L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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ARTICOLI INVIATI
IL 30 MAGGIO 2005
DA NICOLA ZITARA


Il sonno della ragione

di Nicola Zitara

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Siderno, 30 Maggio 2005

I mafiosi non sono la mafia, allo stesso modo che gli italiani non sono l'Italia. Lo stato italiano è un'entità sovrana che organizza i cittadini in funzione di determinati interessi. I quali sono diversi nel tempo. Ci furono quelli della corona, quelli degli intrallazzati risorgimentali di Genova e Firenze, che si arricchirono alle spalle dello Stato, poi quelli dell'industria del triangolo Milano-Torino-Genova, che, per sorgere, utilizzò la valuta spedita dagli emigrati, e ancora quelli del protezionismo industriale e quelli nazionalpopulisti di Mussolini, in appresso quelli della partitocrazia resistenziale padanista, che decise a tavolino di bloccare ogni forma di sviluppo industriale al Sud, oggi quelli della finanza apolide, tenuta a battessimo dalle privatizzazioni a favore di amici e compari..

Anche la mafia è un’entità distinta dai mafiosi. Ci fu l’entità mafia al servizio dei principi palermitani e degli affaristi che ruotavano intorno a loro; tremila picciotti a cui fu fatta indossare la camicia rossa per spalleggiare Garibaldi e ubbidire al progetto inglese di debellare la monarchia borbonica. Ci fu l’entità mafia alleata degli americani e dei partiti costituzionali, quella che combatté il separatismo siciliano e assassinò per conto dello stato nazionale Salvatore Giuliano.

Venne poi la mafia del controllo elettorale, della valanga di voti e di preferenze ai candidati democristiani e socialisti; la mafia a cui era affidato il controllo sociale in un Sud all'opposizione dello Stato. Oggi c'è l’ente mafia che porta soldi allo sviluppo edilizio nelle città del Nord e del Sud, alla Borsa di Milano e alla finanza apolide.

La mafia si modella sulla specifica esigenza del gruppo di potere che ha il controllo dello Stato italiano. Lo Stato neppure sì sogna di combatterla. Finge di farlo perché vorrebbe apparire onesto e pulito, mentre non è altro che una cloaca che mescola tutti i lordumi.

I mafiosi siamo noi, nostri sono i  delitti, le prepotenze, la  cultura di violenza e di morte. I vantaggi sono per chi organizza l'azione dello Stato. La ragione dorme, il mostro cresce dentro di noi, vive con noi. Sta a noi decidere se tenerci lo Stato italiano e la mafia, oppure se uscire dallo Stato italiano e dalla mafia.

La mafia è la gemella siamese dell'assenza dì produzione. Per liberarsi dalla mafia occorre che noi stessi produciamo le cose che consumiamo, dalle calze ai computer. La sterilità produttiva dei Sud è consustanziale all'unità italiana, fu decisa una volta per tutte nel novembre del 1860, allorché Cavour decretò la chiusura di tutte le industrie borboniche. 

La disoccupazione, la mafia, l'emigrazione, il terrorismo, la corruzione la povertà, la negazione della nostra storia, l’occultamento del losco che c’è stato nella conclusione del moto risorgimentale,  la doppiezza della classe politica italiana che in un legge apparentemente generale imbosca vantaggi per le regioni centrosettentrionali e svantaggi per quelle meridionali, e infine la nostra interiorizzazione della dipendenza verso i toscopadani sono cose scritte tutte fra una riga e l'altra di quel decreto.



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Dalla rassegna stampa radiofonica del 29 V  2005  - Lunghezza d’onda: 97

Facciamo ora un breve accenno all’atteggiamento della classe politica meridionale in relazione alle recenti tornate elettorali. E’ opportuno segnalare due diverse reazioni.

In primo luogo la Rete, cioè l’incontro, avvenuto a Napoli, dei governatori  delle Regioni meridionali, per concertare una posizione comune nei rapporti con lo Stato, il governo, il parlamento e i poteri forti (grande industria, grandi banche, finanza), a cui si imputa di trascurare e lasciare marcire il Meridione.

Si può commentare che tale incontro ha avuto una eco quasi nulla. E non c’è da sorprendersi. Infatti i governatori si sono riuniti come in  un concistoro della Santa Alleanza, guardandosi bene dall’invocare il consenso e l’appoggio dei cittadini i cittadini.

Nessuno sa cosa stringe questa Rete escogitata a difesa del Sud. Probabilmente niente.

Un’altra segnalazione va alle liste autonomiste che hanno ottenuto a Catania un successo elettorale sorprendente. La stampa parla di un’estensione alla Sicilia  della concezione leghista, o per meglio dire di una via frazionista e municipalista della futura politica italiana. Regione contro regione, a difesa di interessi locali, ma poi tutte in accordo fra loro a sostenere la linea di Bossi.

Anche qui un commento. La via dell’autonomismo potrebbe, se vincente, a ottenere dei risultati a favore di una maggiore spesa pubblica statale nel Sud. Ma non potrà mai modificare l’assetto economico in Italia, che dipende dalle forze del capitale e della finanza milanese. Il quale assetto è stato già modificato negli Anni novanta attraverso la privatizzazione delle banche e dell’industria pubblica. In poche parole, l’autonomismo che viene suggerito dalle elezioni catanesi sembra più localismo che vero meridionalismo.




Avviso di allerta per i separatisti meridionali

La nostra idea di indipendenza si proietta verso un paese napoletano unitario (non federalista) e unificato dalla dinastia borbonica.

Il paese napoletano è tutto da ricostruire moralmente e materialmente. La monarchia sarà un vincolo per i politici a fare con metodo e continuità gli interessi generali del paese.

Svezia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Olanda, che sono i paesi più avanzati d’Europa sono retti a monarchia costituzionale.

Attenti quindi a non entrare nel giro degli autonomisti catanesi.

Noi vogliamo una cosa diversa: un Regno indipendente. D’altra parte il Napoletano è un paese e la Sicilia un altro. Napoletani e siciliani possono lottare assieme per liberazione, ma non confondersi in un solo corpo nazionale. 





Francisco José de Goya y Lucientes

El sueno de la razon produce monstruos


El sueno de la razon produce monstruos







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