L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Dalla crisi alla fame

di Nicola Zitara

Siderno, 2 Novembre 2008

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"Ciò che vediamo in televisione e leggiamo sui giornali sono eventi di un mondo lontano, molto diverso dal nostro. Da noi, se qualcuno gioca in borsa, lo fa per il piacere di collegarsi su Internet. In un paese come questo si tratta al massimo di dieci persone. Non so che connessioni ci sono tra la crisi dei consumi e il recente crollo delle borse, quel che posso dire con certezza è che qui la crisi dei consumi è cominciata con il passaggio dalla lira all'euro. Da allora i prezzi crescono a un ritmo irrefrenabile, con la conseguenza che la capacità di spesa si è arroccata sugli alimentari. Prima del cambio della lira un primario ospedaliero guadagnava sette milioni al mese; uno stipendio elevato per quel tempo, che ad esempio gli consentiva di comprare una Golf, o un'auto di pari livello, spendendo una cifra pari a quattro stipendi. Lo stesso primario oggi percepisce 3.500 euro, ma per comprare una Golf deve sborsare otto o nove stipendi. La sua famiglia, a tavola, ha le stesse portate di un tempo, ma prima di comprare un'auto nuova ci pensa tre volte. Mobili e quadri non ne compra più, e stringe pure sull'abbigliamento. Un telefonino al figlio che fa il liceo, e basta. La spesa opulenta si ferma qui... E' chiaro che il commercio degli alimentari non ha patito granché. Supermercati e Frutta e verdura, anzi, si sono arricchiti, ma per gli altri beni il commercio è ormai bocconi. Secondo me andrà ancora peggio quest'inverno. E' dall'agosto scorso che in negozio passo il tempo a leggere il giornale..."

Si tratta di giudizi correnti fra i titolari dei negozi che si affacciano sulle vie principali dei nostri paesini con sontuose vetrine dai vetri blindati. L'assetto economico del Sud è quello di un paese in regressione. Gli input esterni - che poi si limitano ai fondi europei - servono poco o niente a stimolare l'imprenditoria locale. La gran parte resta per strada. A mangiarci sopra sono gli studi milanesi ed emiliani che elaborano i progetti. Una parte consistente finisce in tasca al sistema dei partiti, senza la cui benedizione nessuna iniziativa locale ottiene apporti di capitale. L'intrallazzo cresce man mano che la generosità europea ripiega. Nel viaggio da Bruxelles fino in Calabria, molto danaro resta per strada. Ma è proprio l'intrallazzo politico a far sì che il progetto positivo si areni e che passi, invece, proprio quello negativo. Appeso alla generosità europea da un filo contorto, il Sud si spegne. La "questione settentrionale" blocca l'intervento statale in opere pubbliche, ma una strada diversa per rianimare il paese non esiste in pratica e neppure in teoria.

Che la borsa vada su o vada giù, che le banche nazionali si salvino o si perdano, l'economia del Sud è comunque tagliata fuori. Più che di credito, le imprese meridionali hanno bisogno di clienti che spendano. Per altro, la cosa vale dovunque, perché il sistema economico mondiale, nato dall'inconvertibilità del dollaro e tuttora vigente nonostante la crisi (la new economy), si fonda sui consumi e persino sullo spreco. Finora la speculazione ha finanziato la spesa privata iniettando capitali che non aveva. E' andata avanti sulla base della fiducia, alimentandola ad arte e con grande teatralità. Adesso si corre ai ripari cercando di riempire il vuoto. Lo si fa stampando cartamoneta in eccesso - anzi gli USA pare siano decisi a farlo ad oltranza - ma è già chiaro che non è questo il rimedio. Il problema consiste nel ripristinare le possibilità di spesa delle famiglie. Ma per raggiungere tale risultato l'emissione di carta fino all'inflazione rappresenta un rimedio peggiore del male. La strada maestra (l'equazione giusta) starebbe nel restringere i profitti a favore dei salari e dei consumi sociali. Che lo squilibrio tra profitto e salari è la causa di tutte le crisi Marx lo ha chiarito 150 anni fa e Keynes lo ha ribadito al tempo della Crisi del '29, truccando però l'equazione. Se non si rimedia a questo attrito, gli assetti economici di libero mercato continueranno a viaggiare tra Scilla e Cariddi: l'inflazione da una parte e la stagnazione dall'altra.

Lontano nel tempo, quasi dimenticato, è poi l'accordo tra il ministro Ciampi e il Feroce Saladino Cofferati, volto a respingere il livello dei salari sotto il tasso d'inflazione, in base a un'insana e stravagante visione del ciclo economico e dell'economia nazionale. Il favore accordato ai profitti (contrabbandato come produttività del lavoro) non ha significato e comportato - né poteva comportare - la crescita dell'economia nazionale, ma il contrario: una vittoria per il profitto (non profittevole in termini di investimenti produttivi, e profittevole solo per i profitti realizzati in banca e nella speculazione) e una punizione per il 95 per cento degli italiani. I profitti e la produttività del lavoro sono incredibilmente cresciuti, ma è cresciuta la disoccupazione e conseguentemente sono diminuiti i consumi. Ed è da chiedere se è poi vero che in termini di economia nazionale un disoccupato costi meno di un occupato poco produttivo. E, poi, il problema di aumentare la pensione ai vecchi in quale misura non è legato alla disoccupazione dei nipoti?

