L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Ytalìa

di Nicola Zitara

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Siderno, 22 dicembre 2006

Forse qualcuno dei lettori de “la Riviera” ricorda che la scorsa settimana ho citato l’ing, Guiducci e il Piano di Sviluppo per la Calabria. Si tratta di un documento complesso e pertanto studiato da pochi. Peraltro nessuno ha mai potuto dire se il Piano fosse buono o cattivo, perché rimase inapplicato nonostante le decine di miliardi spese dallo Stato (al tempo non c’era ancora l’ente regione). 

Lo Stato si prese il Piano, lo pagò e lo buttò nel cestino. Ora, tutti sappiamo che lo Stato è un nome, e nient’altro. Esistono invece gli uomini di carne e ossa che lo governano, ed esistono anche i governati, i sudditi o cittadini, a seconda come si preferisca chiamarli, che formano l’elettorato e prima ancora l’opinione pubblica.

Ma anche l’elettorato e l’opinione pubblica sono creazioni della mente, concetti astratti. Esistono, invece, e concretamente gli interessi di collettività facilmente identificabili: le classi, i ceti, i partiti, la popolazione di una città, di un paese, di una regione. 

Questi gruppi, lobby, ceti, classi, collettività regionali, orientano il risultato elettorale. Premono sull’elettore indistinto affinché si schieri a favore di un interesse di gruppo o contro un interesse di gruppo. 

E’ la cosiddetta democrazia. Nei sistemi nazionali democratici, gli elettori sono orientati dalla comunicazione, dai mass-media (compresa la scuola, che in Italia è il più infedele dei mass-media ed ha il compito di formare i giovani con idee tarate dalla retorica e spesso false, specialmente in materie come la storia, l’economia, il diritto). 

Per dirla in breve i gruppi capitalistici e l’opinione prevalente nelle regioni toscopadane bloccarono la pianificazione regionale calabrese e tutte le altre pianificazioni regionali, che non secondavano i loro interessi (già consolidati), ma avrebbero secondato gli interessi delle popolazioni. 

Si sa che ogni uomo ha degli interessi precisi, fra cui quello di non cedere ad altri una parte di quel che possiede e anche di quel che si ripromette d’avere; cosa per la quale sta lavorando. I mass-media al servizio dei capitalisti toscopadani ebbero buon gioco a propalare l’idea che i costi per sviluppare l’occupazione e la produzione al Sud sarebbero stati sopportati dalle altre popolazioni regionali.

Lo Stato italiano, in astratto, potrebbe non essere contrario agli interessi dei meridionali. Anzi, in astratto, considera i meridionali come cittadini a pari titolo. Chi governa, però, deve tenere conto dell’opinione prevalente, che promana da chi dispone di mezzi adeguati per manipolarla; conseguentemente conforma la sua azione non agli interessi generali ma a quelli particolari.

Lo Stato italiano è perciò un Metà Stato. In 150 anni di vita unitaria ha fatto dell’Italia un Metà grande paese. L’altra metà l’ha data in pascolo abusivo alle indomite fiere della Confindustria.

Il nostro paese esiste e ha una storia a partire da alcuni millenni prima che gli Elleni arrivassero alle sue sponde con una nuova civiltà (la Magna Grecia). Le popolazioni che abitavano la Grecia prima degli Elleni lo chiamarono con molti nomi, di cui uno solo sopravvisse: Ytalìa. 

Questo nome, modificato dalla cadenza latina in Italia, oggi definisce l’intera penisola. Ma ciò è una circostanza accidentale e non un fatto consolidato dalla storia di lungo periodo. La condizione imprescindibile perché il Sud si sviluppi, perché dia lavoro alla sua gente, perché risorga dallo schifo a cui l’Italia unita l’ha portato, è che torni libero e indipendente. 

Riappropriamoci delle nostra vera storia militare, dai Sanniti ai Bruzzi, da Spartaco al Cardinale Ruffo, dai Vespri siciliani a quella lotta per la terra e la libertà dallo straniero velenosamente mistificata come Brigantaggio. 

E con il nostro grande passato militare, riappropriamoci anche del nostro grande passato civile (e socialista, o solidarista che dir si voglia), il quale va dall’istituto giuridico della colonia perpetua e dell’enfiteusi, come rimedio e superamento della rendita feudale, all’Opificio di San Leucio e all’Officina statale di Pietrarsa, come fattori di progresso civile, economico, occupazionale.

Fora …Fora… Fora…





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