L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


TRATTATO DI ECONOMIA MARXISTA
Ernest Mandel
CAPITOLO IV - LO SVILUPPO DEL CAPITALE

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Volume secondo

Volume terzo

Volume quarto



Forme di sovrapprodotto agricolo


Il sovrapprodotto agricolo è la base di ogni sovrapprodotto e quindi di ogni civiltà. Se la società dovesse consacrare tutto il proprio tempo di lavoro alla produzione dei mezzi di sussistenza, non sarebbe possibile nessun'altra attività professionale, sia essa artigianale, industriale, scientifica o artistica.

Il sovrapprodotto agricolo può apparire nella società sotto tre forme diverse. Già il filosofo cinese Mencius, nel IV secolo avanti Cristo, aveva distinto queste tre forme essenziali di sovrapprodotto agricolo: sovrapprodotto sotto forma di lavoro (corvées), sotto forma di prodotti (valori d'uso) o sotto forma di denaro 1*.

Il sovrapprodotto agricolo, fornito sotto forma di lavoro non pagato o di corvée, appare dagli albori di qualsiasi società di classe. All'inizio del Medioevo nell'Europa occidentale, la terra del villaggio era divisa in tre parti: le terre che i contadini coltivavano per i loro bisogni; le terre che il signore sfruttava direttamente per mezzo del lavoro non pagato dei contadini costretti alla corvée; le terre comunali, boschi, prati, terre incolte, ecc., che restavano più o meno liberamente a disposizione dei contadini e del signore 2. Il contadino doveva suddividere la settimana di lavoro tra il lavoro sui propri campi e il lavoro sui campi del signore.

Il primo, lavoro necessario dal punto di vista sociale, fornisce il prodotto necessario per la sussistenza dei produttori. Il secondo, pluslavoro dal punto di vista sociale, fornisce il sovrapprodotto necessario alla sussistenza delle classi possidenti, che non partecipano alla produzione.

Un sistema analogo ha funzionato in innumerevoli paesi in diverse epoche della storia. Nel sistema feudale che esisteva alle isole Hawai prima dell'arrivo dei Bianchi, il contadino doveva lavorare una giornata su cinque sulle terre sfruttate dal proprietario terriero 3. Nel Messico, prima della riforma agraria, esisteva «l'uso (!) secondo cui, per piccoli lotti di terreno necessari alla loro sussistenza, i salariati agricoli pagavano un affitto ai proprietari delle terre sotto forma di due o tre giorni alla settimana di lavoro non retribuito » 4.

Parallelamente al sovrapprodotto fornito come lavoro non pagato può apparire il sovrapprodotto pagato in natura. I servi dell'alto Medioevo nell'Europa occidentale dovevano fornire ai signori, oltre alla corvée, una rendita in natura (in prodotti agricoli o artigianali). Egualmente, alle isole Hawai la rendita in natura doveva essere fornita in più della corvée 5.

In Giappone, la rendita in natura (so) esiste parallelamente alla corvée (etachi). In Cina, la rendita in natura appare accanto alla corvée e poco a poco la scaccia, tranne per quanto riguarda i grandi lavori di pubblica utilità. Di fatto, il pagamento della rendita in natura, cioè del sovrapprodotto agricolo sotto forma di valori d'uso (grano, riso, vino, stoffe fabbricate nella casa del contadino, ecc.), è divenuto assai presto nella storia la forma predominante di sovrapprodotto e si è mantenuto per millenni con poche modificazioni. Nella storia dell'Egitto, il sovrapprodotto agricolo ha conservato questa forma di fornitura di beni in natura dal tempo dei Faraoni sino all'impero di Roma e di Bisanzio. Ogni anno, durante sette secoli, furono trasportati, come pagamento della rendita, 20 milioni di modii di grano in Italia e poi 24 milioni di modii a Bisanzio, cioè circa il 12,5% dell'intera produzione egiziana 7. Sinché il sovrapprodotto agricolo conserva questa forma di rendita in natura, il commercio, il denaro, il capitale sussistono solo nei pori di un'economia naturale. La gran massa dei produttori, i contadini, non compaiono quasi mai sul mercato: consumano solo quello che essi stessi producono, defalcato il sovrapprodotto. L'aumento progressivo della produzione agricola è accaparrato dai signori che, per parte loro, la vendono al mercato. Ma per la stessa ragione la gran massa della popolazione non è in grado di acquistare prodotti artigianali fabbricati nelle città. Questi prodotti restano dunque, soprattutto, prodotti di lusso. La ristrettezza del mercato limita all'estremo lo sviluppo della produzione artigianale. È cosi che sono vissuti la Grecia antica, l'impero romano, l'impero di Bisanzio e dell'Islam, l'Europa all'inizio del Medioevo come pure l'India, la Cina e il Giappone sino a secoli prossimi al nostro. Lo splendore spesso straordinario che la piccola produzione mercantile e il commercio internazionale hanno potuto raggiungere nel seno di queste società, non deve nascondere il loro carattere fondamentalmente agricolo 8. Sinché il sovrapprodotto agricolo ha conservato la sua forma naturale, il commercio, il denaro e il capitale potevano svilupparsi solo superficialmente in seno a questa società.

La trasformazione del sovrapprodotto agricolo che da rendita in natura si trasforma in rendita in denaro sconvolge da cima a fondo la situazione sociale. Per poter pagare la rendita, il contadino è d'ora innanzi obbligato a vendere egli pure i prodotti sul mercato. Esce da uno stato di economia naturale e chiusa ed entra in un'economia essenzialmente monetaria. Il denaro, che permette l'acquisto di una infinita varietà di merci, consente lo sviluppo di una infinità di bisogni 9. La vita economica esce dal suo torpore secolare e dal suo relativo equilibrio per diventare dinamica, squilibrata, spasmodica. Produzione e consumo si sviluppano parallelamente al fiorire incomparabile del commercio. Il denaro penetra dovunque, scioglie tutti i vincoli tradizionali, trasforma tutti i rapporti costituiti. Tutto acquista un prezzo. L'uomo non è più valutato se non sulla base dei suoi redditi. La venalità universale accompagna il trionfo dell'economia monetaria, come già aveva constatato San Tommaso d'Aquino 10. Allo stesso tempo, il denaro comincia a nascondere i rapporti economici reali, una volta trasparenti, tra servi e padroni, tra lavoro necessario e pluslavoro. Proprietari fondiari è affittuari, padroni e salariati si incontrano sul mercato come liberi proprietari di merci e la finzione di questo «libero scambio» maschera il permanere del vecchio rapporto di sfruttamento sotto la sua nuova forma monetaria 9.

La trasformazione del sovrapprodotto agricolo da rendita in natura in rendita in denaro non è il risultato inevitabile dell'espansione del commercio e dell'economia monetaria, ma risulta da rapporti di forza dati tra le classi.

«L'ascesa dell'economia monetaria non è stata sempre la grande forza emancipatrice, come avevano ritenuto gli storici del secolo XIX. In mancanza di una grande riserva di liberi lavoratori senza terra e al di fuori delle garanzie legali e politiche dello Stato liberale, l'espansione dei mercati e l'aumento della produzione possono portare piuttosto al rafforzamento delle corvées che al loro declino »11.

«Lo sviluppo degli scambi nell'economia contadina, siano serviti direttamente al mercato locale o si siano indirizzati verso mercati più lontani tramite mercanti, porta allo sviluppo della rendita in denaro. Lo sviluppo degli scambi nell'economia signorile porta all'aumento delle corvées » 12.

L'esempio tipico in proposito è l'evoluzione dell'economia di villaggio nell'Europa occidentale, inclusa la Germania orientale, a partire dai secoli XV e XVI; la corvée vi si estende di continuo e cosi pure il legame dei contadini-servi alla gleba *. La corvee segue lo sviluppo della produzione di merci agricole per il mercato internazionale nelle terre dei signori.

Perché la rendita in denaro si sostituisca alla rendita in natura, bisogna che l'estensione dell'economia monetaria sia accompagnata da condizioni economiche, sociali e politiche (funzione del potere centrale basato sulla borghesia urbana) tali che i proprietari fondiari si vedano costretti a lasciare nelle mani dei contadini una frazione assai considerevole della loro produzione crescente.

 

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Accumulazione di valori d'uso e accumulazione di plusvalore

Sinché il sovrapprodotto agricolo conserva la forma di rendita in natura, l'accumulazione di ricchezza da parte delle classi possidenti si realizza essenzialmente sotto forma di accumulazione di valori d'uso. L'agricoltura fornisce, come valori d'uso, soltanto viveri, abiti, legname e pietre per la costruzione delle abitazioni. Cosi le classi dominanti non hanno nessun interesse a sviluppare la produzione agricola in modo illimitato. La loro capacita di consumo rappresenta il limite massimo dello sviluppo delle forze produttive:

«Non avendo nessun mezzo di produrre per la vendita, data la mancanza di sbocchi, [il grande proprietario medioevale] non deve dunque ingegnarsi per ottenere dai suoi uomini e dalla sua terra un surplus che per lui costituirebbe solo un ingombro. Costretto a consumare egli stesso i suoi redditi, si limita a commisurarli ai suoi bisogni » 14.

Alle isole Hawai, dove il sovrapprodotto si presenta quasi esclusivamente sotto forma di prodotti alimentari, «le esigenze [dei proprietari fondiari] furono ulteriormente limitate dal carattere deperibile della maggior parte dei prodotti - pesci, banane, patate dolci, poi - e dal fatto che i signori non avevano motivo di prendere più di quanto potessero usare direttamente... Benché gli alii (signori feudali) fossero giustamente fieri della loro enorme statura e della loro pinguedine - soprattutto le donne si vantavano del loro volume monumentale - c'erano dei limiti alle loro capacità di consumo 15.

Quando lo scambio e il commercio cominciano a svilupparsi, le classi possidenti hanno un interesse nuovo ad accrescere la produzione. In cambio della parte del sovrapprodotto agricolo che non arrivano a consumare direttamente, possono acquistare prodotti di lusso, gioielli, utensili domestici di grande valore e bellezza, che tesaurizzano per acquistare un prestigio sociale e per sentirsi sicuri in caso di catastrofi. L'Odissea enumera tesori di questo tipo accumulati nel magazzino dell'eroe, il thalamos: giare di vino vecchio e vasi di olio profumato, mucchi d'oro, di bronzo e di ferro; armi rare, ricche stoffe, coppe finemente cesellate, ecc. 16.

Con la generalizzazione dello scambio e del commercio, le classi possidenti subiscono un nuovo stimolo allo sviluppo della produzione. In cambio della parte del sovrapprodotto agricolo che non consumano direttamente, possono ora acquistare prodotti di consumo rari, giunti da contrade remote. I loro bisogni si moltiplicano, i loro gusti si fanno più raffinati. Si ammucchiano tesori di valore inestimabile.

Non si tesaurizzano più né grano, né vino, né olio, né metalli preziosi allo stato bruto. Le pietre preziose e le opere d'arte degli artigiani (o artisti) più rinomati sono le sole degne di entrare nei palazzi dei grandi. Hitti descrive come segue le ricchezze accumulate dal califfo d'Egitto Al-Mustansir (1035-1094):

«Pietre preziose, vasi di cristallo, placche incrostate d'oro, calamai di avorio e di ebanite, coppe d'ambra, ampolle di moscato, specchi d'acciaio, parasoli con il manico d'oro o d'argento, scacchiere con pietre d'oro e d'argento, pugnali e sciabole coperte di gioielli, tele fini manifatturate a Dabiq e a Damasco, coperte di ricami » 17.

