L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


La sfinge mafiosa

di Nicola Zitara

(se vuoi, scarica l'articolo in formato RTF o PDF)

Siderno, 17 Luglio 2010

Quando le gambe mi aiutavano, periodicamente andavo in un grande magazzino a comprare un toner nuovo per la stampante del computer. Ci andavo con piacere essendo l'addetto alla vendita una persona con la quale mi intrattenevo a conversare sull'andamento degli affari sulla piazza di Siderno. Il mio interlocutore era una persona informata, intelligente e così gentile da accompagnarmi fino alla porta quando uscivo. Sfogliando in  questi giorni le pagine con le foto degli inquisiti nell'operazione "Crimine" il volto e il nome corrispondente appaiono senza equivoci. La persona gentile di cui prima è accusata di appartenere all'organizzazione mafiosa. Per la verità non ho dubbi in proposito. Anche in precedenza ero perfettamente consapevole di avere quale piacevole interlocutore un mafioso. Bisogna onestamente dire che personalmente non vedevo allora la mafia come un nemico, ma come una componente stravagante della collettività locale? Però non posso confermarlo. Infatti capitava che uscito dal negozio incontrassi uno di quei volti di delinquenti ringalluzziti che sparano occhiate fulminanti come fucilate. Era anche questa stravaganza? Sicuramente no. Era delinquenza, uno dei due piani sociologici su cui si sviluppa l'antropologia mafiosa.

Perché la mafia ha bisogno di assumere volti tanto diversi si spiega con il fatto che essa è capitalismo, sia pure a mano armata. Il capitalismo va dal grande operatore internazionale sulle materie prime al padrone del ristorante che serve venti coperti a pranzo. Egualmente la mafia si sviluppa dal grande traffico internazionale di armi e droga allo spaccio dello spinello. Nel mezzo stanno mille attività che, svolte da altre persone e con modalità diverse, sarebbero perfettamente lecite. La mafia è un prodotto del sottosviluppo capitalistico. Nel 1983 la Jaca Book pubblicò un libro che sarà a quanto pare presto ripubblicato, dal titolo "Le ragioni della mafia". Autori: Mariano Meligrana, Francesco Tassone, Nicola Zitara e altri studiosi di sociologia, storia, etnografia, costume etc. A metà ottocento nasce anche in Italia una procedura economica chiamata capitalismo. Il capitalista investe in macchine, impianti e in lavoro salariato. Fra le altre produzioni che egli realizza ci sono gli attrezzi agricoli e i concimi chimici. Dove prima lavoravano 100 contadini, dopo queste modernizzazioni, ne bastano 20. L'occupazione contadina ne esce stritolata. Per giunta l'industria si localizza  in alcune regioni lasciando scoperte le altre. In queste regioni marginalizzate la pressione dei disoccupati non sempre segue un paradigma legale, del tipo lotte per la terra, a volte, anzi spesso prende forme brigantesche. L'intervallo tra queste origini lontane e l'oggi è storia che si legge in migliaia di libri.

In questa storia secolare Siderno ha un posto di rilievo. La stessa varietà dei profili mafiosi, di cui si è fatto cenno, attesta l'affermazione. Il paese è una vera capitale del mondo mafioso, sospeso tra il lecito, l'illecito, il truce. Ciò che segna la permanenza dell'antica fame contadina di lavoro è il sottosviluppo. Infatti, nonostante i cospicui capitali che i paesani mafiosi - si dice - erano disposti a investire a Milano, il proletario è appeso alla precarietà dell'occupazione, è tacitato con il salario in nero, non ha sindacato, non ha partito, non ha ispettori sul lavoro. Si dice che la Calabria soffre di una chiusura culturale, ma non è così. I giovani sono disposti a muoversi, a tentare occasioni nuove, ma mancano gli sbocchi, le sicurezze.

E c'è il problema del poi. Conosco quasi tutti i volti e i nomi sciorinati dai giornali, da quello antico di Antonio Commisso, che fu mio compagno di scuola, a quello giovane di Roberto Commisso, che fra l'altro vende i miei libri. Collocati in un mondo normale farebbero la loro parte di imprenditori e di cittadini. Collocati invece in un mondo sottosviluppato non accettano di perire economicamente, come sta toccando a tutti noi. Fare mafia ha un prezzo alquanto alto, ma è un modo (forse l'unico possibile qui) per farsi riconoscere. Per esempio dalla Banca. Per esempio dalla Politica. Per esempio nelle grandi borse-affari. Per esempio nel vicolo dove si spaccia la droga. Allora un giudice non basta più per ripulire l'ambiente, né bastano la banca o la politica o la scuola. Bisogna che sia vinto il sottosviluppo. Occorrono gli investimenti produttivi. Bisogna che non si faccia l'infermiere o il bidello pur d'avere un posto, ma che chi vuole insegnare trovi un posto d'insegnante a scuola.    

 La mafia non è una sfinge, è un male sociale. L'infezione è dentro il corpo della società. E' vero. Però non venite a proporci cure palliative. 













Creative Commons License
FORA... by Nicola Zitara is licensed under a
Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-
Non opere derivate 3.0 Unported License
.
Based on a work at www.eleaml.org.







vai su





















Licenza Creative Commons
FORA... electronic review funded by Nicola Zitara is licensed under a
Creative Commons Attribuzione - Non commerciale
- Non opere derivate 3.0 Unported License
.
Based on a work at www.eleaml.org.
Permissions beyond the scope of this license
may be available at https://www.eleaml.org/.







vai su






Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del [email protected].