L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Il drenaggio delle risorse

di Nicola Zitara

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Siderno, 25 agosto 2004

L’esempio classico è il risparmio. Si tratta sicuramente di una risorsa importante, ma non la più importante, specialmente in questa fase della storia in cui il danaro è carta, e vale quanto vale la fiducia che riscuote chi la mette in circolazione.

Se non avessimo una gran fiducia nel fatto che, portando dollari negli USA, si ottengono  beni e  servizi, noi il dollaro lo metteremmo in cornice per ricordo, come si fa con un biglietto delle Amlire del dopoguerra, ormai fuori corso da mezzo secolo e più.

Ci sono risorse molto più dense di potenziale valore. Prima fra tutte il lavoro, specialmente se i lavoratori sono bravi. Qui esemplificare è facile. Il lavoro meridionale è soltanto una risorsa, perché al Sud rimane disoccupato, mentre  portato altrove vale parecchio e viene ben remunerato. La stessa cosa si può dire per le capacità imprenditoriali.

C’è gente che  qui vendeva giocattoli su una bancarella, stentando a campare, mentre una volta emigrata a Milano o in Canada ha salito tutti i gradini della scala sociale, fino a diventare miliardaria.

I problemi connessi al drenaggio del risparmio sono stati studiati dal lucano Francesco Saverio Nitti sul finire dell’ottocento; quelli connessi  con il  drenaggio del lavoro produttivo sono stati indagati dal geracese Paolo Cinanni quarant’anni fa. Il succo dei loro studi è oggi patrimonio universale, e quindi anche nostro.

Ma purtroppo per noi il drenaggio delle risorse non si esaurisce in queste due voci. Il meccanismo perverso pervade tutti i rapporti economici. Il caso della banca è stato indicato mille volte su queste colonne. Noi meridionali portiamo del danaro in banca, la banca ci presta il nostro danaro.

Essa mette di suo soltanto il lavoro e la fiducia di cui gode, e tuttavia guadagna un bel differenziale tra tasso passivo e tasso attivo, che viene incassato dai suoi padroni milanesi, torinesi, toscani. Si tratta, ogni anno, di decine di miliardi di euro che i meridionali buttano dalla finestra.

In più, essi hanno trasferito a dei forestieri il potere  di comandare lavoro che accompagna il danaro, più decine di migliaia di posti lavoro presso le direzioni centrali, che  poi, in banca, è  il lavoro meglio remunerato.

Il drenaggio delle risorse è come le ciliegie, una chiama l’altra. In effetti è un problema “politico”, connesso con l’indipendenza nazionale,

Prendiamo il turismo su cui, in mancanza di meglio, tutti facciamo grande assegnamento. Il sole, il mare, la montagna, i boschi, il riposo sono, in effetti, una grande risorsa. Una risorsa che può (come non può) trasformarsi in capitale.

In Calabria, dopo mezzo secolo di investimenti, siamo arrivati finalmente a qualche successo. Il ricarico applicato dalle aziende turistiche è notevole. Pare che ogni albergatore, ogni concessionario di stabilimento balneare, ogni ristoratore, ogni pizzaiolo, debba arricchire in una sola stagione.

I Comuni si scolano intere annate fiscali per realizzare un’accoglienza festosa a chi arriva qui e porta soldi. Poi arriva l’inverno e tutti ci accorgiamo che nessuno ha vinto al SuperEnalotto. Sono state incassate montagne di soldi, milioni di euro in ogni paesino, ma è come se se li fosse mangiati il diavolo.

In effetti il sole, il mare e quant’altro hanno remunerato chi ha lavorato, e lo hanno fatto secondo la curva corrente dei salari e del profitto; niente di più.

Il novanta per cento della fattura turistica torna nel luogo da cui i turisti sono arrivati. Infatti ci siamo rivolti ad essa per acquistare gli ombrelloni, le sedie a sdraio, i canotti, i costumi da bagno, la farina per il pane, gli spaghetti, la carne, il pesce surgelato, le vongole fresche, la benzina, le automobili, il latte, le mozzarelle, il cemento, il tondino di ferro, le polveri dolciarie per fare i gelati, i tovaglioli di carta, i rotolini per le fotografie, i bidoni per la spazzatura, la sciarpa del sindaco, la cinta dell’assessore, le creme solari delle rispettive consorti etc. etc.

E c’è un di più. Anche l’accoglienza è un costo preciso, in cui valgono le stesse percentuali di cui sopra. Il dieci per cento resta qui, il novanta per cento torna ai fornitori di musiche, di canzoni e apparecchiature sonore e luminose. Ma questa volta a pagare non è solo il turista.

