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Due Sicilie
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Sottosviluppo, dipendenza e marginalità

di Antonio Orlando

Siderno, 2 Maggio 2007

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Il punto veramente discriminante e di svolta della Relazione De Sena rispetto a tutti gli altri documenti attualmente circolanti in Calabria, va individuato nel passaggio rappresentato dalla proposta di un percorso denominato “Programma Calabria” da intendere come “…rimodulazione complessiva della strategia di contrasto alle organizzazioni criminali calabresi…” L’iniziativa presenta indubbi elementi di novità, si configura come un’azione intelligente dispiegata a vasto raggio e tuttavia, dati i presupposti di partenza alquanto contraddittori, come abbiamo visto in precedenza, si prefigge il raggiungimento di obiettivi ambiziosi con una dose troppo elevata di ottimismo. L’idea che la Pubblica Amministrazione possa, in un certo senso, guidare, indirizzare e coordinare l’azione d’intervento in economia, in particolare dei flussi finanziari, non è sicuramente nuova. Un tempo si chiamava programmazione, mentre per altri era solo dirigismo di stampo sovietico che generava “lacci e laccioli” di impedimento al libero dispiegarsi delle forze economiche e produttive. Ora la si concepisce, al massimo, come un’attività di supporto agli interessi dell’impresa al fine di spianare la strada ed eliminare gli ostacoli che si frappongono alla piena efficienza del mercato. Nella Relazione del prefetto di Reggio Calabria, invece, la si concepisce come un’azione di prevenzione, da un lato, e di contrasto dall’altro da affidare ad un organo dello Stato centrale – il prefetto, appunto – in grado di non farsi tanto facilmente condizionare dalle dinamiche politiche locali. I giuristi parlerebbero di “presupposto” fondamentale dell’intervento pubblico ed, in quanto tale, può considerarsi un elemento scontato ed ovvio sul piano legale, mentre sul piano economico potrebbe dar luogo a scompensi e distorsioni dei meccanismi di produzione e di mercato.

Le relazioni assistenziali/clientelari poste in essere attraverso le politiche di intervento sociale, la degenerazione del sistema locale di amministrazione e gestione e, infine, l’incapacità della classe dirigente locale e regionale di assumere la direzione ed il controllo dei settori economici e finanziari hanno condotta la Calabria al degrado ed alla marginalizzazione. Se crescita vi è stata, e non si può negare, come da più parti si sostiene, questa è stata assolutamente distorta, fondata più sulla distribuzione che sulla produzione, anzi su una esagerata ed abnorme espansione della distribuzione tanto da condurci a vivere al di sopra delle nostre reali possibilità.

La saldatura tra la parte sana della società calabrese – l’area della legalità – e la parte illegale, abusiva, borderline se non propriamente criminale, si è verificata grazie alla contiguità degli interessi materiali. “Il così fan tutti” (senza che Mozart c’entri qualcosa) è diventato il motto e allo stesso tempo la giustificazione più solida dei comportamenti illeciti diffusi. L’abusivismo edilizio ed il commercio abusivo, specialmente quello ambulante, costituiscono una situazione emblematica su cui possono prosperare, per facile ricettività e facile ricattabilità, altre forme illegali di attività a cominciare dall’usura e dal riciclaggio per proseguire con l’interposizione fittizia nell’esercizio di attività imprenditoriali e societarie, cioè, per meglio intenderci, “i prestanome” e i falsi rappresentanti.

L’elaborazione della categoria dell’abusivismo di necessità, che poi si fa coincidere con il piccolo abusivismo senza che in realtà rappresentino fenomeni similari, ha permesso la fondazione di un alibi ad uso generalizzato, che giustifica e spiega il lavoro nero nell’edilizia e a cascata tutto quello che di conseguenza deriva e di cui il più innocente meccanismo, si fa par dire, è l’evasione fiscale.

