L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Il saccheggio, il contratto, la sovranità

di Nicola Zitara

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Siderno, 13 Giugno 2004

Le guerre dei paesi deboli e le guerre delle grandi potenze hanno motivazioni diverse. I deboli si difendono perché vorrebbero continuare a essere padroni in casa propria, mentre i potenti aggrediscono per saccheggiare il lavoro e le risorse altrui. Oggi come ieri le guerre internazionali, in modo palese o dissimulato, hanno queste opposte finalità.

Ci sono anche guerre internazionali - alcune di valenza epocale - in cui è difficile capire chi è il debole e chi è il forte; chi intende saccheggiare e chi potrebbe essere saccheggiato. Per esempio Serse e Ciro, re della potente, immensa e antica Persia, attaccarono la più recente, apparentemente meno potente e disunita Grecia. Lo fecero per difendere le sponde orientali del Mediterraneo dagli intraprendenti mercanti greci e per il timore che l'idea greca di égalité corrompesse i loro sudditi.

Tra Cartagine e Roma, il forte era Cartagine, ma chi voleva modificare lo status quo del saccheggio mediterraneo era Roma. Nella guerra mondiale del 1914/1918, chi voleva saccheggiare era l'Impero tedesco.

Sulla base di questa sommaria catalogazione, Saddam Hussein è stato un aggressore o un aggredito? Petrolio o altro, l'Iraq ha visto la luce (agli occhi degli occidentali) come colonia britannica. La decolonizzazione gli ha dato un'indipendenza condizionata. Gli USA, eredi e aventi causa dell'Impero britannico, hanno inventato Saddam e gli hanno dato un potere condizionato. Ma quando Saddam - volendo interpretare gli interessi dei mediorientali in materia di petrolio - ha fatto la mossa di pretenderselo tutto, gli sono saltati addosso.

Le differenze tra gli occidentali di lingua inglese e i popoli di varie stirpi che popolano il Medio Oriente salta agli occhi con la forza perentoria dell'evidenza.

L'ipotetica guerra di "civiltà" tra Oriente e Occidente - si dice - riguarderebbe essenzialmente la democrazia, la religione, gli usi e i costumi matrimoniali e familiari, il burqa, il cappelluccio da giocatori di golf che tutti portiamo in Occidente, probabilmente la pulizia degli slip, l'uso delle calze, degli anticoncezionali, della gomma da masticare, il diverso modo di preparare il te, il caffè, i fagioli e l'agnello arrosto. Ma ciò mi pare riguardi il reddito, l'uso salariato del mondo femminile, e non quella che viene chiamata civiltà, volendo intendere l'evoluzione dell'umana capacità di discernere e di darsi delle regole sociali (interne) pacifiche (non belluine).

Più consistenti potrebbero essere altre differenze, come le forme di aggregazione sul territorio, le tecnologie produttive, la presenza di autentici capitani d'industria, il grado di offensività militare . Ma non credo che oggi abbiano un gran peso. Non lo hanno sicuramente le differenze naturali. Il clima, il suolo, l'abbondanza o la carenza d'acqua, etc. contano poco o niente. Esempi eclatanti: il Canada, l'Australia, il Giappone, l'Islanda, per non parlare d'Israele, dove i soldi hanno fatto fiorire le sabbie del deserto.

Secondo me il problema è un altro. Gli occidentali anglofoni sono medianamente ricchi mentre gli orientali sono medianamente poveri. Ma di cosa sono poveri?

Sicuramente del benessere conseguito dagli occidentali attraverso la produzione industriale, di cui il petrolio costituisce attualmente la base energetica più utilizzata. In effetti non si può dire che nel Medio Oriente regni la fame, o che regnerebbe la fame, se precise azioni punitive e autentici atti di saccheggio degli occidentali non innescassero una forma di carestia politica.

Nel mondo di oggi vige un grosso differenziale, uno solo: il livello di benessere materiale. Civiltà e inciviltà, democrazia e assenza della democrazia, libertà e mancanza di libertà ruotano intorno al reddito delle popolazioni. Per i mediorientali, che si collocano nel gradino immediatamente successivo ai benestanti, la condizione di economicamente perdenti comporta rivalse morali e politiche di intensità bellica. E anche peggio, perché la guerra che sarebbe irrealistica a causa della loro debolezza militare, prende la forma di terrorismo. Allah è stato messo a capo dei kamicaze e la resistenza viene chiamata religione.

