L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


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Nulla a pretendere

di Nicola Zitara

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Siderno, 5 marzo 2007

Nicola Zitara

Scrivere un articolo costa tempo, fatica e danaro. Se qualcuno ti ascolta, il tempo è recuperato, la fatica remunerata e il danaro speso bene. Se nessuno ti crede, hai sprecato tempo, fatica e denaro. Ora, per merito dei miei articoli, ricevo parecchie pacche sulle spalle, qualcuno mi dice persino: “Bravo”, ma nella sostanza le mie prediche domenicali sembrano fatte di fumo, di puro vapore, rimangono inascoltate, asfissiate nel vuoto come diceva un amico che non c’è più, persino su questioni banali, su cose che non richiederebbero altro che un pizzico d’intelligenza, d’onestà e buona volontà.

Faccio qualche esempio. 

Uno: Biblioteca Comunale di Siderno, la metà dei volumi e degli autori non ha una scheda. L’ultima scheda l’ho fatta io prima d’andare in pensione, e risale al 1992. 

Due: ho spedito alla Regione Calabria un progetto di scuola superiore per bibliotecari, offrendo gratis il mio lavoro. Una cosa seria, non i soliti corsi per ignoranti, tenuti da ignoranti. Ho mandato una copia al sindaco di Locri per il caso che volesse esser lui a portarlo avanti 

Tre: visto che il Comitato dei Sindaci non riusciva a superare il municipalismo, avevo proposto la creazione di un centro stabile di incontri per l’intellighenzia della zona.

Ma gli amministratori calabresi e noi popolo calabrese troviamo più conveniente spendere che fare. “Quandu u sumeri non voli u bivi, ‘nda vogghia t‘ abaca u frischi.” Visti gli insuccessi, avevo deciso di lasciar perdere gli articoli. Però il numero di Riviera della settimana scorsa mi ha fatto saltare i nervi per due volte.

Colpa di due amici. Se si fosse trattato di due ingenui o di due mistificatori, di quelli che menano il can per l’aia, come avviene di regola, avrei preso un tranquillante e sarei passato oltre. Trattandosi, invece, di persone che amo e che stimo, non me la sento proprio di lasciar correre. 

Primo. Mi soffermo su una cosa che i quotidiani di Roma e di Milano, e le facoltà di economia definiscono “crescita”, ma che nel caso del Meridione e specialmente della Calabria è più pertinente chiamare “sviluppo” (in opposizione a sottosviluppo). Mi spiego.

Quando ero giovane, le barche da pesca (i consi), che uscivano al largo a metà della notte e tornavano a riva la mattina presto, in modo da offrire merluzzi e scorfani appena pescati, venivano fabbricate in un luogo che, invece di chiamarsi Marina di Gioiosa, si chiamava Gioiosa Marina.

La forza motrice era fornita dalle braccia umane, cosicché tutta l’importazione (il debito del paese verso altri luoghi) si riduceva alle vele, al filo e al cordame, che arrivavano da Nola e da Cava dei Tirreni. Il nostro mare era avaro, i pescatori sopravvivevano.

In appresso arrivarono le paranze munite di un motore, capaci di navigare ben oltre l’orizzonte e di muoversi senza la fatica del rematore. Il loro arrivo divise la classe marinara in due corpi, una parte progredì e una parte (anzi la maggior parte) cambiò mestiere e raggiunse Torino e Milano, dove la terraferma era prodiga di un sicuro salario. Il debito estero (o se vi piace di più, forestiero) del paesino aumentò prodigiosamente, infatti i motori costavano l’equivalente di miglia e migliaia di giornate di lavoro del vecchio pescatore.

Questo cambiamento ha dato luogo a “crescita”, non a “sviluppo”. Sviluppo ci sarebbe stato se in paese fosse sorta una fabbrica capace di assorbire le giornate perdute come lavoro in mare. A svilupparsi è stato il luogo dove si fabbricavano i motori. Ma direte voi, non si può impiantare una fabbrica a campanile. Sbagliato.

Ci sono luoghi del Veneto e dell’Emilia dove le fabbriche sono cinque o dieci per campanile. 

Secondo. L’unico vero rimedio all’assurdo sbilanciamento del lavoro nazionale sta nel romperla con le filastrocche per infanti scemi, tipo Tricolore, Garibaldi e “qui si lavora e si produce”. Il Sud continentale è due volte la Svizzera, con la Sicilia triplica.

Ci sono tutti i fattori necessari perché esca dalla dipendenza, ma alla nostra stessa classe politica ciò non conviene. Se la gente non avesse bisogno della raccomandazione per trovare lavoro, i disonesti e gli inetti sarebbero tagliati fuori dal giro elettorale. Nessuna industria esistente al Sud supera la dimensione medio-piccola, salvo che non sia la promanazione di un’azienda toscopadana, né mai potrà superarla e raggiungere una dimensione maggiore, finché il suo capitale non si eleverà a una statura da mercato nazionale.

L’ingrandimento di un’impresa dipende dal danaro “nazionale” che essa è capace di coagulare. Anche la sua durata nel tempo dipende dal “nazionale” che essa incorpora e gestisce. Il meccanismo dell’ingrandimento capitalistico risiede nel danaro sociale che viene raccolto in funzione e intorno al progetto di un capitano d’industria.

