L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Dalla questione meridionale alla rivoluzione meridionale
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A partire dei primi decenni unitari - cioè da centovent’anni - il Sud vive in una condizione di permanente mancanza di lavoro. Quella che fino a qualche decennio fa veniva chiamata "la questione meridionale", in sostanza, non è altro che inoccupazione, disoccupazione permanente e generalizzata.

Lo stato italiano è nato (1861) quando tutta l’Europa stava passando dall’artigianato all’industria e dall’agricoltura estensiva a quella intensiva. Questo passaggio ha modificato radicalmente il rapporto tra il lavoratore e il costo degli strumenti di lavoro. Prima, la produttività era molto bassa (se confrontata con l’attuale), ma per essere un produttore bastava un attrezzo semplice, come una zappa, un martello, un’ascia, una vela. Cambiato l’assetto, sono alcuni cambiamenti epocali, fra cui:

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Nella sua fase genetica, il capitale è produzione non consumata, risparmio. Il risparmio può essere volontario o imposto dallo stato. Lo stato italiano ha imposto al popolo meridionale un risparmio forzoso, in alcuni momenti fino alla fame. Il capitale così formato è stato consegnato nelle mani degli imprenditori e dei tangentisti padani, che se ne sono appropriati e sempre con l’aiuto dello stato italiano l’hanno enormemente allargato). Per Gramsci, che aveva capito tutto ma preferì tacere sulla convergenza d’interessi tra capitalisti e aristocrazie operaie padane, era questa, e non altro, la cosiddetta questione meridionale.
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Il Sud è senza lavoro perché non controlla il proprio risparmio. Non può usarlo per realizzare il suo passaggio a paese moderno. Questo vincolo non è interno, ma esterno alla società meridionale e viene dallo STATO ITALIANO, che è uno stato falsamente nazionale. Esso infatti ha assolto la funzione storica di assicurare buoni profitti alle aziende e il pieno impiego dei lavoratori nelle regioni padane. Oggi lo stato di Ciampi, di Amato, di Prodi, di D’Alema, cioè sempre lo stato nordista della Confindustria, guida dette regioni - forti nei confronti del Sud, deboli invece nel cozzo con l’economia tedesca - a inserirsi nel sistema capitalistico europeo con il minor numero di morti sul campo.
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Da dieci anni il Sud sta pagando il biglietto d’ingresso del Centronord in Europa. Ci sono stati anche dei costi precedenti, come la mancata industrializzazione e l’annientamento dell’agricoltura meridionale, ma verità storica vuole che essi non siano messi in conto ai partener europei, ma al reuccio FIAT e ai duchini confindustriali (giavan signori, delle Grazie alunni) che, in cambio d’arance, sono riusciti a collocare fabbriche automobilistiche e vetture in Spagna e nei paesi nordafricani. Lo stesso sire di Mirafiori e i ducetti delle grandi confederazioni sindacali, in cambio dell’industrializzazione al Sud hanno voluto quattrini, strade, città d’arte, benessere, garanzie in fabbrica e fuori, la Scala primo teatro del mondo, il Reggio di Parma, una città dove si potrebbe fischiare persino Pavarotti, il Milan fra i grandi della storia della civiltà, la Bocconi, fonte unica dell’italico sapere, le altre le università, la ricerca e mille altre cose ancora, non esclusa la rottamazione. Per non parlare delle glorie del Cavallino Rosso e di Luna anch’essa Rossa.
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E Napoli canta. Canta la lupara.
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Se non avverrà un miracolo - una cosa che neanche il governatore Fazio nel suo devoto messianesimo riesce a immaginare - ancora una volta il Sud andrà alla perdizione. C’è in giro per questi luoghi malfamati gente che a cinquant’anni non ha mai visto un lavoro e una paga. Dal 1975 ad oggi, un’intera generazione - quattro milioni di persone - è stata profondamente ferita. Fra dieci anni, ancora a metà della sua parabola vitale, la prossima generazione si renderà conto d’essere stata interamente bruciata. E'un fatto ormai storicamente certo: con noi meridionali, la patria italiana è peggio del Conte Ugolino.
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Il Meridione è grande tre volte la Svizzera o l’Austria, sette volte l’Irlanda, due volte il Belgio. Non siamo troppo piccoli per essere uno stato indipendente.
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I lavoratori meridionali non sono di Serie B. Sono lavoratori del primo livello mondiale. Dovunque l’emigrazione li ha portati sono stati e sono apprezzati e amati. Buoni per l’efficiente Germania, per la versatile Inghilterra, per la strutturata Francia, per l’agonistico mondo americano e per l’Australia, oggi i loro figli e nipoti sono integrati e inseriti nelle classi superiori e dirigenti. Né si può tacere che Mario Cuomo è stato vicino a essere presidente degli USA. Una volta indipendente, il Sud avrebbe un tasso di sviluppo di fronte al quale quello tanto conclamato della Corea sarebbe un’inezia. La classe lavoratrice inoperosa di cui dispone è tanto avanzata che in pochi anni il Sud supererebbe il prodotto interno lordo delle regioni settentrionali. Chi leggerà il saggio che segue (Tutta l’égalité) troverà una più estesa esposizione sul tema dello stato indipendente. Tra l’altro vedrà che il separatismo di cui si parla appartiene a una categoria politica nuova. Alla sua base sta l’idea neosocialista che la funzione essenziale dello stato è ancora quella che ispirava i nostri progenitori elleni e la politica delle loro città-stato: la piena occupazione, una cosa che è tutto l’opposto dello stato-azienda nazionale (o continentale) del capitale.

