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Ritenere oggettiva la ricostruzione ufficiale delle vicende risorgimentali solo perché scritte dai vincitori o dai loro scherani è ridicolo – ben vengano quindi tutti i tentativi di aggiungere nuovi tasselli a tale ricostruzione. Noi riteniamo che per una vera ricostruzione si dovrebbe procedere alla analisi e alla valutazione unitaria di tutti gli archivi locali. Che questo avvenga, ne dubitiamo fortemente e ci vengono in mente le parole profetiche di O’CLERY: “The history of the “Brigandage” has never been written, and perhaps never will be written.”)

Pubblichiamo la recensione - tratta da “La CIVILTÀ CATTOLICA, volume VIII, 1893” – del testo di Patrick K. O’Clery: The making of Italy. Di O'  Clery pubblichiamo nel nostro sito: 

O’CLERY - The history of the italian revolution - First period - The revolution of the barricades - (1796-1849)

O’CLERY - The making of Italy (1856—1870)

Zenone di Elea - Agosto 2021

LA CIVILTÀ CATTOLICA

ANNO QUARANTESIMOQUARTO

Beatus populus cuius Dominus Deus eius.

Psalm. CXLIII, 18

VOL. VIII

DELLA SERIE DECIMAQUINTA

ROMA

PRESSO ALESSANDRO BEFANI

VIA CEL8A, 8

presso la Piazza del Gesù

1893

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

RIVISTA DELLA STAMPA

Come fu fatta l'Italia. Per The O’ CLERY ex-deputato al parlamento inglese. Versione dall’inglese. — Roma, tipogr. editr. romana, via di S. Giacomo, 16, 1893, 8° di pagg. XXVII-580 (1).

Il solo vedere questo bel volume, stampato in carta nobile, con eleganti e nitidi caratteri, e legato alla foggia inglese, invoglia a leggerlo. E la voglia vie più si accende al gettar l’occhio sul titolo: Come fu fatta l’Italia. Qual soggetto più attraente e, come oggi dicono, più interessante di questo? Qual è quel figlio che non ami conoscere le origini della sua famiglia; o quale quel cittadino che con affettuosa premura non cerchi come fu fatta la patria sua, la sua nazione? Molto più poi se tale formazione fu laboriosa, e se in essa furono in giuoco molti interessi e passioni molte, come appunto è accaduto nella formazione dell'Italia una, libera e indipendente.

Vero è che il vivo piacere, destato dal titolo del libro, potrebbe in più d’uno essere smorzato dalla qualità dell’Autore che è della Gran Brettagna. E non verrà egli questo inglese a ristuccarci ben presto con quel fare freddo, stecchito, nebuloso, che è tanto proprio di quella gente, e torna sì ingrato alla nostra vivacità italiana? E poi qual fede aggiustare ad un inglese o irlandese che sia, che prende a scrivere di cose italiane?

Queste due ombre abbuieranno probabilmente la fronte a più d’un lettore di quelli che, troppo teneri delle cose nostre, a tutto che venga d’oltremare o d’oltralpe sogliono fare il niffolo. Ma la prima svanisce subito, non appena incominciata la lettura del libro, il quale procede da capo a fondo con tanta disinvoltura e scioltezza, che sembra lavoro di buona penna nostrana; della qual lode una parte non piccola va data al traduttore, che ha saputo condurre la sua versione in maniera, che non vi lasciò quasi mai né vestigio né odore di straniero idioma.

Quanto poi alla seconda ombra, cioè all’essere uno straniero che parla di cose nostre, questo, anziché stornarci dal dargli ascolto, costituisce un argomento probabile ad acquistargli credenza; imperciocché, se lo storico della formazione dell’Italia una, libera e indipendente non è italiano, sarà più facilmente imparziale e quindi più fededegno. Tutto sta però ch’egli sia bene informato; tutto sta che abbia attinto a buone fonti. Ma questo è precisamente, a parer nostro, il merito principale di quest’opera.

La maggior parte di essa, come ha cura di far notare il ch. Autore Ano dalla prefazione, è fondata sopra informazioni d’origine piemontese e italiana, e sopra documenti, dispacci e relazioni officiali, di cui sono citate accuratamente le fonti.

