L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
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Sofrirenze

di Nicola Zitara

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Siderno, 22 Marzo 2004

In Italia la democrazia sta a destra o a sinistra? Questo è il problema! Una risposta in loco sarebbe, però, incerta e rimangiabile.

Il quesito va posto a Tel Aviv. Chiarito il punto costituzionale, bisogna dire che le nostre sofrirenze risalgono a un certo Marino, intorno a cui l'unica certezza è che non è Montano.

L'hanno pagato, non l'hanno pagato? Non si sa.

Se è stato pagato, si sa chi l'ha pagato, ma non si può dire. La democrazia si fonda su un dosato equilibrio tra ignoranza e fedeltà. I giudici ne hanno tenuto conto? Neanche questo si sa, e neppure si può chiedere perché ne andrebbe di mezzo la democrazia.

I colpevolisti non intendono convertirsi in innocentisti, e viceversa. Allora che facciamo? Il guaio è grosso, ma non siamo al disastro.

Quel che conta sono l'Inno di Mameli e la Banca d'Italia. E magari l'Unicredit. Il resto è fatto di vapori invernali, che la torrida primavera in arrivo dissolverà. Il guaio è per quelli che non possiedono un condizionatore d'aria. Ma Berlusca provvederà anche a loro.

Per il resto: Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, e se lo tiene. E' sbagliato pensare che il 99 per cento degli italiani siano stati battezzati da Don Abbondio, dalle parti di Como.

No! Il problema è che bisogna difendersi dal cannibalismo di Eurolandia. Gli uomini passano, gli euro restano. Il pericolo giallo incombe e l'Azienda-Italia (Piazza della Borsa, la capitale) va difesa. Viva i Cavalieri d'industria.

Viva Berlusconi, viva Eugenio Scalfari. Viva l'Italia.

Errori o meno, si tratta pur sempre di una grande democrazia risorgimentale e resistenziale. Il 24 aprile in camicia nera. Il giorno dopo in camicia rossa. E Vittorio Emanuele II, convertitosi alle idee repubblicane, sempre lì a cavallo sull'altare della patria, con la sciabola sguainata contro gli italiani non sabaudi.

Il suo imperituro ricordo supera dei secoli il silenzio, e il silenzio fa dolce il sonno ai milioni di morti senza cavallo che - ignoti - dormono ai suoi piedi.


Il Berlusca della cuccagna

Sebbene sia ancora presente nell'animo di molti, il comunismo è morto, almeno come divisioni corazzate e missili intercontinentali. E così gli alberi sono potuti fiorire. Soprattutto l'albero della cuccugna.

Quest'albero della cuccagna si vede qualche vota nei film country, quei pochi che ancora la televisione mette in onda per i superstiti di un mondo che amava semplificare la violenza, sull'esempio di Omero e di Torquato Tasso.

E chi, come me, l'albero, l'ha visto al cinema può testimoniare che si tratta di un inganno. Infatti la cuccagna sta in cima a un palo e per averla bisogna scalare il palo. Ma i benefattori lo ungono di sapone, cosicché chi tenta l'impresa, arrivato a metà strada, non ce la fa più, e cade con il culo per terra.

Tutti, naturalmente meno John Wayne, americano vero, indistruttibile, sempre vittorioso tanto che le frontiere fossero quelle vecchie, quanto che fossero nuove.

"Arricchitevi", disse Lenin ai kulaki, al principio del regno comunista, rivolto ai contadini sovietici che erano contrari ai soviet,. "Arricchitevi", hanno consigliato gli anticomunisti europei dopo la caduta del muro di Berlino. Amato, Prodi, N.N., autentici campioni di democrazia, finalmente al governo del paese dopo quegli scellerati di Craxi e di Andreotti, finalmente in mano a Tonino nostro, uom dal multiforme ingegno, dalle cui labbra le parole fluiscono più dolci del miele.

Arricchendoci, arricchendoci, noi italiani, anzi noi itagliani, siamo arrivati a Berlusconi, un fulmine di guerra televisivo, e al nemico di tutte le tasse, Candido Tremonti, economista immaginifico.

