L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Negli ultimi quindici giorni si è svolto sul settimanale “La Riviera” un dibattito sulla democrazia. Riproduciamo gli articoli di Mario Nirta, Bruno Chinè e Nicola Zitara.

11 agosto 2005

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Abbasso la democrazia

di Mario Nirta

Le disgrazie, che come le suore ed i santi Cosma e Damiano, di solito marciano in coppia, in Italia, invece, esagerano e spuntano in folto corteo sotto le spoglie di vari partiti politici. L’impone la democrazia, che è una bella fregatura. Sbircio, distratto ed annoiato, il solito dibattito televisivo, con i consueti politici che invece d’imperversare in tv o al parlamento, farebbero meglio a studiare l’italiano e a non rompere. Dal poco che  ne deduco, ad essi, più che i nostri voti, servirebbe un chirurgo plastico, affannati come sono a rifarsi una verginità irrimediabilmente perduta.

Stranamente manca De Michelis, definito ai tempi d’oro per la sua passione per il ballo, un avanzo di balera. In compenso c’è un altro suo compagno di cordata che, lo chiamino o no, risponde al nome di Signorile. Pare che pure lui ci abbia fregato un bel po’ di soldi. Naturalmente, come altri suoi colleghi del resto, li arraffava per il partito che, come la balena di Pinocchio, ingoiava a quattro palmenti. Ma adesso che nessuno – e sappiamo bene che non è vero perché la corruzione impazza più di prima – li foraggia, come fanno i partiti ad andare avanti?  Ed il finanziamento pubblico non bastava? Si disserta, inoltre, se è il caso di rivalutare Craxi e se i socialisti, nuovi, vecchi o vetusti poco importa, al parlamento devono stare a destra o a sinistra. Nessuno riconosce che, almeno in buona parte, dovrebbero stare in galera. Che uno rubi per sé o per il partito, dal momento che i derubati siamo noi, c’importa poco. Anzi se ruba per sé, è solo un ladro. Se ruba per il partito è pure fesso. L’essenziale è che paghi. In quanto a Craxi, se vogliono rivalutarlo, è chiaro che s’era svalutato. D’accordo: non era il solo a rubare, però s’era pur sempre macchiato di un reato che, come per un qualsiasi cittadino, piuttosto che ad Hammameth, avrebbe dovuto portarlo in carcere. Che poi la gente, fuorviata da una ben orchestrata campagna di stampa abbia finito per scagliare monetine solo contro di lui, è la dimostrazione che l’uomo aveva carisma ed attributi. Quelle monetine rappresentano l’ennesima vergogna nazionale. Lo sdegno di coloro che sino al giorno prima, compresi alcuni inaffidabili compagni di partito, gli avevano leccato il sedere, e sì che ce ne voleva di lingua perché n’aveva uno mastodontico, rievoca quello degli italiani contro Mussolini all’indomani del venticinque luglio. In Italia, purtroppo, si fa sempre così: si parte per la marcia su Roma e si finisce a Piazzale Loreto, tra l’esultanza degli opportunisti.

Piaccia o no, mani pulite fu un’operazione condotta male da magistrati esibizionisti che poi, specie con Di Pietro, finirono con lo screditarsi da soli. Alcuni andarono, con la segretaria, ovviamente, sino in Perù, non in vacanza come sostenevano  maligni, ma a scovare misteriosi malloppi che giacevano da tutt’altra parte. A spese nostre altrettanto ovviamente. Un altro, come se si trattasse di comprare i pasticcini, dimenticò in carcere un imputato che s’uccise. Ed il paese che prima li aveva osannati, finì col voltar loro le spalle. Il pool, inferocì, a giusta ragione, contro alcuni partiti e rivolse, a torto, solo qualche rabbuffo ad altri che in quanto a corruzione non avevano nulla da invidiare ai primi. I più dignitosi s’ammazzarono. Un certo Pacini Battaglia, che come un casinò di quarta mano finiva regolarmente sbancato, ammise e ritrattò, e si era già alla farsa. Scalfaro salvò Prodi. Lasciamo stare Berlusconi che, a sentire i giudici, tante ne combinava da meritare un apparato giudiziario per conto suo.