Ancora più impressionanti i tesori della corte di Bisanzio nel IX secolo:

«[L'imperatore Teofilo che regnò dall' 829 all'842] amava la pompa e la magnificenza: per accrescere lo splendore dei ricevimenti a palazzo, aveva ordinato ai suoi artigiani meraviglie di oreficeria e di meccanica: il Pentapirgiano, celebre armadio d'oro, in cui si esponevano i gioielli della corona; gli organi d'oro che suonavano nei giorni delle udienze solenni; il platano d'oro innalzato presso il trono imperiale e su cui volteggiavano e cantavano uccelli meccanici; i leoni d'oro accucciati ai piedi del principe e che a certi momenti si alzavano, sbattevano la coda e ruggivano; e i grifoni d'oro dall'aspetto misterioso, che, come nei palazzi dei re asiatici, sembravano vegliare sulla serenità dell'imperatore » 18.

L'impero cinese o quello dei Mongoli in India conobbe fasti dello stesso tipo. Basti pensare alle pareti del Taj Mahal, coperte di pietre preziose!

Ma, in definitiva, tutti questi tesori rappresentano valori d'uso accumulati, non consumabili, inutilizzati ai fini dello sviluppo delle forze produttive. La concentrazione di una parte considerevole della ricchezza sociale a soli scopi di lusso e di sperpero pare dunque una causa importante della stagnazione e della decadenza di queste società.

La trasformazione del sovrapprodotto agricolo da rendita in natura in rendita in denaro non modifica necessariamente questa situazione. Assicura alle classi dominanti un più facile accesso al mercato e il possesso di ricchezze ancora più stravaganti. Ma il denaro ricevuto resta sperperato come consumo improduttivo. In queste condizioni, lo sviluppo dell'economia monetaria e lo stimolo potente che questa economia esercita sui bisogni delle classi dominanti, possono divenire motivi di esazioni insopportabili per le classi lavoratrici, un fattore di impoverimento e di rovina per larghi settori della società. È stato il caso del Giappone, a partire dallo sviluppo dell'economia monetaria nel secolo XVIII 19.

Ma il denaro che le vecchie classi possidenti sperperano cosi in un lusso stravagante, finisce con l'uscire dalle loro tasche e con il concentrarsi in quelle degli usurai, dei commercianti e dei fabbricanti-manifatturieri. È questa concentrazione della ricchezza sotto forma di denaro nelle mani di una nuova classe possidente borghese che modifica completamente l'evoluzione sociale. Nelle mani delle vecchie classi possidenti, ogni ricchezza accumulata, compreso il denaro, non era che una ricchezza di valori d'uso o di mezzi per acquistare valori d'uso. Il fine dell'accumulazione era il consumo (e la tesaurizzazione in vista del consumo futuro). Nelle mani delle classi borghesi, il denaro accumulato diventa capitale.

Il denaro viene accumulato per fruttare plusvalore. Il plusvalore cosi accumulato, defalcato un minimo necessario per una sussistenza «degna del rango », viene a sua volta capitalizzato, trasformato in capitale, allo scopo di fruttare un nuovo plusvalore. Questa accumulazione di valori che fruttano nuovi valori, alla lunga, è impossibile a mezzo di semplici trasferimenti periodici di ricchezza da un paese all'altro, da una classe all'altra. O l'accumulazione del capitale mantenuta entro i limiti di un tale trasferimento finisce con l'arrestarsi, poiché le fonti necessariamente si esauriscono; oppure trova un nuovo sbocco grazie all'introduzione del capitale nella produzione stessa, approdo ultimo dell'economia monetaria. Questa penetrazione del capitale nella sfera della produzione crea le condizioni di un fiorire illimitato delle forze produttive. Non sono più i bisogni ristretti di consumo della classe possidente che possono d'ora innanzi avere la funzione di freno delle forze produttive. Il bisogno di valorizzare il capitale, bisogno per sua natura illimitato, permette al contrario la soppressione di ogni freno al loro sviluppo.

 

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Il capitale usurario

La prima forma con cui il capitale si presenta in una economia ancora fondamentalmente naturale agricola, produttrice di valori d'uso, è quella del capitale usurario. Il capitale usurario, il tesoro accumulato da una istituzione o da un individuo, sopperisce alla penuria di riserve sociali. Esiodo racconta come gli antichi contadini della Grecia arcaica, in caso di bisogno, chiedessero a prestito il grano ai vicini, per renderlo più tardi con un supplemento 20. Il capitale usurario che appare cosi sotto forma di valori d'uso, è stato comune, attraverso i secoli, alle civiltà essenzialmente agricole (Babilonia, Egitto, Cina, India, Giappone). In sumerico, la parola mas (interesse) significa letteralmente «bestia giovane» (Tierjunges) e prova chiaramente l'origine del capitale usurario nei prestiti in natura.

Quello che il capitale usurario sotto forma di prestiti in natura rappresenta per i contadini, lo rappresenta per i signori e per i re * il capitale usurario sotto forma di anticipi di denaro.

Durante la fase di transizione dall'economia naturale all'economia monetaria, la funzione essenziale degli usurai in Francia era quella di fare ai re anticipi in denaro sulle imposte ancora essenzialmente pagate in natura 22. Le guerre, la carestia, altre catastrofi naturali e sociali esigono eccezionali concentrazioni di denaro. La trasformazione in capitale usurario dei tesori costituiti da oggetti di metalli preziosi o l'uso del capitale mercantile di mercanti stranieri come capitale usurario, costituiscono la fonte principale di queste concentrazioni.

Quando lo scambio comincia a generalizzarsi e crea già nell'economia un vasto settore monetario, ma allo stesso tempo la maggior parte dei produttori e delle classi possidenti ricevono ancora i loro redditi sotto forma di valori d'uso, il capitale usurario conosce la sua età dell'oro. Prestare denaro a tassi usurari diventa la fonte principale del profitto. L'antica epopea indiana, la Mahabarata, pone l'usura al primo posto tra tutte le fonti di ricchezza:

« Per mezzo dell'usura, dell'agricoltura, del commercio e dell'allevamento possa tu conseguire la potenza della ricchezza, o Re dei Re » 23.

Nessun veto religioso e politico impedisce al capitale usurario di minare le relazioni sociali dell'epoca. L'indebitamento dei grandi; la rovina dei piccoli; lo sfruttamento dei contadini indebitati - se non la loro vendita come schiavi; la concentrazione delle terre: ecco le calamità tradizionali che il capitale usurario provoca in questa fase dello sviluppo sociale. La maggior parte dei turbamenti sociali sono d'altronde rivolte contro questi effetti dissolventi del capitale usurario. Nella Grecia del V e IV secolo avanti Cristo, il grido di guerra generale era: «Ridistribuzione delle terre e annullamento dei debiti » 24. Roma ai tempi della repubblica; la societa cinese all'epoca del declino di tutte le dinastie; Bisanzio e l'India in varie epoche della loro storia, offrono uno spettacolo niente affatto diverso.

Invano la legislazione di Solone ad Atene, quella dei decumviri a Roma o del ministro cinese Wan An-Shi sotto la dinastia Sung; invano la legge agraria a Bisanzio si sforzano di arrestare questa influenza del capitale usurario. Non riescono che a ritardare le scadenze, senza poter modificare il senso generale dell'evoluzione. Cesare intraprende la sua guerra di rapina contro la Gallia per sbarazzarsi di un fardello di debiti. E stato necessario che i cittadini romani saccheggiassero tutto il mondo mediterraneo e accumulassero enormi ricchezze perché potessero liberarsi in qualche modo dalla pressione del capitale usurario nel corso dei primi secoli dell'impero. Quando questo impero si decompone, il capitale usurario sussiste a lungo dopo la scomparsa del grande commercio 25 e le grandi lagnanze degli autori sui tassi usurari si succedono monotonamente da un secolo all'altro *.

Nel corso del Medioevo la necessita di difendere un'economia fondamentalmente naturale contro gli effetti dissolvitori dell'economia monetaria e del capitale usurario, indusse la Chiesa cattolica nell'Europa occidentale a condannare violentemente il prestito di denaro con interessi.

Il capitale usurario si manifestò allora in una forma particolare per aggirare questa interdizione: l'acquisto della rendita fondiaria. In cambio di una somma di denaro globale, un proprietario fondiario cedeva al prestatore i redditi annui della sua terra sino al rimborso del capitale anticipato. La terra diveniva di fatto proprietà del prestatore: il proprietario la ricuperava pagando il suo debito 28*.

Questa non fu che una forma particolare del prestito con pegno che resta nell'Europa medioevale come in India, in Cina e in Giappone, l'operazione preferita del capitale usurario in una economia naturale in lento dissolvimento. L'acquisto della rendita fondiaria che ha avuto una funzione importante nell'economia europea medioevale, indica chiaramente quale sia la fonte del plusvalore ottenuto dal capitale usurario: il trasferimento dei redditi dei signori (o dei contadini) agli usurai. L'accumulazione del capitale usurario a spese dei proprietari terrieri è essenzialmente un trasferimento del sovrapprodotto agricolo nelle mani degli usurai.

Quando l'economia monetaria si generalizza, il capitale usurario propriamente detto perde il suo posto preponderante e ripiega verso gli strati oscuri della società, in cui sopravvive per secoli a spese delle gente minuta. Non che i Grandi non abbiano più bisogno di denaro: gliene occorre più di prima. Ma nel frattempo il commercio è divenuto il campo d'azione e la fonte di profitto essenziale del capitale. Il credito e il commercio si combinano: è l'epoca dei grandi mercanti-finanzieri italiani, fiamminghi e tedeschi, che si apre in Europa occidentale a partire dal XIII e XIV secolo.

 

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Il capitale mercantile

La comparsa di una classe autoctona di mercanti nel seno di una economia fondamentalmente naturale presuppone una accumulazione primitiva di capitale monetario. Questa accumulazione proviene da due fonti principali: la pirateria e il brigantaggio da un lato, l'appropriazione di una parte del sovrapprodotto agricolo o persino del prodotto necessario del contadino dall'altro.

E'con razzie in terra straniera, con operazioni di brigantaggio e di pirateria che i primi mercanti navigatori raccolgono il loro piccolo capitale iniziale. In tutti i tempi il commercio marittimo si è confuso alle origini con la pirateria 30*. Il professor Takekoshi constata che il primo afflusso di capitale monetario nel Giappone (XVI e XV secolo) è stato ottenuto per mezzo di pirati che agivano sulle coste cinesi e coreane.

«Mentre il governo giapponese faceva del suo meglio per guadagnare denaro con il commercio estero, i pirati giapponesi impiegavano il mezzo più diretto del saccheggio e siccome il loro bottino consisteva in oro e in argento, in numerano di rame e altri tesori, non è possibile in nessun modo valutare il valore delle ricchezze apportate a Kyushu, Shikoju e alle regioni marittime delle isole nelle province centrali del Giappone. Successivamente, questi tesori saccheggiati iniettarono una vita nuova in tutto il paese » 31.

L'accumulazione del capitale-denaro dei mercanti italiani che dominarono la vita economica europea dall'XI al XV secolo, proviene direttamente dalle crociate 32: se vi fu mai un'operazione di rapina, è proprio questa.