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Il nostro socialismo parte dalla lezione di Marx, ma va oltre, depurando il progetto di ciò che esso aveva di macchinoso, astratto, disumano. Non è lontano dal liberalismo giuridico - dal diritto naturale - ma confligge con il liberismo amorale degli utilitaristi anglosassoni e con l’attuale arlecchinata globalista. E'immorale che un uomo lavori al servizio di un altro e che quest’altro (con la scusa puerile che ha fornito macchine, attrezzi e materie prime) lo espropri in parte del guadagno che il valore aggiunto dal suo lavoro comporta nello scambio del bene prodotto. Viviamo in mondo fatto di merci e dominato dallo scambio. Il Come già proclamato dai giusnaturalisti la libertà di vendere e comprare è una libertà primaria. La proprietà dei beni prodotti e riproducibili, delle macchine, degli attrezzi, del danaro e del capitale liquido è fondamentale. Appartiene invece a una concezione illiberale la proprietà della terra, delle acque e dell’aria, che si configura quasi sempre come monopolio. L’acquisto e la vendita del tempo di lavoro altrui è una violenza alla natura intelligente dell’uomo, alla dignità di una specie che, si afferma, fatta a immagine e somiglianza di Dio. Un atto non tanto lontano dalla riduzione in schiavitù.
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La parola economia nella mente di chi la coniò voleva dire governo degli interessi domestici e familiari (della casa), oggi vuol dire governo degli interessi di un’azienda, sia essa una famiglia, una fabbrica, un podere, un Comune, una Regione, una collettività nazionale, l’intera umanità. L’intervento dell’Ente pubblico nel coordinamento delle private attività è oggi più che mai inevitabile. Solo un Comune può aprire una strada, illuminarla, adornarla di panchine, fiori e alberi, servire gli abitanti di acqua e fogna, farci arrivare i mezzi di pubblico trasporto. Oppure chiudere al traffico una via che in precedenza era aperta al transito dei veicoli. Costruire un porto, un aeroporto, assicurare delle franchigie doganali, tutelare l’incolumità di lavora esponendosi a serio rischio. E non occorre Adam Smith per capire quanto pesi sul bar, sul negozio, sulla vita quotidiana dei bambini, dei vecchi, degli adulti la capacità di dirigere dell’ente pubblico. Non c’è economia moderna senza uno stato indipendente. Meglio degli altri lo sanno gli americani che dal momento in cui si sono liberati del Re d’Inghilterra hanno preso a bruciare le tappe per arrivare a essere la più prospera nazione del mondo.
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Non c’è economia nazionale se non presieduta e governata dall’ente stato. Lo sanno bene gli europei che, per non farsi sfruttare ulteriormente dall’incontrollata emissione di dollari inconvertibili, hanno fondato un loro stato, e per prima cosa nominato un governo della moneta del loro stato. Basta. Siamo un grande popolo. Siamo stati alle origini della civiltà occidentale in tutti i campi. L’umiliazione di essere cornuti e mazziati come Pulcinella deve finire. Per noi. Per i nostri figli e nipoti. Per i nostri padri e avi. Si fotta lo stato italiano, e con esso la classe degli ascari che il governo nordista foraggia per usarci come iloti della patria milanese.
Nicola Zitara
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Il testo che segue era stato scritto come saggio centrale di una rivista che non ho mai avuto i soldi per stampare.
L’ho poi pubblicato come testo a sé stante in mille copie. Adesso che Internet me ne offre la possibilità, lo diffondo on line. Contemporaneamente lo riprendo in mano per renderlo più attuale.
Di quella stessa rivista avevo pronti già due numeri. Man mano che rivedo i testi, li metterò in Internet. Nel frattempo scriverò altre cose e altri mi invieranno le loro collaborazioni. Fin che potrò le inserirò sulle linee che amici generosi mi hanno messo a disposizione.
 
 

 ATTENDO saggi, articoli, lettere, recensioni ecc. per la preparazione dei numeri successivi.
E una risposta alla domanda: Fondiamo un movimento strutturato ?
Nonché soldi, perché senza soldi non si cantano messe.
Indice (di massima) del 1° numero:
Editoriale
Note di cronaca
Tutta l’égalité
Il sistema di potere
L’antico racconto orientale Leo e 'A mugghieri du segretario di Carlo Beneduci
Letture e riletture
     
Nicola Zitara
89048 Siderno - Piazza Portosalvo 1
Tel e fax 0964 380498

 


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Alla sacra memoria

di Salvador Allende

 

Nicola Zitara

Tutta l’égalité

L’eguaglianza fra i produttori, la piena occupazione e lo Stato funzionale
Per una teoria politica del separatismo rivoluzionario
0. Il progetto

0.1 Negli ultimi centocinquant’anni l’umana domanda di giustizia sociale e di democrazia economica ha avuto il nome di socialismo o di comunismo. Ma il socialismo reale non ha retto alla guerra commerciale e "virtuale" scatenatagli contro dall’imperialismo occidentale, né all’istanza interna di efficienza e libertà. Si è sfasciato, sfasciando un grande paese come l’URSS e trascinando (temporaneamente, speriamo) nel suo crollo gli ideali egualitari e internazionalisti.

La classe lavoratrice dei paesi ricchi appare rassegnata, mentre gli intellettuali cosiddetti di sinistra si sono affrettati a voltare gabbana. Peraltro anche prima del crollo sovietico il proletariato occidentale aveva fatto capire d’essere pago delle "sue" nazioni, preferendo, per il resto, fare come lo struzzo. Nello stesso tempo, il capitalismo offriva medaglieri universitari ed editoriali all’ambizione e vanità dell’intellettualità di sinistra.

Al contrario, i paesi poveri e alcuni paesi che poveri non sono, ma sono sicuramente marginali rispetto all’assetto capitalistico, traggono dalle stesse difficoltà in cui versano la speranza che il sistema cambi.