Tutto questo pateracchio, grazie alla democrazia. Alla quale sono avverso non ritenendola altro che l’ennesimo espediente per l’ennesima truffa ai nostri danni. Infatti, quella, chiamiamola così, di tipo occidentale, e la storia sta lì a dimostrarlo, è corrotta. Quella di tipo orientale, e i paesi ex comunisti ne sono la prova tangibile, oltre che corrotta era illiberale perché non lasciava ai dissenzienti altra alternativa che o il silenzio, oppure la carcerazione nelle famigerata Lubjanka. Solo agli intellettuali toccavano i manicomi o la Siberia.

A dar retta al suo significato più comune, la democrazia è il governo del popolo. Ed allora, siccome il popolo siamo noi, dovremmo riconoscere d’essere fessi o autolesionisti, o, peggio ancora, entrambe le cose, visto che ci lasciamo buggerare da un’oligarchia che, incarnata da partiti politici, alta finanza, industria e mafie varie, ha sempre trovato la maniera di fare bene gli affari suoi a discapito dei nostri. Insomma siamo stati raggirati e continuiamo ad esserlo grazie ai famigerati padri costituenti – tranne Calamandrei, il solo ad aver fiutato l’inghippo - che, in avversione al Fascismo, che aveva vietato i partiti, preordinarono una costituzione che ne consentiva la moltiplicazione, partorendo una partitocrazia che più inefficiente e pasticciona non si può. Ed i risultati li vediamo con i nostri occhi pagando pedaggio ad un sistema che spacciato per democratico, non lo è per niente. Democraticamente, i nostri governanti dell’una e dell’altra parte ci hanno chiesto sacrifici per entrare in Europa, ce ne stanno chiedendo altri per restarci e, probabilmente, da qui a qualche anno, ce ne chiederanno altri ancora per uscirne. Ma, scusate, in cambio di che?

Ed allora, se la democrazia è questa, io sono contro perché non reputo per nulla democratico che la Lega, contando sì e no il 4% dei voti, abbia più deputati di chi ne ha ottenuti parecchi di più. Che democrazia è una che impone l’immunità parlamentare? E poi, dov’è la democrazia se i candidati ce l’impongono i capi partito? Vi pare democratico che il lombardo Bobo Craxi sia eletto in Sicilia ed il siciliano Dell’Utri in Lombardia?

Piaccia o no ai democratici da strapazzo, che poi sarebbero gli approfittatori di regime, in Italia non v’è stata più democrazia dal tempo dei Comuni, di medioevale memoria, quando i cittadini sul sagrato all’ombra dell’olmo o del fico, discutevano i problemi concreti della comunità: le mura di cinta, la manutenzione dei ponti e delle strade e la scelta dei terreni per il pascolo  e l’agricoltura. Ognuno aveva diritto di parola ed interveniva nell’interesse generale, senza “delegare” a nessun marpione il compito di rappresentarli.

Altro esempio di democrazia non è quello ateniese di Pericle – in realtà fu una dittatura attenuata dalla temperanza e dall’intelligenza dell’uomo -, ma quella dei “land” svizzeri che, grazie all’angustia ed all’isolamento dei luoghi, si mantennero indipendenti dai potentati vicini, Savoia compresi, ed instaurarono un sistema federale ben diverso da quello propugnato da Bossi.

Tornando ai tempi nostri, vediamo da noi questa nostra democrazia come agisce. Ogni cinque anni, i soliti bellimbusti, o i loro discendenti, visto che essa da noi è quasi sempre dinastica, imbrancati in partiti da definire meglio mafie, s’affannano con manifesti o dalle televisioni a carpirci il voto. Sproloquiano di principi morali, ed in buona parte ne sono privi, fingono d’azzuffarsi, e sempre per il nostro bene, poi, una volta vinta la lotteria delle elezioni, i “capizzoni” – gli altri sono solo dei peones a cui si lasciano le briciole – si dividono la torta. E noi li paghiamo, e pure profumatamente, perché ci portino, come ci hanno portato, sul lastrico. E questa messinscena è spacciata per volontà popolare, cioè nostra. Tra l’altro, non s’è mai sentito di politici finiti con le pezze al sedere. Si sa di pugili ridotti a mendicare, di attrici ormai alla fame, di nobili in miseria eccetera. Ma di politici indigenti no perché, in caso di necessità, la loro cosca inventa un ente qualsiasi ed uno stipendio sontuoso per lo sfortunato collega.

