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SUI FATTI POLITICO-MILITARI

DELLA RIVOLUZIONE SICULO-NAPOLITANA DEL 1860

NARRATI NELLA STORIA PIO IX E IL SUO SECOLO

RISPOSTA DEL SACERDOTE BIAGIO COGNETTI

ALLE OSSERVAZIONI del GENERALE BARTOLO MARRA

NAPOLI

STABILIMENTO TIPOGRAFICO DI P. ANDROSIO

Cortile S. Sebastiano, 51.

1869

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Con questo mio libro dichiaro solennemente di non entrare in quistioni ed in interessi di partito: non intendo giustificare o censurare la politica dei gabinetti, che presero parte alla rivoluzione del 1860: non miro a sollevare polemiche, di cui i partiti avversi potessero gioire o dolersi.

Mio scopo unico ed eminente è quello di rimettere al posto la verità dei fatti da me narrati, nella parte in cui sono stati ruvidamente attaccati e redarguiti di menzogna e sino di falsità dal Generale Bartolo Marra: unica e sola voce, che tra le benevoli accoglienze ottenute in Italia ed all'estero, si è levata contro la mia Storia Pio IX ed il suo Secolo.

Avrei lasciato senza risposta il libello del Generale Marra, se non avessi veduta la necessità imprescindibile di difendere la detta mia opera da accuse, che la pregiudicherebbero col mio silenzio, tanto nella verità storica, quanto nella pubblica opinione.

§. I.

Nel rispondere alle osservazioni pubblicate dal signor Bartolo Marra intorno alla parte politico-militare (periodo 1848-1860) della mia Storia Pio IX ed il suo Secolo, comincio dal dichiarare solennemente, che intendo confutarle unicamente dal lato storico; non già perché io sentissi la necessità di siffatta confutazione, sibbene perché mi corre l'obbligo di non accreditare col mio silenzio nella pubblica opinione gli errori, che mi s'imputano.

Nella qualità di Sacerdote non seguirò il signor Marra sul campo delle contumelie plateali scritte al mio indirizzo; e tanto più nol seguirò come gentiluomo, avvegnacché ne soffra la dignità di colui, che sventuratamente creda appigliarsi a questo genere discreditato di polemica.

Sin da quando pubblicai il primo volume di detta mia opera, e la deposi umilmente ai piedi del Sommo Pontefice Pio IX, il mio povero ingegno fu confortato dalla parola santissima del Santo Padre, il quale mi avvisò a considerare i pericoli, che corre uno scrittore di avvenimenti contemporanei; e quindi a tenermi a quell'altezza di prudenza e di autorità, donde si può sicuramente tramandare agli avvenire la storia dei propri tempi, senza tema di mancare alla verità, e di offendere le riputazioni degli uomini, che più si mostrarono nelle vicende politiche e militari d'un paese.

Laonde nel narrare i dolorosi casi della rivoluzione del 1860, allorché toccai quelli che specialmente riguardano il Reame delle Due Sicilie, mi chiusi nella più solenne determinazione di non seguire coloro, che mi avean preceduto, i quali alcune riputazioni tagliarono ed altre lodarono per spirito di parte.

Naturalmente uno storico non è un romanziere, ed i fatti chi egli espone, deve attingerli a fonti sicure, già ricevute diplomaticamente, e nella pubblica opinione dei contemporanei saldamente costituite.

Sicché io lavorai a raccogliere i fatti di Napoli e di Sicilia del 1860 dai molteplici scritti degli storici e pubblicisti del tempo, e cercai di averne una riferma autentica in documenti, che ebbi la ventura di studiare accuratamente.

Ciò posto, gli avvenimenti si politici che militari del 1860 non po-teano essere narrati, come un ideale della storia, quasi che fossimo ai tempi della prima Olimpiade. E poiché avvenimenti di tal natura si accompagnano a nomi, che principalmente li rappresentano, come causa originaria, ne deriva la necessità di designarji.

Sono gli uomini che rappresentano, massime in tempi fortunosi, la storia politico-militare d'un reame, la quale non può essere narrata senza che quelli cadano sotto la penna dello storico. Ed io non ricordai che quei nomi, intorno a cui è impossibile il poter costituire un opinione diversa da quella, che nove anni di assoluto silenzio da parte loro, a fronte di mille e mille voci storiche, hanno fermamente constatata.

Non toccai menomamente ai nomi secondari, che figurarono nella penombra di quel quadro gigantesco.

Né voglio tralasciare di aggiungere, che allorquando ho dovuto porre sotto gli occhi del lettore i nomi di coloro, che più si resero colpevoli di viltà o di fellonia, mi studiai di farlo con termini così manierati, che feci rilevare dalla stessa narrazione dei fatti, più che dalle mie esplicite parole, la loro accusa.

Io non giustifico il mio lavoro; dichiaro quello che ho già sottoposto al giudizio severo del pubblico: e posso ringraziare la Divina Provvidenza dell'avermi dato lena e costanza nel menare a compimento un opera di mole non lieve, e d'una importanza che io stesso giudicai superiore alle mie povere forze.

II.

È indubitato, che colui il quale pubblica una storia, ed una storia contemporanea, vivendo ancora coloro, che vi presero parte principale, trovasi esposto a tutti i rischi d'un opposizione e d'una censura, che s' ispira nelle suscettibilità personali e nei sentimenti del-l'offeso amor proprio. È però io mi attenni ad una norma cosi severa, per quanto che non potea temere di essere accusato narratore falso o partigiano.

Infatti da. tutte parti d'Italia mi vennero giudizi lusinghieri, e meritai benevolo plauso nella stampa francese: né, domiciliando io in Napoli, lessi sinora smentite da parte di coloro, che in Napoli vivendo, non, possono essere al tutto soddisfatti della mia Storia.

Lo che pruova, che sia impossibile lottare contro la verità, o tentare di mutare il verdetto della pubblica opinione a furia di frasi sbardellate e di pungiture, che tute al più aggiungono pruova alla disistima.

I vermini, che rodono la scorza del pino, non potranno abbatterlo; e la storia è appunto quel pino, che se sfida le tempeste e gli uragani, non si cura dei vermini che formicolano al suo piede.

A tutti è permesso la polemica; tutti hanno il diritto d'impugnare ed anche di rettificare i fatti d'una storia contemporanea; ed io non mi credo infallibile; o per meglio, dire non reputo, che i documenti da cui ho desunti i fatti enarrati, sieno esenti da rettifica o da modificazioni.

Ma se si ha il diritto della critica, si ha il dovere della cortesia nella stessa: imperocché una critica decente, ragionata e severa acquista più credito d'una guerricciuola pettegola ed insolente.

Adunque al sig. Marra non si può contestare il diritto di scrivere contro la mia Storia, ma gli si può contestare quello del linguaggio cui ricorre nell'esporre le sue idee.

Il sig. B. Marra revindica forse il suo nome per ventura ricordato poco benevolmente nella mia storia? No: — il nome suo, cioè di Bartolo, non che quello dei suoi fratelli Andrea e Giovanni, non son usciti mai dalla mia penna, anche quando narrando di alcuni fatti militari, avrei potuto ricordarli: e ripeto, che restando fedele al mio concetto primitivo, non ho tratto dati' ombra gli astri minori, ma indicai soltanto quelli che sfolgorarono di luce benevola o sinistra.

Sicché il sig. B. Marra non può imputarmi della benché menoma mancanza di riguardi verso di lui.

Vero è, che nel narrare la capitolazione di Palermo per la prima ed unica volta nominai il Generale Pasquale Marra, suo fratello: ma costui si è taciuto, ed egli non pare che avesse voluto prendere le difese del fratello; come vedremo fa poco.

Il sig. B. Marra si è alzato spontaneamente a difensore suo e dei suoi commilitoni? A volerlo giudicare competente a tanta impresa, siam certi ch'egli non avesse assunto la difesa né sua, né dei suoi commilitoni; perché la difesa suppone l'offesa, ed io sinora ho avuto tanta stima di quei bravi soldati dell'esercito napolitano, contro cui l'offesa sarebbe assurda più che vile; dei quali io ho scritto commosso sino alle lagrime, ed ai quali il paese ed il mondo civile debbono l'imperituro tributo di gratitudine, di gloria e di onore.

E se questi militari di onore, i quali tutti han fatto per contrario plauso alla mia storia, avessero letto il libro del B. Marra prima di essere pubblicato, lo avrebbero consigliato, se non altro, a non dimenticare l'onestà di un linguaggio, che è il riflesso dell'onestà del cuore.

Quali uomini dunque difende il sig. B. Marra? Forse quelli su cui pesa eterno il rimorso della propria coscienza ed il verdetto della riprovazione universale? Egli stesso non saprebbe frenare un sentimento di vergogna al solo pensiero di confondersi con i vili e coi traditori;— ne sono certo. A che dunque quel suo libro? Ed in difesa di chi è scritto? Lo dirò io, e son certo di non ingannarmi.

Tutti gli storici, che mi han preceduto nella narrazione dei fatti politico-militari del 1860, hanno scritto poco favorevolmente della parte tenuta dal Generale Pasquale Narra nei primi e più difficili momenti della rivoluzione a Palermo; cioè quando un Generale d'armata, con pieni poteri, se lo avesse voluto, avrebbe potuto dar ragione al Conte di Cavour, che rispondendo alle doglianze mossegli dal governo di Napoli sui tentativi di sbarco di Garibaldi, rispose — «prendetelo e fucilatelo, mi renderete il più gran servigio».

E Cavour allora non mentiva, perché egli non potea giammai persuadersi, che nell'armata napolitana, o meglio nei suoi comandanti, annidasse tanta iattura, da dimenticare l'onore della propria bandiera, e spianare il passo alla rivoluzione! Il sig. B. Narra si è creduto ferito nel vedere il nome di suo fratello Pasquale in una situazione politica molto compromessa, e per non poter diversamente sfogare contro di me la sua bile, ha scritto quel libro a difesa di sedicenti commilitoni; ed ha creduto percuotermi sotto un nugolo d'interrogativi, ai quali mi ha invitato a rispondere, e rispondo.

III.

Debbo premettere, che la mia Storia non è locale, e molto meno speciale della rivoluzione del 1860 nelle due Sicilie: di più ancora io non ho mai inteso di scrivere la storia militare del 1860 nelle due Sicilie.

Il mio libro ha per scopo unico ed eminente la storia politico-civile del PONTIFICATO DI PIO IX, considerato in rapporto della storia politico-civile di tutta Europa dal 1789 sino al 1860.

È il secolo XIX che prende il nome dalla figura sublime ed imperitura del Pontefice Pio IX, contro cui la rivoluzione si avventa con una rabbia tanto più livida, quanto più impotente.

E che io non dica oggi una semplice assertiva, ma che ripeta ciò che francamente ho scritto dal primo narrare delle fazioni militari del 1860 nelle due Sicilie, è un fatto che il lettore può riscontrare nel Vol. II Libro VII pag. 361 ove in una nota ho detto.

«Noi qui accenniamo solamente a qualche fazione combattuta, NON POTENDO descrivere minutamente quei fatti d'arme. Siamo però accertati, che verrà a luce opera scritta da un erudito Generale, nella quale si avranno OFFICIALMENTE documentati tutti i DETTAGLI di questo periodo di storia militare».

Vedano dunque i nostri lettori, che non aveva in animo di scrivere la storia militare di quelle fazioni del 1860; ma mi limitava ad indicarle sommariamente, come semplice cronista da questo lato, esclusivamente per indicare le tappe percorse dalla rivoluzione, ed i luoghi cd i fatti, ove essa ebbe più a rallegrarsi della mancata resistenza, o ebbe a deplorare pei suoi motti l'onore difeso a tutta oltranza dall'esercito napolitano.

Le circostanze particolareggiate di quei scontri, sia nella descrizione topografica delle località, sia nei nomi dei comandanti tutti, sia nelle disposizioni delle truppe combattenti, sia nei loro movimenti e nelle sorti tentate e nei loro episodi, uscivano dal mio compito.

Or leggendo da cima a fondo il libro del B. Marra non trovasi in esso, che una polemica aspra e tagliente, appunto perché io non avessi scritta una storia militare minuziosa ed esatta, pari a quella ch'egli presume di spiegare nelle sue osservazioni.

Pare dunque ch'egli abbia voluto attaccarmi ingiustamente su di un terreno, ove non ebbi mai la pretenzione di reputarmi inviolabile,ed ove per contrario spontaneamente io ho dichiarato di non entrare e di non voler entrare; lasciando ad altri libero il passo.

Laonde il sig. B. Marra, se ha creduto portare una larga ferita alla mia storia con quelle sue osservazioni strettamente militari, non mi avrà prodotta una bendò lieve scalfittura; e se in queste sue osservazioni avrà reputato di ottenere un mezzo per scrivermi delle contumelie, avrà imitato il pazzo, che riceve sul capo la pietra lanciata da lui per colpire le nubi. Potrei qui porre fine alla mia risposta: ma non voglio ritirarmi con lo scrupolo di udirmi a ripetere, che volessi uscirmene per il rotto delle maniche. E perciò esaminerò quelle osservazioni critiche sotto due aspetti, sotto di quello militare e sotto quello politico, relativamente agl’individui che fermano l'attenzione del sig. B. Marra; il quale non so perché abbia voluto porre in mostra se medesimo, mentre io ho deliberatamente evitato di parlare di lui.

Eccomi alla dimostrazione.

IV.

I. Osservazione—Io ho detto, che nel 1848 il Generale Pepe, ribellandosi all'ordine di rimpatriare con le truppe napolitane, allora spedite contro l'Austria, passò il Po con due Reggimenti e con una batteria da campo.

Il Marra fa notare, che con Pepe passò il Po il solo 2° battaglione cacciatori, Comandante Ritucci, e la Batteria Pedrinelli: ma che tanto l'uno quanto l'altra, pentili del passo, retrocedettero, e rientrarono nel reame.

Dio buono! Che gran fallo ho io commesso! no fatto passare due battaglioni ed una batteria, mentre passò un battaglione e la batteria! Ma ho detto forse, che non tornarono indietro?

II. Osservazione. — lo ho scritto.

«Ma a Monreale vi era il 5. cacciatori, comandato dal Maggiore Beneventano Bosco, l'unico cui avrebbesi dovuto confidare il piano d'azione, poiché intelligente, coraggioso e leale».

E qui narro di quella fazione coraggiosamente combattuta presso S. Martino, nella quale perdè la vita Rosolino Pilo.

Il sig. B. Marra conviene che Bosco era da annoverarsi fra gli egregi uffiziali dell'esercito, perché dotato di molte ottime qualità; ma aggiunge:

— «Se voltate la medaglia, vedrete che non pochi difetti facevano contrasto con a quelle, e ha i difetti primeggiava quello di credere ogni mezzo lecito ed onta sto, quando si trattava d'innalzarsi sugli altri, fossero questi gl'intimi amici, i a suoi compagni, i suoi superiori».

