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Ne abbiamo di intellettuali che coltivano illusioni, nonostante il loro talento e la loro preparazione culturale. Toni Iermano, docente presso la università di Cassino, è uno di questi, il quale sulla cancellazione degli scrittori meridionali dai programmi liceali così si esprime:

«Superiamo questa banale contrapposizione tra Nord e Sud. Non dobbiamo cadere in questa trappola, il problema riguarda il concetto unitario del Paese. La nostra è sì una cultura plurale, ma un plurale che va a formare la conoscenza nazionale che è unitaria. Prendiamo il caso di Vittorini, escluso dall’elenco del Ministero. Vittorini è il primo intellettuale a porre il problema del rapporto tra politica ed intellettuali, il primo a porre il problema del dissenso interno. La sua evoluzione è autobiografia di una generazione che subisce il fascismo, poi se ne distacca. La guerra in Spagna, la cesura che per Vittorini coincide anche con la elaborazione del suo capolavoro che è Conversazioni in Sicilia. Il suo scontro epocale con Togliatti è fondamentale per comprendere come è mutato dopo il rapporto tra intellettuale e politica.

Quando fonda il Politecnico segna un nuovo passaggio che indica la via della rielaborazione culturale per rifondare il Paese. E’ lui che con Pavese porta gli americani in Italia. Senza Vittorini come potranno comprendere gli studenti il giovane Calvino? Fu Vittorini che fondò la collana Gettoni, nei quali pubblicò Fenoglio, Dante Troisi ed un certo Borges. Erano gettoni perché segnavano un nuovo modo di comunicare».

(Cfr.Iermano: «Basta nord e sud, sono scrittori italiani» - http://www.orticalab.it/Iermano-Basta-nord-e-sud-sono)

Di Iermano vi proponiamo un interessante articolo su Giuseppe Ferrarelli, scrittore napoletano di storia militare, tratto dalla “Rassegna storica sul Risorgimento”.

Si può essere unitarismi e intellettualmente onesti, quello che non condividiamo sono i distinguo sugli scrittori borbonici. Non si capisce perché Spaventa, De Sanctis, Imbriani ecc. non abbiano bisogno di commenti e invece De Sivo necessiti, ogni volta che viene citato, di sottolineature del tipo “autore di una fin troppo polemica e filoborbonica Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861” oppure “arrabbiato interprete del legittimismo più oltranzista” ecc.

Zenone di Elea – 12 Agosto 2013

Fonte:

Rassegna storica del risorgimento - 1988 - Vol. 75 - Fasc: 3 - Pag. 310-319

NOTE SU GIUSEPPE FERRARELLI 

SCRITTORE NAPOLETANO DI STORIA MILITARE

L'improvvisa quanto non prevedibile caduta del grande Stato borbonico provocò sorpresa e sbandamento non solo nelle fila dei moderati meridionali, ma persino nell'entourage del conte di Cavour. L'antico Regno di Napoli, sotto i colpi non irresistibili provenienti dalle imprese di Garibaldi in Sicilia, si era come accartocciato su se stesso senza utilizzare le sue indiscutibili risorse militari ed economiche.

Nell'estate del 1860 l'esercito borbonico, nonostante il buon morale delle truppe, aveva praticamente rinuncialo a difendere lo Stato: l'uccisione del generale Briganti, avvenuta a Monteleone ad opera dei militari borbonici, credo rappresenti la prova eloquente della frattura apertasi tra gli alti comandi, ormai non più disposti a guidare l'esercito alla vittoria, e i semplici soldati, ancora legati alla dinastia e ai re Francesco II. 1)  Il disordine amministrativo seguito al dissolversi della vecchia burocrazia, lo spaventoso vuoto di potere creatosi nell'ex Regno all'indomani della ritirata del re verso Gaeta, e la tormentata situazione economica delle province provocarono nella classe dirigente sabauda il desiderio di annettere, in tempi rapidissimi, il Mezzogiorno al Regno d'Italia.

La conflittualità ira moderati e garibaldini acuì i timori del Cavour, il quale dispose un piano politico-amministrativo atto a riportare tutti i poteri nelle mani dei prefetti sabaudi. Sappiamo quanti squilibri provocò l'annessione nel campo dell'economia alle province meridionali, passate repentinamente da un mercato chiuso da ferree barriere doganali a un mercato unico nazionale. Dissapori ed incomprensioni tra politici meridionali e burocrati sabaudi non mancarono, così come la voglia epuratrice manifestatasi nel campo della magistratura e della pubblica amministrazione creò non pochi malcontenti tra le classi dirigenti meridionali. 2)

Questo insieme di situazioni generò in molti la convinzione che il processo di unificazione nazionale andava interpretato in Italia meridionale, per usare una celebre espressione del meridionalista Guido Dorso, come «conquista regia» 3). Il crollo del Regno delle Due Sicilie causò tra i napoletani — è un giudizio del Croce — uno strascico di effetti politici diversi, soddisfazione e sdegno, giubili e rimpianti, deluse speranze e nostalgie, che non dileguò se non con lentezza, nel corso di più decenni. 4)