Questo meccanismo si chiama azionariato. Siccome poi non siamo più al tempo di Marco Polo o di Flavio Gioia, l’azionariato dipende dal sistema bancario. La banca deve conoscere il progetto e credere in esso. In alternativa, una volontà politica o di tipo politico impone alla banca di credervi e di rischiare (per esempio a Torino la Fiat, a Firenze il Nuovo Pignone, a Milano la Lambretta, a Modena la Ferrari).

Comunque, in forza di un intervento politico o in base a un interesse economico, la banca colloca le azioni fra i suoi clienti e fa affluire verso l’impresa il capitale di rischio (diversamente da quel che si canta nei libri di testo, la Borsa interviene dopo, ad impresa già avviata).

Tanto per parlare del Sud, fino a cinquant’anni fa, Napoli era una grossa realtà industriale, ma il Banco di Napoli, essendo un istituto di diritto pubblico, non poteva o non volle impegnarsi in operazioni industriali (più probabilmente preferì fare da greppi a ministri, deputati e consiglieri comunali); cosa che invece tutte le banche milanesi facevano, infischiandosene delle leggi e dei controlli della vigilanza bancaria.

Le industrie napoletane sono morte e sepolte; sui i loro cadaveri, a Parma, ballano al suono dell’Inno di Mameli. Al tempo dei Borbone, il Banco delle Due Sicilie era tre volte più grosso e faceva operazioni attive parecchie volte che tutte le banche esistenti nell’Italia restante.

Questo non perché il Sud fosse più ricco, ma perché più colto e meglio governato. Il prodigio della sua potenza consisteva in una comodità offerta al pubblico: tutti i pagamenti a favore dello Stato dovevano essere fatti in vaglia del Banco. A sua volta lo Stato effettuava i suoi pagamenti con vaglia del Banco. Il Banco godeva di una fiducia inscalfibile, cosicché la carta rimaneva in circolazione a lungo.

L’oro e l’argento che tratteneva in cassa facevano da riserva alla sua valuta. In questo modo, il Banco poté finanziare, al tempo di Ferdinando II, l’innovativa industrializzazione di Napoli e la creazione della più grande marina mercantile del mondo, dopo quella inglese. Era l’applicazione, onesta, armoniosa, elegante, della teoria monetaria dello scozzese John Law che, usata male dal suo autore, aveva portato la Francia allo scompiglio. E che, invece, nelle mani magiche di Luigi de’ Medici e per merito dell’autentico patriottismo dei Borbone (nati chi a Napoli chi a Palermo, e di lingua napoletana), fu come un miracolo. Non è impossibile – e forse neppure difficile – copiare i nostri avi.

Oggi le banche, per disporre dei fondi necessari a far credito, non hanno più bisogno dei privati risparmiatori e depositanti. Lo prova il fatto che nessuna banca remunera il deposito a risparmio. Anzi si fa pagare dai risparmiatori. Il busillis sta nella canalizzazione di stipendi, pensioni, incassi delle aziende presso la banca o le poste: una novità dell’ultimo ventennio, in Italia.

Si tratta di cifre astronomiche. Persino la povera provincia di Reggio versa quotidianamente in banca milioni di euro; somme che farebbero impallidire anche chi gestisce il porto di Gioia. Immaginiamo, per un momento, che gli industriali reggini fondino una qualunque banca privata e immaginiamo inoltre che la Regione, la Provincia e i Comuni consentano amichevolmente di favorirla, girandole esazioni fiscali, rimesse del Tesoro, altri incassi e i pagamenti. Immaginiamo anche (cosa un po’ più difficile, per la verità) che questa banca si comporti lealmente con il pubblico, allo stesso modo del Banco delle Due Sicilie, in modo da ottenere una gran quantità di canalizzazioni. In tal caso essa realizzerebbe riserve sufficienti a sostenere il collocamento azionario di un’impresa grossa, diciamo dell’ordine di duemila dipendenti e oltre (il Banco borbonico sosteneva imprese per più di centomila occupati).

Le fabbriche di impianti privati e pubblici per la produzione di energia rinnovabile sono già in calendario. Questi impianti non hanno le ruote come le automobili. Sono come i pescherecci. Sta a noi decidere se fabbricare, oltre allo scafo, anche il motore, o se il motore ce lo faremo venire da Barcellona, limitandoci all’opera dei falegnami, degli elettricisti, dei muratori e all’ingegno dei concessionari locali.

Terzo. La mafia non è il vero male del Sud. E’ solo l’alibi che copre il colonialismo toscopadano. Il vero male del Sud è il Nord, e con esso la classe agiata: i padroni, gli avvocati, i sindaci, i deputati, i medici, gli ingegneri, i galantuomini messi in trono da Cavour.

Quando questi signori ricorrevano poco alla mafia, essa non faceva gran danni, adesso che vi ricorrono come condizione e giustificazione della propria esistenza politica, il danno sociale è enorme. Il conflitto invisibile, e tuttavia reale, tra la povera gente e i ricchi mafiosi è distruttivo. Si badi che non sto parlando degli esponenti politici assassinati, parlo della gente che viene mal pagata o costretta, per timore, a comportarsi diversamente da come vorrebbe.

