L'unitā d'Italia č una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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La cabala bancaria

di Nicola Zitara

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Siderno, 8 Febbraio 2004

Fu l'ingegner Giuseppe Primerano, al tempo del Gazzettino del Jonio (anni Sessanta), a darmi le prime nozioni sulla Cabala bancaria. La Calabria inneggia sempre a qualcuno. Lo fa immancabilmente in onore di celebri scafessi. Dimentica invece - immancabilmente - chi ha dato e fatto tanto per lei, e sicuramente avrebbe dato e fatto di più, se i sicofanti della grande industria padana non glielo avessero impedito. Sic transit gloria Cabriae. Quando si pensa che la Regione è guidata da un Chiaravalloti, il quale non vede e non sente, e capisce soltanto il dialetto milanese quando a parlarlo è Roberto Formigoni, si è detto tutto.

La spiegazione del disastro meridionale è scritta interamente in questo libro esoterico; un libro che fino a due mesi fa era come Cassandra, che vedeva i futuri lutti, ma nessuno le credeva. Adesso è tutto cambiato. Il libro è aperto e sta sotto gli occhi del mondo per merito del Cavalier Calisto Tanzi, che prima d'imbrogliare gli altri, ha imbrogliato se stesso. Personalmente m'inchino al magistero e mi dichiaro riconoscente.

Ove mai capitasse al mio paese, lo inviterò a pranzo. Sono più di quarant'anni che Primerano e io cerchiamo di spiegare ai meridionali - senza riuscirci - il perché e il percome l'avversario vero delle popolazioni meridionali sono le banche italiane, le quali sono sempre e comunque padane anche quando inalberano un'insegna meridionale. Infatti il magistero nordista viene tenuto dalla Banca d'Italia che, sebbene stia di casa a Roma, in Via Nazionale, è come se stesse fra le nebbie stabili e l'inquinamento indissolvibile di Milano, Torino, Brescia e Venezia.

Ma dov'è l'arcano che ne fa una fregami- piano? I soldi che, in questo stesso momento, ciascun lettore ha in tasca, sono un puro e semplice trucco, un trucco politico, nato con il capitalismo industriale e perfezionatosi nel corso degli ultimi centocinquant'anni. Certo, se tiro dalla tasca 3,30 euro, il mio tabaccaio mi dà un pacchetto di Marlboro e, se i 3,30 euro non ce l'ho, non fumo.

Qualcuno ha lavorato a fabbricare le sigarette, dal canto mio ho lavorato a un'altra cosa, o ho riscosso un credito per il lavoro fatto svolto in età lavoratoiva. Inutile dirlo, i soldi sono lavoro. Quantomeno, se non ci fosse il lavoro, non ci sarebbero i soldi. Se considerati nella loro esplicazione pura, essi misurano il lavoro, la fatica di ciascuno di noi. Il mio lavoro e il lavoro di un altro s'incontrano e possono facilmente scambiare i loro risultati, perché la moneta misura il valore del lavoro, lo raffigura e lo incorpora. Non è che un metro, diviso in miliardi, milioni, migliaia, centinaia, decine, unità, centesimi.

Il valore che la moneta contiene, e che permette gli scambi, non viene dalla banca centrale (direttamente o attraverso un'altra banca o l'ufficio postale) che paga un debito o fa un prestito o acquista qualcosa sborsando le sue banconote. Il danaro bancario è zero, una pura invenzione, un gioco di prestigio.

Difatti, finché le banconote sono nei sotterranei del Poligrafico dello Stato, o presso il tipografo che le stampa, o nella cassaforte della predetta banca, altro non sono che carta stampata (a volte con grazia, come le vecchie lire, a volte senza alcuna grazia, come gli euro). Esse acquistano valore quando arrivano a un privato, allorché ci entrano in tasca o ci vengono accreditati su un conto bancario.

