L'unita d'Italia e una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Carne venduta

di Nicola Zitara

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Siderno, 18 Aprile 2004

Sconfitti dall'esercito piemontese, sceso al Sud con centomila uomini in pieno assetto di campagna, i contadini meridionali prolungarono la loro fondamentale ostilità allo stato italiano con varie forme di resistenza fisica e di opposizione culturale.

Carlo Levi, in Cristo si è fermato a Eboli, gioca abilmente su tale tema, assolutizzando l'ostilità in un fatto sociale. Proprietari ignoranti e vessatori, e contadini vessati e negatori della civiltà proprietaria. Ma nonostante l'abilità narrativa non riesce a sviare il lettore dal punto nodale: da una parte l'Italia costituita a stato unitario e dall'altra il Sud vinto ma non convinto.

L'avversione allo stato unitario è una costante nei Canti popolari raccolti da Raffaele Lombardi Satriani quando esisteva ancora il mondo contadino.

Si tratta di poesia corale, quella che piaceva ad Antonio Gramsci. Accanto a questa c'è anche della bellissima poesia individuale, quella che sarebbe piaciuta a don Benedetto Croce, se il predetto fosse stato napoletano fino in fondo, voglio dire al di là del timore di perdere i suoi possedimenti abruzzesi.

Non sono un esperto della materia poetica. Ho solo qualche conoscenza saltuaria. Per esempio le caustiche invettive all'Italia una e al suo re coglione del serrese mastru Brunu Pelaggi, che Francesco Tassone, anche lui serrese, spesso recitava per ricordarci la radici antiche del Movimento meridionale.

La reciproca avversione tra Italia-stato degli intrallazzisti padani e popolazioni contadine dell'Italia meridionale aveva il suo epifenomeno nell'espressione "carne venduta" , che veniva usata per bollare il giovane contadino che, per emanciparsi dalla miseria avita, si arruolava nell'arma dei reali carabinieri.

Oggi la si ode raramente. E anche se pronunciata, non contiene più l'originario disprezzo. Lavorare per lo stato italiano rappresenta un'ambizione, si può dire generale, in un paese in cui la disoccupazione (non solo quella giovanile) imperversa. Nella mia mente di vecchio ormai fuori tempo e completamente stonato (e suonato), vigente il consolato di Silvio Magno e di Massimo Massimo, l'espressione è riaffiorata alla memoria a causa della vicenda di Nassiriya.

Non sono un assertore della pace a tutti i costi. Penso inoltre che se (tutti, anche i pacifisti) continuiamo a volere la benzina a un prezzo altamente remunerativo per l'erario statale e contemporaneamente non troppo alto per noi consumatori, non esiste altra strada che legnare gli abitanti dei paesi in cui si estrae il petrolio.

Considerato che non abbiamo forza bastante per legnare gli abitanti Usa e quelli delle loro colonie centroamericane, dove il petrolio è abbondante (peraltro già sufficientemente legnati dagli USA), non ci resta che legnare gli arabi.

Tuttavia il veder sventolare il tricolore - simbolo degli italiani, anche se fuorusciti dai ranghi della Repubblica - per una faccenda prettamente petrolifera mi ha fortemente disturbato. In fondo, anch'io ho fatto il soldato.

Però l'ho fatto per 114 lire al giorno, più cinque nazionali. L'idea di bandiera e di gratuità del servizio è da ritenere istintiva in chi è nato in altri tempi. Mia nonna, che aveva perduto un figlio nella Grande Guerra, e per tal motivo riceveva lire 11,00 di pensione mensile, lamentava continuamente quella perdita, ma non ha mai fatto un ricorso perché la pensione le sembrava poca.

Ora, questi militi super pagati, che combattono in terre petrolifere, debbono ritenersi patria o carne venduta?

Sì, certo, c'è il terrorismo, e ciò fa scegliere l'opzione patria. Abbiamo sbagliato in quanto colonialisti e imperialisti, ma la legittima difesa è concessa proprio agli assassini.

Eccesso di difesa?

Berlusconi, che è grande principalmente come avvocato (di sé stesso) decida lui!

La materia la conosce meglio di me. Ma se poi andiamo al povero cristo di Genova/Catania massacrato dagli indipendentisti irakeni, la cosa si complica.

Uno che ha deciso di mettere la propria carne al servizio di un'azienda che gli paga decine di milioni il lavoro e il rischio, è un patriota?

Dubito. In fondo un picciotto di Cosa nostra non fa che rischiare la vita (e negare agli altri la vita) per una paga.

Di una cosa sono, comunque, certo: se gli organici delle forze italiane dell'ordine fossero aumentati di tre/quattrocentomila unità,

Cosa nostra non troverebbe più miliziani da assoldare. In fondo, non c'è chi non vorrebbe un lavoro sicuro e riconosciuto.

E sarebbe anche un gran risparmio per l'erario. Infatti, non avendo più nemici armati da combattere, le forze dell'ordine non avrebbero più bisogno di carri armati, elicotteri, mitra, cannoni, e forse neanche di pistole Berretta.

 

Nicola Zitara

 

 

 

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