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Diversi anni fa ebbi l'occasione di scambiare alcune riflessioni con Angela Pellicciari sul tracollo del Regno delle Due Sicilie e sul comportamento dell'esercito. Lei disse che restava aperto - in parte come un vero enigma - il problema dell'esercito, i tanti tradimenti, gli errori, le incomprensioni.

Personalmente credo che la questione dell'esercito non possa essere ridotta ad una pusillanimità od ai tradimenti di alcuni ufficiali, ma vada inserita nelle vicende del regno a partire dalla rivoluzione francese prima e dal periodo muratiano poi.

Senza tralasciare la Sicilia, punto cardine per la sopravvivenza dello stato napolitano dopo l'occupazione inglese. Durante la quale l'isola vide un flusso notevole di denaro legato alla corte napoletana e all'approvvigionamento delle truppe inglesi. A cui vanno aggiunte le illusioni autonomistiche legate alla costituzione del 1812, una costituzione scritta sulla falsariga di quella inglese.

Presentiamo alcune opere di ufficiali coinvolti nelle polemiche sul crollo della regno e sull’atteggiamento dei vertici dell’esercito.

Zenone di Elea – Agosto 2017

OSSERVAZIONI DEL GENERALE COMM. B. MARRA

SULLA PARTE POLITICO-MILITARE

DELLA STORIA INTITOLATA PIO IX E IL SUO SECOLO

dell’Abate Biagio Connetti

(PERIODO 1848-1860)

NAPOLI

STABILIMENTO TIPOGRAFICO L’ITALIA

Pisanelli 13 p. p.

1868

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La storia, dice un insigne scrittore, è divenuta una cospirazione contro la verità, o perché questa torna a molti odiosa, o perché non vien ricercata con la scrupolosa diligenza che si richiede per esser trasmessa sgombra di errori. Della qual ricerca alcuni si dispensano per leggerezza di estimativa, altri per incapacità, massime quando trattasi di materie che richieggono esame e studio speciale.

Un notabilissimo esempio di questo secondo genere è l’opera dell’Abate Cognetti intitolata: Pio IX E IL SUO SECOLO, nella quale sono discorsi i fatti di guerra avvenuti dal 1789 al 1860. Trattandosi di cose contemporanee, militare qual sono, mi prese vaghezza di leggere quella parte che concerne agli avvenimenti militari delle Due Sicilie, de quali sono stato io stesso or attore ora spettatore non indifferente. Alta fu la mia maraviglia in iscorgere che l’Autore, come se scrivesse per gli abitanti della Cina o del Giappone, cita a casaccio nomi e date, e con disinvolto sussiego capricciosamente dispensa biasimo e lode. Onde parmi da uomo onesto rimbeccarlo, ma pel solo fine di ristabilire le sacre ragioni del vero da lui indegnamente conculcate. Se non che, lasciando ad altri giudicar del merito dell'opera in generale, mi restringo a quella parte sola nella quale devo di necessità riputarmi giudice non incompetente, tanto come testimone oculare ed operante, quanto come consapevole a fondo di quelle cose su le quali il Cognetti cade in gravi e continui svarioni.

S’egli avesse consultato, ed intendiamo esclusivamente per la parte militare, chi era nella condizione di metterlo a giorno e coscienziosamente de'  veri fatti, non si sarebbe attirata una critica che sebbene si restringa a pochissimi avvenimenti (perché noi ci occuperemo di quelli soltanto della cui verità possiamo esser mallevadori) pure farà nell’animo dei lettori sorgere il sospetto che le altre parti dell’opera sian contaminate de medesimi errori. E per vero, qual cura può credersi aver presa delle cose passate colui che si poco esatto mostrasi nella descrizione delle presenti? Non è nostra mente mettere in dubbio l'onoratezza del Cognetti. All’attacco è giusto contrapporre la difesa, e noi non prendiamo la penna che con lo scopo di difendere i nostri amici e noi stessi dalle ingiuste imputazioni di lui. Conseguiremo cosi un altro maggiore intento, qual è quello di snebbiare alcuni avvenimenti della densa caligine che ancora li circonda, e rendere all’universale, per quanto le condizioni attuali ce lo permettono, chiaro ed evidente ciò che fin’oggi ò stato tenuto per incerto o tenebroso.

Or dovendo noi scrivere non una storia, ma un errata-corrige di quella scritta dal Cognetti, abbiamo Stimato riportare il TESTO di quei suoi passaggi da noi tenuti per erronei, e quindi far seguire a ciascuno di essi le nostre osservazioni, per cosi evitare confusione e repliche nojose. Le nostre chiose, lo confessiamo, non ci derivano dalle limpide fonti delle quali il Cognetti pare abbia 1 esclusivo privilegio, ma sono nostri ricordi buttati alla buona sulla carta nel luogo stesso ove avvennero i fatti, allorché direttamente o indirettamente ne facevam parte. Il lettore giudicherà se le nostre osservazioni sieno giuste. Cominciamo.

TESTO

Tra questi terribili avvenimenti (15 maggio 1848) una mossa Repubblicana scoppiò in Calabria per opera di un tal Ricciardi, e necessità portava reprimerla. Ferdinando, che non di buona voglia avea spedito i suoi battaglioni per la guerra contro l’Austria, vide necessario il  richiamarli, e solo il Generale Pepe con nna batteria da campo e due Reggimenti non obbedendogli, volle passare il Po per sostenere l’onore della guerra.

OSSERVAZIONE

Quando il Generale Guglielmo Pepe ricevé l’ordine di ricondurre nel Regno le truppe che gli erano accantonate in diversi paesi tango la sponda dritta del Po, non volle sotto speciosi pretesti ubbidire. Essendo estraneo allo scopo di questo scritto dare un’esatta relazione di quel fatti, solo dirò al signor Cognetti che non vi furono Reggimenti che seguirono il Pepe. Tutta la Truppa rientrò nel Regno in due Corpi distinti, l'uno guidato dal Colonnello Zola dopo la tragica fine del Laballe, l’altro dal Generale Klein,

Questi Corpi con l'intervallo di due settimane rimpatriarono; o non passarono il Po per condursi a Venezia che il 2° Battaglione Cacciatori Comandante Ritucci, che poi pentitosene retrocesse, e la Batteria Pedrinelli che valicò il fiume a Ponte Lagoscuro più strascinata dai Battaglioni de’ volontarii che per sua elezione, ed anche questa batteria era tornata nel Regno pria della caduta di Venezia. A queste defezioni, per non meno m&r nulla del vero, è da aggiungere quella di qualche uffiziale dello Stato maggiore della 1. Divisione, che volle far coesa comune col Pepe.

TESTO

Ma a Monreale vi era il 9° Cacciatori, comandato dal Maggiore Beneventano Bosco, l'unico cui avrebbesi dovuto confidare il piano d’azione poiché intelligente, coraggioso e leale. Bosco, avuto avviso dell’avvicinarsi dei Garibaldini, non li attese, ma corse a sfidarli, ed incontratosi con essi presso S. Martino al nordovest di Monreale, attaccò battaglia. Cadde morto Rosolino Pilo comandante degl’insorti, i quali abbandonato il campo, si rifugiarono sulle montagne, dove Bosco l’inseguì sino ad un certo punto non potendo più inoltrarsi, temendo giustamente che altre bande non tentassero nella sua assenza un colpo di mano su Monreale, la cui posizione era importante.

OSSERVAZIONE

Adagio, sig. Cagnotti: il maggiore Beneventano Bosco era da annoverarsi fra gli egregi uffiziali dello esercito delle Due Sicilie perché dotato di molte ottime qualità; ma, se voltate per poco la medaglia, vedrete che non pochi difetti facevano contrasto con quelle, e tra i difetti primeggiava quello di credere ogni mezze lecito ed onesto quando si trattava d’innalzarsi sugli altri, fossero questi grintimi amici, i suoi compagni d'arme, i suoi superiori Questo uffiziale in Monreale alla testa del suo Battaglione rese eccellenti servizi, e si attirò meritati encomi perché con la sua energia seppe tenere a freno quella popolazione, che non era delle più tranquille. Seppe ancora tenere in rispetto i Garibaldini che da Renda ore serenava Garibaldi co’ suoi, si spingevano sino a S. Martino alle spalle di Monreale.

Dalla metà di maggio, rinforzata la guarnigione di Monreale con altre truppe, il Comando superiore di quelle fu tenuto dal Colonnello Won-Mechel, onde Bosco si confonde nella massa degli altri Capi di Corpo, per tornare in iscena a Milazzo, al Campo di Salerno, a Gaeta.

Il Cognetti crede che al Maggiore Bosco avrebbesi dovuto confidare il piano d’azione, come abile coraggioso, leale; ma a mio giudizio si inganna, perché non fu concepito ed attuato da capo intelligente il combattimento di Milazzo, come non mi sembra potersi tenere per leale la condotta dallo stesso tenuta al campo di Salerno. Ma, come non ho l’orgoglio di dare la mia opinione per infallibile, cedo la parola al Marchese Ulloa ed al De Sivo «Le Roi était donc persuadé qu’i! ne fallait abandonner, dans aucun cas les immenses ressources de la capitale et l’effet moral de sa possession; il était donc plein de résolution et d’espérance, mais de nous veaux événements devaient ébranler sa confiance. D'abord un cas inattendu vint l’étonner Un général d’un esprit inégal et revêche, mais dévoué et brave, et qui s’ était bien conduit en Sicile, en arrivant à a Salerne pour v prendre le commandement de sa brigade, avait écrit a a S. A. le comte de Traci pour l’assurer que l'armée était pleine d'espoir et ne demandait qu’à se battre son orgueil blessé à Melazzo et a son désir de prendre une revange l’enflammaient, croyait-on, et ou pouvait tout attendre de sa bravoure. Cette lettre et cotte assurance sur le a bon esprit de l’armée avaient relevé pour un moment celui de la Cour. Cependant, la lettre écrite et envoyée, le général s’était rendu peu après à Naples, et à son retour à Salerne il avait adressé une seconde a lettre au Comte, dans laquelle, à quarante heures d’intervalle, il assurait le contraire de ce qu’ il se trouvait avoir écrit Toute défense, selon a lui, était inutile, toute lutte désormais impossible, les troupes étant des moralisées et refusant de se battre. Les officiers étaient ceux qui auraiont donné le plus fâcheux exemple, car les plus fìdéles montraient un a abattement voisin de désespoir. Ainsi il était d’avis que le Boi, cédant à a la nécessité, abandonnât Naples pour se retirer en Espagne, et sauvât le a pays par ce noble et dernier sacrifice».

Il Marchese Ulloa poteva dire nel corpo della Lettera intitolata l’Abandon, e della quale abbiamo qui riportato uno squarcio, il perché del cambiamento avvenuto nei breve giro di 40 ore nel modo di vedere del Generale Bosco. Tale motivo non poteva essere un mistero pei Marchese quindi non sappiamo comprendere tanta riserva Lo diremo noi: la seconda lettera si scriveva per condiscendenza a calde premure di famiglia! Ed ecco ora quello che ne dice il De Sivo_

«Da ultimo il Bosco sostenitore di quel campo (Salerno), temendo la disfatta di quelli nel momento del conflitto porterebbe una mina propose andare a Nola,poi per dolore ai lombi chiese lo scambio, ma la sera del 5, udito dal Maresciallo Rivera la falsa nuova che il Garibaldi li assalirebbe la dimane, per non rischiare di esser preso in letto, tolse congedo e si condusse a Napoli. E il mattino del 6 fè sapere al Re che né stranieri, né nazionali pugnerebbero, però pria d’altri scandali meglio si scioglierebbe l’esercito e partisse per Ispagna. Altri disseto indotto a ciò per ressa dei suoi parenti faziosi».

TESTO

Come la ritirata infelice di Landi avvenuta per 1inqualificabile indolenza di Salzano, e non per colpa di esso e de’ soldati che aveano adempito al loro dovere, fu nota a Napoli, si destò un’immensa impressione... Il governo allora vide il bisogno di togliere a Salzano il Comando della Sicilia, e per surrogargli un uomo energico, vi mandò il Tenente Maresciallo Lanza, che dalle sue opere mostrò, non sapremmo dire, se più viltà o tradimento! (pag. 361 voi. 2).

OSSERVAZIONE

Il Landi avea a’ suoi ordini una massa di truppe tali da attaccare non solo vantaggiosamente, ma da distruggere ancora le torme Garibaldine. Ciò non ostante, ei si mostrò titubante, indeciso, pusillanime. Nella lotta che sostenne a Vita non impegnò seriamente che circa la metà della sua gente. La sua missione era di attaccare, disperdere, annientare i Garibaldini; ei non capi o non volle capire il suo mandato, perché, invece di attaccare l'avversario, si pose su d’una difensiva non prudente ma paurosa lasciando l'una dopo l’altra le belle posizioni che da Salemi menano a Vita per fermarsi all’estremo lembo del terreno di tal comune e senza dubbio con scopo di riparare più celeremente in Calatafimi ch'è situata su d’una altura ed a breve distanza dal sito ove il combattimento avvenne; quando pur non si volesse ritenere che scelse il Landi il punto più culminante, signoreggiando forse nella sua mento l’idea che chi sta più alto ha dati superiori sull'avversario! Ma lasciamo da parte gli errori commessi dal Landi. Come attribuire al Maresciallo Salzano inqualificabile indolenza, quando non questi, ma il Tenente Generale Principe di Castelcicala comandava in Capo, in quella epoca, il Corpo di Esercito della Sicilia? E neppure Castelcicala merita la taccia d indolente, perché ad appoggiare o sostenere le operazioni del Landi altra truppa con Piroscafo si spedì a Castellammare del Golfo; ma questa truppa colà giunta, risaputa la precipitosa ritirata del Landi, rientrò io Palermo.

Il Landi insomma condusse male l’operazione affidatagli, e coronò vilissimamente la sua missione con una ritirata delle più precipitose, rientrando in Palermo con la gente sperperata, smunta, scalza, affamata, per avere addoppiate, spinto dalla paura, le tappe di ordinanza. La truppa ch’entrò in azione fece il suo dovere e bene; ma a che vale il valore de’ soldati quando chi comanda teme o tradisce a prezzo? (a) Non Salzano dunque, come erroneamente dice il Cognetti, ma il Principe di Castelcicala venne surrogato dal Tenente Generale Lanza. Il Salzano era Comandante la Piazza e le Armi nella Provincia di Palermo, ed esercitò tale incarico sino al giorno in cui le truppe abbandonarono quella città.

Non so poi da qual documenta ha lo storico attinto essere il Lanza Tenente Maresciallo. Questa è un grado quasi esclusivamente austriaco Lanza nello Esercito era Tenente Generale, corrispondente ai gradi di Maresciallo in Francia, di Feld-Maresciallo in Austria, di Generale d’armata in Italia, grado il più elevata nella classe dei Generali, dopo che nel 1831 venne abolito quello di Capitan Generale.

TESTO

Dopo la fazione di Monreale, Bosco e Won-Mechel si recarono al Parco, di dove minacciavano gl’insorti. Difatti li attendea il Turr, afforzato da bersaglieri Genovesi. Il combattimento fu ingaggiato con il fuoco della moschetteria e dell'Artiglieria di che i Garibaldini erano stati provvisti. Turr sostenutosi per poco e vedendo i suoi non resistere all'attacco della baionetta nemica, cominciò a indietreggiare, lasciando la posizione; ed assalito ai Banchi da altre Compagnie, dovette darsi alla fuga e riparare alla Piana de Greci dov’era Garibaldi col forte della truppa, e che non credè prudente l’arrischiare un combattimento, che avrebbe rovinato tutto il suo piano.

Nel tempo medesimo Orsini con 5 cannoni, a capo di una forte banda, e con quaranta carri di munizione e salmerie ben scortati avviavasi a Corleone; egli fece alto alla Ficuzza, e nel mattino seguente si rimise in via in buon’ordine per essere pronto ad ogni evento.

I Regii avutone contezza gli mosser contro. Orsini ben per tempo giunse a Corleone» i cui abitanti, impauriti dal potersi trovare in mezzo ad una lotta» ripararono sui monti. Orsini fu avvertito dell'avanzarsi dei Regi: per lui era una buona fortuna trovarsi in paese ed al coverto» perché poteva opporre vigorosa resistenza (pag. 313 e 64 v. 2).

OSSERVAZIONE

Perché dire Bosco e Won-Mechel? Il 23 maggio si era formata in Monreale una Brigata mista, o Brigata operante agli ordini del Colonnello Won-Mechel. Tale brigata era composta del 2° Battaglione Cacciatori Comandante Morgante--9° Battaglione Cacciatori Comandante Bosco--3° Battaglione Leggiero Estero Comandante in secondo Rehims Battaglione scelto del 5° di Linea Comandante Marra Giovanni--Mezza batteria Artiglieria da Montagna -- Due plotoni Cacciatori a Cavallo -- Una Compagnia Pionieri ec.

Ma prescindendo dallo errore in cui cade il Cognetti ed allo spesso, per voler far campeggiare Bosco il quale dopo il Comando preso dal Won-Mechel non rimase che un semplice Comandante di Battaglione come gli altri il più rilevante si è che riferisce la fazione del Parco di una maniera strana e più strana ancora quando fa inseguire Orsini dai Regii senza por mente che questi non potevano inseguire l’Orsini se non che passando sul corpo di Garibaldi» non essendo che una la strada; purché per altro Garibaldi, pria dello inseguimento de’ Regii non avesse presa una via traversa, cioè non fosse uscito dalla consolare, come col fatto fece.

Ma il signor Cognetti fa pria inoltrare i Regi contro Orsini, inseguirlo sino alla Ficuzza non solo, ma anche a Corleone, e durante queste marce e manovre, fa decidere Garibaldi ad attuare uno stratagemma che fu ideato alla Piana de Greci e combinato con lo stesso Orsini. Sarebbemi arduo, se fossi semplicemente lettore del TESTO del Cognetti, emendarne le inesattezze e gli errori. Ma siccome io prendeva parte in quello affare, benché più come spettatore che attore, cosi sono nel caso di narrare quello avvenimento ne più piccoli particolari, senza timore di esser redarguito da chicchessia.

Adunque il 23 Won-Mechel ebbe l’ordine di scacciare dal Parco Garibaldi. Da Palermo dovea secondare l’attacco una piccola brigata sotto gli ordini del generale Colonna. Questa mosse pel Parco il 23 nelle più tarde ore a. m. Won-Mechel non crede eseguire il movimento, ed il generale Colonna, dopo di avere scambiati pochi colpi con gli esploratori ed avamposti Garibaldini, rientrò in Palermo, prendendo posizione al piano detto de’ Porrazzi ove serenò.

Ordini pressanti intanto dal Comando in Capo vennero rinnovati onde l'attacco s intraprendesse il mattino seguente di buon'ora. Di fatti segui il 2fc non una battaglia, ma un avvisaglia, non contro Turr ma contro Garibaldi che fu scacciato dal Parco. Gli attacchi dell’artiglieria, le cariche alla baionetta, avvennero non in quella fazione, ma nella fantasia dello Storico. I Garibaldini e le masse non attesero di piè fermo i Regii ma batterono in ritirata scaramucciando, e volgendo il loro cammino per la Piana de Greci dagl’avversari non molestati. Il Won-Mechel prese posizione nel Parco e su le alture a questo dominanti. Il capitan d’Armi Chinneci che trovavasi addetto alla colonna Won-Mechel venne al Comando in Capo per annunziare la fuga di Garibaldi e de suoi seguaci asserendo che a marcia forzata con parte de suoi si era diretto alla marina di Sciacca per imbarcarsi e lasciar la Sicilia. A tutto ciò aggiungeva che le masse, sgominate e disperse, frettolose rientravano ne rispettivi paesi. Il Direttore della Polizia Maniscalco, del quale il Chinneci era uno de favoriti, cadde nella rete da costui tesagli; il Comando in Capo annunziò alle Truppe con ordine del giorno del 26 la fuga de’ filibustieri, ed il Maggiore Nunziante che trovavasi in Palermo ne portò a Napoli la novella Colonna il 25 rientrò in Palermo, ed al Parco furono spediti i viveri da Won-Mechel richiesti.