Il socialismo, che ha fatto da levatrice allo Stato democratico nell’Europa industrializzata e in tutto l’Occidente, libera i suoi fermenti in altri luoghi. Nelle aree marginalizzate, dove il liberismo capitalistico si converte nell’ideologia del dominio forestiero e corrisponde alla forza efficiente del sottosviluppo, l’enzima della giustizia socialiale potrebbe far lievitare ben altro pane che la rassegnazione.

Oggi, per i paesi marginali della prima cerchia, come l’Italia del Sud, il problema industriale è tutto. Ma, al Sud, l’idea di un’industrializzazione capitalistica è una contraddizione in termini, in quanto il capitalismo è la vera e unica fonte della disoccupazione e dell’improduzione.

La rivoluzione meridionale e l’indipendenza del popolo magnogreco bisogna che si tingano del rosso ardore socialista. Tutte le altre proposte di Rivoluzione meridionale sono, infatti, archeologia fallimentare. Il Sud di oggi non avrà altra rivoluzione che quella che il separatismo rivoluzionario saprà ispirare.

0.2 La previsione del Manifesto di Marx si è interamente avverata. Le merci capitalistiche - messi in linea i cannoni a lunga gittata dei loro bassi prezzi - hanno abbattuto ogni frontiera. Dove non hanno liberato i popoli dal bisogno, li hanno asserviti al profitto capitalistico, generando, con la disoccupazione, il proletariato esterno.

Proteggere l’equilibrata evoluzione delle varie formazioni sociali con frontiere nazionali, che abbiano la funzione di combattere la disoccupazione capitalistica attraverso la valorizzazione delle risorse disponibili, rappresenta l’istanza primaria dell’odierna lotta di classe.

Sarà, questa, sicuramente una strada più lenta e forse più tortuosa del vecchio, ma vacuo, internazionalismo proletario. Potrebbe persino apparire il suo rovescio. Ma l’istanza rimane intatta, la bussola è sempre quella. L’internazionalismo produttivo saprà trovare sicuramente espressioni meno beffarde dell’ONU e della Banca mondiale degli investimenti, botteghini quaresimali dove l’imperialismo occidentale mette in commercio le sue micragnose indulgenze.

Una frontiera mercantile è temporaneamente indispensabile tra il Sud d’Italia e l’Europa comunitaria. Il Sud d’Italia è un paese di lavoratori formati per partecipare alle produzioni più avanzate; in sostanza di produttori del primo livello industriale. Infatti, l’emigrazione meridionale fa da esercito industriale di riserva per la Germania, per l’Italia bossista, per il Canada, per l’Australia, mentre l’industrializzazione del paese meridionale non decolla, bloccata e placcata com’è - e com’è stata per oltre un secolo - dalla fiera determinazione contraria del capitalismo padano.

Con altrettanta determinazione bisogna impegnarsi a rompere il blocco coloniale.

Il separatismo rivoluzionario è la strada obbligata.

 

0.3 La nostra concezione socialista prende le mosse dall’insegnamento marxista, ma è giusto tenga conto del fatto che la pianificazione socialista e la divisione del prodotto sociale di tipo burocratico si sono rivelate esperienze fallimentari.

Andiamo alla radice. Il valore d’uso è un fatto privato, il valore di scambio è il fatto sociale. Pensiamo che in un sistema socialista lo scambio di equivalenti, il mercato, anziché soppresso, debba essere esaltato. D’altra parte la stessa analisi marxiana - scientifica, e scientificamente brillante a proposito delle merci e del mercato - pare invece compiere un salto logico quando - dimentica delle sue fondamentali scoperte antropologiche - approda all’idea comunista, cioè a un modello economico dove il lavoro e la produzione non sono coordinati dal valore del lavoro e su questo incardinati.

Viviamo in un mondo di produttori di merci e il mercato, che è la più efficiente creazione collettiva della storia, oggi unisce i produttori, gli uomini di tutto il mondo.

A questo vincolo universale - nonostante ogni contraria apparenza - si oppone proprio il capitalismo, internazionalista a parole, in pratica una disumana e ingorda loggia di paesi ricchi in gara fra loro su come beffarsi del libero mercato.

Per superare il sottosviluppo sarà sufficiente che tutti lavorino; un lavoro a ciascuno e a tutti è la giusta strada perché diminuisca il malessere e cresca il benessere.

La nostra ambizione è palese: all’interno, riproviamo con l’autogestione di mercato e, all’esterno, con il protezionismo funzionale. Se vinceremo nell’Italia megaellenica, all’umanità sottosviluppata sarà offerto un modello, un esempio, su cui riflettere.

 

1. Lo scambio

1.1 La merce è figlia legittima della divisione del lavoro e madre dello scambio. All’origine, il produttore manifatturiero lavorava su commissione e conosceva in anticipo la persona del compratore, in genere un agricoltore, il quale dava derrate in cambio del manufatto. In appresso i manufatti vennero prefabbricati ed esposti per la vendita in occasione di fiere e mercatini paesani, nel corso dei quali anche i contadini offrivano i loro surplus. In tal modo il lavoro si è industrializzato e il prodotto è divenuto merce, cioè un bene offerto in vendita all’acquirente qualunque.

Quando apparve il danaro, una percentuale della produzione agricola (i surplus familiari) e praticamente tutto il prodotto manifatturiero divennero merce. Sicché noi possiamo definire "merce" quel bene di regola prodotto in serie, dalla cui vendita il produttore si aspetta un incasso in danaro.

