L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Mio nipote Micu condannato all'ergastolo

di Nicola Zitara

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Siderno, 8 Febbraio 2009

Si chiama Domenico, ma forse e meglio chiamarlo Micu. C'è una foto-tessera su Calabria-ora del 3 febbraio u.s. E' il volto di un benestante, di uno che non ha mai desiderato il pane,  di chi non ha mai sofferto il freddo. Sembra un figlio di papà, ma è  stato complice di un delitto e giustamente  lo stato lo punisce. E' mio nipote. I colleghi giornalisti lo additano ai lettori. La minaccia di una punizione del colpevole dissuade dal reato. La vita moderna si svolge attraverso le leggi e la sanzione per chi le viola. Nessuno può farsi giustizia con le proprie mani. Lo stato ha avocato a sé  la tutela dell'integrità fisica e morale della persona umana. Le leggi vanno osservate, anzi ossequiate. Però io, che non ho pianto la vittima del delitto di Micu, adesso piango per lui,  colpevole e condannato all'ergastolo.

Non so, non sono certo, ma credo che stiamo ripetendo la "Storia della colonna infame" di manzoniana memoria. E' come se "I miserabili" non fossero mai stati scritti e mai stati letti. Avevo l'età di questo ragazzo quando le due alluvioni del 1951 e del 1953 fecero un centinaio di morti nella zona apromontana di Africo. Le autorità decisero di trasferire gli abitanti superstiti in riva al mare, lì dove adesso risiedono. In quel passaggio Zanotti-Bianco sentenziò che lo stato aveva già ignorato il suo dovere di salire sul Monte di Africo, per farsi vedere, e in quel momento si liberava dal suo obbligo fondamentale creare avvenire. Salvava la faccia mediante la spesa di qualche spicciolo. "Da qualche migliaio di pastori, faranno parecchie migliaia di delinquenti". 

Sull'altro fronte, il fronte nordista e pre-stronzobossista, avveniva che quella carogna di Montanelli tuonava al risparmio (limitatamente al Sud). Il Sud unitario conosce il volto giudiziario dello stato nazionale e l'emarginazione pidocchiosa e colonialista del capitalismo trionfante. Lo stato, che è al suo servizio, vuole darci l'illusione che ne siamo parte, che siamo italiani a tutti gli effetti. In realtà,  pro bono pacis ci allunga un'elemosina di tanto in tanto. L'assetto sociale è lasciato al caso. I pastori di Africo producevano formaggi e carni, gli africoti traslocati vennero cancellati dall'anagrafe dei pastori e iscritti nell'anagrafe dei senza mestiere, dei desaparesidos. Li abbiamo allontanati dalle pendici smottanti della Montagna, dove le alluvioni falcidiano vite umane,  gli abbiamo costruito un paese nuovo, gli abbiamo dato delle case solide, un assegno alimentare venne erogato a favore di ogni famiglia, gli abbiamo dato la scuola, il prete, il medico, il treno per emigrare: cosa chiedere di più? Il fatto è che il cemento e il tondino di ferro bisogna venderli. Per chi conta, ogni occasione di profitto viene enfatizzato come un gesto generoso. E il lavoro? La vita? Ogni uomo è l'azienda di se stesso. Investe nel domani, costruisce. Costruisce mattoni, automobili, articoli di giornale. Investe oggi per il giorno dopo.  I clan primitivi si spostavano da una terra all'altra, con i bambini e i vecchi sulle spalle, come il mitico e poetico Enea, per fondare il nuovo dove ogni possibilità si era esaurite. Lo facevano anche i coloni greci (greci di lingua e di riti ma italoi di sangue) fondando nuove città. Oggi la società non si fonda più sul clan, ma sulla famiglia. Il padre, che paga i libri del figlio scolaro, costruisce per il domani. Quando il  costruire supera la possibilità del singolo individuo, della singola famiglia, è lo stato che si autoproclama imprenditore del futuro.  Il concetto è vecchio, anche se fra noi è come dimenticato. Eppure fu uno di noi, un napoletano, Gaetano Filangieri, a dare per primo questa sistemazione concettuale. L'opificio di San Leucio ne fu una, purtroppo solitaria,  applicazione.  I padri fondatori degli Stati Uniti misero il  principio al primo punto della loro rivoluzionaria costituzione,  e oggi Barak Obama, 44° presidente di quel paese, lo richiama.   Lo stato incassa una parte del lavoro dei sudditi  e gli restituisce (o gli dovrebbe restituire) servizi. Cioè futuro. Tutti i servizi  (persino il servizio delle pompe funebri) sono investimenti per il giorno dopo. Lo è anche una tomba.

