L'unita d'Italia e una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


58 morti di speranza

di Nicola Zitara

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Siderno, 30 Giugno 2000

E' naturale, umano che se una cosa accade nel territorio nostro (nel senso che apparteniamo a esso e che ci comportiamo come se esso ci appartenga) assume un rilievo che gli accadimenti geograficamente lontani non hanno. Le morti fra la gente che cerca lavoro - asiatici, africani e latinoamericani - ammontano sicuramente a milioni ogni anno.

Ma se queste morti si verificano sul Canale d'Otranto o sulla Manica, i giornalisti, pagati per addormentarci politicamente con il sonnifero della cronaca, ne approfittano, acchiappano la notizia che può rendere il loro telegiornale più invitante, e ce la sciorinano su tutti i canali per due giorni di fila. Nel numero degli assopitori ci sono anche i giornalisti della carta stampata. Qui non basta essere cinici, bisogna esserlo anche con qualche sapienza.

Sul fatto della Manica ho letto, fra l'altro, il corsivo di Antonio Polito. E' scritto con cuore e con efficacia (non voglio dire con padronanza del mestiere, perché sarebbe un'offesa gratuita a chi non conosco). Però Polito, che dice quasi tutto quel che c'è da dire, non dice la cosa più ovvia. A lume di ragione e anche di logica economica, l'emigrazione non solo non è necessaria, ma è un vero spreco di risorse. Serve solo ai capitalisti dei paesi d'immigrazione, per tenere bassi i salari, e ai bottegai del luogo, che in tal modo vedono crescere il numero dei clienti (si veda il libro fondamentale di Paolo Cinanni, Emigrazione e imperialismo, Editori Riuniti, parecchie edizioni negli anni sessanta e settanta).

A causa della mia ignoranza in materia filosofica, ricorro alla filosofia banale per individuare tre categorie della mente umana: la ragione ragione, la ragione strumentale e la speranza. La ragione ragione ci dice come stanno le cose secondo la capacità umana di conoscerle. Se una cosa è bianca, la ragione ragione ci dice che è bianca. Ma io posso aver convenienza a sostenere che quella cosa è grigia, allora uso la mia ragione strumentale per far sragionare gli altri. A volte posso persino trovare conveniente addormentare la mia ragione ragione, in modo da continuare a vedere bianca la cosa che è ormai diventata grigia. A volte, infine, la mia ragione ragione è scarsa per ignoranza mia o malafede altrui, cosicché non distingue il bianco dal grigio. Se ne sarò capace, cercherò di ragionare con la ragione ragione sull'emigrazione.

L'emigrazione è stata (e potrebbe essere ancora) l'ultimo esito del nomadismo prigenio, quando l'uomo - non ancora sapiens o ancora scarsamente sapiens - si spostava sulla superficie terrestre in cerca di un luogo dove vivere o vivere meglio. Questo nomadismo primordiale ebbe un prolungamento di massa nelle invasioni barbariche, allorché germani, slavi e mongoli ruppero la cortina di ferro che Roma aveva frapposto tra sé e loro. Qualunque cosa canti e ricanti Jacques Le Golff, l'Occidente romanizzato tornò indietro di tremila anni, all'età neolitica (o poco meno).

Per nostra fortuna era sopravvissuto in Medioriente qualche elemento della civiltà classica, e gli arabi ce lo restituirono. Per tal motivo il costo di tornare al momento in cui Roma aveva lasciato, in termini di tempo, fu soltanto di 1700 anni - dal giurista Paolo al Codice Napoleone - e non di tremila, quanti ce ne sarebbero voluti senza detto aiuto. L'evento invasioni barbariche è esemplare in quanto spiega che il naturalismo (o l'utilitarismo filosofico, come pure la filosofia golffista o il romanticismo dei germanisti o anche il freudismo) applicato alla storia finisce per diventare la giustificazione di ché - se si scriverà ancora di storia - le future generazioni non sentano schifo per quello che fecero i loro progenitori.

