L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


La gita

di Nicola Zitara

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Siderno, 1° Giugno 2003

Seduto nel cortile di un hotel di Roccella Jonica, il giornalista aspetta il ritorno dei ragazzi torinesi in gita scolastica. "Torneranno presto, afferma il padrone dell'albergo. E' l'ora di pranzo". Il giornalista non ha fretta. E' uno di quei momenti in cui il tempo si ferma. L'aria è tiepida, come giustamente dev'essere nella prima quindicina di maggio.

La leggera brezza che a quell'ora sale dal mare verso le colline, quasi una carezza, vivifica il paesaggio immobilizzato dalla luce solare. Soltanto il mare, che occupa la fetta più grande dell'arco visivo, rimanda all'occhio dei tremori cromatici che non hanno aggettivi.
Immerso in tale solitudine riflessiva, il giornalista non pensa, però, all'eternità, alle arcane cose che stanno al di là dell'orizzonte. Molto banalmente ripete a sé stesso che la pubblicità è l'anima del commercio. L'Italia, che spende centinaia di miliardi in vacanze, non intende spesare questa fetta di pace, che il sole del meriggio fa apparire intatta come Dio la fece, nonostante millenni e millenni di urbanizzazione. La pubblicità è la nemica di questa terra, di questi uomini. Non è un problema di cartelloni e di spot televisivi.

E' "il comune sentire", per usare il linguaggio di quello stronzo di Bossi. Nel comune sentire, Le Grand Tour, il viaggio alla scoperta alle origini della civiltà occidentale è svanito da tempo. Anche il passato va soggetto ai corsi e ai ricorsi storici. Nel Settecento era di moda la cultura classica. I grandi viaggiatori attraversavano l'Italia per raggiungere La Grande-Grèce. Ora non più. Le mete culturali sono altre. Il comune sentire punisce contemporaneamente i venditori locali e i fruitori forestieri di vacanze turistiche.

Questi alberghi, più che dignitosi, costano un sacco di soldi alla collettività. Sono offerti agli occhi degli elettori come il miraggio dell'impossibile rinascita. Chi li gestisce sta, però, sempre in bilico tra conti in nero e conti in rosso. Ora il Sud è l'appendice infiammata di un paese per il resto prospero, vitale, bello e dunque meta ambita dal vacanziere americano, europeo e asiatico. "Le città d'arte" non solo occupano la scena, ma cancellano i comprimari.

"Stana questa scuola, pensa il giornalista. Perché mai al Sud? Sicuramente va controcorrente. Nei testi scolastici, la storia di questa parte del paese, tanto diversa dalla storia della parte prevalente, è come evaporata dalle pagine della patria storia. Il ragazzo che studia sa sempre qualcosa delle Oche Capitoline, di Muzio Scevola, dei Visconti, degli Sforza, de' i Medici, dei Doria, della Regina di Candia, di Luigi XIV, di Robespierre. Ma se gli chiedessi di Dionigi o di Ruggiero di Lauria o del viceré Medina o di Pietro Giannone probabilmente cadrebbe dalle nuvole. Con l'unità gli uomini e le vicende del Sud sono diventati storia minore.Anzi storia di tante ombre e solo di qualche luce".

Al tempo in cui la televisione non c'era e solo da poco la radio aveva cominciato a gracidare, l'anno scolastico andava avanti dal primo settembre al 30 giugno - tre giorni di vacanze a Natale, quattro a Pasqua, uno a San Martino per il genetliaco del re, uno a febbraio per celebrare la solennità del Concordato tra Stato e Chiesa, e poi il 24 Maggio e 4 Novembre. Allora i viaggi si facevano con l'immaginazione. Bastava un appiglio per innescare la fantasia. Il carabiniere in libera uscita che parlava del suo Piemonte, la maestra venuta dalla Lombardia, il sacerdote mandato dal Veneto, la moglie del pretore, infinitamente bionda, tragicamente magra e orrendamente coperta di lentiggini, il predicatore dalla voce pastosa che arrivava da Assisi o da Loreto. Cartoline, orrendamente stampate, stimolavano flash dell'immaginario. "Pavia. Veduta del Ponte di Legno". Allora il ragazzo ripeteva: "Il Ticino nasce in Svizzera, attraversa il Lago Maggiore, bagna Pavia e confluisce nel Po".

L'idea della città d'arte, dell'insormontabile primato del Centrosettentrione, non esisteva. A suggerire la primogenitura c'erano altre cose: il pugile Carnera, Alfredo Binda e Learco Guerra, la Bianchi e la Legnano, il cacao Due Vecchi e i cioccolattini Zaini, l'Amaro Ramazzotti e il Fernet Branca, Sant'Antonio da Padova, Via Sansepolcro a Milano, dove erano stati fondati i Fasci di Combattimento. Era un tempo in cui si viaggiava a misura di gambe umane, al massimo delle ruote di una bicicletta. Non erano molti coloro che conoscevano il paese vicino. Viaggiavano - nel senso che oggi diamo alla parola - soltanto i milionari, che erano poche migliaia in tutto il paese. I ragazzini, qualche volta, avevano in premio dal Signor Direttore una passeggiata scolastica, naturalmente a piedi, che permetteva di conoscere un sobborgo del paese e di scavare nel greto di un torrente, alla ricerca di radici di liquirizia.

L'idea della gita scolastica a scopo culturale è venuta molto dopo. Lo scopo culturale s'intreccia naturalmente e collima con l'interesse degli albergatori ad avere clienti nella stagione morta. L'uno e l'altro motivo suggeriscono che la consuetudine della gita scolastica non meriterebbe di avviarsi al tramonto, come sta avvenendo in omaggio all'idea corrente che restringere il piatto dei poveri e allargare quello del ricco sia la ricetta più saggia per stimolare la produttività.

Fin che dura, il Sud non sarà escluso dal giro, come non lo è attualmente, ma bisogna pur dire che la gita in Meridione è, di regola, la scelta di una scuola di un'altra regione meridionale, la quale non ha risorse sufficienti per raggiungere Venezia o Firenze o Parigi.

La gita al Sud non dovrebbe essere un'opzione riservata ai coraggiosi, una scelta fatta soltanto da quelle scuole in cui un insegnante oriundo del Meridione stimola la curiosità degli alunni. Però è così. Né basta la buona volontà perché le cose cambino. Nelle idee correnti il Sud non tornerà a essere quel che in effetti è, se i programmi scolastici di storia non vengono rivisti alla radice. L'ignoranza, i pregiudizi, spesso alimentati ad arte, gli errori del "comune sentire" pesano quanto il piombo.

Nicola Zitara


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