L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Locride: la tamarria trionfante

di Nicola Zitara

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Siderno, 22 settembre 2006

Nessuno di noi locridei potrebbe vantarsi del suo paese fino a dire che è più civile o altrettanto civile di Chiasso, di Albenga, di San Giovanni in Persiceto, di Urbino, e neppure di Vasto o di Polignano a Mare. Mi soffermo su Siderno, di cui vivo quotidianamente fatti e misfatti, ma il discorso vale per ogni città della Locride. Qui le architetture della civiltà non mancano. Forse sono fin troppe per la nostra capacità di gestirle e usarle. Ho visto, per esempio, uno dei due campi del Tennis Club trasformato in campetto di calcio. Evidentemente uno sport meno raffinato e meno impegnativo presenta una domanda più alta rispetto a uno sport che richiede una preventiva formazione. Altro esempio: delle tante fontanelle pubbliche, in vita ne è rimasta soltanto qualcuna. Cos’è civile, il bicchiere d’acqua minerale al bar o la bevuta a una pubblica fontanella? E’ civiltà un ufficio postale dinanzi al quale i pensionati fanno la fila a partire delle sei di mattina? E’ civile che un medico sia inchiodato alla scrivania per replicare venti o trenta volte in un anno la stessa ricetta a un malato cronico, quando nello stesso tempo un cliente si sente male e vorrebbe avere la cura del suo medico.

Abbiamo perduto la testa. Le bottiglie di plastica non sono biodegradabili. Possono galleggiare in mare per un tempo più lungo di quello che ci separa dalla comparsa dell’uomo sulla terra. Ci invitano a non abbandonarle sulla spiaggia. Ma perché le producono ancora?. Le formose presentatrici televisive non si pongono la domanda. La colpa è di Ciccio, che beve e butta via il vuoto. Fatevi tedeschi, amici miei! Così vi chiamerete Franz invece di Ciccio!

Dal tempo in cui in Italia circolano le automobili, il totale dei morti in incidenti stradali supera il totale dei caduti nella Prima Guerra mondiale. Per porre un freno a simile massacro, lo Stato ha imposto un limite di velocità. Cretinescamente mi chiedo perché, invece, non si costruiscono macchine che non superano i 90 chilometri l’ora. Risparmieremmo vite umane, una quantità enorme di benzina (con un motore che gira meno, il consumo medio si ridurrebbe a un litro per 50 chilometri) e le automobili avrebbero una vita media di 60 anni. No, Signori miei, tutti davanti al televisore a vedere i bolidi rossi di Maranello muniti di Cavallino rampante, in gara con i bolidi costruiti sotto altre bandiere e con una diversa griffe pitturata sulla fiancata.

Questo è un popolo che applaudisce le cose che luccicano, né più, né meno che gli indios quando Colombo mise piede in America.

Il podestà, il decurione, il balivo sono fra i prodotti millenari della tradizione italiana. L’Europa intera li ha copiati. Anche se in Gran Bretagna si chiamano sceriffi e in Germania borgomastri, altrove in altri modi che non ricordo o non so, sono dovunque la riproduzione di un prototipo che la nostrana storia ha collaudato nei millenni.

Questi decurioni, podestà, balivi un tempo non si occupavano o non si occupavano soltanto di firmare un certificato di nascita, o di rilasciare la licenza di commercio a un fioraio, che vuole costruire un manufatto proprio davanti al cancello del cimitero. Si interessavano di tutto ciò che riguardava la collettività locale. Nei liberi comuni della Toscopadana erano del tutto i capi delle forze armate cittadine; nel Regno delle Due Sicilie rappresentavano l’universitas (il comune, la città, la collettività) nelle interminabili cause contro il barone del luogo, in svolgimento davanti al re o alla corte suprema del Regno.

La corruzione di detta magnifica, millenaria istituzione è venuta dal Piemonte sabaudo, che l’aveva copiata dalla Francia napoleonica. Un sindaco ridotto al ruolo di passacarte del ministero degli interni. Né paesano né forestiero. Né carne né pesce. Un mollusco arrostito sulla griglia massonica e, in successione storica, alla griglia papalina.

A partire dal 1970 circa, lo Stato italiano è entrato in una fase positiva riguardo ai poteri locali. Il ruolo dei sindaci si è dilatato. Un’ulteriore dilatazione si è avuta con il sindaco manager generale, eletto con voto diretto.

