L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Le olimpiadi di Paolo Savona

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La nota sull'ardito pensiero di Soros e anche qualche riferimento fatto sopra alla ginnastica rendono più spedita l'intervento a latere su un tema trattato da Paolo Savona, illustre banchiere, sul Corriere della Sera di martedì 1 agosto 2000.

In assonanza con il governatore della Banca d'Italia, l'articolista avverte chi di dovere (non certo me e i miei scarsi lettori, in verità scarsi anche di soldi) a non farsi trascinale nel carnevale giornalistico che impazza in questi giorni e che riguarda l'aumento della produzione industriale, benefico effetto sia dell'accresciuta domanda interna sia, specialmente, del consolante e consolatorio aumento della domanda estera.

L'esimio economista bancario non condivide il tripudio per il semplice fatto che in Italia la produttività del lavoro non è cresciuta di pari passo. Anzi è andata indietro rispetto non solo agli USA, ma anche alla Francia e alla Spagna.

Per i suoi pregi letterari e giornalistici, il Corriere della Sera è venduto e apprezzato anche in Calabria, dove lo scrivente vive. Ma, essendo la Calabria un trascurabile e trascurato lembo del bel paese, chi pubblica sull'importante quotidiano presenta argomenti che non riguardano i calabresi e lo fa per giunta in un'ottica forestiera.

Sicuramente noi calabresi siamo liberi di leggere o non leggere quel giornale, ma non liberi di leggerne un altro, se non vogliamo sentire la mortificazione di aver a che fare con le scarse lettere e la povera informazione dei giornalisti che lavorano per i giornali sudichi.

In un mondo che ha il suo fondamento nella produzione di merci, e solo chi produce e vende può non solo acquistare ma anche concepire la speranza di un domani migliore, la Calabria vende soltanto braccia. Le vende largamente allo Stato e alla distribuzione settentrionale, che in verità pagano alquanto bene. Dacché è finita per meriti comunitari anche l'agricoltura, non ha proprio nient'altro da vendere. Quanto poi alle speranze, l'unica concepibile è di vendere i suoi uomini e le sue donne ad altre regioni.

Pertanto un calabrese, più che alla produttività del lavoro, è propenso a badare al lavoro. E ciò lo porta a un salto nell'ottica con cui viene osservata l'economia nazionale, e suoi alti e bassi, quelli veri e quelli falsi.

A ragionare con le categorie del Corriere, come peraltro si suole fare, che poi sono le categorie che sette o otto regioni vincenti in Europa impongono a tutte le altre, la cosa più lungimirante che si potrebbe suggerire, sarebbe di rendere più produttiva la Calabria, perché questo farebbe complessivamente più produttiva l'azienda Italia. "Sarebbe", ma non è, né potrebbe essere, perché le cosiddette logiche di mercato funzionano secondo il detto: "Aiutati, che Dio t'aiuta", e siccome qui nessuno è in condizione di aiutarsi, neppure Dio può aiutarlo.

Ragionando, invece, con il criterio di chi il lavoro non ce l'ha, l'unica cosa che si potrebbe dire è che a correre a questo modo, con gli anabolizzanti nelle vene, alla fine anche i vincenti perderanno. S'intossicheranno tanto che moriranno presto.

A poco a poco, queste antiche istituzioni divennero odiose (Paulatim histae antiquae istitutiones in odium venerunt), scrive non ricordo più quale giurista romano La vita appartiene agli uomini, e sempre gli uomini sono riusciti a riconquistarsela. L'impero romano è finito, è finito anche il dominio temporale dei papi, è finito il feudalesimo, è finito l'impero spagnolo ed anche quello inglese. Eppure pareva che dovessero durare in eterno. Gli uomini non si arrendono a fare i non uomini, come sosteneva il nostro don Benedetto. Finirà anche questa follia del Prodotto Interno Lordo (detto Pil, quasi una divinità preistorica) travolta assieme ai capitalisti, al capitalismo e alle loro cariatidi accademiche.

L'etica del capitalismo sta facendo perdere la bussola a qualche migliaio di persone in ciascun paese grand'industriale. Non più di questo. Questi mille scafessi immaginano di essere delle divinità in terra, proprio dei Dioscuri che guidano il Carro del Sole. In tanta scafessaggine, pretendono di guidare le nazioni attraverso celesti sentieri. Per rendersi conto di quanto siano convinti della loro divina natura e d'essere gli unti del Signore, basta guardare la faccia di Berlusconi quando pontifica in televisione: tanto di calcio quanto d'economia.

Con la ratio del capitalismo attuale, il tema relativo all'appropriazione del plusvalore conta molto meno del tema relativo all'alienazione capitalistica d'ogni umano potere e dell'umano discernimento. La nazione - prima azienda e poi uomini - oltre che camminare verso un balletto di morte ambientale - perse le coordinate umane e diretta com'è da un plotone di imbecilli - naviga in un mare di pura follia. E non mi riferisco a Berlusconi politico, ma propriamente a Berlusconi padrone. Ad Agnelli, padrone. A Tronchetti Provera Proverà, padrone. E' un vero peccato che Giuseppe Parini non possa risorgere dalla sua sperduta tomba, o che uno come lui non sia nato nel mondo cosiddetto civile, a descrivere le brache di chi comanda al tempo nostro.

Se l'Italia esporta qualche milione in meno di paia di scarpe, molte aziende chiudono. Se la Germania esporta mezzo milione di automobili meno dell'anno scorso, cinquemila operai vanno in cassa integrazione. Ma è proprio così che deve girare l'economia. Meno divisione internazionale del lavoro, meno produzione, meno produttività. E più vita. Che serve produrre tanto, se questo comporta che la Calabria non abbia il modo di produrre qualcosa? E non abbia più lavoro, e non dico tutti i giorni, ma almeno nei giorni in cui la Juventus riposa?

Nicola Zitara

 

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