L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


Casi di varia italianità

di Nicola Zitara

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Siderno, 2 febbraio 2005

Domenica 30 gennaio, tra le 17 e le 18. Ho appena finito di leggere un articolo di Annalisa Raschellà, circa il divario di reddito tra Platì e Milano3, il luogo più ricco e il luogo più povero d’Italia, allorché la mia attenzione viene attratta dalla televisione. Maurizio Costanzo si sta accanendo contro un dirigente pubblico, a cui addossa la responsabilità dei pericoli e disagi patiti da automobilisti e camionisti a causa della neve caduta, nei giorni precedenti, sull’autostrada Reggio- Salerno.

A me Costanzo è antipatico, ma ascolto egualmente, in attesa di rivedere sulla scena un paesano intravisto prima. Vorrei capire se anche lui si sta lamentando di Dio, che permette al cielo di nevicare, o del governo, che non fa i portici sull’autostrada, in modo che, quando nevica, uno non si bagni.

Milano3 non la conosco e non la voglio vedere neppure in fotografia.

Ho giurato a me stesso che sul suolo del Norditalia non ci metterò mai più piede, almeno  volontariamente. Ma in passato ho avuto modo di vedere Milano2 e so quanto pane di bocca il Sud si è tolto per costruire il lussuoso suburbio.

Non solo il pane dei nostri infelici emigrati che lavorano lì o vi hanno lavorato, ma anche il pane risparmiato qui, in vista della vecchia, e il pane sottratto dallo Stato alle nostre famiglie, sotto forma di tributi, e speso lì. E so il danaro - miliardi e miliardi di dollari - prodotti da quell’attività infernale per il Sud, ma vaporosa e proficua per il Nord, che si chiama spaccio della droga. 

Anch’io ho pagato, sapendo di pagare l’ingiusto, e certamente ha pagato anche la gente di Platì, credo, senza rendersene conto.

A  quel che leggo, Annalisa Raschellà è una brava giornalista e un’economista formata. Chi ha studiato economia  sa che ogni lira (o ogni euro) vive in terra, se  lasciata in tasca. Ma sale al cielo se portata in banca. Quasi che un coro di angeli la prenda sulle sue braccia e la faccia salire vicino a Dio.

Se io porto  una lira in banca, posso ritirarla e spenderla quando voglio. Ciò anche quando la banca ha prestato quella lira a una terza persona. Ovviamente il miracolo avviene perché a portare una lira in banca siamo in molti, e ogni giorno altri ancora. Cosicché la banca paga me, dandomi la lira dell’ultimo arrivato. Se poi la persona, che ha ottenuto un credito bancario,  spende la lira emettendo un assegno, le lire diventano tre, e anche più.

La lira è sempre una sola, ma una volta in banca diventa due, tre, quattro, cinque lire, insomma il numero dei conti correnti che incorporano in un assegno la prima lira.  

Anche al tempo in cui le monete erano coniate in oro o in argento, una dracma, un talento, un sesterzio, un fiorino, un ducato, depositato in un tempio o in una banca, fluendo e rifluendo, diventava il doppio di sé. Il tempio restituiva a vista la dracma affidatagli, perché 100 o 1000 altri Telemachi o Oresti o Achlilli  continuavano a depositarvi le loro dracme.

C’era, però, anche allora il momento della verità, e veniva quando un qualche Aristide prendeva in  prestito quei soldi  per costruire cento triremi. Se Aristide non restituiva le dracme, ai sacerdoti finiva male. Un investitore finale sbagliato, per la banca  equivale  al giudizio di Dio barbarico.

E’ il momento in cui il banchiere rischia…non il suo, ma il mio danaro. Può sbagliare, e se sbaglia io perdo il mio danaro, e può indovinare, nel qual caso egli fa un guadagno senza neppure che io sappia che il mio danaro è stato a rischio.

Senza la banca, né Milano2 né Milano3 esisterebbero. Ma la banca è una cosa del Nord, che il Nord usa nel Sud per raccogliere risparmio e per addossare sui meridionali  le eventuali perdite.     

I fallimenti bancari sono all’ordine del giorno anche oggi (Cassa di Risparmio di Calabria, Banco di Napoli, etc). Molto più numerosi erano al tempo in cui le banconote erano cambiali bancarie da pagarsi in oro.

Durante la Guerra di Secessione, negli Stati Uniti ne fallirono circa 35 mila nel giro di due o tre anni. Anche le grandi banche italiane si trovarono sull’orlo del fallimento al tempo della Grande Crisi, perché le industrie di Genova, Milano e Torino non pagavano i debiti contratti.

Per non mandare i risparmiatori in rovina, Mussolini nazionalizzò le banche e le industrie. Cioè addossò le loro perdite a tutta la collettività nazionale. L’autarchia e gli altri espedienti rivolti a sorreggere il cambio internazionale della lira vanno collegati a quell’evento. 

