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Due Sicilie
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Mafia e droga

di Nicola Zitara

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Siderno, 12 Giugno 2003

La scorsa settimana i giornali locali sono andati a ruba in seguito alla scoperta di un vasto traffico di droga che coinvolgeva anche e soprattutto le cosche della zona. Gli argomenti "traffico di droga" e "mafia" presentano notevoli difficoltà, e non perché siano difficili da trattare, ma perché, chi lo fa, deve vincere la naturale paura di ficcare la mano nella tagliola o, al contrario, di finire in galera per troppo zelo.

A stare al ministero degli interni, ai procuratori antimafia, ai giornali, ai telegiornali, le forze dell'ordine e la magistratura non farebbero che conseguire una vittoria dietro l'altra nella lotta alle organizzazioni mafiose. A me pare di riascoltare i bollettini di guerra di Mussolini, che ogni giorno segnalavano una qualche avanzata. E tanto avanzammo, che ci ritrovammo con gli angloamericani in casa. Con la mafia è la stessa cosa. La mafia, che prima era relegata in campagna, adesso invade paesi e città. Bluffava Mussolini a proposito della guerra, bluffano le nostre istituzioni a proposito della mafia. Statisticamente il conto è facile da fare.

Nel 1935, a Siderno c'erano in tutto quattro carabinieri, compreso il maresciallo, oggi, tra carabinieri e poliziotti, se non sono in duecento, poco ci manca. Quanto alla mafia, non so dire quanta parte della popolazione essa abbracci tra attivi e succubi. Un dato è comunque chiaro: l'omertà, che un tempo coinvolgeva soltanto le campagne, oggi coinvolge l'intero centro urbano; per dirla senza ipocrisie, tutti coloro che interferiscono con la produzione, sia nel settore privato che nel settore pubblico. Al tempo del fascismo, e anche dopo - finché fra i contadini regnò la povertà - i mafiosi stavano sotto gli urbani, similmente agli altri contadini. Finita la povertà nelle campagne, è la borghesia urbana a stare sotto la mafia.

Dunque la mafia è dilagata? Negarlo è ridicolo. E sono ridicoli coloro che negano un fatto che è sotto gli occhi di tutti. Si tenta di contenere il fenomeno con mille sforzi (e qualche artificio di troppo), tutto qui. I risultati sono tutt'altro che esaltanti e in nessun caso potrebbero essere esaltanti, se si considera il ruolo che l'illecito ha nelle società mercantili. La mafia prebellica era un servizio fisico e paramilitare che i contadini valenti vendevano al padronato fondiario. Nei miei personali ricordi ci sono le guardianie sull'acqua d'irrigazione, sui giardini di arance e limoni; ci sono i sorveglianti, i fattori, i sensali. Ma tutto questo è tramontato da tempo. Oggi la mafia è in primo luogo commercio di beni di cui è vietato il commercio, sul calco americano fiorito con il proibizionismo; cosa su cui i film ci hanno ampiamente istruito. In secondo luogo la mafia è edilizia, sia privata sia pubblica.

La mafia di Chicago mise su Las Vegas. Si dice che l'abbia fatto in base a un patto con il presidente Roosevelt, ma di cose se ne dicono tante, e nessuno potrebbe giurare che si tratti della verità. Corrispondentemente la mafia fa da padrona anche nel gioco clandestino. Non va poi trascurato il racket, che è una specie di servizio premilitare per entrare nella pianta organica di una cosca. Complessivamente la nostrana mafia svolge tre o quattro attività prima collaudate negli USA.

Tra la vecchia e la nuova mafia esiste certamente un filo culturale e geopolitico che passa per la Sicilia e la Calabria, ma il fatto che le attività mafiose coinvolgano oggi regioni che la mafia non l'hanno anche nel loro passato, prova a dismisura che essa opera essenzialmente secondo modelli oltreoceanici. Di conseguenza l'argomento accademico "familismo amorale" , grato al Corriere della Sera, appare una cosa buttata lì con poca scienza, molta incoscienza e con il solito spirito denigratorio, che fa da alibi alla dominazione toscopadana. L'argomento è divenuto, del tutto, sporco quando è stato ripreso dal partito comunista e dal quotidiano la Repubblica con l'intento di acchiappare, denigrando i contadini, il voto borghese del Sud.

