Eleaml - Nuovi Eleatici



In una pubblicazione, disponibile gratuitamente sul sito http://www.nunziatella.it/, questo libro che presentiamo agli amici e ai naviganti viene descritto come “curioso e quasi ignoto libro di Carlo Fortunato Bracale”.

In effetti si tratta di un libro di storia basato su un congegno letterario di tipo letterario-teatrale. L’autore dopo aver dichiarato – nel Proemio – “mi apparecchio a narrare eventi in cui non ebbi parte veruna”, prosegue scrivendo:

Ernesto F... mio dilettissimo amico, ideò dunque il lavoro che per me adesso si pubblica; ma colpito da morbo fatale e ribelle alle cure più assidue, sentendo approssimarsi la sua ultima ora, chiamò a se la fida consorte, e le disse dopo averle a lungo di me parlato.

«Norina, tu darai a lui i miei manoscritti; per te non avrebbero nissun valore, tanto sono disordinati e mal composti; egli invece potrà trarne profitto se non di persona, almeno a conforto di quelli che dividono le sue che sono pure le mie opinioni».

La miserrima donna fermò in se stessa di essere fedele esecutrice testamentaria delle ultime volontà dello amatissimo sposo.

[…] Il caso me la faceva incontrare sulla stazione della ferrovia che mena a Capua, mentre stava per recarmivici, onde vedere ancora una volta l'amico che io credeva in pericolo mortale, non sapendo che la morte aveva di già stesa su lui la gelida sua mano.”

All’incontro seguono una serie di convenevoli tra la vedova e l’autore di quest’opera. La donna gli rivela che il consorte le ha lasciato delle carte da consegnare a lui, con l’incarico di metterle in ordine per poi pubblicarle col titolo «Memorie di un tisico».

Il nostro si mostra titubante in quanto sostiene dominino mistificazione delle idee e dei sistemi e Cesaree escursioni, infine accetta. Lasciamolo raccontare direttamente a lui:

«Ebbene, signora – replicai io – datemi le carte; io compierò l'ultimo desiderio del povero Ernesto!»

ll giorno appresso io mi trovava padrone del campo, avea già divorati gli scritti del mio sventurato amico, ed eccoti, o lettore, il risultato dell'analisi che mi venne fatto di stabilire sopra di essi.

L'autore considera due epoche distinte; l'una comprende il periodo trascorso dal 1848 al 1860; l'altra ritrae i fatti più salienti avvenuti dal Plebiscito del 21 ottobre 1860 alla Convenzione del 15 settembre 1864 –

[…] In ultimo, precipuo scopo di questa opera si è, mercé la logica inesorabile dei fatti, lo smascherare del tutto, e mettere in evidenza lo assurdo di un sistema, che si basava essenzialmente sulla conculcazione dei più sacri dritti della umanità, sulla corruzione delle coscienze, e sulla ignoranza elevata a dogma governativo, e sussidiata dalla più turpe ipocrisia.

Riporta poi un ampio stralcio dalla Prefazione che Ernesto avrebbe preparato per l’opera, prefazione nella quale ce n’è per tutti, clericali, briganti, Repubblicani, Piemontesi,  Murattisti, Ministeriali. La Prefazione si chiude col rammarico di non aver potuto vedere ”i due primi guerrieri della indipendenza d'Italia: Vittorio Emanuele! Giuseppe Garibaldi!” in Campidoglio.

L’opera vera e propria si compone di due parti:

    • una prima, UN QUADRO IN PROSPETTIVA (1862)

    • una seconda,  RETROSPETTIVA (dal 1848 al 1860) formata da 39 quadri.

Buona lettura e tornate a trovarci.

Zenone di Elea - Ottobre 2019

SCENE E QUADRI STORICI

SULLA RIVOLUZIONE DEL 1860 NEL NAPOLETANO

PER CARLO FORTUNATO BRACALE
NAPOLI
PRESSO DOMENICO BALDI EDITORE
Strada Toledo num. 329 p.p.
1865
(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)
PROEMIO UN QUADRO IN PROSPETTIVA RETROSPETTIVA
1°  QUADRO
2°  QUADRO 3°  QUADRO 4°  QUADRO 5°  QUADRO 6°  QUADRO
7°  QUADRO 8°  QUADRO 9°  QUADRO 10°  QUADRO
11°  QUADRO
12°  QUADRO
13°  QUADRO 14°  QUADRO 15°  QUADRO 16°  QUADRO 17°  QUADRO 18°  QUADRO
19°  QUADRO 20°  QUADRO 21°  QUADRO 22°  QUADRO 23°  QUADRO 24°  QUADRO
25°  QUADRO 26°  QUADRO 27°  QUADRO 28°  QUADRO 29°  QUADRO 30°  QUADRO
31°  QUADRO 32°  QUADRO 33°  QUADRO 34°  QUADRO 35°  QUADRO 36°  QUADRO

PROEMIO

Come tu qui?! qual misera

Fortuna hai tu vestita?!

Valentini - La Giardiniera

SOMMARIO— La storia ed i suoi sistemi— Un amico—La vedova esecutrice testamentaria di un prezioso legato — Il titolo di un libro— Poche parole intorno ad esso— Professione di Fede religiosa e politica— Rapida rassegna dei Partiti — Malve e Frementi:—Roma e Venezia — Povero Ernesto! — Poche frasi per presentar me stesso al lettore.

Un Cesare che scrive la istoria di un altro Cesare è tal cosa da destar curiosità e desiderio negli animi più restii a seguire il corso delle discipline letterarie—Sembra quasi che le tradizioni del soglio per lunga discendenza si tramandino ai successori, e durino: pare che giudice autorevole di chi resse uno scettro possa essere per eccellenza chi si cinge il capo di Reale corona, perché a lui meglio che a chiunque altro sia dato apprezzare le gesta di quei che lo precederono, e indovinare i segreti sentimenti onde furono commossi, e gli ultimi intenti cui mirarono.

Se dovesse procedere così la bisogna per tutt’i rami in cui l’umanità s’illustrava, per tutti gli eroi, per tutt’i letterali, per tutt’i despoti, per tutt’i tiranni che vissero nei diversi secoli, allora la storia diverrebbe patrimonio comune, poiché nessuno negherebbe fede all’autorità dei diversi scrittori, che dassero mano a giudicare di uomini simili a loro nell'indirizzo dato alla propria vita.

Ammesso ciò, ne verrà per conseguenza che Pio IX dovrà scrivere la Storia di Pio VII, Riario Sforza l'altra del Cardinale Pacca, Ajossa le sue illustrazioni su Canosa, Intontì, e Del Carretto, e che infine il Commessario Merenda ci dovrà regalare un libro col titolo Della Vita e dei Costumi del Duca Morbillo.

Che che sia per avvenire in futuro di questo sistema Storico così brevemente accennato, giustizia vuole che io dichiari fin da principio che mi apparecchio a narrare eventi in cui non ebbi parte veruna; ma che se al racconto ho fatto precedere la già esposta riflessione, ciò è dipeso da che agli eventi medesimi assistette colui che primo mise disegno di questa opera, ’c quindi potette sentenziarli con lume di sicuro giudizio.

Ernesto F... mio dilettissimo amico, ideò dunque il lavoro che per me adesso si pubblica; ma colpito da morbo fatale e ribelle alle cure più assidue, sentendo approssimarsi la sua ultima ora, chiamò a se la fida consorte, e le disse dopo averle a lungo di me parlato.

«Norina, tu darai a lui i miei manoscritti; per te non avrebbero nissun valore, tanto sono disordinati e mal composti; egli invece potrà trarne profitto se non di persona, almeno a conforto di quelli che dividono le sue che sono pure le mie opinioni».

La miserrima donna fermò in se stessa di essere fedele esecutrice testamentaria delle ultime volontà dello amatissimo sposo.

Il cuore mi si strinse di profondo dolore nel vedere la vedova del mio amico più caro, di colui che mi avea legato il meglio della sua eredità, vestita a graniglia e seguita da un biondo fanciullo, bello come un amore, e che figgeva gli occhi vivaci in volto alla madre, quasi volesse scuoterla dal profondo abbattimento in cui il dolore l’avea piombata.

Il caso me la faceva incontrare sulla stazione della ferrovia che mena a Capua, mentre stava per recarmivici, onde vedere ancora una volta l’amico che io credeva in pericolo mortale, non sapendo che la morte aveva di già stesa su lui la gelida sua mano.

Mi riconobbe essa, e mi sorrise mestamente; io era rimasto come colpito di paralisi; ih bruno, che dava commoventissimo risalto a quelle due care figure, rendeva inutile e forse anche importuna qualunque dimanda; la trista verità si esprimeva a caratteri troppo eloquenti; nondimeno mi feci cuore; tentai confortarla con voce di amichevole consolazione, ma sul primo la parola more sul mio labbro, e diventò sospiro—Ella allora non seppe, né potè, ne volle frenare il pianto.

«Signora, le dissi poco dopo, la prova è stata dolorosa, immeritata, terribile; ma la tomba è sorda ai gemiti pietosi; che vale struggersi in singulti, stemperarsi in lagrime? pensate a voi stessa, pensate al figlio vostro... consolatevi!»

«Sì, rispose ella, sì, amico mio, sono calma, sono rassegnata; e come noi dovrei essere? alla calda espansione, alla misteriosa voluttà di un atroce dolore non e dato abbandonarsi ai poveri; anco le lagrime dirotte son privilegio dei ricchi».

«Ahimè! aggiunsi io, se il lungo pianto e privilegio dei ricchi, non ne abusano di certo».

«Pur troppo — proseguì ella — dite il vero: nelle case che la morte desola del capo, il calcolo presto succede al dolore — Ove la ricchezza, si divide, e si pensa immediatamente a moltiplicare onde ricostituire lo intero; ov’è miseria, si sommano le passività, e si finisce con lo andare in traccia di quella fatale incognita da cui deve scaturire il vitto dell'indomani»...

Ciò detto la povera donna si tacque per alcun tempo e comparve più tranquilla; ma poiché io mormorai di nuovo qualche sterile frase di conforto, essa m’interruppe.

«Grazie delle vostre consolazioni, ma il mio dolore non si allevia per linguaggio amichevole ed affettuoso; ciò nullameno mi vedete tranquilla, perché l’angoscia che mi strazia l’anima non deve palesarmisi in volto; colpita dal fulmine della sventura mi fu facile prevederne gli effetti; io potetti consacrare al supremo conforto delle lagrime il breve giro di due giorni, quanti ne son passati da che ho perduto il mio Ernesto—La malattia che lo à ridotto alla tomba apparteneva fatalmente alla specie di quelle che non concedono né tregua né pace — Principiò da un amaro disinganno; crebbe lentamente tra le ingiustizie ed il crepacuore, ed è finita con la sua vita e con la mia felicità.

In questo punto ella mi narrò delle condizioni di sua famiglia, e mi disse i provvedimenti già presi per la sua sistemazione— Io li approvai pienamente, e me le proffersi nella intiera misura delle mie forze devoto, e servizievole in ogni suo bisogno.

In tal proposito — aggiunse la donna — debbo parlarvi, e quasi per la bocca di Ernesto».

«Parlate, signora — esclamai—giacchè il suo volere, qualunque sia, sarà legge per me —

— «Uditemi: Ernesto avea messe confusamente in carta alcune sue idee per pubblicare un libro, una istoria mi pare…

«Lo ricordo perfettamente, anzi credo che il suo lavoro sarebbe riuscito importante ed utile, specialmente nel tempo in cui viviamo....

«Tanto meglio se credete così..,»

«Perché?...»

«Egli m’ingiungeva di consegnare a voi le sue carte onde v’incaricaste di dare ad esse quell’ordine di cui difettano, e di pubblicarle sotto il titolo «Memorie di un tisico»

Io fui colto dal massimo stupore, e non seppi dissimularlo.

«Rifiutate? — Chiese ella costernata e quasi intimorita —

«No! non dico precisamente questo; ma vado a rilento nello accettare, perché l'ufficio mi par difficile assai»..

«Non avete che questa difficoltà?... mi soggiunse la vedova, tentando di leggermi nell’animo, e comprendendo che vi era qualche cosa che io le avea a bella posta taciuto —

«No—risposi— vi è, signora mia, un altro motivo pel quale non so decidermi a mettermi all’opera. Mi spaventano non le condizioni morali, ma lo stato materiale in cui versano le lettere fra noi — Gli Editori assorbono nove decimi dei dritti dell’Autore, e come se questo fosse poco, ecco che nei demanii pubblici della stampa principiano le Cesaree escursioni, che guardano alla mistificazione delle idee e dei sistemi, intendo dire a stabilire dei rapporti inconseguenti tanto, quanto impossibili».

«Io non veggo che possa esservi di comune tra la vita di Cesare e la storia della nostra Rivoluzione; ma ammesso pure che possa esistervi qualche rapporto, che si delinei e comparisca sul fondo oscuro dell’orizzonte politico, non so vedere perché, mentre altri si studia di far accettare un principio, che per potersi sostenere à bisogno dell’orpello Cesareo, voi non possiate mettere innanzi il vostro e propugnarlo di fronte alla umanità, la quale se à ripudiato Bruto, se à tolto ogni prestigio alla politica delle congiure, alle aspirazioni che riflettono la sinistra luce del pugnale, non trovasi però disposta a conceder nulla ai Cesari, né a sopportare giogo di servaggio o di tirannia!!

Ebbene, signora — replicai io — datemi le carte; io compierò l’ultimo desiderio del povero Ernesto!»

Il giorno appresso io mi trovava padrone del campo, avea già divorati gli scritti del mio sventurato amico, ed eccoti, o lettore, il risultato dell’analisi che mi venne fatto di stabilire sopra di essi. . .

L’autore considera due epoche distinte; l’una comprende il periodo trascorso dal 1848 al 1860; l’altra ritrae i fatti più salienti avvenuti dal Plebiscito del 21 ottobre 1860 alla Convenzione del 15 settembre 1864 — La rapida rassegna degli avvenimenti, che si riferiscono alle dette due epoche, sente più dello stile vivace del narratore che della gravità dello storico; e nello insieme rendono non dispregevole il lavoro una quantità di episodii, di aneddoti, e di profili biografici raccolti con molta pazienza, e com’è da credersi con grande precisione; se non che giustizia vuole che io dica fin da principio, che l’artifizio in tutto il lavoro invade spesso il terreno dell’arte, la qual cosa à per conseguenza, che l’ordine cronologico si mostra talvolta sacrificato agli effetti di luce, che lo scrittore à inteso trarre dai suoi quadri.

In ultimo, precipuo scopo di questa opera si è, mercé la logica inesorabile dei fatti, lo smascherare del tutto, e mettere in evidenza lo assurdo di un sistema, che si basava essenzialmente sulla conculcazione dei più sacri dritti della umanità, sulla corruzione delle coscienze, e sulla ignoranza elevata a dogma governativo, e sussidiata dalla più turpe ipocrisia.

Per amor di brevità trovo utile il non riprodurre per intero alcune osservazioni, che a modo di Prefazione Ernesto voleva premettere al suo lavoro; è prezzo dell’opera però il riportare testualmente la chiusa, che oltre alla concisa esposizione dei fatti che precedettero il movimento del 1860, o si svolsero contemporaneamente, vale tutta una professione di fede religiosa e politica, e che riassume il programma di una esistenza che volle offrirsi generosamente in olocausto a Dio sull’altare della patria —

— «Nato Cristiano, scriv’egli, non desidero meglio che morire all’ombra di quel glorioso vessillo, che or son dieciannove secoli fu inalberato da Cristo istesso sul Golgota, pel trionfo della verità e della giustizia —».

«Non so se il titolo di Apostolico Romano rechi seco necessità di reverenza al Pontefice come Re; ma in questo caso io lo rifiuto.

«Non fu nostra intenzione che a destra mano

Dei nostri successor parte sedesse,

Parte dall’altra del popol Cristiano;

«Né che le chiavi che ci fur concesse

Diventasser segnacolo in vessillo,

Che contro i Battezzati combattesse!.

«Pio IX à dunque disertato la bandiera del primo Apostolo, ed io mi credo nel dritto di disertar la sua.

«Non disse Cristo al suo primo convento

Andate e predicate al mondo ciance,

Ma diede lor verace fondamento.

«Pio IX non solo predicò ciance al mondo, ma si valse della infallibilità attribuitagli dai credenti, per sostenere il più strano degli assurdi; quello cioè che, i popoli fossero gregge al servigio dei pastori, e che i Re avessero da Dio missione di opprimere i sudditi —

«Adunque, come Pontefice, io venero Pio IX; ma ripeto col Giusti il voto Cristiano, ed eminentemente civile.

«Torni Pietro alla rete».

«Quanto alla potestà terrena del Re di Roma, io non la considero più seriamente: è inutile opera ormai galvanizzare i cadaveri; il potere temporale è un morto, cui ragioni di pubblica igiene e di rispetto ai defunti persuadono a dar presto sepoltura —

«Cittadino d’Italia io amo passionatamente la terra che mi à veduto nascere, e son fiero di appartenerle —Io sento in me stesso intuitivamente che sarà UNA, che sarà GRANDE, che sarà FORTE...

«I nostri nemici combattono adesso le loro ultime battaglie; essi si trincerano all’ombra delle Sante Chiavi, e ricorrono alle armi del mal contento e del discredito — Miserabili!! e là, su quel campo, che subiranno la loro suprema disfatta —»

«Ci dicon travagliati dai partiti e dalla discordia —

«Partiti!! e quali sono questi partiti?

«Non ne costituiscono certamente uno i Borbonici, che battuti su tutta la linea strisciano ora come rettili acciecati dalla luce di una verità cui è impossibile il miscredere — Essi non amarono giammai un Re che non potevano stimare; furono sedotti dalla corruzione di un sistema che offriva loro un pane a prezzo di vergogna e di vituperevoli transazioni; deplorano oggi la necessità di divenire onesti; le loro meschine falangi assottigliale, disperse, esecrale, anzi che da noi, sono battute dalla coscienza della propria nullità —»

«I Clericali?... ebbene passiamo pure in rapida rassegna questo esercito di nere sottane. Menomati or ora i loro asili, che furono mai sempre covi di reazione e di nefandità, nella speranza che saran domani interamente distrutti, si riparano dietro i baluardi della Scomunica e del Sillabo, fortezze troppo deboli e troppo vecchie, perché possano tener fronte alle armi moderne del Progresso e della Civiltà — Le trincee da essi erette sulla coscienza dei bigotti e dei credenzoni, cadono smantellate dai colpi della pubblica istruzione, cui fin qui tennero chiusa la mente del popolo: ogni lezione abbatte un pregiudizio; ad ogni scuola che si apre tien dietro per necessità una sagrestia che si chiude; la smania di fabbricar chiese decresce a colpo d'occhio; fin qui abbondarono i Templi; oggi l’umanità preferisce farsi un Tempio della patria, farsi un Altare della famiglia, ed ardervi l’incenso sul fuoco sacro degli affetti e dei sacrifizii —

«I Briganti, ultimi e degni difensori di un passato, che oramai precipita per non più risorgere, i briganti sgominati decimati e sconfitti maledicono chi armò loro la mano del ferro parricida.»

«I Repubblicani? e dove mai, e chi sono essi in Italia? Chi anco aspira a Repubblica come sogno di lontano avvenire, possiede poi quel vasto tesoro di virtù ch'è richiesto al reggimento popolare per eccellenza?!»

«I così detti Piemontesi? Ahimè! troppa lunga sarebbe la storia di questa piaga, che il senno politico tollerò un tempo considerandola come necessità storica; ma che le passioni politiche esagerarono, o passionale, o a bella posta — Io non discuterò se il Piemontesismo meritasse tal nome, e se avesse valuto meglio considerarlo e combatterlo con senno maturo, e con amore di patria, anzi che con la leggerezza di chi aspira a vana popolarità, o con passione di parte: ciò che preme costatare si è che la Convenzione del 15 Settembre, fra i tanti suoi benefici effetti, à ucciso il mostro che rappresentavasi immane nella fantasia di molti— Quello che a Napoli chiamasi adunque Piemontesismo, è spirato a Torino col termine che fissa la sua fine come Capitale del Regno Italiano —»

«I Murattisti?... ma di essi non vale la pena di tener discorso — A qual pro’ dar corpo ad un fantasma?

«Il partito dei Ministeriali? dei Consorti, dei Moderati? Ebbene ecco il gran partito; ecco la maggioranza; ma quanto ad esso occorre fare una distinzione; urge separare gli onesti dai disonesti —»

«Ai primi molto deve l’Italia, come moltissimo deve a quel partito d’Azione, che se pare combatta in campo opposto a quello dei moderati, nei momenti supremi unisce le sue forze alle altrui per il meglio della Patria—Nell’ora del pericolo solo la carità nazionale parla al cuore dei veri liberali di amendue le frazioni: Malve: frementi: allora lo screzio scomparisce, egli animi si conciliano, come si raccolgono i corpi sotto una stessa sacrosanta bandiera che porta scritto in fronte — Italia e Vittorio Emmanuele —».

«Quanto ai disonesti di amendue le parti la pubblica opinione li giudica con sentenza più severa, con condanna più atroce di quelle che emanano dai pubblici Tribunali» —

«Tali sono le mie idee, le quali si riassumono tutto in un voto, che formò sempre la prima ispirazione della mia esistenza: liberazione di ROMA: riscossa di VENEZIA.

«Ahimè! il corso della mia vita si approssima rapidamente al suo fine: ahimè! non mi sarà concessa la gioia suprema di vedere la bandiera Italiana cruenta di sangue cittadino, sventolare temuta sulla laguna, che già fu regina dei mari: Ahimè!... gli occhi miei si chiuderanno al sonno di morte, senza confortarsi della vista del Campidoglio tornato all’antico onore, e fiero e superbo di coronare nel suo seno i due primi guerrieri della indipendenza d’Italia: Vittorio Emanuele! Giuseppe Garibaldi!

«Felici coloro che assisteranno a tanto spettacolo!»

Cosi scriveva il mio povero Ernesto pochi giorni prima che la morte troncasse il volo della sua fervida fantasia, e gli gelasse nel cuore i sensi nobilissimi onde fu sempre animato.

Oggi io raccolgo la sua eredità, ed intendo ad offrirla al pubblico — Il pubblico giudicherà se nell’ufficio da cui non seppi né potetti scusarmi, io sia riuscito a bene.

Ad ogni modo, s’anco io fallissi alla meta, l’onestà dello intendimento, ed il buon volere, saranno, spero, di scusa alla inesperienza della mano, e l’abbondanza del cuore supplirà la scarsezza della mente —

Napoli 1 aprile 1865.

L’Autore

Carlo Fortunato Bracale


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UN QUADRO IN PROSPETTIVA

(1862)

SOMMARIO — La situazione nel 1862 — La Casa di Ernesto — Monte di Dio e Santa Lucia — Analisi dei domicilii — La ex- Camerista e sue avventure — La poesia ed un volo Pindarico sotto i Borboni — Scena e Coro dei Briganti — Saggio estemporaneo — Altra importante conoscenza— Chi inganna è ingannato— Guerra e Pace — Elementi Storici — Conclusione.

Siamo nei primi mesi dell'anno 1862, anno predestinato ad una grande sventura nazionale; Aspromonte: ad una dolorosa emergenza; lo stato di Assedio: ad una infausta necessità; la Legge Pica.

Il Caos dilatava le sue arterie in tutte le Amministrazioni, che subivano il riordinamento più disordinato così nel nome come nelle attribuzioni, e tra i nuovi Regolamenti organici che si promettevano, e buona parte dei quali o svanirono, o si fanno tuttora attendere; tra le destituzioni, i ritiri, e le disponibilità, tra la minaccia di nuove leggi e di nuove imposte l'entusiasmo primiero si affievoliva, e non mancando chi soffiasse il tristo alito della discordia, il malcontento si aumentava con spaventevoli proporzioni.

A rendere anche più lesa e malagevole la situazione, il primo prestito di 500 milioni, assorbito come per incanto in men che dieciotto mesi, faceva intravedere la necessità di dover procedere subito alla contrattazione di un secondo in cifre di maggior rilievo, e ciò mentre lo inferocire del Brigantaggio in queste Provincie rendeva più che difficili, impossibili le comunicazioni ed i traffichi, e mentre la intemperante animosità dei partiti, il continuo tentennare dei Ministeri, ed i pettegolezzi parlamentari, generando sfiducia, erano di ostacolo non lieve, e quasi insuperabile alla libera circolazione dei capitali.

Nondimeno, in mezzo allo imperversare di questa procella, in mezzo ai motivi di rammarico e di amarezza che comprendevano le moltitudini, non mancava argomento a scherzo, ed occasione alle risa.

Alcune sentenze gravide di teorie progressiste, ed espresse in parole gonfie ed altisonanti, avevano fatto di galoppo ed io brevissimo tempo il giro del mondo, e divenute oramai di pubblico diritto, i popoli ne facevano sorridendo la sintesi.

L’Impero è la pace avea gridato Napoleone 3° nel tempo in che cinque Corpi di Armata Francese occupavano Roma, combattevano nella Cina e nella Concincina, sostenevano il dritto di conquista in Africa, e muovevano contro il Messico in una spedizione, che i Clericali consigliarono, e cui la Francia delle mano con improvvido consiglio, del quale oggi, ma inutilmente, si pente.

Libera Chiesa in libero Stato avea sclamato morendo il genio immortale del Sig. di Cavour, e i suoi successori erano ben lontani dal far fruttare la eredità di una massima, che forse il grande Statista avrebbe saputo attuare.

Non è quindi da meravigliare, che in generale lo stato degli animi fosse dubbioso, incerto, ed ansioso; né è pur da stupire, che alcune imprevidenze del Governo concorressero a rendere più difficile il compilo della pubblica Amministrazione, ed animassero la reazione, là quale nelle nostre Provincie non posava mai, ma si travagliava zelante ed indefessa di continuo.

Giuste ragioni di prudenza mi vietano il precisare per filo e per segno il domicilio di Ernesto— Egli è certo però, che mentre subiva la grande operazione del Censimento a Monte di Dio, dimorava sì prossimo a Santa Lucia da dominare la intera strada che dall'albergo della villa di Roma si estende alla panatica, e da essere per lo contrario dominato dalla vista poco decente dei bagnanti, dai gridi degli indocili monelli di quelle contrade, e fin dalla eccitante fragranza delle ostriche.

Della eccellenza topografica del domicilio egli andava debitore esclusivamente al ritrovarsi nel punto più culminante di miseria, congiuntura di per stessa imponentissima, che indusse un suo parente a ricoverarlo, cedendogli una stanza del più che comodo alloggio ch'ei si godeva, e che forma dipendenza del ramo di Guerra.

Mancando di ogni meglio, egli si era dato fin da qualche tempo a sbozzar questi suoi stridii sulla Rivoluzione, e mentre dava opera a constatare s’era pur vero il fatto della Sedia Ardente attribuita a Bruno ed a Pontillo, e la macchina di Luigi Maniscalchi dislogatrice degli arti, chiamata per antonomasia Angelica, la sua istallazione nel nuovo domicilio gli valse momentaneamente da diversivo a cosiffatte indagini, cui volle sostituire una precisa conoscenza cosi di Santa Lucia come di Monte di Dio, ricettacoli di tutte le code più rispettabili del paese; cosi almeno l’accusava la pubblica opinione.

Ed invero, ei durò ben poca fatica a convincersi della giustizia di tale accusa essendogli bastalo sol qualche giorno per rendersi padrone del campo.

Lungo la strada che guida al Gran Quartiere di Pizzo-Falcone, sparpagliato pei piani intermedii e superiori abita il fior fiore dell'Aristocrazia principesca, tre quarti della quale, avendo o non avendo fatta adesione al nuovo ordine di cose, vive oggi della speranza di una restaurazione, che giudica immancabile meglio che possibile — L’ultimo quarto vien costituito dalla emigrazione, che come a rappresentanza della volontà di ritornare quando sia restituito l’ordine (frase di uso in permanenza) à lasciata la servitù o bassa famiglia in pieno godimento de’ soldi e nella massima libertà di goderseli col solo obbligo della custodia, e d impiegare nella vita contemplativa una buona parte di quel tempo, che prima doveva al disimpegno delle rispettive incumbenze.

Pensionarii di ricchi stipendii, che il Governo paga riscaldandosi la serpe in seno; buona parte, né certo la migliore, degli Uffiziali superiori dello esercito Borbonico, Impiegati della decaduta Casa Reale, che si rifiutarono di prestar servizio alla nuova dinastia, alcuni funzionarii in ritiro, ed alcuni altri ancora in servizio; ecco la gente che occupa gli altri piani.

Il piano terreno poi rigurgita di ex-Uffiziali di Bocca della Real Casa, di esautorati Paggi, Staffieri, Cavallerizzi, Camerieri, Mozzi, Barantieri ecc: ecc:, posti tutti sotto la tutela ed il sindacato di un guardaporta titolare, o di un rattoppatore di abili e di scarpe che ne fa le veci.

Inoltre come linee di distacco quà e là pei diversi centri ed a piccola distanza compariscono Uffiziali, Sotto-Uffiziali, e Soldati dei veterani, che nel tempo della felice memoria, onde far le cose in piena regola, sacrificavano al settimo sacramento (uno dei più potenti tarli dell'armata Borbonica) e che oggi ricchi di nidiate di figli, invece di benedire ad un Governo che li riconosceva (e molti in gradi esagerati, che mai ebbero) pagandoli non solo meglio che prima, ma lasciandoli pure a loro bell’agio esercitare botteghe da carte, da fruttivendolo, da mercerie, ed altre industrie non sempre oneste, lo maledicono onde rimaner sempre in piedi, per il caso, che l'edilizio Italiano, secondando i loro voti, o crolli o precipiti.

E passando dal nord al sud ci troveremo nel rione di Santa Lucia, proverbiale pel suo amore alla esautorata dinastia, per privilegi e prerogative cui oggi si è dovuto derogare, almeno in parte.

La linea che prospetta il mare costituita in gran parte da alberghi, ed industriali di camere di affitto, e da esercenti locande, ed appartamenti ammobigliati, non presenta qualità o specialità visibili; ma nei vicoli e chiassuoli del così detto Pallonetto l'elemento Borbonico vi à abbarbicate profonde radici, essendone tempestati gli appartamenti tutti da ex- Maggiori, ex- Capitani, ex- Tenenti, ed ex-Alfieri al ritiro, e come se tutta questa roba fosse poco, vi s’innesta a guisa di ellera uno stralcio considerevole della bassa famiglia degli ex-; qualche Controlloro o Mozzo di Ufficio della quondam Real Casa, e di tratto in tratto la famiglia di un Commissario od Ispettore della fu Polizia, il quale sia delle Provincie Continentali, sia delle Insulari, quivi giunse a trovar tranquillo ricovero nei pacifico quartiere delle ostriche, vivendovi a guisa di ostrica, e non dismettendo il mal vezzo di porre in rilievo, quando ne cada il destro, il molto che si è perduto ed il nulla che si è guadagnato, ossia di significare la probabilità di un prossimo e necessario fallimento politico.

Ma ci si obbietterà quid hoc cum caballo?.... A che tutte queste belle cose con la rivoluzione del 1860? Pazienza per altro poco ancora, e man mano si vedrà, che tutto ciò che or sembra estraneo al nostro compito, nel complesso menerà a qualche cosa che forma parte integrante di esso — Il narratore dei particolari di una Rivoluzione non avrà giammai raggiunto il suo scopo, se non saprà piegarsi alla minuta analisi degli avvenimenti parziali, muover dagli uomini e dalle cose per cercar fatti, e sovente servirsi di questi per risalire agli antecedenti, schivando il più che sia possibile la polvere che nell’arduo cammino solleva il vento della passione, e che turba gli occhi, e ne offende la sicurezza della vista.

A confortarvi del tedio di questa digressione, vi presentiamo adesso la signora Teresa l’ex- Camerista dell’ex-Regina, e che mentre esaminata nelle sue particolarità non offre alcun che possa dirsi precisamente bello, pure nello insieme è un impossibile non dichiararla avvenente, dappoiché le sue imperfezioni, sono compensate ad esuberanza da una carnagione fresca, da un color roseo, da un occhio più che vivace, e da capelli neri a ricci, che al bello naturale aggiungono facilmente i pregi dell’arte, e si bene si prestano alla efficace virtù del pettine.

Suo padre, Maggiore di uno dei Corpi della Guardia Reale, era stato molto innanzi nelle grazie di Re Ferdinando 2.° e quindi di Francesco, a cui dava ultimo e preclarissimo attestato di fedeltà morendo, se non andiamo errati, di tifo in Gaeta. Egli dunque potè occuparsi della educazione di sua figlia, educazione che data a sbalzi, se non ebbe il merito di mirare ad uno scopo preciso, riuscì meravigliosamente, ad inspirare nella mente e nell’animo della vivace figliuola una tinta di superficiali cognizioni, che le valsero l'attributo di bene educata.

Cosi Ella era tenuta per versatissima nel francese, in grazia solo di poche frasi articolate più con brio e con vivacità, che con buon gusto ed a proposito.

Di ogni specie di ricamo essa ne parlava con superiorità, sol perché dotala di gusto e del sentimento del bello; ma l’obbligarla a fermarsi all’ago, o con le forbici per maggior tempo che nol consentisse la leggerezza di un capriccio, equivaleva ad esporla a crudele tortura.

La musica non avea potuto giammai metter salde radici nell’animo suo ad onta di assidue cure e di enormi spese, impiegate e fatte allo intento — Però Teresa avea in qualche modo supplito al difetto e fatto contento, almeno in parte suo padre, solfeggiando sulla ghitarra, che toccava mediocremente, diverse arie in dialetto con una voce, la quale perché dotata di vibrazioni più forte di quelle che siamo usi trovarne in una donna, se non prestavasi alle modulazioni gentili, non dimeno piaceva, perché stabiliva una novità nel genere, come colei che la emetteva.

Nè le sole arie così dette in cadenza costituivano il suo album musicale, su cui ad intervalli vi si rinveniva alcuna romanza ed altro capriccio o scappata poetica scritta e musicata espressamente per lei.

E qui cade in acconcio il notare, come i Borboni ebbero pure i loro Poeti a bizzeffe; anzi troviam noi, che siavi a sorprendersi altamente del perché il nobile Lord Derby, tra i tanti argomenti in favore nella sua celebre difesa di Re Ferdinando, abbia trascurato di servirsi di quest’arma specialissima, la quale sebbene costituita per lo più da scritti di pessimo gusto, pure non manca dei suoi punti salienti, tra cui non possiamo dispensarci dal notare un volo Pindarico, un concetto assolutamente peregrino di un tale, che fu poscia Deputato al Parlamento Nazionale, e che invaso dall’estro, specie d’insetto alcuna volta perniciosissimo, dopo aver parlato dell’alba irrorata di rose, e di un Cherubo che avea frapposta la punta della sua ala fra la baionetta di Agesilao Milano, ed il sacro petto di Re Ferdinando.

«Che del Regno dischiuso all’amore

«Dal Signore un portento impetrò»

Conchiudea rallegrandosi, e dimostrando, come due e due fan quattro, che Napoli ci avea guadagnato il novanta su cento da quel miracolo, dappoiché.

«Ed il secol che Re ti à veduto

«Non dell’Oro, ma un vago tessuto

«Sol di gemme la Storia dirà!!!

E che Deo gratias, questa specie di classicismo non sia per farci difetto anche oggidì, lo proveremo con tutto un bel pezzo di poesia Epico-erotica, che la sensibile Teresa, calcolando al giusto sul toties quoties delle nostre Libertà, non ebbe ritegno di cantare a piena voce nel 1862, epoca in cui, come vedremo, erasi stretta con Ernesto in intima relazione.

La scena adunque figura il sorger dell’Aurora in un bosco del Melfese 0 del Materano; i protagonisti sono Chiavone, i fratelli La Gala, Caruso, Domenico Fuoco e compagni.

Dopo un breve, ma bellissimo preludio, i campioni del Trono e dello Altare, sbucando da diversi covi si fanno innanzi sul proscenio e cantano il seguente.

CORO

Per valli e per monti — per erti dirupi.

Fra nere bufere —fra gli urli dei Lupi,

In mano brandito— pesante moschetto

Nell’altra un Vessillo — da Dio benedetto,

Pugniamo da forti — da forti moriamo,

Evviva Francesco — morendo gridiamo

Dovunque riappare — quel santo vessillo

Si leva una voce — si leva uno squillo;

È voce di gioia — è squillo di guerra

Bandito da Dio — che innalza ed atterra,

E noi che per Dio — pugnando moriamo

Evviva cc. ec.

Al grido di guerra — di popoli schiavi,

Quei vili affamati — satelliti pravi

Che diconsi mastri — del vero progresso,

Oppongon lo scherno — con lubrico eccesso,

Ci chiaman Briganti — Briganti non siamo

Se Viva Francesco ecc. ecc.

Oh stolti! a vergogna — tingete le fronti,

Venite con noi — per valli e per monti;

Vedrete che spesso — gli abbietti Briganti

Rimiran le spalle — di voi tutti quanti;

Vedrete la gioia — che in tutti destiamo

Se viva Francesco —vincendo gridiamo

Ah stolti! fuggite— già troppo è il mercato

Che feste di un popol — tradito ingannato!!

Vi è altro sentiero — per giunger lo scopo,

Pel vero progresso r. di voi non vi è duopo;

Briganti voi siete — Campioni noi siamo

Di un Rege e di Dio per cui combattiamo

Oh stolti! fuggite — pietoso il Sovrano

Per ora su voi — distende la mano;

Ma un se fia colma — la vostra misura,

Fia danno per voi — fia somma sciagura,

Noi lieti saremo — Noi ch'ora soffriamo,

E viva ecc: ecc:

«Che ne dite, signor Ernesto, domandò la ex-Camerista al mio amico, la trovate di vostro gusto?»

 «Notato ò il brio e la espressione del vostro canto, signora....»

«Ma io non domandava questo; intendeva invece della poesia.»

«Ebbene.... la trovo deplorabilmente mediocre....»

«Capisco!.... voi avete fatto il soldato da ragazzo; di poesia non potete intendervi gran fatto.»

«Al contrario, signora, ò avuto per essa un trasporto supremo fin dall'infanzia.»

«Ne godo; anzi v’invito a farmi sentire alcun che scritto da voi.»

«È impossibile... voi m’mbarazzate inutilmente; e poi le vostre opinioni stanno troppo agli antipodi colle mie.»

«Non monta; dopo un antipasto alla retriva, faremo un pasto da progressisti... ’».

«Ebbene, per compiacervi...» favoritemi l’occorrente da scrivere...

«Come!?... cosi!?... su due piedi!?...

«Signora, se vi pensassi molto e bene, scriverei poco e male!

«Ah, siete poeta estemporaneo?»

«Lo era; adesso mi proverò; speriamo che mi riesca d'impasticciare qualche cosa, che almeno abbia il pregio della spontaneità»

E in ciò dire Ernesto scarabocchiò le seguenti stanze, che per esser state scritte in un batter d'occhio, crediamo meritino la pena di essere qui riprodotte

Iesus, Joseph, Maria. ’!.... bella ragazza

Bisogna dir che i Preti

Ti ànno guasto il cervello, è che sei pazza...

Birbi, indiscreti,

Di trista razza, perfida, inumana,

Ànno più nero il cor della sottana!...

Briganti anch’essi, è natural che poi

Chiamino i ladri e gli assassini Eroi!.…

Scommetterei che un giorno

(Se acquistassero un pò di sopravvento)

Vedrem coi ceri intorno

Vedrem coi ceri intorno

Adorato Chiavone in Sacramento!

Che se tu poi, Teresa,

Vuoi credere ai palloni,

Che il Papa gonna all’ombra della Chiesa,

Bada che quei Campioni

Dàn con lo stupro indizio di pudore

E col pugnal insegnano l’amore.

Se ti avesser fra l’unghie, anima mia,

Ti farebbero a brani,

Con pace di Francesco e di Sofia;

E allora fra le mani

Di quel celebre stuol cavalleresco

Capir potresti quanto vai Francesco!!

Lasciali fra i dirupi

Far trista concorrenza ai Gufi e ai Lupi;

I Gufi — babbi, intanto, in Vaticano

Paventan di lor sorte....

Trema al Lupo maggior Io scettro in mano,

Prence senza poter, Re senza Corte!!....

Muta pensier, Teresa,

Se tu credi giuocare il bene eterno,

Con i martiri odierni della Chiesa

Bada — tel dico — vincerai l’inferno!...

Pensa che vola il tempo, e che in futuro,

Se tardo giunge, il pentimento è duro!!!

Ad onta della ripugnanza che può inspirare in ogni anima educata al bene il veder prostituita la poesia, fino al segno di far l'apoteosi del Brigantaggio, chiamando campioni di una santa causa e di Dio che li benedice (secundum Ecclesiam) i più vili assassini, ed uomini rotti ad ogni più nefanda atrocità, pure, a terminare il ritratto della nostra Teresa, va detto per debito di giustizia, che la sua indole vivace e leggiera soggiaceva agl'impulsi di un cuore in cui trovava facile accesso tutto ciò ch’era nobile e generoso, e. che se non spasimava né spasima ancora per l'unità d’Italia, ciò addiviene semplicemente da che essendo ella stata al servigio di una infelice Principessa, crederebbe oggi insultarne la sventura formando tutt’altro voto che quello di una restaurazione, sentimento che noi non sappiamo ridurci a condannare, specialmente in grazia della chiarezza con cui lo rende manifesto.

Quando si à una figlia d’indole sveglia e di mente sì aperta, che può per affetto scambiarsi facilmente col genio, e quando questa figlia desta tal simpatia, che di rado può eccitarne uguale la vera beltà, un padre qualunque non à bisogno d’imbarazzarsi lungamente del suo avvenire, costituito già per metà dai personali pregi di colei, il cui bene tanto gli sta fisso nel cuore — A ciò si aggiunga il facile accesso nel Real Palazzo, che al tempo dei Borboni era il cielo in cui le costellazioni di qualche importanza, specialmente dell’ordine militare, erano destinate a descrivere una parabola fino a che non addivenivano stelle fisse per opera del santissimo matrimonio, ed allora si comprenderà di leggieri, come Teresa in breve tempo diventava prima la moglie di un Mozzo di Ufficio, e quindi la Camerista di Maria Sofia, la quale non meno vivace, non meno eccentrica, non meno bizzarra della sua Camerista, finì per averla a predilettissima, tanto che non l’accomiatava dal suo servizio, se non sul declinare del 1861 da Roma, quando cioè le fu forza rinunziare a quel fasto Reale, che oltre al riuscire oramai inutile, anzi ridicolo, tornava pure eccessivamente dispendioso al Re spodestato.

Ernesto maltrattato immeritamente dalla Rivoluzione, per triste vicende di uomini, di tempi, e di casi; raccolto per carità in casa di un suo congiunto vivea dimenticato ed oscuro, bevendo fino all’ultima feccia, mesto e rassegnato, il calice amaro della sventura.

Aggiungasi a questa cagion di tristezza un balcone che prospettava la loggia di Teresa, ed in primo piano altra appartenente ad un inquilino, il quale benché potesse godersi il fresco dalla parte di Santa Lucia, pure amando le tenebre meglio della luce, insieme ad una nidiata di figlie avea preso domicilio fisso ed invariabile nella sua loggia microscopica; loggia insalubre, fra le tante ragioni, per i miasmi pestiferi provvedenti dal sottoposto chiassuolo.

Era sul cominciare dell’Aprile 1862, e mentre il sole avea declinato al tramonto, mentre il cielo fulgeva di miriadi di stelle, Ernesto stanco da lunga né lieta meditazione, avea finito per assopirsi dinanzi a quel malaugurato balcone; la sua anima liberata sulle ali dello ardente desio spaziava in un mondo immaginario: il suo cuore alleggerito dal consueto peso dell’angoscia si apriva ad un palpito nuovo di fede e di speranza: ohimè tutto ciò non era che un sogno; sogno rapido e fugace come la felicità sulla terra!

Ad un tratto egli si destò di soprassalto scosso dal rumore di un cristallo colpito e spezzato in mille frantumi — Un suo figliuolo giuocando alla palla l'aveva inavvedutamente lanciata sul balcone del pigionale di faccia, ed il proiettile riducendo alcune lastre in pezzi, cadeva con questi sulla loggia dell’inquilino al primo piano.

«Ma Dio buono!—cominciò a gridare la camerista in voce di soprano, facendosi al davanzale della finestra, in oggi non si può godere un pò di quiete nemmeno fra le pareti domestiche!»

«Per le Sante reliquie del Beato Alfonso dei Liguori, borbottò in falsetto il vicino della loggia al primo piano, in questi tempi di vantata civiltà non si è sicuri dai proiettili neanco in propria casa!.... sulla strada i revolvers dei carabinieri e delle guardie di pubblica sicurezza; le bombe—carta per le cantonate della città, palle accompagnate da un diluvio di vetri rotti fin dentro la propria stanza da tolto; davvero ch'è bella questa inviolabilità di domicilio!!!

Ernesto, che si trovava evidentemente dalla parte del torto, credè suo dovere chiedere scusa, e dichiararsi pronto a riparare i danni cagionati dalla imprudenza di suo figlio; per la qual cosa fattosi al balcone incominciò a balbettare qualche parola:

Teresa, in cui lo spavento avea ceduto luogo alla riflessione, sorridendo lo assicurava di essere dispostissima alla conciliazione fin con la rinunzia a qualsiasi indennità; che anzi eccitata dalle grida del vicino al primo piano, cui rispondevano con eco formidabile gli urli del piccolo esercito delle sue figliuole, non potè resistere ad una irrefrenabile voglia di ridere nel vedere il padre contemplare fissamente la palla che aveva tra le mani, come per acquistar certezza che non fosse uscita dalla bocca di un obice, mentre tutt'i membri della cara famiglia, schiamazzando per semplice gusto di far rumore, mostravano i pezzi di vetro raccolti per terra, infelici trofei della spensieratezza di un fanciullo.

«Ecco — continuava l’irascibile vicino — ecco come s’intende oggi la parola libertà — ognuno, per essa, avrà il dritto di assassinarvi sulla via, come di farvi cadere fin nella propria casa un diluvio di palle e di vetri rotti sulla testa, e tutto questo perché?!.... perché non vi è Polizia, e quel simulacro informe, composto per lo più l’antichi galeotti, cui si è voluto onorare del nome di agenti della pubblica sicurezza se ne intende quanto io capisco la lingua ebraica—Eh! in altri tempi!... in altri tempi!....»

«Ma scusate, Signore.»...

«Non vi è scusa che tenga, oggi la legge sta per voi, perché essendo io tempi di libertà, ognuno è in libertà di fracassare ai pigionati ciò che più gli aggrada.»

«Ma no, io non intendo dir questo, soggiungeva Ernesto, né di valermi di un principio cosi assurdo per...»

«Non è assurdo il principio, o Signore, quando voi lo mettete in pratica; questo vuol dire, che vi sentite forte di rompere tutto ciò ch'è suscettibile di esser rotto, perché....

«Ma alla fin fine vi ho chiesto scusa, e mi offro a pagare e rimediare al male fatto...»

E Dio sa quando sarebbe finito il diverbio se la Signora Teresa non fosse accorsa in aiuto di Ernesto, dichiarando doversi attribuire ad un caso fortuito quel ch'era avvenuto — «perciò, essa diceva, dev’ella signor Maurizio, menar buone le scuse offerte dal vicino, che d’altronde non à che una sola camera, ove più fanciulli non possono a meno di dare luogo a qualche inconveniente.»

La mediazione fu opportuna — il Sig. Maurizio fece prima le viste di placarsi, e poco dopo tornò effettivamente tranquillo.

La circostanza della sola camera bastò più degli altri argomenti, ed egli credendo di buona fede, ma con molta distanza dal vero, che i soli Borbonici potevano essere in quei tempi maltrattati dalla fortuna, si profferse amico ad Ernesto, deducendo dall’abitare ch’egli faceva in Quartiere, che fosse un Uffiziale dello ex-Esercito in ritiro, e ridotto, quasi a mendicità, perché gravato dal peso di una numerosa famiglia.

Ernesto rimaneva intanto inchiodato alla finestra ad libitum dei suoi vicini, i quali vollero trarre profitto da quella disgraziata congiuntura per intavolare con esso discorso.

La Signora Teresa con la spontaneità che le era propria, e non smentendo punto la smania di ciancia caratteristica del sesso, prese per la prima a sciogliere la lingua al più fitto cicalio. Dichiarò le rispettabili funzioni ch'essa ed il suo consorte disimpegnavano in Corte, esagerando forse anco i progressi che avevano fatto nelle buone grazie della Reale coppia regnante, e quindi soggiunse.

«Ci vuol pazienza, Signor Ernesto; è impossibile che le cose restino in questo piede; verrà un giorno che la vostra fedeltà ed attaccamento vi frutteranno un largo compenso alle attuali sofferenze.»

Fino allora le cose erano rimaste nel vago e nello indefinito, ed Ernesto non avea creduto opportuno disingannare i suoi onorevoli vicini, a causa specialmente della disastrosa scena della palla e dei vetri rotti;costretto a far atto di vita e da dire qualche cosa, si limitò ad osservare che la speranza, sebbene non fosse da preferirsi alla realtà, era pur sempre una soddisfazione.

«Speranza!! speranza avete detto?! sciamò il vicino del primo piano con una voce stridula e sepolcrale in cui era stemperato tutto il fiele e tutta la bile di cui può sentirsi capace un partigiano della santa causa; «non è speranza, Signore, è certezza; certezza che muove da Dio, il quale non può volere il trionfo della iniquità a danno della innocenza; è certezza che muove dalla storia, dappoiché nei 1862 anni da che è stato creato il mondo non vi è esempio di rivoluzione che non sia stata domata — I Re sono sempre Re ed essi se la intendono a meraviglia fra loro; e poi, infine un Re non si destituisce come un’impiegato della Fabbrica dei Tabacchi, od un Caporale del vostro Reggimento».

Questo piccolo ex-abrupto venne pronunziato con un calore ed una energia cosiffatta, che parca avesse consumale le forze organiche del focoso oratore, al quale la fine della patriottica arringa rimase strozzata ingoia da un nodo di tosse che minacciò soffocarlo.

«Povero Don Maurizio, disse in tuono di compianto la Signora Teresa, si vede proprio che parla col veleno nel cuore».

«Cosi è» soggiunse Ernesto che, desideroso di uscir da imbarazzi, non credè opportuno accingersi a modificare le idee del Sig. Maurizio intorno alla storia, in ordine alla quale i suoi studii non potevano dirsi esatti, e rapporto all’età del mondo, ch’egli faceva giovane due terzi e più di quello che realmente non sia, e già studiava la formola più esplicita e più possibilmente gentile per prendere commiato dalle sue nuove conoscenze, quando Don Maurizio, che si ostinava a vincere la tosse per parlare, avendo ottenuto un momento di tregua, ripigliò con fuoco.

«Sentite; la lampada vicina a spegnersi per mancanza dì alimento suole tramandare una luce effimera e bugiarda, che ne accelera la fine; ebbene la Rivoluzione si trova oggi precisamente a questo stadio; raccolse odii ove seminò ingiustizie, disinganni là dove s’impose col prestigio di false illusioni; sfiacchita, malvacea, esecrata essa fra breve soccomberà fulminata alle porte di Roma — Non è essa del mio parere Sig. Uffiziale, Tenente, credo, o Capitano?»

A cosiffatta categorica domanda la posizione di Ernesto era divenuta imbarazzantissima. Se si fosse trattato del solo Don Maurizio meno male, esso gli avrebbe lasciato credere quel che meglio gli fosse piaciuto, ma mentire dinnanzi ad una donna, dinnanzi a Teresa, gli pareva opera sconveniente ed indegna di uomo onesto e compito.

Ad uscir quindi una volta per sempre dalla falsa posizione in cui si trovava, tanto più che la Signora Teresa gli avea fitto in viso i suoi grandi occhi neri in guisa che parevano quasi scrutassero i sentimenti veri di lui, ed esigessero una spiegazione, si decise a parlare con franchezza e lealtà.

Disse quindi, che non si erano male apposti giudicandolo un militare, dappoiché realmente avea egli servito nel disciolto esercito dal 1838 al 1850.

Che nel 1848 avea fatto parte della spedizione per la Lombardia, ed era stato per qualche giorno Foriere di ordinanza addetto allo stato maggiore di S. E. il Tenente Generale Pepe.

Che ritornato nel Regno e sottoposto a sorveglianza per questo fatto, ch'era pure indipendente dalla sua volontà, ebbe a trovar grazia all’ombra della protezione del Comandante del Corpo cui apparteneva.

Che nel 1849 avea fatto parte del Corpo di Truppa di spedizione in sul confine, e che quindi si era trovato ai fatti di Palestrina e Velletri; che però crasi sempre dimostrato avverso tenacemente al dominio assoluto dei Principi, e contrario al diritto ch'essi chiamano legittimo e divino a sovranità, che quindi il Re Ferdinando aveva stimato bene di congedarlo dall’armata, e relegarlo a confine col seguente rescritto.

«Questo individuo perché pericoloso allo Stato pei suoi talenti e sentimenti politici dev'essere allontanato da Napoli e dalle tre Provincie suburbane.»

Liberale!! esclamò allora sorpresa la Signora Teresa.

Domicilio forzato!!! gridò spiritato a sua volta Don Maurizio, il quale vecchio Ispettor Commissario di Polizia, per abitudine di mestiere esprimeva la sua idea in una formola poco corrispondente.

«Si, miei signori!.... è precisamente cosi!» rispose Ernesto con un invidiabile sangue freddo, e salutandoli prese commiato dai suoi interlocutori aggiungendo.

«Sì: ve lo ripeto, sono liberale; ma ciò non toglie che io rispetti scrupolosamente le opinioni altrui, e che mi offra sempre pronto in vostro servigio.»

E cosi la conversazione ebbe termine.

Sulle prime ore del dimani Ernesto nel farsi al balcone col tovagliuolo fra le mani, si ebbe il saluto della bella vicina che lo avea preceduto nel levarsi, ed indi a poco quello di D. Maurizio, ch'egli credeva ancora nel letto atteso il mal fermo stato di sua salute.

Sicuramente avevano essi a lungo confabulato fra loro, e stabilito un piano di attacco contro di lui.

Ambedue rappresentavano una sola parte, ed Ernesto in breve ora dovette accorgersi che miravano a guadagnare un partigiano alla Santa Causa, dimostrante con la eloquenza de' fatti ch’egli procedeva in falso cammino, e già avea a deplorare gli effetti di tener piede in cattivo sentiero.

Non dispiacque ad Ernesto la singolare avventura, ed avveduto che poteva trarne argomento a diletto, non volle abbattere sin da principio l'edilizio di carta pesta che il Commissario di Polizia e la Camerista stavano innalzando.. — Inoltre era egli mosso da lungo tempo dal vivo desiderio di conoscere intimamente le fila segrete, i misteri più riposti, le arti più coperte, gl'individui più autorevoli della reazione; e subito si persuase ch’eraglisi presentata occasione propizia e felicissima.

Sul primo adunque Ernesto non aderì né ricusò; si fece pregare, dette a credere di voler rimanere convinto. Quelli allora cominciarono a sciogliere lo scilinguagnolo, come uccelli di richiamo che il cacciatore apposta per far cadere in rete la preda desiderata. Ne provvenne, che in lui crebbe il diletto dell’avventura, ed ultimamente si decise a farne suo prò.

Fu un piccolo tradimento se vuolsi; ma certo Ernesto intendeva valersene a benefizio proprio sì, ma senza danno di coloro che credendo ingannarlo, rimanevano presi da inganno più fino. A farla corta fu dopo qualche tempo proposta ed accettata una lega difensiva ed offensiva.

Le loro conferenze principiarono alla Peripatetica, ma ben presto assunsero un aspetto meno aperto è più confidenziale.

Per Don Maurizio niuno assume il sostenere che si fosse stato, o che fosse per essere un galantuomo. Confesseremo anzi che molte volle ebbero ad essere ristuccali fino alla nausea dall’impudenza dei suoi racconti.

Ernesto voleva essere pienamente notiziato dei misteri della Polizia Borbonica; di questi qualcuno gli tornava utilissimo, ed egli se ne vale senza scrupolo, ritenendolo come avuto da fonte autentica. Don Maurizio giurava e spergiurava non sapere alcuna cosa e della sedia ardente e della celebre macchina dislogatrice; confessava però che alcuna volta, in certi casi eccezionali, e per effetto di ordini superiori, si era fatta alcuna pressura, alcuna cosa di superlativamente compulsante; ma ciò però con le debite cautele e riguardi nello interesse sempre dell'ordine pubblico.

La Signora Teresa poi, che al solo nome di Maria Sofia si accendeva com’esca in contatto del fuoco, faceva ad Ernesto dono di preziose notizie sul conto di lei.

Nel suo modo di vedere le cose quella giovine ed infelice Principessa formava antitesi perfetta con la suocera, che la infastidiva e le riusciva importuna fin da quando salì al Trono, e che prese poi ad odiare cordialmente quando l’ebbe perduto, riconoscendo nelle suggestioni e nei perfidi consigli trasfusi da lei in Francesco la causa precipua della rovina della dinastia.

Secondo Teresa la Bavara molte volte si era fatta a scongiugiurare il precipizio, ma inutilmente sempre, e qualche volta pure con scapito della propria dignità, e come donna, e come Regina.

Più virtuosa che amante del marito, avrebbe potuto esserne l'angelo tutelare, se non la donna del cuore; ma però la preponderanza di Maria Teresa era giunta fino a farla ritenere per capricciosa e viziata peggio di una indocile educanda.

Ma di ciò a suo luogo; adesso conviene disporci a torre commiato dalle nostre conoscenze; e poiché il nostro sarà più che commiato un vero e preciso congedo, da che più non c’imbatteremo in loro, cosi non riuscirà discaro il farne ancora breve parola.

Invano oggi la Polizia, o chiunque, farebbe utile ricerca di D. Maurizio e di Teresa; essi ànno perduto i connotati con cui li abbiamo descritti; nessuno più li riconoscerebbe.

Don Maurizio o non si troverebbe, o si troverebbe camuffato da Repubblicano sotto un grosso berretto Frigio; è qualche cosa di più che un semplice progressista.

La Signora Teresa poi si è procurato un salvacondotto di un genere affatto nuovo. Il suo marito tanto appassionato per le ristaurazioni, oltre all’essere addivenuto il più fiero ed immancabile fra gli acconti di Caflish, traendo partito da alcune nozioni sul bello… artistico, acquistate mentr’era agli stipendii del Conte di Siracusa, si è dato ad esercitare il Ristauratore di quadri antichi — E’ una onorevole arte, ed è un arte libera, che vuolsi più? Quanto a Teresa poi, essa à concorso, ossia concorrerà per un posto di Maestra non posso dir dove — Un Municipio a questo mondo le darà un brevetto, ed ecco tutto rimediato, ed ecco paralizzate le operazioni della Questura, che fino ad un certo punto mi deve saper buon grado di queste rivelazioni.

Ed ora fatta questa digressione andiamo pure innanzi.


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RETROSPETTIVA

(dal 1848 al 1860)

PRIMO QUADRO

SOMMARIO Condizioni generali del Napoletano—La reazione si instaura. — Filippo F.; il prete Caruso; Campagna. —La Camerilla; i Sindaci, i Capi-Urbani. —Indole e natura dei Napoletani. — Benedizioni di Pio IX; morti e disastri. — I Ministeri; Mazza; Ischi Lello, Longobardi, Bianchini; Trova. — Il Pietismo. — Religione del Re; aneddoti. — L’Armata. —

Le opinioni ed i sentimenti dei Napoletani dopo il 15 Maggio 1848 sopportarono una crisi più che altra mai dolorosa. La Polizia, che per fatalità era troppo sicura del fatto suo incedette a passo lento e misurato nel reclutar vittime per gli ergastoli e per la deportazione. L’apostasia ebbe onori e commende; i birri ed i cagnotti del potere posero giù con ironico sorriso la maschera da liberali di cui si erano larvali a benefìzio del Governo; il danaro della corruzione non venne risparmiato; a tal uopo il ministero delle Finanze contrattò un prestito di 12 milioni di ducati con la casa Forquet. Finalmente nel disimpegno de’ pubblici Uffizii quegli uomini onesti, che illusi dal prestigio della libertà avevano a rimproverarsi il gran torto di aver in essa credulo, vennero espulsi onde far luogo ad innumerevole caterva di gente che, lorda del fango delle più sozze turpitudini, a suo prò non adduceva altro merito, tranne quello di una fedeltà canina al padrone scellerato; fedeltà baldamente provala al ferro dello spionaggio ed al fuoco dello spergiuro.

Reazione quindi su tutta la linea, e reazione tanto più esiziale in quanto che condotta con magistero di raggiro e con finezza di calcolo, e con studio di prudente circospezione invadeva il campo di tutte le Amministrazioni, non escluso l’Esercito ed i Tribunali, i quali ultimi da Santuarii della Giustizia, si mutarono in vituperevole terreno di transazione ed in turpe mercato, a tale che Temi si velò per orrore la faccia, e Mercurio lietamente sorrise alla sua vergogna.

Il popolo, da infelicissimo che era, ebbe come imposta morale, l’obbligo di dichiararsi felice, e di acclamare al ripristinalo ordine di cose, in odio a quello ferocemente represso, avvegnaché fosse non solo desiderato, ma esplicitamente voluto dalle moltitudine. Dal pergamo si cantava Osanna alla monarchia restaurata, ed al nuovo trionfo del diritto divino, e per le chiese tutte era un arrabbattarsi di tripudianti sottane, ed un continuo avvicendarsi di tridui e di preghiere.

Eppure tutto ciò non bastava! Re Ferdinando 2° che non poteva ingannar se stesso nella giusta estimazione de’ fatti, capiva bene che gli approdava a poco l’illudere solamente i bassi ordini del popolo, e che gli era non solo opportuno, ma necessario giustificare in qualche guisa il suo operato d'innanzi alle potenze straniere, tanto più, in quanto che in quel tempo era con desiderio ricercata ed avidamente letta la famosa lettera di Lord Gladston, che restituiva i fatti nella loro integrità, e recava più luce di quella che abbisognasse sulle vere condizioni del Napoletano.

Dotato di molta penetrazione, e di un colpo d’occhio sicuro, il Re comprendeva inoltre, come gli giovasse non soffocare anzi tempo la reazione, la quale gli offeriva il vantaggio di veder cose e persone chiarirsi nel loro vero colore, e quindi di colpire lente sed tute..

Di liberali nei felicissimi stati non doveva rimanere pur la memoria; e non è tutto: Ferdinando nel suo cuore amoroso deplorava le vittime scampate per miracolo dalla bajonetta de Svizzeri e dal cannone di Castelnuovo, e sottratte alle sue paterne carezze che avevano per confine il patibolo, e per interpreti gli sgherri. Ma poiché non si era più ai tempi della beatissima Avola Maria Carolina, egli stimava convenevole togliere i supplizi! alla luce della pubblicità, e consumare le stragi in segreto; e così riusciva a far larga economia nelle spese dei processi, delle sentenze, e delle esecuzioni; a velare l’insana ferocia; ed a cuoprire l’eco dolorosa dei gridi delle tante vittime.

Posto a ricco stipendio il Merenda e quanti avean cooperato al sanguinoso colpo di stato, il Re cominciò a tempestare gli eroi secondarii di quell’orribile dramma di privilegi, d’impieghi, e di decorazioni. Mentre in epoca antica i ribaldi si appendevano sulle croci, Ferdinando in tempi più recenti ma non sieno barbari appendeva le croci in petto ai ribaldi.

Un tal Filippo F. coronava una seguela di vergognosi servizii col denunziare come accanito liberale il fratello di sua moglie, e mentre questi cercava scampo con la fuga sui tetti di una fabbrica vicina, il cognato guidando una scorta di gendarmeria ordinò il fuoco contro il petto di esso: a tanta infamia fu accordato ricchissimo premio; all’assassino venne concesso grado di Capo di Uffizio in una pubblica Amministrazione; e mentre la moglie, ch'era stata astretta a seguirlo, l'aborriva fino a ripugnare di conviverci, ed a farne palese la ferocia, il Governo gli fu riconoscente al punto che, coltolo in frode di circa ducati 2mila nello esercizio delle sue funzioni, lo conservò nello impiego menandogli buono il furto, e traslocando il ladro in più lontana provincia, onde risparmiargli la vergogna verso quelli che del rubamento avevano notizia.

Ad un tal prete Caruso del Vallo in quel di Salerno, assassino di Costabile Carducci, uno de' più strenui campioni di libertà, e vita ed anima del movimento insurrezionale in quella provincia, fu largita vistosa somma di danaro, e divenuto poscia pensionano del Governo, io si vedeva in truce sembiante ed in abito goffamente signorile prender stanza sotto gli atrii della Reggia e dentro le Caserme, e quindi vender favori e promettere grazie nel caffè dei Pappagalli, divenuto essendo influentissimo negli Uffizii di Polizia.

Campagna, la cui trista celebrità ci dispensa da qualunque cenno biografico, ebbe modo di formarsi stato di splendida agiatezza nel giro di brevissimo tempo. Non ovvi infamia ed atrocità innanzi a cui avess’egli mostrato di soffermarsi, o almeno di pendere indeciso; era impossibile non tremare innanzi a lui sia di ribrezzo, sia di spavento; il suo solo nome bastava a mettere i brividi; e fuvvi ben molta onestissima gente, che temendolo nemico, dovette preferire averselo a Compare. Finalmente un'orda di stupidi cagnotti, di scherani in abito civile, privi di qualunque merito, erano mantenuti in Napoli e spedili in Provincia, spesse volle anco con gratuita attendibilità politica, perché scrutato, fino il pensiero de’ cittadini, avessero offerto modo all’Autorità dì Polizia di agire sia con processo. sia in linea sommaria sopra ad asserti o supposizioni il più delle volte assurde, a danno di un partito già decimato, ed a cui non si voleva lasciar aria per respirare, né terreno che il soste Desse. —Stabilitasi una Camarilla Superiore nella Reggia altre come per incanto ne sorgevano nelle aule de' Ministeri, e quindi nelle Intendenze, per le quali venne instituito un nuovo Ufficio ad hoc col titolo di Gabinetto. I Gesuiti, che il dimani della conflagrazione, gelosi di non cedere ad altri l'avanguardia della reazione, erano ricomparsi come immense torme di corvi cui richiami l’odore d’immondo carcame, si sparsero per ogni dove, dandosi loro accesso ed ingerenza nei Licei, nei Collegi, nei Quartieri, nelle Carceri, ed in tutt’i centri Amministrativi, in mezzo ai quali, più che esercitare sindacalo, rappresentavano un potere mito, terribile, ed oscuro come la veste di che andavano ricoverti.

I Sindaci ed i Capi Urbani prescelti nelle terne dagl’Intendenti che ne proponevano la nomina al ministero sopra la sicurtà di merito eminentemente reazionario, venivano sopraccaricati di misteriose incumbense, e d’incarichi politici in aperta riluttanza colla santità del loro ministero; ed in ultimo i Gendarmi, i semplici Gendarmi, erano venuti tanto in alto col prestigio di un ordine ristabilito a loro modo, da far raccapricciare ogni onesto uomo che ne sbirciasse per avventura l’uniforme ad una lega di distanza.

Mentre poi la macchina Governativa in tal modo organata incedeva lentamente stritolando ad ogni piè sospinto sotto le sue ruote la pace, la tranquillità, e l’onore di cento famiglie ogni giorno, le plebi indolenzite e protette dalla propria nullità assistevano allo spettacolo di cosiffatto strano riordinamento, gridando a perdita di gola Fera il Re per impulso non della propria coscienza, ma degli Agenti del Governo, i quali avevano trovato modo di procurare, ogni qual volta ne veniva loro talento, considerevoli ovazioni a prezzo enormemente modico, dappoiché il primo e più efficace fra gli argomenti che a ciò le induceva, si era il terrore, e lo spavento.

E qui giova alquanto dilungarsi su queste specie di passività de’ Napoletani, onde la non s'interpetri falsamente. A far causa comune con l'altra Sicilia, dal Vespro di quella, e dal Masaniello di questa fino all'ultimo movimento insurrezionale, non mancano illustrazioni di persone e di fatti per far palese come prepotenza di despota, ed arte di tiranno non valesse a frenare quel sentimento d’indipendenza, ch'è insilo ed istintivo nelle generose popolazioni. Gli sgherri del Santo Uffìzio ebbero a fare bene inutili prove perché vi s’impiantassero le radici della loro perfida istituzione. Fu senno adunque di tiranni la scoperta della corda sensibile onde rendere accettevole e secondo loro perpetuo il servaggio; essi ebbero come principio fondamentale della loro conservazione, mercé il concorso della Curia Romana, coltivare ed ingrassare sempre il terreno della credulità col guano dell'ignoranza per seminarvi la superstizione e l’ipocrisia.

Ed invero il Napoletano, anche al di là del timore della pena, trova esca potentissima a mostrarsi debole nella onnipotenza de’ suoi principii religiosi, che dovevano escludere, al dire dei preti, ogni onesto patriota dalle gioie supreme del Paradiso.

Pieno di cuore, passionato, ardente, e superstizioso, il Napoletano sente più di ogni altro il bisogno di chi alimenti la sua immaginazione, coi debiti riguardi alla vita materiale, per soddisfare la quale il monopolio che metteva capo nella Reggia, la piena deficienza della industria e del commercio, e lo avvilimento in cui erano tenute le lettere e le arti, non lasciavano che esiguii mezzi di fronte alle immense risorse risultanti dalla feracità del suolo e dall’amenità del clima, che ne fa ricchissimi e ricercati i prodotti. Immaginativo per eccellenza l’ideale lo colpisce più del vero; l’astrattezza più della verosimiglianza e della realtà; per ciò nel suo concetto Napoleone l'è qualche cosa al di sotto di Antonio di Santo e di Titta del Grieco, ed anche del celebre Rinaldo, sol perché quegli non à giammai ucciso come i primi ch'erano feroci scorridori di campagna, alcun bargello accompagnalo dai suoi birri, nel nome santissimo di Maria del Carmine, né, come l’ultimo, si è ritrovato alcuna volta nella necessità di schiantare una qualche quercia, per farsene un bastone, o di troncare ventisette teste di Saraceni con un sol fendente.

Il soprannaturale basta facilmente a commuovere il Napoletano e ad eccitarlo; ed è ciò che gli si vende come tale, che trova più facile accesso nel suo intuito intellettivo; Popolo in somma che si aliena dalla dolorosa realtà per seguire il prestigio, popolo di Rosario e di Via Crucis, e per conseguenza del miracoloso e dell’incredibile, presso cui l’ascendente di Masaniello o di Garibaldi poteva forse venire attenuato dalla voce esilarante di un missionario, che per combattere i due eroi avesse descritto il miracolo del giglio di S. Antonio, od uno de’ mille tratti filantropici delle anime del purgatorio.

E ci sia permesso d’insistere sull’argomento: in Napoli città de’ Presepi e de’ Sepolcri, ove tutto ciò che sorprende ed esalta trova una pietosa e facile credenza; ne’ cui capistrada il saltimbanco quotidianamente vi canta il miracolo di questo e di quell’altro Santo, e nei cui Templi il prodigio vi è in permanenza come per legato; in cui per fatti di sola coscienza i dritti della umanità divengono passivi; in cui il Liguorista è autorizzato a farvi vedere, con maggior effetto che non si otterrebbe in teatro, le fiamme de’ dannati alle pene eterne dell'inferno, imitandone fin la spasmodia e il cruccio; in cui la poesia trascendentale può dirsi, meglio che nata, costretta ad un pensionalo perpetuo; in Napoli non debbe far meraviglia se Re Ferdinando è assistito dall'alto, dal medio, e dal basso Clero, dopo aver rilasciato un passaporto di necessità politica religiosa ed umanitaria agli orrori del 15 Maggio, avesse abusalo della credulità e buona fede del popolo, costituendosi fra i suoi elementi più depravati e corrotti, un partito di esseri credenti che la loro eterna salvazione fosse vincolata alla solidità di una corona subordinata al Triregno, e ciò specialmente quando, per la maggiore delle sue sventure ebbe questo paese ad essere benedetto più volte da Pio IX.

Quali fossero stati i prodigiosi frutti di tali benedizioni noi ci terremo lontani dallo esaminare; egli è certo però che la Divinità medesima, esasperata per gli eccessi che di giorno in giorno si perpetravano, parve esserne stanca fino al punto di riprendere per essi quell’istesso flagello col quale un giorno aveva scacciato gli usurai dal suo tempio.

Di fatti; il Commissario di Polizia Campobasso insieme con un suo subalterno, ambo accanitissimi fra gli Agenti della reazione ebbero a trovare la morte sotto le ruine di una fabbrica che non potea precipitare in momento più opportuno; indi a non motto il Maresciallo di Campo Nunziante, il secondo Manes delle Calabrie, che nel giorno delle barricate avea consigliati e diretti gli attacchi, moriva, non senza sospetto di veleno, nel togliersi dalle laute mense di un convivio politico; Morelli, Navarra e Peccheneda soggiacevano al favo maligno; il duca Morbilli cadeva in sospetto; il Mazza era obbligato a dimettersi dalla Direzione del Ministero di Polizia; il cholera mieteva vittime cosi chiamate illustri fin nelle anticamere Reali, e da indi a poco i più chiari prodromi di un’era vendicatrice, succedevano a breve intervallo, quale, ad esempio, l’incendio della Santa Barbara che sprofondava quasi nel porto militare il Carlo 3.°, vapore da guerra; lo scoppio della polveriera della Darsena, e quindi quello delle polveri fulminanti in Castel Nuovo.

La Polizia si mise in moto, ma ciò nullameno le cause efficienti di tali disastri, per unanime consenso degli attaccatissimi, addebitate allo spirito sovversivo dei liberali, rimangono tuttora ignote, e fu per allora forza attribuirle al caso, utile pretesto e comoda scusa della Polizia medesima.

Cosi passavano i primi anni dieci separano dal 1848, nel corso de’ quali la Corte si tenne quasi costantemente lontana dalla Capitale, da cui si bandivano i forestieri e gli studenti, ed in cui per pervenirvi da una Provincia, anche ne’ tempi de’ bagni e per causa di salute, occorreva ai più candidi almeno un bimestre per ottenere un passaporto. Questo passaporto fissava il tempo del domicilio, e solamente in ex-tremis soleva qualche rara volta rilasciarsi dalle Autorità locali a forza d'impegni, a furia di garanzie, o per virtù di danaro ai sospettati per opinione, bene inteso dietro obbligo di presentarsi, non appena arrivato, alla Prefettura di Polizia, la quale affidava il nuovo venuto alle cure di un suo Angelo Custode, con tanti altri obblighi addizionali da fare, a chiunque non né avesse assoluta necessità, passar la voglia di muoversi dì casa propria.

Le crisi ministeriali erano finite; ed il potere durava stabile e permanente. Del resto ammessa, o piuttosto subita la reazione, poco caleva al popolo che si mutassero attori, o che sul la scena rimanessero gli stessi personaggi; la tragedia era tanto lacrimevole che il merito dell’autore rendeva il pubblico indifferente al nome degl'istrioni. I ministri pertanto vennero. sempre eletti fra gli uomini che per odio di libertà, avevano consigliata od anche maggiormente appoggiala la reazione, e qualche leggiero cambiamento ebbe a verificarsi in essi, più per morte che per altra causa, nelle sole eccezioni del Mazza, la cui destituzione fu perentoriamente reclamata dal Plenipotenziario Inglese addetto a questa Legazione, e del Principe d'Ischitello.

Di questi narravasi che, dopo la guerra di Crimea, dimandato in un Consiglio di Generali intorno alla resistenza che avrebbero potuto opporre Capua e Gaeta, in dissenso de’ suoi colleghi che, dichiaravano imprendibile si l’una che l’altra fortezza, ebbe il grave torto di dichiararle prendibilissime ed incapaci a lungamente resistere di fronte agli attuali mezzi di assedio; e questo giudizio non lusingando punto la vanità del Sovrano, gli valse la pena di vedersi surrogato nel Ministero della Guerra dal Generale Winspeare.

Or poiché non è nostra mente il far particolare rassegna di tutt’i ministri che tennero il potere dal 1848 al 1860, spenderemo solo qualche altra parola intorno ai più notevoli fra essi.

Il Longobardi, di trista ricordanza, venuto al ministero di Grazia e Giustizia, fu uno de’ traduttori più fedeli dell’indole cupamente feroce di Re Ferdinando 2° e quindi uno degli strumenti più attivi della reazione. Egli stesso s’incaricava di scegliere quanto vi era di più corrotto e servile nella Magistratura, che destinava colà ove si sentisse maggiore bisogno di colpire gl’innocenti, e conculcare la giustizia in fatto di cause politiche. Individui che erano assolutamente nullità, verniciate di vergognoso servilismo, e spregevoli per antecedenti tristissimi, sotto il suo ministero, si videro innalzali ai primi posti della Magistratura pel solo merito di essersi profferii a mutare la parte di giudici in quella di carnefici, ed a farsi sfinenti assolutamente passivi delle Reali vendette.

Il nome del Longobardi si commemora anche oggi, forse meno per le inique procedure di cui assumeva la direzione, che per la tenacità del proposito con cui cercava di far proprie, e fin di superare le istesse astiose velleità assolutiste del suo Real padrone. Nel quale proposito và narrato all’uopo il seguente aneddoto.

Sul finire del 1852, sia per la immensità dei piati e delle suppliche che piovevano da tutte le travagliate Provincie del Regno, sia, com’è più verosimile, dietro le supplichevoli rimostranze dell’Egregio Monsignor Cosenza Cardinale Arcivescovo di Capua, non à guari defunto, Ferdinando 2.° richiedeva il Longobardi di un quadro statistico complessivo de’ colpevoli della sua lesa Real Maestà, colla distinzione categorica degli emigrati, dei condannati e deportati, dei giudicabili, de’ latitanti, ed in ultimo dei sorvegliati per dubbio di fede politica liberale, o perché sospettati di tendenze sovversive. La cifra totale è fama che raggiungesse il favoloso numero di oltre 200 mila individui!!!

Ciò produsse qualche sensazione nel Sovrano, che non potè fare a meno di trovarla esagerata, osservando che rimanevagli ben poca speranza di conservare ii suo Regno, se quella cifra era vera, imperoché costituiva il doppio dello Esercito. Al che il Ministro vuolsi che rispondesse presso a poco colle seguenti parole «Sire» a parlar franco la cifra de’ nemici del governo di V. M. io la estimo di gran lunga superiore, avvegnaché questa Statistica manca della categoria di coloro che, non amando né la V. M. né il Governo istesso, inno l’abilità di non dimostrarlo, o di dimostrare il contrario.

«In altre circostanze mi sarei assunto io stesso lo incarico di supplicare a che la grazia sovrana si rendesse accessibile negli ergastoli, dischiudesse le carceri, bandisse gli esilii, e s’ispirasse in idee di perdono e non di giusta vendetta. Oggi però una tal misura estimo inopportuna non solo, ma dannosissima, perché metterebbe di fronte al prode Esercito di V. M. «un altro ora forte del doppio, e che diverrebbe presto decuplo nel numero, per le simpatie chele rivoluzioni non totalmente represse sogliono procurare alla causa della libertà — Egli è certo che oggi i quattro quinti de’ 200,000 individui si cornpongono di notorii colpevoli, o di giudicati nemici di V. M. dagli amici della V. M. medesima; il graziarli quindi, non atto di Real Clemenza, ma fatale debolezza sarebbe; e (poiché vado convinto che nelle attuali contingenze (onde 8 milioni di sudditi vivano di una modica e tranquilla felicità all’ombra del trono) almeno un decimo di essi debba servire agli altri di salutare esempio, così trovo più da meravigliare perla modesta riduzione del decimo ad un quarantesimo, che della cifra di 200,000 fra colpevoli, emigrati, prevenuti, e vigilati, cui a alla fin fine si dà più di quello che ad essi si toglie, non avendo Napoli, come la Russia, la risorsa della Siberia, e delle sue miniere.»

Il Commendatore Ludovico Bianchini, una delle più belle glorie del Napoletano e delle celebrità Europee in fatti di Economia Politica, scienza che arricchiva di preziosi volumi, fu un altro de’ Ministri di Re Ferdinando sul declinare del fatal periodo, avendo tenuto il portafoglio dello Interno, e ben di soventi ancora l'interim della Polizia. La sua nomina equivalere doveva, com’equivalse, a nulla meglio che ad uno espediente; una bella rinomanza sacrificata per far dimenticare una trista celebrità; ad esso non puossi far lode di alcun che di positivo, tranne un rallentamento di persecuzione sugli articoli Barbe e Capelli di strana foggia, ch'erano le stelle fisse del Direttore Mazza e di Peccheneda, nonché il termometro con cui veniva esplorata la recrudescenza della reazione. L’essersi del resto reso passivo e quasi inerte nelle funzioni di Polizia, anche quando ne aveva il carico e la firma, non basta a sua scusa. Il paese avrebbe amato meglio non vederlo accettare il Portafoglio, geloso di conservare nella purità primitiva una delle sue più belle glorie; che se egli non cessi di esser dotto per essere stato Ministro di Re Ferdinando, cessava però di essere un gran cittadino dal punto in cui accondiscese a prendere parte alla responsabilità degli atti del Governo.

Alla presidenza del Consiglio de’ Ministri infine stette quasi di continuo Ferdinando Troya fratello di Carlo. Quest’ultimo rinomatissimo per lavori storici e letterarii, tenne il Governo durante la rivoluzione: ma come statista si palesò poco alto, provando una volta di più che il trattare la penna è ben diverso dal reggere il timone delle pubbliche sorti. Ferdinando Troija, versatissimo anch'egli nelle lettere, specialmente antiche, pel suo vasto sapere nella Giurisprudenza e per l’onestà della vita crasi guadagnalo altissima rinomanza nella Magistratura, rinomanza però che fu bruttata di macchia incancellabile, quando egli accettò il ministero, ove si tenne qual macchina che fedelmente si muove secondo l'impulso della mano altrui. Incapace di fare il male per allo di decisa volontà, mancava pure della energia bisognevole per fare il bene in ogni sfera che offerisse distacco dalla religiosa vestila con la maschera della ipocrisia. Non vi fu martire, o protomartire, vergine, o confessore, di cui egli non possedesse una reliquia, che si sapeva trovare modo di fargli pagare ad altissimo prezzo, ed il cui patrocinio credeva infallibile. Non vi fu cura di Stato, per urgente che fosse, alla a rimuoverlo dalla consuetudine di udire la messa, di fare la meditazione, e di dirsi in tutt’i giorni il rosario, il quale soventi volle fu veduto masticare nei Consigli di Stato.

Credulo fino alla follia nei così detti Buoni Spiriti era abbindolato da tutte le pinzocchere e da quelli che facevano industria di santità nella vastissima Capitale; esseri che se oggi non mancano, costituivano ai suoi tempi un esercito in piede ii guerra, che il presidente del Consiglio de’ ministri avrebbe flemmaticamente passato a rassegna, raccomandandosi alle buone grazie ed alla intercessione di ogni singolo membro dal Padre Guardiano al Frate Terziario. Se fosse rimasto io Napoli, ed avesse avuto la grazia di non morirsene a Roma in un Convento, vi è da scommettere che Monsignor Cenatiempo traendo profitto della sua eccessiva credulità e buona fede, non avrebbe mancato dell’arte di farne il Quartier Mastro Generale de’ Corpi da lui organizzati.

Veramente, essendo egli incapace di veder le cose coi suoi proprii occhi, aveva contralto l’uso di travederle ed apprezzarle a traverso del prisma della volontà Sovrana, da cui non vi era caso che dissentisse; virtù eminente dalla gualcite Ferdinando, geloso di non dividere con altri il potere, sapeva trarre profitto, e che valeva al dabben’uomo il posto di Presidente del Consiglio dei Ministri in perpetuità.

A chiudere questo primo quadro in retrospettiva delle nostre condizioni economiche e sociali dopo il 15 maggio 1848, muoveremo un rapido sguardo al clero ed all’esercito.

Ambo questi due ordini erano addivenuti onnipotenti sotto il Regno di Ferdinando, ed ambo ebbero l’onore all’Alter-ego dalla mentovata epoca fino a quella dell’ultima rivoluzione, nello svolgersi della quale erano destinati di conserva a far così cattiva mostra delle loro tendenze ed aspirazioni.

Non sapremmo indicare con precisione quale fosse la religione del Re, e quale lo intendimento che avesse nel pro la maggiore ostentazione possibile. Diversi fatti proverebbero ch’egli non fosse pienamente convinto di ben molte Cose, le quali messe innanzi a sussidio dell’Augusta Religione del Cristo, quale espressa nei santi Evangeli, valgono invece a diminuirne la sublime semplicità, ad attenuarne la sacra purezza, a falsarne la civile dottrina.

Sulla rimostranza dì un alto funzionante della Real Casa, che lamentava delle troppo notevoli esorbitanze commesse dal Vescovo di Sora a danno di una benemerita famiglia, cui era ligato in parentela, e fama che Ferdinando rispondesse così «lasciamo stare la Chiesa; non giova attaccar brighe con ossa; però vi consiglio a passar sopra e conciliar la cosa per il meglio»

«Ma, Sire, essi invadono il campo di tutte le Amministrazioni, entrano in tutto, e su tutto mettono le mani»

«Lo so da qualche tempo, ma vedo che non vi sia da far meglio che sopportarli»

«Ma allora, Sire, questa commedia non avrà termine giammai?».

«lo non so, Principe, il come ed il quando sarà per finire; egli è certo però che dura da circa 19 secoli!!! A Monsignor Tozzolino, Vescovo di Caserta, che avea profuso molte migliaja per adornare quella Chiesa Episcopale, sovraccaricando le molteplici colonne che ne sostengono la navata con statue di carta pesta di pessimo gusto, al di sotto delle quali si vedevano pendere, ritratte con molta naturalezza e commiste a ricco fogliame, frutta di ogni sorta e di tutte le stagioni, il Re ch’era stato invitato con la Corte ad ammirare quelle malintese decorazioni, non potè fare a meno di domandare al Vescovo qual cosa avesse inteso di raffigurare, con tutte quelle frutta».

«Sire, rispose il Vescovo alquanto confuso, il Paradiso.... terrestre».

«Se non lo estimassi pericoloso per le donne gravide troverei che lo avete fatto a sufficienza appetitoso questo Paradiso; ad ogni modo sta nel vostro pieno dritto, in fatti di Paradiso, il crearne a piacimento le eterne delizie.»

E dopo presa la benedizione nello uscire dalla Chiesa, circondato dal brillante Stato maggiore, che non mancava per intero di fargli codazzo ogni qual volta si trattava di funzioni sacre, Ferdinando esclamò: «povera mensa Vescovile!.... non manca che una frasca alla porta d’ingresso per far chiara la idea che à avuto Monsignore di ridurre una Chiesa in cantina.»

Altra volta nel rendersi al quartiere ove accasermava un Reggimento di Dragoni, il Cappellano di questo, che aveva la sventura di essere tenuto per jettatore, (specie di malia affatto naturale ed a cui Ferdinando concedeva la maggior fede ed importanza possibile) nel farsi innanzi per baciargli la mano, credè opportuno aggiungere all’atto rispettoso un gentile complimento con le seguenti parole «Signore, io non desisto dal pregar sempre Iddio perché conservi e prosperi la M. V.»

«Male, rispose il Sovrano, male Monsignore, perché.... in questo caso mi piacerebbe il supporre che il Padre Eterno non avesse orecchi—»

Questi fatti che narrati di altri potrebbero valere a testimonio se non di buon senso, almeno di animo spregiudicato e superiore ai volgari pregiudizio in un uomo come Ferdinando, ch’era di un rigorismo senza pari nell'ostentare la pratica del culto esterno, ed una cieca credenza ai detti, e reverenza agli atti del Sacerdozio, valgon per certificato autentico che uno estremo, sia di collera sia di buono umore, poteva tradirlo e mostrare al nudo che, se nell'interesse del dispotismo avea imparato a prostrarsi e baciare il sacro anello di un Monsignore, nella qualità di uomo sarebbe stato men di ogni altro disposto a tranguggiare di buon grado una pozione calmante d’indulgenze plenarie toties quoties, o l’emetico sconfortante di una meditazione sui novissimi.

E che ciò sia vero l'ebbe a dimostrare in Caserta, quando moribondo gli pervennero per parte di Pio IX (il quale per gratitudine verso di lui avrebbe dovuto essere due volle infallibile,) assicurazioni che avrebbe vinta la fierezza del morbo che il consumava mercé la intercessione dei SS. mi Apostoli Petrus et Paulus et omnes Sancti ete. Il Re moribondo che, dilaniato da acerbi dolori, e straziato da più acerbi rimorsi, avrebbe forse ceduto con la sua anche la futura corona dello eletto ad Imperatore del Messico, onde morire subito; per unica risposta sorrise disdegnosamente, esprimendo in quel sorriso la più formale abjura alla ipocrisia, il disprezzo e la incredulità contemperate insieme.

Or se non costa che abbia detto il rosario quando comandava i fuochi di Castelnuovo durante la strage del 15 maggio, egli è indubitato che all’indomani, mentre vortici di denso fumo si elevavano tuttavia dagli incendiati palagi, e le strade erano irrigate di sangue cittadino, il Re seguito da splendido Corteo visitò la Vergine del Carmine in Quartier Mercato, per ringraziarla del patrocinio accordatogli, la mercé della efficacia del cannone, e ciò perché il popolaccio dalla evidenza del patrocinio istesso avesse desunta la santità dell’opera di un Re, che regalava di bombe e di mitraglie i suoi felicissimi e fedelissimi sudditi

Da giovine, le pratiche della religione non lo distolsero dalla via dei piaceri. Stretto poi dai vincoli del matrimonio, la pubblica opinione lo accusò di uxoricidio.

Conjugato in seconde nozze a Maria Teresa d’Austria dovette subire dal carattere fiero e predominante di essa, quella influenza che la bontà e le grazie di Maria Cristina non erano valse ad ottenerle. Egli è certo pure che da quell'epoca principiò ad usare più di frequente in Chiesa, ed a compiacersi più del solito di messe, di coroncine, e di novene; a baciar mani, ed a chieder benedizioni ai Vescovi, ed altro; com’è pure certissimo che dopo il 1848, e più propriamente dopo avere ospitato in Gaeta il Santo Padre con una buona parte del Sacro Collegio, egli addivenne il più celebre baciapile del suo Regno, ed il primo ipocrita dell’universo, tanto che non è strano il supporre che dallo studio costante d’ingannare gli altri foss’egli pervenuto al punto culminante d’ingannar se stesso. I Vescovi, i Parrochi, i Rettori di Chiesa, i Prefetti di Congregazioni di Spirito, i Padri di Gesù e quelli della Missione, a furia di assorbire prerogative, erano giunti ad essere i despoti in secondo delle rispettive giurisdizioni. Per costatare la miseria o la ricchezza, la sapienza o l’ignoranza, la condotta politica o la morale, la capacità o l’incapacità ad un Uffizio, niente eravi di più efficace che il certificato di un Parroco, o di altro Ecclesiastico. Questi avevano stabilito intorno al Trono una rete fittissima, che non permetteva al Sovrano di vedere nulla oltre a ciò che dessi stimavano conducente si vedesse, e che nelle ampie sue pieghe non cessava mai di cumular doni, privilegi, e ricche prebende. Guai, guai a quel tale che si avesse per inimico il Vescovo, od il Parroco!!! egli era un uomo perduto. Lo stesso Re non sarebbe valso a salvarlo.

La supremazia militare in ultimo, benché subordinata alla Pretile, non cessava di essere meno di quella funesta, tanto ch’ebbe a vedersi il grave scandalo di un Ministro che, per essere stato succumbente in una controversia civile, non si peritava di recarsi personalmente in casa di un egregio funzionario dell’alta Magistratura, e scendere ivi alla bassezza della minaccia, delle contumelie, e vuolsi anco alle vie di fatto.

Nel quale proposito basta adesso accennare come Re Ferdinando era pervenuto a formare dello Esercito una istituzione assolutamente a parte dal rimanente del reame, col quale non doveva avere contatto o relazione qualsiasi, onde nel bisogno di gratificare di mitraglia gli amatissimi sudditi, la truppa non subisse influenza di affetti privati, o sentisse scrupoli, o si perdesse in indugi, o inchinasse a pietà. La parola Patria doveva ignorarsi o dimenticarsi dal volontario e dal coscritto, e tutto al più non permetteva ad essi attaccarvi altra idea che quella assolutamente topica, che richiamava al pensiero il proprio abituro, la parrocchia, ed il campanile.

Nel di 15 Maggio Napoli non aveva a Guarnigione che i soli corpi della Guardia Reale, i Reggimenti Svizzeri, di cui uno richiamato qualche giorno innanzi da Nocera dei Pagani, un Reggimento di Marina, poca Artiglieria, e quattro Squadroni degli Ussari della Guardia, essendo stato tutto il resto, ch’era pure il fiore dell'Esercito, disseminato nell'Italia Superiore, (ove in più colonne affidate a speciali Comandanti trovavasi in movimento un corpo di 14,600 uomini) nei due Principati, nelle Calabrie, nella Sicilia. Or bene le rapine, gli stupri, le uccisioni, ed il sacco dato in quell’infausta giornata ai suoi pacifici abitanti non erano imputabili che a questi, e specialmente agli Svizzeri ed ai Corpi della Guardia Reale, che fecero man bassa su tutto, coadiuvati energicamente dal lazzarismo, che avidamente feroce, dopo mezzo secolo rigustava le gioie supreme della Santa Fede. E però quando l’esercito fu ritornato nelle sue Guarnigioni, perché sarebbe stato delitto da punirsi con le verghe il rinfacciare il furto e l’omicidio a quelli che avevano ucciso e rubato per conto del pietosissimo Sovrano, gli fu mestieri accettare la solidarietà dei fatti, da cui la più parte di esso sarebbe stato aborrente; e quindi lo accanito dualismo fra soldati e cittadini, cioè fra gli stipendiati e chi stipendiava, tra chi dovea custodire e chi pagava per essere custodito.

Arrogi la severa inibizione di avvicinare pagani, l’altra di fermarsi nei caffè per leggere fogli, fossero pur essi quelli ad usum Delphini, ed in ultimo di ricevere visite in Caserma, anco da parenti, e si comprenderà di leggieri come l’Esercito, dopo il 1848, anzi che lo aspetto di truppa Nazionale, si avesse i modi ed il contegno di un corpo di occupazione in terra straniera.


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SECONDO QUADRO

SOMMARIO —Ambagi di Re Ferdinando— I Municipii ripudiano la costituzione supplicando pel ritorno dell'assolutismo— Autorità Municipali dell'epoca — Sospetti e precauzioni — Maria Teresa d'Austria e suoi particolari — Aneddoti — Il Duca di Calabria ed i Principi Luigi ed Alfonso — Religione superstiziosa del Napoletano. La festa degli 8 Dicembre ed Agesilao Milano — Disegno di grazia irrisorio.

Dopo il 5 maggio 1848 Re Ferdinando non respirava altracia che quell’asfissiante del dubbio e del sospetto; il sorriso e le adulazioni di cortigiani anziché lusingarne la vanità, lo inasprivano; la certezza di aver vinta la rivoluzione non avea la forza di renderlo sicuro e tranquillo; pareva invece che una voce misteriosa e solenne gl’intuonasse di continuo all’orecchio i celebri versi del Tasso

Misero di che godi?!.... oh quanto presti

Fiano i trionfi ed infelice il vanto!!!..

Gli occhi tuoi pagheran, se in vita resti,

Di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.

Il nipote di Maria Carolina, che in un sol giorno avea fatto dieci volte più che l'augusta parente io sette mesi, or temeva di tutti e di tutto; il ricordo dei tristi espedienti di cui si era valuto per ripristinarsi nel potere assoluto lo faceva vivere quasi sotto gl’impeti di incubo doloroso: mal pativa tutto ciò che richiamasse alla sua mente le concessioni che avea solennemente giurate, e più solennemente ancora spergiurate, ad onta che quel bricciolo che vi rimaneva di Costituzione non consistesse in altro che in un’ombra assolutamente priva di corpo, al paro che l’aggettivo Costituzionale regalato gratuitamente al foglio Uffiziale del Regno, che pure un bel mattino, dopo poco più poco meno di un anno di vita, spariva come per incanto, vergognoso de Ila mar a ironia, per non protrarre di più la incompatibile ed evidente contraddizione dell’organo Uffiziale del Governo con gli alti che si manipolavano in tutte le amministrazioni.

Nè a ciò soffermossi l’opera liberticida del Re, innanzi alla cui ferma volontà non valeva ostacolo od argine qualsiasi. Egli torturava la sua mente per ritrovare uno speziente che riuscisse a salvare primamente le apparenze innanzi all’Europa onde trarla in inganno sulla sua politica efferata ed esiziale; e che in secondo luogo valesse a tutelarlo non solo pel presente, ma benanco per lo avvenire, il quale sull’orizzonte diplomatico delineavasi carico oltre ogni dire di nembi e di tempeste. Infine trattavasi né più né meno che di travisare la natura istessa dei fatti, e far comparire nero il bianco, e bianco il nero.

E poiché un atto formale di rinunzia, e di abdicazione ai benefizii della costituzione, già tanto dall’autorità Regia vilipesa e prostituita, non avrebbe avuto efficacia né avrebbe tratto in rete nessuno se fosse emanato dal Trono, così fu deciso che sarebbe stato spontaneo non solo, ma supplichevole e provveniente dal popolo, onde il mondo intero si sorprendesse ed ammirasse della bontà di un Re, sotto il cui paterno regime nove decimi di sudditi; denunziando e mettendo a carico della residua frazione i danni inestimabili e le turpitudini che in pochi mesi aveva partorite la famosa carta, il pregavano di restituire le cose nel pristino stato, non amando sentir parlare più di una libertà. La quale (concesso pure che avesse potuto comprendere tutto quel ben di Dio il quale venivasi predicando dai demagoghi) risultava, incompatibile coi bisogni, con la educazione, e con gl’istinti di un popolo, che nel suo interesse riteneva non poter essere meglio governato che sotto le forme della Monarchia assoluta presidiata da baionette straniere!—

Nulla tornò più facile che lo incarnare siffatta idea, e tradurla in alto mercé l’opera de’ Municipii, che assunsero a gara la iniziativa di un fatto così grandioso e benefico!

La reazione aveva portato in alto quanto vi era di più turpe e basso nel reame. Una volta gridata la croce addosso ai liberali, sarebbe stato difficile trovare tra questi un solo che non avesse cercato volentieri discaricarsi di questa nuova camicia di Nesso, che minacciava consumarlo disperatamente, involgendo nella propria la rovina di quanti asci si potevano tra amici e parenti. Il cannone tuonando nel cuore della città, aveva posto in chiaro la impossibilità di una lotta ulteriore col despota; ma nondimeno la Civiltà aveva fatto un altro passo innanzi su quella strada bagnata di sangue; la libertà si era nascosta tra i cada veri, si era confusa con le ombre delle vittime della tirannia aspettando per la riscossa tempi migliori, che si presentivano vicini, dappoiché quel sangue e quei cadaveri non potevano rimanere in vendicati. Coloro quindi che avevano per essa combattuto, e che il poterono, dovettero per minor danno, rassegnarsi ad essere vilipesi e dimenticati in quel mostruoso riorganamento dello assolutismo.»

Ai realisti per contrario si concedevano pingui sussidii, cariche lucrose, e mai sperate onorificenze;ad essi, in una parola, era il tutto devoluto; e quando un solo Municipio reputò opportuno incaricarsi pel primo del vergognoso esempio dell’incondizionato ripudio di tutte le libertà cittadine, ne seguì fra gli altri una ignobile gara, e fu un affollarsi, un pigiarsi delle rappresentanze di tutti i Comuni, per formulare indirizzi e spedire Deputazioni alla Reggia in Caserta, con l'unico scopo di supplicare il Re a voler ritogliere ciò che aveva concesso, ed a restituire nella loro integrità le prerogative della Corona.

Epperò mentre cotanta empietà si perpetrava con manifesta onta del pubblico pudore, ed a benefizio della più efferata tirannide, sotto le cui spire formidabili non era puranco rappreso il sangue delle vittime sgozzate nel maggio. la coscienza del Re era aliena affatto dal godere quella tranquilla sicurtà, di cui si sforzava fare pomposa ostentazione.

L’uso di un picchetto di Cavalleria che scortasse la sua carrozza ovunque portato si fosse; un numeroso stuolo di Poliziotti e di Gendarmi, che si destinava anticipatamente a formar cordone ed a bivaccare sulle strade in cui transitar dovevano i Reali equipaggi; l’essersi quasi del tutto preclusa la permanenza in Napoli, e le intere stagioni durante le quali si condannava allo esilio in Caserta, od ancora al più monotono confino di Gaeta, palesavano evidentemente qual fosse il suo stato di animo, che nulla valeva ad acquetare. Egli temeva il coltello dell’assassino al pari della Rivoluzione, e la Rivoluzione non meno del coltello dell’assassino.

La popolarità istessa che si era comprata io pochi punti di una Provincia, a furia di privilegii prodigati a danno delle altre, lo nauseava tanto, che mettendo a partito il molto tempo dì che poteva disporre, dopo averne consagrato il fiore alle pratiche religiose, dedicava il resto alla Polizia, ed all’Esercito. Per tal ragione, i vestiboli della Reggia erano diventati di proprietà quasi esclusiva delle sottane nere, della uniformi vario-colorate, e delle livree de' poliziotti.

Tutti tre questi rispettabilissimi ceti, così carezzati, blanditi, e protetti non furono tardi a trarre profitto del bene che pioveva loro addosso; essi come parassiti si assisero alle laute mense che imbandiva il Sovrano a prezzo di pubbliche lagrime; gavazzarono in queste, e non pochi si avvisarono di pensare allo avvenire. Furono i più saggi, che oggi si trovano in men disperate condizioni!

Maria Teresa d’Austria, Cattolica Apostolica Romana in tutta la estensione del termine, anzicché contrariare cosiffatto metodo d’isolamento, pareva aver voglia di favorirlo, perché del tutto omogeneo alla sua natura glaciale ed alla sua gravità Tedesca—Suite onestà di Lei, a saper d’uomo, non vi fu censura, almeno finché fu sposa di Re Ferdinando, e ciò non segnava un piccolo passo verso il progresso, considerali gli antecedenti di Casa d’Austria, dal cui cespite questo Reame aveva avuto sempre donne di costumi spudorati e rotti ad ogni libidine. Essa con la forza efficacissima dello esempio educava le sue cameriste a rattoppare gli abiti sdruciti, e ben sovente anco a rinnovarli per altro uso, di tal che le sue spoglie non offerivano che benefizii meschini. Le sue elemosine, che ostentava pure farne molte, erano inspirate a più che tapina parsimonia, tal che spesso quelli che erano incaricati di distribuirle avevano a noia l’ufficio pietoso. La regina di Napoli, la moglie di Ferdinando 2.°, che a buon dritto veniva reputato il più ricco fra quanti portavano Corona, largiva per mezzo del suo Padre Spirituale sussidii che spesso non oltrepassavano le 5 Lire, esigendone per di più una regolare quietanza. In Caserta, se male non ci apponiamo, esiste tuttora il proprietario di un Salone pel taglio de' capelli, che soleva una volta contraddistinguersi col titolo di barbiere della Regina; ora è pregio dell’opera, narrare il seguente aneddoto, per dimostrare di qual gretta sottigliezza fosse capace il suo reale animo.

A circa il 1846 essendosi arresa l’Augusta Donna, dietro istanze del marito, ad onorare di sua presenza sul campo di Napoli alcune evoluzioni ed esercizi a fuoco, avvenne che per paura o per isterismo cadde in deliquio, trovandosi incinta a cinque mesi. Ordinato per urgenza un sollecito salasso, toccò in sorte ad un Caporale de’ Lancieri, ch’era flebotomo, aprirle la vena; l’operazione fu fatta con bel garbo e riuscì felicemente: e Ferdinando, in un momento in cui più del solito trovavasi espansivo concesse al flebotomo una medaglia di onore, ed una pensione di ducati sei mensili. Trascorso qualche tempo dal fatto, la Regina trovandosi in uno stato egualmente interessante, voll’esimersi da un consimile invito, dicendo ai consorte «Non mi esporrò ad un nuovo cimento; e già di troppo che la Finanza abbia un pensionario di più per mia colpa, e non bramo che se ne aumenti il numero in ragione delle mie gravidanze che, se danno Principi allo Stato, non è giusto che diano pensionarii. Sei ducati al mese ne formano 72 nel corso di un anno, e per avere un tale reddito vi fa d’uopo di un capitale di ducati 1674 al frutto corrente.

Tanta grettezza ogni dì più raggiungeva maggiori proporzioni, e quello ch’è peggio ebbe forza di alienare maggiormente il Re dal popolo di Napoli, che a malincuore si vedeva privato della presenza della Corte, alle cui spalle si erano costumate a vivere migliaia di famiglie, non che de’ spettacoli del Carnevale e di altri moltiplici sanzionati dalle consuetudini, ed a cui si stimò conveniente di preterire, dappoiché Maria Teresa, si cura del suo ascendente sul rugiadoso Ferdinando, lo dissuadeva da qualunque partito conciliativo col dirgli «Pensa che de’ nemici ne abbiamo anche di soverchio, e che non è prudente lo esporsi. Oppure gli faceva presente che il popolo Napoletano si sarebbe governato bene dalla Polinesia e dall’Australia, essendo una dura necessità lo infrapporre la immensità dell’Oceano tra il Monarca, e la esigenza dei sudditi avente fegato rinascente come quello di Prometeo».

Ed era usa di conchiudere «Ricordati del 1848; concedesti un dito, ed essi, dietro di essersi impadroniti dell'intera mano, finirono coll’innalzarti le barricate sotto il muso.» Ed in ciò dire l’Austriaca donna faceva le finte d’ignorare che quelle barricate furono opera di Re, e non di popolo. In ultimo lasciando libero corso alla sua sordidezza soleva dirgli «il Carnevale domani sarà agonizzante, poi domani cadavere; l’oro non è mai soverchio, Ferdinando pensiamo al domani!»

Ed osservisi in proposito, che se pure in 12 anni la monotonia del vivere della Corte ebbe una sola interruzione col Torneo che fu organato a Caserta con ricca mascherata in costume alla Richelieu, ciò anziché a splendidezza Sovrana devesi attribuire a tutt’altro principio, che fu essenzialmente quello di ovviare a che l’aristocrazia Diplomatica e la Militare fossero andate altrove in cerca di un divertimento, di cui erano da lungo tempo private, e perché la moneta dei mas-poderosi avendo circolazione intorno al suo centro di richiamo, ciò fosse tornato a benemerenza del Re, che non vi rappresentava altra parte che quella di un comune caratario.

A tutto dire si riteneva la Regina incapace non solo a fare il bene, ma fino a pensarlo. Le sue istesse beneficenze, e quelle che s’inauguravano in suo nome, erano come il seme caduto sulla sabbia ove inaridisce. La sua inaccessibilità ad ogni buon sentimento era proverbiale, non meno che la esemplare pietà di chi l’aveva preceduta.

Metternich aveva detto l’Italia non essere altro che una espressione Geografica; or bene a simiglianza del vecchio diplomatico dell’Impero da cui discendeva, volle anche essa a sua volta segnalarsi nella palestra delle definizioni; chiamò quindi l’amor de sudditi una espressione di grammatica, in tempi di bonaccia governativa; una operazione di finanza, quando avea d uopo di crearsi un partito; una quistione di carcere quando intiepiditosi il sentimento aveva bisogno di essere eccitato.

Maria Teresa non avrebbe ceduto alla istessa Maria Carolina per efficacia di espedienti e per spirito di vendetta, che se ora la storia non può renderla letteralmente responsabile delle scene di sangue che contaminarono la sua epoca, ciò si va attribuito alla generosità di Re Ferdinando, che, vergognando della taccia di dappoco datasi al suo avo, si schermì dal volerla a solidale de’ suoi delitti.

Essa formando una rara ed unita eccezione fra le donne della casa di Asburgo che qui tennero Regno, sarebbe forse rimasta lettera morta nei fasti delle Regine dell’ultima dinastia; sarebbe passata senza lode e senza infamia, se i fatti che imprendiamo a svolgere innanzi al Tribunale della pubblica opinione non costatassero in lei quella volontà a delinquere da cui tentò salvarla Ferdinando 2.°, che ambiva all’onore di essere solo cosi nel concepire la colpa, che nel mandarla ad effetto.

Dal 1839 al 1859 le era mancata la occasione di manifestarsi, ma non il desiderio.

