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Due Sicilie
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La disfida delle imposte

di Nicola Zitara

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Siderno, Martedì 4 aprile 2006

Ovviamente non andrò a votare e consiglio ai fregatissimi meridionali di non farlo, ma ciò non significa che mi sia disinteressato al Totocalcio elettorale; uno spettacolo veramente esilarante sia al centro del centro, cioè alla Tv, sia in periferia, dove arrivisti e voltagabbana di ogni qualità volteggiano sulle nostre teste come i corvi del “La peste” di Camus.


Tema finale le tasse, che per Prodi sono poche e per Berlusconi molte. In linea generale, le tasse sono molte quando lo Stato spende male i soldi che incassa, e sono poche quando è attrezzato per spendere bene, come nel caso di Svezia e Norvegia di parecchi decenni fa. Infatti i soldi spesi male mortificano la vita delle famiglie, tenute a pagare senza che vi sia un ritorno, mentre i soldi spesi bene dagli enti pubblici costituiscono un reale risparmio sui costi che ogni famiglia affronta per soddisfare bisogni primari, secondari e terziari.


Il problema centrale del sistema tributario italiano è costituito dall’evasione. Bisogna anzi dire che, a partire dalla riforma Vanoni degli anni Cinquanta, il sistema italiano s’impernia sull’evasione dalle imposte.


In precedenza, esso era configurato in modo che l’evasione era praticamente consentita soltanto alle società di capitali – grosse industrie, banche - che erano tassate in base ai loro bilanci (falsi), e ai grandi agricoltori capitalistici, specialmente agli allevatori di mucche, i quali pagavano come tutti gli altri proprietari di terre l’imposta fondiaria, ma avevano mano libera nel nascondere i profitti aziendali.


Con la dichiarazione personale dei redditi, il quasi-diritto all’evasione si è esteso a tutti i produttori che non siano dipendenti, a partire dai luminari della medicina e dai titolari di grosse aziende personali, per arrivare ai salumieri e ai dottori commercialisti.


Contemporaneamente alla tacita libertà di evadere, che è stata accoppiata (deliberatamente) alla diffusa corruzione del personale pubblico addetto agli accertamenti e ai controlli, si è gravata la mano sui lavoratori dipendenti, i quali versano alla fonte, e con ben 18 mesi di anticipo rispetto agli altri contribuenti, le imposte sulla paga mensile.


Nel passaggio della Padana da paese agricolo a paese industriale e della Toscana, dell’Emilia-Romagna e di Roma a “città d’arte”, le entrate riscosse alla fonte sono diventate il cespite principale del bilancio pubblico, oggi più dell’80 per cento di tutte le entrate statali.


Contemporaneamente, sul rimanente 20 per cento l’evasione si può calcolare al 95 per cento. I soli a incassare veri soldi da questa teorica fonte d’entrate sono Tremonti e i suoi colleghi commercialisti, quelli di Milano e quelli di Piscopio.


Ora, siccome quel 20 per cento, che non paga per trattenuta, realizza oltre il 60 per cento del reddito delle persone, l’evasione presumibile è maggiore di quella ipotizzata dagli uffici tributari e denunciata da Prodi (cioè 400 mila miliardi di ex lire). Tenendomi a una valutazione prudente, direi che è almeno il doppio.


L’Italia, in tutte le sue componenti regionali, è il paese più civile del mondo (mi riferisco ovviamente all’umanità e alla socievolezza, non al sapone e ai claxon). Ed è anche il paese più democratico, anche qui nella vita delle persone private e non in politica o nella società o nel civismo.


Cosicché, volendo recuperare l’evasione, non esiste altra strada che tornare all’accertamento d’ufficio e ai successivi concordati tra fisco e contribuente. Ciò naturalmente dopo aver messo seri argini alla corruzione impiegatizia, e anche dopo una correzione tecnica, che consiste nell’abolizione dell’IVA.


L’imposta sul valore aggiunto, infatti è, in primo luogo, un falso, perché di un’imposta sui consumi si tratta, e non di un’imposta sulla produzione. E poi, intorno a questa fattispecie impositiva si realizza l’accordo fregatorio tra venditore (di beni , ma di servizi specialmente) e acquirente. Il secondo risparmia l’IVA e il primo nasconde il reddito ai fini della famosa dichiarazione annuale.   

 
Nicola Zitara



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