«Sappiamo per esempio come i Genovesi abbiano aiutato nel 1101 i crociati nella conquista e nel saccheggio del porto palestinese di Cesarea. Ricevettero ricche prede per i loro ufficiali e ricompensarono i proprietari delle navi con il 15% del bottino. Il resto del bottino fu distribuito tra 8000 marinai e soldati: ciascuno ricevette 48 solidi e una libbra di pepe. Ciascuno fu cosi trasformato in un piccolo capitalista » 33.

Il cronista medioevale Geoffroi de Villehardouin riferisce la risposta data dai Dogi di Venezia alla richiesta di aiuto per la quarta crociata da parte dei nobili occidentali (1202):

« Daremo navi da carico per trasportare 4500 cavalli e 9000 scudieri e navi per trasportare 4500 cavalieri e 20.000 sergenti a piedi. E per tutti questi cavalli e per tutta questa gente ci impegnamo a fornire il cibo per nove mesi. Tutto questo sarà il minimo che faremo, e voi ci pagherete quattro marchi per ogni cavallo e due marchi per ogni uomo. L'ammontare del vostro pagamento sarà dunque di 85.000 marchi. E faremo di più; daremo un contributo di 50 galere per amore di Dio (!), se resta convenuto che avremo una metà (e voi l'altra) di tutte le conquiste che faremo per mare e per terra».

Più tardi, nei secoli XV-XVI, l'accumulazione primitiva del capitale-denaro da parte dei mercanti portoghesi, spagnoli, olandesi e inglesi avrà esattamente la stessa fonte.

In una economia basata essenzialmente sulla piccola produzione mercantile, il commercio in dettaglio e anche il commercio all'ingrosso di prodotti di prima necessità è, agli inizi, strettamente limitato e regolato 36. Distaccatosi appena dall'artigianato, non può in nessun modo consentire una accumulazione notevole di capitale mercantile 37. È solo il commercio estero internazionale a consentire questa accumulazione. Questo commercio riguarda essenzialmente prodotti di lusso destinati alle classi possidenti. Grazie ad esso i mercanti si appropriano di una parte del sovrapprodotto agricolo di cui vivono queste classi possidenti terriere. Lo sviluppo del commercio medioevale in Europa occidentale, commercio di spezie e di prodotti orientali, come pure il commercio di panni italiani e fiamminghi, è lo sviluppo di un commercio tipicamente di lusso 38.

Lo stesso vale per qualsiasi società in cui si sia sviluppato il capitale mercantile. L'ispettore di dogana della provincia cinese di Fukien, Chan Ju-Kua, ha lasciato un quadro del commercio cinese nei secoli XII e XIII della nostra era. Egli enumera 43 articoli di importazione, dalla canfora, l'incenso, la mirra, l'ambra, le squame di tartaruga, la cera d'api sino ai pappagalli, tutti articoli di lusso e spezie 39. Nell'antichità giapponese il commercio fu esclusivamente un commercio di lusso, riferisce Georges Bonmarchand 40. Andréadès precisa che le esportazioni bizantine erano quasi esclusivamente esportazioni di prodotti di lusso 41. Anche il commercio dell'impero dell'Islam all'epoca del suo apogeo si limita in gran parte ai prodotti di lusso. Lopez enumera come segue le merci che questo commercio includeva:

« Smeraldi dell'Egitto, turchesi di Nishapur, rubini dello Yemen, perle del golfo Persico, corallo dell'Africa nord-occidentale, marmo della Siria e dell'Azerbaigian, panni dell'Egitto, dello Yemen e della Persia, cotone di Marv, della Persia orientale e della Spagna, seta del Turkestan e della regione al Sud del mar Caspio, tappeti di Persia, cuoio dell'Andalusia, vasellame del Khorassan, vetrerie della costa siriana, ferro di Farghana... acqua di violetta dell'Iraq, acqua di rosa dell'Iran, incenso e ambra grigia arabi, fichi del Magreb e della Spagna, datteri dell'Irak e dell'Africa, meloni del Turkestan, olio d'oliva di Tunisi, zucchero della Persia, storione del lago di Van, "terra commestibile "del Kuhistan, vini eccellenti dell'Irak e della Spagna » 42.

Prima dell'arrivo degli Olandesi in Indonesia, i mercanti cinesi portano nel grande centro commerciale di Bantam porcellana, seta, damasco, velluto, fili di seta, fili d'oro, tele d'oro, occhiali, ventagli di valore, medicine, mercurio ecc. per acquistare spezie, moscato, avorio, squame e indigo; da una parte e dall'altra si tratta sempre di prodotti di lusso 43*.

Per poter effettivamente realizzare il plusvalore a spese dei compratori nobili, i mercanti di prodotti di lusso debbono assicurarsi veri e propri monopoli di vendita e di acquisto: «Non avendo alcuna ambizione di egemonia territoriale, essi [i Fenici e i Cartaginesi] non aspiravano a penetrare nell'interno [dell'Africa], poiché per lunga esperienza sapevano bene di poterne dominare efficacemente gli abitanti per mezzo di monopoli commerciali abilmente combinati » 45.

Tutto il commercio medioevale di lusso è un commercio di monopolio. La prosperità di Bisanzio si è basata per sei secoli sulla sua funzione di deposito esclusivo di seterie e di spezie orientali. La perdita di questo monopolio a vantaggio di Venezia segnò la fine della potenza bizantina.

Quando le città italiane dominavano il commercio mediterraneo, avevano a loro volta ottenuto monopoli per il commercio con l'Egitto, nuovo deposito delle spezie orientali, e con i popoli rivieraschi del Mar Nero. Il commercio delle aringhe, del grano, del legname, nel Baltico e nel Mar del Nord, si trasformò nella stessa epoca in un commercio con largo impiego di capitali, grazie ai monopoli di fatto stabiliti dai commercianti tedeschi in Scandinavia e nelle regioni dell'Est di recente colonizzazione. Ma questi monopoli furono spezzati dalla concorrenza accanita tra borghesie commerciali di parecchie città e soprattutto dalla concorrenza olandese. Questa concorrenza consenti ai venditori di aumentare i prezzi e costrinse contemporaneamente i mercanti a diminuire i loro prezzi di vendita, riducendo cosi brutalmente il loro margine di profitto 46.

Il capitale accumulato dai grandi mercanti che operano in una società fondata sulla piccola produzione mercantile non può dunque essere di continuo reinvestito nel commercio internazionale stesso. A partire dal momento in cui il capitale mercantile si è esteso sufficientemente, deve sforzarsi di limitare qualsiasi nuova espansione, pena il distruggere per sua stessa opera le radici monopolistiche dei profitti. I mercanti dell'epoca finiscono con l'investire una parte considerevole dei guadagni in altri campi la proprietà fondiaria, l'usura, il grande credito internazionale. Cicerone 47 consiglia ai mercanti all'ingrosso d'investire i loro profitti in proprietà fondiarie. Nel III secolo della nostra era il Talmud (commento ebraico del Vecchio Testamento) consiglia di investire un terzo della fortuna in terreni, un terzo nel commercio e nell'artigianato, e di conservare un altro terzo sotto forma di denaro liquido 48.

Le cose non andarono diversamente nell'antica India, in Cina, nel Giappone e a Bisanzio. Nei secoli XI e XII, i mercanti ebrei possedevano press'a poco un terzo delle terre della contea di Barcellona 49. Gras riferisce che il trattato di prosa norvegese Lo specchio del re, redatto verso il 1260, consiglia ai mercanti viaggianti di investire in terreni i due terzi dei loro grossi profitti 50. A Genova, nel secolo XIII, «anche i più grandi mercanti... sostenevano i loro investimenti commerciali con investimenti fondiari assai considerevoli; e dietro il gruppo interessato al commercio, c'era un altro gruppo, assai più largo, che non era quasi contaminato dallo spirito di avventura del capitalista e aveva basato il proprio sistema finanziario direttamente sulla terra » 51.

Per quanto riguarda i grandi mercanti italiani e tedeschi dei secoli XIII, XIV, XV e XVI, i Bonsignori, gli Scotti, i Peruzzi, i Bardi, i Medici, i Fugger, i Welzer e gli Hochstatter, il capitale che acquisiscono tramite il commercio, viene usato per grosse operazioni di credito e una parte considerevole dei guadagni è usata per l'acquisto di proprietà fondiarie.

 

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La rivoluzione commerciale

L'espansione del commercio a partire dall'XI secolo aveva accelerato lo sviluppo di un'economia monetaria in Europa occidentale. Ma il numerano restava assai raro. Dopo la fine del declino economico che accompagna la guerra dei Cento anni, la mancanza di numerano diviene opprimente. Dovunque si riaprono le antiche miniere, abbandonate dall'epoca romana, o si cerca di scoprirne dì nuove 52 . Progressi dei Turchi e gli sconvolgimenti che si producono lungo le antiche vie commerciali nell'Asia centrale accentuano gli sforzi per spezzare il monopolio veneziano del commercio delle spezie. Alla fine, si ottiene un successo imprevisto. La scoperta dell'America, il saccheggio del Messico e del Perù, la circumnavigazione dell'Africa, il contatto marittimo stabilito con l'India, con l'Indonesia, con la Cina e con il Giappone, sconvolgono completamente la vita economica dell'Europa occidentale. È la rivoluzione commerciale, la creazione di un mercato mondiale di merci, la più importante trasformazione nella storia dell'umanità dopo la rivoluzione metallurgica.

I metalli preziosi, il cui prezzo di produzione era rimasto stabile da un millennio, persero bruscamente di valore in seguito a importanti rivoluzioni tecniche (separazione dell'argento dal rame con l'aiuto del piombo; impiego di macchine di drenaggio; scavo di gallerie di scorrimento perfezionate; uso della macchina trituratrice ecc.) ecc. 53. Ne consegui una considerevole rivoluzione nei prezzi, dato che una stessa quantità di denaro non era più l'equivalente che di una quantità inferiore di merci. Dai paesi in cui questi metodi di sfruttamento furono applicati prima 54 - Boemia, Sassonia e Tirolo nel XV sec. - questa rivoluzione dei prezzi si estese rapidamente alla Spagna nel XVI secolo. Il saccheggio del tesoro di Cuzco e l'apertura delle miniere d'argento di Potosi diminuirono ancor più radicalmente le spese di produzione dei metalli preziosi con l'impiego di manodopera servile. In seguito, l'aumento dei prezzi dilagò in tutta l'Europa, dove la nuova massa di metalli preziosi fini naturalmente con il disperdersi.

La rovina della nobiltà e delle classi salariate fu così accelerata. Per la prima volta nella storia umana, la proprietà fondiaria perdeva il predominio economico acquisito dagli albori della civiltà. La diminuzione dei salari reali che si manifestava in particolare con la sostituzione del pane con le patate a buon mercato come alimento popolare di base - diveniva una delle fonti principali dell'accumulazione primitiva del capitale industriale dal XVI al XVIII secolo.

«In Inghilterra e in Francia, il grande scarto tra [l'aumento dei] prezzi e [quello dei] salari che risultava dalla rivoluzione dei prezzi, sottrasse una gran parte dei redditi che i lavoratori avevano ottenuto sino allora, sviò questa ricchezza verso i beneficiari di altre parti distributive. Come abbiamo indicato, la rendita, al pari dei salari, rimase indietro rispetto al movimento dei prezzi; i proprietari fondiari non ricavarono alcun guadagno dalle perdite dei lavoratori». Queste perdite andarono dunque a vantaggio dei soli imprenditori capitalisti. In Inghilterra, tra il 1500 e il 1602, l'indice dei salari passava da 95 a 124, mentre l'indice dei prezzi passava da 95 a 243! 55.