Tutte le guerre di religione sono e sono state dei palloncini gonfiati. Altri interessi hanno ispirato i potenti a intossicare i fedeli. L'uso della religione mascherava di interessi che, se proclamati con il loro nome, non avrebbero commosso le masse da spedire in guerra. La vecchia Europa fa testo. Pagani e cristiani hanno felicemente contribuito ad affossare l'Impero romano. Dietro c'era la libertà delle province da Roma.

Le lotte tra i cattolici romani, i cristiani ortodossi, gli anglicani, i protestanti, gli ugonotti, i calvinisti, i gianseniti, i valdesi etc. affrescano doviziosamente i nostri libri di storia. Dietro c'era la nascita della sovranità statale in Inghilterra, Francia, Germania, Svizzera, Russia etc. Assestatesi le agognate indipendenze, le guerre di religione sono diventate un ricordo per l'Europa e per gli europei. Oggi, io, battezzato da un sacerdote cattolico, potrei vivere tranquillamente in Svizzera, in Gran Bretagna, in Grecia, in Russia, e anche in Turchia, in Egitto, in Tunisia, in uno di quei posti dove i battezzati da un sacerdote cattolico sono pochi o non ci sono affatto.

Siccome la causa delle precedenti guerre la storia preferisce sottovalutarla o del tutto ignorarla, viene nascosta anche la base della pace. Per imbellettare la bugia il narcisismo europeo ha inventato la cipria della tolleranza. Noi siamo (o saremmo) tolleranti. Altari e profumi ai nostrani profeti! Erasmo da Rotterdam, Voltaire, Virgilio, Seneca, Kant, Eugenio Scalfari! Corbellerie.

Chi mai conosce tali signori?

Sappiamo appena qualcosa di quel che ha detto Cristo, figurarsi se abbiamo mai letto la corrispondenza di Erasmo! Non abbiamo la stessa religione, le stesse chiese, del tutto non ci comprendiamo, perché parliamo lingue diverse, ma non estraiamo le spade crociate per affermare che la nostra fede è più vera di quella altrui. La religione non è più "oppio" per le popolazioni mandate a combattere.

L'oppio non è venuto meno, è però cambiata l'ampolla. E' la patria, l'azienda nazione, l'integrazione delle masse nelle politiche dell'espansione imperialistica, il conto in banca, i Bot, la Juventus, la Ferrari, il Celtic di Londra, il reggimento della Regina, il Bayer di Monaco, Zidane, Berlusca e Blayer, cento altri grani d'incenso.

L'idea di tolleranza, impiegata come sinonimo di superiore civiltà, è una delle ampolle che contengono l'oppio che intossica i popoli occidentali.

Parole…parole…parole, dice la canzone. La nostra tolleranza è a senso unico: vige all'interno dell'Occidente, ma l'Occidente è tutt'altro che tollerante con i non occidentali, tranne quei pochi milioni di immigrati che è costretto a immettere nei suoi confini. Intanto bisogna chiarire che l'Occidente sviluppa due forme di rapporti internazionali: il saccheggio al suo esterno e lo scambio di valori equivalenti al suo interno.

Il saccheggio va ben oltre i conquistadores e l'oro americano al tempo di Fernando Cortès e di Francisco Pizarro. Non comporta una guerra continua e un interrotto sterminio a mano armata dei vinti. Una volta stabilito chi comanda, l'operazione scorre come cosa normale. I romani, conquistato l'Impero, ne saccheggiarono per otto o nove secoli le popolazioni con i tributi, più che con le armi. L'Impero Romano d'Oriente continuò l'opera per altrettanti secoli.

Oggi i tributi sono divenuti una forma arcaica di saccheggio. Persino nello Stato italiano, la Padana vincitrice ha archiviato la vecchia spoliazione fiscale del Sud per far posto alla spoliazione bancaria. Il meccanismo funziona così bene che la banca procede invisibilmente a spogliare persino la mafia. In generale, una volta che la forza militare ha stabilito chi comanda, il saccheggio può facilmente essere nascosto in un pacifico negozio giuridico: il contratto di compravendita. Chi vende lo fa liberamente, chi compra lo fa liberamente. Fissata la regola della libertà contrattuale, il compito di saccheggiare passa dalla mano armata degli uomini a una cosa che non porta alcuna minaccia, anzi porta solo soddisfazione, la merce.