Danaro in cambio della propria merce e merce in cambio del proprio denaro: in questo processo siamo andati così avanti che può sembrarci d’essere già alla fine del percorso. Il bambino che al mattino fa colazione con una ciotola di latte, zucchero, cacao e fette biscottate, deve saltarla se la sera prima la mamma ha dimenticato di fare le provviste e se il negozio sotto casa è ancora chiuso. Oggi, sul desco, la roba fatta in casa si vede raramente e quel che si consuma arriva da ogni posto del mondo.

Lo scambio generalizzato, anzi planetario, è la più colossale e meravigliosa macchina costruita dall’uomo. I pneumatici della mia automobile sono stati fabbricati in Francia con materie prime e semilavorati provenienti da tutti i continenti, senza i quali sarebbe impossibile fabbricare pneumatici. Quand’anche io fossi uno Sherlock Holmes della merceologia, mai potrei rintracciare l’altro uomo che ha raccolto il mastice, chi l’ha trasportato in Francia, l’operaio che ha lavorato alla carcassa (o come altro si chiama), colui che ha preparato l’impasto, chi ha manovrato la pressa, e via dicendo.

Per avere i pneumatici ho dato denaro, frutto del mio diverso lavoro; danaro il cui equivalente, attraverso mille canali e mille travestimenti, raggiungerà o ha già raggiunto coloro che hanno contribuito alla loro produzione.

Bisogna però annotare che in questo meccanismo, la cui descrizione è riuscita difficile e incompleta persino ai più dotti fra gli economisti, ciascuno di noi si sente solo e indifeso: solo con le sue buste di latte, il suo pacco di cacao, la sua confezione di fette biscottate, il suo metano algerino, il suo fornello marchigiano, il suo accendino vu cumprà, il suo televisore giapponese, e se la luce è accesa, la sua lampadina olandese.

Solo con il proprio denaro, unico vero scudo. Infatti, oggi, in una società guasta dal capitalismo, non il lavoro - la propria capacità di produttore - dà sicurezza, ma la sua interfaccia in filigrana di Stato. Questo accade perché tuttora, nonostante tante affermazioni circa la democrazia in cui vivremmo, le fonti di lucro non lavorative, che restano parecchie e - purtroppo - assorbono oltre la metà del valore prodotto dal lavoro, "comandano" il lavoro.

L’offesa al lavoro umano ha spinto uomini infinitamente lucidi a temere il mercato e a preferirgli forme di scambio di tipo burocratico. E tuttavia rappresenta un grossolano errore dimenticare che, storicamente, il mercato è alla base delle nostre libertà private e pubbliche; propriamente coincide con la fine della servitù della gleba.

Se il capitalismo non vi avesse messo sopra il suo tallone, il mercato potrebbe essere il luogo in cui l’uomo riconosce le qualità di produttore dell’altro uomo. Un diritto, quello di vedere la propria opera individuata con il proprio nome, oggi riservato a poche categorie di non capitalisti, quali i narratori, i poeti, i musicisti, gli inventori e simili, ma a ogni capitalista che fabbrica e vende qualcosa, sarebbe invece un diritto di ciascun produttore.

1.2 Il mercato è nato spontaneamente nei pori del comunismo primitivo ed era già chiaramente impostato nell’area mediterranea sul finire delle civiltà litiche, cioè parecchi millenni prima della nascita di Cristo. Ma la nostra indagine non richiede di andare tanto indietro. A noi basta accennare ai fenomeni antropologici che ne accompagnarono la nascita nell’Europa che oggi conta, sul finire del Medioevo; un mondo sfiorato, o appena toccato dalla civiltà greco-romana, quando i clan germanici e slavi praticavano ancora scambi poco significativi e al loro interno la divisione del lavoro si trovava allo stadio più basso.

Conservata e riproposta dai bizantini e dagli arabi, la cultura manifatturiera riesplose nei comuni italiani, allorché il contado circostante pervenne alla condizione di alimentare le città con i suoi surplus, evidentemente consistenti. E qui, nelle città, risorse la divisione del lavoro, su cui si andò sviluppando un circuito della ricchezza proficuo ed esemplare. Esso partiva dalla terra, che sostentava contadini e signori, e raggiungeva i proprietari inurbatisi e gli artigiani, i loro discepoli e manovali. Ripartendo da costoro, si ridistribuiva: il ramo più importante tornava alla terra, l’altro continuava a circolare in città, dove una quota del surplus veniva rinvestita nell’allargamento della manifattura.

Esisteva - alimentato allo stesso modo - anche un circuito europeo che spostava surplus verso l’Italia, nonché un movimento continentale di manufatti dall’Oriente all’Europa, e di oro europeo all’Oriente.

La rinascita italiana stimolò altrove l’esigenza di trattenere il proprio surplus e, conseguentemente, la nascita della manifattura e della divisione del lavoro in parecchi paesi. Iniziò, così, per l’Europa, e poi per l’intero Occidente, un’età economicamente felice, quella stessa che tuttora perdura.

1.3 Diversamente che in agricoltura, dove di regola lo stesso lavoratore accompagna il prodotto dall’inizio alla fine del ciclo annuale, il processo di produzione manifatturiero parte da un certo punto dell’elaborato: quello corrispondente alla raggiunta fase di divisione del lavoro. Per esempio, il lavoro del boscaiolo parte dall’albero ancora da tagliare; quello del falegname dal legno stagionato; quello del minatore a volte si ferma all’estrazione del minerale grezzo, a volte raggiunge la fase della sua depurazione; quello del fabbro parte dal ferro già depurato, e via dicendo.

La lingua è il sedimento che dà testimonianza del fenomeno antropologico chiamato "divisione del lavoro", e lo fa attraverso i nomi delle figure professionali: il carpentiere, il calafato, il vetraio, ecc. I nomi dei vari artigiani altro non sono se non il glossario dell’antica divisione del lavoro.