In seguito al deficit della bilancia commerciale della Spagna, alla stagnazione e al declino del suo artigianato, la massa dei tesori d'oro e d'argento saccheggiati o acquisiti con l'asservimento di Indiani e di Negri, finì nelle mani della borghesia dell'Europa occidentale, della Germania, della Francia, dei Paesi Bassi e della Gran Bretagna. Le forniture di guerra per i numerosi conflitti dinastici che lacerarono l'Europa nel corso di tre secoli, furono pure leve importanti di questa accumulazione del capitale commerciale. I fratelli Pàris, i più grossi capitalisti francesi del XVIII secolo, devono la loro fortuna a queste forniture. La comparsa del debito pubblico *, del prestito sotto forma di titoli di Stato negoziabili in borsa - innanzi tutto nelle borse di Lione e di Anversa, poi in quella di Amsterdam, prevalente per un lungo periodo - rappresentò una altra leva di questa accumulazione primitiva dei capitali, forniti d'altra parte dal saccheggio dell'America e dell'India **.

Al pari dell'accumulazione primitiva del capitale mercantile, l'accumulazione primitiva del capitale commerciale si è effettuata innanzi tutto tramite il brigantaggio e la pirateria. Scott 57 constata che verso il 1550 si produsse in Inghilterra una forte penuria di capitali. In alcuni anni le imprese piratesche contro la flotta spagnola, tutte organizzate sotto forma di società per azioni, mutarono la situazione. La prima impresa piratesca di Drake, che è del 1577-1580, fù lanciata con un capitale di 5000 sterline con la partecipazione della regina Elisabetta.

Questa impresa rese circa 600000 sterline di profitto, di cui la metà per la regina. Beard valuta che i pirati introdussero in Inghilterra durante il regno di Elisabetta, circa 12 milioni di sterline. È nota la spaventosa barbarie dei conquistadores spagnoli nelle Americhe. Nello spazio di cmquant'anni, sterminarono 15 milioni di Indiani, se si presta fede a Bartholomeo de las Casas, e 12 milioni secondo critici più «conservatori». Regioni densamente popolate come Haiti, Cuba, il Nicaragua, la costa del Venezuela, furono interamente spopolate 58. L'accumulazione primitiva del capitale commerciale portoghese in India fu contraddistinta da manifestazioni «civilizzatrici» dello stesso stampo:

«Il secondo viaggio di Vasco de Gama (1502- 1503), alla testa di una vera flotta da guerra di 25 vascelli, porta alla sostituzione del monopolio egiziano e veneziano con un monopolio nuovo (per quanto riguarda il commercio delle spezie). Questo nuovo monopolio non viene stabilito senza episodi sanguinosi. È una specie di crociata (!) di mercanti di pepe, di garofano, di cannella, crociata contraddistinta da spaventose atrocità. Tutto sembrava permesso contro i Mussulmani aborriti che il Lusitano aveva la sorpresa di incontrare in capo al mondo dopo averli cacciati da Algarve e combattuti sulla terra berbera. Incendi e massacri, distruzioni di ricche città, vascelli bruciati con i loro equipaggi, prigionieri sgozzati le cui mani, il cui naso e le cui orecchie sono inviati per derisione ai re "barbari": ecco la prodezze del Cavaliere di Cristo: non lasciò in vita che un bramino che, dopo aver subito le stesse mutilazioni, fu incaricato di recare ai sovrani locali questi orribili trofei » 59.

Hauser ha dimostrato come la nuova espansione commerciale resti basata sul monopolio. Non c'è quindi da meravigliarsi che i mercanti olandesi, i cui profitti dipendevano dal monopolio delle spezie ottenuto grazie alla conquista dell'arcipelago indonesiano, procedessero alla distruzione massiccia degli alberi di cannella nelle piccole isole delle Molucche non appena i prezzi in Europa cominciavano a diminuire. I «viaggi Hongi» per distruggere questi alberi e massacrare la popolazione che, da secoli, traeva la propria sussistenza dalla loro coltura, hanno marcato di una impronta sinistra la colonizzazione olandese. D'altronde, questa colonizzazione si era iniziata sotto lo stesso segno, poiché l'ammiraglio J.P. Coen non aveva esitato a sterminare tutti gli abitanti maschi delle isole Banda 60.

La fonte del plusvalore ottenuto dal capitale commerciale precapitalista è dunque identica a quella del plusvalore accumulato dal capitale usurario e dal capitale mercantile. Ne troviamo una notevole illustrazione nella seguente tavola dei prezzi di acquisto e di vendita della Compagnia francese delle Indie orientali nel 1691:

prezzo d'acquisto in sterline prezzo di vendita in sterline

cotonati bianchi e mussolina 327.000 1.267.000

seterie 32.000 97.000

pepe (100.000 libbre) 27.000 101.000

seta greggia 58.000 111.000

salnitro 3.000 45.000

filo di cotone 9.000 28.000

totale tenendo conto di alcune voci minori

487.000 1.700.000

Cioè un tasso di profitto circa del 250 per cento e questo nel commercio «normale»!

Uno dei grandi pionieri del grande commercio olandese, Guglielmo Wisselinx, scrive d'altronde chiaramente in un opuscolo uscito agli inizi del XVII secolo:

«Il commercio sulla costa della Guinea fù in effetti profittevole al paese in due sensi: anzitutto vi si acquistarono merci di grande valore da popolazioni che ne ignoravano ancora il valore reale (!); in secondo luogo, si scambiarono questi merci con merci europee di valore assai più ridotto » 62.

Se la rivoluzione commerciale provocò un rincaro generale delle merci, tuttavia, determinò pure un ribasso relativo dei prezzi dei prodotti di lusso dell'Oriente. Parallelamente al più ampio rifornimento, si è cosi determinato un allargamento del mercato e dei bisogni. Quello che prima era stato l'appannaggio di rarissime famiglie nobili diveniva ora il consumo abituale di tutte le classi possidenti (zucchero, tè, spezie, tabacco, ecc.). Il commercio di prodotti coloniali si accrebbe considerevolmente e fu rapidamente monopolizzato da alcune grandi società per azioni: la Oost-Indische Companie nei Paesi Bassi; la East India Company e la Hudson Bay Company in Gran Bretagna; la Compagnie des Indes Orientales in Francia.

Come nei secoli oscuri del Medioevo e agli albori del commercio antico, queste compagnie combinarono il commercio di spezie con il commercio di schiavi. Cosi furono realizzati enormi profitti. Dal 1636 al 1645 la Compagnia delle Indie occidentali olandesi vendette 23.000 negri per un totale di 6,7 milioni di fiorini, cioè circa 300 fiorini per schiavo, mentre le merci date in cambio di ogni schiavo non valevano più di 50 fiorini. Dal 1728 al 1760 le navi in partenza da Le Havre portarono alle Antille 203.000 schiavi comperati nel Senegal, sulla Costa d'Oro, a Loango ecc. La vendita di questi schiavi rese 203 milioni di sterline 63. Dal 1783 al 1793 i negrieri di Liverpool vendettero 300 mila schiavi per 15 milioni di sterline, di cui una frazione considerevole contribuì alla fondazione di imprese industriali 64.

Tutte le classi agiate della popolazione desideravano partecipare a questa pioggia d'oro proveniente dal sacco delle colonie. Re, duchi, principi, giudici e notai cercarono di collocare depositi presso grossi commercianti per ottenere interessi fissi, acquistarono azioni o partecipazioni delle compagnie coloniali. Nel XVI secolo, Eochstàtter, il banchiere di Norimberga, grande concorrente dei Fugger, deve aver ricevuto depositi di questo tipo per più di 100 milioni di sterline 65. La New Royal African Company, che si occupò sino al 1698 del traffico dei Negri, ebbe soci della distinzione di un duca di York e di un conte di Shaftesbury, come del suo illustre amico, il filosofo John Locke 66.

L'aumento dei prezzi impoverì la popolazione che viveva di redditi fissi. I debiti pubblici *, la speculazione e il commercio all'ingrosso concentrarono i capitali nelle mani della borghesia. Il commercio internazionale restò, fondamentalmente, un commercio di lusso 68. Tuttavia, le ordinazioni di Stato e le esigenze crescenti delle classi agiate stimolarono la produzione di merci non agricole. Accanto al commercio di prodotti coloniali e di metalli preziosi, il commercio di prodotti artigiani e manifatturati assunse un'estensione più grande che nel Medioevo.

L'industria inglese dei panni, l'industria lionese della seta, l'industria metallurgica di Solingen, l'industria tessile di Leida, della Bretagna e della Westfalia, lavoravano già per mercati internazionali, inclusi quelli delle colonie d'oltremare, e superavano lo stadio della manifattura di lusso. Questa estensione del mercato accelerò l'accumulazione del capitale dei grandi commercianti e creò una delle condizioni per il dischiudersi dell'industria capitalistica.

 

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L'industria a domicilio

Malgrado l'estensione del grande commercio internazionale a partire dall'XI secolo nell’Europa occidentale, il modo di produzione urbano era rimasto fondamentalmente quello della piccola produzione mercantile. Maestri artigiani, che lavorano con alcuni garzoni, producono una quantità di prodotti determinati in un determinato tempo di lavoro, e questi prodotti vengono venduti direttamente al pubblico a prezzi stabiliti anticipatamente. Durante il censimento di un quartiere della città di Ypres nelle Fiandre nel 1431, si trovano 704 persone occupate in 161 mestieri diversi. Nelle imprese di 155 professioni distinte, non sono impegnati che 17 garzoni! In totale, più della metà delle persone censite sono imprenditori indipendenti 69. Le differenze di condizione sociale tra maestri artigiani e garzoni sono limitate: ogni garzone, alla fine dell'apprendistato, ha la possibilità di accedere alla dignità di maestro.

Questo modo di produzione si urta tuttavia a molte contraddizioni. In primo luogo, contraddizioni inerenti al sistema stesso: l'aumento progressivo della popolazione urbana e del numero degli artigiani non è compensato da un allargamento del mercato. Porta a una concorrenza crescente tra una città e un'altra, a un'accentuazione delle tendenze protezionistiche delle corporazioni artigianali stesse, che cercano di chiudere le porte a nuovi maestri-artigiani. Si impongono agli apprendisti condizioni sempre più dure per accedere alla dignità di maestri. Di fatto questa promozione diviene ben presto impossibile. Secondo Hauser, ciò si verificò in Francia a partire dal 1580 70 Kulischer cita numerose dichiarazioni apertamente monopolistiche delle corporazioni, a partire dal XIV e XV secolo 71.