Proprio Benedetto Croce distingueva all'interno di questa complessa ed articolata situazione, creatasi nelle province meridionali all'indomani del 1860, posizioni e atteggiamenti ben diversi fra loro. 5) Vi erano i «borbonici» ossia coloro che ostinatamente affermavano: «Noi vogliamo restare napoletani, coi nostri vecchi re e i vecchi costumi e le vecchie tradizioni, e non diventare italiani e moderni». Tra i più accesi sostenitori di questa tesi figurava lo storico e scrittore Giacinto de' Sivo (1815-1867), autore di una fin troppo polemica e filoborbonica Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861. 6) Ma vi erano anche, ed in gran numero, gli «unitari, della prima e seconda ora, che risolutamente sostenevano: «Noi siamo ormai, e vogliamo essere, italiani, e non più napoletani». Tra i due opposti figuravano ancora gli «autonomisti» e i «municipali», uomini che come il barone Giacomo Savarese 7) non sapevano capire la italianità se non nell'ambito di una cooperazione dei vari Stati italiani», ed infine vi erano gli «schietti liberali e unitari», cioè coloro che pur accettando la unificazione nazionale restavano legati ad uomini e cose del vecchio Regno di Napoli. «Di questi ultimi, forse il rappresentante più spiccato, e certamente il più amabile e caro per ingenuità, nobiltà, e purezza di cuore — scrive il Croce — fu Giuseppe Ferrarelli». 8)

Il Ferrarelli fu certamente fra quei meridionali che non riuscirono mai a superare il dissidio tra ricerca della italianità ed amore per la storia umana e civile del Mezzogiorno. D'altronde Giuseppe Ferrarelli non poteva, proprio per la sua formazione umana ed intellettuale, sottrarsi ad un atteggiamento in cui confluivano convulsamente ideali sedimentati e fatti propri attraverso la propria famiglia, i propri studi, ed atteggiamenti collegati ad istanze tese al trionfo e all'irrobustimento dei più convinti sentimenti patriottici. Il processo di unificazione nazionale, violento ed affrettato nelle province meridionali dalle scelte piemontesi, lasciò nel Ferrarelli quelle contraddizioni. accelerando quasi un atteggiamento di velata nostalgia per un passato che faceva ormai parte delle sue convinzioni e delle sue scelte.

Giuseppe Ferrarelli era nato a Teramo 1xx8 gennaio 1832, due anni dopo l'inizio del regno di Ferdinando II, da Carmine, alto magistrato borbonico, e da Maria Giuseppa Frangipane, dei duchi di Mirabello. I Ferrarelli erano originari di Mesoraca, un paesello calabrese vicino Crotone, ma dalla fine del Settecento vivevano a Napoli.

Nella capitale essi riuscirono ad inserirsi in quella borghesia provinciale che conquistò i più alti incarichi nella magistratura, nell'esercito e nella pubblica amministrazione.

Infatti, mentre il padre di Giuseppe Ferrarelli divenne consigliere e successivamente vicepresidente della Suprema Corte, lo zio Nicola, fratello di Carmine, raggiunse il grado di tenente colonnello dell'esercito e dal 1856 al 1860 fu comandante del Collegio militare di Napoli, detto della Nunziatella. 9)

Il magistrato Carmine Ferrarelli fu amico e collega del giurista Benedetto Croce (1794-1854), nonno del futuro filosofo di Pescasseroli, essendo entrambi consiglieri della Suprema Corte. Sia il Ferrarelli che il Croce provenivano dalla provincia, ed avevano in comune non solo una carriera nella magistratura più o meno simile, ma anche, e soprattutto, una identica visione del loro non facile mestiere. Entrambi appartenevano «a quella dotta e intemerata magistratura napoletana, a cui i Borboni si guardavano dall'affidare i processi politici, pei quali illegalmente costituivano corti speciali».  10)

Proprio da questa solida e collaudata amicizia nacque la futura parentela tra Giuseppe Ferrarelli e Benedetto Croce. Infatti i due magistrati borbonici sposarono rispettivamente Maria Giuseppa e Maria Luisa Frangipane, figlie del duca di Mirabelle, residente a Campobasso: la specialità dei Frangipane era quella di dare le proprie figlie in sposa «ad alti magistrati».  11)

Come sappiamo, Benedetto Croce nacque il 25 febbraio del 1866 a Pescasseroli da Pasquale, figlio a sua volta di Benedetto e Maria Luisa Frangipane, e da Luisa Sipari. In questo modo Giuseppe Ferrarelli, figlio di «zia Peppina», come affettuosamente Croce chiamava la sorella della nonna, 12) diventerà zio del filosofo. Questa parentela sarà solo il pretesto per rafforzare un solido legame umano ed intellettuale fra Benedetto Croce e Giuseppe Ferrarelli, legame che influirà non poco sulla formazione giovanile del nipote. Il Ferrarelli fu un assiduo frequentatore di casa Croce fin dai tempi in cui il giovane filosofo napoletano viveva nel palazzo di Largo Aria- nello: nel folto gruppo di letterati, artisti, scrittori che frequentavano domenicalmente il Croce figuravano anche due militari con spiccate doti di prosatori, Giuseppe Ferrarelli e Giulio Bechi. 13)

