L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Il peperoncino rosso come  storia

di Nicola Zitara

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Siderno, 29 dicembre 2005

Il numero natalizio di Riviera ospita un articolo di Bruno Giurato, che recensisce un libro della sociologa  Francesca Viscone, pubblicato dalla patriottica casa editrice calabrese Rubbettino.

L’argomento del libro, se ho ben capito, è una severa censura dei canti della nostrana mafia, la ‘ndrangheta. Fin qui, nessun colto d’Italia aveva prestato attenzione a tale prodotto. Esso è balzato in primo piano  dacché se ne occupa la televisione tedesca.

Dobbiamo dire: fortuna che c’è la Germania! Infatti, di ‘ndragheta si parla fin troppo, ma  ipocritamente, come è stile quasi innato fra i don Abbondio che tengono in Italia le cattedre universitarie o siedono sui redditizi scanni del parlamento. L’ipocrisia si manifesta su due versanti. Uno riguarda i rapporti tra politica e malavita. La contiguità tra patria democratica e organizzazioni malavitose non riguarda soltanto l’Alleanza atlantica e la lotta al comunismo sovietico (cosa per cui Andreotti stava per finire in galera),  ma anche o soprattutto la storia del Meridione nell’Italia unita.

Ciò non da adesso, ma  sin da prima dello sbarco garibaldino a Marsala e della pacifica, anzi paciosa, conquista di Napoli (capitale borbonica)  da parte dell’Eroe dei Due Mondi (e passa). L’altro versante della patriottica ipocrisia riguarda i narcodollari. Essi hanno sostenuto e sostengono la borsa di Milano, le grandi banche padane. e, ormai, la finanza in ogni grande paese d’America e d’Europa, ma forse anche del Giappone e della Cina.  

Transeat. Di ciò si occuperanno le future generazioni. Quanto alle canzoni malavitose, le cassette sono in vendita in tutti i mercatini del Sud, sin da quando esiste la registrazione su nastro magnetico. Nelle case e nelle automobili di gente proveniente da un padre o da un nonno contadino, esse tengono il posto dei valzer di Strauss. Qualche decennio fa, sorpreso da  tanto fascino, acquistai tre o quattro cassette, e le ascoltai.

Debbo dire che non mi è mai tornata la voglia di risentirle. Ma la cosa non fa testo. Sono un borghese, e come tale il mio orecchio si è conformato sul ritmo de “Il bel Danubio blu” e de “La paloma”. In quanto borghese, posso persino vibrare al suono de   “L’internazionale”, ma manco del fondo culturale che consente di gustare i concetti, il ritmo, e credo capire i sentimenti che ispirano una canzone della mia stessa terra (eccezion fatta, s’intende,  per le melense note di “Calabresella mia”). In effetti le canzoni di malavita sono la sopravvivenza di un mondo arcaico, elementare, in cui manca ancora lo Stato e il re è lontano. La fame, l’onore, la famiglia, “mors tua, vita mea”. Un mondo che è tramontato anche per i fans di dette canzoni.

Quel gusto, quella poetica, quella memoria,  sopravvivono in una classe per le stesse e contrapposte ragioni estetiche ed educative che portano un’altra classe, ubicata sulla stessa terra a fianco della prima, a gustare un antico minuetto o un quartetto di Vivaldi. Vivere assieme senza convivere, senza spartirsi il pane, senza sedersi alla stessa tavola, senza amare la stessa musica, senza incantarsi alla stessa poesia: questo è il dramma dei calabresi, dei lucani, dei siciliani. Persino l’idea di Dio, di Cristo, della Chiesa non è comune.

Devozione, festa, passione senza eternità, ed eternità senza festa e carità. La sociologia scaturita dal conflitto tra giacobini e contadini al tempo della Repubblica Partenopea e del Cardinale Ruffo, tracciata o intuita da Vincenzo Cuoco, e poi insistentemente proseguita in tanta narrativa e saggistica meridionale, fino a “Cristo si è fermato a Eboli”, ha proiettato il dualismo nella lontananza dei millenni e nella recondita sopravvivenza del culto femminile, persefoneo e lunare dei Grai, mai sopraffatto e cancellato ad opera dei culti olimpici e solari dei sopraggiunti Elleni.

Più storicisticamente e realisticamente, “Gente in Aspromonte” mette di fronte un passato, che sopravvive suo malgrado ai tempi nuovi, e i tempi nuovi che arrivano zoppicanti e contorti sul passo cadenzato dei carabinieri.