D'altra parte, gli artigiani fiamminghi e Italiani che, a partire dal XII secolo cominciano a lavorare per mercati più vasti del mercato urbano, finiscono con il perdere il controllo sui prodotti del loro lavoro 72. Per portare i propri prodotti a una fiera lontana, un tessitore o un ramaio deve arrestare la produzione e non può riprenderla che al suo ritorno. È inevitabile che taluni di essi, in particolare i più ricchi, in grado di procurarsi un sostituto in casa, si specializzino ben presto nel commercio. In un primo momento portano al mercato, assieme ai loro prodotti, i prodotti dei vicini solo per rendere un servizio. Finiscono poi con l'acquistare direttamente i prodotti di una gran massa di maestri artigiani e con l'incaricarsi esclusivamente della vendita in luoghi lontani. Questo sistema non implica necessariamente una subordinazione dell'artigiano al mercante. Ma la favorisce, soprattutto nel settore tessile dove numerose corporazioni eseguono successivamente una serie di lavori sul medesimo prodotto, e si trovano dunque di fronte a un acquirente monopsonico 83. Lo stesso accade per la fabbricazione di selle di cuoio a Londra, dove i «selliers» riducono a una condizione subordinata i mestieri secondari a partire dai secoli XIV e XV 74.

Questa subordinazione diviene completa sin dal XIII secolo nell'industria fiamminga dei panni e nell'industria italiana della lana e della seta. Il mercante di panni si trova sempre di fronte a maestri artigiani, proprietari dei loro mezzi di produzione. I salariati propriamente detti rappresentano un'eccezione, salvo nell'industria della lana a Firenze, dove dalla metà del XIV secolo si annoverano 20.000 giornalieri 75. Ma i maestri artigiani sono obbligati a comperare dal mercante di panni le materie prime; sono pure obbligati a vendergli i loro prodotti finiti. «Avendo potuto vendere evidentemente ai prezzi più alti, [il mercante di panni] tenderà a comperare al prezzo più basso » 76*. Nello studio dedicato a un grande mercante di panni di Douai della fine del XIII secolo, sir Jehan Boinebroke, Espinas constata che i mercanti di panni tendono già a obbligare gli artigiani ad abitare in case di loro proprietà e cominciano anche ad acquistare mezzi di produzione. L'inevitabile indebitamento degli artigiani nei confronti dei mercanti, traccia la naturale via di questa subordinazione **.

Gli artigiani non accettarono senza resistenza questa subordinazione parziale o completa. Nel XIII e XIV secolo i comuni fiamminghi e italiani furono lacerati da violente lotte di classe che spesso si conclusero con la vittoria degli artigiani.

Ma questa vittoria non poté che accentuare la decadenza della piccola produzione mercantile urbana, giunta a una impasse: spesso la fece precipitare con misure protezionistiche. Per sfuggire alle regole rigide delle corporazioni urbane e agli alti salari degli artigiani, i mercanti cominciarono a fare ordinazioni ad artigiani a domicilio residenti nelle campagne, che ricevono dai mercanti-imprenditori materie prime e mezzi di produzione e lavorano non più di fatto, ma in linea di diritto per un semplice salario.

A partire dal XV secolo, questa industria a domicilio si diffonde nelle campagne del Belgio, dell'Italia, della Francia, della Gran Bretagna. I grandi commercianti di Anversa fanno ordinazioni per i «nuovi panni» delle Fiandre francesi, per i tappeti di Audenarde e di Bruxelles 79. Ma l'evoluzione resta lenta. Nel secolo XVI, per diventare mercante di panni in Inghilterra occorrono sette anni di apprendistato 80. Nel secolo XVII, nella seteria lionese, i maestri-commercianti non sono proprietari dei telai, benché detengano i capitali, forniscano la seta e i disegni ai maestri operai e riprendano da costoro il prodotto finito 81.

Al contrario, nelle miniere, dove s'impongono maggiori spese di installazione, la borghesia commerciale è riuscita prima ad appropriarsi dei mezzi di produzione 82. A Liegi, principale centro carbonifero del continente, verso il 1520 le associazioni indipendenti di minatori sono completamente scomparse a vantaggio di piccole imprese capitalistiche, in generale proprietà dei mercanti della città. La maggior parte delle imprese minerarie furono trasformate in società per azioni, le cui aliquote furono acquistate dai membri delle classi agiate. Le più importanti furono prese in concessione da ricche famiglie di commercianti o di banchieri come i Fugger.

Le Saigerhùtten (fabbriche di separazione dell'argento dal rame) della Sassonia e della Turingia, del Tirolo e della Carinzia, per il costo delle installazioni e la concentrazione della manodopera salariata, sono le più importanti imprese industriali del XVI secolo. Con queste fabbriche siamo già passati dal piano dell'industria a domicilio a quella della manifattura moderna 83. Nel secolo seguente, i mercanti olandesi più ricchi acquisirono immense fortune ottenendo il monopolio dello sfruttamento delle miniere di mercurio dell'imperatore (i Deutz) e delle miniere di ferro e di rame della Svezia, combinate con manifatture d’armi e di munizioni (i de Geer e i Trip) 84.

È interessante notare che questa separazione dei produttori dai mezzi di produzione per opera dei mercanti intermediari si è realizzata in modo del tutto analogo in società diverse da quelle dell'Europa occidentale. Peter H.W. Sitzen descrive il sistema in funzione nelle campagne di Giava:

«Nella parte centro-orientale di Giava, gli operai a domicilio quasi indipendenti avevano sempre accesso al credito in caso di necessità... Il Bakul o intermediario... era il finanziatore e il dirigente reale dell'industria a domicilio... Per mezzo dei debiti contratti con lui e che incoraggia in tutti i modi, egli mantiene i produttori apparentemente indipendenti in un tale stato di dipendenza da poter prendere la parte migliore dei loro redditi. Nella industria dei mobili, per esempio, più della metà dei redditi lordi andavano nel 1936 al Bakul » 85.

Raymond Firth ha scoperto un sistema identico in Malesia, dove «il sistema di prestare denaro o utensili si è spesso cristallizzato in rapporti particolari tra pescatori e acquirenti di pesce, soprattutto coloro che fanno la salatura per la esportazione » 86.

S. F. Nadel ha trovato un sistema analogo nell'industria a domicilio che fabbrica perle di vetro a Bida, in Nigeria. In India, i mahajans anticipano la materia prima e i prodotti di trasformazione per l'industria a domicilio. L'industria tessile di Suchu, in Cina, sembra essere stata organizzata nello stesso modo nei secoli XVI e XVII, secondo i cronisti della dinastia Ming 87.

L'industria a domicilio è lo sbocco logico della subordinazione della piccola produzione mercantile al capitale monetario, in un'economia monetaria in cui la produzione per mercati lontani ha eliminato ogni possibilità di fondare l'esistenza del piccolo produttore su basi stabili.

 

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Il capitale manifatturiero

L'industria a domicilio separa il piccolo produttore di merci anzitutto dal controllo del suo prodotto, successivamente dal controllo dei suoi mezzi di produzione. Ma la produzione progredisce solo lentamente, parallelamente alla lenta estensione del mercato. La borghesia commerciale, come prima di essa la borghesia mercantile, non investe che una frazione dei suoi capitali e profitti nell'industria a domicilio. La maggior parte è riservata al commercio stesso, alla speculazione sui valori mobiliari, all'acquisto della proprietà fondiaria. I Fugger, all'inizio semplici artigiani-tessitori di Augsburg, fanno fortuna nel commercio internazionale di spezie e di stoffe, che continuano mentre hanno già avuto le concessioni delle miniere di argento dell'Europa centrale e hanno costruito le manifatture più importanti dell'epoca. Finiscono con il dedicarsi essenzialmente alle operazioni di credito per la casa degli Absburgo, che li portano d'altronde alla bancarotta.

Per la consistenza della manodopera impiegata, l'industria a domicilio resta la forma principale di produzione non agricola dal XVI al XVIII secolo, in Europa occidentale. Ma accanto ad essa si sviluppa un altro sistema di produzione che costituisce in un certo modo il ponte verso la grande fabbrica moderna: il sistema della manifattura.

La manifattura è l'unione sotto un solo tetto di operai che lavorano con mezzi di produzione messi a loro disposizione e con materie prime loro anticipate. Ma, invece di essere pagati per il valore totale del prodotto finito, defalcati il valore della materia prima anticipata e il prezzo di affitto degli strumenti di lavoro, come è il caso dell'industria a domicilio, la finzione della vendita del prodotto finito all'imprenditore viene abbandonata. L'operaio non riceve più che quello che già di fatto guadagnava con il sistema dell'industria a domicilio: un semplice salario.

Si può seguire passo passo questa evoluzione nella storia dell'industria del panno di Leida, magistralmente analizzata da Posthumus. Questa industria è sulle prime organizzata su una base artigianale. Dalla fine del XVI secolo, si estende nelle campagne e i mercanti prendono il sopravvento sui tessitori di panni; questi ultimi cominciano a perdere innanzi tutto la proprietà della materia prima e del prodotto finito, poi quella dei mezzi di produzione. Verso il 1640 nuovi intermediari, i reeders, si frappongono tra i mercanti e i tessitori di panni. Si passa alla manifattura e verso il 1652 si parla persino di fabbricanti » 88!

Il nuovo sistema comporta due vantaggi per coloro che ricevono le ordinazioni. Da una parte, possono eliminare i faux frais determinati dalla necessità di mantenere un gran numero di intermediari per raggruppare i prodotti finiti, distribuire la materia prima ecc. D'altra parte, possono eliminare gli storni considerevoli di materia prima che inevitabilmente hanno luogo nell'industria a domicilio per compensare l'insufficienza dei salari. Nelle manifatture, la concentrazione della manodopera, la sua subordinazione a un controllo diretto e permanente da parte del capitale, ha già raggiunto uno stadio avanzato.

Ma la manifattura rappresenta pure un considerevole progresso dal punto di vista della produttività del lavoro. Nella piccola produzione mercantile, esiste solo una divisione del lavoro sociale tra diversi mestieri: all'interno di ciascun mestiere, cioè nel corso del processo di produzione, la divisione del lavoro è praticamente inesistente. Anche quando ciascun mestiere non confeziona un prodotto finito, destinato direttamente al consumo, come avviene per l'industria dei panni o per quella della lana, compie tuttavia un intero processo di produzione: la tessitura, la pressatura, la tintura ecc.

Grazie alla manifattura diviene possibile suddividere ciascun mestiere, ciascun processo di produzione, in una infinità di operazioni di lavoro meccaniche e semplificate all'estremo. Ciò permette al tempo stesso di accrescere il rendimento, il numero dei prodotti finiti fabbricati nello stesso lasso di tempo, e di diminuire il prezzo di costo, sostituendo una manodopera qualificata con una manodopera non qualificata di donne, di fanciulli, di infermi, di vecchi, persino di malati di mente. E questo fatto che appare come un fenomeno sociale interamente nuovo, soprattutto per quanto riguarda la manifattura tessile: la sua manodopera è composta in gran parte da questi infelici. E soprattutto il basso prezzo di questa manodopera che rende vantaggiosa una tale concentrazione di salariati sotto uno stesso tetto. Tutt'al più si può stabilire una analogia con le miniere e le grandi manifatture di Stato dell'antichità, della Cina, dell'India e di altri paesi, dove predominava la manodopera servile o semiservile.

