L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Chi per la patria muor vissuto è assai.
E per le banche pure

di Nicola Zitara

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Quand’ero bambino, quello che al mio paese, oggi, chiamiamo il Corso, si chiamava soltanto Stradone, ed era in sostanza la nazionale jonica che nell’attraversare l’abitato si allargava dai soliti otto metri a venti.

Sullo Stradone si affacciavano le mercerie, i negozi di tessuti e di calzature, le gioiellerie, i tabaccai più accorsati, l’unica cartoleria, molti caffè, una celebre pasticceria, tre farmacie e due salumerie per la clientela ricca - quest'ultime, luoghi sacri per noi ragazzini, in quanto esponevano cioccolatini e biscottini. E poi due banche.

Le vetrine delle botteghe erano tutte grigie ed eguali: di quelle che si vedono ancora nei borghi; fabbricate da un artigiano locale, occupavano a metà il vano della porta. Soltanto le banche avevano le porte a vetri smerigliati, venute da lontano.

Oggi, settantenne, riattraverso lo Stradone eletto a Corso. Spesso gli edifici sono ancora quelli d’allora (per fortuna), in pietra e calce e in elegante gusto napoletano; regolarmente il portone sul vicolo, onde avere sulla facciata un magazzino in più da dare in affitto. Ma le porte non sono più quelle d'un tempo. Adesso si vedono sfarzose vetrine venute da Milano, da Siena, da Pescara, che costano decine e centinaia di milioni. Dietro le vetrine il vecchio mondo, che se non parlava amalfitano, parlava sicuramente il brokkolino dell'emigrato tornato a casa con un gruzzoletto in tasca, è scomparso. Scomparse le ditte secolari tramandatesi da padre in figlio.

In un primo tempo, diciamo negli anni sessanta, ne avevano preso il posto i parvenu contadini che avevano fatto i soldi durante la guerra e nel dopoguerra, trasportando olio, in valigie di cartone, dal paese a Napoli, a Roma, a Milano. Ma non resistettero a lungo. Il paese si spopolava per l'emigrazione, la gente era povera e chi poteva spendere preferiva che fosse il parente emigrato a fare l'acquisto in città, mandandolo poi con il primo paesano che tornava a casa.

Il loro posto venne preso da quei figli di mafiosi che non intendevano seguire le orme paterne. Chi stava in bottega non era tenuto a conoscere Dante e De Sanctis, né a parlare tosco. Il lavoro era compatibile con il rampollo appena alfabeta di un contadino. Ma intanto che il paese si riempiva di stipendiati e di professionisti, i negozi si facevano più moderni, accoglienti, lussuosi. E si moltiplicavano per cinque e per dieci. Adesso i semicampagnoli arrivati vent'anni fa vanno scomparendo. I nuovi padroni toscaneggiano tutti. Qualche volta hanno una laurea, e così pure i loro dipendenti. Le tabaccherie, dove i vecchi dei miei tempo compravano mezzo Toscano, i benestanti un pacchetto di Trestelle e i ragazzi due Nazionali nella bustina, sono diventate della lussuose profumerie dall'arredamento milionario, messo in opera da civili e sapienti operai toscani o marchigiani. Il bottegaio dove si andava per la spesa quotidiana con la libretta è scomparso. Lo stesso è accaduto al posato padrone del negozio d'abbigliamento dove trovavi un golfino per trentamila lire e una decente giacca per ottanta. Sono fioriti, invece, come i funghi dopo una buona piovuta, numerosi Market e Supermarket dell'alimentazione e dell'abbigliamento, miliardarie esposizioni di mobili. Le farmacie sembrano salotti, le profumerie pure; l'unica edicola della mia fanciullezza è scomparsa, e il suo posto è stato preso da cinquanta o forse cento edicolanti-profumieri fiorentinamente attrezzati.

Ma la vitalità di queste imprese è molto breve. Anzi di più: non fanno in tempo ad aprire, che già chiudono. "Ma qui non c'era una cartoleria?" - "Sì, ha chiuso". "Qui non c'era un parrucchiere?".

Evidentemente, in un mondo in cui solo Agnelli non è tenuto a cambiare mestiere, Furio Colombo ha convinto questa gente che l'immobilismo rappresenta un peccato mortale. Un giorno si fallisce qui, il giorno appresso in un altro posto. Sono certo che fra non molto il governo darà una pensione a tutti i falliti d'Italia. E non si lagni nessuno se saranno prevalentemente meridionali.

Solo il Banco di Napoli, antica istituzione paesana, dopo essere fallito è ancora al suo posto. Dietro i vetri antiproiettile, gli impiegati, non avendo niente da fare, si annoiano mortalmente. Di questo passo, finiranno con l'ammalarsi. Invece la Cassa di Risparmio di Calabria, dopo il fallimento, ha cambiato nome, adesso si chiama Carime, e dopo il fallimento come Carime si chiamerà sicuramente con un bel nome nordista, per esempio "Banca di Bergamo allungata".

Dentro la sede Carime, dal bellissimo arredamento che una ditta di Milano ha realizzato in un battibaleno, gli impiegati fingono di lavorare, ma in verità anche loro si annoiano. Finiranno con l'ammalarsi pure loro. La noia e il patema d'animo per l'eventuale perdita del posto portano inevitabilmente a tale risultato.

Invece la Banca Nazionale del Lavoro, in attesa d'essere regalata a qualche furbacchione nato dentro il triangolo tra i Navigli e l'Olona, e la Banca Commerciale sono piene di clienti. Continuano a finanziare il commercio, ma cum grano salis, pronte a recuperare il credito prima che il cliente arrivi al fallimento. Non c'è scritto negli atti costituitivi e negli statuti, ma è come se ci fosse: "Al Sud finanziate i consumi, ma attenti a non rimetterci soldi. E fatevi pagare bene, almeno il doppio, perché lì un impiegato produce poco, molto poco".

Quando, qualche volta, esco ancora sul Corso, mi viene da rallegrarmi. Il mio natio borgo selvaggio somiglia a Milano (o Melano, che dir si voglia) ! Ma poi mi ricordo che non sono più un ragazzino, e sassi non ne tiro più, specie alle vetrine delle banche. Capisco che si tratta di una sceneggiata, di una pagliacciata. Le banche sono venute per prendere, e non per dare. Non sono le banche di Schumpeter che diceva che esse sono il polmone dell'industria, e neppure le banche di quel losco del Benso Camillo, arrangiaticcio conte di Cavour, il quale scrisse: "Un banco deve bensì vegliare agli interessi dei suoi azionisti, ma deve pure pensare ai vantaggi del commercio".

Parole nazionali. Nazione di parole. Adesso che arrivano le elezioni, mi son dato da fare. Ho trovato una di quelle piccole trombe di catapecora che si usavano al tempo del telegrafo e con l'aiuto di pinze e cacciavite ho costruito un apparecchio acustico, una specie di vibrafono. Lo metterò accanto al televisore ogni volta che Rutelli e Berlusca parleranno agli elettori. La sua funzione è di dare l'allarme tutte le volte che verrà pronunziata la parola banca. Segnerò su un taccuino elettorale, diviso in due colonne, le volte che la pronunzia l'uno e le volte che la pronunzia l'altro. Alla fine darò il voto a chi lo avrà fatto il minor numero di volte.

 

 

Nicola Zitara

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