Il Marra conviene con me, che il Bosco a Monreale rese eccellenti servizi e meritò dovuti encomi: e conchiude, che verso Maggio, quando Il comando superiore delle truppe fu tenuto dal Colonnello Won-Mechel, Bosco si confuse nella massa degli altri Capi di corpo per tornare in iscena a Milazzo, a Salerno, a Gaeta.

Aggiunge, che a Salerno non gli sembra potersi tenere per leale la condotta di Bosco, e cita al proposito due giudizi del Marchese Ulloa e dello storico De Sivo.

Di grazia: dimando al Marra, ho io tradita la storia nella fazione di Monreale? — No, egli stesso la ratifica.

Ho forse mentito nel giudicare Bosco un uffiziale intelligente, coraggioso e leale? Certo è, che quante volte Bosco ha condotto i suoi soldati a battaglia, li ha guidati con intelligenza: e che sia stato d'un coraggio e d'una lealtà a tutta pruova, nissuno avrà il coraggio di niegare.

Che le mie parole avessero urlate le suscettibilità personali del Marra, il quale pare che non vegga molto bene il Generale Bosco, è oramai evidente per le sue poco benevoli parole; ma forse sono io a censurare, se tenendomi lontano da questi asti individuali, non ho voluto, invece d'una storia, scrivere la biografia degli affilali dell'esercito na-politano? Se il Marra si reputa qualche cosa al di sopra di Bosco, è un fatto che non riguardava la mia storia, come non sta nei miei convincimenti; e perciò non potea egli imputarmi per inesattezza una velleità d'invidia personale, che gli lascio volentieri interamente.

III. Osservazione. — lo ho scritto.

«Come la ritirata infelice di Landi, avvenuta per l'inqualificabile indolenza di Salzano e non per colpa di esso e dei soldati, che aveano adempiuto al loro dovere, fu nota a Napoli, si destò un immensa impressione. Il governo vide allora il bisogno di togliere a Salzano il Comando della Sicilia, e per surrogargli un uomo energico, vi mandò il Tenente Maresciallo Lanza, che dalle sue opere mostrò, non sapremmo dire, se più viltà o tradimento».

Che il Landi fosse stato un traditore, ne conviene il Marra: ma una volta accettato questo giudizio egli esclama: «Come attribuire al Maresciallo Salzano inqualificabile indolenza, quando non questi, ma il Tenente Generale Principe di Castelcicala comandava in Capo, in quell'epoca, il corpo di esercito della Sicilia?» Ed aggiunge, che neppure il Castelcicala sia da chiamarsi indolente, perché mandò truppe al Landi, che era traditore: — che il Tenente Generale Lanza surrogò il Castelcicala, e non già il Salzano: — e che il Lanza era un Tenente generale e non un Tenente Maresciallo che è un grado austriaco.

Da banda l'aver io scritto Tenente maresciallo, invece di Tenente generale, lo che non altera la storia deplorabile dì quei tempi, sono io a censurare per aver dichiarata inqualificabile l'indolenza del Salzano? — Ecco la quistione.

Il Luogotenente Principe di Castelcicala, uomo buono, ma d'una debolezza immensa, avea ai suoi ordini dipendenti il Landi ed il Salzano, tra gli altri.

Che il Landi fosse stato un vile traditore, e che al tradimento ed all'infamia di costui si debbano i primi passi di Garibaldi in Sicilia, è un fatto storico; è un fatto che a Palermo palpitava sotto gli occhi di tutti.

Salzano comandava la Piazza e le armi nella Provincia di Palermo: egli vedea l'imbecillità del Castelcicala, il tradimento del Landi, e perciò rimaneva inerte?

Vile egli non era, e molto meno lo si potea sospe4late traditore: come definire dunque la sua condotta? Non si potrebbe diversamente deffinire, che per un indolenza inqualificabile.

Infatti a Castelcicala successe il Tenente Generale Lanza, che à non volersi tenere per traditore, fu certamente vigliacco; e costui rifugiatosi ai Quattroventi scrisse al Salzano di pigliare il comando di tutta la truppa e di provvedere all'ordine del paese, ma di non accingersi ad azione senza suo consenso.

Il Salzano bene volea libertà piena d'azione, e non l'ebbe; ma egli sospettava nel Lanza l'amico dei ribelli, e nondimeno si limitava a censurarlo! Non era dunque un indolenza inqualificabile questa in un militare d'onore e di coraggio, qual egli era?

Egli vide venire nell'isola, per comando del Re, il famoso generale Duca di Mignano, che conferì col Lanza; e vide d'allora peggiorare le sorti del reame per consigli e per ordini letali e scellerati: vide giungere il vascello inglese Annibal con il retro ammiraglio Roduev Alwn,dv, e con costui, notissimo partigiano della rivoluzione, confabulare il Lanza!

Garibaldi con poche e mal provvedute milizie bravava ventunomila uomini di truppa, bene agguerrita e provveduta di artiglieria!

Eppure il Salzano non considerava, che se il tradimento corrompeva il Lanza, il Landi e qualche altro vile tra i comandanti l'esercito, erano prodi capitani il Bosco, il Won-Mechel, il Luverà, il Polizzy cd altri non pochi.

Egli è vero, che il Salzano era in disaccordo col Lanza; ma bastava ciò forse? — E quando egli avea in mano le pruove di codardia, non dirò di tradimento, pruove che risultavano dall'evidenza di tanti fatti; perché non si ricordò, che in forza d'una legge d'Ordinanza militare, egli potea di dritto radunare gli uffiziali superiori dell'esercito, ed esponendo loro, la viltà o la slealtà del Lanza, dimettere costui, e prendere il comando in capo dell'armata su di una deliberazione motivata d'un solenne consiglio di guerra?

Chi avrebbe potuto salvare il Lanza?

Chi avrebbe potuto condannare il Salzano?

Chi avrebbe potuto niegargli forse il vanto di aver salvato il reame dalla rivoluzione, rendendo col suo comando e colla sua onestà impossibile più il tradimento?

Egli si limitò ad un opposizione sterile e sfibrata; sicché i rivoluzionari, temendo appunto che il Salzano uscisse dall'inerzia, si adoperarono presso il Ministero di Napoli, ove il tradimento era l'onorevole mandato di Liborio Romano e complici;—e Salzano fu richiamalo per essere surrogato dal Maresciallo Pasquale Marra, di cui parlerò in seguito, e che subitamente fa di accordo col Lanza!

Se dopo tutto ciò, sulla penna dello storico indipendente e franco,, qual io mi reputo, sia impropria la parola d'inqualificabile indolenza attribuita al Salzano, lascio al giudizio degli onesti: i quali debbono con me deplorare, che un uffiziale così leale e coraggioso abbia dovuto perdersi d'animo in un momento, in cui tutta la sua energia avrebbe salvato il reame dalla rivoluzione.

IV. Osservazione. — Io ho scritto.

Dopo la fazione di Monreale, Bosco e Won-Mechel si recarono al Parco, di dove minacciavano gl’insorti. Difatti Ii attendeali Turr, afforzato dai bersaglieri Genovesi. Il combattimento fu ingaggiato con il fuoco della moschetteria e dell'Artiglieria, di che i Garibaldini erano stati provvisti. 'Turr sostenutosi per poco, e vedendo i suoi non resistere all'attacco della baionetta nemica, cominciò a indietreggiare, lasciando la posizione; ed assalito ai fianchi da altre Compagnie, dovette darsi alla fuga, e riparare alla Piana de'  Greci, dov'era Garibaldi col forte della truppa; e che non credè prudente l'arrischiare un combattimento; che avrebbe rovinato tutto il suo piano.

Nel tempo medesimo Orsini con 5 cannoni, a capo di una forte banda, e con quaranta carri di munizioni e salmerie, ben scortati, avviavasi a Corleone; egli fece alto alla Ficuzza, e nel mattino seguente si rimise in via in buon'ordine per esser pronto ad ogni evento.

I Regi, avutone contezza, gli mosser contro. Orsini ben per tempo giunse a Corleone, i cui abitanti impauriti dal potersi trovare in mezzo ad una lotta, ripararono sui monti. Orsini fu avvertito dell'avanzarsi dei Regi: per lui era una buona fortuna trovarsi in paese ed al coverto, perché poteva opporre vigorosa resistenza (pag. 313 e 61, v. 2).

Il sig. B. Marra non è contento del modo come io ho narrato questa seconda fazione, e mi dice— «siccome io prendeva parte in quell'affare, benché più come spettatore che attore, così sono al caso di narrare quell'avvenimento nei più piccoli particolari, senza timore di essere redarguito da chicchessia».

E qui, tenendo parola, il Marra si studia a porre, con miglior ordine, sotto gli occhi del lettore una dettagliata descrizione, dalla quale si rileva, che non Turr, ma Garibaldi stesso fu attaccato, e prese la fuga; e che per il tradimento di un tale Chinneci, sviato il Won-Mechel dalle peste del Garibaldi, mentre egli lo cercava per combatterlo, costui entrava a Palermo di.... sorpresa!

Dopo la sua lunga narrazione, che gli lascio intera senza discussione, perché (lo ripeterò sempre) io non ho inteso scrivere e non ho scritto la storia militare di quella rivoluzione, il Marra, che trova in fallo Won-Mechel e Bosco—che è il suo couchemar, mi chiede.

«Domando ora al sig. Cognetti, come si punisce in tutti gli eserciti del mondo una disubbidienza sì enorme, sì inaudita, e che produsse si tristi conseguenze?

«Risponderà certamente: con sei o dodici palle! Il men del mondo! Il Won-Mechel, ed anche (incredibile, ma vero!) il Bosco ebbero elogi e decorazioni e gradi...... Perché? Perché debole, inetto per età colui che avea nelle mani il comando superiore in Sicilia; pera ché in Napoli, invece di stare ai rapporti ufficiali, si tenevano corrispondente private e clandestine con quelli che aveano interesse a di magnificare le loro gesta; perché con blandizie s'incitavano i soldati ed anche gli uffiziali a parlare, ragionare, discutere sulle operazioni dei loro capi… Quanti e quanti di questi abbietti codardi, spinti in un’azione dai loro Comandanti, non con parole incoraggianti, non con la punta della spada, ma con quella dello stia vale, osarono denigrarne la condotta per coprire così la propria a infamia!».

Oh! se dovessimo entrare nella quistione di sapere quanti Comandanti e quali avrebbero dovuto avere sei o dodici palle almeno nello stomaco non so dove andremmo a cadere: perché il certo è, checon un armata bene agguerrita e composta da valenti soldati, i Mille di Marsala potettero impossessarsi della Sicilia e del Reame, con il patriottismo e l'eroismo dei Capi e comandanti l'armata napolitana.

Per amor di Dio, questi panni sporchi laviamoli in famiglia: se Francesco II fu così longanime, da non consegnare palle da fucili nel petto di certa gente, che lo porta tempestato di ciondoli!

Tutta questa filippica tremenda del Marra all'indirizzo di non sappiamo chi, ma in seguito dell'accusa da lui mossa a Won-Mechel ed a Bosco, sarà una deplorabile pruova del disaccordo, che regnava allora nei Capi dell'esercito napolitano; delle invidie personali, dei loro intrighi ancora: forse Marra si regola bene a far note al paese queste miserie, che si dovrebbero nascondere, quanto più è possibile; ma nissun uomo serio mi troverà colpevole, che io non le abbia conosciute, o che non le abbia rivelate.

Se anche mi fossero state note, carità patria mi avrebbe consigliato a nasconderle: ma ripeto, 'fon era questo il compito della mia storia, e se mi attenni ad accennare le fazioni di Parco e di Corleone, episodi di quella guerra, i quali non sono che troppo veri, non capisco perché il sig. Marra che ne voglia tanto; sol perché non ho fatta una minuziosa narrazione degli stessi e non mi sono sfogato nelle sue rabide polemiche personali!

Egli avrebbe potuto scrivere un libro sui generis, e risparmiarsi la pena di censurare me, perché non l'abbia scritto io.

Egli trova che lo svizzero Rustow, che prese parte a quella guerra, abbia scritta una storia inesatta e piena di errori. Eppure questa storia, tradotta in diverse lingue, è stata universalmente ricevuta in Europa; e nissuno dei tanti scrittori di quei fatti ha voluto o ha saputo confutare il Rustow. Ed io dal Rustow ho riprodotti quei soli avvenimenti, che combaciavano con narrazioni e con documenti d'altra fonte ricevuti.

Perché dunque il sig. Marra appioppa a me le inesattezze, ch'egli imputa al Rustow?... Ne faccia oggetto speciale di sua critica contro costui; ma dire a me quello che dovrebbe dire ad un autore, ch'egli crede caduto in fallo, mi sembra poco logico.

V. Osservazione. -Io ho scritto.

Intanto che queste fazioni si combattevano, il comitato di Palermo incitava Garibaldi a recarsi sulla città e tentare un colpo di mano. Garibaldi obbedi, e presso Gibilrosso passò in rivista la sua truppa, che non consistea, se non in tre migliaia di uomini. Il Tenente Generale Lanza ne avea 30 mila, con cavalleria, artiglieria, possedendo fortezze, e difeso anche dai battelli a vapore che poteano benissimo far fuoco, infilando le principali strade della città. Con queste forze, Lanza lasciò tranquillamente passar la rivista delle truppe degli insorti!!! Avea egli paura, ovvero, era un traditore?... (p. 364, v. 2).

Qui il sig. Marra assume le difese più sperticate del Lanza, e dice che «se avesse saputo la presenza di Garibaldi a Misilmeri, la sorpresa di Palermo non avrebbe potuto avvenire»!

Bella ragione invero per giustificare il Lanza, che non dovea ignorare quello che Garibaldi facea a dieci miglia di distanza.

Lanza non sarà stato un traditore, e sarà stato, come Marra lo deffinisce, un uomo debole, un militare senza molto ingegno, privo di energia, un Capo perciò più pericoloso a quel posto: ma il paese,,che giudica gli uomini dai loro atti, se non altro, ha il diritto di dubitare, come ho fatto io, del coraggio o della fede dei medesimi. Nel che non solo io mi reputo logico e coscienzioso, ma sto con la storia e col giudizio universale.

Certa è, che il povero Lanza è diventato il solo responsabile della sorpresa di Palermo; mentre tutti gli altri Capi, che lo affiancavano, e che avrebbero potuto e dovuto consigliarlo, aveano inaugurala la Babilonia, e senza rischiare la pelle dormivano, dormivano e dormivano a Palazzo reale.

Il sig. Marra mi avvisa, che la truppa disponibile era di 24 mila uomini, non di 30 mila. E sia pure, ciò poco imporla alla mia storia: ma è certo, che quando Garibaldi sorprese Palermo, stavano pronti nella sola città dodicimila uomini, che non potettero resistere alla sorpresa!