La banca centrale non vende pane, pasta, formaggi, salumi, arance, pomodori, scarpe, abbigliamento, etc. Non paga mai i suoi debiti in natura (con beni fisici). Paga soltanto con carta. Mettiamo che io possieda un palazzo con dieci appartamenti e che ogni primo mese visiti gli inquilini e riscuota l'affitto.

Mettiamo ancora che il primo giorno di un mese qualunque riscuota 5000 euro e me li metta in tasca. In quel momento io ho in tasca il lavoro di dieci padri e dieci madri di famiglia, raffigurato in banconote. Questi santini monetari, raffigurativi del mio lavoro, io li trasformo in imposte, in consumi, in risparmio, in divertimento, in cartelle del SuperEnalotto, in vacanze, etc.

La banca centrale non si limita a fornire ai cittadini il medio circolante, in modo che possano effettuare gli scambi, che ormai sono vitali in una situazione di generalizzata divisione del lavoro. Se, dovunque, le banche centrali volessero soddisfare soltanto l'esigenza di rendere agevoli gli scambi, saremmo ancora alle monete d'oro e d'argento.

L'enfasi su tale esigenza, trascritta nei testi universitari onde educare dei soldatini votati al patrio amor cartaceo, è volta a nascondere, in primo luogo, un credito del lavoratore alla banca emittente e, in secondo luogo, la voglia di fregargli quello stesso credito mediante la costante svalutazione della carta. In effetti le banche centrali sono nate per mettere in circolazione santini di carta, a cui una legge di ciascuno Stato conferisce corso legale; la cosa significa che nessun cittadino può rifiutare la banconota che gli sia data in pagamento.

Di solito le banche centrali hanno una riserva, un tesoro costituito da valuta estera o da metalli preziosi in lingotti. Ma si tratta di poca cosa, quanto basta perché la banca riscuota fiducia all'estero. All'interno della nazione la riserva non viene toccata, non serve a niente. Se venisse usata, la banca centrale tradirebbe se stesa.

In Italia non mi risulta che sia stata mai impiegata a favore dei cittadini. In effetti, le banche centrali creano moneta cartacea per assorbire, drenare, giorno per giorno, una quota della nostra fatica a favore dello Stato, del sistema industriale e degli speculatori finanziari.

Se partiamo dall'esperienza personale, la cosa diventa evidente. Il valore delle banconote è alquanto mutevole, come tutti sanno, e meglio di tutti i vecchi. Infatti, prima della guerra, quando ero un ragazzino, un chilo di pane costava soltanto una lira, mentre oggi costa più di 2000 ex Lire.

E' proprio questa volatilità, questa volubilità della banconota, questa secolare, interminabile svalutazione monetaria, ad attestare il nessun valore della banconota prima dell'immissione nella circolazione. Provate a pensare, e poi datevi una risposta: il pane che io ho mangiato oggi (lo stesso del vostro) vale veramente duemila volte di più del pane che mangiavo nel 1935? E se la risposta è, come immagino un no, allora qualcuno si è fregate le lire 1.999 di differenza.

Mi spiego meglio. Nel corso di settant'anni io ho pagato a qualcuno una tassa occulta, pari complessivamente a lire duemila per ogni lira (una) che avevo in tasca nel 1935. La cosa è identica per chi succede a un defunto. Dal momento dell'unità d'Italia a oggi, nel succedersi delle generazioni, la tassa è stata di lire 10.000 per ogni lira posseduta dal nostro avo nel 1860.

Chi si è fregati tutti questi soldi, una cifra incalcolabile se moltiplicata per circa sessanta milioni di italiani? Sicuramente non la banca centrale d'emissione. La quale, in quanto banca, non mangia e non beve. Al massimo qualche palazzo. E neppure i suoi impiegati, perché se ciò fosse avvenuto, Ciampi, ex governatore della banca centrale italiana, sarebbe più ricco di Creso, il mitico re di Lydia che, secondo la leggenda, avrebbe inventato le monete d'oro.