Noi sappiamo che si poteva fare diversamente, perché molto prima i greci e altri popoli del Mediterraneo orientale si erano insediati in Italia e in altri luoghi del Mediterraneo centrale e occidentale, non dico senza disturbare chi ci stava prima, ma provocando contrasti tanto poco significativi che di eventi siffatti non ci è giunto altro racconto epico se non l'Eneide, la cui vicenda è per giunta il frutto della fantasia del poeta e riguarda greci diversi dagli achei. Eppure, dove i greci arrivavano, non trovavano il deserto o gente allo stadio elementare dell'evoluzione storica. Infatti è certo che la coltura dell'olivo domestico, gli elleni, l'appresero dagli italici e dai siculi, e non viceversa.

E' stato giustamente rilevato che l'emigrazione degli extracomunitari nei paesi sviluppati dell'Europa Unita e dei latinoamericani in USA presenta lo stesso carattere di quella che si ebbe dal Meridione in Argentina e negli USA un secolo fa. E' cioè una fuga di individui dal loro paese, che si trasforma in fuga di massa solo in quanto numericamente consistente. Insomma è il luogo di origine che dà l'ostracismo, che sputa via l'emigrante, senza organizzare il trasferimento, diversamente da quanto facevano greci e romani. Certamente la colonizzazione greca e la mucipalizzazione romana erano causa di uno spostamento da un più (quantomeno politicamente: la polis, l'urbe, le regioni dell'Italia centrale) verso un meno (civile o politico) , mentre oggi avviene l'opposto: paesi meno sviluppati e politicamente deboli perdono persone attive a favore di paesi più sviluppati e politicamente forti.

E' il paese sottosviluppato il luogo che il fuggitivo abbandona, mentre la città sviluppata rappresenta la meta, la speranza. Ma se così è, allora usiamo il termine sociologicamente esatto per descrivere il fenomeno. Alla domanda del capitale, l'esercito industriale di riserva si muove verso l'industria e le sue economie esterne. L'incivile e tartufesca sinistra europea sa bene che di questo si tratta, ma non lo dice. La sua filosofia è la seguente: se vogliamo conservare alti i salari, il capitale non deve soffrire perdite o cali (insomma, vogliamo partecipare alla spoliazione dei deboli). A questo punto, la sinistra può pure autodefinirsi socialismo, socialdemocrazia, sindacato, ma di fatto è destra politica, conservazione sociale, difesa di un privilegio.

Anche qui ballare con i lupi, parlare cioè di società multietnica, di ospitalità, di carità, significa mistificare, mettersi il vestito di Arelcchino. Però, si afferma: l'Europa non può morire, in particolare morire demograficamente, per la carenza di nascite. Intanto l'Europa è il continente più densamente popolato dell'orbe. Se in passato gli europei sono stati imprudenti per ingordigia, la colpa non può essere riversata su altri. Comunque è sano che la densità della popolazione cali, e di parecchio. E poi è anche economicamente conveniente. Già il movimento delle merci e delle persone su un territorio così congestionato costa più che la stessa produzione.

La difesa dell'ambiente, costantemente offeso dalla quantità della produzione e dalla spocchia dello spreco, si fa più onerosa di anno in anno. Basti pensare allo spazio che occupano le discariche e alle centinaia e migliaia di tonnellate di cemento che bisogna consumare per ciascuna di esse; alle montagne di pozzolana e altri calcarei che occorre ripianare per costruirne una soltanto. Gli europei siamo tanti che stiamo uno sull'altro, ognuno di noi ha tali comodità domestiche ed "esterne" che abbiamo cementificato ogni cosa. Di questo passo, torneremo a farci guerra tra noi per lo spazio vitale, come amava definirlo Mussolini. Soffermatevi a guardare una ripresa televisiva della spiaggia di Rimini, o del traffico a Napoli o sui raccordi romani, e tutto sarà immediatamente chiaro.