Ma, ci si potrà dire, se l’erede presuntivo della corona, se Francesco 2.° Duca di Calabria le riusciva d'imbarazzo, se formava ostacolo all'attuazione de’ suoi piani, venti anni di tempo ad una donna di casa d’Austria non erano forse più che sufficienti per sbarazzarsene?

A questo va risposto; Ferdinando 2.° viveva; Ferdinando 2.° che agl’istinti della jena univa l’astuzia della volpe, e la impazienza febbrile del leone.

Ferdinando 2.° che aborriva consultare il processo mortuario de’ suoi predecessori; Ferdinando 2.° che non presentiva di venir meno alla vita prima che la Rivoluzione gli avesse offerta la opportunità di un secondo 15 Maggio, meditato e compiuto forse in forma più vasta, se non più terribile.

Non ci arrogheremo il dritto di leggere qual cosa fosse scritta nel fondo di quell’anima tenebrosa e scura relativamente al suo successore. Non siamo alieni però dal credere ch’egli stesso avrebbe dato la preferenza a Luigi su Francesco. La maggiore attitudine di quello a reggere uno Stato era di una evidenza incontrastabile. Francesco 2.° (ed i fatti lo ànno provato) mancava de’ mezzi necessarii per essere un Re, e difettava di ogni ragione e di ogni forza per conservarsi uno Stato.

Onde non prevenire gli avvenimenti, diremo ben poche cose relativamente ad esso, assai poco noto nell’universale prima di esser Re. A giudizio dei più nato con manifesta deficienza di mezzi intellettuali, trovò nella tarocca educazione che gli si volle dare i mezzi di vieppiù impoverirli, talché devoto, bigotto, tutta unzione, tutta devozione, a collo torto, colle braccia in croce, beghina in abito di uomo, pinzochera in costume di Delfino, nullo di mente, freddo di cuore, compariva più presto un Sacrestano apprendista, che un futuro Monarca. Narrasi che alcuno avendo consigliato il Re a dare al figlio educazione più maschia e più cavalleresca, Ferdinando avesse risposto. «Pel momento voglio che la cosa vada così; in appresso si sbriglierà anche troppo da sé stesso; io non valeva alla sua età più di lui; regnum regnare docet. Come foss’egli entrato nelle buone grazie della madrigna, lo vedremo dai fatti che verremo man mano esponendo; certo è però che Ferdinando oprò sempre in guisa da tenerlo guardato e superiore ad ogni dubbia influenza; com’è pur certo che Maria Teresa valutandone al giusto la nullità, anziché averne ombra pei suoi figli, mostrava indifferenza e sperava. Dove mettessero capo queste speranze è quello di cui tantosto avremo a ragionare.

La prodigiosa fecondità delle donne di casa d’Austria non fu punto smentita da Maria Teresa; ed i suoi figli, abbenché il metodo d’insegnamento non fosse per affatto dissimile, pure si addimostravano di maggior sveltezza ed acume, associato a più sodo intendimento. Ciò fu largamente comprovalo dagli eventi di fronte ai quali Francesco 2 dovette mostrarsi eccessivamente inferiore rimpetto ai Principi Luigi ed Alfonso. Esso regnò qualche anno senza buon successo, e dando continue pruove di una inqualificabile nullità politica.

Detronizzato, mancò fin del talento di sapere trarre profitto dalla sventura. Questa cessava di essere rispettabile dal momento in cui egli si faceva puntello di un altro trono crollante, e che rovina da tutt’i lati sulla speranza di riavere quello che non seppe conservare con una prospera fortuna, con un esercito fiorente, e con qualche simpatia nel popolo.

Si, non esitiamo ad affermarlo, checché altri possa dirne; egli godeva qualche simpatia nel popolo, simpatia ereditata da Cristina di Savoja. Se non l’avesse inaridita col soffio gelato del dispotismo, ne avrebbe certo potuto trarre buon frullo. Egli tra lo spirare del 1859 ed il principio del 1860 era tuttavia il padrone della situazione; non occorrevagli che il talento di saperne trarre profitto.

Queste cose cennate riprendiamo il filo degli avvenimenti di maggiore rilievo durante gli ultimi dodici anni della Dinastia Borbonica, avvenimenti che valsero ad affrettarne la caduta già da lungo tempo ideata e preparata dall’elemento liberale ed indipendente.

La superstizione cui si volle educato questo popolo, per rendere giustizia ai Borboni, rimonta ad epoca più lontani assai dal loro avvenimento al Trono delle Due Sicilie. In tale proposito il Vice regnato Spagnuolo fu fecondo di splendidi risultati, tanto che i Borboni anziché al merito della invenzione, dovettero limitarsi a quello della pura e semplice conservazione, dappoiché in fatto di presbiteranismo sono i soli Spagnuoli, che possono primeggiare su noi del Napolitano; il che importava che risultasse di una impreteribile necessità il santificare sia con la tradizione, sia mercé la storia monumentale qualsiasi avvenimento religioso stimato di qualche importanza nella vita di una generazione. Allo studioso delle nostre antichità difficilmente potrà avvenire d’incontrarsi in un tempio, in un obelisco, in una piramide, in una immagine, od altro che non abbia origine sia dal miracolo, sia da una sconfinata pietà religiosa. o da buonafede. La Chiesa di S. Maria a Portosalvo, quella di S. Maria a Mare, il Gesù Vecchio, S. Nicola a Tolentino, S. Gaetano, S. Brigida, e quasi tutte le altre rendono ampia testimonianza della verità di questo asserto. I moltiplica Santuarii dell’ex-Regno, più dell’istesso S. Giacimo di Galizia, o di quello a Compostella, provano la nostra arrendibilità quas’istintiva al prodigio. — Qui un Cristo, cui in ogni anno presente il Sindaco ed il corpo di Città, fa mestieri si recidano i capelli, che ricrescono di due e più pulsate, ed il sangue di S. Gennaro che bolle in determinati giorni ed ore dell’anno; là il miracolo di velenosissimi serpenti che, pure in determinati giorni dell’anno, si aggomitolano innocui sopra un altare, e su per le pareti del Tempio di S. Domenico; in altre Città, e non son poche, la immagine di una Vergine appariscente, e che in una principalissima fra le provincie del Reame tutti dicono di vedere a traverso di un settemplice velo; ed altrove finalmente la manna che piove da S. Nicola, mettono in chiaro, se non altro, questa buona fede di cui bene spesso si è voluto e si è saputo trarne profitto illimitato, e quindi non è da meravigliare se ad ogni caso, benché ordinarissimo ed affatto naturale, il popolo Napolitano abbia avuto la smania di connettere il prodigioso e l’intervento divino!!!

Ora nel 1837 essendo piaciuto al cholera, dopo avere mietute non poche vittime, di soprassedere dalla sua opera distruggitrice, Ferdinando 2.° ne trasse partito per intitolare a Maria SS. della Immacolata, del Dogma della di cui Verginità già si teneva parola in Roma, il miracolo di una strage cessata in Napoli, come in ogni altro luogo, in forza meno del miracolo che del notissimo assioma economico sociale, che ogni cosa principiata debba avere un fine.

Si trattava adunque di fare qualche cosa ad hoc, qualche cosa di solenne, di sublime, di regale, che nel termometro della politica avesse innalzato di un qualche punto il titolo di Re religiosissimo a Ferdinando 2.° e ciò con la maggiore pompa e con la minore spesa possibile, sotto la edificante rubrica ex- voto; fu quindi mestieri ricorrere alla milizia.

Le Truppe dello antico Reame, inasprite dopo la rivoluzione meno dal sentimento e dalla coscienza del paese, che da improvvide misure tendenti ad averle nemiche anzi che alleate, non potevano in quel torno prevedere alcun altro Casus belli, eccetto quello di addivenire ausiliatrici delle Austriache in ogni possibile contingenza. Il trattato della Santa Alleanza ed i rapporti più che amichevoli in cui viveva la nostra con la corte di Vienna rendevano inammessibile la ipotesi di un fatto campale qualunque; ciò nullameno bene esercitate e meglio ancora equipaggiate, valevano per Re Ferdinando una seria occupazione nelle pubbliche mostre o rassegne, e di ben gradita distrazione nelle frequenti volte in cui decidevasi a trarle fuori dagli acquartieramenti per adusarle a fazioni campali ed a simulacri di guerra. L’Esercito quindi del pietosissimo Re tanti obblighi addizionali si aveva di messe e di parate, per quanti si erano i Santi che egli si piaceva di avergli dato a protettori. Nominato fin dai tempi di suo Avo a Capitan Generale dell’Armata il Gloriosissimo Martire S. Gennaro, con evidente discapito di Sant’Antonio, che pure vantava di avergli reso utili servizii, furongli dati a sussidiarli e lo stesso S. Antonio e S. Ferdinando di Castiglia. E però ricordano i vecchi soldati che oltre quella in onore di Maria SS. da Piedigrotta, instituita da Re Carlo 3.° in grata ricordanza del trionfo riportato sull’Esercito Tedesco nel 1744 nelle pianure di Velletri, la parata in onore di Maria SS. Immacolata protettrice delle truppe di terra e di mare, fin dai tempi della occupazione Francese, fosse stata eseguita con lustro e decoro quasi uguale nelle rispettive guarnigioni.

La circostanza adunque del cholera ed indi a poco il Dogma dello immacolato concepimento indussero il Re a statuire che quella festa celebrata si fosse anche con maggiore pompa, consistente nella rassegna generale delle Milizie tutte della Capitale, e dei prossimi acquartieramenti, con apposita messa pontificata sul campo al fragore delle artiglierie, cui doveva seguire lo sfilare della truppa d’innanzi alla sua sacra reale persona.

Per più e più anni tal votiva solennità fu condotta a termine nel modo più soddisfacente con edificazione del popolo e dello esercito; ma però nel 1856 la cosa andò ben altrimenti. Un tale di nome Agesilao Milano, già reso troppo celebre dal capestro cui soggiacque, Calabrese di patria, di bello aspetto, a poco più poco meno di 23 anni trovavasi Soldato dei Battaglioni Cacciatori. Egli che occupava nelle fila un posto prossimo alla guida di sinistra, mentre terminala la sacra funzione eseguivasi il défilé, giunto a pochi passi dal Re, con un movimento più rapido del pensiero ed impossibile a prevedersi, si stacca dalle fila, e senza darsi alcun carico così della Santità del Sovrano, come della imponenza dello intero Stato Maggiore che gli faceva ala, fattoglisi d’appresso gli vibra un primo colpo di baionetta sotto le costole a sinistra, e là per là avvedutosi di non avere colpito utilmente, si accingeva a reiterarne altro, quando venne rovesciato al suolo dal cavallo del Maggiore La Tour che fu sollecito di accorrere in aiuto di Ferdinando. Nè ciò soltanto; ma dopo avere salvata l'augusta Maestà, per dare prova di ciò che egli voleva far credere coraggio, ma che era pura viltà, il La Tour si scagliò sul Milano col nobile intendimento di risparmiare la fatica al carnefice; ma il Re si frappose con atto che parve generosità e fu calcolo finissimo per scuoprire se il reo avea complici, e così il regicida pel momento fu salvo.

Altri à diversamente esposto lo stesso avvenimento; e però siccome nelle generali tutte l’esposizioni concordano, così senza perderci nell'esame del più o del meno, che importerebbe per lo manco una noiosa digressione, passiamo ai commenti.

Ed in primo luogo, osserviamo non presentare la storia alcun altro caso di egual coraggio, abnegazione, e sangue freddo. Ravillac e tutti gli altri che tentarono o perpetravano il regicidio non reggono affatto al suo confronto. Agesilao Milano cercò di mettere a morte il tiranno in mezzo a più migliaia di satelliti da cui era circondato, e che portavano la stessa sua divisa; egli non andò in cerca di tenebre, ma invece di luce; non della solitudine, ma per lo contrario di un punto di assembramento culminante; non ebbe complici, o se li ebbe, come ci sforzeremo dimostrare che doveva averne, la complicità non entrava nella esecuzione, quando pure fosse stata solidale del principio; egli, portentoso a dirsi ed a credersi!! reclamò a se il dritto di trucidare Ferdinando 2.° à la sicurezza del braccio; non colpi di pugnale, anzi rinunziò di valersi del mal sicuro moschetto, per tema che non gli fallisse il colpo; e prima che colla punta della baionetta, colpisce del suo sguardo fulmineo il tiranno, che trovò salute, nel giaco di finissima maglia.

La polizia voleva impossessarsi di lui, ma fu forzata di rilasciarlo immediatamente al potere militare, che quella volta si mostrò gelosissimo delle sue attribuzioni. Importava che quella vittima fosse consegnata al carnefice senza passare per lo intermedio della Polizia. E vero che Agesilao non smentiva punto quel carattere d’imperturbabilità e di cinismo che aveva assunto appena vide fallito l’arditissimo colpo, ed esclude ogni complicità dichiarandosi solo nel concepire e nello eseguire il delitto; ma ciò non toglie che egli avrebbe potuto cambiare di avviso, e denunziando i suoi complici mettere in mano del Governo le fila di una vastissima trama, e Dio sa quali e quanti personaggi avrebbero potuto rimanerne compromessi!!

Non pretendiamo garentire l’autenticità di questa versione; egli è però certo, che fin da quell’epoca dopo avere cercato di mettere in giro in sulle prime, come per solito, alcuna voce di demenza, e quindi l’altra di antichi rancori aventi per origine non si sa quali sognate conculcazioni, si finì coll’attribuire allo attentato Milano la complicità della vecchia setta arricchita di nuovi e ragguardevolissimi proseliti.

Se il tradimento, l’ingratitudine, l’assassinio potessero venire coonestati come mezzi utili dalla santità dallo scopo, non troveremmo ora difficoltà a declinare il nome di altissimo personaggio, il quale fece ben molto al di là di quanto era compatibile col suo dovere e col suo decoro in quella congiuntura, vedendo più volle ed intrattenendosi lungamente col colpevole nella prigione di Castel S. Elmo.

E non è tutto, ma gli parlò di grazia, lo lusingò coll’esca del perdono per farlo parlare, ma invano perocché Agesilao restò tranquillo, mostrò non ambire alla grazia, e si mantenne muto.

Ignorasi d’altra parte se la idea di fare grazia fosse a suo riguardo entrata mai nella mente di Re Ferdinando 2.°, nel di cui interesse stava alla fin fine, guardandosi il fatto come personale, di atteggiarsi pure una volta in sua vita all’Angusto ed alla Tito, la imitazione dei cui dementissimi eccessi non lo solleticava gran fatto. Ad ogni modo come semplice idea, onde salvare capri e cavoli, gli si fece estrinsecare questo pietoso intendimento, che tradotto in allo implicava la evidente compromissione dei terzi, però nel medesimo tempo, se pure forse non prima, si fece in guisa che dagli acquartieramenti di Napoli, Caserta, Santa Maria, Nola, Aversa, Capua, e Nocera dei Pagani tutti i Corpi spedissero al clementissimo Sovrano deputazioni di Ufficiali armati di poco generosi indirizzi, con cui si dichiarava volontà dell’Armata il vedersi purgata in un modo solenne ed esemplare da un mostro che avea tentato disonorarla al cospetto dell’intiera Europa, e quindi reclamare come fatto suo proprio la esecuzione della Giustizia, con protesta d'irresponsabilità da futuri sinistri eventi, laddove si fosse voluto sospendere il corso della giustizia per dare luogo alla grazia, di cui con profonda costernazione aveva pur essa inteso farsi parola.

Ci gode l’animo costatare in proposito essere questo fatto avvenuto più per arte di governo, che pel desiderio collettivo dell’armata, di cui si falsava il sentimento; dappoiché se la cosa fosse stata così, oggi che, il mondo incivilito si agita e commuove per togliere quella del Carnefice dalle necessità politiche di uno Stato retto a civili istituti, non si potrebbe che benedire a chi statuiva lo scioglimento di un Esercito di Cannibali. Che che ne fosse, è fama che il Re avesse rappresentata con bel successo la sua parte in questa tragicommedia, replicando testualmente le parole del lavabo manus meas inter innocentes, e che quindi rivolto al Generale Garofalo Capo dello Stato Maggiore dell’Esercito, sul quale era ricaduto il pesante incarico di riassumergli i diversi indirizzi, avesse detto:

«Tanto peggio per lui!!... Dio sa con qual piacere gli avrei regalata la vita!... Ora che si sappia almeno dall'universale con quanta ripugnanza, per far cosa grata al mio Esercito, io tollererò che si eseguisse la sentenza!!»

All’indomani di questa filantropica dichiarazione nel largo del Cavalcatoio a Porta Capuana un cadavere penzolone da ignobile ceppo attestava compiuta la giustizia, anche in odio delle paterne viscere del Re Ferdinando, che non doveva riaversi più dalla emozione che gli aveva prodotto l’attentato, tanto più che l’assassino usciva dalle fila di quello Esercito su cui era avvezzo a calcolare tanto ed a cui ricorreva bene spesso onde distrarsi dai fantasmi che figli del rimorso ne conturbavano la pace, e che egli infine aveva avuto il torto di credere fedelissimo ed impermeabile alla corruzione.

A dare ultima mano a questo quadro noteremo, come indi a qualche giorno dalla esecuzione, la Polizia, che trovava del suo tornaconto il tener sempre sui palpiti lo adorato Monarca, non omise di mettere in giro le dicerie più assurde e grossolane che mai; di tal che essendosi divulgato che per opera della setta fosse stato disepellito il cadavere, e quindi posto in una botte di alcool ed imbarcato per Livorno, i negozianti di spirito ebbero a dare conto delle fatte imbarcazioni, la Dogana fu invasa di poliziotti, e Campagna nel cuore della notte trasferitosi sul Camposanto per la ricognizione del cadavere, dovette fare ampia dichiarazione che lo stesso trovavasi sempre nel terreno ove lo avevano deposto i becchini, e chiarire così che i settarii non ànno il mal vezzo di disturbare la pace dei defunti.


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TERZO QUADRO

SOMMARIO—Indirizzi, poesie, feste e tempio votivo—Persecuzioni feroci e assurde — Stato del Re e del popolo — I Murattini ed il Principe di Satriano—La difesa di Lord Derby — Appello ai Vescovi per fare dichiarare nullo il giuramento—Affare di Ponza e Sapri — Re Ferdinando profonde croci e pensioni — Ammutinamento degli Svizzeri, e particolari della rivolta.

Il carattere versatile del Re subiva evidentemente una crisi, e da un giorno all’altro veniva sempre più improntandosi di una cupa ferocia e di una notevole apatia tanto da riuscire tedioso e grave a se medesimo. Che cosa si facesse dal beato partito dei gaudenti, onde distrarlo da ogni ingrata riflessione, e dalla monotonia del vivere è un fatto che supera ogni umano intendimento.

Il giornale di Napoli per ben circa un anno potò esimersi dalla pena di riportar altre notizie, ripescate per solito nelle Gazzette di Vienna e di Roma, tanto avea rigonfie le colonne d’indirizzi ufficiali ed ufficiosi votati dai rappresentanti di estere potenze, dalle Intendenze, dai Municipii e da privati, da Vescovi e dalle Congreghe, dai Militari e dai nobili. Di poesie venne fatto uno spreco esorbitante ed infine oltre ai soliti tridui, messe cantate, e coroncine, dalla carità dei privati entusiasti del prodigio per virtù del quale crasi conservata la salute del Principe, raccolte grosse collette, cui ogn’invitato ben guardavasi di rifiutarsi, furono stabilite annue feste commemorative immobilizzandosi all’uopo alcune somme dal cui reddito dovevasi annualmente dotare un numero di povere donzelle; o finalmente altre copiose collette col generoso titolo di spontanee furono attivate su vastissima scala fra tutti gli ordini dello Stato, cioè quello giudiziario, l’amministrativo, ed il militare, dal più alto locato al più infimo, gl’inservienti non eccettuati, obbligandosi tutti al rilascio d'una giornata del proprio soldo o paga giornaliera, per edificare nel campo di Marte, e propriamente nel luogo istesso dove il giaco di finissima maglia meglio che il patrocinio di qualsiasi santo avea fatto il miracolo, un tempio votivo, che mentre raggiungere non doveva le proporzioni e la sontuosa magnificenza di quello eretto da Salomone, pure per costruirlo furono esatte nel modo come sopra è detto somme favolose che, dopo otto e più anni non dovevano menare ad altro risultato che a quello di vedere sul campo Un ammasso informe di pietre sconnesse, che oggi non si osa né scomporre, né menare a termine, né destinare ad altro uso.

E però minore male sarebbe stato se come conseguenza dello attentato Milano, non si fosse avuto a deplorare altro, che le fantastiche ed empiamente pietose dimostrazioni di amore degli affezionati al Re, riuscenti come era d’imprescindibile usanza, a chiese, processioni, parate, e matrimoni.

La Polizia, che ispirava i suoi alti nel più fino accorgimento, che si aveva veduto strappare di mano la vittima non solo, ma pure la occasione di prestare utili servigi al Sovrano, malcontenta della parte assolutamente passiva rappresentata fino allora in cosa di tanto momento, non volle rimanere seconda ad alcun altro corpo morale in fare qualche dimostrazione a suo modo. Di fatti a compenso di quei misteri che non le si era concesso guardare da vicino, ossia praesente cadavere, volle rivalersi dell’attività la messa a sequestro nei primordii coll’assumere le investigazioni delle più remote cause, e dimostrando energia, e straripando, come avea per uso, or nell’assurdo, or nel supremamente ridicolo, ed ora infine nella eccessiva ferocia.

Una volta accertatasi che il Milano era stato ammesso al servizio delle Reali bandiere sotto altro cognome, in grazia di precedenti politici che lo sfavorivano colpendone la famiglia, si principiò alla cieca a tirare colpi da disperato su quanti, scientemente od inscientemente che si fosse, avevano contribuito alla fittizia surrogazione. Il Comandante le armi nella Provincia dell’epoca che rjferivasi alla di lui ammissione, qual Presidente del consiglio di Recitazione, venne messo al ritiro, e quindi gl'Impiegati all’uffizio di reclutamento, il Sindaco, il Notaio, e l’Arciprete del luogo, chi più chi meno, furono sottoposti a penale procedimento.

Molti che portavano lo istesso cognome, quantunque di altra famiglia, ed originarti di diversa Provincia, in grazia del solo omonimo non riuscirono a schivare le più triste rappresaglie, tanto che a nostro credere, se il Re di Napoli in quell'epoca fosse stato Re d'Italia, in grazia del solo nome, la Polizia lo avrebbe agevolmente indotto a distruggere un altra volta per intero la città di Milano ed a spargere di bel nuovo il sale, emblema di aridità, sulle sue fondamenta, ad esempio di quanto fece l’imperatore Federico Barbarossa, per impedirne la riedificazione.

E non è tutto; alla madre ed agli altri figli della desolatissima famiglia, da cui Agesilao avea avuta la disgrazia di togliere il nome, furono dischiuse prigioni assai più dure dello ergastolo; e finalmente da assurdo in assurdo, da ridicolo in ridicolo, da ferocia in ferocia si giunse al segno di sorpassare quanto vi è di truce e di disgustoso fin nella storia di Nerone e di Caligola!

E pure le religiose espansioni di animo e le dimostrazioni degli amatissimi sudditi non erano tali da far ripullulare nel cuore magnanimo del Re il conforto che non poteva attecchirvi, fin dal 1848, né da dissipare il timoroso sospetto che invece vi aveva abbarbicate profonde radici, massimamente dal fatale 8 Dicembre, giorno che gli avea imparato a diffidare di tutti. La. morte è di una induzione assai più facile di un rivolgimento politico. Un tiranno si uccide più facilmente che non si suscita una rivelazione, ed il più delle volle la sola sua morte per caso fortuito val meglio di una rivoluzione preparata da lungo tempo fra le combriccole settarie circondale dal mistero e dalle tenebre. Ferdinando di ciò aveva una pruova irrefragabile: l’istinto della propria conservazione preponderando sull’ambizione di regnare, aveva fatto prendere altra piega alle sue idee ed alle sue abitudini; la Polizia resa ormai onnipotente si serviva delle Reali apprensioni, spesse volte mal dissimulate, per far piegare la. volontà del Despota ad ogni suo intendimento, il quale non usciva mai dal vizioso circolo dei soprusi e delle prepotenze; quindi i malumori ingigantivano, i clamori addivenivano continui, ed i popoli si tenevano dispostissimi ad insorgere, mentre prima si manifestavano in essi i prodromi della ribellione soltanto come segni lievi e lontani.

Assiduo si ma meschino lavoro faceva in quel tempo, più nelle provincie che nella capitale la setta Murattina, che non guardava ad altro che ad una surrogazione condizionata a certi patti, i quali avrebbero potuto fare sperare il meglio laddove la buona fede avesse valuto a garantirli. Ora più che mai noi deploriamo le vane speranze o le velleità Reali di quel Pretendente vedendolo perdersi in inutili conati ormai chiariti inefficaci e ridicoli. Ma se gli sforzi dei Muratimi si dimostrano vani oggi, non si palesavano tali in epoca non molto lontana; imperocché sugli ultimi anni del governo di Re Ferdinando e sui primi mesi di quello di Francesco, ch’ebbe la felicità di fare tantosto conoscere e le sue sinistre intenzioni, e la sua nullità intellettuale, non essendosi puranco accampata l’idea della Unità Italiana, i popoli che non avevano a temere di peggio avrebbero calorosamente abbracciata tanto la causa di Murat, quanto quella di chiunque altro si fosse offerto ad essi per aiutarli a scuotere il giogo dei Borboni divenuto estremamente insopportabile.

Ciò che poi valse in quella epoca ad impedire maggiormente ogni progresso positivo alla setta, si fu la voce, forse insussistente o sparsa ad arte, di aver essa a capo il principe di Satriano, Duca di Taormina, che avea fatto più del bisognevole in prò di Ferdinando 2° perché potesse sorgere dubbio intorno ai suoi sentimenti. Questo illustre e valentissimo Generale, benché godesse fama di liberale e di essere stato uno dei più influenti propugnatori delle guarentigie costituzionali, ebbe ben di sovente ad impugnare la sua spada per combattere le patrie libertà, e ad impiegare il suo senno amministrativo con misure di repressione che gli fruttarono se non odio, certo discredito presso i suoi concittadini, Del partito o setta Murattina ci tornerà forse in acconcio il parlarne con maggiore agio in seguito.

Mentre le cose stavano su questo piede Re Ferdinando, che a proposito degli affari di Napoli trattati d'innanzi al Parlamento Inglese avea saputo trovarsi, per virtù di qualche milione, un puntello nella facondia di Lord Derby () e nello ascendente del partito che capitanava, tanto che il nero ebbe a comparir per bianco ed il bianco per nero, dava opera ad inficiare la parte dommatica del giuramento da lui prestalo alla Costituzione dell'anno 1848, ch'era l’ultima cosa a suo credere non per anco sufficientemente coonestata, e la cui manomissione una volta che si fosse potuta legalizzare in qualche modo, avrebbe avuto l’agio di ritenersi per disimbarazzato e libero di proclamare innanzi all'Europa, ch’egli cancellando ogni memoria della rivoluzione, trovava della sua clemenza il doversi arrendere alle incessanti preghiere umiliategli da tutti i Municipii del Regno, nemine excepto, giusta l’apposito e grosso volume di indirizzi, che ne conteneva per ben oltre 2000!’! firmati dalle Autorità Amministrative, Ecclesiastiche, e Municipali, non che dai membri tutti delle singole Deputazioni, e reso alto autentico per opera del notaro della Regia Corte che vi aveva apposto il suo Tabellionato; e più consultata benanche sul proposito non solo la sua coscienza, ma pure un assemblea di Vescovi, che sotto la presidenza del riputatissimo ed egregio Cardinale Arcivescovo di Capua, dichiarar dovea il giuramento come irrito e nullo per la sua indole non solo, ma prosciolto pure dallo unanime consentimento e volontà di tutti quelli verso i quali rendevasi obbligatorio.

Questo Real concetto, tendente a riformare nientemeno che la natura del domma, dando al giuramento il carattere di una duttilità e malleabilità di nuova specie, andava però ad infrangersi di fronte alla coscienza del benemerito Porporato e di non pochi Vescovi, fra cui è da notarsi il noto Monsignor Caputo Vescovo del Leccese, i quali quella volta con coraggio più unico che raro, dichiararono assurdo il commentarlo di siffatta guisa, e quindi impossibile la transazione, circostanza che indusse il Religiosissimo Principe ad abbandonar la trattativa, cui per sua avvedutezza non si era dato ancora un carattere uffiziale, lasciando che il tempo e la efficacia delle uniformi dei suoi gendarmi avessero cancellalo dalla memoria dei suoi popoli, ciò che i Vescovi con un opportuno mezzo termine si erano rifiutati ad eliminare dalla sua coscienza.

In preda a tali ambagi ed a cosiffatte impossibili cure conciliatrici d’idee che faceano a pugni tra loro, e che di accordo ricalcitravano col buon senso, Re Ferdinando ebbe a toccare l’ultima scossa elettrico—politica che gli si preparava dalla pila rivoluzionaria, mercé il tentativo insurrezionale cui suol darsi indistintamente il nome di Ponza dalla isola in cui ebbe fortunato incominciamento, e di Sapri dal nome della spiaggia in cui venne tanto miserevolmente affogato nel sangue.

Una mano di generosi (e secondo la Crusca dell’epoca facinorosi o filibustieri) con mezzi scarsi ed inadeguati allo ardito disegno, intolleranti di ulteriori indugi e sulla mal fondata speranza che il malcontento generale ne avrebbe tantosto raddoppiate le fila, sotto la condotta dell’illustre vittima Carlo Pisacane e del non men chiaro Calabrese Barone Giovanni Nicotera, oggi deputato al Parlamento Nazionale, fiduciosi che ovunque fosse incominciata la rivoluzione non le sarebbero mancati adepti e numerosi proseliti, progettarono di piombare sull’isola di Ponza, sorprenderne il male agguerrito presidio, porne in libertà i detenuti, e forti quindi così del loro aiuto che delle armi tolte alla guarnigione, prender terra in quel di Salerno, da dove ingrossando sempre, a tenore degli avvenimenti far centro delle loro operazioni le patriottiche Provincie della Basilicata e delle Calabrie— Ciò fermato in loro animo e noleggiato all'uopo il vapore mercantile il Cagliari si imbarcavano da Genova seguendo la rotta divisata.

Egli è certo che se a questo progetto vuolsi avere la cittadina carità di menar buona la imprudenza del calcolo e la presumibile mancanza di sviluppo, più che d’illogico e di avventato, converrebbe la taccia di precipitoso e di prematuro; ma era destino che la bella e generosa idea abortisse ed andasse a male in sul meglio. Di rapporti ed intelligenze con gl’isolani non doveva esservi difetto assoluto, di talché sopraffatto il presidio che non mostrossi per nulla disposto ad una seria resistenza, l’ardito drappello potè menare a compimento il suo disegno. Levata quivi alquanta gente fra quei relegati che si addimostrarono volenterosi di seguirlo, ed armatala alla meglio con le armi che avea tolte ai vinti, procurò di prendere il largo ed afferrare la spiaggia del continente. Questi brevi vantaggi però dello esordire furono indi a non lungo andare soffocati tra mare e sponda, e non guari dopo distrutti totalmente su questa.

Segnalata a Napoli l’aggressione dell’Isola un grosso incrociatore il Tancredi, carico di truppa da sbarco, venne a cercare i colpevoli in quei paraggi, e risaputane la rotta prendeva ad inseguirli nelle acque del Salernitano.

Ai compromessi si chiude ogni via di scampo, pel che ardimentosi si risolvono a tentar lo approdo sulla prima costa che loro si para innanzi ed è la marina di Sapri; colà cercano invano destar l’entusiasmo, e quind'i contingenti rivoluzionarii fanno difetto al calcolo e le loro speranze sono pressoché all’intutto deluse; il piccolo esercito non ingrossa che di pochi più vittime che combattenti, poiché all’indomani un grosso di truppe Borboniche di cui parte disbarcata dallo incrociatore, ed altra spedita sopra luogo per la via di terra, intercetta e chiude ad essi ogni via di scampo stringendoglisi dappresso sopra un terreno affatto nuovo per tutti loro. E qui quelle masse istesse sulle quali si era fatto assegnamento per trovare amici, alla vista della superiorità delle Armi Regie non solo si atteggiarono ostilmente, ma fur viste coronare le vette di quelle alpestri montagne disputando alle milizie regolari la iniziativa del combattimento — La tattica di Re Ferdinando si dimostra allora di un effetto spaventevolmente infallibile — Egli che non avrebbe trovato un fondo di centesimi per conforto ed incoraggiamento della virtù, profondeva milioni pel vizio e per aizzare alle pugne cittadine la ingorda ed astiosa miseria delle plebi, che per ciò gli tornava conto il mantenere in uno stato di perpetuo idiotismo e di avvilimento — La enorme sproporzione delle forze rendeva possibilissimo al Comandante dei Regi lo evitare un sanguinoso conflitto; ma il Re avea detto cercate di farla finita; evitate pel possibile le processare, e queste terribili parole equivalevano ad una sentenza di morte in collettività, e traducevano a meraviglia il real concetto di voler cadaveri e non prigioni — Si apre quindi sanguinosa la lotta, e si combatte non da uomo, ma da tigre, finché sopraffatti dal numero Pisacane si uccide esplodendosi una pistola nelle tempia, e Nicotera va pur esso in traccia, ma invano, della morte precipitandosi là dove il piombo e la bajonetta non risparmiano vittime — E così combattuti dalle Regie milizie e dalle urbane i pochi generosi di Sapri più che decimati si arrendono alfine, paghi ed oseremmo dir lieti di aver innalzata un’altra barriera di cadaveri tra il popolo ed un Re, della cui Storia quella di Sapri esser dovea l’ultima pagina sanguinosa!....

Ed invero non più che altri due anni circa, i di cui particolari ci studieremo di ritrarre in queste pagine, sopravvisse Re Ferdinando al fatto di Sapri, in merito di cui và osservato che il Sovrano in quella circostanza, come sempre, fece pompa dei tesori della sua Real grazia non solo a favore di quelli che furono per lui, ma anche dei terzi che vollero usufruttuarla.

Tutto al contrario di quanto con pena abbiamo veduto aver luogo oggi in Italia, i di cui uomini di Stato, dimentichi che vi è pure un trattato sul merito e ricompense che valse imperitura celebrità ad un loro concittadino, si peritavano nello accordare, dopo quattro anni, una pensione ai superstiti dei mille di Marsala, ben molti dei quali ebbimo a veder ridotti a durissimo estremo. Re Ferdinando con più sana logica avea costume di usare in modo che la ricompensa seguisse immediatamente il merito, quantunque le novanta volte su cento traesse questo la sua origine da fatti ripugnanti ad ogni onesto e retto sentimento. Chi paga presto paga due volte si è un tal proverbio ch'egli soleva ripetere, e quindi le croci e le pensioni ebbero a piovere a dirotta in quella congiuntura, e forse oggi ancora il Governo con invidiabile puntualità paga i redditi mensili ai carnefici di Pisacane e di quel pugno di generosi che scontarono con la vita l’ardito tentativo di quell’infelice colpo di mano.

E qui saremmo al compimento di questa narrazione se il debito di Cronista non ci rendesse obbligo di far cenno di altro fatto, che sebbene avvenuto sotto il Regno di Francesco II, si collega assolutamente ai movimenti rivoluzionarli di cui abbiamo preso a tessere il racconto; e questo nuovo pomo di discordia ultimo in ordine alla storia della decadenza, a nostro modo di veder le cose, valse non poco a far preponderare la santità della causa dell’unità Italiana nella bilancia che contrassegna i destini delle nazioni.

La Dieta Elvetica, per quanto tardi vi si fosse risoluta, pure stanca fino alla nausea, ed insofferente della trista celebrità acquistata dai suoi concittadini, i quali mentre erano pure figli di una generosa e libera patria, assumevano l’odioso incarico di puntellare le tirannidi ovunque avessero impero, si risolveva di mettere argine al turpe mercato, privando della cittadinanza chiunque dei cantoni federali, che ultimata una volta la ferma contrattata con l’approvazione del consiglio, fosse rimasto al servizio di straniera potenza.

Essa dopo le atrocità del 15 Maggio che trovarono un eco dolorosa in tutta l'Europa, dové inorridire al racconto dei fatti tuttuosi ed infami posti a carico speciale dei suoi connazionali, e rimostrò anzi pretese che sui medesimi si fosse fatta piena luce; rimostranza e pretesa che non tornò difficile a Re Ferdinando di eludere, dimostrando diplomaticamente l’inversa di quanto col fatto era avvenuto, talché la taccia dileguavasi a furia di far salve le apparenze la mercé di una inchiesta elaborata nei Reali appartamenti e commessa solo per ricapito al Ministro degli Esteri. Ciò valse per allora lo assentimento della Repubblica, che in mancanza di meglio dové accontentarsi di si poco, riserbandosi provvedere, come provvide, non appena terminato il contratto internazionale che facea libero al Re di Napoli il reclutamento nei dodici Cantoni.

Or la succennata disposizione metteva capo in altra precedente che inibiva agli Uffiziali arruolatori di estere potenze di levar soldati sul territorio della Confederazione, ordinanza ch’emanata allo spirar della convenzione trentennaria fatta col Re di Napoli, si era fatta possibilmente rispettare, tanto che ormai da più anni i Reggimenti Svizzeri aveano derogato alla proprietà del nome, mentre col fatto i su mentovati arruolatori, economizzando con di loro vantaggio sul premio d’ingaggio, trovavano più facile e conducente arruolare Croati ed Austriaci anzi che Svizzeri.

In tal piede di cose, e quando nei Reggimenti Svizzeri, caducato il principio di nazionalità per la promiscuità delle razze, sorgeva pure l'incertezza dello avvenire, non deve sorprendere se la discordia si fosse impossessata agevolmente dello spirito di quelli che volevano od ultimare l’antica o contrattare una nuova ferma, e degli altri che traendone capziosamente partito per non perdere il benefizio della cittadinanza, bramavano soprassedere da quella già contrattata. A ciò se si aggiunge il fermento sedizioso che a nostro avviso di giorno in giorno viemmaggiormente dilatandosi acquistava terreno nell’armata, ed avente le sue radici negli alti ranghi della stessa, come per induzione a priori deve ritenersi dallo attentato Milano, e quale a posteriori lu mostrato alla evidenza sul principio della Rivoluzione dai fatti di armi di Sicilia e di Calabria, e si avrà il concetto positivo della discordia prorompente di questa parte la meglio tenuta e pagata dello esercito, e sulla quale i Re di Napoli furon mai sempre usi a calcolare meglio che su tutto il resto, non per fazioni guerriere sul campo di battaglia, ma per potere nella occasione comandare la carica alla baionetta sugli amatissimi sudditi, e puntare il cannone in mozzo alle strade della città; verità questa che traluceva specchiatissima dall’indole della Capitolazione, in uno dei primi palli della quale era detto non potere il Re di Napoli, in un caso qualunque di guerra, far suo prò di quelle truppe contro qualsiasi potenza che fosse in relazione amichevole con la Confederazione.

Ed abbenché fosse stata al giusto appreziata dall’un canto la impossibilità di avere reclute Svizzere, e che dall’altro ragioni economiche avessero dovuto consigliare al Governo disfarsi di un corpo di armata estera di cui ogni gregario costava alla finanza qualche cosa più che il doppio del soldato indigeno, pure non fu perdonato a mediazione ed a persuasiva onde indurre la calma negli animi; il tutto però inutilmente, dappoiché le parti ammutinatesi in massa diedero nella città, con massimo spavento degli abitanti, miserando spettacolo di diverse scaramucce, la di cui importanza aumentava sempre da giorno in giorno, fino a che a bandiere spiegate si ridussero a presentar battaglia sul campo destinato alle militari esercitazioni, ed ove dopo non lieve combattimento, fuvvi mestiere del cannone per ridurli ad uno stato di tranquillità di cui si dové trarre profitto per disarmare i malcontenti, ai quali fu duopo largir denaro e concedere imbarco onde sbarazzarsene.

Per cosiffatti e svariati eventi che accennano tutti alla discordia del partito realista, ed a rassodar l’accordo nello elemento rivoluzionario o liberale che si voglia; nonché alla demoralizzazione dell’armata ed alla sfiducia e rilasciatezza in tutte le amministrazioni, l'edilizio monarchico rassomigliar potevasi ad un vasto fabbricato, la poco compattezza e solidalità delle di cui fondamenta faceva sì che grosse lesioni apparissero sulle mura di cinta, indizio certo della nessuna sicurezza che goder doveano quelli che ne abitavano l'interno.


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QUARTO QUADRO

SOMMARIO—Il 1859! ed analisi dell'epoca confrontata col 1815 — Re Ferdinando 2. risolve combattere la rivoluzione — Progetto di matrimonio del Duca di Calabria con Maria Sofia di Baviera — Condizioni del Piemonte relativamente al Napoletano, al resto d'Italia, ed alla Francia, — Effetti che si speravano dal Matrimonio del Principe Ereditario.

Siamo al 1859!!! Questa espressione equivale a nulla meglio che ad una data.

Indica un tempo determinato nello avvicendarsi dei secoli e degli anni.

Contrassegna un’epoca, gravida di avvenimenti, se vuolsi, per l’Europa; ma a rigor di termine non altro che un epoca.

Dessa è ormai decessa, e noi considerandola nello stato cadaverico potremo agevolmente notomizzarla.

Avvertasi che l’epoche possono essere colpite da cachessia, ma che non morono; la storia fu creata appositamente per eternarle. Ognuna di esse nel giro de’ secoli lascia la sua impronta, come la lumaca contrassegna il suo tardo cammino con una striscia argentea.

Al pari di due atleti che scendono sull'arena per una lotta ad ultimo sangue il 1815 ed il 1839 combattono le loro ultime battaglie; essi misurano il distacco di circa mezzo secolo!

Ambo formano una differenza, costituiscono una antitesi meno appellativa che sostanziale nella storia di Europa; ma tutti due s’improntano del nome di un Napoleone.

Il primo è un astro che descritta la sua parabola si sprofondava in S. Elena! Il secondo in ordine materiale, e terzo in sistema cronologico, è una meteora che va in cerca di una luce fosforescente per più abbarbagliare e per meglio contraddistinguersi. Egli cerca quella luce fra le tenebre del passato. La sua parabola non è determinata; perpendicolarmente però al punto più culminante della sua gloria sta scavato uno abisso; Dio faccia pure che non vi sprofondi!!! .

Ad ogni modo torna evidente che il concetto politico del primo fu fatto suo dal terzo Napoleone — La concorde volontà degl’italiani nel proclamare l’unità nazionale in preferenza della federazione, ed il non aver avuto il 1814 al suo antiguardo le cinque giornate di Milano, i fatti di Curtatone, la sfortunata battaglia di Novara, e l’eroica resistenza di Bologna, come se li ebbe il 1859, importava che quello imperial concetto subisse delle rilevanti riforme: la volontà collettiva di tutto un popolo che vuol rivendicata la sua nazionalità è tale un torrente che irrompe impetuoso e non si arresta per argine che tentar si voglia di opporglisi. La scuola del passato dava buon frutto per lo avvenire; nella Toscana la Costituente, nell’Umbria e nella Emilia la rivoluzione e l’annessione seguivano con tale un ordinato contegno ed una certa imponente gravità, da sbalordire e muovere invidia ad una lunga filza di frati che proceda processionalmente;a Napoli le libere concessioni edite e rese pubbliche in suntuosi cartelloni eran lungi dal desiar vaghezza di curiosità nissuna; era qualche cosa al di là del dispregio; il ridicolo rivestito con la clamide della serietà, ed ei pareva bene che tanti milioni di sudditi avessero rinnegala la virtù del saper leggere a solo Oggetto di non voler leggere quell’atto di sovrana munificenza, cui si fece mostra di non badar neppure.

Ora il trattato della Santa Alleanza in cui fu riconfermato il principio del dritto divino, ed il trattato di Villafranca che sotto l’usbergo del non intervento apriva campo libero al dritto delle nazionalità, trovano precisamente riscontro in quelle due cifre aritmetiche 1815, 1859!

Epperò a parlar senza passione cerchiamo di guardar netto in questi due trattati. Egli è certo che quello del 1815 tristo corollario della idea, armato di cui scese in Italia il 1814, valse di lenzuolo funerario ad un grande, che se fu benemerito della civiltà, non lo ebbe ad essere egualmente della umanità, la quale fu astretta ad assistere al supplizio di presso che un milione di vittime sgozzate su venti campi di battaglia sotto l'involucro di libertà e progresso in olocausto al Cesarismo; inde historia!!!

Il secondo se non fu spontaneo, ma invece bilanciato in ragion di usura, e calcolato a guisa di tornaconto commerciale in grazia degli accordi segreti di Plombieres, egli è però certo che valse agl’Italiani qual punto di movenza e come base di operazione per costituirsi fino ad ora, se non in unità completa, almeno in un nucleo rispettabile alla cui completa unità contrasta semplicemente oggi la vecchia diplomazia ed un avvanzo di pregiudizio, ambo poggiati su di un terreno la cui fallacia veniva riconosciuta dalla intiera Europa; a tutto dire, con una felice espressione che togliam di peso dal verbale redatto or non ha guari dai delegati delle diverse Camere di Commercio di Europa trasferitisi ad ispezionare i lavori dell’istmo di Suez, è nostro avviso che oggi l’unità d'Italia non sia altro che Une question de temps et de argent.

Impertanto quel principio che poggiava sostanzialmente sui 50 mila cadaveri di Magenta e Solferino, accettato dall’Austria, venne proclamato in Europa. I popoli se ne commossero plaudenti, ed i Re di dritto divino allibarono per lo spavento; il loro sguardo si rifletteva intorno al piedistallo dei troni rosi, e caducati dall’età, e non vi trovò che tribù di schiavi venduti, esilaranti, e pavidi del domani;quel domani poteva mutar, l’aspetto delle cose; i servi potevano addivenire padroni dei padroni; ed i padroni servi dei servi!!

Essi sperarono nel tempo; abbattuta la forza del leone, rimarrebbe loro l’astuzia della volpe;. troppo lieve risorsa se si voglia a sì gran male, ma ad ogni modo era dessa la tavola del naufragio.

Re Ferdinando di Napoli, tiranno più degli altri, ebbe più delli altri a risentir le conseguenze di questo controcolpo, perche di tutti men forte e più cordialmente odiato; ma non disperò sol per aver compresa la inutilità del disperarsi, e non potendo calcolare per una seconda volta sulla buona fede de’ suoi popoli, pei quali le sue prime concessioni erano state una nuova camicia di Nesso, si appigliò al partito di combattere la Rivoluzione, che presentiva imminente, con la forza. Era il solo che gli rimaneva!

Risoluto così di conservarsi despota a qualunque costo, e sperando sempre nell’Austria, che quantunque vinta, poteva risorgere come un nodello Anteo, pensò di viemmaggiormente stringersi a quella mercé nuovi vincoli di parentela. Così avrebbe atteso a piè fermo ed anche attaccata di fronte la Rivoluzione, se gli fosse riuscito impossibile scongiurarla.

Ma suol dirsi che l’uomo propone e Dio dispone; e questa volta Iddio avea disposto di addimostrarsi nel punto più culminante della sua terribile onnipotenza. La corruzione, il sangue, e lo spergiuro aveano staggito ogni buon sentimento, e dietro aver girato in trionfo per le pubbliche piazze, si erano mostrati fin sui vestiboli del sacro Tempio con le vesti contaminate dalla ipocrisia. Dio adunque assumeva a sé il doppio compito; punire e rigenerare!

Nella impossibilità di accendere le tede dello imeneo per una seconda volta direttamente nella corte di Vienna, egli prospettò la Baviera, che oltre ad avere con la casa d'Austria rapporti di sangue, ed una intimità solidale né più né meno che la propria, avea l’altro vantaggio di essere lo Stato più esteso e più influente della Confederazione Germanica.

La proposta incontrò favore, ed il matrimonio fu fissato, direm così, ad modum belli.

D'altronde non vi era tempo da perdere; gli avvenimenti incalzavano, e spesso in politica pochi minuti valgono a decidere della sorte di più secoli.

Tracciata così indeclinabilmente la sua strada Ferdinando diede opera a tradurre in atto i suoi progetti. Era quistion di tempo, ed il tempo lo avrebbe questa volta tradito pel primo. Questa inesorabile divinità stanca ormai dell’essersi veduta malamente impiegala per circa sei lustri prenderebbe la rivincila ripiegando le sue ali d’innanzi ad una tomba scoperchiata. Il suo inopportuno riposo maturava la dissoluzione di un Regno e la caduta di una Dinastia!

Stabiliamo la progressione degli avvenimenti.

Il piccolo Piemonte per la pace di Villafranca segnava già l’aumento di oltre due milioni di anime mercé la cessione della Lombardia donatagli dalla Francia, cui era stata ceduta dall’Austria. In quello estremo della Italia Subalpina nidificava già da 12 anni la rivoluzione santificata dal principio di nazionalità.

Emigrati di tutti gli altri Stati d’Italia vi aveano trovato asilo non solo, ma benanche favore e rappresentanza.

Vittorio Emmanuele Sovrano generoso e cavalleresco, successo per l’abdicazione di suo padre, il magnanimo Re Carlo Alberto a quel trono, mentre l’Austria da ora in ora minacciava inghiottirlo, e quando le finanze dello Stato laxis compagibus erano in tale stato di prostrazione da non potergli garantire che men della metà della sua lista civile, non temé di dichiararsi unico Sacerdote del sacro fuoco rigeneratole d'Italia. Di fronte a rosi virtuosa costanza non poteasi a meno di rimaner stupefatti ed ammirati; ed i suoi popoli non solo lo furono, ma spinti a nobilissima gara e sangue e sostanze gli esibirono volentierosi; da qui un nucleo di forze e di risorse di cui l’Austria ebbe a temere ed ingelosirne, l'Europa a meravigliarne:

Nè minaccia né priego valse a renderlo spergiuro, e quindi il titolo di Re Galantuomo, consentitogli dallo universale, anziché sentire di una postuma cortigianesca adulazione, fu solamente un atto di semplice e pura giustizia. Egli ha la coscienza di averlo meritato!

Inoltre, al di là della mutua ed antica simpatia, la Francia ed il Piemonte aveano nell’ultimo decennio cementata due volte col sangue un’alleanza che, come terribile spettro, diveniva fantasma perturbatore dei despoti segnatarii del famoso trattato del 1815, e Re Ferdinando 2° più che ogni altro riconoscendo ed apprezzando al giusto la propria debolezza, soffriva di continuo l'incubo di questo fantasma.

Napoleone III, dopo i fatti di Crimea, avea presentata l’Italia innanzi alla Europa come una vaga fanciulla circondata di un’aureola di gloria, che dà di sé stessa le più belle speranze, e l’Europa era stata costretta ad ammirarla ed a mostrarsele compiacente.

Questo certamente era qualche cosa; ma pure non era tutto— Dopo i fatti campali di Magenta e di Solferino l'Italia dovea essere di bel nuovo presentata innanzi alla Europa istessa, ma questa volta non già più come una fanciulla, ma come una nobile donna che sà, e che può disporre di sé. E l’Europa trascinata dal primo inoltrerebbe in un secondo passo; l’Europa avrebbe dovuto riconoscere in essa il dritto di sedete al banchetto delle nazioni.

Tutto questo avrebbe voluto impedirsi da Re Ferdinando; egli avea fatto la sintesi dei Borboni e l’analisi dei suoi popoli nella famosa lettera scritta a Luigi Filippo di Francia nel 1830 con cui dichiarava nettamente che i suoi popoli non risentivano per affatto la necessità di pensare; vi era dunque dello amor proprio a garentire oltre al un grande interesse a propugnare.

Il matrimonio del Principe Ereditario del Regno con la Principessa Maria Sofia di Baviera, a suo modo di veder le cose, avrebbe pesato nella bilancia politica

1. Come una idea di federe e di coalizzazione con la Casa d’Austria, e con la Confederazione.

2. Egli se ne sarebbe servito come di soffietto per ritrovare nella cenere quasi affatto spenta dello amor dei suoi popoli una scintilla di quello affetto e di quello entusiasmo che avea le tante volte soffocato e spento col sangue.

3. Finalmente, alla peggior lettura, se sarebbe stato assolutamente necessario gittare a mare l’ultima ancora di speranza, ossia di abdicare, un tal passo glie ne avrebbe agevolato il modo senza menomare il prestigio di quel potere a cui si era ostinatamente abbindolalo.

Risolvé quindi di dare alla cerimonia la maggior pompa ed eclatanza possibile, anche per servir da controcolpo all’ascendenza e progresso del liberalismo che nella Italia superiore facea alla giornata passi da gigante, invadendo città e borgate che ne ripercuotevano l’eco in queste Provincie; vedremo però come l’esito non corrispose alla speranza mettendovi Iddio qualche cosa del suo perché accanto alle rose ed alle tede dello Imeneo avesse avuto a colpirlo la falce della morte.


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QUINTO QUADRO

SOMMARIO — Disposizioni Strategiche dell'Austria e di Napoli — La prima scena di un dramma tragico — Partenza da Napoli delle Pirofregate il Tancredi ed il Fulminante per riceversi a bordo Maria Sofia di Baviera—Descrizione del viaggio fatto per terra dalla Real famiglia e seguito — Truppe scaglionate lunghesso la Consolare da Napoli a Brindisi — Servizio di Corte — Polizia ed ordinamento della stessa — Una occhiata in prospettiva —I fatti della Italia superiore si fanno strada nel Napoletano — Rassegna dei Giornali.

Sul punto di essere dispogliata della Lombardia, l'Austria avvisò a farsi forte nel Veneto ed a rafforzare il suo presi dio di Ferrara Lo scambio dei Corrieri di gabinetto e delle note diplomatiche con Napoli addivenne animatissimo non solo, quanto pure fu veduto dal Sovrano di questa darsi ordini perché le Castella e le Piazze d’Armi fossero bene approviggionate di viveri e di munizioni, il numero dei Battaglioni Cacciatori portato al parò di quello dei Reggimenti d’infanteria di Linea, ed in ultimo nel disporsi la leva di nuovi soldati onde completar l’organico dei Corpi, farsi ordine ai Comandanti tutti delle armi nelle diverse Provincie di tenersi pronti a richiamar le riserve.

Nel contempo dal Real Ministero dell’Interno furono diramate note circolari a tutti gl’Intendenti ed Agenti. Consolari del Reame perché dei massimi riguardi usali avessero verso qualunque suddito di potenza straniera che per avventura trovarsi potesse nelle rispettive giurisdizioni, tanto maggiormente se Francesi od Inglesi, e ciò per ovviare a qualunque controversia che elevar si potesse a pretesto di dissidii (); e per l'altro di Polizia si faceva ingiunzione onde venire raddoppiato di vigilanza verso il partito esaltalo, ed in ogni rincontro proceduto con cautela e senza scandalo, ma però rigorosamente ed in guisa da non farne scapitare gl’interessi ed il bene del Real servizio! Arroge che a fuorviare la pubblica attenzione da ciò che era per avvenire nel nord d’Italia, ed a farla preoccupare con qualche effetto delle sorti del paese, fin dallo spirare del 1858 Re Ferdinando avea avuto il gentil pensiero di principiare a produrre in forma pubblica il Duca di Calabria innanzi ai futuri suoi popoli, onde far pregustare a questi le gioie di un altro avvenire non men dispotico del presente, ed al giovine Principe la grata fragranza del principato e le care delizie dell’Ego-sum diplomatico — Fu progettata ed eseguita quindi una passeggiata militare con gran lusso di treni e di armati, e con facoltà di rendere, a seconda ne venisse richiesto, sia la grazia sia la giustizia.

Lo scopo venne raggiunto nella sua massima parte — Sia caso, sia prudenza di consiglio, sia, come suol dirsi dei dementi che di tratto in tratto ricuperano l’uso della ragione, un lucido intervallo, sia infine perché in quella epoca migliori intendimenti realmente nutrisse nello animo suo il futuro Monarca delle due Sicilie, in omaggio della verità ci corre obbligo di contestare che in quel primo debutto dava prove di un amore per la giustizia, e di una fermezza di imo che autorizzarono a dire assai bene di lui, ed anche a sperare meglio — Or perché ci tornerà opportuno in prosieguo svolgere distesamente le particolarità di questa prima e felicissima comparsa di Re Francesco 2.° nella vita pubblica, cosi riprenderemo il nostro racconto dal punto in cui lo sospendevamo nel quadro precedente, lasciando che in miglior tempo possano i nostri lettori in base di un tale episodio studiare l'interessante fenomeno di un Principe, che esordisce rendendosi benemerito della umanità e della giustizia, cangiato in un Re dappoco ed insufficiente.

Stabiliti gli opportuni accordi e fissato quanto sii mossi conveniente a che splendidissima fosse riuscita la cerimonia degli sponsali, agli 8 Gennaio 1859 sotto il comando del Capitano di Vascello Lettieri partiva da Napoli il Fulminante grossa Pirofregata messa di recente a nuovo col massimo buon gusto ed eleganza; essa era destinata a ricevere l'avvenente Principessa di Baviera col suo illustre seguito, e vi erano imbarcali il Principe di Serra Capriola cui si era intestata la procura per le nozze, e lo Ammiraglio Generale degli Uberti.

L’altra fregata a vapore il Tancredi navigava di conserva con la prima.

La traversata fu felice, e le due pirofregate dopo aver toccate le coste di Calabria e la rada di Manfredonia, furono nelle acque di Trieste, ove permanevano 17 giorni in attesa della Real Principessa, che il 27 del seguente Febbraio, dopo celebrati gli sponsali nella Cappella Palatina, prendeva stanza sul Fulminante accompagnatavi da brillante seguito di cui faceva parte S. M. l'Imperatrice d’Austria sua illustre sorella che vi s’intrattenne per più ore.

Lasciamo adesso il mare per occuparci invece della terra, che, in questo rincontro, per eccezione volle addimostrarsi più inclemente di quello.

Fin dai primi di di Gennaio sulla Ferrovia che da Napoli mena a Nola partivano a riprese stipati convogli cosi ordinarii che straordinarii, e sulla consolare che da Nola mena a Brindisi era uno avvicendarsi di ogni sorta di treni — Era la Corte e l’Aristocrazia Napolitana che andavano a prendere posto nelle varie fermate — Una turba numerosa di cuochi, guatteri, staffieri, palafrenieri et omne genus musicorum, distinti i più dalla livrea di Corte, ed altri da quella di molte case magnatizie, la percorreva in tutt’i sensi, preceduta od al seguito di carriaggi addetti al trasporto di utensili di cucina, di munizioni da bocca, e fin di mobilia e di arazzi diversi — Gennaio in quell’anno avea cominciato per dimostrarsi galantuomo, ma non andò guari che volle farne delle sue intristendo inopinatamente.

I treni Reali usciti da Napoli col sole per essere trasportati fino a Nola con la Ferrovia, ebbero ben presto a mettersi in contatto con la neve; la temperata assunse repentinamente un contegno più che glaciale.

La Real famiglia dovea movere da Caserta, luogo di sua ordinaria permanenza, alla prima ora pomeridiana dopo l'asciolvere; e però videsi astretta a ricoverarsi per oltre una qualche ora nella stazione — Il Cielo da sereno che era tutto ad un tratto fu visto ricovrirsi di dense nubi; grossi goccioloni di una pioggia rada e ad intervalli precedettero lo instantaneo spirare di un vento vorticoso; una grossa tromba di aria in forma d'immensa spirale formatasi in mezzo al vasto spazio che precede la Reggia, incedendo minacciosa in linea dello stradale che guida alla stazione medesima schianta dei grossi alberi, abbatte molti travi sostenitori dei fili del Telegrafo elettrico, smantella alcune case coloniche che trova sulla sua direzione— A memoria di uomo non vi era chi ricordasse un simile uragano. Al suo maggiore imperversare il Re si fece il segno della Santa Croce; la Real famiglia e tutt'i Cortigiani lo imitarono tantosto, e questi ultimi, benché invasi tutti del tristo presentimento, ebbero, com’è legge perpetua per essi, la virtù di dissimularlo.

Dopo qualche ora dileguatosi il turbine e calmato l’uragano i Reali Convogli mossero per Nola, da dove, dopo presa la benedizione nella Cattedrale, gl’illustri personaggi ed i rispettivi seguiti, serbando la legge della più stretta etichetta montarono sulle carrozze per alla volta di Avellino.

La carrozza del Re e della Regina, quella del Duca di Calabria, e degli altri Principi coi corrispondenti servizi! di Corte camminavano di conserva scortate da uno Squadrone di Ussari della Guardia.

All’uscire di Nola la pioggia, che avea seguitato mai sempre a cadere, si convertiva in grossi fiocchi di neve.

Alla discesa di Monteforte si disperò di poter proseguire il viaggio; fu ventilato il progetto di far alto e passar ivi la notte; ma il Re tenne fermo a voler continuare il viaggio, e cosi come Dio volle dopo una prima giornata di disastroso cammino si potè giungere in Avellino, ove erano apparecchiati gli alloggiamenti di cui ognuno cercò di profittare tantosto, dopo aver concesso ben breve tempo all’entusiastiche ovazioni che le preventive cure dell’Autorità eran valse a procurare in gran copia agli illustri viaggiatori.

All'indomani di buon’ora il Re si era levato, e dal balcone prospettava l’orizzonte che non prometteva alcun che di buono, coverto com’era di nubi e gravido tuttavia di neve, ad onta che tutta la notte' non avesse cessato alcun poco dal caderne.

Alcun cortigiano in tuono dubitativo, ed in guisa da provocare indirettamente una risposta, si permise di osservare.

«Se partiremo, l'avremo a passar bella!»

«Che intendete dire con quel se partiremo si fece a chiedere il Re.

«Nulla che debba dispiacerle, o Sire; io son soldato, né parlo quindi per me.

«Per chi dunque?»

«E per le LL. Auguste Maestà che mi affanno; per i giovani Principi, per tutta la Real famiglia»

«Ma di che, e perché temete? del tempo forse?»

«Tanto bene, o Sire; esso è di una rigidezza spaventevole»

«Bah! baje!!.. piuttosto ditemi una cosa; credete voi ai sinistri presentimenti?!»

«Sire meno assai che nel cattivo tempo»

«Ebbene, amico, non andiamo di accordo; questo rapido intristire della stagione in tutt’altra circostanza più che preoccuparmi mi avrebbe dato forse diletto; oggi però non so perché sento che ogni difficoltà mi angustia, ed in ciò che mi contraria presentisco una sventura; se non temessi il ridicolo più di qualsiasi altra cosa al mondo, non esiterei un istante a mandar tutto a monte.»

Il Re favellando in questa guisa addimostrava aver piena fede in quell'antica sentenza.

«Tristis ubi incipitur infausto ornine pugna»

Epperò affettando una noncuranza ch’era bene alieno dal sentire, non appena alquanto inoltrata l’ora diè ordine di partire; fatta però pochissima strada tutti ebbero a convincersi della serietà della situazione; la strada Regia non presentava più traccia sicura; la neve caduta e che seguitava a cadere a più non posso uguagliava le superficie ed impediva la sicurezza dello sguardo di chi trovavasi a guidare i treni; i sentieri addivenuti impraticabili ponevano in grave imbarazzo la proverbiale abilità dei conduttori delle carrozze, alcuno dei quali, a declinar la responsibilità d’ogni possibile sinistro, stimò di prudenza dichiarare il suo avviso ch'era quello di rifare la via già percorsa.

«Asino, sclamò Ferdinando indispettito nel vedersi contrariato, prima di tutto un Re non ritorna mai indietro; ed in secondo luogo i pericoli del ritorno se non maggiormente, sarebbero almeno gravi quanto quelli del tirare innanzi».

Fu proseguita quindi la rotta per alcun altro tempo senza rimarchevoli incidenti; alla salita però di Ariano la carrozza del Re e della Regina che precedeva le altre ebbe ad incorrere in un falso piano minacciando di rimbaltare; una delle balestre era andata in pezzi; immediatamente si fece alto, e fu fortuna che si rattrovassero a sole poche miglia dal paese, e che l'Autorità locale avesse provveduto a che una moltitudine di contadini accorrenti dai convicini paesi ed armati di pale rendessero praticabile la strada ai Reali equipaggi.

E questi fatti, i quali si rapportano ad una epoca non remota tanto da permettere che si esagerassero, se fossero invece accaduti ai tempi dei Romani, vi è da scommettere che Re Ferdinando avrebbe stornato il viaggio ed il matrimonio causa nefasti ominis; e ciò massimamente poi sarebbe avvenuto se avesse avuta la fortuna di consultare un oracolo cui fosse saltato il grillo di ripetergli il celebre ibis et redibis non, morieris in itinere.

Era questo il caso d’immortalar l'Oracolo anche al di là di quello di Delfo; esso avrebbe detta la verità alla lettera!

Ma da banda le digressioni; le difficoltà tutte furono superate, e la Real Corte nel dì seguente arrivava alla pur fine sana e salva in Foggia, città principalissima delle Puglie, che a spinta dell’autorità Amministrativa avea erogate di grosse somme per pararsi a festa, innalzando una tempesta di archi di trionfo e di templi allegorici messi a male dal vento e dalla intemperie, tanto da far esprimere ad essi un concetto contrario, e totalmente opposto a quello di cui l’arte si era sforzata improntarli.

L’indomani però del suo arrivo le condizioni atmosferiche essendosi di molto avvantaggiate, la Real famiglia come vedremo nel seguente quadro riprese la sua strada verso Bari.

Noi lascerem pure che progredisca col cattivo genio che si era fatto a presiedere a quelle solennità, e c'intratterremo invece alcun poco prima a porre in rilievo qualche circostanza non priva d’interesse, e quindi a passare in rassegna gli altri approcci del viaggio.

Il Ministero di Polizia nel tener informati gl’intendenti delle Provincie che si trovavano sulla linea che doveano percorrere le MM. LL, del giorno in cui sarebbe avvenuto il transito per la debita intelligenza ed uso di risultamento (frasario uffiziale della epoca), si rimetteva alla loro prudenza per le disposizioni a darsi onde il tutto fosse riuscito col massimo buon ordine e soddisfazione così del Sovrano che del popolo — Un tal parlare così sulle generali ebbe per conseguenza che ognuno di essi avesse fatto nel miglior modo che gli tornava a gusto, e quindi un evidente distacco nei mezzi assolutamente arbitrarii di trasfondere un compro entusiasmo nelle masse, il che diede luogo al seguente aneddoto. In quel di Avellino l'Autorità politica del tempo, benché di non desiderevole ricordanza, avea fatto in modo che la clamorosa ovazione avesse luogo principalmente per opera di quelli i quali sottostavano ad attendibilità politica, impiegando per tale oggetto e l’autorità del consiglio e fin la minaccia. Egli è certo che in una tal disposizione più che sentimento umanitario vi era tatto ed avvedutezza politica, dappoiché presentendosi dallo universale che nella occasione delle prossime feste nuziali vi sarebbe stato un Sovrano perdono, che si sperava larghissimo, ei v’era del tornaconto uffiziale farlo comparire implorato, e dell’amor proprio nell’ostentare che si forzasse la mano del Re onde lo si concedesse; era come suol dirsi prender due colombi ad una fava—e così avvenne; l’intendente nel dare la soddisfazione al Pio, Pedice, ed Augusto Sovrano di addimostrare prostrato innanzi al Regio piede quello stuolo di nemici aitanti per essere rigenerali dalla grazia Sovrana, perorò onde questa li sovvenisse dei suoi benefici effetti, ed il Re che, trafelato e stanco dal ben tristo viaggio non vedea miglior modo di sbarazzarsene presto, si affrettò a sorridere, ad accogliere le suppliche, ed a far aprire i cuori alla speranza.

Ben altrimenti poi avveniva in quel di Foggia, il di cui Intendente men tenero per la svenevolezza delle grazie sovrane, fin da che ebbe sentore di quel che avvenir dovea, i suoi innumerevoli cagnotti scatenava onde ragion gli rendessero dello spirito pubblico; ai Sotto-Intendenti, Sindaci e Capo Urbani tutti della Provincia ingiunse con circolari sorvegliar meglio che mai gli attendibili, ed impedir ad essi che per ragion qualsiasi si amovessero dalla residenza, ed infine 63 di questi ultimi che rattrovavansi nel Capoluogo, furon di suo ordine chiamati da quel Commissario di Polizia, ed astretti a firmar obbligo di non uscir di casa per causa qualunque dal giorno precedente all’arrivo del Re fino a quello seguente al suo dipartirsi, sotto pena di giorni 8 di carcere, estensibile fino a giorni 30, laddove si avesse avuta la tracotanza di farsi vedere in una delle pubbliche piazze o strade per ove era possibile che transitar dovesse il Sovrano.

Incredibilia sed vera!.... Re Ferdinando 2.° smontando da carrozza festeggiato dagli urrah di una ciurma di cialtroni stipendiati dal Guardaporta di quel Real Palazzo al prezzo enormemente modico di 5 soldi per testa, ad oggetto che avessero gridato a riprese con quanto fiato si può avere in corpo viva il Re, riceveva indi a poco dal suo arrivo gli omaggi delle Autorità tutte, e dietro aver dichiarato di non poter assistere al Teatro perché spossato dal viaggio, espresse il desiderio di concedere qualche ora ben volentieri ad oggetto di accogliere le suppliche di quei fedelissimi sudditi, che ragionevolmente avrebbero profittato di quella circostanza, più unica che rara, onde rassegnare ai piè del trono i loro bisogni.

Allibì l’Intendente a quella manifestazione, per altro naturalissima, dappoiché era da prevedersi che un Re che dopo 29 anni ritornava in quella Provincia, in lietissima occasione, e ben nello intento di conciliarsi popolarità, avesse concessa udienza; e però chiamata in suo soccorso una presenza di spirito feconda di espedienti, dopo aver commesso a diversi suoi subalterni di percorrere in tutt’i sensi la città in cerca di supplicanti, e disposto che si fosse apparecchiata alla meglio una Sala per la udienza, si fece ad umiliare alla M. S. ch’egli avea creduto di regolar le cose in modo che si fosse gustato prima alcun ristoro, di cui era evidente che sentir doveano bisogno.

«Sia, disse il Re, giacché vi trovate di aver così fatto; impertanto si annunzii che fra un’ora e mezzo, riceverò chiunque indistintamente».

L’Intendente respirò attendendo e sperando che la solerzia dei suoi emissarii fosse valsa a raggranellare qualche paio di dozzane, fra le migliaia d’individui che avrebbero avuto a dimandare sia una riparazione, sia un soccorso; sia un atto di giustizia, sia una grazia.

Inutilmente però, dappoiché per quante strade si fossero percorse, per quante porte si fossero bussate, ed in quanti Caffè si fosse annunziata la volontà Sovrana di render grazie, non vi fu alcuno che avesse stimato opportuno a quell’ora incomodarsi ad impiastricciare un foglio di carta, ed a rendersi, per implorar grazia, in un luogo, da cui la mattina era stato minacciato di venirne scacciato mercé l’opera efficacissima del gendarme.

Al saper di tal cosa non è a dire quanto s’indignasse quel funzionario, che capì bene esser giunto il momento di giuocar tutto per tutto cangiando in audacia la presenza di spirito—Traendo quindi opportunamente profitto da un discorso che si faceva sulle favorevoli e prospere condizioni locali, con estraordinaria sveltezza si fece a dire.

«Se V. M. lo consente mi permetterò osservare qualmente al benessere di queste contrade, anche più della feracità del suolo e della dolcezza del clima, contribuisse l’indole oltremodo tollerante del lavoro, attiva, e discreta degli abitanti —È impossibile che V. M. e la Serenissima Real famiglia non abbiano notato con quale e quanto entusiasmo avessero essi acclamato alla singolar fortuna di avervi tra loro; né tacerò sapermi pure di esservi alcuno tra essi, anzi dirò pure ben molti che per private bisogne avrebbero bramato di supplicare la M. V, epperò ecco un tratto squisito e delicato, per altro caratteristico, di questa fedelissima e discreta popolazione!.... Mi si è riferito or ora che, non appena uno di essi à detto, nella sala di Udienza, Signori, a me non entra in capo in qual modo S. M. dopo un così malagevole viaggio, finito di pranzare, possa prender gusto a sentir le nostre afflizioni» tutti quanti abbiamo risposto «a noi pure cosi pare» al che il primo oratore ha ripigliato «egli è certo che il Re (D. G.) dovrà ritornare in Foggia a qui e non molto per trattenervisi alcun tempo; allora si che potremo avere una udienza come va fatto, senza restar qui ora a fare il collo lungo con certo timore di sembrare indiscreti».

Detto fatto; non appena profferite queste parole tutt'i supplicanti che stavano assembrati nella sala senza volerne saper di vantaggio se la son svignata.

«Male, malissimo, interruppe il Re con alquanto di corruccio; è precisamente quello che io avrei voluto che non avvenisse».

«Ma io, Sire, non poteva certamente....»

«Basta.... ora non vi è rimedio, ripigliò il Re levandosi da tavola; apprezzo altamente la prelibata delicatezza di questa buona gente, e ciò m’invoglia maggiormente a tenerne in buon conto i bisogni; spero quindi che al mio ritorno vorranno esservi minori riguardi e circospezione».

Dette le quali cose e congedati affabilmente tutti si ritirò nei preparatigli appartamenti, seguito dalla Real famiglia.

«Carità e cautela» era una delle massime di Ferdinando 2°; egli, se si ricorda, avea avuto bene a sperimentarne la utilità.

Quando un Re non può calcolare sull’amore dei suoi sudditi, ch’è pure il mezzo diretto e più semplice per godersi le delizie del trono, è necessario che faccia ricorso ai mezzi della forza, che, se raggiungono lo scopo istesso, non restano in chi l’impiega la soddisfazione di dire «io fo perché sono sicuro di poter fare»; invece chi è ridotto ad una cosi infelice condizione deve dire; «io fo perché posso».

La prima ipotesi basa indeclinabilmente sopra una legge di amore. La seconda ha per sostrato le baionette e la mitraglia; un appello in forma solenne alla legge del più forte.

Tra Napoli e Brindisi vi sta l'intermezzo di sei provincie, circa 12 buone tappe militari.

Il Re vi avea fatto scaglionare il fior fiore delle sue truppe.

In ogni rilievo di posta vi era un pelettone di cavalleria pel Servizio di scorta.

In ogni Capoluogo di Provincia con uno o più Squadroni dell’arma istessa accantonavano più Battaglioni di fanteria pel servizio di Ala.

Ussari, Dragoni, Lancieri con assise di parata erano disseminati su tutta la Linea.

L’intero corpo di Stato maggiore, la Compagnia delle Reali Guardie del Corpo, e lo Squadrone delle Guide precedevano od asseguivano i treni della Corte, presso cui prestavano servizio gli ordinari! Maggiordomi di Casa Reale e gli Uffiziali di ordinanza.

Alla scarsezza delle Dame di Corte di S. M. la Regina e delle Cameriste titolari, di cui si era fatto a meno di portare il numero bisognevole, si era supplito largamente cedendo l'onore di così rilevante servizio alle dame della più Cospicua nobiltà delle Provincie in cui si perveniva, e quali, per la vanità ch'è ingenita nel sesso, si contesero la preferenza di un favore che per l’esigenze di un lusso esagerato pagar doveano ad altissimo prezzo.

La più parte dei Ministri in ultimo ed il Corpo diplomatico convogliavano e marciavano di conserva coi Reali Treni.

L’eccesso delle truppe accennava essenzialmente alla forza, mentre corredate com’erano delle uniformi di gala, presentavano pure apparato di splendidezza e pompa di corteggio.

Epperò prima pure della truppa un’altra forza, misteriosa come le tenebre di cui si circondava, quasi invisibile e proteiforme, più possente di quella degli eserciti, avea percorsa, invasa, e dirò fatt’i Quartieri avanti su tutta la linea.

La Polizia!!!

Ferdinando amava la Polizia come si ama una prima ed unica volta nella vita, e fidava sopra di essa più che sull’esercito di cui non le costava meno.

A darle incremento ne avea triplicata la istituzione; l’una serviva di controllo all’altra; e tutte tre miravano allo scopo medesimo; fra esse ve n’era una che metteva capo nello stesso Re!

Egli creava così delle posizioni sociali, i di cui mezzi a lauta sussistenza erano per i profani tanti enigmi.

Chiamava in aumento del Bilancio, le non lievi somme stanziate sul quale erano pressoché assorbite nel primo quadrimestre della gestione, anche i fondi delle Beneficenze e Luoghi Pii, quelli della Pubblica Istruzione e dei Lavori Pubblici, e non di rado fin quelli della propria privata Cassetta.

E sempre sulla via del progresso per forza di tacita convenzione avea voluto che l'Episcopato, le Cappellanie, i Benefizi!, e fin le Cariche Municipali fossero altrettante Polizie succursali di un carattere puramente ufficioso—Era un fuoco su tutta la linea!....

E la istituzione fece onore al suo fondatore; essa nel 1859 corrispondeva superlativamente alle vedute ed alle esigenze del Pio Monarca, che a furia di volerla viemmaggiormente perfezionare, era giunto al punto superlativo di rendere una metà dei suoi felicissimi Stati denunziatrice dell’altra.

Arcivescovi e Vescovi, Parrochi ed Economi, Intendenti e Sotto-Intendenti, Sindaci e Capi-Urbani, riverberavano tutti il sacro fuoco dell’ordine e del dritto divino all’ombra placidissima sia di grossi benefizii o ricche prebende sia di pingui emolumenti.

Gl’Intendenti erano il manubrio di queste tacite transazioni, e sottintese convenzioni.

Era un linguaggio in cifra che si apprendeva a furia di esperienza, e finiva con l’essere anche troppo bene compreso.

Ne volete una pruova? ebbene leggete alcuno degl'incartamenti non ha guari disotterrati, ed in essi ritroverete dei capi d’opera di una levigatura ed untuosità poliziesca più che edificante, e la di cui sostanza era carcerate, perseguitate, distruggete, se trattavasi di punire—Studiate d’inoculare (sic); procurate di guadagnare al trono; sarebbe utile che si ponesse in rilievo il vantaggio ecc. ecc., se si avea in mira di corrompere.

Nè si dica che presso a poco or lo scopo della istituzione, ed il fraseggio sia lo stesso, e che in tutt’i paesi, e sotto tutte le forme governative la Polizia equivalga a tal cosa dalla cui ingerenza, ogni uomo onesto debba tenersi lontano. Ciò lo stimiamo assurdo ed illogico non solo, quanto pure attribuiamo a tal pregiudizio ciò che si fa tuttavia desiderare pel meglio della istituzione. Essa, secondo noi, è la espressione più pura ed eloquente del principio cui si riferisce, ed una volta che si è fatto a pugni, per sostituire un principio onesto e leale ad altro che l’esperienza di secoli constatava disonesto e misleale, è mestieri dedurre che quella espressione ottemperi e nella forma e nella sostanza al principio di cui è sostenitrice. Ammettiamo però la possibilità della falsa applicazione, né siamo alieni dal concedere qualche cosa alla eccezionalità dei tempi ed alla novità del sistema. Vi è differenza però tra ciò che riscalda, e quel che scotta, e la Polizia di Re Ferdinando peggio che scottare bruciava, inceneriva.

Esaminiamo adesso il male sotto un punto di vista che può dirsi comune al passato ed al presente.

A non smagrir troppo la Finanza, e per comodo di alcun ceto privilegiato si ricorreva allo stimolo non meno efficace dello amor proprio.

I mezzi di abbarbagliare e di sedurre per parte dei Governi sono tutti della istessa Categoria.

Croci, sempre Croci!!!

Che gran peccato si è che questo mal vezzo duri non solo, ma abbia pur preso consistenza sopra una scala più vasta! Ferdinando 2.° si era prefisso sciuparne un qualche centinaio in un viaggio di pressoché dugento miglia.

Oggi si potrebbe lastricare il largo Madama e la Piazza del Plebiscito colla effigie dei SS. Maurizio e Lazzaro!!

Eppure, vedete la sorte dei birbanti! non si ricorda che si sia rifiutata una croce in quella epoca!

Oggi parecchi galantuomini, da Roberto Savarese in poi, hanno trovato conveniente dichiarare che avrebbero fatto a meno di portarne una sul petto.

Ciò in vero è logico; dovrebbe bastare quella che portiamo sulle spalle!

Ma a monte le croci, e torniamo alla polizia; non a quella direm cosi ufficiosa e spontanea, sibbene all’altra che formava dipendenza diretta del ministero Ajossa.

Tutt’i punti di transito ebbero una miriade di facce nuove; divennero un formicaio di soggetti di sinistra apparenza e di equivoca costruzione; diramazioni tutte della vasta rete che trovava i suoi centri nei capiluoghi, ove stanziavano le facoltà dirigenti.

Carrozze da nolo, o requisite dai proprietarii, stivate da agenti con chioma profumata e guanti gialli, erano impiegate per l’attiva perlustrazione delle strade; precauzione inutile!!

Il mostro della rivoluzione, ferito mortalmente nel 1848, giaceva tuttora assopito in profondo letargo; avea egli bisogno almeno di un altro anno di riposo per rimetter sangue nelle vuote vene, e della voce prodigiosa di un rappresentante cosmopolita, che come all’Ebreo errante gli avesse detto; Cammina!

Non per tanto gli agenti del potere misterioso adempivano ai loro obblighi scrupolosamente. Il Re trovava la prima causa di una insicurezza perenne nella propria coscienza; giovava quindi a quelli che si erano resi potenti all’ombra della coscienza del Re lo aumentarne la diffidenza; e pur tempo n’era!

I fatti che avvicendavansi nella Italia subalpina principiavano a trovar modo di farsi strada nel Napolitano.

Non si creda però che ve li avesse riportati il giornalismo.

Nel 1859 Napoli era poverissima di Diarii, per quanto forse può sembrare di esserne oggi ricca, almeno relativamente alle condizioni morali in cui versa. Dal che allora deficienza, oggi esuberanza!

Oltre al Giornale Uffiziale non avevamo che il decrepito Omnibus, ed il Nomade.

 Qualche altro periodico che usciva dalla Caserma, dal Ministero, o dalla Sagristia si era veduto scorrazzare e risplendere guisa di meteora; ma poco dopo esaurito quel riflesso di luce non propria, era ripiombato nel caos; fra questi ultimi non debbono andar dimenticati l’Araldo, il Tempo, la Verità.

Facciamone la rassegna.

Il Giornale uffiziale era né più né meno, né meglio né peggio di quello che proseguì ad essere nei primi anni in cui fu battezzato col nome di giornale di Napoli. Abbindolato per soprappiù fra gli artigli di Ajossa, di cui era l’organo passivo, ed in cui attingeva le sue ispirazioni, non ci diede pur la soddisfazione di leggere bello e tondo fra le sue colonne che l’Austria era stata vinta; il che per altro lasciava al senno del lettore il capire di rimbalzo. Riportò diversi articoli di molti giornali che presso a poco dicevan questo, dando preferenza ai meno espliciti, e che dopo apposite chiose di colore oscuro terminavano col «Post fata resurgam» delle vecchie edizioni pei tipi di Venezia.

Quel giornale non ebbe la disgrazia di smentire se stesso anche quando cambiava di livrea; il che ebbe a fruttare due croci a chi n’era l’anima; Francesco I e i SS. Maurizio e Lazzaro! Ciò forse costituisce una antitesi, ma i fatti provano ch’essa è, e che non sia unica. Il Giornale Uffiziale di Napoli dimostrò; costantemente, prima di ridursi nelle condizioni accettevoli in cui oggi si ritrova, di essere più che degno di aver per blasone uno scoglio combattuto dalle onde col molto «non commovebor»!

L’Omnibus fra le sue de quibusdam rebus ascriveva in primo luogo, e com’essenzialissima quella delle sue periodiche pubblicazioni, e poiché avea la sfuggita delle rassegne teatrali, allora più che mai mostrò occuparsi a preferenza della trachea delle sue cantanti e delle gambe delle sue ballerine.

L’Araldo, o giornale per l’armata, fu concepito proprio nel 15 maggio 1848, e vide la luce solo qualche tempo dopo di quella funestissima data, sotto la direzione di un uffiziale dello esercito che trovò modo di spingere il governo a prenderlo sotto la sua protezione con levarne a cielo la moralità e la giustizia. —Visse dieci anni all’incirca, e mori per soprabbondanza di umori dopo aver costituito in istato di agiatezza il suo direttore.

Il Tempo assolutista nacque dalla cenere di un altro Tempo ch’era stato governativamente liberale; esso, benché non gli avesse fatto difetto la protezione ministeriale, visse di breve e stentatissima vita.

La Verità, cui meglio si sarebbe convenuto il titolo di Mendacio era un fior di roba compilato da una mezza dozzana di Rubicondi Reverendissimi, che sudando inchiostro invece di limpido umore, si anfanavano per schiccherare virulenti diatribe contro i nemici del Trono e dello Altare, ed onde smaltirne delle cosi grosse e marchiane da prender proprio con la molte. Or perché i nostri lettori possano formarsi un concetto adeguato di quel che significa logica ed impudenza pretesca, noteremo che tra le preziose colonne di quel periodico ben pasciuto dal governo e meglio ripasciuto dai gonzi, vi stava per appendice il famoso catechismo del noto Monsignor Apuzzo, che costituiva un insulto permanente alla ragione, al buon senso, ed alla religione.

Il Nomade finalmente, ch’era pure il solo che si avesse il santo battesimo del retto sentire, per quanto i tempi comportare il potevano, fece qualche passo innanzi, ed osò chiamar le cose col proprio nome; e però siccome la privazione genera il desiderio, e che il desiderio di rompere una catena la quale faceva sangue meritava pure qualche sacrifizio, cosi non fu guardato a prezzo ed a pericolo per avere i fogli esteri, i quali erano da tutti letti avidamente.


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SESTO QUADRO

SOMMARIO — Viaggio del Re fino a Lecce—Prodromi della sua malattia— Due medici liberali — Suo ritorno a Bari — Il male inferocisce — Maria Teresa — Il Duca di Calabria — I Reali Principi — La Camerilla — Arrivo di Maria Sofia — Feste e Cerimonie di Corte — La Reale Famiglia sbarca al Granatello — Viaggio per Caserta — Indulto e malumori — Il Re si denega a concedere il vicariato a Francesco II.

Allo indomani dello arrivo in Foggia, a circa le 10 a. m., i reali equipaggi suntuosamente messi e scortali da uno squadrone di Dragoni riprendevano il loro viaggio uscendo dalla reggia () e percorrendo la cosi detta piazza grande e quindi la strada S. Antonio, ambo stivate da moltissima gente accorsa a curiosare uno spettacolo per essa adatto nuovo. Un reggimento di Ussari della guardia reale, e tre battaglioni d'infanteria dell'arma istessa destinati pel servizio di ala, erano distesi in cordone lungo le strade anzidetto; i soliti monelli reclutati fin dal mattino, ed in numero anche maggiore, dalla preveggente operosità del guardaporta, divisi in tribù o sezioni diretta ognuna da un poliziotto, aveano assunto lo impegno delle spontanee ovazioni a cinque soldi per testa, non che quello di eccitar gli altri a far altrettanto.

Il Re ed i Reali Principi tenendosi sempre col capo scoperto furon larghi di saluti che piovevano a diluvio or sulla dritta or sulla manca; qualche supplica ardimentosamente data fu pietosamente accolta, ed a bene o male, per lo dritto o pel rovescio che si fosse, spontanei o pagati che si voglia, diversi nugoloni di strepitosi evviva si elevaron pure in quell'atmosfera rarefatto e tumescente che si chiamava arie di governo, e che avrebbe dovuto dirsi invece mezzo supremamente dappoco per falsare la pubblica opinione ed il sentimento delle masse popolari.

Ad ogni modo, è da ritenersi che le apparenze si fossero salvale, e che il Re, come chi va in cerca di un pietoso inganno a compenso di un male che presentisce imminente, dovett’essere lusingato da quel plauso, ch'era pure per esso l'ultima espressione del congegno assolutamente meccanico e senza espansione di sentimenti ch'è la vita di un despota. E noteremo pure che, a rendere più sentita l'arcana influenza di questa ultima illusione, un raggio di sole col farsi strada a traverso delle nubi, non più fosche e minacciose come nei due di precedenti, si facea promettitore di giorni migliori, e permise che lo sguardo degl’illustri viaggiatori avesse potuto con meraviglia sì, ma senza ribrezzo, distendersi lungo quella immensa pianura cui si dà il nome di Puglia piana, ricoverta allora da un solo ed inconterminato strato di candida neve.

In guisa affatto simile a quella or ora descritta ebbero i reali convogli a passare od a soffermarsi nelle città di Cerignola, Trani, Barletta, e Bari, nella quale ultima il Re principiò a dolersi di un mal di capo ed a soffrir d’inappetenza, malori che tantosto avvisati vennero definiti per leggiera indisposizione o costipo, ì quale facea consigliare alcun giorno di sosta, consiglio che fu tenuto in sulle prime in non cale, ma cui bisognò ottemperare non appena messo piede in quel di Terra di Otranto, ove al mal di capo ed alla inappetenza vennero ad unirsi il reuma eia febbre; e poiché questa ultima, anzicché cedere sotto l’azione dello emetico e del purgante ingagliardiva, i medici a declinare ogni responsabilità tennero forte sulla necessità di far sosta, di far venire i professori ordinarii della Corte dalla capitale, ed in fine a dar spiega di ciò che per essi era tuttavia inesplicabile, parlarono di una specialità di febbri tutte affatto locali, le quali meglio che da qualunque altro, giovava far curare dai medici del luogo.

Ciò consigliò ai signori di Casa Reale di guadagnar subito Lecce, ove il Re Ferdinando si costituì in istato di dichiarata infermità. Fu ivi che la inappetenza, il costipo, il reuma, e la febbre si coalizzavano per servir di sostrato ad un malanno sui generis che accennava a tal dissoluzione generale dell’organismo, per cui la scienza istessa tanto feconda in espedienti per dar battesimi mercé radicali or greci ed or Ialini, anche oggi ch'è sparito l’ingenere, penerebbe nell’affibbiarle una denominazione.

Consultata l'autorità amministrativa sulla maggior valentia dei medici del luogo, fu da questa declinato un nome con la riserva di un ma; il medico, certo sig. Leone. se mal non ci apponiamo, era un fior di roba esclusivamente liberale; un compromesso politico!!.. Si discusse prima in famiglia sulla convenienza di consultarlo; e quindi si conchiuse di farne oggetto d’interpellanza direttamente al Re per saper da lui se consentisse di ricevere la salute e forse la vita da un liberale.

Maria Teresa assunse a sé cotesta faccenda, pel che fattasi di appresso al Re, Ferdinando, disse ella, l'intendente mi ha additalo un medico del luogo che dice dottissimo non solo, ma onesto...»

«Fatelo dunque chiamare»

«Vi è una circostanza però...»

«Su via, dite pure questa circostanza...»

«È liberale!..» — In dire quale parola Maria Teresa ebbe a fissar lo sguardo nel Re come aspettando che ad un tal qualificativo si fosse egli spaventato od almeno sorpreso:  

Ciò però non avvenne; Ferdinando col massimo cinismo rispose «lo so»

Come!! tu lo sapevi?!

«Non ài detto ch'era egli dotto ed onesto?!.. ebbene dove vuoi che vada a metter tenda la dottrina e l'onestà? essa è questa una ragion di più perché, avendone bisogno, lo si chiami prontamente.»

Possibile, ci si dirà, Re Ferdinando aver avuto in buon concetto ed in estimazione i Liberali?!

È una cosa vecchia, risponderem noi, comprovala da ben molti fatti autentici cosi suoi che dei suoi predecessori. L’averli combattuti a tutta oltranza fin con l’ergastolo è la prima prova di fatto da cui tal conseguenza emerge specchiatissima. Tutt’i Borboni di Napoli indistintamente andavan persuasi, anzi più che persuasi direm convinti che il genio, la virtù, ed il merito vero aborrissero il servilismo della corte di un despota; che s’intimorissero al rumore della catena con cui si compensa un gallone di oro, un pingue stipendio, ed un titolo lusinghiero; e che si dileguassero di fronte alla superiorità di un potere che pesa ed opprime.

«Quanto pagherei per sapere, esclamava un giorno compresa di sdegno la di lui avola Maria Carolina, come si ha da spiegare cotesto che a me succede tutto giorno da che son regina; i figli dei miei favoriti, cui disserro Licei e collegi di ogni guisa, concedo maestri e mezzi i favori e protezione di ogni sorta finiscon col riuscir tutti e sempre asini; pel contrariò poi quelli dei liberali, cui dischiudo carceri ed esilii il più che sappia e possa, cui danno a miseria ed a persecuzioni, e contro cui infine sbizzarisco in ogni guisa, addivengono genii e celebrità; ci è da scommettere che per addivenir dotti bisognerà essere prima carbonari!!»

Venuto così per espressa volontà del Re il medico, questi, cui un onor cotanto ebbe a valere il compenso di una croce, non disperò sulle prime di vincere la complicazione di tante diverse malattie, di cui pareva essere principalissima e più imponente la febbre del luogo o Terzana, ed in tal divisamento ebbe ad esser ben presto confortato dai medici della Real Casa, i quali pure a lor volta approvarono e sperarono, fino a che a confondere viemmaggiormente ogni calcolo, e ad assottigliar prima ed a disperder poscia ogni qualsiasi speranza ecco comparir i prodromi dello esantema.

Fin da quel momento, da coloro che realmente aveano un interesse più o meno giustificato a che egli vivesse, fu sobillato nell'orecchio del Re un nome carissimo a Napoli, all'Italia, ed alla scienza, quello cioè del professore Vincenzo Lanza, che per la sua valentia soprannominato veniva l’uomo dei miracoli.

Al solo profferirsi di quel nome il Re ebbe a corrugare di dispetto la fronte.

Non si trattava di un attendibile ordinario, o di un semplice sospettato di opinioni sovversive, ma per lo contrario di una celebrità dell’epoca che le idee traducendo ben presto nel campo dei fatti, alla testa di una eletta studentesca avea nel memorabile 15 maggio con mirabile sangue freddo e coraggio contrastato a prezzo di sangue e palmo per palmo il terreno alle Regie milizie. Tenuta in conto la trista impressione che quel nome avea prodotta sopra i nervi dello illustre infermo parve di bene il far sosta pel momento; a non lungo andare però quel nome istesso ebbe ad essere ripetuto, e quella volta senza ch’eccitasse ribrezzo od odio, ma invece speranza; di tal che fu risoluto indi a non molto d’inviargli formale invito perché della scienza e dell’opera sua fosse generoso a conforto di quello istesso Sovrano che il teneva in bando dalla patria. Accettò bensì l’incarico il Lanza, ma, com’è fama, fatta condizione espressa di venir garantito nella libertà, e nella vita dal console Inglese, dimostrando per tal modo di fronte all’Europa di quanta poca buonafede si potesse fare assegnamento sopra un Re qual si era Ferdinando 2.°

Ben molto prima però che ciò avvenisse, siccome le cose stringevano imponentemente ed il Re, vecchio più di colpe che di anni, non volea decidersi ad ammettere la possibilità di un decesso, così in coerenza della opinion medica, la quale già cominciava a camminar sui trampoli in cerca di palliativi, fu deciso fargli cambiar aria, ed egli stesso chiese di esser trasferito in Bari sul finir del febbraio, per non far mancanza allo sbarco di sua nuora, ed al grosso delle formalità precettate dalla etichetta.

Questo transito venn’eseguito con ogni possibile cura e riguardo; ma ciò nullameno ebbe a riuscire supremamente trapazzoso pel Re, del quale al giungere in Bari poteva dirsi il celebre.

Ehi mihi! qualis erat, quantum mutatus ab ilio!!!.

Iniziavasi in tal guisa da Francesco il primo passo verso una delle epoche più importanti della vita. Accanto al capezzale del letto ove giaceva il padre, oramai impossibilitato ad ogni movimento, egli viemmaggiormente istupidiva, quando la matrigna, il di cui sguardo linceo avea letto a traverso di quello glaciale e sgominato dei medici la imminenza della sua vedovanza, rifletteva e cospirava!

La piena del dolore non vietava ai principi fratelli così il predisporsi alla rassegnazione, come il pensare al dimani.

I Ministri trepidavano; la Camerilla era inquieta, la Corte intiera si dibatteva pendendo indecisa tra due possibili. La morte e la vita!

Tutto era desolazione e soqquadro!!

In tale stato di perplessità e di ambagi all'una pomeridiana del 3 marzo arrivava sul Fulminante, seguito dal Tancredi, la giovane e fresca sposa del Principe Ereditario col suo seguito nelle acque di Bari, ove a disposizione della Corte ancorava pure l’altra fregata a vapore il Torquato Tasso.

Innanzi alla penosa situazione del Re, che invano si sformava dissimularla, genufletterono mille riti e cerimonie. Si ebbe appena il modo, tra l’amaritudine e la gioia che mettevano il capo in due opposte scaturigini, di trovare un mezzo termine per salvare le apparenze, e guidare a compimento quel tanto di rito ch’era puramente indispensabile, che anzi fuvvi uopo metter fine al cupo fragore delle artiglierie dei legni, che infastidivano allora in modo inusitato un Re, che di esso si era in altri tempi anche troppo dilettato.

Il 5 del mese istesso la Reale Famiglia lasciava Bari volgendo la prora alla volta del golfo di Napoli, imbarcando sui tre piroscafi quanto vi era di più cospicuo al suo seguito. Ed essendosi in grazia dei sopravvenuti accidenti rinunziato alla via di terra già prestabilita, gli accantonamenti tutti furono levati restituendosi la truppa nelle rispettive guarnigioni rimanendo per tal modo erogate a vuoto le ingenti somme ch'erano state all’uopo votate e sacrificate.

A circa le 2 p. m. del giorno 7 del ripetuto mese il Real corteo, metà sentendo dolore, metà forzato ad atteggiarsi a letizia, a secondo del doppio indirizzo cui era necessitato sottostare, sbarcò nei porto del Granatello, da dove indi a poco prese la volta di Caserta, marcandosi tra il movimento di partenza e quello di ritorno la differenza istessa di un Reggimento passato a rassegna prima d’impegnar la battaglia, e quello che ritorna da una disfatta.

Or tra la dolorosa impressione che ai fedelissimi subir facea la salute del Re ogni dì più declinante, tra le feste nuziali parte solamente accennate, parte abortite, e parte infine del tutto soffocate, ebbe a levarsi un altro grido d'indignazione e di rancore provocato da un nuovo ed ultimo insulto che il Re agonizzante scagliava sul viso della sventura.

Tutto in quel torno di tempo induceva a credere che, sia mercé di Sovrane grazie o concessioni, sia in corrispettività d’indispensabili riforme amministrative potentemente reclamate, il Regno avrebbe alla fin fine respirato in alcun modo, tanto più che progredendo da giorno in giorno le cose dell'alta Italia verso un tipo ideale che cumulava tutte le speranze e le simpatie dei popoli t ritenevasi per impossibile, specialmente nei tempi grossi che correvano, che il Governo di Napoli avesse irremisibilmeute deciso di persistere nel sistema di oppressure e di reazione governativa; e poiché con quei fatti coincideva il matrimonio del Duca di Calabria, si volea esser certi che, come soleva praticarsi per consimili grandi avvenimenti straordinarii, il Re ne avrebbe tratta ragione così per far grazia in ordine ai condannati e prevenuti per reati politici, come pel riordinamento Organico delle Amministrazioni, agli atti della maggior parte delle quali non era possibile di vantaggio fare acquiescenza.

E le aspettate concessioni, escludenti però ogni qualsiasi riforma, uscirono alla purfine, altamente strombettate dall’Organo del Governo, più per insultare e promuovere imprecazioni dal buon senso e dalla pubblica morale, che per far grazia e rasciugar lagrime, almeno quelle rapprese sulle ciglia dei liberali, del di cui numero enorme, anzi che grande, vennero a goderne solo poche centinaia, che restituiti ad una libertà più irrisoria che vera, furono amareggiati col confino e con lo esilio sotto una sorveglianza più rigorosa che mai. Era insomma la riproduzione letterale del

«Parturiens mons nascetur ridiculus mus»

Ciò non tolse però che le plebi gridassero a squarciagola Viva il Re e dassero del magnanimo a Ferdinando—I Cicerouacchi sono meteore, e di tale meteore Napoli a solo intervallo di secoli, se fossero durati i Borboni, potea sperare di vederne risplendere una sola!!

A Liborio Romano la gloria di averle comprese esattamente. Il tempo proverà aver egli reso veramente un gran servigio all'unità Italiana con studiarne la indole, ed obbligarle a lor malincuore a servire ad una causa contrariate e vecchie abitudini ed interessi conseguenti da falsi principi!.

Ma Re Ferdinando che a sua volta la sapeva pur lunga equiparò al difetto collagrimato dai liberali col favorire ad eccedenza i rei comuni, ai quali furon dischiuse le carceri e gli ergastoli senza riserbo; era legge di compensazione!

Egli avea fatte molte grazie, e questo era essenzialissimo, poco montando saper quali; il ladro, l’omicida, il falsario godevano; era l’interessante; bastava che dei politici vi fosse un senso!!

E ad onor del vero va detto che questo indulto valeva quanto un responso sibillino. Per gli avvocati vi era da sudar nero nella interpetrazione di quel Real Rescritto stabilito a modo di equazione Algebrica; si faceva allusione ai politici compresi in una certa categoria del 1848; e però l’eccezioni colpivano negativamente così i capi come gli accessorii, escludendone tutti quelli che aveano amata la patria sia un giorno prima, sia un giorno dopo di quel magro periodo; era la vera luna nel pozzo!!

Peccato veramente che questa giocata di coda, come suol dirsi, mancasse del pregio della novità, od almeno di quello di essere più ridicola o meno assurda in confronto dei suoi vecchi ritrovati!!—Qualche cosa di simile avea fatto a circa il 1855 o 1856, quando nello scopo di evadere ai consigli che gli s’indirizzavano da tutt’i Gabinetti di Europa, onde a più miti intendimenti la sua politica ritemprasse, ed alle formali accuse che gli si lanciavano nel Parlamento Brittanico e dalla stampa estera, spediva degli alti funzionarli, tolti ai posti più eminenti della Magistratura, con funzioni di Regii Commissarii estraordinarii, e con alti poteri nelle Provincie, ad oggetto d’ispezionarle, passarne in rassegna le amministrazioni, ascoltare le querele, e provvedervi.

Or bene a che ebbe a menare cotanto lusso di clemenza e di giustizia?.... precisamente a nulla di buono ed a ben molto di male, perché la speranza avendo reso espansivi gli animi e speditissime le lingue non vi fu penuria di ricorrenti e di querele. Di provvidenze ve ne furono, ma nel senso di richiamare a dovere con misure di Polizia quelli che aveano osato di mettere in dubbio la moralità del governo e quella dei suoi rappresentanti; ed infine la messa in ritiro o la destituzione di qualche povero di mente, che avendo mal compreso il mandato, o cedendo ad un intempestivo slancio virtuoso, non seppe prevedere non trattarsi di altro che di una delle solite comedie!

Per modo siffatto il malumore diffondevasi vieppiù rapidamente, e poiché la camerilla, la quale prospettava la politica austriaca onde dar norma alla propria, ebbe a risolversi di tener fermo sul sistema fatale di reazione, quello addivenne sconfinato tanto da far temere di prorompere in aperta sedizione da un momento all’altro: e ciò tanto maggiormente mostravasi possibile in quanto che da giorno in giorno le notizie della salute del Re declinavano a male.

E questi da suo canto in quei momenti supremi era menchè mai disposto a dividersi dal potere che voll’esercitare direttamente finché visse, tanto che in Caserta, e quando il male non avea peranco raggiunto il maggiore incremento, essendoglisi fatto proporre per mezzo del suo confessore di nominare il Duca di Calabria a Vicario Generale del regno, finché non ristabilisse, e ciò anche nello scopo di far sì che questo principiasse a rendersi familiare col sacro carattere che un giorno avrebbe pure dovuto rappresentare, il Re si dichiarò recisamente negativo, adducendo in primo che il carro non si dovea abbandonar sulla china, ed in secondo luogo, che una volta dato assetto alle cose del Regno, al Principe non sarebbe mancato il tempo d’imparare a fare il Re.

 


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SETTIMO QUADRO

SOMMARIO. — Garibaldi e nostra opinione a suo riguardo — Una Real Congiura nel 1859 nello scopo di acclamare per Re il Principe Luigi in luogo di Francesco — Criterii dei congiurali e mezzi di cui disponevano — Monsignor Frascolla — Merenda — Savastano e suoi particolari — Un ricordo di Francesco Paolo Bozzelli — Il Re non muore a tempo e la cospirazione si sventa.

Giuseppe Garibaldi!... E chi è mai in Italia cui non palpiti il cuore nel sentire ricordare il tuo nome? E chi è che in te non riconosce il secondo soldato della Italiana indipendenza!.... Chi è che non inarca le ciglia d’innanzi ai prodigii del tuo valore? E chi è che non solo nelle tue opere gigantesche, ma eziandio negli stessi tuoi errori non vegga l'anima tua grandemente italiana, quell’anima che alcuno disse degna di altri tempi, ma che fu ed è veramente degna della epoca in cui un popolo schiavo si rigenera e risorge a libertà.

Giuseppe Garibaldi! una intiera nazione ti ammira e ti ama! Tu toccasti sì alto che l’occhio appena raggiunge il sommo della tua grandezza: ma perché tu troppo disavvanzi ogni mortale confine, così son molti (soprammodo nelle provincie che ti debbono la nuova vita) son molti diciam coloro che non fanno di te giudizio adegualo alla tua virtù!

Giuseppe Garibaldi! a te non mancarono detrattori, ma non ti nocquero; a te pur troppo abbondarono ed abbondano gl’incensatori entusiasti, e questi nocquero a te, se non alla tua fama, e non giovarono alla santissima causa cui consacrasti la vita intiera.

L’epica tromba degli antichi poeti cantò gli eroi dei tempi 112 remoti; ma Enea, ma Achille al dire di essi furono sovvenuti dalla protezione celeste, ed i Numi tolsero prestigio alle loro gesta gloriose.

Di Giuseppe Garibaldi (se, lettore benevolo, tieni conto dei tempi mutati) intervenne presso a poco lo stesso per causa diversa che dava origine ad effetto uguale.

I poeti della politica odierna fecero di lui un Nume; e se non tolsero lustro al suo nome, non accrebbero un raggio al sole della sua gloria. La gratitudine in alcuni, il calcolo in altri passarono il confine dove termina l’ammirazione e l'adulazione incomincia. Fu errore pei primi; colpa pei secondi; e fu danno per tutti!!

L’essere invulnerabile diminuì il merito dello ardimento di Achille; la tutela degli Dei scolori molte di quelle pagini in cui Omero e Virgilio immortalarono il figlio di Anchise.

Siffattamente procede la bisogna per l’eroe di Marsala.

Piacque a molti stimarlo e sostenerlo immune da errori, e superiore sempre al costume mortale.

Invece a giudizio dei giusti, dei sinceri, degli illuminati ch'ebbero a giudicarlo con più sano, consiglio, egli errò, ma la storia lenendo conto dei suoi errori, non li apporrà tanto a lui quanto a coloro che tentarono farsi del suo nome sgabello per salir sublime, o per sfogare ambizioni segrete, potenti, e non soddisfatte; i più remoti avvenire tenendo conto degli atti per cui Garibaldi non meritò lode presso gli assennati, ricercheranno i pentimenti che ad errare lo spinsero, le cause che lo animarono, i principii che commossero il suo nobile cuore. Ed allora accadrà di lui quel che sempre avvenne alla grandezza umana; che cioè le tinte del merito, calde splendide ed abbaglianti, acquisteranno maggior risalto per l’ombre pallide e leggiere che faranno loro contorno.

Nulla vai più ad attenuare la fama di qualunque grande, che lo staccarlo dalla terra; volete demolire un uomo? attribuitegli virtù di Nume. E noi siamo tanto convinti della verità di siffatto principio, che mentre ci protestiamo quasi indegni di aggiungere un fregio alla corona che onora la sua fronte, tenteremo nondimeno darvi opera, ma in modo molto diverso da quello che i più consigliano e praticano.

Si... devoti fin presso al delirio alla gloria dello eroe di Caprera; noi crediamo rendergli segnalato servigio, stimiamo dargli pruova di verace ammirazione attenuando in apparenza il prestigio che circonda il suo nome.

Simili allo accorto agricoltore noi potiamo la vite, è la liberiamo dai rami inutili o dannosi perché cresca più rigogliosa, e spanda poi più lontana la sua ombra, e dia frutti più copiosi e migliori.

Nè soltanto nel sentiero politico costringeremo i nostri passi, avvegnaché il nostro debito ed il corso della storia presente ci porterà a far ragione della gloria militare di colui che a celebrare degnamente non vale lingua né penna.