Intanto Garibaldi con la sua marcia accennava a Corleone, ma giunto al di là della Piana de’ Greci pose in esecuzione un'ardito disegno consistente in dividere le sue forze, facendo progredire Artiglierie, carriaggi e pochi combattenti capitanati dall’Orsini per Corleone, mentr’egli con la più valida gente, buttandosi in una via traversa, marcerebbe verso Palermo con la speranza di sorprenderla. Lo stratagemma riuscì, e Won-Mechel diede ad occhi chiusi nello inganno! Orsini compì bene la sua parte, in modo ché niun sospetto entrò nella mente di Won-Mechel che inseguiva l’ombra invece del corpo. Intanto Garibaldi correva alla volta di Palermo; serenava con i suoi il 24 in un bosco, indi proseguiva per Marinco e vi pernottava; ed il 26 faceva sosta sulle alture di Misilmeri a 10 miglia circa da Palermo. In tale sito si discusse su quale parte della città si dovea tentare un colpo d» mano, e i capi chiamati a consiglio opinarono pel ponte cosi detto delle Teste che mena direttamente a porta di Termini.

Non è mio divisamento narrare i Tatti ivi accaduti, ma di mostrare gli errori del Cognetti. Ciò non ostante mi è impossibile non fare su tali avvenimenti delle osservazioni.

Quando Garibaldi con le sue masse non potendo tenere la posizione del Parco si ritirava sull'imbrunire del 23 alla volta della Piana de’ Greci, il Won-Mechel, o come piace dire al Cognetti, Bosco, mentre dava ragguaglio della fazione combattuta e della ritirata dell’avversario, chiedeva viveri e munizioni per la brigata. Dal Quartier-Geuerale si spedi un convoglio con le cose richieste, ed in pari tempo si richiamava in Palermo Colonna con la sua gente. 11 Comando in Capo poi scriveva al Won-Mechel e nei termini più precisi gl'ingiungeva di badare, se necessità lo astringesse ad ulteriori avvisaglie, riconoscenze ec. di non perder mai di vista Palermo. Ed il Won-Mechel che fa?... senza tener conto degli ordini precisi del Comandante in Capo, lascia il 25 il Parco, si spinge verso la Piana de’ Greci; li trova i segni di una marcia precipitosa e più ancora tutt’i vestigii di una fuga sulla strada che mena a Corleone, e senza badare se vere od artefatte fossero quello tracce di una rotta, alla cieca vi si spinge con la speranza di raggiungere, battere e forse far prigioniero Garibaldi!

Ebbene, questa inconcepibile condotta del Won-Mechel ebbe per risultato la sorpresa di Palermo!

Domando ora al signor Cognetti come si punisce in tutti gli Eserciti del mondo una disubbidienza sì enorme, sì inaudita e che produsse sì tristi conseguenze?

Risponderà certamente: con sei o dodici palle! Il men del mondo! Il  Won-Mechel, ed anche (incredibile ma vero!) il Bosco ebbero elogi, decorazioni e gradi…. Perché? Perché debole, inetto per età colui che avea nelle mani il Comando superiore in Sicilia; perché in Napoli, invece di stare ai rapporti ufficiali, si tenevano corrispondenze private e clandestine con quelli che aveano interesse di magnificare le loro gesta; perché con blandizie s’incitavano i soldati ed anco gli ufficiali a parlare, ragionare, discutere sulle operazioni de'  loro capi... Quanti e quanti di questi abbietti codardi, spinti in un’azione da loro Comandanti, non con parole incoraggianti, non con la punta della spada, ma con quella dello stivale, osarono denigrarne la condotta per coprire cosi la propria infamia!...

Dopo le vicende di Palermo, I’ ordine mostruoso, impolitico della spedizione ad Ischia degli uffiziali Generali che aveano avuto comando in quella Capitale, non ebbe origine che dallo bugiarde relazioni di feriti, veri od infiniti di là ritornati, relazioni provocate con capziose domande da chi per livore o per togliersi inciampi nella via degli ascensi avea interesse di veder denigrato il nome e 1 opinione di non pochi uffiziali Generali riputati ottimi sotto ogni riguardo.

Sappia il Cognetti che attinse ad una cattivissima fonte i fatti che narra. Tal è l'opera non del tutto spregevole dello svizzero W. Rustow: La Guerra d‘Italia nel 1860 ecc. Costui magnifica a suo potere i fatti di guerra dei Garibaldini, comportandosi ben altrimenti co’ loro avversarii, cosa naturalissima, essendo garibaldino egli stesso. Ma prescindendo da ciò, spessissimo i fatti vengono in un modo orribile da lui svisati, alterati sempre le cifre de’ combattenti, sbagliata la topografia del terreno ed i nomi de’ Generali, e che so io! Ed il Rustow era uno de’ condottieri Garibaldini, che prese parte in quasi tutte le loro azioni; or se travisa i fatti che cadevano sotto i suoi occhi, che conto bisogna tenere di quelli che avvenivano lungi da lui, lungi dal teatro della guerra? Nè la narrazione storica del Rustow soltanto va infarcita di tanti scerpelloni; scrittori che han nome di esatti, e fama di dotti nelle militari discipline, come un Lecomte nella sua opera L’Italie en 1860, cadono spesso in errori gravissimi perché nel dettare i loro schizzi su di avvenimenti contemporanei, non si son serviti che degli scritti di una delle parti contendenti, senza curare di metterli in confronto con le opere o le memorie di opposta sorgente... È poi superfluo parlare di quelle opere che di proposito ed a sciente travolgono, snaturano, sopprimono nello interesse della causa che propugnano, gli avvenimenti men oppugnabili come quelli che si sono svolti sotto l’occhio dell’universale. Fra queste porta il primato l'Annuarie dee deux Mondes del 1860, per tacere delle miriadi di relazioni di origine pura garibaldina, in cui con le parole si contano le menzogne.

Come va poi che il Cognetti, testimone oculare, che assicura possedere a dovizia documenti officiali, che vuol dar ad intendere di ricevere spesso imbeccate e notizie da personaggi alto locati etc. ne dice spesso di si marchiane? Forse la casacca rossa che bravamente indossò, ha la virtù d infondere si forte lo spirito della menzogna da perdurare senza che se ne avvegga chi l’abbia deposta?

TESTO

Intanto che queste fazioni si combattevano, il comitato di Palermo incitava Garibaldi a recarsi sulla città e tentare un colpo di mano. Garibaldi obbedì, e presso Gibelrosso passò in rivista la sua truppa, che non consistea, se non in tre migliaia di uomini Il Tenente Generale,Lanza ne avea un 90 mila, con cavalleria, artiglieria, possedendo fortezze, e difeso anche dai battelli a vapore che poteano benissimo far fuoco infilando le principali strade della città. Con queste forze, Lanza lasciò tranquillamente passar la rivista delle truppe degli insorti! 11 Avea egli paura, ovvero, era un traditore?... (p. 364, v. 2).

OSSERVAZIONE

Signor Cognetti, credete voi che Gibelrosso sia qualche rione, strada o spianato nel perimetro di Palermo? Esso n è distante circa dieci miglia l Come potea Lanza impedire una rivista fatta sì lungi da lui? Da una parte, atteso la capricciosa marcia di Won-Mechel su Corleone si teneva per fermo dalle autorità governative, che Garibaldi fosse in ritirata su Sciacca; d’altra parte, se Lanza avesse saputo la presenza di Garibaldi a Misilmeri, la sorpresa di Palermo non avrebbe potuto più avvenire.

Si lascino quindi al Lanza i veri suoi torti che non son pochi, senza che gliene ascriva de’ falsi la fantasia di chi vuole farla da storico favoleggiando. Lanza è stato un eccellente soldato; quindi non poteva aver paura. Traditore? Non mai... Egli commise un grandissimo errore, errore che diede campo agli sciocchi ed agli imbecilli di calunniare un nome che si era mantenuto senza macchie durante una lunga carriera militare. Lanza era buon soldato e niente di più; quindi il suo torto, torto inescusabile in faccia al paese ed all’Esercito, fu di accettare un posto, una missione molto al di sopra delle sue facoltà intellettuali e morali.

Egli non era dotato di quella energia che impone alle moltitudini, non capace di risoluzioni pronte e vigorose. Tutto ciò mancava all’uomo che perfidi consiglieri aveano indicato al Re come l’unico per quel posto 1 A conferma di tal mio giudizio basta citare le parole che in ogni momento uscivano della bocca dello stesso Lanza -- Eccole: a Qui tutti comandano «e nessuno obbedisce, io non so come di questa maniera si possa andati re avanti,. E non provvedeva 1... Passiamo ai 30 mila soldati del Lanza. Questi, sig, Cognetti, non ascesero mai al di là di 24 mila. Ma se da que«sto numero togli la colonna Won-Mechel che il Rustow fa ascendere a un sei mila, laddove largamente calcolando, poteva giungere a quattro migliaia; se togli la guarnigione di Castellamare, il distaccamento alle Finanze, la brigata Wintembak al nordest di Palermo che guerniva il Castellacelo dei molo, guardava le grandi carceri, custodiva la Darsena, e dovea per soprassello tenere io rispetto i tumultuanti paesi verso i Colli, S. Lorenzo, Capaci; ed io ultimo se dai mila uomini togli gl’infermi, i commissionarli, gli assenti, ec. i 30mila, sig. Cognetti, si ridurranno alla cifra di 10 a 12 mila.

Nè qui intendo giustificare Lanza, riducendo a 12 mila la gente disponibile il 26 maggio, giorno che precedè l’entrata di Garibaldi in Palermo, ma solo far notare che quando si è sulla china della critica, perso la smania di sputar sentenze, questa corre a precipizio senza saper doveva a dar di capo!

TESTO

Lanza abbandonando viveri e fornisure che si trovavano ne’ magazzini fuori la città, fece concentrare la truppa a Piazza di Palazzo Reale e dintorni ec. ec. (pag. 365, voi 2).

OSSERVAZIONE

Ripeto non essere scopo di questa scritta narrare gli svariati fatti che successero in Palermo durante l’infausto periodo del Comando supremo del Lanza, ma di rilevare gli errori della pretesa storia fondata sopra documenti inappuntabili 1 Sappia dunque il Cognetti che nessun piano si era fissato nella mente del Lanza, sia per la prospera sia per l’avversa fortuna. Effettuata l’invasione di Palermo dalle masse Garibaldine, tutta la truppa, eccetto quella dei Quattroventi sotto gli ordini de’ Generali Cataldo e Wintembak ed eccetto il presidio di Castellamare e delle Finanze, si concentrò al Largo della Reggia e nel piano di S. Teresa, occupando i quartieri ed i siti detti de’ Borgognoni, S. Teresa, Montalto, Benedettini Bianchi, San Giacomo, Trinità ec, Nessun magazzino di viveri fu lasciato in balia della rivoluzione. 1 viveri di campagna della truppa stavano al Palazzo Reale, a Castellamare, sulla Flotta. Non reggendo 1 assertiva dell’abbandono di viveri e sussistenze, torna inutile, per la ragione su indicata, passare ad un esame critico la scelta della posizione del Palazzo Reale, invece di quella de'  Quattroventi e di tutti gli enormi errori che alla cieca si commisero in pochi giorni.

TESTO

Tutta la forza napoletana poteva in ogni caso aprirsi con impeto la strada per Castellammare lungo le vie esterne di communicazione; poteva in poche giornate erigere un campo trincerato intorno a Castellammare, ed appoggiata a quello, estendere viemaggiormente la sua azione, attendervi in ogni modo i momenti di rilassatezza e di scompiglio che in Palermo non sarebbero mancati, e trarre profitto di quelle agevoli eventualità (pag. 366, voi. 2).

OSSERVAZIONE

Il Cognetti qui parla per bocca del Rustow. L’uno e l'altro fanno le meraviglie come non si fecero tutti gli sforzi per prendere posizioni nei dintorni di Castellamare ec. Rispondo ad entrambi: i Regii non perdettero le comunicazioni con Castellamare a causa di forza maggiore, ma perché con improvvido consiglio il giorno 28 vennero chiamate al Quartier generale le truppe acquartierate ai Quattroventi consistenti in una Brigata sotto gli ordini de1 Generali Cataldo e Wittembak. Questo concentramento fu ordinato perché nella mente del Comandante in Capo sorse l'idea di abbandonare Palermo e marciare sopra Termini. Infatti la flotta ebbe ordine di lasciare la rada e mettersi in panna giunta che fosse alla marina di Solanto. Colà doveano sbarcare i due Battaglioni Esteri cioè 1° e 2° Leggieri giunti da Napoli. Il Comandante in Capo sperava trovare ed unire al grosso della Colonna la Brigata Won-Mechel della quale non si avea nuova. Ma molte cagioni, tra le quali primeggiava la mancanza di carriaggi per trasportare feriti e famiglie, fecero metter, da parte tale idea. La flotta ricevè ordine di riedere al suo ancoraggio, ed i Battaglioni Esteri di sbarcare a Castellamare e raggiungere il Quartier Generale a Palazzo Reale. Or bene, puntualmente questi due battaglioni eseguirono quanto loro era stato prescritto e la notte del 29 furono al loro posto percorrendo metà del perimetro di Palermo, cioè la parte esterna della strada che passa avanti le porte S. Giorgio, Maqueda, Carini, Ossuna ed entrando per porta Nuova. Lungo il cammino, non furon punto molestati. Veda quindi il Rustow e con esso Cognetti che di tant'autorità si vale, quanto era lieve, quanto facile passar tutta la truppa di Palazzo Reale a’ Quattroventi! Nè tal pensiero sorse nella mente di qualche Generale, ma di tutti; ed in una discussione tenutasi sul proposito, sa il Cognetti quale ostacolo venne messo avanti? Che ritirandosi le truppe ai Quattroventi» per formare un campo trincerato nei dintorni di Monte Pellegrino, si comprometteva la Brigata Won-Mechel che supponevasi impegnata nel distretto di Corleone, e della quale non si aveano nuove. Onde si credea che tornando essa con la fiducia di trovare rifugio o sostegno al Palazzo Reale, sarebbesi invece imbattuta negli avversari, e quindi esposta a sicura perdita.

Il Won-Mechel contribuì con la sua caparbietà ai disastrosi fatti di Palermo; e questi era uno di coloro ai quali le parole del Lanza accennavano: Tutti vogliono comandare e nessuno ubbidire!

TESTO

Tutte queste ragioni sono assennatissime, ma lo storico tedesco non ha raccolto che i fatti militari; bisognava che nel suo racconto avesse ricordati anche i civili dell'insurrezione, ed allora avrebbe potuto giudicare, che la nomina di Lanza fosse stata una vittoria dei comitati, di cui parecchi membri signoreggiavano la posizione; e che la capitolazione di Lanza era una necessaria conseguenza di cosi futili premesse. A noi che scriviamo, sulla fede di documenti uflìciali, e dopo otto anni, quando le arti della rivoluzione non sono più un mistero, non altro fa meraviglia, che l’essersi protratta di 12 giorni la presa di Palermo. In quanto alle truppe, allorché furono condotte dal bravo e leale Maggiore Beneventano Bosco adempirono al loro dovere, il quale penetrò sin nel cuore della città; ma Lanza gli chiuse la via ad una certa vittoria ec. (pag. 300 e 367 v. 2).

OSSERVAZIONE

Won-Mechel, non Beneventano Bosco, sig. Cognetti! Ma che? Invece de’ tanto decantati vostri documenti ufficiali attingete alle pagine del Rustow, od ai giornali del Comitato dell'ordine? Non so come non avete fatto uso delle segnalazioni telegrafiche di que' giorni, massime di quelle che foggiava il Colonnello garibaldino Frapponi, non si tosto gli riuscì di metter piede in una stazione semaforica, le quali gareggiar poteano per ampollose invenzioni co' più famosi romanzi del Dumas. Adunque, secondo voi, la nomina di Lanza a Comandante supremo dell'Esercito in Sicilia, ad alto Commissario co' pieni poteri dell’Alterego era stata una vittoria riportata da’ Comitati? A voi fa meraviglia non la perdita di Palermo, ma che questa siasi protratta per 12 giorni? Ed avete ricavata sì pellegrina notizia da’ documenti officiali, e dai segreti rivoluzionari oggi palesi? Bravo! Perché dunque parlare d’ignavia del Comandante Supremo, di poca energia di tutt’i Capi, di tradimento o viltà di alcuni di loro?

Il solo che rimase incolume dal contagio rivoluzionario, secondo voi, non fu che il Maggiore Bosco, il quale, sempre secondo voi, penetrò nel cuore della città!... È necessario che sappiate per l’ultima volta che non Bosco ma Won-Mechel era il Comandante Superiore delle truppe che reduci da Corleone attaccarono Palermo da porta di Termini; che l’attacco fu eseguito da metà del 3° Leggiero estero sostenuto ai fianchi da Compagnie del 2° Battaglione Cacciatori secondati dall’Artiglieria del bravo Tenente d’Agostino, da’ Pionieri del Capitano Palmentieri. Quindi in tale affare il vostro Bosco non entra per nulla, perché con l’intero suo Battaglione era incaricato di tenere a bada la parte di cinta della città che da porta; di Termini, sito ove davasi l’attacco, menava a porta Reale verso la marina; come la rimanente forza del 2° Battaglione Cacciatori Comandata da Morgante avea incarico dr sorvegliare il tratto che giace tra la detta porta di Termini e l’altra di S. Antonino; come il resto del 3° Leggiero rimaneva in OSSERVAZIONE alle spalle delle truppe operanti per servire di sostegno e riserva, ed accorrere ove il bisogno lo chiamasse; comoda ultimo il Battaglione scelto dei 5° di Linea Comandante Marra Giovanni era addetto alla custodia de’ carri di munizione e di viveri--Il perché gli elogi che voi, sig. Cognetti profondete ad un solo, spettano principalmente a Won-Mechel, indi a tutti gli altri che lo secondarono, ed infine ai Corpi che stettero quivi si, ma che non fu necessario adoperare.

E sul proposito voglio qui regalarvi un aneddoto molto significante pel vostro eroe.

Quando la colonna Won-Mechel reduce da Corleone scendeva ne’ piani della Guadagna, fece alto circa due miglia lungi da Palermo verso S. Maria di Gesù. Il 9° Cacciatore era di avanguardia, posto di onore, quando si va incontro al nemico. Questo servizio veniva eseguito da più giorni dal 9° Cacciatori. Il maggior Bosco, profittando di quella sosta, lascia il suo Battaglione e torna indietro in cerca del Comandante Won-Mechel. Trovatolo vicino ad una casa rurale ove dava degli ordini, gli disse, che il suo Battaglione era stato sempre di vanguardia, eh egli, come Capo di Corpo, dovea tutelare gl’interessi de’ suoi dipendenti, e che questi 3 si lagnavano per essere stati i soli ad eseguire giornalmente tanto faticoso servizio. E proseguiva con altre ragioni più o meno buone, ma inopportune in quella congiuntura, quando il Won-Mechel avendo a volo capito lo scopo di tale discorso, cioè che Bosco non amava trovarsi a formar testa di colonna col suo Battaglione nel prossimo attacco di Palermo, lo interruppe rispondendo seccamente:

«No, no, Maggiore, oggi di avanguardia mio Battaglione, cd io alla testa, non altri!»