Se dico "vasaio" tutti sappiamo che egli lavorava con un tornio, costruito da qualcuno usando un tronco d’albero, e con l’argilla, che un altro aveva estratto dalla cava.

La bottega del vasaio non si aveva né nella fase precedente di lavorazione, né in quella successiva; né prima con un tronco d’albero, né dopo, con i vasi venduti al mercato. Insomma il vasaio era quel particolare lavoratore che tutti sapevano in base alla tradizione.

Il tornio e l’argilla rappresentano ciò che chiamiamo lavoro morto (il capitale), beni già definiti, che il vasaio manipolerà e valorizzerà applicandovi la sua arte e la sua fatica. Sono lavoro morto nel senso di già fatturato. Estrarre e trasportare l’argilla costa un tot, sia che ad acquistarla sia il vasaio, sia il fornaciaio. Il carpentiere che fabbrica torni pretende un certo prezzo tanto che abbia di fronte a sé un vasaio quanto che abbia di fronte a sé uno storico del folklore.

Lavoro morto e lavoro vivo sono le due componenti del valore di un manufatto. Il primo è una componente costante, già definita e nota; il secondo la componente attiva, mobile, variabile, nel senso contabile astratta, in quanto non corrisponde al prezzo del salario. È quanto valore aggiunge il vasaio, usando il tornio, alla cosa argilla; ma non sempre è il suo ricavo.

Tre chilogrammi d’argilla trasformati in un mattone pieno valgono mille lire, ma tre chilogrammi d’argilla trasformati in una cuccuma per berci l’acqua fresca d’estate, valgono decine di volte tanto. La ragguardevole differenza corrisponde alla diversa qualità e al diverso tempo di lavoro messi in opera. E non corrisponde invece al prezzo dell’argilla, la quale viene estratta e messa in vendita senza chiedere che mestiere fa chi la compra.

Ciò ribadisce e rispiega che il valore del lavoro morto entra nel valore del bene finale sempre per quel che costa, e non in relazione a ciò che se ne fa o se ne vuole fare. Spetta al lavoro vivo, in base alla sua qualità e al suo tempo, di conferire al bene prodotto una qualità d’uso, o funzione diversa, specifica, nonché "segnare" il suo valore relativo presso gli altri uomini.

1.4 Fin qui il discorso è stato agevole. Un manufatto viene di solito realizzato con una successione di lavorazioni, in cui l’ultima impiega quella precedente come materia prima. Usando le proprie attrezzature e applicando il proprio lavoro, lo specialista successivo ne definisce il nuovo valore. La complicazione arriva quando vogliamo definire il valore del lavoro.

Perché il vasaio continui a fare il suo mestiere, il prezzo del vaso che vende deve pagargli sicuramente la quantità d’argilla consumata, il logorio del tornio, che prima o poi andrà rinnovato, una frazione dell’affitto del locale in cui lavora, ma anche il tempo che impiega a fabbricare un vaso di quelle dimensioni e di quel tipo, la qualità e quantità del suo personale lavoro.

Se non ottiene almeno questo, alla prima occasione cambierà mestiere. O andrà a fare il vasaio in un altro luogo.

Se nella nuova sede l’argilla costa meno, perché il punto d’estrazione è più vicino o le cave più fertili, il prezzo dei vasi sarà minore; ma minore di quel tanto che corrisponde al minor prezzo dell’argilla. Se, invece, costassero meno il vitto e l’alloggio, non è affatto scontato che il vasaio si pagherebbe corrispondentemente meno il suo (tempo di) lavoro. Infatti il prezzo del lavoro non è stabile, ma oscillante in quanto dipende dalla concorrenza che i lavoratori si fanno fra loro: in pratica dal loro numero, in rapporto alla domanda della merce che producono; in sostanza, nell’ambito di un dato mestiere.

Se, mettendo a confronto l’analisi marxiana con l’esperienza storica, volessimo definire un caso in cui il valore del lavoro si realizzi interamente, è giocoforza pensare all’artigiano rinascimentale - padrone di sé, della sua tecnica e del suo prodotto - o al proprietario coltivatore diretto. La piccola produzione mercantile, schiacciata tra il feudalesimo al tramonto e il capitalismo nascente, senz’altro tarata dal suo stesso assetto corporativo, fu soltanto la cresta di un’onda, che ridiscese e si spense fra i bassi prezzi della manifattura a domicilio dei contadini, promossa dai mercanti possessori di danaro. Ma il modello è rimasto nella memoria degli utopisti, degli anarchici e del cristianesimo sociale.

1.5 Di scambio neppure si parlerebbe se le merci non potessero riconoscersi fra loro. Noi ci limitiamo a leggere i prezzi scritti sui cartellini, ma il prezzo è soltanto l’idea del rapporto di dominazione privata tra l’immane presenza dell’offerta capitalistica e la solitudine del consumatore(1). Dietro questa figurazione astratta deve necessariamente esserci una qualche sostanza reale.

Gli economisti classici spiegano che essa risiede nel lavoro umano applicato alle materie prime esistenti in natura. Infatti le materie fornite dalla natura, il lavoro fisico e l’intelligenza degli umani sono gli elementi comuni a tutte le merci, quelli che le aiutano a scambiarsi l’una con l’altra. Nel processo di valorizzazione della natura, il tempo di lavoro e le qualità professionali del lavoratore si intrecciano fra loro. Sul lavoro morto - cioè sulle materie prime, i semilavorati, le macchine, gli impianti, i brevetti e quant’altro lavoro al passato venga acquistato e riversato nel processo produttivo attuale - si affatica il lavoro presente, che resuscita fisicamente il primo e lo incorpora nel prodotto in corso di lavorazione.