A questo punto non ci sto. E mi spiego. Non rientra per nulla nei miei intenti pagare dei portaborse; non intendo avallare gli otto euro per elettore che i partiti ci fregano dopo che con un referendum n’abbiamo abolito il pubblico finanziamento; non mi va che questi signori ci derubino, sia pure legalmente, intruppandosi in commissioni parlamentari che ci costano un occhio della testa e non risolvono mai niente. Mi ripugna che al termine di una carriera, che di solito non finisce mai, siano liquidati con pensioni milionarie mentre a noi comuni mortali vogliono negare persino ciò che abbiamo versato. In aggiunta, visto che da noi tutto finisce in farsa, abbiamo anche il fenomeno dei “pianisti”, cioè degli imbroglioni che, attraverso un complice, figurano in aula anche quando sono altrove. E’questa la volontà popolare? E’ davvero questo che desidera la gente?

Ciò che più atterrisce nelle democrazie occidentali è la loro pretesa d’imporsi col meno democratico degli strumenti: la violenza. Da quando gli Stati Uniti si sono eretti a gendarmi del mondo, non v’è più stato un attimo di pace: calda, fredda o tiepida, la guerra, quando non scoppia, incombe. E vogliono persino a convincerci che la colpa è di chi la subisce. Se impongono l’embargo all’Iraq, provocando la morte di migliaia d’innocenti, non lo fanno per arraffarsi il monopolio del petrolio, macché, è perché vogliono portarvi la democrazia. Da negare assolutamente ai paesi che svendono banane perché, essendo poveri, meritano la dittatura.

       Il parere del popolo, deputato a d essere il protagonista del processo democratico, nelle decisioni importanti non solo non viene preso in considerazione, ma nemmeno richiesto. Per esempio, l’opinione pubblica, non solo italiana ma anche europea, era nettamente avversa alle guerre del Kossowo e dell’Iraq. In Spagna il dissenso sfiorava persino il 90%. Ciononostante, i governi democratici le dichiararono. Questo per dire quale rispetto ha per noi il potere. E siccome, in maniere più o meno velate, ciò succede  da sempre, evidentemente il sistema democratico non permette agli elettori l’effettivo controllo degli eletti. Abbiamo, per dirne una, mai stabilito che i nostri parlamentari siano i più pagati del mondo? No, si sono accomodati da soli. Abbiamo mai preteso di dotarli di macchine blu con annesso autista per scarrozzare se stessi e famiglia? Perché pur lucrando tanti soldi devono viaggiare gratis con seguito di cortigiane,  servi ed amici in vagone letto sui treni, o in prima classe sugli aerei, mentre noi che, quando non ne siamo già stati ricoverati siamo ormai muro a muro con l’ospedale, dobbiamo contrarre un mutuo per recarci da Reggio a Milano? Referendum in tal senso nessuno li indice perché a nessuno degli addetti ai lavori conviene.

Inoltre, piaccia o no, il sistema democratico s’è imposto perché favorisce i mediocri. Notate bene: non si vedono mai al parlamento persone eccezionali: inventori, artisti di fama, ricercatori, scienziati ecc… ecc…, salvo che, quando ormai svaniti, un presidente della repubblica ancor più svanito di loro, non li nomina senatori a vita. In compenso, i segretari dei partiti, fidenti, nell’imbecillità popolare, per racimolare voti, candidano calciatori, che magari bravi con i piedi si smarriscono al momento d’usare la testa, cantanti, attricette ed altra paccottiglia simile. In questo scialo della demenza, Pannella fece giustamente approdare, in quel bordello che è il parlamento, la pornostar Cicciolina che, dando democraticamente del porcellone a tutti, fu l’unica che ci rappresentò realmente.