L'arricchimento lo si può vedere quotidianamente, per un solo euro, su Sole per 24 ore consecutive. La Marcia dell'Aida risuona nel terso cielo di Milano. Banca Intesa si porta "in banca" più di quattromila miliardi di ex lire di utili. Cifra dichiarata per le imposte. Le Assicurazioni Generali, che sono di Venezia e con il Leone di San Marco, più di duemila miliardi (sempre di vecchie lire).

Insomma, cose mai viste! Eppure c'è la crisi. O forse soltanto la crasi.

Anch'io mi sono arricchito, crisi o crasi nonostante. Dovete sapere che a me piacciono le arance. Piacciono molto sin da quando ero bambino; cosa ovvia per chi é nato in un paesino che produceva tante arance da aranciare mezza Europa. Non so quante arance si producano adesso, quel che so che un chilo di arance costa 2500 ex lire.

Anche qui, cose mai viste.

Cosicché, sulla scia degli assiomi tremontini, ho deciso di non comprale più.

La mattina sul tardi, quando in campagna c'è solo il sole, me ne vado lungo i viottoli che costeggiano le piantagioni (qui si dice "partite") e ne rubo quante bastano per il giorno successivo.

A portarne di più, peserebbero troppo.

Una mattina capitò pure che un padrone mi cogliesse con… le arance nella busta di plastica. "Ah sì, disse, le arance fanno bene. Pigliatene quante ne volete, tanto qui si perdono…Marciscono sugli alberi…Tempi duri, amico mio."

Viva Berlusconi Viva Temonti Viva Bossi Viva Fini Viva Banca Intesa Viva Mediobanca. Viva Fassino. Viva Prodi. Viva Mastella. Viva soprattutto Casini. Mi pace tanto quell'uomo. Forse per via del nome. Povero Enrico Cuccia, sei morto troppo presto. Ti avrebbero eletto presidente della Repubblica!



Una tanzina di caffè alla parmigiana

La Legge Fallimentare esiste, e come! E da tempo! Lo sanno bene gli studenti di diritto obbligati a impararne almeno l'impianto, se vogliono arrivare alla laurea. E ancor meglio lo sanno sia i falliti, che perdono tutto, persino il diritto di ricevere una cartolina illustrata senza che il curatore controlli, sia i creditori, i quali perdono anche loro tutto, più la spesa dell'avvocato. Ma la categoria dei curatori fallimentari esiste e bisogna pure che mangi.

Esiste sia al Sud che al Nord. Insomma è uguale per tutti, come ogni legge. Sta scritto!, diceva Tina Pica. Però in Italia c'è un invisibile confine. Al Sud, quando fallisce il padrone, i dipendenti perdono il posto.

Al Nord, quando fallisce il padrone, interviene lo Stato e salva i posti di lavoro. Ero un giovanotto, forse ancora alle prese con la Legge Fallimentare, allorché Giorgio La Pira, un piagnone siciliano chiamato al posto di sindaco di Firenze, al fine di tenere l'ombrello aperto sulla città, prese a versare lacrime disperate e a minacciare lo sciopero della fame se per caso i giudici avessero messo i sigilli alla Pignone. Ogni lacrima quanto un lapillo etneo.

Capite bene, tra piagnone e Pignone c'è una forte assonanza, sebbene manchi qualunque assonanza tra Sicilia e Toscana!

Il trionfo di La Pira mi sorprese.

Da ragazzino, al tempo della guerra d'Africa e dell'Impero (sui Sette Colli di Roma), avevo visto fallire una decina di fabbrichette del mio non toscano paesino.

E suicidi, gente a spasso, disoccupati a darsi volontari per l'Africa Orientale (come adesso per il Kossovo e l'Iraq, diversa solo la paga) e per la Spagna (Aznar e Zapatero dovevano ancora nascere), per l'Albania, di cui spodestammo il re che la stessa Italia aveva collocato sul trono.