Oggi la convertibilità in oro delle monete è solo un ricordo scolastico. Non esiste altra moneta che la banconota (inconvertibile) della Banca Europea. Qualunque banca italiana rischia dove, se e quando la Banca Europea dice di sì (o non dice di no). A sua volta la Banca Europea paga i fallimenti interni senza andare in tribunale.

Ha le sue moderne tipografie e stampa altri euro. A pagare saranno i cittadini, che  perderanno capacità d’acquisto; cosa che sta avvenendo, anche se nessuno ha ancora capito  dove la Banca Europea abbia sforato.   

Conosco Platì dal primo dopoguerra, quando il solo arrivarci era un’impresa epica per qualunque treno di gomme. Invece ero già un uomo maturo quando è stata realizzata l’autostrada  Salerno-Reggio Calabria.  

L’Italia del 2005 non ama Platì, terra di ‘ndranghetisti, ma non l’amava neppure nel 1948. In precedenza, specialmente durante la guerra, il peso delle  leggi a difesa del bosco non erano state granché avvertite dai pastori, i quali avevano trovato lavoro nel taglio (anzi nell’eliminazione) del bosco aspromontano.

La Regia Marina e tutto l’apparato militare avevano un maledetto bisogno di legname. Finita la domanda bellica di legno, la pastorizia riprese, e con essa ripresero  a fioccare le multe e le condanne penali per chi osava portare le sue bestie al pascolo brado.

La fabbrica di compensati Primerano fu un’impresa eroica, mai più ripetuta da queste parti. Una fabbrica fra le più moderne d’Europa. Chi se ne ricorda più? Dava lavoro alla gente della vallata del Bonamico. Più di settecento persone, ex boscaioli  ed ex pastori. 

Bovalino divenne un’enclave industriale nella emarginata Calabria. In una parola fu quello che, nel suo articolo di domenica scorsa, la collega Annalisa Raschillà definisce “uno scatto d’energia”. Fu, anzi, qualcosa di più: il più ricco  patrimonio della Calabria del tempo (un miliardo) investito in un’industria ultramoderna.

Se l’Italia avesse voluto, la Primerano poteva non fallire, come non si era permesso che fallissero l’Ansaldo, la Breda, la Fiat, e oggi non si permette il fallimento della Parmalat. La mafia costa molto, ma molto di più, migliaia e migliaia di volte di più  di quanto sarebbe costato il salvataggio della Primerano. Ma la Primerano di Bovalino dava fastidio alla Feltrinelli-compensati  di Milano.

Se la Primerano venne abbandonata con molta leggerezza al suo destino, a che scopo costruire un’autostrada atta a collegare Reggio Calabria con Milano, e oltre ancora: con la Svizzera, la Francia e i paesi tedeschi?

Per portare le cacciotte di Platì fino a Vienna e a Francoforte? Per vendere i  barili di sarde salate di Sciacca a Torino, o le arance sanguinelle della Piana di Catania a Bologna, o perché le  mogli dei medici della mutua facessero la settimana bianca a Madonna di Campiglio?

Non posso fare niente contro gente come Maurizio Costanzo. Sono padroni collocati molto in alto. Godono di largo credito e hanno un seguito di milioni di ascoltatori. Potrei forse lanciarci contro  una bomba, come fece Felice Orsini con Napoleone III, o sfoderare il pugnale per uccidere, come fece Agesilao Milano con Ferdinando II, ma il coraggio per una cosa del genere mi manca.

Posso invece parlare ai giovani studiosi di economia, ai più bravi e onesti. E dire: Ragazzi, figli miei, se voi amate veramente la gente fra la quale vivete, mettete da parte i libri sui quali avete studiato o studiate. Sono libri falsamente scientifici, che intendono insegnarvi che chi ha vinto, ha vinto perché aveva ragione, e chi ha perduto, ha perduto perché aveva torto.

Sono verità di comodo, truffe intellettuali. Sono il prodotto di una filosofia economica che legittima il furto. Sono l’ideologia della ricchezza europea trionfante, con il malaffare e con le spade, sull’umanità dell’uomo, sulla sua vita, sulla sua ragione.

Dottrine, che si autodefiniscono liberali e liberiste, ma sono  soltanto usurarie e predonesche.  Adesso la cosa è visibile a chiunque, perché la Cina è stata capace di mettere in crisi il  credo predicato al mondo da quando l’Inghilterra prese ad esportare i prodotti della sua industria precorritrice.

Vedremo quale buffoneria escogiteranno adesso, per continuare nel saccheggio, nell’usura, nel blocco e messa al tappeto di chiunque si sforzi di emanciparsi e progredire. Il mondo sta morendo di fame per mano loro al ritmo di trecento/quattrocento mila persone al giorno, e loro  insistono a dire che il loro modello è il migliore.      

Platì e l’Italia combattono da 150 anni una guerra che sarebbe visibile a tutti, se non ci avessero educati a portare occhiali che sfocano le immagini. Maurizio Costanzo docet.


Nicola Zitara

Achtung - Pericolo mine vaganti (Nicola Zitara)
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