Ciò avveniva alla presenza del Comandante del Battaglione scelto del 5° di Linea e di altri uffiziali.

TESTO

Stavano ancorati nel porto di Palermo alcuni legni Inglesi comandati dal Retro Ammiraglio Mundv. Costui che seguendo la politica fedifraga di Palmerston, era largo di ogni protezione agli insorti, fece energiche e perentorie proteste per impedire che dai forti della Città si facesse fuoco; non pertanto vedute le cose ridotte a tal termine, e comprendendo bene, che il trovarsi il Maggiore Bosco già padrone della Fiera-Vecchia, era segno manifesto, che appena costui ricevuto avesse altro rinforzo, si sarebbe spinto in avanti per congiungersi al Corpo principale dell'Esercito rimasto come prigioniero ed inutilizzato, ed avrebbe riguadagnato in un giorno quello che Lanza avea perduto in quindici, si sollecitò a metter d'accordo Lanza con Garibaldi per farli venire a patti! Unico espediente che potea salvare la rivoluzione ed assicurarle una vittoria finale; che diversamente le sarebbe stato impossibile di raggiungere. Lanza non si fece pregare, e scrisse a Garibaldi invitandolo ad un colloquio sulla nave ammiraglia inglese l'Annibale. Su tanta vergogna non aggiungiamo parola: il tremendo verdetto della nazione e della storia tramandano agli avvenire l'atto nefando e vile.

OSSERVAZIONE

Ed anche qui i fatti vengono travisati. Non per iniziativa dell’Ammiraglio Mundy segui una conferenza su l’Annibal tra i delegati del Generale in capo de'  Regii e Garibaldi. Il Generale Lanza voleva venire a patti con Garibaldi, patti che io ignoro, e desiderava che I' Ammiraglio Mundy so ne addossasse lo incarico Questi rifiutando gli rispose che bisognava trattare direttamente con Garibaldi, che da sua parte poteva offrire il suo legno per la conferenza, non altro. Il Lanza rispondeva alteramente che non trattava con filibustieri. E cosi ebbe termine questo primo tentativo di accordo provocato da Lanza non da Mundv. 11 giorno dopo.... ma credo più utile citare un giornale di un uffiziale generalo che trovavasi allora in Palermo. Se non che, pria di trascriverne le parole parmi utile fare una riflessione. Il Cognetti dice che se Bosco (e dovea dire Won-Mechel) che si era introdotto nella Fiera-Vecchia, avesse ricevuto rinforzo, si sarebbe spinto in avanti per congiungersi al Corpo principale dell’Esercito rimasto come prigioniero ed inutilizzato, ed avrebbe in un giorno preso Palermo!

Che logica! Se il corpo principale era prigioniero ed inutilizzato come potea mandar rinforzi alla Fiera-Vecchia? Ma il Cognetti sa che la tante volte nominata Fiera-Vecchia non è altro che una breve strada che da porta di Termini mena ad una piccola piazza in forma di trapezzoide? Sa che il Corpo principale era libero ne’ suoi movimenti sulla dritta, sulla sinistra e alle spalle? Sa che sul fronte stesso, cioè sul lato occupato dalla Città, teneva avamposti si prolungati che entravano nella città stessa molto più innanzi che le truppe Won-Mechel alla Fiera-Vecchia: e ne fan fede la partita sotto il palazzo Carini occupato dal Capitano dello Stato Maggiore Guillamat, e del Vescovado occupato da gente dell’8° di Linea? Ma, dirà il Cognetti: ciò posto, perché non ispingersi avanti? Il perché lo saprà più tardi ed in queste carte. Ecco intanto le parole del citato giornale: «30 Maggio. Si ripigliò dal Lanza la corrispondenza con l'Ammiraglio Inglese per aprire una conferenza, dimenticando il Generale in Capo l’orgogliosa antecedente risposta di non voler trattare con Garibaldi! II Dittatore diede un salvocondotto, dietro ottenuto il quale e fissata la conferenza per le 12 meridiane, dal telegrafo si seppe che la Colonna a Won-Mechel della quale non si avea notizia fin dal 28 era sul ponte delle Teste, ed impegnata in un attacco verso porta di Termini. Ci fu un momento d'indecisione, di parapiglia, di confusione. Chi consigliava prendere le armi ed attaccare Palermo secondando il fortunato attacco iniziato da Won-Mechel; chi diceva non essere ciò né dignitoso né regolare dopo che si era fissata una conferenza, e che si era data da circa un'ora la parola che questa avrebbe avuto luogo; chi diceva, infine non esservi ancora convenzione, ma una semplice sospensione d'armi, giusto per dare luogo alla riunione de'  delegati per istabilire una convenzione, quindi essere la truppa nella piena libertà di agire. Fra tanti pareri dovea prevalere il più contrario alle Regie truppe! Due uffiziali dello Stato maggiore furono spediti a Won-Mechel con l’ordine di fermarsi, e non più progredìre negli attacchi.

«Un tal Cenni Maggiore nei Garibaldini uomo di mezzana età e di garbati modi accompagnato da un trombettiere si presentò circa le il al Quartier Generale. Montarono alle 12 merid. in una vettura della Luogotenenza in compagnia del Generale di Brigata Marchese Letizia, e del Retro Ammiraglio Chretien, e per la via esterna si recarono al molo, e da lì sull’Annibale per la fissata conferenza.

«Corse voce che per lo arrivo della Colonna Won-Mechel le istruzioni che il Letizia avea ricevute per proporle nella conferenza dal Comandante in capo, furono cambiate con altre cioè:

«1.° Che si conchiudesse una sospensione d’armi per ore 24.

«2.° Che durante l’armistizio le due parti mantenessero le loro posizioni.

«3.° Che fosse permesso a'  convogli de’ feriti nel Palazzo Reale ed alle famiglie degl'impiegati d’attraversare liberamente la città per imbarcarsi sui legni napoletani.

«4.° Che alle truppe reali ed alle famiglie degli impiegati chiusi ne’ monasteri in vicinanze del Palazzo Reale fosse permesso di provvedersi di viveri.

«5.° Che il Municipio indirizzasse un’umile petizione a Sua Maestà il Re esponendo i bisogni reali della città, e che questa petizione fosse presentata a S. E. l'alto Commissario.

«Si vuole che le prime istruzioni erano: Ritirarsi la truppa verso Messina, senza essere molestata dai Garibaldini. La conferenza ebbe luogo all’una p. m. Vi presero parte i Generali Letizia e Chretien per parte de regi, Garibaldi e Turr per i Siciliani. Presenziavano a tal ritrovo oltre l’Ammiraglio Inglese Mundy, i Comandanti delle Stazioni navali Francese e Americano e qualche Console.

«Una tregua di 24 ore venne fissata, nel quale tempo ciascuna delle parti avverse dovrà rimanere nelle posizioni in quell’atto occupavano. Trasse porto de’ feriti dal Palazzo Reale e S. Giacomo e delle famiglie alla flotta; potere i carriaggi nel ritorno portare dei viveri, che avrebbero presi da a Castellamare».

TESTO

Garibaldi accettò immediatamente l’invito che per lui era pegno di vittoria; poiché quantunque il suo piccolo esercito si aumentasse con le diserzioni dei soldati napoletani, facilitate per l'attività e per l’opera del comitato ec. (pag. 367 voi. 2).

OSSERVAZIONE

Sino all’epoca del primo armistizio, le truppe Regie non contarono disertori. Durante il primo armistizio di 24 ore, ed il secondo di tre giorni,. anche le diserzioni furono insignificanti. Ciò avveniva anche ne tempi normali in Sicilia, ove la diserzione in confronto de’ Corpi di Stazione sul continente stava nella proporzione di 1 a 5 perché chi era nato sul continente, non volendo rimanere nell’isola, dovea superare grandi ostacoli per uscirne. La diserzione vera cominciò quando le truppe lasciarono il Palazzo Reale per concentrarsi ai Quattroventi, e questa più ne’ Battaglioni esteri che ne Corpi indigeni, anzi negli stessi Corpi esteri il 3°Leggiero non ne diè quasi esempio. E cosi dovea essere. Il 1° e 2° Leggiero non erano che una accozzaglia del rifiuto di tutti i diversi stati della Germania, gente ladra, indisciplinata, vile. 11 3° Leggiero composto interamente di Bavaresi, gente accuratamente scelta, era tranquillo, disciplinato valoroso.

TESTO

Sull’Annibale recaronsi Garibaldi e Turr da una parte, ed il Generale Letizia per Lanza. Garibaldi accordava e diveniva a tutto, ma ad ogni costo volea lo sgombro della città dalle truppe regie; perlocché non fidandosi Letizia cosi di botto consentire a tale richiesta furono stabiliti i seguenti patti preliminari:.

«Armistizio completo per tre giorni: Consegna del Banco Regio a Francesco Crispi: imbarco di feriti: libertà scambievole di provvedersi di viveri: scambio de'  prigionieri».

OSSERVAZIONE

Il Cognetti giusta il solito confonde le dat Due armistizi vi furono. Il primo, come sopra si disse, di 24 ore, cioè dal mezzodì del 30 a quello del 31. Il secondo di tre giorni cominciò alle 12 meridiane del 31 maggio alle 12 meridiane del 3 giugno; e questa seconda sospensione di armi fu iniziata dal Colonnello sotto Capo dello Stato Maggiore dello Esercito Bonopane che giungeva a Palermo da Napoli la sera del 30. Nò questo secondo armistizio si può ritenere come continuazione del primo, perché, Garibaldi per accordarlo mise in campo altre pretensioni. Gli articoli della novella convenzione furono cinque, ed onde il Cognetti conosca ne’ minuti particolari un tal fatto trascrivo ancora il giornate di quel tale Uffiziale Generale che ci somministrò i ragguagli della prima convenzione. Un poco lunga ne sarà la citazione, ma ciò si rende necessario tra perché non intendiamo mutilare neppur di una parola il racconto com’ è stato redatto sul luogo degli avvenimenti, e perché si attacca con l'altro brano sopra riportato, e formano entrambi la storia delle prime due convenzioni.

«La domanda del Generale Letizia (primo armistizio di 24 ore) venne accolta, come non poteva essere altrimenti dal Garibaldi, il quale nelle ore 24 di tregua avrebbe avuto l’agio di afforzare con barricate, ed altre tumultuarie difese i punti più deboli, o più minacciati della Città. Ed infatti il di appresso si seppe che nelle ore 24 centinaia di barricate e di traverse s’innalzarono e tra queste moltissime si forti da resistere al tiro delle Artiglierie. I sbocchi della Fiera-Vecchia ov’era impegnata parte della Brigata Medici, erano alla lettera ostruite da materiali, e le caso f vicine munite di feritoje e fornite a dovizia di difensori e di mezzi di distruzione.

«Infine nelle ore 24 di tregua la Città cambiò di aspetto. Non pochi borghesi dell’infima classe si presentarono agli avamposti, parlando di pace, e gridando fratellanza. Molti soldati poco accorti, sentendo della tregua fissata si spinsero nella Città; circuiti e carezzati, regalati di vice no, e di liquori dai borghesi, ebri di vino perdettero le armi, e più di uno rimase con gli avversari.

«Alle 9 p. m. vi fu riunione de’ generali presso il Comandante in Capo. Scopo lo attacco di Palermo spirate le 24 ore di tregua. Il Generale in Capo manifestò il suo pensiero in brevi termini. Impossessarsi della Città lasciando a Won-Mechel libertà d'azione, cioè di spingere gli atx tacchi come meglio credesse.

«Il Brigadiere Marra primo a parlare perché il meno anziano tra i Generali, fece osservare: Palermo essere una città vasta e da non potersi prendere in poche ore, non potendo cominciare lo attacco prima cc delle 12 meridiane; ora io cui terminava la sospensione d’armi; essere perciò di avviso onde non trovarsi le truppe impegnate al sopraggiungere della notte, di limitare gli attacchi a due dei Quattro-Quartieri o a rioni di Palermo cioè quelli detti del Palazzo Reale e Albergheria che stanno al di quà della Strada che giace tra Porta S. Antonino e l’altra Maqueda. Prendere forte posizioni ai quattro Cantoni di Città occupante do quei vasti e forti fabbricati, impossessarsi del Palazzo Pretorio dell'Università e de'  Crociferi. Ordinare a Won-Mechel che nello spingere i suoi attacchi iniziali alla Fiera-Vecchia piegasse a sinistra onde mettersi in communicazione colle altre truppe sia alla Posta, sia all'Università, sia al Pretorio.

«Tali osservazioni prevalsero e gli ordini analoghi vennero a Won-Mechel spediti.

«Nel mentre ciò si stabiliva giungeva da Napoli il Sotto Capo dello Stato maggiore dell'Esercito Colonnello Bonopane in compagnia de'  Commissari Tiscar e de Vita, con oggetti di ambulanza, de'  quali assolutamente si mancava, pochi viveri e tabacco per gli uffiziali, e delle monache della Carità per assistere i feriti, suore che non si videro e sulle quali corse la voce ch'erano state trattenute e rimbarcate su d'un vapore Francese. Il Colonnello Bonopane sbarcando venne condotto da Garibaldi. La via che dovette percorrere cioè dal Molo al Pretorio era alla lettera gremita di barricate, e si viva impressione tal vista fece sull’animo dello stesso, che manifestò a Garibaldi, dandosi per l’incaricato del trasporto delle famiglie e dei feriti, ch'era impossibile potersi eseguire tale duplice operazione in si breve tempo. Garibaldi rispose che 24 ore furono chieste, e che se più tempo bisognava non era alieno dall'annuirvi.

«Il Bonopane replicava -- che almeno tre altri giorni gli erano necessari per eseguire lo imbarco in regola. Il Dittatore annuiva ed il Bonopane si condusse alla Reggia, ove giunto palesò al Comandante in Capo quanto avea creduto di chiedere a Garibaldi. Il Generale Lanza lo rimproverò acremente per la libertà presasi a sua insaputa senza prima consultarlo; ma dietro un colloquio segreto per circa mezz’ora tra loro tenuto, S. E. addivenne a quanto il Bonopane avea creduto iniziare. Si apri novello carteggio con Garibaldi per una prolungazione di tregua, ed anche spedire al Palazzo Reale un suo rappresentante con poteri per trattarla. La venuta del Bonopane fu una vera sventura perché fece andare a monte l’attacco già fissato pel 31 ed infatti--alle 7 a. m. di tal giorno chiamati furono i Generali e Capi di Corpo, per conoscere il rispettivo comando, ed i Corpi che doveano prendere parte all'attacco di Palermo, Basato ieri, sempre quando la seconda tregua non potesse aver a luogo.

«Tre colonne doveano eseguire tale operazione.

«La prima comandata dal Generale de Sury per la via Ballerò; la seconda dal Generale de Wintemback per le strade del Papiretto; e la terza dal Generale Landi per la via Toledo; la colonna Won-Mechel proseguire per la FieraVecchia, Candelari ec.; il Generale Marra Bartolo difendere il Palazzo Reale, Quartier S. Giacomo e adjacenze; il Gecerale Colonna guardare il piano S. a Teresa, e garentire dagli attacchi che potessero tentarsi da'  Porrazzi, Monreale, Colonna rotta. Scopo dolce l'operazione quella fissata nella riunione antecedente.

«L'ora dell’attacco le 12 meridiane precise.

«I viveri distribuiti a tutt’i corpi per le 10 a. m.

«La regolarizzazionedi tali truppenonpotè aver luogoche informe mente,ed erano le 10 e 12 quando alla meglio si ordinavano perché gli avamposti formati di frazioni numerose di diversi Corpi, era difficilissimo rilevarli non conoscendosi dai Comandanti medesimi, strano a dirci si, con precisione i siti ove stavano le loro truppe! Alle 11 a. m. venne ordinato che tutto restava sospeso. Una convenzione si era firmata tra il Generale in Capo de'  Regi e Garibaldi -- Crispi trattò tale novella convenzione ed eccone il testo.

Articoli di convenzione fra i sottoscritti a Palermo li 31 maggio 1860.

«1.  La sospensione delle ostilità resta prolungato per tre giorni a  contare da questo momento che sono le 12 meridiane del 31 maggio: al termino della quale S. E. il Generale in Capo spedirà un suo Aiutante di Campo onde di consenso si stabilisca l’ora per riprendersi le ostilità.

«2. Il Regio Banco sarà consegnato al rappresentante Crispi Segretario di Stato, con analoga ricevuta, ed il distaccamento che lo custodisce andrà a Castellamare con armi e bagaglio.

«3. Sarà continuato l'imbarco di tutt i feriti e famiglie, non trascurando qualunque mezzo per impedire qualunque sopruso.

«4. Sarà libero il transito de'  viveri per le due parti combattenti, in tutte le ore del giorno, dando le analoghe disposizioni, per mandar oiò ad effetto.

«5. Sarà permesso di contraccambiare i prigionieri Musto e Rivalta con il primo tenente Colonna ed altro Uffiziale od il Capitano Grasso.

Il Generale in Capo firmato -- Ferdinando Lanza

Il Segretario di Stato del Governo provvisorio di Sicilia

firmato -- Francesco Crispi

Questa convenzione è una svista che porterà tristissime conseguenze. Si abbandona il Banco, si forniscono mezzi alla rivoluzione, e si mandano in Napoli Letizia e Bonopane per prendere gli ordini del Re sul da farsi! Se non avessi gli articoli della convenzione sotto gli occhi, terrei per bugiardo chi tanto narrasse. Eppure il consigliere a latore del nostro Generale in Capo è esclusivamente Maniscalco, e nulla si decide senza la di costui venia. Che la paura avesse reso imbecille anche costui?»

TESTO

La sera del 30 maggio vi fu combibbia fraterna, ed insieme a Garibaldi ed agli ufficiali Garibaldini Convennero il Tenente Generale Lanza, i Maggiori Generali Salzano, Cataldo, Pasquale Marra, i brigadieri Laudi, Letizia, ed il Colonnello dello Stato maggiore Bonopane e molti altri ufficiali Napoletani. Si bevve vin di sciampagna fra gli evoé e gli evviva. (Pag. 348, v, 2)

OSSERVAZIONE

Ignoro onde il nostro $torico abbia pescato questa novella ciancia.... Sappiate, sig. Biagio, che non solo non ci fu banchetto, ma nessuna unione di qualsiasi altra natura tra il Comandante in Capo e i Generali sotto i suoi ordini con Garibaldi. Fin oggi credeva che nulla si potesse scrivere di più ampolloso e bugiardo dopo la lettera del Dumas sul combattimento di Melazzo, ma vedo che il peggio non ha fine (b). Voi lo superate le mille volte. Se non che Dumas avvezzo a scribacchiar romanzi, volendo anche in buona fede descrivere un fatto reale, è dalla fantasia strascinato sempre lì, alla favola! Ma a voi, che attingete le vostre notizie a tonti purissimi, a sorgenti ufficiali, a voi rispondo: fandonie, mio caro, fandonie, voi sognate quando scrivete, o, se più' vi aggrada, mentite pel piacere di mentire!

Volete sapere la verità? Udite. Il giorno 30 maggio alle due p. m. quando ebbe termine la conferenza su l'Annibale, l'Ammiraglio Mundy offrì una refezione a’ suoi ospiti alla quale presero parte tutti coloro che li si trovavano riuniti cioè l’Ammiraglio Inglese, i Comandanti le stazioni navali di Francia e degli Stati uniti di America, e qualche Console, i Generali Letizia e Chretién, Garibaldi, Turr, Cenni, ed altri uffiziali Inglesi, il signor Cognetti non sa che questo è l’uso in tutti gli abboccamene di tale specie, e segnatamente sui legni da guerra?