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W la democrazia

di Bruno Chinè

Domenica scorsa, la Riviera, in prima pagina, ha pubblicato “ Fratelli d’Italia 2, Abbasso la democrazia”,  a firma di Mario Nirta, scrittore di talento,  ma con una forma mentis divergente, la qual cosa, da una parte gli fa onore, dato che oggi come ieri la maggior parte dei nostri intellettuali fanno a gara per portare all’ammasso il loro cervello, spesso in cambio delle solite “ Quattro paghe per il lesso”, dall’altra le sue argomentazioni contro la democrazia non possono certo essere prese sul serio e lasciate senza risposta.

  Considero l’intervento giornalistico di Mario Nirta per quello che è, cioè una provocazione, una voce fuori dal coro, importante in un libero dibattito, ma respingo fermamente la tesi che la democrazia possa essere causa dei mali  di cui lui parla, dei quali, se mai, sono certamente responsabili gli uomini e non la forma astratta di governo democratico. Certo la nostra democrazia è ancora giovane, non ha per così dire un pedigree eccellente, tuttavia è frutto di una tradizione culturale e politica che merita rispetto e riconoscimenti.

   Mario Nirta esordisce dicendo che “ la democrazia è una bella fregatura” e, a suo modo, ne spiega le ragioni, ma lui sa molto bene che il discorso sulla democrazia è complesso e non può essere liquidato con poche battute  che, considerate in se stesse, possono apparire  vere, ma non rendono l’idea d’un sistema, quello democratico appunto, che nel mondo Occidentale è arrivato dopo millenni di lotte, e quindi rappresenta la fase più avanzata del cammino dell’uomo verso la libertà che però non è mai assoluta, ma sempre storicamente determinata. Mario Nirta sa molto bene che i nostri Padri Costituenti, vissuti sotto una dittatura che, sebbene attutita dalla diarchia, è riuscita lo stesso a demolire le fragili strutture democratiche dello stato liberale pre- fascista, hanno disegnato una democrazia moderna con pesi e contrappesi  per garantire nel migliore modo possibile i diritti di tutti i cittadini e consentire loro di vivere in un mondo libero, prospero e pacifico.

   Il teorico della moderna democrazia, com’è noto, è Gian Giacomo Rousseau, contemporaneo di quel Voltaire  tanto caro a Mario Nirta. Ebbene proprio Rousseau scrisse che sono possibili due concetti di democrazia: uno basato sul rispetto della volontà generale, ossia sulla volontà che vuole il bene; l’altro sulla volontà di tutti, che  è  poi la somma aritmetica della volontà di ogni singolo cittadino. Al primo concetto si sono ispirati i grandi dittatori della storia, che poi sono stati anche i grandi carnefici: Robespierre, Hitler, Mussolini, Stalin, per restare ai più noti; anche quando tagliavano le teste, creavano i campi di sterminio, deportavano la gente nei lager erano convinti di agire nell’interesse generale. Al secondo  si sono ispirate le moderne democrazie parlamentari,  che piano piano hanno esteso a tutti i cittadini il diritto di voto, costruendo degli stati moderni il cui sovrane sono le leggi democraticamente votate.

  Un altro pilastro dei moderni stati democratici si trova nella divisione dei poteri teorizzata dal barone di Montesqueau senza la quale non c’è democrazia e quindi libertà.Con questi ingredienti fondamentali sono state  costruite le Costituzioni dei moderni stati democratici quando si sono create le condizioni socio-economiche ed il popolo è  entrato nella storia diventando protagonista del proprio destino.

   Quella descritta da Mario Nirta non è uno spaccato di vita democratica, ma la degenerazione di questa, dovuta,  ad una serie di vicende storico- politiche riconducibili  ad una scarsa partecipazione popolare alla vita della polis.

