L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Storia e retorica

di Antonia Capria

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Siderno, 5 Marzo 2005

Ogni Stato, anche il migliore del mondo, l’Atene di Pericle o la Roma di Cincinnato, si giustifica agli occhi dei contemporanei con la retorica. Ovviamente, non solo con la retorica, anche con i fatti. Solo che i fatti positivi, ascrivibili a merito di un certo Stato in un dato momento, non sono considerati tali da tutti i contemporanei. Per continuare nell’esempio: non solo dai nemici di Atene o di Roma, ma anche da una gran numero di ateniesi o di romani.

Peggio ancora accade con la retorica ex post. Andiamo al caso concreto, così non ci intrappoliamo nelle parole.  Massimo Salvadori, professore universitario di storia (credo contemporanea), è un gramsciano rosato (non rosso) e nazionale, o nazionalitario come qualcuno dice, insomma italiano.

Un italiano vero, di quella parte d’Italia che ha goduto del Rinascimento e del Risorgimento. Per meglio dire, un non meridionale, non so di nascita o solo d’elezione. Un suo libro sulla questione meridionale ebbe, quarant’anni fa, un gran successo di pubblico.

Un corsivo a sua firma, su ‘la Repubblica’ del 27 febbraio u.s., ha attratto la mia attenzione proprio per merito di quel successo. L’autore tratta il tema della retorica nazionale. Naturalmente non la chiama retorica, ma ‘memoria condivisa’ o anche, ma con qualche cautela, ‘valori’. Fermiamoci all’espressione ‘memoria condivisa’, e oggettiviamola in quattro passaggi della storia d’Italia, tre dei quali ricordati dall’Autore, più uno aggiuntivo, d’attualità per noi meridionali.

Primo passaggio. L’assassinio di Matteotti ad opera di una banda di fascisti confrontato con Mussolini appeso per i piedi a Piazzale Loreto. Concetto erroneo, surrettizio. Si tratta di un confronto impossibile nei valori dei posteri. Matteotti è un eroe che supera l’Italia. E’ uno come Caio Gracco, Spartaco, Rosa Luxemburg. Non suggerisce l’idea d’Italia, ma l’idea di dignità umana. Neanche Mussolini suggerisce l’idea d’Italia, ma l’idea che la democrazia sia una pagliacciata: o democratica o plutocratica.

Secondo passaggio. La resistenza. L’antifascismo dei nostri giornali non è la negazione del passato, ma la retorica del presente. Il richiamare la resistenza serve ad avallare il sistema partitocratico che governa l’Italia, o meglio, che l’ha governata fino a quando i nuovi ricchi, i ‘cavalieri’, sono insorti contro i ‘senatori’ monopolistici.    

Per noi meridionali, la resistenza è un evento e non un sentimento. Una cosa accaduta in un luogo diverso dal nostro e in un tempo del passato remoto. E’ una liturgia nazionale, un’icona dinanzi a cui accendere qualche candela votiva in occasione dei riti politico-elettorali. Quindi è retorica collegata al sistema vigente e alla sua classe politica. Niente che somigli a una ‘memoria condivisa’. Invece,  fino a vent’anni fa, era memoria condivisa il fascismo, che qui non ricordava l’occupazione tedesca e la lotta popolare per liberarsene, ma lo Stato e l’ordine, le gerarchie politiche e la loro funzione repressiva.

Ovviamente questa ‘memoria’ aveva una valenza antidemocratica (del tutto simile, oggi, al  lumbardismo), ma la sua presenza al Sud è evaporata a partire dagli anni settanta. Oggi, il collegamento clientelare tra spesa pubblica e democrazia elettorale privilegia la memoria ‘condivisa’ dei notabili locali che contavano al tempo dell’assistenzialismo politico, assieme alla memoria ‘condivisa’ dei grandi capimafia.  

 

Terzo passaggio. Le foibe. Al Sud, solo chi vi ha perduto dei congiunti (come il sottoscritto) ha ‘memoria’ di quell’evento. Quei pochi che ne hanno una conoscenza libresca (gli spettatori del film recentemente dato in televisione stanno fuori da queste osservazioni) emettono dei verdetti razionali (non sentimentali) che appaiono fortemente condizionati dalle loro inclinazioni: o nazionaliste, o costituzionali e partitocratiche. Siccome l’argomento è rimasto fuori dai libri scolastici di storia, le foibe non partecipano a quella retorica che altrove accende ceri votivi, oppositivamente  per i partigiani d’Italia o per la divisione Julia.

Quarto passaggio aggiuntivo. La storia negata. L’idea di patria, cioè la retorica dell’unità d’Italia, è diventata popolare (anche fra i fautori dell’internazionalismo proletario)  con la prima guerra mondiale e con la diffusione della scuola elementare di Stato. In questa retorica, il Sud indipendente (detto comunemente borbonico) è l’esatto contrario, la negazione dell’idea di patria comune degli italiani.

Tutto ciò che non è stato coerente e funzionale all’unità o è stato cancellato, sorvolato, soppresso, o, se ricordato, è per considerarlo negativamente. La palese (e stampata) negatività del Sud  porta i meridionali ad avere una ‘memoria storica’ negativa di se stessi. Sono figli di traditori, di nemici dell’idea santa di patria; sono degli italiani per carità altrui e per grazia ricevuta da Garibaldi, Vittorio o Camillo Benzo.        

Ora, i meridionali sono molto più numerosi dei dalmati e dagli istriani. Se i figli dei 250/300 mila veneziani della sponda orientale, rifugiatisi in Italia per salvare la loro dignità personale e la loro stessa vita,  rivendicano il riconoscimento del loro ‘memoria storica’, perché mai 20 milioni di meridionali non dovrebbero fare la stessa cosa? 

I meridionali non conoscono la loro ‘memoria storica’, ma la sentono. In luogo di Ferdinado II o del Cavaliere Medici, di cui ignorano tutto, anche il fatto che ci sono stati, celebrano il peperocino rosso, il pane di Cerignola o i carretti siciliani. I settentrionali hanno dei fratelli che, se tutto va bene, condividono le memorie altrui, e che, se tutto va male, celebrano Salvatore Giuliano e da qui a non molto celebreranno  Totò Riina.

Il professor Salvadori dovrà ammettere che si tratta di una situazione insolita e – a volerla dire tutta – inquinata.  Le false memorie non costruiscono una coscienza civile. Forse le vere memorie potrebbero farlo. Pertanto, con la giusta umiltà che ogni uomo di scienza deve avere, perché il professor Salvadori non  riprende quel suo libro giovanile e non lo riscrive, raccontandoci,  non quel che dissero i grandi meridionalisti, ma quel che non osarono dire, per non evocare fantasmi?   


Antologia all’inverso di A.C. Zini



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