E neppure i suoi azionisti, per i quali vale lo stesso discorso degli impiegati.

Allora chi se li è mangiati?

Se li sono mangiati coloro che li hanno presi in prestito, indipendentemente dal fatto se li abbiano restituiti o no.

Vediamo.

 

La cabala bancaria

 

 

Il primo malopagatore è lo Stato. Lo Stato s'indebita con i privati (nazionali e stranieri) attraverso il Debito pubblico e i Buoni del tesoro, i Bot. Mettiamo che emetta titoli per un miliardo. Quando i titoli arrivano a scadenza non ha, però, il miliardo necessario a pagare. Allora si rivolge alla banca centrale, alla quale consegna un altro miliardo di titoli. La banca stampa un miliardo di banconote e gliele dà. Prima c'era un miliardo di banconote in circolazione, adesso ce ne sono due.

La conseguenza immancabile del raddoppio della moneta è che i prezzi raddoppiano. Ciò che prima costava Uno, adesso, essendoci il doppio dei soldi in circolazione (quelli pagati dallo Stato per il rimborso dei titoli) costa Due. Come la risacca dell'onda marina, che trascina a largo ciò che adagiato sulla riva, così la banconota si è portato via metà del valore del mio lavoro.

Ma c'è dell'altro. Provocando l'emissione di carta, lo Stato ha anche dimezzato il suo debito effettivo. Infatti paga, sì, l'ammontare di un miliardo di debiti con un miliardo, però chi per esempio riceva 100 euro, adesso compra ciò che prima comprava con 50 euro.

Nella non lunga storia dell'Italia unita, lo Stato ha incassato un'imposta invisibile pari al 35/40 per certo della secolare svalutazione. Tutti i giorni, ogni santo giorno, a ogni scambio monetario, tutti gli italiani pagano, oltre alle imposte dichiarate, un'imposta nascosta pari alla svalutazione in corso. Il resto, circa il sessanta per cento, se lo sono mangiano le grandi aziende industriali.

Ed è qui il clou dell'articolo. La banca centrale non è un'azienda che lavora per se stessa. Senza dubbio alcuno è più efficiente servitore del gruppo capitalistico dirigente. Cioè, non il capitalismo astratto, ma i capitalisti in servizio attivo in un dato momento, ai quali fornisce la restante quota della svalutazione totale.

E andiamo a loro, ai grandi intrallazzisti d'Italia, ai padroni dei quotidiani maggiori, quelli che per soli 0,90 centesimi ci danno quaranta/cinquanta pagine scritte a regola d'arte e stampate con eguale padronanza del mestiere. La base economica di una grande industria è il capitale azionario.

Poniamo la Fiat, che nasce con 800.000 lire di capitale, suddiviso in 800 azioni da lire 1000 cadauna. Subito dopo i fondatori decidono l'aumento di capitale a quattro milioni e si affrettano a portare in banca i titoli freschi di stampa, affinché essa provveda a collocarli fra il pubblico, mercé un premio, che a volte è consistente, perché dura è la fatica di convincere la gente a farsi alleggerire.

Di regola la banca colloca i titoli, ma se per caso non li collocata tutti, li porta alla banca centrale d'emissione a garanzia di un prestito di carta stampata. Ovviamente, a ogni anticipazione, nuova carta entra in circolazione. La maggiore circolazione produce invariabilmente svalutazione del circolante cartaceo. Chi ha sottoscritto un'azione da lire 1000, ha sempre in mano 1000 lire nominali, ma di valore ogni giorno minore, e fino a che non vale più niente, o quasi.

Noi vediamo, però, un corso delle azioni in salita secolare. Ed è qui l'inganno, o se vi piace l'intrallazzo. Il titolo Fiat, per esempio, vale oggi 12.000 lire, dodici volte il prezzo originario, ma stando ai parametri ISTAT del costo della vita dovrebbe valere non meno di 7.500.000 lire, 7.500 volte circa le mille lire del 1900. Chi si è pappata la differenza? La verità tutti la sanno, ma a enunciarla si corre il rischio di una querela per diffamazione.