   La causa della crisi del sistema democratico, evidente nel nostro Paese, non può essere addebitata ai partiti che sono strumenti di partecipazione e aggregazione del consenso, ma eventualmente nella loro eliminazione per via giudiziaria, come avvenuto nella cosiddetta stagione di tangentopoli, che a me è sembrata più che altro la stagione d’un colpo di stato anomalo, ordito da chi aveva interesse  a restringere la sfera della libertà nel nostro Paese, ridimensionando contemporaneamente le conquiste economiche e sociali ottenute  in mezzo secolo di lotte politiche e sindacali.

  Per quanto riguarda la corruzione della vita politica mi pare giusto ricordare che la nostra storia democratica,  assieme ad esempi di corruzione, annovera statisti che hanno governato mantenendo una moralità pubblica granitica, da Quintino Sella, ad Alcide De Gasperi, da Amintore Fanfani ad Aldo Moro, da La Pira a Dossetti, da Spadolini a Pertini e a tanti altri ancora, il cui elenco per fortuna è molto lungo.  Certo oggi le cose sono peggiorate, e qui ha ragione Mario Nirta, e chi non ha cultura politica e confonde le cause con gli effetti potrebbe pensare che quello che sta avvenendo sia da addebitarsi alla democrazia e non invece agli uomini che hanno per ignoranza, egoismo e lassismo demolito gradualmente un sistema democratico sapientemente pensato ed attuato: la proliferazione dei partiti, l’introduzione del maggioritario, che già nell’età giolittiana aveva prodotto corruzione e  mala vita, il cambiamento del tit. V della Costituzione etc. hanno prodotto guasti irreparabili al sistema che sono sotto gli occhi di tutti.

   La scomparsa dei partiti di massa come la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista, il Partito socialista, hanno lasciato campo libero ad un capitalismo selvaggio senza etica e senza regole, che anche la Chiesa ha più volte censurato, ed i poteri occulti, che poi tanto occulti non sono, hanno preso il sopravvento creando pochi milioni di nuovi ricchi attraverso manovre finanziarie speculative, ma molti milioni di nuovi poveri e distruggendo altresì quei ceti medi che costituiscono lo zoccolo duro d’ogni sana democrazia e forniscono allo Stato le teste per farlo funzionare. Con l’eliminazione dei partiti di massa per via giudiziaria la gente s’è allontanata dalla politica. Le nuove formazioni sorte dalle ceneri dei grandi partiti storici appaiono piuttosto delle consorterie che consentono ad alcuni di essere leader e di ottenere ciò che Mario Nirta lamenta, ma con una incapacità di fondo di affrontare e risolvere nell’interesse generale i difficili problemi del nostro tempo. Come  nella Tempesta di Sheakespeare le magie di Prospero  ingannano Calibano, ossia il popolo, così i poteri forti, nella stagione di tangentopoli, tramite una campagna bene orchestrata dai media,  ingannano il popolo italiano ingigantendo la corruzione, che pur c’era, ed esaltando sistemi politici d’oltre oceano che nulla hanno a che vedere con le nostre tradizioni e con i nostri problemi. La colpa dell’attuale stato delle cose, quindi, non può essere addebitata in nessun modo alla democrazia bensì al popolo che, raggiunto un certo benessere, ha perso il gusto della partecipazione attiva e della lotta politica che richiede  tanta pazienza, fede, costanza, senso di sacrificio. La democrazia non è una elargizione  fatta al popolo, ma una conquista lenta e difficile, un esercizio di fede, di tolleranza con alla base una forte sostanza etica. Non si esporta con le bombe e con i fucili, ma è il frutto maturo del faticoso e tortuoso cammino d’un popolo. Democrazia è libertà, ossia l’ossigeno della vita dei cittadini; si conquista, ma si può anche perdere, ecco perché è necessario stare sempre all’erta, pronti al sacrificio e principalmente non bisogna perdere mai di vista i valori condivisi.