Cosi quando dal suo labbro usciva quel grido terribile; Roma, o Morte, i ciechi, i fanatici plaudirono; ma a che forsennati batterono palma a palma?... E non videro la madre comune addolorarsi dello indirizzo, santissimo in massima, nobilissimo per principio, generoso se mai ve. ne fu in teoria, ma vano in pratica, e funesto, e periglioso, e micidiale, e terribile?

In Garibaldi fu un delirio sublime, ma fu delirio: fu delirio di cui i solfi sua anima era capace, ma fu delirio: né era possibile torre di mano ai Francesi Roma coi vaneggiamenti più eroici: Aspromonte ne fece infausta prova.

Aspromonte sugellò col martirio la grandezza dello animo di Garibaldi: il vincitore fu vinto: oh no!.... nissuno vinse in quel giorno: solo la patria si dolse di aspra ferita toccatale nel cuore: la fama dello eroe non era per eco diminuita: soltanto il Nume con tutto inconsolabile della nazione, ma non senza grande insegnamento, si era chiarito uomo.

Ebbe poi mai nissuno il coraggio di esaminare i portentosi fatti del 1860, e spogliarli di tutto il falso barlume che li circonda, senza menomarne, ma anzi accrescendone il valore? Lo avremo noi!....

Sta per noi, e starà per la Storia, che da Marsala al Volturno, dallo aprile all’ottobre del 1861, ai continui e splendidi trionfi di Giuseppe Garibaldi, dovuti a lui ed alla schiera dei mille eroi degni di leggenda che avea seco, contribuì efficacemente l'opera di Maria Teresa d Austria, vi contribuirono il tradimento e la viltà di gente prezzolata, o timida, o codarda, o ribalda, e vi contribuì più che tutto la miseria di un principe bruttato e lordo della eredità delle colpe paterne, inabile a reggersi per virtù d’intelletto, incapace a sostenersi per moli di cuore, debole e fiacco.

Per lui stava pure uno esercito che, sgominato e sbaragliato in mille punti ed in mille guise, sempre senza combattere, mostrò nondimeno di non volere abbandonare la causa del suo sovrano. Sciolto e lasciato libero in più volte ed in lontane provincie, esso si ricostituiva pressoché nella sua interezza ed a proprio grado in Capua ed in Gaeta a sostegno di un principe e di un dritto che i suoi Generali abbandonavano vilmente.

Stavan pure per il Re e presidii e Piazze forti, e Castelli, e Baluardi, e cannoni.

Come dunque escludere da questi fatti l’inganno, il dolo, la malafede, ed il tradimento!!!

E questa è la incognita di cui andiamo in traccia, e che se non farà difetto al calcolo, sarà forse l’unico pregio di questa cronachetta, se pure ne verrà dato di colpire nel segno.

Ed or torniamo alla storia.

Fin da Lecce i medici avevano constatato che la salute del Re volgeva in disperatissime condizioni, e che egli sarebbe soggiacciuto inevitabilmente alla piena dei suoi moltiplici mali.

Maria Teresa, per allora quasi unica depositaria di questo tremendo arcano, assunse a se la cura penosa dell’anticamera, e quella di accudire lo infermo, il che poteva benissimo venir tradotto come un sintomo di quello amore su cui pareva non potesse cader dubbio. In sostanza la gentile pietà non era che freddo calcolo, onde tener celato il pericolo della malattia che affliggeva il monarca.

Fermava ella intanto nell’animo di prevalersi della congiuntura, e poiché la sorte con una prematura defezione la sfidava per così dire a divenire ad un proposito decisivo, mostrarsi all’altezza della posizione e dominarla.

Essa avea piena conoscenza della nissuna attitudine di Francesco, e del difetto assoluto di quel senno ond’era mestieri per sacrificare il regno alle sue vedute che erano pur quelle dello augusto suo fratello l'imperatore. Esse si traducevano nella ferma e decisa volontà di assicurare Napoli all’Austria, come lo Stato più grande, più fiorente, e più agguerrito della penisola.

Con Francesco era bene a temersi che ciò sarebbe stato di dubbia riuscita; importava quindi anzi tutto e più che tutto l’impedire ch'egli pervenisse ad essere Re.

Il recente suo matrimonio complicava la quistione, e sotto moltiplici rapporti creava grandi difficoltà all’attuazione dello ardito disegno, né l’austriaca donna se dissimulava, ma deliberata a riuscire ad ogni modo, ad ostacoli non guardava, e con animo deciso andava loro incontro convinta della necessità di superarli ad ogni costo.

A tale uopo bisognava però che essa fingesse di uscir di scena, e vi facesse succedere personaggio più autorevole e più competente. Ed il personaggio fu presto trovato.

Il popolo!!

Or anche l’Austria non sarebbe stata aliena dallo ammettere e forse pure dal sostenere la teoria del libero suffragio, ogni qualvolta potesse andare a taglio con i proprii interessi!.....

Ma il popolo odiava cordialmente la casa d’Austria ed invece amava Francesco, non per sé che avea fatto ben poco per guadagnarsi il suo affetto, ma per Maria Cristina di Savoja alla cui memoria lo vincolava una legge di amore tramutata in prestigio.

Laonde, era duopo distruggere questo fascino, corrompere quella parte di popolo che non era corrotta, ed animare questa ultima; spingere la camarilla; mettere in movimento la Polizia.

A ciò fu pensato da Maria Teresa nel modo più assiduo ed accorto che mai.

I poteri affiliati ebbero la parola d’ordine; quelli subordinati al contrario ricevevano mandato della più cieca obbedienza.

Alla notizia della morte di Re Ferdinando sette delle più cospicue fra le provincie continentali dovevano insorgere di un sol colpo ad un tratto e come un solo uomo onde acclamar Luigi per Re, invece di Francesco; le altre seguirebbero lo esempio.

La polizia s’incaricava di fornire agenti idonei da per tutto. Foggia come luogo centrale, e reso anche di maggiore importanza pel giro fatto dal Re, avrebbe avuto l’onore della iniziativa. Napoli, Terra di Lavoro, Avellino, Salerno, Terra di Bari, e Terra di Otranto farebbero eco immantinente alla preavvisata proclamazione.

A giustificare in qualche guisa quel movimento insurrezionale si sarebbe ricorso alla eccezionalità dei tempi e degli avvenimenti che si succedevano nella Italia superiore, a far argine ai quali risultava insufficiente la pietà di Francesco, i cui dritti al trono erano però fatti salvi dalla scrupolosa coscienza dei congiurati, i quali a tempo opportuno si riserbavano di provvedere come di regola.

In questo abbozzo di una reale cospirazione vi era del perfido e del filantropico, del serio e del ridicolo contemperati in guisa da far strabiliare; eppure è un fatto che palpita tuttavia di realtà nelle sue sinistre conseguenze.

Assegnata al poco bellicoso Francesco la parte del Pius Eneas, si destinava per Luigi quella del formidabile Achille. Il Regno delle due Sicilie, una delle sette parti in cui trovavasi divisa l’Italia, avrebbe avuto il vantaggio di avere un Re pei tempi di mar grosso, ed uno di riserva per quelli di bonaccia governativa.

L'onore della iniziativa, lasciato come abbiam detto alla Capitanata, eravi d’uopo che questa dovesse risentir maggiore la influenza dello altissimo movente.

La estrema prudenza dell'autorità politica dell’epoca fece si, che per alcun tempo si tenesse restia; e se in seguito accondiscese ad intervenire, ciò avvenne solo contro positive assicurazioni che per Io istesso tempestosissimo oceano, bordeggiava la intera camerilla.

Molto più arrendevole si mostrò poi quell’Ordinario Diocesano monsignor Frascolla, non ha guari condannato ad un anno di prigionia per crimine contro la sicurezza dello Stato. Decisamente monsignore dovea avere ingegno utile ed animo opportuno perle congiure, nell’ordire le quali, ed a rendersene strumento, è chiarissimo che si consigliasse più con la scienza del calcolo che con la logica o per impeto di affetto; avvegnaché altrimenti non sapremmo com’egli cospirasse nel 1862 a favore di quel Principe contro il cui trono faceva nel 1859 sforzi continui, e non inefficaci.

A capo del movimento generale in Napoli venne posto quel tale cavaliere Merenda, che da Roma scriveva al governo italiano, tacciando di poca attitudine le sue autorità di polizia ed esibendogli i suoi preziosi servigi onde riformarne le istituzioni.

È fuor di dubbio che l'uomo delle barricate al 15 maggio, che veniva nominato Prefetto di polizia il giorno 16 se ne dovea molto intendere dell’arte di cospirare, alla guisa stessa con cui dimostrò saper assai bene quella di condurre al macello le masse compatte del popolo che avea avuto tanto credula bonarietà da reputarlo tenero delle libere istituzioni ed ostile a tirannide.

Altro Commissario di polizia anch’esso di non ordinaria influenza, ed uso a far da prevosto nelle reali anticamere, veniva destinato per lo scopo medesimo in Foggia, luogo prescelto a base di operazione.

Moltiplici adepti ed agenti furono posti sotto suoi ordini e fra essi un tal Biaggio Savastano, ch'ebbe l’onore di dare il suo nome a questa cospirazione, mentre era ab antiquo venduto in anima e corpo alla Polizia. Traeva egli bassissimi natali; ma dotato com’era di bello ingegno, avea imparata l'arte dello intagliatore e dello ebanista raggiungendo quella perizia di cui fanno prova molti e pregevoli lavori. Però, non contentandosi dei modici frutti della onesta fatica, ed entusiasta del dolce non far niente, avea fin dalla giovinezza mostrata irresistibile inclinazione per quella specie di lavori per cui si esigono scarsi sudori, molto poca onestà e non comune destrezza di mente e di mano. Egli, uscito appena dall'adolescenza, avea subito un giudizio per frode presso la gran Corte criminale di Basilicata.

Nelle carceri fece pratica di mal fare, tanto che, iniziato nei misteri della camorra, all’uscirne era divenuto professore, ed abile ad aprirne un corso sperimentale.

Si trattava solo di trovare un mezzo onde aver campo aperto ad esercitare il suo tristo istinto, e mettersi ad un tempo al coperto delle tediose sofisticherie della legge.

Certo una strada per giungere a tanto dovea esistere, e Savastano senza sapere di Sue e di Vidoque, senza aver letto i misteri di Parigi e di Londra, a quell’epoca tuttavia inediti, la indovinò; la polizia!

La polizia è una scienza, o meglio arte, o meglio ancora una scienza arte necessaria, che presenta il mezzo termine per vivere onestamente di mezzi poco onesti, ovvero che impiega dieci individui disonestamente per obbligarne venti ad essere onesti.

Da ciò la parola, termine di mezzo.

Quest’arte scienza ha un termometro che controssegna i gradi di moralità del governo che ritrae utile da suoi servigi, e col quale si conduce in linea parallela.

Infine è scienza perché si occupa essenzialmente di sapere ciò che vorrebbe tenersi nell’ignoto e mille mezzi adopera, e modi studia, e mille maniere prova e riprova. È arte perché non ricusa di avvalersi dei mezzi meccanici. È necessaria finalmente per patto fondamentale di convenzione governativa.

Ed il nostro Biaggio che avea di sovente avuto che fare coi birri, non ignorava le strade che conducevano a raggiungere il magnanimo scopo.

Nello esordire fu poco felice, ma ciò non valse a scoraggiarlo. Sta scritto non qui incipit sed qui perseverai, ed egli perseverò.

Non vi era penuria di esempii di spaventevole abnegazione, egli scegliendone il fiore a modello, seppe in questo inspirarsi.

AI 1847 aveva già fatto le prime sue armi. Al 1848 prestò difficili ed utili servigi, e Campagna, ch'era di una eccellenza di gran lunga superiore alla sua, fu prima suo allievo, e quindi suo accolito.

Era un tratto caratteristico di Re Ferdinando il concedere la minor fiducia possibile così alle specialità superlative, come ai corpi morali incaricati anch’essi di servizii speciali. Ei pareva per lo contrario che nelle occorrenze preferisse di valersi dell'opera e del consiglio di uomini assolutamente pratici e di buon senso con cui compiacevasi d'intrattenersi e favellare.

Ben di sovente studiavasi di emancipare le pubbliche costruzioni dalla ingerenza dei Corpi del Genio Civile e Militare, e le affidava con piacere ad individui di sua fiducia, e di cui non vi fu caso che rimanesse dolente.

Gli avvocati teneva in gran disistima e soleva chiamarli col dispregiativo di Paglietti.

I Consiglieri istessi della corona in ultimo in ben poco conto teneva, parendo che ne subisse la istituzione anziché averla inpregio e riporre in essa fiducia.

Scaltro, disinvolto, pertinace egli non perdè giammai il suo tempo nel cercare di porre argine alla corruzione e di moralizzare le amministrazioni; sembrò invece che autorizzasse lo scrocco ed il peculato specialmente in prò di chi gli si dichiarava e più gli si manifestava affezionatissimo.

Allorché nel 1848, ebbe bisogno di trovare un traditore in un Ministro Liberale, rinvenutolo in Francesco Paolo Bozzelli, egli volle menarne trionfo ed indi a non molto diceva essere i ministri tutti di un colore, e non esistervi altra differenza che quella del più o del meno; ed allorché questi dové ritirarsi per ritornar alla vita privata, Re Ferdinando è fama che fu generoso al punto di non risparmiargli l’onta di essere stato un traditore, ed accomiatandolo gli disse con fina ironia. Pare che oggi V. E. possa ben ridersi di ogni rossa declamazione e vivere tranquillamente coi guadagni del suo breve Ministero.

Raccontava Savastano che nella sera precedente al 15 Maggio egli s’imbarcava alla Immacolatella in una delle scorridore della Dogana posta a sua disposizione; e che da questa veniva condotto nella Darsena ove si apre una delle uscite del R. Palagio. Per un custode che stava a guardia dello ingresso seppe che il Re Io attendeva nei giardini, ove essendosi recato trovò Ferdinando che passeggiava lungo i viali parlando calorosamente con due individui di cui non gli fu possibile raccogliere i connotati. Rimasto fermo a rispettosa distanza, il Re che si era avveduto del suo arrivo lasciato in fondo del viale i due incogniti gli mosse incontro e gli disse.

«Che ci è di nuovo Biase?»

«Sire va tutto a pennello.»

«Avete parlato coi nostri amici di Piazza Mercato?»

«Ho fatto qualche cosa di più, o Sire, ho veduto anche i capi paranza di Portacapuana, e del Borgo Loreto, e del Mandracchio; ed in ultimo non ho creduto inutile estendermi fino a S, Giovanni.

«Saranno essi con la Truppa?»

«Sire, attendono il sole di domani come suol dirsi con le uova in petto.»

«Biase bravo! siete un uomo di penna.»

«Sire è appunto ciò che mi manca.».

 «Per far che?»

«Per essere qualche cosa di meglio.»

«Ma forse non siete ricompensato adeguatamente?»

«Non dico questo, Sire; ma non potrò essere mai alcun che di buono.»

«Chi lo dice, Compar Biase? pensate a lavorar bene domani, che io assumo su me la cura di cavarvi il ruzzo che vi si è cacciato nel capo di diventare uomo di ciappa.» []

Ed invero dopo la fatai epoca Ferdinando che, come abbiamo pur osservato, non era uso a tirar per le lunghe nel compensare il merito, ne faceva un Commesso della Regia Dogana del sale, benché fosse quasi adatto analfabeta, destinandolo in Foggia.

Notisi che per assegnare il destino a cosiffatta razza di semoventi vi occorre una tattica squisita. Essa s’è permanente perde il prestigio; Savastano in Napoli ed in Basilicata era per trista celebrità notissimo; bisognava dunque affidargli una nuova sfera di azione. Trenta buoni ducati ai mese dalla Finanza, e Dio sa quanti altri dai fondi segreti della Polizia, valevano a costituirgli un più che discreto onorario.

Del resto, egli non si logorava affatto nel disimpegno delle funzioni del proprio Uffizio, in cui non poteva far molto sapendone pochissimo. Sopperiva però anche troppo bene al difetto utilizzandosi a prò della Polizia, in che valeva un tesoro.

A noi si offerse occasione di aver tra le mani un’ordinanza con cui il Prefetto di Polizia sig. Governa a suo prò faceva uso del fraseggiare che segue.

Prefettura di Polizia — Napoli 16 Agosto 1849.

GabinettoRiservatissimo

«Il latore della presente sig. Biaggio Savastano godendo l’alta fiducia del Re N. S. non che la mia, viene raccomandato alle Autorità tutte così civili che militari affinché lo coadiuvino, a richieste nelle occorrenze gli prestino bracciò forte.

Il Prefetto

GOVERNA

Era un lascia passare senza limiti; un alterego incondizionato.

Arroge che per l'epoca di cui abbiamo preso a far parola un tal prezioso documento equivaleva ad una miniera aurifera, era una California portatile. Per permessi, di armi, per passaporti, per riabilitazioni direm così sentimentali, per tutto infine, la intermedia persona del suo possessore veniva pagata a peso di oro. Di fatto Biaggio riteneva questi accessorii pel campo più fertile della sua prebenda.

E ch'egli non fosse da meno della fiducia che in lui riponevasi e dello assegnamento che facevasi dalla Polizia sul suo conto, appare fino alla evidenza dal processo all'uopo istruito dal Procurator Generale sig. Echaniz, nel quale dalle concordi deposizioni di 400 e più testimoni risultava esser egli l’anima della cospirazione, od almeno quegli che ne assumeva la parte più difficile, cioè la responsabilità.

Ma Re Ferdinando era tenacemente attaccato alla vita; pareva non volesse morire a nessun costo; il che guastò i calcoli di Maria Teresa non solo, ma divenne il fomite di non pochi errori, e di molti passi falsi, e finì per rovinare l’impresa ed a salvar Francesco.

Il Commissario Prevosto che avea il gran torto di credersi infallibile, per impiegare utilmente il tempo in cui il Re sembrava avesse deciso di non separarsi ancora dalla vita, si era prefisso di reclutar proseliti nel partito liberale, che in Foggia più che altrove era numeroso. Lo stato di sensibile depressione in cui questo si giaceva, il confortò a sperar bene della riuscita dei suoi tentativi. Secondo il suo avviso la libertà era stato sempre un nome astratto, un fuoco fatuo di vecchio cimitero, un bacile da barbiere che i moderni D. Chisciotte battezzavano per l'elmo di Mambrino.

La religione dei suoi perpetui adoratori, attesa l’assurdità del principio, esser più che suscettibile di venir fuorviata per un indirizzo più concreto e sostanziale. I rivoluzionarii amare il disordine pel solo scopo di dar ordine ai proprii interessi.

Egli, il Signor Commissario, anche oggi in cui mangia, dorme, beve, e veste panni placidissimamente all’ombra della croce Sabauda, né più né meno di quando vegetava all’aura rarefatta del giglio Borbonico, per nulla sfiduciato da un primo tentativo, assumerebbe di buon grado lo impegno di convertire Garibaldi in antesignano del legittimismo, di far fare atto di adesione da Klapha e Turr allo imperial governo di S. M. Apostolica, di far riconoscere da luarcz la legittimità dei dritti di Massimiliano alla Corona del Messico, e di obbligare in ultimo il Generale Prim a riconoscere la santità di Suor Patrocinio e le aspirazioni liberali di Maria Isabella.

Il deplorabile errore quindi di credere che il tutto fosse suscettibile di accomodamento a furia di denaro e di promesse, mezzi questi ultimi di cui si volea esser prodighi anziché avari, lo indusse a confidare l'incarico a Savastano di dar sviluppo al suo progetto senza perdila di tempo.

E Savastano accettò abbracciando la vasta idea con tanto maggior trasporto, in quanto che erano esse delle vittime che si volea indurre a far causa comune con Maria Teresa e con la camerilla.

Però il rapido passaggio che gli si volle far fare da un ordinario soffione ad organizzatore di complotti, tolsero il dabben’uomo dal suo centro di gravitazione abituale. Egli principiò dal commettere gli errori più grossolani che mai in unione del Commissario, e tutto fiducia nella protezione di Maria Teresa, non mise a calcolo che quel tristo affare potea finire a delle spiacevoli attinenze con una cravatta di canape ritorta.

Nel 1859, per quanto ci consta e col debito rispetto ai meglio informati non vi era nel Napolitano almeno, concetto e fino speranza unitaria. Tutti gli onesti concordavano nello aborrire il mal governo di Re Ferdinando, ma nissuno, almeno di quelli che in esso vivevano, avrebbe osato sperare da una rivoluzione veder accettato dalla intera penisola il dritto di nazionalità, e quello di proclamare a suo sovrano un principe italiano anch'esso, il più valoroso fra quanti brandissero una spada, ed il più leale fra quanti mai abbiano portata una corona.

Se fosse stato quindi, o se si fosse creduto possibile derogare ad un Borbone qualunque transeat; ma ogni qualvolta a successore di un Re morente non vi si presentava altro di meglio che scegliere tra il primo od il secondogenito, vale a quanto dire fra un innesto italiano ed un tutto austriaco, si comprende bene che non valea la pena di rischiar la libertà, e forse anco la vita nella più pazza delle congiure, e che tra i liberali specialmente non potea esistervi chi avesse rinnegato il figlio di Maria Cristina di Savoja, da cui pure tanto si sperava, per quello di Maria Teresa, confezionalo ed educato alla Tedesca.

E qui cominciano a rendersi appariscenti i veri gravi ed imperdonabili torli di Francesco II verso la parte più nobile ed eletta del suo popolo.

A pieni voti, e ad unanime consenso fu statuito opporsi a tutt’uomo, ed anche apertamente colla forza, se ve ne fosse stato uopo, alla proposta surrogazione.

Al comando delle armi nella Capitanata vi stava in quella epoca il Tenente Colonnello cavaliere Rispoli, vecchio soldato ligio oltre ogni dire al suo sovrano, ma ciò nulla meno dotato di somma rettitudine, e di onesti intendimenti. Egli quindi non appena avuto sentore della cosa, si affrettava a tenerne informalo il principe ereditario.

E qualche giorno dopo l'onorevole Maresciallo di campo cavaliere Giovanni Esperti, che transitando per Foggia d'ordine avuto direttamente dal principe, fu ragguagliato a sua volta di ciò che si tramava, abbreviato ogni indugio si recava personalmente in Caserta ad oggetto d’interessare Francesco onde sapesse ben difendere ogni suo dritto al trono.

E intanto Re Ferdinando divenuto tutto una sola e schifosissima piaga, affidato alle cure di otto marinai, che soli avean saputo vincere il supremo ribrezzo che inspirava l’illustre infermo si ostinava tuttavia a vivere.

La scienza medica interpetrata dal chiarissimo Lanza, e quella volta empiamente pietosa, seppe trovar modo come protrarre una esistenza, che era già votata alla morte; essa nel suo tramonto trovava le reminiscenze della prima vita nel latte di donna reso appena compatibile colla debolezza del suo stomaco; e però mentre gli urli strazianti strappati dal dolore rimpiazzavano i vagiti della infanzia, la tabe schifosa del morbo e della colpa surrogava la candida veste della innocenza battesimale.


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OTTAVO QUADRO

SOMMARIO — Il 20 Maggio 1859 in Caserta — Agonia del Re — La Carta del Cosmo e concetti morali — Un Parossismo — Assistenza — Il Santuario di Valverde e particolari di Monsignore — Un profìcisci senza scopo immediato — il Principe Ereditario adotta delle misure, ed espone le sue idee al Maresciallo di Campo Esperti, al Procuratore Generale Echaniz, e ad un Colonnello dei Gendarmi.

Ora è duopo che il lettore ci segua in Caserta.

Siamo al 20 maggio, cioè due giorni avanti la morte di Re Ferdinando.

Quasi affatto deserti erano gli appartamenti di lui, addivenuti proprietà privilegiata di Maria Teresa.

Gli otto robusti marinai vi si davano la muta da sei in sei ore a quattro per volta. Condannati ad un silenzio perpetuo, anzi che di uomini, ti davan essi la idea di altrettanti automi.

Monsignor Galli, che si era per l'oggetto associato due altri degni ecclesiastici ed alcun sagristano, passava continuamente dalle anticamere nella stanza dello illustre infermo, che ben più volte avea ricevuto il SS. Viatico, ed a cui solo in quegl’istanti supremi, squarciato il velo di ogni principesca illusione, annichilito ogni prestigio di scettro e di trono, la virtù si parava innanzi semplice, pura, ed oseremmo dire dolente di esser stata mai sempre tradita e sagrificata al vizio.

La Carità vestita delle forme intemerate e sublimi con cui si raffigura nei santi Evangeli, scosso il disonesto giogo dell’intrigo e dell’artifizio, gli si dava a divedere operativa, provvidente, e sollecita di sfuggire allo insultante predominio dell’alterigia e dell’orgoglio.

E la Religione finalmente, questa figlia primogenita di Dio, bisogno supremo ed istintivo d’ogni popolo, seconda vita d’ogni individuo, infrante le vergognose catene della ipocrisia e della superstizione, gli si parava innanzi nel suo vero e benefico aspetto di principio informatore di una vita avvenire ed eterna, il di cui concetto spirituale, basato sull’amore e sulla uguaglianza, esclude qualsiasi privilegio essa circondandosi non della sozza zimarra del prete, ma con la veste immacolata del Nazzareno, scuoteva ormai dai suoi calzari la polvere di una Reggia in cui, sempre invocata a presidio del male, era rimasta pur sempre mai incompresa, e nel dipartirsi dallo agonizzante vi lasciava in suo luogo l’ignoranza e la ipocrisia, innanzi alle quali tristi divinità avea egli acceso i moccoli per cinquant’anui di lurida vita, ed in trenta anni di deplorevole regno.

O grandi della terra che assisi sui vostri troni dorati pensate a ribadir le catene dei vostri popoli, seguiteci di grazia per soli pochi istanti in quella stanza ove si consuma in lenta dissoluzione uno che fu a voi eguale nella potenza, e forse non di molto superiore nel mal fare; è là, è fra quelle cortine che si scioglie or ora la più ardua delle quistioni; ma è però una quistione comune e d’interesse universale.

L’umanità compiacente vi prepara i dolci profumi ch’emanano dalle sue lagrime, onde garentire il vostro olfato dagli ingrati effluivi della putredine. Se la vostra vista aborre dal fermarsi su quel quadro palpitante di fisica decomposizione, essa vi stenderà su il lenzuolo funerario.

Però prima di distruggere e fabbricar nuovi imperi, e prima ancora di rettificar frontiere, dimanderemo chi sia fra voi che, nella divisione della preda, vorrà disimpegnar la parte del Leone?...

Ebbene voi che studiate sulla carta del Cosmo, voi che in essa non vedete che il vostro particolare interesse, state attenti che i vostri piani possono essere fattaci!

Quel Re potente che oggi chiamate fratello forse domani subirà la sorte comune dell’uomo; specchiatevi nello esempio di questo monarca morente; di lui domani non resterà che un cadavere di cui certo non potrà dirsi

«Beati mortui qui in Domino moriuntur».

Sì quel Re, nemico giurato di ogni buono intendimento ebbe a sentirsi tirare i nervi, quando nel pieno della vitalità per caso fortuito seppe che il Tasso, parlando della caducità delle cose umane, avea scritto.

«Giace l’alta Cartago; appena i segni

«Dell’alte sue ruine il lido serba;

«Muoiono le città, cadono i regni

«Copre i fasti e le pompe arena ed erba;

«E l’uom d’esser mortai par che si sdegni.

«Oh nostra mente cupida e superba!!

Ora ha mutata idea!... inchiodato tra le anguste sponde di un letto in cui non ha pure la facoltà di muoversi da per se solo, in odio e schifo ai suoi più cari, abbandonato dai suoi più fidi, non ha per se che il ricordo del passato, ed il pensiero del domani.

Se invero fosse stato, come pur di lui scrissero gli epigrafisti con la solita formola P. F. A. cioè Pio, Felice, Augusto, a che oggi ritorcerebbe lo sguardo dal passato e tremerebbe pel domani?!

Ricordo e pensiero che non può certo riuscirgli di conforto.

Ricordo e pensiero che si mistificano in una pleiade di colpe che permangono e di speranze che gli sfuggono, lasciando un vuoto che deve ricolmar la morte. Tiranni della terra questa pagina del nostro libro è scritta per voi; preferite pure al nostro uno scritto qualunque del padre Bresciani, noi non ce ne dorremo; però giova il ripeterlo, noi scriviamo adesso per voi al modo istesso con cui voi un giorno daste opera a farci catechizzare senza prò da quel degnissimo servo di Gesù.....

La situazione che descriviamo ha il vantaggio di essere eminentemente storica; la facoltà di pensare, ch'era pure la sola che gli fosse rimasta, trasporta Ferdinando a vagare con la mente sulla delittuosa sua vita. Dovunque egli volge lo sguardo non vede che sangue e lagrime; empietà e spergiuri, la potenza del male e la contrarietà del bene.

In quei momenti terribili e supremi ei vorrebbe ricordare di aver edificati tempii ed ospizii, di aver donato alle Chiese oro ed argenti; di aver beneficato il povero, e sottratta alcuna vittima al patibolo.

Ma quel campo però isterilisce; la fantasia non può spaziarvisi; la realtà ne la respinge; e la divinità, che gli favella per mezzo della coscienza, toglie quelle idee dalla penombra del trono; le dispoglia della clamide dell'adulazione, e gli grida all’orecchio.

Ipocrisia, ipocrisia, ipocrisia!!!

Ed allora sul vestibolo delle sue chiese comparisce il prete che con satannico sorriso gli ricorda la formola del contratto bilaterale do ut des; L’Ospizio si converte in lupanare, l'oro si trasforma in piombo, l'indigente gli respinge disdegnosamente l'obolo con che ei pagava l'ignoranza; sotto il patibolo infine si delineano migliaia di vittime tra le quali primeggia e fa stacco l'aspetto fiero e risoluto dello appena ventenne Agesilao Milano.

Ed il Re agonizzante freme, smania, e si scuote come per impedire con un atto di suprema autorità alla mente di pensare.

Re Ferdinando non ha pure la consolazione del dubbio; egli credeva fermamente in Dio; per esser logico o ragionevole quindi, egli per prima domanda richiede a se stesso a chi, e per mezzo di chi avrebbe richiesto il suo perdono?

L’idea collettiva dei suoi sudditi che rappresentavano gli offesi, e quella astratta di Dio che sarebbe stato il suo giudice, si presentarono subito e spontanee alla sua mente. Era la ragione che consigliava la giustizia!

Quella del prete che raffigurar dovea e gli uni e l'altro susseguiva rapidamente. E qui con la velocità del fulmine, da Monsignor Olivieri che lo educava al sangue, a padre Bacher che gli aveva venduto i favori di S. Luigi, fino Pio IX che lo avea benedetto e ribenedetto le mille volte, ecco sfilarglisi d’innanzi uno esercito di Vescovi, abati, preti, e fratacchioni, chi più chi meno adiposo, ma quasi tutti però ben nudriti, a spose in parte del pubblico demanio, ed in parte della società dei gonzi, fra quali egli non era stato l’ultimo. Un tale spettacolo lo disanima; a guardar bene la faccia degli avvocati cessa la fiducia nella misericordia del giudice; la fede menomata assidera la speranza; egli riconosce nel prete la espressione che meglio risponde al concetto di quel principe delle tenebre che trova la sua paternità nella loro studiosa fantasia, la quale dando ad esso fuoco per aria respirabile, l'infinito per spazio, l’eterni là per epoca, la coda e le corna per grottesco e ludibrioso adornamento, si assicurava l’impero assoluto sulle coscienze, un’immorale ascendente nel santuario della famiglia, ed un pingue patrimonio esente dalla imposta del lavoro.

Liberi pensatori durate pure nella vostra opera filantropica; è gran ventura per voi e per la società che l’abbiate potuto e che il possiate far tuttora; su via giù le maschere con cui si larvano i moderni sacerdoti di Belial, gli attuali adoratori del vitello d'oro, e si restituisca nella sua primitiva purità la religion del Cristo; se vi è anco un inferno, credetemelo, esso non sarà certo per voi, esso non potrebbe contenervi: esso a quest’ora debb’essere già colmo e rimpinzito di chi metteva a turpe mercato il martirio della Croce, e l’eredità del Calvario!

Vedetele le conseguenze della loro nefasta propaganda; rimpiccolita la mente, ammiserito il cuore dei loro neofiti diventa campo in cui isterilisce la virtù; perde ogni pregio la coscienza del proprio individuo: ed il dubbio e l’incertezza perennemente predomina.

Ma se vi fosse veramente un Dio che non perdona ed un inferno che non consuma?!!

Oh la terribile idea!!!

Re Ferdinando allibirebbe ancora, se vi potesse essere un colore anche più tristo, più sconfortante di quello che suole iniettare una morte cui preceda lunga e penosa malattia; sulle sue tempia gelate e lunghesso le guancie solcate ed inaridite dal morbo, si rapprendono grosse stille di un sudore gelalo, spremuto ormai dalla paura del dimani sopra un corpo che va in isfacelo, e già per quattro quinti cadavere.

La croce che regge con mal ferma mano gli sfugge quasi accennando a volerlo abbandonare, i ceri che bruciano d’innanzi ad una ricca immagine di Maria SS. Immacolata, gli par che riverberino una luce fioca e sinistra, e la mente, cui già invade e predomina tutta una schiera di colpe e di rimorsi, sopiti per lunga stagione all’ombra del Trono, ecco ch’evoca dalla pace de' sepolcri le anime tuttavia invendicate delle sue vittime; va egli allora in cerca di una parola di conforto che gli manca, di un detto di perdono che gli si rifiuta, del nome di un Dio che spirandogli a fior di labbro si converte in un grido acutissimo, in un urlo di disperazione moro!! io soffro!! pietà!!... grida l'illustre infermo ch’esaurisce in quel momento le ultime risorse della vita, dibattendosi sotto l’incubo delle proprie apprensioni.

Per gli eccelsi congregati sulle sponde del letto di un moribondo quegli urli sono come il lampo che precede l'uragano; le loro anime gentili mal resistono a quell’atroce spettacolo; essi si dileguano!!

I marinari accorrono guardandosi esterrefatti.

Presto, su via chiamate Monsignore grida il cattivo genio dello agonizzante, Maria Teresa d’Austria! Monsignore era stato fatto Monsignore, perché nato col destino di divenir Monsignore.

Povero ed oscurissimo prete egli si avea in custodia ed officiava il santuario di Valverde.

I fedeli dicono mirabilia del Santuario di Valverde, in dove il miracolo non costa più che la pena di andarlo a chiedere, ed una elemosina (condizione sine qua non) indirettamente alla Santa, e direttissimamente a chi lo esercita.

Ora non mi comprometterò di vantaggio col negare e con affermare; egli è certo però che se il cambiamento di specie è cosa da Taumaturgo, il Santuario di Valverde può contendersela con S. Giacomo di Galizia.

Il come ciò sia avvenuto io non mi starò a narrare di biografie ve ne saranno di avvanzo, e trovo inopportuno fermarmi sulla soglia di ogni uscio in cui possa imbattermi.

Indubbiamente però il miracolo avea per base un certo che di merito; è vero che i Vescovi sono il fior di roba della famiglia dei preti; ma è vero pure che essi sono i rari nantes, mentre tutto il rimanente, traduce la idea del gurgite vasto.

E poi il merito agisce sulla coscienza come l'ago calamitato sul quadrante che segna i punti cardinali e la rosa dei venti; non è dunque da stupire che un oscuro prete da Santuario, preconizzato ed indi a poco Vescovo di fatto, avesse trovato modo di valersi della istessa materia prima, mercé la quale si ebbe uno episcopio, per farsi innanzi nella Corte.

Confessionile, i quattro novissimi; e le indulgenze plenarie!

E si che queste ultime erano necessarie come l’acqua di Maggio; vi eran tante sozzure da disozzare, tante macchie da detergere!!

 In confidenza sempre, noi abbiamo avuto invero della stima specialissima per quel Monsignore che alla fin fine è un uomo fatto a modo!

Egli, se non altro, può dirsi unico che avesse seguito la Real famiglia nello esilio per vero ed innocuo sentimento di gratitudine.

Diciamo innocuo, dappoiché non esiteremmo annetter pegno che il povero prete di Val verde se non riprova, almeno non approva di ben molte cose. Egli certo non avrebbe autorizzato gli Arcipreti a divenir manutengoli, né avrebbe cangiato il Convento di Casamari in un covo di Briganti!!

Ad esempio di quel Zurlo che, sconsigliato a prender parte nel modesto seguito della infelice moglie di Gioacchino Murat, ebbe a rispondere alla untuosa logica del Cortigiano con i seguenti versi del Metastasio:

«La seguitai felice

«Quando era il Ciel sereno,

«Delle tempeste in seno

«Voglio seguirla ancor.

Monsignore seguì il Re profugo, primogenito del suo Re penitente, declinando però ogni qualsiasi responsabilità di quella necessità politica che si chiama Brigantaggio, e quale malauguratamente affligge e contamina anche oggidì questa travagliatissima terra.

Iddio gliene terrà buon conto a suo tempo.

Per ora noi ci accingiamo a costatare un fatto semplicissimo, cioè il modo come esercitasse le funzioni della sua professione o mestiere, e diciamo così nella convinzione che l’assistenza di un moribondo, ridotta a manuale pratico dalla Curia Romana, equivale oggi alla opera che presta l’Avvocato in una buona o cattiva causa; agli uffizii che ci rende il medico, quando dallo esame del polso e della lingua vi scrive il suo recipe; ed ai servigi che vi esibisce un flebotomo qualunque allorché avete la disgrazia di doverne tener uno a vostra disposizione.

Monsignore destato di soprassalto nel mentre che, posto in bilico in una comoda poltrona, placidamente sonnacchiando faceva il chilo di una perfetta e succulenta colazione, vestita la stola, e preso il Breviario si recava presso il moribondo seguito dal Sagrestano.

E quasi nel tempo stesso il Principe Ereditario, e tutti i Reali Principi e principesse, i medici, ed i domestici si riunirono in quella stanza.

I professori Sanitarii non trovarono da aggiungere o da togliere alle loro precedenti dichiarazioni nelle quali esponevano trovarsi lo augusto infermo in uno stato di parossismo; essere oramai quistione di ore prima od ore dopo; ma non altro.

Allora Monsignore fattosi d’accanto al letto, cominciò a confortare il Re parlandogli, della caducità delle cose terrene, della misericordia di Dio, e delle beatitudini di una seconda vita, che egli per altro sarebbe stato alieno da voler gustare troppo presto.

Eran questi argomenti le corde sensibili di Re Ferdinando; ed eran state le cause efficienti dell'ultimo parossismo; riportato quindi nel campo di quelle idee che gli facean peso sull’animo, ei tentò di parlare, e per una seconda volta la parola andò perduta in un grido straziante.

Ci siamo, disse sottovoce ai suoi accoliti il degno Prelato, nell’atto di accingersi ad assumere di proposito lo imponente carattere di Avvocato Fiscale della morte.

«Domine ne in furore tuo arguas me; nec in ira tua corripias me».

Avea gridato Monsignor nel farsi di tutta fretta dappresso allo agonizzante, assisti lo dai due accoliti e seguito dal sagrestano. .

«Miserere mei Domine quondam infirmus sum».

«Sì, Onnipotentissimo Iddio, creatore e padrone dello Universo, innanzi alla di cui maestà genuflettono i Troni e le Dominazioni, gli Angeli ed i Santi, i Cherubini ed i Serafini».

«Ecco, o Signore, che già circumdederunt me dolores morii lis, et pericula inferni invenerunt me».

«A voi dunque mi rivolgo, o mio Dio; deh! non vogliate permettere che in questi supremi momenti abbia a mancare la vostra assistenza all’anima mia!»

«È vero, o Signore, che io tante volte vi ho offeso; e però e propter nomen tuum propitiaberis peccato meo; si o Signore; voi mi perdonerete per la gloria del vostro santissimo nome».

«Al popolo, Monsignore, sciamò il morente Sovrano; io voglio chiedere perdono al mio popolo!».

«Sire il vostro popolo prega in questo momento per voi» rispose Monsignore, che in quel rincontro si erigeva a larghissimo interpetre della volontà collettiva dei terzi; «è quindi a Dio che dovete offrire i vostri affetti, e rivolgere la vostra mente».

«E’ a Dio che dovete dire — Stornate, o Signore la vista dalle mie colpe, e cancellatele in guisa che più non compariscano neanco agli occhi vostri.

«Nè vogliate entrare in giudizio col vostro servo, perché non vi è uomo alcuno sopra la terra che possa lusingarsi di comparirvi innocente —».

«Se il pentimento è quello che più piace alla vostra eterna a giustizia; ecco che io mi pento di avervi offeso—».

«Non mi respingete quindi da voi, o Dio delle misericordie, se voi stesso per bocca del vostro Profeta avete detto— «Cor contritum et humiliatum Deus non despiciet —»

«Il popolo, Monsignore, replicava angosciosamente il morente, è dal mio popolo che io voglio essere perdonato...»

«Sire, tranquillatevi, il vostro popolo vi ha perdonato, ed esso in questo momento unisce le sue alle nostre preghiere per la salvezza dell'anima vostra: a far dunque che una siffatta idea non vi conturbi di vantaggio lo spirito, unitevi con me nel pensiero e diciamo col cuore a Dio; Signore, oggi che sul punto di ricongiungermi a voi vien la mia mente commossa da spaventevoli fantasmi, e che il mio spirito turbato lotta contro l'angelo delle tenebre, il quale vorrebbe involarmi il tesoro delle vostre misericordie ed immergermi nella disperazione; Gesù misericordioso ricevetevi l'anima mia —»

«Ne avertas faciem tuam a me; ne declines in ira a servo tuo»

«Si, Gesù mio non abbandonate il vostro servo in questo terribile istante; ecco che egli si umilia d’innanzi a voi, e vi fa sacrifizio di desiderii e di affetti, di potenza e di volontà. Ora che l’anima sua è così prossima a dipartirsi dal corpo, accettate, o Signore, la dissoluzione del suo essere come un omaccio ch’essa rende alla vostra divina Maestà. Gesù misericordioso abbiate di lei pietà».

«E voi, o Maria, che per i dolori che soffriste siete oggi la madre dei sofferenti, ed il rifugio dei peccatori, ricoverale«voi l'anima. mia sotto il manto della vostra infinita misericordia».

Kyrie Eleyson

Christe Eleyson, Kyrie Eleyson.

E la litania di tutti i santi uffìziata da uno degli assistenti di Monsignore da Valverde, che in quel momento intuonava per la terza volta il Proficisci anima christiana de hoc mando venne risposta in coro con l'ora prò eo da tutti della Real famiglia prostrali alla rinfusa in diversi punti della stanza, e dai familiari e domestici che si contenevano rispettosamente nell’anticamera.

Al suo termine però la quistione suprema pendeva tuttavia irresoluta. Lo effluvio balsamico della preghiera, di questo primissimo benefizio concesso dalla Divinità ai figli della colpa e della sventura, mostrò anche quella volta la efficacia della sua influenza sullo spirito del travagliato Sovrano, ch’ebbe a risentire gradatamente gli effetti calmanti e le blandizie di una placida e soave reazione. Le grosse stille del freddo sudore della morte si diradarono dal cavo delle sue tempia; il petto gli si sollevò rendendogli più agevole il respiro, le fosche cadaveriche tinte del volto parve che cedessero per alcuno istante a colori men tristi; la pulsazione per quanto poco sensibile si faceva tuttavia avvertire, e quel brevissimo stato di calma mise in evidenza che il suo momento supremo, benché non lontano, non era pur giunto.

Il Re viveva ad onta della replicata intimazione che avea fatta Monsignore alla sua anima di partirsene per miglior soggiorno, ed il Reverendissimo che non vedeva senza alcuna pena prolungarsi uno stato di attività che gli recava del positivo incomodo, per non sapere far di meglio, sotto l'egida di una lingua incompresa, e per ciò forse autorizzala dal Rituale Romano, si diede a recitare con la maggiore effervescenza della terra il salmo 190, ripetendo con enfasi. Heu mihi quia incolatus meus prolungatus est! habitavi cum habitantibus Cedar; multum incola futi anima mea!

«Dottore, che ve ne pare?...

«Dottore, che ne dite?, ..

«Dottore, vi è pure qualche speranza? Ecco le domande che si avvicendavano nell’anticamera ad un povero diavolo di Dottore assistente in terza generazione, il quale piegando a ripresa ed alzando le spalle, non sapeva risponder altro se non che è quistione di tempo, e quel ch'è peggio di un tempo assolutamente perduto, sciupato dirò così senza alcuna utilità; ecco che sono i Re, ed ecco che cosa è il mondo!! un povero, un onesto civile qualunque, non presidiato dai lumi di una scienza superlativamente oziosa, con una notevole economia di tempo e di sofferenze, starebbe già da quaranta giorni al suo posto, e seguendo l'ordine naturale delle cose non vi avrebbe scapitato né il mondo, né il demonio, né la carne.

Ed in ciò dire mentre il Dottore, ch'era stato per beo sei lunghe ore di guardia presso il Reale infermo, studiava di prendere il largo ed andarsene a respirare aria libera, venne raggiunto da un Mozzo di officio che gli sobillò all’orecchio.

«Signor Dottore S. A. R. il Principe Ereditario la prega di passare un momento nel suo appartamento».

«Monsignore che ne dite?

«Monsignore che ve ne pare?

«Monsignore credete che vi sia speranza? Domandavano più per formola e per ostentata devozione che per assennata curiosità i cortigiani medesimi a Monsignore, studioso non men del medico di procurare ai suoi ragguardevoli polmoni il benefizio di una più salutare respirazione.

«Figli miei, rispondeva il Prelato, prodigando benedizioni a manca ed a dritta; sta scritto. Verrò come il ladro in quell’ora in cui meno sarò atteso. La morte, come voi già ben sapete est judicium Domini; del resto finché vi è vita vi è speranza, ed a Dio, cui solo nulla torna impossibile, ed a Dio, dico, che quando lo ha creduto necessario per la sua gloria, non è stato difficile risuscitare i morti, volendolo, cioè se lo crederà, riuscirebbe assai più facile il conservare la vita. Del resto dobbiamo dire tutti e sempre Fiat voluntas tua sicut in Coelo et in terra, perché Egli sa quel che si debba fare meglio di noi che siamo vermi di terra».

Ed in ciò dire avea già guadagnato l’uscio allorché il solito Mozzo fattoglisi rispettosamente d appresso gli susurrava all’orecchio —

«Eccellenza Reverendissima S. A. R. il Principe Ereditario mi ha incaricato di pregarla a voler passare per un istante nel suo appartamento».

«Justum est, cioè dico è giustissimo che un Ministro del Santuario porti il balsamo della Divina parola ubicumque a quaeritur in questi difficili momenti» Vado....

E così in men di un ora la stanza del moribondo rimaneva deserta da quelli che vi avea chiamati la eccezionalità del caso, restandovi la sola Maria Teresa, gli otto Marinai, e qualche raro domestico. Francesco II, fu uno degli ultimi ad uscirne seguito dagli altri Principi del sangue, e com’egli disse per ritornar tantosto. Non appena però posto il piede fuori della soglia prese commiato da tutti, per trasferirsi nelle sue stanze seguito da un solo Uffiziale di ordinanza.

Nella stanza che precedeva la sala in cui il Principe era uso di ricevere si trovavano già, oltre a Monsignore ed al Medico, un signore vestito a nero, e di cui si sarebbe indovinato a prima vista la qualità di Magistrato; il Generale Esperti da pochi giorni elevato al grado di Maresciallo di Campo, ed un Colonnello di Gendarmeria. Il Principe entrando con contegno severo, ma non disgiunto da qualche affabilità, disse.

«Perdonino; e però avendo duopo delle SS. LL. non ho potuto fare a meno d’incomodarle; favoriscano».

Tutti seguirono il Principe dando la precedenza a Monsignore. «Or benedisse Francesco, non appena che tutti ebbero preso posto di attorno ad un tavolo di cui egli tenevasi a capo, le terrò in angustia per breve tempo; ho bisogno di alcuni chiarimenti, e desidero che mi sieno dati nel modo il più esplicito che mai; suol dirsi non essere tutto oro quel che risplende; or bene dirò a mia volta non essere tutta delizia lo elemento che costituisce la vita di un Principe —A voi dunque, Dottore, la verità, e sia pur essa un amarissima verità — In quale stato rattrovasi S. M. il Re nostro amatissimo genitore?»

Il Dottore quella volta non avea delle buone ragioni per essere lusingato della preferenza; una domanda così inaspettata e categorica ebbe quindi a sgomentarlo; pure non vedendo mezzo come causarla volle fare appello agli espedienti della professione ed evaderla tergiversando —

«Altezza, principiò egli adunque, la scienza ha fatto quanto era in suo potere...

«Ma io non voglio sapere quello che ha fatto la scienza; in altri termini, Dottore, è necessario che io sappia, e subito, se per S. M. vi è di vantaggio speranza di poter vivere.»

«Ebbene, riprese il Dottore, evocando le forze della debolezza, per obbedire a V. A. dirò... che a creder mio... e dei miei colleghi...

«Avanti, Dottore, proseguite...»

«Dico, dunque, che il Re non può vivere che poche altre ore... forse qualche giorno... ma non più che tanto...»

«Grazie, Dottore, per questa notizia; l'amaritudine di che «si cosparge non toglie che io vi rimanga obbligato. per aver. «mela data; orti potete ritirarvi...»

E poiché il Dottore ebbe posto il piede fuori della stanza, tuttavia incerto ed esitante del se avesse o non avesse ben fatto, il Principe rivolto al Reverendissimo da Valverde ebbe a dirgli.

«Adesso, Monsignore, vengo a voi; dopo il medico del corpo viene naturalmente quello dell’anima, il di cui parere è per me anco più autorevole — Or dunque stimate voi, Monsignore, che in un modo qualunque, fosse anche per un miracolo, possa S. M. ricuperare la salute?....»

«Altezza, certo la grazia avrebbe potuto e potrebbe fare altro che questo; però il miracolo, che constala essenzialmente la interruzione del corso naturale e regolare delle cose, si è un tale espediente di cui la Divinità per suoi fini altissimi ed imperscrutabili ha per solito servirsi delle ben rare volte, ed in certi dati casi in cui possa esso ritornare ad majorem Dei gloriam et fidei incrementum.»

«Ma, Monsignore, credete voi che potesse essere egli questo il caso di cui intendete parlare. Al contrario, Altezza, io non saprei vedere, od almeno ritengo che mancasse lo scopo alla interruzione o miracolo che fosse—Ad onta che si sia fatto ogni possibile onde preparare l’azione della grazia, il progresso dei risultati negativi mena alla induzione che la Provvidenza, sempre per suoi altissimi fini, non sia disposta questa volta ad intervenire mercé la infrazione del corso ordinario delle cose—S. M. trovasi in atto in tale stato di sfacelo e di sì completa dissoluzione, che a dirla schietta non permette alcuna speranza non solo, ma autorizza invece, anzi fa precetto ad ogni buon Cristiano di pregare affinché l'immutabile decreto abbia tantosto il suo compimento col minor strazio possibile della carne».

«Grazie, Monsignore, del disturbo che vi ho cagionato, ed in ricambio vi assicuro che pregherò Iddio in questo senso. Esso vi terrà buon conto, come io a mia volta m’imprometto a di tenerlo pure, dello enorme fastidio che vi ha costato e «sarà per costarvi una così penosa assistenza».

Ed in così dire baciata rispettosamente la mano allo ex- prete di Valverde lo accompagnò fino all’uscio, presso del quale soffermandolo di bel nuovo il Principe ebbe a soggiungere sotto voce tanto da rendere impossibile che altri lo sentisse.

«Monsignore ho una preghiera da far pervenire a suo tempo a S. M. la Regina, né trovo chi meglio di voi possa favorirmi, trattandosi di tale un delicatissimo affare, che io desidererei tener pel possibile dispogliato da ogni formola uffiziale.»

«V. A. comandi» rispose Monsignore, che capì presto esservi qualche cosa di torbido sotto l’apparente levigatura di quella formola per quanto studiatamente gentile, altrettanto esplicita.

«Ebbene, Monsignore, tornando oggi vano lo illuderci, così... non appena che Iddio avrà fatta la sua suprema volontà, (importa, ed anche meglio, vien reclamato da gravissime ragioni di Stato che la M. S. ed i Reali Principi Luigi ed Alfonso e miei bene amati fratelli, di loro pienissima volontà e per spontanea risoluzione vadano per alcun tempo a dar sfogo al loro dolore in un sito remoto qualunque, come per esempio in Gaeta — Comprenderete, Monsignore, che la suggestione di un tal prudente consiglio per parte di chi è, come V. E. Reverendissima, rivestita di un carattere tanto sacro e rispettabile, toglierà me dalla dura necessità di far uso di quei dritti che intendo serbar integri e rispettati.»

«Non comprendo veramente, Altezza, di che si tratti, e desidero con sincerità che sieno degli equivoci, o qualche malinteso, che il tempo e la saggezza di V. A. R. varranno tosto a dissipare; ad ogni modo mi studierò di fare in guisa che sia obbedito ai vostri desiderii.»

«Cosi Monsignore, soggiunse il Principe, mi vi obbligherete maggiormente col rendermi un servigio, del quale a suo tempo conoscerete la importanza.»

«Adesso a noi, o Signori» disse Francesco con far risoluto facendosi di bel nuovo avanti al tavolo ed al posto che àvea abbandonato per accompagnare Monsignore: egli è mestieri (che sappiate di che si tratta, e del come e del quanto io faccia assegnamento sul consiglio e sulla opera delle SS. LL. — Un tiro, ed ora dirò uno scherzo assolutamente combinato in famiglia si avrebbe potuto avere delle serie conseguenze solamente quando S. A. non fosse vissuta fino adesso, come tuttora vive, guardava a far sì che per Suffragio popolare in nostra vece si avesse avuto ad acclamare per Re il nostro amatissimo fratello Principe Luigi — So ciò da fonte autorevolissima e potrei dire autentica tanto, che non mie permesso dubitarne — Io non so rendere conto a me stesso né comprendere qual fosse la utilità e quale la speciosità dei motivi «determinanti a tale azzardo, e non mi curerò di esaminarli a in questo momento, dichiarando anzi di essere dispostissimo a far grazia a quella una colpa, che trovo la più logica, cioè allo amor materno — Però, piano un momeuto; se piego innanzi alla necessità di addimostrarmi clemente in famiglia; se consento a distogliere lo scandalo d’illustri cospirazioni che hanno radici nella Regia; se infine accondiscendo a non inaugurare il mio regno con atti di una severità, per altro giusta, e ciò perché altri non cercasse trarre profitto per sé dai dissidii di famiglia, una tal misura non debbe avere per conseguenza che restassero ignoti ed impuniti quei tali, che, prosperato avendo all’ombra del trono, oggi si son creduli nel dritto di disporne a loro piacimento — Più o meno conosco quelli che possono aver assunto l’arduo impegno di detronizzarmi con benefizio del nostro amatissimo fratello il Principe Luigi; ma non basta; bisogna che il sospetto addivenga certezza; mi occorrono pruove, e pruove certe ed evidenti della colpa, quali può offrirmele solamente una regolare istruzione, e le avrò, perché mi occorre conoscere se non per punire, almeno per tenere buon conto a suo tempo così degli amici che dei nemici—La necessità quindi di provvedere a che non avvenissero degli sconci, che sarei poscia mio malgrado nella dura alternativa o di punire esemplarmente, o di lasciare scandalosamente impuniti, m’impone a malincuore il dovere di far uso innanzi tempo dei dritti e delle prerogative di una corona ch'è pure la mia, e quali fu sconsiglialo a S, M. il nostro augusto genitore di concedermi con la qualità di suo Vicario — Però prima di risolvermi a tanto vi ho voluti a testimoni ed a giudici del vero stato delle cose — Or dopo aver voi intese le dichiarazioni del Medico e del Confessore del Re, ei pare che dobbiate con me convenire sulla necessità in cui mi trovo di adottare gli opportuni espedienti.»

Il Sig. Echaniz Procuratore Generale del Re presso la Gran Corte Criminale di Santa Maria di Capua Vetere, ch'era il nostro uomo vestito a nero, il Maresciallo di Campo Cav. Esperti, ed il Colonnello dei Gendarmi piegarono simultaneamente il capo in atto di pieno assentimento.

«Ora, o Signori vi esternerò alcun’altra mia idea; un tal piano, forse maturato per lunghi anni, non ha potuto incominciare ad essere tradotto in alto che dal momento in cui ebbe a disperarsi della salute del Re — Oggi che rendo conte io a me stesso di molte particolarità che lasciai passare inconsiderate in ben molte congiunture, ne traggo argomento per e conchiuderne che i cospiratori debbono essere molti e tutti alto locati, come ad esempio Vescovi, Intendenti, Generali e senza eccezione di sorta il personale intero dell’alta e bassa Polizia dal Ministro al Commissario ed all’Ispettore —Or a bene, quando fosse pur possibile irretire di un sol colpo tutti costoro, quali conseguenze sarebbero per avvenirne? no certamente delle felici; il Regno e l’Europa s’impossesserebbero avidamente di questa notizia per farne scandaloso mercato; i mestatori politici si studierebbero di farne lor prò; ed io sarei impossibilitato a colpire gli attori secondarii di una Comedia, alle prime parti della quale mi vedrei obbligato di sorridere, di tener albergati nella istessa Regia, e di chiamar infine col nome di Regina Madre e di Principi fratelli.»

«In tal piede di cose io son dello avviso, o Signori, combattere il nemico con le sole armi della circospezione e della prudenza; andarlo a ritrovare fin dentro alle proprie trincere anziché sfidarlo in campo aperto, ed in ultimo limitare tutto il da farsi a rendergli impossibile ogni offesa».

Il Maresciallo, il Procuratore Generale, ed il Colonnello fecero atto di piena e formale adesione, lodando al Cielo la prudenza e l’avvedutezza dei Principe, i] quale, direm così, incoraggiato dalla unanimità del suffragio, pose termine al suo dire con le seguenti disposizioni.

«Voi quindi Sig. Maresciallo vi terrete a mia disposizione «per qualunque eventualità. Voi Sig. Procuratore Generale partirete immediatamente per Foggia coi pieni poteri dell’Alter-ego che io vi conferisco, come da questo foglio che per l’oggetto vi consegno. Ho date le debite istruzioni cosi a quel Comandante le Armi nella Provincia, che a quelli delle altre convicine in cui stimerete trasferirvi. Vostro mandato specialissimo è quello di constatare i fatti con legale istruzione; il resto a miglior tempo. Ciò non toglie però che, ove lo crediate, possiate dare quelle disposizioni che meglio stimerete e che potranno venir reclamate dalle congiunture. Voi infine, Colonnello, v’incaricherete disporre che una competente forza di Gendarmeria stia sempre ed ovunque alla diretta disposizione del Sig. Echaniz, e rimarrete qui in Caserta per qualunque evento, pronto ad agire a seconda degli ordini che potrò farvi giungere».

«Signori» conchiuse Francesco, alzandosi ed in atto di dar commiato ai suoi uditori «son sicuro di non essermi ingannato nella scelta, e di poter calcolare con fondamento sull’attività e prudenza delle Signorie Loro. Addio dunque e sopra li ogni altra cosa vi raccomando di agire con circospezione.

E già che ci siamo finiamola.

All’indomani della morte del Re, che pare avvenisse realmente nelle prime ore pomeridiane del giorno 22 Maggio di quello anno, non senza grande edificazione e soddisfazione di Monsignore, che si era inutilmente studiato di preparare le vie all'azion della grazia, onde non lasciar campo ad equivoco in tutt'i capiluoghi di Provincia, Piazze di Armi, Guarnigioni, ed accantonamenti fu proceduto con straordinaria sollecitudine alla solennità del giuramento di fedeltà, prestato al nuovo Sovrano con tutta la pompa del rito per iniziativa dell'autorità Militare, che quella volta guadagnava la mano, come suol dirsi, sulla Politica, la quale in Capitanata fece altrettanto eseguire agli impiegati Civili solamente dietro invito avutone dal Procuratore Generale Echaniz, che era giunto in Foggia fin del giorno precedente al decesso del Re.

Impertanto questi, attenendosi strettamente alle istruzioni ricevute dall’oramai Re Francesco II, seguitava ad arrapare le pruove della colpa, che risultavano molte, gravi, ed evidenti.

A vero dire l’energia, e la prudenza di quel Magistrato apparvero in quella circostanza superiori ad ogni encomio. Egli da Foggia recossi a Trani, quindi in Lucera e Manfredonia, e dietro aver disposto lo arresto di due individui che seppe far sorprendere in flagranza di corrispondenza criminosa di cui eran latori, ritornava in Napoli per render conto al Re del suo operato.

Sventata cosi la cospirazione, e non appena terminate le pompe funerarie, Maria Teresa coi suoi figli tutti riparavasi in Gaeta per dar libero sfogo, non saprem dire se più alla sua rabbia, od al suo dolore.

Certo però che quella ritirata, benché non affatto spontanea come abbiam premesso, le valse da utilissimo mezzo termine onde far sparire le tracce del presente, e pensare allo avvenire.

In tal guisa passarono due mesi circa durante i quali il giovine Sovrano, facile ad essere predominalo da accessi di apatia, mostrò volersi rivestire di un nuovo indumento, ostentando una insolita energia ed attività, tanto che parlando di lui un brioso cortigiano ebbe a dir meravigliato.

«Pare uscito da’ suoi panni!».

Le Cerimonie della entrata nella Capitale brillarono se non per eccessivi trasporti di amore e di entusiasmo, almeno pel concorso di magnifici treni, e di ricche uniformi, e quello immenso nucleo di esseri pensanti, cui si dà il nome collettivo di popolo, mentre la Rivoluzione avea di già minato il trono di una dinastia condannata a scomparire dal numero delle case regnanti di Europa, volle da quelle feste e da quelle pompe trarre argomento di probabilità per un sospirato migliore avvenire.


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NONO QUADRO

SOMMARIO. —Maria Teresa ed i suoi figli riparano in Gaeta—Arrivo in quella Piazza del Re, della Regina, e di Monsignor Confessore— Gran concerto di un dramma in famiglia e suo sviluppo — I liberali pagano le spese della rappresentazione— Punto di scena interessante — Una staffetta reca lo annunzio dello arresto di Merenda.

Or dobbiamo, o lettore, fare appello alla tua buona memoria. Non è possibile che la simpatica, che la capricciosa ex-camerista di Maria Sofia non abbia lasciata una impressione qualunque sull’animo tuo. Le belle donne sogliono produrla sempre, anche quando fossero, com’essa per verità lo era, per nove decimi più Tedesche che Italiane.

Or bene noi non ci attribuiremo il merito della creazione della scena che segue. Rinunciamo ben volentieri, in omaggio della verità, a questo brevetto d’invenzione, e trincerandoci dietro il relata refero, in questo punto non siam meglio che il narratore di un fatto regalatoci dell’ex-Camerista dal cui album lo togliamo di peso, e sulla quale va rifusa ogni responsabilità che decliniamo, sol perché

«Mettendolo Turpino anch’io l'ho messo.»

Preveniamo però di averlo trovato in cotanta attinenza col vero, da non esitare un momento a riportarlo.

Siamo sul declinare del mese di Luglio 1859.

La Regina Madre dal giorno della sua vedovanza, quasi coincidente colla scoverta della cospirazione, è come abbiam detto in Gaeta.

Il popolo credeva, ed essa dava ad intendere, che vi fosse per dar libero sfogo al suo dolore. In fatti avea perduto qualche cosa, e tentato almeno di ricuperarne alcun’altra.

Qualche maledico, di che non vi è penuria specialmente presso i popoli immaginosi, voleva intravedere in questo stato d’isolamento alcun che d’interessante; quindi pensava a male, e parlava ancor peggio.

Quelli infine che non ignoravano il grosso dei fatti da noi esposti; ritenevano che il suo ritiro in Gaeta con tutt’i figli, se non precettato dal Re, accennasse alla propria sicurezza, anzicché ad altro.

Rigettiamo la seconda opinione, senza però propendere per la prima più che per la terza.

Il Re avrebbe potuto giungere, egli si aspettava, ma non era fissato il giorno dello arrivo.

Alle ore 11 ½ della notte un Uffiziale della Telegrafia elettrica di Mola avea rimesso un dispaccio in cifra per la Regina, composto presso a poco in questi termini.

«Tutto predisposto. Arriva domani.»

Tra noi, dice un adagio, che pel solito il marito è l'ultimo a sapere le vergogne della moglie, vergogne nelle quali rappresenta una parte principalissima.

Or ritenuto per vero il dispaccio, ne risulterebbe che il Re era spiato, ingannato, e che gli si facesse fare una trista parte in una più trista Comedia.

Un dispaccio che và a Gaeta, e che si ferma a Mola!

Un’A. per tutta firma, e che farebbe supporre Ajossa, indicherebbe evidentemente che la Polizia non solo erasi sottratta al Re per rimanere sotto la influenza della Regina Madre, ma ch'era pure in su la sorveglianza del Re medesimo.

Ma a parte i commenti.

In sulle prime ore del pomeriggio il cannone del forte annunziava che il Re stava per approdare.

La Regal coppia non avea al suo seguito che il personale assolutamente indispensabile.

Non vi mancava però un Monsignore, ch’è propriamente quello di nostra vecchia conoscenza.

Il Re quindi veniva per recitar la sua parte, come il degno Prelato si disagiava per qualche cosa di simile.

Il tutto procedeva regolarmente, direm così coi suoi piedi.

Monsignore, come si ricorderà, avea intuonato più volte, il proficisci a Re Ferdinando, che pareva non volersi risolvere a partire. Era naturale quindi che influisse presso la Reale famiglia, a cui avea dimostrato come due e due fan quattro, che i spasimi della tremenda agonia di Ferdinando, anziché figli legittimi dello spergiuro, del sangue, e del rimorso, erano un Purgatorio anticipato.

  

Secondo S. E. Reverenda Ferdinando 2. allo indomani del suo decesso avea dovuto essere assunto in Cielo, accanto del suo omonimo Ferdinando di Castiglia, di cui avea in terre piuché imitate, superate le virtù.

Il paragone calzava a meraviglia; essi rassomigliavano non già come due gocciole di acqua, ma come la spilla ed il maglio.

Eppure Francesco 2. raccoglieva in quel punto i frutti di ciò che avea seminato suo padre. Egli sottostava all’influenza di Monsignore come un soggetto di Mesmer nel pieno del Sonnambulismo magnetico.

E Monsignore ne dispotizzava non già convellendone il tessuto nervoso, o con gli altri mezzi ormai troppo cogniti in arte, ma con i quattro novissimi, col sangue di S. Gennaro, e col giglio di S. Antonio.

Gli appartamenti erano sempre in pronto a Gaeta, da che Ferdinando ne avea fatto un luogo di ordinaria dimora reale, ma in quel momento non si trattava di altro, che di rappresentare una scena drammatica.

La regina Madre, come un Direttore di Palcoscenico, avea distribuite le parti, concertaci movimenti, fissato il tablò finale, e fin regolate le diverse gradazioni di luce.

Osservate che la scena era quella di un dramma da rappresentarsi in famiglia; quindi si era allontanato tutto ciò che poteva riuscir superfluo. In poco d’ora Francesco e Sofia montavano la scala seguiti dallo eterno Monsignore, inevitabile come la rima obbligata di un sonetto, misurato come le undici sillabe d’ogni verso, necessario, almeno per allora, come l’accento.

Madama la Regina Madre da qualche tempo non vedeva i reali conjugi, la di cui luna di mele avea qualche cosa di supremamente urtante le suscettibilità di una precoce vedovanza.

 In realtà, siccome il tempo porta consiglio, così Maria Teresa avea fatto correre il tempo il quale le avea consigliato il dramma ch'era per rappresentarsi.

La real coppia varcava malappena le soglie dell’anticamera, che s’incontrava con la regina Madre appoggiata al braccio del Principe Luigi, e seguita dal Principe Alfonso.

Essa per far ciò avea dovuto percorrere diverse sale dello appartamento, di cui occupava una all’estremità verso il nord.

Era un preterire alla stretta etichetta.

Ma a quei giorni in Gaeta non vi era né Corte né Diplomazia; riusciva quindi possibile derogare a qualche cosa!

Inoltre la Regina Madre e la reale famiglia da più tempo non vedevano il Re; un qualche trasporto non era fuori stagione.

L’affezione faceva passare di sopra alla convenienza.

E quando tutt’altra ragione fosse mancata, quello era il luogo stabilito pel tablò!!....

Le due parti sì guardarono prima, se non in cagnesco, almeno con diffidenza.

Si erano sforzate invano di alleggiare le labbra ad un sorriso che avesse indicato compiacenza e soddisfazione nel rivedersi; ma l’esito non corrispose.

Vi fu un momento di silenzio.

Un fisonomista a colpo d’occhio avrebbe riconosciuto.

In Francesco 2.° amor proprio irritato.

In Maria Sofia disprezzo e noncuranza.

In Maria Teresa il demone dell'ambizione debellato, che si riveste col manto della ipocrisia.

Nei Principi Luigi ed Alfonso rassegnazione e dispetto.

Ed in Monsignore?

La Logica di Storchenaud messa al ghiaccio; la Morale di Fulco ridotta in gelatina, o se vi possa piacer meglio il Tom Pouce dei seguaci del Vangelo di Cristo, ed il Gigante Catonio dei moralisti di Corte.

La Regina Madre, in cui questo silenzio metteva evidentemente dello imbarazzo, fu la prima a romperlo facendo dei complimenti alle MM. L L.

I due reali Principi le servirono da pertichino più che con le parole, a furia di riverenze e di sorrisi.

Francesco agitò quasi impercettibilmente le labbra, come accennando a voler dire qualche cosa. Il complimento, vogliam crederlo almeno tale, andò perduto a fior di labbro.

La Bavara più svelta, e più risoluta, guardò e sorrise non solamente, ma dandosi un’aria di piccante disinvoltura e d’ironia, corrispose alla Regina, senza però aggiungere parola, che fosse valsa a rompere il ghiaccio di quello stato imbarazzante, ch’essa con visibile compiacenza vedeva prolungarsi.

Il dramma era stato provato nell’assenza di due attori principali; quindi con è a meravigliare se non corrispose. Continuando così sarebbe stato fischiato irreparabilmente.

Era quello propriamente il caso in cui, a parere di Orazio,

Lo scioglimento avrebbe tollerato l’intervento di un Dio.

E Monsignore, stando in carattere, come rappresentante di Dio, conobbe essere venuta l’ora del suo debutto. Però, egli che se ne intendeva di drammatica, capi pure di essere in una falsa posizione. Trovavasi già sul proscenio; v’era quindi uopo di un colpo di scena....

Gli ex-abrupto non costituivano il suo forte. Egli, che in grazia del sacro carattere e della età si era presa la libertà di assidersi su di una scranna alle spalle del Re, comprese ch'era giunto il tempo di far vedere di trovarsi in pieno godimento delle facoltà vitali; fece dapprima qualche movimento, cui non si pose attenzione, quindi tossì, cercò, investigò; ma non rinvenne altro che la sua scatola...

Voi troverete che, per voluminosa che fosse, una scatola è sempre una scatola, e quindi cosa troppo meschina per un colpo di scena. Ed io debbo sostenere il contrario.

Monsignore, chiudendo il breviario ed aprendo la tabacchiera, fece accorti gli astanti della presenza di un altro semovente. Egli, volgendo uno sguardo d’intelligenza a destra, e d’inspiralo contegno sul gruppo a sinistra, giunse a dominare la posizione.

Maria Teresa, senza distogliere gli occhi dal Re, inchinò Monsignore.

I Reali Principi fecero qualche cosa di più; si recarono a baciargli la mano, riprendendo subito il loro posto per non mettere a male il tablò.

Le cose parevano ridotte al bene; ma presto si guastarono un'altra volta. Monsignore non avea saputo profittare del momento. Era caduto nella inazione.

Deus intersit era stato colpito da paralisi!!

Questa volta la vedova di Ferdinando risoluta di uscirne ad ogni costo, facendosi innanzi al Re, senza derogare al rispetto dovutogli, né alla propria dignità, gli disse recisamente.

«Io credo che V. M. sia persuasa...»

«Anzi convinto, la interruppe Francesco, con un cipiglio in cui vi era più burbanza che decoro.

«Dell’assurdità delle voci, riprese Maria Teresa, che si son fatte circolare per seminar la zizzania nella Real famiglia»

«Cioè, Maestà, non dico di essere propriamente persuaso di questo, anzi.... Sono però convinto che non debba parlarsene.»

«Francesco, questa è una indegnità; io debbo giustificar me ed a’ tuoi fratelli...» .

«E’ inutile, Maestà, io... ve ne dispenso...»

«Dunque, o sire, i liberali, quegli eterni nemici dei Borboni e di Casa d’Austria, che perdonati inorgogliscono, che da circa 70 anni cospirano per gittar nel fango le Reali prerogative; i miei nemici di ieri, i vostri nemici di oggi, avranno il vantaggio di aver seminata la discordia, e dirò anche peggio, o Sire, il sospetto e la diffidenza in una Reggia, dove fino a questo momento è regnata la più bella ed edificante armonia, virtù innanzi alla quale si spuntavano le loro armi, ed andavan paralizzati e dispersi tutti a gli sforzi, tutt’i tentativi di questa orribile setta, di questo flagello di Dio che si chiama Liberalismo?!...»

Questa parola replicata con enfasi produsse l’effetto della esplosione di una bomba.

Francesco ebbe un brivido.

Monsignore, che per intervenire una seconda volta aspettava l'opportunità, prevedendo la riduzione della mensa Vescovile, e lo incameramento de’ beni, si fece il segno della S. Croce.

I Reali Principi inarcarono le ciglia, allungando spaventevolmente il viso, come per richiamare la Reale attenzione sulla importanza del soggetto.

E Sofia, che stanca di essere muta testimone di una scena che la infastidiva, per qualche tempo si era menata a zonzo per la sala, avendo trovato modo di sedersi, tempestava con leggieri colpi del suo inseparabile frustino i bei piedi calzati alla amazzone, che avea protesi incrocicchiandoli, decisa a volersi godere in quella posizione, più bizzarra che dignitosa, il resto della declamazione della signora Suocera, la quale in quel punto avea qualche cosa della Tiliens nella Lucrezia, e della Ristori nel Machet.

Pareva che gli occhi di questa, che per riprender lena aveva fatta una breve sosta, s’irradiassero, di una insolita luce. La freddezza del Re, che sembrava risoluto di non farsi accalappiare dalle sue arti, avea gittato sulle prime lo sgomento nel1 animo di lei; ma poscia, il campo della discussione essendosi tradotto sul liberalismo, Maria Teresa, che purissima discendente di Casa d’Austria, e vera moglie di Ferdinando 2° odiava tutto ciò che, anche per lontanissima illazione, poteva aver rapporto a questo sostantivo, si trovò nel suo atmosfera.

Ella non mentiva più la sua parte, ma era in perfetto carattere. La rappresentazione, senza scapitare d’interesse, avea mutata specie. Era divenuta il prologo di una tragedia, il di cui ultimo atto sarebbe stato rappresentato ai 7 settembre 1860.

Il Re evidentemente combattuto da contrarii sentimenti, fra i quali il dispetto di trovarsi nella necessità di una penosa finzione non era l’ultimo, riempiva l’intervallo dicendo.

«Signora, che che ne sia, io, nelle attualità sono con voi. Non voglio quindi né debbo saperne altro; è già soverchio quello che ebbi ad apprendere intorno a questa disgraziata faccenda; oggi il piacere di rivedervi mi viene consigliato dalla necessità di evitare uno scandalo. Il sogno à dovuto dileguarsi innanzi alla realtà; si tratta or solo di salvare le apparenze.» .

«Sire, i Re debbono agire per convincimento, e non per  condiscendenza; ed io per convincere V. M. non avrò duopo di molte parole; me ne basteranno invece pochissime.»

«Ma, riprese, Francesco, se ne son dette già di troppo.

«Giacché, Maestà, si trova sul tappeto questo malaugurato il affare, bisogna pure che si esaurisca. La vedova di vostro padre, la ex-Regina di Napoli, vuole che si faccia la luce, e piena luce su tutto. Se V. M. non si ostinerà a rifiutarmi questa grazia, la fiducia, e la tranquillità ritorneranno in questa Regia scortate dalla innocenza. Al contrario avrete acce cordato gli onori del trionfo agl’ingegnosi architetti di questa, ch’è la più abominevole fra le perfidie. La vostra istessa pietà, o Sire, diventa un insulto, ed essa non potrebbe fuorviare le sinistre conseguenze di un sospetto, che ha preso così li salde radici nell'animo vostro, e chi odia gli Asburgo ed i Borboni, gli autori della classica congiura avrebbero il merito di raggiungere il loro scopo. Ciò però non dev’essere, ciò non sarà, o Sire, perché se non giungo a giustificarmi, mi ritirerò in Vienna co’ miei figli...»

«A far che?» ripigliò subito Francesco sgomentato con un tuono fra lo ingenuo e l’atterrito, dappoiché avendo ereditato il sentimento di un rispetto e di una devozione più che sacra per S. M. Cattolica ed Apostolica, derogando alla benché minima passività, avrebbe temuto inimicarsela col dispiacerle, e quindi, senz’attendere risposta, soggiunse.

«Mi crede forse V. M. un Re così sicuro e tranquillo del fatto suo, da metterci del mio per crearmi altri imbarazzi, oltre i troppo che già molestano il Regno?.. L’avea pregata perché non se ne parlasse di vantaggio..»

«Non dico una elemosina, ma è questa una grazia, o Sire,  che non le si domandava.»

«Ma giacché...»

«Ah, dunque V. M. non è aliena dal concedermi pochi minuti?.»

«Tutt'altro; giacché, ripeto, ella lo vuole assolutamente, allora la prego di differire a questa sera la continuazione di un discorso che, non giova il celarlo, ha la potenza di urtarmi terribilmente i nervi.» Ed in ciò dire, dietro aver sorriso ai Reali germani, si rivolgeva a Maria Sofia, la quale seguitava indolentemente a dar del frustino sui piedi, invitandola a passare nello appartamento.

«Voi mi accompagnerete, se non v’incomoda» avea detto la giovine sovrana a Monsignore, che sfogliando macchinalmente il Breviario, non avea perduto una sillaba della conversazione. «Io sento quest’oggi il bisogno di edificarmi.» E in ciò dire il suo occhio fulgidissimo avea fatto il giro della sala, cercando qualcheduno.

Maria Teresa comprese quello sguardo; le Reali congiunte si odiavano già toto corde.

Tutti erano sulle mosse di seguire il Re, che già varcava la soglia per raggiungere gli appartamenti, quando gli venne presentalo un piego pressante riservatissimo bollato col suggello della Gendarmeria.

Il Corteo s’era fermato. Il Re fattosi più innanzi avea percorso il foglio, che conteneva le seguenti poche righe.

«O’ obbedito a V. M. Il Commissario Merenda guarda gli arresti a disposizione della M. V.

Un lampo di feroce soddisfazione sfolgorò sul pallido viso del Monarca, che, passando il foglio nelle mani della Regina Madre, diceva.

«V. M. tenga queste carte; me le darà nel momento in cui vorrà parlarmi di quell’affare.»

Il dispaccio consegnato dal Re a Maria Teresa era né più né meno che il rapporto del nostro Colonnello di Gendarmeria, il quale, dietro missione avutane direttamente dal Re, assicurava di essersi eseguito lo arresto del noto Commissario di Polizia sig. Merenda, che indi a non molto fu deportato in una delle isole di Sicilia, e propriamente, se non andiamo errati, nella Favignana.

Il Commissario che, come ci troviamo di aver detto, nel 1848 mischiato fra i patrioti seppe nel 15 maggio ingannarli fin sulle barricate, che furono costruite precipuamente a suo consiglio, onde tradurre in alto quell’esecrato macello con lo incoraggiare i traditi ad ingaggiar battaglia con i traditori.

Il Commissario ch’ebbe poi autorità di Prefetto di Polizia di Napoli, e che all'aura delle grazie di Re Ferdinando 2 vide prosperare le cose sue e dei suoi.

Che divenne onnipotente fino ad avversare Morbillo ed a menomare una influenza che, per quanto decrepitamente trista, era di certo meno pregiudizievole, e rimontante ad una origine meno scandalosa ed infame della sua.

Or bene, egli avea la direzione e la iniziativa di una cospirazione contro quel Re, cui poscia correva subito a riunirsi in Roma, da qual città infine, per sconfinato amor di patria, non tralasciava di compianger l’Italia, e di esibirle il suo ingegno ed il suo braccio.

Certo che per eseguir passaggi cotanto rapidi ei vi è duopo di una versatilità di prima forza, e di un animo sul quale le impressioni non debbono essere inchiodate in permanenza.

Ed è per tal leggerezza che egli stimandosi al coverto di ogni attacco, e perciò colto nella rete per indizii e sospetti di un tirannno in fiore, non ebbe la presenza di spirito di salvarsi. Egli, all’intima dello arresto, si avvili, si perde, e con sé stesso perdè le carte che indiziavano i suoi complici, i suoi disegni, ed i mezzi di menarli a compimento.

La quistione essendo assolutamente morale, era giusto che dalla Camarilla di Maria Teresa, ch’era quella stessa di Ferdinando 2, fosse stata trattata prima teologicamente; i tempi fuor d'ogni dubbio si addimostravano grossissimi; lo Stato vi era evidentemente compromesso, e la Chiesa lo sarebbe stato anche maggiormente, come chi mancando di una ragion per essere assoluta ed indipendente, è obbligato a correre l’eventualità del principio cui si disposa. Trovar quindi i mezzi di salvaguardar lo Stato, equivaleva a serbar integro ed incolume il principio teocratico, quello stesso che sanciva la formola Per me Reges regnant.

Egli parlava in nome di un potere supremo che non deffiniva, e ad esso accordava la pienezza dei poteri del disobbligo.

La Polizia e l’Episcopato erano esclusivamente incaricati di reclutar proseliti in tutti gli ordini sociali dello Stato, meno che fra’ militari.

La Camarilla avea riserbato a se il trattare téte a téte coi principali e più influenti rappresentanti dei figli della Guerra.

L’interesse è la misura delle azioni, assioma legale per di cui corollario il potere supremo era rappresentato infallantemente dalla Regina Madre.

Lo scopo che si prefìggevano i congiurati era quello di sostituire il principe Luigi al Re Francesco.

Nei documenti sorpresi non appariva alcun nome dello esercito. Certo si è però che si dovea essere sicuri dello efficace concorso di questo.

E ciò era tanto più facile ad arguirsi, essendo risaputo che la Camarilla vantava nel suo seno più di un nome illustre nell’armata. Il resto camminava coi suoi piedi.

Esaminiamo adesso senza spirito di parte o prevenzione se un cosiffatto progetto fosse logico tanto nel merito che nell’attuabilità.

Senza dubbio si apporrebbe a' male chi volesse attribuire alla natura la colpa di una totale, od anche di una massima deficienza in Francesco di risorse spirituali.

I fatti provano il contrario, ed a noi, come ci troviamo di aver premesso, toccherà fermarci su qualcuno che varrebbe ad inspirare un tutt’altro concetto. Egli è inoltre pur certo che dal punto di vista, in cui si è oggi collocato non vi è appaiamento che tornar gli possa favorevole. Accerchialo da individui che sperano nelle sue speranze, e che perciò gli si rendono consiglieri di mal fare, predominato dalla idea di una suprema sventura che lo incita ad affidarsi al fulcro di ogni benché più fallace lusinga, zimbello di chi concorreva potentemente alla sua rovina, ed ospite infine non sapremmo dir quanto ben accetto di un altro Principe ridotto a vivere di collette, e la cui potenza temporale vien Combattuta a tutta oltranza dalla ragione e dalla civiltà, ha per sé in questo momento tutti i svantaggi di una posizione, da cui gli tornerebbe ben arduo e malagevole il venir riabilitato, od al manco giudicato con indulgenza. Debito quindi di giustizia estimiamo quello di sgravar la natura dallo addebbito di essergli stata avara dei suoi mezzi, i quali impoverirono invece pel fatto dei terzi, e (obbligarono ad esser succumbente di fronte allo irrompere di un torrente che il genio avrebbe dominalo, ma che tornava impossibile lo scongiurare con gli argini di un pesante asceticismo, e coi falso prestigio del dritto Divino.

Senza quindi il tristo appannaggio degli odii che avea redati dal padre, e se meno illogica, e più spigliata ne fosse stata la educazione, ei vi sarebbe stato a sperar meglio da lui, che alla fin fine, come abbiamo osservato, non mancava de lucidi intervalli, nei quali sapevasi rendere sentenzioso ed alcuna volta piacevolmente piccante.

Alla moglie di un imputato politico, che implorava grazia pel marito carcerato in Foggia, egli, lungo la consolare che da Caserta mena a S. Maria, dietro aver fermato la carrozza e fattole buon viso, diceva; «voi mi fate veramente interesse; è un peccato che il Sovrano spesse volte non possa fare quel che vorrebbe.»

«Ma chi è, riprese la donna, che stia al di sopra di V. M.?»

«Prima Iddio, e poi la ragion di Stato».

«Ma Sire, io sto con cinque figli in mezzo ad una strada.»

«Bisogna rassegnarsi; l'albero pecca ed il ramo piange.

«Provvederò adesso per voi e pei vostri figli; in prosieguo si vedrà che possa farsi per vostro marito».

Riunitosi in Caserta un Consiglio straordinario di Stato, il Re ebbe a presiedervi assistito dal vecchio Principe di Satriano; e poiché ogni Ministro per la propria dipendenza assicuravalo delle favorevoli disposizioni in cui era il Reame, e sulla eccellenza dello spirito pubblico, egli ebbe ad esclamare.

«Eppure, fra tanti che mi parlano di tranquillità, non so perché io solo senta di non poter essere tranquillo!!»

Ed indi a poco essendo sorto un incidente che apriva tra’ ministri campo a discettazione, il Re ne profittò per alzarsi e farsi innanzi ad un balcone; e poiché la pioggia che cadeva a rovescio avea formato sulle lastre un denso strato di umidità, Francesco coll’estremità dell’indice vi si fece ad incider su non, come alcuni dicono, delle croci che poscia prendeva diletto a baciare, ma in realtà la prospettiva di un Castello.

Esaurita la discussione i ministri soprassederono dal parlar d’altro in attenzione del Re, presso cui essendosi portato, vuolsi, Bracale il Satriano, credè arrogarsi il dritto di fargli presente la sconvenevolezza dell'alto, col dire «E mentre i ministri discutono V. M. si diverte a delinear Castelli?!»

«Eccellenza, riprese il Re, faceva né più né meno di ciò che ho lasciato facendo alle EE. LL., e castello per castello, trovo essere il mio di maggior consistenza e semplicità.»

In riguardo al secondo assunto, cioè alla probabilità logica della riuscita della congiura, siamo dell’avviso concorrere tutto per l’affermativa.

Ed invero non sapremmo vedere qual difficoltà momentosa avrebbe potuto arginarne l’attuazione, ogni qualvolta l’avesse voluto la Regina Madre, e con essa la Camerilia, in cui si concentravano tutt’i poteri dello Stato, per effetto non già del giusto e dell’onesto, che sono i punti di movenza di ogni potere solidamente e legalmente costituito, ma di quella rete inestricabile di rappresentanze secondarie e convenzionali, che fanno del governo un centro principale di associazione, la di cui parola d’ordine sottintesa sarebbe stata sostenetemi che io vi sostengo.

Il governo di Re Ferdinando, che sospettava della unione di due individui, e che fissava per legge bastarne tre per farla dichiarare complotto, ove avesse potuto provarsi la volontà a delinquere, od almeno dedursi la stessa per lontane illazioni, dopo il 1848 s’era costituito esso medesimo a forma di Comitato centrale, con cui corrispondevano tutte le associazioni Provinciali e Distrettuali, così per organo delle autorità civili che delle ecclesiastiche.

Siffatta istituzione se da un lato sottoponeva l’autorità regia alla necessità di subire una pressione, non che a scegliere gli uomini che a prezzo di cariche avessero agevolmente transatto col proprio onore e colla propria coscienza per divenire puntelli e strumenti ciechi di un tal potere, dall’altro si era assicurato il mezzo di combattere le sette con la setta, e di esercitare una polizia più attiva e più intelligente che mai fin tra le pareti domestiche, e sotto le volte istesse del tempio.

Il Re era la rappresentanza della Camerilia, che viceversa assumeva più volentieri ancora lo incarico di rappresentare il Re, d’onde l’abuso delle formole D’ordine superiore ecc. ecc.

Importa al Real Governo ecc. ecc.

É nello interesse del Real servizio ecc. ecc.

Di che facevano sciupo e Ministri, e Direttori, e Vescovi ed Intendenti; formole che non implicavano responsabilità, perché volute e sanzionate dal capo dello Stato.

Forte di questo potentissimo mezzo Maria Teresa poteva essere sicura del buon risultato del suo tristo progetto, che però andò a rompersi nello scoglio della tenacità con cui la vita si era appresa in Ferdinando, che per un sistema contrario a quello adottato dai suoi maggiori, volle morire di lentissima e stentata agonia, tanto che la cosa pervenne all’orecchio di Francesco, il quale temendo dei Ministri e dei Generali, andò chiedendo esecutori di ordini ch’emanavano direttamente da lui, nelle classi subordinate della milizia e della magistratura, e ciò spiegando una energia ed una cert’attitudine, che fecero in sulle prime sperar bene di lui, e che ben presto furono surrogate da un indescrivibile amore per le frivolezze, e da una incostanza di carattere che non avea punto medio fra il capriccio e l’alterigia, l’ipocrisia e la infingardaggine.


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DECIMO QUADRO

SOMMARIO — Il fervorino di Monsignore, e suoi risultati. — Un Consiglio di Stato in Gaeta. —Si discute sulle condizioni del Napolitano. — Il fidecommesso di Re Ferdinando 2° e l'arringa di Maria Teresa. — Il Re vuol combattere la rivoluzione—Rigori novelli contro i liberali.

«Pro peccata veniunt adversa» Questo fu il frontespizio del sermoncino che Monsignore Confessore regalava ai Reali ospiti in Gaeta, i quali nella sera del famoso giorno sopradescritto andarono a prendere la benedizione nella cappella della regia.

Monsignore era nel suo elemento; egli avea una disfatta a vendicare, quella cioè dello inopportuno intervento del mattino; più una digestione da mandare a prospero compimento, e quindi non è da meravigliare se si mostrò eloquentissimo.

Preso, direm così, per gli orecchi il capitolo dei peccati, cominciò dal segregarlo da quello delle debolezze, per le quali avea un rispetto tutt'altro ch’edificante.

Passò in rassegna quelli che si chiamano capitali, e si fermò sull'odio, e non contento di aver sentenziato che chiunque nutre odio pel suo simile non intrabit in regna coelorum, passò alle circostanze aggravanti, e lasciata la Teologia per la Storia, disse di Caino e di Abele, della Torre di Babele, e del come il Signore avea punita la superbia con la confusione delle lingue, ed infine che Iddio suol di tratto in tratto permettere che la discordia, figlia di Satanasso, sia scatenata dallo inferno sulla terra, per paralizzarceli annichilire le forze de’ potenti, i quali se non facevano atto di contrizione, potevano finire coll’essere mutati in bestie come Baldassarre.

Il fervorino, se non altro, avea il merito di essere allusivo, e calzantissimo; Francesco II ebbe timore, non già di essere cambiato in bestia, il che non gli sarebbe stato di grave discapito; ma era tenero del regno dei Cieli non meno che di quello della terra.

Il bigottismo era divenuto in lui una seconda natura.

L’affare di Caino e di Abele ritraeva cosi al vivo le sue disposizioni di animo verso il Principe fratello, ch’egli, quantunque si stimasse un Abele, tremò di scambiar la parte con quella di Caino.

Infine la Torre di Babele, la confusione delle lingue, e l’altro affare della discordia agirono con tanta efficacia sull’animo di lui da indurlo, come già lo si era predisposto, ad una pronta riconciliazione.

E poi, poi... vi era sempre la minaccia di diventar bestia, proprio come Baldassare, e ciò non gli garbava punto, stimando sempre più conveniente rimanere uomo e Re.

All'uscir dalla Cappella, offrì il braccio a Maria Sofia, che in onor del vero, essendo persuasa della indispensabilità di quella rappattumazione, divisava che si eseguisse subito, e ciò più per timore di una seconda predica, che per altro. Dessa usciva dal tempio con uno scrupolo e forse con un peccato!... della divina parola, ch’è il cibo dell’anima, non ne avea gustato né punto né poco. S’era lasciata sedurre dalle idee della giovinezza e del Trono. Avea pensato ad esser bella, e forse ancora ad esser buona, e s’era distratta — Se nella storia dei nostri destini vi è una vittima a compiangere, nessuno negherà che quella vittima è Maria Sofia!

La real coppia nel restituirsi agli appartamenti avea ceduto il posto di onore alla Regina madre, e seguita dai principi e principesse del sangue, fu cortese di sorrisi e d’inchini meglio che non l’era stato sul mattino. Vi fu pure Io scambio di qualche parola.

La conciliazione era fatta per metà, e finiva di essere ordinata la sera in cui la real famiglia si assembrò tutta ìq una delle vaste sale del Castello.

I ministri erano attesi per l’indomani, giorno designato pel Consiglio di Stato, e Maria Teresa che non avea cessato dal prendervi parte, voleva comparirvi come un bel giorno senza nubi.

Le materne propensioni si erano assopite innanzi all’ostacolo che vi. avea frapposto il tempo. Bisognava disperdere la memoria dei recenti fatti, e salvare a qualunque costo le apparenze.

La idea di un pericolo comune concorse anch’essa a cementare quello schema di alleanza di famiglia. Oramai non giovava più dissimularselo; l'orizzonte politico si era rabbuiato in modo in tutta la Penisola, da rendere impossibile Io scongiurar l’uragano.

Al riverbero degli eventi di Magenta e Solferino, l’Italia tutta commossa era in fermento. I primi sentimenti furono quelli d’invidia per chi avea avuto la sorte di sostenere in quel rincontro il decoro delle armi Italiane, schierate sopra una istessa linea di battaglia con quelle dei primi soldati del mondo.

All’invidia subentrò un fervidissimo desiderio di emularli; lo spirito di nazionalità si ridestava gigante, onnipotente.

Dei movimenti liberali si erano manifestati in diversi punti del regno.

Dessi non aveano scopo determinato, e decisamente colpevole. Si sperava in ciò che avrebbe fatto il Re; ecco tutto: e ben si avea ragione di sperarlo.

Bisognava esser cieco per non vedere il precipizio. E i Principi Italiani vollero esserlo!...

S’inabissarono!!

Per essi le vittorie italiane erano un facsimile del chiodo di Sisara.

Intanto il piccolo Piemonte ingrandiva alla giornata a furia di spontanee dedizioni e di annessioni.

Il Conte di Villamarina, ambasciatore a Napoli di S. M. Sarda, odiato cordialmente in Corte, facea a colpo d’occhio dei progressi nelle simpatie dei Napoletani.

Egli, che non poteva ignorare quanto avveniva nella Regia, cercò di far breccia sull’animo del Re, invitandolo cosi a delle riforme, come a mettersi in livello dei tempi e delle aspirazioni dei popoli. Fiato ed opera perduta!!!

La proposta era contraria ai piani lasciati in fidecommesso da R Ferdinando, che con le nozze di Francesco avea rinnovati i vecchi, ed assunti nuovi impegni coll’Austria.

Egli avea detto al figlio. «Sta forte sulla tua; non cedere a qualunque istigazione o pressione che sia. È meglio essere Colonnello di un reggimento in Austria, che re costituzionale a Napoli». E Francesco si tenne forte ai consigli paterni. Egli volle essere Re nella estensione del termine.

Le circolari di Polizia in quell’epoca si succedevano le une alle altre senza posa.

Fu ridestata la Circolare di Mazza in riguardo alle basette, alle barbe, ed ai cappelli di Strana foggia. «Investigate e riferite» avea gridato il Ministero che precedette quello di Ajossa.

«Arrestate, spaventate, e rapportate» avea soggiunto quest’ultimo.

La indignazione era al colmo.

Il Conte di Villamarina, or respinto, ed ora inteso a malincuore, era stato costretto più volte a congedarsi bruscamente.

In tale stato di cose e disposizioni di animo tutt’altro che consolanti, Maria Teresa che fidava, e che forse fida tuttavia sulla immortalità dell’Aquila bicipite, portò con somma avvedutezza il discorso sul tappeto.

Stigmatizzò i liberali pei quali il solo rimedio onde tenerli a freno, diceva essere stato trovato dalla sua augusta congiunta Maria Carolina, di felicissima, secondo lei, e secondo noi d’infelicissima memoria, il di cui fare esplicitamente deciso e contrario ai mezzi termini, era valso (sempre secondo Maria Teresa) a salvare il Trono e l’altare non solo, ma ad attutire per lungo tratto lo spirito delle sette.

Volse un rapido sguardo sulla carta Europea, e ne dedusse con una incrollabile aggiustatezza di giudizio, che i Tedeschi essendosi sacrificati nella proprietà per la pace d’Italia, coi patti di Villafranca era stata suggellata la sicurezza del rimanente della penisola, a cui non avrebbe recato danno il contagio emanante da Sardegna, e ciò dovea dirsi a preferenza di Napoli, a di cui guarentigia il Re avea un esercito fiorente, ed i cui quadri si ampliavano con nuove formazioni, ed anche meglio dell’esercito istesso una Polizia vigilantissima, ed infine autorità proposte all’ordine pubblico di una fedeltà ad attaccamento più rispettabile ancora di quella del cane.

I principi Luigi ed Alfonso al fiume della materna eloquenza rendeano eco con monosillabi, con le movenze del capo, e fin col sorridere di tratto in tratto.

Maria Sofia era di contrario avviso. Essa propendeva perché venissero fatte delle concessioni opportune, che senza compromettere in nulla l’autorità sovrana, riuscissero efficaci a promuovere ed alimentare la speranza di meglio.

Cosiffatta idea combattuta energicamente non trovò sostenitori; si giunse per fino a tacciarla di romanticismo, né le fu risparmiato il ridicolo. Sofia annoiata ed indispettita, dopo aver fulminata con uno sguardo di dispregio la illustre assemblea, alzandosi con poco garbo si mise a prospettare la immensità dei cieli, e l’azzurro delle onde di traverso ai vetri delle finestre.

Francesco, arricchito di una speranza che avea bisogno di essere vivificata a centellini per non degenerare in disperazione, si sentiva in quel momento beatissimo di essere Re. Se fosse stato in suo potere, egli in quel momento non avrebbe esitato punto a concedere la corona istessa di San Luigi, di cui si dichiarava discendente, a chi lo confortava a mantenersi Re assoluto di Napoli e Sicilia.

Cosi delicatamente la quistione fu fatta declinare sulla faccenda della cospirazione, che fu definita ingegnoso ritrovato dei liberali per seminare la discordia nella Reale famiglia, quando propriamente vi era maggior bisogno di concordia e di buona intelligenza nello interesse comune.

E Francesco approvava.

Se ne dimostrò lo assurdo e la impossibilità.

E Francesco se ne dichiarò convinto. Si conchiuse essere espediente di non dare ad essa alcuna importanza, e di farne decadere la memoria a furia di noncuranza.

E Francesco fu dello istessissimo parere.

Finalmente ad ora protratta i Reali congiunti, contento ognuno di quanto si era detto e fatto in quella importantissima seduta accademico-familiare, si divisero nel miglior buono accordo che mai, risoluti di riunire le proprie forze dall’indomani in poi, onde far fronte al mostro che minacciava d’insorgere, e che chiamavasi Rivoluzione!


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DECIMOPRIMO QUADRO

SOMMARIO — Apologia della sventura — Epoche principali della vita del Re — Un poco di politica ed analisi dei suoi errori — Malumori pronunziati nel popolo — Il fantasma del pretendente Murat.

La sventura, sia figlia del caso, sia figlia della colpa, è sempre rispettabile.

Come caso mette essa in evidenza la ingiustizia degli uomini o degli eventi, e perciò bisogna rispettarla fino all’adorazione.

Come conseguenza della colpa fa d’uopo compatirla.

Dal momento in cui si è sventurati se non si cessa di essere colpevoli, si comincia però ad esser degni di compianto, dappoiché stato di espiazione è la salvaguardia di chi Io subisce.

Lo insulto ad uno sventurato è sempre una viltà. Lo si è poi doppiamente vili, se non si può essere redarguiti.

Ma, si domanda, questa regola, al pari delle altre, ha le sue eccezioni? Ecco la nostra risposta: destinata la storia ad essere la maestra, della vita, la luce della verità, lo si è contrario alla sua istituzione renderla obumbrata dal velo di una falsa pietà.

La verità anzi tutto, e verità senza riguardi, perché l’abusarne tornerebbe pregiudizievole allo interesse dei posteri!

Se fosse venuto al mondo tre o quattro secoli prima, quando cioè l’astrologia aveva il suo seggio ed i suoi rappresentanti nelle Corti, l’oroscopo di Francesco era bello e tirato.

Niente meglio che il fatalismo avrebbe potuto spiegare quanto vi è d’incomprensibile nella vita naturale e politica di questo Sovrano.

Nato, direm così, dalla morte della madre, il suo matrimonio e l'ascensione al trono erano contrassegnati da quella del padre.

La prima morte fu disgraziatissima e rimpianta come pubblica calamità.

La seconda fu orribilissima, e desiderata come causa efficiente di pubblico bene. Con la madre egli veniva a mancare della guida più certa e più sicura nello scabroso sentiero della vita.

Col padre egli perdeva, nel tempo in cui più ne avrebbe avuto uopo, il solo che a furia sia di oro, sia di mitraglia, sia di sottili ritrovati e di astuzie volpine, sarebbe valso a ritardare, se non a distoglierne la caduta.

Dalla prima avea redato un tesoro di benedizioni che nel momento solenne di esser fatto Re rinverdiva speciosamente nelle masse, le quali non avvezze allo esercizio della virtù nelle persone deL’la Beale famiglia, volevano deificata Maria Cristina di Savoia, che in poco più di un anno di regno si era dimostrata costantemente pia, giusta, ed aborrente dal sangue.

Per questi ed altri moltissimi pregi della eccelsa donna, che fu veramente martire della brutalità del consorte, le plebi corrive al soprannaturale la predicarono santa; e Roma cui certo non duole di una beatificazione, avea già posto mano ai ferri onde procedervi tantosto.

Viviamo della convinzione che il fabbricar Santi ad ogni piè sospinto, meglio che cosa logica ed assennata, sia un abuso di tempi non sufficientemente illuminati, ed una imposta di cui si è uso a gravar di tratto in tratto e la coscienza e la tasca di quei che credono ciecamente. Una volta però che sia reso inevitabile il mal vezzo di concretar l’apogeo della virtù nella fralezza umana, costatando prodigi e decretando tempii ed altari, troviam che se non razionale ed opportuno, certo un minor danno sia quello di crearci dei Santi in famiglia, anziché di andarne a busca nel Giappone!!!

Che che se ne dica, o se ne pensi, egli è però un fatto che in sostanza Francesco ritraesse tanto di amore dalle reminiscenze della madre, per quanto di odio da quelle paterne, improntate tutte da orme incancellabili di sangue, di spergiuri e di maledizioni!!! Avea quindi innanzi a sé due strade a seguire; dalla scelta avrebbero dipesi, ed i destini del Regno, ed il suo avvenire. Nè  la provvidenza gli avea fatto difetto del suo angelo custode.

Una congiura guardante a detronizzarlo era stata scoverta ed abortita.

I liberali sperando nel figlio più che nel padre, ed anche per riverbero alle memorie della madre, l'aveano denunziata non solo, ma stretti in file compattissime erano disposti a sostenerne i dritti contro i tranelli della Polizia, e le rapaci vedute della casa d’Austria.

Maria Sofia avea simpatizzato anziché no coi Napoletani.

Qual tempo, dunque, quale opportunità migliore per entrare nelle vie di eque e reclamate riforme, e di distrigarsi da un’aborrita alleanza che non valea a rinfrancarlo, specialmente quando la sua alleala era stata battuta sui campi Italiani con l'ajuto delle armi Francesi?!!

Il proclama di Milano parlava anche troppo chiaro, e l’Italia libera dalle Alpi all’Adriatico implicava la certa caduta di chi avesse osato opporsi alla prevalenza di quella formola.

Ed il Conte di Villamarina infine, non punto sconfortato dall’eterne ripulse della Corte di Napoli, teneva istantemente a replicargli negli orecchi; «Sarebbe ormai tempo di mutar strada!» Ma Francesco era, bisogna dirlo, predominato dalla sua cattiva stella, che senza esser obbligato a gir rintracciando nei cicli, avea costantemente ai fianchi. Era essa la madrigna che con l'osservanza di un Trappista, ad ogni quarto di ora andava ripetendogli:

«Sire, ricordatevi le parole di vostro padre; egli è meglio essere  un Colonnello al servizio dell’Austria, che Re Costituzionale a Napoli.»

Per tal modo Francesco non esitò a sottoscrivere la sentenza della propria rovina. Delle due strade scelse quella che conduceva ad un esilio neanche decorosamente sostenuto. Volle decadere dal Trono povero di gloria e di compianto non solo, ma per soprammercato sotto la taccia pure d’ingratitudine!

All’epoca di cui teniamo ragione le tendenze popolari e la concitazione degli animi facevano rapidi progressi verso uno sviluppo da tutti presentito, e rinnegato dalla sola Real Corte di Napoli, che fiduciata sopra i suoi 120mila Giannizzeri, in buona fede facea opera di credersi superiore agli avvenimenti.

Ciò non importava però ch’cssa non meditasse di continuo, e tra i suoi pensieri. ultimo non era quello del Pretendente Murat, che a buon senso era in quei tempi la più spaventevole delle fantasìme da cui potevano essere conturbati i suoi sogni, poiché nel caso possibile di una sede vacante, l’ombra di Luciano si delineava nel fondo oscuro dello avvenire, contornata dal prestigio del sangue di suo padre, e da quello più trascendentale ancora della gloria napoleonica.

E non è tutto; si riprincipiava a parlare di carta costituzionale; si diceva Filangieri incaricato di formarne lo schema, ma garentito questa volta dal patto federale, non essendovi caso che il popolo avesse voluto ritener per valida la salvaguardia del giuramento, merce assolutamente in discredito per la mala fede dei due Ferdinando.

Importante Murat agiva come se i Troni fossero per cadere dal ciclo al pari della gragnuola, e dandosi una importanza tutta affatto sentimentale, aspettava che i Napoletani, mentre potevan pure guardare a meglio, si fossero data la pena di fare una rivoluzione senza appoggio alcuno, almeno reale ed effettivo da sua parte, a solo scopo di averlo a Sovrano!

In quella epoca però in cui il sospette ed il dubbio ad ogni ombra soleva dar corpo, Murat non solo formava un pensiero pei Reali di Napoli, ma rappresentava possibilmente la incarnazione della idea Napoleonica nel federalismo Italiano.


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DECIMOSECONDO QUADRO

SOMMARIO — Processava compilata da Echaniz — Mancanza del nominativo che era sottinteso—Decisioni del Re in merito della stessa—Nuovi passi in falso e loro tristi conseguenze.

I primi albori del di seguente a quello in cui i Borboni di Napoli, in vista del comune interesse, si erano effettivamente riconciliati, almeno pel presente e senza pregiudizio del futuro, trovarono il giovine Re d’innanzi ad un tavolo sfogliando i complicati volumi del processo Savastano istruito dal Sig. Echaniz.

Questo magistrato che con dolore e non senza ripugnanza si era veduto onorato direttamente dal Principe di cosi difficile incarico, alla vigilia di esser Re, nel compilarlo aveva dovuto incontrarsi in moltiplici e non lievi difficoltà.

Il fatto colpevole evidentemente provveniva ab alto, come da un altro ab alto gli veniva ordine d’inquirere. Assolutamente quindi vi era conflitto se non di giurisdizione, di suscettibilità. E si che di questa ve n’era gran copia, stante che tutte le induzioni menavano a stabilire la reità della Regina vedova, ed a ritener per sue complici persone in allo locate, fra cui la maggior parte erano dell’entità di Corte, e le Ministeriali.

Il Re d’altronde aveagli dato a divedere ferma e decisa volontà di colpire, e di assodare le disuguaglianze, recidendo le teste dei papaveri più alti a norma della politica di Tarquinio.

La seconda e contraddittoria risoluzione gli era stata propinata dalla necessità di non muovere un vespaio pericoloso, che sarebbe stato impolitica ed inopportuna cosa stimolare, ed anche il solamente tenere in sospetto di Sovrana disgrazia, una volta che avea risoluto di far causa comune con casa d’Austria.

Il processante quindi, che di prudenza e di tattica non mancava, ad evadere le difficoltà della situazione si era attenuto strettamente a constatare i fatti, evitando pel possibile il rimontare alle cause motrici dei medesimi.

