L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Dio ha vergogna degli uomini

di Nicola Zitara

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Siderno, 28 Dicembre 2002

Non sono credente, però sono cristiano, quindi celebro il Natale. Il mio laicismo ha al fondo una sua santità religiosa. Benedetto Croce ha dato una spiegazione convincente circa il cristianesimo dei laici, dicendo che la storia dell’Occidente è fortemente permeata di cultura cristiana.

La mia personale motivazione aggiunge qualcosa.

Non è soltanto storica e culturale, ma anche politica, in quanto mette l’accento sull’eguaglianza fra gli uomini. Calata in terra, l’eguaglianza cristiana di fronte a Dio altro non può significare che parità di diritti e doveri; lo stesso peso di ciascuno nell’ambito dell’organizzazione sociale e del potere politico, che è il produttore non solo dei diritti e dei doveri individuali (La legge è eguale per tutti), ma anche della condizione economica delle persone e delle famiglie.

Certamente non mi illudo che l’eguaglianza possa essere realizzata in un giorno, né credo che, una volta appianate certe disuguaglianze politicamente contestate, non ne sorgano altre. C’è da aggiungere che il mondo, se è globale per i prodotti della Squibb o della Palmolive o per il prezzo del petrolio, è ancora fortemente frantumato quanto alla produttività sociale nei vari Stati e formazioni sociali.

L’eguaglianza politica è un progetto a molti livelli: fra gli Stati, fra le regioni, fra i comuni, fra i cittadini. Pur tendendo alla perfezione, sarà sempre imperfetta, perché può modificare la storia, ma non le persone, che hanno intelligenza, carattere, produttività diversi. Fra le cose che appartengono alla storia e non alla natura, c’è la proprietà, il profitto, la rendita, ma anche la povertà, l’umiliazione dell’uomo, la sua impotente disperazione di fronte ai soprusi politici. Anche le formazioni sociali stanno a livelli diversi, con la conseguenza che il singolo componente della formazione sociale A, che ha raggiunto un alto diverso livello di sapere e di sensibilità umana, sta avanti al componente della formazione sociale B, meno progredita.

La storia civile ha creato le disuguaglianze sociali e politiche, e contemporaneamente ha prodotto l’idea di eguaglianza, o forse l’ha recuperata dalla preistoria, perché è probabile che fra i componenti del clan preistorico le forme di eguaglianza fossero prevalenti rispetto alle disuguaglianze.

L’uguaglianza è della natura, la disuguaglianza è un prodotto della storia. Ma l’idea di eguaglianza permea la storia politica dei popoli civili (per noi occidentali) a partire dalle lotte sociali che portarono al trionfo della democrazia ad Atene. Il diritto romano era concepito, in origine, soltanto in funzione dei cittadini di una piccola comunità di agricoltori e pastori, ma quando Roma divenne una città più potente e multietnica di quanto oggi non sia New York, e i giureconsulti romani vennero chiamati a giudicare cause (civili) fra stranieri residenti a Roma o fra un romano e uno straniero, non applicarono a queste cause il diritto quiritario, ma un suo adattamento, che partiva dal presupposto che qualunque uomo aveva per natura uguali diritti e doveri (jus gentium, diritto delle varie stirpi nazionali, o anche jus naturale, diritto secondo natura).

Meno di un secolo dopo Cristo predicò l’eguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio. Eguaglianza spirituale, ma anche terrena, perché gli uomini avrebbero dovuto essere fratelli fra loro. "Date da bere agli assetati, date da mangiare agli affamati". Quando Giovanni Paolo II esclama che Dio si vergogna della sua creatura, insorge proprio contro le attuali ineguaglianze terrene, che, in nome del petrolio e del prezzo dei farmaci, arrivano (sarebbe ridicolo nasconderselo) al genocidio.

Le idee di noi esseri umani, quando sono elaborate fino a disegnare un sistema di pensiero, si chiamano filosofia. La moderna filosofia dell’eguaglianza giuridica (dentro e di fronte allo Stato) appare sulla scena politica europea (nella vita delle nazioni europee) nel 17° secolo. Era in atto uno scontro politico tra la borghesia nascente e l’aristocrazia feudale. Il naturalismo giuridico trionfò con la Rivoluzione francese (1789), ma in modo zoppo.

Alcuni diritti umani furono considerati naturali, e vennero perciò dichiarati intangibili da parte dello Stato.

Questo non doveva fare altro che riconoscerli ed eventualmente proclamarli. Ma la Rivoluzione nasceva dalla sollevazione dei nuovi padroni contro i vecchi padroni, di cui rivoluzionariamente prendeva il posto. Nella concezione ugualitaria di costoro, il diritto naturale (e cristiano) dei poveri e dei diseredati a non morire di fame e di malattie non ebbe posto. Non venne proclamato e fissato nel preambolo costituzionale dei diritti naturali dell’uomo e del cittadino.

I poveri, gli schiavi, i servi della gleba avevano sempre lottato per non essere poveri o schiavi. Avevano lottato per la conquista di qualche particolare diritto e ancor più per non perdere quei pochi diritti che venivano loro riconosciuti.

L’idea di una nazione di eguali e poi di un mondo di eguali, si è sviluppata, a partire dalla Rivoluzione francese, con il nome di socialismo o di comunismo. Ha tenuto banco nel mondo per un secolo e mezzo, poi è come evaporata fra le nubi di molti errori e crudeltà.

La sua ultima vittoria risale al dopoguerra e riguarda la decolonizzazione delle popolazioni sottomesse agli inglesi, ai francesi, ai belgi, agli olandesi, agli spagnoli, ai portoghesi. Ma ai popoli non basta avere un governo nazionale, occorre loro la piena indipendenza economica, la possibilità di un lavoro produttivo.

La fase finale dello scontro fra ricchi e poveri si fa sempre più vicina. Il suo esito (o meglio, i suoi esiti) diranno se l’idea cristiana di eguaglianza andrà avanti o se sarà bloccata, spingendo il mondo verso una nuova forma di feudalesimo, stavolta degli industriali, dei finanzieri, dei popoli che si credono eletti, degli americani, degli ebrei.

Anche il Meridione d’Italia sconterà gli esiti della guerra civile planetaria. Ciò che fino a qualche decennio fa veniva chiamata la "questione meridionale", altro non è che la disoccupazione endemica, la povertà per decreto politico inaugurata con l’unità d’Italia.

Un paese che nel 1861 aveva nove milioni di abitanti e che oggi ne ha venti, nel corso di un secolo ha dovuto registrare 30 milioni di emigrati.

Il bubbone disoccupazionale si gonfiò una prima volta tra 1880 e 1914 e una seconda volta tra il 1930 e il 1965. Adesso è nuovamente gonfio, ma la vecchia medicina dell’emigrazione non c’è più. Se altrove Dio si vergogna degli uomini, per noi meridionali certamente si vergogna due volte. Infatti qui abbiamo tutto quel che serve per rimetterci a produrre.

Basterebbe liberarsi dallo sfruttamento di Milano e di Roma, dal blocco economico che la Padana ci impone.

Nicola Zitara

 

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