Che cosa ne dicono i nostri lettori? Quando si è sulla china di siffatta critica, non è assurdo il farla da censore, e sputare simili sentenze?

VI. Osservazione. — lo ho scritto.

«Lanza, abbandonando viveri e fornisure, che si trovavano nei magazzini fuori la città, fece concentrare la truppa a Piazza di Palazzo Reale e dintorni».

Il sig. Marra si compiace di farmi sapere — che nissun piano si era fissato nella mente del Lanza, sia per la prospera che per l'avversa fortuna!!!

Se questi non sono i più eloquenti onori funebri, ch'egli rende alla riputaziene d'un Comandante in Capo dell'esercito, dimando, perché Marra mi trova censurabile, quando io gli rendo gli stessi onori?

Egli ha l'amabilità di descrivere minutamente le brigate ed i siti, ove la truppa fu collocata; lo che non esclude la verità della mia frase sintetica della piazza di Palazzo reale e dintorni; ma dichiarando che i viveri e le fornisure non fossero state abbandonate alla rivoluzione, crede a che fosse inutile passare ad un esame critico della «scelta della posizione del Palazzo reale, invece di quella dei Quattro-venti, e di tutti gli enormi errori, che alla cieca si commisero in pochi giorni». (sic!)

Ma il sig. Marra è un giudice più severo di me di ciò che critica in me; perché io ho precisamente censurata la posizione presa alla Piazza del palazzo reale: quella ch'egli biasima tanto, tra gli altri enormi errori, che furono commessi, e che condussero alla perdita di Palermo, più che dei viveri e delle fornisure!

E questi errori enormi furono miei, sig. Marra, o di quelli che stavano al Comando dell'esercito con Lanza? E voi dovete conoscerli abbastanza costoro, che stavano col Lanza: erano tutti di buona fede, leali, coraggiosi? Li deffinireste voi soltanto per imbecilli? Via; poiché volete fare il Catone, non date quartiere ad alcuno, risparmiate pure la gente onesta, ma mandate al patibolo della pubblica maledizione i birbanti.

Qui, sig. Marra, non dovevate reputare inutile una dettagliata relazione degli errori commessi, e di coloro, che li commisero: essa, specialmente in bocca vostra, sarebbe stata utilissima per l'opinione pubblica, e per la storia.

VII. Osservazione. - lo ho scritto.

Tutta la forza napolitana poteva in ogni caso aprirsi con impeto la strada per Castellammare lungo le vie esterne di comunicazione; poteva in poche giornate erigere un campo trincerato intorno a Castellammare, ed appoggiata a quello, estendere viemaggiormente la sua azione, attendervi in ogni modo i momenti di rilassatezza e di scompiglio che in Palermo non sarebbero mancati, e trarre profitto da quelle agevoli eventualità (pag. 366, vol. 2).

Il sig. Marra dice, che io parlo per la bocca del Rustow, e risponde ad entrambi; che «i regi non perdettero le comunicazioni con Costellamare a causa di forza maggiore, ma perché con improvvido consiglio il giorno 23 vennero chiamate al Quartier generale le truppe acquartierate ai Quattro-Venti, consistenti in una Brigata sotto gli ordini dei Generali Cataldo e Wittembak».

Dio buono!. Ed ove ho detto io mai, che i regi perdettero le comunicazioni con Castellammare a causa di forza maggiore?. O forse non ho dichiarato, che ciò avvenne per la dissennatezza delle risoluzioni dei Comandanti l'esercito? In ogni caso, Marra stesso conviene nel fatto della perdita delle comunicazioni con Castellammare. Ed in che ho io mancalo alla buona relazione storica?

Qui, al solito, il Marra narra per filo e per segno tatto quello ch'egli sa, o crede di sapere; e che per me era perfettissimamente soverchio il conoscere e lo scrivere: una volta, che il-fatto principale, conseguenza di tutti quei grandi errori, era stabilito!

VIII. Osservazione — Ecco il mio testo.

Tutte queste ragioni sono assennatissime, ma lo storico tedesco non ha raccolto che i fatti militari; bisognava, che nel suo racconto avesse ricordati anche i civili dell'insurrezione, ed allora avrebbe potuto giudicare, che la nomina di Lanza fosse stata una vittoria dei comitati, di cui parecchi membri signoreggiavano la posizione; e che la capitolazione di Lanza era una necessaria conseguenza di così futili premesse. A noi che scriviamo, sulla fede di documenti ufficiali, e dopo otto anni, quando le arti della rivoluzione non sono più un mistero, non altro fa meraviglia, che l'essersi protratta di 12 giorni la presa di Palermo. In quanto alle truppe, allorché furono condotte dal bravo e leale Maggiore Beneventano Bosco, adempirono al loro dovere, il quale penetrò sin nel cuore della città; ma Lanza gli chiuse la via ad una certa vittoria cc. (pag. 366 e 361 v. 2).

Al Marra non garbano le mie parole, quasi che io scrivessi di tempi, che non furono quelli del Ministero Liborio Romano e complici, quando al governo non siedeva che la rivoluzione, già rappresentata dai comitati!

Io non adotto le accuse dello Storico de Sivo intorno alla nomina del Lanza; perché forse attaccano troppo arditamente la fede politica del Principe Generale Filangieri e Principe Generale Ischitella: ma è innegabile, che i medesimi i quali conoscevano la supina incapacità del Lanza ad un posto di tanta importanza politica e militare, non si opposero a questa nomina, per la quale erano grandi le premure del fedelissimo Duca di Mignano.

Qui, sig. Marra, non v'è bisogno di discutere sulle segnalazioni del Comitato dell'ordine, dei Romanzi di Dumas e delle vostre leziosaggini. Io vi narro fatti maledetti, che diedero compimento a ciò che i posteri riputerebbero un romanzo, se non fosse imperitura questa storia di viltà e di tradimenti vergognosissima.

Voi mi fate il regalo d'uno squarcio della vostra troppa tarda ed abbastanza inutile Odissea, e mi narrate i fatti militari a Porta di Termini, a Palermo: ma che monta al paese, all'Europa, la narrazione di queste piccole fazioni, quando il cavallo Trojano era già istallato a Palazzo reale?

Mi avvedo, che i vostri nervi si ribellano ogni volta che io parlo bene del Generale Bosco, che voi chiamate il mio eroe: ma se al posto di Bosco avessi trovato voi, vi avrei lodato con uguale lealtà; e se il vostro nome non è mai uscito dalla mia penna, è perché nella storia di quei dolorosi avvenimenti non teneste la stessa parte di Bosco.

Mi raccontate un aneddoto, col quale dichiarate il Bosco, né più né meno, che un vile; perché si fosse, a vostro dire, diniegato di mettersi di avanguardia al Battaglione con cui doveasi, sotto gli ordini di Won-Mechel, attaccare Palermo. Ma, ve lo ripeto, questi aneddoti possono costituire una storia tutta vostra, e non poteano abbassare la dignità della storia, cui io ho lavorato senza spirito partigiano e senza gli odi, di cui la nostra povera patria rimpiange gli effetti. Il Generale Bosco è vivo, sig. Marra; e son certo, ch'egli potrà rispondere alla vostra accusa: io non entro in queste velleità personali.

IX. Osservazione. — Ecco il mio testo.

Stavano ancorati nel porto di Palermo alcuni legni Inglesi comandati dal Retro Ammiraglio Mundy. Costui, che seguendo la politica fedigrafa di Palmerston, era largo di ogni protezione agli insorti, fece energiche e perentorie proteste per impedire che dai forti della Città si facesse fuoco; non pertanto vedute le cose ridotte a tal termine, e comprendendo bene, che il trovarsi il Maggiore Bosco già padrone della Fiera-Vecchia, era segno manifesto, che appena costui avesse ricevuto altro rinforzo, si sarebbe spinto in avanti per congiungersi al Corpo principale dell'Esercito, rimasto come prigioniero ed inutilizzato, ed avrebbe riguadagnato in un giorno quel che Lanza avea perduto in quindici, si sollecitò a metter d'accordo Lanza con Garibaldi per farli venire a patti! Unico espediente, che polca salvare la rivoluzione ed assicurarle una vittoria finale, che diversamente le sarebbe stato impossibile di raggiungere. Lanza non si fece pregare, e scrisse a Garibaldi, invitandolo ad un colloquio sulla nave ammiraglia inglese l'Annibale. Su tanta vergogna non aggiungiamo parola: il tremendo verdetto della nazione e della storia tramandano agli avvenire l'atto nefando e vile.

Il Marra osserva, che io qui avessi travisato i fatti, e li acconcia nel seguente modo, narrando, «che non per iniziativa dell'ammiraglio Mundy segui una conferenza su l'Annibal tra i delegati del Generale in Capo dei Regi e Garibaldi: che il Generale Lanza voleva venire a patti con Garibaldi, PATTI CHE IO IGNORO (!!!) e desiderava che l'ammiraglio Mundy se ne addossasse l'incarico. Questi rifiutando rispose, che bisognava trattare direttamente con Garibaldi; che da sua parte poteva offrire il suo legno per la conferenza, non altro. Il Lanza rispondeva alteramente (?!) che non trattava con filibustieri. Ma il giorno dopo…!»

A questo punto il Marra lascia la parola al giornale di un ufficiale generale che trovavasi allora a Palermo; e che comincia così:

«30 Maggio Si ripigliò da Lanza la corrispondenza con l’ammiraglio inglese per aprire una conferenza, dimenticando il Generale in Capo l’orgogliosa antecedente risposta di non voler trattare con Garibaldi.»

E con l'autorità di questo giornale egli narra il modo tenuto per la conferenza, le persone inviate, ed i patti stabiliti.

Or dimando al Marra: l'aver io detto che l'iniziativa per quelle conferenze fosse stata presa dal Mundy, era un fatto che tornava ad onore del Lanza, che così avrebbe agito sotto una pressione inglese: sicché il Marra sostenendo, che il Lanza avesse sollecitato dal Mundy un interposizione per ottenere quella conferenza, ha senza dubbio collocato il Lanza a tale infimo grado di umiliazione e di viltà, che io stesso ripugno dall'accettare le sue parole per carità di amor proprio nazionale. E questo Lanza, che per una eccentricità, mentre pregava il Mundy e n' era respinto, appuntava il naso al vento per non trattare direttamente con Garibaldi, il giorno dopo, mutava improvvisamente d'avviso, andava incontro al filibustiere, e… trattò col medesimo!

Come deffinirebbe il Marra questo voltafaccia di quel Lanza, del quale egli più sopra ha preso le grandi difese, dandogli soltanto dell'imbecille?

Imbecilli di questa fatta, a posti cosi eminenti, con una responsabilità solenne, che viene dalla tutela dell'onore e dell'indipendenza del proprio paese, per quanto si vogliano lealmente giudicar tali, diventano per l'opinione pubblica ben altra cosa. Ed è al Marra, che il Lanza va debitore di questo verdetto.

Non voglio entrare a discutere dei particolari dell'azione tenuta da Bosco alla Fiera-Vecchia: bastava e basta alla mia storia l’aver constatato, che quest'azione avvenne in quella strada, e che Bosco aspettò indarno dimandati rinforzi, perché il Lanza era in via di trattative col filibustiere!!

X. Osservazione. — Ecco il mio testo.

«Garibaldi accettò immediatamente l'invito, che per lui era pegno di vittoria; poiché quantunque il suo piccolo esercito si aumentasse con le diserzioni dei soldati napolitani, facilitate per l'attività e per l'opere del comitato ec. (pag. 367. Vol. 2)».

Per tutta osservazione a queste mie parole, sapete, che cosa ha fatto il Marra? Non ha niegato le diserzioni, né la mano donde erano provocate: tutt'altro! Egli fa la storia di queste diserzioni, e narra, che innanzi il primo armistizio non ne avvennero: durante il primo armistizio furono insignificanti: e che la diserzione vera cominciò quando le truppe lasciarono il Palazzo reale per concentrarsi ai Quattro-venti.

È una storia lugubre di diserzioni, che fa il Marra, la quale procedeva di pari passo con le vergognose diserzioni dei Comandanti !

Sono censurabile io per non aver così commentato un fatto vero, sinteticamente riferito ?

Il Marra scrive, che il 1.° e 2.° Leggiero dei battaglioni esteri fossero «un’accozzaglia del rifiuto di tutti i diversi Stati della Germania, gente ladra, indisciplinata, vile».

Questa descrizione, di cui la mia storia non sentiva il bisogno, non avrebbe dovuto mai uscire dalla penna di un Generale dell'esercito napolitano.

Xl. Osservazione — Ecco il mio testo.

Sull'Annibale recaronsi Garibaldi e Turr da una parte, ed il Generale Letizia per Lanza. Garibaldi accordava e diveniva a tutto, ma ad ogni costo volea Io sgombro della città dalle truppe regie; perlocché, non fidandosi Letizia così di botto consentire a tale richiesta, furono stabiliti i seguenti patti preliminari:

«Armistizio completo per tre giorni: Consegna del Banco Regio a Francesco Crispi: imbarco dei feriti: libertà scambievole di provvedersi di viveri: scambio di prigionieri.»

Il Marra crede che io confonda le date; osserva che vi furono due armistizi, il primo dal 30 al 31 maggio, ed il secondo dal 31 stesso al 3 giugno. E si dilunga a narrare i particolari di queste pratiche.

Ma io, che non ho creduto di essere così analitico, ed era padronissimo di non esserlo, ho narrato con tutta precisione, e senza menomamente tradire i fatti, quello che il Marra racconta in tre lunghissime pagine. E di vero, l'armistizio ebbe luogo; ed il secondo, l'esiziale, quello che precedette la vergognosa resa di Palermo, fu il seguente, riportato dal Marra.

Articoli di convenzione fra i sottoscritti a Palermo li 31 maggio 1860.

«1. La sospensione delle ostilità resta prolungata per tre giorni, a contare da questo momento che sono le 12 meridiane del 31 maggio: al termine della quale S. E. il Generale in Capo spedirà un suo Aiutante di Campo,onde di con«senso si stabilisca l'ora per riprendersi le ostilità.

«2. Il Regio Banco sarà consegnato al rappresentante Crispi Segretario di Stato, con analoga ricevuta, ed il distaccamento che lo custodisce, andrà a Castellamare con armi e bagaglio.

«3. Sarà continuato l'imbarco di tutt'i feriti e famiglie, non trascurando qualunque mezzo per impedire qualunque sopruso.

«4. Sarà libero il transito de'  viveri per le due parti combattenti, in tutte le ore del giorno, dando le analoghe disposizioni, per mandar ciò ad effetto.

«5. Sarà permesso di contraccambiare i prigionieri Musto e Rivalta con il primo tenente Colonna ed altro Uffiziale od il Capitano Grasso.

