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Antologia inversa

Gaetano Salvemini - Antologia inversa a cura di A.C. Zini


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Siderno, 10 novembre 2005

Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti appartenevano alla stessa generazione. La loro presenza sulla scena culturale e politica fu coeva. Nitti era un economista liberale, particolarmente esperto in politica economica. Ministro per i rifornimenti durante la Prima Guerra Mondiale, fu subito dopo presidente del consiglio. Si deve a lui il primo intervento a favore dell’industrializzazione del Mezzogiorno (legge per Napoli del 1902). Il gruppo di lavoro che egli formò, ebbe in appresso, durante il fascismo,  il compito di salvare l’Italia dal fallimento del sistema bancario e di quello industriale (IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale). Precedette l’emigrazione antifascista e insegnò in America e in Inghilterra.

Gaetano Salvemini era uno storico, in una prima fase di idee marxiste. Tra il 1898 e il 1911 fu il massimo esponente meridionale in seno al Partito Socialista. Le sue idee sulla democrazia meridionale furono riprese un quindicennio dopo da Antonio Gramsci. Nel Partito Socialista, Salvemini fu il grande oppositore di Turati e del socialismo ‘municipale’  emiliano, di cui egli denunziò la convergenza con il partito nordista di Giovanni Giolitti.

Si distaccò dal partito nel 1911, dopo aver contribuito alla caduta di Turati. Subito dopo fondò il settimanale ‘L’Unità’. Fu interventista nella Guerra Mondiale e grande amico di Cesare Battisti. Perseguitato dal fascismo, si rifugiò prima in Inghilterra e poi in America, dove insegnò all’università di Harvard.     



Di Salvemini vengono riportati due passi tratti da:

Lucchese, Salvatore, Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini. Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004, pp. 260, € 15,00

[ ... ] Ogni giorno che passa diventa sempre più vivo in me il dubbio, se non sia il caso di solennizzare il cinquantennio [dell'Unità] lanciando nel Mezzogiorno la formula della separazione politica. A che scopo continuare con questa unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d'America per le industrie del Nord, e a fornire collegi elettorali ai Chiaraviglio del Nord; e in cui non possiamo attenderci nessun aiuto serio né dai partiti conservatori, né dalla democrazia del Nord, nel nostro penoso lavoro di resurrezione, anzi tutti lavorano a deprimerci più e a render più difficile il nostro lavoro? Perché non facciamo due stati distinti? Una buona barriera doganale al Tronto e al Carigliano. Voi si consumate le vostre cotonate sul luogo. Noi vendiamo i nostri prodotti agricoli agli inglesi, e comperiamo i loro prodotti industriali a metà prezzo. In cinquant'anni, abbandonati a noi, diventiamo un altro popolo. E se non siamo capaci di governarci da noi, ci daremo in colonia agli inglesi, i quali è sperabile ci amministrino almeno come amministrano l'Egitto, e certo ci tratteranno meglio che non ci abbiano trattato nei cinquant'anni passati i partiti conservatori, che non si dispongano a trattarci nei prossimi cinquant'anni i cosiddetti democratici». Cfr. Lettera di G. Salvemini ad A. Schiavi, Pisa 16 marzo 1911, in C. Salvemini, Carteggi, I. 1895-1911, cit., pp. 478-81.

***

 Nel vagone, che ci conduceva verso Bari, c'eravamo mia madre, io che avevo quattordici anni - e, fra gli altri signori, un Piemontese figlio di un capostazione, e un altro settentrionale.

- Postacci, - diceva il Piemontese; - creda pure che qui non ci si vive; beato lei che ritorna nel Nord. Qui aria cattiva, acqua pessima, dialetto incomprensibile che par turco, popolazione ignorante, superstiziosa, barbara...

- Ma non siamo mica barbari, - interruppi io, - quando ci rubate i nostri quattr...

Un atroce pizzicotto materno mi richiamò a più miti consigli.

lo ero proprio convinto che quel Piemontese, il quale ci chiamava «barbari», ci rubava i nostri quattrini. Perché avevo questa convinzione? chi me lo aveva detto? quali elementi si erano a poco a poco accumulati nella mia coscienza quattordicenne per dar corpo a una opinione di quel genere?

Non saprei dirlo con sicurezza.