Ma che! ha il veridico Cognetti cavato anche dai documenti ufficiali che lo forniscono di si esatte e peregrine notizie, i gradi dei Generali che fa assistere al supposto pranzo di Garibaldi? Maggiori Generali Salzano, Cataldo, Marra Pasquale! Questa denominazione è una importazione Piemontese, ed un riscontro al titolo di Tenente Maresciallo regalato al Lanza!

TESTO

Il trovarsi in tal modo ricco (con i 5 milioni ricevuti per effetto delta seconda convenzione:) diede agio a Garibaldi di poter corrompere anche non pochi de’ Reggimenti esteri Napoletani, che mercenari com'erano poco si curarono di volgere le armi contro chi li pagava meno (pag 368, v. 2).

OSSERVAZIONE

Dopo ìì congedo della Divisione Svizzera composta di quattro Reggimenti, Napoli non ebbe più Reggimenti Esteri. Aveva un Battaglione Cacciatori estero che prese il nome di 3° Leggiero estero, dopo di che se ne organizzarono altri due, che fecero cattiva pruova, e che presero il nome di 1 e 2° Battaglione Leggiero. A far proseliti fra la gente di quei due Battaglioni non bisognava l'oro del banco; si contentavano di tutto, perché ripugnanti alla disciplina d'un esercito regolare.

TESTO

Giunte tali notizie a Napoli la Corte ne menò gran rumore; ed il Re emanò ordini, che: si riprendessero le offeso. mettendosi di concerto con i Comandanti di Messina e di Catania, Generale Clary e Generale Afan de Rivera (pag. 368, v. 2).

OSSERVAZIONE

Pura invenzione della fervida fantasia del Cognetti! Vi fu una lettera del Re al Lanza, quale si addiceva alla gentile e clemente indole di Francesco II. Egli deplorava 1 avvenuto, ma in pari tempo manifestava al Comandante in Capo, che il suo Real animo ripugnava alla riconquista di Palermo; quando ad ottenerla si dovea manomettere una città si grande, e gettare nel lutto tante famiglie. E questa lettera esiste! Ma non potendo qui darne il testo per motivi di alta convenienza, citerò un breve periodo ricavato dal Manifesto del Re a’ suoi Popoli consono ai sensi manifestati in essa lettera, dato da Gaeta li 8 dicembre 1860.

«Nel momento in cui era sicura la rovina de’ miei nemici, ho fermato il braccio de miei Generali per non consumare la distruzione di Palermo».

Non credo che il sig. Cognetti volesse dare una mentita a Francesco II.

Nè questi umani sentimenti del Re si rilevano dai soli documenti ufficiali. Citerò benanche un passaggio dell’opera del Lecomte Colonnello dello Stato Maggiore federale Svizzero e portante per titolo: L'Italie en 1860 esquisse des événements militaires et politiques.

«Mais bien loin de là, c’est de son gouvernement mème qu’étaient partis les fâcheux exemples. C est lui qui avait traité directement ou fait traiter de l’évacuation de Palerme, de la capitulation de Milazzo, de la tréve de Messine, en décorant du titre d Excellence l’homme que quelque temps auparavant on appellait flibustier. Par ces faiblesses, le Roi en avait fatalement autorisé d’autres; il n’était plus en position de blâmer, bien moins encore de châtier, comme ils l’eussent mérité les généraux qui, a s estimant acculés à une impasse, croyaient bien agir en sauvant leurs soldats avec leurs fusils».

E credo che ciò batti per dimostrare che il Cognetti ha preso anche per questa parte un granciporro.

TESTO

«Lanza e Letizia ricevettero tali ordini con la maggior indifferenza; e convinti com'erano di non dover resistere, dopo un inutile andare ritornare da Napoli firmarono la convenzione.... (pag. 368,. $).

OSSERVAZIONE

Qui il sig. Cognetti mette allo stesso livello il Comandante in Capo Lanza e il Brigadiere Letizia, il quale, se la mia memoria non falla, era il sesto o il settimo per grado o antichità tra i Generali di quel Corpo di Esercito. Il Letizia fu scelto dal Comandante in Capo per trattare della prima sospensione d’armi col Garibaldi, perché ritenuto dal Lanza come adatto per una conferenza ove bisognava un uomo non facile a farsi soverchiare, o per questa parte (per questa parte soltanto) la scelta non poteva essere più felice. Stabilita la disastrosa e impolitica sospensione d’armi per 24 ore, la missione del Letizia sarebbe cessata, se il Colonnello Bonopane non avesse chiesto un Generale per avvalorare in Napoli quanto era nella sua mente rapportare circa lo stato in cui erano le cose in Palermo. Ed il Lanza affidava naturalmente un tale incarico a colui che avea trattati i patti della prima convenzione.

Da questo memento il Generale Letizia entrò in iscena come nunzio vocale tra il Comandante in Capo, il Re e forse anche il Ministro della Guerra. Tale modo strano di corrispondere in faccende rilevantissime, benché riprovato, pure prosegui sino alla partenza delle truppe dalla capitale della Sicilia; quindi non sappiamo che cosa il Cognetti voglia dire col su citato periodo.

TESTO

La storia ricorda come in questo giorno stesso il Generale Ferdinando Locaselo col Capitano Galluppi senza tirar colpo, cedettero la importante fortezza di Siracusa.

OSSERVAZIONE

Non so come ha potuto entrare in mente al Cognetti che un semplice capitano avesse avuto tale ascendente da far cedere la interessante Piazza di Siracusa alla rivoluziono! Avesse per avventura attinta anche tale peregrina notizia al solito fonte purissimo? Povero Anzaldo Galluppi! dopo tanti anni di servizio da Colonnello Comandante l'11° Reggimento di Linea, scendere a Capitano!... Ma forse il Cognetti ha voluto punire il Galluppi con la degradazione per la sua non bella condotta a Siracusa? Se la cosa va cosi, mi sottoscrivo, perché mi piace questa nuova specie di esecuzione in effigie.

Lanza, Salzano, Cataldo e tutti gli altri uffiziali che avean fatto prova di tanta lealtà e coraggio, furono inviati in Ischia dinanzi ad un consiglio di guerra per giustificare la loro condotta. Ma di essi niuno fu fucilato, come Ramorino in Piemonte! Perché? giustificarono la loro condotta? Ovvero i giudici non vollero giudicarli? È un mistero! (Pag. 369, v. 2).

OSSERVAZIONE

Troppo ristretto il numero! Lo storico avrebbe dovuto aggiungere a questi nomi quelli del Maresciallo Marra, de generali di Brigata Letizia, Colonna, Landi, de Sury, de Wintemback, Marra, Chretien, del sotto Capo dello stato maggiore dello Esercito Colonnello Bonopane, del Capo dello Stato maggiore dei Corpo di Esercito in Sicilia Tenente Colonnello Polizzi e di altri uffiziali di tal Corpo.

Ritenete, signor Cognetti, che questi uffiziali tra i quali se ne contavano de’ più ragguardevoli dell’Esercito, e che nella loro non breve carriera 8veano resi importanti servigi non nelle anticamere della Reggia, ma in fatti di guerra dai quali aveano riportate ferite, distintivi onorifici, pensioni e lusinghieri encomii 'dalle autorità più altamente locate, e degli uomini più chiari nel ramo militare, venivano improvvidamente inviati nell'isola d’Ischia, non per essere giudicati da un consiglio di guerra, come da voi si dice, ma per rendere, conto della propria condotta in una memoria che dovea far tenere ciascuno al Ministro della Guerra, e questi ad una giunta composta de'  Tenenti Generali Del Carretto, Casella, Vial, i quali, dopo accurato esame delle dette memorie, doveano sottomettere al Re il loro franco e leale giudizio.

Le memorie si scrissero; esaminate vennero dalla commissione il cui giudizio risulta dal seguente

«Ordine del Ministro della Guerra -- 27 Luglio 1860 -- N. 209

«Essendo stati nello scorso giugno per Sovrano Comando spediti nell’isola d’Ischia i Generali e gli uffiziali superiori di Stato maggiore reduci da Palermo, Sua Maestà ordinava, che ciascuno di essi trasmettesse a questo Ministero una relazione esatta di tutte le operazioni di guerra eseguite in Sicilia ne’ recenti fatti di quell’isola, in forza degli ordini dati e ricevuti, e di quanto erasi operato e recato a termine dai corpi che rispettivamente ne dipendevano.

«Una commissione composta de’ tre Tenenti Generali Del Carretto Vial e Casella, fu incaricata dalla Maestà Sua di leggere i cennati scritti e, dopo averli gammati, formare un esplicito giudizio della cosa facendone due categorie d incolpabili e colpevoli, onde potersi riabilitare i primi, e punire i secondi.

«E la commissione suddetta con rapporto a me diretto manifestava che la contraria sorte toccata alle nostre armi nelle ultime vicende di Sicilia, dovesse nella maggior parte ripetersi da una serie di eventualità imprevvedute, dal concorso di circostanze eccezionali, e non mai per volontà deliberata, o per poco zelo dei militari di qualunque classe fossero, soggiungendo essa commissione che non si credeva autorizzata a dire nulla di più. Questo rapporto sebbene non distinguesse coloro, che, ad onta della loro buona volontà e del loro zelo, avevano commesso degli errori, da quelli che non ne avevano commessi, pure fa fede che, niuno fu colpevole di cattiva volontà o di poco zelo.

«Per porre quindi un termine alla dimora in Ischia di militari fra i più altamente locati nello Esercito, non privar questo di coloro la di coi opera potrebbe tornar utile, e rendere nello stesso tempo giustizia al merito, rassegnai alla Maestà Sua il mio divisamento di far venire in Napoli i suddetti generali ed uffiziali superiori, rimanendo io attenzione ai destino, per poi man mano, ed a misura che si avrebbe la certezza della loro incolpabilità, richiamarli in attività di servizio, dovendo questo richiamo esser considerato come la pruova irrefragabile del loro lodevevole modo di servire e la giustificazione piena ed intera della loro condotta e di qual siasi accusa.

«E la Maestà Sua avendo approvato tale mio divisamento, ho richiamato in Napoli fin dal 20 del corrente i cennati Generali ed Uffiziali superiori».

Il signor Cognetti che ricava le sue peregrine notizie da purissimi fonti, eh e fornito a dovizia di documenti officiali, ignora quest’ordine reso di ragion pubblica nel Giornale di Napoli, nell’ordine del Comando Generale e ne fogli periodici di quel tempo. Se avesse usato un tantino di diligenza, non avrebbe scritto tanti tanti strafalcioni.

Sappia in ultimo che oltre questo parere reso di pubblica ragione, altro riservato ne dava l’alta commissione, a del quale si videro subito gli effetti, perche tuta i Generali reduci da Palermo e quindi da Ischia ricevevano nello stesso mese di luglio destinazioni svariate. Intatti vi furono Generali ai quali si affidarono comandi ragguardevoli, uno venne nominate Ajutante Generale del Re, altri ebbero destinazioni sedentanee o il ritiro, e tre la terza classe; primi provvedimenti che venivano poco dopo in parte modificati in bene, per alcuni collocati a riposo o passati alla detta terza classe.

TESTO

Certo è che nelle convenzioni e nel banchetto del 30 maggio non intervennero Bosco e Won-Mechel, che seguitarono a fare il loro dovere soldati di onore. A questi prodi venga il tributo di giusta lode, a quelli il giudizio di tutte le armate di Europa (pag. 369, v. 2).

OSSERVAZIONE

Essendo inutile riparlare del banchetto immaginato dal sig. Abate, facciamo sol osservare la sua ostinazione di far campeggiare dappertutto Bosco e di darcelo come eroe della Tavola Rotonda. Noi non ci stancheremo di ripetere che dopo il fatto di San Martino, tra i Garibaldini comandati da Rosolino Pilo ed i Cacciatori del 9° comandati da Bosco, questi non fece se non quello che fecero tutti gli altri suoi compagni, che al par di lui avean comandi. Or perché dire che seguitarono a fare il loro dovere di militari di onore Bosco o Won-Mechel, quando i quattro Corpi che componevano la brigata che attaccava porta di Termini appartenevano a Won-Mechel, Morgante, Bosco, e Marra Giovanni? Seguitarono tutti a fare il dovere di soldati di onore... Ma in che? Cominciata la disastrosa sospensione d'armi di 24. ore, il fuoco non ricominciò più, perché le tregue si succedettero l'una all'altra, né cessarono che con l'abbandono di Palermo, E qui nota il Cognetti che non fecero parte della convenzione, senza sapere che le convenzioni militari non richiedono la presenza di tutt'i Generali e di tutt'i Comandanti de’ Corpi componenti l'Esercito, ma che si trattano da una o due persone per ciascuna delle parti avverse. Perché imbrattar tanta carta di cose che non s’intendono? Per acquistar gloria? Ma questa non nasce che da utili fatiche, e tali non sono quelli si sprecano all'impazzata su l'altrui terreno. Per amor di guadagno? Ma i buoni scrittori preferiscono al mal acquistato denaro l’onesta indigenza... Del resto ciascuno ha i suoi gusti, e noi non vogliamo disputar di quelli che può avere il signor Cognetti.

 A sorvegliare le coste occidentali di Calabria erano state dal Governo mandate due Brigate comandate dai Generali Briganti e Melendez oltre una riserva concentrata in Monteleone che in uno formavano una forza di quasi ventimila uomini (pag. 402, v. 2).

OSSERVAZIONE

Altro che due Brigate comandate dai Generali Briganti e Melendez! Qual onta per lo storico che riceve, come dice, l’imbeccata dall'alto, che attinge a fonti purissimi i fatti che narra, esser sempre colto in fallo! Le truppe che guarnivano le Calabrie eran due Divisioni dipendenti dal Maresciallo Vial, e divise in quattro Brigate, comandate, la prima dal Colonnello Ghio, la seconda dal Colonnello Melendez e formavano la Divisione sotto gli ordini immediati del Vial -- Altra Brigata distaccata dipendeva dal Brigadiere Caldarelli tra Paola e Cosenza, ed in ultimo una Brigata mista che operava isolatamente era al Comando del Brigadiere Marra Bartolo in Reggio. Erano otto Reggimenti di Fanteria con 4 Batterie: il tutto 14 a 15 mila uomini, Ciò sul cader di luglio, ma sui principii di agosto vennero cambiamenti, sì nei corpi come nei comandi. Il Brigadiere Marra venne chiamato a Napoli, e sostituito dal Briganti (c). Ora apprenda il Cognetti un po’ di storia contemporanea, per conoscere qual era la posizione delle truppe nella provincia di Reggio, e propriamente quella della Brigata Marra più a portata di respingere uno sbarco su quelle coste distanti poche miglia dalla Sicilia, Io non gli metterò sott'occhio che la corrispondenza postale tra il Generale Marra Bartolo, e Marescialli Vial e Pianeti, quest'ultimo Ministro della Guerra. Da essa, senz’aspettar il giudizio delle armate di Europa, potrà ricavar il convincimento che traditori vi furono in Calabria ma questi non avrebbero potuto riuscire intieramente nell'attuazione dei loro pravi disegni, se da Napoli ov’era la suprema Direziono delle cose Militari, non si fossero secondate le aspirazioni della setta, con disposizioni strane, assurdo, sleali. Dopo gli avvenimenti di Sicilia, la cancrena avea fatto progressi spaventosi, e per isventura quelli che n’erano rimasti illesi, non furon creduti! Il Generale Marra Bartolo s'imbarcava in Napoli sul Protis piroscafo francese di commercio, al cader di luglio. Sbarcava a Reggio il 30 verso le 11 antimeridiane. Lo stesso giorno vide molte persone, raccolse molte notizie; il giorno appresso visitò le truppe negli alloggiamenti, e percorse le vicinanze, specialmente verso Altafìumara, dal quale sito osservò la flottiglia preparata da Garibaldi al Faro, ed il simulato bordeggiare pel canale della squadra napolitana agli ordini del Lettieri. Sorpreso di tal vista, cercò mettersi a giorno del vero stato delle cose, e tanto si adoprò che dopo due giorni era padrone de'  segreti tutti del partito Garibaldino, della connivenza di alcune autorità, della condizione vera della provincia di Reggio sotto l aspetto politico e militare! Sembrarono si gravi tali notizie raggranellate al Generale Marra che non credè prudente affidarle alla corrispondenza ordinaria, e molto meno al Telegrafo. Fè sol una segnalazione al Ministro della Guerra con la quale chiedeva un Vapore affin di condursi a Napoli per una conferenza di alto momento, e che non potea affidare alla carta, e quindi ritornare con lo stesso legno al suo posto. II Ministro rispondea con dispaccio telegrafico il agosto, numero 880: «Gli affari di alto momento esigono pria d'ogni altro la presenza di lei alla testa della sua Brigata. Si prepari adunque a dice fendere l’integrità del suolo in conformità delle mie istruzioni scritte che r spero le siano già pervenute, e degli ordini del Maresciallo Vial, da cui dipende lei; nell'intelligenza che al momento dello sbarco (di Garibaldi) assumerà il comando superiore di tutte le truppe comprese quelle che sarebbero senza ritardo spedite da Napoli -- Napoli 2 alle 12 1|2 m. per l’ufficiale interprete -- L impiegato del Telegrafo firmato -- Raffaele Frola».

Il Generale Marra Bartolo non rimase che sette giorni alla testa della sua Brigata. Metteva piede in Calabria il 30 luglio, e già avea organizzato una polizia militare, e sì celeremente che tre giorni dopo potea dirigere al Generale Vial i seguenti offici.

«Reggio 2 agosto N. 6. Ricevo continuati avvisi sul più che probabile sbarco di altre bande Garibaldine, verso Torre Cavallo e spiagge vicine. Credo non sia per lei un mistero che già degli sbarchi alla spicciolata siano avvenuti pria del mio arrivo in Reggio, comandate da un tal Messori. Intanto per di lei ordine già otto compagnie trovansi distaccate da questa voluta Brigata mista e guarniscono Villa S4n Giovanni, Punta del Pizzo, Torre Cavallo, Altafiumara e Scilla. Rimangono qui 16 Compagnie di mediocrissima Fanteria, e di queste 6 di presidio al Forte. E giunta la Batteria da Messina, ma questa sarà più d'imbarazzo che di utile pel suo forte calibro. Pezzi da sei in siti tutti montuosi sono una svista. Qui bisognai una Batteria a trascino. La Brigata mista che comando, non è che impropriamente cosi chiamata. Una Brigata mista o di«staccata deve contenere tutti gli elementi che costituiscono una divisione ne. E cosi mi prometteva il Ministro della Guerra quando io muover ce dovea da Napoli a questa volta. Io non ho truppe leggiere, non ho Cavalleria, non Zappatori, non ambulanza, non sussistenze, non trasporti ec ec. ec. Un ufficiale Generale non si mette a cosi dure pruove, come esce capricciosamente con me si è praticato. Io pria di lasciare Napoli feci le mie rispettose ma franche osservazioni, e dallo Eccellentissimo della Guerra mi si rispondeva: eh eran cessate le diserzioni del 13° di Linea; che in Reggio era organizzato tutto il servizio, e che prontamente avrei avuto tutto ciò che avessi domandato.

«A noi si parla sempre del futuro, mentre abbiamo di Tronto avversate rii che ai loro concepimenti danno esecuzione con la celerità del fulmine.

Altra al Maresciallo Vial 3 agosto N. 12.

«Come appendice al mio Telegramma di jeri mi do l’onore farle noce to, che qui il comando delle Truppe in alto dipende dal Comandante la provincia, da me e da lei. Nelle gravi circostanze l’unità di comando è conce dizione indispensabile, se veramente si vuole agire.