Come prologo, il glorioso, tollerante, libero e democratico Occidente usa le armi e quant'altro per aprire le porte - del mondo non liberista della povertà - alle sue moderne merci. Poi comincia la commedia dei "naturali" meccanismi del mercato.

Cercherò di dare un volto a questo feticcio, a questo sicario delle ineguaglianza delle nazioni e delle regioni. Le merci sono molto diverse tra loro non solo fisicamente, ma anche a causa della loro storia tecnologica. Un'arancia è diversa da un telefonino sia come oggetto sia come sapere nuovo. Il sapere necessario a creare una piantagione di aranci è così antico che sarebbe persino impossibile sapere chi ha realizzato il primo innesto e chi ha per primo coltivato l'albero.

Nel mondo, la produzione di arance è tanto abbondante che difficilmente i consumatori l'acquistano tutta. Progettare e produrre telefonini è invece un'arte nuova, nota a un numero ristretto di persone, un sapere ancora esclusivo. Il proprietario dell'agrumeto non ha alcun primato da vendere. Il prezzo delle sue arance contiene soltanto l'ammortamento del capitale e il costo del lavoro. Invece il capitalista che produce i telefonini ha il primato della novità. La concorrenza non c'è ancora, o è scarsa.

Il prezzo della sua merce contiene l'ammortamento del capitale, il costo del lavoro e il valore della primogenitura. Nella sua recente storia, il telefonino è stato prima una merce riservata a un numero limitatissimo di acquirenti ricchi, e in un secondo, terzo e quarto momento una merce alla portata di un pubblico sempre più vasto. Ma non di tutti i potenziali consumatori mondiali. Infatti un contadino indiano, forse, riesce a comprarsi le arance, ma è ancora ben lontano dall'avere il telefonino in tasca. Scolasticamente, nel caso delle arance si ha una concorrenza perfetta, mentre nel caso dei telefonini la concorrenza è ancora imperfetta.

Il capitalista che produce arance s'inserisce in un mercato formato, il capitalista che produce telefonini, non produce una quantità di telefonini maggiore di quante sono le persone che hanno abbastanza soldi per comprare l'oggetto.

In questo mercato imperfetto il prezzo del telefonino non è direttamente collegato al costo di produzione, ma è un prezzo di monopolio. Ha un'aggiunta impropria. Infrange le regole della libertà di mercato. Si basa valutazioni psicologiche, come il prezzo delle sigarette, della poltrona di prima fila, di un orologio Rolex, di una maglietta griffata, etc.

Perché?

Diciamo che il capitale è nato molto prima dei capitalisti. Esso è costituito da lavoro fissato in qualcosa, per esempio una strada, una diga, un silos, una siepe, una barca, oppure una fabbrica di automobili. Il capitale fisso produce vantaggi. Per esempio la strada consente di camminare più speditamente che attraversando i campi, permette alle ruote di fare il loro lavoro, etc.

Alle sue origini il capitale fisso era del re, del tempio, della congrega religiosa, cioè era pubblico. L'evoluzione sociale che ha portato alla nascita della proprietà privata ha comportato fra l'altro che anche i privati fondassero un capitale con i loro soldi, oggettivando delle attività lavorative. Per esempio una trireme per il trasporto dell'olio da Locri a Roma. In sostanza il capitalismo è molto più antico delle invenzioni moderne. Esisteva sicuramente in Grecia e a Roma, e persino nella forma di fabbrica condotta da salariati, allo stesso modo che oggi vediamo.

Nell'età contemporanea il capitalista acquisisce l'invenzione, la porta alla dimensione di una fabbrica (tecnologia) con l'aiuto di professionisti, e in tal modo produce e vende una merce che una persona qualunque non solo non saprebbe copiare, ma il più delle volte non sa neppure come è fatta. Per la sua alta specializzazione e la difficile replica, la fabbrica moderna si configura come un quasi-monopolio (oligopolio).

La concorrenza che le industrie moderne si fanno tra loro è infinitamente diversa dalla concorrenza fra due parrucchieri con salone sulla stessa via. Infatti viene chiamata concorrenza monopolistica (cioè cosa riservata a quasi tutte le industrie grandi e medie).