    Oggi la gente avverte un senso di stanchezza e di sfiducia nelle istituzioni e si rifugia nel privato, ritenendo a torto che le conquiste democratiche, civili ed economiche siano irreversibili; non intende restare mobilitata per affrontare continuamente le battaglie politiche del momento, non sente il gusto della partecipazione attiva e delega l’esercizio del potere ad ogni livello senza chiedere mai il conto agli eletti, spesso senza cultura politica e amministrativa. Ma la colpa non può essere in nessun modo del sistema democratico, che pur avendo molte pecche, resta tuttavia il migliore sistema possibile per governare un popolo civile. Democrazia vuol dire partecipazione, assunzione di responsabilità da parte di tutti, senza di che il sistema degenera,  si ammala e muore. Il dibattito intorno alla democrazia va ripreso, ravvivato ad ogni livello, specialmente nelle scuole perché democrazia vuol dire principalmente educazione, cultura, comportamento, stile di vita di ognuno e di tutti. Se quello che denuncia Mario Nirta è vero vuol dire che la nostra democrazia è ammalata e, come tutti gli ammalati, va curata e non lasciata morire per eutanasia. Nel caso contrario potremmo svegliarci una mattina trovandoci al potere il Travicello di turno che potrebbe disporre dei nostri beni, della nostra vita, della nostra libertà ed allora il mio amico Mario Nirta non potrebbe più scrivere “ Abbasso il Re Travicello”.

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La democrazia... degli altri

di Nicola Zitara


Nelle ultime settimane sono apparsi su "Rivíera" un articolo di Mario Nirta intito­lato “Abbasso la democrazia", una risposta di Bruno Chiné dal titolo “Vìva la democrazia" e una replica di Nirta dal titolo "Riabasso la democrazia". Si tratta di un argo­mento che produce molto fumo per la generalità delle persone e un buon 'arrosto soltanto per la classe dei privilegiati. Non dirò che quanto segue è la verità; è soltanto la mia opinione. Sulla base di tale premessa, prendo a scrivere.

La democrazia è bella o brutta? Bruno Chiné dice: "è storia", e io concordo con lui. Aggiungo anzi che si tratta di una lunga storia, iniziata circa duemila e cinquecento anni fa in una parte della Grecìa e in alcune colonie greche d'Italia. Come in quasi tutte le cose della vita occidentale la prima sistemazione filo­sofica e pratica della democrazia si deve agli ateniesi. Ora, ad Atene, questa cosa chiamata dai filosofi "democrazia" 0 quartieri abitati dai poveri si chiama­vano demos), viene dopo un'altra cosa, che sempre i medesimi ateniesi chiamarono "aristocrazia" (dagli abitanti dei colle). L'aristocrazia altro non era che la democrazia dei ricchi proprietari terrieri.

Il popolo venne cooptato nel godimento dei diritti politici dopo un preciso evento: dovendo gli ateniesi armare la flotta contro i persiani, e scarseggiando gli schiavi da incatenare ai remi, il loro capo Temistocie ingaggiò gli scaricatori e i pescivendoli forestieri che si affollavano sulle banchine dei porto. L'equazione è precisa sin dal primo momento: vendere il lavoro, comprare il lavoro. Quando il lavoro non si vende e non si compra, la democrazia precipitata. Sotto la spinta della libertà di commerciare il lavoro, non molto tempo dopo, il popolo ateniese ottenne la par­tecipazione al governo, la democrazia. Ma fu subito un immane "casino" (detto demagogia). Tutti assur­sero a capoccia. La condanna a morte di Socrate ne è il prodotto più ricordato. Il suo discepolo Platone cercò disperatamente d'inventare un sistema diverso e scrisse un libro famosissimo, che dobbiamo consi­derare all'origine della filosofia politica, il cui titolo, tradotto in italiano, è “la Repubblica”. Lo scritto rap­presenta l'insurrezione morale e razionale contro la superficialità dei governo democratico, al cui posto Platone prefigura un governo dei saggi, dei sapienti, dei virtuosi, dei patrioti disinteressati.