Nei confronti di questi comportamenti non vi è tolleranza o solo acquiescenza, bensì vera e propria comprensione quando non si tratta di condivisione in quanto si percepisce la proiezione dinamica di queste attività nella prospettiva della loro capacità di metter in moto processi espansivi di circolazione della ricchezza. Il lavoro nero, l’idea, quindi, che dare comunque e in qualunque condizione lavoro sia, di per se, un fatto positivo, diventa l’anello di collegamento con tutto il vasto universo dell’illegalità dalla gestione del ciclo dei rifiuti fino ai traffici illeciti di droga, armi ed essere umani.. Un sistema economico “criminale” che riverbera i suoi effetti perversi, devastanti e, al tempo stesso, lucrosi sull’intera società, la quale ne viene inesorabilmente contaminata.

Non è un caso che queste attività vengano considerate, classificate e trattate come “emergenze” e per affrontare simili situazioni vengono disposti investimenti aggiuntivi o modelli di amministrazione e gestione particolari e specifici come i commissari straordinari. Se, però, uno stato di emergenza diventa perenne e a distanza di dieci e più anni continua e si mantiene costante allora si trasforma in una realtà ordinaria, normale e come tale viene percepita dalla collettività, che si abitua o si adatta a conviverci. Tale non è per il potere che con la scusa dell’eccezionalità o dello stato di pericolo o di allarme può così far passare misure d’intervento che aggirano l’ordine democratico e creano aree o sacche di eccezionalità, spesso fuori da ogni forma di controllo. Vere enclave dentro le istituzioni.

L’accumulazione del capitale per mezzo di queste attività è abbastanza rapida e questi fondi devono poi essere indirizzati verso una tipologia di investimenti che possono definirsi “subalterni”, di stampo neo-colonialista, cioè non in grado di interferire né di competere né di mettere in discussione le scelte dei grandi gruppi oligopolistici multinazionali. Il turismo e il commercio si presentano come i settori più adatti perché non apportano innovazione, anche se immobilizzano grandi capitali e permettono la gestione dell’esistente con un indotto, più o meno vasto, di tipo terziario. Se a tutto questo si affiancano le scelte di investimento di provenienza statale o pubblica, fondate sulla localizzazione dei grandi impianti di energia (i rigasificatori, per esempio) o le centrali elettriche o delle grandi infrastrutture, compreso il mitico ponte tra Scilla e Cariddi, allora si può veramente concludere che si chiude il cerchio della marginalità economica prima e della subalternità culturale poi.

La Calabria riceverà enormi risorse (i fondi comunitari ne sono l’esempio più significativo e concreto) ma questo torrente di ricchezza non è destinato al suo decollo, bensì ad assicurare e stabilizzare il ruolo di ancella del capitalismo italiano ed europeo. Gli investimenti pubblici non devono essere funzionali allo sviluppo, è finito sia il tempo delle reti infrastrutturali sia quello delle cattedrali nel deserto, quanto utili ad una integrazione territoriale che consenta di servirsi della Calabria come una piattaforma di ricezione e di transito di merci e di risorse, I collegamenti marittimi in particolare, che potrebbero garantire una rete di comunicazioni con l’intero bacino del Mediterraneo, oltre che con la Sicilia e costituire un’alternativa seria e valida alla ferrovia e al trasporto su gomma, sono visti, invece, come punti di transito, di smistamento, tutt’al più, di momentaneo stoccaggio delle merci. A contrario un collegamento da Gioia Tauro con Messina e con Palermo di traghetti su cui caricare camions e TIR consentirebbe di decongestionare gli ultimi 50 chilometri di autostrada e di alleggerire la pesante situazione ambientale di Villa San Giovanni.

Da Gioia Tauro potrebbero poi partire navi passeggeri verso Salerno, Napoli, Civitavecchia, Livorno e Genova e, perché, no?, verso la Francia e la Spagna. Analogo discorso dovrebbe essere dedicato al porto di Reggio Calabria ed un’ipotesi similare andrebbe pensata e progettata per Crotone.