In Calabria, c'è più di un punto della costa dove, in appena cento metri, scorrono una ferrovia a doppio binario, una strada nazionale e un'autostrada a due corsie. Più, ovviamente, tubi e canali d'ogni genere. A ridosso ci sono abitazioni, paesi, uomini. Siamo tanto uno sull'altro che, quando occorre disinnescare una bomba dell'ultima guerra, l'intera Italia rimane bloccata per intere mezze giornate. L'affollamento è tale che la vita è diventata una non vita, e chi può, corre alle Maldive, e chi non può se le guarda, sospirando, in televisione. In un ambiente così sovraccarico, anche i più elementari costi di produzione (quelli che i padroni non calcolano, perché sono a carico della collettività) salgono alle stelle.

In un paesino di 15.000 abitanti, una fabbrica di prodotti chimici puzzolenti è stata chiusa (e difficilmente sarà riaperta) perché le abitazioni l'hanno circondata. 15 o 20 miliardi buttati dalla finestra. Nello stesso luogo, una fabbrica con cento operai corrisponde a cento automobili che ingombrano un piazzale di 10.000 metri quadri. Cento ulivi o quattrocento limoni sono diventati legna da ardere. Il parcheggio di tante auto, però, intralcia il movimento dei camion in entrata e in uscita. Il padrone delle fabbrica costruirà un nuovo piazzale per gli operai dall'altro lato. Questa spesa, tanto che sia una perdita per il padrone quanto che sia il Comune a spendere, sarà un costo senza ritorno nei conti del paese.

Il dato chiaro è che in Europa sarebbe meglio non far venire altra gente. Sarebbe opportuno non far crescere ancora la popolazione e sarebbe saggio non far crescere ulteriormente la produzione fisica, anzi è opportuno farla diminuire. Di questo passo produrre merci diventerà sempre più costoso sia in termini disaggregati, impresa per impresa, sia in termini aggregati, per tutta la società continentale. E' preferibile dirottare la produzione verso paesi non ancora congestionati, i cui produttori siano già potenzialmente pronti all'uso delle tecnologie industriali. Peraltro, come è noto a tutti, esistono anche in Europa regioni con larga disoccupazione, a cominciare dal Meridione. E già l'espansione in dette regioni di attività che altrove sono ammucchiate occuperebbe altri produttori e farebbe crescere Sua Santità il Prodotto Interno Lordo.

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Oggi il modo comunica fortemente attraverso le immagini e si muove economicamente sotto la spinta dell'imitazione. Allora la domanda è: come dirottare gente che cerca di arrivare qui, costi quel che costi, perché spera di mangiare? E' inutile nascondersi dietro il dito, il processo di allargamento degli sbocchi mercantili ha investito i popoli a basso stadio tecnologico con una violenza che non avevano avuto né la vista del cavallo bardato, né gli archibugi, né i fucili, né le cannoniere. Dovunque sono arrivate, le merci industriali hanno distrutto la produzione artigianale e gli elementi aggreganti di ogni società. Senza peraltro creare qualcosa di nuovo. Tutto l'opposto della colonizzazione greca e romana. Ma continuare a fare da officina per tutto il adesso sta diventando un coltello con due tagli.

Per il nostro bene, prima che per il loro, le nazioni destrutturate dal capitalismo debbono riavere la loro indipendenza, essere lasciate tornare allo stadio tecnologico che avevano raggiunto. Poi, se vogliono e possono acquisire gli elementi di modernità altrove disponibili, li acquisiranno. Una simile operazione sarà anche una fonte di lucro, come fu il Piano Marshall per gli Usa. Gli americani ci rimisero il valore degli aiuti alimentari, ci rimisero le spese d'occupazione, il DDT, le medicine, e quant'altro, eppure lucrarono un guadagno. Il solo Lauro acquistò cinquanta delle navi costruite per portare munizioni e soldati, chi riprendeva a fare affari comprò camion e altri residuati bellici, il mondo dell'industria acquistò impianti che per gli americani erano già obsoleti, i giornali comprarono rotative in disuso, le industrie chimiche brevetti.