Il Generale in Capo firmato— FERDINANDO LANZA

Il Segretario di Stato del Governo provvisorio di Sicilia

firmato — Francesco Crispi

Si confrontino questi cinque articoli con il paragrafo della mia storia; e si troverà, che io non ho tolto, né ho aggiunto alcun che ai patti stessi.

Dopo ciò, dimando, che razza di critica è questa del Marra?

XII. Osservazione. — Ecco il mio testo..

La sera del 30 maggio vi fu combibbia fraterna, ed insieme a Garibaldi ed agli ufficiali Garibaldini convennero il Tenente Generale Lanza, i Maggiori Generali Salzano, Cataldo, Pasquale Marra, i brigadieri Landi, Letizia, ed il Colonnello dello Stato maggiore Bonopane e molti altri ufficiali Napoletani. Si bevve vin di Sciampagna fra gli evoé e gli evviva. (Pag. 348, v. 2).

La causa di tutte le dolorose vicende passate tra me ed il signor Bartolo Marra sta in questa brevissima frase dell'intera mia opera, come dissi dal principio. L'aver io solamente accennato il nome di Pasquale Marra, in questa UNICA CIRCOSTANZA, perché ho avuta la più deliberata volontà di non parlare di costui, come non ho parlato deliberatamente di Bartolo e degli altri fratelli Andrea e Giovanni; ecco il mio gran peccato!

Il B. Marra, intingendo la penna nel veleno, esclama.

«Sappiate a che non solo non ci fu banchetto, ma nessuna unione di qualsiasi altra natura tra il Comandante in Capo e i Generali sotto i suoi ordini con Garibaldi.

Ruotando la sua sciabola, mi grida: «fandonie, mio caro, fandonie, voi, sognate quando scrivete, o se più vi aggrada, mentite pel piacere di mentire.»

Dopo ciò, narra la verità; ed è, che terminata la conferenza su l'Annibale, l'ammiraglio Mundy offrì una refezione ai suoi ospiti, tra cui annovera i Generali Letizia e Chrètien, Garibaldi, Torr ed altri.

Ma perché tutta questa rabbia del Marra? Avrò io commesso l'enorme fallo di aver fatto partecipare alla refezione l'inviolabile Pasquale Marra?

Eppure, in questi episodi lo storico sta alle notizie più accreditate, perché per questi dettagli un documento officiale sarebbe assurdo: anzi io ho trovato nel Rustow narrato questo incidente con maggior estensione, ed indicato tra i convitati lo stesso Bartolo Marra. Ma non volendo stare alla fede di quello storico, presi informazioni da persone, che poteano giustificare quell'episodio, ed emendando il Rustow, scrissi ciò che mi era stato narrato.

Ed ora il sig. B. Marra abbia la cortesia di dirmi, se io non abbia diritto a dimandargli, se la sua presente condotta non sia una larga ingratitudine a quel deliberato riguardo che pel suo cognome mantenni nella mia storia!

Ho io parlato di un banchetto? Le mie parole sono là; e se un Generale d'armata, che deve conoscere di strategia, e può servirsi d'un linguaggio scortese, non è obbligato ad essere un buon scrittore, e versato negli studi delle belle lettere; in circostanze cosi solenni dovrebbe ricorrere, per prudenza, a chi ne conosce più di lui.

Se ciò avesse fatto il B. Marra, avrebbe saputo, che in buon italiano combibbia non significa banchetto, come egli scrive; sibbene lega, mista, concordato. Riscontri il Manuzzi, se non gli dispiace.

E che nella sera del 30 maggio avvenne l’armistizio, è un fatto storico, da lui ritenuto.

Che in luogo di un banchetto si diede dal Mundy una refezione, che il Marra chiama di uso, è cosa che neppure io ho narrata; e se ad una refezione di quel genere si bevve vino di Champagne, non pare che ciò sia fuori uso comune.

Perché dunque il Marra diventa idrofobo a questo segno?. Anche a concedergli, che suo fratello Pasquale non fosse intervenuto a quella refezione; intervenendoci, lo avrei ferito nella verginale fedeltà del suo cuore? Se queste refezioni sono di uso in simili casi, non e' era da pigliarsela a male, che anche Pasquale Marra avesse bevuto e mangiato, al pari di Letizia e di Buonopane, accanto a Garibaldi ed a Turr!

Dio buono! tanfo chiasso, per un nonnulla, rivelerebbe forse la voce d'una coscienza rosa dal rimorso?

E che cosa so io? Certamente, prima di me han scritto altri, con più determinato scopo, di 'questi fatti militari del 1860., e tra questi l'ottimo storico De Sivo, che non tramanda ai posteri molto commendevolmente il nome di Pasquale Marra.

Io tirai un frego di penna su questo nome, che stava sepolto nelle stanze del Palazzo reale di Palermo; non lo vidi sui 'luoghi del pericolo e del dovere; e feci grazia ad un sepolto vivo! Non mi curai della sua fama, più che non avrei dimandato degli elementi donde si forma il gas.

Aprite il libro vigesimo, §. VII; della storia del De Sivo e leggerete, tra gli altri, questo paragrafo.

«Un alziate regio degli avamposti rapportò, che certo il nemico entrerebbe la a notte — Niente! — il Lanza si teneva le genti serrate in palazzo. S'aggiunse la lettera d'un gentiluomo al Brigadiere Bartolo Marra, assicurandogli certa la levata popolare nella notte, e l'entrata dei rossi — Il Lanza, lettala, disse: bombarderemo! — però il fratello Pasquale Marra, maresciallo, scrisse a Bartolo, in risposta: dormi, dormi, dormi!»

E gli avvisi erano veri e leali. Lanza, Pasquale Marra e complici dormirono, ed i rossi sorpresero Palermo in quella notte del 26 al 27 maggio: e dopo avvenne l'armistizio!!!

Questo racconto del De Sivo è troppo chiaro, e rivela ciò che il B. Marra chiama unione di altra natura tra Garibaldi ed i Comandanti dell'esercito.

Eppure io, che avrei potuto riportare dal De Sivo questo terribile racconto, me ne astenni, e su di una tomba non volli porre la lapide e la leggenda.

Oggi, costretto da una guerra sleale, dico che il De Sivo ha narrato il vero; avvegnacché avessi per me la testimonianza di un distinto ufficiale, che sotto gli ordini di Bartolo Marra trovavasi nella notte del 26 Maggio all'importante posto Porta S. Antonino. Questo uffiziale ci narra, che Bartolo Marra, stando al suo posto comprese, «che abbandonata la posizione importante del Ponte delle teste, a ridotta la vigilanza a scarsissimo numero di difensori a S. Antonio, e quei che vi erano, quasi tutte reclute, una sorpresa avrebbe compromesso tutti e tutto. Si rivolse quindi al fratello Maresciallo, che stava a Palazzo Reale, Quartier Generale, e che influiva con e l'autorità del grado e del consiglio — e chiese non solo i rinforzi, a ma qualche pioniere per porre il posto in stato di difesa; informandolo della certezza d'un valido imminente attacco. Il Maresciallo rispose la sera, scrivendo su di un pezzo di carta: dormi—dormi—dormi. Bartolo si approssimò al lume nel picchetto del 2.° Cacciatori, lesse, fece un atto d'impazienza, strinse, maltrattandola, quella carta, e mezza lacera, la gittò per terra.

«I momenti erano solenni, vi fu chi vide quell'alto (fu lo stesso uffiziale da cui teniamo questa relazione), raccolse quella carta e lesse quelle parole sibilline. Bisognava stare in guardia, e vi si stiede, e Bartolo Marra fece il dover suo, nell'azione del mattino».

Ma non intendo dilungarmi su questo doloroso argomento, e lascio al B. Marra intero il giudizio sullo stesso: egli non avrà letto i falli funesti della rivoluzione a Palermo nei mille racconti, senza sentire il cuore compreso da una dolorosa memoria: egli non potrà essere più forte e più potente dei fatti e del grido della pubblica opinione.

E questa pubblica opinione si allarmò sul conio di Pasquale Marra, che avea nel 1849 fatto il dovere di buon soldato, allorché, nel 1860 lo vide a Palermo subire l'influenza del suo cognato Amato Poulet, che di principii avversi ai Borboni, naturalmente era nelle file della rivoluzione sin dal 1848; e vi restò costantemente, sicché meritò molto della stessa, e fu anche onorato del grado di Colonnello della Guardia Nazionale di Palermo.

La condotta del Marra Pasquale giustificò pur troppo questi allarmi. Ebbene, intendo di essere con B. Marra leale e generoso oltre misura.

Sfidi quei fatti; sfidi la pubblica opinione a difesa di suo fratello Pasquale; sotto la costui firma ponga, pel primo, il suo nome, e lo faccia seguire dalle firme di tutti i bravi onesti e fedeli uffiziali dell'armata napolitana, che da Palermo a Gaeta coraggiosamente diedero il loro sangue per l'onore della bandiera nazionale: e tutti dicano che Pasquale Marra a Palermo, nel 1860, fece il suo dovere. Presenti Bartolo Marra al paese ed alla storia questo solenne documento di riparazione; ed io impegno la mia parola, che vi apporrò la mia firma e lo pubblicherò nella seconda edizione della mia storia.

XIII. Osservazione. - Il mio testo è il seguente.

Il trovarsi in tal modo ricco (con i 5 milioni ricevuti per effetto della seconda convenzione) diede agio a Garibaldi di poter corrompere anche non pochi de'  Reggimenti esteri Napoletani, che mercenari com'erano, poco si curarono di volgere le armi contro chi li pagava meno (pag. 368, v. 2).

B. Marra risponde.

Dopo il congedo della Divisione Svizzera, composta di quattro Reggimenti, Napoli non ebbe più Reggimenti Esteri. Aveva un Battaglione Cacciatori estero che prese il nome di 3° Leggiero estero; dopo di che se ne organizzarono altri due, che fecero cattiva pruova, e che presero il nome di 1° e 2° Battaglione Leggiero. A far proseliti fra la gente di quei due Battaglioni non bisognava l'oro del banco; si contentavano di tutto perché ripugnanti alla disciplina d'un esercito regolare.

Se non è zuppa, è pan bagnato!

Battaglioni esteri v'eran dunque, ed erano cattivi, e si poteano corrompere facilmente, con tutto, anche senza danaro!!!

Ma Marra mi critica; forse perché io abbia detto meno di lui a questo proposito?

Ho capito! i soldati, per disertare, si contentavano di lutto: il danaro, cioè 5 milioni di ducati, caduti nelle mani di Crispi, cioè della rivoluzione, servirono forse a ben. più alte ricompense ed imprese?

XIV. Osservazione. - Il mio testo è.

Giunte tali notizie a Napoli, la Corte ne menò gran rumore; ed il Re emanò ordini, che si riprendessero le offese, mettendosi di concerto con i Comandanti di Messina e di Catania, Generale Cary e Generale Afan de Rivera (pag. 368, v. 2).

Il Marra crede che ciò sia una invenzione della mia fervida fantasia! Ohimè! oggi si ha ben ragione di scrivere, (come scrive il Marra) che alla gentile e clemente indole di Francesco II ripugnava riconquistare Palermo, ricorrendo alle stragi d'un bombardamento; e non darò io certo una mentita a Francesco II, (come mi apostrofa il Marra) se posso ai Siciliani, nel 1869, ricordare le parole di lui: «nel momento, in cui era sicura la rovina dei miei nemici, ho fermato il braccio dei miei Generali per non consumare la distruzione di Palermo» perché sventuratamente il Re confidava nel braccio dei Generali, cui avea affidata la difesa della Sicilia! — braccio che non ebbe bisogno di essere fermato, perché si era già indolenzite!

Ed ha fatto benissimo il Marra a citare le parole del Colonnello Lecomte, che narrando questi fatti militari-politici, esclamò:

«Con questi atti di debolezza, il Re ne autorizzò fatalmente molti altri: egli si trovò nella condizione di non poter più biasimare, e molto meno di punire, come lo meritarono, i GENERALI, che constatando di essere messi alle strette in posizioni pericolose, credevano agir bene salvando i soldati coi loro fucili».

Se ciò dimostra qualche cosa, signor Marra, è che al posto di Francesco II dovea trovarsi un Sovrano della tempra di Napoleone III, del Governo italiano, del Re di Prussia, dello Czar; e che se io; i quali avrebbero fatto fucilare, al primo sospetto, quei generali, che il Colonnello Lecomte si limita a chiamare vigliacchi.

Ma ciò non altera menomamente la verità di quello che io ho scritto, e che il B. Marra mi niega: ed è, che se il Re si vide nella dura necessità di non riprendere immediatamente Palermo, ordinò, che la Sicilia fosse liberata dalla rivoluzione, ed ordini furono dati ai Comandanti di Messina, di Catania, Generale Cary ed Anfan de Rivera.

Stimo non essere una poesia la storia officiale di questi ordini, eseguiti dal giugno 1860 al marzo 1861, e raccontati in quel prezioso libro intitolato Nove mesi in Messina.

XV. Osservazione. — Testo.

Lanza e Letizia ricevettero tali ordini con la maggior indifferenza; e convinti com'erano, di non dover resistere, dopo un inutile andare e ritornare da Napoli firmarono la convenzione.... (pag. 368, v. 2).

Il B. Marra mi osserva, che gli ordini non furono dati a Letizia, ma a Lanza, e che costui scelse Letizia per trattare con Garibaldi. un osservazione di riguardi gerarchici! Ma ciò non impedisce, che il Marra (cosa che io non ho scritto) mandi all'indirizzo del Letizia questa frase, che sarebbe la ragione, donde partì il Lanza per sceglierlo a quell'incarico: cioè che lo riteneva per un uomo «non facile a farsi soverchiare, e per questa parte — per questa parte soltanto (sic!) — la scelta non poteva essere più felice».

E che fosse stata felice, lo dichiara il Marra scrivendo, che fu stabilita la disastrosa ed impolitica sospensione d'armi.

Quello che Marra non comprende, o finge di non comprendere nel mio periodo, non è forse quello stesso, ch'egli spiega così chiaramente?

XVI. Osservazione. — Vale la pena di ristampare il mio testo e l'intera osservazione del Marra.

La storia ricorda, come in questo giorno stesso il Generale Ferdinando Locascio col Capitano Galluppi, senza tirar colpo, cedettero la importante fortezza di Siracusa.

Il Marra osserva:

Non so come ha potuto entrare in mente al Cognetti che un semplice capitano avesse avuto tale ascendente da far cedere la interessante Piazza di Siracusa alla rivoluzione! Avesse per avventura attinta anche tale peregrina notizia al solito fonte purissimo? Povero Anzaldo Galluppi  dopo tanti anni di servizio, da Colonnello Comandante l’11° Reggimento di Linea, scendere a Capitano!… Ma forse il Cognetti ha voluto punire il Galluppi con la degradazione per la sua non bella condotta a Siracusa? Se la cosa va così, mi sottoscrivo, perciò mi piace questa nuova specie di esecuzione in effigie.