La massima brutalità e una sconcertante ipocrisia furono la consuetudine per obbligare questi infelici a fornire una forza-lavoro a buon mercato al giovane capitale manifatturiero *. Nel 1721, si decise di fondare a Graz una manifattura di panni «perché centinaia di persone soffrono la fame e passano il tempo a non far niente». Allo scopo di fornire la manodopera necessaria, bisognava «catturare e rinchiudere» un numero corrispondente di mendicanti che riempivano le vie della città. Ad Amsterdam, su proposta degli scabini, il consiglio municipale considerò nel 1695 «se non fosse opportuno ricercare un luogo propizio per [l'erezione di] una filatura, in cui poter impiegare delle giovani, consentendo loro di sopperire ai bisogni, come pure altre persone che si abituavano alla mendicità e all'ozio». Siccome alcuni commercianti desiderosi di fare ordinazioni di filature di lana offrivano condizioni favorevoli e i signori del Consiglio considerarono che si trattava di un'«opera assai buona e cristiana» (!), diedero facoltà al sindaco di passare alla realizzazione dell'affare 90. Sombart 91 cita numerosi esempi in cui lo Stato obbligò la popolazione a compiere un vero e proprio lavoro forzato in certe manifatture, in particolare in Spagna, in Francia, in Olanda, in Germania, in Svizzera, in Austria e naturalmente in Inghilterra.

Nei paesi in cui sussisteva il servaggio, si obbligarono i servi a lavorare nelle manifatture, particolarmente in Russia nella manifattura di rame di Tula.

Lo sviluppo della manifattura non elimina ancora nell'industria il lavoro manuale come mezzo di produzione preponderante: la maggior parte delle spese del capitale manifatturiero consistono ancora in spese per i salari. Ciò nonostante, la manifattura si sviluppa più rapidamente nei settori in cui si moltiplicano le installazioni di apparecchi costosi. Nel XVIII secolo, a Reims e a Louviers, migliaia di operai sono già ammassati in manifatture la cui costruzione costava centinaia di migliaia di sterline 92.

Leida, che è il primo centro tessile d'Europa alla metà del secolo XVII, vede svilupparsi le manifatture grazie all'impiego su larga scala dei mulini di pressatura. Ma questo impiego è vantaggioso solo a condizione di disporre di una manodopera giovanile o femminile. Gli imprenditori organizzano quindi vere e proprie spedizioni sino nella regione di Liegi per reclutare questa manodopera 93.

 

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Creazione del proletariato moderno

Parallelamente a questo allargamento del campo d'azione del capitale, che si trasferisce decisamente nella sfera della produzione, a partire dal XVI secolo si vide costituirsi una classe sociale nuova, presente nella piccola società mercantile del Medioevo solo sotto forma di «servitori» déracinés, erranti da una città all'altra. Questa classe era nata dalla riduzione dei seguiti dei signori feudali, risultato del loro impoverimento sotto i colpi della rivoluzione dei prezzi. Era nata dalla decadenza dell'artigianato urbano dopo che i mercanti-imprenditori avevano cominciato a collocare nelle campagne le loro ordinazioni. Il suo sviluppo fu accelerato dalle grandi trasformazioni nel settore che includeva ancora la grande maggioranza dei produttori: l'agricoltura.

Nel villaggio medioevale, le terre dei contadini erano suddivise in numerose parcelle. Per poter lavorare su queste parcelle, i contadini dovevano aver libero accesso alle terre che separavano le loro parcelle. Questo libero accesso era legato al diritto di spigolatura e di stoppiatura, al diritto di pascolo, alla riserva di terre per le nuove famiglie, all'avvicendamento forzato, tutte cose indispensabili alla stabilità di una economia di villaggio fondata sull'avvicendamento triennale e contraddistinta dall'impronta della comunità di villaggio primitiva 94. Allo stesso tempo le terre comunali offrivano risorse gratuite di pascolo per il bestiame, di legna per il riscaldamento e per le costruzioni ecc.

A partire dal XV secolo, malgrado numerosi editti e leggi governative contro questa evoluzione, i proprietari fondiari inglesi cominciano a dividere le terre comunali e riunire le parcelle degli affittuari allo scopo di costituire aziende di un solo conduttore. Questo movimento è favorito soprattutto dal rapido aumento del prezzo della lana a partire dalla metà del secolo XV, aumento che rende per i signori l'allevamento dei montoni più vantaggioso della coltura del suolo 95. Ma la pratica delle enclosures, della costruzione di recinti attorno ai campi, resta assai frammentaria sino al XVIII secolo.

Questa pratica è allora accelerata da una rivoluzione dello stesso modo di produzione nell'agricoltura: l'eliminazione del maggese; il passaggio dal sistema dell'avvicendamento triennale alla coltura periodica dell'erba medica, dei ravanelli, delle piante foraggere restauratrici della produttività del suolo. E un sistema di agricoltura scientifico originario delle Fiandre e della Lombardia che, dopo molti tentativi, comincia a generalizzarsi verso quell'epoca in Inghilterra 96. Il sovrapprodotto agricolo si accresce fortemente. I proprietari fondiari desiderosi di accaparrarsi questo sovrapprodotto, modificano il sistema di affitto, e passano dall'affitto enfiteutico (che garantisce alle famiglie contadine il mantenimento dell'affitto per la durata di un secolo) al sistema detto del tenance at will o del bail bref che comporta una modifica dell'affitto al massimo ogni nove anni 97.

Ne risultò un forte aumento della rendita fondiaria che accelerò la espropriazione dei contadini poveri e accompagnò il movimento delle enclosures, favorito anche dal fatto che, con la scomparsa del sistema dell'avvicendamento triennale, la dispersione delle parcelle diveniva onerosa per i conduttori. Verso il 1780, questo movimento aveva portato in Inghilterra alla quasi liquidazione dei contadini indipendenti, sostituiti da grossi affittuari capitalisti che lavoravano con manodopera salariata. In Francia un analogo movimento di divisione delle terre comunali aveva avuto luogo nei secoli XVII e XVIII ma in misura minore 98. Fu la rivoluzione francese a dargli un grande impulso. Nella Germania occidentale e nel Belgio assistiamo a una evoluzione parallela a quella della Francia.

Le trasformazioni economiche che, dal XVI al XVIII secolo, crearono nelle città una massa di produttori separati dai loro mezzi di produzione, erano dunque accompagnate da trasformazioni che in pratica privavano una parte dei contadini della terra come mezzo di produzione della loro sussistenza. Cosi apparve il proletariato moderno. Questa classe, sin dal XVI secolo, fu caratterizzata dagli imprenditori di Leida come «gente povera e bisognosa, che spesso ha il carico e il fardello di donne e di molti figli e non possiede nient'altro che quello che può guadagnare con il lavoro delle proprie mani » 99.

Gli antenati di questo proletariato sono già caratterizzati nel 1247 come ceur... ki waignerent deniers a leur bras et a leur force 100, coloro che guadagnavano denaro con la forza delle loro braccia. E anche nella nostra epoca, quando il processo di formazione del proletariato si ripete presso popoli ritardatari, si dice, in Malesia, dei pescatori che non possiedono in proprio delle reti (mezzi di produzione): «Non possiedono nulla: non fanno che aiutare gli altri 101. In altri termini: la separazione dei produttori dai mezzi di produzione crea una classe di proletari che possono sussistere solo vendendo le loro braccia, cioè vendendo la loro forza-lavoro ai proprietari del capitale, il che consente a questi ultimi di appropriarsi del plusvalore prodotto da questi produttori *.

 

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La rivoluzione industriale

Perché il capitale possa penetrare nella sfera della produzione occorre che l'industria si trovi posta bruscamente dinanzi a un mercato non più stabile, ma allargato, al punto da sembrare pronto ad assorbire una produzione costantemente accresciuta.

L'introduzione del macchinismo nell'industria e nel sistema dei trasporti e il ribasso dei prezzi dei prodotti della grande fabbrica che ne risulta, hanno creato questo mercato e segnato il trionfo definitivo del modo di produzione capitalistico.

Per millenni le due soli fonti di energia a disposizione del lavoro furono l'energia umana e la energia degli animali domestici. L'antichità ha saputo costruire una prima macchina per sfruttare un'altra fonte di energia il mulino ad acqua. Nelle miniere romane, la vite di Archimede e la pompa ad acqua di Ctesibio furono impiegate per il drenaggio 103; ma non si diffusero largamente nella agricoltura. Il Medioevo ereditò macchine di questo genere, le generalizzò a partire dal X secolo, assicurando cosi un notevole aumento della produttività del lavoro, e in seguito ricevette dall'Oriente il mulino a vento *.

A partire dal XV secolo una lunga serie di piccole invenzioni e miglioramenti tecnici trasformano progressivamente queste macchine, che si servono sempre dell'acqua come fonte principale di energia. Si costruiscono mulini per fabbricare la carta; mulini per far funzionare magli per fucine; mulini per manifatturare la seta; mulini a pompa nelle miniere; mulini di pressaggio, mulini per segare la legna ecc. 104. Sombart enumera una ventina di tipi diversi di mulini risalenti a quell'epoca 105.

Ma i perfezionamenti tecnici non vengono applicati che sporadicamente sinché le condizioni economiche e sociali non favoriscono un afflusso massiccio di capitali verso la produzione industriale. Come abbiamo detto sopra, è soprattutto nelle miniere e nella metallurgia che i progressi sembrano considerevoli agli albori dei tempi moderni. Nelle miniere si svilupparono i primi tipi di ferrovia per facilitare il trasporto del carbone 106. Il primo altoforno fu costruito nel secolo XV 107. Ma lo sviluppo di questi altiforni fu ostacolato sinché furono riscaldati a legna. Nel 1777, l'impiego della macchina a vapore nell'industria carbonifera sconvolge il processo di produzione. Consente un rapido aumento della produzione di carbone e un ribasso dei prezzi che apre la strada all'uso del coke come carburante negli altiforni. Alcuni anni più tardi, verso il 1785, la fabbricazione del ferro con il procedimento della pudellatura sconvolge a sua volta questo processo di produzione. La produzione di ferro in Inghilterra passa da 12-17.000 t. annue verso il 1750 a 68.000 t. nel 1788, 244.000 nel 1806 a 455.000 nel 1823 108.

L'uso della forza energetica dell'acqua nel mulino di pressatura e in altri mulini e poi, soprattutto, l'invenzione della macchina tessitrice sconvolgono l'industria tessile. Nello stesso tempo, il fiorire del commercio marittimo di Liverpool apre al Lancashire sbocchi d'oltremare che sembrano illimitati. Con le nuove macchine, i fabbricanti tessili producono i loro cotonati a prezzi molto inferiori a quelli dell'artigianato e del lavoratore a domicilio, e si lanciano alla conquista di quell'immenso mercato. Il capitale spezza anzitutto le barriere doganali interne, reliquie del passato feudale: nel 1779 con la costituzione degli Stati Uniti; nel 1795, in Francia; nel 1800, nel Regno Unito; nel 1816, in Prussia; nel 1824, in Svezia-Norvegia; nel 1834, in Germania con la creazione dello Zollverein; nel 1835, in Svizzera; negli anni successivi al 1850 in Russia e nell'Austria-Ungheria. Poi, l'obiettivo diventa il mercato mondiale. Le esportazioni britanniche di cotonati passano da 5.915 sterline nel 1679 e 45.000 nel 1751 a 200.354 nel 1764, 19 milioni nel 1830, 30 milioni nel 1850 e 73 milioni nel 1871 109.