«Sulla linea da Villa S. Giovanni a Scilla ci sono otto compagnie, e  non da me piazzate; io, signor Maresciallo, sono per i corpi compatti, per le forze riunite, non per lo sperperamelo. Noi facciamo uno studio per disseminare la gente, e renderla debole su tutti i punti. Conseguenza di tale sistema, trovarsi fiacchi per impedire uno sbarco, dissestati per vile veri ed alloggiamenti, ed astretti a lunghe marce per riunirci se le circostanze il richiedono.

«Bisogna stare sul luogo per disporre le difese e per tutt’altro.

«Le circostanze del momento influiscono potentemente sulle operazioni militari. Si maraviglia che in Reggio gli animali della Batteria sono astretti stare al bivacco. Ma se per poco rifletta che nelle attuali circe costanze sarebbe imprudente tenerli non vicini ai pezzi, e questi in acce concio sito per garentirli da un colpo di mano; se consideri lo stato del paese prontissimo ad insorgere al primo segnale che verrà dalla riva opposta, cesserà ne son certo la meraviglia.

«Il Ministro della Guerra mi avverte che spedirà il capitano Bellucee ci per conferire con me! Tempo inutilmente sprecato. Questo è un mezzo termine, un palliativo. Intanto il tempo stringe. Ma che! non si hanno occhi per vedere? Che son tutti ciechi? Io sono ancora senza ex quelle tali istruzioni che avrei dovuto qui trovare al mio arrivo. Non ho Aiutante di campo, non capo, né ufficiale aggiunto dello stato Maggiore. Ignoro i dettagli Topografici di questi intrigatissimi terreni ove dovrei agire presentandosene il bisogno. Ho chiesta la carta di Smit all’officio Topografico, e si tace! sto infine in Reggio ed ivi tassativamente inchiodato per oppormi ad uno sbarco che si può tentare da questo capoluogo a Scilla, sul punto opposto al Capo delle armi ed anco dietro marina. Da Napoli mi dice l’Eccellentissimo della Guerra che avrò soccorsi appena succederà uno sbarco! Ed ella anche mi ripete che sarò appoggiato dalla Brigata Melendez che si metterà sotto i miei ordini se lo sbarco si avvera. Mi duole dirlo, tali soccorsi se verranno, quando si verificherà uno sbarco, giungeranno troppo tardi, perché uno sbarco «si esegue in un ora e mezzo ed i monti sono vicini alla spiaggia!

«Mi si risponde alle mie premurose domande che avrò tutto, ma sfortunatamente nulla vedo ancora, e conoscendo per lunga esperienza l'andamento delle cose nostre, dubito, e fortemente, che le promesse non avranno che lontano adempimento, e forse quando sarà inutile.

«Dal modo come le faccende di qui sono incamminate scorgendo che un Generale non può con onore onninamente uscirne, mi son deciso a scrivere al Ministro della Guerra che mi dimetterò dal Comando, se per questo giorno non mi giungono io istruzioni promessemi, e non sarà regolarizzato il servizio in tutte le sue parti.»

L'orizzonte politico si andava ogni giorno semprepiùabbujando;Ìe promesse del Ministro restavano promesse; ed il Generale Sbarra gli dirigeva il seguente Telegramma:

Reggio 4 agosto--Al Ministro della Guerra -- «Vedendo compromesso il mio onore, se più rimanessi al Comando di questa Brigata, la interesso spedire chi deve rimpiazzarmi se non vuole che passi la firma al Colonnello più anziano. Nessuna delle fattemi promesse è stata ancora attuata. Mancano le istruzioni sul da farsi, i Commissari di Guerra, gli Ufficiali dello Stato Maggiore, manca il danaro pel Genio ed Artiglieria, il pane dei soldati, il vestiario, la gente adatta a far fronte al servizio che si pretende, ed infine, a quanto mi sembra, MANCA LA BUONA FEDE; onde mi decido al passo di chiedere l’esonerazione di un cosi lusinghiero comando! Se i miei onorati servizi meritano considerazione spero una seconda classe, se ciò non si crede, la mia dimissione».

Il Ministro della Guerra al Brigadiere Marra -- Telegramma del 5 agosto.

«Non il ritenere il comando ma l’abbandonarlo compromette il suo onore.

«Le farò render conto innanzi un Consiglio di Guerra del suo indegno procedere e delle conseguenze che può produrre sulla truppa che da lei dipende. I futili pretesti che espone sono in via di essere dissipati. Io incontro ostacoli di gran lunga maggiori.

Il Generale Marra al Ministro della Guerra -- Telegramma del 5 agosto.

«L'indegno procedere è di chi non ha saputo o voluto disporre le cose come si doveano, di chi provvede agli urgenti e vitali bisogni con parole, non con i fatti.

«Replico nuovamente che senza Commissari di Guerra, il servizio non può andare, senza Ufficiali dello Stato Maggiore è lo stesso che essere oc privo di braccia e di occhi. Io basterei se la zona del mio comando cadesse sotto i miei occhi, ma sembrami che costà non si conosce lo stato del paese né nel senso topografico, né in quello politico.

«In ultimo V. E. mi permetterà dirle che le minacce con un Ufficiale come me sono argomenti da non usarsi!

«Metta in esecuzione, e lo desidero ardentemente, il suo pensiero, e spero provare che l'onore mi è stato sempre, unica guida nella mia non breve carriera (benché sempre mal compensato) cosa che non da tutti può dirsi, e me ne appello alla memoria di V. E.

Ora vuol sapere il sig. Cognetti quale fu il risultato di questa calda corrispondenza? Richiamo a Napoli del Generale Marra; sostituzione a lui dell’altro Briganti; detenzione per 8 giorni nel forte S. Elmo; e quindi passaggio d’ordine Sovrano alla 3.a Glasse per aver 'mancato di rispetto al Ministro della Guerra!

Eppure il Generale Marra consegnava al Capitano Bellucci un Memorandum di 17 articoli, ov'era detto tuttocciò che si desiderava manifestare a voce in Napoli, Memorandum spedito al Re che dal Bellucci venne fedelmente consegnato, e del quale l'ultimo articolo profetizzava la perdita delle Calabrie fra giorni, se non si provvedeva e celeremente. Reggio fu perduta mentre il Generale Marra era ancora in S. Elmo e non ostante l'essersi verificate alla lettera le sue previsioni, passò alla 3. Classe invece di farsi moschettare colui che avea disposte le cose in modo da produrre quel disastro! Non fo altre riflessioni.

TESTO

Presso Reggio avvenne una scaramuccia 'di niun calcolo, ma dicevasi che gran giornata sarebbevi stata a Villa S. Giovanni, essendo là concentrate le Brigate di Briganti e di Melendez. Ma tutta l'agitazione s'inverti subitamente in strepitose grida di gioia. Briganti avea capitolato! I panegiristi di quella campagna narrano che vi fosse stato obbligato, perché trovandosi concentrato io una vallata i Garibaldini lo avessero circuito in modo da rendergli impossibile la resistenza.

È vero che Briganti si trovò in quella posizione, ma per propria volontà. Prima dell’attacco i due Comandanti Napoletani erano andati a tener colloquio con Garibaldi. Ciò è confermato dalla relazione che ne dava il comitato dell'ordine. Bollettino N. 11.

«A Villa S. Giovanni le truppe Napoletane hanno fraternizzato coi Garibaldini. Garibaldi ed il Generale Briganti passeggiavano insieme per la piazza di Bagnara, per ordinare provigioni. Il Generale Briganti ha accettato l’invito di Garibaldi e del suo stato maggiore di desinare alla loro mensa. Lo stesso scambio di complimenti ha avuto luogo col Generale Melendez al campo di Piale.

L'altro bollettino dandone lo avviso a Napoli cosi scriveva:

«La notte scorsa 130 barche, due piroscafi, sedici barcacce, e cinque Brigantini mercantili hanno eseguito un altro sbarco fra Bagnara e Scilla. La Marina ha lasciato fare.

II Colonnello Ruiz, che poco di là discosto rattrovavasi, radunò sotto di se quanti potè dei soldati sbandati, poiché già buona  parte s’era incorporata alle truppe insurrezionali; e chiese soccorsi a Cosenza, perché di concerto si operasse contro il nemico. Questi avvisi non furono ascoltati; e se ne diede colpa alla mancanza di Telegrafo i cui fili erano stati spezzati. Intanto le truppe gridavano al tradimento; e questa convinzione fu tale, che, nel giorno dopo un distaccamento scontrato i) Briganti che si dirigeva alla volta di Mileto emesse un grido di esecrazione, chiamandolo traditore con una scarica di moschetteria lo rese all’istante cadavere (pag. M3 e seg. v. 2.),

OSSERVAZIONE

Qual fonte purissimo somministrò al sig Cognetti le peregrine notizie delle quali è infarcito il precedente passaggio! Dunque una delle sue guide è il Bollettino del Comitato dell’Ordine! quel bollettino che nello scopo d’incoraggiare e far progredire la rivoluzione amplificando sempre con ampollose jattanze gli avvenimenti più insignificanti usava tutti i mezzi onde seminare il dubbio e lo sconforto in quelli che combattevano sul campo opposto cioè in quello dell’ordine?

Ma invece di perdere il tempo per dimostrare la impurità delle sorgenti ove attinse il Cognetti le materie per la sua storia, dirò brevemente di quei fatti, come mi vengono quasi dettati da un ragguardevole Ufficiale dell'antico Esercito che fu di quella tragedia pressoché testimone oculare. Mi servirò ancora, a smentire le assertive del Cognetti, di narrazione stampate da persone ch'ei tiene in alto conto.

Melendez fece quanto dovea e potea fare, ne fu mai col Briganti a conferire con Garibaldi. Melendez non avea sul Piale che una sparutissima Brigata che non meritava tal nome. Ivi, badi il sig. Cognetti, ebbe una conferenza con Briganti e con Ruiz. Per effetto di notizie che colà giunsero durante tale conferenza, sciolse la seduta, ed ordinò al Colonnello Ruiz di mettersi subito alla testa dei Battaglioni Cacciatori che comandava ed avea lasciati ad Altafiumara e prontamente raggiungerlo. Non potè avere una conferenza col Maresciallo Vial il quale, lasciato Monteleone, veniva alla marina di Reggio su d’un Piroscafo, e travestito da borghese per sapere che cosa fosse accaduto!!! Da questo ebbi anche promesse di pronto ajuto. Fidando il Melendez nella obbedienza di Ruiz, o nelle promosse del suo capo apri il fuoco contro i Garibaldini con le artiglierie comandate da Francesco Blasi, quando un parlamentario di Garibaldi si presentò offrendo una capitolazione al Melendez, e facendogli osservare clic, circondato da tutte le parti, una resistenza che dovea per necessità presto cessare, non sarebbe stata tenuta per bravura, ma per follia.

Il Melendez rispose che quantunque fosso vero che i Garibaldini lo circondavano da per ogni dove, pure non capitolava, perché era sicuro di ricevere rinforzi da Ruiz e da Vial da un momento all’altro. Il Garibaldi gli facea replicare che gli ajuti che attendeva non sarebbero venuti; ed onde non credesse questa una bugiarda assertiva, dava il suggerimento che un uffiziale di piena fiducia del Melendez scorresse la linea per assicurarsene -- Venne accolta tale offerta ed il comandante le Truppe Regie sul Piale spediva il Colonnello Marra Andrea, il quale con la maggior possibile celerità scorse la linea sino a Bagnara in compagnia del capo delle Guide Missori. Non rinvenuti né Vial, perchè questi avea rivolta la prora verso Napoli, né Ruiz il quale o celeremente allontanavasi da Altafiumara, o, lasciata la via consolare, batteva io quel momento vie traverse per mascherare la sua marcia.

Quando Melendez ebbe la certezza che era stato abbandonato da coloro che aveano il dovere di soccorrerlo; quando si vide circondato da per ogni dove di masse garibaldine cui sarebbe stato impossibile sfondare con la poca gente che comandava; quando seppe il disastro, forse procurato, della Brigata Briganti, dovetti a malincuore far abbassare le armi alle poche centinaja di uomini che comandava, imprecando contro coloro che lo aveano abbandonato.

Torno a dire, non essere mio pensiero scrivere una relazione particolareggiato degli avvenimenti, ma semplicemente accennare a fatti avverso alle erronee asserzioni del Cognetti..

Ed ora al periodo che riguarda il Ruiz. Questo ufficiale ha dato alle stampe non ha guari un opuscolo intitolato Di taluni fatti militari negli ultimi rivolgimenti del reame delle Due Sicilie.

In quelle pagine cerca giustificare la sua condotta contro le accuse fattegli dal de Sivo nella sua storia sul Reame di Napoli. Non intendo esaminare se il Ruiz riesca o no nel suo proposito; solo proverò al Cognetti che gli elogii ch'ei fa del Ruiz non reggono, e riferirò a tal uopo qualche periodo del citato opuscolo che ribatte e distrugge quanto egli asserisce.

«Non pertanto forniti alla meglio e ristorati alquanto i soldati sul cader del giorno seguente, pensava dirigermi verso San Luca, ma inoltrata appena la notte mi pervenivano due ordini ad un tempo. Col primo il Generale Melendez mi partecipava essere già seguito lo sbarco di 6000 Garibaldini, tra Capo dell’Armi e Pellaro. Coll'altro m’ingiungeva di recarmi sopra Villa San Giovanni ed Altafiumara. Non potendo in quell’ora si tarda per quegli aspri sentieri cangiar direzione, attraversar dovendo il foltissimo bosco di Mojo, fu d uopo partir al romper dell'alba, e prender la via di Bagnara, più lunga, ma meno faticosa; cosi i soldati giunsero più freschi in Altafiumara. Collocato colà il 1° Cacciatori, e metà del 5° non essendo arrivato l’11° mi portai solo in Villa S. Giovanni.

«Qui incominciarono inaspettati fatti e sventure. Reggio era già caduta. Conferii col Generale Briganti cd insieme raggiungemmo il Melendez sul Piale, e quivi mentre con altri Uffiziali stavamo in una casetta a conce giglio, venne a briglia sciolta il. Tenente Fiore Aiutante di campo del Briganti col tristo annunzio che la dritta del 1° di Linea era già stata messa in mezzo,dalle bande nemiche. Quell'Uffiziale pareva atterrito, io fui attonito, Briganti fu incredulo, Melendez si slanciò fuori per accorrere alla sua Brigata ordinandomi di ricondurmi tosto ad Altafiumara, e di aspettarci vi le sue disposizioni.

«Traversando a furia Villa Sangiovanni, ebbi, a scorgere che il 1° e  14° di Linea erano perplessi, e quasi prostrati di animo. Nei vigneti laterali si vedevano già molti armati. Non vi era da perder tempo sicché coree si a pormi a capo della Brigata in Altafiumara, ma passata non era che qualche ora, quando sopraggiungean soldati ed Ufficiali del 1° e del 14° di Linea alla rinfusa, e scuoratissimi. Interrogati rispondevano buon numero di Garibaldeschi essere entrati tra le fila, e di aver fraternizzato con i soldati dei loro reggimenti. Li raccolsi intanto che eran un 250 ad un ex bel circa e li collocai alla sinistra dei Cacciatori. Prevedeva una grave ex sciagura. Sopravveniva intanto il Fiore con ordine del Generale Briganti per rimenarli ai loro corpi, ma essi si rifiutavano dichiarando volersene rimanere coi Cacciatori. Il Fiore confidavarai essere stata la Brigata circondata, e che falli i fasci d’armi, molti soldati per le strade e pei caffè sedean a mensa coi garibaldeschi, sicché quella tener dovea come perduta. Egli medesimo mostravasi incerto se dovesse o pur no rieder presso il suo Generale, temendo forte che l’altra del Melendez trovar si dovesse nelle stesse tristissime condizioni.

Sbalordito da fatto si inaspettato, chiamai a consiglio i Comandanti Armenio e Marselli, e fatto loro noto l'accaduto, dissi che io non volea lasciar che la mia Brigata venisse sopraffatta dal numero, e costretta a por giù le armi. Essa componeasi di due soli Battaglioni 1° e 5° di circa 1400 uomini (non essendosi congiunto mai alla medesima l’110) ed avrebbe dovuto osteggiar 6000 Garibaldini già inorgogliti per la caduta di Reggio ed il disastro delle Brigate Melendez e Briganti. I luoghi stessi non erano a vigorosa resistenza opportuni. A conservarla intatta, giacché restava isolata, proposi di metterci subito in ritirata onde riunirci al grosso della Divisione in Monteleone. Luogo la via se inseguiti, incontrati ci daremmo in a siti più adatti 9 far testa, e ritardar nella sua corsa il nemico. Convennero, e tosto venne impreso il movimento unito a me essendosi lo stesso Tenente Fiore che non vojle dividere la vergogna dei suoi compagni».

Fin qui il Ruiz.

Non essendo scopo di questo lavoro fare un esame critico di quanto abbiamo trascritto dell'opuscolo di questo ufficiale, noi che conosciamo perfettamente la topografia di quel ristrettissimo terreno ove giacciono Villa S. Giovanni, Piale, Altafiumara, siamo costretti a serbare per noi stessi alquante osservazioni che ci si offrono da se stesse. Tornando però al nostro storico gl diciamo che dopo la narrativa dello stesso Ruiz che declina gli elogi di lui, inutili ci sembrano altre parole. Solo aggiungiamo che il Cognetti scrive una) storia, nella opale parla di avvenimenti militari, di scontri, avvisaglie, combattimenti, battaglie, che cerca descrivere i movimenti delle parli contendenti 0 belligeranti, narrandone le diverse fasi ed ignora £el tutto la Topografia del terreno ove avvennero le azioni che descrive! Come mai Caldarelli da Cosenza potea benissimo appoggiare Ruiz ad Altafiumara, se questi due punti stanno l’un dall'altro discosti circa 112 miglia? Ignorava dunque pure il Cognetti che Bagnara, Pizzo, Tropea, Monteleone che sono sulla via che mena a Cosenza, erano guarnite di truppe dei Generali Vial e Ghio!

Chi gli ha poi detto che la linea telegrafica era interrotta, se il Colonnello Ruiz faceva il 22 dello segnalazioni da Bagnara, e riceveva risposte da Napoli? Finora aveva preso per guida il Rustow, ora ci dà come articoli di fede i Bollettini del comitato dell'ordine. Sono questi i decantati fonti officiali! Impostura!

TESTO

Il Generale Ghio più vilmente di tutti avea capitolato consegnando a Garibaldi 10 mila fucili, 12 pezzi di Artiglieria, 600 tra cavalli e muli, oltre un abbondante munizione da guerra 5 lo stesso faceano il Generale Gallotti e il Generale Caldarelli che a Salerno orasi con la sua Brigata posto agli ordini di Garibaldi.

OSSERVAZIONE

Mi sottoscrivo di cuore! Se non che parmi monca, sterile, oscura la parte del Ghio. I fatti di Soaria Mannella furono cosi vergognosamente strepitosi che il Cognetti non dovea passarli sotto silenzio. Non capisco poi lo accozzamento de’ due nomi di Caldarelli e Gallotti. Quest’ultimo comandante le armi nella provincia di Reggio, si chiuse in quel forte, e dopo una comica difesa, ne aprile porte a Garibaldi. L’altro fece quello che il Cognetti dice aver fatto.

TESTO

Tra coloro che il loro parere per l'abbandono della Capitale sottoscrissero, fu anche il Principe d’Ischitella che dopo aver firmato spezzò la penna. La storia sarebbe ingiusta se segnasse il nome di lui presso a quello dei disertori; ma non può non registrare che il Principe d’Ischitella abbandonò il Re nella sventura e ritirossi a Parigi nel momento in cui a Capua, ed a Gaeta si decidevano le sorti estreme della dinastia.