Il B. Marra, come più sopra vedemmo, ha fatto ricorso contro di me all'autorità del Marchese Pietro Ulloa, ed io qui ricorro all'autorità stessa di questo uomo di Stato, che nella sua terza lettera (L'abbandono) al sig. Duca de La Rochefoucauld, ha scritto.

«Il Generale sig. Ferdinando Locascio, comandante di Siracusa, ed il comandante di Augusta, che aveano ceduto le piazze senza essere attaccate, si recarono in Napoli per gloriarsi del non aver fatto tirare un colpo di fucile!»

Ed in una nota si aggiunge:

«Questo traditore ebbe a compagno anche il CAPITANO GALLUPPI, i quali, per non aver la sorte toccata al Generale Briganti, dicevano ai soldati, che il Re si «era imbarcato per l'estero; ma dopo che quei prodi seppero essere il Re a Gaeta, colà volarono alla sua difesa, maledicendo i nomi di Locascio e di Galluppi.»

Adunque io non ho detto, come crede il Marra, che il solo Galluppi cedesse la fortezza di Siracusa: ho detto che costui lo fece di accordo col Generale Locascio, e ciò è storico.

Se a Siracusa il Galluppi era capitano o Colonnello, io ignoro; come ignoro, se esistessero due uffiziali di nome Galluppi: ma trovo che il Galluppi di Siracusa era allora capitano, e ciò mi basta, né deprezia la verità della mia storia sulla sua condotta a Siracusa.

L'eccentrico è, che il Marra, ad onta di ciò, esclama—povero Galluppi! — e lo rimpiange, perché io lo avessi degradato per la sua non bella condotta a Siracusa; e si sottoscrive a questa nuova specie di esecuzione in effigie!

Il B. Marra ha avuto parole di riguardo e di scusa anche per Lanza, per suo fratello, ed ora ne ha anche più simpatiche per Galluppi!!!

È un cinismo, che ne ripugna, francamente parlando; e non osiamo rivolgere al Marra, che parla a questo modo, la dimanda ch'egli ne fece testò contro Bosco e Won-Mechel, cioè se queste imprese doveansi punire con sei o dodici palle nel petto.

Chi sa che Galuppi, allora capitano, non fu nominato poi colonnello, per aver ceduta la fortezza di Siracusa a Garibaldi, senza bruciare una cartuccia!

XVII Osservazione. — Ecco il mio testo:

Lanza, Salzano, Cataldo e tutti gli altri uffiziali che avean fatta prova di tanta lealtà e coraggio, furono inviati in Ischia dinanzi ad un consiglio di guerra per giustificare la loro condotta. Ma di essi niuno fu fucilato, come Ramorino in Piemonte! Perché? giustificarono la loro condotta? Ovvero i giudici non vollero giudicarli? E un mistero! (Pag. 369. v. 2).

Troppo ristretto il numero! esclama il B. Marra, che aggiunge i nomi del fratello Pasquale a quelli da me indicati, il suo, e quelli di Letizia, di Colonna, di Landi, di Sury, di Wintemback, di Crethien, di Bonopane e di Polizzy.

Io non area l'obbligo di designarli tutti — ciò non importava alla mia storia — mi limitai à comprenderli nelle parole «tutti gli altri».

Ho deplorato, che il giudizio emesso dal Consiglio di guerra in Ischia non avesse condannato alcun colpevole ad essere fucilato, come Ramorino in Piemonte! E n'era bene il caso.

Il B. Marra osserva, che tutti quei Generali non furono tratti innanzi ad un consiglio di guerra, ma chiamati improvvidamente a render conto della loro condotta in una memoria, che ciascuno di essi avrebbe redatta!!!

Le memorie si scrissero subito; e si figuri il lettore, se ogni scrittore non divenne un eroe!

Il Marra infatti mi stampa il giudizio della Commissione, la quale in due parole, dopo aver fatta la classifica degl'incop-abii e dei colpevoli, per riabilitare i primi, e punire i secondi — dichiara che i vergognosi rovesci di Sicilia erano imputabili ad una serie di eventualità imprevedute, dal concorso di circostanze eccezionali, e non MAI PER VOLONTÀ DELIBERATA, O PER POCO ZELO dei militari di qualunque classe si fossero; soggiungendo essa Commissione, che non si credeva autorizzata A DIRE NULLA DI PIÙ.

E questa commedia, di cui si potea anche far di meno, fini col richiamo in Napoli dei prevenuti, per essere messi in attenzione di destino; ed essere richiamati al servizio, dopo che la loro condotta fosse stata purgata da qualsiasi accusa.

Ecco il giudizio della Commissione dopo la storia tremenda della parte che l'esercito avea rappresentata a Palermo!!!

Questo verdetto era emesso a 21 luglio 4860, cioè circa quaranta giorni prima dell'entrata di Garibaldi a Napoli!!!

Un panno funerario, sig. Marra, su questi fatti: essi sono un cadavere, che non si deve esporre allo sguardo atterrito dei napolitani.

XVIII. Osservazione. — Il mio testo è.

A sorvegliare le coste occidentali di Calabria erano state dal Governo mandate due Brigate, comandate dai Generali Briganti e Melendez, oltre una riserva concentrata in Monteleone, che in uno formavano una forza di quasi ventimila uomini. (pag. 402, v. 2).

Il B. Marra, al solito, qui mi fa la storia minuta della spedizione delle truppe nelle Calabrie; ed io ripeto, che non ho inteso mai scrivere la storia militare della campagna del 1860.

Egli alle Brigate di Melendez e di Briganti aggiunge quelle di Vial, di Ghio, di Caldarelli, e quella dipendente dal suo comando a Reggio.

Il lettore vedrà di qui a poco, come nella mia storia non avessi dimenticati il Ghio, il Vial ed il Caldarelli; e perciò il Marra non può cogliermi in fallo su di ciò.

Avrò serbato un ordine diverso dal suo nel narrare quei fatti; ma non sapeva, che avessi dovuto scrivere la mia storia sotto la sua guida, e con la fiaccola del suo ingegno.

Veggiamo che cosa fecero quindicimila uomini di truppa nelle Calabrie contro i Mille di Garibaldi.

Si dimanda! Venticinque mila non aveano potuto debellarli in Sicilia, quantunque comandati da Lanza, da Landi, da Pasquale Marra, da Letizia, da Buonopane, da Locascio, da Galluppi; e volevate miglior fortuna in Calabria, ove comandavano Melendez, Vial, Ghio e Caldarelli?

Oh! che abbiamo dimenticato il famoso telegramma di Garibaldi dalle Calabrie, concepito in questi termini — «dite al mondo che 12 a mila uomini han deposte le armi innanzi ad un pugno di prodi?!!»

Il B. Marra mi usa la cortesia di farmi conoscere, come egli si condusse nel comando della sua Brigata a Reggio: ma io non ho mai parlato di lui, gliel'ho detto mille volte; e perché mi si pone tra le gambe così spontaneamente?

La parte da lui tenuta nel comando di una brigata non era interessante per me, per la mia storia, pel paese, per gli stessi curiosi.

Perché dunque mi censura, quasi che io avessi la colpa di non averlo messo in evidenza?

Ma giacché egli lo vuole, mi piace apprendere da lui la storia contemporanea in persona sua.

Egli narra, che la Brigata Marra fu mandata a Reggio per respingere uno sbarco di Garibaldi su quelle coste distanti poche miglia dalla Sicilia.

La cancrena era già incurabile nel Ministero a Napoli, ove al Ministero della guerra stava il patriottico Conte Pianell.

Il Generale B. Marra giunge a Reggio, e dopo pochi giorni è padrone dei segreti tutti del partito garibaldino e della connivenza di alcune autorità. (sic)

Egli segnala a Napoli e dimanda un vapore, per recarsi a riferire quegli orrori da lui raccolti.

Il Ministro gli risponde, ordinandogli di restare al suo posto, di dipendere dagli ordini di Vial, prevenendolo di affidargli il coniando di tutte, le truppe non appena… Garibaldi fosse sbarcato!!!

B. Marra si mette in corrispondenza con Vial, e con relativi rapporti lo informa sulle probabilità dello sbarco — su quelli parziali già avvenuti — ed esponendo lealmente la positiva mancanza di mezzi di guerra per resistere all'inimico, li dimandava con celerità, dolendosi del Ministro della Guerra, che lo avea ingannato, dicendogli, che in Reggio la brigata non mancasse di nulla.

Con altra rapporto del 3 agosto, il B. Marra torna a scrivere a Vial, e gli fa una paternale delle più serie, perché si suddividessero in vari punti le truppe, che bisognava tenere compatte per opporle al  nemico. Torna a dolersi degli ordini del Ministro della guerra che lo teneva a badaed enlarna,: «Intanto il tempo stringe. Ma che! non si hanno occhi per vedere? Che son tutti ciechi?» — Dichiara, che non ha aiutante di campo, non capo, non ufficiale aggiunto dello Stato Maggiore — non conosce la topografia dei terreni intrigatissimi, ove dovea agire: aspetta inutilmente anche la carta topografica! I soccorsi promessi non gli giungono; la Brigata Melendez è una speranza: i soccorsi giungeranno troppo tardi, quando Io sbarco sarà eseguito.

E il Marra conchiude, che se si seguitava in quel sistema… si sarebbe dimesso dal coniando.

Infatti egli telegrafa al Ministro, gli rimprovera le mancate promesse, gli espone che le truppe erano prive sinanche di danaro, di vestiario e di pane; grida che MANCAVA LA BUONA FEDE: protesta pel suo onore, chiede la sua demissione.

Il Ministro gli risponde per telegrafo: lo minaccia di un consiglio di guerra; chiama futili pretesti le ragioni del Marra.

Costui replica in modo troppo militare al famoso Ministro, quasi mancando di subordinazione.

In seguito di questa replica, il B. Marra è richiamato a Napoli, sostituito dal Briganti; è detenuto nel forte S. Elmo per 8 giorni, e passato alla 3. classe.

E B. Marra conchiude... —perché non si è moschettato colui, che avea disposte le cose in modo da produrre quel disastro?

Ma, con sua buona pace, questa storia dei suoi sette giorni al comando della Brigata a Reggio non è che una dimostrazione di più del tradimento, che mettea capo nel Ministero delle due Sicilie; e nissuno ne ha dubitato, e molto meno io.

Il Marra avrà voluto darmene una maggiore pruova, anche per ciò che è avvenuto in persona sua; ma egli potei scrivere 'tutto ciò in un magnifico libro, e non presentarmelo come tratto vitale di storia contemporanea.

Io che non m'intendo di cose militari, ho saputo da coloro che se ne intendono, che quando un Comandante, in momenti solenni e di guerra, è convinto che il suo comandante in Capo fosse un imbecille o un traditore, ha il diritto di dimetterlo dal comando, dopo un consiglio di guerra tenuto coi propri uffiziali.

Quale circostanza più propizia di quella in cui si trovava il B. Marra? Dico quel che avrei io fatto — bene o male che sia — al posto di Marra.

Con la coscienza, che il Ministro e Vial erano due traditori, anche la ribellione diventava un dovere. Conoscendo i minuti particolari di quei tradimenti, avrei fatto un piccolo colpo di Stato militare nelle Calabrie, e chiamando nella via dell'onore 15 mila uomini, avrei assicurato in una buona posizione le autorità locali, Vial, Ghio, Melendez, Caldarelli, Briganti e compagni.

Guastar le carte al Ministro traditore era un servigio d'onore; per-ché il Ministro non avrebbe potuto resistere alle accuse di tradimento, che gli si sarebbero fatte.

Qual danno potea venire al Marra da una siffatta ribellione?

Innanzi tutto, la rivoluzione si sarebbe arretrata di molto, e lo sbarco non avrebbe avuto effetto; e se anche 15 mila uomini non avessero potuto resistere effettivamente ai garibaldini indigeni ed importati, la lotta sarebbe stata lunga, e chi sa quali poteano esser né le conseguenze. Si moriva sulla breccia, ad ogni costo: ma garrire un Ministro traditore, e dimettersi dal posto con la coscienza, che il Re, il paese, l'armata erano assassinati, sarà una risoluzione per salvare l'onore da ogni responsabilità; ma in questi casi la risoluzione estrema di resistenza, anche ribelle, per me è preferibile cento volte.

Lasciar la via al tradimento.... giammai!

Bisognava combatterlo, e succumbere eziandio.

XIX. Osservazione — Il testo è il seguente.

Presso Reggio avvenne una scaramuccia di niun calcolo; ma dicevasi che gran giornata sarebbevi stata a Villa S. Giovanni, essendo là concentrate le Brigate di Briganti e di Melendez. Ma tutta I' agitazione s'invertì subitamente in strepitose grida di gioia. Briganti avea capitolato! I panegiristi di quella campagna narrano che vi fosse stato obbligato,perché trovandosi concentrato in una vallata, i Garibaldini lo avessero circuito in modo da rendergli impossibile la resistenza.

È vero che Briganti si trovò in quella posizione, ma per propria volontà. Prima dell'attacco, i due Comandanti Napoletani erano andati a tener colloquio con Garibaldi. Ciò è confermato dalla relazione che ne dava il comitato dell'ordine. Bollettino N. 11.

«A Villa S. Giovanni le truppe Napoletane hanno fraternizzato coi Garibaldini. Garibaldi ed il Generale Briganti passeggiavano insieme per la piazza di Bagnara, per ordinare provigioni. Il Generale Briganti ha accettato l'invito di Garibaldi e del suo stato maggiore di desinare alla loro mensa. Lo stesso scambio di complimenti ha avuto luogo col Generale Melendez al campo di Piale.»

L'altro bollettino, dandone lo avviso a Napoli, cosi scriveva: «la notte scorsa 130 barche, due piroscafi, sedici barcacce, e cinque Brigantini mercantili hanno eseguito un altro sbarco fra Bagnare e Scilla. La Marina ha lasciato fare.

Il Colonnello Ruiz, che poco di là discosto rattrovavasi, radunò sotto di sé quanti potè dei soldati sbandati, poiché già buona parte s'era incorporata alle truppe insurrezionali; e chiese soccorsi a Cosenza, perché di concerto si operasse contro il nemico. Questi avvisi non furono ascoltati; e se ne diede colpa alla mancanza di Telegrafo, i cui fili erano stati spezzati. Intanto le truppe gridavano al tradimento; e questa convinzione fu tale, che, nel giorno dopo,un distaccamento scontrato il Briganti che si dirigeva alla volta di Mileto, emesse un grido di esecrazione, chiamandolo traditore; e con una scarica di moschetteria Io rese all'istante cadavere (pag. 403 e seg. v. 2 ).

Il B. Marra mi censura questa narrazione, perché io l'avessi tratta dai bollettini del Comitato dell'ordine, fonte impura per uno storico.