Il Ferrarelli fu educato nel collegio della Nunziatella e nel 1850 divenne sottotenente dell'esercito di Ferdinando II. Nel difficile anno della rivoluzione, nel 1848, proprio nel Collegio militare fu allievo di Francesco De Sanctis, a cui restò legato per tutta la vita. Entrato nel dicembre del 1842 alla Nunziatella, il Ferrarelli, anche se per ragioni familiari appariva un fedele suddito di re Ferdinando, nel '48 — scrive egli stesso — «manifestai sentimenti liberali, e perciò fui tra gli alunni che dovevano uscire sorvegliati». 14)

Il legame con il De Sanctis fu importantissimo per la sua successiva adesione agli ideali patriottici. Il senso reale di questa amicizia che uni il Ferrarelli al De Sanctis lo si coglie non solo da ricordi ed aneddoti, ma anche da tangibili manifestazioni di affetto.

Negli anni 1883-1885 vennero a mancare gli «uomini che dopo il 1860 avevano dato avviamento alla cultura meridionale» 15): morirono Bertrando Spaventa (1883), Francesco De Sanctis (1883), Antonio Tari (1884), Augusto Vera (1884), Vittorio Imbriani (1885) ed altri ancora; «gli scolari, gli amici, i clienti, i tanti che erano loro intorno, versate alcune lacrime e celebrate le cerimonie consuete, dimenticarono (salvo pochi) ciò che quegli uomini avevano avuto caro e in cui vivevano ancora: i loro scritti, i loro pensieri, i loro ideali».  16)

Sempre il Croce ricorda che «del De Sanctis, il Bonari die fuori il frammento sul Leopardi, il Villari il frammento autobiografico, il Ferrarelli raccolse articoli e discorsi politici: tutto il resto rimase inedito, disperso o scorretto». 17)

Nel 1889 infatti il Ferrarelli raccolse in volume gli Scritti politici del De Sanctis, pubblicandolo con l'editore napoletano Antonio Morano. Nella introduzione agii scritti, in una lettera indirizzata alla vedova del critico irpino. Maria Testa, il Ferrarelli emblematicamente scriveva: «Egli [De Sanctis], nel Collegio militare di Napoli ed in quella celebre sua Scuola privata, che attrasse i giovani di più nobile cuore e di più robusto ingegno, insegnando le lettere, accese nell'animo dei suoi discepoli quel fervido amore d'Italia, che poi fece divenire parecchi di essi, soldati, politici, giuristi, oratori e scrittori degni del nome italiano». Anche se piuttosto manchevole in alcune parti, il volume messo insieme dal Ferrarelli ebbe il merito di ridare vigore ad una immagine del De Sanctis uomo politico: non a caso nel libro Francesco De Sanctis e la cultura napoletana (1928) di Luigi Russo lo troviamo citato». 18) Anche il giornalista napoletano Gerardo Laurini in un suo scritto, Francesco De Sanctis, ricordi intimi, raccontava che negli ultimi mesi di vita del critico di Morra fra coloro che frequentavano assiduamente la sua casa vi era «il buon Giuseppe Ferrarelli». 19)

Il Ferrarelli nel 1860 fu tra quegli ufficiali borbonici che aderirono al discorso unitario in modo convinto: «[...] militai con Garibaldi, perché il governo napoletano non volle compiere il dovere chiaro e solenne di essere italiano». 20) Durante la battaglia del Volturno il Ferrarelli, presso Caiazzo, ebbe modo di conoscere personalmente Garibaldi: per due ricognizioni fatte sulla riva sinistra del Volturno, «innanzi al fuoco di fucileria nemica, e per una batteria di mortai costruita sotto il fuoco della piazza, nell'assedio di Gaeta»,  21) fu decorato con la medaglia d'argento al valor militare.

Dopo essere passato successivamente nell'esercito italiano, il Ferrarelli partecipò, ma con poca convinzione, alla campagna contro il brigantaggio meridionale, che aggravò quel senso di sfiducia nello Stato sabaudo in non pochi uomini politici meridionali. Proprio da alcuni suoi ricordi apprendiamo in che modo il Ferrarelli visse la tragica esperienza della repressione del cosiddetto «grande brigantaggio»: «Nel 1861 feci parte dello Stato maggiore del generale Pinelli per la repressione del brigantaggio. Feci quel che potetti e compii il dovere di dirgli che, con quelle fucilazioni decise con tanta fretta, correvamo il rischio di commettere ingiustizie. Una, infatti a Viesti, — come seppi dopo, quando per ragioni dell'Orfanotrofio militare dovetti tornare a quel paesetto —, fu ingiustissima». 22)

Avvenimenti come questi contribuirono non poco a spingere il Ferrarelli su posizioni polemiche nei confronti di uno Stato più che mai deciso ad imporre le proprie leggi nel Mezzogiorno, senza tollerare nessuna forma di trasgressione. Queste sue vene polemiche gradualmente finiranno per assumere colorazioni politiche in cui il processo di annessione dell'ex Regno borbonico veniva interpretato in chiave di vera e propria colonizzazione. Come racconta il Croce «lo umiliavano le istituzioni, le leggi, i regolamenti, militari e non militari, dal Piemonte estesi all'Italia meridionale, quasi come a paese barbaro». 23) Da questa constatazione il Ferrarelli faceva scaturire la sua ormai convinta opposizione ad uno Stato nel quale pur aveva visto il rimedio ai mali del suo Mezzogiorno.

