L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Le guerre dell’Italia resistenziale

di Nicola Zitara

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Siderno, 11 agosto 2006

I vari Stati preunitari vissero la loro esistenza quasi millenaria senza scontrarsi in guerre epocali. Dopo la sconfitta e la morte di Manfredi a Benevento (un evento che, visto alla distanza di otto secoli, appare come la conclusione dello scontro tra l’unità e la disunità d’Italia), le formazioni sociali esistenti si radicarono ciascuna su un proprio territorio. 

I diversi legami internazionali, le diverse influenze straniere, la mancanza di un centro nazionale d’attrazione fecero sì che venissero in primo piano le diverse origini culturali e religiose e le notevoli diversità climatiche e ambientali. Prima che Napoleone mettesse (500 anni dopo la fine di Manfredi) le sua avide mani sui tesori e  nelle cose della Penisola, le guerre tra italiani furono sempre connesse all’antagonismo tra   la Francia, la Spagna e l’Austria. La prima unificazione della Toscopadana si ebbe appunto con Napoleone. 

Il Regno d’Italia da lui creato si fermò ai confini costantiniani delle Terre di San Pietro e non incluse il Regno di Napoli, dove il di Napoli il Leone spedì come vicario un suo caporale di cavalleria. In unione personale con la Sicilia (nazionalità a sé stante e non omogenea alla la nazione napolitana)  il regno meridionale nacque al tempo delle Crociate, ma la formazione sociale preesisteva.

Una vera, seria e irrisolvibile contesa fra gli italiani è nata con l’unificazione sabauda, o per essere più presisi con il Risorgimento (o la volontà di risorgimento) di quattro regioni – Lombardia, Liguria, Piemonte, Toscana – a cui si è accodata (o è stata assorbita), per i soli benefici di capitale dello Stato, la città di Roma; un vero e serio intoppo, propriamente  una pesante zavorra per l’evoluzione del sistema nazionale. 

In appresso – svoltato l’angolo dell’indusrializzazione italiana – gli equilibri regionali si sono andati spostando. Per esempio, dopo la conquista di Roma, avvenuta dieci anni dopo la conquista di Napoli, il legame tra la Toscana e il triangolo Genova-Torino-Milano si affievolì a causa di una forte contesa tra padani e toscani su chi avesse il diritto di beneficiare dell’albero della cuccugna unitaria.  

Altro esempio: dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Emilia, in precedenza una regione a bagnomaria tra il Triangolo del Nordovest e l’Italia restante, ha spinto (comunisticamente e cooperativisticamente) a cercare un legame al di là del Po, specialmente con la Lombardia. 

E ancora un esempio. Premetto che il recente passaggio delle regioni venete alla produzione industriale è stato forse il solo in tutta la storia dell’Italia unita ad essere realizzato senza che il costo venisse pagato da siculi e napolitani. Venti o venticinque anni fa pareva che l’evento avesse portato il Triveneto e ad accostarsi alle altre regioni cisalpine. Invece si è avuto un visibile antagonismo con il duo Torino-Genova, con la Lombardia  posta a cavalcioni fra i contendenti, in modo da profittare dell’uno o dell’altro, e possibilmente di entrambi.

Sta di fatto che il triangolo Genova, Torino, Milano si sente il legittimo e unico titolare dell’albero  nazionale della cuccagna, mentre il Veneto lamenta di non ricevere altrettanto.       

Ovviamente, il primato del Triangolo è stato costantemente coperto dalla retorica (come dire, ladri in guanti bianchi). Non sempre la stessa, però.  Si è passati dalla retorica sabauda (con Garibaldi e Mazzini come riserva) alla retorica fascista (con l’antifascismo, il clero e la massoneria come riserva). Poi dalla retorica fascista alla retorica della Resistenza (con i monarchici tipo Croce, De Nicola, Einaudi, Lauro, come riserva). L’atto notarile della retorica resistenziale è la Costituzione repubblicana (con imprecisate riserve sabaude, massoniche, golpiste, bankitaliane, amerikane, euroiche).

Come il sabaudismo e il fascismo, anche il resistenzialismo, o costituzionalismo che dir si voglia, è ‘sostanza’ in alcune regioni e ‘apparenza’ in altre regioni. Per essere espliciti, la Resistenza e la Costituzione  sono usate come coperchio di precisi interessi regionali.

Dopo la sconfitta del Brigantaggio, la classe politica meridionale vive del sostegno romano e resistenziale, non avendo altro legame con la base popolare che il clientelismo (sia quello civico sia quello mafioso). Al referendum costituzionale di giugno il Sud ha votato, perciò,  “No” massicciamente (con una punta eroica in Calabria), come l’handicappato che non vuole perdere la carrozzella con può muoversi, e senza capire, almeno una volta nella sua storia di colonia nazionale, che le usure che patisce arrivano (e sono sempre arrivate) da Milano, Torino, Bologna e Roma, e non da Venezia e dintorni. Colpa sicuramente di quell’approssimativo tribuno, che è Stronzobossi, e dei suoi imbecilleschi accoliti. 