Ma cosa dice la Cabala a proposito del Sud. Tra il 1988 e il 2001, i meridionali, non avendo banche che godessero della simpatia della banca centrale, hanno prestato ai settentrionali più di un milione di miliardi di lire (ovviamente falcidiati dalla svalutazione secolare).. I soldi che avrebbero fruttato più qui che lì. Insomma una trappola. Dalla quale c'è un solo modo per uscire. Il Sud deve poter fare tutto ciò che fa la Padana.

Certamente, oggi il discorso dell'emissione di banconote è un fatto europeo e non più italiano. Anche il discorso della svalutazione è diverso. Ma c'è sempre quello della anticipazioni della banca europea alle banche centrali nazionali e quello del risconto interbancario. In linea teorica sarebbe meglio uscire dal casino europeo prossimo venturo e agganciarsi al dollaro, ma il tema è scabroso.

In permanenza dell'Unità Europea, alcune cose, però, si potrebbero fare. Per esempio delle banche zonali per i prestiti familiari (cosiddette finanziarie) e banche regionali di prestito alla (piccola) industria (collocamento delle azioni), il tutto agganciato a una maggiore banca meridionale promossa dalle sette Regionali e dai grandi Comuni. Solo che, per una cosa del genere, ci vorrebbero degli ingegner Primerano al posto dei Rigoletti che invariabilmente eleggiamo al comando della cosa pubblica.

Nicola Zitara

 

 

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Capitalisti

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Se c'è il profumo, c'è anche l'arrosto. A volte il fumo è tanto che neanche un pompiere munito di bombole riesce a raggiungere l'arrosto. E' una vita che mi tengo nella penna quest'articolo, ma non mi sono mai deciso a scriverlo perché il fumo, che nascondeva (e nasconde) l'arrosto, rendeva tutti ciechi. Descrivere l'esistenza di una cosa invisibile sarebbe stato velleitario.

Finalmente il si salvi chi può del Cavalier Calisto Tanzi, nonché la spavalderia e l'improntitudine del sistema bancario - esaltata dal permessivismo profittatorio, divenuto la filosofia imperante dopo la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro - hanno dissipato qualcuna delle cortine fumogene che nascondono alla vista del volgo i patrii intrallazzi. Nonostante la positiva messa in discussione dell'etica reagan-thatcher-berlusconiana provocata dallo scandalo Tanzi, la nascita e la vita del grande capitalismo - un'entità, una classe, sul cui passo si ordina e si coordina tutta la vita nazionale - rimane parecchio coperta.

Introduciamo una distinzione strutturale nell'ambito del sistema capitalistico: grandi imprese, da una parte, e piccole e medie imprese, dall'altra. Le due forme vivono in modo assai diverso. Anzi nascono in modo diverso. Le grandi vengono partorite in una clinica ostetrica di raffinata scaltrezza. Il rischio che il figlio nasca handicappato viene, sì, esibito, ma soltanto per dare il solito fumo egualitario negli occhi del volgo. In realtà, rischio non c'è fino a quando la Banca d'Italia non le abbandona.

Un caso celebre di abbandono dell'intera cucciolata furono le nazionalizzazioni mussoliniane, in seguito alla cuccagna a cui si dettero le grandi industrie e alle conseguenti disavventure della Banca d'Italia. Buon per la Padana! Infatti l'holding bancaria e grand'industriale (IRI) creata a metà degli anni Trenta fu la premessa per la nascita, quindici anni dopo, di un'industria (finalmente) competitiva e del buon governo dell'economia (il famoso miracolo italiano).

Al contrario le piccole e medie imprese sono partorite in casa, alla buona, mercé l'opera volenterosa e faticosa di una comare. Cosicché capita che nascano zoppicanti.