Ciò nullameno il processo offeriva materia più che sufficiente per condannare agli ergastoli, usando clemenza, meglio che un buon paio di dozzine di galantuomini, e di ben molte altre a pene minori.

I più miti sensi costituivano un fatto postumo, che il Signor Echaniz indovinò, senza averlo potuto antivedere.

Egli era stato dubbioso lunga pezza ed incerto; finalmente si era attenuto allo ingegnoso ritrovato di esaminare i versanti, lasciando in pace la scaturigine.

E qui non sapremmo dargli torto; il suo sì ch’era uno stato veramente eccezionale e delicatissimo!

La pruova specifica assodava luminosamente la esistenza di agenti subalterni di Polizia, e di altri funzionarii affiliati ad un vasto complotto avente per oggetto di proclamare per Re il Principe Luigi invece del Duca di Calabria, non appena avvenuta la morte di Ferdinando.

Constatava la corruzione per denaro e per promesse, più l’adesione dei funzionarii locali a cominciare dai Vescovi per le Diocesi, e dagl’Intendenti per le Provincie. Ma come non vi è Stato senza rappresentanza, non esercito senza chi lo comandi, non fumo senza fuoco, così non era logico che vi fosse una congiura senza chi la dirigesse, e ne regolasse lo andamento.

E cotesto Echaniz se ’l sapeva benissimo; il celebre detto di Buondelmonte cosa fatta capo ha, è oggi addivenuto un assioma legislativo: eppure s’infinse di non saperlo!....

Egli aveva tempestato il processo di punii sospensivi; e questi pure erano una qualche cosa.

Presentava un cadavere senza capo, visibile almeno; questo però per legittima illazione era riperibilissimo per chiunque si fosse data la pena di andarlo ricercando.

E quando anche ciò non fosse bastato, l’arresto del Signor Merenda. e le carte presso lui ritrovate erano più che sufficienti a completar di testa il cadavere!!

Dopo aver svolte e contemplate lungamente quelle pagine, il Re parve decidersi a qualche cosa.

Egli da solo a solo sorrideva ironicamente, e ne avea ben ragione.

Nello esordire sul trono gli si presentava la opportunità di valutare la saggezza di varie sentenze governative.

«Il saper dissimulare è la prima arte in cui dev’esser dotto un Sovrano.»

«In politica non vi è morale, poiché queste due forze si escludono e distruggonsi a vicenda».

Un Ufficiale della Riserva addetto alla sua segreteria particolare entrava in quel momento nel suo gabinetto.

Il Re, che lo avea fatto chiamare da che si era levato, gl’ingiungeva di far pervenire ad Echaniz ordine di presentarsi alla M. S. in Caserta nel dì seguente a quello in cui tali cose avvenivano.

Il giorno istesso il Re muoveva da Gaeta per Napoli, e quindi Caserta con la Regina ed il Principe Alfonso. La Regina madre, il Principe Luigi e resto della Real Famiglia lo avrebbero raggiunto ben presto.

Non bastava che il buono accordo fosse effettivo, bisognava pure che addivenisse dimostrativo; importava che tutti avessero la Convinzione della sua esistenza e consistenza.

Il risultato della conferenza tenuta all’indomani tra il Re ed il Procuratore Generale Echaniz va riassunto nelle seguenti disposizioni di una indole puramente transitoria, e che senza prender punto di mira gl’illustri colpevoli, si riferivano esclusivamente ai più cospicui fra il personale de’ bassi agenti della cospirazione.

Che Biagio Savastano sotto la più stretta sorveglianza di Polizia sarebbe subito scortato in Lecce con mandato di domicilio forzoso.

Che Giovanni Argese, quasi analfabeta, che ad un tempo era Ufficiale della Intendenza di Capitanata, Brigadiere della Dogana, e pensionario di Polizia, in quale ultima qualità era divenuto collaboratore del Savastano, sarebbe mandato in Campobasso sotto le stesse condizioni e misure da adottarsi pel Savastano.

Che i due Agenti i quali da Trani spedivansi in Montesantangelo ed altri paesi del Gargano con lettere facienti parte integrali del processo, dovessero proseguire ad essere sostenuti nel carcere di Foggia indeterminatamente.

In ultimo che il Re avrebbe ritenuto presso di se il processo per ogni buon fine, ed onde tenerne a suo tempo il debito conto, con prescrizione ad Echaniz di evitare di far parola con chicchessia di quanto ad esso poteva essere relativo, tornando utile e necessario che il dispiacevole affare non avesse, pel momento almeno, alcuna conseguenza.

«Castigabo inimicos meos cum inimicis meis»

Questa sentenza va attribuita direttamente alla divinità.

Or bene si quis suadente Diabolo volesse studiarsi di valutarne dal più al meno la efficacia nell’applicazione, è d’uopo che ci segua nelle seguenti riflessioni. Anche i meno favoriti dalla Provvidenza in quel cespite soggetto alla lassa di ricchezza mobile, che si chiama senno, vi troveranno la spiega di ciò, che ancor oggi per i profani alle cose da noi narrate, sembra inesplicabile.

Come cioè Francesco 2.° avesse abbandonata la Capitale del Regno senza colpo ferire, convinto meno dalla facondia del Ministro Liborio Romano, come vorrebbero dare ad intendere i cronisti dell’epoca, che scoraggiato dagli innumerevoli voltafacce e defezioni che succedevano giornalmente tra le fila dei funzionarii ecclesiastici, amministrativi e militari, anche di quelli creduli da lui più affezionati alla dinastia.

«Il perdonare è degli angioli; il dimenticare è delle bestie»

É S. Tommaso istesso che lo dice, se non andiamo errati.

E Francesco 2.° quantunque in grazia di S. Tommaso fosse deciso a non divenir bestia, mancava però della virtù necessaria per imitare gli angioli.

Egli voleva ammortizzare, ma non impegnarsi tampoco a perdonare.

Questa ultima parola in tutta la forza e purità del significato non esisteva per lo affatto nel vocabolario di. famiglia, specialmente allorché si fosse trattato di attentati contro la Corona.

Per i Borboni, almeno per quelli di Napoli, lo imitare Cesare, Augusto, e Tito sarebbe stato uno imperdonabile delitto di debolezza. La storia, di cui poco parea si prendessero diletto, avrebbe presentalo ad essi migliori modelli ad imitare nei periodi del secondo impero. Egli quindi non volea né perdonare, né dimenticare; dissimulava soltanto.

Quando avrebbe potuto, e forse voluto, con un supremo alto di giustizia e di rigore pur troppo giustificato dai tempi, mostrar fermezza e senno sufficiente a sbarazzarsi dalle pastoie di Casa d’Austria, egli videsi menalo pel naso ed obbligato quindi a sperar salute nella immensa rete amministrativa, che aveva costato dodici anni di studio e di applicazione a suo padre; egli stimò non potere romperla con essi e con i suoi capi, quando travolto nell’onde della corrente politica che da giorno in giorno ingrossava, avea con essi una sola càusa ed interessi comuni a difendere. Trascinato nel precipizio, come pur troppo lo è stato, egli vi avrebbe avuti a compagni i partigiani della vecchia livrea; e quella idea se non racconsolantissima era una qualche cosa laddove avesse dovuto perdere il tutto. Se fosse giunto a riequilibrarsi ed a mantenersi sul trono oh! allora vi sarebbe stato tempo di avanzo a far conti, ed a sbarazzarsi di chi avealo offeso, forse non volendolo e cedendo all’impeto di una forza superiore.

Questo come ognun vede, non era applicare alla lettera la sentenza di San Tommaso, anzi corrispondeva a travisarne lo spirito. Epperò pare che gli mancasse il talento che si accompagnava agl’istinti feroci del padre, e che valeva ad assicurargli la vendetta.

La simulazione o dissimulazione che si fosse non è punto un’arte facile come si vorrebbe credere; siamo anzi tentati a ritenerla per l'apogeo delle perfezioni dispotiche; e per essere un buono simulatore o dissimulatore che si voglia, occorre di essere il fiore di molte altre arti.

Il perdono avrebbe assicurato al suo odio quelle prede che gli sfuggirono, perché non si credettero a sufficienza tutelate dalla noncuranza con la quale il Re ostentava di aver preso a trattar lo affare. E queste difficili suscettibilità non presero neanche cuore dai rapporti di amicizia e di uno interesse unico che parevano ristabiliti nella Real Famiglia.

I più astuti si avvidero del lacciuolo, e divennero cospiratori in un altro senso; essi si vendettero alla Rivoluzione che dovea scrollare il trono dei Borboni di Napoli, e quale non esitò punto ad afforzarsi di questo nuovo ed insperato aiuto.

Il  Re, simulando ignoranza ed incredulità, aspettava il tempo opportuno per colpire, ed essi valendosi degli stessi intendimenti non aspettavano, che una eguale opportunità per defezionare o la Corte o le bandiere, il che riuscì loro pur troppo tra lo stupore e la meraviglia della intera Italia, ch’ebbe a sorprendersi di una così eccessiva arrendevolezza, mentre la imparzialità storica non vuol disconfessato che i Borboni, per quanto difficili a premiare la virtù, cui rare volte a loro malincuore erano costretti di sacrificare per salvare le apparenze, altrettanto sapevano pagar bene e garantir meglio il vizio, in chi non aveva difficoltà esercitarlo su vasta scala, e senza riserbo per loro conto.

E questo precipuo sbaglio di Francesco fu il fomite di quelle molte diserzioni ch’egli stesso ed i suoi pochi amici ritenevano per impossibili.

La seconda categoria degl’implicati nella congiura di Savastano, sia per mancar di quella sfuggita che ebbero i primi, sia perché composta dei più pervicaci, i quali posta in una bilancia la inettezza del Re, e dall’altra la plusvalenza della Regina madre e del ramo cadetto, e forse forse anche quella della intera Casa d’Austria, volle rimanere in attesa degli avvenimenti; e questi son quelli stessi che capitanarono la reazione dal 1860 a tutt'oggi, ma che non giovarono punto a Francesco né prima né dopo della Rivoluzione; e che oggi invece smascherali e battuti su tutta la linea, cercano a compenso delle patite disfatte l’apporre esclusivamente a colpa della sua incapacità la rovina della dinastia e lo scompaginamento totale della macchina governativa.

 


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DECIMOTERZO QUADRO

SOMMARIO—D. Maurizio tradotto in inganno crede rendere un servigio allo stato e vien relegato alla Favignana. — Arresto di Padre Gabriele da Trapani—Istoria di una Duchessa—Interrogatorio di Padre Gabriele—'Senno politico di un Luogotenente Generale del De. —Una Congiura che cambia d'indole. —I prodromi del 1848. — Riabilitazione, promozione, e destino di D. Maurizio.

Dopo essersi aggirala negl’intrigati sentieri della diplomazia, dopo aver pronunziata l’ultima parola di meritata abbiezione contro la Reggia, da cui distogliamo il piede, come da fango per non lordarci il calzare, dopo avere con animo libero ed a viso aperto, e censurato ed encomiato, secondo il merito, e fatti e persone appartenenti al passato, alfine la mente può spaziare se non più pura, soave e dolcissima, certo men tenebrosa e nauseante.

Per correr miglior acqua alza le vele

Ormai la navicella del mio ingegno

Che lascia dietro se mar sì crudele!

Disgrazia, però, gran disgrazia che da punto di movenza per la seconda epoca, direm cosi, della nostra istoria debba servirci una vecchia conoscenza, dalla quale avevamo promesso di far divorzio; ma tanto è; l’uomo propone e Dio dispone.

Edifichiamoci or dunque nella lettura delle prime pagine dell’Album di D. Maurizio; esse ci metteranno in luce il punto più interessante della sua vita pubblica non solo, ma ci serviranno pure di guida per giudicare di ben molte altre cose ancora.

Ad Elisabetta alias Betta Buonrespiro in

Girgenti

Messina 12 Giugno 18...

Carissima Betta

Se, e quanto io ti rispetti, tu il sai, e quindi nessun dubbio intorno alle conseguenze del nostro amore. Ho parlato con un degno servo di Dio per metter tutto in piena regola, ed egli mi ha promesso di riuscire, e riuscirà, ne son certo, ad appianare il tutto.

Io seguito a servire col titolo di Agente o Commesso, mentre nelle circostanze presto regolare servizio da Ispettore. Ciò non può però durar molto, ed io ti assicuro che appena ricevuta la nomina sarà tutto definitivamente regolato.

Non potendo di più ti mando due onze (sic) Dio sa come raggruzzolate! Questa Provincia è di una spaventevole buona condotta politica; non vi è proprio da far altro che speculare sulle locande, sui Caffè e Ti abbraccio e con te abbraccio Sandrina e Rosalia; non ti dimenticare di comprare ad esse la liquirizia—Addio.

Maurizio Tuo

Alla stessa

Messina 17 Giugno 18....

Betta mia Cara

Ho fatto un colpo, ma proprio di quelli majuscoli!.... Mi è riuscito di arrestare, cioè di fare arrestare, il che è tutt’uno, un complotto, ossia un Complottista, un malintenzionato di prima forza. È inutile il dirti l’aver io in questa occasione dato saggio di un ingegno e di una abilità unica. Se vi fosse giustizia sarebbe questo il caso di crearmi di botto Commissario.

Eccoti in breve di che si tratta. Un niente affatto reverendo Reverendissimo del 3.° Ordine di San Francesco, di quelli che girano per le Collette di Terra Santa, bazzicava da più giorni in una certa locanda, da cui si assentava la mattina per ritornarvi solamente alle prime ore della sera.

Devi sapere, cuor mio, che in Sicilia è necessario, anzi indispensabile, che la Polizia sia oculatissima in fatto di monaci, dappoiché non vi è stato giammai movimento rivoluzionario nel quale essi non avessero posto le mani. Or bene in una delle sere della scorsa settimana nel portarmi, come per solito, in detta locanda per la ispezione dei Registri, ebbi a vedere una lettera allo indirizzo del Reverendissimo che giaceva su di un tavolo. Per me è regola fissa, cuor mio, che il vero uomo di fiducia, voglio dire il perfetto funzionario di Polizia debba avere l’odorato pel mestiere, come lo ha il cane per la caccia; in ogni modo sia forza d’istinto, sia abitudine di mestiere, dopo essermi addimostrato più del solito cortese e compiacente con la esercente, nel congedarmi facendo atto di riprendermi il cappello per andarmene, ghermisco la lettera, e mi allontano.

Contento della mia preda per quella sera volli dar sosta alle altre ricerche, ed alle mie visite nelle locande, e ritiratomi quindi in casa mi parvero mille anni i pochi minuti ch'ebbi a spendere per accendere il lume, situarlo innanzi al mio tavolo, e quindi sedermi per leggere quella lettera e considerarla attentamente.

Retta! il cuore me lo diceva, quella lettera contiene in sé la pietra filosofale della nostra fortuna avvenire; essa costituisce il non plus ultra dello stile epistolare rivoluzionario; essa ha la forza di una macchina a vapore di 350 Cavalli; essa ha salvato, cioè salva il Re, lo Stato, e la Religione; essa (sempre se vi fosse giustizia) dovrebbe costituire la fortuna nostra e dei nostri figli; essa dovrebbe porgerci modo di toglierci dal peccato, e valermi per lo meno la nomina ad Ispettore di 2. Classe.

A domani il resto, dappoiché vengo in questo punto chiamato dal Commissario. Pel momento non posso mandarti, come vorrei alcuna sommetta, spero però fra breve di poterli trattare come una Regina; addio cuor mio; cento baci a te, a Sandrina, ed a Rosalia.

Maurizio Tuo

Alla stessa

Messina 20 Giugno 18...

Betta mia cara

Ricevo in questo momento la tua lettera, e mi consola il saperli in buono stato di salute insieme con le care bambine; mi dispiace io passai il disguido che ha portato ai tuoi interessi la partenza del distaccamento dei soldati ch'è stato costa per otto mesi. Non vi è da farci nulla anima mia!... bisogna rassegnarsi ad aver la pazienza di attendere ancora per un pò di tempo il mio futuro ingrandimento. A proposito di ciò, ed affinché possa tu rallegrartene, ecco che ti trascrivo sillaba per sillaba la lettera, cui saremo debitori della nostra fortuna.

«Carissimo e Reverendissimo Signore.

«Quando v invitavo a cospirare con me contro la più aborrita fra le tirannidi, non ebbi a dissimularvi lo scopo ed i pericoli della intrapresa. Oggi quindi ch’è prossima a suonare l’ora della riscossa, sento più che mai bisogno della vostra prudenza e dell’opera vostra. Ho letto con indicibile piacere il carteggio con Roma, che non vi respingo, onde non compromettervi in ogni possibile evento.

«A meglio compiere la impresa stimerei opportuno che vi trace sferiste al più presto in Napoli affine d'impedire che si raffreddi lo zelo dei nostri amici. Coraggio adunque e segretezza, carissimo e Reverendissimo padre, che solo fra pochi giorni vedremo coronati i nostri sforzi dal più felice successo. Con stima ed affetto vi bacia le mani e vi si raccomanda la vostra

Affezionatissima

Anna Maria Celestina S.»

Che ne dici, cuor mio; non la è questa una bella e buona congiura che io ho avuto la fortuna di sventare, ponendone le fila in mano del Governo?!

Piano però un poco; anche per far questo mi son bisognate le risorse di una intelligenza particolare. In Polizia, mia cara, più che in ogni altra amministrazione, è in massima voga quello che chiamasi brigantaggio del merito; per esempio: un Commesso o subalterno qualunque rende un servizio e ne da parte allo Ispettore, ecco che questo nel farne rapporto al Commissario se ne attribuisce una buona quarta parte, e così proseguendosi per la scala gerarchica, quando si è giunti all’ultimo gradino, a furia di dilapidazioni il povero commesso da editore proprietario si trova diventato appena un fattorino di stamperia.

Or bene per evitare tutto questo, ieri l'altro essendomi trasferito in Palermo mi sono fatto annunziare a S. a E. a il Luogotenente per Agente di Polizia il quale aveva a parlargli riservatamente, ed introdotto quindi prontamente alla sua presenza, gli ho consegnato il prezioso documento raccontandogli il tutto, e raccomandandomi alla sua nobile proiezione.

«Non dubitate Signor Signor... Maurizio, mi ha detto lo Eccellentissimo; S.  M. il Re (N.. S.) sa compensare giustamente il merito ed attaccamento alla Sua Sacra Real Persona, e voi adesso avete dato una brillante pruova sì dell’uno che dell’altro. Io per ora non posso che sorprendermi della umiltà del posto che coprite, dappoiché allo aspetto si vede prestissimo che siete una bella pianta di voglio dire una pianta che promette molto.

«Seguitate a farvi onore e non vi mancherà certo ed il nostro appoggio, e la considerazione del Principe.»

E poiché S. E. mi faceva regalare cinque once per le spese del viaggio, cosi, carissima Betta, te ne mando due per adesso, pregandoti a volermi bene ed a comperare qualche dolce a Sandrina ed a Rosalia, che con te abbraccio e bacio caramente.

Maurizio Tuo

Alla stessa

Favignana 26 Giugno 18

Sì, mia cara, dalla Favignana!! é proprio dalla Favignana che io ti scrivo;dalla Favignana in cui sono stato relegato per la sola colpa di aver voluto ben servire il Re!... Ora bisogna proprio dirlo, mia cara, che quel vecchio proverbio «chi serve in Corte in pagliaio muore» calza a pennello, e che non è a furia di ben servire che si giunge a far fortuna.

La storia della mia disgrazia é lunga come la scala di Giacobbe, ed è cosi imbrogliata che io stesso fino a questo momento non ne capisco un’acca; quel tanto che unicamente mi sappia si è solo ch'è stato preso un grosso qui pro quo, ma in questo caso, dico io, non dovrei essere il solo a subirne le conseguenze.

Non scoraggiarti intanto, mia cara, e fida come io pure fido nella giustizia e misericordia di Dio, perché sopra quella degli uomini vi è ben poco da contare. Addio dunque, cuor mio; pensa per te, non ti affliggere per causa mia, e raccomandandoti Sandrina e Rosalia mi segno abbracciandoti.

Maurizio tuo

Ora vedremo noi, o lettori, di distrigare quella matassa che ha dello incomprensibile pel povero D. Maurizio.

Sul far dell’alba del 21 Giugno 18.... un Ufficiale della R. Gendarmeria seguito da un Ispettore di Polizia, e da alcuni Gendarmi battevano all’uscio di quella tale locanda in cui avea preso alloggio il Reverendissimo del 3° Ordine del Serafico S. Francesco.

L’albergatrice toltasi dal letto di pessimo umore si affrettò ad aprire per saper quale delle sue pratiche venisse a disturbarla in un’ora cotanto indiscreta, ed ebbe a meravigliarsi nel veders’innanzi quella gente, destinata a tutelare la pubblica sicurezza, e che non seppe annunziarsi altrimenti che con la magica parola

«Polizia! «Favoriscano le SS. LL. e dicono che cosa desiderano?»

«Non vi spaventate, mia cara....»

«Tutt’altro, Signori; son del mestiere.…»

«Meglio cosi; comprendo che volete dire: a noi, dunque, favoriteci il Registro dei passeggieri....»

«Eccolo.... Signore»

L’Uffiziale e l’ispettore fattisi ad esaminarlo scrupolosamente, lo restituivano dicendo

«Sta bene così; è in piena regola: ora conduceteci nella stanza ove alberga il Reverendissimo Padre Gabriele da Trapani»

«Eccola qui, Signori, è quella sulla vostra manca...»

«Precedeteci....»

«Non vi è bisogno; egli si leva di buon ora; in questo momento sarà certo fuori del letto....»

Di fatti il Reverendissimo Padre Gabriele, un tocco di monaco ben tarchiato, che addimostrava trovarsi nella giusta età tra i 40 ed i 50, dalla fisonomia aperta e sveglia era già desto, e per la esiguità della parete aveva potuto udire pronunziare il suo nome; quindi senza porre tempo in mezzo si presentò sull’uscio dicendo con contegno calmo e dignitoso

«Sono a vostra disposizione, Signori....»

«Scusi il disturbo....»

«Niente affatto... è un loro dritto... favoriscano pure....»

«Padre, disse l'uffiziale dei Gendarmi per far pompa di spirito, pare che l'astinenza non debba essere la vostra virtù predominante, perché Dio vi benedica, state molta bene in carne...»

«È sullo articolo delle mie fisiche proporzioni, o sulle cause di queste che mi hanno a chiedere degli schiarimenti?...»

«Bravo, Padre! riprese l’Uffiziale, davvero spiritoso! sventuratamente però non è per questo che la incomodiamo; ad ogni modo, poiché V. S. Reverendissima dev’essere un ottimo compagnone, noi vi promettiamo trattarvi con tutta quella deferenza che sarà conciliabile col nostro dovere.

«Ve ne dispenso, io non chieggo di meglio che adempiate allo uffizio vostro nei modi di Legge; sentiamo di che si tratta?..»

«Padre, speriamo che sarà un equivoco; abbiamo però ordine di passare una rivista ai vostri effetti.... per ora...»

«Per ora??.... e poi....»

«E poi.... di scortarvi, con tutt’i rispetti però dovuti al carattere che rivestite, direttamente da S. E. il Luogotenente Generale in Palermo....»

«Ebbene, se si à da far tutto questo, meglio è che si faccia pretesto; sono a vostra disposizione....» .

Chiamati due testimoni, e passato senza alcun prò in rassegna quanto vi era in quel ristrettissimo domicilio, e dopo aver chiuso in un pacco sigillato le carte che fu constatato di appartenergli, il Reverendissimo Padre Gabriele da Trapani ebbe a correre le poste per Palermo in una carrozza chiusa accompagnato dai suoi visitatori, che in onor del vero gli si mostrarono cortesi e gentili al massimo grado.

Anna Maria Celestina S., che per atto di Notaro rogato nel 1835, quando cioè avea circa nove anni; veniva riconosciuta e legittimala per propria figlia dal vecchio Duca S., era una donna di carattere altiero e bizzarro, tanto che ben molte volle per eccessiva stravaganza dava a dubitare della perfetta sanità del suo cervello. Morto poco dopo l’atto di legittimazione il suo degno genitore, essa andava sotto la tutela di un unico fratello del Duca, cui, per la sua minor’età, era toccata ben poca parte della cospicua fortuna di famiglia; in fatti essa per nove decimi era stata usufruita dal Duca, il quale sul finir della vita riparò alla ingiustizia degli avi, lasciando gran parte dei suoi averi al fratello, e molti legali a diversi Monasteri ed Abbazie, acciò con preghiere continue cercassero di procurar pace alla immonda anima sua.

Cacciata dallo educandato a 14 anni, quando cioè non sapea dello amore più di quel tanto che per pietoso riverbero, ad onta della clausura, suole entrare di contrabbando nei chiostri, Anna Maria Celestina mostrò decisa vocazione di esser posta subito al fatto di quanto era necessario onde si mutasse in chiara luce quello che, fin qui era stato per lei un fuggevole bagliore. Ciò entro certi termini, sarebbe piaciuto allo zio tutore, ma poiché essa trovava nella fisonomia dei suoi cugini precisamente il contrario del suo ideale, nacquer dapprima dei dissensi, quindi delle quistioni, e per ultimo delle scaramucce.

La cosa andava acquistando gravi proporzioni e minacciava divenir seria; lo zio tutore metteva in campo degli espedienti cui, a suo dire, la Legge lo autorizzava, e la nipote dal canto suo si apparecchiava a far suo prò di tutte le risorse della forza materiale e dell’astuzia. E Dio sa dove sarebbe andata a finir la faccenda se non vi avesse spiegalo il suo intervento un altro cugino, un bel giovane di 25 anni, Uffiziale di uno dei Reggimenti di Linea dell'armata, non ha guari nominato a tal grado dal Re Ferdinando sul così dello terzo disponibile, privilegio questo ultimo di cui la Corona usava ed abusava a suo beneplacito; e ciò in considerazione meno dei requisiti personali, che dello illustre casato del giovane Uffiziale.

La lettera che partecipava questo atto della Sovrana clemenza era giunta solo da qualche giorno alla famiglia, cui per fare una dolce sorpresa aveva egli taciuto il congedo di mesi due che avea chiesto ed ottenuto, onde passarli tra le affettuose dimostrazioni di amore dei suoi congiunti.

Non ci fermeremo di troppo sui particolari di quel rivedersi dopo lunghi anni di assenza. Amilcare, ch’era questo il suo nome, con la franchezza e la disinvoltura ch’è propria dei militari «giurerei» disse fermandosi dirimpetto ad Anna Maria Celestina dopo aver fatto i suoi complimenti col padre e coi fratelli «e metto anzi pegno che voi siete la mia bella, la mia adorabile cugina; siete venuta in su proprio come una rosa primaticcia; non è per farvi la corte, cugina, ma voi—e badate bene che io vengo or ora da Napoli — voi, dico, avete qualche cosa di grazioso e di attraente, che non si trova così per fretta; permettetemi che vi stringa la mano....»

Il complimento avea incontrato favore; la cugina sedotta da quello elogio, e mentre pendeva indecisa tra la politica di raccoglimento e quella d'azione, nel dargli la mano non aveva pensato a nascondere la faccia, sulla quale l’audace e fortunato seguace di Marte con un movimento rapido e decisivamente strategico impresse senza complimenti una mezza dozzina di baci.

Anna Maria Celestina arrossì, ma non osò per altro dichiararsene offesa; alla fin fine era un cugino non solo, ma un cugino che si sapeva muovere, che aveva dello spirito, e che teneva per soprappiù dei bei baffi neri, una spada ed una spalletta, cause efficacemente determinanti, e che la determinarono a qualche cosa.

Amilcare in pressoché otto anni di servizio aveva avuta parte attiva in molti campi d’istruzione, in diverse passeggiate militari, ed in due simulacri di guerra, dell’ultimo dei quali comandato dal Re in persona per l’offensiva, mentre la difensiva era tenuta dall’onorevole Maresciallo di Campo De Sauget, si era stampata la relazione per cura del R. Ministero della Guerra, e ciò costituiva l’apice della gloria militare cui poteva aspirarsi a quei tempi dallo esercito cui apparteneva.

Di lui adunque, come di Achille poteva dirsi

«Al par nell'odio che in amor sublime».

Il perché saputo della guerra scoppiala in famiglia, e delle cause che l’aveano promossa, trovò essere al caso di poter rassicurare il padre, ripetendogli le tre memorabili parole veni, vidi, vici.

Di fatto, senza andar tanto per le lunghe al terzo giorno del suo arrivo, sulle prime ore del mattino fattosi annunziare ove si viveva isolata la cugina Duchessa, se le presentò col miglior garbo possibile dicendo «Perdonate, bella cugina, forse vi sembrerò importuno, ed incivile, ma è necessario che io vi parli.»

«Padrone, cugino favorite, adagiatevi pure, e ditemi in che posso riuscirvi utile.»

«Cugina principio col pregarvi a non volermi rubare le idee; io vengo a disturbarvi unicamente per questo, voglio dire per esservi utile in qualche cosa»

«Oh! grazie però non veggo»

«Cugina in vece vostra io ho veduto di molte cose, e prestissimo; voi qui soffrite orribilmente; siete contrariala.... dovete trovarvi infelice»

«Ebbene, se pur fosse cosi, che pensereste di fare?»

«Ve lo dico subito; dichiararmi sostenitore dei vostri dritti, difensore delle vostre legittime aspirazioni, propugnatore della voce stra libertà di scegliervi uno sposo di vostro gusto...»

«Parlate sul serio, cugino?....»

«Parlo, come suol dirsi, con la mano sul cuore. E però siatemi «gentile della vostra confidenza e della vostra stima...»

«Voi già la possedete....»

«Benissimo, e ve ne ringrazio; noi c’intendiamo a meraviglia.»

«Or bene degnatevi di mettermi a parte dei vostri segreti; amate voi qualcuno?»

«Sento il bisogno assoluto di farlo, ma non ne ho avuto peranche il tempo....»

«Voi mi riempite di stupore! io non avrei mai creduto che a nessuna donna potesse mancare il tempo per amare!...»

«Sì, cugino, ciò può avvenire, anzi ciò avviene nel solo, nell’unico caso in cui essa si trovi costretta ad odiare cordialmente... od almeno a dispregiare qualcuno....»

«Ebbene, cugina, ditemi i nomi di quei miserabili che si sono resi oggetto del vostro odio, o del vostro disprezzo, ed io vi giuro sul mio onore, e per l'onore del mio Reggimento»

«Piano, cugino, piano; moderatevi! voi siete troppo caldo; io non posso né debbo impegnarvi in una impresa disastrosa e malagevole. Quelli che io odio o dispregio vi appartengono, cioè appartengono ad entrambi»

«La cosa allora prende un aspetto diverso; vedremo però di accomodare ad ogni modo la faccenda; per ora vi prego di dirmi sinceramente di che si tratta.»

«Eccomi a farlo. Il vostro Signor padre e mio zio si è messo in testa di conciliare i suoi interessi col mio cuore...»

«Spiegatevi anche meglio; non comprendo»

«Egli vorrebbe, in una parola, che io divenissi la fidanzala di uno dei vostri fratelli, ed è appunto a questo che io non sono disposta per nulla...»

«Credo che non abbiate tutti torti: ma ditemi, in che può dispiacervi Camillo?»

«Che volete che vi dica?.... in tutto; principiando dal nome ch’è di una languidezza spaventevole, e che non si piega ad essere né ingrandito né diminuito...»

«Questa circostanza non l'aveva calcolata; però benché non la sia poi di gran rilievo, pure occorrerà menarvela buona; avanti e adunque: di Costantino che ne dite?... certo che in lui non può spaventarvi la languidezza né del nome, né della persona?....»

«Al contrario, cugino; egli ha le proporzioni di un giumento; per carità non me ne parlale, io non voglio avere assolutamente a che fare con tutto ciò che sa di chiesa, e vostro fratello ha già preso gli ordini minori, e vestito l’abito religioso....»

«Capisco cugina... ma però se egli se ne dispogliasse?...»

«Non vale, cugino, non vale;... il tanfo vi resterebbe sempre!.»

«Non voglio ostinarmi di più—; comprendo che avete ragione; ma allora per contentar mio padre, e non scontentar voi, giacché Nicolino è ancora troppo piccolo, non vi resterei che io»

«Voi, Cugino?!!»

«Precisamente io, che sono il contrario del languore, che posso odorar di polvere, ma non certo puzzar d’incenso; io il di cui nome potreste estendere od accorciare a vostro bel grado, e che in vece della sottana vesto l’uniforme del soldato»

«Cugino, io dico la verità, a voi non ci avea pensato; veggo però che, in linea di accomodamento, le difficoltà, se ve ne potessero essere, sparirebbero»

«Ma voi parlate esitando, cugina!...»

«Ecco qua... sarò schietta, e quindi non vi nasconderò che la caserma ha pure i suoi inconvenienti...»

«Ma... come?!»

«Infine, cugino, se i militari non mi piacciono, certo però non mi dispiacciono; voi in ispecialità se ancora non avete saputo innamorarmi, scusate la chiarezza cugino...»

«Niente affatto, seguitate....»

«Almeno non mi dispiacete, e quindi non trovo ragione per darvi un rifiuto, che manterrebbe, chi sa quanto, il mio stato nubile ormai divenuto insopportabile!!»

Gli sponsali tra Anna Maria Celestina S. ed il Signore Alfiere Amilcare S. aveano luogo dopo un anno circa, essendovi stato bisogno della dispensa Pontificia, e di un buon gruzzolo di denari per far sparire l’ostacolo della postuma consanguineità.

Noi non possiamo fermarci troppo nel racconto degl’incidenti di un fatto, che si è presentato esso stesso per incidente sulla nostra via; li compendiamo quindi il più che ci sarà possibile.

I due mesi del congedo spirarono ben presto, e fu forse fortuna, perché, se vi fosse stata un’altra sola settimana di tempo, mettiamo pegno che le trattative se ne sarebbero andate in fumo, dacché, pel suo carattere capriccioso e leggiero, la fidanzata si mostrasse ogni giorno meno soddisfatta del suo promesso. La lontananza quindi, se non altro, ebbe il merito di conservare uniti i loro cuori, non sapremmo dire con quanto benefizio per lo Alfiere.

Nei pochi anni che ebbe a durare il connubio fu campo feracissimo di mutui dissapori, di continue discordie, e di disturbi familiari, che il più delle volte finivano a danno dello infelice marito. La dote, quella dote che fu quasi sempre uno enigma pel disgraziato Uffiziale, era stata la sua condanna di morte.

Egli invano aveva tentato di farsi regolatore della domestica economia; invano si era studiato di cattivarsi la stima e l’amore della sua donna; e l’una e l’altro gli era sempre mancato.

La stima è difficile che nasca da un matrimonio che chiameremo di ripiego, intavolato in un’ora, e regolato sulla sola stregua dello interesse.

L’amore è tale un fior delicato che tosto si piega, ove non venga fecondato dalla reciproca stima di quelli che si assoggettano al suo impero.

Anna Maria Celestina inoltre, senza pure aver letta la vita e le avventure di Froissart, si compiaceva di considerare l’amore semplicemente come una curiosità; definizione questa pericolosissima in morale, ed origine d’innumerevoli contrarietà, e di continui dissapori. La seduzione ebbe ben presto a circondarla; l'arrendevolezza e la poca penetrazione del marito le valsero d’incitamento a progredire nel pericoloso cammino, e l’amor proprio anziché servirle di salvaguardia, le procurò frequenti illusioni seguite da terribili disinganni.

Dopo cinque anni di una vita d’inferno l’infelice marito non seppe resistere alla disgrazia ed alla vergogna, ch’egli da sé stesso si era comprata, e giovane ancora trovò gradita la morte che lo sollevava da una sì travagliata e penosa esistenza.

Anna Maria Celestina rimaneva così vedova e madre tutrice di un bel fanciullo, la di cui paternità era assolutamente contrastabile.

Se, e quanto la morte del figlio ebbe a dolere allo ex-cadetto, ora divenuto nonno, non è a dirsi; eccolo quindi subitamente per la via di Napoli.

Due volte si fece annunziare alla Duchessa, ma inutilmente, perché sembra ella avesse d’uopo di sfogare il proprio dolore lungi dalle domestiche pareli.

La terza volta non sarebbe stato forse più fortunato delle altre due; ma la presenza di un Usciere pare che persuadesse la vedovella a rimanere in casa, ed a ricevere l'antico tutore. Quindi egli fu introdotto presso di lei.

«Come, Signora Duchessa, un sequestro in casa di mio figlio, ed a danno del figlio di mio figlio?!!..»

«Io non so, Signor Zio Suocero, che passiate trovarvi di straordinario; ad ogni modo è utile che ci vediamo in tal frangente, se non fosse per altro per sistemare i nostri interessi, dappoiché son risoluta di voler fare da per me; abbiate quindi la compiacenza di cominciare dal pagare a questo galantuomo»

«Io pagherò, Signora; principierò, come voi dite, dal fare il piacer vostro; ma vi prevengo che ciò durerà pochissimo....

«È ciò che io desidero, assicuratevene; datemi la mia dote, e ciò che spettava a mio marito, che oggi è proprietà di nostro figlio»

«Di vostro figlio, avete detto o Signora?!! di vostro figlio?!!»

«Almeno....»

«Per carità tacetevi, Signora, tacetevi; è il meglio che vi possiate fare; io posso perdonarvi che mi abbiate ucciso, avvelenato e un figlio....»

«Signore.... voi mi fareste ridere, se non mi faceste rabbia; vostro figlio è morto perché di debole complessione... ma che volete dedurre da tutto ciò?!!...»

«Io non deduco niente, io; ritengo solo che voi avrete senno sufficiente, e che non vorrete pretendere....»

«Io non pretendo che una sola cosa, Signore; oggi io sono madre e tutrice, come un giorno voi eravate zio e tutore; datemi adunque quello che mi si compete.

«Ma questo è una indegnità, è un voler disperdere l’asse patrimoniale, sciupar tutto, disonorare la famiglia....»

«Tutt’altro, Signore, io credo questo un atto di pura e semplice giustizia, un tributar rispetto al dritto di proprietà.»

«Ebbene, Signora Duchessa, tutto ciò sarà da vedersi....»

«Tanto bene Signor Zio Suocero; i Tribunali decideranno....»

«I tribunali dite voi?!! ma io non sono un balordo, come mi credete. Al di là dei Tribunali vi è un potere anche più esteso e speli dito, e che paralizza gli effetti stessi della legge nello interesse della umanità; è ad esso che io conto di rivolgermi....»

«Fate il vostro meglio» rispose freddamente la Duchessa.

Essa credeva di star salda nel suo diritto, non sapendo quanto questo poteva riuscirle fatale!

«Duri la minore età del figlio finché vive la madre»

Ecco una sentenza che sanciva un atto dispotico se si voglia, ma che per la sua pratica attuazione tornò di sommo onore al 1.° Ferdinando, allorché si decise di apporla di proprio pugno al margine di una supplica che venivagli sporta da una povera madre, ridotta in durissime condizioni dal tristo uso che volle fare il figlio dell’esser egli pervenuto alla età maggiore.

E forte di questo esempio il Zio suocero seppe fare suo prò di tutte l’eccentricità e scappataggini della nuora, che gli tornò agevole constatare, e che mise in rilievo, sempre dopo le solite proteste del suo attaccamento al trono ed alla sacra persona del Re; dimostrò dipoi quanto da simile condotta avrebbe scapitato e la fortuna del pupillo e la estimazione della famiglia ch'era pure una delle primissime dell’isola; ed infine mercé la cooperazione di Monsignore il Cappellano Maggiore dello esercito, e quella non meno valida del Marchese Del Carretto, potè ottenere che fosse il Duchino erede messo sotto la sorveglianza e risponsabilità dell’Avo, ed obbligata la madre a viversi ritirata in un Convento dell’isola, ritenuta precariamente come interdetta, e ciò fino a che non si fosse stimato opportuno di renderla alla libertà ed allo esercizio dei suoi diritti.

Noi non ci perderemo nella disamina del bene o del male annesso a detta misura, e molto meno a discuterne la giustizia, o la opportunità, e desiderosi invece di trasferirci in un altro campo, passeremo di volo sui primi tre anni di reclusione della infelice Duchessa, la quale da quel carcere-convento in mille guise, e sempre con novelli piati assordava e Re e Ministri, e Vescovi ed Arcivescovi alfine di ricuperare la libertà, finché, disperando di meglio, ebbe a decidersi per consiglio del nostro buon Padre Gabriele a rivolgersi direttamente a Roma.

Dopo quel tanto che ha scritto la Signora Errichetta Caracciolo sulle miserie della vita claustrale, noi senza aggiungere verbo in proposito, ci limiteremo a far riflettere ai lettori quanto esse riuscir dovessero ancora più dure e mortificanti per la nostra Duchessa, la quale suo malgrado veniva costretta a star divisa da un mondo, alle cui gioie pareva ella non potesse rinunziare.

Quello stato di avvilimento e di abbandono, le iterate preci e le perenni lacrime commossero alla perfine il buon frate, il quale, sia per non saperne molto sul conto di lei, sia perché eccessivamente predisposto in favore della carne, s’incaricò della difficile opera di di far tenere in giusta estimazione i suoi reclami.

Soleva egli in ogni due anni, dopo riunite le oblazioni dei fedeli, portarsi prima in Roma, dove si aveva illustri aderenze, e quindi prendere imbarco da Civitavecchia per Terra Santa. Ora i buoni uffici di lui a favore della Duchessa fruttarono delle ingiunzioni al Nunzio Apostolico, onde si fosse adoperato a dimostrare rispettosamente al Re la improprietà dell'alto, il quale, ritenuto pure come una misura eccezionale, durava ormai da un tempo più che regolare per potersi credere adeguato ad una colpa forse più supposta che vera, e tale era effettivamente da ritenersi riflettendo allo interesse di chi aveva promossa la condanna, a protrarla allo infinito.

Il riassunto di queste pratiche della Corte Pontificia fu dal Rev. Padre Gabriele fatto pervenire per mezzo di una lettera riservata alla reclusa Signora Anna Maria Celestina, che nella effervescenza ed esaltazione del suo spirito vivacissimo ed indipendente, ebbe a rescrivergli quel fatalissimo foglio, che già fu posto sotto gli occhi del lettore, e che per l’ambiguità di certe frasi, e per la specialità dello stile fu causa di sospetto nella Polizia, e produsse poi una serie di avvenimenti, pei quali noi vedemmo il nostro D. Maurizio alla Favignana.

A Luogotenente Generale del Re pei Reali domini al di là del Faro trovavasi in quella epoca il Principe di P., famiglia per nobiltà fra le più cospicue del Napoletano; esso in fondo era un buon diavolo, ma che però titubante sempre ed irrequieto, a furia di voler far troppo, e di star sempre all’erta, come chi sia poco sicuro del fatto suo, aveva presa l’abitudine di render gravi le inezie, e di attenuare le cose gravi.

Talché innanzi che D. Maurizio non avesse pur discese le scale della Reggia egli seduto innanzi allo scrittoio, avea scritto al Re presso a poco nei seguenti termini.

«Sire»

«Non vi è accorgimento che basti, non zelo che possa dirsi soverchio nel tenere il governo di questi Reali Domini.

«Ho tra le mani le fila di una vasta cospirazione nella quale sarebbe impegnata tanto la vecchia demagogia dell’isola, quanto quella del continente.

«Quali sieno le mire dei congiurati, quale il loro numero, ed i mezzi di cui dispongono, le son cose tutte queste che non mi e r stato concesso ancora di conoscere con precisione, ma che do mani saprò minuziosamente, essendomi assicuralo di uno dei capi: più terribili ed influenti. il quale, secondo il solito, si è un certo Padre del 3.° Ordine di San Francesco, tanto da V. M. (D. G.) beneficato e protetto!....»

«Ad ogni modo mi pregio notificare all’alta saggezza e considerazione di V. M. aver con pressantissima circolare richiamata sul fatto l'attenzione degl'intendenti tutti di queste Provincie, e qualora non piacesse a V. M. disporre altrimenti, crederei utile non e solo che si raccomandasse costà la più severa vigilanza a codesti  Agenti, ma che si spedisse pure al più presto un nucleo di forze e militari in questo Capoluogo, per tenerlo pronto in ogni evenienza, ed una colonna mobile nelle vicine coste della Calabria, in cui è probabile che si ritrovino i ribelli, per snidarli dalle montagne che loro offrir potrebbero un ricovero.

«Mi creda con ogni possibile rispetto e devozione di V. M.

«Umiliss. Devoliss. Suddito

«Principe di P.

«Luogotenente Generale ccc. ecc.

Dato corso a questa lettera mercé l'ordinario postale il Principe si diede in realtà ad allarmare l’intiera Sicilia per un fatto che trovava le sue ragioni di essere unicamente nella vivacità del carattere di Anna Maria Celestina, nella poco prudente pietà di Padre Gabriele, e nello smodato zelo poliziesco di D. Maurizio!

Ad 8 ore circa della sera la carrozza che conduceva scortato il padre Gabriele da Trapani giungeva al Palazzo Reale di Palermo. L’Uffiziale di Gendarmeria solamente ne discese per prendere gli ordini del Luogotenente Generale intorno al destino da darsi al prigioniero. Questi durante il viaggio aveva almanaccato invano fra sé stesso intorno alle possibili cause della sua cattura, in merito della quale cosi il cennato Uffiziale che rispettare, che in realtà gli erano stati cortesi di ogni possibile deferenza, dichiaravano positivamente di non saperne cosa alcuna;, egli nell’animo suo presentiva esserne causa possibile il Duca, ma era però ben lontano dal poter indovinare a quale complicazione di fatti aveva dato luogo l'atta improvvido della sua carità. Forte quindi della nettezza della sua coscienza, egli si rassegnò a tollerare con animo tranquillo una sventura, che se non la prepotenza, certo lo equivoco gli avea cagionato.

È però di’ egli invece di tremare come un colpevole che sente di doversi recare innanzi al suo giudice, apprese anzi con letizia che il Luogotenente Generale accondiscendeva ben volentieri ad udirlo in quella sera istessa.

Salito nell’appartamento di lui, fu fatto entrar solo nella stanza in cui lo attendeva il Principe, il quale da buon cattolico com’era, dopo avergli rivolto uno sguardo, si sentì compreso di rispetto e di riverenza d'innanzi al portamento dignitoso e severo del buon frate.

«Siete Sacerdote?»

«Indegnamente, Eccellenza»

«Dunque accomodatevi, Reverendo; così avremo agio a discorrerla meglio»

«La obbedisco»

«Sentile, Padre, io spero di trovar sincerità in voi come voi troverete condiscendenza in me, specialmente per il rispetto che ho sempre. portato ai Ministri dello Altare».

«Ciò rende onore alla Religione ed alla Coscienza di V. E.

«Però.... ciò non mi esime dal fare il mio dovere, e dal giurali mento di fedeltà prestato al Re (N. S.); voi altri rivoluzionarii...»

«Io Eccellenza?

«Voi.... R. d» Padre, voi proprio.... poiché ne ho le pruove...»

«Ma»

«Non ci è ma che tenga; sentite il mio consiglio, e sarà questo il miglior modo per torvi d’impiccio col minor vostro danno posti sibilo. Dacché il fanatismo ha trovato modo d’ingentilir la colpa dei ribelli sotto il prestigio di una sognata libertà, per tacer di altro, è una vergogna, è proprio uno scandalo veder i Preti, e per dippiù i Monaci, Ministri del Santuario, far causa comune, con quelli stessi malcontenti che domani li distruggerebbero e renderebbero miserabili, perché libertà, e questa è cosa vecchia, significa licenza, anarchia, ateismo.... e peggio ancora....»

«Ma... se V. E....»

«Non m’interrompete, e fate attenzione ai miei consigli; scacciate dal vostro animo queste ubbie rivoluzionarie; parlate chiaro, e sopratutto sincero, ed io, dentro il limite sempre di ciò che ci mi sarà possibile, prometto d’interpormi per voi, cominciando dal raccomandarvi alla clemenza del Re. A noi adesso....»

«Ma se V. E. permette che io parli?...»

«È inutile.... anzi è dannoso; è un perder tempo senza prò; le  solite utopie degli spiriti esaltati che vorrebbero trovar l’ordine col disordine, l'umanità e la giustizia con la Rivoluzione. Di queste fandonie ormai ne sono annoiato fino alla nausea; pensate invece alla santità del vostro carattere, e dalla mala riuscita del fatto imparate ad apprezzare la futilità dei vostri conati. Grazie al cielo il Re (N. S.) è circondato da iniziali fedeli ed intelligenti, l’opera dei quali vi ha ridotto, Padre, al tristo passo in cui siete. Dunque sta ora a voi, se il bramate, uscirne alla meglio; anzi tutto dove risiede il Comitato Centrale?... Chi n’è il capo?... qual è lo scopo che vi siete prefisso col ribellarvi contro lo stato a nella persona del suo Capo Supremo?...»

«Eccellenza.....»

«Vi avverto però di rispondere ad una dimanda per volta, ed a  tempo; a voi Segretario, scrivete....»

Il R.do Padre Gabriele stava sul punto di uscir dai gangheri vedendo prolungarsi lo equivoco per opera unicamente della magniloquenza Luogotenenziale; egli quindi fece forza a sé stesso per moderarsi, e con calma riprese

«Posso assicurare V. E.: sul mio carattere di Ministro di Dio che in questo malaugurato affare predomina assolutamente l’equivoco; ella mi parla in un gergo che mi riesce affatto nuovo ed incomprensibile....»

«Ah! ah! seguitate a fare la parte del semplice, dello innocentino?! bravo cosi... ci ho veramente gusto.... gusto davvero!.. sbrighiamoci quindi che sarà meglio. Segretario fate l’ordine per le Carceri, ed avvertite che sia messo a disposizione della Polizia. Adesso è il caso di lavarmene le mani: e mi era prefisso di usarvi dei riguardi perché sacerdote; ora però declino ogn’impegno. Vi assicuro, mio Reverendissimo. che la Polizia saprà trovare bene il modo di farvi parlare. Ecco qua, Sig. cospiratore innocente, ecco qua lo scoglio contro cui andranno a frangersi le vostre negative; leggete un pò questo scritto, e poi favorite dirmi se conoscete il carattere e se siete, ovver no, colpevole?»

Padre Gabriele scolorò sulle prime, ma poscia fattosi animo, ricomponendosi disse secco secco:

«Ora, Eccellenza, che ho capito di che si tratta, dichiaro di conoscere così il carattere, che la persona che mi dirigeva quel foglio, e di accollare la solidarietà dei fatti, e la loro risponsabilità diretta»

«Benedetto Iddio! sciamò soddisfatto il Luogotenente Generale, tirando su un sospirone da far paura; adesso sì che vi addimostrate ragionevole! Segretario sospendete l’ordine, e riprendete l’interrogatorio. A noi dunque; dove risiede il Comitato Centrale o dirigente che si voglia?...»

«Non esiste»

«Ah non si è costituito ancora?! tanto meglio; cosi comparirà evidentissimo che le Autorità dell'isola non hanno dato al male il canso di mettere profonde radici. Or, avanti sempre, diteci adesso il numero preciso dei cospiratori?....»

«Eccellenza.... due....»

«È impossibile, Padre, assolutamente impossibile, questo significa volerne dare a bere delle troppo grosse; voler impiccolire e menomare con scapito della pubblica sicurezza l’interesse della cospirazione. Vi assicuro però che non riuscirete.... Questa si che sarebbe classica! trovarmi di aver chiesto al Re un nucleo imponente di forze a garanzia dell’isola, ed una colonna mobile per le Calabrie per un monaco.... e l’altro, padre, chi salirebbe?»

«Eccellenza l’altro... cioè l’altra, è una donna, libera se si voglia, ma che però sta da tre anni rinchiusa in un Convento...»

«Ma qui, per Dio! ci è da diventar pazzi; io, .... glielo replico, io non intendo sorbirne delle cosi marchiane, e credere a tali bugie.»

«Ed io, invece, posso provare a V. E. che questa è la pura verità....»

«Verità, dite voi verità! ebbene sia pure; vediamo adesso lo scopo, le armi, il piano insomma in qual modo intendevate rovesciare il trono, ed a benefizio di chi, voglio dire se a benefìzio della Repubblica, ovvero di Murat, il che torna più probabile».

«Nè dell’una né dell’altro; ripeto anche una volta che in questa  faccenda regna lo equivoco, ed un equivoco che trova origine nella leggerezza di una donna, e più, forse ancora, nello zelo smisurato di qualche subalterno....»

«Lo zelo pel servizio del Re (N. S.) non è mai troppo, Signore, e risulta sempre mai lodevole — Io già non me ne persuado, ma i se pur fosse la cosa come vorreste darla ad intendere, vi sarebbe tale un fondo d’immoralità, R. mo Padre, da legittimare ogni misura presa a vostro riguardo—Quando si tratta di capir le cose, io divengo un aquila, quindi aut, aut; voglio dire o cospirazione contro lo Stato, od altra non meno deplorevole contro la morale—Ecco che cosa si guadagna dai Governi a tener disoccupato e ben pasciuto il ventesimo circa della popolazione! Orsù via sentiamo la storia che vi piacerà fare di quest’avventura....»

«Eccellenza, se ciò mi fosse stato possibile di fare; se V. E. «mi avesse dato il canso di farlo, è da supporsi che a questa ora io me ne sarei andato pei fatti miei, e V. E. avrebbe acquistata la certezza di non trattarsi di altro, che di cosa affatto innocua, non solo, ma religiosa e cristianissima.»

Il Luogotenente meravigliato si mise a guardar fisso in volto del frate, il quale fatta una breve pausa, e come non badandovi pacatamente riprese.

«Se ho definito smodato lo zelo del subalterno che ha avuto il torto d’impegnare la E. V. in un passo falso, od almeno precipiti lato, credo avercene avute le mie buone ragioni, dappoiché prescindendo che non è cosa onesta lo intercettare od involare in un modo qualunque una lettera diretta ad un povero frate che da venti anni pratica in questa Provincia godendovi di buona riputazione, era pure evidente e pel carattere e per la firma ch'essa provveniva da una donna, e quindi in ogni modo quella cospirazione che riconosceva per suoi capi un frate ed una donna, valeva pur la pena di essere alcun poco studiata, prima di darsene parte al Governo....».

«Molto Reverendo v’interrompo, ma è però necessario, acciò e sappiate che un miserabile monaco di S. Francesco non deve permettersi di sindacare l’operato di un Principe Luogotenente  Generale di S. M. (D. G.). Adesso proseguite pure....»

«Il fatto Eccellenza è semplicissimo...» E qui il Reverendo richiamati alla mente dello Eccellentissimo i fatti già troppo notorii della nobile Duchessa Anna Maria Celestina, nello sviluppo dei quali esso Principe avea pure tenute le mani in pasta, fini con lo spiegare qual’era il giogo che si voleva scuotere, chi il tiranno che si voleva detronizzare, quale il carteggio di Roma, di cui era al caso di presentare gli originali col timbro delle Regie Poste, e quali gli amici di Napoli, che si compendiavano nel Nunzio Apostolico ed in qualche membro della Legazione e della Curia Arcivescovile, ed in ultimo le ragioni che aveano potuto consigliar la prudenza e la riservatezza, quindi, conchiuse il frate: «ecco una cospirazione che non si rivolge né contro il trono né contro la morale, ma che tende invece a soccorrere l'altrui sventura.»

«La sbaglia alla lunga Reverendissimo; la idea della congiura a mio avviso permane non solo, ma arriverei benanco a scorgervi il non plus ultra della perfidia, cioè la idea di rendere ridicola l'autorità di fronte al Sovrano, ed al paese, ed inoltre una certa complicazione internazionale, perché vostra Signoria Reverendissima per non volersi limitare al suo Breviario ed alle sue Collette ha cercato di andar rimestando alcuna roba manipolata dal  Capo supremo dello Stato, udite le autorità competenti non solo, ma ha pure invocato per l’oggetto l’intervento di una potenza  straniera....»

«Eccellenza il Pontefice non è potenza straniera per nessun Regno Cristiano, e massime in materia religiosa....»

«Segretario per carità, sciamò il Principe impazientito ed indignato, mandate pel Prefetto di Polizia; io principio a smarrir la bussola, ed il Reverendissimo, se non si trova modo di comporre questa faccenda, avrà la soddisfazione di vedermi morire di  aneurisma».

Per buona fortuna il Prefetto era lì che attendeva da oltre un’ora nell’anticamera; egli senza aver la clemenza di perdonare al Principe di essersi voluto emancipare dalla Polizia, passò ad esaminar la quistione nel suo vero aspetto, dimostrando la necessità d’impedire che tal faccenda, la quale faceva ben poco onore alla penetrazione dell’autorità, acquistasse proporzioni tali da divenire materia di ridicolo per parte dei malevoli; dichiarò quindi di far noto col telegrafo sul momento a Napoli lo sbaglio occorso, e di trovar poi degli espedienti onde colorire alla meglio la faccenda; espresse il suo avviso favorevole per la libertà immediata del Reverendo Padre Gabriele, a condizione però che si obbligasse di uscire fra tre giorni dall’isola per un destino qualunque, senza menar scalpore per ciò che gli era avvenuto, e che in buona parte era dovuto alla sua imprudenza, ed in ultimo, poiché qualcuno dovea soffrire il danno dello immaginario delitto, il degnissimo Prefetto proponeva di punire esemplarmente il Signor Maurizio, il quale era pur colpevole di egoismo professionale, perché se si fosse valso delle vie gerarchiche, non si sarebbe prodotto un cosi deplorabile equivoco.

Quelle conclusioni vennero accettate e mantenute alla lettera; il R.do Padre Gabriele anticipò in quell’anno il suo viaggio per Civitavecchia con grave discapito degl’interessi della Duchessa, che dové rassegnarsi a rimaner reclusa del chiostro per molti altri anni ancora, cioè fino al 1848 in cui le fu concesso di ricuperare la libertà, ed una piccola parte del suo patrimonio; libertà e patrimonio di cui poco potè godere, dappoiché un fiero mal di petto la tolse a questa vita quando appunto poteva ritornare a gustarne le dolcezze. D. Maurizio fu deportato come già sappiamo alla Favignana, ed il suo nome valse all’indomane di esordio ad un lungo rapporto con cui il Luogotenente Generale si faceva ad esporre all’alto senno e considerazione della M. S. (D. G.) come fosse stato tratto in inganno dalle false asserzioni di un basso agente di Polizia.

Però il merito si è tale un gioiello che non perde mai del suo valore intrinseco per quanto bruttato di fango—E questo fu precisamente il caso del Signor Maurizio, il quale confortato dalla idea di porre in regola la sua coscienza relativamente alla quistione Betta e sue appendici, studiò i modi e trovò la opportunità di porre in evidenza il suo merito e la sua abnegazione al cospetto del Governo fin dallo scoglio della Favignana, e ciò non senza alcun risultato.

Sull’atmosfera politica intanto si delineavano dense nubi foriere di quell'uragano che scoppiar dovea in tutta la sua veemenza nel 1848—La Polizia che rispondeva alla verga magica del vecchio Marchese D. Francesco Saverio Del Carretto, si teneva in pronto per ricevere degnamente la rivoluzione, mentre il Principe di Satriano, antico fabbricante di costituzioni, che elaborava una che dovea essere l’Araba Fenice dei felicissimi Stati del Clementissimo Principe.

Da qui emerse la necessità di provvedere con urgenza non solo ad una radicale riforma e sensibile aumento del personale di Polizia, ma benanche alla precisa e giusta estimazione del merito individuale.

La colpa di D. Maurizio fu allora esaminata nel suo vero aspetto, e chiarita eccesso di zelo, il paterno governo si trovò debitore di una riparazione che accordò ben volentieri — Lo mise quindi in pianta come Ispettore, e venne destinato a perlustrare diplomaticamente l’Abruzzo Aquilano con la mentita qualità di Agente Forestale — Egli non frappose tempo in mezzo per recarsi al suo destino, spronato com’era dal desiderio di farsi merito e di rappattumarsi con Dio, con Betta, e con lo Stato Civile, dando una famiglia ed una paternità legale ad Alessandrina e Rosalia; ma oh la sventura!! egli era nato per rimaner sempre più al di sotto di quello cui per i suoi portamenti avrebbe avuto diritto!! era sua fatalità che il merito gli facesse sempre difetto pel contrasto di altro merito superlativo, che soleva incontrar sempre, ed ovunque quel tapino cercava di farsi strada e di cacciarsi innanzi.

Vedranno nel seguito i lettori come e da chi egli fosse vinto suo malgrado in tattica ed in accorgimento!!


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DECIMOQUARTO QUADRO

SOMMARIO — Quattro Storie in una storia — Il Celierò di Stefano, od una notte negli Abruzzi — Arrivo di Aquilino, e notizie dello Stato Pontificio. Sul cominciare della ultima stagione estiva si faceva rivedere in Napoli un Commendatore dell'ordine di Francesco 1.° ex-Intendente al ritiro, e che si era detto decesso sol perché aveva avuto la prudenza di ritirarsi in campagna, per scansare ogni possibile trista conseguenza dei primi furori rivoluzionarii.

Sul di lui conto se ne dicevano, e se ne. dicono tuttavia delle grosse, avendo di sé lasciata sinistra fama nella Provincia ch’ebbe la sventura di averlo ad Amministratore, tanto che nella classe degl’Intendenti e Sotto-Intendenti dell’epoca, i quali corrisponderebbero alla lettera agli attuali Prefetti e Sotto-Prefetti, egli avrebbe potuto appena cedere la dritta al merito superlativo del Cavaliere Santoro, il famigerato Sotto-Intendente di Barletta! Eppure a veder bene nel fondo d’ogni cosa tra il nostro soggetto e questo ultimo, della di cui biografia fecondissima di laide specialità rinunziamo ad avvalerci per assoluta ragione di pudore, vi correva quella stessa differenza che àwi tra le limpide acque di un ruscello obbligate di frequente a divenir torbide per le accidentalità della sponda, e quelle permanentemente torbide e nauseanti di una fogna qualunque.

Cordato, intelligente, e sopratutto onesto, virtù questa di difficilissimo ritrovo anche ai tempi di oggi, pareva creato da Dio assolutamente per fare il bene di quella parte della umanità con cui avrebbe dovuto essere in contatto.

Al par di tutti gli uomini che non possono essere un impasto esclusivo di virtù, il nostro soggetto aveva un vizio, un vizio solo; l'ambizione!

Ma in un governo rotto ad ogni nefandezza, come il Borbonico, con un vizio solo non poteasi andar molto innanzi; specialmente allorché questo si fosse stato l’ambizione, che diventa virtù quando mira al bene, e perde infine assai del vizio se vien ristretta fra certi limiti.

Quest’ultimo non era certamente il caso del nostro protagonista, che ambiva sconfinatamente di divenire qualche cosa di grande sotto la benefica influenza del Sovrano, a cui era mestieri pure di farsi conoscere.

Quindi nella necessità di accoppiare qualche cosa all’ambizione ebb’egli dapprima ricorso all’ipocrisia, e posto il piede una volta sulla vasta scala delle inonestà, dové sormontarne a quattro a quattro, ed a piè pari gli scalini, sorreggendosi a vicenda or sulla prepotenza, or sul sopruso, ed ora infine sulla ingiustizia, per non precipitare nel nulla, da cui era uscito, sacrificando la propria coscienza alla velleità di divenir potente.

Così sotto il cessato governo gl’istinti anche più virtuosi, laddove non erano agguerriti dalla virtù di una abnegazione completa, si vedeano travolti al male! Ciò premesso, equipariamo ora alla perdita di tempo cagionata da una digressione, che abbiam creduta indispensabile, saltando a piè pari sul periodo di 15 anni, e sull’intervallo di meglio che cento buone leghe.

Ci troveremo in Aquila, Capoluogo dell'Abruzzo di un tal nome, sui primi giorni di Marzo dell’anno di grazia 1848.

Tutto il giorno avea nevicato, e la sera ch’era imminente sembrava tutt'altra di una di quelle sere, che preannunziano la primavera.

In Abruzzo il mese di Marzo può chiamarsi il cuore dell’inverno.

In uno degli estremi della gran piazza dell’Orologio, ed addossata ad un palazzo di proporzioni colossali àvvi una modesta casetta, il di cui proprietario, benché di civile condizione, s industriava alla vendita del vino.

Per regola generale negli Abruzzi chiunque ha una vigna deve avere un cellaro, ed in conseguenza lo spaccio di vino in propria casa.

Il prodotto delle uve in quei luoghi pare proporzionato ai bisogni delle popolazioni, che industriosissime come sono, e dedite esclusivamente alla pastorizia, non hanno stimato formarne un capo di esportazione per le altre Provincie del Regno—Nè d’altronde vendere il proprio vino lede alle poche pretensioni di nobiltà, che possono trovar luogo tra quei cordati e leali figli della montagna.

In fondo di una sala, spaziosa anziché no, bruciavano due enormi tizzi di quercia sotto la cappa di un gigantesco focolare, d’intorno al quale era raccolta la famiglia del proprietario, che delineava una mezza dozzina di esseri di differente sesso ed età.

A piccola distanza dell’enorme cammino, che riverberava le fiamme di un fuoco ben alimentalo, davanti ad un piccolo desco sedevano due individui dalla fisonomia schietta ed aperta, e vestiti di lana bleu grossolanamente filata e tessuta in famiglia, che per altro non pregiudicava né alla salute, né alla loro qualità di onesti ed agiati proprietarii.

Dessi parlavano sotto voce di politica, e ciò più per abitudine che per prudenza, dappoiché non faceva più mestieri di riservatezza, essendo stato da qualche giorno pubblicato in Aquila l’atto con cui S. M. il Re concedeva una Costituzione ai suoi amatissimi sudditi.

Le porte d’ingresso erano socchiuse per garentire dal vento, che spirava gagliardissimo, i pochi lumi ed i pacifici abitanti di quella casa, non che gli avventori, i più dei quali vi si fermavano sol quanto bastasse a votar di un sorso la loro mezzina, ed a prendere un ambiente di quell’aria rarefatta dal fumo della torba, che di tratto in tratto si gettava a grosse manate nei vuoti angolari formali dai rami di quercia, onde eccitarli a dar fiamma.

Coll’avvanzar dell’ora i consumatori del vino divenivano più rari.

L'orologio della piazza aveva toccato le sette della sera, ora che generalmente parlando è rispettabile negli Abruzzi, in cui la notte suol essere dedicata al riposo, onde aver la necessaria vigoria per trattar la faccende della campagna e degli armenti al far dell’alba.

I nostri due del desco, intanto, che fino allora non aveano dimesso il loro animato colloquio, se non che per inaffiar la gola con generose libazioni, attinte in ampii boccali, che si aveano sulla tavola fra essi il posto di onore, si mostrarono sorpresi dell'ora inoltrata.

Stefano il più avanzato di età, che si era il padrone di casa, rubizzo come a gambero per le frequenti bibite, si fece sull’uscio per scandagliare se le tenebre corrispondessero all’ora indicata dall’orologio, sul che non ricadendo dubbio, egli rinserrava più accuratamente la porta, e restituivasi alla scranna che area per pochi momenti lasciata, dicendo al compagno.

«Mi pare impossibile che Aquilino possa venire stasera—Il poltronaccio non si sarà attentato di passare il piano, ed avrà preso stanza in qualche masseria—Il furbo conosce troppo bene le fermate, meglio che un prete non sappia legger di latino nel Messale.»

«Se si è così regolato, riprese il compagno, io non saprei risolvermi a dargli dell’asino—Con questo tempo indiavolato io trovo regolare che si preferisca lo stare al coperto, accanto ad un bel fuoco di fascina, e ad un boccale di buon vino, precisamente come facciam noi, anzicché batter la campagna come un fuorbandito, con pericolo di essere sotterrato dalle nevi, o, quel ch'è peggio, divorato dai lupi.»

«Per quest’ultima disgrazia fo io garenzia per Aquilino—Egli è più magro della vacca, che ho espropriata jeri al nostro guardia— rurale; ed io ho ragione di credere che i lupi avessero del buon senso per non tentare un’impresa disastrosa.»

«Eppure, compare Stefano, quei lupi, che in questo momento non danno alcun pensiero a noi, possono avere indotto Aquilino a fermarsi a Rocca Rasa, anzi che a passare il piano quest’oggi ad ora tarda.»

«In questo caso possano essi divorarselo domani a buon’ora, così va sparagnato un funerale—Sarà sempre una economia....»

A queste parole dette da Stefano con l'enfasi di chi si vede contrariato in qualche cosa, la moglie, bella e simpatica massaja, che si teneva con i figli e le figlie accanto al fuoco, trovò opportuno intervenire, dicendo.

«Stefano, Stefano, pensa che Aquilino è un padre di figli, e che a oggi si trova chi sa dove per tuo servizio, e Dio faccia che non sia per tuo capriccio!!! Non è carità di prossimo quindi, lo augurargli di esser divorato dai lupi, e tanto maggiormente nol dovresti tu, che gli sei quattro volte S. Giovanni, e che pure hai una famiglia!!»

«Tò, tò, compare, senti mia moglie, che mi rifa la predica, che ha intesa questa mattina dall’Arciprete!»

«Non c’è sempre bisogno dell'Arciprete, né della predica per distinguere il bianco dal nero, il bene dal male; e non è propriamente un bene, o Stefano, il desiderare che il povero Aquilino vada in bocca ai lupi.»

«Oh... Oh... la mia Rosa, compare, la piglia sul serio!—Vedi. cara mia, io ho detto cosi per dire una qualche cosa—E poi, poi, io so, che i lupi si hanno mangiato di spesso le mie pecore, ma e di uomini non li so per affatto golosi.»

«Jesus, Maria, Joseph, riprese Rosa, ecco che il vino ti leva pure la memoria, e ti fa vedere anguille per capitoni!!! come, non ricordi essere circa una ventina di anni, già 20 anni, o poco meno, perché io allora era pregna di Menico, che nell’Ognissanti à posto piede nei 21; non ti ricordi, dico, che i lupi si divorarono un Battaglione di Gendarmi, che tornavano dall’aver accompagnala la posta, e che ciò avveniva giusto nel piano di cinque miglia?»

«Misericordia!!! moglie mia, questa sera stai in vena di dirle più grosse del Barbanera! tu parli di un Battaglione?! allora bisognerebbe credere che i lupi per lo meno sommassero quanto un esercito!... eppure a quel che se ne diceva non erano che in tre i Gendarmi....»

«Io non so se il Battaglione sia di 3 di 30, o di 300 Gendarmi — Egli è certo però che di quegl’infelici la mattina seguente non furono trovati che i polponi delle gambe ch'erano difesi dai grosbott.»

Il compare di Stefano, che fino allora anzi che interloquire sì era limitato a volgersi a diritta od a sinistra, facendo col capo segni di affermazione, credè quello il momento opportuno per spiegare il suo intervento; e quindi con voce, che il vino rendeva mal ferma, aggiunse:

«Compare, questo fatto Io ricordo pur’ io.»

«Ed io, io, non l'ho dimenticato, compare, come non ha potuto dimenticarlo chiunque negli Abruzzi avesse avuto allora non più che in 8 anni—Ma, vedi bene, compare, che da quell’epoca ad oggi, di tali disgrazie non ne sono più avvenute, il che mena a conchiudere che, o i lupi l’avessero direttamente coi gendarmi, e ben sfido io a dimostrare il contrario, o che la loro specie si fosse notabilmente civilizzata; quindi non veggo ove tengano queste apprensioni per la salute di Aquilino, che Iddio ed il nostro glorioso protettore S. Sebastiano possano avere nella loro santa custodia.» .

A questa vibrata allocuzione di Stefano, compare Pasquale (era questo il suo nome di battesimo) fece allo di solenne adesione con un energico movimento del capo, per cui fu quasi sul punto di esquilibrare e perdere il suo centro di gravitazione.

E Rosa, a sua volta l’ebbe a sorridere compiaciuta di veder viva nel suo marito la fede cosi in Dio, come in S. Sebastiano.

Intanto il discorso posto su di questo piede tirò alcun poco per le lunghe, e Dio sa dove sarebbe andato a metter capo, se lo scalpitare di un cavallo, e quindi la voce nasale di Aquilino, non gli avessero dato tutt altro avviamento.

Rosa perla prima, soddisfatta di veder dissipate le probabilità di una disgrazia, gli si fece innanzi, e mentre quegli sbarazzavasi del mantello ancor tutto zeppo di neve, gli toglieva da mano le briglie del cavallo, che andò a ricoverare in una stelletta a fianco del Cellaro, fornendolo di abbondante strame e di avena, che l'animale divorava appetitosamente, nel mentre la padrona gli toglieva la sella da dosso.

«Buona notte comare, buona notte compare, e felicissima sera anche a voi, Signor Pasquale»; ed in cosi dire fattosi d’accanto al fuoco dava di mano al formidabile boccale che tracannò di un sorso, usando in ciò fare di quella familiarità di che sogliono essere larghi gli Abbruzzesi ai proprii domestici; familiarità topicamente bene intesa, perché ricambiata da buona fede e da affezione senza limite.

In questo mentre chiedeva Stefano; «che notizia da Roma?»

E soggiungeva compar Pasquale — «Mi figuro che a quest’ora colassù avran saputo che anche noi abbiamo avuto una bella e a buona Costituzione.»

E riprendeva Stefano: «voglio credere in prima di tutto che le mie faccende vadano bene su quel di Roma, Aquilino? Non vorrei pentirmi di aver in questo anno abbandonata la mia locazione di Puglia per i prati che sono al di là delle maremme....»

«Ma, perché cosi tardi, Aquilino? chiedeva Rosa di ritorno dalla stalla, tu cibai mantenuti tutt’in pensiero—Certo che al di là di 3 ore di notte, non si vien da Roma con questo tempo?! — scommetto che ti sarai fermato alquanto prima sull’uscio di tua casa a dare il ben tornato alla Rita...» Aquilino, che si era situato avanti al fuoco, ristoro che costituiva per lui un supremo bisogno, non trovava modo come rispondere tutto ad un tratto a cotanto diluvio di domande eterogenee, pel che senza scomporsi, guardando a ripresa or l’uno or l’altro degli interroganti, profittava del primo momento di tregua per rispondere.

«A poco a poco, che or ora vi dirò tutto, e mentre voi, cara commare (in Abruzzo il comparismo è estesissimo e non trova argine a propagarsi fra padroni e servi) mi darete qualche cosa da cena, perché dalla mia Rita (che per parentesi non sa ancora nulla del mio ritorno) probabilmente non troverei di che satollarmi, io rivolterò il sacco delle mie notizie».

La proposta fu accettata ad unanimità; e mentre Rosa tagliuzzava del lardo in una padella, nella quale come per incanto appariva in un attimo una corona di freschissime uova, Stefano riempiva di bel nuovo il boccale e forniva la tavola di pane, formaggio, ed altro ben di Dio, la cui presenza è permanente in ogni casa degli Abruzzi.

«Postquam adempta fames aepulisque mensaeque remotae»

Aquilino per filo e per segno si diede a soddisfar la curiosità dei suoi ospiti, principiando dallo assicurare che le greggi, di cui era il Massaro, prosperavano cosi per la opportuna stagione, come per l’abbondanza e qualità del pascolo.

Assicurato su questo importantissimo articolo, compar Stefano, che di tanto in tanto sorrideva soddisfatto della sua perspicacia nello aver preferito in quell’anno l’agro Romano al Tavoliere di Puglia, il nostro Aquilino narrò di aver passato in Roma gli ultimi due di del Febbrajo col primo di Marzo, e di aver trovata quella città in una permanente convulsione, o febbre di entusiasmo patriottico, non vi si parlando di altro che di una grossa confederazione Italiana, e della cacciata degli Austriaci dal Lombardo e dal Veneto.

Disse, di aver veduto il Santo Padre, mentre si riportava in Vaticano dalla Cappella Sistina, in mezzo al popolo, che brulicava stivandosi intorno alla carrozza, e minacciando di soffocare non solo il S.° Padre ed i Prelati che lo accompagnavano, ma benanche il cocchiere ed i cavalli, che a riprese erano obbligati a delle pose, nell’intermezzo delle quali si gridava a più non posso Viva Pio IX e morte ai Tedeschi!

Narrò infine delle benedizioni che avea ricevute dal Papa, il più santo che vi era stato da S. Pietro in poi, e di tanti altri particolari, che misero la gioja in quella famigliuola, la quale non si avvide di essere vicina la mezza notte, ora in cui negli Abruzzi si suole aver fatto meglio che la metà del sonno.

Compar Stefano ed il compagno che aveano trovata onestissima cosa il ritornare a bere con Aquilino ad onore e gloria così del Pontefice che dell’ottimo popolo Romano, erano ormai diventati brilli a segno di non più ritrovare il centro di gravità sul deficiente sostegno delle proprie gambo, del che accortasi la buona Rosa perché avessero rimandate al domani le chiose ed i comenti sulle notizie di Aquilino, che togliea pur commiato, incaricandosi di accompagnare il signor Pasquale fino alla di lui casa, che per avventura non era gran fatto distante dal cellaro di Stefano.


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DECIMOQUINTO QUADRO

SOMMARIO — Il Viatico — Principiamo a far conoscenza con Papà Bartolomeo — Chiusa egoistica di un concetto filantropico.

Ma era scritto nei decreti della Provvidenza che quella notte dovea essere gravida di avvenimenti, e che la nostra piccola brigata, la quale erasi separata per venerar Morfeo, dietro aver sacrificato a Bacco, si sarebbe tantosto riunita, ad onta che la stanchezza consigliasse ad Aquilino un riposo di cui avea supremo bisogno, e che il vino, bevuto a larghe dosi, lo rendessero una necessità pei duo. compari, il più anziano dei quali cioè il bravo Stefano, senz’attenderc puro che la sua donna avesse assicurata la porta, s’era fatto sollecito a cacciarsi nel letto, senza neanche svestirsi per intero, operazione di che Rosa dové decidersi ad occupare fin dall’indomani del primo di del matrimonio, stante che la sobrietà non era la virtù predominante di suo marito.

Così essa, dopo aver accudita a tutte le faccende di famiglia, s accingeva all’usato uffizio, quando ebbe a sentire che si bussava violentemente all’uscio di sua casa.

Suo primo pensiero fu quello di richiamare alla ragione il marito, che già russava potentissimamente, ma indi a poco scoraggiata dalla inutilità dei suoi sforzi, cui mercé non avea raggiunta la metà del compito, e con l’animo preoccupato, si risolse ad aprir la finestra che dava sulla strada, da cui, di assieme ai replicati colpi del battente provvenivano in coro le voci. di «Compare Stefano, Compare Stefano».

E nel mentre che Rosa con le debite precauzioni cacciava il capo fuori l’impannata ch’era dischiusa per metà, udì Pasquale che diceva ad Aquilino.

«Bisogna credere che stia inzuppato come un tappo di bottiglia.»

«Nè più né meno di voi, compar Pasquale, soggiunse Rosa, e né più né meno di voi, che state gridando come un ossesso, compar Aquilino—Clic diamine è mai sto scandalo’?! A mezza notte la gente onesta, abbia o nò bevuto, sta sempre in casa, se non per far sgorbii sulla carta, almeno per dormire.»

«Tò, tò, comare Rosa!, le par proprio questo il tempo di fare il sermone da sulla finestra, mentre fiocca a più non posso!...»

«Allora se non volete sentire il sermone, ritiratevi, che tempo n’è, compare— Già, già come state colti, non è il freddo che può farvi del male—Voi in questo momento fareste un ruscello d’una montagna di ghiaccio col solo toccarla!»

«Ma, comare, riprese Aquilino con la sua voce nasale, la sarebbe buona che invece di obbligarci a rimanere qui tesi come due ghiacciuoli, ci apriste invece questa benedetta porta. A mezza notte come tu dici, comare, non si viene a disturbare il prossimo, senza un perché — Ed affè di Dio che noi l’abbiamo questo porte che, comare — Si tratta di morte!!»

Alla fatalissima parola «morte» Rosa, che alla fine delle fini non era usa ad essere restia, fu colta dai brividi, i quali raddoppiavano d’intensità al veder diversi lumi rompere la tenebria di quella trista notte, alcuni sulla via, ed altri sui balconi, ed all’udire il suono del campanello della Parrocchia, che invitava i fedeli ad accompagnare il Viatico, il quale per caso rarissimo ed insolito poteva uscire a quell’ora.

Essa quindi, che avrebbe amalo a preferenza veder andare a male tutte le industrie del marito, e decimar fin le sue mandrie, anziché tollerare che fosse uscito di casa ad ora tanto incompatta, e con quel tempo che imperversava, una volta che fu convinta trattarsi di Viatico, non insisté di vantaggio sulle ammirazioni, e sulle negative.

In men che si dica essa apriva l'uscio ai due compari i quali, di assieme a lei non ebbero a durar lieve fatica a scuotere Stefano dallo stato d’immobilità in cui era immerso, ed a metterlo nel caso di reggersi alla meglio sulle gambe; il che mentre facevano, ebbero a narrare che incontrati essi medesimi dalla Guardia, che sol da pochi giorni avea scambialo il nome di Urbana in quello Civica, erano stati obbligati a reclutar quanti più ne fosse possibile dei fratelli della Parrocchia per accompagnare il Viatico, operazione, che dovea essere condotta a termine con la massima sollecitudine, trattandosi di ciò che costituiva effettivamente un articulo mortis. Stefano, che nel completare il suo abbigliamento alla meglio, macchinalmente andava riacquistando la tramontana, capì che lo si dava disturbo, o si faceva muovere per qualche cosa di straordinario, e finì col non fare più opposizione non solo, ma dichiaratosi assolutamente passivo alla pressione che in quel punto esercitavasi sulle sue care abitudini, seguì i suoi compari sorreggendosi in sulle prime a stento e sostenendosi istintivamente sulle loro braccia.

A’ primi passi dati fuori la casa, pel benefizio del tempo e dell’aria freddissima che spirava, ebbe ad orientarsi quasi interamente, tanto che in men che si dica fu con gli amici alla Parrocchia, in dove fu consegnato ad ognun di essi un cero.

Ad onta dell’ora strana e della rigidezza del tempo, il corteo uscì dal Tempio numerosissimo, spirando la 'massima compunzione e solennità.

Ad esso facevan ala e seguito numerosi cittadini, oltre alla più parte della milizia civica, che per una devozione né finta né affettata si erano fatto un dovere di lasciare le proprie case, e quel che più importava i propri letti, per seguire il Santissimo a capo scoverto, anche coll’evidente pericolo di costiparsi.

Giunti allo svolto della piazza si entrò in un portone magnatizio. Il palazzo intero ridondava di lumi.

Il corteo ebbe a soffermarsi, lasciando al sacerdote col seguito indispensabile la cura di raggiungere il sottoscala, ove in una meschina cameruccia giacea l'agonizzante sopra un pagliericcio più meschino ancora.

Un solo sguardo dato all’interno di quel domicilio avrebbe costatata la qualità dello infermo.

Un conciaciabatte; niente meglio che un ciabattino! Ma ciò, insieme con lo stato di suprema miseria in cui rattrovavasi, non toglieva che in quei momenti non lo si riguardasse come un’illustre infermo.

E di fatti lo era, se non per croci, favori o ricchezze, almeno per novanta anni di decorosa povertà, di privazioni e di persecuzioni.

L’agonia è l’ultimo stadio della vita senza privativa o privilegio; ed è perciò che essa commuove a preferenza.

E una misura che livella ricchi e poveri, potenti e cenciosi.

È l’eguaglianza nella natura, se non nella specie; la seconda parola del motto d’ordine della Repubblica Francese! Scommetto, che sarebbe stata la prima, se la libertà anziché essere tutt’ora un dritto in contrasto, fosse stata l'esperimento di un. dritto in permanenza! ‘ E un gran peccato che nella razza umana la virtuosa pietà e la giusta estimazione sian piante parassite finché vi è vita e giovinezza, e che debbano fiorir tardi.

Spesso sull’orlo di un sepolcro! Ma è una grande soddisfazione che si finisca sempre col riconoscere il principio.

É scuola pei posteri, e presto o tardi l'umanità finirà per convincersi che i martiri della propria rigenerazione politica non son da meno di quelli che posposero Cesare al Cristo, e ciò tanto in ragion di numero che di abnegazione! Guanciali di lana, lenzuola di bucato e tovagliuoli di tela finissima, piovvero, come per incanto, in quel lurido tugurio.

E ciò valse a confortare il morente, che godeva di tali attenzioni.

Egli ricevé gli estremi conforti della religione con una rara placidezza e rassegnazione, dietro di che volse anche uno sguardo semisorridente agli amici, dei quali più di uno volle stringergli la mano, su cui il freddo della morte avea principialo ad esercitare la sua tremenda potenza.

Non pochi, specialmente di quelli ch'erano di guardia, si esibirono a restar presso il moribondo.

I rimanenti, dopo aver riaccompagnato il viatico fino alla Parrocchia, tornarono nelle proprie famiglie.

Di questo numero furono i nostri amici Aquilino, Pasquale e Stefano, il quale ultimo specialmente, aspettato da Rosa, dopo aver ricuperato in qualche modo il senno, volea ostinarsi a ricoricarsi vestito, avendo perduta l'abitudine di spogliarsi da sé nel porsi a letto.

Ma la pazienza della buona Rosa vinse le difficoltà della posizione— Ebbe ella stessa a rivestirsi per spogliar Stefano, il quale una volta che fu adagiato nel proprio letto, ebbe a dire che quanto a coraggio civile sua moglie ne possedea forse tanto che papà Bartolomeo! Ma chi era questo papà Bartolomeo? Di esso dovremo occuparci quanto prima; per ora basti il dire che lungo il transito ch'ebbe a percorrere la processione del SS° non una ma dieci, ma cento volte si ebbe a rispondere alle interrogazioni di quelli che richiedevano il nome del morente, articolando le parole «papà Bartolomeo».

Al che fu sempre riposto con l’esclamazione—Che disgrazia!... che buon uomo!! povero diavolo!!

Dopo qualche tempo i lumi rientrarono o si spensero.

Il paese era ritornato nella sua calma.

Dei tre compari, Stefano sognava il prodotto delle sue pecore.

Pasquale il paradiso terrestre che mettea capo nel cellaro di Stefano.

Aquilino le benedizioni che avea avuto in Roma dal Santo Padre. Papà Bartolomeo moriva.

E gli uomini di guardia, che nel primo entusiasmo avean fatto a pugni per ottener la preferenza nell’esser destinati ad assisterlo, avendo interpetrato per salutar riposo la sua poco rumorosa agonia, finirono coll’addormentarsi saporitamente qualcuno nella di lui cameretta, ed altri nel vestibolo del palazzo.

Gli uomini tornavano uomini — L’egoismo vinceva la pietà!


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DECIMOSESTO QUADRO

SOMMARIO Maestro Tanuccio e suo Zio il Subeconomo — Morte di questo ultimo, e principio della fortuna del nipote.

Barbieri sappiateci buon grado — Voi occupate un posto nella nostra storia. Noi aggiungiamo quest’oggi un’altra fronda all’alloro, che vi pesa sul capo, e di cui vi fu fatta corona da più secoli — La vostra arte sola per lo alternarsi di vicissitudini non è stata soggetta ad alcun mutamento — Essa, speciosa collettrice di altre complurime industrie di second’ordine, più o meno oneste, ma sempre lucrose, e che mettono capo nei cerotti e nei saponetti, vi è di perpetua e decorosa salvaguardia, tal che voi benemeriti intermediarii e succursali della società, sapete provvedere a suoi, e nel contempo ai vostri bisogni, sia che si tratti di trionfare della virtù di una bella donna, sia che si voglia trovar modo di solleticare l'ambizione di un grande.

E Tanuccio, vezzeggiativo di Gaetano, possedeva a meraviglia il doppio merito, che avrem voluto dir triplo, includendovi quello dell’arte, in cui per onor del vero dobbiamo confessare invece che non era gran fatto provetto.

Ma la fortuna, che si compiace del peggio, e mena innanzi al galoppo le nullità, avea statuito di fame qualche cosa, se non per altro, a compenso della sua deficienza.

Egli nasceva da genitori poverissimi ed oscuri — E come

«Septem urbes certant de stirpe insigni Homeri.»

cosi, non ci è riuscito assodare il fatto della sua patria, che alcuni vogliono sia stata Popoli, altri Tocco, ed altri infine la gentil Sulmona.

Checché ne sia del luogo della sua nascita, egli è certo però che Sulmona fu quello del suo primo domicilio, essendovi stato messo dal padre ad educazione presso un vecchio zio prete, che vi vivea coi non pingui proventi della messa, e del subeconomato, non essendogli permesso fare assegnamento sul patrimonio, il quale era costituito da un fondo personificante la ingratitudine, ed ove cosi felicemente allignavano i rovi e le spine, che ne sconsigliarono la dissodazione, mentre citandolo ad erbaggio, il reddito depuralo dalle spese, permetteva al proprietario lo star franco ad erbasanta pel corso dell’intero anno.

Tanuccio ricevuto in sulle prime con mal garbo dallo Zio, finì con maggiormente disamorarselo dichiarandosi negativo alle lettere, e specialmente alle latine, che mentre formavano la corda sensibile del subeconomo, costituivano pel nipote un secondo Rubicone, ch'esso assai più prudente di Cesare, avea recisamente risoluto di non valicare.

Fu quindi giuoco forza al vecchio rinunziare alla concepita speranza di vederselo servire ad una messa, e non potendo far di meglio, lo pose per apprendista ed assistente al suo barbiere.

In questa carriera Tanuccio esordiva modestamente e senza strepito, avendo in tre anni di non interrotto esercizio, a scapito delle gote e del mento dei poveri contadini, che costituivano la parte cospicua degli avventori del suo caposcuola, fatto dei progressi di sufficienza, se non di eccellenza nell’arte.

E fu buon per lui l’essersi arrestalo al giusto mezzo, dappoiché la fortuna, per non demeritare la taccia di capricciosa, appigliossi a questo poco di sufficienza per formarne un uomo.

Ed ecco il modo in cui la insperata metamorfosi principiava a verificarsi.

Non si sa come, per una tarda e difficile reminiscenza l’Ordinario Diocesano volle in un bel giorno ricordarsi dei meriti del subeconomo, e premiarlo di un modesto benefizio vacante, pel che fu in caso di trattare con maggior morbidezza i residui di una vita sostenuta fino allora in una frugalità precisamente evangelica, e che sentiva di miseria a dieci leghe di distanza.

Egl’iniziò le riforme sostituendo sulle scarpe un grosso pajo di fibbie di argento a quelle di ottone, e smettendo la logora usuale sottana per un altro abito nuovo, l'estremità delle cui faldine col battergli in sulle polpe delle gambe lo tenevano di continuo per cosi dire impastoiato.

Ma, ohimè! la fortuna durò poco ed il benefizio tornò ad essere vacante per cadere Dio sa in quali mani!

Il subeconomo avea rovesciato un sistema per sostituirne un altro, e ciò gli fruttò in prima una discrasia umorale, quindi la paralisi, ed in ultimo la tomba!

In quel momento di supremo dolore Tanuccio che per la morte ab intestato dello Zio veniva ad essere l’erede unico di un’asse, che nessuno pensava contrastargli, sulle prime propose a sé stesso di dare all’onorata salma le ultime prove di affetto e di disinteresse, adornando le scarpe che calzavano il cadavere delle grosse fibbie di argento, e vestendolo della’ ultima non consunta veste.

Ma la notte che reca consiglio gli fece cangiare avviso.

Pensò che la terra ed i becchini ne hanno a sufficienza dai ricchi, per non permettere che capitalizzassero benanche sui poveri—E quindi sostituì l’antica sottana alla nuova, e le fibbie di ottone a quelle di argento, con che la salma del subeconomo non ebbe a scapitarne punto — Ciò fatto solo pochi giorni dopo la sepoltura vendute le fibbie, con altre poche masserizie e suppellettili, non che l’ingrato terreno patrimoniale, dietro le debite riduzioni, fattosi assestare meglio a lombi l’abito dello Zio, prese la via di Aquila, borbottando il vecchio adagio—«Mutatio loci, mutatio fortunae.»

Giunto nel capoluogo dedicò qualche giorno all’analisi del paese, e nella sintesi de’ suoi abitanti, e quindi nel riassumere i prò ed i contra ebbe ad esclamare con Cesare, soddisfatto di sé stesso le celebri tre parole — Veni, vidi, vici.

In fatti all’indomani come per incanto vedeasi nel centro del paese sorgere una più che modesta botteguccia decorala col titolo di Salon pour la coup des Cheveux, novità che gli fruttò non solo acconti, ma anche ammirazione, con evidente scapito dei suoi confratelli, che non aveano saputo pensare a tanto—E sia che il convivere con lo zio gli avesse apportato il bene delle modifiche indispensabili all’ardua impresa, sia che l’abito dello stesso ridotto per lui gli conciliasse quel rispetto, che non potea aspettarsi dalla giacca, egli ebbe a diventare il barbiere tipo di un capoluogo, in cui gli altri barbieri non aveano saputo risolversi a dimettere i vecchi usi e le patriarcali abitudini, in aperta ribellione col moto progressivo del secolo, e fra le quali non era ultima quella dei calzoni corti di grosso panno bleu scuro, colle fibbie di argento, che spiccavano sulla lunga ligaccia tapezzata arabeschi, la quale assicurava le calze di color turchinaccio.

In pochi mesi il credito del salone diretto da Maestro Gaetano era salilo al punto più culminante di celebrità—Esso era solido, come una cambiale firmata Rotschild.

E non era tutto; la sua influenza morale camminando pari passo col credito industriale, era divenuta di una necessità irresistibile.

Una volta che le teste le più quadre e le più aristocratiche del capoluogo erano cadute sotto le sue mani, non vi fu cosa che avesse potuta arginarla o metterla a sotto vento.

Si veniva a lui da lontani paesi per comprar polveri, cosmetici, e fin a chiedere consigli.

Nelle liti domestiche, al par che nei consulti, nelle morti al par che nei parli, e negli sponsali, Maestro Gaetano assumeva a vicenda la parte di arbitro, di paciere, di medico curante, di maestro di cerimonie, e di mezzano.

Non è quindi da stupire se nel decesso di Papà Bartolomeo, che veniva considerato come pubblica calamità, fosse stata reclamala la sua opera per regolare il rito del Viatico, e quello della tumulazione, incarico ch'egli accettò tanto più di buon grado in quanto che oltre a contare il defunto fra le sue pratiche, si era anche uno degli amici suoi più cordiali e sviscerali.


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DECIMOSETTIMO QUADRO

SOMMARIO—Il Consigliere d'intendenza, e sue idee intorno al progresso— Morale della rivoluzione del 1848 — Dialogo assai vivo ed istruttivo— Una barba senza contropelo— Istoria di Papà Bartolomeo.

Alle 7 del giorno posteriore alla notte del decesso di Papà Bartolomeo, l’erede del subeconomo bussava all’uscio di una modesta, ma decente abitazione, in cui aveva stanza un Consigliere d’intendenza, non è guari destinato in quel capoluogo.

 L’ora, che per tutt’altro pubblico funzionario sarebbe stata per lo meno indiscreta, non lo era pel nostro Consigliere, che essendo celibe vivea senza pretensioni, ed in aspettativa pel domani di un migliore avvenire dappoiché, diciamolo anzi tempo e tutto ad un colpo, era facile dedurre dal suo operalo, non meno che dagli organi del suo cranio, studiati col sistema del Gal, che il demone dell’ambizione lo invadeva con tanto più di efficacia, quanto meno v’era per lui probabilità di soddisfare a tal predominante passione, dappoiché in età di oltre 50 anni essere Consigliere d’intendenza da poco più di un semestre, non accennava a rapidi voli possibili nelle aziende Amministrative, in cui si vedeano Consiglieri posti in ritiro dopo 40 e più anni di servizio in quell’uffizio.

Arrogi, che l’ambizione del nostro soggetto veniva in certo qual modo legittimata dalle sue circostanze familiari, non meno che da requisiti personali, cosi per appartenere ad una nobiltà senza macchia, come per esser dotato di una discreta intelligenza e di più che mezzane cognizioni.

Egli era stato per lunga stagione Eletto della città di Napoli, il che importava l’aggiuntivo di Cavaliere, in grazia più dell’uso che faceva ricadere la scelta degli Eletti sulle famiglie più cospicue della città di Napoli stessa, anziché di un dritto ereditario od acquisito, e che oggi in ragion dello sciupo trovasi anche in più spaventevole ribasso.

Or dopo il mentovato noviziato, e quando trovò opportuno scambiare le funzioni onerose e poco proficue, con altre di miglior lega, che gli avessero fruttato un soldo mensile ed una' speranza di miglior avvenire, intravide nel vestibolo del convento delle Chiariste di cui era stato pure uno dei procuratori, ciò che faceva pel caso suo, voglio dire una commendatizia, che gli valse l’impiego e moto proprio, del che per altro non era il primo esempio.

Scambiata la carriera del Municipio con quella dell'intendenza, ossia del Contenzioso Amministrativo, egli nella sua indole irrequieta pensò farsi di quell’epoca eccezionale sgabello ai piedi per salir sublime, e galoppare su quella istessa strada, che altri percorreva a passi misurati — Per divenire un uomo non gli mancava che l’occasione, e questa gli si presentò prestissimo.

La rivoluzione del'1848 fu quasi contemporanea allo iniziarsi della sua carriera, ed egli risolse di valersene come di un mezzo per progredire — Il dilemma era evidentemente chiaro—bisognava giocare una partita, in cui 0 la rivoluzione avrebbe assorbita la sua esistenza sociale, od egli speculando sulla rivoluzione ne sarebbe stato indeterminatamente ingrandito.

Il dado era tratto, ed egli nel futuro orizzonte della sua vita declinante vedea delinearsi una qualche cosa, che come Un angioletto con le man di rose lo insediava al potere, e ad un potere irresponsabile, confinante col supremo.

Egli dal problema della rivoluzione ne tirava per corollario l’assolutismo!

Oh beati quelli che nascono con questa logica istintiva!

Oh beatissime madri di queste proli fortunate!! diciamolo pure senza iperbole, per voi e per esse fu creata la realtà della vita!

Noi, non siamo materialisti, anzi, abominiamo e detestiamo questi spietatissimi seguaci di un positivo che nega tutto all’ideale della esistenza—Però rendiamo ad essi giustizia; la teorica dei fatti compiuti è un dominio che loro appartiensi con privilegio esclusivo!! La rivoluzione, come tutte le altre cose del mondo, à un principio, un mezzo, ed un fine — Essa descrive la sua parabola percorrendo diversi stadii.

Il principio è incardinato nel corrompimento dell’ordine primitivo. Il mezzo è raffigurato dallo agitarsi delle forze dei partiti.

Il fine sta nella forza preponderante, che, lo giustifica a parer suo.

A capo di ogni rivoluzione sta l’ideale politico, che ne forma il programma.

Libertà sconfinata!!

Generalmente parlando questa si definisce, modera e contermina fra un turbine di astrazioni, senza esaminare

«Quid valeant, humeri, quid ferre recusent.»

AI far dei conti il leone o la volpe ne usufruita il merito.

Fortuna che il potere che succede restituisce sempre res ad rem; altrimenti questa voluttà che si paga carissimo, ed a prezzo di sangue generoso, non potrebbe gustarsi due volte nel corso della vita ordinaria.

Ed il nostro Consigliere avea con occhio di lince guardato a tutto questo.

Egli senza pronunziarsi per alcuna delle due strade, che avea d’innanzi, cioè il liberalismo e l’assolutismo, procurava di avere un piede nell’una, e l’altro sull’altra, per risolversi e dichiararsi a tempo opportuno.

Il movimento metteva capo nel Pontefice: Milano cacciava l’Austriaco. il Re del Piemonte metteva il campo innanzi a Novara—Quello di Napoli spediva nella Lombardia un grosso contingente di armati.

Il programma era una guerra a tutta oltranza.

Da un lato.

Dall’altro lato; il Pontefice ritirava le concessioni e scomunicava — Gli Austriaci correvano alla riscossa — Il Re di Napoli richiamava le truppe e protestava non volerne saper cosa alcuna — Re Carlo Alberto rimaneva solo al ballo, ed incerto se gli sarebbe riuscito cavarsela alla men trista, abdicando cioè a favore del figlio.

L’esitazione quindi era giusta perché conseguenza di un fatto ancor dubbio — Chi la vincerebbe la rivoluzione od il Trono?!!! E poi, poi, in politica, ch'esclude ogni morale, qual valore faceva uopo assegnare a quanto, senza essere un fatto, ne formava solo la iniziativa?!!

Ecco la necessità di essere un secondo Ebreo errante, di avere cioè un piede sull’uno ed un piede sull’altro emisfero.

Ciò valeva essere assai più grande del colosso di Rodi, ed equivaleva ad essere un uomo che sappia vivere, e che abbia deciso di ben vivere!!

La contumacia di maestro Tanuccio finiva dopo qualche minuto.

Sua Eccellenza, a quell’epoca, era l'uomo delle brevi anticamere, sistema che in avvenire fu alterato dai tempi, e dalla sua nuova consistenza politica.

Un servo non appena annunziatolo ritornava in sala per introdurlo fino alla camera di toletta, che precedeva quella di letto.

Maestro Tanuccio finiva di passare in rassegna i suoi formidabili istrumenti, quando il Consigliere entrava, sfiorando al solito un mezzo sorriso tutto proprio, ed inchinando il professore che avea spifferato un rotondo «salute a V. E.»

«Che novità pel paese, Tanuccio» diceva il Consigliere nell’atto di prender posto di fronte all’inesorabile tosatore di barbe.

«Di novità, Eccellenza, non ve n’è mai penuria; e nei tempi, che corrono ve n’è sempre qualcuna a ridire.»

«Buon segno, Maestro Tanuccio, veramente buon segno; ed io me ve ne dichiaro obbligato, dappoiché udendovi a discorrere avvertirò meno le graffiature che mi aspetto inevitabilmente.»

«V. E. così mi mortifica ed in qualche modo mi discredita.»

«Tutto al contrario, Tanuccio, chi mangia pane fa molti che, come suol dirsi, ed oltre a ciò non v'è mestiere, che per quanto si eserciti abilmente, non lasci sempre a desiderare qualche cosa — Avanti, mio caro, rasale e raccontate.»

«Non è propriamente un bel fatto, Eccellenza, che sono per dirle,»

«Allora meglio, saranno vostre osservazioni.»

«Non dico neanche questo; perché alla fin fine non ho osservato cos’alcuna, si tratta semplicemente che non ho dormito.»

«Siete innamorato, o vicino a prender moglie?»

«Tutt’altro, Eccellenza, io la penso...»

«Come me, vuoi dire...»

«Precisamente, Eccellenza, non veggo la necessità di cercare degl’imbarazzi»

«Questo anche è logico; ma allora perché non avete dormilo. caro il Signor Tanuccio?...»

«Le dirò, Eccellenza, ho accompagnato il Viatico, che è uscito a mezzanotte per Papà Bartolomeo, e dappoi si è stabilito una specie di guardia per assisterlo, stante che egli è solo, non avendo avuto mai né una donna né figliuoli.»

«Ciò trovo lodevole per tutti, meno che per voi ch’esercitate un mestiere che ha bisogno di riposo nella notte, per avere la mano ferma il domani — Vedete, oggi più che mai sento l’asprezza dei vostri rasoi, e ciò infallibilmente in grazia del vostro Papà Bartolomeo.»

«Convengo che sarebbe per me stato meglio l'andarmene a letto, anzicché passare una nottata così indemoniata, come la è stata quest’ultima, dividendone le lunghissime ore tra il sottoscala, ove riposava la buon’anima, ed il corpo di Guardia.»

«Dunque è morto?...»

«Precisamente; questa notte istessa.»

«E che c’entra qui il corpo di Guardia?...»

«Perché là si sono riuniti tutti quelli che si sono prestali al pietoso uffizio.»

«Ma dunque siete stati in molti?»

«Circa un mezzo centinaio.»

«Cinquanta persone?! non posso crederlo; vi è per lo meno della esagerazione...»

«Eppure, ora che ci penso meglio, trovo che questa cifra è assai al di sotto della vera.»

«Ma allora questo vostro Papà Bartolomeo dovea essere un personaggio, che godeva di qualche importanza?»

«Altro che importanza...»

«Un nobile?»

«Niente affatto...»

«Voglio dire un ricco?..»

«Anche meno...»

«Avea forse quel che dicesi odore di santità?..»

«Per lo contrario...»

«Ma alla buon’ora! che diamine era egli?»

«Un rattoppatore di scarpe.»

«Come un ciabattino?!»

«Rispettabile, se volete, ma né più né meno di questo...»

«Ma, allora, perché tanto chiasso se si trattava di così poco?!»

«Il chiasso non è stato per poco, Eccellenza, perché un paese s’inganna di rado tutto intero—Papà Bartolomeo, riprese flemmamente il Barbiere (soddisfatto in alcun modo di torturare il suo disgraziato cliente, col tenerlo in sospeso, e rispondere per monosillabi) era stimato da tutti per molte ed ottime ragioni.»

«Ditemene qualcheduna.; «Era un Carbonaro, un masone, anzi un maestro dell’ordine, e conosciuto in tutte le vendite...»

«Carbonaro... masone... vendite!!....» esclamò macchinalmente il Consigliere mentre spingeva con la mano Maestro Tanuccio, evidentemente con la idea di fargli sospendere l’operazione, e continuar la storia; «ma allora bisogna convenire che voi altri abruzzesi la sapete lunga, e non siete per affatto dei novizi nei misteri delle sètte.»

«Eccellenza, non si poteva ignorarli avendo nel paese un Papà Bartolomeo!..»

«E voi n’eravate amico?»

«Meglio che questo ancora, io gli era compare; e fedelmente mi recavo a vederlo in tutt'i giorni, in cui non avendo necessità di farsi radere, trasandava di venire in bottega».

«In questo caso vi prego raccontarmi il tutto per filo e per segno.»

«Ma, Eccellenza, il contropelo?!....»

«Sospendilo... mi basta per questa mattina la sola barba...»

E Tanuccio. quasi si sobbarcasse con rincrescimento ad una dura necessità, si diede a riforbire e conservare gli strumenti della sua arte, dopo di che situatosi in prospettiva del Consigliere, che lo invitò a sedere, rese la seguente narrazione.

BIOGRAFIA DI PAPÀ BARTOLOMEO

Papà Bartolomeo era nato a circa il 17.60 su quel d’Ascoli nel Romagnolo.

Suo padre che godeva di buona reputazione tra il celo degli artigiani, cui si apparteneva per essere intagliatore in legname, avrebbe voluto dedicarlo in sulle prime alle lettere per farne un prete, se Iddio lo avesse benedetto di altra prole.

Questa smania di aver preti in famiglia un secolo fa travagliava i nostri paesi né più né meno di oggi.

Le delizie del dolce non far niente, per sopraggiunta premiate con ricchi beneficii, colla protezione dei governi, e col superstizioso rispetto delle masse, furono al giusto appreziate dalle caste privilegiate, dal momento in cui il Sacerdozio cessando di essere una difficile ed umanitaria missione, addiveniva un mestiere facile e lucroso, a cui vi erano annessi pochissimi obblighi, e ben molte risorse.

Ma però la previggente affezione paterna andò a frangersi di fronte alla decisa opposizion del figlio, a cui parlar di libri, e con specialità di latino, equivaleva ad un morso di tarantola—S’indusse quindi ad iniziarlo nell’arte che professava egli stesso, e dall’esercizio di cui ritraeva non meschini proventi.

Ma anche in ciò il povero padre non fu più fortunato che nel primo tentativo, tra perché l’indole vivace ed irrequieta del fanciullo mal si piegava ad un lavorio che richiedea estrema ricercatezza e pazienza; tra perché la soverchia condiscendenza della madre lo faceva viziato e testardo peggio che mai.

Il tempo diè ragione a molti, che aveano mal preconizzato di lui, ed a non più che 15 anni avendo adottato un sistema di continue emigrazioni dalla casa paterna, fini ai 18 col non più ritornarvi, avendo preso ingaggio di servizio militare nei reggimenti al servizio del Papa.

I genitori che più non sel videro tornare in famiglia, e che indi a poco lo seppero soldato, ne morirono di crepacuore, quasi nel contempo, ed a breve distanza l’uno dall’altro — E se ciò dispiacque a Bartolomeo, non valse però a correggerne l’indole, che invece credendosi affatto libero da una soggezione, che pure non gli era pesata di troppo, si abbandonò senza ritegno alla intemperante vivacità del suo naturale, il che gli divenne sorgente d’immensi dissapori, obbligandolo a sostenere una continua guerra coi suoi superiori, sempre con la peggio dalla sua parte, tanto ch’ebbe a farsi del carcere semiperpetuo un genere coatto di esistenza tutt’altro che piacevole.

