L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml



Tolti due periodi che un lettore forestiero non potrebbe capire, pubblichiamo un articolo di Mario Nirta, il quale è una risposta a un articolo di Francesco Barbaro, direttore del settimanale  sidernese “la Riviera”. Il testo che segue è stato rifiutato da “la Riviera”. Non disponiamo del testo digitato del  primo articolo di Nirta, intitolato “Ciampi, vattene”. Ce lo procureremo per mandarlo in rete.

Nicola Zitara, 29 ottobre 2005

Testo

Ciampi, rivattene!

di Mario Nirta


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[…] A parte gli scherzi, non sospettavo che i rapporti tra l’amico Ciccio Barbaro e Ciampi fossero di una tale intimità da indurlo a prendere cappello per quelle due o tre verità da me scritte qualche settimana fa. Supponevo, così, ad occhio e croce, che non si spingessero oltre il “Ciao Ciccio, ciao Carlazé, salutami la famiglia!

”Ed invece, pare che si mandino frittole tutti i giorni. E, per quel che me ne frega, possono continuare a mandarsele purché Ciccio non si scusi “con lui e con i nostri lettori per il tono irriguardoso dell’articolo incriminato” perché allora mi costringerà ad implorare: “Se chissa è a vecchiaia, a mmia u Signori i mi chiama prima”.

Io non concepisco come gli sia saltata in testa l’idea di chiedere lui scusa per il mio pezzo. Gli riconosco, come a tutti del resto, il diritto di condividerlo o no. Ma non quello d’offendermi perché, sia chiaro, io di lezioni morali, e chi mi conosce lo sa bene, posso solo impartirne, non riceverne. 

Contrariamente alle apparenze, non sono un permaloso, anzi gli amici mi rimproverano d’essere, diciamo così, un “perbenoso”. Però, se m’insultano, reagisco. Per cui, se uno vuole chiedere scusa per le sue mancanze, son cavoli suoi e me ne infischio. Per le mie, no: non ne ha il dovere, e non gliene riconosco il diritto.

[…]Ed anche l’amico Ciccio Barbaro, nei miei riguardi poco Ciccio e molto Barbaro, dopo una paternale, che secondo lui avrebbe dovuto giovarmi e che invece non m’è giovata per niente, conclude che Mario Nirta sbaglia. 

Ed a questo punto mi domando quando mai sto sciagurato di Mario Nirta n’ha imbroccata una visto che ogni volta che scrive qualcosa suscita polemiche delle quali farebbe volentieri a meno. Porgete ascolto a me: è un poveraccio che a tutto aspira tranne che a farsi dei nemici, tanto è vero che non ne ha. 

O, se li ha, non li ricorda, o non li conosce. Per cui non insorgete ogni volta che aggredisce il sistema, altrimenti finirà con l’inacidirsi e scrivere più scemenze del solito anche se una cosa resta certa: nessuno l’ha visto mai dalla parte del potere, che detesta solo per il fatto d’essere tale.

Tralasciando gli aspetti, diciamo così, tecnici, la differenza tra me e l’amico Francesco è semplice: lui ragiona da italiano, io da meridionale, e calabrese per di più. Lui, sentendosi parte integrante di una realtà nazionale, avverte l’obbligo morale di difenderne il presidente qualunque esso sia, fosse anche Leone o Scalfaro. Io, al contrario, mi sento asservito ad una potenza, o meglio ad una debolezza, straniera. 

Lui è stato fagocitato dalla nazione e, se la difende, evidentemente ci si trova bene. Io, che me ne sento un suddito, chiaramente mi ci trovo malissimo. 

Ridotta all’osso la differenza è questa: il dottor Barbaro si sente gratificato d’essere italiano, io, e non sono il solo, mi sento derubato della mia meridionalità, della mia storia, di qualche mio caro e di tutto, insomma.

Aggiunge, con signorilità e gliene do atto, che io, per mia stessa ammissione, d’economia capisco poco. E sbaglia di grosso perché non ne capisco niente del tutto, per il semplice motivo che, a parte qualche distratta occhiata ad Adam Smith e a Kinsey - e non so nemmeno se si scrivano così -, dei quali non ho capito un tubo, non me ne sono mai occupato, tanto che gli unici calcoli da me elaborati sono quelli renali. 

Ma lui, con tutto il rispetto, non deve saperne molto di più visto che se la sbriga semplicemente affibbiando la responsabilità di tutto a Berlusconi. 

Il quale, magari, avrà pure tutte le colpe, ma attribuirgliene altre ancora mi sembra eccessivo, oltre che ingeneroso. E’ vero che fu lui ad uccidere Abele dietro istigazione e complicità della C.I.A.; è pure innegabile che rivestì una parte rilevante nel Diluvio Universale frustrando l’opera di Prodi e dell’inutile Rutelli intenti a stipare l’arca di animali; è altrettanto risaputo che bandì le Crociate solo per prepararsi all’odierna invasione dell’Iraq e che nella guerra dei Centanni foraggiò le potenze europee solo per poterla trasmettere in diretta, ma sono reati di poco conto che tra l’altro, con le leggi che si è confezionato ad hoc, sono pure abbondantemente caduti in prescrizione. 