Intanto diamo un significato tecnico al termine. Capitalista è colui che, disponendo di danaro, compra e paga il lavoro altrui, al fine di impiegarlo nella produzione di merci o servizi. Il capitalismo è un fatto antico, che sta alle origini della civiltà mediterranea (e di quella cinese). Non fu invece un capitalista il signore feudale, dominus di una terra che, suddivisa in migliaia o decine di migliaia di lotti, veniva concessa ai coloni per un canone in natura o anche in danaro. Egualmente non è un capitalista il proprietario che vive di rendita.

Capitalista è anche chi dà il danaro in prestito, indipendentemente dal fatto che si tratti di danaro proprio o di danaro a lui prestato da altri, o di danaro depositato preso di lui in cambio di un titolo rappresentativo (una cambiale, un biglietto, una lettera di cambio, una registrazione).

Si sostiene che la prima figura di capitalista registrata dalla storia sia quella del banchiere. Ma la cosa non è vera (o è vera soltanto nel caso di città e portuali). L'errore sta nel fatto che gli storici badano alle figure che saltano in primo piano nel lacunoso affresco tramandatoci dai documenti e dai racconti dei contemporanei.

Se invece ci rifacciamo agli istituti giuridici - che sono lo specchio più veritiero di una società non più esistente - si può tranquillamente affermare che i primi capitalisti furono i piccoli appaltatori edili, i trasportatori di merci su commissione, gli armatori navali. Lo prova l'accurata sistemazione che il diritto romano dette ai negozi connessi.

La precisazione ha un senso. Infatti la nascita del piccolo imprenditore, nel grembo della società classica è un fenomeno spontaneo, connesso, da un lato, con la presenza di nullatenenti disposti a lavorare sotto padrone per un salario (parola che ci viene dall'antica Roma), e dall'altro con chi vuole e può pagare un salario per "comandarli". Invece, sia in Grecia sia a Roma, la nascita delle grandi ricchezze monetarie - quelle dei banchieri - scaturisce immancabilmente da operazioni politiche inquinate e truffaldine, da fatti che possiamo tranquillamente definire intrallazzi.

Con la nascita dell'attuale sistema capitalistico - indissolubilmente connesso con la produzione industriale e con l'impiego della cartamoneta - il meccanismo predatorio è stato normalizzato: è divenuto legge dello Stato.

E' ben difficile che una grande impresa capitalistica non nasca sotto la forma di società per azioni. Le società per azioni sono "persone giuridiche"; cosa che non vuol dire che siano rispettose della legge, ma soltanto che la loro personalità non deriva dalla natura (o da Dio), bensì da un atto dello Stato, che eleva un gruppo di persone e il capitale da loro versato, a una sola identità, appunto la società (per esempio la Fiat). Il capitale della società è, sì, in mano ai soci, ma sta per conto suo.

I soci possono disporre dei titoli cartacei che lo rappresentano (le azioni, le quote), ma non possono usare come una cosa propria il capitale sociale. E c'è il reciproco: il restante patrimonio privato dell'azionista non paga per le eventuali vicende negative della società.

Un vantaggio di non poco conto, il quale fu introdotto - dicono gli storici - nel secolo XVIII, nella solita Londra, al fine di coprire i banchieri che incettavano danari dal pubblico a favore della Compagnia delle Indie; in effetti molto più antico nel settore dell'armamento navale, certamente anteriore all'età greca (Codice di Hammurabi, re di Babilonia ben sedici secoli prima della nascita di Cristo).

Le Tavole Amalfitane, che sono medievali e fortemente influenzate dal diritto romano, trattando del rischio connesso con l'impresa navale, separano il restante patrimonio del socio dal fallimento dell'impresa. Si trattava ovviamente di società di capitali (in appresso frequenti a Venezia, esempio quella del padre e degli zii e di Marco Polo), la cui esistenza si concludeva in sola impresa (viaggio). Ma il precedente è da ritenersi fondamentale.