Eppure Bartolomeo non era in sostanza quel cattivo mobile, che si dava a credere, e nell’esame coscienzioso delle sue buone qualità più numerose, ma meno appariscenti delle tristi, non si poteva far di meno di applicargli il noto adagio, cioè: non essere il diavolo tanto brutto quanto si dipinge.

La sua onestà proverbiale non avrebbe declinato innanzi a qualsiasi prevaricazione — Franco, leale, sincero, era posseduto dalla smania, di andar riparando i torti altrui, di proteggere e sostenere i diritti dell’oppresso e del debole, di fronte all'oppressore ed al forte; imprese tutte queste di una assai ardua riuscita, e che siccome finivano d’ordinario colla sua disfalla, così il malcontento che ne conseguiva, assumeva prima i caratteri dell'atrabile, e quindi di odio dichiaralo verso ciò che secondo lui veniva malamente appellalo col titolo di ordine sociale.

Per le dedotte cose obbligato a congedarsi dal servizio delle armi Pontificie, egli che avea sciupato già il suo patrimonio, e che non sapea far altro mestiere che quello del soldato, si trovò nella dura necessità d’ingaggiarsi con l’Austria, passo falso che dové correggere con la diserzione, perché al dissiparsi dei vapori della prima giovinezza, ebbe a formarsi la convinzione di un indirizzo politico, convinzione adattata ai suoi sentimenti, ed al suo spirito irrequieto e turbolento, e conseguentemente ad associare al suo sistema di opposizione universale un incarnato senza plasticismo e del tutto ideale.

«Patria, Libertà, Eguaglianza?»

Ma siccome non si può servire l’Austria col contrailo sociale fra le mani, così decise che ne avrebbe fatto a meno.

L’età progrediente, il carcere di cui era stato stazionario, ed il bastone Austriaco, che non vi era stato modo di evitare in più rincontri, gli aveano frullato esperienza, furberia, e direm pure l’arte di simulare, in cambio della virtù di rassegnarsi.

Alla sua vita nomade e precaria era debitore della esalta conoscenza topografica dei vasti tenimenti di S. a M. a Apostolica, nonché dell’Italia, che avea studiati coi propri piedi, anzi che sulla carta, e quantunque di bassa educazione, poteva dirsi assai sciente in fatti di lingue e di dialetti.

Questi due vantaggi costituivano una risorsa positiva, ed egli non lardò a valersene.

L’autunno del 1797 il rivide Sull’Ascolano senza cipria, senza codino, e senza mustacci.

Egli vi tornava con un congedo definitivo in buona regola, meno la formula del solo nome dello intestatario, che non era il suo; ma in quell’epoca che la rivoluzione scoppiava gigante nel cuore della Francia, facendo risentire i suoi controcolpi in tutta Europa, le cose non si guardavano cosi pel sottile, come si vollero vedere con l’organo della polizia dopo la sacra Alleanza del 1815.

Bartolomeo provò all’erede del compratore de’ suoi beni ereditarii, che circa 20 anni prima i di lui antenati aveano comprato con aperta malafede, e per meno della metà del valore reale.

Ciò conteneva qualche cosa di vero; ma i diritti, che accampava Fox proprietario non erano assolutamente dei più giusti, specialmente di fronte al terzo che possedeva di buona fede, e che perciò rifiutandosi a qualsiasi indennizzo, il consigliava di adire la giustizia.

Ma era precisamente questo il punto in cui era caduto l’asino del nostro amico, che sorridendo di disprezzo, dichiarò non volerne sapere affatto di questa signora, per cui non sentivasi disposto ad avere alcuna stima e confidenza—I termini della quistione constare di una semplicità superlativa, ed assumersi egli l’incarico di parificar le partite senza aver mestiere del fiscale e dell’avvocato.

Ciò era una bella e formale minaccia, che sarebbe stata tradotta in allo, e Dio sa come! se il terzo possessore non avesse giudicato opportuno lo scendere ad una transazione.

Bartolomeo firmò un secondo alto con cui dichiarava per la seconda volta di essere stato pagato del prezzo dei suoi beni, e di non aver altro a pretendere.

«.... Addio per sempre Patria degli avi miei....» avea detto Bartolomeo l'indomani della composizione della sua vertenza in linea civile, nello abbandonare l’Ascolano e portarsi su quel di Roma.

Il suo spirito era evidentemente conturbato dall’aver riveduti, e dal dover abbandonare i luoghi che lo videro nascere — Procurò quindi distrarsene, e per conseguir ciò fece appello al bel gruppetto di scudi ridotti in oro, e che avea assicurato all’addome mediante un cinto di pelle.

Assicurato della integrità del peculio, si rimise a far la sua strada, ricadendo ben presto nelle sue riflessioni.

I fatti del giorno si fecero presenti alla sua mente, ed il Napolitano più che altra terra fermò la sua obbiettiva; risolse quindi di penetrarvi.

Con 400 scudi però, sian di argento, sian di oro, non si vive per tutta una esistenza — É vero che nelle carceri avea imparato a filar del canape, e far tabacchiere di fil di paglia, o di bergamutta, ed anche a rattoppar scarpe, ma la umiltà di queste professioni riluttava col suo spirito, non ancora perfettamente domo dalla sventura, e con i suoi capitali che gli concedevano di aspirare a meglio.

Energico, coraggioso, attivo, dopo mature riflessioni ebbe ad appigliarsi al mestiere del venditore girovago, e ad avere un magazzino di merci condannale ad un perpetuo moto.

Confessiamolo francamente, oggi che conosciamo il carattere e le tendenze di Papà Bartolomeo, la scelta non poteva essere né più logica, né meglio applicata.

Eccolo quindi padrone in tutt’i sensi del territorio che da Roma mena a Napoli, e che egli camminava con una sicurtà ed una speditezza senza pari.

Nelle sue soste, date le ore del mattino al negozio, devolvea quelle del pomeriggio alle allegre brigate, che finivano per divenire altrettante logge massoniche.

Patria, libertà, eguaglianza, sono idee che si fanno prestissimo strada nel cuore di tutti.

E per ciò che riguarda esclusivamente Papà Bartolomeo diremo, che le sette s’erano dapprima impossessato di lui; di poi egli era divenuto l'anima per così dire, la parte dirigente di tutte le sette, cui serviva di corrispondenza con ammirabile sveltezza e sangue freddo.

Nelle meste e solitarie ore delle sue lunghe peregrinazioni egli soleva ingannar la noja del viaggio cantando dei versi, parte figli spontanei del suo facile e vivissimo ingegno, parte importati dalla scuola masonica.

Alla categoria dei primi appartenevano le seguenti strofe:

Ho servito il Santo Padre,

L’Austria, e servo oggi il Borbone:

Però pur fra quelle squadre

Sempre fui d’opinione,

Ch’esser libero è più sano

Di servire alcun Signor,

Fosse un Papa, od un Sovrano,

Fosse pure Imperator.

Ed a quella dei secondi quest’altre con cui soleva egli mai sempre salutar l’alba di un novello giorno:

Splendi, o sole!... tu forse domasi

Splenderai su di libere genti!

Il tuo raggio matura i portenti

Per cui libera Italia sarà.

Su tre mar, pei suoi monti, nei piani.

Quando prima Regina ritorni,

Torneranno per essai bei giorni

Della prisca sua splendida età.

— Il cavallo, la lupa, il leone

Abbattute le vecchie corone;

Stretti a un patto di libera fede,

E di gloria in un solo pensier.

Pesteranno il Camauro col piede

E il leone, e la lupa, e il destrieri

Non più chiavi, turiboli e ceri,

Non zimarre, non cotte e sottane;

Ma delle Aquile antiche Romane

Noi l’insegna vogliamo seguir;

Non più preti; vogliamo guerrieri,

Fia la patria nostro unico culto;

D'otto secol d'infamia l’insulto

Così solo potrà disparir.

L'Arno, il Mincio, la Dora, col Liri,

Tributarii non più di sospiri,

Non più segni d’esiguo confino

Che la Santa Alleanza creò,

Chiederanno a fratelli il Ticino

Con il Tebro, con l'Adda, col Pò.

E Dio viva! e dei Forti sia il Dio,

Non il nume dei popoli schiavi,

Che ai nepoti le glorie degli avi

In eterna ignominia cangiò.

E Dio viva!... ma non per l’oblio

Di color che, sfibrato il Vangelo,

Dicon oggi che il Regno del Cielo

Pei cretini il Signore creò!

Degli eserciti al nume sian glorie,

Dio. che in pregio ebbe sol le vittorie;

Dio nemico di lacci e catene.

Che pei Liberi In croce spirò;

Dio che il Regno dei forti mantiene.

Che il suo regno pei forti creò.

Più di una volta s’era imbattuto con Rodio, fra Diavolo, ed altri eroi dello assolutismo di quell’epoca, ma questi avean finito col fargli di berretto, stringergli la mano, e delegargli scorte di onore.

A questo proposito era egli morto col dolore, e diremo fin con lo scrupolo di non averne potuto fare, per mancanza di tempo e di opportunità, dei ragguardevoli carbonari o fra masoni, moralizzandone gl’istituti. Deplorava quel fatto come una occasione perduta per far del bene.

Negli Abruzzi in generale, e massime nell’Aquilano Papà Bartolomeo faceva di buoni affari così pel commercio come per la setta.

L’idea della libertà e dello affrancamento dal servaggio, benché sia egualmente sentita tanto nei grandi centri, che nei deserti, così sui monti, come nella pianura; egli è certo però che preferisce quelli a questa, sia pel punto culminante, sia per l’ideale poetico; e Valentini ha scritto giustamente

Vuole libero cielo il mio cuore

Sotto libero cielo n’andrò;

E domani più fervido il sole

Solitario vedrò da quei monti,

Nell'amplesso di mille orizzonti

Fra l’immensa famiglia dei fior.

Ma la prosa dei Governi è stata sempre l’eterna nemica delle aspirazioni poetiche dei popoli.

E questa prosa venne, anzi fu scritta con somma precisione dalla Polizia del confine, appositamente per Papà Bartolomeo.

Egli avea avuto un momento di debolezza per la moglie di un Gendarme, forse collo scopo precipuo di arruolare il marito fra i Carbonari.

Ma questa novella Dalila, saputo il segreto della di lui potenza, lo rivelò al marito, che in grazia del bene del Real servizio, ebbe a perdonarle l’ingiuria privata.

Il caso era complicato— Vi era dell’offesa al pudore, del crimine di tentata corruzione di un pubblico funzionario, e vi era infine, o per dir meglio dal principio alla fine, un certo che di setta, o di cospirazione desunto da alcuni segni, e da varie proposizioni avventate nell’estasi dello amore, e probabilmente del vino.

Tutta roba da capestro! Non vi era verso da svignarsela liscia liscia.

La legge parlava chiaro in una mezza dozzina di articoli, complessivamente della forza di 350 cavalli.

Fu quindi preliminarmente sottoposto ad una lunga cattura con la sua, bottega portatile, obbligalo quindi a risarcire le scuciture fatte all’onore del Gendarme, mediante una equa compensazione in contanti, ed infine a rinunziare alle sue frequenti escursioni.

I suoi capitali in danaro scemarono per nove decimi, quelli in tessuti e paccottiglie, all’uscir di prigione trovò che aveano subita una fase anche più dolorosa e terribile.

L’umido, il tarlo, i ragnateli ed i topi, delizie di che pareva che si beassero gli Uffizii della Polizia, li aveano orribilmente guasti e mutilati, oltre che vi si osservava pure una qualche sottrazione, che per ragion di peso e di consistenza non poteva essere imputala al primo più che ai secondi.

Se ne fece verbale, ma il colpevole ebbe la destrezza di rimanere ignoto! Per tanto Bartolomeo vistosi sull’orlo di un abisso non si perdè di animo.

Egli ricordossi in buon punto di saper far scatole da tabacco, filar canapa, e massimamente rattoppar scarpe, e quindi come che ispirato da una idea sovrana e predominante avea gridato con tutte le potenze dell’anima. — La patria è salva.

In due giorni, i suoi piedi pestando gli Appennini, ei fu Sull’Aquilano, ed il terzo era nel capoluogo.

Le sue conoscenze nel saperlo ridotto al verde se ne condolsero, e giunsero fino ad intiepidire in qualche modo.

Ma ciò non ebbe altra sinistra conseguenza—Bartolomeo principiava ad appartenere alla posterità — Egli superò sé stesso, rassegnandosi a vivere di lavoro.

Ogni sventura ha le sue simpatie; e quella dell’ex- commerciante era di un genere supremamente simpatico.

Uno degli affiliali gli cedeva un asilo meglio che decente, e senza chiederne compenso di sorta.

Egli però avea preferito il sottoscala ove lo abbiam veduto agonizzante.

Fornirlo dello indispensabilmente necessario fu l’opera di poche ore.

Il pancarello e gli altri ordigni del novello mestiere di ciabattino furono acquistati col residuo dei suoi capitali.

Finalmente il giorno istesso della sua istallazione nel nuovo domicilio, ebbe luogo come per incanto la inaugurazione della sua bottega.

Un assortimento completo di scarpe e stivali da rattopparsi fu spedito al suo indirizzo—Appartenevano ad ex-affiliati e non affiliati, perché si può essere onesti e farsi amare in tutte l’epoche, ed in qualsiasi gradazione politica.

La differenza stava in questo.

I radicali ne ridevano come di un povero pazzo, chiamandolo spirito esaltato ed utopista. I Rossi lo ritenevano e veneravano come uno espediente efficacissimo e rispettabile della libertà; un martire della sua fede politica.

I fatti che si compirono tra il 1820 e 1821 indussero Papà Bartolomeo, ad abbandonare gli Abruzzi per prendere gli oracoli dei Carbonari di Napoli e di Roma — Egli che incominciava a piegar la schiena come ad arco di violino non s’intimidì di fronte ai suoi 60 anni — Viaggiò imperterrito di notte e di giorno, e vi guadagnò un nuovo disinganno.

Non senza molestie gli fu concesso tornare alle sue vecchie ciabatte, il che egli fece senza scomporsi e col maggior sangue freddo e contegno possibile, affine di non dare ai radicali l’opportunità di ridersi di lui, e di riconfermare l'insultante giudizio profferito in inerito delle sue opinioni; egli non era di meglio del Generale Mak, che dovea la sua celebrità alle ritirate — Anzi vuolsi che nel riaprire il suo negozio avesse dello come la volpe di Esopo:

«Non dum matura est.»

ed il cielo a compenso di tanta fede nella buona causa non permise che fosse morto senza consolazione.

Egli avea veduto il 1848 — Avea salutato la bandiera dei tre colori; egli che odiava più di tutto ciò che sa di zimarra, avea gridato Viva Pio IX, ed in quel momento di entusiasmo avrebbe non dico perdonato, ma, ne son cerio, anche abbracciato e bacialo Gregorio XVII.

Al mattino del giorno in cui Aquilino tornava da Roma, egli avea avvertito i fenomeni della morte.

Ciò non poteva sorprenderlo ad oltre 90 anni!

I suoi conti col prossimo e con la vita erano aggiustati; il dare ed avere offriva le identiche cifre — Si trovava alla pari.

Quelli con Dio lo erano meglio ancora, e fin da epoca più remota, vale a dire dal giorno in cui avea sposata la causa della umanità; in cui si era fatto campione della giustizia; dal primo di in cui ebbe uso di ragione, e nel quale spezzò col povero il suo primo pane, abitudine che non avea smentita giammai, anche nei giorni della pruova più dura, e fin nel mattino istesso della sua agonia.

«Nunc me dimittis Domine» avea egli esclamato in mezzo alle esultazioni di un popolo, che gridava: «Viva l’Italia, Viva Pio IX, Viva la libertà!» Egli non avea più che deplorare; il sogno di sua vita lo vedea realizzato nel punto della sua morte; e questa il raggiungeva nel godimento pieno di quella serenità e di quella calma, che avea fatto lieto il più bel giorno della sua vita».


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DECIMOTTAVO QUADRO

SOMMARIO — Onori funebri decretali a beneficio di un Promossone— Parte interessante che vi rappresenta Maestro Tanuccio — Orazione praesente cadavere.

«Ora capisco, avea gridato S. E. a al finire del racconto di Tanuccio—Papà Bartolomeo rappresentava in carne ed ossa un principio — Ecco tutto!....»

«Ci s’intende, Eccellenza; niente si fa per niente.»

«E questo anche lo trovo ben detto, Maestro Tanuccio», riprendeva il Consigliere quasi distratto.

Diciamo distratto, perché tutto ciò che in quel momento avveniva nel suo interno, non era figlio di spontaneità, ma di calcolo.

Il grande autore della logica dei probabili si sarebbe sconcertato di fronte a tanto sangue freddo — Egli non era commosso per nulla — Egli rifletteva; avea tirate le sue linee, ed ormai pensato di fare qualche cosa di assolutamente grande e di nuovo — Un colpo di Stato in piccolo — Egli intuiva l’applicazione del mezzo come divenir grande fra i vortici della rivoluzione, e stabiliva il campo delle sue strategie sul capezzale del defunto Papà Bartolomeo.

E poiché Tanuccio il guardava sorpreso di vederlo distratto, e senza dare il menomo segno di commozione pel racconto che allora allora avea finito di fare; il Consigliere quasi riavendosi istantaneamente ebbe a dirgli.

«Tanuccio per questa mattina trascurerai le tue pratiche, dappoiché io ho uopo assolutamente dell’opera tua.»

«Sono agli ordini di V. E.»

«Ero sicuro di ciò, poiché so di chi mi fido. Nel tuo involucro vi è qualche cosa di grande, di positivamente generoso, che ti avrebbe meritata miglior fortuna—Sì non esito ad affermarlo, tu e non eri nato per insaponar barbe.»

«È quanto mi diceva pure la felice memoria di mio Zio il subeconomo.»

«Ed è quanto ti dico io, caro il sig. Tanuccio.»

«La fase che tu subisci non è altro che un capriccio, un vizio della sorte; capriccio o vizio, che deve essere corretto....»

«E ciò è appunto quel che desidererei....»

«Ed è quel che dev’essere — I tempi che corrono reclamano potentemente uomini che valgano ed abbiano un’anima; né basta, ma la coscienza pure di aver quest’anima....»

«Eccellenza, io mi sento di aver l’una e l’altra....»

«Ed ecco perché non devi essere un barbiere; eternamente un barbiere!... ma basta, di ciò a miglior tempo; per ora è necessario occuparsi esclusivamente del povero Papà Bartolomeo...»

«Io credo, Eccellenza, di aver detto ch’è morto....»

«L’ho inteso, ed è una ragione di più per occuparsene.»

«Prendi quindi questo denaro, ed opera perché gli siano compraci li dei ceri—Io voglio che abbia un decente funerale, ed incaricati quindi del servizio funebre—Assumo a me l’obbligo di soddisfarne la spesa.»

«Bada però che il cadavere non debbe uscire prima del mezzogiorno; io voglio vedere assolutamente, voglio adorare ciò che rimane di un tanto strenuo campione delle nostre civili libertà; prima di mezzogiorno sarò sopra al luogo a dire poche parole sul suo feretro; io voglio dare l’estremo addio all’onorata salma del fratello che abbiamo perduto.»

«Ma.... Eccellenza!!....»

«Ed eccoti da capo colle tue ciancie, o Tanuccio; non vi è tempo da perdere.... io fra poche ore sarò a vederlo.»

Ed il nipote del sub-economo lieto dall’alta missione, scendeva a quattro a quattro gli scalini di S. E, ed in un momento il tutto era all’ordine, avendo egli parlato con la congrega, che se lo ascrivea a confratello; acquistando i ceri, e facendo il meglio che poteasi per decorare di funebre apparato l’angusto sottoscala, ov’era esposto il cadavere di Papà Bartolomeo.

Ed avvertasi che Tanuccio, per non distaccare gli interessi dei vivi da quelli del morto, nel disimpegnare i diversi incarichi ricevuti, s’era fermato al corpo di Guardia, alla Farmacia, alla propria bottega, ed al Caffè predicando la bontà e la munificenza di S. E. che era il fiore del liberalismo, ed invitando chiunque a presenziare alla funebre cerimonia.

In men che si dica la città era tutta in cognizione di tanta notizia ed i patrioti non volendo parer da meno di sua Eccellenza s’imposero una tassa, col cui prodotto più che abbondante furon celebrate delle messe e fatte dell'elemosine in suffragio della felice memoria.

Assai prima dell’ora fissata, ad onta del tempo nuvoloso e del freddo intensissimo, la piazza era gremita di popolo, ed il frate di Papà Bartolomeo si trovava adagiato su velluti dorati, che avrebbero fatto onore ad una famiglia di Marchese.

Bizzarria della sorte!!! Papà Bartolomeo dopo 90 anni di una vita di stenti e di privazioni, non appena divenuto cadavere veniva insultato con le morbidezze e con la pubblica mostra di una inutile pompa e di uno sfarzo senza scopo, a solo strumento dell’altrui ambizione!!

A circa le ore 11 a: m: magna comitante caterva, si vide arrivare il Sig. Consigliere vestilo strettamente di corto — Tanuccio era fiero di seguirlo a rispettosa distanza.

Egli indossava la famosa veste ereditata dal sub-Economo.

A completare però il suo abbigliamento avea fatto lustrar le scarpe, ed indossata una camicia, con gli sparali a doppio ricamo, col colletto che superava la parte superiore delle orecchie, e con enormi paramaniche—Ciò gli. dava un tuono superlativamente grottesco.

Oltrepassato l’atrio e giunti in vicinanza del sottoscala, propriamente là dove la folla era più stipata, esso si fece innanzi per far posto, il che ebbe luogo con la massima quiete e pacatezza.

Lo speziale, il Capo della Guardia, l'esercente del vicino caffè, un Notajo col suo giovane, e diverse altre notabilità del luogo, occuparono senza contrasto i posti di onore. — Il Consigliere si pose sul davanti, e di fronte a questi ultimi, sul lato sinistro del cadavere.

In poco d’ora l'atrio ed i vani tutti del palazzo venivano gremiti da una calca che rifluiva fin sulla pubblica strada.

Tutti si tenevano all’impiedi col capo scoverto; il raccoglimento era massimo.

Un sacristano si fece a distribuire un pajo di dozzane di ceri accesi, dietro di che il Rev.° Padre spirituale della Congrega, con voce resa baritonale da recente costipazione, e ch'egli si sforzò di emettere con una vibrazione ed imponenza pari all’altezza della circostanza, intuonò il Lìbera me Domine de morte aeterna, cui la folla fece eco in coro fino all’ultima sillaba del requiescat in pace.

Terminato il canto il sacerdote benedisse il cadavere ritirandosi a tergo del Consigliere—Tutt’i ceri distribuiti vennero ritirati.

Successe un momento di profondo silenzio e di santo raccoglimento; parecchi sputarono e molti si soffiarono il naso onde prepararsi ad un silenzio anche maggiore; quindi dopo altra pausa il Consigliere fattosi un poco innanzi, prima in tuono debole, commosso, ed esile, quindi animalo e vibrante talia voce refert.

«Una esistenza tanto più preziosa quanto meno pregiata dal mondo; una vita che rifulge di luce immortale sol ora ch'è cessata d’esistere, è stata oggi stesso mietuta dalla falce inesorabile della morte!»

«Ieri... solamente ieri, ed il sangue che ora sta rappreso nelle gelide vene di questo grande Italiano, di questo illustre martire a della nostra indipendenza, circolava forte intorno ad un cuore, di cui ogni battito faceva fragorosamente eco al risorgimento della Penisola, ed alle nostre cittadine libertà. — Ieri.... ieri egli vivea negletto ed oscuro, forse dimenticato, e dirò pure incompreso, ed oggi?!!! oggi solamente che non è più, la coscienza pubblica si fa solenne rivelatrice delle sue virtù, ed invita noi tutti a spargere sullo esanime suo frate il doloroso tributo di una mal frenata lagrima; nunc... nunc cassum lumina lugent!!!»

«E per ciò, o Signori, che trascinato io dalla forza irresistibile del sentimento, mi son fatto animo a recarmi fra voi affin di rendere onore di poche parole a questo feretro, ed invitarvi ad essermi compagni al mesto e doloroso uffizio.»

«É qui, qui stesso, in questo tugurio troppo angusto e disadatto per servir di albergo in vita a tanto uomo, è qui ripeto, che io stesso, ad ammaestramento ed esempio di un’ordine di cittadini che vuol dirsi privilegialo, vanitoso, inerte, intollerante del male quanto incapace a volere il bene, ho desideralo che il funebre rito si avesse compimento.»

«Come innanzi alla eternità non vi sono distinzioni di caste, così è giusto e del pari necessario che oggimai esse disparissero d’innanzi al sociale incivilimento. — Che se mai prerogativa avrà a ad esistere perché tra i figli di uno istesso popolo sia compatibile alcuna distinzione, questa d’ora in poi dovrà essere costituita essenzialmente dallo esercizio di eminenti virtù personali, e dalla negazione di ogni altro sentimento che non sia la emancipazione dallo straniero, e la tutela di quelle civili libertà che già tanto a sangue e tanti sacrifizii ne costarono; e da cui Don potremmo derogare senza incorrere nella taccia di nipoti degeneri e traviati di quei prodi, ai quali un giorno ebbe a sembrare racchiuso in troppo brevi contini lo imperio che tennero sul mondo».

«Nè mi si dica che cosi si allenti a quegli ordini della società in cui risiede la vita delle nazioni. — Il sospetto sarebbe assurdo e costituirebbe da per se solo una offesa alla pubblica morale; la gerarchia è la pietra angolare di ogni qualunque politico edifizio, ed è nel mutuo rispetto delle classi che si contempera la tutela dell’ordine. — Essa però deve basare sul vicendevole adempiersi dei doveri che ad ognuno sono imposti; essa anziché delineare una mostruosa distanza fra i ceti; anziché aprire una voragine fra  cittadino e cittadino, deve aver per iscopo la giustizia, per anello di congiunzione l’amore e la fratellanza.»

«E che ciò non sia un mito, ma invece un fatto ed una consolante realtà, o chiari ed illustri patrioti, siete voi i primi a provarlo all’Italia oggi, che qui meco conveniste per deplorare questa splendida creazione non ha guari spenta dall'alito assiderante della morte; e ben senza tema di andare errati splendida creazione chiamar si debbe, quella del defunto di cui (mentre ne rimpiangiamo oggi la perdita) l’anima bella sfolgorante di cittadine virtù, rese più preclari ancora dallo esercizio di una costante sventura, fu di già ricevuta nel bacio del Signore preannunziata dalle nostre benedizioni, e da quelle di tutto un popolo che ascriverà sempre a sua gloria lo avere accordato fino ad ieri la cittadinanza ed alcun sollievo tra le amaritudini dello esilio, ed oggi una tomba, al perseguitato dall’ira dei tiranni.»

Dopo un esordio così succulento, l’oratore stando strettamente ai precetti del Majella passò alla esposizione o narrazione dei particolari della vita di papà Bartolomeo, quali noi li abbiamo esposti per stimma capita, cementandoli a suo modo, cioè difendendo colla vecchia teorica del suum cuique tribuere il doppio pagamento dell’asse ereditario; battezzando per fuoco sacro le discolezze della sua tempestosa gioventù, e qualificando come martirio il carcere e fin l’applicazione del bastone tedesco, che invece si erano un giusto corollario della sua opposizione, elevata a sistema, contro ogni autorità e morale disciplina.

E sempre di questo passo chiamata novella Dalila la moglie del Gendarme, che paragonò prima alla voluttuosa Putifarre, intesa a     sedurre il penultimo figliuolo ch'ebbe Giacobbe da Sara, arrivava al terzo punto che veramente possiamo chiamare culminante della sua orazione, e che valse alla stessa storicamente parlando l’onore di divenir proverbiale.

Massillon, Bossuet, Segnari e gli altri tutti ch’ebbero a divenire celebrità nella difficile palestra, furono di soventi volte di lui men fortunati nel bisogno di commuovere sentitamente gli animi facendo ricorso alla Patopeia. — La verità palpitante di un cadavere e le concomitanze della esaltazion popolare, e di certe idee di comunismo, che lusingavano l’amor proprio e la cupidigia dei nove decimi del rispettabile pubblico, costituivano degl’incidenti di cui egli volle e seppe trar partito meravigliosamente — Meglio quindi che dalle chiose dello storico la nostra narrazione sarà avvantaggiala dal riportar fedelmente questo non plus ultra dell’arte oratoria.

«Allorché il giusto si approssima a rendere alla terra ciò che u dalla terra si ebbe, con lo inevitabile pondo delle tribolazioni u che vi sono annesse, sorgono la Religione e la virtù a reclamare per lui dalla tomba una nuova e duratura esistenza, la prima cioè quella dello spirito, e l’altra della rinomanza.»

«Il più cieco ed accanito materialismo si è indarno studiato di persuadere altrui della mortalità dell’anima; come il più assoluto scetticismo non ha potuto negare l’importanza della fama perdurante oltre la tomba.»

«La Religione assicura allo spirito il possesso di un avvenire celeste. — La virtù tutela all’individuo la immortalità del proprio nome.»

«Signori, in questo momento noi abbiamo d’innanzi un cadavere, non altro che un cadavere, ossia un corpo d’onde l’anima si è elevata in questo momento al cospetto di Dio.»

«Signori, benediciamo allo spirito, ed apprestiamoci pure a dividerci dal corpo, cui già travaglia la inesorabile legge della dissoluzione.»

«Altre poche ore ancora e sarà disorganato; altri pochi mesi e sarà sparita ogni traccia della sua meravigliosa costruzione; qualche anno ancora, e la terra sarà nella sua interezza restituita alla terra.»

«Animo adunque, o pietosi, cui qui richiamava la generosa idea di rendere gli estremi uffizii a cotanto illustre defunto; subiamo ancora questa ultima e dolorosa pruova della umana caducità: rassegniamoci a dividerci per sempre da questi onorati avvanzi r ormai dalla tomba potentemente reclamati.»

«E però pria che ciò pure avvenga adempirò per me stesso e per voi tutti, o nobili cittadini di questa classica terra, al mesto ufizio di un ultimo vate!»

«Non è possibile che inspirino ribrezzo le castigate forme della  onesta povertà, ed ecco quindi che mi accingo a dargli il bacio dello estremo addio!....»

«O massimo fra gl’Italiani dall'epoca, nobilissima espressione ed illustrazione di questo secolo, santificato dallo amore intensissimo che portasti a questa terra, la quale non ebbe altro per te che triboli e spine, e dal martirio che per essa soffristi, conti cedi deh! concedi a noi tutti il poter ora soddisfare ad un supremo bisogno dell’anima, senza che avessimo a riportarne taccia di profanazione!....»

«Bacio quindi per me e per tutti questa maestosa fronte ov’ebbe incremento il santo pensiero della libertà della penisola!»

«Bacio questi occhi che chiusi oggi alla luce del re fra i pianeti del firmamento, ebbero per lunga stagione ad essere essi stessi il Sole della verità e della indipendenza.»

«Bacio questa bocca da cui mai sempre ebbe ad uscir calda di (patriottiche espansioni la parola confortatrice a grandi propositi ed a magnanime imprese,»

«Bacio questo petto ch'ebbe ad essere la stanza del più nobile? fra i cuori, e questo stesso cuore, ogni di cui vibrata pulsazione fu condanna di morte pei tiranni, ed eco permanente della patria rigenerazione.»

«Bacio questa nobile destra che ebbe ad impugnar tante volte «la spada vendicatrice delle ingiurie dello straniero.»

«Bacio.... ma che, o Signori?!! io bacio tutto, e fino quei piedi (che per oltre novantanni furono sostenitori di un cotanto privilegiato macchinismo della creazione, e che se oggi indolenziti dal freddo della morte derogano allo usato ufizio, si aspetta a voi o nobili cittadini dell’Aquilano di supplire al loro difetto, conducendo una cosi gloriosa salma alla sua ultima dimora.»

«Pace!»

Ed in così dire il Consigliere, che con gesti calorosi avea fino allora accompagnata la sua orazione, s’impossessò di una delle assi sporgenti della bara.

Al chiudersi del funebre eloquio un mormorio di approvazione eruppe concorde tra tutti gli astanti, che veduto Fatto eroico di voler egli sottentrare all’uffizio dei becchini nel trasportare il cadavere furono colti dalla febbre di emulazione.

Ebbe quindi a notarsi nella folla un urlarsi, un pigiarsi da per ogni verso in senso progrediente, ed in men che si dica una dozzina di nerboruti Abruzzesi di ordine civile, si disputarono l’onore di trasportare il cadavere sulle loro spalle.

Sua Eccellenza pregato mostrò non voler desistere dall’essere del bel numero uno dei portatori; ma però poco dopo fu giocoforza rinunziarvi pel significante difetto di altezza; egli ch’era di una figura anche troppo piccola per le città della pianura, si trovava per fisica conformazione ben molto al di sotto di quei ben sviluppati figliuoli della montagna.

Bella cosa è certo lo entusiasmo, specialmente quando si appalesa nei grandi centri, e viene eccitato da nobili sentimenti — Gran peccato però che dal freddo calcolo che spesso gli succede sia condannato a vivere di brevissima vita! Allo indomani della tumulazione non si parlò di altro che di un magnifico mausoleo da erigersi mediante pubblica contribuzione; valorosi architetti si diedero a modellarne il disegno, ed egregie intelligenze si arrovellarono per comporre una epigrafe degna del grande uomo e del pregiatissimo marmo sul quale doveasi scolpire —Una settimana dopo del chiarissimo martire e del sepolcro monumentale ne fu parlalo come di un probabile che si perdeva nel futuro — Al passar di un mese ne avvanzava appena una qualche ricordanza che per ultimo andar dovea miseramente dispersa nei vortici della reazione.


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DECIMONONO QUADRO

SOMMARIO—Disgrazia e decesso di Maestro Tanuccio—Diagnosi della sua malattia — I piedi di Papà Bartolomeo—Dialogo esplicativo—I frutti dell'orazione funebre—Il Consigliere e D. Maurizio—Ultimi cenni biografici.

Sotterriamo, o lettori, un altro cadavere, quello cioè della fortuna e della reputazione di Maestro Tanuccio, e ciò non deve sorprendervi perché è Metastasio che l’ha proverbialmente sentenziato.

«Ai voli troppo alti e repentini

«Sogliono i precipizi! esser vicini»

E non è da revocarsi in dubbio che il nipote del Subeconomo avesse volato e volato anche troppo; egli smanioso di spingersi innanzi e di prendere il largo nell’orizzonte di un fortunato avvenire, non avea posta mente né usata perspicacia quanto bastasse nello analizzare la contessura delle ali che sopportar ne doveano il pondo grave anziché no.

La idea della protezione del Consigliere andò in fumo d innanzi alla riuscita di un suo progetto politico, ed egli per campar la vita ebbe più che mai a tenersi raccomandato ai suoi rasoi ed alle sue economiche saponate.

E diciamo economiche perché il destino col suo dito di ferro avea scritto nella pagina del nostro Figaro «Tu sarai la vittima di una storditaggine; tu non insaponerai più la barba di una Eccellenza!...»

«Il tuo prestigio è caduto; le tue aspirazioni spente; il tuo avvenire infranto!...»

E cosi precisamente avvenne; discreditalo dové esulare; esule non fuvvi risorsa di mestiere che valesse a fargli sostener la concorrenza dei suoi confratelli — Il genio si spense, e quando il suo nobile ex-protettore navigava a gonfie vele nell’oceano senza sponde delle buone grazie di Re Ferdinando 2.°, egli il meschino ritornato in Aquila fuvvi accolto per pura elemosina da una vecchia penitente del quondam suo Zio, che mise a sua disposizione una specie di canile, nelle cui vecchie pareli l’umido da circa mezzo secolo vi esercitava il medio e misto impero in promiscuità di una prosperosa famiglia di topi.

Oscuro, dimenticato, ed obbligato per soprappiù alla umiliante cura di custodire la legna e governare il numeroso pollame della sua vecchia ricettatrice, non andò a lungo ad essere attaccato da una febbre, che come cedea in intensità guadagnava nello stato di permanenza, e quindi diveniva consuntiva — I pietosi che vollero prestargli dell’assistenza ebbero a notare il fenomeno che, sia nel più violento parosismo della febbre, quanto durante le torbide e lunghe veglie del secondo stadio, egli di tratto in tratto levandosi come di soprassalto nel mezzo del misero letticciuolo gridasse «oh quei piedi! quei piedi!!» esclamazione che resasi frequentissima fu riferita al medico, il quale dopo avere esaminale l’estremità inferiori del sofferente, e ritrovatele di una sanità inappuntabile, sentenziò non avere i piedi, almeno quelli che avea esaminali, alcuna relazione con la sua malattia.

Ma da quella proposizione incidentale e riservativa ben molte delle vecchie comari del vicinato trassero opportunità di far correre di galoppo la loro fantasia pei campi dello astratto e del meraviglioso, dichiarando alla unanimità che Maestro Tanuccio moriva bello e stregato per opera di non si sa quale suo confratello di mestiere, che geloso della sua abilità nella notte di un sabato precedente la festa di S. Sebastiano, con la luna in decrescenza, avesse fatto bollire in una pignatta nuova, e con fuoco alimentato da rami di Larice, due piedi di capro con grasso umano, ed altra miscela indettata dalla magia nera onde torsolo d’innanzi.

Alieni dal condividere così strane idee noi siamo di avviso che la disgrazia in primo, e quindi la prematura morte di Maestro Tanuccio mettessero capo realmente in un paio di piedi belli e buoni, non però di caprone, ma di uomo fatto a sua immagine e similitudine, e propriamente in quelli di Papà Bartolomeo; ed eccone il come.

In quella critica giornata ch'ebbe ad essere la prima dalla morte di questi, e l’ultima della vita pubblica di Maestro Tanuccio, il Consigliere fra gli altri ordini datigli, avea espressamente significalo quello di far la saponata al cadavere, che avrebbe voluto trovare almeno sufficientemente nello da immondizie, se non profumato di balsami odorosi, per qual tale punto culminante della sua orazione, in cui si era prefisso di chiamar la mimica a puntello dell’arte oratoria, per dar forma plastica al poetico concetto chiuso nei due versi

«Prima lo bacia e lo ribacia, e poi

«Mille altri baci in quelle forme apprese.»

Ora sia per mancanza di un tempo che il povero Tanuccio credè meglio impiegato altrove, sia perché gli tornava impossibile il prevedere dove mettesse capo un tale ordine, egli senza preterire di ottemperarvi all’intutto, ne limitò lo adempimento alla sola superficie superiore visibile, restrizione ch'ebbe ad essere causa di un supremo disgusto all’illustre committente quando si trovò ingolfato nella operazione dei baci, da cui non era più un tempo di recedere, e che con evidente malincuore dové portare a termine fino ai piedi, che Papà Bartolomeo per una sfrenala voglia di libertà avea da più che mezzo secolo tenuti gelosamente liberi dalla soggezione delle calze e dal sistema delle abluzioni.

E la dolorosa certezza della sua disgrazia lo sventurato barbiere ebbe ad apprenderla l'indomani, in cui essendosi recato al solito di buon’ora in casa di Sua Ecc: più per cianciare e riscuotere elogi pel suo operato del di innanzi, che per quel tale contropelo, di cui in buona coscienza sentiva di essere in debito, questi con fare asciutto, e con quel mezzo sorriso che gli era abituale, e di cui usar soleva per mascherare qualsiasi interno sentimento, fattoglisi incontro ebbe a dirgli secco secco.

«Caro il Signor Tanuccio probabilmente io non avrò ulteriore bisogno dell’opera vostra....»

«Come Eccellenza?!!»

«Non m’interrompete; eccovi di che pagarvi dieci volte del tempo che avete speso in mio servizio....»

«Per carità!... io rinunzio a tutto; non voglio alcuna cosa, ma mi si dica almeno....»

«Non ho che dirvi; sono stato avvezzato alla scuola di una obbedienza affatto passiva: per inde ac cadaver!

«Eccellenza veramente non so troppo di latino; intendo però che V. E. mi vuol parlare del cadavere di Papà Bartolomeo: ebbene io voglio credere che non vi mancasse cosa alcuna....»

«Anzi.... v’era di troppo; voi, perché non ne rimanesse alterato il peso specifico, come se si fosse trattato di rubini o di diamanti, avete voluto far economia di tempo e di sapone....»

«Eccellenza ecco lo sbaglio; io gli ho lavato per ber ben tre volte il viso....»

«Ecco il male; io vi avea parlato di cadavere e non di viso — Voi avete voluto prendere la parte per il tutto, e la vostra disobbedienza per poco non ha avuto a costarmi un deliquio—Dio! Dio! vi era qualche cosa di supremamente stomachevole ed asfissiante nei piedi di quel grande Italiano!....»

«Ora ci penso.... V. E? li ha baciati; or bene perché non dirmelo prima che vi sarebbe stata la funzione di un baciamento universale?!...»

«Perché, mio caro, giusto perché siete una bestia; orsù prendete il vostro denaro ed addio.»

E così dicendo gli volse le spalle secco secco, nel mentre che il servo aiutava lo sventurato Barbiere a rifar la strada che dovea metterlo sull’uscio.

Molte volte di poi tentò Maestro Tanuccio di rivedere S. E. ma non vi fu verso per essere ricevuto, del che disperato all’atto e quasi fuor di sé stesso per la perdila di questa fra le sue pratiche che avea elevata a base dei suoi favoriti castelli in aria, ebbe ad abbandonar le altre, e quindi dissennato uscir di vita gridando sempre «quei piedi! quei piedi!!» il che prova quanto, in fatto di vita pratica, vi sia di vero in quel vecchio proverbio «parva saepe scintilla magnum excitavit incendium!»

«Nel giorno che successe a quello della strepitosa tumulazione del povero conciaciabatte la intera città non parlava che della celebre orazione del Consigliere; la quale veniva illustrala e comentata in tutt i versi come un testo di Dante non solo, ma raffrontata eziandio, mercé di una accurata sintesi a quelle fra le più classiche lette dallo Arpinate nel foro Romano — E perché essa era di per sé stessa una prova eloquente di patriottismo da farne apprezzare l’autore per uomo eminentemente liberale, così non mancarono uomini semplicioni e di buona fede tanto, quanto di poco accorgimento, che si disputarono la sua stima e la sua confidenza a furia di una loquacità e di una espansione che andava a perdersi nello sconfinato, e ciò nella convinzione che foss’egli uno dei più validi sostegni e propugnacolo di libertà, che si piegava ad accettare il regime monarchico costituzionale come semplice transazione nello statu quo, e come punto di movenza a qualche cosa di più positivo per avvenire..

E la Fama dando fiato alla sua magica tromba, i cui toni nello espandersi hanno la virtù di venir riprodotti dall’eco della esagerazione, ingigantiti e mistificati da per ogni dove ed in tutt’i sensi, valse ad accrescergli prestigio e proselitismo in men che si dica, talché dagli estremi confini della Provincia si faceva a gara per tradursi nel Capoluogo e procurarsi la suprema tra le fortune, il massimo fra gli onori qual’era quello di porsi in relazione con l’esimio ed egregio cittadino, cui ad unanimità veniva conferito il titolo di Salvator della patria e l’autorità di capo politico della Provincia istessa nel senso assolutamente rivoluzionario.

E la buona fede, quella virtù che in certi casi pratici costala tal, volta il vizio più enorme è la maggior debolezza degli onesti, non tardava a tirar nella pania anche l’intendente dell’epoca, egregio ed onoratissimo patriota, che senza sapersi spiegare in altra guisa rapido passaggio che aveva fatto il suo Consigliere dalle teoriche più riguardale e ristrette ad altre diametralmente opposte e recisamente repubblicane, si limitava a replicare «I grandi uomini il più delle volte sono creati dalle grandi occasioni!»

In cosiffatta guisa la rinomanza politica del Consigliere basata sopra una orazione in senso liberale, e sul cadavere di un ciabattino ebbe causo di estendersi e dominare su tutta una Provincia, che ad un tratto si dava piedi e mani legale in sua balla, e che non dovea tardar di molto a pentirsi ed a pagare a carissimo prezzo le tristi conseguenze della sua cieca fiducia.

Ed in fatti subito dopo il 15 Maggio al rapido dilatarsi della reazione nelle Provincie, l’Aquilano fu colpito da tali severe e cosi precise misure, da tali singolari rigori, che non lasciaron dubbio intorno alla fonte che aveva somministrate le dettagliate notizie — Fu fatta inesorabilmente man bassa su tutto e su tutti dallo Intendente in giù, il quale ebbe a modificare il suo detto sentenzioso nella seguente guisa «Le occasioni che non di rado creano dei grandi uomini, sogliono più spesso ancora mettere in evidenza dei  fortunatissimi birbanti.» Dalla sua in poi le destituzioni piovvero a diluvio accompagnate dalla sterminatrice gragnuola degli esilii, delle confische, della carcere arbitraria per misura di Polizia— A tutto dire la intera Provincia in un batter d'occhi epurata dalle sozzure liberali, ebbe ad assumere la fisonomia dell’ordine all’uso dei Borboni.

Ed il Consigliere?!....

Il Consigliere conscio di ciò che dovea succedere, il dì 11 di quel fatalissimo mese che fu il Maggio del 1848, teneva in pronto la valigia e la vettura che dovea trasportarlo fino a Sulmona, ove il Comandante locale della Gendarmeria ivi stanziata, avea ricevuto ordine di usargli i debiti rispetti, e di tenere a sua disposizione un posto nella diligenza postale, che per Casteldisangro dovea condurlo a Napoli.

Nello accettare una refezione più o meno modesta che gli era stata apprestata, egli si avvide di un individuo lungo, smilzo, dal volto smunto con un paio di lenti strabocchevoli a cavalcioni su di un naso tagliato a forma di vela latina che seduto ad un tavolo si fondeva in sudore compilando un lungo rapporto. .

Chiesto di lui e risaputo ch'era uno Agente dell’alta Polizia, il quale lavorava a benefizio del Governo ed a detrimento della umanità, si sentì tocco dal desiderio di farne la conoscenza e di apprezzarne la qualità.

Lo stretto incognito da lui serbato ed i riguardi usatigli dallo Uffiziale dei Gendarmi gli erano di sufficiente garanzia a fargli menar buono ciò che in altri sarebbe sembrata indiscretezza — Avvicinatosi quindi allo Agente «Amico» gli disse familiarmente «ecco ritornato il momento di lavorare e di far correre la penna.»

«Tempo n’è, illustrissimo Signore; anzi io avrei creduto, ed alti meno sperato pel bene del servizio del Re, (N. S.) che un tal momento non si fosse fatto aspettare per ben cinque lunghissimi mesi,»

«Confesso che questa risposta mi sorprende....»

«Come, Signore?!!»

«Non siete voi uno Agente del Governo?....

«Precisamente....»

«E perché dunque meravigliarvi che una rivoluzione sia durata u cinque mesi?!! Non è stato forse un tempo utile per conoscere a gli amici ed i nemici?!!...»

«Sotto questo punto di vista son con voi, perché specialmente io,  che sono stato destinato in questa Provincia posso assicurare che il Governo avrà molti imbarazzi nel trovare uomini nuovi su cui poter fare assegnamento....»

«Perché questo?....»

«Perché qui vi è stato e vi è molto di fratricidio; qui vi è bisogno di rifar tutto da capo; almeno questo è, e sarà il mio avviso. Il Re (N. S.) non ha un solo amico tra gli attuali pubblici funzionarii....»

«Certo.... Signore?!....»

«Certissimo; potrei anche farvelo leggere; questo che qui vedete è il mio quattordicesimo rapporto....»

«Talché (sempre a vostro avviso) l’intendente....»

«È debole non solo, ma potrei dire pure il primo demagogo e: malintenzionato della Provincia, se nel suo stesso Consiglio non vi fosse chi a buon titolo gli contrasta il primato, un fior di galantuomo!...»

«Lo conoscete voi dunque questo Signore?....»

«La Polizia, Signore conosce tutto....»

«Almeno, amico, dovrebbe conoscer tutto; però, credetemi, perché cosi fosse sarebbe necessaria una cosa, una gran cosa...»

«Quale; Signore?!....» .

«Che fosse rappresentata da gente che valesse qualche poco meglio di voi....»

Ed in ciò dire volse bruscamente le spalle allo Agente, il quale rimaneva indeciso tra la meraviglia e la indignazione, incapace a proseguire il suo quattordicesimo capo d’opera, dopo un insulto che pervcnivagli (almeno era a presumersi) da persona ch'era nel dritto di farlo impunemente.

Povero Don Maurizio, ch'era ben desso l’Agente; era proprio scritto nel libro dei destino che l’astro della sua intelligenza poliziesca perdurasse in uno stato di ecclisse permanente! Ed egli, il Consigliere, addivenne prestissimo quel che volle essere. La carriera che percorsa a rilento sulla via dell’onestà non avrebbe di certo avuto per lui una esistenza d’agio e di onori, non appena dichiaratosi pieghevole alla transazione, ed animalo dal fuoco sacro dell’ordine, addivenne campo fertilissimo in cui vi potè mietere e gradi, e gloria, e potere fino a rimanerne satollo.

Dotato di pronta intelligenza e di molta perspicacia, egli se non ne sapeva tanto quanto occorreva per essere chiamato dotto, ne conosceva però a sufficienza per cansare il periglio di mettere un piede in fatto, e per apprezzare al giusto il merito altrui e saperne trarre profitto—I primi impulsi del suo cuore erano instintivamente generosi; guai però se la scienza del calcolo faceva sì ch'egli vi ritornasse sopra; ad una indole naturalmente placida ed inclinata al bene, aveva egli soprapposta una superficie di simulazione e di ipocrisia, che gli rendeva men duro o malagevole il farla piegare al male —Una volta abbrancato il potere glie ne sembrò così dolce il sapore, da non farlo arrestare di fronte a qualsiasi servilità o bassezza, per tenervisi tenacemente attaccalo — Come debito però di assoluta giustizia vuol essere notato che di mezzo al mostruoso concerto di tante virtù e di tanti vizii, non fuvvi, ed oggi al certo non òvvi, chi potesse uguagliarlo nello esercizio di una integrità senza pari potendosi a rigor di termine dir l’unico funzionario dell’epoca, che senza aver famiglia e sostenendo una vita più che frugale, fosse uscito povero alla lettera da un impiego e da una Provincia entrambe ricchissimi di risorse.


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VENTESIMO QUADRO

SOMMARIO — La Sirena delle Marche— Il Barone di un feudo che sfuma — L'udienza di un Monsignor Arcivescovo tenuta dal suo Vicario Capitolare — il Cavaliere dei due ciondoli o l'Associatore d'incisioni — Un atto filantropico. —

Lugete Veneres  Cupidinesque!

Oggi che Ninetta, la Sirena delle Marche, la bella del Ponte di Tappia, la Circe amaliatrice di uno Eccellentissimo non ha guari defunto (e ci si vuol far credere in odore di santità!) rifugiatasi sotto le grandi ali, o, con stile architettonico, sotto la cupola del settimo Sacramento, mastica una lunga filza di pater, e di ave in onore e gloria di San Primiano.

Essa col peso di quattro dozzine avvantaggiale di anni sulle spalle, col sangue freddo di una sentinella tedesca, e colla gravità di una matrona delle Astuzie, emette un sospiro concentrato allo svolgere di ogni grano del suo rosario.

Quel Santo, cui oggi reca il tributo delle sue preci, ebbe la fortuna di entrare nelle sue buone grazie dal momento in cui per le mutate condizioni dei tempi, le fu forza rassegnare in prò di un’altra donna, brutta anziché nò, ed alta non più che un metro e qualche centimetro, moglie però di un Delegato Mandamentale, la prevalenza che tenne lungo tempo nel Capoluogo di Provincia come moglie del Commissario, il che senza pregiudizio del presente, equivaleva in quei beatissimi tempi all’Autocrate in secondo della sua giurisdizione.

Ed ecco, ecco precisamente la ragione per cui la Nina da circa cinque anni è addivenuta la più decisa pratica e la più rispettabile cliente del Dottor Mondo, che le spedisce a litri il Lichene isiandico, e non so quali pastiglie correttive della bile; essa una volta ch'erasi resa indispensabilmente necessaria l’abolizione del sistema di ordine pubblico in cui trovasi splendidamente collocato suo marito, ed obbligata quindi a vivere colla pensione di ritiro, avrebbe voluto almeno aver delle prove reali e palpitanti per dedurne che la società vi avesse alla fine guadagnato almeno una qualche cosa!! E cosiffatti sentimenti di abnegazione e di progresso che non vi sarebbe verso di rendere conciliabili con altra qualsiasi moglie di un ex- Commissario, trovavano un certo appoggio solido e permanente nella nostra protagonista, la quale nella sventura che aveva oscurata l'aurora della sua vita, era soggiaciuta alla influenza di una scuola eccessivamente libera ed umanitaria — Essa possiede oggi, cioè a 50 anni suonati, dei vantaggi personali reali e positivi, colla memoria di una nascita illustre, dacché l'albero suo genealogico si perdeva in una lunga trafila di Baroni e di Cavalieri, di cui l'ultimo rampollo (il padre suo) aveva consumato quasi anche il blasone nel giuoco e nella crapula — Però nel matrimonio egli sperò di trovare l'ancora di salvezza, ma in luogo della dote unico scopo dei suoi desiderii, dopo lunghe quistioni, dopo molte liti e sfavorevoli sentenze, egli si trovò possessore di valori ipotetici, di speranze dubbie ed incerte, di antichi ed inutili privilegi.

Quest’ultimo colpo che annientava ad un tratto le sue speranze lo resero vieppiù barbaro e non curante in famiglia, ed anche maggiormente crapulone e giocatore fuori di casa — La delicata costituzione della moglie, ch'egli aveva resa madre di due maschi e e della Nina, deteriorò a poco a poco per il cinismo e la noncuranza di un marito che pure aveva amato, e che non sapeva risolversi ad odiare, di guisaché di poi ebbe a morirne di crepacuore. volgendo fervida preghiera all’Elemo nel dar l'ultimo bacio a’ suoi figliuoli, perché a minore lor danno li destinasse presto a’ suoi compagni per una vita migliore. E Dio accolse almeno in parte la prece della morente, poiché a non lungo andare i due maschi la seguivano.

Ed il Barone?!

Dopo aver giuocato nelle bische fino all’ultimo quattrino del suo patrimonio, quando non gli restava più che lo spregio dei suoi pari, ed un titolo reso irrisorio dalla miseria cui soggiaceva, colpito da paralisi fini a sua volta col perdere prima il senno, ed indi a poco la vita.

Benché il padre non avesse potuto dirsi un bell’uomo, né che la madre avesse potuto metter su delle serie pretensioni in fatti di bellezza, la Nina ai 12 anni era il superlativo di una venustà asso luta, e non sofferente eccezioni per diversità di gusto — A differenza dei fratelli nati ambo grami ed infermicci, essa che vedeva la luce appunto quando nella madre si appalesava il fatai germe di una malattia che consuma, e consuma sempre fino alla distruzione, era corredata di un organismo perfetto, ed il meglio che mai fosse pronunziato.

Rimasta orfana a tre anni fu raccolta da una parente irosa e bigotta, che prese a far tristo governo di lei, e ad impedire che si avessero opportuno incremento e lo ingegno e le grazie della ragazza — La morte però che omnia soluti, ebbe questa volta pietà di lei liberandola da un cosi assurdo e dispotico protezionismo; ma però gli eredi nel prendere possesso all’asse ereditario dichiararono formalmente non voler accettare quel pietoso legato, il quale conseguentemente ricadeva in seno della pubblica beneficenza— Si decise quindi far pratiche onde fosse ammessa in un ospizio, ed in un bel mattino per cura ed incarico di essi eredi beneficiati veniva presentata a Monsignore da una vecchia collaboratrice della defunta nella via della perfezione e della salute eterna, la quale erasi assunto lo incarico di sollecitare l’ammissione dell’orfanella in un ospizio di carità.

Nina che allora contava i suoi cinque in sei anni, gittando come suol dirsi fuoco per gli occhi, e trasudando anima e prestanza da per tutt’i pori, ad oggetto d’ingannare le lunghe ore di un’anticamera Arcivescovile, senza badare né punto né poco alle leziosaggini della vecchia Megera che la guidava, correndo e chiassando per la vasta sola di udienza, dispensando or baci, or carezze, ed ora ingegnose risposte a dritta ed a manca fra i non pochi ch’erano lì per attendere le grazie dello eminentissimo Prelato, ebber in sorte di raccogliere ampia messe di simpatie e di zuccherini.

Ricorderete, o lettori, avervi noi già detto che la vispa ragazza di allora esiste oggi in natura rerum, e per soprappiù difesa dal palladio sagramentale del matrimonio con un ex- funzionario della quondam rispettabile polizia, ragion questa che mi esime da certi dettagli topici e dal circostanziare certe minuzie che potrebbero ingenerosamente aprir l’adito a delle indiscrezioni, ed è perciò che, senza entrar nel fino, sgrosseremo la materia in ragion del quantum licet; e quindi concesso che la Nina oggi stia ai 50 anni, e che allora ne contasse solamente cinque, risulta evidente che quel tal giorno per ragion cronologica si appartenesse all’anno di grazia 1820.

Erano circa le 11 a. m. e la folla anziché diradarsi aumentava di numero e d’impazienza tanto che molti di un’ordine più civile cercavano separarsi dalla moltitudine dei visitatori, sollecitando le buone grazie di due camerieri o guardie del Corpo prelatizie, dai di cui omeri pendeva lungo le anche una sterminata Livrea verde gallonata di giallo, e che tenevano in capo due cappelli soufflé spaventevolmente enormi, circostanza che aumentava il ridicolo, ma non la importanza di quelle due figure da lanterna magica.

Il tintinnio di un campanello annunziò pertanto il soprassedere da ogni pratica, e la risoluzione del gran problema del momento; l'uscio che immetteva nello appartamento custodito dalle due su descritte guardie in livrea venne aperto in un solo istante come per incanto, e due chierici apparvero sul limitare. Monsignore!... Monsignore!... venne gridato e ripetuto da per ogni dove nella sala.

Monsignore!... Monsignore!... ripeté a sua volta quas’istintivamente la Megera custoditrice della Nina, che si diede da fare per rintracciare la bambina nella folla.

E girava, girava da più minuti; da presso che un quarto d’ora senzaché venissero determinati i due incidenti, cioè il ritrovamento della fanciulla e la comparsa di Monsignore!!

E suonavano intanto le 12; l'ora delle grandi soluzioni, quali sarebbero la colazione dei ricchi, ed il pranzo dei poveri.

Ora che il nostro chiarissimo amico Antonio Valentini avrebbe chiamata senza scrupolo abortiva, e non a torto, dappoiché non di rare volte ebbe a partorire l’infelice aborto di un pane indurito, e di poche radici!...

In men che si dica però avevan luogo due disinganni contemporanei — Monsignore indisposto faceva annunziare di avere annunziata la udienza a Monsignor Vicario Capitolare Reverendo Canonico Dolcefino, il quale con un paio di strabocchevoli occhiali posti a cavalcione di un naso ancora più strabocchevolmente grande e ricco di disuguale protuberanze entrava nella sala al rappresentarlo; e la Nina veniva infine ritrovata dalla vecchia, che aveva ricevuto lo incarico di farne la presentazione, assisa sulle gambe di un bel tocco di uomo sul cui petto pendevano due grosse croci di Cavaliere, l’una del Cristo, e l’altra di San Gregorio Magno — Era due volte Cavaliere del Papa!...

Ma che voleva e che faceva questo doppio Cavaliere nell’anticamera di Monsignor Arcivescovo?...

Niente di più facile a dirsi; era un tal Cavaliere che oggi non sarebbe difficile il ritrovare con la divisa di Maggiore fra le Guardie Nazionali del Regno, e con le insegne dei SS. Maurizio e Lazzaro, e che oriundo Veneziano, tenerissimo di vivere comodamente col solo capitale di una idea e di molte relazioni, girava per le Province con un largo lasciapassare, affin di reclutar firme ad una raccolta di rarissime incisioni, che non valevano al di là di pochi centesimi, e cui il protezionismo aggiudicava un valore meramente ipotetico, raccomandando che fossero pagale con bei scudi Romani, e con migliori ducati del Regno — Però a rendere proficua coteste speculazione, che da per sé stessa si era ben poca cosa, vi era concorsa una raccomandazione della M. S. Apostolica allo allora regnante Pontefice, e quindi da questo al Cristianissimo Re Ferdinando I.

Allo entrare del Rev.° Vicario Capitolare, il Cavaliere ch’era accompagnato da una bellissima donna, cui regalava del titolo di moglie, e che dal dialetto dava a divedere chiaramente la sua origine, che metteva capo nell’antica dominatrice dell’Adriatico, cercò disfarsi della ragazza, la quale sembrava lietissima delle carezze che l’erano prodigate dalla coppia degli stranieri (e badate bene, o lettori, che in quella epoca si era ad un tempo italiani e stranieri) nell’atto stesso che la terribile Argo cui era stata date in custodia, metteva un grido tra il corruccio di averla perduta, e la gioia di ritrovarla.

Quell’urlo diabolico trovò un’eco indefinibile nel timpano, e quindi nel sistema nervoso della fanciulla, che contorcendosi come per paura gridò a sua volte: misericordia!...

E tenendosi strette al seno del Cavaliere, con una delle manine obbligava la graziosa figlia delle lagune a tener stretto il suo al di lei viso.

E misericordia!! gridò essa per la seconda volte, allorché la vecchia strega fattasele dappresso gridava esasperandosi «oh la piccola vipera!... la baronessina in erba!... mette già fuori i suoi fumi!» sarcasmo questo crudelissimo, ch'ebbe il merito d’indignare il rispettabile pubblico.

«Alla strega!!... alla strega!!» fu gridato da più parti.

«Infamia !... infamia !...» fu gridato dal centro della folla.

La scena acquistava un’interesse sempre più crescente. Monsignor Vicario Capitolare ebbe a volgervi lo sguardo, e di consenso il naso egli occhiali....

«Oh! oh! i generosi!...» si diede a dire con stridula voce la vecchia; «i generosi che mentre non sogliono fare la elemosina, pretenderebbero poi che si facesse sulle spalle altrui — Io sono qui per tentare di fare ammettere la baronessina nell’ospizio; ebbene chi vuole risparmiarmi questo incomodo che se la prenda pure...»

A questa tirata della vecchia, la folla ch’era pressoché tutta conscia della sventura che colpiva quella innocente, diede commossa visibilmente in alti di escandescenza gridando «infamia! infamia!»

«Cos’è questo chiasso?» esclamò finalmente col tuono del quos ego! il Vicario Capitolare.

«Eminenza» prosegui la vecchia imperturbata cacciandosi innanzi ai piedi ed a ritroso la bambina, le di cui avvenenti forme ritraevano risalto dalla commozione che la comprendeva «è un ramo a del vecchio tronco della non benedetta memoria del Barone D... rimasto nudo e crudo, e senza chi voglia saperne; io, Eminenza, a anziché porta così a dirittura sulla strada, proprio per carità, veniva a depositarlo ai piedi di S. Em. il nostro pietosissimo Arcivescovo perché l'avesse fatto chiudere nell’Ospizio.»

«Ospizio ed elemosina!.... elemosina ed Ospizio!... sempre Ospizio ed elemosina!!... ecco la parola d’ordine invariabile con cui si viene allo Episcopio, quasiché ei possedesse le ricchezze di Creso, le miniere del Perù, ed i diamanti di Golgonda: e ciò mentre la Chiesa e lo Episcopato, i quali vorrebbero occuparsi in preferenza della eterna salute dello spirito, gemono impossibilitate a far fronte a cotante esigenze...»

«Ma, Eccellenza, questa sì ch'è la vera elemosina; la signorina è figlia di un Barone, e V. Em. non può certo ignorarlo...»

«Cioè.... cioè.... figlia mia benedettissima, la nostra S. Madre Chiesa Cattolica Apostolica Romana è da qualche tempo in qua obbligata a saperne più di quel che ne vorrebbe; per esempio, siamo al caso; il Barone verbi gratia, il magnifico, l’opulento Barone, non si ricorda a memoria d’uomo che avesse fatto accendere un sol moccolo, che avesse fatta l'elemosina di una sola messa al nostro Santo Proiettore, o che avesse nella Quaresima presa la Bolla della Santa Crociala, che pure serve a redimere i Cristiani da mano agl’infedeli... od almeno... basta... veniamo al quotinus; al contrario il Barone... il Sig.... Barone si sentiva toccare i nervi al solo colore del sacco dei figli di S. Francesco, al solo odore di una zimarra da prete. Metteteli alla porta questi cani... questi oziosi, gridava egli tronfio e pettoruto a pel suo feudo; io non voglio veder bazzicar monaci o preti in cali sa mia — Ebbene?! io vorrei adesso che gl’increduli, gli atei, coloro che non credono né a Dio, né al diavolo, né a Santi, né  a miracoli, venissero a specchiarsi in questo uno che pure ritrae al vivo tutta una storia, ch'è la storia di tutt’i giorni: gli empi ad imbaldanzire, ed a parlar di riforme, e la S. Madre Chiesa a disserrare ad essi i visceri della sua misericordia, ch’è inesauribile come la carità del suo divin fondatore..»

«Siate benedetto, Eminenza» soggiunse tosto la vecchia incoraggiata dalla filippica sacerdotale «il cuore me lo diceva che la pietà di V. E. avrebbe provveduto...»

«Piano.... piano ancora, figlia mia; io non ho provveduto ancora cos’alcuna, e non m’impegno in nulla; ho detto cosi per dire, o meglio ad edificazione di quelli che credono in Dio; ho voluto far vedere fin dove giunge il suo santissimo sdegno contro i miscredenti...»

«Dunque, Beverendissimo, non è questa che una predica?!..»

«Altro, o figlia, è lo esempio salutare in cui ogni Cristiano deve specchiarsi: però non vi perdete di animo; prenderò il vostro e memoriale, se pure ne avete uno, l’umilierò alla religiosa pietà e considerazione del nostro Eminentissimo Prelato, il quale vedrà... s’ingegnerà di fare... si studierà di riuscire; ma intenti diamoci bene... fra qualche mese... un anno forse... se vi saranno posti vuoti... e mezzi opportuni...»

«Un mese?!... forse un anno?!... ma ciò è impossibile, Eminentissimo; io non posso, io non debbo riportare in casa la ragazza!... Una pietà che cammina cosi a rilento, non è pietà, ma invece è....»

«Proseguite, soggiunse alla vecchia ch’esitava, il Vicario Capitolare; proseguite pure: lo spirito delle tenebre perturba la vostra ragione; a sentirvi parlare, ed a ritener per logici i vostri concetti, domani tutt’i Baroni, tutt’i Principi, i Duchi, ed i Marchesi del mondo, che avranno sciupato e messo a male un ricco  patrimonio, non solo senz'aiutare nostra santa madre Chiesa, ma it avversandola, e combattendola pure, avranno il dritto di mandarci il frutto legittimo od illegittimo che si fosse dei loro capricci, tolto a malappena dalla nutrice, perché sia dato ad esso pane, ricovero, ed educazione....»

«Eminenza, io non dico propriamente questo, ma la sventura... la carità....»

«Figlia, è vero che sta scritto Charilas omnia peccata operit ma la carità istessa dev’esser logica altrimenti cessa di essere carità, e diventa fomite ed incendivo al vizio—É vero pure che ad un pittore saltò in testa il ruzzo di dipingerla cieca, onde renderla universale, impedendole di discernere gli amici dai nemici; ma questa fu e restò semplice e pura utopia; volo fantastico delle lo Artista — La carità invece io l’avrei dipinta con quattro invece di due occhi perché si potesse vedere bene dove ed a chi si fa, ed appositamente per non confondere gli amici coi nemici; e a far si che i primi disertando la bandiera della Chiesa non s’inducessero a far causa comune co’ secondi — Or bene figliuola mia finiamola; riportate la fanciulla ai parenti, e dite ad essi che preghino Iddio ed abbiano fiducia.»

«Ma se non ne ha di parenti!....»

«Portatela agli amici... insomma dov’è stata finora.»

«Ma chi volete che fosse amica o si desse cura di un’orfana derelitta?! Oh Eminenza, Eminenza, egli è questo uno de’ casi che cadono sotto lo immediato patrocinio del nostro glorioso proiettore S. Giuda Taddeo!!....»

«Comprendo; è un caso spietato volete dire, ed io non so sconvenirne; pel momento però non veggo che si possa fare, a meno che non si voglia esigere che nello Episcopio vi s’istituisca una officina di balie e di nutrici—Orsù tranquillatevi... riportati le la bimba... e siate sicura che al più presto ci occuperemo di trovarle un asilo.» E mentre in ciò dire il Vicario si accingeva e volgersi altrove, e che la vecchia pensava a rassegnarsi non trovando verso ad ulteriore replicaci Cavaliere dai due ciondoli, che durante tutto questo diverbio non aveva desistito dallo assistervi con crescente interesse, fattosi luogo tra la folla, e seguito dalla interessante sua Signora, in men che si dica si trovava di fronte al Vicario Capitolare cui volse le seguenti parole.

«Giungo Eminentissimo, solamente da ieri in questa città, e veniva or ora a presentare i miei rispetti a Monsignore Arcivescovi vo pel quale ho questi ricapiti che prego Vostra Eminenza fargli pervenire; ed in ciò dire presentava un pacchetto di varie letti tere timbrate coi sugelli di varie autorità governative — E però e mentre da un lato mi addoloro per la indisposizione dello egregio Prelato, metto dall’altro a profitto il doloroso incidente che ha conturbato finora l’animo gentile di Vostra Eminenza per esibirmi insieme con mia moglie, vostra umile serva, e qui presenti te, cui il cielo, sono oramai più anni, denega il benefizio di una prole, di accogliere la ragazza, cui terremo luogo de’ genitori che ha perduti, e che c’impromettiamo di educare ne’ santi istituti della nostra Madre Chiesa Cattolica Apostolica Romana.»

La domanda era avanzata cosi bene a proposito che non è mestieri perdere di molte parole per dire che venne essa accolta alla unanimità da Monsignore, dalla vecchia, e dalla ragazza, non che infine dal pubblico, che fece eco di cuore ad una tale surrogazione di tutela prognosticandone bene per la sventurata orfanella, la quale con un giubilo che trovò modo di dimostrare in mille guise, segui i suoi nuovi protettori, lietissima di essersi per un caso così provvidenziale emancipata dal protettorato degli eredi di sua zia e della vecchia megera che li rappresentava.

Non solo assurdo ma delittuosissima cosa estimiamo noi lo ingegnarsi a ritrovare dei punti di relazione tra le parole Destino e Provvidenza, o ritenerle per sinonime.

E scendendo dal principio ai fatti l’orfana del Barone ne’ suoi rapidi passaggi di curatela, anzi che esperimentare l’opera della Provvidenza che aborre dalla prevaricazione, subiva la forza inesorabile di un destino che minacciava di opprimerla con la sua mano di ferro, e che finì per volerla sua vittima.

Un prete, od affiliato qualunque della Curia Romana, ritrarrebbe dal campo nel quale ci troviamo materia adeguala di che fornir tema di edificazione a cento pecorelle smarrite nel gran deserto della vita — Lo storico invece sull’ingrato terreno preferisce andar per le corte — La società ha vizii e virtù il cui incremento di sovente precoce si sottrae al calcolo della preveggenza, se non allo apprezzamento della coscienza, e non di rado la necessità e la congiuntura creano a vicenda or degli eroi ed or dei grandi delinquenti.

E la stregua con cui ella misura ed i vizi e le virtù ben più sovente ancora ha una doppia faccia; la ragion de’ tempi che spesso. cangia il vizio in virtù, e la ragion della riuscita che più sovente ancora coonesta il vizio od altera l'essenza della virtù.

Il Cavaliere de' due ciondoli a dir tutto avea ritrovato nella ragione dei tempi un modo di vivere il men disonestamente che si potesse a furia di vendere incisioni ed opuscoli raccomandati dal. Governo; egli avea trovato di sua convenienza il tirarsi dietro e far sua una donna che apparteneva ad altri, e che in sostanza era stata pure costretta da un seguito di colpe e di fatalità ad abbandonar l’uomo, che il giorno dopo di averle dato il suo nome, l'abbandonava alla inopia, alla noncuranza, ed al disprezzo.

Nata di onesti e civili genitori essa avea a rimproverarsi il grande errore di aver sbagliato nella scelta, di aver fatto un calcolo erroneo, di aver amalo uno che nulla avea di umano tranne la superficie esterna.

Soffri la inopia, tollerò la noncuranza, e mille modi ed arti pose in opera per ridurlo a migliori intendimenti; non ottenne però niun felice resultato, ed il disumano rispose alla sua bontà, alle sue cure con l’ingratitudine e col disprezzo.

Tanto però in essa, che nel cavaliere de’ due ciondoli non poteva dirsi affatto estranea la virtù. Essi erano stati sensibili alla sventura dell’orfanella; essi sentivano di avere un cuore suscettibile di apprezzare il bene e di tradurlo in opera; dunque converrà esser con loro indulgenti.

Nò ci si tenga per sostenitori di strani concetti e per apologisti del vizio, se ci si vede svolgere de’ principii di una tenerezza e di una condiscendenza certo strana ed inesplicabile, secondo le teorie dei moralisti, ciò nasce dal perché tra il mondo com’è, e quello come si vorrebbe che fosse, vi è tale un vuoto che torna impossibile il ricolmare con idee vaghe ed astratte; ed è solamente in relazione alla vita pratica che si potrà stabilire in merito di esse un opportuno criterio.

Ma alla fin fine, ci si domanderà, che razza di uomo si era questo tal cavaliere? Noi in verità non potremmo che far delle congetture sulla sua personalità. Egli è certo però ch'essendoci per caso incontrati or son circa due anni in un rispettabile vecchio, che declinava come suo un identico nome, cognome, e patria, non avemmo che a lodarci dei suoi modi più che decenti ed urbani, ed a restar meravigliali cosi dell’aggiustatezza del suo dire, come de' suoi elevati sentimenti.

La cronaca poi men generosa e riguardata che noi non fossimo in proposito, favella di certi egregi signori soliti a girovagare improntando nomi, titoli, ed incombenze fittizie per conto della polizia, che ne agevola le escursioni ed i modi di rendersi accessibili per ogni dove, e conchiude col sospettarlo agente segreto di quel potere più o meno omniscente, e più o meno legittimo.

Che che ne fosse egli è un certo che questa coppia di generosi colombi s’interessò per più anni, anche al di là del giusto, del mantenimento e della educazione della Nina, la quale a dodici anni leggeva bene, scriveva passabilmente, toccava l’arpa con grazia se non con perfezione, ed in ultimo faceva sogni dorati, come sogliono farsene alla età sua, piacendole che le si constatasse ch'era la figlia di un Barone, non ostante che fosse aliena dal rimpiangere la perdita de’ suoi feudi.

 


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VENTESIMOPRIMO QUADRO

SOMMARIO — Una sventura impreveduta — Formazione di una Compagnia drammatica — Il manifesto di un primo spettacolo in discussione.

Le sofferenze costituiscono l’esercizio della virtù ed il perfezionamento della vita dello spirito, ed era oramai tempo che la Nina si fosse esercitata e perfezionata.

E ciò avvenne in men che si dica, e nel modo il più semplice che mai, perché la sventura nemica belligerante del ben vivere, assale anche prima d’intimar la battaglia, ferisce anche prima di minacciare.

In sul fare di un mezzodì il doppio cavaliere rientrò in casa ansante e visibilmente perturbato.

«Come sei tornato pallido papà?! sciamò la Nina.»

«Va al diavolo... ragazza...»

«Amico mio che hai?!...»

«Che ho? che ho! non giova dirti che cosa mi ruzza ora pel capo. L’importante si è che rifacciate in un momento i bauli ed il sacco da notte: tra due ore si parie.»

«È impossibile, amico mio, tra due ore!!! assolutamente impossibile, neanche fra una settimana.»

«Una settimana tu dici?!»

«Ecco qua... ma vè non andare in collera; domani e tu lo sai siamo attesi dalla Marchesina cui ho promesso di portare il mio album — Non prima di sabato la modista...»

«Ma che modista, che album, che Marchesa!!... Hai capito quel che ho detto? tra due ore e non un minuto di più...»

«Oh amico mio, questa volta non te la darò vinta davvero, sono (in impegno, e non mancherò,»

«Ebbene se non vuoi aver senno, ciò non impedirà che io faccia il mio meglio; sarà un imbarazzo anzi due imbarazzi di meno; ma bada però...» ed in così dire le presentava un foglio, percorse le poche linee del quale, la donna senza dir altro, restituendoglielo, si diede a correre per la casa ed a mettere in assetto l'occorrente, nel mentre che una mal frenata lacrima le solcava le gote.

E Nina volle piangere e pianse per consenso ed a suo modo, il che urlò terribilmente i nervi del cavaliere che esasperato brontolava. «Ecco che cosa si raccoglie dal seminar schiocchezze, come che di spine ve ne fossero poche nella vita...»

«Ma non vedi, amico, che tu conturbi senz’alcun prò quella povera creatura?»

«Io veggo, ... mia cara, che come volgono ora a male le cose, se fossimo in due staremmo meglio, e se... se fossi solo... me a la riderei... anche di tutte le autorità del Regno.

Ma che cosa conteneva quel foglio?... quale testa di Medusa di fronte alla quale, la tenera amica del cavaliere non avvezza a mancare a’ suoi impegni, si era decisa ad una passiva sottomissione?! Nè più né meno che un passaporto forzoso, con cui sotto minaccia di una scorta di gendarmi, gli si concedevano due ore per allontanarsi dal capoluogo, e tre giorni per guadagnare i confini.

E per qual cagione ciò avveniva? Ecco ciò che rimane tuttavia un problema tanto più insolubile ed imbarazzante, in quantoché apertamente opposto alla misteriosa missione di cui lo si volea incaricato.

Nel pomeriggio di una giornata canicolare di agosto 1827, in una specie di vettura dell’epoca facsimile degli odierni Char-abanc il nostro cavaliere seguito dalla sua amica e dalla Nina, nonché da due giovani in arnesi piuttosto malandati, ed uno de’ quali di aspetto assai piacevole ed interessante, oltrepassavano il Tronto dalla parte di Giulianova, emettendo esclamazioni di giubilo.

Eglino abbandonavano la terra della proscrizione e si stimavano  come in salvo sul territorio della Chiesa, che oggi non si dimostra ospitale con altri che coi briganti!!

Facciamo le nostre chiose intorno alle specialità di questa singolare emigrazione.

Il cavaliere che avea creduto bene rinunziare al titolo e dispogliarsi dei ciondoli, procedendo nel più puro incognito si alleggiava a vittima del dispotismo, ed avea susurrato qualche cosa di simile agli orecchi de’ suoi novelli associali. Le due donne erano messe in costume di artiste, e non senza brio e qualche pretensione a parer tali, facendo mostra di sangue freddo e disinvoltura.

Delle due nuove conoscenze l'una era un giovane tarchiato e fatto direm così a dozzina, con una fisonomia avente il ben raro privilegio di non esprimere cosa alcuna. Egli a poco più di venti anni di età avea passata a rassegna ben molte arti e mestieri, ed avea finito con lo appigliarsi alla Drammatica, ch’era per lo appunto quell’una arte che meno gli attagliava. In circa due anni egli avea avute dieci scritture poco favorevoli alla sua abilità.

L’altro era un evaso, vogliam dire un disertore di Seminario

«Cui pittarono in mezzo ad un Clero

Ne’ primi anni di sua nullità.»

e che alla vigilia di prendere il suddiaconato, per non vincolarsi colla chiesa e con lo stato celibe, per ambo i quali non sentiva trasporto o vocazione alcuna, tentava sottrarsi al terribile destino cui volevate ligato il paterno assolutismo, emigrando dalla città che te aveva veduto nascere.

Il biroccio in ultimo e le due magrissime rozze che te trascinavano a stento, costituivano una proprietà mobile acquistata dall’ex- cavaliere con le ultime risorse della sua pericolante fortuna.

Alle cinque e mezzo del giorno i nostri viaggiatori smontavano in un modesto albergo di San Benedetto, paese ridente, piccolo, e ch'è il primo ad incontrarsi su quel di Roma.

Vorremmo farne a meno, ma assolutamente non lo possiamo né te dobbiamo, e comunque quindi fuorviati da lungo tempo, vediamo dove ci conduce il cammino intrapreso.

Esaminiamo l'uomo da noi presentato sotto il vago ed anonimo titolo di cavaliere.

Il Sig. Cesaroni, che è questo il nome sotto il quale per pubblico manifesto, non appena cangiala specie ci autorizza a chiamarlo, vedendo venirgli meno e le incisioni e più il favore dell’Autorità per propagarle con successo, e vedendo fissarglisi un termine di rigore per sfrattare dalla Provincia e dal Regno, ebbe la sagacia di capir subito di che si trattasse, ed il coraggio civile di far ogni sforzo da suo canto per porre un argine alla prepotente influenza di una forza superiore che volea ridurlo cosi a mal partito.

Nel momento della fatalissima intimazione egli, tutto ben bilancialo, poteva trovarsi possessore di poco meno di un migliaio di lire, l’equivalente cioè di circa un mese di sussistenza col metodo di vita a cui si era abituato.

Egli fin da qualche anno prima avea notato un rallentamento nella sua lucrosa industria; non no avea preveduto però la possibilità della istantanea cessazione.

Madama Alice Fantini, e Madamigella Nina Cordari (è sempre il manifesto che parla) non aveano avuto mai in mente di abbandonarlo, poiché con esso ormai viveano si bene!!—Dunque che fare?...

Rimpiangere la fortuna che avea loro soffialo in poppa per più anni, e le somme enormi guadagate, col di cui solo avanzo traendo una modesta esistenza avrebbero potuto formarsi una fortuna? Era tempo perduto! Maledire al presente?.... non era tempo guadagnato.

Dunque?!

«Sola salus victis est nullam sperare salutem.»

Avanti, avanti avea gridato l’animoso Cesaroni, una freccia spuntata non è un arco rotto; una battaglia perduta non vuol dire un esercito disfatto; mi resta animo e coraggio quanto basta per sfidare la fortuna.

Il mondo, il mondo intero non è meglio che un grande e pessimo teatro. La vita non è che un alternativa di dramma e di commedia. La morte sarà una tragedia da vicino, ma da lontano è di sovente una farsa.

Maschera, sempre maschera, tutto maschera!

Obbligato quando men l’avrei creduto a navigare in quel mare magnum che si chiama mondo, ove i deboli annegano, gli arditi si salvano, e gli stolti per preponderante forza di destino giungono al difficile porto dell’isola della fortuna, son di avviso che come ancora di salvamento, e per spirito di vendetta, ei sia necessario far la parodia della vita.

Gli spettacoli sono fatti pel popolo, e tutt’i popoli li hanno sempre prediletti.

Allo spettacolo accorre il saggio per ammaestrarsi, il ricco per dormire, il povero per dimenticare le proprie afflizioni, la marmaglia per ridere e far chiasso.

Senza dunque far l’analisi del nuovo e del vecchio, del grande e del piccolo, del buono e del bello, io.... io divento capocomico!....

Una produzione comica vai bene una incisione! avanti dunque! E cosi furono reclutali via facendo il valente artista dalle dieci scritture sig. Amodeo Amodei, ed il seminarista sig. Gaspare Gaspardini.

All’indomani dello arrivo de’ nostri viaggiatori in S. Benedetto, a circa le sei a. m. nello albergo della Lumaca, denominazione che caminava pari passo con la elasticità de’ padroni e della serva di quel più che modesto ricovero, l’uscio della stanza venne spalancato bruscamente, e la voce vibrata del Cesaroni si fece a ripetere «su poltroni e poltrone alziamoci ch’è tardi.» Ed in così dire senz'altri preamboli apriva gli scuri della finestra.

«Per pietà Cesare... Cesarino... Cesaroni come meglio vuoi che ti si chiami, modera quella luce, i miei nervi ne risentono orribilmente....»

«Babbo chiudi, per pietà, che io ho sonno....»

«Al diavolo i nervi ed il sonno, sciamò il Cesaroni, per Dio bisognerà dimenticarvi che esistono pure delle incisioni sulla terra!! Tra l’oggi ed il tempo che fu vi è di mezzo un abisso; oggi bisognerà chiedere il pane al lavoro; avanti dunque.»

Ed in così dire si diede a ripartire il caffè che artisticamente era andato a comperare di persona..

Egli si era levato alle cinque; avea passata una buon ora nel caffè, ed ivi dopo richieste notizie della piazza e stabilito il suo piano di azione, veniva adesso, egoismo a parte, a dividere co’ suoi le gioie della deliziosa bevanda, come a metterli a parte delle idee acquistate e delle speranze concepite.

Dopo che madama Alice, e madamigella Nina ebbero sorbito il caffè nell’unico ed angusto letto che corredava la sola stanza che si era tolta in affitto, il Cesaroni si diede ad andare in traccia del sig. Gaspardini, il quale si era sdraiato sopra una cassa con l’unico sollievo di un guanciale, e del sig. Amodei che, fallo tesoro dell’attrezzeria del Charabanc, vi aveva poggiata la parte superiore del corpo, mentre l’altra metà rimaneva a rigor di termine in contatto col pavimento.

Data a questi la loro parte di caffè, il Cesaroni scelto un punto centrale in mezzo al suo uditorio spiccio spiccio si fece ad arringarlo nella guisa che segue.

«Che la drammatica sia la nobilissima fra le arti non vi è fra noi chi lo possa e lo debba ignorare. Pregiudicata da false idee e dalla barbarie dei tempi, si vede oggi il ben curioso fenomeno che mentre si rispetta, si gode, e si divinizza l’arte, il secolo grida la croce addosso ai suoi rappresentanti ed a quelli che la esercitano, e nei quali si vuol ritenere abituale la doppiezza, e necessaria la immoralità. Gran mercé però alla provvidenza ciò non toglie che si paghino bene.»

Qui l'oratore s’interruppe alquanto, e quindi riprendeva.

«A passar ora dallo astratto al concreto, dallo ideale al positivo io non debbo dissimularvi che, prescindendo dalla nobiltà dell’arte che ci diamo a professare, la necessità che ce la faceva prescegliere come mezzo unico, più speditivo e più sicuro per procacciarci la sussistenza, è quella stessa che c’impone il gran sacrifizio di preterire ai riguardi, uscir tantosto dalle trepidazioni, ed andar defilati alla meta al più presto che per noi sia possibile.»

E qui una seconda pausa di cui Madama Alice volle trar profitto col dire «ma, caro il mio sig. Cesaroni, nel vedervi esaltato tanto i come il date a divedere, io mi permetterei dubitare che non siate in via di fame alcuna delle vostre solite...»

«Spiegatevi Madama...»

«Non ho spiegazioni da fare, ma solo vi pregherei riflettere che ci in pochi giorni non si diventa comici.»

«Quando si vuole si fa anche di meglio; e poi credo che non sia questa la prima comedia in cui io e voi Madama ci troviamo «impegnali!,»

«Il Cielo non ve lo ascriva a peccato sig. Cesaroni, ma tiriamo innanzi; dove sono i vestiarii? Qual è il repertorio? quando si concerta? da dove cominceremo?... ricordate che siamo in cinte que, compresa la Nina, mentre dovremmo essere per lo meno in venti?...»

«Rispondo, e corto. Che si debba cominciar subito è un tal necessario cosi imponente, cosi assoluto, cosi determinato da e rendere Inutile qualunque discussione — Mi resta a malappena tanto da sdigiunarci per tre giorni; al quarto è mestieri che provveda l’arte. Agli abiti ed al repertorio ci si penserà a suo tempo ed appena giunti in qualche città che non sia S. Benedetto, ove ci e sarà possibile occuparci cosi dei primi che del secondo. Che dovremmo essere almeno in venti non ne disconvengo, ma col tempo saremo anche trenta. Per ora in cinque siamo anche di troppo.»

«Ma Dio buono qui vi è da uscirne matti!! la vostra serietà ha  qualche cosa di spaventevole; dite su Cesaroni... parlate voi da senno?»

«Col maggior senno, non solo, ma col massimo sangue freddo u possibile. Ho passato allo stampatore la bozza del manifesto; più tardi otterrò il permesso dell’autorità; giovedì vi sarà spettacolo.»

A questa parola che accentata sensibilmente echeggiò forte fra le anguste pareli della stanza, quasi istintivamente e ad un tempo, le due donne che fino allora per decenza si eran tenute supine nel letto, ebbero a levarsi a metà dallo stesso, ed i sig. Amodei e Gaspardini fecero altrettanto da’ rispettivi giacigli.

Otto sguardi di stupore e di sorpresa figgeansi cupidi ed anelanti sul Cesaroni, che senza scomporsi menomamente asciutto asciutto tolta una carta dal petto soggiungeva.

«Ecco il manifesto; uditelo attentamente, ed ognuno si disponga ad ottemperarvisi da suo canto.

Esperimento accademico Drammatico, Vocale, Strumentale.

«Dio! quanta roba!» osservò madama Alice.

«Me lo aspettava, Madama; voi però cominciate troppo presto.»

«Via non andate in collera, mio caro, sentiamo,»

— Che si terrà la sera di giovedì 14 andante nella sala del u Comune. —

«Va bene così, in sala...»

«Che bene e bene, madama, gridò il sig. Amodeo Amodei, a me pare che vada malissimo, anzi, vegga, sig. Direttore, io protesto formalmente, ed osservino bene tutti che io parlo chiaro... chiarissimo: sarà stata questa un’altra scrittura in erba, e l’undicesima volta che il mio genio artistico aborti tirà per l'opera ingenerosa di un Impresario; ma tanto è, io «protesto...»

«Signori e Signore uscì a gridare a sua volta il Cesaroni interrompendo il protestante sig. Amodei; adesso è il vero caso e che il soverchio rompe il coperchio; non giova lusingarsi, e protesto a mia volta che non ho tempo a sprecare in pettegoli lezzi. Quella è la porta; cui non aggrada vada pure, dappoiché nei momenti supremi in cui versiamo non me la sento d’incaricarmi della vostra sussistenza, e sopportare nel contempo i ridicoli attacchi delle vostre pretese artistiche e delle vostre convenienze teatrali.»

«Scusi sig. Direttore, ripigliò spaventato dal far risoluto del Cesaroni, l'Amodei; ma io parlo nel suo solo interesse e per il mio decoro: a me il teatro, i lumi dietro le quinte, il vestiario in carattere donano molto, moltissimo... oserei dire il 15 per cento...»

«Questo significa, riprese il Cesaroni volere alla lettera morir di fame, o preferire l’accattonaggio all’onesto lavoro; e però fino a che non saremo organati in compagnia bisognerà limitarsi a dare de’ trattenimenti accademici, una volta che ci saremo messi in istrada occorre pure che si giunga a qualche cosa. Or bene lasciate che io vi snoccioli anzi tutto il mio manifesto, e poi, se vi piacerà farmene, subirò pure le vostre osservazioni. Udite quindi.»

—Il celebre artista sig. Cesaroni Direttore di una Compagnia Drammatica con cui per ben sette lunghissimi anni percorreva le più cospicue capitali di Europa, si è ricondotto ora in Italia per ricostituire la Compagnia medesima avariata per la lunga sua residenza all’estero. — Che ne dite? vi piace?... ora chiunque ha osservazioni da fare le faccia, che poscia proseguirò.»

Alice «Caro quel celebre artista; quei sette anni lunghissimi è del pari magnifico; pare che nel calendario ve ne stiano anche de’ corti! carissime poi quelle celebri capitali dell’Europa! Credetemi il mio Cesaroni, voi valete almeno quanto Ariosto per le invenzioni, e come una lente da microscopio per gl’ingrandimenti,»

Amodei «Tutto bene e mi soscrivo; solo quel dichiarare la compagnia avariata mi desta una certa idea di bastimento; stimerei quindi che fosse detto meglio decimata.»

Nina «Babbo vo dirvi pure la mia; bello tutto ciò che avete scritto, però osservo che non vi è ombra di verità, talché parmi che mentre abbiamo prescelto noi l’arte drammatica come mezzo indispensabile di vita, oggi ci occupiamo invece esclusivamente dello articolo impostura.»

Gaspardini «Bravo, Madamigella, bravo!, ed io mi sottoscrivo ed uniformo alla vostra opinione.»

«Signori e Signore, ripigliò il Cesaroni, vi ringrazio delle vostre osservazioni, e dichiaro che adotto l’emendamento Amodei sostituendo la parola decimata all’altra avariata — Ringrazio altresì il sig. Gaspardini, il quale si è compiaciuto di farci sentire il bel metallo della sua voce, pronunziando poche parole che sono state le uniche da ieri in qua, e poiché fa causa comune con Madamigella Nina, così rispondo ad ambo che la Drammatica si è chiamata arte, giusto perché ha bisognosi molto artifizio per essere sostenuta con qualche profitto; ciò posto proti seguo.

—Or trovandosi egli di passaggio per. questa illustre città per «far cosa grata al colto pubblico ed inclita guarnigione si è deciso «di dare il seguente trattenimento accademico. —


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PARTE 1

—Dallo egregio artista sig. Amodeo Amodei verrà aperto lo spettacolo con la declamazione della 4.° scena del primo atto dell’Aristodemo, in cui questi racconta per qual modo vinto dall’ambizione si fosse indotto a sacrificare la propria figliuola Dirce.»

«Quindi seguirà la scena della istessa tragedia fra Aristodemo e Lisandro

«Lisandro siedi e libero mi esponi ecc.»

quale ultimo carattere verrà interpetrato dall’amoroso della Compagnia sig. Gaspardini.»

«Infine avrà luogo un preludio sull’arpa eseguito dalla egregia e distinta madamigella sig. Nina Cordari, con accompagnamento di due chitarre (signora Alice Fantini, e Direttore) dietro di che da’ mentovati artisti verrà cantato con scelto accompagnamento il terzetto dell’opera Amore e Fortuna, musica del chiarissimo maestro Bernadotte, prestandosi gentilmente a riempire le parti del coro i prefati sig. Gaspardini ed Amodei. —

«E ora facciamo punto, e prima di passare alla seconda parte, mettiamo in discussione la prima.»

Alice «Cesaroni, io mi freno a stento dal ridere; e vorrei che ne fusse concesso a tutti il poter ridere anche giovedì sera; ma temo pur troppo del contrario.»

Cesaroni «E però fate senno madama, e pensate che ciò potrà avvenir solamente se persisterete nel vostro sistema di miscredenza e di titubanza.»

Alice «Non dico questo mio caro.... ma principiamo con orci dine: anzi tutto mi sembra un pò troppo chiamare illustre città a S. Benedetto; dotto il suo pubblico, ed infine supporre un’inclita guarnigione che non è, dappoiché non dico di Uffiziali ma di soldati, non mi è stato dato di vederne uno solo.»

Cesaroni «Eccomi qui a contentarvi, madama, invece d'illustre diremo gentile, ovvero bella città, va bene cosi?»

Alice «Considerando che il dotto pubblico deve incaricarsi di «darci del denaro vada per gentile....»

Cesaroni «Alla parola dotto sostituiremo l’altra più in voga di collo pubblico; vi va a garbo?....»

Alice «Accetto l’emendamento....»

Cesaroni «Ora resterebbe l’articolo guarnigione; io non so propriamente se qui vi sia o non vi sia guarnigione, egli è certo però che ho bevuto il caffè in compagnia di due Veterani Svizzeri....»

Alice «Allora bisognerà dire al colto pubblico ed ai due Veterani Svizzeri, o tutto al più, ed ai Veterani Svizzeri, nel caso che ne fosse più ragguardevole la forza....»

Cesaroni «Ma, Madama, voi siete insoffribile e difficilissima. Or bene quantunque io non abbia in vita mia letto alcun manifesto in cui si fosse omessa la inclita guarnigione, pure per contentarvi la elimino di un tratto — Vi sono altre osservazioni?...»

Alice «Qualcuna, mio caro, almeno per quel che mi concerne; per esempio; che intendete per quel preludio?»

Cesaroni «Il preludio è propriamente un preludio, vale a dire quel poco di musica che precede il canto; or bene anche che mancasse questo benedetto preludio si fa ben presto ad improvvisarne uno, cioè poche cadenze, qualche reminiscenza del motivo; non è vero Nina che si fa presto a comporre un preludio?... parla tu che rappresenti la prima parte vocale strumentale.»

Nina «Dio buono! che volete che vi dica io?!... sonerò a strimpellerò... comporrò tutto quel che vorrete, e che voi battezzerete col nome che meglio vi piacerà.»

Cesaroni «Ci siamo!... egregiamente la mia piccina! tu apri con successo le ali verso il cielo di un arte di cui primo elemento è lo spiritò; ora, a voi Madama, siete perfettamente convinta che si fa presto a comporre un preludio?»

Alice «Io sono convinta di tutt’altro, e temo sinceramente di un tristo preludio — Una volta però che voi vi siete così persuaso non mi resta che a far atto di adesione, e domandarvi di dove avete levato il famoso terzetto di Amore e Fortuna, e che si debba intendere per scelto accompagnamento.»

Cesaroni «Ci è di che perderne la pazienza!... pure, giacche lo esigete, vi compiacerò anche in questo — Il terzetto l’ho «levato di qui, Madama, di qui...» disse Cesaroni battendosi la fronte col palmo della mano, «ed ecco come.»

«Per introduzione canteremo in tre le due prime strofe dell'aria

Rosa che sei gentile

Regina d’ogni fiore,

Delizia dello Aprile

Di Primavera onor, ...

«Ai due ultimi versi della seconda strofe, cioè

Culla del Sol che nasce,

Tomba del sol che muor.

«Si accompagneranno a noi i sig. Amodei e Gaspardini, il che «in arte si chiama fare da pertichino.»

Amodei «Chieggo la parola per protestare, come protesto, e questa volta senza riguardi e reticenze. Io non mi arrenderò mai a sottoscrivere un atto che segnerebbe il primo periodo di decadenza dell’arte drammatica in Italia. Questa volta sarò superiore agli stessi stimoli della fame, ma farò salvo il decoro dell’arte. Per le tragedie va benissimo; è il mio lato forte, e son sicuro di riuscire. Per la musica poi non garentisco affatto, sia perche non ne capisco, sia perché non intendo di fare il pertichino ad alcuno.»

Cesaroni «Di questo ne parleremo a miglior tempo sig. Amodei. I patti della vostra scrittura parlano chiaro, e non ho fatto luogo a riserva; torno quindi al terzetto; finito il coro d'introduzione la Nina per recitativo ci regalerà l’ultima stanza della sua favorita canzone.

«Sulla romita sponda

«Ove amor mi confina ed incatena»

«Ed appena finita la strofa dopo un poco di pausa che rallegrerà con una qualche scala e con alcune cadenze attaccherà il largo

«De' tuoi spergiuri, ingrato

«Saprà punirti il Cielo»

«Tu Alice entrerai piano piano.»

Alice «Dove?»

Cesaroni «Ma dove vorresti entrare?... s’intende nel largo, prima a mezza voce e poi rinforzando.»

Alice «Io dunque debbo rinforzare?....»

Cesaroni «S’intende.... fino alla cabaletta, la quale sarà costituita dalla Romanza:

«Dal suo fral disciolta l'alma

«Non ha più mondan desio.»

«avvisando però che le battute dovranno essere accelerale. Essa cantata a solo prima dal Soprano (Nina); poi dal contralto e dal  basso (Alice ed io) sarà infine ripresa da tutti tre, e solamente in quest’ultima volta, non appena avrem noi cantato

«Già sen vola e ai piè di Dio

«Scioglie libera i suoi vanni.»

«l’Amodei ed il Gaspardini unendosi a noi canteremo in tutti, i due ultimi versi

«Fatta pure dagli affanni

«Fatta santa dal dolor.»

«Ecco come ho stabilito o meglio crealo un terzetto, il di cui esito non può essere che clamoroso e coronato da numerosi applausi.»

Alice «Faccia Dio che non siano fischi, dappoiché il vostro ingegnoso ritrovato, mi sembra un’accozzaglia di motivi che non potrà avere né senso, né nesso, né progressione; ma tanto stiamo a S. Benedetto, è mestieri che si faccia qualche cosa e subito; quindi vada pure pel terzetto.»

Cesaroni «Che concerteremo, limeremo, ed accomoderemo come va fatto.»

Alice «Ditemi adesso qualche cosa intorno allo scelto accompagnamento?!

Cesaroni «L’arpa e le due chitarre stanno sempre all’ordine; se la piazza potesse offrire qualche altra cosa, vedremo di concertarlo alla meglio in modo assolutamente meccanico, in altro caso bisognerà che si contentino.»

Alice «Un’ultima domanda, o mio caro e poi, giacche non può  farsene a meno, mi giuro tua per la vita e per la morte; che cosa può avere di comune un sig. Bernadotte qualunque con quest’accozzaglia di arie e romanze prese a casaccio?»

Cesaroni «Come! come?! vorresti tu che vi esistesse un terzetto dichiarato celebre, senza che se ne declinasse il nome dello autore?!»

Alice «Convengo... ma... nella specie non esistendovi il terzetto?....»

Cesaroni «Si suppone, mia cara, si finge... si vede proprio che sci affatto straniera nella difficile arte qual è quella di vivere alle, spalle di un rispettabile pubblico e di una inclita guarnigione senza una nomina uffiziale che possa autorizzare a dilapidarlo: nell’arte, mia cara, quando manca una cosa si crea, s’inventa....»

Alice «Ma se non sbaglio, questo sig. Bernadotte era un Generale del primo Impero divenuto poscia Re di Svezia....»

«Tanto meglio; abbiamo un usbergo di più, cioè la grandezza del nome del maestro compositore — Certo non si scherza con un Re di Svezia.... e poi.... poi la Svezia è la terra degli antichi Bardi; Ossian ne fa poco meno che un accademia di poesie e di musica universale; non veggo quindi un perche il fratello, il figlio, il nipote del Sovrano, od il Sovrano istesso non possa essere l’autore del mio terzetto—Passiamo adesso alla seconda parte... E di questa noi faremo grazia al lettore sol perché erat in fatis come vedremo ben presto che la prima fosse più che sufficiente a costituir lo spettacolo.


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VENTESIMOSECONDO QUADRO

SOMMARIO — L’attore delle dieci scritture, ed una catastrofe drammatica.

A taluni sembrerà certo che noi da qualche tempo abbiamo scambiata la Storia pel romanzo, e quel che è peggio per un romanzo che si rapporta a circa mezzo secolo fa, e quindi che non possa aver rapporto con la rivoluzione del 1860.

Un pò di flemma, risponderem noi, o lettore e resterai convinto che a questo racconto si colliga il maggiore interesse che mai, per giudicare del sistema governativo dell’epoca, quello stesso che contribuì più di ogni altra cosa a rendere anzi tempo decrepita ed incompatibile la dinastia coi popoli che le sottostavano.

Siamo al famoso giovedì di quel celebre mese di agosto di quel tale rinomato anno 1827, d’imperitura memoria nei fasti drammatici della esordiente compagnia Cesaroni.

Questo povero diavolo stretto, direm così, tra l’uscio ed il muro, ossia tra il bisogno di vivere, e la mancanza de’ mezzi, si era fatto autore di un vasto ed ardito concepimento. Egli dei due mali avea avuto il buon senso di scegliere il minore: preferiva divenire Capocomico all’essere un accattone, ed anche peggio.

Egli volea cominciar dal piccolo per passare al grande nell'unico modo di sussistere che gli si profferiva dinnanzi, ed in cui poteva giovarsi dell’opera e dello ingegno di quelle persone della cui esistenza, a bene o male che si fosse, si era sopraccaricato.

È un fatto però che

«Non principia fortuna mai per poco

«Quando prende un mortal a scherno e a gioco»

Egli subir dovea la fase di molti uomini grandi predestinati a divenire piccoli per effetto di uno sbaglio, di uno di quelli errori che sono conseguenza della umana fragilità. E questo sbaglio, questo fatalissimo errore che dovea elevarsi a motore di una serie inconterminata di avvenimenti, cui toccava il decidere della sorte avvenire di più persone, egli lo avea commesso nel reclutare il sig. Amodei sulla semplice esibizione delle dieci scritture, senza por mente che a 21 anni dieci scritture in qualità di prima parte, mostravano evidentemente il fatto di non averne menata a buon porto una sola!...

Ci si neghi adesso che chi dev’essere appiccato nasce come suol dirsi col cappio nelle tasche! Ci si neghi, s’è possibile, che il più grande sbaglio che possa commettere un uomo d’ingegno si è appunto quello di una eccessiva buona fede! Oh Gianni Gianni gloria ed onore delle muse italiane! noi giureremmo, anzi porremmo pegno volentieri che, se non fossi tu morto anzi tempo, avresti come per Lucrezia scritto di Cesaroni

«Che far potea lo sventurato e solo

«Povero Cesaroni in tal periglio?!

E di fatto non vi fu cosa cui egli non pensasse, non preveggenza trascurata, non il benché menomo adempimento omesso, tranne la sola cosa di assicurarsi del sig. Amodei nei concerti, sembrandogli ridicolo che egli che polca dirsi neonato nell’arte, pretendesse di riveder la parte ad un’artista che gli citava almeno un venti volte per ora il nome di tutti i Direttori di compagnie comiche del mondo, e le sue eterne dieci scritture!! Sul far della sera di quel memorabile giorno, mentre la vasta sala che dovea ricevere il debutto artistico era già in pronto, i nostri comici vi si recavano trepidanti tutti, meno il solo sig. Amodei, che come certo del suo fatto e reso superiore dall’abitudine alle inquietanti emozioni di una prima comparsa in iscena, si divertiva a dar la baia sia al suo collega sig. Gaspardini, che appuntava di taciturnità, sia a Madama Alice od a Madamigella Nina che tremavano come foglie. E qui è debito di cronista di mettere in rilievo che alla refezione del mezzodì mentre tutti gli altri, non escluso il Cesaroni, preoccupati dalla recita avevano di mala voglia gustato alcun ristoro, egli solo avea mangiato per quattro e bevuto per otto, asserendo che gli tornava facile il rendere esattamente i caratteri sol dopo di aver mangialo bene e bevuto meglio.

Due stanze laterali alla sala erano state adibite per camerini da spoglio e da riposo, l’una per la famiglia Cesaroni, l'altra pe’ signori Amodei e Gaspardini, ed infine a formare una specie di distacco tra il colto pubblico ed i celebri artisti, fu fatto in guisa che varii drappi cuciti insieme costituissero una specie di panneggiamento, che facendo le veci di quinte, determinavano in proporzioni più brevi del rimanente della sala, lo spazio destinato a palcoscenico.

A circa le 8 p. m. siccome principiava a farsi vedere della gente, il Cesaroni, che s’incaricava di spacciare e ricevere i biglietti allo ingresso, trovò un momento opportuno per recarsi alla sala, e verificato lo abbigliamento delle donne che trovò, com’era in fatto, incantevole, si compiacque col Gaspardini pel suo modo di mettersi semplice ed elegante, ma non potè fare a meno di esternare la sua dispiacenza al sig. Amodei, che trascurando di fare altrettanto, si stava rivedendo clamorosamente la parte.

«Bah!... sig. Cesaroni, si vede proprio che siete affatto nuovo nella professione; se non ci volessero che dieci minuti per principiare, io sarei pronto a vestirmi e svestirmi da Aristodemo quindici volte almeno — Nel teatro tutto è tattica, e senza tattica non si va innanzi;date a me la polvere pei belletti, e cosi innanzi a voi in quindici secondi cambierò trenta volle di fisonomia…»

Cesaroni ebbe il torto di aver fede anche questa volta nell'abilità del suo primo uomo, che mentiva impudentemente, e tornò tranquillo al suo posto.

Intanto la sala gremivasi di gente attirata ivi dall'ampollosità del manifesto, dalla novità di uno spettacolo, e quel che è più ancora dalla modicità del prezzo.

I lumi furono accesi ed i pochi istrumenti presi a noto sulla piazza principiarono ad assordare il colto pubblico, manomettendo e tempo ed armonia.

A quel suono l’energia, che torpiva nell’animo supremamente scettico ed indolente del nostro prim’uomo, ebbe ad accendersi e divampare in un momento.

«Fuori, fuori» si principiò a bisbigliare nella sala;

La musica accennava alle ultime cadenze di una controdanza suonata pessimamente.

«Gaspardini a me lo specchio» diceva il sig. Amodei.

«È nell’altra stanza; lo tengono le signore» rispondeva l’interrogato.

«Questo si che è affatto nuovo nei segreti teatrali: mettersi la polvere senza specchio!! mai vecchi artisti sogliono cavarsela j facilmente da imbarazzi» ed in cosi dire l'Amodei dà di mano al pacco delle polveri, che profonde sul viso quasi alla cieca, mentre il Gaspardini si arrovellava a leggere la sua parte d’innanzi all’unico lume ch’era in quella stanza.