OSSERVAZIONE

L’egregio Principe non ha bisogno della mia umile penna contro gli errori e le non benevoli riflessioni del Cognetti. Valga di risposta a costui ciò che il principe medesimo scrisse rispondendo alla lettera del Marchese Ulloa pubblicata a Roma il 1863. .

«Je n’ai pas brisé ma plume avec indignation, mais de retour au près du Roi je lui ai dit avec franchise, qu il voulait toujours me compromettre. Ce ne sont pas les généraux réunis qui consellèrent au Roi de a partir, mais sa volonté décidée de céder aux conseils des traîtres qui voua laient l’éloigner de Naples.

«J’ ai quitté le Roi parco qu’ il m’ a assuré comme a tout le monde, a qu’ il allait dessoudre l’armée.... J' ai cru inutile d’assister a cette honte a avec une armée de quarant-mille hommes autour de la capitale. Ne voulant, et ne pouvant rester a Naples j’ai été obligé d émigrer.... Si le a Roi.... m avait dit qu' il voulait défendre sa couronne, je ne l’aurais a pas abandonné dans le malheur. J avais donné des preuves que je tic a manque à mes serments, et que je n’abandonne mes Chef dans le mala heur».

TESTO

Saputosi che il Re decidevasi ad uacir da Napoli tutti coloro che ancora stavano trepidanti gettarono la maschera dell’infingimento. Il Maggior Generale Ispettore di Artiglieria d'Agostino, il Direttore della Guerra Generale Fonseca, il capo dello Stato Maggiore Generale Garofalo, il Generale Conte del Balzo furono i primi a presentare le loro dimissioni, e li seguirono moltissimi sui quali credevasi di poter fare fondamento di fedeltà! Oh! quanto è terribile il disinganno -- Francesco II tranne un pugno di uomini forse i meno beneficati si vide abbandonato da tutti. I soli Tenenti Generali che lo seguirono furono il Duca Riccardo di Sangro, il Principe di Ruffano; ed il Commendatore Leopoldo del Re. Questa diserzione fece impressione allo stesso Cavour, che non potette non dire come trangosciato… credeva men vile questa gente (pag. 416, v. 2).

OSSERVAZIONE

Mollo anzi moltissimo sarebbe a ridire sopra tali asserzioni del Cognetti; ma qui si tratta di materia delicatissima e dove il nome di altissimo personaggio dovrebbe entrare in iscena; ond’è un dovere il silenzio. Farò solo una domanda. É sicuro il Cognetti che molti di questi che non seguirono il Re il 6 settembre, quando si decise a lasciar Napoli, qui rimasero per propria elezione? E crede egli essere esatti ne nomi, nel numero e nei gradi i due elenchi di reprobi e di eletti che ci regala? Se ciò crede, sta le mille miglia lontano da quel vero che oggi è impossibile di rendere di pubblica ragione.... Ma chi sa?

Può frattanto lo storico leggere l’opuscolo 29157 Paris, Imp. Renon et Moulde rue de Rivoli 144, e se mai da tale lettura non vedrà chiaro come in pieno meriggio negli avvenimenti di cui qui è parola, trarrà pur tanta luce da formarsi un concetto tutto diverso da quello che ha manifestato. Toccherò della miglior maniera un punto delicatissimo, (perché è d’uopo che una volta finiscano gli equivoci) restringendomi a qualche domanda; il signor Cognetti risponda adeguatamente, se può.

1. Perché riconcentrandosi a Capua un esercito di circa 40 mila uomini che di là dovea aprire una campagna, la Tesoreria non mandò pel mantenimento dello stesso, che la meschinissima somma di 300 mila ducati, della quale facean parte circa 70 mila ducati della cassa di Campagna delle Calabrie che depositati nel Forte Nuovo il Generale Marra spediva con la ferrovia il sette cioè dopo ché era entrato in Napoli Garibaldi? (d)

2. Perché nessuno Ufficiale dei Ministeri, e specialmente degli esteri fu chiamato a recarsi in Capua, alla partenza del Re?

3. Perché lo Stato Maggiore nel partire non curò di portare delle carte topografiche, e dopo alcuni giorni mandava a prenderle il Tenente Walcarcell?

4. Perché i Fornitori in Napoli non furono invitati a somministrare alle truppe riunite in Terra di Lavoro i viveri, ed i foraggi alla numerosi cavalleria?

5. Perché, se le truppe che marciavano versò la linea del Volturno doveano fare una campagna, si lasciavano in Napoli i Magazzinetti dei Corpi e una massa vistosissima di Vestiario presso la giunta?

Ora di simili domande ne potrei fare ima filza beh lunga, ma pel riguardo sovraccennato non mi è possibile proseguire! Intanto il sig. Cognetti può studiare su queste poche, e dare, se Io crede possibile, risposte che non contraddicano a quanto ha avventurato.

TESTO

I Castelli, domandano i critici, erano in mano dei Regi: perché dunque non difesero là loro causa? Senza parlare degli altri che fecero la loro spontanea dedizione, è veramente a meravigliare della resa di Castel S. Elmo, non solamente invincibile per la sua posizione, ma pel modo ancora com’era armato e approvigionato. Eppure quel Comandante Staninslao Garzia si arrese ad un tal Calicchio e ad una bettoliera detta la Sangiovannara, che eransi colà recati con una schiera di popolani armati di bastoni, non certo per assaltare il Castello.

Questo fu il complemento della opera. Qual meraviglia adunque se Garibaldi da Marsala a Napoli trovò la via spianata dall’oro del Piemonte; dalla viltà e dal tradimento dei Comandanti Militari, e dalla forza dei comitati?

OSSERVAZIONE

Ignorate i fatti avvenuti sotto i vostri occhi che più o men particolareggiati da tutti si conoscono, e presumete farci tenere per incontrastabili quelli che sono avvenuti le centinaia di miglia da voi lontani? Ebbene! vi farò io anche in questa occasione veder il vero, dandovi Storia invece di sogni di guasta fantasia, come sono le più delle cose da voi finora descritte, E da prima dirovvi perché i forti furono ceduti. Udite attentamente.

Il mattino del 6 settembre circa le 10 a, m, il Re Francesco II riceveva i suoi Generali Ignazio Cataldo e Bartolo Marra (quest’ultimo reduce quel mattino stesso da una delicatissima missione dal Re stesso affidatagli) e nel manifestar loro il suo divisamento di lasciar la Capitale, affidava al primo il Comando della Piazza di Napoli e Forti dipendenti, ed al secondo particolarmente la custodia della Reggia, di Castelnuovo, della Darsena e degli edifizi dipendenti, cioè de'  quartieri del Reggimento marina, e dei marinari cannonieri.

Parendo al Generale Marra non ben chiarito lo Scopo della missione e del Comando che gli si affidava, insistette per avere dal Re ordini precisi e chiare istruzioni circa i doveri da compiere. Ei giurava di eseguire i sovrani ordini senza menomamente dipartirsene a coito anche della propria vita, ma desiderava di evitare equivoci o cavilli che si sarebbero potuti far sorgere da altre autorità sulle interpretazioni da darsi a quegli ordirti ed alle istruzioni che stava per ricevere.

Allora il Re chiaramente rispose battendo su le parole che pronunziava: «Che era sua ferma intenzione di risparmiare alla sua diletta Napoli anche il più piccolo devastamento, e la minima effusione di sangue, a onde si ritirava con la Truppa al di là di Capua; che lasciava in Napoli a dei Corpi Militari con l’esclusivo mandato di tutelare l'ordine pubblico, e per garentire dal saccheggio e dalla devastazione le proprietà particolari e gli edifica del Governo; che la detta truppa dovea concorrere con la Guardia Nazionale al conseguimento di tale scopo; che lasciava al potere in Napoli il Ministero allora esistente col quale Egli avea tutto ciò stabilito; che le Truppe rimaste in Napoli doveano proseguire a tener i posti che occupavano; e che finalmente dipendessero dal Presidente del  Consiglio dei Ministri Spinelli, al quale il Re avea dati ordini del tutto eguali a quelli che dava ad essi Generali».

Dopo ciò loro strinse affettuosamente la mano e li congedò con queste parole: «Spero rivederci in tempi migliori!»

I detti Generali, benché scuorati dall'abboccamento tenuto col Re, pure furono solleciti di condursi al Ministero della Guerra. Videro il Direttore Generate Fonseca (avea già fasciata fa capitale il Ministro Pianell) al quale raccontarono il ridetto colloquio e lo pregarono presentarli al Presidente del Consiglio, cosa che fu eseguita pochi minuti dopo. Lo Spinelli, udito quanto il Re avea detto ai Generali, rispose che stavan perfettamente le cose come fra il Sovrano e lui si erano determinate; ma che a maggior cautela, come dovea tornar alla Reggia per la firma di due Decreti, desiderava rivederli in casa sua verso le 3 12 p. m.

Durante tale colloquio, giunse non rammento se il Direttore del Ministero di Marina, o altro Uffiziale Generale di mare, e fece delle rimostranze al Presidente del Consiglio pel torto evidentissimo che si volea fare alla marina col dare il comando della Darsena ad un Generalo dell'Esercito, mentre vi erano in Napoli tanti Generali dell'Armata. Lo Spinelli si rivolse al Generale Marra il quale comprendendo che il Ministro lo chiedea di un parere, rispose che sarebbe gratissimo a S. E. se lo discaricasse di quella parte di responsabilità essendo anche troppa quella che gli rimaneva. Lo Spinelli quindi annui, e questa fu la sola modificazione apportata agli ordini del Re, Non era ancor terminata questa piccola conferenza quando giungeva il Ministro di Francia Brenier che ne rimase muto ascoltatore.

Alle 3 1|2 p. m. il Ministro Spinelli reduce dalla Reggia, rivedeva nella propria abitazione i Generali summentovati ed ai medesimi in presenza del Sindaco di Napoli principe d’Alessandria, diceva che «rimanevano ferme le oc istruzioni che avean ricevute, cioè che la loro missione era puramente conservatrice, dovendo restringersi al mantenimento dell'ordine pubblico, ed alla tutela dei pubblici stabilimenti, sino a quando una forza di cui il Ministero potea disporre non gli avrebbe sostituiti».

I due Generali si condussero celeremente ove il rispettivo incarico li chiamava Che dirà il signor Cognetti di questo pezzo d’istoria contemporanea?

Si aprirono i forti, furono essi ceduti per debolezza o viltà dei comandanti? Ma forse allora i castelli ebbero le porte chiuse o tirati i ponti? Buon Dio!... Se le truppe dei Forti erano in servizio pe' diversi siti della Capitale come ci entrava poi la difesa di essi? Se il Re lasciava Napoli per evitare incendii, devastazioni saccheggi, come i Comandanti di moto proprio, contravvenendo agli ordini sovrani doveano arrecare alla città ciò che il Re avea col suo clemente animo cercato di evitare? E finalmente il sig. Cognetti ha letto il proclama del Re Francesco II all'Esercito di Gaeta, ed il manifesto ai suo popoli, l’uno e l'altro dati nella stessa Gaeta, il primo addì 8 settembre, ed il secondo agli 8 di dicembre?

Eccone due estratti in conferma del mio dire. Comincio dal primo.

«Fin oggi ho voluto risparmiare à molte città e soprattutto alla capitale l'effusione di sangue e gli orrori della lotta»

E nel secondo si legge:

«Io ho preferito lasciar Napoli, la mia casa, la mia cara capitale, non da voi cacciato, per non esporla agli orrori di un bombardamento come quelli che più tardi hanno avuto luogo a Capua ed Ancona!»

E qui cade in acconcio dire poche parole della Storia delle Due Sicilie del De Sivo.

Il Ravitti (Hubner) nella sua bell'opera sull’Italia commenda il De Sivo come autore di egregio lavoro, e noi non pensiamo altrimenti; ma bisogna pur dirlo: molti fatti non sono esattamente esposti, anzi spesso il giudizio del De Sivo sente troppo di parzialità e non rare volte d’ignoranza. Infatti, parlando della cessione dei Forti della Capitale che attribuisce al Maresciallo Cataldo, cade in errore madornale, perché costui avea ricevuto direttamente dal Re gli ordini da noi riferiti a parola. Entrati in Napoli i Garibaldini, per ordine del Ministero occuparono i forti che nessun comando imponeva difendere; ed allora i Regii partirono per Capua. Ciò che il De Sivo dice del 9° Reggimento di Linea e del Liguoro, è un romanzo! Il 9° parti per ordine di chi teneva il comando superiore, non per volontà o capriccio del suo capo. Lasciò il castello per dar luogo alla Brigata Garibaldina Sacchi che per disposizione del Ministero dovea occuparlo.

Bisogna essere interamente digiuno delle cose attinenti alla milizia, per credere in buona fede che le truppe che guarnivano i Forti e che erano costrette a prender con numerosi drappelli il pane giornaliero alla consueta fornitura; che si provvedevano di viveri nei diversi mercati della città; che montavano di guardia in varii posti della stessa; che occupavano gli alloggiamenti in siti del tutto aperti, come Pizzofalcone, S. M.a degli Angeli, la Darsena, la Caserma dei marinari Cannonieri, fossero state lasciate per difendere le castella della Capitale!

Sappiamo che dei dottorini dissero in certe occasioni: E vero che il Re non ordinò di difendere i Forti, ma i Generali rimanti in Napoli potevano non ubbidire, ed esser certi che invece di punizione per la disubbidienza, avrebbero ricevuto acclamazioni e premio.

Dunque i Generali rimasti con commissioni precise in Napoli doveano trasgredirle, cioè fare quelle cose stesse ad evitar le quali il Re appunto abbandonò la Capitale? Dunque doveano starsene con le truppe ai loro ordini chiusi nei forti? Ma, dato pure che i Forti fossero in istato di opporre una valida difesa, come eseguire il loro incarico di guarentire le proprietà pubbliche e private? Ed in caso di attacco, non dovessi rispondere alle offese con offese? E non sarebbe da ciò nata la guerra civile, non si sarebbe sparso quel sangue che il Re non volle che si spargesse?

Potessi benissimo disubbidire, ma, ammessa per mera ipotesi, la trasgressione degli ordini sovrani, domandiamo a prelodati dottorini ed al loro storico, se per sorte, scampati essi, i loro congiunti, gli amici, i concittadini da que' proiettili che portan seco distruzione e morte, avrebbero poi riguardata tale disubbidienza come degna di biasimo o di lode!

A queste nostre domande rispondano i sapienti che vogliono sputar, sentenze senza intendere un’acca della materia, e che giudicano sull’apparenze, senza investigare il perché, una data cosa è andata di un modo, invece di un altro. A noi basta ripetere perentoriamente, che la missione delle truppe lasciate in Napoli non era di difendere i Forti; di che può far ampia fede il primo dei gentiluomini del nostro paese, Francesco II!

Anche il Dottore D. Calenda nella recente sua opera Il 1860 giudica male della cessione delle castella della capitale. Egli scrive:

«Poco tardò ed avendo i supremi Duci della guarnigione militare rimasta in Napoli, con pretesi decreti e mentiti, fatto consegnare pur le fortezze alla Guardia Nazionale, anche quelle truppe in maggior parte a battaglioni completi ed ordirti si ritrassero sulle orme, della precedente armata».

Abbiamo riferite queste poche righe sulla resa o meglio sull'abbandono dei fortilizii della capitalo per compiere la serie delle citazioni di coloro che di tale delicata materia fecero parola. Ora rispondiamo al signor Calenda non aver riflettuto che in Napoli non rimaneva alla direzione della cosa pubblica un Governo militare; che Napoli non veniva dichiarata in istato di assedio, ma che invece vi rimaneva per ordine del Re un Ministero con pieni poteri, e dal quale doveano interamente dipendere i Capi, o se più piace al sig. Calenda i Duci supremi delle truppe temporaneamente in Napoli lasciate per tutelare l’ordine, e garantire si le proprietà particolari come quelle dello Stato.

I Capi rimasti in Napoli non mentirono adducendo pretesi decreti; essi ricevettero dal Re istruzioni chiare e categoriche ma verbali, istruzioni che letteralmente eseguirono. Ordini o istruzioni scritte non se n'ebbero, e chi asserirne il contrario, mentisce. Nè vale citare alcune parole del Proclama Reale in appoggio di falsi giudizii, perché se tali parole prese isolatamente qualche dubbio sorger fanno sulla vera missione delle truppe in Napoli lasciate, altre dello stesso Proclama chiarissimamente dànno il vero concetto delle prime.

Infatti quelli che opinano essere intenzione del Re che i Forti si difendessero, citano questo periodo del Proclama, il quale pur da su solo, ben interpretato, escluderebbe ogni supposizione contraria al vero da noi propugnato.

«L’altra parte di questa nobile armata resta per contribuire alla inviolabilità ed incolumità della capitale che come un palladio sacro raccomando al Ministero, al Sindaco ed al comandante della Guardia Nazionale».

Ma perché mai i dissenzienti passano sotto silenzio le altre parole dello stesso Proclama che sono in manifesta opposizione con quelle or ora citate, e che integralmente riferiamo:

«La pruova che chiedo all’onore ed al civismo di essi, è di risparmiare a questa patria carissima gli orrori dei disordini interni, e i disastri della guerra civile, al qual uopo concedo loro tutte le più estese facoltà di reggimento».

Ed in altra parte dello stesso documento:

«Io mi allontano per salvare dalle rovine e dalla guerra i suoi abitanti, le loro proprietà, gli edifizi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni d arte e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua grandezza».

Vuolsi di più per dimostrare che la truppa dipendeva dal Ministero, e che, secondo le norme di esso, dovea mantenere l'ordine e la sicurezza nella Capitale? Or, come mai conciliare questa dipendenza dal Ministero, questo mandato di mantenere l'ordine e la sicurezza, questa tutela degli edifizi pubblici e privati, con la difesa dei forti?

Si disse pur da qualcuno che il venerando Tenente Generale Casella Ministro della Guerra in Gaeta censurato avea la condotta degli Uffiziali che comandavano alla partenza del Re i diversi forti della capitale, e ciò per averli ceduti. Ignoriamo se ciò sia vero, ma tal supponendolo per poco, le parole del Casella dimostrerebbero che la confusione si era, in que' tristissimi giorni infiltrata in ogni ramo, e che ciascuno secondo il modo proprio di vedere dava ordini senza tener conto se questi fossero in contraddizione con quelli emanati da altre autorità e dal Re stesso. Da ultimo, coloro che scrissero del supposto misterioso abbandono dei forti, avrebber dovuto conoscere, che questi, eccetto S. Elmo, non erano in stato di sostenere non dico un assedio, ma neppure un attacco serio. Ma, dato ancora che fossero atti a difesa, ove si sarebbero trovati uffiziali tanto dissennati da assumerne il comando con la responsabilità di rimanere spettatori indifferenti di quello che accadeva nella Capitale? Come ribattere gli attacchi, ad esempio, diretti contro il Forte Nuovo senza sfracellar gli edifizii che lo fiancheggiano e gli stanno incontro?...

Nel terminar questa confutazione de’ madornali errori pubblicati su tale argomento, non possiamo astenerci di dire, che dalla smania con che gli autori di essi si affannavano a propalarli, chiaramente si scorge essere il loro vero intendimento quello di giustificare coloro che diedero al Re il fatale consiglio dell'abbandono della Capitale.

Il trovato non è cattivo. Essi dicono: demmo, è vero, il bestiale consiglio di lasciar Napoli, ma noi ritenevamo che Napoli sarebbe stata sempre a nostra disposizione, tenendo i forti.... Stolti e furfanti!

Come giunta ai chiarimenti or ora dati, riferiamo qui l’ordine del giorno che il 6 settembre Io stesso di che il Re avea prefisso di lasciare Napoli il Generale di Brigata Marra, dava alle Truppe lasciate sotto il suo comando.