Non pare siano questi né gli intenti, né le finalità; né d’altronde dalle sole infrastrutture di comunicazione possiamo aspettarci il nostro sviluppo. Per quanto esse ci permetteranno di viaggiare più comodamente e con maggiore sicurezza, così com’è avvenuto in tutti i paesi in via di sviluppo, le vie di comunicazione hanno avvicinato le persone ed allontanato i sistemi economici.

Più si riducono i costi di trasporto più aumenta la dipendenza dall’estero o dall’esterno di determinate aree. La riduzione nei tempi di trasporto (o l’annullamento dei tempi di comunicazione grazie alle nuove tecnologie) interviene in sfavore delle aree sottosviluppate in quanto con esse l’handicap d’una dipendenza verso l’esterno per le attrezzature, le merci, i pezzi di ricambio viene ad essere ridotto. Gli inconvenienti apparenti di non disporre sul posto di un apparato industriale di beni strumentali non assumono più alcun valore e creano l’illusione di essere oramai perfettamente equiparati e che perciò sia avvenuta una piena integrazione su un piano di assoluta e perfetta parità tra chi pensa, chi crea, chi produce e chi si limita semplicemente ad utilizzare le merci.

Nella nostra regione sono presenti tutti gli ostacoli caratteristici di un’economia arretrata e dipendente non in grado autonomamente di innescare un processo di sviluppo. Elevati costi degli investimenti industriali, elevati tassi di interesse, ipertrofia del terziario, condizioni sociali di sottoccupazione e di occupazione mascherata, esodo dei cervelli, effetto dimostrazione ed ostacoli socio-culturali. Vale la pena di soffermarsi rapidamente sugli ultimi due aspetti e cioè sull’emulazione e l’imitazione dei consumi voluttuari e vistosi e sulla distorsione delle abitudini e degli usi che la cultura locale aveva elaborato e che, invece, le mode e i modelli esterni trasformano o, a viva forza, scardinano dalla cultura dei soggetti a favore di modelli importati. Nel primo caso si assiste all’ostensione di una ricchezza esagerata e stridente con la realtà circostante, ad un consumo di beni che rappresentano più uno status symbol che una effettiva necessità e ad una parodia dei comportamenti delle classi agiate. Nel secondo caso la mania dilagante delle diete, il vegetarianismo imperante, il salutismo fondamentalista, i balli latino-americani e caraibici (come per altri versi e da basi opposte ha acutamente notato Ercole Macrì), il consumo eccessivo di musica elaborata altrove, l’adozione delle festività esotiche tipo Halloween e perfino lo strepitoso successo di Harry Potter, diventano, tutt’insieme, il simbolo di una omogeneizzazione forzata e di una servile ed acritica accettazione di una cultura estranea che non può che porre in essere comportamenti posticci.

Se la nostra regione deve uscire da un ruolo subalterno, c’è bisogno non di un intervento qualsiasi purché ci sia, né di investimenti di qualunque tipo e neppure di lavoro comunque sia pur di avere un salario. In tutto questo la criminalità è più efficiente ed ha compreso prima e meglio di tutti la nuova divisione internazionale del lavoro di cui parlava due secoli addietro David Ricardo. “ La sicurezza dello sviluppo” di cui parla il prefetto De Sena deve essere protezione dello Stato, garanzia di stabilità, efficienza delle forze dell’ordine e della magistratura, deve essere tutto quello che la Relazione propone, ma deve essere, soprattutto, un’altra cosa. Le azioni di prevenzione e di contrasto, l’impiego di mezzi, tecnologie e strumenti di repressione, il servizio antidroga, le investigazioni, i controlli sugli appalti, le indagini patrimoniali non possono continuare ad essere fine a se stesse. Quello che manca è il coordinamento tra normativa penale, normativa commerciale e finanziaria e legislazione fiscale. La criminalità dei “colletti bianchi” ha capacità immense, raffinate e pressoché infinite di sfuggire a qualsiasi controllo e possiede una carta vincente ed insuperabile: se creo grandissima ricchezza per me e comunque la creo, in un modo o in un altro ce n’è anche per te. E il denaro, si sa, non olet.







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