La musica intanto, ch'era cessata da qualche tempo, nel sentir ripetere avanti, fuori, fece pruova di uno eminente coraggio civile col tentare la riproduzione di quella controdanza ch’era pur l’unica del suo repertorio.

Ma dové subito saprassedere perché energicamente combattuta da una salva di fischi.

A quell’ingratissimo suono, che si annunciava precursore di un imminente uragano, Nina ed Alice scolorirono, e cadde il libro dalle mani del Gaspardini, che si accingeva a consigliare il suo amico ad uscire ed aprir lo spettacolo.

L’Amodei intanto avendo finito l’opera sua, si studiava d’infilzar il vestito che teneva fra le mani.

Assolutamente però il diavolo vi metteva la sua coda di mezzo per rovinare quella intrapresa.

Sia per incuria del trovarobe, sia per inscusabile negligenza di madama Alice, l’abito destinato pel Cesaroni, ch’era di una ragguardevole circonferenza si era scambiato con quello dell’Amodei, cui fu giocoforza indossarlo ad onta che rappresentasse la capacità di un volume triplo rimpetto al suo individuo.

«Qui proprio non vi è arte che tenga; però... ci penso meglio... in questi casi, che sono pure eccezionalissimi, si rimedia subito con due parole di scusa al rispettabile pubblico, non è vero Gaspardini?!»

«Certo... purché tu esca presto» soggiungeva questi nell’atto di fargli dolce violenza, per indurlo ad uscir fuori, sulla speranza che una volta che si fosse principiato a far qualche cosa, sarebbe cessato nel pubblico irrequieto la voglia di chiassare; però oltrepassata la soglia della stanza, e di fronte ai lumi di che ridondava la sala, nel volgere uno sguardo sul compagno, che già trovatasi sul proscenio, non potè fare a meno di rabbrividire e gridare; misericordia!!

E misericordia!! ripeterono dalla stanza opposta alla sua. Alice e Nina, rabbrividendo a lor volta.

Il sig. Amodei, l’artista dalle dicci scritture per una inqualificabile noncuranza e fiducia nella sua attitudine teatrale, posto quasi all’oscuro e privo di specchio, invece di mettere un pò di rosso sopra uno strato di cipria, avea usato tutto al contrario, di tal che più che al Re di Messeni, poteva andare assimilato ad uno sterminalo peperone.

Al che aggiunta la circostanza del mostruoso abbigliamento egli è evidente che il carattere tragico non se ne poteva dire avvantaggiato.

Dal colto pubblico partirono quasi contemporaneamente fischi ed applausi; quelli da chi comprendeva, questi da chi non comprendeva il carattere che il sig. Amodei era impegnato a sostenere, e che lo trovava tanto più ben truccato per un carattere buffo qualunque.

L’Amodei però, che in buona coscienza ignorava l'affare dello scambio dei colori, soddisfatto di quella parie di applausi che insieme ai fischi gli venia prodigala, ebbe lo intentimento di unificare le impressioni, e persuaso d’altronde che la parte di danno gli proveniva dal malaugurato abito troppo ampio per lui, senza punto scomporsi, facendos’innanzi, e salutando a destra ed a manca in guisa buffa cotanto da raddoppiare il ridicolo di quella situazione, si fece a dire:

«Filantropico ed intelligente pubblico»

«Un sinistro accidente che dev’esser messo a carico del trovarobe o tutto al più della Impresa, ha assolutamente impedito ch’io vestissi l’abito che mi era assegnato, quindi tanto per questa ragione, quanto per non essere stato assodato con storica precisione se Aristodemo nel fare il suo racconto a Gonippo steste se o non stesse perfettamente vestilo, cosi io per togliere l’orpello alla indiscretezza di qualche fischiante, depongo la fatal giamberga e reciterò la mia parte col solo sottabito.»

E di fatto spogliatosi, restò in farsetto, mettendo in mostra le maniche di una camicia da varie settimane resa refrattaria al bucato.

I fischi e gli applausi che durante la improvvisata allocuzione si erano avvicendati con egual forza, principiarono da qualche punto ad unificarsi in un senso assolutamente opposto alle speranze dell’attore, che per ultima risorsa non trovò a far meglio che ad attaccar subito la recita, quindi senz’aspettar altro che di mano ai ferri, e postosi in un atteggiamento assolutamente più grottesco che tragico; incominciò fragorosamente.

«Ascolta; in petto

«Ti sentirai di orror fredde le vene;

«Ma tu mi costringesti — Odimi e tutto

«L’atroce arcano e l' mio delitto impara.»

Questi pochi versi detti spasmodicamente con una declamazione sui generis, e che avea non poco del canto Gregoriano, accompagnata per soprappiù da gesti da energumeno, e da una voce agra che primeggiava fin sopra i sibili che allora si udivano compatti, omogenei, e pronunziatamente unitarii, già decidevano della sorte della serata accademica, al di cui timone si era posto l'Amodei, quando questi, che si era decisamente il cattivo genio della compagnia Cesaroni, a voler completo il naufragio, nel pronunziare e il mio delitto impara, stimando di dover fare alquanto di sosta, sia per ottenere effetto drammatico, sia perché sbigottito dal nefasto successo, nel tirarsi indietro e prender largo sulla scena urtò violentemente il tavolo su cui eran situati due doppieri, che trabalzarono con quello ed andarono in frantumi.

A quell’ultimo fatto i fischi ed i sibili si permutarono evidentemente in urli, ed in grida che davano del miserabile e del cialtrone allo attore, il quale perduto di animo e di confidenza in se stesso, rimaneva estatico ed immobile in mezzo a questo, che dir si poteva il punto culminante dei suoi fasti drammatici, e che non raggiungeva puranche l’apice della disfatta, perche il Cesaroni che arrivava allora allora nella sala, chiamatovi da quell’orribile tramestio di voci, non appena visto il tavolo rovesciato, i doppieri andati a male, e l'Amodei in quella sconfortante situazione, corre defilalo al suo camerino per quindi presentarsi al pubblico e dichiararsi ingannato, vilmente ingannalo, e cosi salvare se era possibile le venerande reliquie della sua compagnia in erba.

«Abbasso, abbasso.... passiamo avanti.... fate ritirare questo cane» si gridava dai primi posti.

«Lesti, lesti... vogliamo sentir le donne... sclamavasi da’ secondi posti.

E Gaspardini... il povero Gaspardini cui toccava ad uscire, nell’atto che il Cesaroni vestiva i calzoni di comparsa, come capro che vada al macello si fece innanzi salutando rispettosamente il pubblico.

Ma non valsero a salvarlo dalla tempesta e le grazie della persona, ed il modo semplice ed elegante in cui era messo, e che in tutt’altra circostanza gli avrebbero infallibilmente conciliato la simpatia di qualunque pubblico colto od incolto che si fosse.

Una volta che questo mostro dalle mille teste e dalle duemila labbra si è fitto in capo di fischiare, fischia e fischia sempre, a torto od a ragione, a dritto od a rovescio.

E Gaspardini dovea essere fischiato; egli non potea dire

«Sparta al Re di Messenia invia salute»

Se prima Aristodemo non gli avesse detto

«Lisandro siedi e libero mi esponi ec. ec.»

Ed Aristodemo che si era ritirato macchinalmente nel fondo della sala era chiarissimo che non avrebbe parlato di vantaggio.

Al contrario il tavolo giaceva tuttora rovesciato.

E le sedie, quelle benedette sedie non si era pensato a metterle. Quindi? Quindi Lisandro rimaneva lungo, teso, senza dire e senza poter dire cosa alcuna.

Ed i fischi che si erano attenuati ringagliardivano e si dichiaravano in istato di recrudescenza.

Allorché a renderli sconfinati ceco presentarsi il sig. Cesaroni.

Cesaroni che in quel momento supremo, non disperando ancora di salvar la serata, entra nel camerino, si toglie il lungo soprabito bianco con cui avea sostenuta la parte di esattore all’entrata, e svolgendo il fagotto cerca rinvenirvi, e vi rinviene in fatto un abito di cui infilza a stento una manica.

«Diamine! osservò egli, bisognerà dire che da oggi a questa sera io sia ingrassato del doppio» Ed in ciò dire senza porre tempo in mezzo, sforzandosi d’intromettere il braccio sinistro nell’altra manica, si cacciò innanzi sul proscenio ed a furia d inchini e di gesti mostrando di voler dire qualche cosa giunse ad ottenere alcun poco di silenzio.

Tosto profittando della tregua e temendo di non fare a tempo tesoro delle buone disposizioni dell’uditorio, egli, che lotta ancora con la manica che non vuole entrare, si fa ad esclamare

«Pubblico colto generoso ed intelligente»

E qui traendo un lungo sospiro, fa un supremo sforzo per cacciar il braccio al suo posto ed assentarsi l'abito sulle spalle.

Un doppio crac però annunzia che l’abito si rompeva in due punti de’ quarti posteriori.

«Per l’anima di mio padre ecco sciupala la mia giamberga» grida dagli ultimi posti un artigiano, che dovea al prestito di quell’arnese la sua entrata gratuita allo spettacolo.

E qui l’uditorio a ridere sgangheratamente, intermezzando al riso la spaventevole e distonante musica dei fischi.

«Colto e rispettabile pubblico» ripigliò sconcertalo il Cesaroni se la buona fede è una colpa, io confesserò di essere un delinquente.»

«Oh! bella davvero; sta a vedere che vorrà che gli si paghi il biglietto doppio» gridò un figuro con gli occhiali, ma di quelli eccezionalmente orridi, ed artisticamente inesorabili.»

«La mia giamberga per Dio!! la mia giamberga» riprendeva l’artigiano dagli ultimi posti.

«Or come vi diceva, ragguardevole pubblico, ed inclita guarnigione, cioè mi spiego....»

E qui ricordandosi dello emendamento Alice e volendo farvi adesione, il Cesaroni apre una lacuna che il ragguardevole pubblico là per là si occupò di riempire a furia di fischi, di urli e di grida.

«Voleva dunque dirvi, onorevoli signori, che semplicemente per un eccesso di buona fede trovomi da soli pochi giorni associato alla mia compagnia composta tutta dal flore degli artisti....»

«Bravo, bravo davvero!»

«Bene si vede!»

«Veramente grazioso quel fiore degli artisti!

«Cosi è, signori, e posso provando; Or bene trovomi, vi diceva, di aver scritturato quel cane; cioè quella bestia... o meglio...»

Ma non potè spiegare la natura della miglioria perché l’Amodci che sembrava soggiacente, annichilito sotto il peso della pubblica riprovazione, d’un salto imprevedulo ed imprevedibile gli fu sopra imprimendogli con le mani come un cerchio di ferro alla gola.

«Io cane!! io bestia!!... oh questo è troppo...»

Ed in cosi dire stringeva viemmaggiormente il cerchio di ferro che con ambo le mani avea formalo intorno al collo dello infelice capocomico, ch’essendo quasi per soccombere, faceva i suoi sforzi per svincolarsi, allargando con esorbitanza le nari e gli occhi, le orbite dei quali vedevansi già iniettate di sangue.

«Assassino! assassino! gridava madama Alice trasportandosi sui luogo dello alterco con l’acconciatura alla semieroica e la chitarra brandita come ad arma difensiva.

Babbo!... babbo!... disse la Nina accorrendo a sua volta.

Ed in questo mentre Cesaroni seguitava a dibattersi sotto la truce pressione dello Amodei, che reso rabbioso e convulso dalla doppia offesa, pareva deliziarsi dell'agonia della sua vittima.

Ed il pubblico?! il colto e rispettabile pubblico fischiando e ridendo, ridendo e fischiando si prendeva in questo spettacolo di nuova forma la rivalsa de’ pochi soldi che avea pagati per assistere a tutt’altro che ad un esperimento accademico.

E Dio sa quali spaventevoli proporzioni avrebbe assunto quel tafferuglio se l’Autorità Municipale, che vestiva pure le funzioni di quella politica, vedendo le cose mettersi per il serio, non avesse spiegato con fermezza il suo tardo intervento disponendo lo immediato arresto del Cesaroni e dello Amodei.


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VENTESIMOTERZO QUADRO

SOMMARIO — l due Viaggiatori —L'Amore e sintesi delle sue gradazioni progressive — Un velo tirato opportunamente.

Era sullo imbrunire di un bel giorno di ottobre di quello istesso anno di grazia 1827 — In una cattiva vettura provveniente da Capua, tirata da due pessimi cavalli vedevansi appollaiati e stivati, come suol farsi con arte unica in Napoli, poco meno che una dozzina e mezzo di passeggieri.

Poco prima di giungere alla quondam Barriera di Polizia, oggi posto di Guardia Nazionale, il conduttore che avea presi anticipatamente i suoi accordi con alcuni passaggieri, fermò ad un tratto le sue rozze facendo segno ad uno di essi, e di fatto videsi allora discendere dalla stessa una coppia di giovani di sesso differente, la più bella e la meglio assortita che mai.

Il maschio potea contare qualche anno al di là dei venti, e benché il suo costume alla viaggiatore non accennasse ad agiatezza, pure il fare spigliato e disinvolto ed i bei lineamenti lo raccomandavano più che a sufficienza nell’atto, che rivelavano in lui un nato di civile condizione.

La signorina poi, benché mostrasse di essere uscita allora allora dalla infanzia, non potendosi accordarle al di là di un quattordici in quindici anni, pure dalla purezza e regolarità delle forme, cui dava maggior risalto quello incesso artistico che è tanto seducente nella donna, non offriva solide guarentigie per l’articolo innocenza.

Indubitatamente i nostri lettori avranno riconosciuto nel primo l’egregio artista in erba sig. Gaspardini, e nell’altra la sig. Nina prima donna amorosa della compagnia Cesaroni, durante il cui arresto questa giovane coppia di colombi, affratellati dalla sventura e dall'arte, avea trovato modo di evadere infervoratasi a vicenda di uno amore che nel primo giorno della sua espansione era sull’alba assolutamente Platonico, ed al tramonto del tutto sensuale.

Amore! questa potenza arcana, questa sola divinità cui il buon senso possa accordare il privilegio di far miracoli, avea avuto la potenza di sciogliere lo scilinguagnolo al sig. Gaspardini e di eccitare il sentimento della Nina, il di cui sangue baronale non protestò affatto né per nulla si oppose.

Ecco che vi snoccioliamo di un flato ed in brevissime parole la gradazione storica, per altro semplicissima, e direm cosi il processo di questa seduzione, che renderebbesi complicata nel solo caso in cui fosse di una esigenza impreteribile l’indagare quale fra quei due esseri fosse stato il sedotto, e quale il seduttore.

Ritorniamo per poco all’albergo della Lumaca.

È l'indomani di quella fatalissima serata; gli animi sono tuttavia sotto la dolorosa impressione di quel solenne fiasco dovuto per nove decimi alla inettezza del sig. Amodei, e per un decimo alla inesperienza ed imprevidente buona fede dei Cesaroni.

Madama Alice levasi da letto, piangente ed incerta del destino di quest’ultimo — Madamigella Nina accusa un fiero dolor di capo; i suoi nervi oscillano sensibilmente, e non può mettersi in dubbio che è predominata dalla febbre.

Gaspardini con le mani al sen conserte sta sul suo giaciglio immobile, e quasi sotto l’incubo di una penosa riflessione.

«Sig. Gaspare, dice Madama, credete che debba chiedere contezza di Cesaroni?»

«Lo trovo necessario, anzi indispensabile. Madama.»

«Contava sulla vostra amicizia per essere accompagnata,»

«Lo farò volentieri se può farvi piacere.»

«Però mi angustia lo stato della Nina; potrebbe da un momento all’altro aver bisogno di qualche cosa, né mi par quindi conveniente lasciarla sola.»

«Restate allora con lei; procurerò io di vedere il Direttore.»

«No... no... sig. Gaspare, egli se ne adonterebbe con me; e poi... poi... egli ha degl’interessi... capite?...»

«Allora sarà mestieri ch'ella vada sola, madama, ed io resterò qui agli ordini di madamigella.»

«Approfitterò allora della vostra gentilezza sig. Gaspare; perdonate però alla libertà che mi prendo, ed alla pena che vi cagiono.»

«É assolutamente un nulla, Madama; io godo del piacere di potervi essere utile.»

«Obbligata, sig. Gaspare, addio Nina...»

E dato a questa un bacio, indossa lo scialle, ed un momento dopo era in su la strada per trovar qualche cosa e perderne alcun’altra.

PARTE 1°—Numero singolare, persona 3.°

Erano scorsi solamente pochi minuti — «Mamma un poco di acqua» chiese la Nina...

E Gaspare levandosi di un colpo le si fa vicino porgendole la tazza.

Essa innocentissimamente (compitate bene le otto sillabe di questa parola) fece come per levarsi alquanto discoprendo certe cose che vai sempre meglio tener celate; ma nel protendere il bianchissimo braccio onde aver la tazza, si accorge, o mostra accorgersi, dello scambio della persona, quindi si fa sollecitamente a tirar su la coltre e ricomporsi, dopo di che esclama —«Come, è lei sig. Gaspare?!... scusi dell'incomodo... ma... ove è la mamma?!»

«È uscita or non à, guari, madamigella, per aver notizie, del sig. Cesaroni...»

«Ah! si, . povero babbo!... ma perché non desiarmi prima?..»

«Perché... la stava male; credo con la febbre..»

«Di fatti così dev’essere; mi creda, sig. Gaspare, ho passata una notte terribilissima; non ho fatto altro che sognar fantasmi, e poi urli, e fischi che mi han posto i brividi...»

«Ne son dolente, madamigella, tanto più che se potrà riprendere pel giusto il filo delle idee...»

«Oh le accerto, sig. Gaspare, che adesso mi sento meglio, assai meglio, oserei dire affatto bene e tranquilla...»

«Ebbene allora sarà nel caso di rendere giustizia al merito del suo sogno, conseguenza legittima di una dura, di una ingrata realtà che ha influito sulle di lei delicatissime fibre. Infatti le amare impressioni di ieri sera...»

«Oh! si sig. Gaspare; ma non me ne parli per carità... temerei di ricadere...»

«Ne sarei dolentissimo perché, perché...»

«Lo dica subito sig. Gaspare questo perché.»

«Perché, madamigella, io pure ho sofferto assai a mia volta, e più che per me, per lei... solamente per lei...»

E qui senz’aggiungere altro il nostro giovine, che ebbe a ricordarsi di avere una tazza ancora tra le mani, con un moto meccanico quanto rapido scostandosi dal letto poggiava il recipiente sul tavolo, e tornava a sdraiarsi sul suo giaciglio, ed a condannarsi a quella specie di mutismo, che mentre sembrava connaturale alla sua indole, pure ne formava l’antitesi più eloquente che mai.

PARTE 2a — In seconda persona, numero plurale.

Madamigella diessi per un bel pezzo a riflettere sulle ultime parole del sig. Gaspare per lei: solamente per lei; evidentemente sotto di esse si nascondeva un mistero; quella unica eccezione a suo favore implicava la esistenza di un principio di cui ebbe a risolversi ad andare in traccia. Ella quindi decisa di avvantaggiarsi del suo stato di mal ferma salute, calcolando sul sentimento della pietà chiamata a sussidiario dell’amore; trasse qualche affannoso sospiro, procurò di sbozzare il facsimile di un qualche singulto nervoso, ma poiché il sig. Gaspare rimaneva freddo ed impassibile, si appigliò al partito di dar segni maggiormente evidenti di mobilità e di vita.

«Sig. Gaspare, diss’ ella, mi duole il disturbarvi... Non saprei che dirvi con precisione... sto cosi annoiata... dispiacente, che forse trarrei maggior sollievo dal distrarmi, anziché da un riposo che non mi è consentilo — Se non vi dispiace adunque aprite un poco quella finestra; datemi un altro guanciale, e discorriate mola un poco, da che dopo i molti giorni in cui conviviamo, mi è dato solo da poco apprezzare al giusto come conversate amabilmente...»

Parole cosi semplici e dette per di più con la maggior disinvoltura ed ostentata possibile innocenza, furono per Gaspare come un lampo che rompe le tenebre di una notte oscurissima nel di cui fondo egli vedeva inabissato il suo seminario con tutto l’Episcopio. Egli sentiva in sé stesso qualche cosa di nuovo e di arcano; provava e da più giorni, ammirazione e rispetto per quella fanciulla che pareva fatta al tomo, e la di cui vivacità anziché aver della petulanza infantile, l'elevava a potenza di genio e di sentimento; intravide i pericoli della situazione; esitò un momento... ma poi ricordandosi che non era più seminarista si risolvé di affrontarli, pel che levandosi ad un tratto disse: «ecco madamigella, son da voi.»

Aprì la finestra; diede alla Nina il guanciale, e quindi si assise a poca distanza da lei in modo da rimanerle di fronte.

Un sorriso di compiacenza ed uno sguardo al latore, incaricalo espressamente a dinotare un tal sentimento, furono Tunica risposta che il nostro primo amoroso, il quale entrava allora in un periodo assolutamente caratteristico, ebbe ad ottenere in compenso dei suoi servizii, ed a cui egli credè opportuno corrispondere con un altro sorriso ed un altra occhiata.

«Dunque, sig. Gaspare, voi dicevate or non a guari che ieri sera eravate desolato per me più che per voi stesso.»

«Precisamente madamigella...»

«Or bene io vi confesserò che ho provalo altrettanto per voi; nel vedervi uscire cosi solo, e ridotto in equivoca situazione dalla inettezza di quel tristo soggetto che si è il sig. Amodei, io fui sul punto di svenire; io non soffrii così quando vidi fatta vittima della indignazione del pubblico e quindi della brutalità del sig. Amodei medesimo lo istesso sig. Cesaroni, e quando ho voluto dimandarmi il perche ciò avvenisse, credetemi sig. Gaspare, io non ho saputo trovare un nome al sentimento da cui era predominata...»

«Siete troppo buona Madamigella...»

«Oh! no no... vi prego credermelo; io non faccio ora de’ complimenti.»

«Ve lo credo benissimo...»

«Ecco... quell’angustia non moveva da pietà, e non da indignazione; io ho voluto esser equa nello apprezzare il fatto; la pietà avrebbe offeso voi; l’indignazione a dirla schietta sarebbe stata più che giustificata, ma non poteva risguardarvi; quel miserabile, quel mostro del sig. Amodei ebbe a mostrarsi qualche cosa di ultraindisponente sotto tutt’i rapporti...»

«Non ne parliamo...»

«E sia pure... ma or che mi ricordo... voi poco prima accennavate a dirmi qualche cosa; a spiegarmi il motivo che vi spingeva a tremare per me, quando tutto ad un tratto bruscamente...

«Perdonatemi...»

«Non ve ne fo una colpa... vi siete ritirato tacendovi.»

«Era per un riguardo...»

«Oh! oh! li ho odiali io sempre questi riguardi, anzi vi avverto, il mio sig. Gaspare, che li rinnego, li abbomino, li detesto, ed invero se siamo obbligati a vivere nelle medesime condizioni e sotto il medesimo tetto; se la sventura per cause diverse ci ha gittali sopra una medesima strada, io non so a che possano valere ira noi i vostri riguardi...»

«Ebbene, madamigella giacche voi mi ci autorizzate; giacche lo volete assolutamente...»

«Dite di più, lo esigo...

«Il sentimento da cui ero in quel momento predominato a vostro riguardo; da cui lo sono stato fin dal primo momento in cui vi ho veduta, da cui lo sono tuttavia...»

«Bene... sentiamo che cosa era...»

«Amore!...»

«Oh! oh! questa sì che è da ridere, sig. Gaspare» fatta rossa come una ciliegia esclamò la bella fanciulla, che istintivamente presentiva di che si trattasse, e che pure godeva nel sentirselo assicurare «E per dir tutto questo ei ci era bisogno di tirarcelo da bocca con le molte?! Voi mi amate!... ecco tutto... ecco il gran delitto da cui vi assolvo pienamente... perché...»

«Perché madamigella?...»

«Perché, ... vedete sig. Gaspare, sono più animosa di voi; ho il coraggio della propria opinione... perché vi amo»

Qui scena muta! — Era forse esercizio di arte? era forse artifizio? nò; era innocenza, o meglio era l'ultima tappa che quei due cuori percorrevano nel sentiero della vita sotto il predominio di questa virtù.»

La mano di Nina ch'era corsa involontariamente a sistemare sul fronte i lunghi ricci dei biondi capelli cadendo, involontariamente pure, sulla coltre s incontrò con quella che il sig. Gaspare anche involontariamente si trovava di aver poggiata sul letto: nessuno curò di ritirare la sua, e quindi le cose restarono così per il momento.

La scena muta durava da alquanti minuti e cominciava a riuscire imbarazzante — Gaspare pensò che toccava a lui il far qualche cosa onde uscire da quella falsa posizione «Madamigella, diss’egli, e voi state taciturna e pensierosa, forse vi sentite male?»

«Al contrario sto bene e son lietissima — Rifletto però...»

«Ed a che cosa?...» e Non ve l'abbiate a male, sig. Gaspare, io ve l’ho detto: fra noi non vi debbono essere riguardi.»

«Ebbene?...»

«Ebbene voi poco fo nel dirmi che mi amavate, avete ciò fatto (con tanto studio od arte che sia, con tanto susseguo e tanta riserva, ed in fine con tali reticenze..»

«Che debbono avervi provato il mio rispetto...»

«Non volea dir questo; invece che mi hanno fatto ricordare che voi uscite or ora...»

«Dal Seminario?!... sia pure...»

«Or scusatemi, ripeto; forse io non ho una idea precisa di questo sentimento; certo però ch'egli debb’essere purissimo se vale ad inondare il cuore di gioia cosi santa, così soave; dunque spiegatemi a che circondarlo di misteri, ed aver quasi vergogna di confessarlo?...»

«Madamigella, ardua anzi che no è la domanda, e però mi sforzerò pure di darvi una risposta adeguata—Voi che agl’incanti della persona accoppiate mirabilmente le risorse dello spirito, e le grazie della innocenza;voi che al certo sareste felice se vi potesse venir concesso secondare gl’impulsi del cuore; voi che amate, e forse con tutte le potenze dell’anima vostra, voi dico, non riflettete adesso che la società si è voluta far riformatrice ed in certo modo anche corretrice di un tal sentimento, e ne ha quasi soffocata la libertà subordinandola alla pressione ed alla tirannia dei riguardi sociali? Sfruttato cosi l'amore della più parte del suo bello ideale, da poesia è diventato la più languida prosa del mondo, da sentimento si traduceva in contratto... più o meno speculativo...»

«Gaspare voi mi spaventate; voi mi riducete l’amore ad un meccanismo, ad un mostruoso congegno sociale...»

«Cui però madamigella è giuocoforza soggiacere, perché lo eluderlo implicherebbe infamia e perdizione.»

E questo diverbio che constatata innegabilmente la semplicità e la buona fede di Nina, al paro degli energici e virtuosi sforzi del giovane a non volerne abusare, venne ad essere interrotto dal rumore della chiave introdotta nella toppa.

I due giovani allibirono.

Ecco la mamma, disse sottovoce la Nina che si fece sollecita a ritirar la propria mano da quella del giovane, ed a rincattucciarsi nel letto, mentre che il Gaspardini allontanata la sedia di accanto a questo, in un attimo si ridusse sul suo giaciglio.

Di fatti era madama Alice, che mostratasi appena all’uscio domandava «Come stai figliuola? oh... me ne accorgo; il riposo ed il silenzio ti giova...»

Era stato invece il movimento e la parola.

«Si mamma... sono più sollevata; di... che notizie del babbo?

«Tutto rimediato, mia cara, tutto accomodato e nel modo il più soddisfacente che mai — Il Cesaroni tra poco, assolutamente tra qualche ora sarà tra noi; non occorre altro se non che io gli rechi alcune carte, i suoi ricapiti o documenti che sieno, e quali sono venuta appositamente a rilevare.

«Uscirete di nuovo mamma?» domandò maliziosetta la Nina che non desiderava meglio.

«S’intende carina, lo debbo; veggo bene che ciò li dispiace, e che reca molestia al sig. Gaspare...»

«Tutt’altro è cosi buono e condiscendente...»

«Meglio così; glie ne saremo tenutissimi; per ora state allegramente, ... noi torneremo prestissimo; qui, nello stato vi sono angioli per autorità, altro che nel Regno ove non si pensa a meglio che a tartassare ed a manomettere; figuratevi che ad onta del fr icasso di ieri sera, domenica daremo un’altr'accadcmia.»

«Mamma tu mi spaventi... tu mi fai ritornare la febbre...»

«Non temere piccina che non vi sarà il sig. Amodeo, quel tristo che parte oggi stesso scortato fino ai confini; basta... poi vi dirò... per ora ho fretta... si tratta di tuo padre... lasciatemi andare.»

Ed in così dire presi i ricapiti del Cesaroni se ne usciva, non giudicando necessario questa volta di chiudere la porta con la chiave.

Seguivano pochi minuti di silenzio— Gaspare rifletteva valutando le difficoltà del caso— La Nina però che non avrebbe voluto prendere pur questa volta la iniziativa, vedendo prolungarsi il silenzio indispettita si leva quasi a metà dal letto, accomoda di bel nuovo il guanciale, e riprendendo l’antica posizione accademica dice non senza ironia.

«Giacche sig. Gaspare vi è sempre d’uopo di un invito formale per aver le vostre grazie, eccomi a pregarvi a voler terminare il vostro erudito discorso intorno alla nostra nuova conoscenza che si chiama amore.»

«Madamigella...»

«Via su non vi perdete in chiose; tanto è... sono stata io la prima a confessarvi che vi amo, è giusto che soggiaccia adesso alle conseguenze di questa dichiarazione; riprendete il vostro posto... così datemi la vostra mano...»

PARTE 3°— Seconda persona, numero singolare.

Dopo alcun tempo di un estasi soavissima durante la quale i no. stri amanti ebbero a divorarsi con gli sguardi, la fanciulla, visto che il suo amico soggiaceva ad una violenta emozione e che, quasi per sottrarsi all’incubo una forza superiore, studiava distrarre da essa lo sguardo, fatta paurosa, gli disse:

«Gaspare tu soffri... ei pare che io ti riesca molesta; non vorrai già mettermi del timore, inspirarmi delle inquietudini...»

«No, Nina, al contrario... vedi... ho il cuore che batte forte... e la mente... la mente che vuol fare a pugni col cuore.»

«Io non ti comprendo, Gaspare, spiegali... ti dispiaccio io forse?!...»

«Tutt’altro, Nina; forse è la troppa felicità... sarà la gioia... certo che ormai io soggiaccio ad una idea.»

«E quale, mio caro» riprendeva la fanciulla, che sentendo come tutti gl’imbarazzi dello amante aveano stabiliti il loro quartier generale nella sua mente, si fece tantosto a cacciar l’altra mano sulla fronte e tra i bruni capelli dell’amico.

«Bisognerà assolutamente, Nina, che noi assegniamo uno scopo al nostro amore. a «Oh! questa si che è bella!! vuoi assegnare uno scopo all’amore?! ma che forse la parola istessa non ne disegna implicitamente uno? noi dunque ci ameremo... ecco tutto...»

«No, Nina... ciò non può stare; l'amore non si fa così per guardarsi... occorre qualche cosa di serio, di positivo, di solenne... e se vuoi pure di santo.»

«Non pensi certo a dire il rosario in questo momento; ce ne hai tanto di tempo...»

«Figurati, mia cara, che se noi ci amassimo così una settimana, un mese, un anno...»

«Come sei avaro nelle supposizioni?! a me, vedi, in questo momento piace il credere che tu mi amerai sempre...»

«Te l' credo... ma tu sci fanciulla, tu non sei libera.»

«Anzi lo sono più di quello che tu possa credere.»

«Come?... e tuo padre... tua madre?!»

«Io non ne ho; son sola...»

«Ed il sig. Cesaroni... la signora Alice?!»

«Non hanno altro dritto su di me tranne quello che possa venir inspirato dalla riconoscenza. Gaspare io sono orfana, ed avendo quindi il dritto di scegliermi un protettore, un amico, io non esito un momento, e mi dichiaro tua, tua per sempre.»

«Mia!...» esclamò Gaspare che nella ebrezza dell'amore e del contento si levò per stringersi al seno seminuda la bella fanciulla.

«Tua per sempre...» ripeté quella, e furono le ultime parole profferite per intero in quel momento che ebbe a decidere del suo destino.

Sul resto tiriamo un velo.


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VENTESIMOQUARTO QUADRO

SOMMARIO — Della Polizia Borbonica e suoi bassi Agenti — Suoi rapporti coi ladri e coi Camorristi — In qual conto era essa tenuta da Re Ferdinando — Del pauperismo e sue diverse specie — Un Maggiore dello Stato Maggiore Protestante, fanatico di far figli Cristiani — Tre battesimi a peso d’oro.

Ci troviamo di avere in più rincontri accennato alcuna cosa sulle generali in riguardo allo articolo Polizia — Fa ora mestieri scendere alla specialità topica dell’epoca, e guardare la cosa più pel sottile, che ben ne vale la pena.

La legge che affida a questa istituzione il precipuo scopo di prevenire il delitto, viene implicitamente ad autorizzare che i suoi rappresentanti si prendano delle libertà e delle ingerenze, che costituiscono un’aperta e fregante violazione del codice di buona creanza.

Ma tanto è; necessità gran cose insegna! ed è quindi sotto il rapporto delle guarentigie che la società è obbligata a concedere alla proprietà ed alla vita dei cittadini, che fa d’uopo passar di sopra a qualche indiscrezione, che tante volte può assumere benanche il carattere della violenza.

In uno Stato che sia retto da lunghi anni a civili istituzioni oltre ché riesce ben molto più agevole il tutelare la pubblica sicurezza, ha il beneficio che i suoi bassi agenti, su cui ricade la parte odiosa della esecuzione, acquistano quella levigatura e quella vernice di galantomismo e di civiltà, che se non un bene è certo un minor male, e che quindi concilia allo esercizio della difficile carica quel rispetto e quella stima che riesce impossibile ottenere quando per anormalità di tempi e per la effervescenza delle passioni e dei partiti, allo incremento del male rendesi indispensabile l’opporre efficacia e cautele maggiori.

Organizzata in base di quelle leggi istesse che costituiscono il dritto pubblico della nazione, conterminata l’azione in un certo giusto perimetro che tolga il canso di far manovrare l’abuso e la prepotenza, distogliendo e menomando tulio ciò che vi è di esoso e di nauseante nell’azione degli esecutori si giungerà certo, anzi si è pure in qualche modo giunto a sceverare l’orrore, che per lo passato ha avuta sempre la proprietà d’inspirare la Polizia fatta per conto di un Borbone qualunque.

Ed invero se oggi non ti viene l’acquolina in gola, se non ti senti struggere di ammirazione nel passare innanzi ad un Uffizio di Delegazione qualunque; egli è certo però che ogni uomo onesto possa nel rincontro entrarvi senza timore e senza ribrezzo, e che la vista di un Delegato o di una Guardia non vi caccia in corpo i brividi come nei beati tempi di Ajossa e Peccheneda, di Campagna e di Morbilli, quando cioè il Poliziotto veniva contraddistinto col nome di Feroce, e la lanterna cieca che solca precedere ogni guardia notturna, veniva decorata col titolo specioso di occhio del Re.

E trasportiamoci addirittura nel vecchio elemento; infanghiamoci pure nel lezzo e nel sudiciume di questa fogna; sapete voi che volea dire Polizia?! assolutamente l’inversa, decisamente l’antitesi dichiarata di ciò cui accenna la parola, il che era provalo alla evidenza dal modo indecente lurido, e supremamente rivoltante proprio di quelle dodici sedi o covi, in cui erano le altrettanti tribune nelle quali funzionavano quella specie di Magistrati irresponsabili, che sentenziavano senza ammettere appello o ricorso, conosciuto sotto il nome di Commissari od Ispettori, assistiti dai rispettivi Segretari o Cancellieri, che nella bisogna alternavano il servizio e che si sostituivano pur talvolta ai primi capi.

In ogni Commissariato vi era il così detto cancello, specie di prigione transitoria, messa ad libitum del funzionario di servizio, di cui l'arbitrio ed il capriccio regolava l’applicazione e la durata. Senza eccezione di sorta e come per principio o massima si poneva studio a far si che queste località fossero il più che tornava possibile umide e malsane, e per di più prive di luce ed estranee all’aria libera non solo, ma sottoposte pure al predominio di quanto vi era di più schifoso e nocivo nella famiglia degl’insetti, di tal che al mal capitalo ch'era astretto a farvi domicilio non era possibile sottrarsi ad una prima impressione disgustosa ed asfissiante causala dalla rarefazione dell’aria respirabile.

In tre classi andava divisa la forza messa alla dipendenza di questi funzionari, cioè Gendarmi, Guardie o volgarmente feroci, e straordinarii. I Gendarmi, arma privilegiata che il Marchese Don Francesco Saverio del Carretto si era ingegnata di porre a livello con l’altezza dei tempi, costituivano una specie di Magistratura armata, ricolma di autorità e di prerogative, che esercitate ed interpretrate a di lor comodo e talento non solo, ma con burbanza e pervicacia riusciva oltremodo vessante e tediosa. Essi montavano nei Commissariati la cosi detta Guardia di Polizia, e sua incumbenza era quella di far la pattuglia, dar braccio forte ai speciali incaricati di quel potere, coadiuvarli negli arresti di qualche importanza, e mettersi alla loro dipendenza pel buono andamento di tutti quei servigi in cui questi non potevano fare a meno della forza, ed il gendarme non poteva agire da per sé solo.

Le Guardie o feroci erano incaricati dell’organismo del servizio interno del Commissariato, di vigilare i Capistrada e le strade, e di tutte le chiamate o Commissioni di uffizio, non esclusi gli arresti di piccola importanza.

Gli straordinarii in ultimo solevano per lo più appartenere a quella classe di artigiani, che ritraendo poche o nessuna risorsa dal lavoro, si faceano ad aspirare ad un posto di Guardia; costituivano insomma una specie di alunnato per essere tenuti presenti in caso di vacanza, sempre quando avessero offerte pruove di un attitudine comprovata sia per iterale spavalderie, sia per aver reso un utile servigio, e quale il più delle volte si traduceva in una inutile vessazione.

Arrogo che le Guardie, vestite odiosamente, erano pure scarsamente retribuite, il che non toglieva però che vivessero bene, concedendosi loro l'arbitrio di poter fare, e gli straordinarii, cui non si concedeva l’uso dello uniforme, erano anche peggio rimunerati nei soli giorni in cui venivano requisiti dell’opera loro.

Ed è un fatto non di rado avvenuto che questi due ultimi ordini, più o meno militari, mal soddisfatti dallo sperar compensi e coatte prestazioni, si fossero dati a fecondare il più ricco cespite della rapina e del ladrocinio. Egli è una verità innegabile l’esistenza d’intimi rapporti e di una ordinata intelligenza tra la Polizia e la Camorra, che dava braccio forte ai ladri di cui è proverbiale che rigurgitassc la Città, in modo da non far stupire chicchesia della facilità con la quale in taluni casi speciali avea quella l’abilità di ricuperare gli oggetti derubati senza però mettere in forse la libertà del colpevole. La numerosa classe dei ladri divisa nelle cosi dette paranze costituivano una vasta e ben ordinata associazione, messa sotto il protezionismo della Camorra che la influenzava e dirigeva a suo modo. Essa avea missione ed ingerenze specialissime, nonché un nome che qualificava ognuna delle molte specie della colpevole industria, cui ogni singolo individuo era addetto, dal monello che debuttava col rubarvi la pezzuola a quello che vi spogliava in sulla strada, o che possedeva il segreto di aprirvi la porta della casa, o di sfondarne un muro, fino ai ladri di spirito che erano la Crème foittè della gerarchia.

E questo strano connubio fra la Polizia e la Camorra, facoltà direttiva d’ogni mal fare, massime dopo il 1848 ebbe a prendere così vaste proporzioni, che fu visto Campagna in taluni casi che si reputavano difficili, e quindi il punto culminante degli utili servigi rinunziare alla forza legale e circondarsi di bravi e cammorristi che ben sì sovente reclutava fin nelle carceri e negli ergastoli, ed ai quali per la trista fama che godevano, veniva concessa una libertà condizionata, che non di rado diveniva diffinitiva mercé un atto di suprema ingiustizia cui si regalava del titolo di Sovrana Clemenza — E ragion ve n’era dappoiché lo stesso Re Ferdinando negli ultimi tempi del suo regno, e massime dietro l’attentato Milano, non si curando della propria dignità, né di dissimulare tampoco i timori e le apprensioni cui soggiaceva, era giunto a riporre cotanta fiducia in questa classe, certo la più vituperevole della società da accordarle la preferenza sulla sua magnifica Compagnia delle Reali Guardie del Corpo composta dal fiore della giovane aristocrazia del Regno, la quale al servizio di onore presso la Sacra Real persona fu astretta a vedersi surrogata da cosiffatta marmaglia, che a norma delle istruzioni che riceveva, armata di stocchi correva a spandersi come stuolo di locuste lunghesso le strade che il Re si prefiggeva di percorrere.

Altro ausiliare della Polizia era il pauperismo la di cui efflorescenza s’era elevata a tattica di Governo, a termometro di prosperità, ed a mezzo di polizia.

È un adagio che va ripetuto nel volgo «se Napoli fosse condannata a crollare, la carità la puntellerebbe» ed invero per quanto ci costa, non vi è altra città di Europa in cui il sentimento di accorrere all’altrui sventura si avesse sviluppo su scala più vasta. E però lo abuso ed il malinteso associatosi da oltre il secolo alla elemosina pervertendone il senso, avevano reso lo esercizio di questa bellissima fra le opere di misericordia non solo un campo feracissimo di equivoci, ma piaga sociale dalla cui escara cangrenosa germinava il vagabondaggio, il furto, e la prostituzione di ogni dignitoso sentimento.

Esaminiamola.

La sorgente della elemosina metteva capo:

Nella pietà Sovrana.

Negli istituti di beneficenza.

Nella concorrenza dei privati.

È nostro avviso che la carità meglio che Napoli, puntellasse l’assolutismo e la popolarità del Re che nel dar dieci in alcun giorno ad una parte infinitissima di quel popolo dalle cui masse n’estraeva quotidianamente mille, comprava a troppo buon mercato il titolo di pio e di misericordioso. Inoltre il modo illogico con cui veniva questa eseguita si direttamente, sia per parte di quelli cui ne veniva delegato lo incarico, facea sì che ben di rado toccasse al vero bisognoso il goderne, e che invece il più delle volte cadesse nelle lasche dei più arrischiati, di quelli infine che riducendo la questua a mestiere, avean modo di sapere anticipatamente ove il Re si sarebbe condotto, e addestrati per abitudine, dando gomitate per dritto e per rovescio, finivano col riuscire a trovarsi in prima riga fra la poco nobile schiera degli accattoni.

E ben se l’ebbe a sapere un Conte del Real seguito in qual modo venissero pregiate dagli stranieri queste Scene, in un giorno in cui avendo assunto lo incarico di far godere lo spettacolo delle Reali delizie di Caserta ad una famiglia di flemmatici figliuoli del Tamigi, richiesta una bella Miss del suo giudizio intorno ai nostri paesi ed alla popolarità del Sovrano, ebbe quella a rispondergli quasi per monosillabi, e senza smentire affatto la imperturbabilità proverbiale della nebulosa Albione «Trovo, sig. Conte, che il vostro sia un Re troppo ricco in mezzo ad un popolo ch’è troppo povero.» Ed indi a poco essendosi fermati a veder scendere dai treni la Real famiglia sotto l'atrio del Real Palagio, quando un ampia cerchia di accattoni si era fatta a circondarla per l’elemosina, che un Colonnello dello Stato Maggiore si avea avuto l'incarico di distribuire a quella turba di cenciosi; l’incorrcgibile Conte prendendo argomento da quello spettacolo che dovea far ripugnanza in tutt'altri che a lui, adusato ormai a vedere come il Re prendesse gusto nel vedere moltiplicati i poveri, si volle fare innanzi per una seconda volta, e richiedere se non trovavano commovente quella scena.

«Al contrario, rispose la indocile Miss, la trovo disgustante.»

«Come!? come!? più che Re non vi sembra padre?»

«Più che padre lo ritrovo Re, e quel che è peggio, Re dei pitocchi.»

E non è a credersi che il Re ignorar potesse di qual sinistra luce riverberassero pel decoro Reale e per la dignità del popolo quei continui spettacoli della ignoranza e dello abbrutimento in che si viveano le plebi, ridotte a speculare sul cretinismo ed a far pubblica mostra di stomachevoli deformità sotto gli occhi stessi del Principe. Anzi è storico ch’egli se ’l sapeva, in quanto fosse a conoscenza di tutti non solo, ma constatato pure da documenti uffiziali, qualmente al solo annunzio dello arrivo in Napoli di alcuni Principi di estera Nazione, la Polizia anzi ogni altra cosa si dava opera a perseguitare ed a far spurgo degli accattoni che venivano temporaneamente assicurati negli Ospizi e nelle carceri, dando per siffatta guisa a divedere il Re un delicato sentimento per i nervi ottici e gli olfatorii dei suoi illustri ospiti, cui riguardar volea dal triste spettacolo e dai miasmi di quella miseria cui egli non solo si era adusato a tollerare, ma che avea elevato pure a sistema di governo.

La Francia si ebbe un buon Re ch'esprimeva il desiderio di voler essere certo che ogni buon francese avesse potuto un giorno mettere il suo pollo nella pentola, e si ha oggi un Sovrano che quando si trattava di accozzar titoli come divenir tale, pubblicava i suoi studii sulla estirpazione del pauperismo. Or bene se la idea del primo ebbe a rimaner idea e pio desiderio; se lo scritto del secondo rimane nel campo delle utopie, anziché tentar l’impossibile vai meglio ridurre il male a minime proporzioni, e combattere la povertà con le armi potenti del credito, del lavoro, e della istruzione, stranissima idea e sol concetto di tiranno può esser quello di blandire la miseria e garentire lo incremento dei miserabili.

E concesso pure che la carità del Re di Napoli avesse avuto per movente il cuore anziché il calcolo, non possiamo astenerci dal porre in rilievo i vizi inerenti alla forma in cui soleva praticarla, qual era cioè per lo intermedio dei suoi cortigiani, che non mancavano del talento di trarre profitto di queste eventuali ed ostentare prodigalità Reali, riducendo a metà ed a quarti, e talvolta sottraendo anche lo intero ai destinatarii dell’elemosina.

Un per i mille vale la pena di ricorrere al seguente esempio in conforto dello assunto.

Tra lo Stato Maggiore dell’Esercito fuvvi un tal De Steiger, provvedente dai Reggimenti Svizzeri, giunto tant'oltre nelle buone grazie di Re Ferdinando, da meritare che gli si affibbiasse il titolo di molosso o cane corso del Re.

Tra le molte triste conseguenze del fatale 15 maggio 1848, fuvvi non ultima la convinzione nel Real animo ch'egli in ogni più tristo evento, avrebbe potuto sempre calcolare sullo esercito ed in preferenza sugli Svizzeri, di cui avea esperimentata la fedeltà a pruove di uccisioni e di rapine. L'elemento militare, avuto, come suol dirsi il vento in poppa pensò ad avvantaggiarsene, nel che ebbe a riuscire completamente, tanto che richiamato in vigore il sistema delle circoscrizioni territoriali, ai funzionarli Amministrativi ed a quelli dell’ordine Giudiziario fu imposto il sindacato di un Generale, ch’ebbe a voler saper tutto e ad immischiarsi di tutto con notevole detrimento della cosa pubblica; questa finì con soggiacere alla onnipotenza del militarismo, tanto che in un bel mattino si sentì posto a ritiro il Commendatore Corsi, vecchio Segretario particolare del Re, e surrogato dal Colonnello D'Agostino, il quale avendo capito da qual parte spirava il vento, anche prima d’istallarsi nel nuovo uffizio pensò e provvide a che fosse ricomposto tutto sul gusto militare. Non ultimo a trarre partito da quelle felici disposizioni del Real animo fu il De Steiger, uomo di uno spaventevole positivismo e che avendo risoluto di far fortuna ad ogni costo non indugiò nella scelta dei mezzi, stabilendo a campo delle sue manovre il terreno religioso, ed a suoi ausiliari! il primo ed il settimo Sacramento.

Sposata quindi una madama Clemenza modista di cappelli, n’ebbe un figlio che fu il suo cavallo di battaglia, e che come nato da protestante fu fino alla pubertà tenuto privo del benefizio delle acque lustrali—Guadagnare un anima a Dio ed alla Fede nel suo Vicario prò tempore, la si era cosa in quei tempi ben molto meritoria, e tale che il Sovrano avrebbe ascritto a merito il concorrervi. Ora il De Steiger mentre seguitò ad essere egli stesso protestante, con una logica che non trova riscontro, si fece a supplicare il Re a volergli divenir compare nella congiuntura in cui, incaricandosi della eterna salvazione del figlio, senza darsi affatto pensiero della propria, si risolveva a farne un bel tocco di Cattolico Apostolico Romano — La cosa avvenne come l’aveva immaginata, e quel battesimo ebbe a costare alla nostra finanza trenta bei ducati mensili che l’augusto padrone regalava al suo figlioccio vita durante unitamente ad un brevetto di Uffiziale nell’arma di CavalleriaI!! Presoci del gusto a far figli cristiani ebbe la opportunità di veder replicata altre due volte l’augusta funzione con l’intervento di S. M. la Regina, la quale tenne al sacro fonte due sue figliuole; tal che quando sopravvennero i giorni della prova, quando il cannone ebbe a vomitar la morte in questa infelice città, quando i suoi compaesani ebbri di vino, di polvere e di sangue, facevano macello di giusti e di colpevoli, di realisti e di demagoghi, di vecchi e di fanciulli, in quella terribile e trista giornata egli ebbe ad essere lo spirito informatore di quella tigre sitibonda di sangue, egli il consigliere, egli il più fedele traduttore di quelle inaudite efferatezze.

E d’allora in poi ebbe a far incubo sui nostri destini; elevato al grado di Maggiore dello Stato Maggiore dello esercizio ebbe la speciale missione di restar sempre in compagnia del R., cui seguiva, come ombra il corpo, e di giorno e di notte essendovi per lui sempre un posto nella Real mensa, con facoltà di potere entrare ed uscire dai Reali appartamenti in qualunque ora e disporre di tutto come meglio gli attalentasse.

Soldato nella estensione del termine egli che stava male sulla civiltà e malissimo sulla eleganza, avea modi bruschi e poco cortesi, che ritraevano la loro ragione di essere da un educazione affatto trascurata sotto tutti gli aspetti, e tanto che la sola ragione dei tempi e la peculiarità delle narrate circostanze potevano in qualche modo spiegare il come in un’armata in cui d'ingegno ve n’era anche di troppo, avesse potuto esservi un capo di Stato Maggiore, il quale mentre veniva incaricalo delle più delicate incumbenze non era sempre. sicuro di scrivere bene il suo nome.

E per tornar là da dove siamo partili tra gli altri privilegi ed incarichi fiduciosi si ebbe lo Steiger quello della dividenda delle Reali elemosine, largite anzi profuse da quella epoca in poi in rilevanti proporzioni, stimando il Re che lo aumentar questo articolo del suo bilancio passivo dovesse valere a compenso del di meno che aveva prodotto la mitraglia nel numero dei suoi sudditi. Da questo cespite il De Steiger pensò a trarre ricco partito tanto che quando già fatto ricchissimo, sul fluir del 1858 ebbe a cadere in disfavore, obbligato a liquidare le sue pensioni e ad uscire dal Regno, tra la folla dei curiosi che si recarono sul molo a vedere imbarcare quell’uomo che per tanti anni era stato il despota in secondo di questo disgraziatissimo paese, è fama che un bell’umore fattosi in mezzo ad un crocchio ch'esacrava imprecandolo avesse detto: «Tempo e «fiato perduto; esso ha avuta la cautela di cader sulla bambagia. (non ha dunque bisogno di chi si affanni per rialzamelo.»


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VENTESIMOQUINTO QUADRO

SOMMARIO — Un atto di giustizia, o debutto di Re Francesco 2° nella vita pubblica — La supplica dell'ex-Cancelliere di Giudicatura Regia, e provvedimenti sulla medesima — Il piccolo Caporale ed il maneggio d'armi — Un nodo che viene al pettine.

Eccoci ora a sdebitarci di una promessa; ci toccò alcuna volta accennare qualmente i primi atti della vita pubblica del Principe Ereditario dessero a sperar non poco vantaggiosamente di lui, cosi per una moralità affatto nuova nella discendenza, che per la energia e fermezza di animo con la quale esige che venissero obbediti. virtù queste ultime ch'erano destinate ad un eclissi permanente di fronte al primo raggio di potere effettivo.

E di certo attaccare a viso scoverto la corruzione, vizio radicale della dinastia, tenere in non cale il protezionismo, rendersi indipendente dalla preponderanza camarilla, che s’imponeva financo alla volontà del Re subordinandola a certe convenienze definite per necessità di Stato, erano tali fatti che accennavano pronunziatamente a quelle riforme tanto urgentemente reclamate nelle Amministrazioni, assiepate dall’intrigo e da mille modi di mal fare.

Tornò quindi a non poca sua lode ed a gran conforto dei buoni il vederlo iniziare l’età maggiorenne con un atto di suprema giustizia quale fu quello di esigere il rinvio del De Steiger dalle anticamere Reali non solo, ma pure dal servizio militare e dal Regno ed ecco il come corse fama che ciò avvenisse.

A circa il 1858 dietro le insistenze del Duca di Taormina avendo Re Ferdinando accondisceso a che il Principe incominciasse a farsi vedere e stimare dai futuri suoi popoli, fu stabilito doversi procedere ad una passeggiata militare con splendido corteggio nei due Principati, e mentre si faceva correr voce che il Re e la Regina vi si sarebbero pure condotti, fu stabilito che il solo Duca di Calabria rivestito del comando in capo di quel corpo di armata avrebbe accompagnato l'augusto visitatore.

Il De Steiger addivenuto rima obbligata di ogni sonetto di Corte fu delegato a seguirlo, il che equivaleva ad aver in pronto molta pasta in cui metter le mani, massime nella congiuntura in cui il Principe per la prima volta dovendosi mostrare in una Provincia, vi era ben d’uopo che il facesse con quanto poteva esservi apparato di generosità e splendidezza maggiore.

E Francesco si addimostrò splendido non solo, ma pure affabile, umano, energico e quel che più monta supremamente giusto. Egli si fermò ovunque fu voluto che si fermasse, ascoltò tutti e provvide in modo che la giustizia e la grazia alternandosi sapientemente, e lasciate le grucce in Caserta ove la Corte permaneva, camminassero appo di lui spedite e leggiere.

O voi Repubblicani puro sangue, ed o voi pessimisti esagerati, lasciate pure che vi si dica una grande verità poco montando che n’abbiano gusto i Borbonici ed i Clericali; Francesco in quel momento guardato sotto il punto di vista di una speranza, era una dolce, una cara, una grande speranza. Il come avesse potuto far poi per risolversi in una bolla di sapone, la quale sparisce alla pressione dell’aria, lo si è di quei problemi non puranco risoluti.

Tra i molti che fecero appello alla sua clemenza fuvvi un ex-Cancelliere di Giudicatura, che privato della carica fin dal 1849 sotto il carico di politica imputazione, e gravato di numerosa famiglia ridotta alle più triste condizioni, avea detto al Principe

«Altezza rinunzio a mettere in risalto la mia innocenza; ho perduto già del tempo molto, e quel che è peggio inutilmente per una tal faccenda — Oggi io limito la mia domanda ad un soccorso che pel momento è quello che più urge — Se pur mi fossi in realtà nemico del Trono, l’A. V. si troverà di aver fatto secondo la Legge di Dio, che chiama la più bella carità quella che si usa verso i nemici.»

Ed il Principe che avea promesso di provvedere, e subito, cosi su quella, che intorno a molte altre istanze raccolte al suo entrare in Avellino, non appena che si fu ridotto nello appartamento assegnatogli, anche prima di prendere alcun riposo, volle dar opera col De Steiger a svolgerle tutte e a dare ad esse corso pe’ diversi Ministeri cui riguardavano con ingiunzione di prendersi insollecita considerazione. Per le domande poi sulle quali poteva provvedere personalmente, perché tendenti ad ottenere soccorsi, si diede a redigere egli stesso una nota di più che sessanta individui cui largiva complessivamente la somma di duc. 2400 in altrettanti assegnamenti, dei quali il minimo si era di piastre venti, e di duecento il maggiore, che venne retribuito al nostro Cancelliere. Redatto un doppio elenco de beneficati ordinava al De Steiger che se ne fosse eseguito il pagamento nel corso del giorno, esigendo per ogni partita la corrispettiva quietanza, ed ove si fosse trattato d’illetterati, quella del Parroco o di altra notabilità del Comune; cose tutte che parvero essere state eseguite alla lettera.

Sia però per un tratto di spirito inqualificabile, sia per sentimento di riconoscente gratitudine, sia pure infine nella speranza di ottener meglio, all'indomani ebbe a vedersi il nostro Cancelliere mischiato fra la folla che stivava l’atrio del palazzo in cui alloggiava Francesco, tenendo per la mano il primo dei suoi figli di circa anni dodici, cui la materna sollecitudine avea adattato una specie di spender bigio alla militare guarnito coi galloni di caporale.

Al mostrarsi che fece il Principe sul balcone e mentre la folla entusiasticamente plaudivalo, il ragazzo che a forme regolari ed attraenti accoppiava molta vivacità e sveltezza, fattosi innanzi tra la folla lo salutò militarmente, atto che essendo stato accolto con sorriso di compiacenza, raddoppiò l’arditezza del monello, che tolto il bastone di mano ad uno degli astanti si diede a far con quello degli esercizi militari con disinvoltura ed inappuntabile precisione.

Il Principe sorrise e gli diè del bravo.

I Cortigiani alla loro volta sorrisero e gridarono bravo!

E la folla in ultimo di cui il fanciullo si era elevato a rappresentante, entusiasmata del favore che incontrava il suo piccolo concittadino plaudiva a sua volta.

Fino a quel momento il tutto rimaneva nelle proporzioni di un quadro plastico; il plauso universale fece però risolvere il fanciullo a qualche cosa di più animato e positivo unendo il comando alla esecuzione, a quale scopo fattosi ad acquistar dello spazio marciando per alquanti passi ritto come un fuso, quando ognuno meno se l'aspettava, non appena giunto in linea orizzontale del Principe con voce vibrata e precisa comandò: Alto; fronte.

Quali due movimenti eseguiti continuò.

Portate — Arme.

Presentate — Arme.

E dietro aver così reso gli onori allo augusto personaggio e dimostratosi valente nel maneggio delle armi fino alle carica, tutto ad un tratto con la tattica di un tamburo-maggiore lanciò in aria il bastone che gli era servito da moschetto, dicendo nel fatto di raccoglierlo prima che toccasse la terra «Viva il Re.»

E quindi ritornando a gettarlo in aria ed a riprenderlo con maestria gridò «Viva il Principe Ereditario.»

Ed il Principe a ridere ed a battere le mani.

E la folla che non voleva di meglio che far eco al plauso, batteva le mani e gridava furiosamente «Viva il Re! Viva il Principe!» finché un uffiziale di Ordinanza non venne ad invitare il piccolo caporale a recarsi presso S. A. R.

Povero fanciullo!... se l’era meritato con la originalità della sua manovra l’onore di essere presentalo ad un Principe, che certo sentivasi in quel momento disposto a far qualche cosa per lui.

Una figura grama e sparuta ma pur col volto sorridente e soddisfallo si vide allora far forza per trars'innanzi fra la moltitudine.

«É il padre del piccolo Errico; è il padre del caporale» fu sentito ripetere da più parti, ed ognuno quindi si che opera a fargli largo.

Errico intanto stava alla presenza del Principe che faceva di sé splendida mostra in mezzo al brillante suo Stato Maggiore.

«Come ti chiami?»

«Errico, per servire V. A. R.»

«Chi li ha insegnato gli esercizi?»

«Da per me solo, Altezza, andando sempre appresso ai soldati.»

«Ti piacciono dunque i soldati?»

«Molto.»

«Te l' credo; ma dì, chi li ha fatto caporale?»

«La mamma che questa notte mi ha cucito quest’abito coi denari che V. A. R. ci ha ieri donali. Oggi poi son certo di avanzare: V. A. mi promuoverà a sergente.»

«E sia pure; io ti farò sergente, sergente effettivo dei Cacciatori della Guardia; però tu devi entrare prima nel Collegio di Gaeta.»

«Son pronto.»

«Ma non basta, è necessario che lo sappia tuo padre: che fa egli?»

«Era Cancelliere e fu destituito; oggi è povero tanto che se non era pe’ quaranta ducati che V. A. R.»

«Cancelliere!... destituito!... quaranta ducati!..» diceva fra sé stesso sottovoce Francesco, cui le due prime qualifiche richiamavano alla mente una terza che discordava colla verità, dappoiché ricordava di un Cancelliere destituito cui avea donalo duecento, vale a dire cinque volte 40 — Ma poi l'ordine dei Cancellieri era più numeroso delle arene del mare 9 e di destituzioni dopo il 1848 v’è n' era stato un diluvio, quindi evidentemente quel ragazzo, e quel Cancelliere non potevano essere riferibili al caso, cui aveva già provveduto.

Dopo quali riflessioni il Principe riprese il suo dialogo.

«Sei proprio di Avellino?»

«Altezza no, ma della Provincia. Stiamo però qui da più anni  dappoiché dopo venduto il tutto, e perduta ogni speranza, il padre qui fissava per vivervi di copisteria.

«Oggi che tu sei Sergente, e che in collegio non avrai bisogno di alcuna cosa, colla tua paga potrai soccorere la famiglia.»

«S’intende bene; glie la delego per intero.»

«Ma dov'è questo tuo padre?»

«Dev’esser qui Altezza, tra la folla, se permettete che mi faccia al balcone...»

«No... no... piuttosto scendi tu stesso, anzi Capitano» disse il Principe volgendosi ad un iniziale del suo seguito, «favorirete di accompagnarlo...»

«Se S. A. R. il permette, si fece a dire il De Steiger, m’incarico io...»

«E’ inutile, Colonnello; Capitano andate col fanciullo; io non mi muovo se non vedrò prima questo Cancelliere.

E De Steiger impallidì visibilmente, anzi dopo qualche minuto essendosi ricondotti nella sala il Capitano col ragazzo che si tirava indietro lo sventurato Cancelliere, egli era addivenuto assolutamente un cadavere.

«Bacio la mano a V. A. R. disse quest’ultimo in atto di prostrarsi.»

«Alzatevi, Signore, credo di avervi veduto...»

«Ieri per lo appunto mi ebbi l'onore di umiliarvi una mia supplica...»

«Nello entrare che feci....»

«Precisamente Altezza, vicino al Collegio, ed oggi...?»

«Che pensate di far oggi?»

«Pensava, Altezza, di ringraziarvi; e laddove non mi fosse riuscito, procurarmi almeno la fortuna di vedervi e benedire alla vostra generosità.»

«Non siete voi un attendibile politico, un personale nemico di S. M.?!»

«Altezza rinunzio al benefizio di discolparmi; non vi è delinquente il quale non abbia contralto l'abitudine di proclamarsi innocente; epperò io che in quella epoca fatale non feci né più né meno di quello che mi si disse doversi fare, io che non ho altro a rimproverarmi se non che la debolezza di aver creduto... e io con la taccia di suo nemico non esiterei di dire al Re istesso: e Maestà i vostri veri nemici. i più fieri ed accaniti nemici di V. M. godono la impunità e vivono oggi all’ombra della sovrana Clemenza: essi v’ingannarono allora, vi lusingano oggi, e faccia Iddio che non sieno i primi a tradirvi domani.»

Ad una cosi violenta diatriba, era bello il vedere fra il numeroso seguito del Principe alcuni ridere di dispregio ed altri di sdegno. arricciandosi maestosamente i mustacchi.

«La sventura vi rende ingiusto, ebbe a dir Francesco; convengo che il governo sul vostro conto abbia potuto essere tratto in errore, e m’impegno a fare in guisa che sia riparalo alla meglio; però vi consiglio a moderarvi —A vostro modo di veder le cose si sarebbe alla vigilia della Repubblica o di una occupazione straniera; quindi il Regno perduto, e la Dinastia esautorata.»

«Non dico assolutamente questo; solo sostengo che il governo  abbia sbagliato, e che sbagli tuttavia nella scelta de’ suoi amici.»

«Di ciò mio caro non ve ne prendete cura, lasciandone il pensiere a cui riguarda; occupiamoci invece di voi: dicevate adunque volermi ringraziare: domando adesso di che cosa...»

«Del generoso soccorso che V. A. si compiaceva largirmi.»

«Dite tutto; qual somma vi è stata ricapitala?»

«Quaranta ducati, Altezza...»

«Ricordate bene la somma?»

«Senza dubbio...»

«E vi si è fatta firmare una quietanza?»

«No davvero!»

«Possibile?!?»

«Non so mentire...»

«Avanti; vi dispiacerebbe che vostro figlio intraprendesse la carriera delle armi?»»

«Tutt'altro; quella del soldato è onorevole, forse la più onorevole delle professioni.»

«Ebbene, Colonnello» con far spiccio e risoluto disse il Principe a De Steiger, cui fissava in volto seriamente lo sguardo—«Si partecipi al momento alla Ispezione dei Corpi della Guardia che questo ragazzo resta ammesso al seguito del 1° Battaglione col grado di sergente, ed al Collegio di Maddaloni che sia ricevuto il piccolo  sergente in qualità di Allievo; ambo gli Uffizii li farete ricapitare e a questo signor Cancelliere.»

«Sarà obbedito a V. A.»

«Non è tutto, Colonnello; voi oggi non state bene a memoria, e non siete felice nelle addizioni—Ad evitar quindi degli equivoci a vi compiacerete di passargli altri duc. 160—Sentile bene Colonnello duc. 160!! V'invito a concorrere con me a questa largizione.»

De Steiger abbassò il capo in segno di affermazione, e senza profferir molto uscì da quella sala fatto rosso dalla vergogna, seguito dallo ex-Cancelliere e dal figlio, che dopo baciala la mano al Principe, e profusigli i più vivi ringraziamenti, raggiunsero il Colonnello per realizzare la doppia grazia ricevuta.

Alle 2 ½ p. m. rientrato il Principe e chiesto del De Steiger, seppe esser egli uscito poco dopo l'Altezza Sua, e non per anco rientrato.

Un Uffiziale si esibisce ad andarne in cerca, ma Francesco lo vieta dicendo:

«Godo della sua assenza; scommetterei ch'egli è in giro per emendare i molti errori di divisione che si era abituato a commettere.»

Ecco un’altra prova che il Principe oltre all’intuito del bene. aveva pure sufficiente penetrazione per la sintesi del male.

Volle quindi rimaner nello studio, ordinando che si fosse permesso lo entrare al solo De Steiger non appena sarebbe stato di ritorno. .

Di fatti circa un’ora dopo questi in qualche modo assicurato dal ritrovarsi solo S. A., entrava senza bisogno di farsi annunziare.

Francesco stava rileggendo un foglio di recente vergato; al dischiudersi dell’uscio, rimise il foglio sul tavolo, e fatto cenno al Colonnello, che restava in rispettosa distanza, di avvicinarsi, così gli rivolse la parola.

«Colonnello io desideravo di parlarvi.»

«Eccomi agli ordini di V. A.»

«Il dispiacevole incidente di questa mattina...»

«É Stato un equivoco, Altezza, assolutamente un equivoco...»

«Colonnello?!!»

«Altezza...»

«Avete udito come parlava questa mattina il Cancelliere?!....»

«Tanto bene, Altezza...»

«Vorreste dirmi adesso quale impressione abbiano prodotto in e voi quelle parole?...»

«Poiché l'ordinale, io non esiterò a dire il mio parere.»

«Parlate adunque...»

«Egli ha parlato come poteva parlare il più impudente demagogo—Vecchia volpe nella scuola dei settarii, egli per uscir d’ogni obbligo verso V. A. finiva col dire—quelli che servono il Trono sono traditori; io che ho cercato di combatterlo, forse fin col pugnale, io son la perla dei galantuomini non solo, ma....»

«Colonnello, adagio; è egli poi vero che abbia detto tutto questo?...»

«Verissimo, Altezza, anzi dippiù...»

«Colonnello, da quanti anni voi servite in Napoli?»

«Sono 28 anni, Altezza...»

«Ebbene, sarebbero essi più che sufficienti perché in forza della Capitolazione vi fosse assicuralo un avvenire, laddove non mette tendo a profitto le molte opportunità che vi si sono presentale, aveste pur trascuralo di pensare a questo avvenire in modo più positivo...»

«Non comprendo, Altezza...»

«Mi spiegherò meglio; voi, Colonnello, a quest’ora dovete essere ricco, molto ricco, e dippiù è mestieri che vi si paghi pure una e pensione, una ragguardevole pensione...»

«Come V. A. vuole...»

«Evitare lo scandalo di destituirvi, Colonnello; ma raggiunger  però lo scopo di purgar lo esercito da un Uffiziale Superiore che lo disonora, e la Corte da un cortigiano che la vilipende eia cornee promette...»

«Ma questo è impossibile... il mio onore ne soffrirebbe, e V. A. vorrà permettere che io me ne richiami al Re...»

«Questo debb’essere, ed è già un fatto, Colonnello; io non so e che intendiate dire parlandomi del vostro onore, ed in quanto al: Re gli ho scritto in questo momento—Or poiché, la vostra memoria evidentemente quest’oggi vi tradisce, voglio essere generoso pure di qualche dilucidazione—Le carceri sarebbero assai meno spesse di delinquenti, se il ladro potesse andare assoluto adducendo a sua discolpa la smemorataggine, e la dimenticanza—E voi, Colonnello, voi oggi siete qualche cosa di più esoso di un ladro comune, perché avete rubalo al povero, avete sottratti quattro quinti di una somma destinata a beneficare una sventura non solo, ma forse una innocente sventura—Voi avete rubalo a man franca ed assicurato dalla fiducia che avea ragion di riporre, e dritto di esigere da voi la Munificenza del Principe che donava.

«E non è tutto, Colonnello; ecco qui una ricevuta per 200 duc. rilasciata e firmata da uno che non ha mai scritto né sottoscritto alcuna quietanza; voi quindi avete improntala una scrittura, falsala una firma, dunque ladro e falsario...

«Ma vada pure pel furto e per la falsità; Colonnello vi resta una terza colpa, ed è la più enorme: sono oltre dieci anni da che voi godete la fiducia del Re. che voi da dieci anni tradite: quindi k ladro, falsario, traditore...»

«Altezza.... mendicando le parole diceva il De Steiger. Pazientate un altro momento; avete chiamato impudente e demagogo la vostra vittima. — Ebbene io trovo ch'essa abbia della la verità, la pura e semplice verità—Le sue parole sono e: siate precisamente queste—Altezza, i vostri nemici, i più fieri ed accaniti vostri nemici godono la impunità, vivono all'ombra del Trono, e si trovano oggi proietti dal favore della vostra demenza; essi v’ingannarono altra volta, v’ingannano adesso e faccia Iddio che non sieno i primi a tradirvi domani.»

«Colonnello vi domando or io a mia volta, mentiva quell’infelice? Non è giusto fare il possibile onde non si avveri la prete dizione?!!

«Ma egli è ora uopo di finirla; voi partirete quest’oggi steste so per Napoli; fra 48 ore dal Regno; e perché non vi resti lusinga alcuna, udite pure il modo in cui mi esprimo nel tenere e informato S. M. di questa mia risoluzione.»

Ed in ciò dire preso il foglio che avea spiegato sul tavolo lesse

Maestà …………………………………………………………………………….

«A questo fatto ho creduto annettere tutta quella importanza a ch'era necessaria per impedire che si abusasse a furia d’intrighi della buona fede di V. M. a — Se ha potuto piacermi e tornar di gradimento in questo mio primo viaggio per alcuna tra le Provincie del Regno, l'usar della grazia nella latitudine che mi veniva concessa da V. a M. a, ho trovato non poter negare a me stesso ed al Regno la soddisfazione emergente da un atto di suprema giustizia potentemente reclamalo dalla ragion dei tempi o dal desiderio dei popoli, appo i quali e giusto che si sappia non potersi abusare impunemente della fiducia del Principe —Prego quindi V. a M. a a voler impartire la sua sovrana approvazione in ordine a quanto avrei umilmente all’uopo disposto.»

«Avete inteso Colonnello?... ciò deve avervi convinto che ogni insistenza non menerebbe ad alcun risultato; potete quindi astenervene.»

Di fatto due giorni dopo aveva pieno adempimento quanto era stato dal principe risoluto — Le strade della Capitale che immettono sul molo si vedevano gremite di popolo, accorrente a veder prender l’imbarco ad un uomo che, divenuto quasi parte integrale della Real famiglia, ad onta di una notevole esiguità di mezzi intellettuali, era giunto a toccare l’apice della fortuna nella storia del favoritismo dispotico, e la di cui caduta se venne festeggiata dallo innumerevole ed invido stuolo dei cortigiani, non meno che dall’alta aristocrazia si civile che militare, ebbe vera e spontanea ovazione dalle classi tutte del popolo, che da quel primo alto di energia e sommaria giustizia del giovine principe, volle trame argomento, per ben sperare nell’avvenire.


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VENTESIMOSESTO QUADRO

SOMMARIO — Del pauperismo relativamente agl'Instituti di Beneficenza e alla carità dei privati — Aneddoti — Esame di una formola Uffiziale — Lavoro statistico di un apologista di Ferdinando 2°.

Esaminato il pauperismo proveniente dalla volontà del Principe, ed i molti inconvenienti che seco soleva trarre dietro, passiamo a ragionare della seconda specie, quella cioè derivante dal falso indirizzo che soleva darsi alle opere di beneficenza, ed in ciò saremo brevi, giovandoci fare appello meglio alla eloquenza delle cifre, che all’astrusità di principii e di teorie, spesse volte dalla pratica tradite.

Le molte statistiche che ci troviamo di aver consultate, tutte pressoché concordano nel fare ascendere l'annuo reddito dei fondi di beneficenza a meglio che duc. 2,400,000. (lire 10,200,000) il che costituiva presso a poco la nona parte della rendita dello stato.

Una minuziosa analisi sulla origine dei diversi cespiti formanti il vistoso capitale porrebbe in evidenza poggiar esso quasi tutto sulla base della pietà dei privati che in diverse epoche concorsero in mille guise a costituirlo in beneficio della umanità languente — E però se l'azienda governativa rispettava la integrità del capitale, se non cercò invertir la denominazione dei capitoli, se rispettò la forma, ma non mai l’indole della istituzione, ciò troviamo che sia ad inferirsi in primo luogo al non tornargli conto elevar quistioni di dritto, quando nel fatto essa ne disponeva a suo miglior beneplacito; ed in secondo luogo perché preferiva aver larghi depositi di mendicità anziché case d’industria e di lavoro, associazioni di capitali e quindi di persone, sviluppo in ultimo di tutte quelle risorse che concorrendo alla prosperità dell’individuo, valgono a migliorare la moralità delle masse, ed a far sì ch’esse acquistassero idea del proprio dritto, e della propria dignità.

La enorme cifra di due milioni e mezzo di ducati quindi, che capitalizzala per soli pochi anni sarebbe valsa ad assicurare una fortuna da Conte ai soli veri indigenti del Regno, amministrata dal Governo non raggiungeva altro scopo che quello di ridursi in vapori tra le mani rapaci di una mappa sconfinala di Burocratici che ne assorbivano pressoché un terzo; un altro terzo andava dilapidalo, diviso in grosse e piccole frazioni, per pensionare con le prime più che il bisognosi merito di fedeltà ed attaccamento, e con le seconde in modo improvvido l'infortunio, il quale anziché pensare a distruggere nelle cause sue prime, si concorreva a perpetuarlo con assegnatisi un compenso a premio fisso. L’ultimo terzo finalmente diviso per diversi stabilimenti amministrati e retti con poca logica e con minor coscienza, invece di essere impiegalo a vestire e vettovagliare convenientemente i rispettivi reclusi, andava a trovar fondo nella polente voragine degli amministratori, ed in quell’altra più onnipotente ancora delle fornisure e degli appalti.

E che le discorse cose anziché da odio di parte muovano da interesse ed amore che inspira la verità ci torna agevole il provarlo— Ed in vero per ciò che riguarda le rilevanti cifre assorbite dalla Burocrazia vengon esse confessale dalle istesse statistiche, che scritte in altra epoca e con tutt'altro intendimento, non possono andar sospettale d’inesattezza o di deferenza — Lo sciupo delle pensioni vien constatalo dal lavoro fatto or non ha guari per ridurne la cifra in più accettabili proporzioni — Ed a provar l’ultimo dedotto finalmente, servendoci sempre delle armi di quelli che avversiamo, invocheremo a testimonio l’operalo di un tale che certo non può essere sospettalo di esser nostro amico politico.

Ed invero il Cav. Filippo de Rossi, che in fatti di sapere combinato ad onestà può dirsi una delle rare eccezioni dell’epoca, incaricalo dal Ministero dopo il 1848 di riordinare 1’Amministrazione di moltiplici instituti di Beneficenza nelle Provincie di Napoli e di Terra di Lavoro, caduti in uno stato significatissimo di prostrazione, ebbe in quella occasione a dar prove di altitudine, rettitudine, e fermezza massima — Senza retrocedere d’innanzi alle difficoltà del compilo e della corruzione divenuta proverbiale e sistematica, in un batter d’occhio eleva al quadruplo i ricchi redditi della SS. a Annunziala di Aversa, riducendone di due terzi la uscita. e ne semplicizza il complicato tenore di amministrazione di maniera che ricomposta in cosiffatta guisa da lui, lasciava men di ogni altra a desiderare nel seguito — Opera altrettanto, poscia in San Germano, e quindi in Caserta, ove sottraendosi alla soggezione degl’Ingegneri e degli Appaltatori, col decimo della somma e del tempo prestabiliti negli estimativi, in men che si dica fonda e rende abitabile l’Ospizio di S. Nicola alla strada, tanto che per questi ed altri molti saggi di abilità e di ben volere veniva elevato al posto di Direttore del Tavoliere di Puglia, ove eran anche molti abusi a reprimere.

Perché in gran favore e stima della Corte e specialmente di Maria Teresa, fu indiziato come uno dei promotori del movimento che dovea aver luogo in Capitanata in detrimento di Francesco 2.° il che non gli nocque — Più del Re Tiranno però fu inesorabile a suo carico la Rivoluzione, che non seppe e non volle perdonare ai favori da lui goduti sotto i Borboni.

Terzo fomite e dire in pure scaturigine di pauperismo si era la carità dei privati per cattivo indirizzo dato alle loro largizioni—Certo teniam noi per fermo che la carità operativa sia l’unico e più efficace modo per farci ben meritare dagli uomini e dalla providenza, tanto che non esitiamo a sostenere essere opera più meritoria un sol gramma di carità, operativa sempre, che una tonnellata di mal comprese orazioni, masticale per abitudine, suggerite dal timor dello inferno, e che si sottraggono allo imperio del cuore e della mente, per opera di una lingua ignota ai novantanove su cento di quelli che le divorano—E benché alieni pure dal dividere le opinioni che sviluppava Monsignor Vicario Capitolare sullo argomento della carità in proposito della nostra Nina, constala la esperienza ch'essa debba essere fatta in simultaneità col consiglio del cuore e dello intelletto.

Uno elettissimo ingegno Napoletano in una sua recente pubblicazione parla di uno esercente elemosina, ch’era d’altro canto milionario, e per lo mezzo dei suoi rappresentanti faceva puranche operazioni di Banca — L’una cosa non distoglieva l’altra, anzi fa emergere chiarissimo dalla sua narrazione che la prima rendevagli frullo più della seconda speculazione, occorrendo in questa l'impiego di quei Capitali che bisognava fingere di non possedere per l’altra: quindi la carità dei privati una volta elevala a rendila, se pure di rado oscilla, essa va più sovente incontro allo aumento che al ribasso, in forza di quello assioma adottato per epigrafe dalla Massoneria, e che si rende autorevole nella vita pratica «Uno avulso non deficit alter!!»

In una grande città come la si è Napoli nulla di più agevole ch’esser presto indotto a diventar povero di professione. Sappiamo di un nostro amico il quale per qualche tempo ebbe a tener alloggio mobiliato in casa di un quidam, cui si dava dell’Illustrissimo, e che si diceva speculatore di Borsa, ma che la sola combinazione ebbe a dimostrare limitar egli le sue operazioni a specular con profitto solo sull’altrui credulità, e buona fede — Mangia beve dorme e veste panni un tale altro, la cui moglie presta ad usura sopra pegno capitali guadagnati con l’elemosina, la quale seguita tuttora a formar cespite di bilancio preventivo e consuntivo per la sua numerosa famiglia; e non sono molti anni ché è morto un tal Ballista, il quale lasciato il refe e la forbice del sarto pel mestiere dello accattone, nello stipularsi il contratto di nozze fra l’unica sua figliuola ed un nobile molto in difetto di finanze, ma che però era sul procinto di ereditare un vistoso patrimonio, ebbe a dirgli senza molti preamboli:

«Signor Marchese, ella meraviglia nel riconoscere oggi nel povero Ballista il padre della sua fidanzala; è però mia figlia e non già io che debbe esser assunta all’onore di dividere con lei il talamo nuziale — Che sebbene in fatti di nascila io non possa aver delle pretese, egli è certo però che quando ella non pensava che a sciupare, io ho avuto il giudizio di guardar la vita dal lato del positivismo — Oggi quindi, senza rimaner io stesso a in bisogno le do 20 mila ducati raggruzzolali soldo per soldo sotto l’atrio di Santa Chiara durante il giorno, ed all'ombra della guglia della Immacolata durante le prime ore della sera — Il suo titolo per ora non frulla che obbligazioni; l’avvenire non è che una speranza; il mio denaro invece oggi raddoppia di valore se somministra ciò che le manca; esso costituisce il presente senza cui pericolerebbe l’avvenire — Ne faccia quindi buon uso e Dio la benedica.»

Ma senza andar investigando di più nei segreti penetrali di quella casta, sventuratamente troppo estesa la quale costituiva il pauperismo, egli è fuor di dubbio che quattro quinti di quelli che la componevano erano satelliti della improba mendicità, ossia di quella mendicità che avrebbe potuto non essere, e che era solamente per determinata volontà di essere, e ciò anche a costo sia di simular malori non esistenti, a salvaguardia della taccia d'infingardi, sia permei tendo che i mali reali ingigantissero e addivenissero cronici, ad oggetto di speculare sul proprio malessere e talvolta fin sulla vita; conseguenze fatalissime queste ultime del cretinismo e dello abbrutimento cui erano le nostre plebi abbandonate ().

L'accurata analisi di questa profonda piaga sociale prova ad esuberanza di essere, topicamente parlando, la miseria figlia di una notevolissima sproporzione delle fortune non meno che di trascuratissima civile educazione; del nessuno impulso dato, e quindi del poco sviluppo che ne conseguiva, alle arti, alle industrie, ed al commercio, dal che la mancanza del lavoro e delle risorse derivanti dallo impiego del proprio individuo; ed in ultimo dalla assoluta deficienza di quella dignità personale che suole derivare dallo esercizio dei dritti di liberi cittadini, e dall'equa appreziazione delle leggi dalle quali i su mentovati dritti conseguono.

Prostrata una volta la propria dignità accattando il pane in un paese, ove questo difficilmente si nega, n’emerge che vinta la ripugnanza e perduto l’amor proprio dell’individuo, subentra il calcolo, e l’accattonaggio diventa mestiere; e ben vai la pena di stendere la mano invece di adusarla al lavoro, in un paese ove questo manca ed è scarsamente retribuito, quando la carità può offrirne il triplo, e fino il decuplo, senza che la mano incallisca.

Or come se la inclinazione ad una specie di vivere neghittoso ed improvvido non avesse avuto a sufficienza rappresentanti, ecco che le Amministrazioni Diocesane, ed i Corpi morali ecclesiastici vengono ad aprire ad essi una tutt'altra che lodevole concorrenza con forme semiuffiziali, e la carità diventa un contralto bello e buono, per lo cui effetto le parli, ambo nello scopo di avvantaggiarsene, stipulano in base della buona fede e della cieca credulità dei terzi.

Stimiam pregio dell’opera, il darne presso a poco la formola, autorizzata ministerialmente, ed arricchita dai debiti commenti.

«Io Rettore (o Parroco ccc.) della Venerabile ccc. ecc. dò facoltà al nominato di vestirsi (nel modo il più ridicolo che mai) e di chiedere la elemosina nel nome del glorioso a S. Antonio Abate primo Eremita, e ciò tanto nell’ambito della città, che nei villaggi e campagne, della sua giuridica circoscrizione.

Il Rettore (o Parroco) della Venerabile

firm. N. N. ecc. ecc.

In altri termini il contratto stava — Al suono del magico campanello e smozzicando una specie di preghiera la più stupida e bestiale che mai, per esempio

«Santo Antonio onnipotente

«Liberaci da fiamme e fuoco ardente ecc. ecc.

accorderete ai credenzoni un salvacondotto dai pericoli del fuoco, e diventerete l’azionista, o meglio l'agente della nostra Compagnia assicuratrice dai danni dello incendio a premii trascendentali (il Paradiso) ccc.

«Il sig poi si obbliga di dare, à male o bene che si fosse, invariabilmente settimana per settimana a questa nostra Chiesa nelle mani di me Rettore (o Parroco) ecc. ecc.... La somma di a ducati... ed il quod superest potrà mangiarlo non solo in buona «coscienza, ma con la certezza di aver compita un’opera buona, «la quale gli procurerà una miglior digestione in questa, e la gloria eterna del Paradiso nell’altra vita.

E così per le anime purganti, per S. Filomena, per Suor Maria Crocifìssa ccc. ecc. ecc.

Per siffatta guisa dalla moltiplica delle differenti specie tutte del pauperismo sarà facile il formarsi un concetto di quali incalcolabili tristi conseguenze ne derivavano alla società, e di quante pietre d’inciampo ponevan esse allo sviluppo intellettuale e morale del popolo, che abbrutendo ogni dì viemmaggiormente tra l'ozio, l'ignoranza e la superstizione, finiva col concretare a sé stesso la idea più assurda della grandezza e Maestà di Dio, e col travisare il senso degli obblighi che impone ad ogni individuo la Religione e la Società.

Sono tanto speciosi quanto supremamente ridicoli gli argomenti svolti da un Apologista del governo del Re Ferdinando 2° in un suo lavoro statistico — Esso azzarda con una improntitudine ed un cinismo che non trova riscontro, teorie affatto nuove nel campo della economia pubblica — Cita lo esempio della Francia e della Inghilterra dove il pauperismo mentre, a suo dire, è più rilevante, assorbe comparativamente assai meno le cure dei governi, ed ha la fortuna di non urtare i nervi dei filantropi — Lo dichiara provvidente e quasi necessario per dar risalto alla ricchezza, per esser di stimolo onde ottenerla, e per mantenere l'equilibrio di una gerarchia in cui ritiene egli che in prima riga debba figurar per forza l'accattone, e progredendo cosi da stranezza in stranezza finisce col dichiarare il giuoco del Lotto, di cui lesse la storia, una previdente provvidenza dappoiché mentre forma un vistoso cespite d’introito per la finanza dello stato, disvia dallo esercitar vizii anche più pregiudizievoli ed alimenta nelle moltitudini una speranza che è necessaria per tutti, e che pur le solleva!!

Vi è da scommettere che se vivesse ai nostri giorni l'autore di quell’opera, lo avremmo veduto redigere una petizione al Parlamento onde avesse mantenuto il patibolo, in cui non riuscirebbe strano ch'egli situasse il punto culminante della felicità di un popolo, e l'ideale della vita di una nazione!!

Or noi senza sostenere l'ardua tesi che si possa non aver poveri e distruggere onninamente l'accattonaggio, facciamo voti perche esso, il quale oggi è notabilmente semplificato, sia ridotto in proporzioni anche più esigue — Che invoco di tollerarsi che si elevi a mestiere, la prudenza governativa operi onde sia arginato dal lavoro assiduo sì, ma non improbo — che dei cospicui fondi di cui dispone il Capitolo delle Opere Pie se ne disponga col profondere i mezzi con cui rendere proficui gl’individui alla società — Che il male si curi dalla radice combattendo l'inoperosità, l'ignoranza, e la superstizione, ed incoraggiando le vere e le sante risorse di una nazione, quali sono le arti, i mestieri, le industrie, ed il Commercio. E voi, anime gentili, che educate a ben fare trovate nel fondo del vostro cuore uno stimolo incessante ed il bisogno continuo di esercitarvi a stendere pietosa la mano al vostro simile, non indietreggiate di fronte ad esso, anzi vi scongiuriamo a dare anche maggior sviluppo a così umanitarie propensioni; però siate preveggenti nell’essere commiserevoli, e fate che il vostro obolo giovi alla sventura, meglio che ad incoraggiare l'ozio, la pigrizia, ed una colpevole industria.


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VENTESIMOSETTIMO QUADRO

SOMMARIO — Prostituzione — Lo straordinario di polizia — Arresto di Gaspare e di Nina — L'Ispettore Duca e suoi particolari — Interrogatorio e sentenza.

Lasciando la piaga del pauperismo siam costretti di scoprirne un’altra non meno profonda e nauseante, quella cioè della prostituzione, esercitata non solo, com’è fatal necessità, sotto l’egida protettrice della legge, ma nella specie ad istigazione ed incitamento dei suoi rappresentanti.

Abbiamo lasciati Nina e Gaspare che smontavano da una vettura poco prima della Barriera a Capodichino il loro bagaglio affatto semplicissimo fu posto a terra in un momento: esso constava di un sacco da notte, non che di un’arpa e di una chitarra, che rendevano testimonianza irrecusabile dell’arte che quella cara coppia di colombi si era data ad esercitare onde guadagnare stentatamente la vita; arte che s’è pur ricca di amarezze e di triboli, guardata dal suo lato poetico, non manca di certe emozioni e di recondite voluttà — che Parsanese, ritraendo il tipo ideale di questo genere di vita nomade ed incostante, dipingeva sì bene in quella sua poesia

Ho l'arpa al collo — son Viggianese

Tutta la terra è mio paese;

Come la rondine che lascia il nido

Vado cantando di lido in lido;

E finché in seno mi batte il core

Dirò canzoni d’armi e d’amore ecc.

Il vetturale fu generosamente ricompensato; egli non era il proprietario diretto del legno, ma sibbene uno di quelli cosi detti garzoni, che vi montava su per buscarsi la giornata.

E mi servo di questo vocabolo ch'è localmente assai in uso per indicare la mercede giornaliera che vien ritratta da un mestiere qualunque, perché Matteo, era questo il suo nome, esercitava una altra industria ausiliaria, che veniva in sussidio dei fondi necessari! alle sue orgie, e che gli faceva guadagnare anche di notte — Egli era appunto uno dei cosi detti straordinarii di Polizia, dalla quale veniva di tratto in tratto richiesto di prestare i suoi servigi notturni.

A circa una trentina di anni, per causa della sua indole crapulona ed astiosa, e pel suo far da bravaccio, egli si era trovato in diversi imbarazzi, tanto che non vi era uno dei così detti Cancelli, di cui non fosse stato più volte pigionale; e di cotal guisa, a furia di salire e di scendere le scale dei diversi Commissariati, era finito coll’immedesimarsi ed innamorarsi del mestiere del Feroce, che per lui aveva delle indefinibili attrattive.

La Polizia che non rifiutava il concorso degli uomini fatti sullo stampo di compar Matteo, e che anzi coordinatamente ai suoi principii ed al suo organico soleva in quella melma reclutarli, non si fece a lungo pregare per farne uno dei suoi adepti colla classifica di aspirante meritorio.

Gaspare che non sapendolo riscaldava nel suo seno la vipera che lo avrebbe ben presto morsicato, lungo il viaggio, in diverse fermate, gli aveva dato tanto di che comprarsi da bere — Egli perseguitato dal Cesaroni che instava indefessamente pel ricupero dei due primarii soggetti della sua compagnia drammatica, era stato costretto ad abbandonare in tutta fretta le Marche, ed avea risoluto metter su domicilio in Napoli.

Una volta che avesse potuto entrarvi senza ostacoli, egli che non vi sarebbe giunto nuovo, trovava di aver appianate tutte le difficoltà della situazione, avendovi di ben molte amicizie ed aderenze.

Sfornito com’era di passaporto e di ricapiti, il non soffrir molestie alla barriera era il solo pensiero da cui veniva tormentato, pel che commise il grave sbaglio di confidarsi con Matteo.

Questi al contrario ebbe tutto l’agio di rifletter bene sulla cosa; le apprensioni che dimostrava il giovine davano chiaramente a vedere che gatta ci covasse sotto — Qualche pezzo di argento che, fosse arte, fosse caso, aveva riverberato di tutta la sua luce prevaricante innanzi agli occhi dello straordinario, lo misero in pensiero, ed a furia di fabbricar congetture venne a concretar quella, che si trattasse di un ratto in piena forma, di tal che riguardato lo affare sotto il punto di vista speculativo, egli avrebbe avuto la opportunità di pelarlo strada facendo, pelarlo alla fermata, rendere un utile servigio alla Polizia, e di ottenere anche forse un vistoso compenso della famiglia della giovinetta, ch’egli. si era incaponito a figurarsi rapita, quante volte fosse venuta a richiederla.

Movendo da quali premesse, nel fermar la vettura, com’era di uso, innanzi alla barriera, trovò modo di manifestar le sue apprensioni ad un collega titolare, che ringraziò la Provvidenza per la opportunità di poter lavorare in quel giorno, che per verità era stato magrissimo.

Di fatti pochi minuti dopo che Matteo con la sua vettura si fu allontanalo, i nostri due colombi sopravvenivano armati dei rispettivi strumenti, e seguiti da un monello cui avevano affidato il sacco da viaggio.

«A te madama, da dove si viene. e dove si va?...» disse il birro alla Nina che precedeva di qualche passo Gaspare, il quale affettando disinvoltura, facea mostra di tener d’occhio il ragazzo.

«A voi, Signorino, fermatevi...»

«Amico... noi andiamo di fretta: siamo precisamente di qui....  voglio dire di un paese poco lontano:or ci tarderebbe perdere un appuntamento: eccovi da bere...» disse Gaspare, ammaestrato dal traditore Matteo, di esser quello l’unico mezzo possibile ed indifettibile per far chiudere gli occhi a quegli Argo indiscreti, che non si chiamavano Vigili, né aveano a sussidiarii i Benemeriti.

«Grazie...» susurrò il Feroce, facendo sparire in un momento la moneta con la destrezza di un prestigiatore: «ma poiché non si tratta che di un momento... cioè di una semplice formalità, favorite e di farvi vedere dal sig. Duca, che non penserà cerio a molestarvi e stando voi in perfetta regola...»

«Non dico propriamente questo, amico mio; anzi ad essere sincero vi dirò di non aver pensato a munirmi degli opportuni ricapiti; eccovi un’altra moneta per la vostra compiacenza; del vostro sig. Duca io non. saprei che farmene sul momento... ossequiatelo se credete da nostra parte.»

Ed in ciò dire mentre intendeva a svignarsela e rifare la sua strada, avendo sotto il braccio la Nina, ch'era impallidita e tremava come una foglia, il Feroce fatta destramente sparire la seconda moneta, si diede a tenere lor dietro, gridando... «fermate; eccolo là il sig. Duca che vi ha veduti, e che mi fa segno; non vogliate compromettere per un nonnulla un vostro amico... favorite...»

Ed unendo il fatto alle parole ghermì Gaspare per un braccio, obbligandolo a rifar la sua strada seguito dalla Nina.

Lo Ispettore di servizio alla Barriera di Polizia nella sera in cui avveniva lo arresto di Gaspare e di Nina era un giovane ben fatto della persona, di statura piuttosto media, e di lineamenti regolari, se non avvenenti, di guisa che nel complesso poteva ben dirsi che formasse egli eccezione ai tipi truci e disgustevoli della Polizia Borbonica, cui la trivialità era la più lieve delle colpe che potesse addebitarsele.

A questi vantaggi egli accoppiava pure quello di un grosso titolo di Duca, che non potendo precedere la denominazione del feudo. ridotto da lunga pezza in vapori, stava invece direttamente innanzi al poco poetico casato di famiglia, che richiamerebbe la idea di una di quelle tali malattie esantematiche, da cui si suole essere affetti nella fanciullezza.

L’Ispettore Duca adunque, che ad onta del suo titolo di nobiltà, della sua giovinezza, e che malgrado fosse un rinomato schermitore, avea preferito la polizia allo esercito nella scelta di una carriera, mostrava chiaro che la sua indole e le sue propensioni lo portavano più che fra la polvere del campo di manovre e nella pompa delle mostre militari. a trovarsi un pane nelle acque torbide della polizia.

E dovea essere cosi: educato ragazzo nell’agiatezza, ed avendo assistilo e contribuito adulto allo sperpero finale del suo patrimonio. in un bel mattino, quando ebbe a costatare di trovarsi precisamente al verde, fatta una stringata toiletta, da una villa nelle prossimità di Portici, ordinaria dimora di sua famiglia, si cacciò in una vettura da noto dicendo al cocchiere — «in Napoli al Largo, di Palazzo.»

Fu certo un vantaggio proveniente dagli ultimi nastri di un’aristocrazia che eclissava, ed alle cui ulteriori pretese andava egli a fare una formale rinunzia, quello di ottenere. una udienza dal Re nel giorno stesso.

«Sire, diss’egli, son rovinato.»

«Lo so, Duca... »

«Precisamente al verde, Maestà...»

«Non poteva essere diversamente...»

«Adunque, Maestà...»

«Adunque... caro Duca...»

«Io vengo ad implorare la Sovrana Clemenza di V. M.»

«Spiegamoci amico: un Duca che fallisce e perde i suoi feudi. costerebbe troppo caro alla clemenza di un Re qualunque: cerchiamo quindi un mezzo termine... uno impiego.... per esempio la milizia?!»

«Sire, è impossibile... non mi ci saprei adattare...»

«Sapete tanto di Leggi, da rendervi possibile nella Magistratura?...»

«Vi confesso, Sire di non intenderne una sillaba; e poi quel sussieguo magistrale che impone di buttar giù ad ogni piè sospinto una citazione latina, mi farebbe colpire dal tetano...»

«Ebbene... allora procurerò di farvi far carriera amministrativa.»

«Dio no ’l permetta, Sire; la penna, per chi non vi si è addimesticato, è micidiale più del veleno...»

«Eppure, Duca, una qualche cosa occorre pure che la facciate: e a quanto sembrami non vi resterebbe che la polizia...»

«La preferisco ad ogni altra occupazione...»

«Ve ne fo i miei complimenti, Duca; eppure a come si vogliono guardar oggi le cose nella società, sarebbe essa la meno conveniente per chi porta un titolo come il vostro...»

«Sire, l’importante è che io serva V. M. il come poco monta, ed io prego che lo si lasci alla mia scelta: d’altronde a come stanno ora le mie cose il titolo è un’amarissima ironia, e la società! e la società io la considero oggi come una cortigiana che vi sorride e disprezzo sul viso, dopo avervi ridotto nudo e crudo —Or bene e questa idea m’incita di più a star fermo nella scelta; la polizia, o Sire, mi offrirà i modi di studiare la società in tutt'i suoi più misteriosi raggiri, d’investigarne le più ascose latebre, e se me ne verrà il destro, di prendermi una rivincita...»

«Ben pensato, Duca; voi riuscirete a qualche cosa: ora potete  andarvene, dappoiché prendo io lo impegno di contentarvi.»

Per tal guisa il Duca qualche giorno dopo veniva eletto Ispettore di secondo rango (sic); nelle funzioni della quale autorità cominciamo ora a far con esso più stretta conoscenza.

«Avanti... avanti... non fate più smorfie» diceva il Feroce nell’atto di spingere i catturati nella stanza dello uffizio di polizia alla Barriera.

Il nobile funzionario, che sol qualche momento innanzi aveva finito di esercitarsi alla scherma della spada, sua occupazione prediletta, stava sdraiato in quel punto sulla poltrona in modo poco decente, mentre il Cancelliere e due Commessi stavano d’innanzi ad un tavolo registrando Passaporti.

Il più ributtante cinismo e la più pronunziata impassibilità, caratteri essenzialissimi della polizia dell’epoca, fecero si che sulle prime nessuno avesse degnato di un solo sguardo quella mal capitata e sventuratissima coppia; finché il Duca, dopo udito il referto sommario del birro, ebbe a dire «avanti» alla quale intimazione il povero Gaspare e la Nina gli si cacciarono innanzi, mentre uno dei su mentovati Commessi, preso posto ad un tavolo poco discosto dalla poltrona del Duca, si dichiarò pronto a stendere il verbale con la penna d’oca fra le mani.

Noi non terremo dietro alle minuziosità di quello interrogatorio, che fu un cumulo di sarcasmi, di domande poco edificanti, e di oscene ammiccature; noteremo solo che la sua legalità derivante da una ben poco onesta procedura dovea avere delle conseguenze pregiudizievoli così per gl’individui che lo subivano, come per la moralità dei principii di ordine pubblico misurati alla stregua di un governo assoluto.

Con le prime domande il Duca Ispettore riuscì a seminare lo imbarazzo negl’interrogati. che sorpresi ed atterrili dalla nuova ed affatto impreveduta condizione di cose che loro si parava d’innanzi, e nuovi anch'essi ai garbugli ed alle sottigliezze di quello stranissimo Tribunale, altri Olinto e Sofronia, dopo una nobile ma inutile gara di generosi sentimenti, Unirono col confessar tutto genuinamente.

E cosi la scambievole posizione di quegli sventurati veniva ad essere nettamente delineata — Gaspare che ribelle alla paterna potestà trovavasi di aver disertata la famiglia ed il Seminario, veniva trasmesso allo Uffizio di Prefettura di polizia, che lo avrebbe trattenuto nel rispettivo cancello, per essere a suo tempo rimenato in patria sotto scorta di Gendarmeria, obbligato a dividere la manotta con un malfattore qualunque, non appena sarebbe partito un primo servizio di corrispondenza.

E per la Nina che non poteva constatare di avere un padre ed una famiglia, la legge assumeva a sé il provvedere sulla bisogna, obbligandola a subire la visita tra le infami soglie di un carcere meretricio, dal quale sarebbe uscita munita di un foglio che l’avrebbe autorizzata ad esercitar la prostituzione!!!

Rinunziamo a trarre opportunità da cosiffatto eccezionalissimo stato di cose per elevarlo a base di una infinità di quistioni morali—Per condizioni quasi affatto identiche assunsero ben prima di noi tal compito diversi elettissimi ingegni, di cui non potremmo essere che deboli imitatori — Certo però che nel pronunziato di quel magistrato, in quella mostruosa sentenza, che pur combaciava esattamente con gli articoli del Regolamento di polizia a quel tempo in vigore, oltre allo esservi dello assurdo e dello immorale, vi eran pure delle parole oscene ed incomprese, impiegate a definire lo stato di delinquenza!...

Aveva il padre alcun dritto d’imporre al figlio di addivenir prete per forza, e per solo ossequio ad un suo calcolo?!!...

Aveva a sua volta l’autorità politica alcun diritto per convertire un semplice errore, una spensieratezza che pur rendeva scusabile la concomitanza di tante eventualità, in uno stato permanente d’infamia e di prostituzione?!

Ecco le sole domande, cui brameremmo che rispondessero i più fieri propugnatori dello assolutismo; gli accaniti laudatores temporis acti.

In altri termini quella Barriera fatalissima di Polizia stabilita a tutela e guarentigia dell’ordine pubblico, puniva una semplice, e forse involontaria mancanza di rito, col convertire un buon cittadino presente, in un tristissimo prete avvenire, ed in pubblica meretrice, una fanciulla, che forse senza il concorso di quell'autorità, e senza il disposto di quel Regolamento, avrebbe potuto conservarsi pure una onesta donna, e forse addivenire una buona artista!...


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VENTESIMOOTTAVO QUADRO

SOMMARIO—Una linea che modifica la legge—Maria Raffaella, o la monaca di casa—Un eremo Harem—Il Ponte di Tappia, o la mantenuta— L'eredità—Un ministro compositore di differenze — Principio di riabilitazione.

La condanna che dovea dividere per sempre i nostri amanti venne pronunziata con superlativa imperturbabilità, e cominciò per avere una istantanea esecuzione, dappoiché mentre si fece invito alla Nina di sedere, in attesa degli avvenimenti, fu incaricato il Caposquadra di spedir subito al suo destino il sig. Gaspare, accompagnato da un foglio redatto in pessimo stile burocratico, ed indicante sommariamente le ragioni della cattura.

Ci asteniamo dal descrivere le lagrime passionate e lo addio straziante, che pur dovea essere l’ultimo, che si diedero quelle due anime innamorale, che allora colpiva, e per la prima volta cosi acerbamente la sventura, cui faceva assoluto difetto la umana pietà, pianta affatto esotica in un Uffizio di Polizia Borbonica.

L’amore per esse veniva ad essere come un placido sonno interrotto bruscamente ad un tratto da inopinata catastrofe — Esso in quel momento veniva fulminato col carcere, con la separazione, e coll’abisso immenso che avrebbe scavato tra Gaspare e Nina una patente di esercizio meretricio per questa: la inesorabile volontà del padre ed il presbiterio per l’altro!

Come un lampo che sfolgori di sinistra luce, il malaugurato incidente aveva scoverto a Gaspare quello abisso; alla sua tenera amica poi, ch’era destinata a vittima principalissima di quella catastrofe, era la pietà del Duca Ispettore che si sarebbe prestata, in supplemento della sua inesperienza, a darle gli opportuni schiarimenti sul nuovo ordine di cose che le si schiudeva d’innanzi, dappoiché la mancanza delle rubriche dello stato civile, e più ancora quella di una benedizione sacerdotale, venivano nelle specie a tradursi in una legge, la quale anziché schiudere alla infelice le porte di un Ospizio, o le vie della riabilitazione, di cui era pur ben degna lino a quel momento, la gittava inesorabilmente in braccio al vizio, col rendere di dritto pubblico, contro misurala mercede, e forme ed affetti, che in un trasporto santissimo di amore si erano dati e volali ad un sol uomo!

Ed a togliere al più presto che torni possibile il piede da codesto luridume, diremo che al nobile funzionario tornò assai più arduo di quello che se lo era imaginato, il trionfare di quella difficile virtù — Tornata vana la minaccia del carcere, egli dové fare appello allo stimolo dell’onore per seminare il disonore; mostrarla de jure già annoverata nella classe delle più abbiette sgualdrine da prostibolo; e poiché le lagrime di quella infelice che ripugnava di cuore all’empio ufizio l’ebbero convinto tornargli impossibile pel momento almeno il raggiungere il lurido scopo cui agognava, stimò convenirgli transigere ed attendere tempo più opportuno; anziché lasciarsi sfuggire onninamente la preda, tanto più che ben lieve danno si era pei ruoli della prostituzione, lo avere qualche giorno prima o dopo una nuova affiliata.

Vivea a quei tempi in Napoli, come forse vive tuttora, una certa Maria Raffaella, donnetta di grato aspetto, di forme simpatiche, anziché no, che teneva severamente guardate coll’abito delle Pasqualine — L’assiduità con la quale frequentava essa e la Chiesa ed i Sacramenti la facevano portare in voce di buono spirito, egida sotto la quale essendosele aperte gli usci delle più cospicue fra le case dei Patrizii, tenere degli eterni gaudii, comprati con tenue spesa, le tornava agevole esportarne delle ricche elemosine, intestale ora alla lampada del SS. Salvatore, ora pei ceri a S. Anna. ed ora a sollievo di povere famiglie, di cui soleva fars'intermediaria presso quelle che trovavansi in agiata posizione.

Discretamente pingue, e di viso castigatamente gioviale, costituiva Maria Raffaella un tipo affatto nuovo di bigottismo, dappoiché invece di farsi vedere emaciata, grama, e lurida nelle vestimenta, sempre ilare e sorridente aveva scritto sulla sua bandiera Servite Dominimi in laetitiam—Autocrata essa dei frutti di quelle moltiplici e pingue collette, sottrattane quella parte che poteva occorrere ai bisogni di una comoda vita, l'altra fedelmente impiegava in elemosine, le quali dispensale con molto giudizio ed acume, valevano ad aumentare di giorno in giorno cosi il suo patrimonio per nuovi e sempre più generosi redditi, come il suo prestigio.

La sua casa, cui sottostava un piccolo e delizioso giardino di agrumi, era situala in una incantevole posizione poco discosto il chiostro dei Martiniani, e propriamente in attinenza di quello che è ora il magnifico corso Vittorio Emmanuele, in quei tempi angusta e pericolosa straduncola —Veniva essa composta da un pian terreno, cui altro ne sovrastava ambo tenuti, se non con lusso e ricercatezza, certo con massima decenza e pulizia.