Comunque, nel caso della società adottata come copertura del rischio, il vantaggio per l'economia è limitato al solo fatto che, se cautelato relativamente agli altri suoi beni, il capitalista moderno si avventura con maggiore disinvoltura (o minori timori) nella nuova attività. Nell'autentica società per azioni, il vantaggio sociale, invece, è grandissimo.

Infatti l'azione consente di raccogliere il danaro occorrente, per avviare l'impresa, farla vivere e ripartire il rischio, fra un vasto pubblico, fra le persone che hanno dei risparmi inoperosi e ne rischiano un po' nella speranza che fruttino bene. Ma ai soci fondatori è però impossibile raggiungere il singolo propenso a investire danaro in una società. Il solo soggetto operativo che conosce in faccia le persone dei risparmiatori è il custode dei loro depositi, cioè la banca.

Senza la banca, le società per azioni a capitale diffuso (azionariato popolare), in pratica non esisterebbero. La banca che colloca le azioni, di regola, guadagna una provvigione. Naturalmente non si tratta della vendita di quattro ricotte. Intorno a eventi del genere si muove l'intero apparato politico ed economico nazionale. Due anni fa le banche hanno finanziato con più di 150 mila miliardi di lire Marco Tronchetti Provera per l'acquisto Telecom Italia.

Il rimborso avviene e avverrà con la vendita di azioni ad opera delle banche in una serie di anni, solo Dio sa quanti. Siamo alla massima operazione di credito registrata in Italia da ottanta anni in qua.

Senza banca, Tronchetti Provera sarebbe rimasto a fabbricare pneumatci, con l'aiuto delle banche è passato invece ad esercitare un'attività monopolistica, i telefoni, qualcosa di simile alla privativa sul sale, di non lontana memoria, e sui tabacchi, tuttora vigente.

Le banche guadagnano parecchio di più e corrono assai meno rischi, che nel caso ora citato o nel caso Fiat, con le industrie medie e piccole. C'è da chiedersi, allora, perché esse immobilizzino intono al settanta per cento del capitale operativo con le industrie di grandi dimensioni. Certamente le grandi industrie, che godono (non si sa perché) del privilegio del tasso primario, suscitano intorno a sé delle imprese medie e piccole, e queste pagano il tasso corrente, che poi le banche sanno far lievitare con cento ammennicoli, persino le spese per la corrispondenza. Però questo non basta a spiegare la loro servile dedizione.

Una spiegazione parziale è che la Banca d'Italia ne compensa i sacrifici sovvenzionandole con danaro fresco di stampa, per un ammontare non inferiore al tasso d'inflazione programmato. Un ammontare che è stato certamente maggiore in occasione cambio della moneta, in quanto è stato messo in circolazione il controvalore di molti vecchi risparmi .

Senza di ciò, la corsa inflazionistica dell'ultimo biennio - fenomeno prevaletemente italiano - sarebbe stata frenata dalla penuria di circolante.

Il Sud l'intesa tra banche e impresa capitalistica manca. La responsabilità di ciò non è addebitabile ai capitalisti meridionali e neppure alle banche nazionali, che oggi sarebbero grandemente facilitate dalle ingenti risorse messe a loro disposizione dalla mafia. Men che mai la responsabilità è dei loro funzionari sul posto. In effetti decisioni del genere sono riservate alla Banca d'Italia. La quale si presenta negativamente non per una sua connaturata cattiveria, ma perché è obbligata a seguire il percorso disegnato al momento della fondazione del Regno d'Italia.

Organizzata la società italiana secondo le ingorde pretese dei mercanti genovesi e dei feudatari toscani, da allora l'acqua va dove il fiume pende.

Se il Sud non realizza una sua banca centrale, continuerà a sputare disoccupazione ed emigrazione (più di 30 milioni da quando è nato lo Stato italiano) fin quando il capitalismo padano vivrà.

Nicola Zitara

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