I romani copiarono le istituzioni vigenti nelle città della Magna Grecia. A Roma era la classe dei pro­prietari a detenere il potere. Anche qui vigeva una forma di democrazia "aristocratica", dei proprietari, i quali erano anche i militi di Roma. La democrazia romana nacque quando i poveri furono chiamati a prestare servizio militare, mercè un compenso costi­tuito da una parte delle terre conquistate. La demo­crazia romana si esaurì nel corso dei centoventi anni precedenti la nascita di Cristo in una interminabile sequenza di lotte sanguinose. La Pax Augustea, il Principato, e subito dopo l'impero sostituirono con l'assistenzialismo (panern et circenses) verso i popo­lani romani e italici il vendere e il comprare, da cui nasce e vive la democrazia.

Democrazia e proprietà privata camminano assieme. Se non si ha altro da vendere, si vende ‑ liberamente ‑ il proprio lavoro. La Grecia e Roma furono società di tipo proprietario e negoziále. Per questo motivo, quando, dopo più di mille anni di torpore medievale, collaudati ad Atene e a Roma furono ripresi e adattati alle grandi dimensioni dello Stato moderno. Per quanto attiene alle istituzioni politiche, venne recu­perata la tripartizione tra potere legislativo, ammini­strativo e giudiziario. E fu recuperato dal passato e portato molto avanti il principio secondo cui è la natura e non lo Stato a conferire i diritti fondamenta­li. I giureconsulti romani erano arrivati al concetto jus gentium ‑ diritto universale o anche diritto natu­rale ‑ in via pratica. All'origine si trattava semplice­mente del diritto dello straniero di invocare giustizia da un pretore romano, e non in base alle leggi roma­ne, ma in base al sentimento comune di giusto e ingiusto. In appresso, sempre sul finire dei Medioevo, per merito di Tommaso d'Aquino, le 1eggi di natura furono elevate a regola immanente nella creazione divina, a cui ogni uomo partecipa indipen­dentemente dalla sua fede trascendentale. Questo concetto divenne il cardine della civiltà europea che stava emergendo dalla barbarie.

Tuttavia la filosofia non l'ebbe vinta se non dopo sette o otto secoli. Nell'Europa, che,si ammodernava, la democrazia politica non rappresentò il coinvolgi­mento dei popolo nella guida dello Stato, ma l'ascesa al governo da parte della borghesia possidente, che prese il posto dei dinasti ereditari e dell'aristocrazia terriera. Le classi popolari restarono a lungo escluse dal voto. In Italia, per esempio, il cosiddetto “suffra­gio “universale maschile” ‑ nonostante il democratico e costituzionale Statuto piemontese di Carlo Alberto (1848) ‑ si ebbe soltanto nel 1919, mentre il voto alle donne fu accordato solo nel 1946. Precedentemente 1a democrazia", voluta dalla nobile Carta costituzio­nale dei generoso re (che non sapeva parlare italiano, infatti lo Statuto venne redatto in francese) era riser­vata a una minoranza di non poveri.

Per il padrone di terre e di armenti, lo schiavo è un capitale. Lo ha comprato sborsando dei quattrini e deve perciò mantenerlo e fare in modo che abbia dei figli, dei nuovi schiavi che gli arriveranno gratis. La schiavitù, come la servitù feudale, presuppone padroni alquanto ricchi: i senatori romani, i baroni dell'età feudale, i mandarini cinesi, i boiardi etc. quando il padrone è meno ricco, come è normale in un'economia mercantile, lo schiavo diventa un costo eccessivo, un immobilizzo di capitale rispetto a un'attività economica alquanto movimentata, non radicata in un'azienda che si suppone eterna, qual èil fondo rustico (cfr. "Via coi vento", Tara). il mercan­te preferisce comprare In piazza il lavoro altrui, pagando un salario a ore, a giorni, a settimana, a mese. Corrispondentemente al povero viene garantito il diritto di vendere la sua fatica per una paga. Proprietari di capitali e proprietari dei proprio tempo di lavoro danno vita alla democrazia. Giuridicamente entrambi sono dei padroni; chi di cose, e chi di sé stesso. Ovviamente, nello svolgimento pratico di uno Stato democratico c'è chi ha il danaro per incrinare l'equilibrio legale (per esempio l'evasione fiscale sali­ta ad arte ad opera dei commercialisti), e c'è chi non ce l'ha. Perciò si accontenta di urlare che vuole pane e lavoro. E qualche volta anche la pace.