1.6 Lo scambio avviene tra merce e danaro e tra danaro e merce. In sostanza due beni di diversa utilità stanno ai due capi dello scambio. E tuttavia - l’abbiamo già accennato - di valore equivalente.

L’impiego del denaro facilita gli scambi sul mercato, però nasconde il rapporto di valore. Per dirla semplicemente, può far dimenticare il senso della condanna biblica: "E tu uomo faticherai con il sudore della tua fronte". Perché di questo si tratta: di lavoro. Per soddisfare i suoi bisogni, l’uomo è costretto a lavorare.

Se il contadino lavora il suo campo assieme alla moglie e ai figli, e insieme consumano tutto quello che hanno prodotto, il conto si chiude con il risultato della pura sopravvivenza. Ma se, nei giorni di cattivo tempo, la moglie lavora al telaio qualche metro di panno e lo vende al mercato domenicale, riceverà del danaro.

Ma quanto? Naturalmente in rapporto al prezzo del panno in quel posto, a quel tempo. Chi compra panno e chi lo vende, di solito, è bene informato a riguardo. Il prezzo esiste e cambia. È nato automaticamente e cambia automaticamente. Si tratta certamente di un’invenzione umana, ma di quelle che vengono realizzate nel tempo, attraverso la secolare ripetizione, come i sentieri di montagna.

Mettiamo che, a quel tempo, operi in quel luogo una corporazione di tessitori, i quali abbiano fissato un prezzo vantaggioso per loro. La nostra contadina, per infilare tra le maglie di questo mercato artefatto il suo panno, l’offrirà a un prezzo minore. Ma poi non tanto minore; solo quanto basta per attirare il cliente.

Una contadina sua vicina, avendo osservato che fa qualche affare, si mette anche lei a tessere panno. E poi un’altra e un’altra ancora. Ma, fattesi numerose, le contadine tessitrici, se vogliono vendere tutto quel che adesso producono, debbono ribassare ulteriormente il loro prezzo.

Nonostante ciò, altre contadine ne seguono l’esempio. A un certo momento, però, l’allargamento del lavoro di tessitura si interrompe. Non va più avanti. Le altre contadine del luogo, che sanno o potrebbero imparare il mestiere, non le seguono più. Anzi si mettono, per esempio, a pettinare lana. Il perché è evidente: quel lavoro non è più remunerativo. Se proprio bisogna fare un (tempo di) lavoro supplementare, per aggiungere qualcosa al magro reddito del campicello, ebbene, è conveniente lavorare dove si guadagna.

Lo scalcinato apologo ci racconta che dietro il prezzo con cui le merci si presentano sul mercato c’è una bussola che guida chi trasforma il suo lavoro in merci (e persino in autosussistenze), la quale bussola, però, non ci dice: "non lavorare più, non ti conviene", ma semplicemente: "stai lavorando per poco, se cambi lavoro, puoi guadagnare di più".

Questa bussola è la remuneratività del tempo di lavoro, o meglio della frazione di lavoro socialmente utile che ciascuno di noi esprime; un fenomeno di cui prendiamo indirettamente coscienza, come avviene per ogni determinazione dell’individuo, che scaturisce da quei sedimenti della coscienza collettiva che possono apparire una seconda natura.

Si badi, le contadine di cui sopra non sono delle lavoratrici dipendenti, ma delle artigiane indipendenti. In sostanza sono delle aziende individuali, che entrano e restano sul mercato se il loro "lavoro" è remunerativo, come qualunque azienda, piccola o grande che sia.

Ma se adesso proviamo a invertire i termini del concetto sopra espresso, avremo che il mercato remunera le contadine tessitrici se il loro lavoro è socialmente utile. Altrimenti fa cadere la loro remunerazione, cosa che è un esplicito invito a non sprecare lavoro sociale.

Ciò acquisito, possiamo permetterci un altro salto sul trapezio dell’economia. Immaginiamo di poter inserire in un computer tutte le fatture e i conti pagati in un anno da tutti gli abitanti della terra. Non v’è dubbio che se riuscissimo a dargli tali dati, il computer ci darebbe rapidamente il totale. Sapremo, allora, quale somma sarà stata complessivamente spesa per l’insieme lavoro morto e lavoro vivo.

Ma saputo questo, dopo tanta fatica non sapremo niente. Infatti i prezzi sono espressi in danaro che, se non è una finzione, è sicuramente una convenzione. Non sapremo, per esempio, se la gente ha lavorato più o meno dell’anno precedente, se sta meglio o peggio, se ha da mangiare o muore di fame. Infatti i prezzi mutano, fluttuano, scendono, precipitano, salgono, e non solo a causa di situazioni reali, come l’abbondanza o le carestie, ma per motivi, più che artificiali, posticci, come le speculazioni finanziarie, o l’erronea politica dei governi, o perché un dritto vuole fare fesso il debole, come accadde con l’inconvertibilità del dollaro, ecc.

Per avere una risposta soddisfacente alle domande di cui sopra bisognerà sapere i dati della produzione reale: quanti tappeti, quanto grano, quanto sapone, quanti vitigni sono stati prodotti in quell’anno.

Nonostante tutte le falsificazioni introdotte dal capitalismo, il dato reale emerge e gli uomini - i produttori - inconsapevolmente si ridistribuiscono il lavoro; se lo dividono fisicamente, perché vi impegnano la loro fatica fisica e intellettuale, rischiando, imprecando, sperando. Che poi, su questo stupefacente bailamme svolazzino dollari, marchi, lire, pesete, assegni e titoli, dovrebbe essere una comodità, se la comodità non fosse stata trasformata in una buffonata dai Buffalmacco di tutto il mondo ai danni di cinque miliardi circa di Calandrini.