Questa sua posizione lo spinse ad interessarsi alla storia delle vicende culturali e militari dello Stato borbonico, dall'ormai lontanissimo 1734 al 1860. Attraverso un meticoloso recupero di storie e personaggi il Ferrarelli voleva dimostrare, forse prima a se stesso e poi agli altri, che anche il Mezzogiorno, una grande regione considerata, con troppo frettolosità, solo terra di conquista, possedeva una sua storia da tutelare e da conservare. In questo ambito va colto il suo impegno teso a restituire a Civitella del Tronto il monumento che ricordava l'assedio del 1806, a rendere noto il monumentino dello scontro di Rieti del 1821. e fare apporre sulla casa di Napoli dove nacque Giambattista Della Porta una lapide.

Quando nel 1869, a causa di due suoi articoli apparsi suI17/a/ia militare e la Rivista militare riguardanti una modifica di alcuni compiti del Genio militare, il Ferrarelli, capitano prossimo alla promozione a maggiore, per evitare qualche persecuzione, si dimise dall'esercito, ebbe modo di dedicarsi completamente allo studio della storia dell'antico Regno di Napoli.

Nel 1871 pubblicò un primo volume dal titolo Schizzi, in cui, tra l'altro, sosteneva l'importanza della diffusione in Italia delle idee militari di Luigi Blanch. 24) Il Ferrarelli aveva conosciuto personalmente il Blanch,  un uomo che con la sua fondamentale opera Della scienza militare aveva inciso profondamente sulla formazione degli ufficiali borbonici.

Con i suoi scritti su Il Progresso, il Museo di scienze e letteratura e l'Antologia militare, lo storico di Lucera conquistò un posto di assoluta rilevanza non solo nel campo della scienza militare, ma anche in quello umanistico. Nicola Marselli, il Pianell e gran parte degli ufficiali che avevano frequentato la scuola militare nella Napoli tra gli anni venti e cinquanta, avevano avuto nel Blanch un vero maestro. Quando nel 1872 il Blanch mori, proprio il Ferrarelli ne scrisse un necrologio sul Piccolo di Napoli (8 agosto 1872).

Non sarà superfluo ricordare che il Ferrarelli suggerirà ad Enrico Rocchi uno studio sul Blanch, che resta ancora oggi il migliore lavoro biografico sulla personalità dello storico pugliese, 25) così come sarà l'ispiratore degli importanti studi del Croce sui manoscritti di questo protagonista del pensiero napoletano dell'Ottocento. La dedica che il Croce appose ai tre volumi di Scritti politici del Blanch, pubblicati nel 1945, dopo che il filosofo napoletano era riuscito ad ottenere dagli eredi gli undici volumi manoscritti delle sue opere, rappresenta in modo emblematico il ruolo avuto dal Ferrarelli nella riscoperta del pensiero di Luigi Blanch: «Alla venerata memoria di mio zio — Giuseppe Ferrarelli — ascoltatore in sua gioventù — della parola sapiente di Luigi Blanch — questa raccolta — di cui egli sempre nutrì il desiderio — è dedicata. 26)

Successivamente il Ferrarelli pubblicò un volume di Pensieri politici (1879), lo studio su Tiberio Carafa e la congiura di Macchia (1883) ed un buon numero di articoli di storia militare, poi riuniti dal Croce nel 1911 nel volume Memorie militari del Mezzogiorno d'Italia.

In rapporti epistolari con i più importanti ed autorevoli ufficiali borbonici, Sponzilli, De Rosenheim, Afan de Rivera, Tabacchi, Cosenz, Boldoni, Pianell, Marselli, De Benedictis, Di Gaeta, 27) il Ferrarelli venne sostenendo la tesi secondo cui la conquista del Regno delle Due Sicilie era stata resa possibile non dalla inconsistenza dell'esercito borbonico, ma dal desiderio delle popolazioni meridionali di entrare a far parte di un unico grande Stato nazionale.

Trovando anche il consenso di alcuni ex generali borbonici, fu tra gli animatori della polemica (ampiamente trattata da Pasquale Turiello nel suo libro Governo e governati, 1882) sviluppatasi nel Mezzogiorno sulla asserita «conquista» del Regno da parte dei Mille; con il suo libro di Memorie utilitari, mediante la ricostruzione delle vicende biografiche di personaggi che avevano tenuto alto il blasone bellico del Regno, dal marchese Palmieri al generale Angelo D'Ambrosio, da Luigi Mezzacapo a Giuseppe Pianell, ai generali Filangieri, d'Ischitella, de Benedictis, Ulloa, Matarazzo e Boldoni, intendeva smentire tutta una pubblicistica denigratoria nei confronti dell'esercito napoletano.