Tuttavia, nonostante tali deplorevoli precedenti, non mi sembra, contrariamente a quel che vorrebbe farci credere l’amico Ciccio, che tutto il male dell’Italia sia sua esclusiva colpa. In pratica, se ho capito bene, in Italia si può parlare male solo di lui: gli altri sono tutti santi, compreso Prodi tanto competente e buono d’aver lasciato l’I.R.I. con 120.000 miliardi delle vecchie lire di debito. 

Non per vantarmi, ma malgrado le mie carenze in materia, sono sicuro che avrei fatto di meglio: avrei lasciato con un deficit almeno doppio del suo, rinunciando, però, per correttezza morale all’altrettanto miliardaria buonuscita.  

A parte ciò, sono alla ricerca di qualcuno tanto caritatevole da spiegarmi come mai il male esistesse anche prima di Berlusconi. Possibile che nessuno voglia accorgersi che lui e Prodi non sono due facce della stessa medaglia, ma due diverse patacche con la stessa faccia?

Va bene - anzi va male perché tutti dovremmo capirci qualcosa -, d’economia non capisco niente e riconosco pure, caro Ciccio, che tu ne sai molto di più. Però, nell’infinito cielo delle mie insicurezze, una sola certezza si staglia netta: che se con la lira stavo male, con l’euro sto peggio. 

E, sorretto da quel minimo di buon senso che ancora m’è rimasto, individuo in Ciampi, Prodi e negli altri grandi specialisti “padri dell’euro” i responsabili che hanno ridotto me e tanti come me, con le pezze al sedere. 

Allora, ripeto, delle due l’una: o sono degli incapaci, visto lo stato penoso in cui versiamo, o sono in malafede ed avendo preferito i loro interessi ai nostri, andrebbero linciati. 

Tu, invece, pretendi che io, anziché riceverle, porga le mie scuse a gente del genere. E siccome sai benissimo che la mia dignità me lo vieta, le porgi al mio posto…lasciamo perdere, va….

Ciampi, il presidente del tuo stato e non del mio, ha nascosto la verità, non ha difeso gli italiani, anzi ha occultato le magagne di quel potere che da destra e da sinistra l’ha messo a quel posto. Non ha detto ai tanti Mario Nirta che infestano la disastrata penisola italica che li stavano facendo fessi. 

Ha, al contrario, promesso: “Vi portiamo in Europa e vedrete che scialata”. E li ha anche costretti a pagare un biglietto salato per ignota destinazione. Tu, invece, ragionando da politico qual forse sei e qual io certamente non sono, tiri l’acqua al tuo mulino, assolvi i tuoi ed incolpi Berlusconi di non aver vigilato sui prezzi. 

In concreto, a seguire il tuo modo di ragionare, la colpa dell’atomica su Hiroshima non sarebbe dei fisici che l’hanno ideata, preparata e conclusa, o di Truman che ordinò di sganciarla, ma degli aviatori che n’eseguirono l’ordine. 

Tra l’altro, perché non c’è stato un referendum a proposito (non a proposito di bombe atomiche, ovviamente, ma di euro)? Perché l’Italia ha accettato un cambio di lire 1936,27 notoriamente insostenibile per le sue finanze? Ed ancora se l’euro apporta i “tangibili vantaggi che sono sotto gli occhi di tutti”, come pretende il tuo Ciampi, perché gl’Inglesi vi hanno rinunciato? Sono diventati improvvisamente scemi o autolesionisti?

Non ancora pago, l’amico Ciccio rincara la dose divulgando che io novello Don Chisciotte, e gli perdono anche questa, combatto contro i mulini a vento. Eh no, non ci siamo proprio. 

Anche perché in un’Italia nella quale per risibili questioni di principio ci si scaglia solo contro bersagli generici, e quindi anonimi, io, dei miei bersagli, faccio nome e cognome, e non so quanti altri hanno il coraggio di farlo, come riconoscono i miei lettori. 

E poi, se fosse vero, ma non lo è, proprio perché combatto contro quelli a vento non ho bisogno di tirare acqua ai miei mulini che non so nemmeno quali siano e dove macinino, pure perché, a parte quello Bianco della Barilla, non ne conosco altri. E poi, lo confesso senza remore, ammiro più il Don Chisciotte pazzo che quello rinsavito, con buona pace dei benpensanti che mi rimproverano di gridare “Ciampi, vattene”. 

Pretenderebbero da me l’ipocrisia: mi spiace, ma ne sono completamente sfornito. Io son convinto che se invece di scrivere “Ciampi, vattene” avessi scritto “Eccellentissimo ed Illustrissimo Signor Presidente, La supplico in ginocchio di concederci il privilegio di accomodarsi in posti lontani dai nostri che non sono degni d’essere onorati dai suoi santissimi glutei”, avrei fatto felici quanti m’accusano d’essere irriguardoso. Ma purtroppo ho il difetto della sincerità. 

Per cui chi ruba, specie se appartiene alle alte vette, almeno per me, non commetterà mai “una sottrazione impropria”, ma un furto; un mascalzone non sarà mai uno che “non si adegua ai principi etici della società”, o altre scempiaggini simili, ma un volgare farabutto.

Comunque, per accontentare l’amico Francesco non grido più “Ciampi, vattene!” ma “Ciampi, rivattene!” E non perché accecato, come scrive lui, dal prezzo nero delle seppie, che tra l’altro nemmeno mi piacciono troppo, ma solo perché il presidente e i suoi accoliti, Prodi e Berlusconi compresi, ci hanno ridotti, tanto per restare nel campo ittico, a vivere al di sotto della “sogliola” di povertà.

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