Eppure la storia, così politica come militare del 1860, è così impura per se stessa, che sventuratamente la verità si può dire autentica nei bollettini della rivoluzione; avvegnacché essi rivelino tutte le colpe di quegli elementi, che 'diventarono impuri, e che se fossero restati puri, avrebbero dato un crollo alla rivoluzione.

Certamente queste colpe, quando furono consumate, non aveano una pruova officiale, né poteano averla: esse furono conte all'universale, allorché furono tradotte in alto, cioè quando fu palese la vergognosa complicità dei Comandanti l'armata con la rivoluzione: e però i bollettini della stessa poteano autenticare i suoi progressi e dire... Melendez, Briganti, Ghio, Caldarelli e simili han dato pruova di patriottismo, aprendo il passo a Garibaldi.

Quei generali poteano e doveano combattere: doveano prendere quelle misure pronte di repressione, quelle vie strategiche atte allo scopo militare: il governo avea riposta in essi, nel loro onore, tutta la sua fiducia.

Ebbene! quindici mila uomini, sparpagliati in posizioni difficili, e contrarie ad ogni buona regola militare, erano sagrificati alla rivoluzione; e questa ne menava vanto e trionfo, e tesseva logicamente le sue corone civiche a Briganti ed a Melendez.

Lo storico ha trovato, che i fatti corrispondevano ai Bollettini del Comitato dell'ordine, e li ha registrati: ove potea diversamente rattrovarli?

Ove ricorre il B. Marra per smentirli? Qual è la sorgente purissima, donde egli attinge la sua critica?

Nientemeno che nella bocca di un ragguardevole uffiziale dell'Esercito! Ragguardevole! ed il suo nome? Noi non nascondiamo le nostre fonti, impure che fossero; e perché il Marra non pronunzia il nome di questo uffiziale? Egli lo deffinisce per ragguardevole; ma se costui era presente a quella tragedia (com'egli la chiama), e dipendeva dal comando di Melendez, come mai non avea occhi per vedere i deplorabili errori, se non le colpe di costui, o ripararvi a tempo?

Il B. Marra crede, che io avessi accusato il Melendez di essersi recato insieme al Briganti a conferire con Garibaldi; e non è vero. Quel che io ho scritto, è testé riportato: non io, ma il bollettino della rivoluzione denunzia che il Melendez avesse conferito con Garibaldi al Piale; come già precedentemente simile conferenza era intervenuta a Bagnara tra Briganti e Garibaldi. Non conferirono insieme, ma entrambi conferirono con Garibaldi.

Questa è la storia della rivoluzione: crede il B. Marra di distruggerla con la referenda del suo innominato ragguardevole uffiziale, che rinfoderò la sua spada al Piale innanzi a Garibaldi?

Egli si propone di scusare, anzi di giustificare il Melendez, e riferisce le disposizioni militari da lui date al Ruiz: narra, che sul principio dell'azione si presentò un parlamentario di Garibaldi, che gli offrì la capitolazione, avvegnaeché egli fosse circondato da ogni lato da bande insurrezionali! Il Melendez (soggiunge il Marra sulla testimonianza del suo innominato uffiziale ragguardevole) non volea capitolare, perché fidava nel soccorso del Ruiz e di Vial… che avea preso il largo: ma essendogli stato replicato da Garibaldi, che non fidasse nei sperati soccorsi, egli volle assicurarsene, e mandò il Colonnello Andrea Marra (fratello del nostro censore) ad ispezionare i luoghi: e costui si recò sino a Bagnare insieme al Capo delle Guide garibaldine Missori: tornò col tristo annunzio, e Melendez.... abbassò le armi!

Finiamola con queste reticenze: il fatto è questo, ed è pur troppo sventuratamente vero. Se Melendez sia o no colpevole; se tale sia o innocente il Ruiz, non giudico io, e molto meno il B. Marra sulla relazione del suo innominato ragguardevole può pretendere di salvare dalla trista fama il Melendez, riversando gratuitamente la colpa sul Ruiz. La storia della rivoluzione ha i suoi bollettini, e questi spiegano gli errori o le colpe del Melendez: certo è, che in un diligente e ben dettagliato libro il Ruiz si è giustificato; il Melendez si è taciuto: — certo è, che io narro sulla fede di documenti giammai impugnati, ed il Marra non può avere la strana pretensione di far valere le sue misteriose referenze ragguardevoli.

XX. Osservazione. — Ecco il mio testo.

Il Generale Ghio, più vilmente di tutti, avea capitolato consegnando a Garibaldi 10 mila fucili, 12 pezzi di Artiglieria, 600 tra cavalli e muli, oltre un abbondante munizione da guerra; lo stesso faceano il Generale Gallotti e il Generale Caldarelli, che a Salerno erasi con la sua Brigata posto agli ordini di Garibaldi.

Il B. Marra mi risponde.

Mi sottoscrivo di cuore! Se non che, parmi monca, sterile, oscura la parte del Ghio. I fatti di Sobria Mannella furono cosi vergognosamente strepitosi, che il Cognetti non dovea passarli sotto silenzio. Non capisco poi lo accozzamento de'  due nomi di Caldarelli e Gallotti. Quest'ultimo comandante le armi nella provincia di Reggio, si chiuse in quel forte, e dopo una comica difesa, ne apri le porte a Garibaldi. L'altro fece quello che il Cognetti dice aver fatto.

Marra non ha fatto che chiudere in una cornice nerissima il quadro lugubre da me dipinto in pochi tratti! Ai suoi commentari risponderò io, che mi sottoscrivo.. di, cuore non già! ma con indicibile orrore.

XXI. Osservazione. — Io ho scritto.

Saputosi che il Re decidevasi ad uscir da Napoli, tutti coloro che ancora stavano trepidanti, gettarono la maschera dell'infìngimento. Il Maggior Generale Ispettore di Artiglieria d'Agostino, il Direttore della Guerra Generale Fonseca, il capo dello Stato Maggiore Generale Garofalo, il Generale Conte del Balzo furono i primi a presentare le loro dimissioni, e li seguirono moltissimi sui quali credevasi di poter fare fondamento di fedeltà! Oh! quanto è terribile il disinganno — Francesco II trarne un pugno di uomini, forse i meno beneficati, si vide abbandonato da tutti. I soli Tenenti Generali che lo seguirono furono il Duca Riccardo di Sangro, il Principe di Rubano, ed il Commendatore Leopoldo del Re. Questa diserzione fece impressione allo stesso Cavour, che nor potette non dire come trangosciato... —credeva men vile questa gente (pag. 416, v. 2).

Oh! quanto si potrebbe dire su di ciò! esclama B. Marra; e parlando fra i denti, mi tivvisa, che si tratta di materia delicatissima, do ve il nome di un altissimo personaggio dovrebbe entrare in iscena; ond'è dovere il silenzio.

E CHI SA…?!! aggiunge il Marra.

Ma quando egli si sente serrare l'esofago con queste reticenze, per-ché mettere il campanino in gola al gatto? È una storia brutta, che tiene nello stomaco? Se non I' ha digerita e non gli ha dato le coliche, la rumini e stia tranquillo.

Per uscire dagli equivoci egli mi volge queste dimande, che necessita pubblicare.

1. Perché riconcentrandosi a Capua un esercito di circa 40 mila uomini che di là dovea aprire una campagna, la Tesoreria non mandò pel mantenimento dello stesso, che la meschinissima somma di 300 mila ducati, della quale facean parte circa 70 mila ducati della cassa di Campagna delle Calabrie che depositati nel Forte Nuovo il Generale Marra spediva con la ferrovia il sette cioè dopo che era entrato In Napoli Garibaldi? ()

2. Perché nessuno Ufficiale dei Ministeri e specialmente degli esteri fu chiamato a recarsi in Capua, alla partenza del Re?

3. Perché lo Stato Maggiore nel partire non curò di portare delle carte topografiche, e dopo alcuni giorni mandava a prenderle il Tenente Walcarcell?

4. Perché i Fornitori in Napoli non furono invitati a somministrare alle truppe riunite in Terra di Lavoro i-viveri, ed i foraggi alla numerosa cavalleria?

5. Perché, se le truppe ché marciavano verso la linea del Volturno doveano fare una campagna, si lasciavano in Napoli i Magazzinetti dei Corpi e una massa vistosissima di vestiario presso la Giunta.

Ora di simili domande ne potrei fare una filza ben lunga, ma pel riguardo sovraccennato non mi è possibile proseguire! Intanto il sig. Cognetti può studiare su queste poche, e dare, se lo crede possibile, risposte che non contraddicano a quanto ha avventurato.

Rispondo a questo invito con immenso piacere e perentoriamente; e dimando a mia volta al sig. Marra:

Perché in presenza di un infame tradimento da cui era circondato il trono ed il reame; tradimento parlante nel Ministero; eloquentissimo nei fatti politico-militari di Sicilia e di Calabria; gli uffiziali che oggi si vantano di essere stati fedeli alla loro bandiera, che avendo a loro disposizione un esercito di 40 mila uomini,e conoscendo a fondo il paese,po-teano tener fronte alla rivoluzione.... — non si riunirono, non concertarono un piano di comune difesa,non eseguirono un pronunciamento: non redassero un Memorandum in cui, smascherando i vili ed i traditori, a cominciare dai Ministri Romano e Pianell, avessero protestato contro r immane sagrifizio della patria a fronte del Reame e dell'Europa? E perché questi uomini d'onore, che sapevano ove stava la lepre, non la colsero nella tana, e senza misericordia non la sagrificarono? Essi aveano nelle loro mani la forza, e tanta, che poteano farla valere legalmente contro i traditori e conto la rivoluzione. In momenti così solenni ed estremi il tacere, il simulare, il dissimulare, il non dissobbedire ai traditori è quanto consumare un atto di complicità.

Pur troppo il tempo degli equivoci è finito! Il posto del militare è là, dove si avvia la bandiera nazionale, e non vi è scusa ammissibile per chi non la segua. Le reticenze, le velleità personali, di amor proprio e simili iatture, che in tempi normali sono appena consentite; in momenti di guerra, quando il trono e la patria sono in pericolo, diventano un misfatto, quasi un tradimento.

Allora, dal Generale d'armata sino all'ultimo soldato, non v'ha che il livello d'un solo pensiero: IL PROPRIO DOVERE, e la guerra al nemico ed ai birbanti.

Supponete per poco, che la rivoluzione osasse invadere l'attuale reame d'Italia, e che un Ministro della guerra, corrotto e corrompitore, avesse in proposito di prostituire l'armata e metterla in condizione di non poter resistere all'insurrezione; supponete che Vittorio Emanuele, circondato da Ministri e da Consiglieri venduti alla rivoluzione, non avesse a far di meglio, che confidare nell'onore dei Generali dell'armata: che cosa farebbero costoro, quando sapessero che il Ministro fosse un traditore, e traditori molti dei loro compagni?

Son certo, che in una notte li prenderebbero, raccomandandoli provvisoriamente ad una ventina di bersaglieri, che sarebbero contenti di pruovare i loro bravi fucili di precisione contro siffatta vergogna dell'armata.

Ebbene, noi abbiamo veduto il soldato napolitano, dalla Sicilia, dalle Calabrie, da Napoli, sciolto dal servizio, avviarsi volontariamente a Gaeta, attraversare con pericoli continui le file del nemico, e là combattere e morire: — come abbiamo veduto molti e molti Uffiziali superiori restare alle proprie case, liquidando col nuovo governo le pensioni di ritiro, non seguire la propria bandiera; pretestando mille futili ragioni, o aspettando di essere chiamati sul luogo dell'onore!!!

Voi B. Marra, mi fate una lunga serie di dimande, accennando a fatti di tradimento; e perché non avete il coraggio di scrivere una storia, in cui in doppia e tripla fila attestiate chi fossero stati gli uffiziali di onore, quali i vili, quali i traditori?

Ponete fine agli equivoci; lo scrutinio è facile; coraggio ci vuole, e la coscienza di poter chiamare al solenne giudizio dell'opinione pubblica — più che no) fossero oramai—coloro, che dopo otto anni credono, che questa opinione fosse morta o possa ancora mistificarsi.

XXII. osservazione — Il mio testo è.

I Castelli domandano i critici, erano in mano dei Regi: perché dunque non difesero la loro causa? Senza parlare degli altri che fecero la loro spontanea dedizione, è veramente a meravigliare della resa di Castel S. Elmo, non solamente invincibile per la sua posizione, ma pel modo ancora com'era armato e approvigionato. Eppure quel Comandante Stanislao Garzia sì arrese ad un tal Calicchio e ad una bettoliera detta la Sangiovannara, che eransi colà recati con una schiera di popolani armati di bastoni, non certo per assaltare il Castello.

Questo fu il complemento della opera. Qual meraviglia adunque, se Garibaldi da Marsala a Napoli trovò la via spianata dall'oro del Piemonte; dalla viltà e dal tradimento dei Comandanti Militari, e dalla forza dei comitati?

Come vedono i nostri lettori, io mi son ristretto ad accennare un fatto storico, innegabile; né ho declinato nomi.

Il B. Marra me lo contesta, e si propone di mettermi sotto gli occhi il vero: ed egli ha tanto più interesse a questa dimostrazione, per quanto che la responsabilità ricadrebbe in parte su di fui. É questa dunque una polemica, alla quale egli m'invita.

Egli narra perché i forti furono ceduti. Udite.

Nel di 6 Settembre alle ore 10 a. m. il Re Francesco II. chiamò i Generali Ignazio Cataldo e Bartolo Marra: manifestò loro il proposito di lasciare la Capitale: affidò al Cataldo il comando della Piazza di Napoli e forti dipendenti; ed al Marra la custodia della Reggia, di Ca-stelnuovo, della Darsena e degli edifict dipendenti.

Il Marra mette in bocca del Re queste parole, che sono abbastanza lunghe, perché si dovessero ritenere per testuali sulla fede della memoria del Marra: ma eccole.

«Che era sua ferma intenzione di risparmiare alla sua diletta Napoli anche il più piccolo devastamento, e la minima effusione di sangue, onde si ritirano con la Truppa al di là di Capua; che lasciava in Napoli dei Corpi Militari con l'esclusivo mandato di tutelare l’ordine pubblico, e per garantire dal saccheggio e dalla devastazione le proprietà particolari e gli edifizii del Governo; che la detta truppa dovea concorrere con la Guardia Nazionale al conseguimento di tale scopo; che lasciava al potere in Napoli il Ministero allora esistente, col quale Egli avea tutto ciò stabilito; che le Truppe rimaste in a Napoli doveano proseguire a tener i posti che occupavano; e che finalmente dipendessero dal Presidente del Consiglio dei Ministri Spinelli, al quale il Re avea dati ordini del tutto eguali a quelli che dava ad essi Generali».

Cataldo e Marra si recarono al Ministero, videro lo Spinelli, che ratificò le parole del Re, e li pregò di tornare da lui verso le 3 p. m.