Non è quindi il prezzo, l’incontro della domanda e dell’offerta - che è semmai il regno marginale dell’intermediazione e il termometro che misura i bisogni e la penuria - a determinare il valore, ma il lavoro socialmente utile incorporato nelle merci, secondo la sua quantità e qualità. Il prezzo svolazza intorno al valore, e non si incolla al valore perché anche il meccanismo dello scambio necessita di spazi di autonomia. Però con il prezzo nessuno si nutre, su un prezzo nessuno si può sedere, con un prezzo nessuno si veste. Utilità sono invece il grano, le sedie, l’abito, la visita del medico, il consiglio dell’avvocato, il quadro che adorna l’ambiente, la musica che muove ragioni inesplorate della mente. E prima di divenirlo, sono state lavoro. Lavoro socialmente utile di ciascuno di noi, il quale dà diritto ad avere in cambio beni in proporzione diretta del nostro contributo al lavoro universale. Ciò che diamo è misurato dal valore dei beni che abbiamo prodotto o contribuito a produrre, ciò che riceviamo è misurato dal valore dei beni, prodotti da altri, che pervengono a noi. Tra l’individuale dare in merci e servizi, e l’avere in merci e servizi, c’è equivalenza. Anzi ci sarebbe equivalenza, se nell’equazione non fosse penetrato, come il fuoco del diavolo, il capitalismo.

Il fatto che il capitalista si appropri di una quota del valore, o il fatto che un popolo estorca a un altro una frazione, non modifica il totale, anche se poi la torta risulta mal divisa.

1.7 I rapporti organizzati sulla base dello scambio di valori generarono l’uomo greco e hanno rifondato l’uomo moderno e l’attuale sistema giuridico, sia privato che pubblico. In effetti il cittadino, l’uomo libero, sui iuris, è stato partorito dal pieno diritto di vendere e di comprare. L’idea di libertà è sempre quella greca, romana e borghese delle origini; altra non esiste. Anche la struttura del negozio giuridico è rimasta identica nel tempo. Tuttora lo scambio è un negozio giuridico bilaterale - un contratto - che il vigente Codice Civile chiama compravendita. In quanto negozio bilaterale, la compravendita comporta due autonomi atti di volontà, quello del venditore e quello del compratore, rivolti a scambiare la cosa convenuta contro il

prezzo concordato. Presupposto ineliminabile è che il venditore e il compratore siano "persone" per il diritto, cioè soggetti dotati di capacità giuridica.

Lo stesso discorso si deve fare per tutti i contratti che fanno alone alla compravendita, signora d’un ordinamento civilistico fondato sullo scambio.

Sul finire del Medioevo, all’incerto diritto feudale, incline alla personalizzazione delle regole, venne a contrapporsi l’esigenza di una norma generale e comune a tutti, che garantisse gli attori di una società che andava assumendo il passo dei produttori e venditori di merci. Ora, se, a livello privato, la funzione sociale del negozio veniva spontaneamente riconosciuta, politicamente invece era necessario "identificare" le persone portatrici del potere giuridico per metterlo in essere; cosa che in conclusione voleva dire l’uguaglianza di tutti i proprietari, persino dei proprietari di sé stessi soltanto, cioè dei proletari.

In effetti, le invasioni barbariche e la conseguente regressione dell’Europa romanizzata all’economia di sussistenza avevano cancellato o almeno grandemente offuscato la concezione della libertà contrattuale che era stata elaborata dai romani. Anche l’idea di proprietà privata era stata grandemente sconvolta. Ragionando con gli strumenti catalogatori di un giurista moderno, l’unico proprietario era il re e l’unico titolare di diritti era il re, il quale concedeva a un feudatario il godimento della terra e il potere sugli uomini che vivevano e vi lavoravano sopra. La concessione ricevuta autorizzava altre concessioni. Il secondo concessionario - il valvassore - spesso diveniva a sua volta concedente rispetto a un terzo concessionario. Alla base stava un uomo teoricamente non libero e teoricamente non padrone del suo; in pratica, invece, un uomo che godeva di situazioni possessorie corrispondenti al diritto di libertà e al diritto di proprietà, ma solo fino a quando la sua posizione politica non veniva scompigliata da una forza superiore.

Ora, questo sistema poteva applicarsi sul corpo di una società regredita. Il servo della gleba e il feudatario di primo o secondo o terzo rango vivevano della terra e dei suoi prodotti. La signoria si esercitava sulle giornate lavorative del contadino e/o nel conferimento di quote della sua produzione al castello, dove venivano impiegate per mantenere la piccola corte, gli armati e gli artigiani al servizio della casa. Come al tempo delle società primitive, nell’Europa medievale esistevano dei piccoli scambi rituali e anche di valore. E se il castellano accumulava delle eccedenze, le alienava alla città o nelle città.

Il sistema feudale ostacolava invece i singoli produttori per il mercato, i quali sotto la spinta della crescente produttività agricola si moltiplicavano di numero, tanto in Italia quanto Oltralpe.

La formazione di surplus, che corrisponde all’aumento della produttività corrente, spinge il produttore a concepire e a formulare bisogni nuovi, ai quali, di regola, non sa provvedere da sé, ma può soddisfare rivolgendosi ad altri produttori con la proposta di uno scambio. E tuttavia la diffusione e crescita degli scambi - e in ultimo la formazione di un mercato stabile e professionale - chiedeva "certezze" giuridiche che il diritto feudale non dava, o non dava a tutti.

