L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


Disoccupazione: il destino non c'entra

di Nicola Zitara

Siderno, 2 Aprile 2008

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Credo sia permesso dire che le elezioni parlamentari del 13 aprile p.v. si sono già svolte, e non nel senso che si conosce (o si intuisce) il vincitore, ma nel senso che la materia su cui il futuro governo dovrà prodigarsi è già definita dalla crisi che investe la grande, la media e la piccola industria (per carità di patria detta) nazionale. La situazione non è allegra. 

La grandissima parte degli italiani lavora direttamente o indirettamente nella (e per la) produzione industriale. Spesso non ci si rende conto, ma tutto, dalla finanza e dalla banca ai trasporti, dall'erario nazionale a quello locale, dall'attività scientifica alla distribuzione, dal commercialista all'avvocato, dal medico al pescatore, dal pensionato al mendicante è associato in qualche modo al prodotto industriale. La stessa agricoltura ha al suo epicentro l'industria di trasformazione.

Le difficoltà che il settore industriale attraversa sono parecchie, di diverso genere e così gravi che l'agenda del prossimo governo ne è piena fin da prima che entri in carica e lo sarà per tutto il tempo che rimarrà in carica. 

La fuga della imprese verso paesi in cui il prezzo del lavoro è molto basso, l'onda impetuosa della globalizzazione, i cinesi, il crollo dei consumi hanno travolto gli equilibri stabilitisi sin dagli Anni Sessanta. 

Conseguentemente diventa facile anche un'altra previsione. Chi governerà lo Stato non avrà le risorse e la serenità necessarie per affrontare finalmente e con le dovute cure il male esploso nel paese meridionale come conseguenza dell'unità politica del 1860. Noi stessi, immersi come siamo nel mare magnum della quotidianità, non ce ne ricordiamo, né lo ricordiamo a chi gestisce il potere nazionale.

L'unità nazionale (1860) ha interrotto il movimento di popolazione lavorativa che nel Sud lasciava l'agricoltura a favore della manifattura e dei servizi. Questo movimento si sviluppò a partire dalla seconda metà del '700 in connessione con la Rivoluzione commerciale (meglio sarebbe dire del Trasporto navale, che adottò velieri grandi e veloci). La nuova o maggiore facilità degli scambi lontani (tra paesi diversi) fece emergere forti specializzazioni nazionali. 

Ogni popolazione puntò a innalzare la produzione nei settori in cui era avvantaggiata dalla geografia e/o dalla storia, abbandonando o contraendo quelli a minor produttività naturale (nel Regno napoletano, per esempio, si puntò sull'ulivo e sull'olio a detrimento del gelso, della quercia, del grano). Ancora più consistente fu lo spostamento di popolazione agricola verso la manifattura e i servizi (si può cambiare mestiere pur restando nello stesso posto). 

Questo movimento è attestato dalla crescita delle città e dei centri provinciali (sul finire del '700, Reggio era la seconda città del Regno, dopo Napoli), dalla crescita dei depositi bancari (i depositi nei banchi pubblici napoletani superarono quelli di tutte le altre banche italiane), della crescita dei consumi per vestiario, mobili, abitazioni (benché a un livello molto meno avanzato che in Inghilterra e Francia). Il governo borbonico favorì lo sviluppato della marineria, togliendo dalla mani dei livornesi e dei genovesi il controllo del commercio costiero. Gli scambi tra una regione e l'altra, tra una provincia e l'altra, crebbero in misura esponenziale. 

Nel quadro d'assieme, l'esperienza di Reggio è esemplare. Infatti, accanto alle posizioni forti della Piana e dell'allora Retromarina (oggi Locride), per quanto concerneva la produzione di olio lampante per l'esportazione, l'area dello Stretto vide crescere non solo le ben note (e sopravvissute) produzioni agrumarie, ma anche la coltura del baco da seta e la produzione serica, con decine di filande, tanto che l'Intendente (prefetto) reggino poté rispondere al Reggente napoletano del Banco delle Due Sicilie, il quale titubava se aprire o no una sede in città, che a Reggio il Banco si sarebbe sostenuto da sé, perché i depositi dei produttori locali sarebbero stati più che sufficienti ad alimentare gli sconti cambiari e l'attività creditizia in genere.