Ordinariamente Maria Raffaella occupava il pian terreno, in cui riceveva pure, e s’intratteneva coi suoi numerosi visitatori, ritirandone incarichi di litanie, di preghiere, di suffragi, e dispensando ora medaglie, ora consigli e responsi, ed ora ancora soccorsi in denaro. Nel piano superiore poi non vi accedeva che raramente, ed era chiarissimo che tornava esso superfluo ai suoi bisogni —Però uno scopo vi era pure a mantenerlo, e noi comunque alienissimi dalla maldicenza, dobbiamo pure constatare non essere estraneo ad esso l’Ispettore Duca.

Il quale, anche venti anni dopo, teneva quella specie di eremo, esercitato sempre con maggior profitto dalla medesima serva di Dio, sotto la sua proiezione addivenuta in breve lasso di tempo onnipotentissima.

A prescindere dall’uso a cui vedremo tantosto adibite quelle mura di edificazione, egli e pur certo che una lieta, ma ristretta brigata di vecchio nobilume e di ricca borghesia, vi si riuniva di tratto in tratto col favor delle tenebre, e senza dare all’occhio di chicchessia, in grazia dello isolamento nel quale massimamente prima di costruirsi il corso si trovava quella contrada; e che dopo aver passata alcune ore in orgie e stravizzi, finiva col dedicare al giuoco le rimanenti ore della notte — Orgie, stravizzi e giuoco ai quali Maria Raffaella si manteneva mai sempre estranea restandosene nel pian terreno, di guisa che risultava innegabilmente che essa subiva piuttosto che manteneva di proprio conto e ragione quella specie di triste convegno che pur vi si ragunava.

Or ecco una quantità di domande che sorgeranno spontaneamente nell’animo de’ lettori.

Era quella una casa di giuoco, od un postribolo?

Era forse ad un tempo l'una e l'altro?

Che vi era di comune tra la Maria Raffaella e rispettar Duca, o, se si voglia, tra quella e la polizia?

Se non si trattasse di altro che di creare un romanzo, di ripieghi ve ne sarebbero a migliaia, e la fantasia si presterebbe anche troppo bene a supplire alla realtà —Ligii però alla verità ci asterremo dalle supposizioni, c riporteremo fedelmente i fatti, sicuri d'altra parte di non poter sfuggire alla taccia di romantici; confesseremo anzi di averla meritata, in parte almeno, per lo indirizzo dato al nostro lavoro.

Però se si vorrà riflettere che noi abbiamo scelti pochi fatti nel vasto campo di un’epoca fecondissima di avvenimenti, accaduti sotto la pressione di un sistema governativo che ne creava tutto giorno dei simili.

Se si rifletterà che abbiamo avuto l'agio di andarne in traccia e nei domicilii dei privati, e negli uffizii pubblici, e fin nei vestiboli della Reggia, sparirà la idea del Romanzo, e vi resterà la storia, ma storia intima, storia di tutto quel congegno meccanico che si chiamava provvidenza governativa, storia di famiglia, storia anedottica di tempi e di costumi troppo recenti per essere falsati, storia infine come noi avevamo promesso a noi stessi di vergarla.

Or bene, lo diremo francamente, quel mistero rimane mistero: noi non abbiamo avuto l'arte di sottrarlo all’incubo degli anni.

Quale quindi si fossero i rapporti di Maria Raffaella sia col Duca, sia con la polizia, noi non ci occuperemo di andar investigando; certo però si è che all’infelice Nina fu conceduto per favore di non lieve momento l’essere pensionaria per alquanti giorni di Maria Raffaella, invece di essere mandala a subire la degradante visita nel Sifilicomio di Santa Maria della Fede.

Un cosi rilevante servigio fu pagata del prezzo che si volle e di altro ancora.

Maria Raffaella si tenne inconscia dello scandalo: né le sue sante aspirazioni e rivelazioni le ne diedero sospetta.

Le estasi per essa erano frequenti come i luoghi comuni di una cattiva produzione drammatica.

L’autorità e la Legge trionfarono per le prime della giovinezza e del pudore.

Un diluvio di oro, di drappi, odi diamanti fecero il resto.

Incontrastabilmente se potesse venir concesso ai nostri lettori di studiar oggi questa tipo tuttora vivente d'infelicità e di vizio, potrebbero dedurre dai ruderi ancora ben conservali di una bellezza superlativa, qual ebbe ad essere essa il giorno in cui gittata nel prostibolo da un trascino di sciagurate combinazioni, fu obbligata di ripetere da quello una celebrità più sciagurata ancora, che non valsero a distruggere il talamo nuziale, sei lustri circa di vita esemplare, e fin lo scudo incantato del bigottismo! Una volta messa sullo sdrucciolo fu quello un libro le di cui pagine vennero sfogliale con privilegio dall’Aristocrazia, ed è in quella classe che viene tuttora ricordala con ammirazione Ninetta del Ponte di Tappia, o la sirena delle Marche, nome improntato dall’ultima professione da lei esercitata finché potè conservarsi onesta; quella cioè di cantatrice ambulante.

Fra l’allegra brigata frequentatrice dell’eremo di suor Maria Raffaella, vi era il figlio di un gran negoziante di panni fornitore dell’esercito, il quale attingendo dalla colossale fortuna della famiglia delle risorse dedite esclusivamente al vizio, sciupava e fortuna e salute in giuochi e bagordi — Invaghitosi egli perdutamente della Nina, ebbe per lungo tempo a sopportar lo svantaggio di continuate ripulse, il che non valse ad indurlo a cessare dalle sue insistenze, finché, fosse pietà, fosse certezza di grossi guadagni, essa si decise alla pur fine a divenirne la mantenuta.

Men di un anno però ebbe a durare codesto amore, che fu pure il più lungo e l’ultimo della carriera transitoria della nostra Nina— Evocato a prematura morte da una giovinezza passata nelle crapule, il giovane che aveva preso ad amarla di tutto cuore, e che volle morire tra le sue braccia in preferenza di quelle dei suoi, testava in di lei favore per atto pubblico le gioie, la casa tal quale trovavasi mobiliata, e duc. 24 mila (lire 102,000).

Renitente la famiglia al pagamento di questo ultimo legalo, cercò di attaccare il testamento dal lato della moralità, e già i Tribunali erano per pronunziare la sentenza contraria alla famiglia istante, allora quando con più sano consiglio, e come rimedio estremo per evitare una certa disfalla, risolvevasi questa a far capo direttamente da una autorità sovrana, che ben di frequente usava il mal vezzo di rendersi superiore a quello delle leggi.

Avvenendo ciò in sui primi anni del Regno di Ferdinando 2.°, il Re si fece sollecito d’incaricare il Ministro di Polizia Marchese D. Francesco Saverio Del Carretto di conciliare la faccenda, e questi ebbe la fatal debolezza di assicurare il Re e gl’istanti di bastargli l’animo di far paga la loro volontà, sembrandogli impossibile che alla fin fine una prostituta avesse osato resistere ad un Ministro. ed anche sedurlo!!!

Avveniva però di queste due cose e runa e l’altra. La Nina bella dei suoi 17 in 18 anni e della sua statura da Amazzone, bella dei suoi lineamenti che sapevano improntarsi della sua nobile ed originaria fierezza, bella infine per la sua grazia del dire, e della santità del suo dritto, tenne dignitosamente fronte al Ministro che restò fulminato dalla sua bellezza e dalle sue maniere.

Ed in onor del vero egli, che si era acquistata ormai una rinomanza nella composizione di annose e difficili quistioni, straripando dallo sterile campo della legalità, con argomenti assolutamente morali, che con molta penetrazione a tempo ed a luogo sapeva rendere estimabili sia con sotterfugi, sia con minacce, ebbe a pentirsi quella volta di una promessa data con molta precipitazione, e pensò quindi al come trovar modo di salvare e capra e cavoli: tanto era rimasto egli stesso incantato e sedotto dai vezzi della Nina.

A dir dei malevoli avea pur egli il Ministro cercato di rompere una lancia in così bella palestra, ma il suo assalto di fronte era stato respinto con dignità e fin con disprezzo; i fatti che seguono però mostrerebbero che la cosa avesse presa una tutt’altra piega nel tratto seguente.

La Nina, da quel punto in poi, ebbe più volte a salire ed a scendere la scala che guidava agli appartamenti del Ministro, che la riceveva nel suo gabinetto, intrattenendola ben lungo tempo a discutere sulle basi della difficile composizione, che venne alla pur fine alla luce con clausola matrimoniale, se non espressa, almeno sottintesa, non essendo state estranee a quei lunghi ragionari, che ebbero luogo affin di mandare ad effetto quello accomodamento, alcune paternali del Ministro, e tendenti a rilevare i molti pregi dello stato coniugale, di fronte agl’intrighi, alla precarietà, ed alle amarezze di che si cosparge la vita di una galante qualunque, vita che uccide l'anima ed il corpo, che prostituisce la morale e la dignità della donna.

«Ninetta» avea detto l'Eccellentissimo «quando la giovinezza sarà passata, voi, se non avrete la fortuna di morire, addiverrete certo il ludibrio ed il rifiuto della società, quindi pensate a voi ed al vostro avvenire...»

E Ninetta, predestinata a divenire, come la è divenuta oggi, un vaso di elezione e di bigottismo, accettò e fece suo in tutta la estensione il programma del Ministro, il quale era riuscito a contentare il Re, la famiglia che si opponeva al rilascio del legato, e la legataria, col fare assicurare a questa, sotto il titolo di dote e con vincolo d’inalienabilità, la quarta parte del legato, cioè ducati seimila (lire 25,250).

La clausola matrimoniale intanto apriva un vasto margine, il di cui vuoto dovea venir ricolmato da un tempo più o meno lungo, ma sempre indeterminato. Sotto l’egida Ministeriale vi era però sempre a sperar bene, e la Nina sperò; abbandonato quindi il Ponte di Tappia, luogo d’ingratissima memoria, e divenuta proprietaria di un ricco mobile e di un discreto reddito, si affrettò a trasportare altrove i suoi Penati — Vestito adunque il bruno, che maggior risalto dava alla sua bellezza, in grata memoria del defunto suo amico, locava con opportuno consiglio un bel quartierino sullo estremo della Riviera, e vi fissava il suo nuovo domicilio, conducendovi vita riservata, se non esemplarissima, in attesa degli avvenimenti.


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VENTESIMONONO QUADRO

SOMMARIO — Il marito vien trovato in una vecchia conoscenza — Il Caporale dei Gendarmi dei Squadroni Scelti — Le calze color viola mammola, od un episodio di molto interesse.

«Et lux facta est»

Vogliamo dire che il marito fu trovato non solo, ma quel che più monta, in un modo quasi provvidenziale e miracoloso, fu trovato tra le nostre vecchie conoscenze.

E tempo n’era, dappoiché il correre di varii mesi avea già costituiti diversi anni, e la Nina che si trovava sulle soglie del suo quinto lustro, dalla vita placida e tranquilla che aveva fatta succedere ad altra di genere affatto diversa, ne riportava il vantaggio di veder prendere alle sue forme un sentito sviluppo: essa era divenuta un vero tipo di Amazzone.

Durante una delle lunghe udienze, accordate, non sapremmo dire se meglio da Nina al Ministro, o dal Ministro alla Nina, sempre per la moralissima causa ai concretar le clausole di un accordo giù da più anni stabilito, e che ciò nullastante minacciava di protrarsi allo infinito, fu picchiato al gabinetto dello Eccellentissimo, che si dové disporre a ricevere alcun molesto visitatore.

E già con segni di manifesto disgusto si faceva egli innanzi per vedere di che si trattasse, quando un belFuomo, alto qualche linea al di là di sei piedi, con un bel paio di neri e lunghi mustacchi, armato di una pesante sciabola e di un lungo paio di speroni, si faceva a presentargli un foglio su cui era scritto nelle sole sue mani.

Era il latore del foglio un Caporale dei Gendarmi di quei due magnifici squadroni scelti, assai ben montati ed equipaggiati per le cure speciali di esso Ministro, ch'era pure Ispettore Generale dell’arma; e dalla molta polvere di cui il Caporale stesso andava ricoperto, mostrava di aver percorsa al trotto una ben lunga tappa.

Nel mentre che lo Eccellentissimo si era fatto d’appresso al vano del balcone per leggere quel riservato dispaccio, il Gendarme senza pur mettere in pericolo il suo aplomb, si diede a vibrar frequenti e significatissime occhiale alla Nina, che dalla poltrona in cui era seduta non potè fare a meno di corrispondere a cosiffatta manovra.

Sotto la impressione del fluido magnetico che cominciava a svilupparsi, e l’uno e l’altra erano intesi a chiedere soccorso alle proprie reminiscenze.

Alla Nina sembrava pur certo di aver conosciuto quell’uomo, o qualche altro che molto lo somigliava, sebbene non ricordasse il come ed il dove, il che era pur scusabile per la enorme complicazione esistente nell’immensità delle sue ricordanze.

Il Caporale dei Gendarmi poi, non desisteva di tener fisso lo sguardo sulla bella proprietaria, la quale gli ridestava la memoria di un grande ideale che avrebbe giurato di aver veduto in piccolo ma travagliava invano la propria mente per venire a capo di una ricordanza per cui prendeva un così vivo interesse.

La presenza del Ministro però impedendo qualsivoglia espansione, era ad ambo di positivo impaccio a trarsi fuori da quel laberinto.

Ed invero, finito di leggere il dispaccio, il Ministro volgendosi al Caporale gli diceva bruscamente.

«Un dispaccio pressantissimo scritto alle 8 del mattino, che arriva dopo le cinque p. m., da Caserta, vuol dire che sia stato portato con l’asina di un questuante Francescano, anziché con la corrispondenza della Gendarmeria Scelta.»

«Eccellenza ho percorsa di trotto la strada da Caserta a Caivano, dove avrei dovuto trovare un rilievo; però avendo dovuto questi scortare una corrispondenza straordinaria di detenuti, mi è stato forza accordare il rinfresco di due ore alla mia povera bestia per quindi proseguir la tappa.»

«Dunque non appartenete voi alla Tenenzia di Caivano?»

«Eccellenza, io sto presso quella del Capoluogo.»

«Se la cosa sta come voi dite, la trovo scusabile: ad ogni modo conviene che io ne prenda ragione; come vi chiamate voi?»

«Il Caporale Amodei... Eccellenza...»

«Amodei» gridò la Nina, alzandosi di un colpo sorpresa, a quella parola rivelatrice del grande arcano.

«La Ni...w disse il Caporale Amodei, cui il militar rispetto strozzò in gola la seconda sillaba di quel nome che le tornava caro, pel richiamo di una sventuratissima artistica ricordanza...

«Ma che, vi conoscete voi dunque?» richiese al Gendarme il Ministro, che al pari di Diogene da qualche tempo si dava la pena di andar trovando un uomo, che mentre mancar non dovea di certune qualità personali, fosse pure sconfinatamente spregiudicato.

«Altro, Eccellenza; la signora è figlia dell’illustre Cesaroni il Capocomico della mia undicesima scrittura.»

«Come, Caporale, voi avete fatto il Comico?»

«Eccellenza, conservo ancora con una diligenza ed una tenerezza; ineffabile le mie dieci scritture in qualità di primo uomo...»

« Bene cosi... ci ho gusto; gridò il Ministro cui si cacciava per la testa una bizzarrissima idea; uno che ha fatto il primo uomo debbe avere dello spirito e delle conoscenze...»

«E non è tutto, Eccellenza, ho avuto la fortuna pure di risultare u idoneo nell’ultimo esame di sergente...»

«Me ne compiaccio con voi, mio caro....» rispose il Ministro, quasi macchinalmente, e seguendo un corso d’idee tutto suo proprio. «Certo quello di Maresciallo dei Gendarmi è un grado rispettabile, quantunque non faccia propriamente al caso —Basta penseremo...»

«Eccellenza, ve ne scongiuro, pensateci, dappoiché so pel termine dello ingaggio non sarò promosso...»

«Che farete?...»

«Lascerei la milizia, Eccellenza, per tornare al Teatro...»

«Sarebbe una buffonata; ciò non dev’essere, e non sarà...?»

«Impedite che faccia questo passo, Eccellenza» gridò spaventata la Nina, cui simpatizzando il Gendarme, quanto odiava il prirn’uomo nella identica persona, si ripassava in quel me mento per la mente con la rapidità del fulmine le riminiscenze di S. Benedetto, dei fischi, della Catastrofe, del Cesaroni, e del povero Gaspare.

«Lasciate, o Signora, che io mi occupi seriamente di un tale vi affare, e poi ne riparleremo (disse il Ministro) — Per ora, Caporale, vi accordo tre giorni di congedo, da decorrere da domani; mandale per una delle mie ordinanze il vostro cavallo al Quartiere della Duchesca, e siate gentile di accompagnare la Signora nella propria abitazione— Se vi siete riveduti dopo lo spati zio di lunghi anni, è giusto che facciate adesso una chiacchieraci la—Prima di ripartire però per la vostra residenza occorre che vi presentiate da me, affin di discorrerla intorno a qualche cosa di altissimo rilievo — Per ora addio.»

«Vi ubbidirò, Eccellentissimo» disse l'Amodei, e fatto il saluto militare, attese che la Nina, dopo aver maliziosamente sorriso alla E.  S. , le fosse sfilata d’innanzi per offerirle il braccio.

«Zitella ancora, è impossibile, Signora Nina» diceva l’Amodei alla ex- prima donna giovane della Compagnia Cesaroni nell’atto di porsele d'accanto in una vettura pubblica, che dovea ricondurli alla casa di questa dunque maritata non è vero mia cara?...»

«No... sig. Amodei, non posso dire di esserla...»

«Oh! comprendo per aria, voglio dire a volo, mia bella; perdonate qualche licenza artistica: or come diceva io dunque, voi vi trovate nello stato di una vedovanza ch'è fatta per interessare e  commuovere la intera umanità.»

«Signor Amodei, se vi sta a cuore la buona intelligenza sotto i cui auspicii si è rinnovala la nostra conoscenza, occorre che rinunziale alla importunità di domande, cui non mi sarebbe possibile il rispondere — Vi basti sapere che io fui la moglie del nostro compagno signor Gaspardini.»

«Assolutamente impossibile, sig. a Nina, non posso credervelo assolutamente; la sarebbe questa un vero pesce di Aprile, una  giuggiola troppo grossa per essere inghiottita di un sol fiato — Non sono che duo mesi circa, o signora, che nel percorrere in colonna mobile la Basilicata, una domenica nel recarmi a sentir la messa in una cappella da campagna, m’imbattei in un prete con le calze di color viola mammola, il che vuol dire canonico, ed un canonico il quale minacciava di non finirla più.

«Pentito quasi di aver ceduto a quel pio desiderio, io cominciavo a dare evidenti segni d’impazienza, quando al primo Dominus vobiscum credo di riconoscere in quella del prete la faccia di «un mio vecchio amico— La curiosità la vince in me sopra il ria spello pel sacro tempio, ed a furia di gomitate cacciandomi dalli l’ultimo nei primi posti, giungo a guadagnare uno dei corni delle l’altare, non saprei dirvi ora propriamente quale, e riconosco nel celebrante il nostro Gaspardini, non più snello e gentile come quando debuttar dovea da primo amoroso nella nostra famosa compagnia, ma rimpinzito ed adiposo proprio come un canonico qualunque, sul vertice del cui cocuzzolo stava maestosa mente una chierica larga quanto la luna in quintadecima...

«A quella vista non mi fu possibile trattenere il riso, e preso come da vertigine, alienato di mente, mi feci a chiamarlo col suo nome, cioè con quello che aveva assunto in compagnia: però ecco accorrere subito il sagristano, che tirandomi per le faldine della uniforme mi dice: signor Caporale, questa è la casa di Dio.

«— Io mi freno a stento, e misuro con palpiti accelerati il lungo tempo ch'egli impiegò in quella celebrazione, la quale non appena terminata, gli corro dietro fin nella sacristia, e senza aspettar pure che avesse deposto il calice, svestiti gli abili sacerdotali, e finito di masticar certa sua giaculatoria, lo abbraccio forte al seno fino quasi a fargli perdere il respiro, ed a costringerlo a dirmi: signor Gendarme piano per carità! sovvenitevi che io rivesto un carattere sacro, e che questa è Chiesa, e non taverna.

«Moderato quel primo impelo per me di affetto, per lui di sdegno, egli si rabbonì, e riconosciutomi finalmente volle che io lo avessi accompagnalo in casa, e che vi fossi rimasto suo commensale — Che tavola, signora Nina, che tavola!!! Propria degna di un Monsignore! — Egli quindi imprendeva a dirmi—Caro il mio signor Amodei, ecco come la Divina Provvidenza preti para le sue vie per richiamare a se le pecorelle smarrite! Ed in: parentesi avvertite, signora Nina, che la via preparata pel nostro amico io la trovai seminata di un ottima fricassea di polli, di una eccellentissima frittura, e di tanti altri intingoli e paste che li facevan proprio venir l’acquolina in bocca «Oggi io sono. e quello che dovea essere» E qui Nina si contorse facendo una smorfia — «E voi vi trovate in un elemento, che certo vi attaglia tt meglio della scena — Preghiamo la Provvidenza perché si compiaccia dischiudere le sue porte di grazia ed i tesori della sua infinita misericordia ancora su quegli altri infelici nostri compagni di quella più sventurata ancora escursione artistica.

«Posto ciò, mia cara Nina, ecco che il vostro asserto non regge In questo mentre erano giunti alla casa di Nina messa con buon gusto non disgiunto da lusso ed eleganza, e mentre l’Amodei faceva le sue meraviglie osservando il ricco mobile, e le suppellettili tutte, la Nina che aveva seguito non senza vivo interesse il racconto dell’Amodei, allorché fu giunto alla conclusione che la imbarazzava, ad evitare un ritorno sullo stesso articolo, si risolvé di dirgli con la massima chiarezza e precisione.

«Vi sono alcune cose, caro il signor Amodei, le quali vanno meglio indovinale che dette; ad ogni modo oggi amico mio, io sono e non solo una donna libera e padrona di me stessa in tutta la estensione del termine, ma pure la proprietaria di una discreta fortuna, che nella occorrenza varrebbe a costituirmi una dote non dispregevole. Continuiamo pel momento ad essere amici, e contentatevi di quello che vi ho detto, dappoiché mi sarebbe impossibile rispondere ad ulteriori domande.»

Del suo breve permesso l’Amodei ne godé passandone la più parte presso la sua amica dalla quale si congedava alle prime ore del l’ultimo giorno, per prender prima gli ordini di S. a E. a e restituirsi quindi alla residenza.


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TRENTESIMO QUADRO

SOMMARIO—Zio e Nipote, od ingaggiamento volontario dello Amodei—Suo colloquio col Ministro, ed alcun cenno sulla vita di questo—Proposta di nozze—Gli si commette rendere un utile servizio al Re ed all'ordine—La Giovane Italia—Il negoziante di semi di lino—Il grado, la moglie e la dote—La rivoluzione del 1860.

I due Squadroni della Real Gendarmeria scelta a cavallo, detti comunemente Elitti (eletti) costituivano, come abbiam detto un corpo privilegiato, creato dalla Eccellenza Sua direttamente, che molto oro dalle pubbliche casse avea spremuto affin di vedere posta in essere questa sua specialissima Guardia di onore, la quale per converso composta tutta di giovani ben disposti, e che oltrepassavano la misura degli altri corpi di Cavalleria, rispondendo anche troppo bene alle mire del suo istitutore, poteva a ragione dirsi il migliore ed il più bello fra i corpi tutti dello esercito — Non è a meraviglia quindi se ad un Caporale degli scelti, autorità rispettabilissima e rispettabilissima in città ed in campagna, riuscisse agevol cosa il farsi annunziare e ricevere da quel difficile Eccellentìssimo.

Prima però di far assistere ai nostri lettori al dialogo tra Ministro e Caporale, è giusto che riempiamo una lacuna nello interesse biografico di quest’ultimo, che lasciavamo colpito da una intimazione di sfratto sulle terre del Pontificio, e che ritrovammo arruolato tra i più benemeriti figli di Marte; distinzione di che andava unicamente debitore alle sue ben sviluppate fisiche proporzioni, ed a saperne tanto di lettere, da poter alla occorrenza apporre la sua firma ad un verbale, ed anche stenderlo, sé non molto complicato.

Una dodicesima scrittura diveniva per lui malagevole a trovarsi dopo il fatto di S. Benedetto, strombazzato in tutt'i metri dalla Fama nel mondo teatrale; egli quindi ebbe invano a dondolarsi per le piazze e pei caffè dei luoghi convicini, maledicendo alle esigenze del pubblico ed alla crudeltà proverbiale degl’impresarii, che per invidia si erano decisi a sacrificarlo; un nuovo impegno era ormai per lui addivenuto impossibile, pel che trovandosi in un bel giorno tra l’uscio ed il muro, cioè tra la necessità di provvedere al proprio vitto ed alloggio, e l’assoluta deficienza di mezzi onde sopperirvi, strettisi i lacciuoli in sui calzari prese a far la via di una piccola borgata poco lontana, ove vivea di comoda vita un agiato contadino fratello di suo padre, col quale però si era messo in poco buone relazioni dal dì che gli era entrato in corpo il diavolo di voler fare l’artista drammatico.

La situazione era difficile e delicata; però quella necessità che suol rendersi superiore bene spesso alle convenienze ed alla legge lo spinse a tentare l’ardita pruova; composto quindi il volto a stoica imperturbabilità, e risoluto a tentare ogni via diretta od indiretta che si fosse per sdigiunarsi ed ottenere un ricovero, egli, essendo giunto alla borgata poco prima dello annottare, tirò dritto alla casa dello zio, in cui entrò senza bisogno di farsi annunziare, per aver trovato l’uscio dischiuso.

«Buona sera, miei cari; io vengo a salutarvi ed a passare qualche giorno con voi...»

«Libera nos Domine» gridò la vecchia zia, guardandolo esterrefatta.

«Ringraziane invece il buon Dio, Maddalena; esso in questo punto in cui giunge, ci vien mandato dalla Provvidenza...» soggiunse il vecchio consorte di Maddalena, che invitò il nipote a sedere, mentre una prospera e numerosa nidiata di cugini e cugine lo guardavano come colli da spavento per una parte, e mistificati dall’altra per la bonarietà con cui veniva egli accolto dal loro padre, sul cui tessuto nervoso, sol qualche giorno prima, avrebbe bastato il nome dell’artista cugino per produrre delle scosse e contrazioni dolorose.

Sorpreso dalle diverse sensazioni di che vedovasi esser la causa, ma non per nulla spaventato, perché a tutto risoluto, l’Amodei sentì in quel punto ridestarsi i suoi generosi istinti artistici, pel che rivoltosi allo zio, da cui visibilmente riceveva una migliore accoglienza, declamò con sussieguo.

«Che fors'eterni

«Negli timan petti dureran gli sdegni?!! »

«No, Zio; io veniva, anzi vengo precisamente qui per una conciliazione; figlio della felice memoria del vostro fratello, io veniva per dirvi

«Sparta al Re di Messene invia salute

«E pace ancor, se la desia...»

«Nipote, voi siete incorreggibile...»

«Zio, non ci è nipote che tenga; voi vi burlale delle mie generose offerte, insultate i nati di vostro fratello, stimolate ed inasprite le mie suscettibilità; ebbene

«Chi la pace non vuol, la guerra s’abbia»

«E guerra senza tregua ed armistizii; orribile sterminatrice... ad ultimo sangue...»

«Nipote... calmatevi...»

«No, Zio; alea jacta est: adesso il dado è tratto: voi siete in  dodici circa, ed io son solo; non monta Zio; ricordatevi di Davide, di Sansone, e di Orazio Coclite, per cui fu scritto.

«Orazio sol contro l’Etruria tutta»

«Or bene, ingratissimo fratello di mio padre, io vi espugnerò tutti; metterò a sacco ed a ruba la vostra dispensa, e la vostra Cantina; io vi proverò che con la forza numerica e materiale mal si resiste a quella del sentimento, al più santo, al più giusto degl’istinti naturali, allo appetito. Zio, si allo appetito, dappoiché da ieri non mi son'sdigiunato, ed oggi ho dovuto divorarmi dieci grosse miglia a piedi per fondere ed unificare i miei coi vostri Dei Penati...»

«Pace, pace Domenico; pace nipote, gridò il vecchio spaventato: Maddalena prendi subito delle uova, del burro, del salame.... prendi tutto insomma, ed anzi tutto un buon boccale di vino.»

«Zio!... principio a placarmi ed a riconoscervi pel fratello di mio padre, sciamò soddisfatto l’Amodei, e di questo passo non esito a metter pegno che una conciliazione intera sarà subito fatta e costituita sopra solidissime basi—Zia però fate presto, e voi cugini e cugine avvicinatevi e permettetemi che vi abbracci.»

Fatta una tutt’altra che discreta refezione inaflìata da frequentissime libazioni, Domenico, ch’era questo il vero nome dello Amodei, il quale rinnegandolo vi aveva sostituito l'altro di Amodeo come meno spoetizzante e più artistico, circondato, come trovavasi. dalla numerosa famiglia del suoi Zii e Cugini, dichiarò esser quello il tempo opportuno per aprire delle conferenze affin di eliminare ogni possibile casus belli avvenire.

Rivoltosi quindi allo Zio gli parlò della nobiltà dell’arte cui si era dedicato, e del progresso che avrebbe fatta essa indubitatamente in Italia; però che fino a quando non si sarebbe ottenuto questo sviluppo era necessario di sottostare a dei lunghi periodi d’inazione e d’inerzia, periodi ch'egli avea divisato di passare in famiglia, cui, in compenso del fastidio s’imprometteva d’imparare l'arte di porgere la parola, o declamazione che si voglia dire.

«Nipote mio» rispos’egli il vecchio l'accordo che tu proponi non regge, sia perché io non amo, anzi aborro un’arte, che non promette certo di portar chi la esercita in paradiso, sia perché ho fermamente deciso che i miei figli non debbano averne altra che quella della pastorizia e dell’agricoltura».

«Zio, adesso principiamo a guastarci; il vostro è assolutamente un rustico, un villanissimo proponimento, contro cui protesto, anziché far atto di adesione.»

«Sia pure, Nipote, e rispondo alla vostra protesta con dire che chi rispetta lo altrui, ha diritto di veder rispettato il proprio gusto...»

«Illogico, irrazionale, onninamente retrogrado, carissimo il signor Zio, ed ecco quindi quello che non dev’essere...»

«Ecco, nipote, quello che io voglio che sia...»

«Mi oppongo, dichiarandomi pronto a riprendere le ostilità...»

«Nipote, facciamola finita; non inorgoglite di una prima e troppo facile vittoria, cui potrebbe tener dietro una totale e completa disfatta — Ormai dovrebbe essere esaurita la fonte imponentissima, cui attingevate il vostro coraggio poco fa, intendo dire la fama, e potreste quindi far meglio la misura delle vostre e delle mie forze, non escludendo da queste i miei uomini di campagna, i miei cani, ed in caso estremo anche la forza pubblica—Ora siate calmo, nipote, e ragioniamo.» .

«Si, Zio, ragioniamo pure...» riprese l’Amodei sconcertato dalla inopinata resistenza, e dalle nuove forze ausiliarie del nemico. «Veggo in fatti che sotto alcuni riguardi potreste aver ragione.»

«L’ho su tutti, nipote, e ve lo proverò sol che mi concediate agio di parlare, e che vogliate promettere di rispondere pacatale mente...»

«Vi concedo un secolo, e prometto tutto, Zio...»

«Mi basta un’ora sola, ed anche molto meno di tanto; uditemi dunque...»

«Sono a voi...»

«Voi poc’anzi, nipote, avete bussato alla porta di questa. casa: a evidentemente ciò prova che non avete denaro, e che la carriera, a di cui siete entusiasta, vi mantiene al verde almeno undici sopra i dodici mesi dell’anno...»

«Non propriamente così... ma in media...»

«Or dunque perché non cambiarla con un’altra che vi stia meglio, che vi offra un pane costante ed onoralo, e che permettente dovi di far mostra dei vostri talenti, e del vostro personale, vi schiuda d’innanzi un avvenire, una brillante prospettiva?!»

«Concesso pure, signor Zio, che io potessi decidermi per una  apostasia, vediamo quale sarebbe cotesta carriera che voi decorate di così vive e briose miniature?!»

«Quella del soldato, mio caro...»

«Impossibile Zio... ex-orcizzo te spiritus immunde, voglio dire  finitela; la vostra logica è di quelle che finiscono col far volume a nella sporta del saponaio; io... io preferirei di recitar quattro traggedie di seguito, al far due ore sole di sentinella...»

«Ed ecco dove sta l’errore, nipote: le vostre tragedie non vi offrono giorno per giorno la opportunità di pranzare, ragion questa che non dovrebbe far aggiudicare ad esse la preferenza—Ma non è tutto; tragico oggi, tragico domani, tragico domani l’altro, equivale a combatter sempre corpo a corpo con questa terribile eventualità; e perché poi?... per restar sempre tragicamente digiuno. Al contrario vediamo che risulterebbe dal divenir soldato; sta scritto nella prefazione della nostra ordinanza militare: «Ogni semplice soldato, sol che ne abbia i requisiti, e che lo voglia conducendosi bene, porta nella sua giberna il bastone di Marcel sciallo di campo.» Capisci, nipote. Maresciallo di Campo?! il che equivale ad essere la prima dignità del Regno, il braccio dritti to del Sovrano, il Comandante in capo di un esercito...»

«Zio, desistete dalla vostra opera seduttrice, io non so, se avete inteso parlar mai di un Bruto 1.° e di un Bruto 2.°?»

«Amendue, nipote, due solennessime be...»

«Zitto, Zio; io ve lo chiedo per l'amor della storia, e pel decoro dell’arte, non bestemmiate...»

«Ebbene, Domenico, poiché vi ostinate a tener fermo sul vostro  inconsulto proposito, io non perderò ulteriormente il mio tempo a  farvi entrare in senno—Un soldato che abbia una buona condotta, ed i vostri mezzi, diventa presto Caporale, e poi Sergente, e poi Tenente, e cosi man mano Capitano, Maggiore, Colonnello, Generale... Voi la pensate diversamente? padronissimo, nipote; a però se questa sera io non ho avuto il coraggio di rifiutar un asilo al tiglio del mio fratello, la cosa domani andrà diversamente— La porta della mia casa vi sarà chiusa inesorabilmente e per sempre; ed anzi che dappresso allo Zio, io v’invito a procurarvi la ospitalità di uno de vostri due Bruto, o quella di un capocomico qualunque, Zio non precipitate le vostre risoluzioni: prima di fare un passo di tanto rilievo: io voglio guardar bene la cosa da tutt'i versi, per quindi evitare un pentimento che potrebbe riuscir intempestivo ed infruttuoso; vi prevengo però che domani non parli to, e che non lo potrei, trovandomi impegnato con l'ottima, con la egregia Zia Maddalena per certi gnoccoli, e non so quale altra cosa ch'essa manipola prelibatissimamente; io tengo, Zio, assai forte agli impegni...»

«Io, invece, non voglio riconoscerli quando son contratti con dei testardi, che cercano il male proprio e quello degli altri:tempo da perdere non ve n’è, e quindi parlerò più chiaro ancora—Tuo cugino è uscito alla coscrizione, e deve marciare poi domani; ciò m'incresce e sarebbe per la famiglia un danno positivo, dappoiché egli conduce, e con molta avvedutezza, un magnifico podere; sa di tutto, e fa il tutto con accorgimento ed attitudine—Per esso quinti di sarebbe il servizio militare di tanto danno, per quanto riuscirebbe di vantaggio per te che non hai poderi a coltivare, né una buon’arte qualunque a condurre saggiamente—Or bene se tu li offerissi a sostituirlo, il che ti tornerebbe a conto, puoi essere sicuro che noi tutti non ti abbandoneremmo, né saremmo restii a soccorrerti fino a quando non sarai nel grado di provvedere da per te stesso ai tuoi bisogni, e di ciò ne avresti subito una prima pruova, dappoiché a non permettere che tu partissi affatto sprovveduto; Maddalena ti fornirebbe delle camice...»

«Delle camice?!»

«Delle mutande...»

«Delle mutande?!...»

«Delle calze...»

«Anche le calze, Zio?!...»

«E 50 piastre...»

«Cinquanta piastre?! cinquanta piastre avete detto?! somma eroica, colossale, favolosa!!! rinunzio al benefizio del tempo per appigliarmi ad una risoluzione, e risolvo cosi su due piedi—Presto adunque, carissimo Zio, perla di tutti i Zii dell’universo; a me le camice, le mutande, le calze e le cinquanta piastre... io parto sul momento;io mi sento Achille in seno; io sento che mi pesa già il bastone di Maresciallo nella Giberna...»

«No nipote, non facciamo commedie; tu resterai con noi domani, e domani l’altro; accetterai l’assiento dopo mangiati i gnoccoli di Zia Maddalena, e quindi ci divideremo, restando però sempre amici.»

Eccovi detto il come, o lettori, il nostro Amodei da artista Drammatico addiveniva Caporale dei Gendarmi — Ora descriveremo il modo da lui tenuto com'entrare in un’altra fase, se non più leale e brillante, certamente più comoda e più ricca dei proventi.

Siamo nella Camera che precede il gabinetto particolare di S. E.

«Il Caporale Domenico Amodei» gridò un usciere.

«Presente» rispose il nipote di Zia Maddalena.

«Favorite»

«Eccomi» ed entrò di fatti nel gabinetto, giunto in mezzo del quale si situò ritto come un palo di fronte allo Eccellentissimo di Polizia.

Sul conto di quest’uomo ch’è stata una illustrazione specifica della sua epoca, noi portiamo una opinione diversa dalla universale, ' e ciò non per dire che umanissimo egli si fosse, ed ostile ad ogni fatto accennante a prepotenza, slealtà o sopruso; ma perché convinti che non si poteva essere Ministro di Re Ferdinando 2.°. senza esser decisi a combattere energicamente quello intuito del male e del bene cui la Chiesa dà il nome di coscienza.

Contemporaneo di Pronio, di Pastore, di Nunziante, di Salzano e di ben altri elevati dal Cardinale Ruffo ad alti gradi militari, egli che non si trovò fra i più favoriti in quella prima amalgama dello esercito Napolitano, cercò di farsi strada accettando senza riserve il nuovo programma governativo, e sposando l’arduo compilo di farlo accettare agli altri mercé servizii speciali sulla indole dei quali noi non discuteremo, ma che certo ebbero a fruttargli tutt'altro che simpatie.

Da Colonnello egli riuscì a distruggere i Vardarelli, famigerata compagnia di banditi, che aveva stanza tra il Molisano e la Capitanala, ma che pure nelle occorrenze avea percorse fin l’estreme provincie continentali del Regno, occupando fin talvolta militarmente dei paesi — Quella era nel fatto epoca di brigantaggio, e non con altro nome potrebbero appellarsi i Vardarelli, cui però, ed è singolarissimo, a meno di alcuna privata vendetta, non potevano imputarsi altri misfatti, che quelli commessi in odio alla pubblica autorità, schivando fin lo accomunarsi coi colpevoli di reali comuni — Spesi più anni in inutili persecuzioni per le numerose aderenze ed il fanatico entusiasmo ovunque destalo da quei banditi, la di cui forza principale consisteva nel rispettare i privati e le private proprietà, il governo venuto nel disegno di disfarsene a qualunque costo, commetteva al Del Carretto il condurre a porto cotesto divisamente—Esperimentato inutile l’uso della forza e dell’astuzia principiò questi dallo entrare in trattative, e quindi fermava i patti di una resa, a condizione però di riconoscere i capi della banda come uffiziali, e gli altri comuni di una apposita compagnia di armati, che assumeva l'obbligo di purgare il Regno dai ladroni e malfattori che in tutti sensi il percorrevano.

La città di Foggia fu designata e convenuta per quella in cui il Sig. Gaetano Vardelli, un suo germano, e poco meno che cento altri individui tutti bene montati, armati ed equipaggiati, avrebbero reso atto di omaggio e di ubbidienza al governo, prestando giuramento di fedeltà nelle mani del Colonnello Del Carretto—Il quale avendo fatto postare fin dalla notte dei numerosi drappelli di Gendarmi nelle case adiacenti al luogo, nel così chiamato largo delle fosse, conveniva con questi che allo spiegar che avrebbe fatto egli di una pezzuola di lino da uno dei balconi del Collegio retto dai PP. delle Scuole Pie, ove alloggiava, si fosse fatto fuoco sopra gli amnistiati.

L’esito di questa manovra corrispose anche troppo allo intendimento di chi l’aveva comandata, non essendosi salvalo alcuna delle infelici vittime di quel tremendo autodafè — però fece fin d allora tristissima impressione il vedere che un Governo, dopo esser sceso alla bassezza di trattare con dei Briganti, si serviva delle armi sleali dello spergiuro e del tradimento per trucidarli!...

Altra impresa guidata a termine dal Marchese fu quella della distruzione di una piccola Borgata nel Vallo del Cilento in Provincia di Salerno, a causa di aver dato asilo ai fratelli Capozzi perseguitati per ragion politica; e però dopo aver bandita l’ora in cui sarebbe caduto il fulmine dell’ira Reale sulle innocentissime mura dell’infelice borgo, onde ne fossero evasi gli abitanti, il Marchese potè mantener la promessa al rimbombo dell’artiglieria, che acquistò ben poca gloria in quella, se vuolsi, ridicola fazion guerriera, ma ad un tempo serio allentato contro le proprietà.

Quali cose avvenute sotto il regno del 1.° Ferdinando valsero ad acquistargli fama di uom fermo e capace, nonché di suddito fedele, di guisa che nel montar sul trono Re Ferdinando 2.° dopo il breve regno di Francesco 1.°, il designava a surrogar lo Intontì nel Ministero di Polizia, che tenne dal 1830 al 1848, epoca in cui venne dimesso in omaggio alla pubblica opinione, senza cessar però di prestar l’opera del suo senno nei consigli del Sovrano, presso cui aveva acquistala una prevalente ascendenza.

«Caporale avvicinatevi» disse il Ministro all’Amodei.

«Sono ai vostri ordini, Eccellenza.»

«Da quanti anni servile?... a «Mancano sol pochi mesi ai nove...»

«Avete dunque contrattata un’altra ferma?...»

«Di un solo anno Eccellenza...»

«Ah! siete prossimo ad aver dritto al congedo?...»

«Tanto è...»

«E che pensate di fare?»

«Non intendo...»

«Volete, dimando, proseguir nel servizio?...»

«Non ho presa ancora alcuna determinazione; se però fossi promosso a sergente...»

«Quanti anni avete?»

«Trentacinque, Eccellenza...»

«Eh!... potreste divenir Uffiziale ad oltre i 50!!»

«Eccellenza fui ingannato, perché mi parlarono di non so qual bastone...»

«Il quale si trova nella sola giberna di qualche fortunatissimo...»

«Ora ditemi avete riveduta in questi giorni la signora Nina?...»

«Li ho passati pressoché interamente da Lei...»

«L’amate forse?...»

«Non saprei dirlo con precisione...»

«Questa è buffa...»

«Eppure è storico, Eccellenza...»

«Ecco qua; io mi era indotto a credere perché essendo la sig. Nina di origine nobilissima; né più né meno che una Baronessa...»

«Questo lo ignorava...»

«Ed ora ve lo accerto; oltreché io sarei tentalo a trovarla bella, anziché no; non siete del mio parere Caporale?...»

«Altro, Eccellenza; io vado più innanzi; cioè la trovo bellissima...»

«Vedete dunque che io sospettava giustamente, tanto più che oltre ad un corredo ricchissimo, ha pure la dote di seimila ducati...»

«Seimila ducati, Eccellenza?!!»

«Proprio seimila ducati: ma il fatto non sta qui; certo essa non sposerebbe un Caporale, od un sergente che si fosse; però a questo pure vi è un rimedio...»

«In qual modo, Eccellenza?...»

«Assumerei a me il farvi guadagnare un bel posto in Polizia... Ispettore per esempio...»

«Io, Eccellenza, Ispettore?!! certo che sarebbe una gran bella cosa...»

«Però... siate sincero... avete arrischiala una dichiarazione qualunque in questi giorni?...»

«Nulla affatto, Eccellenza; io non vi ho neppure pensato.»

«É meraviglioso!!..»

«Ecco qua, Eccellenza; così per aria... da talune frasi... ho creduto scorgere che le pagini del libro della vita della sig. Nina non sieno scritte tutte di carattere tondo ed aperto; vi son e dei punti in bianco... dei geroglifici...»

«Vi compatisco, mio caro; questo imporla che siate per lo meli no una bestia... Chi vuol far fortuna col matrimonio, ed acquistare ad un tempo una bella e nobile donna; una dote sufficientissima, ed in ultimo una ragguardevole posizione sociale, non

«bisogna che guardi le cose tanto pel sottile, e faccia la concorrenza al signor D. Bernardo Quaranta in decifrare geroglifici...»

«Eccellenza... ho capito...»

«Che cosa?...»

«Che sono un asino: al momento, se lo consentite vado ad arti rischiar la mia dichiarazione; domani stesso la V. E. mi fa Ispettore, ed io sposerò la signor Nina. »

E la Nina sorrise nel vederselo tornar d’innanzi, sapendo bene da dove venisse.

«Io non so, sig. Amodei diss’ella, se voi parliate da senno, e «se la E. S. vorrà perdurare nel buono intendimento di elevarvi al «posto d’ispettore: però, laddove ciò avvenga, ad onta che mi spaventaste cosi orribilmente in quella famosa serata in San Benedetto...»

«Non ne parliamo, signora Nina...»

«Ciò non ostante dico... facilmente potrei decidermi a non trovar oggi ostacoli...»

«Voi siete un Angelo, Nina» sciamò inebriato finalmente d’amore il Caporale dei Gendarmi scelti, mettendo a male coi sproni il basso della veste dell’amante, nel mentre si sforzava di darle un bacio «Io corro a dir tutto a S. E.»

«Piano amico, diceagli questi qualche ora dopo; non corriamo a scavezzacollo—Un Ispettore non s’improvvisa così su due piedi come un Guardaporte—E poi, mio caro, io ricordo benissimo di avervi promesso di offerirvi i mezzi, come guadagnarvi quel grado.»

«Offeritemeli dunque...»

«Presto fatto... signore; voi questa sera vi congederete dalla vostra fidanzala, e sul far dell’alba di domani partirete per Brindisi...»

«A far che, Eccellenza?...»

«A rendere al trono un servigio di cotanto rilievo, che potesse offerire a me la opportunità di dire al Sovrano—Maestà il signor Amodei merita il posto cui aspira; ha condotto a buon termine un importantissimo servigio; io lo propongo per Ispettore...»

«Accetto senza riserve...»

«Adunque eccovi di che si tratta—Da qualche tempo è stata importata, ed ora ramifica le sue radici nel Regno una nuova setta rivoluzionaria che ha per nome la Giovane Italia, ed il cui capo a vuolsi che sia il famigerato Mazzini, nato Genovese, e che per i u suoi spiriti turbolenti trovasi esiliato in Londra — Da molto io seguo, senza poter ottenere di averne i capi nelle mani, lo andamento di questa colpevole associazione —Or bene sono stato ultimamente assicurato con precisione che una delle sue sedi principali nel Regno si sia fondata in Brindisi, città in cui ha potuto fare ben molti proseliti. In questo foglio troverete minuziosamente; descritti i segni convenzionali, che hanno stabiliti fra loro i cospiratori, per riconoscersi agevolmente; e questo è un tesoro per voi, se saprete valervene con prudenza e con destrezza. Caporale Amodei se riuscirete nello intento, vi do la moglie, la dote, ed il grado — Se commetterete delle bestialità vi passerò da semplici soldato nella linea, mandandovi ad ultimare la vostra ferma sopra una isola—Troverete a vostra disposizione Poste e Telegrafi, e farò in modo, che non vi manchi alla occorrenza, il patrocinio delle autorità locali tutte — Badate però che per quanto risguarda la vostra missione voi non dovete corrispondere che come direttamente. Questi sono duc. sessanta, per le spese del vostro viaggio e trattamento, e Dio vi benedica e vi faccia riuscire.»

Alquanti giorni dopo le piazze di Barletta, Mcsagne, Manduria, Brindisi, ed altre erano percorse da un commesso negoziante venuto per incettare dei semi di lino, che proprio in quell’anno ebbero a sperimentare il benelizio di un rialzo favoloso d’indole meramente politica.

Sensali di sopra e di sotto, per dritto e per rovescio ne andarono in cerca in tutt’i punti.

Egli avea fissato il suo luogo di ritrovo, nel più frequentato Caffè della Città.

«Non posso decidermi ancora a delle grosse compre; già se ne sono sfumati dei belli ducati in tante piccole caparre, e ciò ad onta che le mie commissioni fissano una ragione di gran lunga inferiore—Qui mi si è preso per un nabab e tutti si tirano in su la calliza — Intanto se non mi giungono ordini positivi dalle case che rappresento, io non intendo far compre definitive, ed assumere responsabilità dirette ecc. ecc.»

E queste ed altre consimili parole, delle e ripetute con insistenza nella locanda, nel trattore, e nel Caffè valsero ad acquistar piena fede al carattere che aveva assunto non solo, quanto pure a conciliargli la stima e le simpatie degli abitanti — Meno che in ogni altro ceto si sarebbe supposta una spia in quello commerciale, che più d’ogni altro aborre la tirannide, e propugna le libere istituzioni — £ già in quel di Brindisi essendosi adusati a vederlo da più giorni, gli si sorrideva vedendolo, e con espansione d’animo gli si domandava della sua salute, dei suoi affari, del come trovava il paese, e di altre simiglianti cose.

Era giunto quindi il tempo di operare.

E Domenico operò; la sua destra descrisse dei segni convenzionali, dei giri e delle fermale non osservale né osservabili pei profani; osservabilissime ed osservale dagl’iniziati.

Un farmacista di quel Bagno penale, e quindi un medico vi corrisposero: poscia terzo fra cotanto senno vi capitava un monaco, il quale per darsi a conoscere come un maestro nell’ordine di color che sapevano, complicò i misteri di quella telegrafia.

Domenico si trovava in bruttissime acque; però si risolvé fare appello alla sua arte primitiva, ai cui ruderi, fa che vuoi, restava sempre affezionato.

Egli che avea contratto l’abito di rappresentar più parli in commedia, raggiunse il monaco a pochi passi dal Caffè.

«Padre» diss’egli «io mi son recato qui a comperar dei semi di «lino, e ringrazio Dio di avermi fatto trovare in questi luoghi e della «buona merce, e dei migliori amici; io padre, benché novizio, sono «uno di quelli che credono sinceramente.»

«Fratello, me ne sono accorto, e vi auguro di cuore il compimento di ogni vostro buon desiderio, ch’è pure il mio—Perseverate adunque; siate sopratutto prudente, ed abbiate fede...»

«Padre, la fede è una...»

«Ed una, o fratello, come la fede, sarà la nostra patria: Dio vi custodisca...»

Nello indomani al nostro Domenico veniva concesso di veder più chiaro nella cosa — Gli affiliati tutti che erano stati avvisali dello arrivo di un confratello, accorsero di buon grado a stringergli la mano, e gli animi si resero più espansivi: la marionetta gesticolare, addivenne ancora più vivace.

Ci siamo, disse tra sé il nostro compratore di semi di lino, segnando nel suo taccuino nomi, cognomi, e connotati in luogo delle partile accaparrate; adesso si che la messe è bella e matura; ed il telegrafo e la posta diedero da Brindisi a Napoli contezza del fatto compiuto.

In un bel mattino i sensali ed i proprietarii dei semi di lino attesero lungamente al Caffè il commesso ch'era venuto ad incettar quella merce salita quasi al doppio del suo valore, e che per quel Tanno rimaner doveva invenduta nei magazzini — II signor Amodei si era posta fin dalla notte la via fra le gambe.

Invece quaranta suoi veri corrilegionarii politici, vogliam dire Gendarmi scelti a cavallo, sotto la condotta di un Tenente Castellano, e tre volte tanto di Gendarmi a piedi, entravano qualche ora dopo in Brindisi.

Molti arresti vennero eseguiti di gente presa al lacciuolo; il convento messo a circa due chilometri dalla città, sopra una lingua di terra che a forma di penisola si sprofonda nel mare, venne circondato da Gendarmi, e sottoposto a severa perquisizione.

Fortunatamente il Castellano era uno dei rari nantes nel vasto gurgite della Gendarmeria Borbonica; egli molte cose non vide, e moltissime non ne volle vedere: cosi il più compromettente potè esser messo in salvo: ciò nullameno vi rimaneva tanto da giustificare i sospetti del Governo, e legittimare la cattura di alcuni fra quei padri.

La città costernata per questo avvenimento ebbe a sopportar per ben del tempo inquisizioni e vessazioni per parte degli ospiti nuovi arrivati, funesto legato ad essa rimasto dal Commesso negoziante.

Giunto in Napoli Domenico si recava subito da S. E. che sorridendo si compiacque dirgli: «Ben arrivato Ispettore; è vero che a potevate avere meno fretta, e far meglio, ma tanto per un principiante non è poco—Vi autorizzo quindi a reclamare i conti della vostra massa, ed a vendervi il cavallo, dappoiché solo fra qualche giorno vi perverrà il vostro decreto di nomina.»

«Grazie, Eccellenza... ma se permettete questo non è tutto; se mal non ricordo vi sarebbero delle altre condizioni...» a Intendo: la moglie cioè e la dote; ma questo mio caro debb’esser oggi pensier vostro: però non abbiate alcun timore: pulsate et aperietur.»

E Domenico che entusiasmato per gli ottenuti successi trovava sufficientemente giustificato il darsi ormai cura dello amore, dopo aver fatto anche troppo per la gloria, benché ad ora assai tarda, montato sopra un Cabriolet diceva al cocchiere «alla riviera.»

Non durò poco a farsi aprir dalla Nina, che da qualche tempo si era imposto un commendevole riserbo — Appena però questa avvolta in una ricca veste da camera ebbe a vederselo innanzi, non potè fare a meno di dire sorridendo «Ah... ah... il mio caro sig. «Ispettore!!»

«Come, Nina, chi mai ha potuto dirtelo?!»

«Anzitutto, mio caro, bada che la gelosia rende ridicolo colui che vi soggiace; e poi... il vederti qui a quest’ora è indizio sicuro che tu vieni a reclamare lo adempimento di una promessa; ed il cuore di una donna, il quale indovina...»

«Ottimamente, Nina; questo mi va proprio a sangue; tu non hai fatto altro che semplicemente indovinare...»

«S’intende, mio caro...»

«Quindi, se tu indovini così bene, è perfettamente inutile che io ti narri...»

«Se non ami che mi colga un raffreddore, potresti lasciarmi dormire, e rimettere a domani...»

«Nina, mi viene una idea....»

«Sarebbe...»

«Tu poc’anzi hai parlalo di un certo dritto, voglio dire dello adempimento di una promessa...»

«Ebbene?...»

«Sono oltre le olio...»

«Lo credo...»

«Io trovo che fosse indecentissimo per un Ispettore andar bussèndo le porte di un albergo a quest’ora...»

«Non ne disconvengo...»

«Allora dovreste permettere che m’istallassi da questo momento nel mio nuovo domicilio...»

«Seduttore!...» sciamò la Nina sforzandosi di arrossire mentre sorrideva; ecco che non appena giunto, già reclami le glorie del trionfo!»

Il grado, la moglie e la dote si successero alla sola distanza di qualche giorno fra loro. Domenico, visto una volta iscritto il suo nome sul bilancio dello stato, vi fece carriera, aiutato dai consigli della Nina, la quale dotata di una lucentezza d’idee superlativa, ebbe ben di soventi volle a sovvenirlo onde trarsi d'impaccio. In omaggio della verità poi, direm pure ch'ella si contenne da quel momento con una morigeratezza inappuntabile — Il non aver avuto alcun figliuolo giovò alle sostanze dei coniugi, le quali saggiamente amministrate, eran pure notabilmente cresciute. Però il tanfo del Commissariato, e la pace anche troppo monotona della vita domestica seguendo l’attrito di una gioventù travagliatissima trasportava di rimbalzo la Nina da un eccesso all’altro: essa divenne accanitamente bigotta ed assolutista.

Lo spediente di mandarlo in Provincia anziché tenerlo nella Capitale, fu con molta avvedutezza adottalo, e con assidua costanza mantenuto dal Ministro, ond’evitar delle reminiscenze dannose alla stima di quel pubblico funzionario, il quale nel 1848 con una opportuna tergiversazione potò mantenersi in bilico in una Provincia ove ritrovavasi sol da qualche mese—Non così allo scoppiare della rivoluzione del 1860.

Tutt'altro che amalo dai suoi amministrali— sul far di una bella sera allo spirar del giugno, una calca di popolo si recò presso il suo domicilio gridando abbasso. e salutandolo con una salva di fischi, ed una grandinala di sassi che misero amale tutt'i vetri delle sue finestre.

L’affare minacciava di prendere più serie proporzioni, allorché un nucleo di uomini rispettali ed influenti, gli offrì la sua mediazione coll’intervenire opportunamente.

«Figliuoli non facciamo scandalo» disse un di loro; «se persevererete sulla strada in cui vi siete messi, domani l'Italia dirà che noi stiamo pure al di sotto dei poliziotti Borbonici, imitandone le violenze.»

«É un cane» gridò una voce.

«É un Birro» disse un’altra.

«Non vogliam più dei poliziotti Borbonici » gridò un terzo.

«E questo lo trovo giusto, figliuoli» riprese il primo interlocutore però conseguiremo lo scopo con mezzi assai più conducenti.

Il baccano che avete fatto fino a questo momento, è più che non si richiegga per stabilire la idea di una dimostrazione popolare bella e buona. Ora la volontà del popolo bisogna che sia rispettata, e la sarà.

Or che si ritiri ognuno tranquillamente in sua casa, assumendo noi impegno che questo signore fra 24 ore dovrà svignarsela.»

Il prudente consiglio, combattuto in sulle prime, venne finalmente accettato a gran maggioranza; ed i coniugi si estimaron fortunati, di averla scampala a così buon prezzo.

«Nina» chiamò Domenico, che tenendo l’orecchio al buco della chiave, voleva tenerla a giorno della buona piega che prendevano le cose; ma la Nina era scomparsa.

Rifatta la scala, la trovò genuflessa d’innanzi ai suoi santi protettori, a cui aveva acceso diversi ceri.

«Cara mia» disse l’Ispettore Commissario «ti par egli questo «proprio il tempo di pregare? k La preghiera, amico mio, è la miglior compagna della vita; e «poi sta scritto in tribulationibus...»

«Nina, combiniamo il da farsi pel momento; di recitar responsorii ce ne avrem tempo, e d’avvanzo in avvenire...»

«Parla dunque...»

«Ecco qua, mia cara; la rivoluzione trascende in moti di piazza; l'autorità pubblica vien vilipesa; che far dunque?!...»

«Che vuoi che io li dica?... non avendo noi un bisogno positivo della paga, io credo che la meglio sarebbe di svignarsela...»

«SI... ma dove?...»

«Qui sta lo imbroglio...»

«Senti, mia cara, tu ti ricordi bene del 1848 — Le rivoluzioni si fanno facilmente; ma più facilmente ancora restano abbattute et col trionfo del principio di autorità...»

«Lo credo, e cosi spero io pure — Dopo questo acquazzone di assurdi e di vituperii comparirà l’arco baleno della legittimità e dell’ordine; ma per ora?...»

«Per ora, mia cara, mi sarebbe venuta una idea; quella cioè di chiedere asilo al nostro vecchio amico il Canonico Gaspardini.»

«Ma sai tu se viva, e se stia ancora in quella residenza?...»

«Non sono che due mesi da che mi scrisse impegnandomi per un certo suo nipote, che durante l’ultima fiera ne aveva fatto qui delle grosse, ed io potei rendergli il gran servizio di scansarlo da un tristo passo, e farlo ritornare in casa.»

«Ebbene, Domenico, senza perdita di tempo vendiamo il superfluo, e facciamo i bauli; però tu tirerai per la strada che conduce al tuo amico, ed io per Napoli — La rivoluzione non si pasce di donne, e massime di donne che cominciano a divenir rispettabili per età; essa invece in questo primo stadio di commovimento potrebbe fare a le un cattivo gioco—Non appena accomodate le colf se in un modo qualunque le ne terrò avvisalo perché tu mi ragli giunga.»

E cosi fecero, però nel presentarsi Domenico alla prebenda del suo vecchio amico, riseppe dalla di lui governante, una Perpetua di edizione correità ed aumentata, che il Reverendissimo da soli pochi giorni era morto d’indigestione. Impertanto volle per lui fortuna che trovato il nipote, questi a disobbligo dei ricevuti benefizii se ’l tenne in una sua casa rurale per alquanti mesi.

Sedati in Napoli i primi impeti rivoluzionarii, Domenico nel far ritorno alla sua Penelope, trovò di essere stato ammesso a liquidare tre quarte parti della sua pensione.

«Non è poi tanto brutto il diavolo quanto si dipinge» sclamò egli alla lieta novella — «Innegabilmente questa è una rivoluzione fatta col Galateo di Monsignor della Casa fra le mani!»

Appigionatasi oggi una graziosa e decente casetta, quella cara coppia vi vive nel modo più tranquillo ed edificante che mai sotto l’egida delle nostre leggi costituzionali, replicando il celebre motto di Virgilio Deus nobis haec oxtia fecit, e dividendo le ore del mattino tra la Chiesa ed il passeggio, e quelle pomeridiane fra la lettura di quei giornali umoristici che rispondono al nome di Conciliatore e Tromba Cattolica, dopo di che mentre la Nina va a farsi la Visito e la Meditazione, Domenico che non ha potuto smettere né domare il suo amore per l'arte rappresentativa, corre or da Majeroni, ora da Alberti, ed ora dal Bozzo a passare le prime ore della sera; anzi ci è caro il poter chiudere questo quadro garentendo ai nostri lettori, che uscendo egli dal Teatro del Fondo nella prima sera che vi si era dato il Faust di Goethe, avemmo personalmente la soddisfazione di udirlo dire «Non vi è dubbio che le grandi rivoluzioni creano pure dei grandi artisti!»


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TRENTESIMOPRIMO QUADRO

SOMMARIO — Armata Borbonica — Amministrazione — Personale—Disciplina — Istruzione — Analisi della sua istituzione e degli elementi di cui si componeva.

Col miglior desiderio del mondo, quando noi pensavamo ad avvantaggiarci delle civili libertà, che pure tanti sacrifizii ne costarono e ne costano, gridammo, ma fatalmente senza prò «date bando o signori del Governo alla politica dello esclusivismo; di tante cose, e di tante amministrazioni che mandale in isfascio, procurate di studiarne prima e la natura e la indole, e di quel meglio che vi sarà concesso trovare in ogni singola parte, fatene prò del nuovo tutto che si costituisce, auspice la volontà della nazione.»

Ed invero, durante il periodo del più cieco, e feroce assolutismo, fosse rara virtù, fosse effetto di mera accidentalità, il Napoletano si avea molte buone istituzioni, di cui oggi si deplora la mancanza, men nello interesse della Provincia, che della Nazione, e fra le quali non esitiam pure a dire che fossero essenzialissime la Finanza e lo Esercito.

In un suo pregevole lavoro di recente pubblicazione, quel valentuomo che si è Francesco Paolo Ruggiero, avendo dichiarato con franche parole di professare una identica opinione, noi prendiamo animo ad emetterla pur francamente per nostro proprio conto, qualunque possa essere il giudizio del pubblico in proposito;e ciò senza sposare alcuna solidarietà coi principii politici di esso Ruggiero, da cui dissentiamo onninamente.

E poiché di Finanza non intendiamo occuparcene né punto né poco (), così prenderemo in mira il trattare esclusivamente dello esercito.

Or bene sentimmo clamori e basse ingiurie scaraventarsi senza posa contro di esso; vedemmo confondersi in un solo giudizio la pravità di pochi e l'onestà di molti; pretendere che le idee di libertà, d’indipendenza, e di nazionalità fossero nate spontanee sopra un terreno ove per assidua cultura abbarbicava rigoglioso il dispotismo e l'arbitrio; ed infine si fecero assidere in una scranna per attendervi il verdetto della pubblica opinione, e gli uomini e le istituzioni, rendendo gli uni solidali delle altre, e viceversa.

Vennero i di della prova, quando cioè fu giuocoforza il definire che cosa debba intendersi per soldato, e quali gli obblighi, sempre onorevoli, ma alcuna volta terribili di questa rispettabilissima fra le classi sociali, ed allora?!!!

Allora fu mestiere rimontare a principii più astratti e lontani ancora, per non rompere di fronte a certi scogli, od arrenare sopra banchi che carità di patria consigliava di sfuggire.

L’esercito Napoletano, tenuta ragione della sua istituzione, era forse il migliore esercito che potesse tenere un despota qualunque in Europa.

In fatti di amministrazione, noi che abbiamo avuto l’agio di attendere studiosamente a quella dello esercito Napoletano, e raffrontarla coll’attuale, siam sicuri di non esser tratti in errore col dichiararla di gran lunga preferibile e migliore.

Ed in vero il soldato Napoletano assai meglio pagato e vestito del soldato Italiano, che non è neppure gran fatto meglio nudrito, costava assai meno alla Finanza; ed il servizio di Contabilità e di Statistica, che per lunga pezza si volle, e che oggi pur si dice eccessivamente complicato, perché mal compreso, era nei fatti eccessivamente migliore, e causa efficientissima delle economie.

A cui potrà riuscire amara una tal verità, offriamo il vantaggio della riprova in contrario, promettendo, laddove occorraci slargare il campo delle investigazioni, di tener pur conto del servigio degli Ospedali, di quello di Rimonta, dell’Arsenale, e della fabbricazione delle armi, i quali tutti eran pure più che soddisfacentemente guidati innanzi nello antico Reame, e quel che più monta, con rilevanti e positivi risparmii.

E che non siam soli in codesta sentenza, a prescindere dalla prova di fatto ch’emergerebbe specchiatissima da un solo sguardo comparativo gittato sui bilanci, il proviamo col riportare alla lettera quanto dice in proposito il su mentovato Francesco Paolo Ruggiero, che abbiam ragion di credere competentissimo a giudicar sulla materia.

«Come il Regio Tesoro è trattato da coloro che provveggono di  viveri e di vestito l’esercito, e come si fanno i contratti, ed il metodo della militare amministrazione, son cose che muovono a sdegno tutti gli uomini pratici. Noi vorremmo a vergogna di coloro che delle cose napolitane han parlato con sì poco rispetto, pubblicare un paragone tra la nostra antica amministrazione dell’esercito e quella di oggidì, e vedrebbesi qual sia l'effetto di una bene ordinata amministrazione.»

E per passare dalle cose agl’individui noteremo che il soldato Napoletano per sveltezza, vivacità, e fin pieghevolezza alle fatiche delle armi non può dirsi secondo a qualsiasi altro della Penisola; e di ciò senza andare a cercarne la prova nelle storie del medio evo; senza l’ausilio pure dell'Ettore Fieramosca e dei 13 della sfida di Barletta, in cui ebbe pur Napoli onoratissima rappresentanza fra i guerrieri delle altre contrade Italiane, senza tener ragion pure di quelli ch'essi si mostrarono durante le campagne del primo impero, dedurremo il solo fatto del decimo Reggimento di Linea allorché a Curtatona ed a Montanara, da soli men che mille Napoletani vennero eroicamente mantenute le posizioni di fronte a cinque volte tanti di Austriaci, per oltre dicci ore.

Balordaggine imperdonabile, come abbiamo avuto occasione di osservare altra volta, si era certamente quella di permettere che la metà dell’armata fosse coniugata, il che in ogni evenienza si faceva ragione di ben tristi conseguenze, ed in ogni movimento di truppa spettacolo ad un tempo miserando e ridicolo — Melensaggine ed assurdo senza pari quello di permettere, che il prete ed il Gesuita con un’ascendente il quale trasmodava, studiassero di evirarla e di ridurla ad un congegno puramente automatico, mercé inconsulte conculcazioni e spauracchi — Infamia poi e colpa imperdonabile di chi governando, o sedendo ai consigli della Corona, senza pure un bisogno che avesse potuto colorire, se non giustificare l’abusiva estorsione, alzava il calo di quella che oggi è ben definita imposta di sangue, col ridurre almeno il terzo di ogni coscrizione a quistione assolutamente finanziaria, dappoiché era calcolo infallibile, e sul quale facevasi assegnamento, che di ogni 18 mila coscritti, quanti cioè solevano costituir l'annuale contingente di ogni coscrizione, il terzo per lo meno facevasi sostituir da cambii Militari, pagati al Governo in ragione di Lire 1020 per ognuno, e che il Governo non curava giammai di eseguire, tanto che nel 1854, non si era pur compiuto di completar la quota delle sostituzioni del 1843, mentre per 10 anni, ed in 10 Leve lo erario trovavasi di aver introitato L. 61,000,000, alla ragione di L. 6,120,000 per anno; operazion questa che riusciva dannosa allo esercito, anche perché la tenuità della somma permettendo alle famiglie meno agiate lo sborsarla; ne risultava che le file dell'armata venivano annualmente rifornite dall’ultimo ceto sociale.

Per lo invece vi abbondavano i volontarii, dappoiché l’avvilimento in cui eran tenute l’agricoltura, le industrie, ed il commercio, privando lo stato delle risorse emergenti da cosiffatte ubertose sorgenti di pubblica ricchezza, costringeva la gioventù, cui mancava modo di ritrarre un utile qualunque da fatti studii, a riparar nello esercito, onde trovarvi una occupazione colla speranza lontanissima di avervi grado di Uffiziale, sol quando si fosse potuto giungere a vivere gli anni di Matusalemme.

La disciplina dello esercito Italiano ritroviam poi di gran lunga commendevole e superiore a quella del Napoletano, essendo sul proposito in pieno accordo con quanto scriveva in una sua appendice al giornale La Patria di Napoli lo egregio sig. R. De Zerbi, cui se puossi far colpa di un troppo severo giudizio in alcuna parte, non può disconoscersi che si fosse apposto al vero nella estimazione generale dei fatti, e delle cause da cui traevano essi la loro origine.

Son sue parole le seguenti cui ci soscriviamo senza riserva. «Certo quanto di valore apparve in quella difesa (Gaeta) fu tutto dovuto ai soldati, nulla alla educazione, che la militare era cattiva, pessima la civile.» Ed altrove sullo stesso argomento.

«L’esercito Borbonico mostrò di avere egregi individualità, ma a non già di essere un esercito.»

Il qual concetto non solo reputiamo giusto e saggissimo, ma ci sforzeremo pure fra breve a sviluppar maggiormente.

In ultimo, mentre facciam voti a che dal Governo sia tenuto presente quanto fu recentemente scritto dagli egregi Colonnello Corte sul Roma, ed in apposito opuscolo dal Capitano Fambri, in ordine ad alcune riforme disciplinari potentemente richieste a perfezionamento dello esercito Italiano, notiamo che leggi che regolano questo ultimo, mentre sono assai più riservate rispettivamente alle Napoletane nella comminazione dello estremo supplizio, e che disconoscono assolutamente il bastone, forza precipuamente moderatrice degli eserciti dello Czar, del Sultano, e dello Imperatore d’Austria, non son del resto meno austere per altri lati, contenendosi però in quei principii di umanità, e di dignità, che debbono essere a ragione rispettati da ogni civile nazione.

Affine di rialzar lo spirito dell’armata Napoletana da cotanto avvilimento e prostrazione, sul punto di portarla a combattere il Tedesco, quel valentuomo che si fu il General Guglielmo Pepe, stimò conveniente anzi tutto elevare una linea di distacco assolutamente morale fra le due armate nemiche, con lo emancipar la propria dalla pena delle legnate in forza del primo ordine del giorno da lui emanato da Ancona sul cominciar del Maggio 1848, in cui era detto.

«Non debb’essere più parola delle umilianti verghe, che mal si addicono ai soldati di una libera nazione!» A completare la materia diremo in fine, che quantunque si desso opera continua a bene istruire i soldati delle rispettive armi, il risultato se non negativo, certo era sempre al di sotto di quanto avrebbe potuto sperarsi, e ciò sia per rispetto a vecchi principii invalsi, e che si vollero tener rispettali, sia per difetto di metodo, che non era certo il migliore quello che vi si volle adottalo — Che se pure i Collegi Militari, o studii privatamente fatti poteron far sì che in quello esercitovi abbondasse sovente e lo ingegno, ed il sapere, ciò confìrmerebbe una volta più ancora la sentenza dello Zerbi, che lo esercito Napoletano cioè presentava delle rispettabili individualità, ma non poteva rappresentar giammai uno esercito!

Se le vicende del 1799 permisero al Cardinal Fabbrizio Ruffo di regalar Napoli di un esercito di gente perduta, e di Uffiziali di tristissima risma, le campagne del primo impero, a buon numero delle quali vi ebbe ad essere associato un contingente Napoletano, e quindi la occupazione Francese vi portavano invece degli egregi Generali, un ragguardevole nucleo di ottimi Uffiziali, e dei soldati che impararono ad esser buoni in una scuola che pregiava altamente la civile e la militare educazione in eque parti contemperate insieme.

Col ritorno però di Re Ferdinando 1° da Sicilia le cose cambiarono assolutamente di aspetto, e poiché quei due elementi che si escludevano a vicenda eran insuscettibili di fusione, così ne venn’escluso il migliore, cui si diede lo appellativo di Murattino, ritenendosi quello ch'era di un’indole pronunziatamente reazionario.

E poiché tornava pur necessario il costituir da capo un’armata, in base dei quadri su mentovati, fu messa in campo ed esercitata per alcun tempo la vendita dei gradi dello esercito in organizzazione, misura economica di felici risultati, che ci regalava nel 1848 e nel 1860 i più accaniti propugnatori della reazione.

A che se si aggiunga il trattato con la Svizzera onde reclutarvi soldati, i celebri scrutinii attuati dal Fardella, e la provvidenziale istituzione della Magistratura armata (Gendarmeria) di Del Carretto, si avrà agio di esaminare con precisione qual fosse la materia prima di un esercito, per cui fu mestieri che lo istesso Cardinal Ruffo, giudice certo assai poco competente, avesse scritto una specie di ordinanza Militare, sotto il titolo manovre della milizia, ed altra opera che disse Armamenti della Cavalleria.

Era quello certamente il caso di dir con Orazio risum teneatis, amici?! quando salilo sul trono Re Ferdinando 2° uomo innegabilmente più serio e più perspicace del suo avo, diede opera solertissima a riformar lo esercito, che, come le stalle del Re Augia, aveva bisogno di un nuovo Ercole che Io avesse ripulito.

Ed in onor del vero Re Ferdinando 2° potè andar glorioso di averlo raggiunto un cosiffatto compito se non interamente, nella maggior parte almeno, sia col distruggere per riedificar da capo, sia col frenare notevoli abusi e ridicole usanze mercé novelle ordinanze, che volle redatte nella massima parte sul sistema francese, sia infine col disfarsi di quanto vi era di più tristo nella Ufficialità, richiamando in lor vece sul ruolo attivo gli Uffiziali Murattisti che si trovavano al ritiro.

Fu per guisa siffatta quindi che lo esercito Napoletano assai ben messo in armi, in cavalli, ed in arnesi, nella cifra totale di circa 90 mila uomini entrava in campo per diverse fazioni militari nel 1848, onde acquistarsi dritto al titolo di glorioso, di cui era pur largo a sé stesso da più tempo — Vedremo tantosto in qual modo vi fosse riuscito.


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TRENTESIMOSECONDO QUADRO

SOMMARIO — L'esordio della conchiusione — Natura delle fazioni militari nel 1848 — Spedizione di un Corpo di armata per la Lombardia — il Colonnello Carlo Lahalle — L’arringa dei Generali Scala e Statella — L'ordine del ritorno dei Napoletani — La dimostrazione dei Bolognesi nella sera del 14 maggio 1848.

Ci accingiamo a mettere in piena luce di sole di ben molte cose, le quali sebbene note all’universale, non trovarono, almeno per quanto è a nostra conoscenza, chi ne avesse tenuto conto, almeno pel loro dritto verso in un’opera qualunque —E però oggi che innanzi alla parola Italia scompariscono le cupole ed i campanili di Napoli, di Torino di Firenze, e di Milano, giustizia vuole che per quante dolorose esse sieno, non vadano emancipate dal dominio della Storia.

Prima di arrendersi a concedere la Costituzione Re Ferdinando 2° si era occupato a tutt'uomo a combattere nei suoi popoli il desiderio di ottenerla; e quindi mentre un Corpo di armata guardava la Sicilia, diverse colonne mobili composte ognuna di fanteria, cavalleria, ed artiglieria, percorrevano le provincie del Regno onde tenerle ubbidienti al Sovrano: e quando gli fu forza di concederla pure, egli più delle altre pretese tutte che si mettevano in campo dalla rivoluzione, onde attenuare la Regia Autorità, e fra cui non ultima era quella della cessione delle Castella e Piazze forti in mano alla Guardia Nazionale, ebbe a tremare ed inorridire al pensiero che gli si forzerebbe la mano a spedire un forte contingente di truppa nel Lombardo-Veneto; fatto ch'egli deplorava cosi per le complicazioni diplomatiche che poteva produrre, come per la probabilità di perderlo del tutto, o ricuperarlo battezzato ad altri principii una volta che fosse giunto al suo destino.

Delle diverse colonne ch’ebbero a muovere dalle rispettive Guarnigioni giorni prima, o giorni dopo concessa la costituzione, alcune avevano la bandiera dei tre colori, e altre no; la loro missione si era quella o di mantenere, o di restituir l’ordine ed il rispetto alle leggi, coadiuvando in cosi difficile compilo l’Autorità Civile: generalmente parlando però l’epoca di un non lontano disinganno doveva fare sui militari una poco sensibile impressione, dappoiché saremmo in grado di giurare che pochissimi fra essi vi ebbero fede, tanto che nel prestare il nuovo giuramento al Re ed alla Costituzione ben molti ne risero di tutto cuore, prevedendo pur bene che la consegna di garantire o ristabilir l’ordine sarebbe stata a non lungo andare commutata nell’altra di una repressione generale.

Di esse noi non ce ne occuperemo che sommariamente, stimando più opportuna cosa trattar delle vicende del Corpo di esercito destinato a raggiungere il nerbo delle truppe italiane che si disponevano a combattere nel Lombardo Veneto.

Meno chiaroveggente della Uffizialità Borbonica il Ministro Carlo Troya, nello aver ottenuto il reale assentimento a che un Corpo di 13 mila uomini, e che fu forza poi limitare a soli 12 mila, fosse alla pur fine mosso per la Lombardia, non dubitò punto che il Re non chiedeva meglio che guadagnar del tempo, essendosi da lui prestabilii o che le truppe non avessero ad oltrepassar la frontiera.

Ed invero dopo aver sostenuto speciosamente preferibile la via di terra a quella di mare per i fanti, che toccata non appena Livorno sarebbero stati nel grado di raggiungere il campo di battaglia, consenti allo imbarco del solo decimo di Linea, adducendo a pretesto la mancanza di trasporti per usar dello istesso mezzo per gli altri Corpi — E quando la forza degli avvenimenti che incalzavano volle pure che lo intero contingente oltrepassata la frontiera, si trovasse in marcia per scaloni sugli Stati del Pontefice, egli deposta la maschera di cui si era larvato per baloccar la rivoluzione, prima col mezzo di segrete pratiche, e svelatamente dopo il 15 maggio ne ordinava il ritorno nei Reali dominii.

Ed a che le regie ingiunzioni acquistassero ancora una maggiore efficacia, non esitò di trascendere fino alla bassezza di minacciare i mariti ed i padri, Uffiziali, sotto-Uffiziali, o soldati che si fossero, di vedere espulse le mogli ed i figliuoli dagli alloggi che godevano nelle caserme e padiglioni militari; cessata alle famiglie la corrisponsione di quella parte di paga che rispettivamente loro si era delegata; ed infine per chiunque si fosse denegato di obbedire agli ordini di ritorno di minacciare la destituzione non solo, ma la comminazione pure di più severi castighi.

Tra tanti dubbii, tanta incertezza, e cosiffatto scompiglio quel Corpo di truppa giunto fino allora ben visto, ed acclamalo tra una continua ed interminabile pioggia di fiori, da tutte le popolazioni del Romagnolo, che lo aveano accolto con febbrile entusiasmo, perduto il senso morale e rotto il freno di ogni disciplina cominciò a tumultuare ed a fare istanze pel ritorno, idea questa che si aveva pure a partigiani non pochi Generali ed Uffiziali superiori — E per così fatto modo avveniva che mentre la coda della colonna inoltrava, la lesta incominciò a fare il suo movimento di ritirata, diffondendo in quella la trista volontà di seguirne lo esempio, e dando ovunque passasse miserando spettacolo di sé stesso, di fronte a popolazioni che vedeano un sì bel nucleo di armati disertar la bandiera della indipendenza, in nome della fedeltà che avea giuralo ad un Sovrano che di ogni giuramento si rideva, e in onta all’onor militare che vilipendevano nell’alto stesso d’invocarlo!...

In un banchetto offerto il 13 maggio in Bologna da alcuni egregi patriotti a diversi Uffiziali Napoletani e Sardi, questi ultimi colà recatisi per parte di Re Carlo Alberto affin di prendere gli opportuni concerti, e regolare i movimenti delle diverse colonne di truppa Napoletana che giorno per giorno vi affluivano, Carlo Lahalle Comandante il 1.° Reggimento Re Artiglieria, uomo che a non ordinaria intelligenza univa generosità di sentimenti, e maschi propositi, entusiasmatosi delle lodi che venivano prodigale al 10. Reggimento di Linea Napoletano, metteva pegno che quelle fazioni militari sarebbero state ben presto menate a compimento con la peggio dei Tedeschi, dappoiché contava egli assai sul buon volere e sulla disciplina per le truppe che erano per sopraggiungere, e massimamente sulla Cavalleria e sull’Artiglieria Napoletana, che a suo giudizio per tenuta ed istruzione potevano reggere al confronto di quelle dei meglio agguerriti stati di Europa.

E poiché lo intero convegno senza esitazione dichiarò concordare in codesta sentenza, fu messo fine al convivio con una salva di brindisi votata al Lahalle, all’Artiglieria, ed alla Cavalleria Napoletana.

Sul far del giorno del dì seguente la Brigata Comandata da Lahalle, più che ogni altra festeggiata dai Bolognesi, che avevano prevenuto l’alba per vederla defilar per recarsi in Ferrara, da dove sarebbe incontanente partita per oltrepassare il Po, muoveva di fatto in bella ordinanza tra un immenso turbinare di evviva e di fiori. — Però così dal viso di chi la comandava, che da quelli di chi la componevano era facile lo scorger come allo entusiasmo, al buon volere, ed al coraggio fosse subentrala la incertezza, ed il dubbio.

Ed ecco, o lettori, il come ciò avveniva. — Sul far della sera del giorno precedente e durante la notte i Generali Scala e Statella avevano avuto e tempo e modo ed arte di demoralizzarla, seminando in essa la discordia, la sfiducia, ed un terribile pensiero per l'indomani. — Re Ferdinando 2.° che ben si sapeva chi fosse Guglielmo Pepe, e chi Girolamo Ulloa, capo dello Stato Maggiore di quel Generale, aveva avuta l'abilità di far giungere i suoi messaggi a quei Generali, cui s'incaricava ad ogni costo d’impedire nel suo Real nome non solo, ma con la comminatoria delle pene da noi poc’anzi mentovale, a che si fosse oltrepassato il Po, volendo invece la M. S. che tantosto si fossero quei corpi restituiti nei rispettivi acquartieramenti.

E Scala e Statella non misero tempo in mezzo ad ottemperare a quel programma Reale, che alla fine calzava a meraviglia con la nissuna voglia ch'eglino, Generali di opportunità, pervenuti a tal grado senza mai sentir puzzo di polvere né veder faccia di nemico, ma invece per solo merito di longevità, fortuna di eventi, e manovre da cortigiani, pur avevano di combattere in prò di un principio che avrebbe abbattuto il prestigio delle nullità, e quindi pregiudizievole ai proprii interessi: e molto meno per una Italia che non poteva farsi grande se non che dopo di aver battuto il Tedesco, cimento al quale essi non intendevano punto di sottostare. — Convocati quindi riservatamente a convegno quanti ve n’erano allora in Bologna di Capi dei Corpi, ed Uffiziali della vecchia pasta, che sapevansi per lunghi servizii attaccati meno al Re che ai proprii interessi, alla tenerezza delle ben conservate metà, e di lunghe nidiate de’ figli, e forse più ancora alla conservazione del proprio individuo, mostrarono ad essi il sovrano dispaccio, recato da Napoli, cucilo tra le suola della scarpa da un sergente, che per tanta ardua e gloriosa impresa veniva promosso ad uffiziale, e li arringarono presso a poco nei termini che seguono:

«Signori!

«Ormai gli ordini positivi ed espliciti del Re Nostro Augusto Padrone vi son troppo ben noti, né quindi vi sarebbe possibile non aderirvi adducendo l'ignorarli—Eguali ordini abbiamo data opera che pervengano tosto a quei Comandanti ed Uffiziali superiori dei corpi che già marciano verso il Po, nonché a quegli altri che si trovano in marcia onde qui concentrarsi. — Estimiamo per lo meno inutil cosa il dirvi come S. M. non ha giammai potuto seriamente voler rompere la guerra a Casa d'Austria sua nobile congiunta ed alleata potentissima. —A seconda delle Reali previsioni le truppe non avrebbero dovuto oltrepassar la frontiera dello Stato dalla parte del Tronto, ma restar invece accantonate parte in Pescara, e parte lungo la frontiera medesima.

«Per ischivar mali maggiori al nostro bello ed infelice paese la prudenza del Re (D. G.) simulò di cedere alla pressione dei rivoluzionarii, onde aver tempo ed opportunità di ridurli a dovere:

«No... solo l'inganno ed il tradimento han potuto, nostro malgrado fin qui condurvi sotto il comando di un Generale da teatro, Generale creato in un minuto dalla rivoluzione, e che certo alcun di voi non conosce, né si ebbe giammai la opportunità di provarne i militari talenti sia nei nostri simulacri di guerra, sia nei e gran campi di manovre. (!)

«Ma sia pure che, ubriacato dalle larghe promesse, dalla mostra delle bandiere, dal plauso, dai fiori e dal vociar delle plebi, venisse ad alcuno talento di sobbarcarsi alla difficile impresa, può mai credersi assennatamente che ciò menar possa ad alcun utile intendimento?!.... certo che nò: il Tedesco è forte, assai forte, troppo forte perché ricever possa onta di sconfitta dalle u armi confederate di un Re che impazzisce rischiando i suoi gelidi e miserabili Stati, che sono appena la metà dei nostri, prosperi e fiorenti; e dall’accozzaglia di poche centinaia di cialtroni, divenuti soldati per amor di rapina, e da cui voi aveste già troppi esempii per argomentare quel che faranno di fronte ad un’armata bene agguerrita e disciplinata, condotta in campo dal primo Generale dell’epoca, quale si è certamente l'illustre Maresciallo Radetzky, il Napoleone dei nostri giorni. (!)

«Signori.

«Ormai non è più dubbia la condotta che in questa evenienza serbar debbe un militare di onore, ed un buono e leal suddito del e più glorioso fra i Principi, del migliore fra i Re, qual è S. M. il nostro Augusto Sovrano (D. G.)—Non trascorrerà qualche giorno, e forse oggi stesso, e la rivoluzione sarà pienamente sconfitta ed estinta in Napoli, che vedrà rifiorire l’ordine e ristabilita l’autorità del Governo, unica salvaguardia contro gli attacchi della demagogia, e solo presidio della Religione e del Trono—I buoni, ne siamo certi, c’ intenderanno e faranno ogni possibile per non impegnarsi in imprese disastrose ed impossibili; i pazzi, emettiam pegno che saranno ben pochi, giuocheranno una partila disperata e senza risorsa con il lor peggio e col vantaggio dei primi. — Illuderci di vantaggio sarebbe inutile: ormai l'esercito è una famiglia che compendia in sé presso a poco tante altre famiglie quanti sono quelli che lo compongono: ebbene quelli che vorranno combattere per una libertà impossibile e per una Italia non meno impossibile della libertà, sappian pure che incaricarsi delle cose altrui mentre perigliano le proprie è la stoltissima tra le core sé, una vera impresa da D. Chisciotte; essi, e vi autorizziamo di dirlo, sono già da questo momento dichiarali nemici del trono e del Re, le loro famiglie verranno private dal l.° del prossimo Giugno in poi, di qualunque assegno che si troverà delegato a loro prò, e dello alloggio nei quartieri e padiglioni militari, ed essi dichiarali ribelli e disertori. —A questi la perdila del grado, salvo pene maggiori; ed a chiunque poi coopererà pel ritorno dell’armata nei confini del regno, siamo autorizzati a promettere, e promettiamo solennemente in nome del Re, che sarà tenuto di buon conto di questo atto sublime di fedeltà e di attaccamento al proprio Sovrano ed al paese. — Ora siete liberi di ritirarvi e di pensare ognuno ai fatti propri.»

Non è a dirsi le triste impressioni che produssero tale novelle sull’armata. — I giovani volentierosi a protestar generosamente di voler andare innanzi; i vecchi arnesi da Caserma, di che era tempestata quell’armata, a farsi usbergo della fedeltà dovuta al loro sovrano per dichiarare il contrario, e fare istanza affin di ritornare, più che alle rispettive Guarnigioni, tra le braccia dei figli e nel seno delle loro erose mela, poco compromesse Penelopi di quei non arrischiati né formidabili Ulisse—E qui tra il parlar di destituzioni e di fucilazioni, di famiglie private di alloggio e di sussidio, di diserzione e di scomunica, dei pericoli del combattere per una causa non propria, e della nessuna probabilità di vincere con benefizio altrui; talché la morale e la disciplina di quel corpo di armata, di sua natura ben poco solida, ebbe a convertirsi tantosto in aperta e turbolenta sedizione, e nella più riottosa indisciplinatezza.

Impertanto che tali cose avvenivano Carlo Lahalle, uomo che sapeva star sulla sua, ad onta che presentisse i perigli risultanti dalle profonde radici che codesto mal seme, germinando da un momento all’altro, minacciava propagar nello esercito, col suo far nobile e dignitoso, sollecitato dal Generale in capo l’ordine del suo movimento all’indomani, fatto suonare a raccolta, e postosi alla testa della colonna seppe imporre cosiffattamente ai suoi, che senza pur muovere osservazione alcuna, s’incaminarono, come abbiam veduto, alla volta di Ferrara.

In quel giorno istesso il benemerito General Pepe, ad onta della grave età e della mal ferma salute, mostrò ringiovanire e ritornar robusto onde scongiurare quel momento di fatalissima crise—Egli impose dignitosamente gli arresti in casa ai Generali Scala e Statella come sovvertitori della morale dello esercito, e ciò finché col sopraggiungere della sera avessero potuto correr le poste per Livorno, e prendere da colà imbarco alfin di restituirsi ai piedi del loro legittimo Sovrano: e fatto quindi appello agli altri Comandanti dei corpi, li arringò con nobili e leali parole dichiarando ad essi essere in quel punto supremo che mostrar si dovevano degni di esser nati sopra terra italiana, e di sostenere il decoro di Napoli di fronte alle altre città consorelle.

Fiato ed opera perduta! generose parole incomprese dai molti che si erano fatti della passività un’abitudine, e della schiavitù un sistema, e che non si vollero comprendere da molti altri che trovarono essere comoda, se non laudabile cosa, il conciliare la fedeltà al sovrano con la conservazione del proprio individuo!

Nè men dei pochi buoni (che davvero furono pochissimi) ebbe a commuoversi, al dilatarsi della trista novella, la generosa e patriottica città di Bologna, che non contenta d’inviare deputazioni di valentuomini di tutt’i ceti al Generale, preparava una splendidissima dimostrazione, per risollevare lo spirito delle Napoletane milizie, che in alcuni mostravasi intrepidito e sconfortato, in altri tentennante, nei più finalmente ormai decisivamente avverso a proseguir la strada che menava sul Po—Ed essa si che fu spontanea, cordiale, brillantissima, dappoiché ebbervi a prender parte tutti gli ordini della cittadinanza d’ambo i sessi, che si recarono processionalmente allo albergo in cui teneva stanza il Generale.

Ed era in sulle prime ore della sera del 14 Maggio quando in un batter d’occhio la città, come per incanto, veniva illuminata da migliaia e migliaia di ceri, che ardevano sulle finestre e balconi tutti pavesati di ricchi arazzi e di bandiere nazionali; e ceri e torce portavano i cittadini tutti per le strade, mentre grossa copia di fiori, come se da lungo tempo si fosse pensato a farne provvista, pioveva da per tutto e su tutti tra l'entusiastiche grida di Viva l’Italia! Viva Pio IX! Viva la brava truppa Napolitana!! morte ai Tedeschi!!

E dopo che ardenti patriotti su pergami improvvisati ebbero arringato al pubblico ed al Generale, il Capitano Ulloa, da parte di questo, che si teneva scoperto innanzi a quella imponente e compatta massa di popolo, disse parole di fiducia e di conforto dichiarando «che il Generale aveva fermato in suo animo di morir cento volle anziché disertar la Santa Causa Italiana, e confidar pure interamente che sentimenti eguali nutrissero i Napoletani tutti, cui egli avea la fortuna (ed avrebbe dello più opportunamente la disgrazia) di comandare.»

Non finiva pure la breve ed incoraggiante allocuzione dello Ulloa, che da quella immensa calca di popolo il plauso eruppe in mille e mille diverse guise, ed in un concorde grido di Viva la brava truppa Napolitana!! Viva il General Pepe!! Viva Pio IX! Morte ai Tedeschi!! morte ai Gregoriani!!

Dopo di che la folla, anziché sciogliersi, aumentando sempre di ceri, di torce e di dimostranti, vagò per le ampie piazze e per i Porticati di quella grandiosa e bella città veramente Italiana, che non lasciò modo né mezzo intentalo, non gentilezza, non cortesia, non affettuosa rimostranza per eccitare a generosi proponimenti un corpo di armata, in mezzo a cui la voce di un Re tiranno avea proferito il motto d’ordine di viltà, e di tradimento!


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TRENTESIMOTERZO QUADRO

SOMMARIO — Il Caos aumenta finché vien deciso il ritorno — Disperato proponimento dai Bolognesi fortunatamente distolto — Dialogo, difinizioni, ed arringa del Colonnello Lahalle — Suo suicidio.

Col diradarsi delle tenebre di quella memorabile notte cessava pure il fittizio entusiasmo direm così iniettalo nei Napoletani, i quali colle prime fresche aure del mattino si levaron caldi di amore pel Re e per le loro caserme; freddi più che cadaveri per ogni patriottico sentimento — Di buoni, il repetiam pure, non ve n’era penuria, ma i loro deboli sforzi dovettero soccombere a fronte della soverchiante preponderanza dei tristi, che non mancaron pure di valersi del rigore delle leggi militari per avvilirli e sconfortarli.

Così trascorsero due giorni fra incertezze e trepidazioni, sollevando e risolvendo quistioni d’ordine e di principii, che finivano col dimostrar sempre più il Generale mancante e d’influenza e di autorità sulla truppa cui pur comandava, ed i capi immediati della quale non esitarono alla fin fine dichiarare apertamente esser eglino addivenuti nella ferma risoluzione di ritornarsene.

A tanto danno, o lettore, se arrogi la notizia degli avvenimenti del 15 maggio, pervenuti come per miracolo il 17 dello stesso mese a Bologna, quando cioè non vi eran pure né strade ferrate né telegrafi elettrici, ingigantita, inverniciata, e commentata ad usum Delphini, ti avrai chiara la idea della situazione per la quale era fatalità che i buoni ed onesti intendimenti dei pochi venissero pure essi travolti dalla corrente, e sacrificali alla più obbrobriosa vittoria della forza sul buon volere.

Ed allora la reazione che soffocava in Napoli la libertà tra il sangue, lo stupro, e le rapine, trovò un’eco formidabile in Bologna, ove si decidevano le sorti d’Italia — I partigiani dell’ordine e della fedeltà trionfavano in gran maggioranza; ai liberali, sballottati nei consorzii di ogni singolo Reggimento, non rimaneva altro che disertare in piccoli nuclei dalle aborrite bandiere; e disertarono.

Gli evviva di pochi giorni innanzi si convertirono allora in orribili esecrazioni ai vili, che ai privati affetti ed interessi posponevano le patrie libertà e le nazionali aspirazioni.

La sera del 17 maggio quella esasperata e tradita popolazione nello apprendere che invece di un movimento progrediente, se ne effettuerebbe uno di ritirata su tutta la linea, cangiando il dolore in rabbia, l’ammirazione in odio, . nella effervescenza di questo metteva in discussione i più truci propositi, fra cui trovava simpatia e buona accoglienza il più strano di essi, quello cioè di combattere i Napoletani, peggio ancora che se fossero stati Tedeschi, impedirne la ritirata, ed obbligarli a viva forza ad essere generosi e battaglieri — Ecco quindi i più ardenti patriotti correre alle armi, e non risparmiar l'insulto quando in alcuni Uffiziali o soldato Borbonico s’imbattevano; i più fieri sarcasmi, le più amare rampogne sono scagliate sul viso di essi, che sentendosi vilipesi dalla taccia di vili e di schiavi sulla pubblica piazza, corrono a riparare nei proprii alloggiamenti ed a formar nucleo di forze ostili — A circa le 7 della sera i tamburi battono a raccolta nella città, ed un momento dopo le trombe del parco di artiglieria, della Brigata dei Lancieri, e di quella dei Dragoni, accasermate tutte sotto lo immenso Porticato fuori Porta Saragozza toccarono la generale.

Fu italiana carità, fu senno cittadino, fu prudente consiglio di rispettabili individualità, le quali a rischio della propria persona accorsero sopra luogo, che distolse in quella sera ancora una scena di sangue e di fratricide atrocità, che avrebbe oggi deturpata la gloriosa storia del nostro risorgimento — Sensi più miti e più sano consiglio si fecero strada nella magnanima cittadinanza Bolognese, che calmata la conciliazione degli animi statuiva pagar di dispregio quei puntelli di tirannide e disertori di una causa comune, la quale indi a non molto perigliar doveva per la mancanza di quel forte nerbo di battaglia, su cui Re Carlo Alberto aveva fatto positivo assegnamento.

Uno dei patti di quella tregua segnata direm così sul tamburo, fu lo sgombero immediato della truppa da Bologna e dal suo territorio, non volendo quei cittadini dare ulteriormente ad essa vettovaglie, foraggi, e ricovero.

E all’indomani di fatti principiava ad aver luogo quella famosa ritirata sotto gli ordini dello Svizzero Generale Clein, assistito dal Capitano di Stato Maggiore sig. Achille Coco.

Allo Ulloa, con la promessa di farlo elevare al grado di Generale non appena oltrepassato il Po, era riuscito guadagnare a sé il solo Colonnello Conte di Cutrofiano, cui fece muovere per Ferrara, al comando di una Brigata composta dal 1. Dragoni e da un Battaglione di volontarii — A mezza strada però il Cutrofiano, avvedendosi di altra truppa che ritornava, mandò ad uno dei suoi ajutanti l’andarla a riconoscere; e risaputo essere la Colonna di Lahalle, che si era ammutinata per ritornare, ricorse ad una opportuna diversione per scansare il contagio del tristo esempio, ed impedire che i suoi facessero altrettanto — E poiché trovatasi al punto cosi detto Malalbergo della consolare che da Bologna guida a Ferrara, ed in cui incrociandosi con altra strada forma quadrivio, il Cutrofiano, dietro aver ordinato al Battaglione volontario di accelerare la marcia tenendo la sinistra che guidava ad Argento, condusse il suo Reggimento di Dragoni a Manerbio, piccola città a quattro miglia sulla dritta del quadrivio — Codesta manovra non giovò gran fatto alla causa Italiana, dappoiché ammutinatosi a sua volta il 1. Reggimento dei Dragoni, chiamato abbasso il Cutrofiano, volle essere ricondotto nel Regno dal Luogo-Tenente-Colonnello Cav. Pagano.

Allo strano e deplorevole spettacolo di cosiffatti ripetuti ammutinamenti, seguiti mai sempre dalla defezione dei contingenti di una truppa che, perduto il sentimento della propria dignità, trascendeva ormai senza ritegno da eccesso in eccesso, e da vergogna in vergogna, ebbe presto ad aggiungersi il danno di privati dissidii, di minacciate vendette, e d’intestine discordie — Le voci di demagogo, e di riscaldato furono senza riserbo lanciate fin da quel di sul viso dei ben volenti, che non ebbero il coraggio di disertare, e da quel punto, fino il caporal di rancio di ogni Compagnia o Squadrone, si credè autorizzato a far degli appunti, ed a prender delle note di una più o meno dimostrata incorrotta fedeltà, od attendibilità politica!

A seguir il filo degli avvenimenti è ora mestieri ritornare al Colonnello Lahalle, che aveva affrettata la partenza della Brigata che comandava, affinché le sue truppe non soffrissero il contagio dallo spirito d'insubordinazione, che minacciava svilupparsi, come avvenne, su di una larghissima base. Percorreva egli la sua ultima tappa da Ferrara verso il Pò quando nel concedere alle sue truppe un’ora di riposo, il raggiungeva una staffetta del Clein, che gli apprendeva i fatti tutti di Bologna, con ordine positivo di sostare dal progredire, e di coprire invece la ritirata del Corpo di esercito di cui sarebbe venuto a trovarsi alla retroguardia.

Una cotal novella ebbe a contristarlo immensamente, e quindi risoluto a non ottemperarvi dava ordine alla sua tromba di ordinanza di dare il segno per riprendere la marcia.

Non si eran però percorsi pur cento passi, che l'Ajutante maggiore raggiuntolo, ebbe a dirgli già risaputi da tutti gli avvenimenti di Bologna, le ingiunzioni e le minacce Reali, ed il movimento in ritirata del grosso dello esercito, pel che apertamente si manifestava la idea di voler obbedire al Re, e rientrare nei proprii Quartieri.

«Credete voi, sig. ajutante maggiore, che vi sia alcun caso, e nell’esercizio severo delle leggi militari, in cui il disobbedire fosse una virtù?...»

«No... Colonnello; almeno per quanto mi sappia...»

«Talché, a vostro credere, il militare è un cieco strumento delle l'altrui volontà; una macchina che segue lo impulso che le si comunica... un automa in somma?!!...»

«Almeno, sig. Colonnello, per il suddito di un Re qualunque, cui si sia giurato fedeltà ed obbedienza, son di credere che non vi sia da far meglio che obbedire, senz’analizzare e far cornee menti.»

«E di grazia ancora, secondo voi sempre, al di sopra del Re non vi esiste altra cosa che possa imporvi un dovere?...»

«Iddio, sig. Colonnello, ma ciò nei soli casi in cui si trattasse di religione e di coscienza...»

«E troppo poco Dio solo, sig. Capitano ajutante maggiore; io, e come soldato e come cittadino, sarei tentato di porre al di sopra di un Re qualunque, ed oltre a quella di Dio, un’altra idea pure astratta, ma che ogni uomo onesto assume a sé il concretare; voglio intendere l'onore... »

«Son con voi, Colonnello... »

«Non credo, mio caro...»

«Come... voi mi avete in conto di un...»

«Niente affatto... almeno pel momento; l'onore, amico mio, è una parola elastica... sommamente elastica... e la cui definizione non si è puranco giustamente precisata: per esempio; che preferireste voi pure, di fare avanti cioè, o di retrocedere?...»

«Colonnello... di retrocedere...»

«Perche... signore?...»

«Perché il Re lo vuole, ed è padrone di volerlo perché il primo e dovere di un soldato onorato è quello di obbedire ciecamente»

«Ciecamente avete detto?!...»

«Si, sig. Colonnello...»

«Dunque, secondo voi, onore equivale a cieca obbedienza?...»

«Esattamente...»

«E tutti gli Uffiziali condividono questa vostra idea?!!»

«Uffiziali, sotto-Uffiziali, e soldati tutti mi hanno incaricato di esprimervela...»

«Talché se io mi ostinassi a voler andare innanzi?...»

«Credo che non sareste obbedito...»

«Ed allora l’onore consiglierebbe la disobbedienza?!...»

«Si... la disobbedienza al Colonnello per non divenire traditori del Re...»

«Basta, sig. Ajutante maggiore, ne ho saputo sventuratamente anche di troppo—Tromba suonate prima l’alto, e quindi la chiamata degli Uffiziali—Oggi si raccoglie quel che si è seminato: preveggo che si avvicina per me il momento di un grande disinganno; è però necessario che io lo provochi.»

Gli Uffiziali intanto arrivavano e formaron cerchio intorno al Colonnello, che loro volse queste dignitose e nobili parole.

«Signori»

«Una sola tappa ci divide dai campi Lombardi: poche altre ore e noi potremo esser giunti su quella terra italiana pel cui riscatto dallo straniero è già a tempo che si combatte—Il magnanimo Re Carlo Alberto alla testa del suo esercito, e di altro migliaia di volentierosi accorrenti al generoso invito da tutt’i punti della Penisola, non attende che il nostro arrivo per impegnare la battaglia la quale dovrà decidere delle future sorti d’Italia — Ora io so che vi si è parlato di un ordine Reale il quale si dice giunto affin di richiamarci; né io vi tacerò che in questi sensi mi si è fatta pervenire ora una uffiziale comunicazione di un sedicente Generale Comandante la Divisione delle truppe Napoletane — Però vi dico pure di aver ricevuti questa mattina, istessa ordini dal Comando supremo dello esercito di affrettare invece la nostra marcia — A chi crederemo adunque, e che faremo? Io per me, e ve ’l dico francamente, son decisamente dello avviso di proceder oltre — Egli è certo che qui ci troviamo per effetto di un’ordine Sovrano; Sovrano che non poteva farsi a gioco del suo popolo; Sovrano che non poteva voler compromettere il decoro e la dignità propria, e quella del suo esercito; Sovrano infine che non poteva mentire innanzi alla Europa intera, ed ingannare un altro Sovrano, suo nobile congiunto ed alleato col decretargli un forte contingente di armati, che avrebbe poscia dovuto fargli difetto. Io son di credere che non si abbia il dritto a volerci compartecipi al più obbrobrioso tradimento; e son di credere pure, o signori, che il ritornare sulla strada che abbiamo finora percorsa, equivalga a provocare l’indignazione e gl’insulti di quei popoli stessi elle ci furono cortesi di benedizioni, di ospitalità, e che domani riconoscendo in noi i vilissimi allori di una turpe ed oscena commedia, avranno il dritto di chiuderci sul viso le e porte delle loro città e delle loro case; negarci le vettovaglie a ed i foraggi, e quel che più monta esecrarci e maledirci tacciandoci di vili e di rinnegali.»

«Signori Uffiziali

«Io ve ’l ripeto; solo poche altre leghe e noi sarem giunti sopra una terra in cui altri popoli fratelli ci attendono combattendo; sopra una terra in cui il nostro decimo Reggimento di linea in una prim’azione si acquistava eroica ed imperitura fama — Saremo noi da meno di esso, da meno di tutti gli altri Italiani?!»

«A voi il deciderlo.

«Chiunque quindi divide le mie convinzioni che denudi la sua spada; la serbino nel fodero quegli altri che intendono appigliarsi a men generoso divisamento.»

Doloroso a dirsi; difficilissimo a credersi!... le lame delle spade di quei signori Uffiziali, salvo rarissime eccezioni, che siam dolenti di non poter precisare, ebbero tutte o quasi tutte timore della brezza mattutina, vergogna di mostrarsi alla luce del sole che principiava a sorgere maestosamente sulla sommità dei cieli; esse rimasero celate nei rispettivi foderi, pudibonde guardiane della fedeltà giurata a un Re, che aveva contratta l'abitudine di spergiurar per sistema!

Lahalle visibilmente contrariaro volse loro uno sguardo di disprezzo, di compassione, e di disgusto, e quindi rimontando a cavallo diede il comando di retrocedere.

Durante la marcia della intera giornata non disse verbo.

Evidentemente il suo spirito sottostava al peso di dolorose impressioni; egli si sentiva umiliato nel dover essere compartecipe ad una vergognosissima defezione; ripassare a fronte china, ed in forma di chi fugge il nemico per quegli stessi paesi, in cui si eran dichiarati sol pochi giorni prima baldi sostenutovi di un dritto e di una bandiera che or disertavano vilmente; veder mutate le ovazioni in dispregio, le benedizioni in anatemi; i fiori nei più atroci insulti; veder infine intere popolazioni protestare per non riceverli; e che fin nel cedere alla necessità di fornire a quelle truppe e viveri e foraggi, il facevano a condizione che avessero esse bivaccato a due leghe almeno dallo abitato, riuscivano queste cose tutte di tal cordoglio, cui non era possibile il sottostare ad un animo generoso, e che di umana dignità non fosse assolutamente destituito.