L'industria del ferro e del carbone trova nuovi immensi sbocchi nella costruzione e nell'alimentazione delle macchine a vapore. A partire dal 1825, la costruzione delle ferrovie generalizza questa marcia trionfale del macchinismo e del modo di produzione capitalistico. Collegando intimamente la città e la campagna, le ferrovie facilitano la penetrazione delle merci, prodotte a buon mercato dalla grande industria, sino negli angoli più remoti di ogni paese. Nello stesso tempo, la costruzione ferroviaria rappresenta di per sé, durante mezzo secolo, il principale mercato per i prodotti dell'industria pesante (carbone, acciaio, prodotti metallurgici ecc.), innanzi tutto in Gran Bretagna, poi sul continente europeo, quindi in America e nel mondo intero.

 

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Particolarità dello sviluppo capitalistico in Europa occidentale

Nella piccola produzione mercantile, il produttore, padrone dei suoi mezzi di produzione e dei suoi prodotti, può vivere solo vendendo questi prodotti per acquistare mezzi di sussistenza. Nella produzione capitalistica, il produttore, separato dai propri mezzi di produzione, non è più padrone dei prodotti del suo lavoro e può vivere solo vendendo la propria forza-lavoro in cambio di un salario che gli consenta di acquistare questi mezzi di sussistenza. Il passaggio dalla piccola produzione mercantile alla produzione capitalistica propriamente detta è dunque contraddistinto da due fenomeni paralleli: la trasformazione della forza lavoro in merce da una parte, la trasformazione dei mezzi di produzione in capitale dall'altra *. Questi due fenomeni concomitanti non si sono mai prodotti su larga scala prima di comparire, a partire dal XVI e soprattutto dal XVIII secolo, in Europa occidentale e principalmente in Gran Bretagna.

Il capitale in quanto tale, nelle sue forme primitive di capitale usurario e di capitale mercantile, non era tuttavia in alcun modo una caratteristica esclusiva della civiltà occidentale. Molte civiltà che hanno conosciuto uno stadio avanzato della piccola produzione mercantile, hanno visto un ampio sviluppo di questo capitale: la società antica; la società bizantina; l'impero dei Mongoli in India; l'impero dell'Islam; la Cina e il Giappone, per non citare che le più importanti. Lo sviluppo quantitativo del capitale in queste società non era affatto inferiore a quello del capitale nell'Europa occidentale del Medioevo.

Alla metà del XIV secolo, il re d'Inghilterra Edoardo III ricevette complessivamente 1.365.000 fiorini dalle compagnie fiorentine Bardi e Peruzzi 111: Si trattava delle più ricche famiglie borghesi dell'Occidente, prima dei Fugger. Ora, verso la stessa epoca un gruppo di mercanti karimi (yemeniti) che monopolizzavano il commercio delle spezie con l'India nell'Egitto dei Mamelucchi, anticiparono 700.000 dirham d'argento a notabili di Damasco e quindi 400.000 dinari d'oro al re dello Yemen (monete che contengono più metallo puro delle monete europee della stessa epoca) 112.

Nel IX e X secolo, all'apogeo dell'impero dell'Islam, troviamo molti mercanti di Bassora con un reddito annuo di più di un milione di dirham. Un gioielliere di Bagdad, Ibn-al-Jassas, resta un uomo ricco dopo che gli sono stati confiscati 16.000.000 di dinari-oro 113. Nel 144 avanti Cristo, il principe imperiale Hsio, di Liang, morì in Cina lasciando una eredità di 400.000 catti d'oro (1 catti equivale circa a 600 grammi) 114. Perché questa accumulazione di capitale usurario e mercantile non ha dato origine al capitale industriale in queste civiltà diverse?

Non si può neppure dire che le forme di organizzazione intermediarie tra l'artigianato propriamente detto e la grande fabbrica - il Verlagsystem (commercianti che danno ordinazioni agli artigiani), l'industria a domicilio e la manifattura - abbiano fatto difetto in queste civiltà precapitalistiche. A Bisanzio, vere e proprie manifatture tessili appaiono sin dall'epoca dell'imperatore Giustiniano, basate, certo, sull'artigianato, con una manodopera che, benché concentrata in grandi stabilimenti, resta proprietaria dei propri mezzi di produzione 115. Ma già verso il X secolo, «i mercanti di seta greggia erano apparsi come i capitalisti (più correttamente... gli imprenditori) più potenti... Essi si erano subordinati tutti i filatori di seta impoveriti. Si era proibito a costoro di vendere direttamente ai mercanti di panni la seta lavorata; erano obbligati a vendere ai mercanti di seta greggia da cui dovevano comperare le materie prime in quantità limitata (non più di quanto ciascuno ne potesse filare nel suo laboratorio). I mercanti non

potevano prendere in mano direttamente la filatura, almeno in teoria; potevano tuttavia reclutare lavoratori per farlo » 116.

Uno sviluppo non meno impressionante dell'industria a domicilio e delle manifatture si era verificato nell'impero dell'Islam. Più di mille lavoratori sarebbero stati concentrati nelle miniere di mercurio della Spagna islamica. Nella città di Tinnis, celebre per la tessitura di panni, l'industria a domicilio funzionava in modo perfezionato dall'anno 815 della nostra era. I mercanti di panni passavano ordinazioni a uomini e donne per salari di mezzo dirham al giorno 117. Anche la Cina conobbe grandi manifatture minerarie e metallurgiche che impiegavano la manodopera servile, alcuni secoli prima della nostra era. Vi si videro comparire ricchi imprenditori, specialmente nella metallurgia del rame e del ferro, nello sfruttamento del mercurio e del cinabro 118. Più tardi, le manifatture di porcellana e l'industria tessile a domicilio conobbero un grande sviluppo soprattutto a partire dalla dinastia dei Ming 119. Lo stesso si verificò in India per un migliaio d'anni. E ciò nonostante, la coesistenza di queste forme moderne d'impresa con una grande accumulazione del capitale monetario non permise lo sviluppo del capitalismo industriale.

La piccola produzione mercantile è già una produzione di merci. Ma nella maggior parte dei casi è una produzione di merci nel mezzo di una produzione di valori d'uso. Sinché la schiacciante maggioranza della popolazione non partecipa alla produzione di merci, o vi partecipa molto poco, questa produzione resta necessariamente limitata. Il grande commercio conserva fondamentalmente il carattere di un commercio di lusso. Dati i limiti ristretti di questo mercato, il capitale trova sbocchi più vantaggiosi dell'investimento produttivo. Questo spiega d'altronde il fatto che manifatture e industrie a domicilio a Bisanzio, nell'Islam, in Cina e in India, riguardino quasi esclusivamente settori di lusso, se non lavorano per ordinazioni di Stato.

È la penetrazione dell'economia monetaria nell'economia contadina in seguito alla trasformazione del sovrapprodotto agricolo da rendita in natura (o corvée) in rendita in denaro che permette un considerevole allargamento della produzione di merci in Europa occidentale e crea cosi le condizioni di un dischiudersi del capitalismo industriale. Ora in nessun luogo, al di fuori dell'Europa occidentale, il sovrapprodotto agricolo ha potuto assumere durevolmente la forma di rendita in denaro. L'imposta in natura predominava nell'impero romano e a Bisanzio 120. Nell'impero dell'Islam, l'imposta fondiaria fu pagata in parte in natura e in parte in denaro sotto gli Abassidi, ma poco dopo la rendita in natura ridiveniva preponderante e lo restava nell'epoca turca 121. In India, la rendita fondiaria fu pagata generalmente in natura, salvo durante un breve periodo di prosperità sotto i Mongoli nel secolo XVII. In Cina, la rendita-imposta in danaro, generalizzatasi per un momento sotto la dinastia dei Ming verso la fine del secolo XV, riprese la forma di rendita in natura dopo la caduta di questa dinastia per divenire definitivamente imposta-rendita in denaro solo verso i secoli XVII e XVIII nella Cina meridionale 122.

Il macchinismo, che è il solo a consentire alla grande fabbrica di spezzare la concorrenza dell'industria a domicilio e dell'artigianato, è il prodotto dell'applicazione delle scienze naturali alla produzione. Esige una fusione della scienza con la produzione che richiede a sua volta la ricerca costante di un'economia del lavoro umano. Ora, il prevalere del lavoro servile è la presenza di una massa enorme di poveri non produttivi impedirono nell'impero romano ogni ricerca in questa direzione *. È noto il significativo commento dell'imperatore Vespasiano contro l'impiego di una gru meccanica: «Devo dar da mangiare ai miei poveri 123».

Quanto all'Islam, all'India, alla Cina e al Giappone, erano civiltà essenzialmente agricole, in cui l'irrigazione permetteva lo sviluppo di una agricoltura fortemente intensiva che a sua volta assicurava un considerevole aumento della popolazione. La concorrenza di una manodopera umana estremamente a buon mercato doveva spezzare per millenni qualsiasi tentativo di introduzione di macchine nell'artigianato. Allo stesso tempo, l'impiego produttivo dell'energia idraulica a fini non agricoli, base del lento progresso del macchinismo in Europa dal XIII al XVIII secolo, è fortemente ridotto nelle civiltà agricole perché entrava in conflitto con le esigenze dell'irrigazione del suolo **.

L'accumulazione del capitale monetario, del capitale usurario, del capitale mercantile e commerciale, si è realizzata in Europa occidentale dal X al XVIII secolo nelle mani di una classe borghese che si emancipava progressivamente dalla tutela delle classi feudali e dello Stato, e finiva anzi con il subordinare a sé lo Stato e con il farne uno strumento per accelerare l'accumulazione del capitale a proprio profitto. La sua costituzione come classe, con una coscienza netta dei suoi interessi, si è realizzata nei liberi comuni del Medioevo, in cui la borghesia ha fatto il suo apprendistato di lotta politica. La costituzione degli Stati moderni centralizzati a partire dal XV secolo non è il risultato di uno schiacciamento ma di una nuova elevazione della borghesia urbana che infrange le strettoie della politica comunale per contrapporsi alle vecchie classi dominanti come terzo stato, su scala nazionale (la Spagna, la Russia e in parte l'Austria degli Asburgo costituiscono in proposito eccezioni degne di interesse, e questo è significativo per la storia ulteriore del capitalismo in questi paesi).

Nelle altre civiltà precapitalistiche, al contrario, il capitale resta costantemente sottoposto all'arbitrio dello Stato dispotico e onnipotente. A Roma, è la nobiltà fondiaria che, grazie al bottino delle guerre di rapina, finisce con il subordinare a sé interamente il libero capitale del mondo antico 125. Nell'antica India, monopoli di Stato fecero del re stesso il principale banchiere, manifatturiere e commerciante all'ingrosso. Rostovtzeff nota d'altronde che il fisco imperiale è già a Roma il principale usuraio 126. Il predominio delle manifatture di Stato a Bisanzio, dove il tesoro imperiale concentra nelle sue casseforti la maggior parte del capitale disponibile, è altrettanto noto che la spietata superfiscalità che schiaccia la produzione artigianale e industriale sotto l'Islam 127. In Cina, sotto ogni successiva dinastia, lo Stato si sforza di monopolizzare interi settori industriali 128.

In tutte queste società la borghesia nascente conosce una strana vita ciclica. Ogni nuova favolosa accumulazione di profitti è seguita da confische e da persecuzioni brutali. Bernard Lewis nota che anche le città islamiche del Medioevo non hanno che un'esistenza effimera, con una prosperità che non dura più di un secolo ed è seguita da una lunga e spietata decadenza 129. La paura della confisca dei capitali assilla i proprietari dei beni mobili in tutte queste società. Spinge i borghesi a nascondere i loro profitti, a investirli in dieci piccole imprese piuttosto che in una grande, a preferire la tesaurizzazione dell'oro e delle pietre preziose alle imprese pubbliche e l'acquisto di beni immobili all'accumulazione di capitali. Invece di concentrarsi, questa borghesia si disperde come disperde i propri capitali. Invece di progredire verso l'autonomia e l'indipendenza, marcisce nella paura e nel servilismo 130. «Mai la classe dei mercanti cinesi è arrivata a un'autonomia - dice Etienne Balazs...

