bava.... Non ti par di udire un cannibale, anzi il Satana del Milton che maledice il creato, la virtù e Dio? Lo stesso governo piemontese l’ebbe a richiamare: perocché voleva, sì, che si fosse col ferro e col fuoco proceduto, ma voleva non si dicesse. E di fatto ritornato dappoi il Pinelli, ha usato ferro e fuoco, ma non ha più dato di siffatti ordini del giorno.

31 Questi doni costarono 200 mila franchi; ed è molto eloquente cotal maniera di plebiscito., dove il prezzo è pagaio da chi dà il voto, non da chi il riceve!

32 Il proclama di costui è monumentato della balorda ignoranza d'un plebeo salito al potere. Parla d un Vesuvio ruggente, d’un Portici che trema, e non so quante altre pappolate, Quando ei poi andò via, fu schernito con questo scritto per su le mura: Quando il Vesuvio rugge, Cialdini fugge.

33 Il signor de’ Ricci oltre all'essere parente di Massimo d’Azeglio e cognato di Walewsky è un uomo troppo noto pe’ suoi principi! patriottici, pe’ quali soffri la galera dal 1849 al 1855.



















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