Lo studio posto dal Lahalle per sfuggire allo sguardo di sprezzo degli abitanti di quei paesi per cui era necessità transitare, e l’essersi alienato dalle cure della Brigata, il cui comando lasciava che si esercitasse dal suo subalterno, avea fatto in guisa che il suo pensiero si fosse concentrato in una terribile idea, che avea finito con lo impossessarsi ed ormai comprender tutto quel cuore altiero ed eroico.

Ad affrettar lo scoppio di quella mina ed a trasportar nel campo della realtà quella terribile idea ecco in qual modo lavorava il suo cattivo genio — Nella sera del 20 al 21 maggio, defatigato da lunga e penosa marcia fatta sotto i raggi di ardentissimo sole egli cerca invano di ristorar le sue forze col cibo che lo nausea; bevuto quindi il caffè, e chiesto ad un pessimo albergo se vi era modo di procurarsi una gazzetta qualunque, gli venne presentato un numero arretrato del Corriere di Felsina, che per primo articolo della sua cronaca aveva il seguente.

«Questa mattina a sollevar lo spirito pubblico abbattuto per la defezione del contingente Napoletano, muoveva da Bologna per  Ferrara una Brigata composta dal 4. Battaglione dei Volontari e dal 1. Reggimento dei Dragoni, appartenente al detto corpo di spedizione, comandata dallo illustre Conte di Cutrofiano—La bella tenuta, il contegno marziale, e lo entusiasmo che si leggeva sul viso  di quei bravi, han loro conciliate le simpatie tutte di questi cittadini, che si son fatti solleciti di rendere onore al coraggio ed al sentimento libero ed indipendente di quel drappello di generosi, che ha preferito di combattere le patrie battaglie all’onta di ritornar sgherri del Borbone.

«Vivano, adunque, gli animosi volontarii del Napoletano — Viva il 1° Reggimento dei Dragoni—Viva l’illustre Colonnello Conte di Cutrofiano!!!»

«Morte e vergogna eterna ai pusillanimi traditori dell'Italia e e della Libertà!!»

E lo stesso periodico riportava nelle sue recentissime.

«Ci viene assicurato che il nobile Conte di Cutrofiano, di cui ci è occorso tener parola nella cronaca di oggi stesso, durante tornarti eia era per incontrarsi con la Brigata di un tal Lahalle, che sul punto di passare il Po, essendosi ammutinala, ha richiesto di essere ricondotta nei proprii acquartieramenti.

«In tal frangente il Cutrofiano con savio accorgimento, dopo aver mandato e pregare il Lahalle di far alquanto di sosta, con abile manovra ha saputo scongiurare quel malanno, e profittando di un crocevio vi ha fatto sfilar la Cavalleria per Minerbio, ed il Battaglione dei volontarii per Argenta.»

È più facile lo immaginare che il dire qual penoso sentimento destasse in Carlo Lahalle la lettura di quel foglio! Egli messo al confronto di un Cutrofiano?!!

Egli anzi ad esso posposto?!!

Il fatto era realmente truce, doloroso, insopportabile e per lui, e per chiunque altro in identica posizione avesse avuto una parte infinitesima della nobiltà di carattere, e dello amor proprio del Lahalle.

Il fatalissimo foglio gli cadde dalle mani; egli lo avea letto da cima a fondo.

Sotto la rubrica desiderii e realtà l’articolista ritraeva al vivo la critica posizione della Penisola.

«L’armi estranee, i Re spergiuri,

«E Di Bomba la viltà.»

Ma sperava pur forte nello avvenire — «Il piccolo Piemonte» scriveva egli «impegnato in una lotta gigantesca e sproporzionata cotanto finirà col soccombervi; e se pure potrà essere salvato a tempo da uno espediente diplomatico qualunque, la preponderanza austriaca diverrà sconfinata in Italia, laddove l'interesse di altra forte nazione, facendo suo prò di una catastrofe provocata ed invocata dai Principi Italiani, non si renda sollecita ad arginarne l’ascendente.

«La infernale politica dei Principi Italiani oggimai si rivela ad un tempo ostinata e feroce; non sarà mai da essi che questi paesi possano ottenere e libertà e buon governo; ma libertà e buon governo otterranno a prezzo ancora di sangue e di sacrifizii solamente dal tempo, che segna ormai per essi tutti3 ed in epoca non remota tanto che la presente generazione non abbia a goderne il frutto, l'ora di una terribile catastrofe.»

Questo novello inspirato Geremia, è pare che avesse voluto dire agl’Italiani «è stata stoltezza lo aver riposta fede in chi ha dello interesse a tradirvi; domani però quegli che oggi vi tradiscono, non troveranno una terra che volesse sostenerli, non una voce di conforto e di compianto; ma invece scherno e disprezzo!»

E Lahalle voleva non esser sordo a quelle inspirazioni; egli avrebbe di già voluto trovarsi di fronte allo Austriaco.

Ma un Colonnello non è un Reggimento; e molto meno una Brigata!

Il solito Ajutante maggiore venne intanto a sollevarlo dall’incubo di quelle riflessioni.

«A quale ora, disse egli, volete che si metta in marcia la Colonna?»

«Al più presto che sia possibile...»

«Siccome la tappa, pare che sia breve...»

«Ciò non monta; io trovo che oggi sia prudenza per chi ha voluto schivar di combattere, l'arrivare il più tardi possibile in un paese qualunque; ed uscirne al più presto; cosi si è men guarii dati...»

«Non vedo che si guadagni da altri in guardarci, e che si perda da noi nel farci guardare; ad ogni modo essendo già tre giorni da che si marcia, pare che sarebbe giusto accordarne uno di riti poso.»

«Sig. Ajutante maggiore in questo momento voi tutti conoscete le mie, come io conosco le vostre idee—Se noi guardiamo l’onore da un punto di vista decisivamente contrario, egli non sarà mai possibile il poter andare d’accordo.»

«Eppure, sig. Colonnello, io credo che ella soggiaccia a delle false apprensioni, e che dia ad un fatto di sua natura semplicissimo maggior peso che non gli convenga — Il mio padron di alloggio, per esempio, si felicitava meco oggi per la risoluzione a da noi adottata.»

«Chi è questa perla d'uomo ed onorevolissimo vostro albergatore?!»

«Una rispettabile persona, Colonnello; un Canonico di questa Collegiata...»

«Ci è infatti da gloriarsene, signore; quando nove decimi di Italiani, e novantanove delle loro cento città ci chiamano vili e traditori, un voto solo, ed il voto poi di un Canonico debbo far proprio peso nella bilancia della propria coscienza...»

«Sig. Colonnello... un Canonico.»

«È sempre un Canonico, mio caro, ed i Canonici secondo il verso che piglian le cose avranno ancora del tempo per esser Canonici; io, come io, ho trovato sempre strano questo connubio fra la spada e la chierica, ma pur troppo esiste, e deploro che di questo passo domani non si potrà essere al vostro grado senz'aver avuti gli ordini minori, né al mio senza esser stato per lo meno suddiacono — Ora per me questo sa di fradicio, di troppo fradicio, e ve ‘I dirò pure... mi è insopportabile — Ho alcun pensiero che cercherò tantosto di menare a compimento...»

«Non credo che riuscirete se si trattasse di...»

«Di andar ad attaccare il Tedesco?!! lo sapeva, ed ora lo so due volte mio caro; io ho questo sbaglio a rimproverarmi: in a circa dieci anni da che mi trovo al comando di un corpo, non ho fatto altro che pensare sempre alla disciplina ed all'amministrazione, senza badar punto al sentimento: or questo ch’è potenza intima, innata. preponderante, soggiace all'effetto della ignoranza e della viltà — Avviso a chi spetta; forse un giorno non lontano proverà che un esercito di 100 mila uomini, ch’è credulo disciplinato nella Caserma, nella parata della guardia, e nelle pubbliche mostre, perché privo d'intelligenza e di sentimento si dileguerà come ombra fuggevole innanzi al sapere ed a quel volere che nasce dalla convinzione di esser uomini e dalla conoscenza dei proprii dritti — Ora finiamola; chieggo in grazia lei, agli Uffiziali tutti, ed ai Corpi della Brigata la marcia di domani: domani l'altro non sarò io certamente quello che vi negherò di riposarvi.»

L’ordine di partenza fu ricevuto con manifesta ripugnanza dai Corpi tutti cui il Lahalle comandava, i quali facendo assegnamento sulla forza collettiva personale, non meno che sulla robusta eloquenza dei suoi cannoni si tenean sicuri di bravar lo sdegno delle popolazioni. E poiché al sorgere dell’alba dell’indomani, dopo esser stato suonato a raccolta, non si volle esser tanto generosi da nascondere il malcontento, il Lahalle ebbe a notar con rincrescimento questo novello sintomo di un corpo morale che si dissolve e corrompe.

Il sole, il più bel sole di primavera già irradiava l’orizzonte quando lo si avvertiva che la Colonna era pronta a mettersi in movimento: egli quindi dato il comando di marcia, andò a collocarsi alla sua testa.

Allo uscir dalla borgata trovarono una folla di popolo che con i volti allungati e l’aria del disappunto accorreva non più festosa a batter le mani ed a plaudire ai difensori della patria; ma invece a guardarli disertar la bandiera nazionale, irridendo, baldanzosi della propria forza, ai traditi ed alle loro sante speranze!

«Onta e maledizione ai pusillanimi!»

«Morte ai traditori!»

Ecco il saluto del mattino a quei campioni del ritorno.

Un solo, un sol’uomo di onore non avrebbe inteso replicarselo al cader del giorno!

A qualche chilometro circa da Bagnacavallo vi è un fiume, che sarem tentati credere il Lamone, od una sua diramazione, ed un ponte che posta il nome dal Borgo che ad esso soprastà.

Giunta l’avanguardia a pochi passi dalla testata del Ponte, fu ordinato di far alto, ed il Colonnello seguito da un Ajutante di servizio, volle percorrerlo, quasi ad aver la sicurezza della sua solidità.

Al giungere sull’altra riva il Lahalle spedisce l'ajutante a dar ordine perché si riprendesse la marcia, e quindi ad un tratto conficcati gli speroni nella pancia del suo nobile destriero, percorre dj circa 50 passi al gran galoppo l’ampia strada che gli si para innanzi — Là sentendo di esser solo, cava una pistola dagli arcioni, e se l’appunta all’orecchio. Un momento dopo la Brigata, che non sapeva rendersi ragione di quel bizzarro non men che strano galoppo, ode una detonazione; vede cadere un uomo, ed un cavallo correr libero per quel sentiero quasi in cerca della mano ch’era adusata a moderarne l'ardore.

Molti Uffiziali accorrono, e con essi i due Chirurgi della Brigata.

Vana e tarda pietà! — Carlo Lahalle essendo caduto pel di dietro, giaceva resupino sul suolo, non conservando che la parte inferiore del viso — Egli col farsi saltare in aria il cranio volle esimersi dal protrarre innanzi una vita, il cui peso gli era divenuto insopportabile dal momento che gli s’imponeva di transigere con l’onore, e col proprio sentimento!


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TRENTESIMOUARTO QUADRO

SOMMARIO — L’armata Napoletana rientra tutta nei felicissimi stati — Giudizio del Re intorno a Lahalle e a Cutrofiano — Situazione dopo le emergenze del 1848 — I Generali De Gaeta, Wial, Nunziante Ferdinando, De Brunner, e Marcantonio Colonna.

Sui primi di del seguente giugno il 1. Reggimento Dragoni ripiegando sulla linea della famosa ritirata, che non bisogna confondere con quella brillante di cui or ora ci occuperemo, salvo pochi disertori ed un suicida, completava il numero dei fedelissimi che ritornavano al seno dell’amatissimo Sovrano.

«È stato un asino» si vuole che avess’egli detto, allorché gli narrarono i particolari della morte del Lahalle. «Una volta ch'avea e risoluto di combattere per la Santa Causa, avrebbe potuto benissimo passar solo il Po, che certo a quest’ora starebbe al comando di una cinquantina di straccioni a difendere con Pepe ed l’Ulloa il forte di Malquera.»

Ed a punire le belliche velleità del Cutrofiano, mandava che non appena avess’egli rimesso il piede nel Regno, dovesse presentarsi al Generale Comandante le armi nella Provincia di Chieti — Il nobile Conte però che la sapea lunga, recatosi direttamente in Napoli, seppe trovar modo di ricuperare la Sovrana grazia non solo, ma di confermarvisi anche meglio di prima.

Che le cose d’Italia non potevan rimanere in quel piede tutti il prevedevano, e ben più che tutti se ’l sapeva Ferdinando, il quale lietissimo di aver ricuperato pressoché nella sua integrità quel bel nerbo di truppe, diè sollecitamente opera a rifornirne i vuoti, ed a formar quadri di nuovi corpi mercé novella e più numerosa leva.

Col 15 maggio di Napoli le libertà di tutta la Penisola si erano poste in agonia, e la reazione mostrava da per ogni dove il sanguinoso suo volto — In Roma, ove Pio IX perdeva già ogni prestigio, s’incominciavano ad invocare le maestose tradizioni di un tempo che fu a conforto di ciò che più non era — La Toscana scissa in partiti, si faceva ormai a rimpiangere il suo Principe — Il piccolo Piemonte non punto scoraggiato dalla defezione dei migliori contingenti sui quali avea fatto calcolo per impugnar battaglia col colosso austriaco, trovava che il soccombere in una lotta disuguale gli tornasse più dignitoso che lo sfuggirla, e tenne quindi forte nel suo magnanimo proposito.

Tutto ciò menando a preveder nuove cure e nuove complicazioni a non lungo andare, Re Ferdinando con quella penetrazione ch'era tutta sua propria diè opera energica ed assidua, onde trovarsi pronto ad ogni possibile futura evenienza — Il modo ex-abrupto con cui aveva soffocata la libertà nel centro della Capitale, non lo tranquillava punto sulla sorta delle Province continentali che invece indignate da quell’atto proditorio, inumano, ed incitate a reagire per conto della rivoluzione, tenendo d’occhio quanto avveniva in Roma, in Sicilia ed in Lombardia, si disponevano a divenire per quante esse erano, altrettanti covi di ribellione.

In tal frangente ci ricorse a quello esercito istesso dal quale aveva ricevute fino allora non dubbie prove di tenerezza per Io assolutismo; e poiché con la fazione del 13 Maggio, e con la defezione dai campi Lombardi, era venuto esso ad accettare la solidarietà dei fatti e dei principii del suo Sovrano, non vi era d’uopo di altri incitamenti perché da accaniti partigiani anziché da soldati lo servisse.

Avvisò quindi spedire quelle Colonne mobili di cui ci è occorso parlare, che percorrendo in tutt'i sensi le Province si tenessero a sussidio della Civile Autorità, e con i pieni poteri trasfusi nei singoli Comandanti, avessero dovunque fatto trionfare il principio dell’ordine abbattendo e distruggendo i ruderi di quella libertà ch’egli aveva soffocata in sul nascere. E poiché del servigio di poteste colonne ebb’egli grandemente a lodarsi fin da che si risolveva di adoperarle, cosi rinunziando pure alla voluttà di rivedere e confortarsi alla vista di quei suoi fidi che avevano disertala la bandiera Italiana sui campi Lombardi, al giunger sui confini di ognuna di quelle gloriose falangi, fece sì che pervenissero ad essa ordini ed istruzioni di muovere per una od altra Provincia del Regno. Presidiali così con immensa rete di armigeri gli Abruzzi, le Puglie, le Calabrie ed i Principali, procede subito a far succedere gli uomini della reazione a quelli della rivoluzione nelle cariche ed uffizii governativi, che volle in esse subordinati ad un’alta autorità militare, e da ciò la istituzione dei Comandi Territoriali richiamata in vigore.

Or perché nel disimpegno di cotesti speciali servigi vi fu del male e del bene, noi non stimiam superfluo spendervi intorno alcuna parola.

L’egregio Maresciallo di Campo De Gaeta Emmanuele ebbe incarico di percorrere il Salernitano, che s’era messo in armi anche prima che fosse stata concessa la Costituzione — Buono, leale, prudente, quanto animoso ed accorto, egli fu il Fabbio Massimo dei suoi tempi in quelle contrade — «Queste sono imprese» soleva dire il vecchio Generale «in cui si può acquistare molt’odio, e nessuna gloria» e tenendosi quindi saldo in questo principio chiuse gli occhi su di ben molte cose, e gli orecchi a ben di maggiori rimostranze e denunzie, a tale che ricomposta la cosa pubblica col solo mezzo della prudenza e dell’umanità, potè ritornare alla sua residenza senza rimorso di aver seminato sconforto in alcuna famiglia.

La Provincia di Terra di Lavoro, interessantissima perché prescelta ad ordinaria dimora dal Re e dalla Real Famiglia, con l’altra di Molise venne affidata al comando del Maresciallo di Campo Wial Pietro — Processi, inquisizioni, carcerazioni, turpi transazioni, e vendita di coscienza a pubblico mercato: ecco il riassunto storico di quell’amministrazione sconfortantissima, alla di cui anticamera strisciò con sinistro aspetto una individualità ch’avemmo dolorosamente a veder deputato della prima legislatura.

Le tre Calabrie vennero commesse al Maresciallo di Campo Ferdinando Nunziante — Non può tacciarsi certo di disonesta quel1’ amministrazione, che per altro fu crudelmente repressiva e sanguinaria, il che invano si farebbe studio di scusare con la eccezionalità delle condizioni in cui ritrovavansi quegl’infelici paesi.

I tre Abruzzi furono sottoposti al comando di De Brunner, svizzero, che in omaggio della verità fu umano, prudente e fin generoso più che i tempi nol consentissero — Esso, a conforto di aver in alcun modo scapitato dalla stima del governo, che lo destinava al ritiro, venne amalo e rimpianto dagli Abruzzesi.

A Marco Antonio Colonna dei Principi di Stigliano, Generale Comandante eventualmente la Brigata dei Dragoni, venne affidato il comando di una colonna mobile che doveva percorrere le tre Puglie, nel senso di rassodarvi la Regia autorità in tutto il suo antico splendore. Con pena dei buoni che non potevano disconoscere in lui eminenti virtù militari e cittadine, fu veduto essere stato egli. dopo i fatti di Bologna, uno dei più caldi partigiani del ritorno, sol perché convinto, come usava ripeterlo frequenti volte, di esser quella una trista Commedia, la quale era desiderabile che finisse al più presto possibile—A prescindere però da questo fatto ci piace il constatare che uomo di cuore, e di molta esperienza, per lunga stagione avvezzo alle politiche peripezie, di cui era stato pur troppo vittima, egli si condusse in quelle dolorose emergenze con somma prudenza, e con nobiltà di carattere non indegna della illustre famiglia di cui era discendente.

Tra i moltissimi ci piace qui riportare un fatto, in comprova di quanto fosse egli alieno dal favorire il movimento reazionario, imposto più che favorito dal governo.

Al giungere della colonna mobile in Molfetta un tal Giovanni Cozzo, caldissimo partigiano della rivoluzione, cui per lo ascendente che avea sulle masse, si era dato il nome di Re Giovanni Cozzo, pensò bene svignarsela con altri selle dei suoi, tra quelli più compromessi.

Or sul far della sera di quel giorno, il Giudice locale zelante funzionario di nomina recente, avendo richiesta al Generale una udienza riservata, riferiva di essere venuto in conoscenza del luogo ove quegli si erano rifugiati, che si era una casa colonica poco discosta dalla riva del mare, che perciò il richiedeva di un distaccamento di armati onde procederne allo arresto — E poiché il Generale disse che se ne sarebbe parlalo all'indomani: «impossibile, Generale, assolutamente impossibile!...» sclamò il Giudice; «essi (f questa notte stessa se la svigneranno.»

«Per dove?...»

«Credo per la Grecia, perché è propriamente una barca greca che hanno noleggiata per ducati 300, e che questa notte li prenderà a bordo quanti sono essi...»

«E ciò vi dispiace?!!...»

«Moltissimo, si comprende: dappoiché oltre allo aver spesa una moneta per compensar la spia, perdo la opportunità di rendere un utile, un brillante servigio, un segno di attaccamento all'augusta  persona del Re (N. S.).»

«Giudice!.... non la penso con voi, e come voi —Uno che ama veramente il Re, e non più del Re il proprio vantaggio, deve avere a cuore in questi tempi il non creargli inutili imbarazzi. Or se la pena di morte per causa politica suol esser sempre mai commutata nello esilio perpetuo dal Regno, io non veggo una ragione per incomodar voi stesso e la truppa, nello andare in traccia di colpevoli che si sottopongono volontariamente a quella pena istessa, cui la legge dovrebbe tardivamente condannarli con spreco di tempo, sciupo di denaro, e quel che più monta con i scandalo pubblico.»

Questo e ben molti altri fatti sullo stesso stampo, non potevano andar però coordinati con la politica di un Governo che reclamava vittime, e non pentiti; pel che, a torlo di carica, il promuoveva a Maresciallo di Campo, assegnandogli il comando e la ispezione delle truppe di riserva; cioè l’ultimo corpo dell’armata.

E questa breve rassegna di funzionarii, che dal più al meno ritrae la situazione generale del Regno in quel duro periodo di reazione, cui pareva non volersi assegnare un confine, noi abbiam creduto non trasandarla, cosi in omaggio alla verità, come ad oggetto di promuovere in tutti la convinzione che le tracce tanto del bene quanto del male, ben di rado si sottraggono allo apprezzamento che ad esse è dovuto.


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TRENTESIMOQUINTO QUADRO

SOMMARIO — Campagna di Roma nel 1849 — Le Conferenze di Gaeta— Politica della Francia— Errori di Re Ferdinando e predizioni di un vecchio Uffiziale — La Relazione del Capitano d'Ambrosio— Il Generale Audinot sbarca a Civitavecchia— Il disarmo di Frosinone e degli altri paesi sulla frontiera — Spirito pubblico.

Nelle conferenze di Gaeta, ormai definitivo domicilio reale della Corte di Napoli, ed elettivo del sommo Pontefice Pio IX, che nella notte del 24 novembre 1848, abbandonati i suoi stati, vi si riduceva in salvo il 23 dello stesso mese, dopo lungo discutere si era venuto ad una conchiusione, quella cioè di ricuperare la Sovranità degli stati medesimi collatis armis chattolicis — E però le conferenze istesse ebbero a durare fino a tutto il marzo 1849, dappoiché sebbene si fosse in esse deciso in massima dalle grandi potenze il ristabilimento del governo Pontificale in Roma, pure, a non complicar la quistione, fu uopo attender prima l’esito della guerra che combatteva l'Austria contro Re Carlo Alberto, per indi tradurre in atto quel pio divisamento.

La quistione trattata mai sempre diffusamente nel merito, ed in pieno accordo dei rappresentanti dei governi maggiormente interessati a veder restituito l'ordine e cessar l’anarchia della sedicente Repubblica Romana, non aveva potuto raggiunger giammai un serio sviluppo nella specie, dappoiché mentre l’Austria, la Spagna, e Napoli venivano a mettere in sul tappeto la idea di un proporzionalo contingente, la Francia senza evadere a questa formola, che costituiva un dovere, ed un dritto comune ad ogni potenza Cattolica, si sottraeva mai sempre però alla soggezione di designar cifre, in attesa che venissero a suo tempo decretate dall'assemblea, e ciò per aver l'agio di far poi, come fece, il suo prò di quella impresa.

Le sfortunate giornate del 21 e 22 marzo combattute a Mortara ed a Vigevano, e la catastrofe del 23 a Novara, che generava l'armistizio Salasco, diedero il segno dello allarme ai generosi confederati, sicuri ormai del fatto loro, dappoiché il Maresciallo Wimpfen da Casale avea ordine di occupar le Marche e l’Umbria, e stringere di assedio Ancona, mentre il Barone d'Aspre intenderebbe ad occupar la Toscana per ristabilirvi il Gran Duca Leopoldo, altro ospite di Re Ferdinando 2.

Tutte queste belle cose per parte dell’Austria, che alla fin fine si trovava già colle mani in pasta, significavano non solo far molto, ma anche far troppo in Italia e per l'Italia — Nè per certo era da supporsi che Luigi Napoleone. creato di fresco Presidente della Repubblica Francese, la sapesse corta tanto da permettere che altri gli leggesse in mano le carte, e carte che giuocate abilmente da lui, dovevano avere la virtù di far scomparire ad un tempo due Repubbliche dal cospetto della Europa, e di cangiar lui stesso da cittadino Presidente in Regnante Imperatore!

Quello di tenere un piede fermo in Italia per Francesi, per Tedeschi, e per Spagnuoli fu sempre mai smania e passione antica, e poiché il trattato del 1815 avea privilegiato in questo dritto unicamente l'Austria, ei non pareva vero alla Francia il trovar modo come entrar di filo per voltarsi quindi di piallo nel cuore d’Italia, mentre la Spagna, che non era e non è più quella di una volta, inspirandosi nelle tradizioni del suo passato e nelle gesta dei suoi antichi hidalgo, andava in cerca di chi la rimorchiasse per l'ardua intrapresa.

Or, forse mentre ancora si conferiva in Gaeta, il Presidente, che mantenendo le particolarità nel vago e nello indefinito avea saputo eludere le previsioni dei suoi confederati, e non impegnarsi a subir pressioni derivanti da accordi preventivi, faceva muovere il 20 aprile da Tolone alla volta di Civitavecchia un Corpo di armata di 14 mila uomini, comandati dal Maresciallo Audinot da Reggio, e ciò di consenso colf Assemblea Nazionale, che aveva votali i crediti necessari per la intrapresa.

Saputosi da Re Ferdinando questo fatto, sol dopo avvenuto lo sbarco, mentre da più giorni teneva il suo quartier generale ad Albano, a soli cioè 12 chilometri da Roma, ed accantonata la sua armata tra Albano istesso, Castelgandolfo. Ariccia, e Genzano; ebbe ad entrare in sospetto della parte assolutamente passiva, e tutt’altro che dignitosa, che si riserbava in questo fatto più a lui ed alle sue, che alle truppe degli altri alleati: pensò quindi venirne alla fine

«……………..e sotto i santi

«Segni ridurre i suoi compagni erranti.»

col richiedere esplicitamente il Generale Francese, se intendeva ch’egli ne avesse appoggiati con le proprie truppe i movimenti, e quindi agito di conserva, ovvero se preferiva agire isolatamente, nel qual caso egli avrebbe pensato solo a guardare il suo confine da ogni possibile nemica aggressione.

Nelle due volte che il Tenente Colonnello D’Agostino, Uffiziale alla immediazione della M. S. ebbe a conferirsi presso il Generale Audinot da Reggio, questi la prima volta con delicato riserbo, e con maggior chiarezza nella seconda, gli manifestava la idea di non convenire alla Francia, in cosa di si lieve momento, uno accomunamento d’interessi con altre potenze.

Era quello uno dei primi tratti di quella polilioa sibillina e bilingue che da presidenziale cangiar si doveva bentosto in imperiale; e noi testimoni oculari dei fatti che andremo esponendo, avemmo agio a studiarla profondamente in quella congiuntura, e seguirla pei misteriosi andirivieni di cui si circondava, sempre però posti in guardia dal dir sentenzioso di un vecchio Uffiziale, che nel prevedere e rimpiangere le deplorabili sviste ch'ebbero poi a rendere necessaria, per il minor male, la brillante ritirata da Velletri, volle dirci — «Ecco che Ferdinando 2° sciupa, in qualche settimana forse, la fama di vecchia volpe che si acquistava in cinque lustri di regno. Quando si ha la disgrazia di esser piccoli, e la virtù, o dabbenaggine che sia, di non aspirare a meglio, è una necessità più che una prudenza lo evitare le alleanze dei potenti — Il Corpo Napoletano di spedizione, passando gratuitamente la frontiera Pontificia a Portella il 20 aprile 1849 ha rischiato, se non di essere il capro espiatore dei torti di tutti i governi italiani, certo, almeno, di far la più trista figura che fosse possibile a questo mondo —» E cosi avvenne.

Or non terremo noi dietro alle pietose versioni ed empie inversioni tutte che il sig. D’Ambrosio, Capitano di Stato Maggiore di quel corpo di spedizione in prima, e Cesareo istoriografo in poi, si studiò fare di quelli avvenimenti. snaturandoli e bella loro indole, e nelle loro conseguenze con la delazione della Campagna Militare nello Stato Romano l'alta dal Corpo Napolitano nel 1849, a lui commessa direttamente dal Principe, ed edita nel 1831 per la Real Tipografia Militare. Confutar passo per passo e palmo per palmo e quei fatti e quegli apprezzamenti, lo stimeremmo per lo meno e tempo ed opera perduta, perché già istantaneamente giudicati pel loro dritto verso dalla coscienza pubblica del paese, che non volle sentir giammai parlar altramente della brillante ritirata, che come di cosa da caricatura e degna di formare appendice alle strane avventure del Cavalier Meschino — Invece mantenendoci indi umile posto che ci siamo da prima assegnali, procureremo di dire d'intorno ad essa il nostro avviso.

Una volta che la rivoluzione aveva reso possibile al potere in Francia un Napoleonide. era logico che questi avesse cercato di far suo prò della congiuntura, affine di consolidarvisi e render pure possibile lo imperialismo, e quindi la dinastia — Cacciarsi perciò in Italia prima con la veste di Confederato, e mantenervisi poscia indipendente con quella di proiettore, geloso di condividere con altri il delicato incarico, erano cerio i primi passi per rendersi benemerito del mondo civile, influente in Europa, e popolare in Francia.

Però sul fuoco della rivoluzione fervevano ire di parli, ambizioni mal. corrisposte, e desideri! di civili libertà; e benché la reazione in più punti, e le bajonette Tedesche in molti altri d'Italia accennassero alla distruzione di quel fuoco, pure vi rimaneva tuttavia tanto di cenere ancor calda, da porre in dubbio l’esito di quanto si era ottenuto, e del più che si sperava di conseguire.

Ecco quindi sul territorio Romano Audinot da Regio alla testa di un esercito, col mandalo dell'Assemblea Francese di abbattervi l'idra rivoluzionaria, senza tener allatto conto del pubblico suffragio: in altri termini una Repubblica di qualche anno solo, che reclama la preferenza sui despoti, e fa opera di soffocare una sorella appena neonata!—E lo egregio De Lesseps Commissario straordinario e Ministro Plenipotenziario della prima ad latus del Comandante in capo, in frapporre ostacoli e turar le bocche ai cannoni di questi trattando coi ribelli tète a tète, e concedendo tregue, armistizii, e proroghe pregiudicanti il buon esito delle operazioni militari Francesi non solo, ma fin la sicurezza e la vita degli illustri confederati, e ciò senza pur denunzia espressa, o sottintesa alle parti belligeranti, onde avessero potuto mettersene in guardia.

In questi controsensi, partoriti dalla manovra diplomatica precedente la guerriera, ci pare che fosse da riguardarsi chiara la idea di aiutare la rivoluzione per quanto era possibile, finché avesse potuto essa addivenir qualche cosa di serio; compromettere evidentemente il Cattolico alleato di Napoli, e quindi agire a tenore dell’evenienze e decidersi ad appoggiar la rivoluzione, se fosse riuscita a dare il colpo di grazia al partito clericale, o questo, se la prevalenza della prima risultasse d’impossibile conseguimento. A dir breve il futuro seggio imperiale avrebbe dovuto puntellarsi col completo trionfo della prima, o sostenersi coll’addentellalo del secondo.

Coteste verità vennero comprese sì, ma un pò tardi da Re Ferdinando, che dando a se stesso quella importanza che da altri gli si negava, onde mostrarsi ufficioso e servizievole agl’illustri alleali, nella composizione del suo corpo di esercito, anziché seguir le norme e le proporzioni dettale dalla lattica militare, volle soprabbondare in Cavalleria ed Artiglieria di grosso calibro; in quell’armi cioè di cui ad essi sarebbe stato più malagevole il disporre per la difficoltà del trasporto da più lontani paesi.

La Divisione infatti componevasi di poco meno che sette mila fanti; 1700 cavalli, e 52 pezzi di Artiglieria, la più parte come abbialo detto, di grosso calibro, che il cristianissimo Re destinava per batter la breccia nelle mura della eterna città.

Ora abbiam fatto notare che fin dall’epoca delle conferenze quella Francia, che indi a poco assumeva la iniziativa dei fatti da compiersi innanzi a Roma, evitava di entrare in impegni positivi con le altre potenze, sempre col pretesto di attendere ciò che avrebbe deciso l’Assemblea nazionale; che faceva rispondere evasivamente a due messaggi di Re Ferdinando dichiarando, solamente in ultima istanza, e quando la Divisione Napoletana accantonava a sole poche leghe da Roma, non convenire al decoro ed agl’interessi della Grande Nazione l’averne altre ad ausiliarie nella non affatto ardua impresa di soffocare la Repubblica Romana: quella Francia istessa rappresentala dal suo Generale non trovava modo di rispondere ad un foglio sottoscritto dal Re di Napoli (?’!) il 29 aprile, ed affidato pel ricapito al sig. Lambert, attaccato all'ambasciata di Francia in Roma, e col quale il Sovrano istesso degnavasi annunziare al Comandante Francese la sua entrata in campagna per lo accordo indispensabile onde ottenere un prospero risultamento!!!

Questa noncuranza, che cerio non prova né la cortesia che si suol supporre nei pronipoti del gran Bajard, né la deferenza dovuta ad una sacra Real Maestà qualunque, né alcuna disposizione infine al desiderato buono accordo, avrebbe dovuto imporre e mettere in diffidenza Re Ferdinando, il quale per la sola ansia di avversare le libere istituzioni correva dopo un anno appena dal 15 maggio di Napoli, ad offrirsi rinnovellatore altrove di consimile carneficina!

Le quali cose premesse or sorvoleremo rapidamente sul complesso di quei fatti.

Per desiderio di far qualche cosa la Regia colonna aveva imposto a se stessa il compito di sciogliere le Guardie Nazionali tutte dei paesi pei quali transitar dovea; spedir distaccamenti a fare altrettanto nei luoghi convicini, riorganandone altre provvisorie; disarmare le popolazioni, e ripristinar dovunque il legittimo governo del Pontefice.

Simili odiosi servigi non sarebbe valsa la pena di metterli in rilievo, se la procedura con cui venivan essi mandati a compimento non meritasse di essere ricordala a monumento eterno d infamia e per chi ordinava e per chi eseguiva.

Ed invero appena giunta in Frosinone il 2 maggio 1849 la Brigata Winspeare forte di un Battaglione di Carabinieri a piedi, di due compagnie dell’8° Cacciatori, e del 1° Reggimento Dragoni, dopo aver fatto affiggere per le cantonate della città un bando nei sensi di sopra detti, restava essa formata in massa allo estremo della piazza che prospetta il palazzo municipale, il quale trovavasi paralo a festa con l’Aquila Latina, e tutti gli altri segni ed emblemi della Repubblica, che emanavano un tanfo insopportabile per le narici dei fidi campioni del Re pietoso, i quali vi venivano a ricostituire il legittimo governo.

Or nel mentre che scuri ed accette in ogni guisa venivano adoperale per lo atterramento dello stemma aborrito, alla presenza dei molti che accorrevano animati da diversi sentimenti a curiosare quello spettacolo, il Capitano di stato maggiore alla immediazione del Generale, cui facciam grazia di non riportare il nome, richiedeva di un usciere od intimatore del Comune, onde far leggere il bando del disarmo che avrebbe dovuto effettuirsi tra pochissime ore. E già i carretti del Treno di Artiglieria destinati ad accogliere le armi erano pronti in uno degli angoli dei capistrada, ed il Capitano impazientiva per la non venuta del Cursore, che uomo timido e della sua pace amantissimo, per quanto onesto e di civile condizione, seguace della massima rumores fugge, avea stimato prudenza ritirarsi in casa durante quel tafferuglio, non prevedendo il caso in cui la sua qualità di Cursore potesse esser reputala necessaria per un disarmo fatto in tutt’i modi di guerra, da un’armata di occupazione, e con l'abbattimento dell’albero della libertà.

Ma ecco che alla fin fine giunge il mal capitato, uomo di oltre cinquant’anni e di più che decente portamento — I modi aspri ed incivili con cui è ricevuto dal Capitano Borbonico lo disanimano, e cerca invano di balbettare alcuna scusa, la quale provoca nuove ingiurie e villanie, a termine di cui gli s’ingiunge di leggere a voce alla e chiara il bando del Generale — L’infelice che, per aver mutate le vestimento, non trova i suoi occhiali, e che naturalmente è sprovveduto di voce, scolora a quella ingiunzione; ma poiché non trova modo com’esimersene, tremando come una foglia e procurando fare il meglio come non perdere il filo delle lettere, incomincia

«In nome di Sua Santità...»

«Grida, bestiaccia, esclama infuriato il Capitano...»

E quel povero diavolo ch'è sopraffatto dal tremito, sforzandosi di emettere un volume di voce, che non possedé giammai, ne ottiene l'effetto contrario, di articolar cioè in falsetto alcun monosillabo che annega nella laringe con uno scocco.

«Comprendo» gridò imbestialito il Capitano «sei della pasta» ed in ciò dire gli vibrò uno schiaffo sonoro tanto, da udirsene l’eco in tutta la piazza.

Un fremito prolungato, una esclamazione d’indignazione universale accolse quell’atto di suprema viltà e d’inqualificabile bassezza — Il Cursore più cadavere che vivo, ebbe bisogno di chi lo trasportasse in una vicina bottega da caffè onde ricuperare i sensi smarriti in un forte deliquio — Un sotto-Uffiziale dello esercito lesse (e Dio sa come!) quel bando, quintessenza di buon gusto e di sapienza governativa, che si era in sulle spine per mandar subito alla pubblicità — I repubblicani gemerono in loro animo per l'ordine che ritornava in forma cosi splendidamente eloquente e fragorosa per parte di ausiliarii cotanto gentili e manierosi; e lino ai più accaniti papisti si coagulava il sangue nelle vene nel vedersi restituire a furia di schiaffi fra le braccia del Sommo Pontefice, quando sprazzi di sinistra luce, e densi nugoloni di fumo ricordavan loro che soli pochi minuti prima l’albero della libertà era ivi Stato a custodia dei sacri dritti dell’uomo e del cittadino!...

Dal più al meno. dal male al peggio non altrimenti andavano le cose istesse negli altri paesi che quel Corpo di Truppa ebbe ad occupare senza colpo ferire, perché cinta Roma di assedio per parte dei Francesi, troppo riusciva malagevole agli assediali il correre a prender vendetta del tiranno di Napoli e dei suoi seguaci, non a torlo odiali più che i Francesi, i Spagnuoli, ed i Tedeschi medesimi.

Ed arrogi che il Corpo di Armata Napoletana ebbe non dubbii segni di questa avversione ovunque volle imporsi, manomettendo i nuovi ordini sociali sotto lo specioso pretesto di ristabilire il legittimo governo — Gli adoratori di quel vitello d'oro che si chiama tuttora Papismo erano in grande minoranza risguardo alla pluralità dei Romani che le liberali istituzioni, a preferenza dello aulico odialo regime, prediligevano.

Ammirandi erano allora Mazzini, Garibaldi, Sterbini, Armellini. Salii, Saliceti, Fabbrelli, Masi, Cocchi, Pennacchi, ed altri mille che in quei supremi momenti, con evidente pericolo di vita e depreziamento di sostanze, la cosa pubblica reggevano—Gl'innumerevoli sacrifìzii cui sottostavano volenterosi, il coraggio senza riscontro di quella eroica difesa, tutti gli animi rapiva e commoveva ad entusiastica ammirazione; tanto che ovunque lo si poteva, non trascuratasi mezzo con cui dichiararsi amanti della mal ferma Repubblica ed ostili agli oppressori.


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TRENTESIMOSESTO QUADRO

SOMMARIO — Allocuzione dei Triumviri al De Lesseps, e favorevole impressione da essa prodotta — Il sig. De Corcelles surroga il De Lesseps — Romani prendono ad obbiettiva l'armata di Napoli — Opportunità della impresa — Analisi del coni era composto l'esercito di Re Ferdinando — Attacco di Palestrina — incidenti che persuadono il Re di Napoli ad accorciare il movimento di ritirata.

Ecco presso a poco le parole che gli animosi Triumviri della Repubblica Romana fecero echeggiare negli orecchi dello illustre De Lesseps.

«Che la Repubblica Romana versi oggi in angustie supreme, e sia agonizzante, ancorché tuttavia neonata, non è chi no l' veglia, e né tampoco noi tenteremo il dissimularlo — Troppo piccola per combattere un solo dei molti potenti che si son mossi a pel suo esterminio, non potrà certo essa resistere alle armi di mezza Europa collegate in suo danno — È grande però quanto a basta per saper morire anziché rinnegare la santità del dritto che e sente di avere, di sottrarsi cioè alla vergognosa ed evirala soggezione del prete, che gli s’impone a perpetuo despota, e dominatore; e questo diritto seppellito sotto le sue ruine, secondato dal sangue generoso dei suoi martiri, germoglierà a non lontano avvenire una nazione di forti che vivrà solo per una generosa riti scossa;sarà la scintilla elettrica che scuoterà forte ogni petto italiano; sarà il patto che cementerà una nuova alleanza di popoli fratelli a danno della tirannide e del pregiudizio.

«Or nella dolorosa situazione che creava la complicazione di  non preveduti avvenimenti, e di non pur sospettate fatalissime  eventualità, primissimo nostro dovere si è quello di render convinta l’Italia e l'Europa tutta che noi lungi dall’essere pescatori di acque torbide nello invogliare tutto un popolo a prender le armi per rivendicare la propria dignità e la propria libertà contro un dispotismo fra tutt'i dispotismi il più cieco ed irrazionali le, invece di essere fanatici utopisti, o rivoluzionarii per calci colo, agimmo nel modo più serio e leale che mai, e sotto l'egida delle più giuste e delle più sante convinzioni — Or nello stato in cui si trovan le cose non altro modo ci si para innanzi per conseguir lo scopo, che combattere fino all’ultimo estremo, esporre nudo il petto alla mitraglia, e seppellirci sotto le rovine e di una patria che non potemmo redimere a libertà.

«E che noi siamo a tutto rassegnati e disposti il proveremo a non lungo andare in quella guisa che meglio ne verrà concessa, e e che più si addice ad un popolo che morte gloriosa a vita vituperevole antepone — E però quello che solamente ne angustia e gli orrori della deplorevole situazione raddoppia, si è il vedere e in prima riga tra i nostri nemici un popolo che più di ogni altro e onoriamo, e le cui politiche istituzioni cercando di far pur noci sire, men di qualunque altro avremmo voluto combattere.

«Ma poiché assume oggi esso dei speciosi titoli al tristo privilegio di ribadirci le catene, faccia pure il suo meglio; ma ricordi solo che al di sopra di un trionfo momentaneo e senza gloria che al di sopra di futili pretesti e di meschinissime ragioni di e stato, la storia, supremo giudice dei Ile e delle Nazioni, non potrà registrare senza fremere nei suoi annali, il giorno nefasto in cui il più civile fra gli Stati di Europa, e retto a repubblicane istituzioni, avrà menalo a termine il ben tristo compilo di soffocare la nascente repubblica Romana.

Qual fosse la impressione che così nobili e dignitose parole avessero prodotta sull'animo leale e generoso del Diplomatico Francese, noi faccioni volentieri a meno di mettere in rilievo, contentandoci invece di desumerla dallo svolgersi progressivo degli avvenimenti — E di certo l'essersi egli trovato sempre mai in aperto e manifesto dissentimento col Comandante l’esercito di occupazione, di cui seppe trovar modo di paralizzare per lunga pezza inefficaci le bellicose intenzioni. lino a rendersi incompatibile a quel posto in cui venne surrogato dal sig. Francesco de Corcelles, è il miglior titolo che possa egli vantare alla gratitudine dei Romani di allora e degl’Italiani tutti dei nostri giorni.

Con quali intendimenti poi fosse venuto a rimpiazzarlo il De Corcelles il rileviamo dalla noia diplomatica da lui divella dal quartier generale di Villa Saniucci, il 13 giugno 1849. al signor De Gerando, Segretario dell'Ambasciata Francese in Roma, e nella quale non si peri lava dichiarare:

«Che le negoziazioni del sig. e De Lesseps erano state officialmente disapprovale da un disparte ciò del Ministro degli Affari Esteri del 26 maggio, e che il 29 e dello stesso mese un' altro dispaccio conteneva la invocazione e di tutt'i poteri di esso sig. De Lesseps.»

A veder quindi chiaro nella faccenda ci parrebbe che il De Lesseps, alieno dallo affrettare e fin dal volere la caduta della Repubblica, si fosse ingegnalo a tutt'uomo di favorire ogni qualunque espediente che facendo entrare in un’altra fase la quistione Romana, rendesse possibile il fuorviare la necessità di procedere al suo esterminio — Da ciò quel seguito di tregue di armistizii, e di proroghe, contro cui ebbe a protestare energicamente il Generale Audinot, il quale potè puntare solamente i suoi cannoni contro Roma, dopo i fatti di Palestrina e di Velletri, l'esito dei quali se corrisposto avesse agl’intendimenti dei Repubblicani Romani, e si concedeva ad essi la opportunità di mandarli ad effetto, dalla istessa complicazione dei latti sarebbe surlo per avventura l’unico modo di poter contestare in faccia alla Europa tutta, il riconoscimento di quegli stessi principii che ottenevano la fortuna di essere dichiarali rispettabili solo undici anni dopo.

Per siffatto modo Re Ferdinando 2° ed il suo corpo di armata divennero l’obbiettiva dei Repubblicani Romani, che avrebbero potuto continuare ad essere sol quando battute quelle falangi, avessero potuto offerir canso al movimento rivoluzionario di espandersi nelle vicine Provincie del Napoletano, ove larga messe di odii e di vendette tengan sempre desti ed il recente spergiuro del Re Cattolico ed Apostolico, e le stragi del 15 maggio, e le mai cessate e sempre rinascenti persecuzioni a danno dei liberi cittadini — E quei strenui campioni di libertà guidati dal Garibaldi non esitarono punto a fondare su ciò le loro speranze.

Ben guardale le cose, ci fa duopo convenire di essere stato ben scelto e propizio il momento, concorrendo il tutto a tradurne felicemente in alto la riuscita — Dei quattro Corpi di armati esibiti nelle Conferenze di Gaeta dalle Potenze per restituire l'adiposo Pontefice ai fedelissimi suoi sudditi, i Tedeschi con diversi eserciti tenevan campo nella Italia superiore e nella centrale, occupati a restituire alla soggezion del Papa, Ancona e Bologna, e nella obbedienza di Leopoldo, la Toscana—I Francesi col tener lo assedio di Roma venivano ad essere obbligati, durante le tregue e gli armistizii, a guardar le spalle ed a ricoprir la ritirata di quelle istesse truppe ch'erano venuti per combattere, ed innanzi alle quali si aprivano, vasto campo di operazione, le Provincie di Frosinone e di Velletri nonché quelle tutte del Napoletano, quali le forze sparse di Re Ferdinando bastavano malappena a comprimere — I Corpi di truppa Spagnuola infine che muovendo da Barcellona doveano sbarcare a Gaeta, per appoggiare in seconda linea i Napoletani, erano nulla meglio che una speranza, senza indizio alcuno di vicino coronamento.

Nulla quindi più agevole che il tentare un ardilo colpo di mano, il quale se fattiva, tentato e ritentato, non vai la pena di farne ricader la colpa oggi sui generosi che vi si prestarono, più che sopra un cumulo di circostanze che concorsero a rendere improficuo il sagrifizio di tante vite.

Arrogo che il Corpo di truppa Napoletano, al quale ritrovavasi in quel momento composto, era, strategicamente parlando, nell'assoluta impossibilità di prestar seriamente il suo concorso alla difesa di un Re, che fu salvato dalla fortuna più che dal suo valore o da quello dei suoi fidi, che di eroismo ben poco si intendevano e che la fedeltà interpetravano in un senso assolutamente relativo.

Lasciamo al panegirista della brillante ritirata il libero arbitrio di dispensare per dritta e per rovescio il titolo di bravi e d’illustri a quei Generali sul merito dei quali tutti, senza spirito di parte osiamo dire che fu gran ventura del Re essersi trovato al fianco il Maresciallo di Campo Principe d’Ischitello nel giorno 19 maggio 1849, il quale avendo avuta la lucentezza d’idee sufficiente a comprendere alla bella prima il piano di attacco, e di saper trarre profitto dal ritardo della marcia del General Ruschi, fu in quella contingenza il vero e solo salvatore di Ferdinando 2° — Lasciamo pure al panegirista medesimo la teoria dei sprofondamenti e concentramenti con cui si sforza di dimostrar la presenza di una tattica ed abilità militare, che sarebbe rimasta nei campi immaginarii, laddove l'azione delle due colonne assalitrici fosse stata contemporanea ed uniforme, come era indettalo nel piano di battaglia.

Ma di ciò a fra poco; adesso ci giova ritornare all’analisi della illogica composizione del Corpo di truppa Napoletano — La cocciutaggine del Re, che si era incaponito a ritenersi per un necessario ausiliare delle altre potenze, avea fatto sì che trovossi di aver guidato sul campo l’ingente numero di 52 pezzi, la più parte di grossa artiglieria, quanti cioè ne sarebbero bastati per un esercito di 80 mila combattenti, e circa 2 mila Cavalli, che in buona regola avrebbero fatto supporre la esistenza per lo meno di 20 mila fanti.

Questi ultimi poi oltre al ritrovarsi in uno strabocchevole disavanzo numerico e rispetto all'Artiglieria, e rispetto alla Cavalleria, si componevano nella più parte di ciò che vi era di meno buono ed accettevole nell’armata, cioè di quattro Battaglioni tra Granatieri e Cacciatori della Guardia Reale, godenti appo le altre milizie il nome di cavalli di parata che non aveano giammai fatto nulla di serio, se ne togli di occuparsi seriamente a rapinare

nel famoso 15 maggio 1848 – Insieme 3000
Un Battaglione del Reggimento Marina, non meno dei primi distintosi nella medesima fazione. 600
Un Battaglione Svizzero idem 600
Un Battaglione di Carabinieri a piedi, cioè di antichi

Gendarmi, affatto digiuni di manovre e di ordinanze militari

600
Totale 4800
Ed i residuali 2,200
Uomini circa a completamento dei 7,000

erano rappresentali dagli Artiglieri, del Treno, dall’11° Reggimento di Linea, dall’8° Cacciatori e da una o due Compagnie del Corpo del Genio.

Con un corpo di truppe siffattamente organizzato riusciva impossibile al Re così il mantenersi in una Piazza, come l'ordinarsi in battaglia, tenuta ragione che lo sproporzionato numero dei cavalli, e lo immenso ingombro delle artigliere, anziché argomento di forze addivenivano per lui in ogni evento, di sensibile positivo imbarazzo.

Il poco anzi nessun conto però che si facea dai Francesi dello appoggio dei Napoletani, e l’essersi accorto alla pur fine Re Ferdinando non solo della declinala solidarietà nei fatti d’armi che avrebbero potuto aver luogo, ma, quel che più montava, di un certo studio tutto affatto diplomatico di lasciarlo esposto ai maggiori rischi della intrapresa, col minor utile e con la minor gloria possibile, il fecero risolvere nel di 9 maggio a rescrivere allo Audinot de Reggio in termini assai chiari e stringenti, come che si fosse accorto del brutto tiro che gli si giuocava: ragion questa che lo spingeva a fare i suoi fagotti, e ritirarsi a guardia unicamente della propria frontiera.

Ed anzitutto avvisava egli aver risaputo della uscita da Roma di un corpo di 3000 uomini condotti dal noto Garibaldi, portantisi dalla parte di Palestina nel fine d’inviluppare l'ala dritta del corpo Napoletano, e parlarsi ad un tempo di un altro Corpo di armati condotto dal General Roselli onde operar di conserva col primo nello scopo medesimo.

La risposta che il General Francese dava ad una tal lettera da Castel di Guido, fu pur questa volta, come sempre, dubbia ed evasiva, e quindi non alla punto a sincerare il Re sul fatto suo proprio — Limpidamente però emergeva dal suo complesso che per i nuovi rinforzi non ha guari giuntigli dalla Francia, trovarsi la sua armata su di un piede formidabile. dal che pareva volersi conchiudere «Io non ho bisogno che vi diate briga per me: pensate invece a voi stesso (se ve ne daranno il tempo) e.... conservatevi.»

«Fu allora che Ferdinando si diè seriamente a pensare ai casi suoi, ed a cercare di ridurs’in salvo sul confine: ond’è che sapendo temile da un forte nucleo di Repubblicani Romani le posizioni di Monteporzio, Montecomprato e Palestrina, per assicurare il fianco dritto e le spalle dei suoi accantonamenti, prima ancora d’iniziare il movimento di ritirata, dava fin dal 7 maggio ordine al General Ferdinando Lanza di muovere da Albano per Velletri con una colonna forte di 3000 fanti, 4 pezzi da montagna, e 300 cavalli, con lo incarico di molestare la banda Garibaldi, cercando sempre di ributtarla verso Roma, anziché verso la direzione della frontiera Napoletana; a secondare il quale intendimento mandava il dì seguente all’altro Generale Winspear di lasciare gli accantonamenti di Marino e Castelgandolfo, e riconcentrare la sua colonna a Frascati.

Questa fazione affidata ai Generali Lanza e Winspeare, checchè ne dica il Capitan d’Ambrosio, fu ben poco fortunata non solo, ma ricca ancora di qualche grottesco episodio, troppo ben degno di formare il preludio della brillante ritirata.

I soldati della Repubblica di cui Garibaldi comandava l’avanguardia, ed il Roselli il corpo di battaglia, e che avevano le loro buone ragioni d’indugiar fino a quanto l'intero corpo Napoletano, ordinatosi in ritirata, non gli offerisse la opportunità di attaccarlo simultaneamente ed in una sola volta di fronte ed alle spalle per farla finita con una sola e decisiva battaglia, saputo che il Lanza da Velletri muoveva per Valmontone onde forzar ivi la loro avanguardia, fecero sì che questo ripiegato avesse su Palestrina.

Il di 9 maggio il Lanza, distaccata dal suo corpo una colonna composta da un Battaglione della Guardia, un pezzo da montagna, e da un pelottone di Dragoni, ordinava al Colonnello Novi di battere la così delta strada vecchia, che da Valmontone guida a Palestrina, e girare il paese alle spalle per la via dei monti di facile accesso sulla sua dritta — Di questa colonna non fa mestieri tener più parola, dappoiché ebbe essa la rara abilità di eterizzarsi e svanire, ricomparendo gloriosa e trionfante nelle ore pomeridiane del terzo giorno in Albano, senza aver bruciata una sola cartuccia.

Il come ciò avesse potuto avvenire rimane tuttavia nello ignoto; il Colonnello addusse a tutta sua scusa di aver smarrita la strada tradotto in inganno dagli accidenti del terreno — Certo si è però che il Lanza dopo aver inutilmente attese le conseguenze dell’ordinata manovra, e molestato dal fuoco degli avamposti nemici, fu costretto ad ordinare l'assalto, operazione che replicata più volle non ebbe per nulla le sperate risultanze, avendo dovuto alla purfine abbandonare la impresa, dopo aver perduto più che 60 uomini tra morti e feriti.

Nè più fortunato ebbe ad essere il Generale Winspeare che seguiva la linea di Monteporzio e Montecomprato, impegnando delle scaramucce con gli avamposti, i quali ripiegavano tosto sul corpo di battaglia.

Onde assicurar l'animo dei Regi, che cominciavano a legger chiaro nel suo pensiero, Garibaldi all’aurora del giorno 10 maggio lasciando Palestrina, comodamente e senza molestia alcuna per parte dei tre Corpi Borbonici ch'eran sulle sue peste, per la via di Tivoli rientrava in Roma; ed una tal nuova partecipata al Re bastò per fargli cantar vittoria, ad onta che penosissima fosse stata la impressione prodotta nello esercito dalle perdite relativamente enormi sofferte sotto Palestrina.

A dar poi pur quella volta, come sempre, un tal quale odore di santità a quelle imprese di Re Ferdinando, le voci più strane e bizzarre furon fatte circolare per gli accantonamenti, e fin predicate in chiesa per i validi polmoni di Padre Ricci.

A dir dei campioni del trono e dello altare, il precipuo scopo di quelle orde di scomunicati cui comandava il Garibaldi era di surrogare il protestantismo e fosse direttamente il Maomettanismo all’augusta religion del Cristo; non esservi sacrilegio, profanazione, e nefandezza cui esse si rifiutassero; da per ogni dove passassero il furto vi era impermanenza come di uso; lo stupro delle sacre vergini un mezzo di guerra impiegato con profitto e senza risparmio; la violazion dei templi e rubamento dei sacri arredi un’abitudine cui non si poteva preterire, senza venir dichiarati traditori della Repubblica: e di questo passo dalle generali passando alle specialità, si raccontarono orrori e mirabilia che si dicevano avvenuti in Valmontone, Monteporzio, Montecomprato e Palestrina, nella quale ultima città il Garibaldi col suo intero Stato Maggiore, avendo fissato il suo quartier generale in un convento di claustrali, dietro esecrabili oscenità, aveva obbligate tutte, dalia madre Badessa all’ultima conversa ad esser sue commensali in un pranzo che avea luogo nella chiesa, e nel quale a maggior spregio della religione si era voluto condir la insalata coll'olio Santo, e servirsi per coppa delle sacre pissidi!!

Codesti e simili incitamenti però non valevano gran fatto a mantener la volontà di combattere nel grosso delle truppe Borboniche, stanche d’altro canto di penose marce e contromarce fatte nello scopo di farsi veder attive e guardinghe ad un nemico, che uscendo ed entrando a suo beneplacito da Roma, sebbene stretta di assedio dai Francesi, si dava ad essi a divedere or di fronte ed ora alle spalle, ed or sui fianchi, godente a dippiù le simpatie della gran maggioranza di quelle popolazioni, che lo intervento del Re di Napoli, vedevan peggio ancora di quello dei Francesi.

Questi per lo contrario, stretti dalla necessità di venire pure ad una conchiusione qualunque, sia per la vera o simulata tensione che si voglia tra il General Comandante ed il diplomatico ad latus sia per lo arrivo delle truppe Spagnuole, che sapevasi imminente, accordavano un ultimo armistizio di cinque giorni agli assediati, senza torsi pur la briga di denunziare tal concessione al Re di Napoli, cui invece si stimò opportuno far sentire, ad oggetto di affrettarne la marcia e che lo usare della sua influenza in Italia era «un antico diritto della Francia. alla cui dignità non era d’altro canto consentito valersi di ausiliarii per cosa in cui era pur certa di ben riuscire da per sé sola.»

A Re Ferdinando nel cui animo ogni di si faceano maggiori i dubbii sulla lealtà del confederato, cui pareva non stesse molto a cuore la sua personale sicurezza, e che alla fin fine scopriva le batterie mascherate delle sue pretese, d’indole affatto leonina, reso tranquillo dal ritorno di Garibaldi in Roma, giungeva piuttosto bene accetto questa specie di parlar netto ed esplicito, che gli permetteva di ricondurre ai proprii Penati lo sciame dei suoi eroi, che già trovavasi di aver esordito con poca fortuna a Palestrina.

Ed in tal divisamento ebbe pure a confermarlo la lettura di un foglio intercettato agli avamposti di Caslel-Gandolfo, nel quale era detto che sarebbe tosto uscita da Roma una forte colonna di Repubblicani per attaccare i Napoletani nei loro accantonamenti, dando lino i dettagli del piano di attacco prestabilito, lettera che il Re senza alcuna perdila di tempo, si fece a spedire al General Francese, arricchita delle debite proteste, che ebbero la sventura, per altro prevedibile, di rimanere lettera morta.


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TRENTESIMOSETTIMO QUADRO

SOMMARIO —La ritirata vien menata ad effetto — Il proclama di Re Ferdinando —Attacco di Velletri e condizioni strategiche delle due armate — Regii e Repubblicani— Garibaldi e Colonna —La refezione a Torre Treponti.

Il 17 Maggio 1849 l’esercito napoletano rafforzato da circa altri 1000 fanti e 200 cavalli, giunti da Napoli la mattina istessa, sotto gli ordini del Re lasciando gli accantonamenti di Albano, Castel Gandolfo, Genzano od Ariccia, iniziò il suo movimento di ritirata definitiva traendosi dietro i malati nelle rispettive ambulanze.

Fin però dalle prime ore del mattino i registri degli ordini dei diversi corpi, e le cantonale della città avean ricevuta una Reale, solenne proclamazione per giustificare un cotal movimento di ritorno verso la frontiera dei proprii stati, proclama riportalo indi a non guari dalia Gazzetta Uffiziale del Regno, e dal foglio mensile degli Ordini del Comando Generale delle Armi Citra Faro— Esso era concepito come segue:

«L’accordo indispensabile nelle operazioni militari fra le Regie truppe e le forze Francesi che si trovano di aver già occupate la parte del territorio Romano, e venuto meno in conseguenza dell’attitudine spiegata dal governo della Repubblica Francese nella quistione Romana, nella quale la Francia si riserba di agire sola, ed il suo diplomatico, autorizzato a trattare con le truppe Romane, le dà tutto l'agio di agire contro quello istesso il corpo Napoletano, che in seguito delle conferenze di Gaeta, e; gli accordi stabiliti a Palo ed a Fiumicino, dovea concorrere a far causa comune coi Francesi! Per siffatte considerazioni, e per la mancanza di azione delle altre potenze nelle vicinanze di Roma S. M. ha creduto della sua dignità il far ritorno alla frontiera dei suoi stati, e quivi attendere gli avvenimenti.»

Or queste pur troppo esasperate parole provano che il Re cominciava a capire, troppo tardi, esser egli la base delle operazioni e della condotta politica per parte della Francia, che non si faceva scrupolo di ricacciare in bocca ai lupi l’illustre alleato, e di quelle strategiche dei Romani, le di cui condizioni sarebbero venute a mutarsi, quante volte la fortuna delle armi fosse stata ad esse propizia nel colpo di mano che avrebbero tentato; che perciò ricorreva allo espediente di metter in campo una protesta fondata sopra una dignità che aveva la coscienza di non aver saputa mai tutelare abbastanza, né tener rispettata in corrispettività della sua qualità sovrana.

Il piano di attacco, che già gli era noto, stando letteralmente scritto nel foglio di cui sopra avemmo a tener parola «che Garibaldi con un corpo considerevole ed 8 pezzi di artiglierie, moti vendo da Palestrina, avrebbe preso i Napoletani alle spalle, mentre un altro Corpo di Repubblicani Romani li attaccherebbe di fronte» avrebbe dovuto decidere il Re di Napoli a far accelerare il movimento degli iimmensi parchi di grosse artiglierie per Cisterna, Torre-tre-Ponti e Terracina, rimanendo così scevro da quello imbarazzo che costituiva il suo maggior pericolo, e che avrebbe fatta pure la sua rovina, laddove il Corpo di Battaglia e la riserva Romana, cui comandavano il Generale in capo Roselli, ed il Colonnello Galletti, sia per deplorevole oscitanza, sia come vuolsi e più par vero, per cause indipendenti dalla loro volontà, non si fossero ritrovati al posto loro assegnalo con un ritardo di circa cinque ore: il che mentre impedì la simultaneità degli attacchi, cardine della buona riuscita, non permise ad esse entrar pure in azione, restando inerte quella gran massa di uomini che avrebbe decisa ben altrimenti delle sorti della giornata, la quale fu eroicamente sostenuta dalla sola avanguardia delle truppe repubblicane affidata al Comando del Colonnello Marrocchelli, e tra cui aveva voluto trovarsi pure il General Garibaldi.

Or mentre a circa le 10 a. m. del 19 maggio, Garibaldi, che non Conosce impossibilità, fedele ai presi accordi attaccava gli avamposti Napoletani, il Re, che lino a quel momento, sia per troppo assegnamento fatto sulla sua protesta, sia perché calcolando sulla celerità del suo movimento di ritirata, non aveva aggiustata intera fede alla possibilità di un attacco, ebbe a persuadersi che lo affare cominciava a divenir serio, e poiché era il vero caso di Cicero prò domu sua, ebbe a spiegare un’attività senza pari, che trovò valido appoggio e conforto come abbiaci detto nel coraggio e nella tattica militare del Principe d’Ischitello, che fatto guarnire di cannoni il fronte di attacco, volle che si occupasse immediatamente la interessante posizione dei Cappuccini, che sovrasta di fianco la città, e che munì pure di ottime artiglierie, mentre nel tempo stesso avvantaggiandosi del ritardo del corpo di battaglia e della riserva, volle che alla gran corsa, per la cosi delta porta di Roma, rimasta libera tuttavia per la non coincidenza degli attacchi, defilassero per prendere posizione nella pianura sottostante, ad un tempo solo ed in triplice colonna, la fanteria, il treno col parco delle grosse artiglierie, e la cavalleria.

Rimediato per guisa siffatta a quegli errori sui quali si era dai Repubblicani essenzialmente calcolalo onde ottener la vittoria sui Napoletani, la quistione si semplicizzava immensamente, pel momento almeno, in cui non vi era che a tener fronte in una posizione divenuta vantaggiosa alla sola avanguardia di un esercito, che attendeva invano, e per ben lunghe ore il veder distratta da sé la intera attenzione del nemico, che si aveva al fronte mercé un altro attacco sui suoi fianchi ed alle spalle. Da 8 in 10 ore durava intanto il fuoco ben nudrito e sostenuto vigorosamente da ambo le parti; fuoco ormai inutile e micidialissimo pei repubblicani, cui defezionando le risorse combinate nel piano di battaglia, si vedeano invece postali su terreno malagevole, impossibilitali a servirsi delle proprie artiglierie, e forzali a sottostare al fuoco incessante di quelle borboniche, che da posizioni opportunamente scelte fulminavano con la mitraglia da per ogni dove la morte.

Testimoni oculari di quel fatto di armi, ad onor del vero, mentre ci facciamo a rettificar diversi incidenti travisati, ed a ricordarne alcun altro omesso nella, famosa relazione, ci gode l’animo di poter testificare da non aver veduto muovere un sol passo indietro da quei valorosi campioni di libertà, che cantando a piena gola il ritornello di quella carissima canzone

Fuoco contro fuoco

Si ha da vincere o morir;

correvano animosi a farsi decimar dalla mitraglia, venuti nel disperalo proposito di guadagnar con la bajonetta una posizione anche troppo ben fornita di cannoni!

E con ben diverso animo si era dai Regi incominciato a sostener lo attacco, dappoiché un battaglione della Guardia comandato dal Novi, che aveva ricevuto ordine di rinforzar gli avamposti e riconoscere la posizione del nemico, indi a poco inseguito colla bajonetta alle reni, rientrava fuggendo in Velletri, e comunicando per ogni dove agli altri quel panico, da cui era stato preso esso stesso.

Quella vista perturbò Ferdinando, che disperando di sue cose, laddove quel male attaccaticcio si fosse propagato, ricevé a piattonate i fuggenti, soldati od Ufiziali che si fossero, ed imponendo gli arresti al colonnello, cui diede della carogna, disponendo che quello importante servizio di ricognizione si fosse adempito dai cacciatori di linea.

Le accidentalità del terreno, mentre rendevano arduo agli assalitori lo spiegare le proprie forze, obbligandoli ad inerpicarsi per clivi, dove più deve meno ripidi e scoscesi, favoriva la difesa a cui poche forze erano sufficienti, ed impedivano che quelli si ordinassero in nuclei compatti di battaglia; a raggiungere il quale scopo risolveva il General Garibaldi di recarsi personalmente all’avanguardia, onde dar animo ai suoi, ed incitarli a guadagnare quella breve spianala.

Veniva questa diligentemente guardala dal Battaglione dei Cacciatori a cavallo, cui comandava il distinto Colonnello Filippo Colonna dei Principi di Stigliano, il quale con delle brevi e spesse cariche per Pelettoni, impediva ai Repubblicani di guadagnarvi terreno —Or la camicia rossa, proverbiale e vecchio distintivo del General Garibaldi, agevolando il modo di subito riconoscerlo, fece si che il Colonna di lui si accorgesse, quando seguito unicamente dal suo fidissimo moro, ascendeva per un clivo in cerca dei suoi. — La solita manovra della carica avrebbe certamente messa allora in forse la vita del Generale, che impossibilitalo a ritirarsi avrebbe dovuto scegliere tra il farsi uccidere, od il rimaner prigioniero dei Borbonici—Per fortuna però il Colonna era uno dei pochi Uffiziali superiori di quello esercito costituenti le rispettabili individualità cui accenna lo Zerbi, che avrebbe vergognalo quindi di ordinar la carica contro un sol uomo; pel che dato il comando di alto, ai suoi, spronò il cavallo facendosi solo innanzi al Generale, che nel mentre dové ammirarne l’atto generoso, si tenne onoralo di accettare una sfida corpo a corpo, fatta in modi cotanto cavallereschi ed urbani —Le loro sciabole adunque s’incrociarono, e si bene l'uno era degno di stare a fronte dell'altro, che tornerebbe difficile lo affermare ora, quale sarebbe stato l’esito di quel singolare duello. —

Innegabilmente però, che che si facesse dal Colonna per non prendersi alcun eventuale vantaggio sul Generale, rimaneva per lui quello del terreno, poggiando siffattamente i piedi posteriori del cavallo di Garibaldi sull’orlo del clivo, da far temere che il trascinasse pel pendio, alla benché minima mossa avrebbe egli dovuta fare. — Questa difficile situazione fu compresa a tempo dal moro che lo seguiva, il quale non trovando miglior espediente a scongiurar il periglio, con una manovra rapida come il pensiero, piegandosi di tutta la persona sul collo del cavallo, tirò un colpo di lancia nel petto di quello montato dal Colonna, da farlo stramazzare al suolo.

Il Battaglione, veduto il pericolo del proprio Comandante si affretta a muovere rapidamente in suo soccorso, mentre Garibaldi cerca salvarsi discendendo la china e lasciando vittima di più ferite, e della sua costante abnegazione il fedel moro, che non aveva potuto trovar modo di seguirlo.

Di questo fatto avvenuto sotto lo sguardo dei due eserciti, appena ne venne ragguagliato il Re, non è a dirsi lo sdegno da cui venne egli ad essere compreso, essendo fama che trascendesse nelle più basse invettive e contumelie, contro chi gli aveva tolto il canso di liberar l’Europa da uno dei suoi più famosi condottieri di bande armate col facile mezzo di una fucilazione sommaria — Che che ne sia egli è però certo che sul far della sera di quella per lui memorabilissima giornata, e quando erano nella più parte svanite le apprensioni per l’esito di quel fatto campale, vedendo il Colonna, tra un ironico ed un piccante, da cui traspariva anche la Real bile ed acrimonia, volle dirgli:

«Bravo, Colonna; voi oggi avete superato in cortesia lo istesso Bajardo con tutt'i Cavalieri della tavola rotonda» — E allo indomani, mentre il Corpo di esercito Borbonico, timoroso d’impegnare una seconda battaglia, fuggiva alla volta dei confini eseguendo con calma imponente (son parole proprio della relazione!) la brillante ritirata, giunto nelle prime ore del pomeriggio a Torre-tre-ponti, (23 miglia Romane da Velletri!!!) il Re, essendo ormai sicuro di non essere inseguito, ad una refezione che stimò fare col piede nella staffa come suol dirsi, mandò ad invitare personalmente tutti i capi dei Corpi, onde vi avessero preso parte, e poiché alcuno tra questi volle osservare maliziosamente che vi mancasse il Colonna, il Re con uggia disse presto: «lasciatelo stare; egli in questo momento deve essere ben: sazio di gloria!»


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TRENTESIMOOTTAVO QUADRO

SOMMARIO  — Addizione comparativa delle perdite dei due eserciti — Un ultimo giudizio sul soldato Napoletano — Gli Ufficiali Mazzitelli, e Gorgoni a Velletri nel 1849 — Il Capitano Negri a Cajazzo nel 1860 — Un espediente strategico tolto di peso da Cornelio Nipote — Ritorno dello esercito nel Regno.

Era annottato da circa un' ora, quando il fuoco affievolendo a poco a poco dall’una parte e dall’altra fini col cessare del tutto.

Le perdite dei Napoletani, che che ne abbia dello il D’Ambrosio che le fa ascendere a 40 tra morti e feriti, a noi parve che sommassero poco meno che tre volle tanto — Verissimo si è però che non cadde in mano al nemico né un carro, né un prigioniero, né un ferito.

Crediam però, s è questa pure una gloria, che i Repubblicani potessero vantarsi di altrettanto; che se pure vi fu differenza in più nel numero di morti e dei feriti di questi ultimi, ch’egli fa ascendere a più di 5 in 6 cento, nel che non possiamo redarguirlo, siam di credere che la differenza fosse ben giustificala dall’essere i Napoletani dietro i ripari della città, od in forti posizioni, tenendosi sempre in sulla defensiva, e spalleggiati da 14 bocche da fuoco che vomitarono incessantemente la morte contro animosi, cui mal giovando le proprie artiglierie, fattosi scudo del proprio petto, tornavano incessantemente allo assalto.

Certo non ci sarà data taccia di detrattori della parte di gloria che può toccare ai Napoletani come soldati; crediamo invece di averla messa assai troppo vantaggiosamente in rilievo— Che se pur fosse vero che Napoli non si ebbe mai un esercito, ciò torna a colpa non dello individuo ma della istituzione.

Che se ci potesse venire concesso di evocar dalla pace dei sepolcri le ombre di tutte le vittime cadute in servigio di una trista signoria, nelle fazioni del 1848 e 1860, e richieder ad esse se insuperbissero del destino loro toccato, oh! andiam pur sicuri, che non pronunzierebbero dal nostro un diverso giudizio.

Vi era pur troppo in quello esercito, e da gran tempo, un elemento giovine e rigoglioso cosi di vita, che d’istruzione, il quale avrebbe ben volentieri servito sotto gli ordinamenti di libere istituzioni; mancante però questo e d’iniziativa e di sviluppo, condotto diciam pure per mano, e qualche volta deriso pure da quello vecchio e radicale, che come pianta parassita vi si lasciava vegetare a bella posta con non discutibile preponderanza, avveniva ben di frequenti il dover egli essere per lo meno complice nell’attuazione di misure di cui avrebbe ben volentieri rinunziato alla solidarietà — La ragione del dovere e quella dell’onor Militare interpretate Regis ad exemplar, pregiudicarono in modo significantissimo al progresso delle idee e della civiltà nello esercito Borbonico, in cui la taccia di novatore esponeva al ridicolo, e quella di demagogo o riscaldato vi avrebbe procurata la destituzione ed il destino per un’isola vita durante, e senza formula di processo.

Confortiamo ora di alcuno esempio il dedotto.

Legati da vincoli di reciproca stima ed amicizia Andrea Oscar Mazzitelli, alfiere dei Cacciatori a cavallo, ed il tenente Gorgoni dei Lancieri, eran ambedue egregi e valorosi Uffiziali, educati a scelte discipline, ed il primo anche pregevole scrittore.

Nelle prime ore del 19 maggio a Velletri scontratisi in un caffè, «Oscar» disse il Gorgone «ti veggo di cattiva cera e di pessimo umore questa mattina.»

«Oggi come ieri» rispose il Mazzitelli «sono oltremodo noiato di questo continuo va e vieni, sempre in figura di sentinelle perdute della santa pantofola.»

«Scomunicato!... se fosse vero che oggi verranno ad attaccarci, rischi di morire in due guise, cioè di una buona palla repubblicana, e di morte eterna per aver rinnegato i vantaggi d’esser martire della fede.»

«Gorgoni, io credo in ben molte cose ch'altri non credono, come non credo a migliaia di altre che ci si voglion far credere per forza — Or bene non ti dissimulo che ho un tristo presentimento, e che se mi fosse possibile, rinunzierei volentieri alla spalletta, anziché prender parte in una guerra, da cui si è da e temere il ridicolo, anziché sperarne gloria.»

«Oscar tu folleggi; non ti nego che io a costo di perdere un occhio preferirei combattere contro i Francesi, anziché con quei poveri diavoli; però non vi è che farci; il dovere e l’onor militare ci vietano la discussione.»

«Non proseguire, Gorgoni; hai detto tutto; resterebbe ora a veder solamente di che razza sia questo dovere: e dove attecchisce le sue radici quella specie di onore che riducendo gli uomini in macchine, vieta loro il libero uso della ragione.»

Cinque ora dopo, quasi al cominciar dello attacco, cadevano ambo cadaveri sul campo di battaglia, vittime di principio non corrispondente alle loro convinzioni; e notisi che furono essi i soli due Uffiziali dello esercito Borbonico che soccombettero in quel fatto d’armi!...

E da Velletri a Caiazzo dopo un lasso di 12 anni.

Quell’anima eletta ed elettissimo ingegno che si era il Capitano Negri, nominato a Comandante di tutte le Artiglierie dopo la resa di Capua, e propriamente a Cajazzzo, quando cioè i Borbonici battevano in ritirata su Gaeta, nell’atto di puntare un cannone, sorrise mestamente al General collega, ch'era corso a recargli da parte del Re la notizia della sua promozione da Capitano a Generale, e «Grazie» disse «di un real guiderdone che non eccita il mio entusiasmo, né può alterare la tempra dei miei sentimenti: io scrivo oggi il Sovrano per dovere, e per quella simpatia che suol ti destare in animo ben fatto ogni sventura — Or, io, Generale, e mi farò qui uccidere in omaggio a questo dovere, pel rispetto che ho per la sventura, ed in osservanza alle sacre leggi dell’onor militare; ciò però non impone che io tradisca apertamente le manifestazioni della mia coscienza, o che le nasconda per timore — Generale io combatto in questo momento contro le mie convinzioni!...

Quale solenne manifestazione appena terminava di fare, che venne orrendamente mutilato e fatto in brani da una palla di cannone.

Or ritorniamo a Velletri: ad oggetto di evadere al nemico che gli bivaccava di fronte, il Re ebbe necessità di ricorrere ad uno espediente tolto di peso da Cornelio Nipote, con la sola differenza che lo storico assicura avervi ricorso Annibale per uscir dalle gole in cui l’avea ridotto Fabio Massimo, nello scopo di aprirsi un varco fra i nemici, e Ferdinando 2° con minima diversità di mozzi e massima di principii lo adoperava per sfuggirgli ingannandolo.

Or mentre il bivacco dei Repubblicani brillava di mille faci e luminarie che avvivavano la scena affatto nuova ed interessante di una festa militare, in cui non faceansi desiderare né canti, né suoni, né danze, l’esercito Regio come una grossa frateria di Trappisti; dopo suonata la preghiera, riceveva ordine di mantenere il più assoluto silenzio, ed il Re congregati i suoi Comandanti dei corpi tutti, esponeva loro non esser punto della dignità di un Re lo accettare una seconda battaglia da masse indisciplinate di cialtroni, cacciate semiebbrie sotto il fuoco dei suoi cannoni, dal maltalento e dalla pervicacia di pochi faziosi, ed abbenché una prima splendida vittoria gli fosse arra sufficiente per l'esito di una seconda, non meno gloriosa e decisiva: pure a calcolo fatto trovar egli miglior espediente lo evitarla — Posto quindi in risalto i brillanti risultamenti tutti della giornata, fra cui non era certamente ultimo quello di essersi assicurata la ritirata con l'occupazione di Cisterna, diede gli ordini sul modo come eseguirla, senza che il nemico se ne avvedesse, o potesse venirne pure in sospetto — E qui dopo aver raccomandata un’altra volta il silenzio e la calma, mandava che i 200 Cacciatori di Colonna, armato ognuno di due fascine di sarmenti, avessero occupata la linea delle posizioni tenute dalla truppa nel corso della giornata, alla distanza di 50 passi l'uno dall’altro, ed accendendo a riprese quelle fascine per simulare alla lor volta un bivacco, mentreché la testa di colonna coi feriti in prima, la fanteria e l’artiglieria dopo in doppia colonna, e la Cavalleria in ultimo, alla cui coda si sarebbero attaccati i Cacciatori, dopo la manovra delle fascine, avrebbero defilato, custoditrici delle glorie di quella giornata, verso il confine.

Quest’abile manovra menata a compimento con felice successo riusciva a pennello, sia per l'oculata riservatezza con cui venne condotta, sia perché ai Generali Repubblicani, nella generosa longanimità del loro giudizio, non entrava in mente che un Re alla testa di un esercito avesse potuto sfuggir così vilmente d'innanzi al cospetto di un nemico che aveva pur mostrato di bravare — Essi allo spuntar del giorno nello entrare senza ostacolo alcuno dentro Velletri, poterono calcolare che lo esercito Napoletano, marciando con tutt'altra che calma e dignità aveva guadagnata già una tappa sopra i Repubblicani, cui sarebbe riuscito impossibile il raggiungerlo, anche perché richiamati in Roma dallo spirare dei 5 giorni dell’ultimo armistizio.

In cotal modo con la reputazione di sconfitti, e per le campagne e per le città i Napolitani, comandati da un Re che andava fiero e pettoruto di esser ad un tempo fuggito di fronte allo inimico, e sfuggito alle insidie del confederato della grande nazione, giungevano ai proprii confini, all’indomani della famosa battaglia, divorandosi di un sol fiato la ben lunga strada che divide Velletri da Fondi.


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TRENTESIMONONO QUADRO

SOMMARIO —La situazione sì chiarisce—Arrivo degli Spagnuoli—Contegno di Audinot verso questi e gli Austriaci—Il suffragio di 7,500,000 voti!! od un cambiamento a vista — Garibaldi giudicato da D'Ambrosio — Gli Spagnuoli — Squarci di poesia Epica.

Non è nostra mente seguir oltre nella narrativa delle fazioni guerriere operate dal Re, onde tener garantito il confine, anche assai dopo che la Repubblica Romana fu caduta sotto i colpi di cannone Francese al finire del seguente mese di giugno.

Per fas o per nefas ad una conchiusione qualunque occorreva venirci pure; sarebbe stato strano che la grande Nazione si fosse incomodata senza raggiungere uno scopo qualunque.

Gl’illustri ospiti di Re Ferdinando, Pio IX e Leopoldo di Toscana rinsediati nei rispettivi troni il primo per opera delle armi Francesi, e per quelle Austriache il secondo, rinnovarono col Re di Sicilia i patti fondamentali dell’antica amicizia, afforzati questa volta dalla dolorosa esperienza di poco più di un anno di tristi vicissitudini — E forse fin d’allora stava scritto nei libri del destino che a non lungo andare toccherebbe allo stesso Pontefice ripagar a due doppii al figlio la ospitalità ricevuta dal padre, mentre che il Gran Duca di Toscana avrebbe con questi diviso la perdita del trono, ed il bando dalla patria! Gli Spagnuoli giungevano in Gaeta sul finir del maggio nel numero di circa 9000 fanti e 200 cavalli, comandati dal Generale in capo Fernandez de Cordova; il quale appena giunto richiedeva in grazia Re Ferdinando di esser situato in prima linea onde gli fosse permesso sperare che le armi da lui condotte potessero pure far qualche cosa in prò della nobile e santissima causa della «Religione e dell’ordine, su quegli stessi campi ove la M. S. si (larga messe di gloria avea raccolta (?!!)»

Re Ferdinando per lunga pezza guardò fissamente il Generale per accertarsi se il complimento fosse fatto in buona fede, ovvero se appartenesse alla classe di una delle

«tante romanzesche fole

«Che le strambe inventar teste Spagnole»

Però accortosi che il sussieguo del Cordova era permanente come una macchia di untume sopra una stolta qualunque, non sembrandogli pur vero d’esser ritornato sano e salvo in casa sua, si affrettò a compiacerlo, permettendogli di occupar Terracina e Frosinone non solo, ma mettendo pure alla sua dipendenza i Cacciatori di Colonna, onde correggere il difetto della pochezza dei cavalli, cui comandava.

E poiché quello di riparare i torti altrui dal celebre Cavalier della Mancia in poi, si è stato un dritto ereditario degli Spagnuoli, così non è da meravigliare nel vederlo sotto la data del 5 giugno, spedire il Colonnello Ruenaga, Capo del suo Stato Maggiore, al General Francese, insistendo per prender parte nei fatti di armi che andrebbero ad aver luogo.

Ed il Duca di Reggio, che sol qualche giorno innanzi saputo che una avanguardia Tedesca era arrivata a Perugia, per mettersi in comunicazione coll’armata Napoletana, la quale accantonava negli Abruzzi, era stato costretto a scriver forte al Comandante in capo le truppe Austriache nell’Umbria e nelle Marche, si trovò nella dura alternativa di fare altrettanto col Cordova.

Ecco alcune frasi della lettera al General Austriaco.

«Sospendete adunque la vostra marcia; l’onore delle nostro,«armi lo esige.»

«Io ho appreso a rispettare sui campi di battaglia le truppe Austriache; ma in questo momento ogni dimostrazione di questa truppa sopra Roma sembrerebbe offensiva ed ostile alla Francia — Se in siffatte condizioni i nostri soldati s’incontrassero, «ne potrebbero risultare dei conflitti, che entrambi dobbiamo ave(i re a cuore di evitare.»

Ed ecco pure alcuni punti più salienti della lunga lettera diretta al Cordova.

«Senza dubbio, sig. Generale, noi siamo stati inviali dai nostri governi nella Penisola Italiana per motivi che hanno tra loro «una certa analogia; non pertanto la iniziativa che ha presa la Francia nella quistione Romana, non mi permette di confondere la mia azione con quella di una nazione estera.»

Ed indi a poco.

«Quando un’armata assedia una città, nessuna truppa estera, voi lo sapete, vi si può approssimare, eccetto il caso in cui il soccorso di quest’armata sia reclamato dagli assediati o dagli assedianti — Tale non è Generale la nostra rispettiva situazione. La vostra protezione è ben lontana dall’essere richiesta dai Romani, e l’armata Francese trovasi in misura di far fronte da per sé sola a tutte l’eventualità della guerra ecc. ecc.».

«In questo stato di cose qualunque movimento di un’armata estera potrebbe produrre dei conflitti, che la prudenza ci consiglia di evitare.»

Addio, adunque, a tutti i belli progetti ed ai piani delle celebri conferenze — Gl’illustri confederati con maggiore o minor garbo vennero tutti per tal modo congedati e ringraziali della pena che si eran data, ed obbligati invece ad essere muli e passivi spettatori di una nuova politica inaugurata in Roma dalla Francia, che più tardi doveva commuovere violentemente la Europa, e le di cui conseguenze sono anche oggi incalcolabili.

Le nuove elezioni in Francia avendo favorito lo sviluppo dello elemento conservatore presso l’assemblea Nazionale, ei vi fu un vociar da tutte le parli contro l’anarchia ed i manomettitori della Religione — Il Presidente, che anzitutto guardava in quel momento ad assecondare il partito dei più, che dovevano costituir per lui un suffragio universale espresso dalla eloquentissima cifra di 7,500,000 voti!... trovò prudente il sospendere quel giuoco d’altalena politica rappresentato in Roma dall’Audinot e dal Lesseps, il primo dei quali tutelava l’ordine con le artiglierie, mentre l’altro favoriva la rivoluzione a furia di tregue e di armistizii — I pregi della omogeneità risaltavan tosto agli sguardi di coloro che bramavano veder presto e nettamente definita la vertenza, ed il signor di Corcelles spedilo a Roma, fu il vero comando di fuoco contro i bastioni della eterna città difesa da un pugno di eroi.

E la caduta della Romana Repubblica fu come il lampo precursore del tuono per l’inclita sorella, che si era dato lo incomodo di reclamar per sé l’onore di menarla ad effetto; ed infatti il metallo che servir dovea indi a non molto pel colpo di Stato del 2 decembre, fu preparato in quella fucina — I preti, senza calcolarne al giusto le conseguenze, corsero lieti a soffiarvi dentro; che si affrettino ora dunque a raccogliere il frutto di quel seme che si studiarono di rendere fecondo.

Dello esercito della Repubblica Romana soli 5000 uomini si decisero a seguir Garibaldi che, intollerante di servitù, usciva da Roma alla lor testa nella notte del 1 al 2 luglio, tenendo la via di Albano — E Tedeschi, e Francesi, e Spagnuoli, e Napoletani commossi da tal nuova, si diedero tutti ad inseguirlo accanitamente, ed a chiudergli ogni via e possibilità di scampo.

E da qui per quello valoroso una nuova ed atrocissima iliade di sventure, di cui non ci regge l’animo a tessere l’istoria—Noterem solo che avendo egli potuto alla purfine stremalo di forze e di mezzi non solo, ma pure coll’animo affranto da supremi dolori, trovar rifugio sul territorio Piemontese, i despoti riacquistarono la facoltà del libero respiro, e l'autore della celebre relazione, che abbiain finora seguita, potè chiuderne l’ultima pagina con le seguenti parole, che è pregio dell’opera il riportar testualmente.

«Colla fuga di questo avventuriere che la Storia dipinge rivoluzionario per mestiere, soldato per istinto, bravo, audace, e spregiatore di ogni virtù (!), e totalmente dispersa o catturata la sua banda, fazione iniqua, motrice di sconvolgimenti e pubblico danno (!) cessò la guerra del brigantaggio che per più di un anno avea desolato il territorio della Repubblica Romana!»

Come i Francesi in Roma, ed i Tedeschi nella Umbria e nelle Marche, rimasero per ben altro tempo ancora di conserva coi Napoletani, accantonati gli Spagnuoli sui confini del Regno, e parte sulla frontiera Romana.

Tra tutte le Truppe di cui in quella dolorosa emergenza avemmo la opportunità di esaminare e la indole e gl’istituti, non possiamo trascurare di porre in rilievo aver trovato specialissima la Spagnuola, composta tutta di eletta gioventù, ardila, svelta, infaticabile, che i disagi e gli stenti delle lunghe marce e del bivacco non sembrava neppure di avvertire — Rigorosa vi è la disciplina, ed oltre ogni dire facile a comminarsi lo estremo supplizio: dal ripetersi così di frequenti una così trista impressione ei par che ne risulti lo effetto contrario di quello sperato, vogliamo dire che non commuove e ne spaventa, venendo appena avvertila — Non possonsi però generalmente dir teneri ed entusiastici esecutori del nono e decimo precetto del Decalogo, che anzi pare di trovarsi essi sotto un tal riguardo qualche linea al di sopra degli stessi Spartani.

«Che ausiliarii, che ausiliarii!! Generale» ebbe a dire Monsignor Vescovo da Valmontone al Maresciallo Nunziante, ch'era ance dato a complimentarlo» buoni figli, se volete: ma in fatti di scandali e d’incontinenze, nostra Santa Madre chiesa avrà a ricordarsene per un bel pezzo; vedete, o Generale, io... io son giunto a tremare per me!!!?»

Allorché il berretto Frigio ebbe a tramutarsi in clamide imperiale, le frontiere napolitane trovavansi tuttavia gremite di truppe, che solo il 4 decembre iniziarono un generale e completo movimento di ritirata — Ricordiamo che il di precedente un Battaglione del 1° Dragoni che da quel di Ceprano fu richiamato ad Arce, ed obbligalo quindi da Arce istesso a muovere per Sora, senza pur torre le briglie ai cavalli, fu obbligato a recarsi per Ire volle in tre diverse Chiese per cantarvi il Te Deum in ringraziamento al Dio degli eserciti per aver ricostituito lo impero sulle ceneri della Repubblica.

Al veder rimuovere il tristo e contagioso esempio di una Repubblica dal centro di Europa, Ferdinando perdonò i tranelli ed i lacciuoli tesigli dal De Lesseps, alla Francia ed a Napoleone; allora si ch'egli respirò liberamente, e potè darsi a tutt’uomo allo imponente lavoro di sbarbicare da’ suoi stati i residui di quel pestifero loglio che si è il liberalismo!!

I poeti cesarei e non cesarei non mancarono in varii metri di celebrarne le lodi, e non spiacerà certo ai nostri lettori l’assaporar oggi un saggio di quel fior di roba dell’epoca

…………….chi s’incamina

Or per Velletri, per Palestrina

Trova nei ruderi di quella storia

Sol per te pagine d’eterna gloria:

Trova ricordi d’illustri imprese,

Quali eran degne solo di Te;

Che chi l'altare di Dio difese (!)

Era il più grande di tutt’i Re (!)—

Tanti orsi essi erano, erano cani

Quei che chiamavansi repubblicani.

Laceri e luridi, più che soldati

Parevan diavoli scomunicati;

Stuprare, uccidere, spogliare i templi

Di quei campioni fu usanza ognor,

Ma Iddio che subito punisce gli empii

Volle disperderli col tuo valor (!)—

Al Re di Napoli l'alto mandalo

Fu dall’Altissimo predestinato:

Ei con terribili aspre battaglie (!)

Confonde e sperpera quelle canaglie (!)

Sorride l’Austria, la Francia plaude,

Rend’eco Iberia al suo gran cor;

L'orbe Cattolico non trova laude

Pari all’altezza del vincitor (!!)

E vi è dell’altra roba ancora, cioè un sonetto che se non fu pagato 14 mila scudi, come quello dell’Acliillini

«Sudate o fuochi a preparar metalli»

valse l’entrata in una cospicua amministrazione con pingue soldo ad un tale ch’esercitava ora alternativamente, ed ora isolatamente le tre professioni di suonatore di organo, cantore di chiesa, e fattorino di Farmacia.

O gran Re che del mondo alla Regina

Alma città restituisti un Pio,

In cui mano a Velletri a Palestina

Il brando addiventò fulmin di Dio;

Tu sol cansasti il mondo da mina,

Che spronato da altissimo disio,

La setta rea ch'uccide ed assassina,

Ricacciasti nel fondo a triste obblio.

Con te Dio vinse, ed egli stesso il braccio

Tuo dirigendo fra nemiche schiere

D’ogni danno il fè scevro e d'ogn’impaccio;

Ond’è che in gaudio universal, o Sere,

Libero il popol tuo d’ogni rio laccio

Vien meco a salutar le tue bandiere.

Or questa semi-celebrità artistica, posta a mezza paga dopo il 1860, ed in omaggio alla pubblica opinione: non mancando assolutamente di spirito, e temendo di perdere da un momento all’altro anche il mezzo soldo rimastogli per carità, e forse meglio per pura dimenticanza, si è studiato tanto di mettersi a livello della corrente, che crediam pure che sia riuscito in qualche cosa su questo punto — Certo si è che anni or sono egli si recava in Torino, munito di commendatizie di un tale influentissimo del partito d’azione, e che presentato in casa del Segretario Generale di un Ministro dell’epoca; seppe cantare con tanta grazia

Camicia rossa dove ti ascondi?

Ti chiama Italia, tu non rispondi;

Venezia apprestasi alla riscossa,

E tu stai mutola camicia rossa?!

Che madama la padrona di casa ebbe la degnazione di occuparsi di lui, facendogli tenere nel mattino del di seguente un pacco di ricapiti per persone alto locate, impegnandole a rendere la dovuta giustizia ad un così ardente patriota.


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CONCHIUSIONE

Ristabiliti i migliori accordi possibili Ira i Principi tutti Italiani che la rivoluzione del 1848 aveva annichiliti, fu da osservare nel contegno di essi ed omogeneità di sentimenti ed analogia di mezzi, affinché non avesse a riprodursi quello sconvolgimento medesimo da cui si tenevano salvati come per miracolo — Inutile precauzione!

Facciamo ora un ultimo salto a piè pari sopra il periodo di 12 anni.

Al comparire della primavera del 1860 quelle istesse masnade condotte da quello istessissimo avventuriere rivoluzionario per mestiere e soldato per istinto, ecco che ritornano a mettere sul tappeto della discussione le loro teorie democratiche, e ad iniziare nello stesso tempo sui campi di battaglia quella serie di combattimenti che dovevano inabissar per sempre i Borboni di Napoli, all’eco della cui caduta precipitar doveano gli altri Principati instituiti nella Penisola dalla sacra alleanza, e che avrebbero scritto sulla nuova bandiera le fatidiche parole Una ex septem!

I sedicenti eroi del 9 e 19 maggio furono i primi ad esser travolti dall’impeto di quell’uragano—Essi nel numero di cento contro uno, voltando ovunque le spalle di fronte a quella invincibile falange, mostrarono al mondo intero che non si è mai soldati quando non si è liberi cittadini, e che non può coordinarsi la dignità dell’uomo con la condizione dello schiavo.

Che se nella narrazione dei principali fatti avvenuti nel breve periodo di cui abbiamo impreso a ragionare, credemmo ben spesse volte opportuno ricorrere allo aneddoto ed a particolarità individuali, non per recar spregio alla persona, ma nel solo intendimento di analizzare tutto un sistema il di cui crollo definitivo veniva deciso dalle false basi che gli si erano assegnate, fummo a ciò pure indotti dalla speranza di agevolare agl’Italiani delle altre provincie lo studio degli usi e delle condizioni economiche e politiche in cui versava Napoli, che certo si è una delle più cospicue città della Penisola, prima di fondersi nel consorzio delle altre sue consorelle.

Quella che seguirà non è storia di gaudii, come non è pur certo la continuazione di quelle glorie che iniziarono la prima era del nostro risorgimento —Le difficoltà della situazione, la necessità di farci scudo dell’altrui potenza a salvaguardia di un dritto che non voleasi dai più riconoscere, la pravità di pochi, la inesperienza dei molti furono altrettante pietre d’inciampo poste sul sentiero che ci era di necessità percorrere— Noi quindi decliniamo, per ora almeno allo assunto impegno di volerla scrivere.

Però posti sotto l’egida di un principio santissimo, e governati da un sovrano eletto dallo unanime suffragio della nazione, giova sperare che gli Italiani raggiungano quella ch'è pur ora la meta fervidissima dei loro pensieri, il costituirsi cioè in una nazione, che coll’addivenir forte, possa rendersi indipendente da qualunque patronato.

Nel punto in Nel punto in cui siamo il rifiutarci ai sacrifizii che ci sono imposti dalla imperiosità degli avvenimenti è sacrilegio, il disperare è colpa, il non credere apostasia — Concordia quindi ed innanzi.
FINE




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È una interessante pubblicazione uscita pei tipi di Londra (1857) sotto il titolo La Question Napolitainc devant l'Europe, ou Rèponse aux Documents présentès au Parlement Britannique, che va attribuita a Lord Derby il quale per essa assume il ben arduo e difficile compito di ribattere tutte le accuse prodotte a carico di Ferdinando 2°, al riverbero dei cui milioni il nobile Lord ed illustre Capitano dei Torys, ha la felicità di trovar modo come cangiare ogni colpa in virtù non solo, mi di dimostrar pure estranea a quelle accuse la gran maggioranza dei Napoletani, di cui leva al cielo la prosperità sotto il governo di un Re che ne avea saputo portare al punto più culminante il benessere, sviluppandone tutte le risorse agricole, industriali, e commerciali.

Al suo modo di veder le cose l’età dell’oro, che si perde nell’epoca mitologica, trovava esattamente riscontro nelle condizioni del Napoletano, che poteva dirsi la nuova terra promessa dell’Europa, e cosi progredendo da dimostrazione in dimostrazione, e da corollario in corollario, viene a stabilire il principio della influenza Francese nei fatti della Penisola, e con ispecialità del Napoletano.

Egli esordisce con la seguente sentenza attribuita a Cristina di Svezia«La gloire un Souverain consiste souvent à être calomnié pour avoir fait le bien»

Dopo di che entra maestosamente in materia con far la sintesi della rivoluzione; e poiché in proposito il nobile Lord falsando l’indole degli uomini, dei principii e delle cose, non può fare a meno di smaltire un coraggio civile di prima forza ed una disinvoltura superlativa, crediam pregio dell’opera il riportare testualmente le prime righe del suo imperturbabile esordio, consigliando ai nostri lettori, v onde formarsi una idea adeguata del rimanente, ricordarsi del celebre et crimine ab uno disce omnes!

Après la victoire à Naples de l'ordre et de l’autorité royale sur la révolution, lorsque cependant la plupart des trônes s’écroulaient, ou étaient ébranlés, et que la Société elle mène tremblait sur ses bases, après le jugement des hommes compromis dans le mouvement insurrectionnel et dans le complot de l'Unità italiana; à la suite surtout des innombrables actes de la clémence Souveraine, par lesquels fui réduit au chiffre relativement insignifiante de 979 le nombre des personnes qui eurent à subir une peine quelconque (la peine capitale exceptée) pour leur participation aux événements de 1848, le Royaume des Deux Siciles dans le calme le plus profond, et plein de confiance dans son Souverain, se livrait avec la plus calière sécurité aux promesses de l'avenir et attendait de la sollicitude éclairée du Roi son progrès moral et le paisible développement de son incomparable richesse naturelle.

Telle était l’heureuse situation du pays; au début de la question d'Orient, si mal posée et plus mal résolue encore au point de vue des intérêts de l’humanité et de la civilisation.

Quell’eminente politico però che si è Lord Derby, prevalendosi dei dritti della difesa, che per legge di gravitazione universale debbono essere decupli trattandosi di un Re, il quale sulla scranna dei colpevoli deve valere almeno dieci cittadini volgari, abusa di quei dritti senza scrupolo rimontando dagli effetti alle cause, che stabilisce in Napoleone 3. cui chiama erede presuntivo della politica dello Zio, col soprammercato del benefizio dei tempi, e della sintesi dei di costui errori. Egli nelle ultime pagine della sua celebre difesa decampando dal terreno delle sottigliezze, e dei sofismi pone le sue tende, nel campo della verità— Il seguente passo fa onore, se non altro, alla sua penetrazione, e depone contro quelli cui il concetto Napoleonico non accomoda sol perché condizionato ad una troppo sconfinata subordinazione.

La domination Française, scriv’egli, en faisant les italiens citoyens et soldats, préparait des peuples à une nationalité commune

E riportando per intero la lettera scritta dal Sig. di Belmonlet il Ottobre 1856 allo illustre Manin, la commenta pel suo dritto verso situando nel cuor di Parigi e propriamente alle Tuillerie il gran motore dei torbidi della intera Penisola, e pronunziatamele di Napoli — Egli nello interesse del suo chente, che se fu fortunato di ottenere un verdetto negativo dal Parlamento Inglese, non potè ottenere di venir giudicato con eguale indulgenza e dalla propria coscienza e dalla Storia, fa rilevare di essere riportate in questa lettera le celebri parole del I Napoleone «Italiens divisés depuis des Siècles et pliés à la tyrannie vous n’avez pu conquérir votre liberté — Mais si vous avez le sentiment de votre dignité, vous l’aurez en peu d’ années et rendus à vous — mêmes aucune puissance humaine ne sera assez forte pour vous l’ôter.»

Ma mentre il Sig. Derby con la massima ingenuità ci tien parola di tutte queste belle cose, riterrete noi aver egli con colpo d'occhio sicuro valutato al giusto i fatti che pone a sostrato dei suoi giudizii, e che oggi gli aggiudicherebbero il vantaggio di aver indovinata la situazione, e di essere stato fin d’allora il profeta di quanto era per succedere in Italia?

Non lo crediamo, almeno nel senso che si vuol dar oggi alla parola Unità. Per noi sta, come saremmo in grado di credere che stesse pure per Lord Derby, che si accennasse alla Unità di rappresentanza, o federativa, in cui la dinastia Napoleonica avesse avuto a rappresentare una parte non ultima, il che và desunto pure dal 4.° pezzo di appoggio, ch'è del tenore seguente.

«Lors du mariage du fils de Lucien Murai, qui eut lieu au commencement de l’année 1854 dans la Chapelle des Tuileries, M. Menjaud, évêque de Nancy premier aumônier de la maison de Louis Napoléon, dans un discours adressé au jeune marie, lui parla de ses droits et de ses espérances à la couronne de Naples —Ce discours fut sur le point d'etre publié dans la Presse, mais sur une observation qui fut faite au chef du gouvernement français, Louis Napoléon dit. «Ce n’est pas encore le moment» et il en défendit l'impression.

Ad ogni modo l'illustre Lord che innegabilmente ha del buon senso, né per sconfinalo amor di difesa se la sente di dimostrarsene privo, tanto più che fin d’allora gli fu dato di vedere, anche a traverso delle fitte nebbie che si devano dal suo Tamigi, che densi nugoloni si condensavano sull’Italia, nella idea di premunirsi contro l’avvenire, che non gli si para innanzi vestito di rose, come invaso da spirito profetico, e ricordandosi d’aver detto poco innanzi «.

Nous sommes donc autorisés, d’après l’aveu mème du premier Ministre, à croire qu il s'agissait des l’établissement d'un autre pouvoir qui aurait remplacé la dynastie de Bourbon a Naples.» esplode la sua ultima bomba, il suo colpo di grazia nella conchiusione apostrofando il futuro contingente con un qui sait ce que nous sommes destinés à voir sous peu de temps?! il quale fa salvo l’onore della sua chiaroveggenza politica, e trova oggi esatto riscontro nelle libere istituzioni della penisola da lui invano scongiurate.

Crediamo utile riportare il testo di questa Circolare, tradotta in Francese, eguale ci è riuscita rinvenirla tra i documenti del Bleuebook svolti innanzi al Parlamento Inglese nel 1837.

Naples le 27 Octobre 1856

Je dois vous recommander la plus extrême vigilance dans les affaires de votre administration, affin d’empercher l’origine de la plus légère discussion avec des sujets Anglais et Francis, et, dans le cas où des différens de celle nature s’élèveraient, il est a désirer que vous employez tous vos efforts pour les apaiser et que vous faissiez votre possible pour défendre et protéger activement les droits, les personnes, les biens et les intérêts des François cl des Anglais. Enfin vous êtes positivement chargé d’empêcher aucun incident fâcheux; vous pourrez, pour les prévenir, employer tous les moyens qui sont à la disposition des Autorités, et s'ils se produisaient, vous le feriez cesser aussitôt. Vous êtes trop prudent pour ne pus comprendre combien il vous foudra de soin et de vigilance pour bien exécuter ces instructions, et la lourde responsabilité qui pèserait sur les Autorités qui, par négligence ou autrement, permettraient à des différends de celle nature de se produire; ou qui, étant informées de leur existence, ne les feraient pus cesser immédiatement. Vous accuserez reception de cet ordre.

In Foggia, cospicua città capoluogo della provincia di Capitanata vi esiste un Reale Palagio fin da remotissima epoca; e però non essendo stato giammai luogo di ordinaria dimora di alcun Principe Reale, almeno di quelli della ultima dinastia, pare che lo si sia destinato sempre, come in atto trovasi di esserlo, a contenere gli uffizi di Prefettura, e quelli dell’amministrazione generale del Tavoliere di Puglia.

[N. d. R. - eleaml.org] Ciappa - 'Fibbia da cintura. Forse dal Francese echarpe. Uomo dì ciappa, dinota persona disenno, e di distinzione, perchè nellìetà matura si prendeva quella cintura dalle persone di condizione. La vediamo ancora nella maschera del Pantalone. Cort. Can. I. st. 9.

„Ommo de ciappa, e de nnorata famma.” Fasano

,,N’ommo cossi de ciappa pe le mprese.”

E qui ci torna grato ed opportuno dare una stretta di mano a quello egregio, e cordato cittadino che si è il signor Leopoldo Rodinò, fondatore e Direttore in Napoli dell'opera

di mendicità, il quale con zelo, probità, ed intelligenza non comune si è dedicato a tutt’uomo a minorare la disgustevole od eccessiva rappresentanza del pauperismo in Napoli.

Ecco io qual modo si esprime il Ruggiero, per ciò che riguarda la Finanza.

«Erano tre gli Stati italiani che aveano savie leggi di Finanza. É nostra opinione che le migliori e più semplici eran quelle del Regno delle due Sicilie. Buone però e savie eran quelle della Lombardia, e quelle ancora del Ducato di Parma, ove eran rimaste intatte le leggi ed i sistemi francesi. Furono i Francesi e sono, egregi amministratori: ma come nei loro paesi la corruzione degli uomini suol esser più frequente, e fu in certi tempi grandissima, le loro leggi sono ordinale in modo da rendere assai i malagevoli i furti. Ma le loro leggi non risparmiano né numero d'uffiziali, né forti salari, né una complicazione di scritture, cose tutte che secondo il parer nostro, furono schivate in Napoli ove il sistema fu fatto più semplice.

«La Toscana aveva anch’essa un sistema di finanze molto semplice e degno in molte parli di essere imitato. Ma quello che conveniva ad un piccolo Stato ove a molte cose supplivano la natura bonaria e le antiche virtù dei Toscani, non si può adattare ad uno Stato assai grande come è diventato oggi quello d’Italia: quello però che vi era di buono nelle leggi toscane può bene adottarsi nel formare una nuova legislazione.



















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