 L'unità interruppe la circolarità tra agricoltura, manifattura e trasporti. Al Sud fu praticamente vietato operare nel settore manifatturiero, le industrie esistenti vennero chiuse d'imperio o si ossificarono per mancanza di credito. Questa retrocessione ha prodotto il nostro male più distruttivo, la disoccupazione - nonché il suo tragico risvolto, l'emigrazione.

 Sarebbe stolto immaginare che nei prossimi anni il governo affronterà un problema che marcisce sin dal 1880 (O emigranti o briganti! fu allora il lamento). 

Chi sostiene che lo farà mente. I comizi a volte sono piacevoli da ascoltare, ma non sono fatti. Non si possono scambiare i coriandoli per delle farfalle vettrici di polline e pronube di nuovi cicli agrari. La retorica inganna non soltanto quando vuol convincerci che si farà, ma anche quando sostiene che soltanto lo Stato può fare. Questo Stato, per 150 anni, non ha fatto che danni. Adesso i giochi sono scoperti. Basta esser gonzi, rifare la scena della gru con una sola gamba di Calandrino. 

Dovremo fare da noi. E potremmo anche farcela, perché le risorse non mancano. Però debbono essere chiari gli ostacoli, le forze frenanti. Le quali non sono (o non sono solo) il bossismo, l'egoismo, il quasi razzismo nordista, la banca milanese, l'industria padana, e quant'altro, ma le divisioni che passano all'interno delle popolazioni meridionali. 

Di fronte al disoccupato, di fronte al giovane che chiede all'avvenire una normale e scorrevole prospettiva di lavoro, di una famiglia, diritti da godere e doveri da adempiere, sta un mondo accomodato, un mondo di meridionali 'padani' (o di meridionali padanisti) che taglia in due le famiglie, l'opinione pubblica, il volto dei partiti, il pensiero dei politici e degli amministratori, gli interessi dei produttori, lo scopo delle imprese, la stessa mafia. Il pensionato, l'insegnante, il ferroviere, il medico, il mafioso, etc. non sempre se ne rendono conto, ma avallando lo status quo si pongono contro il disoccupato, che tale rimarrà se noi non cambieremo.

La dialettica degli interessi contrapposti è normale, fa parte della vita, e non solo qui. Qui, però, c'è un'anomalia: la gestione di qualunque istanza politica, quindi anche del cambiamento, è in mano agli accomodati. E se per caso un disoccupato s'inserisce fra i rappresentanti politici, avviene che anche lui si accomodi (come alcuni ragazzi di questa provincia). Il problema della disoccupazione non sarà risolto dal caso. Il caso opera secondo l'antico dettame: "Signuri, provvidi u provvidutu ca u poveru è 'mparatu".

Sostenere che il problema centrale del Sud sta nella corruzione della sua classe politica significa svicolarci sopra. Il problema vero e reale è invece il controllo dell'opinione pubblica, una forza autoctona a cui, però, i meridionali hanno per ora rinunziato. Ma le farfalle continuano a volare. Il Sud può rinascere. Al di là dei grandi mass-media ci sono altre forze capaci di influenzare il pubblico. 

C'è prima di tutto la cultura, sempre che il colto sappia resistere alle lusinghe del danaro facile e agli allori. La libertà del pensiero, un dibattito aperto aiutano ad acquisire le opportune conoscenze su ogni tema. C'è, poi, il giornalismo, quello serio, pulito, sincero, quello che inforna e addita, persino quando sbaglia. C'è soprattutto la città. La città non è la stessa cosa di un grande villaggio; neppure è un dormitorio o un refettorio o un grande ospedale o un lungomare ombreggiato da pini vetusti o il luogo in cui le insegne delle grandi banche milanesi aduggiano il corso principale. 

La città non è soltanto un luogo di scambi commerciali, la postazione periferica di un'articolata rete di business (questa filosofia è la madre del capitalismo a mano armata caro alle nostrane mafie), ma anche un campo in cui fioriscono le idee, in cui si realizzano incontri culturali, una centrale di servizi superiori, primi fra tutti il sapere, le idee, l'arte. In Toscopadana l'insieme delle città fa la nazione italiana. 

Al Sud, spenta brutalmente Napoli capitale, le città ritrovatesi alla guida di una provincia o di una regione hanno puntato i loro telescopi su Milano, Firenze, Roma, che appartengono a una bella costellazione, ma diversa da quella che campeggia nel nostro cielo. Cambiare ottica non è facile, tuttavia è un dovere.






 

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