Attraverso l'accoppiata: sapere tecnologico e capitalismo, l'Occidente industrializzato continua a saccheggiare il resto del mondo, dissimulando il saccheggio nel prezzo delle sue merci. Quindi i paesi non industrializzati, spesso, sono saccheggiati due volte.

Una volta attraverso il prezzo militarmente imposto alle materie prime e una seconda volta quando acquistano una qualunque merce oligopolisticamente prodotta da un capitalista occidentale. Insomma l'impero mondiale, nato con le armi, attualmente non si fonda tanto sulle armi quanto sul sapere.

La tolleranza che gli occidentali vantano è limitata ai rapporti fra loro ed ha a fondamento
l'uguaglianza negli scambi. Eguaglianza nel senso che il saccheggio subito viene bilanciato dal saccheggio che s'infligge. Per esempio gli statunitensi saccheggiano gli italiani vendendo macchine per le costruzioni stradali e gli italiani compensano con scarpe, vestiti, prosciutti di Parma e vino Chianti, oligopolisticamente prodotti.

La civiltà del negozio giuridico non è in questione. La questione sta nello scambio tra un bene storico e un bene nuovo, che c'è sempre stata, altrimenti la ricchezza di Atene, di Siracusa, di Firenze non si spiegherebbero. Solo che oggi il vantaggio viene esaltato (affrettato ed espanso) dalle procedure tipiche del modello capitalistico di produzione.

Tra noi occidentali benestanti le guerre di religione hanno chiuso perché il capitalismo è legittimato altrimenti, ad opera della religione della proprietà privata. La tolleranza non c'entra. E in fondo non c'è. E' solo dissimulata. Francia, Germania e Gran Bretagna, in nome della proprietà, hanno inflitto agli italiani un duro pedaggio per l'ingresso nell'euro. Fossimo stati al tempo del Lutero e del Concilio di Trento, si sarebbe arrivati allo scontro. Oggi no, i popoli civili venerano il dio immanente dello scambio commerciale e gli arcangeli che gli fanno coro.

Erasmo, Voltaire e quant'altri sono degli illustri ignoti per il "cuginetto" marocchino che, un giorno sì e l'altro pure, al semaforo mi fa pagare il pedaggio dei fazzolettini di carta (napoletani), o per il "cugino" tunisino che fabbrica (costose) pizze napoletane all'angolo della via. I due cugini di cui sopra forse mi farebbero guerra, ma sicuramente non per Allah, solo per pigliarsi la mia casetta, in caso di una rivoluzione sociale dei poveri contro i ricchi (o i meno poveri e meno diseredati).

Quando gli americani - dopo che i loro quadrimotori, forieri di morte, ebbero ammazzato decine e decine di migliaia di persone, distrutte le nostre città, resi inservibili porti, strade e ferrovie - occuparono il Sud italiano, non ricevettero rancore, odio, vendetta, o una qualsivoglia forma di inimicizia e di opposizione. Ciò avvenne non perché loro erano forti e noi vinti e deboli, ma perché non venivano a prenderci ancora dell'altro, in aggiunta a quel che già aveva preso la guerra. Anzi vennero avanti spargendo intorno a sé pane, sigarette, preservativi e amicizia.

La loro era una guerra in difesa di quel che già possedevano. Il saccheggio lo nascosero nelle Am-lire che spendevano per comprare uova, latte, frutta, segnorite; per sedersi ai bar di Santa Lucia e di Mergellina, per frequentare le sale da ballo, i cinema, per godersi una gita in carrozzella per via Tasso, per passare una settimana al Quisisana. Gli era bastato sconfiggere il velleitario saccheggiatore mussoliniano. Subito dopo restaurarono il diritto privato.

In Medio Oriente le cose non stanno allo stesso modo. Lì, l'occupazione palese o dissimulata dei territori durerà finché l'Occidente avrà bisogno del petrolio a buon prezzo. Sebbene le classi dirigenti locali siano corrotte come in tutti i paesi coloniali, l'irredentismo, mascherato dalla religione mussulmana, non si rassegnerà all'oppressione straniera; e proprio a causa della civiltà dei popoli che abitano quelle terre, la quale è la nostra stessa civiltà sin dagli albori della storia urbana. (O per essere più esatti, noi apparteniamo alla civiltà fondata da loro).

