L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


Figlia di San Pietro

di Antonia Capria

Siderno, 5 Maggio 2007

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Suo padre era morto da più di sessant’anni, ma la gente continuava a chiamarla ‘a figghia i Sampetru” senza un motivo, per abitudine. Storicamente parlando, in tempi lontani, il defunto Sampetru aveva rinnegato l’idea socialista per paura. Erano tempi tristi per i socialisti. I fascisti picchiavano selvaggiamente gli oppositori che più si esponevano, e riservavano un colmo bicchiere di olio di ricino ai testardi di basso rango politico. Poi, quando Mussolini arrivò a Roma, per gli avversari ci fu anche il carcere. Sampetru non resse, si piegò e rinnegò la sua fede, tale quale aveva fatto con il Nazareno il pescatore Simon Pietro, cosicché, nelle loro chiacchiere a bassa voce, i compagni presero a usare il nomignolo per non citare il vero nome.

Quando Sampetru prese moglie, la sua famiglia divenne la famiglia i Sampetru, e i suoi figli furono i figli i Sampetru.

Passarono i decenni, Sampetru lasciò questa terra, subito dopo dipartì anche la moglie, i due figli maschi, imbarcati su navi oceaniche, si stabilirono a Genova. Nella casupola avita rimase soltanto la figlia, prematura vedova di un altro marittimo e madre di due figli, anch’essi emigranti senza nostalgia per la terra natia e dimentichi della madre.

Tuttavia ‘a figghia i Sampetru non mostrava amarezza. Aveva la casetta, cento metri d’orto, dieci galline, una capra, cinque gatti, un canarino in gabbia, che amava in modo paritario, e una pensione sociale per campare e pagare la tassa sui rifiuti urbani, le bollette dell’acqua e della luce, e il eanone Rai. Stava lì perché, come spiegano i filosofi esistenzialisti, gli esseri umani vivono fin quando non muoiono.

Benché appellata quale figlia di un santo, la nostra non frequentava granché la chiesa. In effetti aveva abbracciato la fede che suo padre aveva rinnegato e nei periodi elettorali andava ad ascoltare i comizi dei candidati comunisti, a favore dei quali votò regolarmente finché il sindaco comunista del paese non la spinse a perdere la fede.

Volendo il Comune aprire in paese una nuova strada, il sindaco la convocò e le propose l’acquisto della casetta. Lei protestò energicamente affermando che da là sarebbe uscita soltanto con i piedi avanti, il giorno che Dio aveva stabilito. Alla sua resistenza, l’amministrazione comunale rispose con un decreto d’esproprio, costringendola a mettersi nelle mani dell’avvocato Gianni Geracitano. Intanto arrivò l’anno delle elezioni, l’avvocato Geracitano, democristaino e futuro assessore in caso di vittoria democristiana, la presentò al candidato sindaco, ingegner Santo Magnifico, e gli espose il caso. Entrambi promisero che avrebbero abbandonato l’idea di fare una strada espropriandole la casa.

Come suo padre, anche ‘a Figghia i Sampetru tradì la sua idea e votò democristiano. Ma la cattiva azione non le fece giustizia, il decreto d’esproprio andò avanti e lei dovette lasciare la casa con le sue gambe.





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