L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Voli pindarici tra storia, letteratura e cronaca

di Antonio Orlando

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Siderno, 29 Ottobre 2005

Nell’estate del 2004, dal 17 luglio al 4 settembre, Il Sole-24 ore, quotidiano della Confindustria, come gadget estivo per i propri lettori, per otto settimane ha abbinato al giornale un romanzo.

Si trattava di “grandi financial thriller” o, volendo italianizzare, “gialli sull’alta finanza” e perciò ambientati in posti lontani, irraggiungibili per il comune mortale, esotici, esclusivi e con protagonisti non certo ordinari quali banchieri, broker, industriali, avvocati internazionali, uomini politici, ministri etc. 

Anche i titoli, come “Zero coupon” o “La scalata”, per esempio, rendono bene l’idea dell’ambientazione del romanzo, della trama e dei contenuti del racconto.; gli autori poi rigorosamente americani o inglesi o, in ogni caso, “w.a.p.”, acronimo, che pur non traducendo, nonostante la pronuncia, il napoletano “guappo”, si avvicina parecchio, in un senso fortemente figurato, traslato e simbolico, a questo termine dialettale, - sta ad indicare che si tratta di scrittori rigorosamente “bianchi”, “anglosassoni” e “protestanti”.

In questo contesto vi è stata un’unica, piacevole eccezione: la pubblicazione del romanzo di un autore italiano, per di più calabrese, Domenico Gangemi, con il suo splendido “Il passo del cordaio” (a proposito, perché no “del cordaro”?). 

Un romanzo ambientato in Calabria, dalle nostre parti, in luoghi riconoscibilissimi, con personaggi  riconoscibili, quindi “nostri” e la narrazione di una vicenda, bella ed avvincente, veramente nostra del senso più pieno dell’appartenenza al nostro ambiente, al nostro mondo, alla nostra cultura e al nostro modo di vita.

Il lettore distratto recuperi il romanzo (l’iniziativa quest’anno non è stata ripetuta!) e lo legga perché la mia non vuole essere né una ri-presentazione né una recensione anche perché Gangemi, bravo ingegnere ed ancor più bravo romanziere, non ne ha bisogno. 

Il suo tratto è limpido, scorrevole, realistico, affascinante e nessun calabrese avrà difficoltà ad identificare e riconoscere luoghi, persone, fatti, circostanze, pensieri, comportamenti e, perfino, stereotipi e modi di dire.

L’intreccio stesso del romanzo, la concatenazione dei fatti e, soprattutto, la disvelazione dei retroscena, che spiegano certe scelte dei personaggi e molto altro lasciano all’intuizione, gli ammiccamenti, “il non detto”, il parlare per metafore sono tutti ingredienti calabresi, e nessuno avrà la ben che minima difficoltà a comprendere il senso del racconto.

 Il merito di Gangemi è di non aver trasformato tutto in macchiette o in luoghi comuni, impedendo così alla vicenda di diventare, da un lato, didascalica per quelli che vogliono, ad ogni costo, cambiare per omologare e, dall’altro, agiografica, per quelli che intendono conservare gelosamente per perpetuare.

Gangemi racconta una vicenda di mafia, ma una vicenda che è di mafia perché si svolge in Calabria, ma potrebbe accadere in qualsiasi altro posto d’Italia o della terra e non per questo diventerebbe una vicenda di mafia. 

I racconti di crimini e delitti altrove si tingono di giallo e diventano “noir”, “polizieschi” o “thriller” o “legal thriller”, ( e già questa denominazione inglese li rende più nobili e, forse, più accettabili) in Calabria, e in Sicilia (ma stanno venendo fuori ottimi gialli di scrittori pugliesi e campani), diventano automaticamente fattacci di mafia o ‘ndrangheta o camorra o cosa nostra, quindi turpi, spregevoli, ripugnanti.

Testardamente Andrea Camilleri con il suo commissario Montalbano, ormai da diversi anni, cerca di raccontare un’altra Sicilia e un altro Sud dove, indipendentemente ed a prescindere dalla mafia, si commettono ugualmente delitti che non sono ascrivibili ad un ambiente o ad un contesto mafioso. 

Come in qualsiasi altro posto della terra, sembra dire Camilleri, anche nel Sud si verificano furti, ruberie, peculati, rapine e perfino omicidi che nulla hanno a che vedere con la mafia e che per quanto ci ostiniamo a ricondurre alla mafia non c’entrano con essa. 

Anzi, proprio perché ci ostiniamo a ricondurli entro un contesto mafioso, non riusciamo più a capirne il senso, la portata, gli effetti.

“Il passo del cordaio” ci riporta all’origine della questione non della mafia ( o ‘ndrangheta o camorra) bensì all’origine della questione meridionale, ammesso che sia mai esistita e debba continuare ad esistere una questione meridionale. Nello stesso tempo, ci marchia a fuoco perché ci dice: voi, noi, tutti noi, ci siamo dentro anche se non lo vogliamo, anche se non lo pensiamo.