Insomma i conti sono stati fatti e non c'è dubbio che gli andò benissimo. Fare altrettanto è solo un problema di volontà politica. Gli avversari da battere sono la grettezza della classe dei capitalisti e l'incultura dei banchieri e finanzieri. Rimettere i debiti monetari, regalare cibo, medicine, ospedali, prestare insegnanti, medici, ingegneri, operai, agricoltori, fornire impianti compatibili con la tecnologia già acquisita significherebbe ingrandire il Prodotto Lordo Mondiale, allargare il giro degli affari, moltiplicare la massa dei valori d'uso disponibili anno per anno.

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Ripetere il Piano Marshall non è un'utopia, ma puramente e semplicemente un modo per salvare l'Occidente dalla prossima crisi, che già aleggia nell'aria. Dal 1944, il modo usa una moneta internazionale - il dollaro - che non si è mai svalutata, come per esempio è accaduto al marco dopo la Prima Guerra Mondiale, o alla lira nel corso del secondo dopoguerra, o al rublo oggi. Eppure se i dollari che circolano fisicamente o contabilmente nel mondo tornassero negli Stati Uniti, che li stampano e mettono in circolazione, quello che oggi costa 10 dollari arriverebbe a costare 400 o 500 dollari. A livello delle singole nazioni, la moneta bancaria (la cartamoneta, si diceva fino a qualche decennio fa), mancante in tutto o in parte di un controvalore aureo o argenteo, ebbe la funzione di foraggiare gli imprenditori, anticipando loro i mezzi monetari per acquistare impianti, materie prime, lavoro e per poter fare credito alla clientela.

Ovviamente l'imprenditore cedeva una quota del suo profitto, realizzato o sperato, alla banca per remunerarla. La stessa cosa è avvenuta e sta avvenendo per il dollaro a livello di paesi sviluppati. E' successo, però, che la Federale Reserve di dollari ne ha stampati e ne stampa Dio solo sa quanti. Solo una minima parte di questi dollari in giro per il mondo - il due o tre per cento - serve al commercio di beni fisici. Con il resto le banche e le altre imprese finanziarie (chiamarle istituzioni finanziarie significa falsificarne servilmente la loro natura speculativa) hanno inventato una nuova Montecarlo, hanno aperto un nuovo tavolo da gioco in cui gli esperti e gli abili l'hanno facilmente vinta su coloro che sono meno esperti e abili. Ma la pacchia non può durare in eterno.

Come diceva San Tommaso il danaro non figlia come le pecore. Quindi milioni di miliardi di dollari potrebbero abbandonare il campo da gioco speculativo e riversarsi sui consumi e negli impieghi. Sarebbe la svalutazione del dollaro, anzi un dopoguerra come quello tedesco del 1919, o un crollo come quello russo degli anni novanta. Sul lato della produzione si avrebbe sicuramente un significativo aumento, ma poi comincerebbero ad aumentare i salari, e non c'è niente che castri i padroni più dell'aumento dei salari. Avremmo un nazismo di raggio panoccidentale. Usando la logica di Keynes (che però un problema del genere non se lo pose) c'è solo un modo di salvare una moneta cartacea mondiale eccedente rispetto al fabbisogno degli scambi commerciali interni e internazionali: quello d'investirla in impianti che accrescano la produzione. Le monete bancarie nazionali hanno retto (tranne i momenti di crisi politica) perché erano governate.

La storia bancaria italiana è esemplare a tal proposito. Finché non fu fondata una banca centrale, il sistema covouriano delle molteplici banche private con diritto di emissione fu causa di squilibri e preferenze regionali e personali (finanziò Torino, Genova, Milano e Roma, ma bloccò il Sud), di illeciti arricchimenti, di frodi, e non seppe essere un sufficiente volano per la nascente industria. La stessa cosa potrebbe accadere alla Federal Reserve, e non per insufficienza professionale di chi la gestisce, ma per la modestia della sua posizione politica. Infatti, se fa da banca centrale ufficiale negli Usa, non può ufficialmente governare la moneta bancaria mondiale che essa pur emette. E non sempre riesce a farlo indirettamente con la manovra del tasso dei titoli. Né sempre riescono a farlo le banche centrali dei singoli paesi che la usano.