Con convinzione il Ferrarelli sostenne la sua posizione, opponendosi alla tesi secondo cui Garibaldi avesse sconfitto l'esercito borbonico senza alcun aiuto: «Un fatto non abbastanza osservato nella rivoluzione italiana, sebbene di molto momento, è l'aiuto che ebbero Garibaldi ed i Mille dalle popolazioni meridionali. Garibaldi sbarcò a Marsala agli 11 maggio del 1860; ma l'insurrezione in Sicilia era già cominciata, al suono della campana della Gancia, il 4 aprile. Ciò che era avvenuto in Sicilia, avvenne pure nel continente. Garibaldi ed i Mille ebbero per avanguardia intere popolazioni, che insorgevano prima del loro arrivo». 28)

Molto resta da discutere su questa posizione del Ferrarelli; successivi avvenimenti testimoniarono l'assoluta mancanza nel Mezzogiorno di una coincidenza tra Stato e Nazione, ma non si può non tener conto, in questa tesi, della volontà di esprimere la dignità degli uomini e delle istituzioni napoletane, così duramente considerate dalla classe dirigente piemontese all'indomani dell'Unità.

Su questi registri ideologici s'inserisce l'articolo Costanza nel dovere e diversità di risoluzioni, ripubblicato dal Croce nell'Archivio storico per le province napoletane. Sugli scritti politico-militari del Ferrarelli Benedetto Croce ci ha lasciato questo efficace giudizio: «In quelli militari, c'è la ferma asserzione dell'importanza che ha la cultura pei militari, particolarmente pei generali, e circa il valore troppo trascurato dell'elemento morale nella milizia, e un sano aborrimento contro la pedanteria burocratica e i regolamenti. che egli avrebbe voluto più brevi e più semplici, come considerava requisito proprio del militare la semplicità dei concetti e della parola. In quelli politici, il desiderio di un'effettiva libertà in Italia, che non poteva andar disgiunta da quella libertà di giudizio e di censura, e da quello spirito di resistenza, di cui diè esempi insigni l'Inghilterra: dalla libertà interiore, insomma, com'egli la chiamava».29)

Le caratteristiche ideologiche, se così vogliamo definire le appassionate posizioni di questo antico ufficiale della Nunziatella, le si ritrovano tutte in una ferma opposizione alla fin troppo rapida annessione della «patria napoletana» allo Stato unitario. I suoi «lamenti» non sono però da collegare in alcun modo alle posizioni reazionarie del già ricordato Giacinto de' Sivo, arrabbiato interprete del legittimismo più oltranzista.

Nel sempre criticato, ma mai eguagliato studio crociano La vita letteraria a Napoli dal 1860 al 1900, il Croce ricorderà con affetto questo atteggiamento del Ferrarelli.» 30)

Il conte di Cavour in una lettera a William de La Rive, alla vigilia dell'apertura del primo Parlamento italiano, scriveva: «Ma tache est plus laborieuse et plus pénible maintenant que par le passé. Constituer l'Italie, fondre ensemble les éléments divers dont elle se compose, mettre en harmonie le nord et le midi, offre autant de difficulté qu’une guerre avec l'Autriche et la lutte avec Rome»  30); ed ancora, proprio alla vigilia della morte: «L'Italie du Nord est faite, il n'y a plus ni Lombards ni Piémontais, ni Toscans, ni Romagnols: nous sommes tous Italiens; mais il y a encore les Napolitains».  32)

La posizione di Giuseppe Ferrarelli, morto nel 1921,  33) il cui ricordo fu ben presto affidato solo alla passione degli eruditi, rappresenta uno dei tanti segmenti della difficile storia del Mezzogiorno.

Mentre il Cavour lamentava le enormi difficoltà da parte della classe dirigente sabauda nel realizzare un amalgama dei «Napolitains» con la parte restante del paese, nel Mezzogiorno, dove imperavano geometrie politiche con formule di non facile interpretazione, le élites vedevano frantumarsi nelle mani la propria storia e la propria cultura. Al di là di una affranta coorte di legittimisti, sostenitori, anche dopo il 1870, di una ormai blanda quanto anacronistica voglia restauratrice, nella ex-capitale del Regno borbonico si consumò il dilemma di una generazione di intellettuali, lacerati amleticamente dalle spinte della ragione (accettare l'unificazione comunque come un passo in avanti) e dall'impellente necessità di ritrovare nel passato un po' di se stessi. Giuseppe Ferrarelli, sicuramente rappresenta un efficace paradigma interpretativo di questo stato d'animo di quanti, vissuta nel periodo borbonico buona parte della loro formazione umana ed intellettuale, si ritrovarono a vivere la seconda parte della propria vita in una realtà fortemente in via di trasformazione.

La cocente delusione unitaria, fusa con il desiderio di uscire comunque dalle rigide forme istituzionali dell'assolutismo borbonico, finirono per creare un circolo chiuso in cui si consumò il dissidio interiore dei migliori napoletani.