 In una bella canzone dedicata ai giovani contestatori del ’68, Fabrizio De Andrè dice: “..anche se voi vi ritenete assolti siete lo stesso coinvolti”. Noi siamo coinvolti in quanto meridionali e calabresi, noi siamo, al contempo, innocenti e colpevoli, responsabili ed estranei, vittime e carnefici.

Questa verità che certamente ci brucia, fa il paio con l’altra verità: lo stato italiano ha generato la questione meridionale. O meglio il modo di svilupparsi del capitalismo italiano ( o “tosco-padano” come lo chiama il prof. Zitara e come lui ce l’ha ottimamente spiegato) ha generato una questione meridionale, così come il capitalismo inglese ha generato una “questione irlandese” e quello tedesco ha generato una “questione ebraica” e tutto insieme il capitalismo europeo aveva generato una “questione coloniale”.

L’aristocrazia e la borghesia inglese esprimono il loro disgusto nei confronti di un popolo – quello irlandese - che non vuol piegarsi, che non vuole adattarsi, che non vuol saperne di diventare  forza-lavoro per le nuove fabbriche di Londra o di Liverpool.

“Le selvagge facce milesiane, dalle quali traspaiono falsa scaltrezza, cattiveria, irragionevolezza, miseria, ironia, vi accolgono in tutte le nostre strade principali e secondarie… Esso è il peggiore dei mali contro cui il paese debba lottare. Con i suoi stracci ed il suo riso selvaggio è sempre pronto a fare tutti i lavori che richiedano soltanto braccia vigorose e schiene robuste, senza intelligenza, per un salario che gli permetta di acquistare patate e vino…Il rozzo irlandese, non per merito della sua forza, ma per la ragione opposta, scaccia l’indigeno sassone e ne prende il suo posto…”

Sono parole scritte dallo storico  Thomas Carlyle nel lontano 1839 ( “The Chartism”) .

Analogo disprezzo dimostra, ma per tutt’altre ragioni e per giungere a ben altre conclusioni, il rivoluzionario comunista Friedrich Engels, appena sei anni dopo (“La situazione della classe operaia in Inghilterra”, 1845) sempre nei confronti dell’immigrato irlandese “…sregolato, volubile ed ubriacone,…non adatto per quei lavori che richiedono un lungo tirocinio o un’attività regolare e costante…” ma utile al capitalista inglese perché, dice sempre Engels, diventa un concorrente “…contro cui è costretto a lottare l’operaio inglese, un concorrente che si trova sul più basso gradino possibile in un paese civile e che appunto per questo ha bisogno di un salario minore di chiunque altro”.

Allora perché meravigliarsi se l’emigrato irlandese, attaccato su due fronti, si organizza, si difende, risponde alla violenza con la violenza? Perché meravigliarsi se il capitalista inglese, a sua volta, quando non bastano più la legge, la polizia, la magistratura e l’esercito, per difendersi dall’azione dell’irlandese e dell’operaio inglese organizza una “sua” milizia privata?

“ A Manchester, nello Yorkschire, a Nottimgham, nel Galles ed in altri centri in fermento [ nel 1839] furono inviate unità dell’esercito. Un proclama dichiarò illegale il porto d’armi, benché, nello stesso tempo, si svolgessero preparativi per armare i cittadini appartenenti alle classi superiori ed arruolarli in servizio di ordine pubblico… questi eventi produssero un fermento generale. I rapporti della polizia contenenti notizie sugli operai che si armavano a loro volta…si moltiplicarono.” ( A.L. Mortono e G. Tate – Storia del movimento operaio inglese -, 1961)

Uno storico siciliano ( S. Gemelli – Storia della siciliana rivoluzione del 1848-49 – Bologna, 1867) documenta come lo “spirito di mafiosità” (così lo chiama) sorse in concomitanza con la formazione delle “compagnie d’armi”, creata dai baroni siciliani nel 1813 a difesa dei diritti feudali.

“L’origine di questa famosa istituzione [ la mafia] risale all’epoca feudale, quando alle forze pubbliche sostituitasi dappertutto la forza personale; quando il barone, il proprietario, per difendere la roba erano obbligati a tenere a loro soldo squadre di facinorosi i quali proteggevano – è vero – il castello e la masseria, ma a patto di essere difesi contro le autorità per tutte le prepotenze, delitti e ruberie che commettevano sugli altri. In questo stato di cose il governo non aveva nessun mezzo per soggiogare la camorra che viveva e prepuoteva all’ombra dello stesso castello feudale”.

Un altro storico siciliano, Salvatore Francesco Romano ( Sguardo storico sul brigantaggio in Sicilia, 1951) molti anni dopo, precisa:

“ Le compagnie d’armi sciolte con real decreto del 14 ottobre 1837, vennero ricostituite per esercitare pressioni sul Parlamento siciliano del 1848 e per sopraffare le squadre di contadini che nel clima rivoluzionario del 1848 vedevano i presupposti per la loro emancipazione”.