I privilegi dei grossi negozianti non sono mai stati strappati con una lotta aperta, ma sono stati accordati con spilorceria dallo Stato. Il modo di esprimere le proprie rivendicazioni resta per il mercante e per il resto della misera plebs la petizione, la domanda timida umilmente rivolta alle autorità » 131 *.

Solo nel Giappone, i cui mercanti-pirati infestano il mare della Cina e delle Filippine a partire dal XIV secolo, e accumulano un capitale considerevole mentre contemporaneamente l'autorità dello Stato si dissolve, la supremazia borghese commerciale e bancaria sulla nobiltà e poi lo sviluppo di una capitale manifatturiero, hanno permesso di ripetere, dal XVIII secolo, cioè con due secoli di ritardo, l'evoluzione del capitalismo in Europa occidentale, indipendentemente da questo *.

Il predominio dello Stato assolutista nelle civiltà precapitalistiche non europee non è, a sua volta, casuale. È il risultato delle condizioni dell'agricoltura con irrigazione, che richiede una amministrazione e una centralizzazione rigorosa del sovrapprodotto sociale. Paradossalmente, è il superiore grado di fertilità del suolo e la maggiore espansione della popolazione che ha condannato queste civiltà ad arrestarsi a mezza via nel loro sviluppo. L'agricoltura ben più primitiva dell'Europa medioevale non poteva sopportare il peso di una densità paragonabile a quella della Cina o della vallata del Nilo nelle epoche di prosperità. Ma proprio per questa ragione sfuggiva largamente al controllo di uno Stato centralizzatore **

Nelle città medioevali, la borghesia era favorita nei confronti di un potere centrale indebolito che doveva appoggiarsi su di essa per ristabilire prerogative perdute agli albori del feudalesimo. Agli inizi, i progressi di questa borghesia furono lenti e discontinui. Parecchi finanzieri occidentali hanno fatto la stessa fine dei loro confratelli islamici, cinesi o indiani, vedendosi confiscare la fortuna dai re che avevano aiutato. Ma dal XVI secolo questa discontinuità era divenuta una eccezione e non la regola. La superiorità della fortuna mobiliare sulla fortuna immobiliare era definitivamente stabilita e di conseguenza la subordinazione dello Stato alle catene d'oro del debito pubblico. La via per un'accumulazione del capitale senza intralci politici era aperta. Il capitalismo moderno poteva nascere.

Queste particolarità dello sviluppo economico in Europa occidentale (e in certa misura in Giappone) non significano che il dischiudersi della rivoluzione industriale fosse possibile solo in queste regioni, ma spiegano soltanto le ragioni per cui il modo di produzione capitalistico è comparso innanzi tutto in Europa. Successivamente, fu l'intervento violento dell'Europa nell'economia di altre parti del mondo a distruggere gli elementi che avrebbero consentito un più rapido progresso economico, e a impedire o a ritardare la loro crescita.

Il parallelo tra il Giappone da una parte e l'India e la Cina dall'altra dimostra la funzione decisiva che hanno nel XIX secolo il mantenimento o la perdita di una vera indipendenza politica per accelerare o ritardare la rivoluzione industriale *.

 

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Capitale e modo di produzione capitalistico

Il capitale può comparire dal momento in cui esiste un minimo di circolazione di merci e di circolazione di denaro. Nasce e si sviluppa nel quadro di un modo di produzione precapitalistico (comunità di villaggio, piccola produzione mercantile). Qualunque siano gli effetti dissolvitori che esercita su questa società, sono limitati dal fatto che esso non sconvolge il modo di produzione fondamentale, soprattutto nelle campagne. Indebitato, assillato dai creditori o dal fisco, il contadino precapitalistico trova sempre nella solidarietà dei paesani un appoggio che gli assicura almeno un cibo modesto:

«Gli Ifugaos [abitanti delle Filippine] sono parzialmente dei capitalisti. Le risaie sono la loro ricchezza. Vengono preparate con un enorme dispendio di lavoro, sono limitate in superficie e appartengono a una classe di uomini ricchi... Con un sistema di usura, i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. Tuttavia, i poveri non sono completamente indigenti. I giardini di ignami per definizione non sono una "ricchezza" e non possono divenire proprietà permanente (di una famiglia). Ciascuno può piantarvi quanti ignami vuole e può dunque ricavarvi una fonte di sussistenza » 136.

Lo sviluppo del modo di produzione capitalistico implica la generalizzazione della produzione di merci per la prima volta nella storia dell'umanità. Questa produzione non riguarda più solo i prodotti di lusso, i surplus di viveri o di beni di consumo correnti, i metalli, il sale e altri prodotti indispensabili al mantenimento e all'allargamento del sovrapprodotto sociale. Tutto ciò che è oggetto della vita economica, tutto ciò che viene prodotto, e d'ora innanzi merce: tutti i viveri, tutti i beni di consumo, tutte le materie prime, tutti i mezzi di produzione e cosi pure la stessa forza-lavoro. Non esistendo altra via d'uscita, la massa dei diseredati che non dispongono più dei loro strumenti di lavoro, sono obbligati a vendere la loro forza-lavoro per acquistare i mezzi di sussistenza. Tutta l'organizzazione della società è costruita in modo da assicurare ai proprietari del capitale un rifornimento regolare e costante di manodopera salariata per permettere l'impiego produttivo ininterrotto del capitale stesso.

Nel corso del processo della sua formazione, il capitale industriale ha ottenuto, con i procedimenti descritti sopra, la formazione parallela del proletariato moderno. Ma quando il modo di produzione capitalistico si è esteso nel mondo, ha avvertito il bisogno di manodopera salariata prima ancora che le società primitive contro cui si scontrava, fossero sufficientemente dissolte da permettere la normale costituzione di questo proletariato. L'intervento dello Stato, della Legge, della Religione e della Morale, se non quello della forza pura e semplice, consentì di reclutare gli sventurati schiavi del nuovo Moloch. I colonizzatori dell'Africa nera e dell'Oceania ripresero alla fine del XIX secolo i procedimenti con cui i loro antenati negrieri avevano riunito una manodopera servile. Ma questa volta non si trattava più di spedirli al di là degli Oceani, nelle piantagioni del Nuovo Mondo. Questa manodopera veniva impiegata sul posto, in imprese capitalistiche, agricole, minerarie o industriali, per produrre il plusvalore indispensabile alla vita del Capitale *.

L'azione dissolvitrice dell'economia monetaria sulle comunità primitive ha favorito in tutte le civiltà l'accumulazione primitiva del capitale usurario e del capitale mercantile. Ma di per se stessa non assicura lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, del capitale industriale.

Al contrario, l'azione dissolvitrice dell'economia monetaria sulle comunità primitive già messe a confronto con il modo di produzione capitalistico, diviene nelle colonie la principale forza di reclutamento di un proletariato indigeno. L'introduzione di una capitazione - imposta individuale in denaro - nelle regioni primitive che vivono ancora in condizioni di economia naturale, ha sradicato, in Africa e altrove, milioni di indigeni dai loro centri tradizionali e li ha costretti a vendere la loro forza-lavoro - sola risorsa che possiedono - per ottenere denaro. Quando la vendita della forza-lavoro non era imposta dalla necessità di procurarsi i mezzi di sussistenza, lo Stato capitalista ha fatto ricorso a questa forma moderna di costrizione per rifornire di proletari le borghesie che si costituivano nelle colonie: poiché il capitalismo e la borghesia senza proletariato sono inconcepibili. Secondo Alexander Hamilton, la libertà è libertà di acquisire ricchezze 137. Ma questa libertà non può venire affermata per una piccola parte della società se non a condizione di venire negata all'altra parte, che pure è maggioritaria.

 

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NOTE

1 Mong Dsi (Mon Ko tradotto da RICHARD WILHELM), pp. 51-52.

2 BOISSONADE: Le travail dans l’Europe chrétienne du moyen age, pp. 99-100-107.

3 TH. MORGAN: Hawaii, a Century of Economic Changes, p. 25.

4 B. I. T.: Les populations aborigènes, p. 368.

5 TH. MORGAN: Hawaii, a Century of Economic Changes, p. 25.

6 YOSHITOMI: Etudes sur l’histoire économique de l’ancien Japon, pp. 139-140.

7 BRATIANU: Etudes byzantines d’histoire économique et sociale, p. 133; A. SEGRÉ: Essays on Byzantine Economic History, p. 402.

8 F. HEICHELHEIM: Vormittelalterliche Geschichtsepochen, pp. 163-64; J. C. VAN LEUR: Eeinige beschouwingen betreffende den Ouden Aziatischen Handel, passim.

9 GORNDON CHILDE: What Happened in History, p. 193.

10 SCHREIBER: Die Vortswirschaftlichen Anschauungen der Scholastik seit Thomas v. Aquino, p. 23.

11 POSTAN: Chronology of Labour Services, in Transactions of the Royal Historical Society, quarta serie, XX, 1937, pp. 192-93.

12 KOSMINSKY: Services and Money Rents in the 13th Century in Economic History Review, vol. V, 1934-35, p. 43.

13 GHÜNTER DESSMAN: Geschichte des Schlesischen Agrarverfassung, p. 58.

14 H. PIRENNE: Le mouvement économique et social au moyen âge, p. 60.

15 TH: MORGAN: Hawaii, a Century of Economic Changes, p. 26.

16 GLOTZ: Le travail dans la Grèce antique, p. 16.

17 HITTI: History of the Arabs, p. 626.

18 DIEHL: Les figures byzantines, I, pp.147-48.

19 TAKIZAWA: The Penetration of Money Economy in Japan, pp.71-79; BARTON: Peasant Uprising in Japan of the Tokugawa Period, pp. 8-26.

20 Handwörterbuch der Staatswissenschaften, voce Geschichte des Zinsfuss (v. BELOW), vol. VIII, p. 1017.

21 Jacques gernet: Les aspects économiques du bouddhisme dans la société chinoise du V-ème siècle, p. 171.

22 HAUSER: Les débuts du capitalisme, p. 19.

23 MAHABARATA: XII, pp.62-69.

24 ROSTOVTZEFF: Social and Economic History of Roman Empire, p. 2.

25 LOPEZ: in Cambridge Economic History of Europe, vol. II, p. 266.

26 KULISCHER: Allgemeine Wirtschaftsgeschichte, I, p. 41.

27 LOKKEGAARD: Islamic Taxation in the Classic Period, pp. 66-68; YOSHITOMI: Etude sur l’histoire économique de l’ancien Japon, pp. 78-82, 131-135.

28 Handwörterbuch der Staatwissenschaften, voce Geschichte des Zinsfuss, pp. 1026-27; KULISCHER: Allgemeine Wirtenschaftsgeschichte, I, p. 336.

29 RADIN: Social Anthropology, p. 115; JACQUES GERNET: Les aspects économiques du bouddhisme dans la société chinoise du V-ème au X-ème siècle, p. 131.

30 W.SOMBART:

Nicola Zitara

 

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