Nella pentola ci finisce il paesano qualunque, e non solo perché con le tasse che lui paga  il Comune  fornire un servizio ai forestieri, ma perché deve anche sopportare una maggiorazione dei prezzi sui beni di consumo e sull’affitto. C’è un po’ di occupati in più, ma quanto ci costano!

Tuttavia l’inghippo turistico è solo un piccolo capitolo della vicenda drenaggio. Se  non si ha il coraggio di dissipare le cortine fumogene, il Sud andrà tanto avanti – e non solo nel settore  turistico - da finire in un profondo burrone. L’Ape della Piaggio, arrivata qui 50 anni fa in sostituzione degli asini insegna.

L’assioma antropologico è che la valorizzazione delle risorse deve avvenire sotto il controllo politico di chi le possiede. Il caso classico di risorse spoliate è dato dalle piantagioni di tè, caffè,  banane, cotone e altro; dalle miniere, non solo quelle d’oro,  e dai pozzi di petrolio. I disastri succeduti alla valorizzazione forestiera  di quelle risorse sono noti.

La produzione di tè, caffè, cacao ha scacciato i contadini dalla terra e li ha sostituiti con le macchine, annientando l’agricoltura di vaste aree del globo. Adesso,  a volerla reintrodurre, non basterebbe  tutto l’oro chiuso nei sotterranei di Forte Knox.

La scoperta dell’oro peruviano portò all’annientamento degli indios; un  genocidio di gran lunga maggiore di quello degli ebrei a opera dei nazisti. Le piantagioni  di cotone furono la causa della tratta degli schiavi africani in America: milioni di schiavi,  milioni di morti nelle operazioni di cattura e di trasporto. Questo, quando tutta la popolazione del globo non arrivava a 800 milioni di abitanti.

Il nostro sole e il nostro mare, se gestiti da classi sociali ascare e asservite,  potrebbero trasformarsi in qualcosa di simile alla mafia, con cui noi siamo costretti a convivere, mentre i surplus commerciali che essa realizza finiscono direttamente o indirettamente  altrove.  Un drenaggio coperto dalle patrie ipocrisie.

Purtroppo la storia unitaria è piena di simili doppiezze. Si pensi all’eversione del demanio ecclesiastico, feudale e comunale. Milioni di ettari di terra furono liberalizzati a favore di un’agricoltura più moderna. Una enorme risorsa.

Le terre del Sud furono messe in vendita, invece che divise. I meridionali, che già le avevano,  dovettero ricomprale dai piemontesi, sborsarono allo Stato italiano tutto il contante di cui disponevano. Così impoveriti, non furono in condizione di investirvi dei capitali freschi.

E come se questo non bastasse, dovettero  pagare le imposte corrispondenti al valore dei terreni. Per pagarle vendettero una parte di quel che possedevano ad altri meridionali. Ma  questi  soldi andarono in piccola parte ai venditori e per gran parte allo Stato.

I nuovi proprietari, che avevano esaurito il contante per acquistare la terra, si vennero a trovare nella stessa situazione dei primi.  Insomma un drenaggio delle risorse perseguito dallo Stato nazionale ai danni di quattro generazioni di meridionali. Il cui risultato visibile a tutti è il totale annientamento della nostra agricoltura. Intorno al 1870, un ettaro di agrumeto, in Calabria, dava un reddito di 2000 lire,  mentre un ettaro di prato in Lombardia dava soltanto 300 lire.

Oggi un ettaro di agrumeto dà un reddito insignificante, mentre un ettaro a prato in Lombardia rende 400 milioni di vecchie lire.  Adesso Veneti, piemontesi e toscani stanno calando in Sicilia a impiantare vigneti. Evidentemente, prima hanno acquistato la terra.

Un acquisto che ha il sapore di un esproprio per realizzare una piantagione coloniale del tipo Eni ad Augusta e Italsider a Taranto.

La terra passa di mano  oggi, il lavoro è passato di mano già ieri. Ci sono rimaste le case, ma non è detto che rimarranno sempre nostre. Ci penserà il turismo a portarcele via.

Vale sempre l’antico detto:

"Cu inta ti menti

fora ti caccia".

Nicola Zitara




L’unità truffaldina
L’origine politica del capitalismo padano e del disastro meridionale

Premessa
Capitolo primo
Capitolo secondo
Capitolo terzo
Capitolo quarto
Capitolo quinto
Capitolo sesto
Capitolo settimo
Capitolo ottavo
Bibliografia




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