In una lettera inviata dal magistrato Casella, già ministro di Francesco II, al Ferrarelli in occasione della pubblicazione del lavoro di quest'ultimo Tiberio Carafa, ù possibile cogliere la cifra di quanto ho finora cercato di illustrare. La lettera, già pubblicata dal Croce, merita di essere riletta: «Ornatissimo amico, ho letto d'un fiato il vostro libro, ammirandovi l'ordine, lo stile semplice e la nobiltà dei propositi. La iettatura della povera Napoli vi rifulge a meraviglia. Per dimostrarvi che fino all'ultima pagina ho seguito i vostri ragionamenti, ardisco credere che a Tiberio Carafa rimaneva il solo scampo di andarsene a morire a Vienna. Aveva troppo osteggiato la Spagna, ed in quel tempo ridevano di coloro che, all'ombra di certe belle parole, o, se vi piace, di certe belle cose, intonavano l'osanna ai propri nemici. Carlo III fu il redentore di queste Provincie, ma Tiberio Carafa non poteva essere suo suddito. Appunto per toglierci da simili imbarazzi la Provvidenza ci regala la morte. Conservatemi la vostra benevolenza e credetemi, tutto vostro Francesco Casella». 34)  La lettera, datata 9 dicembre 1886, lumeggia, attraverso espressioni chiarissime, la «contemporaneità» della vicenda umana di Tiberio Carafa: in quella lapidaria frase «Carlo III fu il redentore di questa provincia, ma Tiberio Carafa non poteva essere suo suddito» si nascondono tutte le contraddizioni di una parte della intelligenza meridionale del periodo post-unitario. Contraddizioni d'altronde nate nell'ambito di un solenne attaccamento alle vicende umane e politiche dell'antico reame di Napoli. Concludendo il suo scritto sullo sfortunato Tiberio Carafa principe di Chiusano, il Ferrarelli svelava nell'appassionata pagina finale tutti gli obiettivi della sua ricerca storiografica. Al quesito sulla possibile relazione esistente tra la congiura di Macchia ed «il moderno risorgimento politico italiano», l'antico ufficiale della Nunziatella, senza indugi, rispondeva che essa consisteva in «quella nobilissima propensione degl'Italiani del Mezzogiorno, a ribellarsi a tutte le tirannidi, tanto nazionali che forestiere; perché senza di essa, l'eroico valore dei Mille che sbarcarono a Marsala, avrebbe avuto fortuna simile a quello di Tiberio Carafa; e dopo qualche generazione, sarebbe divenuto un valore italiano, noto agli eruditi e ignoto alla nazione»  35)

Questa conclusione infiammò gran parte di quegli ufficiali napoletani che alla vigilia dell'unificazione nazionale avevano dato il loro contributo al crollo dell'assolutismo borbonico, ma che all'indomani dell'Unità avevano avuto non pochi contrasti con «il gergo burocratico franco-piemontese» 36) dei nuovi amministratori delle province meridionali. Nicola Marselli (1832- 1899), unito al Ferrarelli da una identica formazione culturale e da molti ricordi comuni (entrambi erano stati allievi della Scuola militare nonché fedeli amici del De Sanctis) espresse piena adesione alle posizioni sostenute

dal vecchio compagno d'arme nei suoi scritti, 37) anche se, a differenza del magistrato Casella, non volle leggere alcuni fenomeni della storia napoletana del passato in termini di iettatura storica: la prematura partenza di Carlo III per la Spagna ad esempio non fu vista dal Marselli come causa decisiva dell'indebolimento del Regno, 38) cosa invece sostenuta con passione da molti «buoni napolitani».

Giuseppe Ferrarelli, che in qualche modo credeva alla cosiddetta iettatura, insieme al generale Pianali, ai militari Biagio e Luigi de Benedictis. allo stesso Marselli, fece parte di quel gruppo di uomini che, pur respingendo qualsiasi nostalgico ricordo legittimista, non venne mai meno ad un regionalismo ricco di sentimento e di qualche utopia: nei loro album conservarono, forse, anche qualche stropicciata carte de visite dell'ultimo Borbone di Napoli e di Maria Sofia di Wittelsbach, ma non tradirono i loro ideali sinceramente liberali, per ì quali avevano pagato un prezzo altissimo in termini di conflitti e di dilemmi interiori 39);  certamente la eroica difesa di Gaeta contribuì non poco ad allargare ferite e ad ingigantire le proprie contraddizioni.

Benedetto Croce, a cui va il merito di aver conservato, e non solo per ragioni affettive, suoi ricordi e documenti, credo abbia voluto cogliere un po' di attualità nel pensiero politico-militare del Ferrarelli: persino in un momento particolarmente importante della storia d'Italia, il pensatore napoletano, durante un discorso tenuto al teatro Eliseo di Roma il 21 settembre 1944 su L'Italia nella vita internazionale, 40) utilizzò il rifiuto opposto dal Ferrarelli («un mio zio»)  41) alle spietate fucilazioni messe in atto dallo Stato italiano per reprimere il brigantaggio nelle province meridionali come modello di confronto tra l'affrettata politica «piemontese» del 1860 e le scelte del governo anglo-americano in Italia all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre del 1943.