In materia politica, Bossi ha le finezze del frequentatore di bettole, cosicché non ha mai identificato il tema  che interessa veramente ai popoli della Padana (così si chiama, da Valle Padana, o da Palude Padana, e non Padania). Cioè che i padani dell’Est vorrebbero partecipare alla cuccagna unitaria, allo stesso modo dei padani dell’Ovest. In sostanza non ha capito che non è tanto importante quello che si dà a Roma ladrona, ma quel che si ottiene da Roma (comunque ladrona). Non ha capito che l’Etna e il Vesuvio in opera toglierebbero risorse alla  Padana, anziché  alleggerirla di pesi tributari.

In materia fiscale le idee confuse e anche sbagliate del contribuente sono un instrumentum regni in uso dai governi cosiddetti democratici; un modo per lasciare la gente nella sua ignoranza e per approfittare di questo fatto.  Per esempio, pochi sanno che quasi tutte le imposte finiscono con l’essere trasferite dal contribuente nei costi di produzione. Chi paga si rifà. 

A pagare è quasi sempre il consumatore finale. Tecnicamente è la traslazione dell’imposta. Il venditore le mette nei costi di produzione e di conseguenza le carica sul prezzo della merce prodotta e venduta. Questo vale per le imprese che si fanno fare il conti dal ragioniere e vale anche per chi vende cipolle di Tropea sulla sponda del camion. L’IVA, poi, che viene reclamizzata come imposta sul Valore Aggiunto (dal produttore) è sfacciatamente un’imposta sui consumi come l’antico Dazio consumo.  

La sola imposta che non ha attitudine a passare da chi vende a chi compra è l’imposta sul patrimonio, tipo la tassa di successione o come fu l’imposta straordinaria sui profitti di guerra. Persino il bollo sulla patente di guida e l’assicurazione auto traslano, nel caso che il titolare abbia un’attività commerciale. In conclusione il Sud paga in relazione ai suoi consumi, il Nord, se paga di più, è perché consuma parecchio di più.

C’è da aggiungere che le imposte equivalgono a una rinuncia dei privati a spendere il proprio guadagno per trasferirlo allo Stato (o altro ente), il quale spende il gettito  (e spesso i futuri incassi) in consumi pubblici e a favore della sua Corte. Infatti nulla è cambiato dal tempo delle monarchie, solo la pressione fiscale che, al Sud, è salita dal 4 per cento borbonico a circa l’80 per cento patriottico (considerando gli innumerevoli spillamenti di tasse e contributi). Se al tempo dei re, una parte degli incassi andava ai cortigiani, oggi una gran parte degli incassi tributari è devoluta alla classe dominate (in genere il capitalismo  bancario e industriale).  

 Ovviamente – da gran smargiasso e ignorante, qual è – Bossi è andato a cozzare le corna contro la realtà. Figuriamoci se la Fiat, l’Eni, l’Enel, Telecom, Mediaset, Banca Intesa, Banca Carime, gran Pascoli di Siena e San Paulo a cavallo vogliono perdere i consumatori meridionali! Con Brescia, Novara e Treviso arriverà si e no a ‘Il Mulino del Po’. A Milano non si ignora che Roma dà quello che prende, e se c’è un luogo che prende molto più d’ogni altro dopo la stessa Roma, questo è proprio Milano. La retorica resistenziale e costituzionale nasconde il conflitto tra la capitale della Fiat, sul cui altare la  Sinistra  è disposta a sacrificare l’Italia,  e le città minori padane, che vorrebbero inzuppare il pane anche loro.

Quanto al Sud, il federalismo porterà più soldi e anche molti più casini.  

Il federalismo aveva una logica al tempo dei mercati locali. Per esempio al tempo  in cui Napoli, che pure era una città molto popolosa,  veniva approvvigionata di grano pugliese e ucraino da importatori napoletani. Non ha più alcun senso oggi che le mine prodotte a Brescia uccidono uomini, vecchi e bambini su tutto l’orbe terraqueo. 

Oggi la gara tra le diverse formazioni si sviluppa intorno alla produttività del lavoro. A questo fine serve solo l’indipendenza. Il Sud sta pagando la perdita della sua indipendenza non solo con la disoccupazione, l’improduzione, l’obbligo di rifocillare l’albero padano della cuccagna attraverso l’incentivo che venti milioni di consumatori danno alla produzione dei padani, ma anche e soprattutto con l’alienazione delle nostre (private e pubbliche) connessioni mentali. Se Dio ti vuole perdere, ti fa rimbecillire, dicevano i latini.  

Sarebbe veramente l’ora di finirla con la truffa unitaria. Soltanto uno Stato sovrano può regolare la produzione, gli investimenti, il reddito delle famiglie, e sollecitare l’intelligenza dei singoli a cercare di produrre di più e meglio, a costi più bassi, nonché i cittadini a essere più belli, più liberi, più sicuri di sé, più civili.

Eravamo un popolo prospero e rispettato. Saremmo diventati una grande nazione.  Invece siamo ridotti a una schifezza. Dio stramaledica Lord Gladstone e Napolene III, che ci hanno portati nelle braccia di un avido e insaziabile fratello.

Buon Ferragosto. Lo stesso non posso dire di me, ché la pensione la prendo il 16.


Nicola Zitara




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