L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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L’ambasciatore Vitetti e la ‘ndragheta

di Antonia Capria

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Siderno, 7 Marzo 2006

Peppe Errigo è stata una delle amicizie di famiglia e quotidiane frequentazioni a partire dagli anni della mia esistenza a Siderno, come peraltro Sergio Lupis e come l’inguaribile dissidio fra i due, uno per la rivoluzione democratica e costituzionale e l’altro per la rivoluzione anarchica e nient’affatto costituzionale. Finché la caduta del muro di Berlino non ammansì l’uno e acquietò l’altro.

La nostra abitazione (dico nostra fin quando le banche milanesi non se la prenderanno) è una vecchia casa colonica venutaci in eredità dalla madre di mio marito. Essendo antica, il portone guarda a mezzogiorno. A un certo punto, però, fu coperto il vallone e creata una pubblica via sul lato a settentrione. Insomma, con il nuovo ingresso, la persona che si dirige al portone deve girare intorno alla casa. E’ un percorso di otto o dieci metri, che Peppe faceva declamando. Le sue declamazioni non erano, però, i versi di grandi poeti, di scrittori illustri o di famosi autori di teatro, e neppure frasi dei più celebri discorsi di Togliatti, ma riguardavano i santi del Paradiso, equamente maltrattati, fino alla botta finale che era sparata sul mucchio, appunto il 1° Novembre.

Come suo zio Mimmo Gentile, anche Peppe Errigo nascondeva la sua sostanziale timidezza con un eloquio teatrale.

Perché venisse appellato “Babù” me lo spiegò lui stesso una volta, ma non lo ricordo più. Prima di scrivere ho interpellato a riguardo anche mio marito, che di Siderno pare ne sappia più dello storico Prati, ma anche lui ha un deficit di memoria. “Sì… ma era una cosa di famiglia, credo riguardasse don Angelo, suo padre, però non mi ricordo cosa significhi…”

A parte i santi, il mondo che Peppe conosceva non era quello della Bibbia, con Adamo ed Eva, il serpente, la mela e la foglia di fico, ma la politica e i compagni di “Partito”, il quale partito era ovviamente il partito comunista. Il locale messia del partito comunista era l’avvocato Gentile, mentre il diavolo si chiamava Vito Papaluca. Ho ripreso in mano un libro dell’indimenticabile amico. “Il Partito Comunista Jonico dal Congresso di Livorno alla nascita del P.D. S.”, ma ne ho tratto scarsi lumi: una sola pagina a riguardo. Cerco di rappresentarmi il nefasto Vito Papaluca, che non ho mai conosciuto. Mio marito armeggia con la memoria per buoni cinque minuti, poi tira giù dall’alto di una libreria un raccoglitore per atti, quelli che riempiono gli scaffali nelle segreterie scolastiche. Viene fuori di tutto, principalmente la polvere che copre le carte archiviate, ma non quello che egli cerca. “Scrisse un opuscolo sulla strategia militare italiana nella terza guerra d’indipendenza. Ce l’avevo…chissà dove è finito?… Era un anziano cugino di Mimmo Cundari, un egregio e dotto professore di storia e d’italiano negli istituti tecnici. Fu anche preside del nostro istituto tecnico. Prima credo insegnasse a Roma. A Siderno veniva soltanto d’estate. Quando tornò a vivere stabilmente a Siderno venne ad abitare in Piazza Portosalvo, vicino al passaggio a livello… Era amico di famiglia…Sì, certo, come diceva Peppe, non era comunista e in vecchiaia non era più quello di prima….Insomma …. ”

Insiste Peppe: “Fece tutta la campagna elettorale con un binocolo e una macchina fotografica appesi al collo, come se fosse un ufficiale prussiano.” Vito Papaluca fu candidato al senato per il PCI nel 1956, come risulta dal libro citato.

In verità, a quattr’occhi, Peppe conversatore non era altrettanto cauto di Peppe scrittore. “Sti strunzi futtiru a ziuma Peppi.” Gli stronzi erano i dirigenti reggini del PCI e lo zio, Peppe Gentile. “Con zio Peppe, Vitetti non avrebbe preso un solo voto.”

La domanda che il lettore si porrà è: ma chi era questo Vitetti? Leggo e riassumo. Leonardo Vitetti era ambasciatore e il consigliere in politica estera del presidente del consiglio, Amintore Fanfani. Era nato a Locri, ma quando nel 1956 venne candidato al Senato nella Democrazia Cristiana per il Collegio di Locri, qui era un perfetto sconosciuto. Però aveva molti soldi (sicuramente tutti nostri) e pochi scrupoli, cosicché ingaggio un vasto entourage elettorale, fra cui il più accorsato penalista e il più autorevole boss della locride. 

Secondo gli storici citati, il boss ebbe due milioni di lire in cambio di mille voti e l’avvocato quindici per la sua bella presenza. Né Papaluca né Vitetti furono eletti. Secondo Peppe lo sarebbe stato Gentile, se il PCI non avesse avuto paura di un candidato abituato a ragionare con la sua testa e incline a dire quello che pensava, e magari a disubbidire ai compagni di federazione. E sarebbe stato eletto anche Vitetti se, invece di spendere tanto in avvocati, avesse speso qualcosa in più a favore di un boss che sapeva rispettare i contratti.




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