In particolare poi, per ciò che riguarda la campagna franco-austriaca del 1859, l’Autore si è massimamente affidato alla narrazione officiale della guerra, pubblicata dallo stato maggiore francese, sotto il titolo di Campagna dell’imperatore Napoleone III in Italia, con aggiunte e correzioni prese da altre sorgenti, e con tenere sott’occhio l’eccellente analisi critica della campagna, che si trova negli scritti del generale Hamley, uno dei più accreditati scrittori inglesi in materie militari, dopo Napier.

Per le campagne garibaldine del 1859-1862, si è servito quasi solo delle narrazioni di Garibaldini, e d’italiani fautori di Garibaldi: nessuno dunque potrà dire ch’egli abbia attribuito alle camicie rosse, o sconfitte non toccate, o ribalderie non commesse.

Nel raccontare la storia interna della rivoluzione in Sicilia e in Italia, ha usato del diario dell’ammiraglio Persano e della corrispondenza col Cavour, pubblicata a Firenze nel 1869.

Le notizie del famoso brigantaggio sono tratte principalmente dalle relazioni presentate ai parlamenti di Torino e di Westminster, e da altri documenti officiali italiani.

Così la storia dei negoziati colla Prussia è cavata dai documenti pubblicati dal La Marmora. Così la narrazione della guerra del 1866, le particolarità riguardanti Custoza e Lissa, l’insurrezione di Palermo, ed altri simili avvenimenti, sono derivate sempre da fonti autentiche.

Per ciò che spetta alla campagna di Mentana, l’Autore ha avuto sott’occhio numerose attestazioni di testimonii oculari, tanto di parte pontificia quanto garibaldina, ed oltre ciò, aggiunge egli con modesta alterezza, «è questo un periodo, intorno al quale posso parlare di mia propria scienza», perchè egli medesimo, tra le file dei valorosi Zuavi, militò gloriosamente e allora e più tardi, cioè sulle mura di Roma, nella fatale giornata del 20 Settembre.

In fine, nel racconto della invasione degli Stati Romani nel 1870, ha seguito il De Beauffort, il cui lavoro intorno a questa materia, per la quantità dei documenti officiali che contiene, riveste una incontrastabile autorità.

Ora un Autore che ci si presenta dinanzi fornito del corredo di tali e tanti documenti, ha ben diritto di essere ascoltato, quando passa in rassegna i Vittorii Emmanueli, i Napoleoni III, i Cavour, i Rattazzi, i Garibaldi, i Persano, i Cialdini, i Cadorna, i Bixio, ed altri somiglianti semidei creatori dell'Italia una, libera e indipendente; e quando ne conta vita, morte e miracoli, operati a Plombières, in Lombardia, nel Napoletano, in Sicilia, in Romagna, ad Aspromonte, a Castelfidardo, ad Ancona, a Mentana, a Porta Pia; e quando, in mezzo ai loro miracoli, nota anche le balossate (bricconerie), che li rendono simili agli dei del pagano Olimpo, il capo dei quali, Giove, era adultero e peggio, Mercurio era ladro, Marte sanguinario, ecc. ecc. senza che questi minuscoli peccadigli, oscurassero punto l’aureola divina ond’erano incoronati. Che se poi egli verrà notando certe taccherelle anche nella figlia de' semidei sullodati, battezzata col nome d’Italia una, libera e indipendente, non vorrà prenderne maraviglia chiunque rammenti il toscano proverbio, che i figli de' gatti chiappano i topi.

Ad un tale storico ben di buon grado si porge ascolto, non solo quando racconta i grandi avvenimenti, ma altresì quando scende a certi particolari aneddoti, de' quali potrebbe dire quorum pars magna fui; come p. e. colà dove descrive pietosamente la condizione dei feriti dopo la battaglia di Mentana.

«Gli officiali superiori dell’ambulanza, assistiti da molti Zuavi, che sacrificavano il ben meritato riposo della notte a questa opera di carità, si erano dedicati, al lume di torcie, alla ricerca dei feriti, trasportando amici e nemici insieme alla grande ambulanza organizzata alla vigna, dove i medici lavoravano incessantemente, e i cappellani (fra i quali si trovava l’onorevole Edmondo Stonor, attualmente arcivescovo di Trebisonda, che era stato tutto il giorno al fuoco) amministravano a molti gli ultimi sacramenti. I garibaldini erano in numero maggiore de' pontificii, ma nessuna differenza venne fatta fra loro; pareva anzi che i Zuavi feriti godessero di cedere il loro posto a quelli, contro i quali avevano poco prima combattuto, e di far sì che i medici lasciassero loro da parte, finché non fosse stato provveduto ai feriti garibaldini. Merita speciale memoria un incidente. L’acqua era scarsa, e quasi tutti ebbero a soffrire per qualche ora una terribile sete. Non rimanevano a distribuire che pochi aranci: l’ultimo di questi fu offerto ad un moribondo che vestiva la grigia uniforme dei Zuavi. Vicino a lui si trovava una camicia rossa. Il Zuavo, quantunque stimolato da un infermiere a prendere quell’arancio, rifiutò di toccarlo fin che non gli fu permesso di dividerlo col garibaldino che gli giaceva a fianco... Fatti come questi dimostrano qual sorta d’uomini fossero i mercenari di Pio IX. (p. 476).»