Certo vi avevano contribuito le querimonie di un mio zio borbonico, il quale ripeteva spesso e volentieri, ad ogni scadenza dei bimestre delle tasse, le parole di Francesco Il: «I Piemontesi vi lasceranno solo gli occhi per piangere»; vi avevano contribuito l'osservazione da me fatta sulla carta geografica dell'Italia che le ferrovie erano più numerose al Nord che al Sud, i racconti confusi e sbiaditi delle prepotenze che gli ufficiali piemontesi avevano commesso nei nostri paesi nel'60.

Di queste nozioni indeterminate e incoerenti, forse di qualche altro discorso, di cui non è rimasto più alcun ricordo nella mia mente, era materiata la mia convinzione.

Se il pizzicotto materno non mi avesse interdetto la discussione, e quel giovane Piemontese mi avesse domandato ragione della mia accusa, io non avrei saputo dir nulla; ma sarei rimasto egualmente fermo nella convinzione che i Settentrionali ci succhiavano il sangue, ci sfruttavano come bestie e per giunta ci chiamavano barbari.

Questo stato d'animo, nel quale io mi trovavo a quattordici anni, era ed è lo stato d'animo dei novantanove centesimi dei meridionali, di tutti i partiti: un sordo rancore verso quelli del Nord, una coscienza indeterminata e profonda di esser vittime della loro rapacità e prepotenza, una amara avversione, acuita di tanto in tanto dai segni di disprezzo, che dal Nord ci vengono, il desiderio ardente di farla finita una buona volta con questa situazione subordinata e disprezzata. Per dimostrare fino a che punto le idee antisettentrionali filtrano anche nelle menti, che dovrebbero essere più refrattarie – nelle menti dei socialisti - mi basterà ricordare le proteste astiose e sospettose, che vennero dai giornali e dai circoli del Sud, quando un compagno - per fortuna meridionale - sostenne che il giornale quotidiano del partito doveva pubblicarsi a Milano e non a Roma; le accuse che i compagni meridionali non si stancano mai di muovere al partito, che, secondo essi, si occupa solo del Nord e trascura il Sud; la ostilità, a volte sorda, a volte palese, che c'è fino nel nostro Consiglio nazionale [del PSI] fra i rappresentanti del Sud e quelli del Nord. E questi sentimenti – intendiamoci -in buona parte non sono che troppo giustificati dal contegno dei settentrionali, i quali non sanno che manifestare verso i compagni del Sud a volte del disprezzo, a volte del compatimento, non meno umiliante del disprezzo.

Perché è un fatto innegabile che, se i meridionali detestano i settentrionali, questi ripagano di egual, ed anche migliore, moneta gli altri. E' opinione diffusissima nel Nord che il Sud paghi molto meno tasse del Nord e goda di tutti i favori del governo: è un parassita che dà poco e prende molto.

Lo sfruttamento economico è accompagnato dalla corruzione politica, della quale il Sud è la inesauribile sentina. Un corrispondente vuol dare al suo giornale un'idea della corruzione elettorale del suo collegio? non mancherà di scrivere, per dare un'idea sintetica della situazione:

«Pareva di essere nel Mezzogiorno». Un sottoprefetto o un delegato fanno i prepotenti? gli si dice subito: «Caro lei, crede forse di essere nel Mezzogiorno?» […]

 […] uno scrittore moderato meridionale non può non essere peggiore di uno scrittore moderato settentrionale; le due idee: «plebe» e «meridionale» sono inseparabili; nel Nord di plebe non ce n'è; o se ce n'è, è plebe per bene, è plebe... settentrionale.

Un Romagnolo, col quale sono stretto da calda amicizia, credette una volta di farmi un gran complimento, dicendomi: «Pare impossibile che tu sia meridionale» Ergisto Bezzi, ottimo cuore di repubblicano e di cittadino, che fu aiutante di campo di Garibaldi nella spedizione di Sicilia e di Napoli, mi diceva un anno fa:

«Il mio più gran rimorso è quello di aver accompagnato Garibaldi nel Sud; il Sud doveva rimanere ancora sotto i Borboni».

Un fraterno augurio, che io ho sentito molto spesso fare dai settentrionali ai meridionali, è che le acque del mare coprano tutta l'Italia da Roma in giù.

I nordici disprezzano, come dicon essi, i sudici; e i sudici detestano con tutta l'anima i nordici; ecco il prodotto di quarant'anni d'unità.

