L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


L'ultimo Natale unitario*
Cari amici, auguri a tutti

Nicola

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E' possibile che l'anno venturo, di questi giorni - giorni dedicati alle trombette, ai miliardari caminetti rinascimentali (regolarmente sottratti al vinto), alle adunate oceaniche in Piazza San Pietro - gli eupatridi delle confessioni dominanti, quella crociata e quella triangolare, tornino sotto i fari delle cineprese, ma questa volta per piangere insieme agli italiani di là del Tronto e del Volturno: "O mia patria sì bella e perduta", mentre gli italiani di qua del Tronto e del Volturno ci stiamo scannando fra noi. "Corda, ch'è troppo tesa, spezza se stessa e l'arco". Giuseppe Giusti o Giovanni Prati? Forse il secondo, ma è passata una vita e non me lo ricordo più.

Certo il Sud, negli ultimi centoquarant'anni, ha visto di peggio, di molto peggio. Ha visto i villaggi contadini rasi al suolo, le forche sabaude, le baionette dei bersaglieri, la fame elevata a nazione, le stive vomitose dei bastimenti, i sottoscala di New York, le scarpate ferroviarie del Texas e dell'Arizona, le baracche di Buenos Aires, il freddo notturno e il caldo diurno della Pampas, il gelo e la morte senza Dio nelle trincee del Sabotino e San Michele, i fucilatori di Caporetto, i fondali del Mare Nostrum e la sabbia dei deserti libici come tomba, le viscere delle miniere belghe, i calcioni dei civilissimi svizzeri, i cazzotti del tedesco ubriaco, il disprezzo dei fratelli latini e il sussiegoso non mi toccare dei cugini britanni, le soffitte di Torino, le latrine condominiali sul balcone nelle case a ringhiera di Milano, l'happartaid dei fratelli italiani. E quando abbiamo creduto che il tunnel delle sofferenze e delle umiliazioni fosse finito, l'Italia dichiara che non intende pagare il debito sottoscritto sotto gli occhi del mondo e sull'altare della storia.

La secolare servitù, la truffa patriottica, l'inganno nazionale stanno finendo nell'inganno fratricida. Il mondo ci ha già giudicati. Gli italiani siamo definiti pubblicamente, dagli altri europei, un popolo sleale e truffaldino. Siamo inaffidabili e prediligiamo l'ipocrisia. Così da sempre. In secula seculorum. Ahi serva Italia di dolori ostello/…/ non donna di provincia, ma bordello.

Il fratello non brandisce il coltello contro il fratello a viso aperto, ma lo nasconde dietro la schiena. Prepara un trabocchetto, versa il veleno nella tazzina del caffè, insapona le scale, in modo che scandendo l'altro si rompa la noce del collo.

La separazione si sta consumando a questo modo, inneggiando all'unità. Con il coro del Nabucco e Muti che suona l'Inno di Mameli. Popolo di teatranti e di cantanti, i teatri lirici sono il vero metro del post Risorgimento italiano: la Scala, il primo teatro lirico del mondo, e il San Carlo meno di un teatrino di provincia (padana), dove si mette in scena un'opera buffa sui martiri del '99 ma senza evocare l'ombra (in qualunque tragedia non dovrebbe mancare l'ombra) di Horacio Nelson, il più grande ammiraglio che mai abbia avuto l'amico, risorgimentalista e cavourrista popolo inglese. Sì, proprio quello che si scavò la bara nel legno dell'albero maestro della sua nave vittoriosa.

Il prezzo del barile cala, ma cala pure il dollaro. E se cala il dollaro è crisi. Dove s'innaffieranno di valuta i nostri prosciutti della nostra Parma? Dove il nostro parmigiano delle nostra Reggio? Dove il nostro vino della nostra Toscana, del nostro Veneto, del nostro Piemonte? Dove le nostre morbide scarpe della nostra Bologna? A chi venderemo la nostra arte della nostra Firenze? La nostra cultura della nostra Milano?

Per ogni nostra scarpa che la nostra Italia non vende, le note dell'Inno di Mameli scendono di un'ottava. Erano già così basse che al Sud il lavoro era affidato alla speranza dei Fondi regionali europei. Ora, italianamente spericolati, stiamo sotto il rigo. Speriamo che non passi un treno. La speranza, ultima dea! Articolo primo della Costituzione Repubblicana: Chi di speranza campa, disperato more.

Nel canto del poeta, eravamo i treni più lungi d'Europa. Lui è morto giovane, non ha voluto vederci scendere gli ultimi gradini della dignità umana. Chi oggi fa il liceo studia "lo schiaffo di Anagni", chi ci andrà fra qualche anno studierà "lo schiaffo di Bari".

Io già me li immagino questi lavoratori socialmente utili a tenere l'Italia attaccata con gli spilli, che sono quasi una camorra fiorita in seno alla disoccupazione. Non li paghi oggi, non li paghi domani, un giorno o l'altro tirano giù Garibaldi dal piedistallo. E non sarà Garibaldi a farsi male.

E gli altri? I lavoratori socialmente inutili? Che ne facciamo di loro? Certo la benzina ribassa. Certo c'è sempre la mafia a farne campare una parte. Magari qualche altro camperà ancora con il lavoro nero. Ma più neri arrivano, più nero diventa il lavoro. Ci sono anche i Patti territoriali, ma mancano i Piatti territoriali. In mancanza si può andare a lavorare al Nord. La televisione ce lo ricorda tutte le settimane. Mio nipote, l'estate scorsa, ha telefonato per un posto di portalettere a Treviso. "Sì, sì, il posto c'è. Ma lei il motorino ce l'ha?"

"No, non ce l'ho. Ho la bicicletta"

- "E no, senza motorino….Ci sono i chilometri da fare….Senza un motorio, impiegherà tre giorni a fare il lavoro di un giorno, intanto lo stipendio corre…E poi ha dove appoggiarsi a Treviso?"

"Se mi stanco, mi appoggio al muro".

"No, dicevo un parente che la ospiti? Se no, non ce la fa…Sa, qui, l'affitto….!"

"Sì, sì. Ho un cugino a Cuneo."

Non mi dite che tiro sempre in ballo i film! Dunque c'è un carabiniere veneto innamorato della Bersagliera. I due chiacchierano, in altri tempi erano le prime schermaglie degli innamorati. La Bersagliera chiede come si viva nel Veneto e il giovane militare risponde: "Lavoremo e magnemo…" Al che la Bersagliera replica: "E nu lavoremo e non magnemo…"

L'Italia del volemese bene. Sordi e Gasmann alla Grande Guerra, costretti a essere entrambi eroi, il milanese per orgoglio, il romano per umana solidarietà. Certo, bello! Ma non è vero.

L'anno venturo, o fra due anni, o fra tre anni, quelli della Notte di Natale piangeranno (o faranno finta di piangere) sull'Italia disunita, e mentre noi ci scanneremo tra di noi a chi deve comandare, i nostri fratelli italiani finanzieranno sotto banco coloro che saranno i più accesi propugnatori della disunità, in modo che tutto cambi, perché niente cambi.

 

Nicola Zitara

 

* Sottofondo musicale in formato midi: "QUANNO NASCETTE NINNO" di Sant'Alfonso Maria de Liguori [N.d.R.].

 

 

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