Infine non si può non tener conto dell'importanza di quelle straordinarie ricerche del Croce che ancora oggi ci si ostina a definire, monotamente, «erudite». Proprio esse, e le pagine sul Ferrarelli ce lo attestano, ci permettono di inseguire nel corpus crociano inesauribili tracce di umanità e di cultura.

Toni Iermano.

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1) Sull'uccisione del generale Fileno Briganti cfr. P. Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, Einaudi I9823, p. 691. Il libro del Pieri resta fondamentale ai fini di una conoscenza dettagliata degli avvenimenti militari del 1860 in Italia meridionale (ivi, pp. 684 sgg.).

2) Su questo argomento vedi importanti spunti in A. Scirocco, Governo e paese nel Mezzogiorno nella crisi dell'unificazione (1860-61). Milano, Giuffrè, 1963 (del libro esiste una n. ed. apparsa nel 1981 con la Scn di Napoli).

3) Cfr. G. Dorso. rivoluzione meridionale, Torino, Einaudi, 19742, pp. 45-51.

4) Cfr. B. Croce, Dal carteggio di un ex-ufficiale dell'esercito napoletano, in Uomini e cose della vecchia Italia, Bari, Laterza, serie seconda, 1956, p. 365.

5) Ivi, pp. 365-366.

6) Sul de' Sivo cfr. W. Maturi, Storici reazionari, in Interpretazioni del Risorgimento, Torino, Einaudi, 19625, pp, 330-334, ma vedi soprattutto B. Cuoce, Francesco Paolo Bozzelli e Giacinto de' Sivo, in Atti dell'Accademia Pontaniana, Napoli, voi. XLVIII, 1918 (ristampato in Una famiglia di patrioti ed altri saggi storici e critici, Bari, Laterza, 1927, pp. 147-160). Autore di tragedie (Costantino Dracosa e La figlia di Jefte) e di un romanzo storico (Corrado Capece) nonché della Storia delle Due Sicilie, il de' Sivo dopo la morte fu completamente dimenticato. Spetta al Croce il merito di averlo praticamente rivelato agli studiosi con la sua comunicazione del 1918.

7) Cfr. B. Croce, La vita letteraria a Napoli dal 1860 al 1900, in La letteratura della nuova Italia, Roma -Bari. Laterza, 1973, p. 304

8) B. Croce, Uomini e cose della vecchia Italia, cit„ p. 366.

9) B. Cuoce, Tre fotografie degli ultimi reali borbonici, In Aneddoti di varia letteratura, seconda ed. con aggiunte interamente riveduta dall'autore, voi. IV, Bari, Laterza, 1954. pp. 192-198.

10) B. Croce. Due paeselli d'Abruzzo, In Storia del Regno di Napoli, Bari. Interza, 1958», p. 351.

11) Ivi. p. 352.

12) Cfr. B. Croce, Tre fotografie degli ultimi reali borbonici, cit- p. 193.

13) Cfr. F. Nicolini, Benedetto Croce. Torino. Utet. 1962. pp. 189-190.

14) Cfr. B. Croce, Uomini e cose della vecchia Italia, cit,, pp. 385.

15) B. Croce, La vita letteraria a Napoli dal 1860 al 1900, cit., p. 307.

16) Ivi, p. 307.

17) Scritti politici raccolti da Giuseppe Ferrarelli, Napoli, Morano, 1889.

18) Cfr. Russo, Francesco De Sanctis e la cultura napoletana, introduzione di Umberto Carpi, Roma. Editori Riuniti, n. ed., 1983. p. 318 n. sgg.

19) Cfr. F. De Sanctis, Scritti varii, inediti o rari, raccolti e pubblicati da B. Croce, Napoli, Morano. 1898, p. 296 {ora anche in F. De Sanctis, La Giovinezza. Memorie postume seguile da testimonianze biografiche di amici e discepoli, a cura di Gennaro Savarese, Torino. Einaudi, 1961. p. 416).

20) Cfr. B. Croce. Uomini e cose della vecchia Italia, cit., p. 385.

21) G. Ferrarelli, Memorie militari del Mezzogiorno d'Italia, con prefazione di B. Croce. Bari. Laterza. 19!I, p. 80.

22) Cfr. B. Croce, Uomini e cose della vecchia Italia, cit., p. 386.

23) Ivi, p. 367.

24) G. Ferrarelli, Lista di molti lavori militari di L. Blanch, in Schizzi, Napoli, 1871. pp. 55-59,

25) Cfr. E. Rocchi, Luigi Blanch c l'evoluzione della scienza della guerra, in Rivista militare italiana, a. XLIV, 1889, pp. 5-27.