E' un pessimo Stato, anzi non è un vero Stato, quello Stato che non sa o non vuole indicare un futuro ai sudditi - una prospettiva perché ciascuno di essi si inserisca nel processo di collaborazione tra produttori. Se un lavoro finisce, un altro deve essere già progettato, predisposto, altrimenti il Contratto sociale resta inadempiuto. Chi paga un tributo di ubbidienza (o anche di sangue) deve avere un corrispettivo di futuro.   

Ancor prima del disastro sociale di Africo gli italiani fuggiti o scacciati dall'Istria, dalla Dalmazia, dalla provincia di Trieste arrivarono in Italia. Un sussidio familiare, baracche, dormitori, per il resto,  ognun per sé e dio per tutti. Nessuno mosse un dito. Nessuno muove un dito per un'intera nazione - la nazione meridionale - che scivola sempre più giù nel disastroso precipizio inaugurato 150 anni fa con l'unità. I carabinieri, i giudici, i tribunali sono passato. A volte passato remoto. Il futuro si chiama speranza di felicità.  Il Sud italiano? Miseria, emigrazione, "o emigranti o briganti". Distrutta la borghesia degli affari, chiuso e disperso il sistema bancario, devastata l'agricoltura, le città portate al degrado, i Micu che uccidono, vengono coinvolti in un'asociale speranza da disperati. Una speranza fuori dallo Stato, fuori dal Dio a cui da bambini erano stati portati e in cui, a modo loro, ancora credono, una speranza di "rispetto" umano, che è una falsificazione dell'umano comunemente e civilmente inteso. Non è l'idea del guadagno a portarli a uccidere e a morire, ma  questo investimento per il futuro, che essi chiamano "rispetto", il quale è, in realtà, disperazione. Milioni di disperati senza onore, senza speranza, senza Dio. E noi li guardiamo uccidere e morire come se ciò non ci riguardasse. "Quando suona la campana, suona anche per te".  Noi non siamo più una collettività umana, forse somigliamo a quegli elefanti che si suicidano in massa quando perdono il loro territorio di pascolo.  Lo stato  italiano spende un sacco di soldi nella modernizzazione assistita dei meridionali. Fa vendere cemento e ferro, fa arricchire e incensa gente perfida come Montanelli,  ma  non fa lo stato. Fa l'elemosiniere. Un'elemosina a me, un'elemosina a voi, un'elemosina a Gennaro Cassiani, un'elemosina a Cecchino Principe, un'elemosina  ad  Agazio Loiero, un'elemosina  a pioggia. Aprite gli ombrelli!  Intaschiamo l'elemosina e prepariamo i documenti per l'altra. Un uomo, che forse non capiva di stare giocando alla roulette russa, è morto. I suoi lo piangono, delle  persone vanno giustamente in galera, mio nipote giustamente resterà trent'anni in carcere. Quando uscirà sarà già vecchio. I miei nipoti sono milioni, almeno due milioni. Qualcuno si prepara al nuovo assalto alla diligenza.  E noi "stiamo a guardare" come le stelle. Qui, ci vuole ben altro che i ragazzi di Locri. Qui serve una legione di uomini con tutti gli attributi del caso.











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