Lo Stato italiano, da autentico omertoso, “non vede e non sente” su questo versante. Quando ammazzano qualcuno, fa quanto basta a soddisfare l’occhio. La mafia porta in patria un consistente contributo di valuta estera; consente, inoltre, una selezione degli eletti, in modo che ogni eletto al Sud dia un forte appoggio alla politica toscopadana, e infine tiene buona la gente, nonostante le torture economiche padane.

D’altra parte la mafia è parte importantissima della globalizzazione dei profitti – il “Capitalismo a mano armata” è stato detto - e nessuno Stato ha voglia di amputarsi una mano. Inoltre ha raggiunto dimensioni e potere tali che un paese medio, come l’Italia, non potrebbe, anche volendo, farla fuori. Il Sud c’è dentro non tanto per l’aspetto capitalistico, quanto per la “mano armata”.

Qui infatti si producono i suoi uomini, sia i duci che i semplici legionari. Come è ampiamente noto essa si regge qui perché ha due volti, come Giano bifronte: uno militare e uno commerciale. Quest’ultimo versante governa un’area di consenso che ottiene dando lavoro.

Oggi questo lavoro è di regola in nero o fondato sulla falsificazione delle buste paga. Se invece di perdere tempo e soldi a beccare i mafiosi, di cui la stessa mafia si libera perché ormai fuori gioco, lo Stato farebbe meglio a impegnare i giudici, i carabinieri e i poliziotti nell’impresa, più facile e produttiva, di combattere il raggiro dei contratti di lavoro e delle leggi a tutela dei lavoratori. In tal modo non solo andrebbe incontro alla povera gente, non solo favorirebbe la formazione di un clima legale, ma toglierebbe acqua, molta acqua, al biviere della mafia. Fin qui la faccia della mafia che vediamo. C’è però una faccia che la stessa mafia non sa d’avere. Le forme di resistenza verso uno Stato, che una popolazione intende come nemico, sono parecchie.

Possono seguire una tipologia interclassista, come in Corsica, in Sardegna, nel Paese Basco, in Scozia, nel Galles etc. In alcuni paesi dell’America Latina hanno un carattere classista (del proletariato contadino). In Sicilia e Calabria, la base storica della mafia è la sconfitta della rivoluzione contadina, la prima volta per mano dei Francesi, nel 1804, e poi per mano dei toscopadani, a partire dal 1861, e l’emarginazione economica, culturale e sociale del mondo contadino. Quel che si vede non deve farci trascurare quel che c’era dietro. Infatti la guerra contadina era contro i baroni e contro quella borghesia che andava acquistando le terre comunali ed ecclesiastiche, togliendole ai coltivatori.

Lo Stato di Cavour si presentò ai contadini con un esercito in armi capace di ogni nefandezza pur di tirare dalla sua parte la borghesia parassitaria. La quale, bisogna aggiungere, una volta divisa dal popolo, perdette anche sé stessa. A dirla succintamente, la mafia ha alla sua base morale (il comune sentire) una guerra civile, in cui i contadini furono sconfitti da eserciti stranieri che operavano per conto dei galantuomini

La mafia, oggi più potente per via dei soldi che amministra, usa a suo favore e sfrutta le richieste dello Stato italiano. Reciprocamente, lo Stato italiano usa la mafia per la sua precisa esigenza di tenere buono un servo che maltratta. I mafiosi servono lo Stato per danaro, ma inconsapevolmente lo odiano, come odiano sindaci e deputati, salvo che siano dei loro, come odiano i medici, i professori, i giudici, i ferrovieri, i carabinieri, i commercianti non mafiosi, etc. Lo servono per danaro, ma potrebbero liberarsene ove ne ravvisassero la convenienza.

Questo lungo e noioso cappelletto vorrebbe dire che avversare la forma mafia, in quanto alleata dello Stato italiano, nemico del Sud, significa essere coerenti. Non avversare i suoi singoli componenti, i singoli mafiosi, in quanto vittime di una scaltra politica antimeridionale, è pure coerente.

L’incoerente è chi pretende di servire due altari, lo Stato italiano e le popolazioni meridionali; o anche tre altari, i primi due più la mafia; o del tutto quattro altari, i primi tre più i signori di Francoforte, che hanno deciso d’impoverire i lavoratori per partecipare alla gestione del mondo e ai profitti che se ne ricavano. O finisce il pasticcio o finiamo noi definitivamente. Amato, Prodi, Ciampi, Dini, Tremonti, Padoa-Schioppa hanno già fatto molto.

Al prossimo giro di vite, per i deboli sarà la fame. Ma faremo ancora una volta come lo struzzo, ficcheremo la testa nella sabbia per non vedere la morte definitiva del nostro paese, che pure è vissuto o è sopravvissuto per 3.800 anni. Insomma la discriminante è: o l’altare Italia o l’altare Ytalìa.

Nicola Zitara
(03.03.2007)







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