Si vuol parimente prestargli fede quando riconosce per giusta la sentenza di Carlo Lever, il quale osservò che la politica finanziaria d’Italia era fondata sul gran principio, che non ha bisogno di fare economie chi non ha nulla da perdere, e poi lo prova con molti fatti e documenti, tra’ quali giova citare le seguenti parole del Ministro delle Finanze Luzzatti, che nella sua relazione del bilancio del 1889-90 così scriveva:

«Mentre il debito dell'Italia tiene il quarto posto dopo quello della Francia, della Russia e della Inghilterra, tuttavia, di fronte alle condizioni economiche del paese, esso è il più elevato di tutti. Fatto il paragone delle spese colle entrate, ne risulta il 14 per 100 in Germania, il 24 in Ungheria, il 26 in Inghilterra, il 33 in Austria, il 35 in Russia, il 36 in Francia, il 38 in Italia (p. 575).»

Donde poi l’Autore raccoglie che i vantaggi che gode l’Italiano libero non sono piccoli.

«Non vede più, è vero, il monastero che soprastava al suo villaggio, ma possiede le scuole secolarizzate... e ha il privilegio di passare qualche anno nelle caserme, per la legge del servizio militare obbligatorio. Invece dei varii conii metallici degli antichi Stati, gode della circolazione uniforme di sudicia carta; e siccome il valore di questa carta è fluttuante, e sarebbe difficile stabilire il rapporto del prezzo fra la moneta coniata e la carta, i bottegai sono esenti da ogni imbarazzo, essendo in circolazione pochissimi spezzati d’argento. Finalmente l’italiano libero ha il vantaggio di pagare una tassa sovra ogni cosa che tocca e possiede. È a deplorarsi che in qualche parte d’Italia non sieno sempre apprezzati come dovrebbero essere tutti questi vantaggi. I Siciliani specialmente non ne sono molto soddisfatti, e hanno spesso la brutta usanza d’accogliere a fucilate gli esattori delle tasse, e di ricoverarsi poi nelle montagne, donde i bersaglieri tentano inutilmente snidarli (p. 385).»

In somma, questo libro è tutto verità storiche, e tuttavia si fa leggere con quella avidità che un bel romanzo, ma con istruzione e frutto incomparabilmente maggiore; siccome quello in cui è portato un giusto giudizio d’uomini e di cose che ci appartengono sì strettamente, e formano tanta parte del viver nostro. Noi perciò ne consigliamo la lettura a tutti, e segnatamente agli adoratori dell’Italia una, libera, indipendente, fiduciosi che essi pure vedranno come e qualmente tutti i loro sogni dorati nel fatto poi sono andati a risolversi nella unità del mal contento, nella libertà di morire di fame, e nella indipendenza da ogni legge morale. Si, una speranza ci dice al cuore che, dopo un’attenta lettura, alcuni almeno di loro, cioè i non ostinati per deliberato proposito, non tarderebbero a convenire col eh. Autore ne’ suoi giudizii, e notantemente in quello che egli esprime nella chiusa dell’opera, e col quale chiuderemo noi pure la nostra rassegna.

«Credo di avere mostrato ad evidenza, per mezzo d’autorità incontrastabili, e per lo più d’uomini che ebbero gran parte negli avvenimenti da loro medesimi descritti, la fragilità della base su cui posa la leggenda della rivoluzione, che incominciò nel 1856 e terminò nel 1870, e che pretese esser opera di tutto il popolo italiano. Essa non fu che l’opera di un partito (2), compiuta interamente coll’aiuto d’armi straniere, nell’interesse di una porzione del popolo e contro le proteste armate di gran parte dei distretti del paese. Per giudicare con cognizione di causa l’origine del presente stato politico, bisogna spogliarla di quella specie d’aureola sacra, che la vorrebbe far apparire il risultato d’un movimento nazionale, il quale sarebbe anche una guarentigia della sua durata. Essa non ha questo diritto per nessun titolo. Creata in onta alle leggi che regolano i rapporti delle nazioni civili, essa è stata un efficace agente per creare in Europa il presente stato di pace armata, che consuma le forze dello stesso Regno d’Italia. Qualunque disastro le incogliesse, non sarebbe che conseguenza del suo passato (p. 579).»