Ora, io mi chiedo, perché questo sindaco, troppo nuovo manager e poco antico podestà, non si pianta davanti alla posta alle sei del mattino e aspetta che arrivi il direttore, per litigarci? Perché il sindaco non va a trovare il segretario locale del sindacato e gli chiede il motivo per cui, in paese, il lavoro in nero è la regola? E quando il sindacalista gli dirà che dall’altra parte ci sono le pistole, perché non si reca alla caserma dei carabinieri per chiedere al comandante della stazione di accompagnarlo sul posto e di identificare chi viola la legge? Infatti di legge si tratta, la cui violazione qui, fra noi, è la fonte originaria dell’attuale conflitto politico. In un sistema in cui ogni rapporto contrattuale, dalla vendita di una casa al prestito di una bicicletta, è disciplinato dalla legge fino alle minuzie, la scomparsa per desuetudine del contratto di lavoro, carta d’identità delle dignità umana del nullatenente, equivale a una regressione dalla civiltà alla barbarie.

Il socialismo è un abito alquanto diffuso in paese. Ma a me pare un travestimento. Penso infatti a quei sindaci emiliani e romagnoli che, sul finire dell’’Ottocento, si piazzavano in mezzo al popolo e ne gridavano i bisogni e le istanze in faccia ai prefetti, ai commissari di governo, ai capitani del Regio esercito che guidavano i fanti di leva, pallottola in canna, alla repressione bracciantile.

Gli ospedali? E’ una mia opinione. Potrebbe essere vera ma anche errata. Un civilissimo servizio nazionale, la sanità pubblica, qui è causa di regresso civile. La corsa al posto di medico, d’infermiere, di ausiliario, la gara per scalare un gradino più in alto, la politica e il sindacato come viatico alla carriera, hanno compromesso il servizio. Per fortuna, non tanto da annientarlo. Però il risvolto etico di una gestione mal fatta e la rozzezza dilagante hanno avuto un esito disastroso dentro e fuori gli ospedali.

Un assessorato ai servizi sanitari, certamente di tipo ricognitivo, non essendo la sanità una competenza del Comune, che si occupasse di seguire e sorvegliare la vicenda sanitaria in paese, a partire dai medici di famiglia, per salire ai viaggi della speranza, che meglio si direbbero della disperazione e dell’annientamento di sudati peculi familiari, non offenderebbe nessun cittadino, tranne i sacerdoti delle Asl, quelli con il camice e quelli ornati di glorie partitocratiche e sindacali.

La sanità è un caso eclatante di “civiltà” importata, che produce inciviltà, a causa di una gestione filata in linea latitudinale, verso Catanzaro e Roma, invece che in linea longitudinale, verso i consigli comunali. E non è detto che la lunga serie di omicidi e il dilagare della malavita che aderisce alla sanità nazionale non abbia la causa delle cause in detta latitudinità.

In materia di rapporti fra Stato latitudinale e Stato longitudinale il vescovo di Gerace ha tentato un suo magistero, ma noi tutti abbiamo fatto orecchio da mercante.

Un problema fra più i avvertiti lo chiamerei, senza infingimenti, tamarria. Nel dialetto in uso fino a 50 anni fa, la parola tamarro era un dispregiativo di campagnolo, di contadino. In Italia, campagna e città non si sono mai amate; si oppongono da prima che nascessero Tommaso d’Aquino e Dante Alighieri, come dire da quasi, o forse più di mille anni. Antonio Gramsci trattò il tema del contrasto con passione e intelligenza. Quando i gramsciani non erano i garzoni dei banchieri milanesi, i dibattiti sul tema si sprecavano.

A Siderno, la mancanza di un livello di civiltà conforme alle attrezzature urbane presenti sul territorio è notevole. Colpa, certo, della borghesia di estrazione urbana, ormai sradicata dal paese, se non sempre fisicamente, sicuramente per subalternità ideologica (massonica) a Roma e Torino. La disordinata fuga dall’impresa agricola a cui sono stati sospinti i piccoli, i medi e i grossi conduttori costituisce, credo, l’apice dell’antimeridionalismo e colonialismo dello Stato italiano. E la causa principale dell’autostracismo contadino. L’inurbamento dei contadini ha riorganizzato – o meglio disorganizzato – gli equilibri esistenti nel centro urbano. Adesso città e campagna si combatto all’interno della città. Il conflitto si svolge in modo sordo, in una diuturna serie di private sfide. E’ emerso soltanto, in forma pseudo propagandistica nelle ultime tre campagne elettorali amministrative. L’ex contadino si prospetta affari e una benda sugli occhi da parte del potere comunale, la borghesia urbana aspira agli impieghi, alla rendita del 27 pagata con poco sudore e niente rischio. In buona sostanza le preferenze andrebbero a due diversi tipi di sindaco e di amministrazione, ma i candidati la girano in modo da prendere due piccioni con una sola fava.

Casino politico, politiche locali equivoche, improduttive e controproducenti per il Sud. Dal punto di vista della vita collettiva, non solo a Siderno ma dappertutto nella Locride i paesi sono scesi di livello. Il borghese che può farlo, fugge. Fuggono i figli che hanno frequentato l’università in Toscopadana. Persino per un urbano di antico pelo, tenere i piedi ancorati sul posto e farsi coinvolgere nelle dinamiche sociali ed economiche del luogo, è divenuto un prezzo da pagare.