Ordine del giorno della Brigata --6 settembre 1860 -- N. 1.

«Per sovrano volere il Maresciallo Cataldo ha assunto il comando dei fortilizi di questa Capitale non meno che delle truppe che quelli ed altri siti occupano. In esecuzione dei citati supremi voleri a me è stato e affidato il comando del Forte Nuovo, del Palazzo Reale, della Darsena, e delle Caserme dei Marinari cannonieri onde garentirli da qualunque tentativo di devastamento. È assoluta volontà del Re che la nostra missione sia interamente conservatrice, quindi di non usarsi le armi che nel solo caso in cui i detti siti venissero attaccati, ed anche se ciò si verificasse, dirigere lo offese sugli aggressori, non sulla città.

«La missione affidataci è delicatissima, ma può menarsi a buon torce mine, coll’eseguire ciascuno esattamente il proprio dovere, conservando quella disciplina indispensabile in ogni militare operazione con lo stare a strettamente agli ordini di chi comanda, senza permettersi il più piccolo atto arbitrario potendo da questo nascere dei malintesi che menar potrebbero a triste conseguenze.

«Il Reggimento Real Marina, ed il 9° di Linea proseguiranno a covrire i posti in atto occupano, e si presteranno agli ordini della Piazza per tutt altro servizio che potrà essere ordinato nello scopo di mantenere la quiete nella città e tutelare le proprietà si dello stato che dei particolari».

Firmato -- B. Marra

Per la seconda parte del vostro periodo, sig. Cognetti, io sono della vostra opinione. Il tempo dei miracoli è finito, e Garibaldi, l'eroe de due Mondi che mostrossi men che uomo ad Aspromonte, non che fare la sua marcia trionfale da Marsala a Napoli, neppure il piede avrebbe messo in Sicilia, se la Francia e specialmente l’Inghilterra non lo avessero fermamente voluto, e quest’ultima palesemente soccorso; sarebbe stato annichilato, anche qualora gli fosse riuscito, di sbarcare deludendo la vigilanza delle crociere napolitano, se l'oro a piene mani profuso dalla Rivoluzione non avesse pervertito il senso morale delle classi medie, ed il rancore dei pretesi martiri non avesse con arti infernali minata la dinastia, e fatto nascere diffidenza, indecisione, paura nella maggior parte della popolazione, ajutati potentemente in queste tenebrose mene siccome ben dite voi stesso, dai comitati. Che moltissimi perdettero allora la testa, non vi ha dubbio; e voi stesso ne deste un notabile esempio, indossando la casacca rossa. Ci furono si dei traditori, ci furono dei mestatori, ci furono degli ingrati, dei pusillanimi, dei vili; ma il numero non fu grande come voi, ingannato dalle apparenze, avete sentenziato. Volete sapere chi fu il vero corruttore dell’Esercito, e di tutto ciò che apparteneva ai rami politici, amministrativi, giudiziari?.... Fu il governo prima con le indecisioni, con la sua debolezza, finalmente con la pusillanimità! Un atto di vero vigore da principio avrebbe tutto salvato. E con ciò non intendo parlare del Re, ma di coloro che lo consigliavano, sia per dritto delle loro alte cariche, sia perché addetti alla sua real persona.

Ma, signor Cognetti, non era comandata da questi stessi capi quella piccola schiera di 8 mila uomini che assaliva e debellava una città di circa 100 mila abitanti difesa da 16 mila uomini, da mine, e da numerosa artiglieria? Per tre lunghi giorni non combatteva accanitamente e lasciava sul terreno in quella lotta di giganti 38 uffiziali e 1023 soldati, cioè l’ottava parte dei combattenti, perdita inaudita e superiore a quella sofferta dagli eserciti inglese e francese nei micidiali assedii di Badajoz, Burgos e Saragozza? Non erano presso a poco gli stessi Generali, i medesimi Capi di Corpo ed Ufficiali che alla testa di 13 mila uomini, pugnavano e vincevano a Taormina e a Catania ove contaronsi, tra morti e feriti. 36 Ufficiali, de’ quali 4 Capi di Corpo, e 559 gregarii?

Insomma non erano queste stesse truppe, questo pugno di prodi che conquistava tutta la Sicilia, non ostante che, libera da circa un anno, e quindi assoluta padrona di sé stessa accumulato avea i più validi mezzi di difesa, e più ancora di offesa? Ebbene! queste stesse schiere capitanate dagli stessi comandanti, dagli stessi ufficiali, abbandonavano una dopo l’altra, con dimessa fronte, con la rabbia nell'anima, posizioni affidate loro, innanzi ad una accozzaglia di gente le cui gesta non hanno avuto né possono aver lodatori fuor della setta!

Ma perché, direte voi, quelli che strenuamente combatterono nel 1848 e 1849, si mostrarono indecisi, poco disciplinati e da ultimo non curanti dell’onor militare nel 1860?

Due sono stati i motivi, e dirò brevemente dell’uno e dell’altro.

1.° Nel 1848 stava alla testa dell’Esercito operante un Generale che ne godeva l’intera fiducia, perché prode, esperto, inflessibile ma giusto condottiero. Nel 1860 le truppe che operavano in Sicilia aveano alla testa un Generale non chiaro per fatti precedenti, ed oltracciò debole e per età e per mente.

2.° Nel 1848 il Re comandava; nel 1860 comandava non il capo dello stato, ma quei perfidi consiglieri che aveano interesse che avvenisse ciò che avvenne.

Non si faccia dunque di ogni erba fascio, e lascisi tranquilla la maggior parte dei capi, i quali non tradivano, ma venivano strascinati dal torrente impetuosissimo della rivoluzione che tutto travolgeva nei suoi flutti.

A conferma del nostro giudizio sul successo di Garibaldi valgano alcune parole del Generale Trouchu autore dell’opera intitolata l'Armée Française en 1867 -- 17 edizione:

«Les volontaires de Garibaldi ont fait au nord de l'Italie, pendent la guerre de 1866 une campagne impuissante. Vingt fois moine nombreux, ils avaient naguère conquis la Sicile en un tour de main, non pas FARCE QUE VOLONTAIRES, MAIS FARCE QUE RÉVOLUTIONNAIRES SUR UN TERRA1N OU LÀ RÉVOLUTION LES ATTENDAIT.»

TESTO

Una parte delle truppe rimaste fedeli alla dinastia lo avea seguito, tenendo a linea di difesa Capita e Caserta con il Volturno e il Garigliano, il primo dei quali fiumi scorre presso Castelvolturno, dove fu il maggior punto combattuto.

OSSERVAZIONE

Caserta non è stata mai occupata dai Regii, ed è un madornale errore del Cognetti nominarla parlando della linea del Volturno.

Circa poi à Castelvolturno che dista 13 miglia da Capua e 19 da Caserta, non sappiamo donde lo storico abbia cavata la notizia che nella Campagna del Volturno il punto più combattuto sia stato quello. Di combattimenti in tale sito avvenuti non abbiamo notizia, e saremmo curiosi conoscerti!

TESTO

Intanto d’altra parte saputosi che debole fosse il presidio di Cajazzo, là fu spedito Cattabene coi Cacciatori Bologna. Con coraggio fu dato l'assalto; energica la difesa; più volte i Garibaldini, sempre dà fresche truppe rafforzati, giunsero alla sommità; più volte furono respinti; infine il presidio, scarso com'era, dovette ritirarsi, lasciando Cajazzo in potere del nemico, che l'occupò; ma molto costò questa fazione, perché stragrandi furono le perdite che soffrirono i Garibaldini, mentre poche furono quelle dei Regii, i quali per lo più avean fatto fuoco dal coverto.

OSSERVAZIONE

Il Cognetti che nella narrativa dei fatti 'militari non si serve di altra guida che del Rustow, lo trascura questa Volta del darci la descrizione dell'attacco di Cajazzo eseguito dai Garibaldini sotto il domando del Cattabene. Infatti il Rustow parlando di questa fazione, invece di magnificarla, si restringe a dire che cadde nelle mani delle casacche rosse, quasi senza aver incontrata resistenza.

Ne potea esser altrimenti. Cajazzo era centro è sede del comando del Generale Palmieri, ed il Battaglione Cacciatori La Rosa formava 11 nerbo principale della guarnigione. Il 18 il Generale Colonna sottentrò al Palmieri in quel comando. Sia perché (ma erroneamente) non si credesse Cajazzo un punto importante, sia perché il Battaglione La Rosa era richiesto per altre operazioni, questa città fu abbandonata.

I Garibaldini la occuparono dopo insignificante scontro con «ma debole forza, ivi lasciata alla partenza del 6° Battaglione Cacciatori. Anche il Materazzi, l'autore dell'opera Avvenimenti politici e militari dal settembre al novembre 1860, benché non lasciasse occasione di esaltare le gesta dei Garibaldini, e di magnificare ampollosamente i fatti più pusilli, parlando del primo attacco di Cajazzo, dice che «Il 19 settembre i Garibaldini guadato a il Volturno alla scafa di Limatola occuparono la Città di Cajazzo che i Regii a aveano abbandonata per concentrarsi nella Piana, e che dopo averne preso possesso furono attaccati da una compagnia del 6° Battaglione Cacciatori che vi giungeva guidata da villici, ma senza risaltato».

E questo splendido combattimento, nel quale Cajazzo città di sopra a seimila anime, ancora in parte circondata da mura ciclopiche, valorosamente attaccata, ed energicamente difesa, presa e ripresa, e nel quale perdite stragrandi si ebbero i Garibaldini, come il Cognetti assicura, non fu altro che una meschina avvisaglia, in cui secondo il vangelo del nostro Abate, il Rustow, le perdite del Cattabene, non ascesero che a 10 uomini!

Ciò abbiamo voluto riferire per far ammirare la esattezza delle asserzioni del Cognetti !

Riesce poi scabrosissimo seguirlo nella descrizione e nelle diverse fasi della battaglia combattuta il 1° ottobre a S. Tammaro, Santamaria, Sant’Angelo in Formis, Castelmorone, Caserta vecchia e Maddaloni. Cosa incredibile, il nostro valoroso storico fa durare la battaglia innanti Capua due giorni, cioè il primo e ’l secondo giorno di ottobre, e quello che ò più ridicolo ancora, confonde gli attacchi dei Ponti della Valle con quelli di Santamaria. Col semplice scopo di esilarare i nostri lettori, trascriviamo uno squarcio, in cui di tattica e strategia, topografia del terreno, dritta e sinistra di posizione, date e nomi ha fatto il nostro Abate una ma. tassa intricata quanto il nodo gordiano. Ecco il suo guazzabuglio accompagnato dalle nostre osservazioni.

TESTO

Eppure nella sera di questa terribile giornata (1° ottobre) in cui le truppe Garibaldine aveano sofferte perdite cosi positive, oltre allo essere state sloggiate dalle loro posizioni, i comitati faceano imbandierare Napoli, ed il telegrafo annunziava vittoria su tutta la linea!! Si viveva di menzogne! Garibaldi era stato obbligato a chiamare tutta la riserva, ultimo baluardo delle sue forze, e farla marciare per i monti, giacché la strada consolare trovavasi guardata dalle artiglierie Regie, e dai Regi anche occupato Sant’Angelo.

OSSERVAZIONE.

Sventuratamente avean ragione i comitati di fare imbandierare Napoli, perché l’oggetto dell’attacco dei Regii era fallito, non ostante i luminosi, energici e pertinaci attacchi sopra la forte posizione di S, Angelo. Anche valorosamente si pugnò dalla colonna Won-Mechel a Maddaloni; ed egregiamente fu attaccato Castelmorone. Ma, doloroso a dirsi! tanto eroismo andò perduto, tanto perché non fu secondato dalla colonna operante su Caserta vecchia l'attacco di Maddaloni, quanto per la infelicissima pruova che fecero i corpi della Guardia a Santamaria, causa questa principalissima de meschino successo di quella sanguinosa giornata!

Garibaldi adoperò le ultime riserve', e cosi riuscì a non far progredire i Regii, ma se questi avessero avuto delle riserve, scomparse per la vigliacca defezione della maggior parte dei Corpi della Guardia, avrebbero rovesciate le ultime milizie di Garibaldi, e lo scopo della battaglia sarebbe stato raggiunto.

Lo storico per ispirito di parte non deve snaturare i fatti. Molti difetti erano nel piano dei Regii. Si calcolò male il tempo necessario ad eseguire delle evoluzioni giranti. Si combatté da eroi in un sito, si cedé vergognosamente in un altro. Difetto nella composizione delle truppe adoperate pei diversi attacchi, e tante altre cause diedero per risultato che la sera del 1° ottobre gli avversarli occupavano identicamente le stesse posizioni che teneano pria della battaglia.

Il dire poi che Garibaldi dové fare avanzare le riserve pei monti, è un errore madornale perché stando Caserta, sede delle riserve, alle spalle di Santa Maria, la consolare era libera, come libera la ferrovia.

TESTO

Won-Mechel accennava di attaccarlo sul fianco sinistro per marciare a Caserta-Vecchia, mentre un altro corpo di Regi lo minacciava sulla destra per la via di Sant’Agata dei Goti.

Bixio avea assunto il comando dei Garibaldini, e sotto i suoi ordini avea la Brigata Eberhard che dovea impedire a Won-Mechel il passo a Sant’Agata; nonché le Brigate Spinozzi e Dezza, ed altre colonne raccogliticce da diversi corpi.

OSSERVAZIONE

Non possiamo andare avanti col testo pria di fare qualche piccola riflessione, e ciò con lo scopo di non confondere la mente del lettore.

Non sappiamo che cosa voglia intendere qui il Cognetti per attacco di Won-Mechel sul fianco sinistro.

I Garibaldini occupavano avanti Capua una linea poggiante la sinistra a S, Tammaro, la fritta a Sant’Angelo, il centro formante an angolo rientrante a Santamaria, la riserva a Caserta.

Se poi si volesse ritenere avere i Garibaldini un’altra linea secondari per garantirsi dalle truppe situate sulla dritta del Volturno, e segnatamente a Cajazzo, in tal caso questa seconda linea avrebbe tenuto la sinistra verso S. Leucio, il centro a Caserta, la Sfitta a Maddaloni. Non comprendiamo quindi come, attaccando Caserta-Vecchia, si attaccava la sinistra.

Altro errore. Won-Mechel non accennava a Caserta Vecchia, ma ai Ponti della Valle e per la via di Ducenta, come Ruiz non a Sant’Agata dei Goti ma a Caserta Vecchia per Limatola, né sappiamo come sia ventata in campo questa Sant’Agata che giace a sei buone miglia sulla sinistra di Valle venendo da Ducenta, e quindi fuori l'obbiettivo della Colonna operante.

E ciò ba,sti come saggio delle conoscenze topografiche del Cognetti, circa il terreno ove operarono Won-Mechel e Ruiz -- Avanti!

TESTO

Won-Mechel era già sopra Valle. Con il fuoco di Artiglieria impegnò la pugna, mentre nel contempo le due ali assalivano l’arpista nemica. La Brigata Dezza non sostenendo 1 urto indietreggiò sino ai monti; e lo stesso avvenne ad Eberhard che fu scaccialo da tutte le posizioni prese. Dapprima egli rinculando si studiava a sostenere la ritirata; ma poco dopo i Garibaldini abbandonate le armi si diedero a rotta precipitosa. Eguale fu la sorte dell’Artiglieria che in parte smontata dovette frettolosamente ritirarsi in Maddaloni. Il solo Bronzetti benché gravi perdite avesse sofferse tenne in soggezione la colonna Perrone e fino a mezzogiorno conservò la sua posizione, ma se ne ritrasse più tardi non avendo forze sufficienti a sostenere un secondo assalto per la gran quantità di feriti delle sue truppe. Dopo qualche momento di sosta il combattere incominciò più accanito. Garibaldi avea fatto appiattare fra gli alboreti i Cacciatori Calabresi, mentre attaccava Tabacchi con la Brigata Milano.

Il Generale Regio molestato cosi alle spalle, ordinò indietreggiarsi per isnidare i Calabresi. Garibaldi credendo che quella fosse una ritirata animoso si diè ad inseguirlo. Allora Tabacchi ordinò una carica di quattro squadroni di Cavalleria che a tutta briglia slanciandosi sulle bande, posele in piena rotta, ed inseguendole ne fece aspra carneficina. Accorse Sirtori con altra Brigata, con la Legione Ungherese e con |e compagnie estere; ma non potette ottenere altro che impedire ai Regii di avanzarsi.

OSSERVAZIONE

Qui la matassa è più arruffata! Faremo di tutto per trovarne il bandolo, se sarà possibile.

Il testo contiene due periodi -- Dal primo chiaramente apparisce essere rimasto Won-Mechel vincitore. Sta bene... ma rimanendo vincitore, dovea entrare in Maddaloni, scacciarne i Garibaldini ed attaccare alle spalle Caserta impossessandosi della ferrovia. Disgraziatamente Won-Mechel dopo di aver perduto il figlio durante razione, ricalcò la via percorsa. il mattino, e si ritirò sopra Ducenta; il giorno dopo passò sulla sponda dritta del Volturno ed occupò i siti dond’era partito per eseguire l’attacco di Maddaloni.

Ora il signor Cognetti per istare nel vero, invece di ciò che scrisse, dovea dire:

«La colonna Won-Mechel attaccò gagliardamente la posizione di Valle, con ardore sempre crescente le sue brave truppe costrinsero i Garibaldini a rinculare e lasciare le forti posizioni che occupavano al principio dell'attacco, e riconcentrarsi ai ponti. Quivi seguì una lotta di giganti, ma la fortissima posizione non fu possibile superarla, ed il Won-Mechel fu costretto a battere in ritirata lasciando sul terreno non pochi dei prodi che comandava».

Questa è la storia, sig. Cognetti; la vostra relazione non è che uno strafalcione.

Nello stesso periodo dite che il solo Bronzetti tenne piede... Ma per l'amor di Dio, voi date la virtù dell’ubiquità al Bronzetti, facendolo comparire ai Ponti della Valle, laddove presso a poco all'istessa ora, guardando con 300 Garibaldini Castel Morone sulla via che batteva la Colonna Ruiz per condursi su Caserta Vecchia, attaccato si difendeva con valore, ajutato ancora dalla fortissima posizione; ma vi succumbeva, e,. se la memoria non ci fa difetto, crediamo che ivi lasciò la vita un buon numero dei suoi.

Sventuratamente però questo bel fatto d’armi dei Regii non tornò loro a profitto, ma funesto, perché, perdute improvvidamente da circa quattro ore sotto quella bicocca, giunsero tardi sulle alture di Caserta Vecchia, quando l’attacco di Maddaloni era terminato, e la colonna Won-Mechel in ritirata sopra Ducenta!

Non essendo nostro compito sostituire una esatta narrazione dei fatti a quella erroneamente dataci dal Cognetti, ma di far rilevare semplicemente i suoi errori, continuiamo a redarguirlo senz'altro pensiero, tanto più che siamo certi che un coscienzioso lavoro sulla Campagna del Volturno e del Garigliano, è stato già portato a termino da uno dei più ragguardevoli Ufficiali superiori dell’Esercito Regio, e che probabilmente vedrà fra breve la luce.

E qui, onde il giudizio da noi dato in altra parte di queste postille sul Generale Won-Mechel non si creda ingiusto o almeno troppo severo, riportiamo quanto il Generale Ritucci scriveva in un opuscolo intitolato: Riscontro all'opuscolo col titolo Campagna dell'Esercito Napoletano dal 1° ottobre 1860 sino al comandamento dell'assedio di Gaeta.