Non mi ricordo il nome, ma era un nome tipicamente sudico, quindi giusto liberare gli Albanesi dalla sua insultante presenza.

Ora, il fatto che c'era chi perdeva il posto e c'era anche chi lo conserva mi incuriosì. Imparucchiai qualcosa a riguardo. Per esempio che l'Ansaldo sarebbe fallita non meno di tre volte, se lo Stato non avesse sganciato i miliardi necessari per evitarlo. Così pure le compagnie di navigazione. Insomma che tutta Genova sarebbe andata a fallimento senza l'intervento statale.

Sui libri sta scritto anche che Mussolini dette un sacco di soldi ad Agnelluccio nostro affinché la Fiat non fallisse. Anzi di più. Tutto l'IRI - industrie e banche che ne facevano parte - aveva alla base una serie di fallimenti scongiurati.

La Ciccio Procopio s.r.l. - Industria di Mandorle e Fichi Secchi - è fallita or non è guari, mentre la Parmalat sarà come irizzata. Ci metteremo dentro i nostri eurucci e salveremo i posti di lavoro. E non basta, ripagheremo anche quei poveracci che ci avevano investito dei soldi.

La gloriosa Borsa di Milano non c'entra. E' immune. Stignano, Grottaglie, Alì Tereme, Orgosolo, Eboli, Lipari, Metaponto e villaggi consimili sono in Libia, abitati da sudichi poveracci. Categoria: Aiuti al terzo mondo.

La fede per la Patria, una tanzina di caffè per Parma, città d'arte. Siamo un cuore solo e un solo spicchio di parmigiano. Offrire una tanzina di caffè non rovina nessuno. Se la barca va, lasciala andare!


Chiari di luna

Passavo davanti al negozio di scarpe e per dare una pausa di riposo alle mie vecchie gambe mi sono soffermato a guadare la vetrina. Gli occhi si posano su un paio di scarpe da tennis, di quelle con la suola che respira.

Mi piacciono le scarpe di gomma.

Avendo chili di troppo, aiutano le gambe a trasportarmi. Inforco gli occhiali e sbircio il prezzo. Euro 180.

Le connessioni ormai rattrappite della mia materia grigia esclamano: "Cu stu lustru 'i luna…!"

Tradotta nella lingua di Dante, l'espressione corrisponde a: "Con questi chiari di luna…!" Nel mio vecchio paese il motto veniva impiegato in senso strettamente economico. I chiari di luna corrispondevano alla mancanza di danaro, a una crisi generale e diffusa. La luce della luna è "pallida" per definizione poetica. Parecchio più intensa di quella delle stelle, non è invece comparabile con la luce del sole.

La luna e le metafore, più o meno poetiche, godevano, un tempo, di molto rispetto. Quando ero ragazzo, spesso veniva a passare qualche giorno di vacanza con noi l'unico fratello di mia madre e unico mio zio, il quale viveva in Sicilia. Dietro un'apparenza ferma e non priva di quell'ardimento fisico che un tempo faceva "il Siciliano", lo zio era un uomo mesto e gentile, uno che nascondeva la sua indole appassionata con frasi fatte e comportamenti appiattiti sulla normalità. A sera (anzi per corrispondere alla periodizzazione televisiva, diciamo a mezza serata, insomma verso le 21), se era una bella notte d'estate, si sedeva su un balcone di fronte al mare, con me incantato ascoltatore, e aspettava che sorgesse la luna.

Chissà perché la parola mare è maschile e la parola luna femminile! Dovrebbe essere il contrario. Infatti i raggi della luna calano sul mare e lo fanno vibrare.

Femminile dovrebbe essere il mare anche in rapporto al sole, i cui raggi accendono il mare. Misteri! Meno misteriosi sono invece "i chiari di luna", o come si diceva in paese "u lustru da luna". Arriva il postino, bussa una volta e scarica un mazzo di bollette: Consorzio delle riscossione tributi: ogni giorno vanta un nuovo credito tributario. Acqua, rifiuti, Ici, auto, tassa della sovrattassa erariale.