Questo non impedisce naturalmente che nelle relazioni, diciam così, ufficiali fra le due sezioni del paese scorrano fiumi di fratellanza latte e miele; più profondo anzi si scava l'abisso fra Nord e Sud, i discorsi degli uomini politici e gli articoli dei giornaloni settentrionali traboccano di saluti alle terre del sole e di proteste di solida - pei figli prediletti della patria; e in compenso volano dal Sud verso il Nord applausi e auguri ai fratelli iniziatori del nostro - ahi! – Risorgimento. […]

Ma anche quei meridionalisti onesti e sinceri, i quali pur riconoscono l'inferiorità del loro paese, di fronte al disprezzo umiliante e irritante, che traspira da ogni riga scritta nel Nord, finiscono spesso col perdere la pazienza, e si sentono fervere il sangue nelle vene, e

provano una gran voglia di dar ragione ai rettili della stampa latifondista e camorrista.

Fra i giornalisti e gli uomini politici settentrionali, poi, non credo che arrivino a due quelli che conoscono bene le condizioni del Mezzogiorno, e le giudichino serenamente e senza pregiudizi. Specialmente la stampa democratica dà a questo proposito uno spettacolo compassionevole […]

[…] ma, quando avete fatto la descrizione più nera della corruzione meridionale, a che scopo volete arrivare? che cosa vi proponete di fare?

Il vostro disprezzo non è purtroppo che in gran parte giustificato, ma disprezzare non basta; un rimedio, bene e male, bisogna trovarlo. Ora, chi fra i settentrionali pensa ad alcun rimedio, all'infuori del solito augurio che il mare ricopra le terre da Roma in giù?

[…]

Sotto questo punto di vista, il meglio, che i conservatori possano desiderare dal Mezzogiorno, è che se ne stia tranquillo e non si muova; il can che dorme, lascialo dormire.

Il regionalismo si presta invece molto bene allo scopo: bisogna approfittare dell'ostilità, che i meridionali di tuffi i partiti sentono acuta verso i settentrionali, bisogna far leva sugli interessi regionali, trasformando la lotta fra democrazia e reazione in lotta fra Nord e Sud.

Distratti dal miraggio di scuotere l'oppressione dei settentrionali, gli stessi democratici e socialisti del Sud - la cui coscienza politica è purtroppo appena in via di formazione - dovranno unirsi ai conservatori meridionali; i conservatori del Nord, sbattuti dalla montante marca democratica, si aggrapperanno al Mezzogiorno come all'ultima ancora di salvezza, sacrificando magari gli interessi del Nord pur di salvare la propria esistenza.

Sarà una nuova unità a profitto del Sud, che comincerà a sfruttare il Nord. Ma che importa?

il «porro unum necessarium» è che si salvino le istituzioni, cioè che si salvi l'attuale impalcatura politica amministrativa, condizione indispensabile al predominio delle consorterie conservatrici del Nord e del Sud.

[…] In quest'ambiente, pieno di diffidenze e di recriminazioni, di ostilità e di disprezzi, è uscito il recente libro di F. S. Nitti, intitolato Nord e Sud, Prime linee di una inchiesta sulla ripartízíone territoriale delle entrate e delle spese dello Stato in Italia (Torino 1900).

Questo libro dice molte verità, che è bene sieno conosciute specialmente nel Nord; ma ne trascura molte altre, che meritano di esser conosciute non meno delle prime.

Può fare molto bene ai partiti popolari, se questi non lo lasciano passare inosservato e se sanno attingere in esso la loro linea di condotta di fronte alla questione meridionale.

Contribuirà invece potentemente alla formazione definitiva di un movimento antinordico nel Mezzogiorno, e preparerà un magnifico campo d'azione ai partiti reazionari, se la democrazia del Nord si disinteresserà della questione, lasciandone, come ha fatto finora, il monopolio agli Scarfogli più o meno bacati della stampa del Mezzodí.

Ho detto che il libro del Nitti dice molte verità, che è bene sieno conosciute specialmente nel Nord e, aggiungo, specialmente dai partiti democratici del Nord. Esso infatti distrugge, in base a dati inconfutabili, la leggenda che il Sud sfrutti il Nord, e dimostra che, nella famigerata unità mazziniana-cavouriana, gl'interessi del Sud sono stati fin dai prirni tempi e sono ogni giorno sacrificati agl'interessi del Nord.



Cfr Gaetano Salvemini, "Federalismo, socialismo e questione meridionale” pp. 131-136 in

Lucchese, Salvatore, Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini. Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004, pp. 260, € 15,00






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