«Il Generale in capo avuta la sovrana determinazione di riprendere l'offensiva,... lo avrebbe effettuito il 29 settembre senza perdita di tempo, se il Generale de Mehel da Cajazzo si fosse mostrato pronto a secondarlo come avrebbe dovuto: ma quel Generale nella circostanza troppo liturgico js impegnava ad estendere oltre l'occorrente le sue ricognizioni verso Piedi monte d'Alife, e di Cerreto... e fatto perdere cosi due giorni, avrebbe fatto trascorrere anche il terzo se il Generale Ritucci il 30 settembre spazientato non gli avesse scritto per mezzo di espresso Ufficiale dello Stato Maggiore, che egli non potendo più ritardare, ai primi albori del domani primo ottobre avrebbe immancabilmente attaccato dai lati di Santo Angelo, e di Santa Maria, ingiungendogli di porre in atto da sua, parte le istruzioni avute senz’altra dilazione.

«Questa perdita di due giorni fu fatale ai Regii, perché valsero a far aumentare le forze del Dittatore Garibaldi, e le maggiori difese sopra i differenti punti di attacco, che già noti erano a quest'ultimo per opera di coloro che tradivano la causa di Francesco II.... De Mehel nella battaglia del primo ottobre fu il Crouchy dell’Esercito Napoletano!»

Passiamo ora ad esaminare il secondo periodo della narrativa del nostro egregio storico.

Il Cognetti dopo di aver descritto lo scontro di Won-Mechel con Bixio e la resistenza opposta dal Bronzetti 'alla colonna Perrone, ci parla dell’attacco di Garibaldi contro il Generale Tabacchi con la Brigata Milano che, per parentesi, sentiamo la prima volta nominare. Ci dice di una carica di quattro squadroni di cavalleria (come se ci fossero squadroni di fanteria ) caricanti a briglia sciolta (come se le cariche della cavalleria, la cui forza è riposta tutta nell’impeto e nell’urto, si eseguissero al passo o al trotto, conchiudendo che gli Ungheresi non abbandonarono il terreno che cadaveri! Altro che l’ubiquità del Bronzetti! i morti che camminano! E con ciò si chiudeva, dice il Cognetti, la seconda giornata di combattimento, cioè quella del due ottobre! Il signor Biagio confonde gli attacchi del 1° ottobre ai Ponti, a Santa Maria e a Castel Morone, ne fa un miscuglio e ce lo dà come un fatto avvenuto ai Ponti della Valle il due ottobre, laddove successero in tre distinte contrade, il giorno primo di detto mese.

Sappia il signor Cognetti che il due ottobre non ci fu che una scaramuccia, cui, se gli piace, chiami pure combattimento tra Caserta e Caserta Vecchia sostenuta da una parte della Colonna Ruiz. Di questo fatto d’armi ei non parla, eppure fu uno dei più dispiacevoli e disastrosi di quella Campagna, perché cominciò col glorioso attacco di Castel Morone, e terminò col disastro toccato a due Battaglioni del 6° e dell’8° di Linea, fatto che meritava di attirar l’attenzione di uno storico cosi esatto e preciso!

TESTO

I Regii avean combattuto con valore, ma non aveano ottenuto l’intento d’impossessarsi di Caserta come avrebbero desiato. I rivoltosi, e specialmente gli esteri anche con coraggio degno di miglior causa avean sostenuta la giornata; ma niun utile aveano potuto conseguire. Era stato un duello terribile che ripetuto dovea essere fatale ai Garibaldini sgominati per la gran quantità di morti, e dei feriti.

OSSERVAZIONE

La sbaglia anche qui il Cognetti sullo scopo degli attacchi del 1° ottobre, credendo che tendesse a rendersi padroni di Caserta. Lo scopo ne era più grande df assai!_ Nessuno mette in dubbio che i Regii si batterono valorosamente, ma per isventura si dovette combattere in cinque punti distinti, in luoghi diversi, staccato l’un corpo dall’altro, e le fazioni non andarono egualmente bene da per tutto.

Infatti gli attacchi a Sant’Angelo in Formis furono egregiamente eseguite dalle Brigate Barbalonga e Polizzi, e quelle truppe mostrarono una bravura degna di miglior successo.

L’attacco di Won-Mechel ai Ponti della Valle fu valorosamente iniziato, progredì con istraordinaria bravura, ma il valore di quelle brave truppe venne ad infrangersi contro una forte naturale posizione resa più valida ancora si dalle artificiali difese, e si dallo stragrande numero dei difensori.

Sopra Caserta Vecchia ove operò la Brigata Ruiz le cose non andarono bene per difetto di tempo, di comando e di disciplina...

In Santo Tammaro l’investimento operato dal Sergardi non menò ad alcun utile, perché intrapreso con poche forze, non adatte ad oprare un diversivo.

L’attacco di Santamaria della Divisione della Guardia sotto il comando del Generale Tabacchi e la direzione del Comandante in capo.... Ma qui cediamo la penna a chi in capo comandava i Regii il 1° ottobre, ripugnando noi a dare un giudizio sopra truppe che erano riguardate da alto personaggio come le più insigni dell’Esercito per appariscenza, istruzione, emolumenti e privilegi.

«E cosi (scrive il Generale Ritucci) poco dopo entrata in azione principiò la Divisione della Guardia a lasciar piede, dapprima facendo mostra d'accompagnare i feriti alle ambulanze, ed in seguito gradatamente in numero crescente senz’altra ragione che accusando stanchezza ed insufficienza presentava Una retrocessione granellata fin sotto i baluardi di Capua gettando sacchi e caschi, ad arrestar la quale non giunsero gli sforzi oc di quella porzione di Ufficiali propri che univano alla energia l’amor proprio ed il valore, né del Comandante in capo, dei suoi ufficiali dello Stato a Maggiore, e dei plutoni di Cavalleria sciolti all'oggetto, né le cure dei Principi Reali che da Gaeta giungevano col Re sul Campo di Capua appena impegnati erano tutti gli attacchi, quali Principi si spensero da prodi senza a calcolo di pericolo per rianimare quella scorata e pervertita gente: il Re a (stesso di persona faceva più di quanto al Sovrano si conviene, ma indarno!

«I Comandanti delle Colonne di attacco obbligati a supplire sulla linea a del fuoco di retrocedenti rimasero in breve privi di colonne operanti ed a il Comandante in capo visto mancare l’effetto di qualche altro squadrone a inviato a coagire, dovette colla riserva dei Granatieri rinforzare a gradi a le colonne dileguate, la cui dissoluzione continuò sino all’esaurimento di a presso che tutta la Fanteria, talché sotto il mezzogiorno trovavasi malconcia trascorsa nella maggior parte sotto Capua o gittata neghittosa nei fossi a o dietro ripari sorda ad ogni incitamento, al quale restava muta, o mostravasi sconfidata.

«Questa troppa uscita era prima del mattine fresca da Capita oV erasi a chiamata all’oggetto dal 29 settembre, e tutta la sua marcia non era stata a più d’un miglio e mezzo.

«Però non deve omettersi di ampiamente proclamare a compimento del vero che se tali dispiacevo!! carichi colpiscono la generalità di quei coree pi, non sono essi del tutto privi di consolanti eccezioni, mentre più fazioni di ottimi soldati, guidati da prodi ed intelligenti Ufficiali respingendo animosamente gli avversari, comunque entusiasti pervenivano, financo a superare i difficili accessi esteriori di quella città, tanto che se fossero state eseguite colta medesima determinazione della intera tiragliata e da una qualche colonna, la presa di Santa Maria colle conseguenze di risulta avrebbe coronata l’opera di quel giorno. Ma le colonne si erano dileguate, e la riserva di Fanteria esaurita per rinforzare gli attacchi; e quando presentavasi l’istante di doversi avvalere dell’impiego energico di una riserva, questa fatalmente più non esisteva, e mancò al Comandante in Capo un sol Battaglione, che giudicava sufficiente colla Riserva di Cavalleria, per acciuffare in quell’istante la vittoria».

Il Comandante in Capo fa seguire sì dolente narrativa da queste altre poche parole come chiusura del suo dire sui Corpi della Guardia:

«Ma tutte le persuasive ed impulsi riuscirono vani, e quegli e gli altri ce sotto ce ricercati pretesti o con cipiglioso silenzio par che dissero: La Garde ce meurt, ne se bai plus!»

E qui chiudiamo le nostre osservazioni sul di sopra riportato periodo col dire al sig. Cognetti che va errato nel suo giudizio dicendo che i Garibaldini nessun utile aveano potuto conseguire dagli svariati scontri del 1° ottobre. Secondo noi, uno grandissimo ne ottennero, che fu quello di aver tenuto testa agli attacchi dei Regii e di aver conservate le loro posizioni. E qui non ci stanchiamo di ripetere non essere nostro scopo di entrare in fatti estranei alla critica da noi assunta; onde ci asterremo di discorrere le probabili conseguenze degli attacchi del 1° ottobre se si fossero con più sano consiglio replicati, mandando verso Gaeta (o all’inferno) i tre Reggimenti della Guardia ed adoperando invece le truppe lasciate inutili e sperperate à Gaeta, sul Garigliano, al Poligono ed altrove. Il quale risultato verisimile si potrà congetturare dal seguente paragrafo dell’Annuaire des deux mondes, vol. X, 1860, pag. 187.

«Cette journée reçut le nom du bataille du Volturne. Elle était glorieuse, mais démontrait une fois de plus l’impuissance absolue où était Garibaldi de mener à bonne fin, avec les seuls volontaires, son audacieuse entreprise. Il convient toute foia de reconnaître que la nécessita da concours des Piémontais affirmée par les officiers de l'armée régulière a été postérieurement contestée par Garibaldi et ses lieutenants; mais ce qu’il y a de certain c'est qu à partir de ce moment, le dictateur se tint sagement sur la défensive et attendit les Piémontais».

TESTO

Teneva quella posizione (Isernia) il Generale Scotti che aveva un sette ad ottocento uomini di truppe regolari, e qualche Compagnia di Volontari, fin allora bastevoli a tener in soggezione la rivoluzione; Saputo egli l’avanzarsi di Cialdini, mosse per tagliargli la strada; e giunto verso il Macerone scontrossi con due Battaglioni di Bersaglieri afforzati di Artiglieria di Campagna. Benché minore in numero i Regi sostennero valorosamente lo scontro, ed il combattimento durava già da due ore, quando Cialdini avvisato della resistenza, a marcia sforzata con un nucleo di ottomila uomini venne a decidere la battaglia....

OSSERVAZIONE

Il Generale Scotti disimpegnava una commissione quasi del tutto politico-amministrativa, quando battendo la via consolare con una piccola colonna composta di un Battaglione scelto del 1° di Linea Comandato dal Maggiore Auriemma, e da 500 Gendarmi di ogni provenienza sotto gli ordini del Liguori, giunto sul Macerone s’incontrò con l'avanguardia del Corpo di Esercito Piemontese comandato da Cialdini. I Regii credevano attaccare Garibaldini, ma trovarono di fronte tutt’altra roba. Il Generale, Scotti ignorava interamente la marcia dei Piemontesi, e quando giunse a Gaeta la notizia di quello scontro, non si volea credere che il Generale Scotti ed i suoi erano prigionieri di truppe regolari! Dunque, sig. Cognetti, non vi fu premeditato attacco, ma uno scontro fortuito; non vi fu battaglia, ma uno scambio di fucilate da tiragliatori. Cialdini non dové correre perché impegnatasi la sua avanguardia, e quindi arrestata sul Macerone, venne naturalmente raggiunto dal corpo principale, ed in ultimo il Generale Scotti non ebbe mai Compagnia di Volontari mischiati alla sua piccola colonna di circa un migliajo d’uomini!

TESTO

Cialdini comprendeva bene che 1 Esercito Regio si sarebbe disperatamente battuto; ma quantunque per la superiorità del numero, e per l'aiuto che non ancor sdegnava dei Volontarii, fosse moralmente certo di riportare vittoria, pure volle tentare se quei pochi rimasti fedeli nella sventura a Re Francesco II fossero della medesima risma dei campioni di Sicilia di Calabria e di Puglia; o tutt al più convincersi dell'impossibilità della resistenza. Invitò a tal uopo ad un abboccamento il Generale Salzano, il quale ignorando a quale scopo mirasse lo invito, vi andò; ma intesa la proposta rispose: Che sino a quando nel campo Regio fosse rimasto un soldato solo, si sarebbe combattuto. Noi siamo certi che Cialdini soldato affezionatissimo alla sua bandiera ed al suo sovrano non avrà dovuto in cuor suo, che lodare la dignitosa ripulsa! Se da Marsala a Capua, tutti i Comandanti dell'Esercito fossero stati uomini di onore come il Salzano, la rivoluzione sarebbe morta a Palermo, e queste pagine non sarebbero state bruttate da ricordi vergognosi.

OSSERVAZIONE

E di scempiaggini ancora, sig. Abate: e così avreste evitato di aggiungere spropositi a spropositi, senza intendere, o almen ricordare quello che sulle stesse persone, e sulle medesime cose avete altra volta scritto e sentenziato! Ma questo Salzano, questo tipo di Generale non è uno di quelli che comandavano in Palermo? Non è quello stesso che voi avete accusato di non aver soccorso Landi a Calatafimi? Non è quel medesimo che nel sogno da voi fatto di un pranzo dato da Garibaldi a Palermo fate assistere, chiamandolo Maggior Generale, a quella combibbia fraterna? Non è uno di quei tali Generali che andarono ad Ischia, e pe' quali caritatevolmente domandaste, perché non furono fucilati come Ramorino? Dunque convenite una volta che, ammessa pure qualche più che limitata eccezione in Palermo, i Generali che lì si trovarono, erano degli uomini di onore tenaci dei propri doveri, e che de disastri ivi avvenuti bisogna cercar la origine in tutte altre cause, che, nella imperizia, infingardaggine, incertezza o connivenza con la rivoluzione. Noi abbiamo alzato un lembo del velo che celava altri avvenimenti; chi sa se ci sarà permesso di sollevarlo tutto?...

TESTO

I Regii lasciato il Garigliano marciavano sopra Gaeta, ma le due ali erano state separate, la diritta dopo fiero combattimento avea potuto guadagnar la strada; non così la sinistra comandata da Ruggiero che non fidandosi di tentare la sorte delle armi, né di aprirsi un passaggio a traverso il nemico, locché merita biasimo avendo egli con sé il maggior nerbo di truppe, si ridusse sul Territorio Romano.

OSSERVAZIONE

No, signor Abate, non è permesso dare come storia un accozzaglia di frasi, il cui costrutto sottoposto ad accurata analisi non altro presenta che una serie di bugiarde assertive, di cose impossibili, di mere invenzioni, I Regii. sig. Cognetti, erano sul Garigliano e sui monti alla sinistra, quando per la ritirata della flotta francese avanti Gaeta sull'albeggiare del 1° novembre, molestati dai legni piemontesi dovettero per necessità lasciare quelle posizioni e ritirarsi su Mola. Ni un fiero combattimento ci fu. Qualche compagnia di Cacciatori protesse la ritirata. La Cavalleria e l'Artiglieria dovettero battere la consolare, molestati lungo la marcia dai tiri della flotta Persano. La Fanteria per vie secondarie tra quelle colline si ridusse a Mola attraversando Traetto. Pria di mettersi in movimento, le truppe aveano ricevuto l'ordine, quali di andare a Gaeta e quali ad Itri.

La maggior parte della Cavalleria, e buon numero di Batterie ebbero ordine di muovere per questa seconda direzione. I corpi marciavano, l'un dietro l'altro, ma il Comandante in Capo da Mola non si vide più, scomparve!

Ad Itri, badi il sig. Cognetti, ad Itri si presentò il Generale Ruggiero, annunziando di prender egli il comando superiore per ordine del Re. Si prosegui il cammino sino a Cisterna, dove trovarono in mano del Colonnello dello Esercito Francese del 40° Peyssard il seguente ordine firmato dal Generale Govon che all’incirca dicea:

«Il santo Padre ed i Francesi non negano ospitalità a chicchessia, ma, atteso che gli Stati Pontificii trovansi occupati e garentiti dalle truppe Francesi, per legge internazionale, se a truppe napolitano vogliono entrarvi, debbono depositare le armi in magazzini per riprenderle allorché ne usciranno.»

E poi veramente ridicolo il consiglio che il Cognetti dà al Generale Ruggiero (nella supposizione che questi comandava quella tale sinistra) di farsi strada tra i nemici! Per andar dove? a Capua? I nemici erano avanti non dietro e la truppa avea ricevuto ordine di retrocedere.

Forse un Generale capriccioso e bizzarro, avrebbe tentate una resistenza alle gole d’Itri tanto più che da Gaeta giungeva un sovrano cornato do in iscritto che a un dipresso diceva: «Non potendo il Generale Cornato e dante le truppe d Itri sostenere più la porzione, potrà ripiegare nello Stato a Pontificio militarmente.» Non solo il Generale Ruggiero non era l'uomo per attuare un. pensiero a un ordine simile, mi credo anch'io che l'uomo più intraprendente: ai i sarebbe sgomentato, perché le truppe dal mattino del 1 novembre non ricevevano né pane, né danaro, né viveri! Si viveva bottinando, e quando si vogliono compiere fazioni vigorose, il soldato, non che, mancare del necessario, se occorre, deve avere anche il superfluo. E questo difetto del necessario si è sempre sentito fin dai primi giorni in qualsiasi operazione militare fatta nelle Due Sicilie. Mancarono i viveri al Palazzo Reale a Palermo, e mancarono a segno da doversi pitoccare da Garibaldi! mancarono in Capua, in Gaeta, nelle Calabrie, sempre! Nè i soli viveri facevano difetto, ma ogni altra cosa necessaria. E perché non si creda esagerato questo giudizio, citeremo le parole del comandante del Proti, uno dei Vapori mercantili francesi che il governo teneva assoldati, parole dirette ad un nostro Generalo:

«Mais, mon Général, que voulez vous de oc moi; vous étés perdu, comment pouf on faire la guerre sana moyens, sans rien, vous n’avez que des bons soldats, mais on ne sait pas les diriger; il vous manque la direction, la marine, les médecins, les ambulances, les cacolets, enfin tous ce qu il faut pour faire la guerre, tandis que vous avez presque tout le monde contraire -- Au siège de Sébastopol, mon Général, les militaires n ont pas mème désiré du champagne, il faut de la joie pour faire la guerre, et non pas la misère.... venez dans le salon et là nous causerons, car je frémis de votre horrible position... vous ne savez rien de politique, et on vous joue comme des marionnettes.»

Queste parole venivano profferite dopo il combattimento di Milazzo, ed a proposito di quell’azione! E qui deponghiamo la penna che a malincuore abbiamo presa per ribalterò bugiarde e mal fondate accuse -- Avendo sempre ripugnato a redarguire pubblicamente erronee o calunniose asserzioni, contenti di rispondere col disprezzo, volevamo un di caritatevolmente avvertire il Cognetti degli errori di cui la sua pretesa storia ribocca; ed imbattutici non nello storico, ma in uno che ne porta il nome, ci accingevamo a fargli qualche osservazione, quando egli con un certo sussieguo, e con un sorriso stizzosetto anziché no, ci rispondeva:

«Ma, mio caro, quello che dite è linee possibile; noi ricaviamo tutto da documenti officiali e da notizie che ci giungono da lì, dalla fonte, mi spiego?»

Come persuadere uomini così prosuntuosi che vi usano l'amabilità di darvi sul muso una mentita senza neanche sospettare che la loro risposta è una impertinenza?... Ma bisogna esser giusti anche contro sé stessi: noi avemmo il torto di chiedere un Errata-corrige che l'Autore non avrebbe potuto fare, se non cancellando tutta quella parte dell'opera che abbiamo confutata. Felice lui, se il resto del suo lavoro non abbisogna che di poche e semplici rettificazioni!

FINE
























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