Qual è la differenza tra l’Inghilterra dei primi decenni dell’800, che si avviava a passo spedito verso l’industrializzazione e lo sviluppo, e la Sicilia dello stesso periodo ancora feudale ed arretrata?

Nel 1848, a Palermo, affermano il Ciotti ed il La Farina, avviene la consacrazione ufficiale di queste, chiamiamole così, “organizzazioni private di difesa”:

…il governo inabile a perseguitarlo, a coglierlo, a punirlo, scese a patti col delitto: lo usufruttuò. I più matricolati ribaldi, invece del capestro ebbero una divisa, un soldo, talvolta una decorazione e si resero mallevadori della pubblica sicurezza. La plebe dei ladri fu sopraffatta, ma in mezzo allo scadere dell’aristocrazia della nascita sorse fuori l’aristocrazia del delitto riconosciuta, accarezzata ed onorata”. (“I casi di Palermo, 1876)

Vale la pena di notare che, appena qualche anno dopo, a Napoli, don Peppino Garibaldi fece esattamente la stessa cosa: preferì nominare questore quel galantuomo di don Liborio Romano e mise da parte uno come Diomede Marvasi.

Roberto Marvasi, figlio del grande Diomede, nel descrivere la situazione di Napoli nel primo decennio del ‘900 e nel raccontare, in particolare, l’elezione alla Vicaria del socialista rivoluzionario Ettore Ciccotti, (purtroppo -  pure lui – finirà per piegarsi al fascismo) a dispetto del Governo, del prefetto e della camorra, scrive:

Il collegio di Vicaria…fu messo in stato d’assedio, letteralmente bivaccato dalla cavalleria e dai bersaglieri. Vietato il passo non solo agli elettori socialisti, ma a qualunque cittadino non avesse offerta la prova documentale della propria fede monarchica e ministeriale. Il controllo fu esercitato dalla Polizia e dalla camorra, alleatesi per la bisogna. Ai camorristi che l’avevano, fu tolta l’ammonizione, ad altri, detenuti, concessa una grazia. A tutti fu dato il permesso d’armi e, come segno di riconoscimento, la coccarda tricolore…io, in quel giorno, fui tra gli arrestati e poco mancò che non venissi accoppato dai camorristi”. ( da: “Malavita contro Malavita”, Marsiglia, 1928.)

 E allora, chi ha inventato la mafia? A chi ha fatto, fa e farà comodo la mafia?

- “La delinquenza è poliedrica, e non è vero che il mezzogiorno d’Italia ne sia il terreno più prolifico, dal punto di vista di una sua naturale inferiorità. La delinquenza non ha patria. Fiorisce dovunque. La sua internazionalità è assodata dalla sua…umanità. Elementi innumerevoli la formano…” ( Roberto Marvasi, “Malavita contro Malavita, 1928)

La mafia differisce dunque dalla delinquenza. Il Pitrè ne era sicuro.

La mafia non è ne setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino…La mafia è la coscienza del proprio essere, l’esagerato concetto della forza individuale, unica e sola arbitra di ogni contrasto, d’ogni urto di interessi e d’idee; donde l’insofferenza della superiorità e peggio ancora della prepotenza altrui. Il mafioso vuol essere rispettato e rispetta quasi sempre. Se offeso non si rimette alla legge, alla giustizia, ma sa farsi ragione personalmente da se, e quando non ne ha la forza, col mezzo di altri del medesimo sentire di lui”.  (Giuseppe Pitrè “Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano”, vol. II, 1889)

Che strana questa definizione del grande antropologo siciliano, sembra quasi una giustificazione con una punta di malcelato compiacimento. Invece se la si mette a confronto con l’opera dell’americano  Henry David Thoreau, considerato uno dei padri dell’anarchismo individualista, e in particolare con il suo “Walden – Vita nei boschi” del 1854, si può notare come i principi fondamentali siano gli stessi. 

Un’economia fortemente fondata sull’interesse personale, una religione civile formata dal protestantesimo settario ed evangelico, facilmente sostituibile dal fanatismo cattolico, una struttura politica elementare radicata sui principi del volontarismo, un sogno nazionale che incoraggia i singoli a pensare che possano sfuggire alla storia, una letteratura che insiste  sull’agire in prima persona  e sull’azione dell’individuo. 

L’altra opera di Thoreau s’intitola “La disobbedienza civile” e le strade, a questo punto si separano.

Come dice uno dei personaggi di un altro romanzo, che riguarda ben altro contesto, ma  in cui la storia va ugualmente all’indietro (“Il passo del gambero” di Gunter Grass):

“Ho dovuto navigare a lungo. Mi capitò spesso d’imbattermi nel nome della nave maledetta, però senza niente di nuovo o di conclusivo o di definitivo: Ma poi finì peggio di quanto temessi… Non finisce. Non finirà mai”.





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