Per quello poi che riguarda la Santa Sede, l’Autore ha parole gravissime e degne d’essere ben ponderate.

«È fuor di dubbio che la maggioranza del popolo italiano non desidera di veder prolungato indefinitamente questo conflitto fra la Chiesa e lo Stato. Perchè esso cessi, le prime concessioni debbono venire dallo Stato. Il Rudini o i suoi successori possono ricusare di andare a Canossa, come vi si ricusò una volta il Bismarck; ma un qualche giorno un Ministro del Regno d’Italia realizzerà questo voto e, salvo che non si voglia veder perire la stessa monarchia, la pace sarà fatta con la Santa Sede. Una tal crisi farà parere più facile la strada a Canossa. Frattanto il sommo Pontefice ripete le sue proteste contro uno stato di cose, che per usare le medesime parole, è diventato intollerabile. Egli rappresenta la forza morale opposta alla materiale, e in tutti i conflitti che sono narrati dalle storie, fra queste due forze, la forza materiale ha dovuto cedere sempre quando è stata combattuta con coraggio e perseveranza. Non v’ha timore che queste doti facciano difetto nel Successore di S. Pietro, e a Roma, come in Germania, nel tempo da Dio fissato, vedremo il diritto riportare vittoria sulla forza (p. 580).»

NOTE

(1) Si vende franco al prezzo di lire 10 in Roma dai signori: Bocca Fratelli, Via del Corso, 216 e 217, Piazza Colonna; Desclée Lefebvre e C. Via Minerva, 47 e 48; Loescher Ermanno e Palazzo Boncompagni, Via del Corso, 307, Via del Collegio Romano, 14 e 19; Spithoever (successore Haas Guglielmo), Piazza di Spagna, 85.

(2) Fra le molte prove di questa importantissima verit, che lA. ha portate in tutto il corso dellopera, ci piace trascrivere la seguente nota chei mette a pag. 550. Anche Garibaldi nel suo Governo del Frate, scritto nel 1868, dopo il disastro di Mentana, fu costretto a confessare che il partito liberale in Roma esisteva appena. Ahim, povero popolo romano! sciam, ma quelli che riconosciamo sotto questa denominazione... Quelli che sono degni del nome di popolo, perch non appartenenti ai negro- manti (intendi, preti) sono alcune oneste famiglie di classe media, e pochi lazzaroni. In un paese in cui lignoranza mantenuta dal prete (ohi ve- dete chi d dellignorante ai Romani, quel sapientone di Garibaldi !) e vi ha ancora profonde radici, il popolo se lintende col clero, specialmente nella campagna romana, dove tutti i grandi proprietarii o sono preti, o possenti amici del Clero. * Il Governo del Frate, Voi. II, p. 219,220. E a tutti questi ignoranti Garibaldi andava ad insegnare la scienza colle sue carabine, e a portare la libertà con loro imporre un governo che non cvlevano. A proposito dellignoranza rimproverata ai Romani dai sapientissimi buzzurri, chi scrive queste linee rammenta davere udito a piazza Navona, pochi mesi dopo la breccia di Porta Pia, discorrere fra loro due dei nuovi venuti, luno de quali disse allaltro queste precise parole: Non avrei mai creduto di trovare a Roma tanta Ignorantit Era certo un allievo del professore Garibaldi.

Il signor Gladstone, primo ministro d’Inghilterra, ha indirizzato la seguente lettera al signor The O’ Clery, intorno al suo libro «The making of Italy» (Come fu fatta l’Italia):

1 Carlton Gardens, Marzo, 31

«Mio caro Signore,

«Vi ringrazio della cortesia, e ho la fiducia che troverò nel vostro libro un aiuto importante al completo comprendimento di una grande opera di ricostruzione Europea e quasi cosmopolitica.

«Sono

Vostro dev.mo W. E. Gladstone.






























Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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