Insomma un'alluvione.

Certamente il famoso ministro Ezio Vanoni aveva a cuore la causa dei commercialisti. Da quando l'Italia ha avuto la sventura che i tributi fossero democratizzati, il più povero di noi ha bisogno della guida di un commercialista. Se quello che i commercialisti guadagnano andasse in tasca allo Stato, le imposte potrebbero essere ridotte del 50 per cento.

E poi Italgas, Enel, Telecom e affini, banche, posta, un casino di posta.

Siccome il chiaro di luna c'è veramente nelle mie tasche, butto tutta la corrispondenza nella pattumiera senza guardarla, certo che prima o poi i sudichi si solleveranno come gli italici al tempo dei Gracchi, chiedendo la remissione dei debiti. Cosa, peraltro conforme all'insegnamento della Chiesa ("Signore, rimetti a noi i nostri debiti…").

Da poco tempo viene comunemente "percepito" un fenomeno in atto da tempo: il silenzioso scontro tra le classi il cui reddito è determinato da contratti nazionali (i cosiddetti percettori di un reddito fisso) e le classi che incassano il prezzo, loro personale, a ogni negozio messo in essere.

Uno scontro politicamente voluto, thatcheriano, reaganiano, craxiano, amatiano, carliano, prodiano, dalemiano, berlusconiano, tremontiano, etc. Infatti, per scombussolare gli equilibri precedenti è bastato eliminare la scala mobile e indebolire il sindacato, paladino dei contratti nazionali.

Ciò fatto, solo gli USA crescono, e lo fanno attraverso la spesa pubblica. Nel mentre l'Europa ristagna e l'Italia è andata a carte quarantotto, anche se Mediobanca e il bollettino ufficiale del patrio capitalismo, stampato su carta giallina, riescono a trovare dei numeri confortanti (ovviamente gli investimenti nei luoghi in cui il lavoro è praticamente gratis).

I capitalisti reclamavano mano libera, l'hanno avuta e hanno fatto un sacco di soldi, ma adesso l'acqua è troppa per la loro capacità di nuotatori e stanno affogando. Trascinandosi dietro tutto e tutti.

Che farà lo Stato, che incassa meno imposte?

Venderà i quadri di Raffaello, come voleva fare, centotrenta anni fa, non ricordo se Sella o Minghetti? Tremonti venderà il Colosseo?

E i percettori di reddito fisso vedranno calare i prezzi sotto la pressione negativa di una domanda calante? Non credo. Il mio personale, esistenziale, ricordo va al dopoguerra, al tempo di Einaudi, il bieco ministro delle finanze del dopoguerra.

Quando sul Sud, che aveva vissuto l'eccitazione provocata dall'inflazione delle am-lire (spese dai militari al Sud per acquistare merci e servizi di vario genere), si abbatté la mannaia della deflazione, e con essa l'invisibile confine doganale (voluto da Einaudi) tra Sud e Nord, affinché il Nord non compartecipasse ai costi connessi con l'inflazione, qui fu il disastro occupazionale, di cui "Ladri di biciclette" è una pallida e "lunare" versione.

Senza l'emigrazione, il Sud non ci sarebbe mai uscito.

Ci uscì insieme al Nord con il salto di produttività collegato all'acquisto di impianti americani dismessi, che vennero pagati con il controvalore delle am-lire messe in circolazione al Sud, in appresso generosamente rimborsato dagli americani (non al Sud ma al governo italiano, come dire al Nord).

Fu il conclamato miracolo economico. Ma al tempo, nella tenda di comando, c'era l'IRI, poi cancellata per offesa al pudore degli onesti monopolisti privati.

Oggi c'è la luna. Anzi il chiaro di luna. E fra qualche anno un'altra guerra, con i connessi superprofitti di guerra.

A ben guardare la guerra è l'unica medicina capace di rianimare lor signori. Una specie di Viagra per capitalisti.

E affini, come diceva Totò.


Nicola Zitara




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Siderno, 11 febbraio 2004

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Nicola Zitara






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