26) Il Croce, continuamene «esortato» dal Ferrarelli, nel 1921 riuscì ad ottenere dalla signora Camilla Capomazza, marchesa di Campolattaro i preziosi manoscritti dei Blanch, di cui era erede (cfr. B. Croce, Luigi Blanch, in Aneddoti di varia letteratura, cit., pp. 2-5). Il Croce nel 1910 promosse la già ricordata ripubblicazione Della scienza militare, a cura di Amedeo Giannini, nella collana laterziana degli «Scrittori d'Italia». Egli fu anche promotore della pubblicazione di due opere inedite del Blanch: Il Regno di Napoli dal 1801 al 1806, a cura di Michelangelo Schipa, in Archivio storico per le province napoletane, a. 1923, pp. 5-254 e Luigi de' Medici come uomo di Stato ed amministratore, a cura di Nino Cortese, ivi, a. L. 1427, pp. 101-196. Sull'opera del Blanch cfr.: B. Croce, Doveri morali positivi e doveri morali speculativi. Nota critica su alcuni concetti di L. Blanch, in La Critica, vol. XII, 5943; G. De Ruggiero. Il pensiero politico meridionale nei secoli XVIII e XIX. Bari. Laterza, 1922. pp. 253-254 c 270-272; N. Cortese, Luigi Blanch e il partito moderato napoletano, in Archivio storico ;x?r le province napoletane. a. 1923, pp. 255-312; A. Omodeo. ree. a L. Blanch, Scritti storici, a cura di B. Croce, Bari, Laterza, J945, voli. 3, in Quaderni della Critica, dicembre 1945, pp. 72-81; E. Cio.se, Napoli romantica 1810-1845, Milano, 1942, pp. 71-75; G. Pepe. Luigi Blanch storiografo e pensatore politico, in Rassegna d'Italia, a. M, 1947, nn. 6-7-8, pp. 131-145; W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento, cit.. pp. 93-117; B. Croce, Storia della storiografia italiana del secolo XIX. Bari. Laterza. 1921. pp. 18-27; N. Cortese, Luigi Blanch, in Dizionario biografico degli italiani, voi. 10. Roma, 1968, pp. 771-776.

27) cfr. B. Croce, Uomini e cose della vecchia Italia, cit,, pp. 369 sgg.

28) G. Ferrarelli, Memorie militari del Mezzogiorno d'Italia, cit. p. 290.

29) B. Croce. Uomini e cose della vecchia Italia, cit., p. 387.

30) Cfr. B. CROCE, La vita letteraria a Napoli dal 1860 al 1900, orn anche in Gli hegeliani di Napoli e la costruzione dello Stato unitario. Mostra bibliografica e documentaria, Napoli, Istituto italiano per gli studi filosofici, 1987, pp. 84, 87, 96-97.

31) Cfr. e. Artom, il Conte di Cavour e la Questione Napoletana, in Nuova Antologia, novembre 1901, p. 145.

32) cfr. M. L. Salvadori, Il mito del Buongoverno. La Questione meridionale da Cavour a Gramsci, Torino. Einaudi. 1976. p. 29.

33) Cfr. B. Croce, G. Ferrarelli. in Giornale d'Italia. 9 febbraio 1921 (ora in Pagine sparse, Napoli, Ricciardi, 1945, voi. Il, pp. 193-195). Ulteriori notizie su Ferrarelli e la sua famiglia vedi in: V. Maiakrusr. Croce e la Calabria, Soveria Mannelli, Rubbettino editore, 1984, pp. 41-66; F. Nicolini, L'Editto ne varictur delle opere di Benedetto Croce, in Archivio storico del Banco di Napoli. Napoli. 1960-1961, 14-16, pp. 74, 171, 173, 322, 323, 324, 347, 356, 361. Une conferma del solidi rapporti di Amicizia del Croce con il Ferrarelli ci viene da due spunti contenuti in A. Labrioi.a, Lettere a B. Croce, a cura di Lidia Croce, Napoli, Istituto italiano per gli studi storici, 1975, pp. 39 e 139.

34) Cfr. B. Croce, Uomini e cosa della vecchia Italia, cit., p. 384. Su Franccscantonio Casella vedi B. Croce, in Pagine sparse, cit., vol. III, pp. 18-34.

35) G. Ferrarelli, Tiberio Carata e la congiura di Macchia, Napoli, a. Morano, 1883, p. 133.

36) Cfr. la prefazione di B. Croce al volume del Ferrarelli. Memorie militari, cit., ora in B. Croce, Pagine sparse, raccolte da C. Castellano, serie terza, Napoli, Ricciardi, 1920, pp. 214-217.

37) Cfr. N. Marselli, Gl'Italiani del Mezzogiorno, Roma, A. Sommaruga, 1884, pp. 19 sgg.

38) Ivi. pp. 52-53.

39) Nel 1860 molti furono gli opportunisti che confluirono nelle fila degli unitari per squisite ragioni di utilità, ma vi furono anche diversi soldati che per odio alla tirannide borbonica preferirono passare decisamente al servizio di Vittorio Emanuele II. Nel 1848, in condizioni politiche decisamente diverse, il colonnello Lahalle. posto di fronte all'alternativa se accettare di eseguire l'ordine di Ferdinando II di ritornare a Napoli con il contingente diretto alla guerra di Lombardia oppure di tradire la bandiera per i suoi ideali liberali, scelse drammaticamente la strada del suicidio.

40) Cfr. B. Croce, Scritti e discorsi politici (1943-1947), Bari. Laterza, 1973, vol. Il, pp. 87-104.

41) Ivi, p. 98.









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