Oggi le attività mafiose sovrastano larghi settori della società meridionale e della finanza nazionale e internazionale. Ma la mafia è veramente l'anti-Stato ed è completamente vero che lo Stato combatte la mafia? I dubbi ci sono, eccome!

A) Sono gli stessi magistrati schierati contro la mafia, non a sollevare il sospetto, ma ad affermare, con le requisitorie di molti pubblici ministeri e in alcune sentenze famose, che molti i politici sono stati e eletti e hanno fatto carriera con il sostegno della mafia. L'affermazione incontra il convincimento unanime della gente ed ha un'infinità di riscontri fattuali. Ovviamente, siffatti politici ricambiano vanificando o infiacchendo la determinazione dello Stato a fare effettivamente quel che dice essere un suo proponimento e impegno (nonché un preciso dovere dei suoi rappresentanti istituzionali).

B) C'è un eccesso di garantismo, il quale nuoce alla legalità. Per condannare un uomo, il magistrato deve avere le prove. In sostanza il legislatore ha deliberato di ignorare che in un mondo che sta più dalla parte delle mafia che dalla parte dell'antimafia, le prove si trovano e non si trovano. E' proprio come se dicesse: la mafia non si tocca.

Ipocrisia su ipocrisia!

C) Nel 1980 circa, l'allora presidente della Regione Lombardia manifestò pubblicamente il timore che la massa del danaro mafioso in arrivo a Milano potesse sottomettere alla mafia la borsa e gli uomini d'affari milanesi. Il tema non fu apprezzato dai giornali delle Confindustria. Bassetti tornò a dirigere le sue fabbriche. Ma non si dice che il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi? I riscontri che si possono avere dalla contabilità regionale fanno di quella denuncia, più che un timore, un fatto. Attraverso il canale bancario, il Sud esporta annualmente al Nord miliardi di euro. E non si tratta degli spiccioli per la merendina, ma di un valore che è pari alla metà del valore di tutto l'investimento privato in Italia. Che il sistema milanese andrebbe incontro a serie difficoltà, se il flusso venisse meno, è più che certo.

D) Un altro argomento viene dal giornalismo americano e riguarda la pace sociale al Sud. Il traffico di droga e le altre attività mafiose offrono uno sbocco occupazionale di cui il sistema meridionale non è in condizione di fare a meno. L'alternativa sarebbe un trauma sociale di tale portata da mettere in discussione la stessa esistenza dell'azienda-Italia.

In Europa, la media della popolazione attiva è di circa il 65 per cento. La media meridionale è circa il 35 per cento. Ciò significa che gli attivi dovrebbero essere tredici milioni, mentre in effetti sono soltanto sette milioni. Differenza da coprire, sei milioni. Se fossimo tedeschi, penseremmo prima a cosa fare, e poi lo faremmo. In Italia, se provvede Dio, bene. Noi abbiamo famiglia. Così stando le cose, la lotta alla mafia è una mezza verità, quel tanto di verità che gli interessi di Milano consentono. Il resto è fumo, anzi fuochi d'artificio sparati da quell'incallita ipocrita che è la classe politica italiana.

O emigranti o briganti, si diceva un secolo fa. Anche l'antica alternativa è sparita. Dobbiamo assistere, chi compiaciuto, chi indifferente, chi impotente, alla perdizione della parte forse migliore dei nostri giovani. Nel febbraio del 1860, i consoli inglesi residenti in Sicilia distribuirono fra i contadini, perché insorgessero contro il re di Napoli, due milioni di piastre turche (valore: circa 500 chilogrammi d'oro). Qualche settimana dopo Garibaldi comprò con un assegno da ventimilalire (per giunta scoperto e mai pagato) la famosa vittoria di Calatafimi, quella di "Bixio, qui si fa l'Italia o si muore".

Quest'incredibile eroe sta a cavallo al centro di tutte le nostre piazze. Questa è l'Italia! E fin quando Garibaldi resterà a cavallo al centro delle nostre piazze, la mafia sarà l'alternativa possibile al disastro unitario.

 

Nicola Zitara





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