Le stravaganze romane - l'idea di ripianare il debito pubblico emarginando dal lavoro intere generazioni di suditaliani - hanno comportato, fra l'altro, il crollo del livello dei salari per i pochi occupati presenti sulla scena. Nell'area della Locride un salario di 400 o 500 euro non appare anormale. Anzi è invocato da chi non ha la fortuna d'avere un nonno a sostegno. 500 euro sono meno della pensione sociale accordata a chi non ha maturato una pensione da lavoro. Sono sei giorni di paga di operaio metalmeccanico. Persino il lavoratore extracomunitario, che qui vive miseramente per mandare una parte del suo guadagno alla famiglia lontana, percepisce una paga umanamente ed economicamente meno debilitante. Per giunta gli extracomunitari riescono a proteggersi attraverso la solidarietà e il mutualismo fra connazionali. Chi perde il posto di lavoro ne trova un altro in breve tempo attraverso le conoscenze dei suoi compatrioti. Niente del genere esiste a sostegno del disoccupato meridionale. I sindacati hanno abbandonato il campo, il governo centrale perde tempo a vedere come si combinano le stelle, i governi regionali scrutano la sfera di cristallo per sapere come possono incassare mazzette. La passione politica è sparita. Due seminfermi di mente pretendono di essere i prediletti del Signore e destinati a risolvere i mali d'Italia cancellando il Sud dalle cartine geopolitiche.

Nessun sistema economico può funzionare con azioni o omissioni come sopra. I capitalisti tedeschi, inglesi e francesi, non solo sono meno egoisti e meno saputelli dei confindustriali italiani, ma parecchio più consapevoli di come funziona il meccanismo della produzione e del reddito nazionale. Di questo passo il Sud tornerà al 1947, all'Ente Comunale di Assistenza e all'elenco dei poveri, con la pacchiana differenza che oggi l'Italia non avrebbe bisogno di alcun Piano Marshall, in quanto il paese sarebbe in condizione di produrre quanto basta per avere dei consumi normali e anche per lo spreco.

Rassicurare a spese dei poveri chi investe in azioni e obbligazioni - cioè colui che rischia per lucrare, e spesso ha lucrato più del dovuto e del lecito - è una deroga al sistema di mercato, per giunta tale da annullare quel libero gioco tra chi vince e chi perde che, secondo il liberismo, starebbe alla base della riduzione dei costi di produzione. A rigor di logica, se lo Stato salda le perdite di chi possiede azioni in borsa, dovrebbe proteggere anche il calzolaio che perda i suoi clienti e i gabinetti di analisi mediche a cui la Regione non paghi le notule. Più in generale, queste operazioni di sostegno all'area padana non rappresentano una politica nazionale, ma un intervento municipalista e classista; un'operazione punitiva verso il disoccupato meridionale e verso l'intera società meridionale, che in questo momento appare grandemente bisognevole di spesa in lavori pubblici.

Nel disastro che attanaglia il Sud, le banche e le finanziarie tripudiano. L'imprenditore, a cui il consumatore volta le spalle, e che quindi accumula invenduto negli scaffali, nel retrobottega, nei depositi, ha un maggior bisogno di danaro fresco che quando fa incassi normali. Le scadenze che i fornitori accordano sono sempre quelle tradizionali: a vista, al giro, a un mese, a due mesi, massimo a tre mesi. Se si vende meno, il giro contante si appiattisce e la liquidità evapora. A questo punto il commerciante corre in banca con il cappello in mano. Le banche pagano il 3,75 per cento per ottenere numerario cartaceo dalla Banca centrale. Pagano un punto e mezzo in più sui prestiti presso altre banche. Però ogni banca che si rispetti fa circolare, oltre alla banconota di Stato, ottenuta pagando un interesse, anche la sua moneta bancaria (assegni e altro), nella misura di moltissime volte le riserve in carta legale, titoli circolanti come moneta su cui paga zero - in effetti solo il lavoro dei dipendenti. In base a tali costi miserevoli in uscita potrebbe, senza danno, limitarsi a un tasso di sconto del quattro per cento. Invece il tasso comunemente praticato dal sistema bancario in Meridione scavalca il 7 % nei casi di un giro tranquillo e il nove nei casi in cui si tema una sofferenza. Il 7 per cento raddoppia quando il cliente sconfina: caso attuale. Siamo indubbiamente di fronte a un'usura lecita, autorizzata dalle leggi dello Stato. Però usura è nei fatti. Il 4 Novembre si cadono i novant'anni di Vittorio Veneto. Il presidente della Repubblica s'illude che celebrando la data la nazione si ricompatti. Pia illusione! Eredità culturali massoniche! Tra il 24 Maggio del 1915 e il 4 Novembre del 1918 ci furono seicentomila morti al fronte e altrettanti invalidi. Quasi la metà di loro erano meridionali (gli abitanti del cosiddetto Sud sono un terzo di tutti gli italiani). Fra quelle date la nazione italiana nacque e morì. Quantomeno per i settentrionali. "Amico non ti pago, e ti dico che non mi piace lo servizio". 

Roma celebra il 4 Novembre come il giorno della Vittoria, noi lo celebriamo dell'ingratitudine. Tra il maggio 1915 e il novembre 1918 circa 250.000 giovani meridionali lasciarono la vita per Trento e Trieste.

Quando incontrate uno stronzobossista non consideratelo italiano.










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