La globalizzazione imporrebbe, di per sé, il governo mondiale della moneta bancaria internazionale. Già Keynes sul finire della guerra, in opposizione al sistema di Bretton Woods che stava per essere creato (il dollaro al posto dell'oro negli scambi internazionali, ma convertibile a vista dal tesoro USA nella misura di un'oncia d'oro per ogni 35 dollari), propose l'istituzione di una banca centrale mondiale, la cui funzione sarebbe stata di assistere l'iniziativa produttiva.

In appresso, all'incongruenza (per la ragione ragione) dell'accordo di Bretton Woods si aggiunse l'inconvertibilità del dollaro, decretata nel 1972 da Nixon. Da quel momento il dollaro mondiale genera soltanto confusione, sprechi, squilibri e speculazioni. Ne genera tanti che l'ideale sarebbe tornare al tallone aureo. Solo che gli USA, per quanto immensamente ricchi, non possiedono tanto, non dico, per poter pagare con un'oncia d'oro ogni 35 dollari, e neppure ogni 350 e neppure ogni 700 dollari, ma solo per pensare di fare un'operazione del genere.

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Ritorniamo adesso agli elleni d'Italia che tanta ricchezza e splendore restituirono alla madrepatria. I greci non arrivarono senza il capitale. Si portavano dietro prima di tutto la loro cultura più avanzata, le loro armi più moderne, la loro organizzazione commerciale, le loro conoscenze nautiche, ma anche le loro monete d'oro o d'argento, perché prima di partire andavano al tempio per farsi finanziare la spedizione. In Italia trovarono un'agricoltura tecnicamente già affinata, ma non affiancata dal commercio terrestre e marittimo; degli agricoltori che avevano già selezionato l'ulivo domestico e che lavoravano armoniosamente l'argilla, ma non avevano altri contatti con il resto del mondo, se non quelli che gli stranieri mettevano in essere. Imbarcato dagli elleni sulle loro navi, l'olio italiano fu il vettore della grecità nel Mediterraneo orientale, centrale e occidentale.

Nacque una nuova civiltà, che non avrebbe avuto confini se non fosse sopravvenuta la dominazione romana. Cullato da questo mondo, in cui un libero era un uomo, crebbe Gesù di Nazareth, il quale spiegò che i romani erano romani, e gli ebrei erano ebrei, ma prima d'essere romani o ebrei o prostitute o schiavi erano persone (nel senso giuridico: sui juris per diritto naturale). E che se una persona doveva pur ubbidire a Cesare, l'ubbidienza non poteva andare contro l'unico e solo padrone, Dio, ovvero l'anima individuale (e immortale) della singola persona.

Non dirò come l'attuale pontefice: cerchiamo, allora, di essere uomini, cristiani anche noi. Siamo troppo guasti per esserlo. Dirò invece che nei depositi delle imprese agricole e industriali ci sono masse incredibili di merci, attrezzature, strumenti, che aspettano un compratore.

Dall'altra parte c'è un esercito industriale di riserva che vorrebbe un pane, una paga. Abbiamo anche una tale quantità di soldi che non servono (solo pochissime persone riescono a speculare su una cosa che non figlia). Mettiamo a lavorare gli inoccupati. Forniamogli gli attrezzi e gli impianti che desiderano avere.

Restituiranno il debito e gli interessi a partire dal momento che essi stessi decideranno e con merci da loro prodotte. Certo ciò non darà un profitto capitalistico se non a lungo termine, come avviene per i mutui agricoli, ma da subito crescerà il commercio mondiale. Per un settore del profitto che viene represso, crescerebbe uno ancora più remunerativo. E la tanto decantata multietnicità - quella che a tutti i costi il capitalismo vorrebbe fondare - avverrà ellenicamente all'incontrario.

Nicola Zitara

 

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