Comunque, bene o male, la democrazia va avanti. I guai vengono quando il lavoro manca o la paga è poca. Quando l'uomo libero ha il diritto di morire (democraticamente) di fame, l'equilibrio proprietario si rompe, la formula democratica salta. Non dico in astratto, ma propriamente in concreto. Fascismo, nazismo, franchismo, peronismo, stalinismo, maoi­smo, nasserismo, etc. Non si tratta della questione sociale, della quale sui libri c'è la versione ottocente­sca e sul Canale di Sicilia quella attuale, ma della Struttura della democrazia.

La democrazia moderna, i cui istituti visibili sono il voto e il parlamento, è nata dall'innesto dei diritti naturali dell'uomo sulle costituzioni borghesi, la cui precondizione è la commerciabilità dei lavoro. Qualunque uomo o donna è un cittadino e un eletto­re, cioè un soggetto di diritti abilitato a comprare e vendere lavoro, e quindi a votare i candidati al parla­mento. ma quando il lavoro è in vendita, e manca però chi lo voglia comprare, la Struttura democratico ­elettorale non può esistere seriamente, perché manca la funzione negoziale su cui la democrazia si basa. Un avvocato direbbe: un negozio senza causa, senza ragione pratica.

La storia della democrazia (elettorale) italiana segna passo dopo passo lo. svolgimento dell'economia nazionale. Per ottenere un consenso generalizzato e avere degli alleati nel Sud ' in rivolta (brigantaggio), Cavour, che aveva già provveduto con leggi ad hoc ad annientare ogni modernità duosiciliana e a fondare la disoccupazione strutturale nel Mezzogiorno, si alleò con i baroni meridionali (cfr. il Gattopardo) e riempì con le loro teste di legno la camera dei deputati e il senato dei Regno . Nel Sud il fallimento del liberalismo e dei costituzionalismo (della democrazia) fu totale, in quanto la gente non ebbe un lavoro (e dovette andare altrove per procurarselo), Si vide immediata­mente che la democrazia aveva il carattere di una farsa massonica e toscopadana. Su questa farsa ci lasciarono la pelle centinaia di migliaia di resistenti, i cosiddetti briganti. E si arrivò anche ‑ si potrebbe dire ‑ al ridicolo, sicuramente a un controsenso. Ben presto anche i borghesi si trovarono senza entrate e sul piede dì guerra contro lo Stato democratico‑elet­torale.

La Toscopadana provvide a calmarli. Siamo nel 1874/75, il sistema italiano intraprende la via della corruzione politica ed elettorale del Sud; un fenome­no il cui ultimo esito è la mafia, combattuta con la mano destra e tenuta in piedi con la mano sinistra porta soldi a Milano e l'amicizia di altri popoli che utilizzano quel soldi).

Da allora è cresciuto soltanto il numero delle persone che mangiano Stato. Nient'altro. Al posto dei lavoro abbiamo l'assistenza (panern e cìrcenses, ovviamente giochi che si comprano a Milano), al posto della libertà negoziale il commercio illecito di droga e affini (magari mine Fiat). Per cui, per noi il tema da affron­tare non è come difendere la democrazia, ma come difenderci dalla democrazia.

La gente comune concepisce ed esplicita senza incertezze tale esigenza "qualunquistica". Ciò mostra che il cittadino non è insensibile di fronte al nostro problema storico, diversamente dai democratici costituzionali e ciampiresistenti. La democrazia toscopadana, nella sua versione meridionale, è lette­ralmente una truffa. Una forma di condanna alla non libertà. Come nazione meridionale abbiamo bisogno dì liberarcene, per ricostruire la libertà nostra di essere uomini dotati del diritto naturale di commer­ciare il nostro lavora. il resto è chiacchiera.

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Gli articoli di Mario Nirta, Bruno Chinè e Nicola Zitara riprodotti in questa pagina 
sono stati pubblicati sul settimanale “La Riviera”. 
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