Qui il Marra racconta un episodio—cioè che il Direttore del Ministero di Marina o altro uffiziale Generale di mare (il Marra non ricorda chi, egli che ricorda così bene quelle lunghe istruzioni del Re!), fecero dimostranze a Spinelli, perché si affidasse al Marra il comando della Darsena; sicché costui si dichiarò discaricato da questa responsabilità.

Il B. Marra non dovea ignorare il nome di chi avesse preso in sua vece il comando della Darsena e forse dei reggimenti di marina; per conoscersi chi ebbe il merito di scioglierli, non appena il Re lasciò la capitale!!!

Alle 3 e mezzo p. m. Cataldo e Marra ritornarono a casa di Spinelli, il quale in presenza del Sindaco di Napoli Principe d'Alessandria avrebbe detto loro, che «rimanevano ferme le istruzioni che aveano ricevute; cioè che la loro missione era puramente conservatrice, dovendo restringersi al mantenimento dell'ordine pubblico, ed alla tutela dei pubblici stabilimenti, SINO A QUANDO UNA FORZA, DI CUI il ministero POTEA DISPORRE, NON GLI AVREBBE SOSTITUITI».

Il Marra mi dimanda: «Che dirà il Signor Cognati di questo pezzo di storia contemporanea?»

Dico che è il pezzo più sublime di questa storia: perché ammettendo senza beneficio d'inventario le parole dello Spinelli, recatemi dal Marra; o Cataldo e Marra le compresero, e fecero malissimo a non agire, come doveano: o non le capirono, ed in questo caso il meglio è far punto.

Dopo questo episodio, i forti furono ceduti!

Buon Dio!—esclama Marra, furono ceduti per viltà o per debolezza dei comandanti? Le truppe erano per il servizio nei diversi siti della capitale, come difenderli? Se il Re lasciava Napoli per evitare incendi, devastazioni e saccheggi, come i Comandanti, contravvenendo agli ordini sovrani (!!!) doveano arrecare alla città ciò che il Re area col suo animo clemente cercato di evitare?

E per persuadermi, che i forti furono ceduti… quasi per comando del Re, il Marra mi mette sotto gli occhi il Manifesto di Gaeta dell'8 Settembre ed 8 Decembre 1860; ove si legge, che il Re per risparmiare Napoli dagli orrori della guerra civile, si era recato a combattere la rivoluzione in campo aperto.

Avanti ancora; prima di rispondere, voglio che il Marra mi faccia la sua intera difesa.

Egli crede che lo Storico De Sivo, il quale narra questa pagina dolorosa, sia partigiano ed ignorante!!!

Non vi è che il B. Marra,,che possa darsi il vanto, egli stesso, di essere uno storico indipendente e dottissimo; ed ei lo sta dimostrando abbastanza con questo unico, primo ed ultimo suo lavoro politico-militare.

Andiamo alle corte: che cosa avea ordinato il Re?

«Tutelate l'ordine pubblico, garentite dal saccheggio le case dei privati e del governo: restate fedeli ai vostri posti, dipendete da Spinelli, cui erano state passate istruzioni simili.»

Ciò posto, se la rivoluzione osava un passo contro l'ordine pubblico, e minacciava le proprietà private e dello Stato, che cosa doveano fare Cataldo e Marra?

Quello che loro era stato ordinato: quello che si fece a Messina; quello che ultimamente fu fatto dalla truppa a Torino, ed a Palermo: bastava prendere misure energiche e positive, mostrare di non aver paura, ed i Generali Cataldo e Marra, che sono napolitani, sanno, che non si sarebbe andato più in là.

Ma che la storia contemporanea ce la insegna il B. Marra?

Io posso sicuramente scrivere, che quando furono mandati a Salerno i Commissari del governo per conferire con Garibaldi, costui non dimandò la cessione dei forti e non si fece alcuna capitolazione.

Si disse allora, che Garibaldi temeva d'una conflagrazione colla truppa, nelle cui mani stavano i forti, e che dal, Comitato di Napoli fosse stato assicuralo di non preoccuparsene.

Di poca fede!!! — Disse Liborio Romano a Garibaldi — Vieni meco e non temere!

E Garibaldi venne.

Il Ministero ordinò che i forti fossero ceduti ai Garibaldini.... ed i Regi li sgombrarono!!!

B. Marra stesso che scrive tutto ciò; ed io che lo leggo, stento a credervi; e sapete perché? —Perché non è vero, che Spinelli ordinò a Cataldo ed a Marra di consegnare i forti a Garibaldi; sibbene egli dispose di ritenerli sino a nuovo ordine.

Adunque da qual Ministero Cataldo e Marra ebbero l'ordine di consegnare i forti?

Non fate i dottorini, segue il Marra; noi non potevamo disubbidire a Spinelli, perché il Re ci area imposto di obbedire a lui.

Figuratevi — egli prosegue — che i forti fossero stati attaccati, e bisognava difendersi.

Come guarentire le proprietà pubbliche e private... giusta gli ordiniricevuti?

La logica è leale e sublime, quanto,lo furono i fatti!

Rovini il trono, si obbedisca ad un Ministro incognito, che cospira contro il Re; si consegni il paese alla rivoluzione, anzi che guastare l'intonaco d'un palazzo, e turbare la tranquillità dei Vivò a Garibaldi.

Pietro Micca non fu eroe: fu un vandalo.

L'ordine pubblico non fu turbato! — solo qualche velleità fu consumata nei primi momenti di effervescenza: qualche omicidio quà e là: un po' di baldoria e di sangue contro la vecchia Polizia.

I palazzi non furono mitragliati, è vero: ma furono saccheggiati i Palazzi Reali, occupati militarmente dai Garibaldini: furono convertiti in caserma i palazzi degli emigrati, dati in abitazione ai garibaldini.... per ordine del Municipio.

Fu saccheggiato il tesoro pubblico! Piccola cosa, è vero: ma della quale si scandalizzò sinanche Scialoja, che niegò a Bertani i continui milioni di ducati, che reclamava per fare l'unità a Napoli.

Uscendo il Re da Napoli, ed entrandovi Garibaldi ed i Garibaldini.... l'ordine pubblico così non fu turbato: i Generali e le truppe, per non diventare essi turbatori dell'ordine pubblico, resero un gran servizio al Re, OBBEDIRONO IL RE, e non appena un Ministro innominato disse loro: — fatemi il piacere di andarvene —: essi FEDELI AGLI ORDINI DEL RE, DIEDERO NAPOLI CON I FORTI NELLE MANI DI GARIBALDI!

Voi lo vedete! Non si ebbe a deplorare la guerra civile, non si sparse sangue, perché il Re lo avea proibito espressamente.

Sono ridicoli quei dottorini, che avrebbero voluto, che Cataldo e Marra avessero detto al Ministro innominato: — Signor Ministro, fate in modo che la rivoluzione non oltrepassi Salerno, e non osi avvicinarsi a Napoli, se no.... no. —

Sono ridicoli davvero questi dottorini: i rivoluzionari avrebbero preso il largo, Garibaldi non sarebbe venuto in Napoli, cioè non sarebbe entrato in Napoli l'ordine pubblico; ed i forti, e le proprietà dello Stato non sarebbero state rispettate.

Dio buono! perché sputare sentenze contro ragioni così evidenti?

Francesco II ordinò a Cataldo ed a Marra di non difendere i forti; questo significa l'ordine dato ai medesimi nella frase su riportata «LE TRUPPE RIMASTE in Napoli DOVEANO PROSEGUIRE A TENERE I POSTI CHE OCCUPAVANO»: — Sono parole del Marra.

E costui a pag. 48 al suo libro esclama, non potendo far di meglio.

«A noi basta ripetere perentoriamente, che la missione delle truppe lasciate in Napoli non era quella di difendere i Forti, di che può far ampia fede il primo dei gentiluomini del nostro paese, Francesco II»

Che cosa vi diceva io poco fa?

Non passa un altro mese, e sarà pubblicata un opera sui fatti del 1860, compilata per cura di... di… ponete i nomi di quanti compilatori potete scegliere tra gli uffiziali celebri dell'esercito napolitano; e sarà assodato storicamente, che Francesco II era d'accordo con Garibaldi per farsi detronizzare e proclamare l'unità d'Italia con Roma capitale!!!

Il Dottore Davide Calenda sull'abbandono dei forti di Napoli scrive come ha scritto il De Sivo; come ho parlato io, come ne parlano le storie e le cronache contemporanee... ed il Calenda è un ignorante anche lui pel B. Marra: e se la vegga egli, se ne ha voglia.

Ne volete di più? Quell'eminente e venerando soldato, che si chiamava il Tenente Generale Casella, che in età cadente seguì il Re a Gaeta, ove funzionava da Ministro della Guerra, censurò la condotta degli Uffiziali, che cedettero i forti ai Garibaldini, non appena il Re parti da Napoli.

E Casella ebbe torto, esclama il Marra, a pag. 49 del prelodato suo libro: ebbe torto, perché allora vi era confusione sì grande, che ognuno non tenea conto neppure degli ordini emessi dal Re.

Il Casella, Ministro a Gaeta, che censurava l'incredibile arrendevolezza di Cataldo e di Marra a cedere i forti all'uomo dell'ordine.... Garibaldi; è anche una testa confusa.

Dio buono l Casella non sapea, che Cataldo e Marra aveano obbedito al Re Francesco II: niente altro che questo.

Il Dottor Calenda ha chiamato questo abbandono dei forti.... misterioso, ed il Marra se ne rizela.

Ma io gli farò una piccola dimanda: egli e Cataldo dovettero abban donare i forti su di un ordine dello Spinelli, che sarebbe il solo, da cui potea venire quell'ordine.

Potrebbe avere la cortesia di far sapere al paese o agli amici la data del giorno di quest'ordine, e l'ufficio autentico con cui dovette essere trasmesso?

Io posso credere anche alla onestà di Landi, di Caldarelli, di Ghio e compagnia bella; ma sono stranizzato, che il B. Marra, che ha pubblicato tanti documenti inutili, non avesse pubblicato questo che pruoverebbe l'ordine del Ministro Spinelli A CEDERE I FORTI AI GARIBALDINI.

Da parte la discussione del come Cataldo e Marra avrebbero dovuto rispondere a quest'ordine, e se era il caso di almanaccare sugli edilizi, che si sarebbero guastati, e sull'ordine pubblico che si sarebbe turbato; è certo che Cataldo e Marra avrebbero dovuto avere dallo Spinelli Ministro un ordine di ufficio: un documento per essi di somma importanza, di solenne giustificazione, per dire ai contemporanei ed ai posteri: noi eseguendo gli ordini di Francesco II, consegnammo i forti, affidati all'onor nostro, a Garibaldi; ed a pruova di ciò, ecco la disposizione del Ministro Spinelli, del giorno tot, concepita nei termini seguenti ec. ec.

E sapete perché mi viene questo dubbio? —Perché è un fatto, che non appena Garibaldi entrò in Napoli nel giorno sette, lo Spinelli si dimise, e partì da Napoli nel seguente giorno otto.

NON ESISTEVA PIU, MINISTERO, ed i forti erano in potere della truppa.

CHI dunque ordinò a Cataldo ed a Marra di consegnarli ai garibaldini?

Io ho risposto alle sue tante dimande: vorrebbe il sig. Marra avere la degnazione di rispondere a questa sola, che io gli volgo?

Ditemi: Garibaldi vi ha, o non vi ha richiesto i forti?

Era lo Spinelli a Napoli, quando ve li ha richiesti?

E se Spinelli non vi era, vi erano certamente i Commissari, di cui sopra è parola: gl'interrogaste? — Che cosa vi dissero?

E finalmente: il Re non stava a Peckino — e Garibaldi vi avrebbe dato certo 24 ore di tempo per prendere gli ordini del Re.

Avete voi fatto tutto ciò?

Forse che motu-proprio vi siete reso voi interpetre del Proclama del Re? — e perché non lo avete fatto interpetrare da coloro che ne aveano il diritto a Napoli; o da Chi lo avea fatto, a Capua?

Adunque a chi obbediste voi?

Or io diceva celiando testé, che tra non molto si direbbe che Francesco II sia il vero, il solo, l'unico colpevole del suo stesso rovescio; ma B. Marra a pag. M del mai abbastanza lodevole suo libro lo ha seriamente scritto! Leggete.

«Ci furono sì dei traditori, ci furono dei mestatori, ci furono degl'ingrati, dei pusillanimi, dei vili; ma il numero non fu grande; come voi, ingannato dalle apparenze, avete sentenziato. Volete sapere chi fu il vero corruttore dell'esercito e di tutto ciò che apparteneva ai rami politici, amministrativi, giudiziari?

«Fu il governo, prima con le indecisioni, con la sua debolezza, finalmente con la pusillanimità. Un atto di vero rigore da principio avrebbe tutto salvato.

«E con ciò NON INTENDO PARLARE DEL RE; ma di coloro che lo consigliavano, sia per dritto delle loro alte cariche, sia perché addetti alla sua real persona».

Ohimè! sig. Marra, è inutile lo schermirvi dalla troppo avventata accusa: quel governo non era costituzionale, e la responsabilità ricadeva sulla persona del Re, che rappresentava il Governo.

E indeciso, debole e pusillanime che voi chiamate Francesco II, che potea benissimo temere gli sforzi della rivoluzione; ma non supporre nei Comandanti dell'esercito e negli uomini i più beneficati dai Borboni altrettanti vili, ingrati e traditori.

E quando Francesco II diede la Costituzione al paese, al primo segno di cospirazione contro il trono e contro l'indipendenza del Reame, ove erano questi fedeli comandanti l'armata, che vilmente tradirono? Ove erano quei bravi, che ricordano sempre la conquista della Sicilia del 1818, e che nel 1860 o tradirono, o si ritrassero per viltà e peggio?

Volevate nel 1860 un comandante in capo come nel 1818?

Quando un solo mancava; voi cosi eloquenti, dotti, istituiti, valorosi in tempo di pace, perché in tempo di guerra non vi stringeste in una sola idea — combattere e distruggere i nemici ed i traditori della Dinastia e del reame? Voi stesso avete voluto difendere il Principe di Ischitella: perché una Commissione di Generali non elesse questo Principe a suo rappresentante, e non si presentò al Re— esponendo al medesimo la verità della situazione, e fermamente dichiarandogli unica via che restava a percorrere, per salvare se stesso ed il reame dall'imminente rovina? Perché dunque i Generali dell'esercito non si posero all'altezza della loro missione e dei tempi?

Su voi e su Cataldo pesa la più grave responsabilità.

Garibaldi, come non assediò il forte di Messina e quello di Siracusa, non avrebbe assediato i forti di Napoli: egli non avea truppe né mezzi di assedio.

E chi vi dice, che la giornata del 1.° Ottobre avrebbe avuto quell'esito infelice, se i forti fossero stati nelle mani della truppa?