La tamarria non ha niente in comune con il modello della “Gioventù bruciata” di James Dean, o peggio con quello dell’ ”Arancia meccanica” o della droga. Questi fenomeni attengono al degrado della civiltà urbana e non al degrado della civiltà contadina. Il mondo contadino affronta oggi tematiche del tipo Rivolta di Pugacěv. Una maschera che si avvicina al fenomeno reale è il film di Benigni, “Jonny Stecchino”.

La tamarria inurbata si presenta con gli stessi caratteri di una casta sociale. Come se fosse l’aristocrazia del paese; gli epigoni della Maffia Vittoriosa; un nuovo e privilegiato corpo di Cavalieri crociati, che agisce in nome di un segretissimo dio, di un Ciccio Mazzetta salito in cielo. Per l’aspetto nazionale, cavourrista, garibaldino e tricolore, è il voto di scambio ad affermarli come corpo fiancheggiatore o Coste di Ferro dei nostrani Cromwell che siedono in senato, alla camera, in consiglio regionale per la pagnotta. Per l’aspetto locale, il nodo sociale che li astringe e separa è costituito dal danaro, o meglio dal modello che il capitalismo ha imposto al guadagno. In passato, i contadini il danaro lo vedevano poco o niente. Il dominio padronale - di solito di un padrone che abitava in paese o in città - si è esplicato nel toglierglielo di mano, anzi dalla bocca (lo stesso che dire: la violenza della fame). Adesso che il danaro i contadini ce l’hanno, frutto di lavoro o di violenza, è venuta l’ora della rivalsa. Essi s’intendono come i nuovi padroni; pretendono di essere loro a dettare le regole. Una pretesa è impossibile, dato che essi stessi hanno scelto d’inurbarsi. Non esiste né praticamente né teoricamente l’urbe campagnola. C’è il villaggio, ma esso è campagna e non città. Il problema di portare l’ex contadino inurbato alla civiltà urbana, Roma non può risolverlo né con i suoi carabinieri, né più che mai con i suoi giudici Forse l’avrebbe risolto l’industrializzazione, ma non c’è stata e non ci sarà mai fin quando il Sud starà assieme al Nord.

I tamarri potranno persino scacciare i borghesi dal paese, ma poi dovranno farsi essi stessi (i loro figli e nipoti) urbani.

La civiltà urbana è molto più complessa e variegata del semplice rapporto di sussistenza, strutturato nella trilogia “economia naturale-rendita-danaro”. Per il contadino, il resto del mondo era un altro mondo. Il danaro era l’unico mezzo per penetrarlo, per farsi riconoscere e apprezzare. Ma non l’aveva. Gli veniva tolto dalla rendita e dalle usure urbane. Cosicché, chi per vivere doveva soltanto zappare, restava analfabeta e imbussolato culturalmente tra la terra e Dio, non sempre ben rappresentato in parrocchia. Per millenni il tamarro è stato tagliato fuori dalla cultura urbana, che è articolata, sfaccettata, geograficamente dilatata, dinamica in termini di produttività, filosoficamente capace di mettere in discussione sé stessa e le sue procedure sociali. La civiltà urbana sta nei libri e nella penna, ignoti al nostro contadino.

La tamarria va vinta e superata. L’attuale condizione di Napoli, fino al 1914 la più bella e civile città d’Italia, così restando le cose, è l’immagine tutt’altro folcloristica che fotografa il nostro futuro. Il compito spetta alla scuola, ma l’indegno Stato che ci ha portato a tanto, se ne fotte. I programmi e l’organizzazione della scuola si ispirano alla condizione della società svedese. Fra i compiti nuovi, apparentemente impropri della prossima amministrazione, l’attenzione alla scuola deve precedere qualunque altra. In generale la scuola italiana è giunta al quasi fallimento. Ma se anche funzionasse ottimamente, così com’è non basterebbe all’opera di creare una nuova armonia in paese. In quanto scuola nazionale, essa non è preparata a svolgere siffatto compito. Per questo motivo il Comune deve cogliere le opportunità che alcune nuove norme costituzionali danno alla periferia. Il curricolo scolastico va adeguato ai bisogni locali. Il comune deve intervenire con idee e persone. Tanto per buttare giù qualche esempio, il primo è duro: due carabinieri con bandoliera per ciascun plesso scolastico. Gli altri più morbidi. Corsi di dizione, di composizione, di recitazione, di musica, di canto, di applicazioni matematiche, di agricoltura, di manifattura, di storia delle formazioni sociali – come dire su banditi, briganti, ribelli, rivoluzionari, Stato, etc, - di folclore, con saggi ginnici e di danza.

Troppo? Forse troppo poco.


Nicola Zitara




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