Certamente la componente araba è arrivata in appresso, dopo i saccheggi romani e bizantini del Medio Oriente, ma sarebbe pretestuoso non ammettere che gli arabi hanno assimilato compiutamente la cultura negoziale dei greci e dei romani. Quindi non si rassegneranno al quotidiano saccheggio delle loro risorse vendibili e all'occupazione dei loro territori. Altro che Carlo Magno e Maometto! Semmai Ulisse ed Enea, che non sai chi sia fra i due il vero greco. In effetti, ciò che sta dietro le due opposte civiltà è sua santità il barile.

Alla guerra voluta dai petrolieri statunitensi la sinistra europea e il cattolicesimo romano contrappongono l'idea di pace. La pace sotto l'egida dell'ONU. Però non aggiungono una cosa che sanno perfettamente, e cioè che per arrivare alla pace le popolazioni che consumano quotidianamente decine di milioni di barili di petrolio debbono acconciarsi a pagarlo ai popoli dove esso sgorga. Va infatti precisato che dei 30/40 dollari che costa un barile, il lucro dei paesi produttori non arriva a 3 dollari. Il resto se lo beccano le compagnie petrolifere occidentali. Certamente esse sostengono dei costi, ma è anche certo che fra loro vigono sotterranei accordi di cartello e che il petrolio viene distribuito in regime di monopolio.

L'ONU come sensale petrolifero è un'idea che farebbe sganasciare dalle risa i padri del diritto internazionale. D'altra parte anche questi padri avevano sì idee pie, ma non idee realistiche. La pace si fonda o sulla forza o sull'autonomia negoziale, cioè sulla libertà piena di impegnarsi in atto giuridico.

Ma la libertà negoziale dei soggetti va garantita da una forza superiore, tradizionalmente detta "sovranità", la quale impone la legge, impiega i giudici e comanda una polizia. La sovranità è il prezzo che le società pagano affinché i conflitti interpersonali vengano normalizzati secondo la morale della classe dirigente, che di solito diventa opinione pubblica. Il naturalismo giuridico definisce la struttura organizzativa della sovranità con l'espressione "contratto sociale". Ovviamente non si tratta di un contratto steso da un notaio, con i contraenti che lo firmano; è invece un processo storico svoltosi nei secoli e nei millenni, e mai chiuso, che riguarda gli Stati, e più precisamente i popoli occidentali. Ora è avvenuto che, sviluppatesi le comunicazioni marittime, ferroviarie, stradali, aeree, e intensificatisi gli scambi e le guerre, dopo la Grande Guerra, le potenze industriali sentissero il bisogno di regolamentare anche la conflittualità fra Stati. Venne alla luce la Società delle nazioni. Dopo la

Seconda Guerra Mondiale, è nata l'Organizzazione delle Nazioni Unite, con un numero di Stati aderenti vicino alla totalità fra quelli esistenti. Le regole adottate hanno il carattere di un trattato internazionale con il quale si delegano a un organo sociale dei poteri tipicamente statali, somiglianti alla sovranità. Ma si tratta di una brutta finzione. Detta sovranità non è originaria, cioè nata nel tempo per effetto di vicende storiche. Non è un contratto sociale, nel senso del naturalismo giuridico. E' solo un trattato, che alcuni Stati rispettano e altri no.

La sovranità, cioè l'ordinamento giuridico, il diritto, non è una categoria da cui promana un ente innocuo, bonaccione, molle, tollerante, che porge l'altra guancia. Al contrario, quando l'ente si sente offeso, ricorre alla forza di cui dispone. Senza una forza che lo faccia rispettare, il diritto muore asfissiato dall'impotenza.

Un ente di tale tipo può nascere da un trattato internazionale, con i contraenti che appongono le loro firme di fronte a un notaio e ai testimoni? Teoricamente è possibile, storicamente è molto difficile.

Ora, cosa manca all'ONU perché sia un potere sovrano? Non certamente le truppe. Oggi le milizie sono fatte di mercenari. Mancano i tre poteri storici di qualunque sovrano: quello di decretare e incassare tributi direttamente dai privati; quello di battere moneta e creare moneta fiduciaria; quello di vietare agli Stati membri di possedere e portare le armi.

Fin quando non ci sarà una sovranità globale con potere legale di usare la forza, le varie nazioni continueranno a saccheggiarsi fra loro - alcune apertamente, altre incipriando la cosa con il belletto della civiltà.

Nicola Zitara

 

 

 

 

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