E se anche Garibaldi avesse voluto assediare i forti, chi vi dice, che il Re non sarebbe sceso in Napoli con la truppa a soccorrerli?

Nunziante, Liborio. Romano, e qualche altro, avrebbero potuto resistere ad una massa di Generali fedeli alla loro bandiera?

Via, Generale Marra: avrei amato, che la storia politico-militare del 1860 avesse ricordato, che voi fatalmente uscivate dai forti di Napoli con le truppe affidatevi dal Re, ma per condurle, a bandiera spiegata, direttamente… a Gaeta.

E se anche restavate solo: voi, SOLO, dovevate prendere il sacco ed il fucile del semplice soldato, come fece il Generale Rossaroll ad 80 anni; recarvi a Gaeta, e morire al pari del vecchio Generale Traversa sotto i ruderi d'una polveriera scoppiata nel bombardamento.

Dopo la cessione dei forti di Napoli a Garibaldi, avreste potuto dirmi, che tornavate a Napoli purificato dal fuoco del nemico; mentre cercate giustificarvi gratuitamente nel 1869 con un libercolo, che credete aver scritto a difesa vostra e dei vostri sedicenti commilitoni!

Avete voluto uscire clan' equivoco?

Pare che ci siate riuscito.

XXIII. Osservazione: Fo grazia ai lettori, e risparmio a me stesso la pena di proseguire siffatta analisi intorno ad altre nove osservazioni, che il signor Marra porta intorno al modo, con che io ho narrate le fazioni combattute al Volturno, al Garigliano, a Cajazzo, a S. Angelo, a Maddaloni, ai Ponti della Valle, a S. Agata dei Goti, al Macerone, al Garigliano.

Partendo dalla stessa idea fissa di criticare la mia Storia, perciò non fosse la storia militare della campagna del 1860 — egli mi accusa di non essere stato esatto nel riportare i nomi dei comandanti; — nel precisare con scrupolo le posizioni militari prese in quelli scontri; —nell'aver detto, che un reggimento andava a dritta, mentre egli lo fa marciare a sinistra: — e così fil filo sino all'ultimo.

A tutto ciò rispondo, come dalle prime parole di questo libro ho risposto: — gli amminicoli, le descrizioni circostanziate, le precisioni proprie d'una storia militare, speciale a quei fatti, non erano il mio assunto. Con l'occhio dello storico ho guardato l'esercito napolitano combattere contro le bande garibaldesche, contro le forze piemontesi, dal Volturno al Garigliano: ho cennato i luoghi ove quei combattimenti avvennero, toccai di volo alle loro diverse sorti. Adunque quella precisione di dettaglio sulle mosse dei combattenti, nei vari episodi, nella personalità dei capitani, nelle circostanze strategiche, tutto ciò non competeva alla mia storia.

Quello che il Marra ha narrato a tale proposito, non pregiudica i fatti da me esposti: egli li ha spiegati militarmente, li ha riprodotti nel suo linguaggio militare. Ed io non mi occupo di analizzare ciò che egli ha scritto; non lo posso, perché dovrei procurarmi i ragguagli minuziosi ed officiali di quella campagna, e lascio alla penna di scrittore competente in siffatta materia questo esame: — non lo voglio, perché importa poco a me, alla mia storia, e sventuratamente anche al paese la cognizione di quelle dolorose vicende nei loro minuziosi ragguagli, quando il loro esito finale è troppo noto e rimpianto.

Ma mi giova constatare, che il B. Marra conviene in ciò che io ho narrato, quando — denuncia nella memoranda giornata del I. ottobre la vigliacca defezione della maggior parte dei Corpi della Guardia, che avrebbero rovesciate le ultime bande di Garibaldi; assicurando all'esercito la vittoria, che era dovuta all'eroismo con cui la truppa combatté a S. Angelo, a Castelmorone ed a Maddaloni.

Egli conviene con me, che quel Won-Mechel, cui egli avrebbe consegnate dodici palle nel petto, quando per tradimento fu sviato dai passi di Garibaldi, che dovea entrare per sorpresa in Palermo, si mostrò nella campagna del Volturno — a dirla con lo stesso Generale Ritucci — il Crouchy dell'esercito napolitano.

XXIV. Osservazione: Mi piace riportare, come chiusura di questa mia risposta, integralmente il seguente testo della mia storia e l'osservazione del Marra.

Cialdini comprendeva bene, che l'Esercito Regio si sarebbe disperatamente battuto; ma quantunque per la superiorità del numero, e per I' aiuto che non ancor sdegnava dei Volontarii, fosse moralmente certo di riportare vittoria, pure volle tentare, se pochi rimasti fedeli nella sventura a Re Francesco II fossero della medesima risma dei campioni di Sicilia di Calabria e di Puglia; o tutt'al più convincersi dell'impossibilità della resistenza. Invitò a tal uopo ad un abboccamento il Generale Salzano, il quale ignorando a quale scopo mirasse Io invito, vi andò; ma intesa la proposta rispose: Che sino a quando nel campo Regio fosse rimasta un soldato solo, si sarebbe combattuto. Noi siamo certi che Cialdini soldato affezionatissimo alla sua bandiera ed al suo sovrano, non avrà dovuto in cuor suo, che lodare la dignitosa ripulsa! Se da:Marsala a Capua, tutti i Comandanti dell'Esercito fossero stati uomini di onore come il Salzano, la rivoluzione sarebbe morta a Palermo, e queste pagine non sarebbero state bruttate da ricordi vergognosi.

Qui il Marra esclama;

E di scempiaggini ancora, sig. Abate; e così avreste evitato di aggiungere spropositi a spropositi, senza intendere, o almen ricordare quello che sulle stesse persone, e sulle medesime cose avete altra volta scritto e sentenziato! Ma questo Salzano, questo tipo di Generale, non è uno di quelli che comandavano in Palermo? Non è quello stesso che voi avete accusato di non aver soccorso Landi a Calatafimi? Non è quel medesimo, che nel sogno da voi fatto di un pranzo dato da Garibaldi a Palermo fate assistere a quella combibbia fraterna? Non è uno di quei tali Generali, che andarono ad Ischia, e pe' quali caritatevolmente domandaste, perché non furono fucilati come Ramorino? Dunque convenite una volta che, ammesso pure qualche più che limitata eccezione in Palermo, i Generali che li si trovarono, erano degli uomini di onore, tenaci dei propri doveri; e che de'  disastri ivi avvenuti bisogna cercar la origine in tutte altre cause, che nella imperizia, infingardaggine, incertezza o connivenza con la rivoluzione. Noi abbiamo alzato un lembo del velo che celava altri avvenimenti; chi sa, se ci sarà permesso di sollevarlo tutto?....

I lettori han potuto leggere nella risposta alla III. a Osservazione la giustificazione amplissima della frase «inqualificabile indolenza» da me scritta all'indirizzo del Generale Salzano; ed ora essi possono valutare la giusta severità dei miei principi, e l'indipendenza delle mie opinioni, nel giudicare degli uomini, non sulla norma di riguardi personali, ma su quella storica dei loro atti.

Le scempiaggini e gli spropositi, che il Marra, nello stile della cortesia e della civiltà propria di lui, rattrova in questo brano della mia storia, tornano invece a luminosa pruova dell'imparzialità della stessa.

Io non ho accusato, come crede il Marra, il Generale Salzano di non aver soccorso Landi. Questi era un traditore; il soccorso delle armi si porta a coloro, che combattendo eroicamente vedono stremate le propria forze ed han bisogno di soccorso — Anzi ho scritto, che Salzano ed i suoi soldati non mancarono al loro dovere — Si riscontri più sopra il mio testo a pag. 7. Per me il Salzano dovea essere un uomo paralizzato a Palermo; ed appunto perché egli era un uffiziale di onore e di azione, io dovea maravigliarmi di quella indolenza, e constatarla.

A Gaeta lo trovo con la spada in pugno, sfidando le armi nemiche, e lo constato a voce alta.

Così avessi potuto scrivere, che con Salzano, innanzi alle mura di Gaeta e dai suoi spaldi, combattesse B. Marra!

La sorte di Ramorino, è inutile niegarlo, ben toccava a vari dei Generali comicamente mandati ad Ischia, e più comicamente giudicati: ma i nostri lettori han letto nelle mie risposte, più sopra date alle relative osservazioni del Marra, che io non ho confuso a Palermo i traditori con gli nomini d'onore.

Oh! convengo pienamente con lui, che ammessa pure qualche rara eccezione in Palermo, quei Generali erano tenaci al loro dovere: ma perché egli non si è francamente pronunziato su queste rare eccezioni?

Egli non trova nel tradimento e nella viltà di queste eccezioni la causa dei disastri del 1860!!! Ma se queste eccezioni non fossero state; se non si fosse detto a Garibaldi: — scendete sicuro a Marsala ed a Reggio, perché non vi combatteremo: -se alla prima parola di tradimento, si fossero fucilati chi la profferiva, e il Generale che l'accettava; le meno della Francia, dell'Inghilterra e dello stesso Piemonte sarebbonsi frante sulla penta delle baionette dell'armata.

Marra s'inganna o vuole ingannarsi: la connivenza con la rivoluzione, imputabile a quelle famose eccezioni, fu il vero punto di leva per scalzare il trono e l'indipendenza del Reame.

Cavour si aspettava di udire Garibaldi fucilato, ed invece le eccezioni, di cui parla Marra, lo fecero andare sino a Napoli, di accordo con Nunziante, Liborio Romano e compagnia.

Nel 1848 dovea avvenire, l'unità d'Italia non già, ma la caduta dei Borboni: e la politica anglo-francese si ritirò sconfitta da Napoli e da Sicilia, perché il tradimento non trovò le indispensabili eccezioni nell'armata.

Voi sig. Marra, dite di avere alzato un lembo che celava altri avvenimenti, e conchiudete, chi sa, se ci sarà permesso di sollevarlo tutto?

Vi domando scusa — non avete alzato mica questo lembo nel vostro libro; anzi avete cercato di abbassare quel lembo, che ho alzato io.

Voi, cosi saggio e conoscitore del paese, vorreste far credere, che la rivoluzione del 1860 l'avesse fatta il popolo?

Via, non facciamo reticenze: chi vi trattiene dal sollevare tatto il velo, che copre questa putredine di traditori e di vigliacchi, che nascondete all'esecrazione universale col vostro silenzio?

Smascherale questi reprobi, sig. Generale: è una grande riparazione, che dareste a quella nota d'infamia e di viltà, che i nostri nemici, anche dopo la facile vittoria, ci lanciarono sul viso.

Quando i Generali francesi defezionarono, Napoleone I cadde a Waterloo.

Quando l'armata fece piedi-arme, Luigi Filippo prese la via dell'esilio.

Un pronunciamento dell'armata ha fatta la rivoluzione in Spagna.

Il tradimento dei più importanti capi dell'esercito napolitano fece riuscire la rivoluzione, importata da Palmerston, da Cavour, e da Napoleone III nel Reame delle due Sicilie.

Se Garibaldi non avesse avuto la certezza di trovare le benevoli accoglienze dell'armala napolitana, non sarebbe sbarcato a Marsala ed a Reggio.

Egli venne a Napoli in carrozza aperta con Liborio Romano a fianco, e passò, tra gli evviva della rivoluzione, innanzi ai forti del Carmine e di Castelnuovo, tuttavia tenuti sotto il comando vostro e di Cataldo.

In momenti di rivolta, il potere civile si ritira, ed esce in mezzo il potere militare con la sua dittatura. E nel 7 settembre, per dippiù, il Ministero era dimissionario a Napoli. Restava indipendente il potere militare —E questo era nelle vostre mani e voi preferiste di ritirarvi innanzi alla rivoluzione, invece di combatterla!

Vedete come si regola il governo italiano al minimo sentore d'insorgimento.

A Torino non risparmiò il popolo.

A Palermo mitragliò per 18 ore continue, e non pensò che la mitraglia mandava giù palazzi ed edilizi pubblici o privati.

A Sarnico, ad Aspromonte, a Pavia, a S. Donnino, oggi come ieri, dimani come oggi, risponderà ai rivoltuosi con il cannone e con la bajonetta.

Se Napoli osasse una rivolta, il governo non si farebbe scrupolo di bombardarla da Castelnuovo e da S. Elmo: credete che avrebbe la stessa ritrosia di pregiudicare gli edifizi pubblici e privati, dalla quale vi faceste imporre voi, sig. Marra, nel 1860, sino al punto da cedere i forti a Garibaldi?

Se la tutela d'uno Stato non consistesse essenzialmente nell'armata, per opporla ai nemici interni ed esterni, non so a quale scopo i governi avrebbero create queste armate permanenti.

Fate che i Generali d'un armata fossero traditori, e si vendessero al nemico del proprio Sovrano; e per quanto generoso, forte e fedele fosse il soldato, altrettanto il comando d'un Capo traditore lo prostra e lo uccide.

Voi stesso lo avete narrato: la giornata del 1. Ottobre fu perduta pel tradimento di alcuni Corpi della Guardia: se questo tradimento non fosse stato compiuto, la truppa rientrava in Napoli; e scommetto che il Conte di Cavour si sarebbe, dopo un ora, felicitato immediatamente della vittoria col Re di Napoli.

Oggi che gli stessi uomini più noti della rivoluzione del 1860, divenuti uomini d'ordine, ridono giustamente di tutti i tranelli rivoluzionari, che nel 1860 essi con molto accorgimento chiamavano eroismo e patriottismo; oggi che governo ed attuata diventano sinonimi a fronte delle convulsioni della rivoluzione, perché vogliamo noi servirci della logica, del frasario dei rivoluzionari?

Ci è pericolo, che si preparasse una serie storica di novelli martiri, ad instar di quelli che han maledetto a Ferdinando II, perché non ebbe l'avvedutezza d'impiccarli; tanto da giustificare il nome di tiranno guadagnatosi per troppa clemenza? anzi per aver fatto valere la legge con le concessioni della sovrana munificenza?

Voi, Signor Marra, col vostro libro avete sperato di portare un Errata-corrige alla mia storia; ma siete riuscito ad un Errata-corrige di genere molto diverso. Non intendo darvi di rimando quella presunzione, di che mi accusate; quella mentita senza ragione, tranne l'impertinenza del linguaggio. Queste gemme sono esclusive del vostro lavoro, e sono pietre false incastonate in una collana di rame indorato. Dopo nove anni, da che la rivoluzione, affratellata alle eccezioni dell'esercito napolitano, ha inaugurato tra noi l'attuale ordine di cose, le maschere non sono più possibili. Il tempo, anzi che cancellare con la sua ala infaticabile le memorie del 1860, incise sul cuore di tutto un popolo, non fa che nettarle dalla polvere che vi si addensa sopra, per cosi riprodurre al verdetto permanente ed immutabile dell'avvenire i fatti e gli uomini del passato!
























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