Carlo Levi registra un’impossibilità antropologica, mentre Corrado Alvaro registra un fallimento politico e culturale. Sarebbe presuntuoso parteggiare per l’uno o per l’altro, tanto più che le due tesi, una volta messe  sul banco di prova del racconto letterario, s’intersecano e si appoggiano vicendevolmente.

La vendetta all’oltraggio, che si eleva a poesia, non è un tema estraneo alla grande poesia del passato, da Omero a Shakespeare. Ma il mondo cambia persino per i poeti.  Nella nostrana cultura contadina è il retaggio di un passato – conta poco dire se bello o brutto - moralmente non ancora archiviato.

Un borghese, meglio ancora un aristocratico,  Raffaele Lombardi Satriani, ha registrato filologicamente e senza partecipazione emotiva, la poesia contadina. La raccolta dei “Canti popolari calabresi” è sicuramente l’episodio più alto del meridionalismo tra le due guerre. Ed è però la fonte di tutti gli equivoci culturali delle generazioni successive alla sua.

Nei suoi divulgatori e commentatori, la cultura contadina, la cui sedimentazione è lenta, secolare, forse millenaria, viene assunta come la cultura autentica del Sud. Una cultura che contesta la classe padronale, la quale viene identificata – sempre dai commentatori – come una non cultura, o come una cultura estranea alla vicenda storica d’Italia.

Ne viene fuori  un’idea del Sud terragno, chiuso al mondo e fondato sulla terra, sul contadino, sul peperoncino rosso; cosa che equivale a impiantare su palafitte l’immagine di un Sud senza storia civile e politica (questo nel paese che aveva inventato la moderna narrazione storica con Pietro Giannone e con la lezione impartita con la “Istoria civile del regno di Napoli”).

In effetti si è trattato e si tratta di una falsificazione culturale del tipo Minculcop, di un indottrinamento delle masse diretto dall’alto a fini politici: nel caso la bellezza dell’Italia unita. La cancellazione sociologica della vicenda storica meridionale  e la sua, sociologica, riduzione alla cultura contadina (cosa che poi stride tremendamente quando il sociologo s’imbatte nel brigantaggio legittimista) è servita e serve al fine losco di assegnare o assimilare, nel caso migliore a subordinare alla storia toscopadana l’idea che il meridionale ha del suo passato.

C’è stata Roma, c’è stato il Libero comune, c’è stata la Serenissima Repubblica di Venezia, c’è stato Umberto Biancamano e ci sono stati Mazzini, Cavour e Garibaldi. Una nostra storia manca, o è vuota. Il vuoto è  riempito con un peperoncino rosso e con la contestazione contadina alla classe baronale. La storia è sostituita dall’inganno antropologico.

Il riflesso politico dell’invadente insinuazione è il baratro civile e civico. Da una parte una borghesia attaccata alle brache di Garibaldi e dall’altra una classe lavoratrice attaccata al sangue, di cui alla poetica mafiosa; o, in versione napoletana, al mito del piccolo imbroglio per sopravvivere,  e ha da passà a nuttata. Ma la nottata non passa aggrappandoci a due bugie, a due mistificazioni uguali e contrarie: Garibaldi come contraltare del barone feudale;  l’Italia-una, cioè il modello toscopadano dell’Italia, come contraltare della mafia.

Nessuna sorpresa, quindi, nel fatto che il modello positivo non trovi imitatori, tranne i docenti in cattedra, e nell’opposto fatto che un passato ormai morto e sepolto susciti tanta nostalgia. Antonello capobrigante, che risorge a civile italiano con l’arrivo dei carabinieri, è una fantasticheria poco poetica.  

Le classi si dividono e si combattono fra loro sui rapporti giuridici che regolano la loro storia comune e la loro esistenza contemporanea, ma non possono dividersi e combattersi se il padrone sta in un posto e il venditore di fatica sta in un altro. Chi va in Germania, in cerca di un padrone, si porta dietro due falsi miti: Garibaldi e un Rodomonte mafioso  che si esibisce in cruenti sbudellamenti sull’aia.  Lo stesso capita all’idraulico che vive in paese ed ha frequentato le scuole tecniche: Garibaldi e cumpari don Cicciu.

Nessuno dei due esiste, ma il primo lo cantiamo sul metro della televisione, il secondo sul metro di antichi racconti. Nel mezzo il vuoto, una voragine che sarebbe visibile a tutti  se per nostra sfortuna non la coprisse il sapore forte di un peperoncino rosso. 

Nicola Zitara


 





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