La storia successiva ci spiega che esse erano principalmente: (uno) che i contraenti fossero proclamati "soggetti" (titolari) del pieno diritto di proprietà (anzi proprietari per diritto di natura, cioè originario, innato di ciascun uomo, e non per volontà "umana" del legislatore) e (due) che la piena proprietà dei beni fosse la premessa del diritto di trasferire liberamente (cioè senza l’assenso del signore

feudale) ad altri il pieno titolo, talché l’acquirente potesse respingere eventuali rivendiche di terzi (per esempio i familiari, o il signore del luogo).

Sul terreno giuridico, tali esigenze erano fortemente avvertite, ma il bandolo della questione sfuggiva completamente, come mostra il fatto che i molti sussulti politici dell’epoca furono spesso contrassegnati da obiettivi impropri. Senza dubbio andava ben definita la questione di chi potesse legittimamente vendere e comprare, e chi dovesse garantire gli effetti economici dello scambio. Occorreva un sistema, una cultura giuridica nuova, un potere politico "parlamentare" (cioè borghese) e nazionale (sull’intero mercato nazionale). A distanza di secoli è facile cogliere l’esigenza che pervase e angustiò le società (e la filosofia) inglese e francese - i paesi all’avanguardia in tutto, proprio perché la struttura della produzione si era andata rapidamente rivoluzionando - fino alla restaurazione della concezione classica in materia di proprietà privata e di obbligazioni civilistiche (nonché di diritti pubblici).

Noi sappiamo quante lotte è costata la riaffermazione dell’identità tra uomo e soggetto di diritti privati, e poi, tra uomo e cittadino. E tuttavia per chiudere il cerchio del nuovo sistema bisognerà attendere il sorgere della nazione borghese, con la sua carta costituzionale e la sistematica giuridica che sta alla base del Còde Napoleon.

1.8 Ancorati alla concezione del valore delle merci, a sua volta basata sul tempo di lavoro medio, lo scambio e la retrostante attività manifatturiera e preindustriale si svilupparono, nel corso dei lunghi secoli dell’età mercantile, non certamente in modo idilliaco, ma sicuramente nella forma più umana che si conosca; tant’è che l’antico mondo comunale poté riempire i sogni politici dell’anarchico Kropotkin.

Il produttore di manufatti era di regola l’artigiano, che operava nella sua bottega e lavorava a regola d’arte, circondato dai suoi discepoli, che facevano presso di lui l’"università" per venire laureati maestri d’arte. Chi commissionava un prodotto, lo pagava con il danaro proveniente da una precedente vendita, che poteva essere di prodotti agricoli, di servizi professionali o di un diverso manufatto. Raramente quel danaro veniva da uno stipendio.

Forse ha ragione Kropotkin a ritenere che siamo al punto più alto della civiltà, nel campo del vivere sociale. Resta da vedere se il modello sia ripetibile in una fase di produzione generalizzata di merci.

Abbiamo già osservato che nell’epoca a cavallo tra la protostoria e la storia del moderno mercato, l’artigiano passò dalla produzione su commissione alla produzione da offrire su un mercato aperto.

Lo svolgimento logico e storico di questo passaggio fu:

a) l’ingrandimento della bottega, e ancora meglio

b) il mercante che acquista, prima dall’artigiano cittadino e poi

c) dai contadini-manifattori del contado circostante, prodotti già finiti o

d) semilavorati, ovvero

e) gli fornisce la materia prima da lavorare e lo paga a cottimo.

Ancora oltre nel tempo

c’è la manifattura, l’opificio dove il lavoratore salariato - spesso una donna o un fanciullo - è piegato a muovere pesanti marchingegni.

Alla fine,

g) dopo la scoperta del motore a combustibile fossile, nasce la fabbrica, che è finanziata e diretta da un capitalista e resa viva dal lavoro operaio.

Da questo momento in poi, quella che era stata una lenta e secolare costruzione collettiva di nuove tecnologie e di nuovi assetti produttivi pare allearsi con una forza satanica, esplosa improvvisamente dalle viscere della natura inerte. Il motore sostituisce i muscoli dell’uomo e degli animali. L’impiego del carbone abbatte i costi calorici del lavoro e porta a sovradimensionare la fabbrica. Una tonnellata di carbone costa quanto un chilo di pane, ma sviluppa centinaia e centinaia di cavalli vapore. Inoltre l’uomo, una volta liberato dalla schiavitù del sudore, può più agevolmente mettere in moto il cervello. Le tecnologie cominciarono ad affinarsi; la scienza, la moda, l’inventiva, il piacere di vivere mettono a disposizione della parte fortunata dell’umanità nuove merci. A partire da questo momento la soddisfazione dei bisogni cresce a ritmo esponenziale. Nessun re, o potente della terra, nessuna donna idolatrata da schiere di cortigiani ebbe mai quel che oggi ha chiunque di noi, dal viaggio intercontinentale alla cura della pelle.

Questa prodigiosa rivoluzione è stata guidata - ed è guidata - dal capitalista, cioè da una persona priva di particolari qualità culturali e intellettive, e tuttavia presa dalla febbre di moltiplicare le proprie ricchezze, attraverso l’avventura economica.

La storiografia occidentale ha sopravvalutato questa figura. E'capitato nel corso della storia, e certamente capiterà ancora, che la spinta che viene dal basso sia interpretata da individui dotati di particolari attitudini. I coloni greci che navigavano verso occidente, alla ricerca di una nuova patria, di altra terra, di donne straniere, erano certamente guidati da nocchieri non solo esperti, ma anche avventurosi. Egualmente i germani e gli slavi, che guadavano i fiumi della piatta Europa per marciale oltre le Alpi, avevano alla testa i guerrieri più impavidi e spregiudicati.

Oggi, dei cavalieri d’industria, rimane soltanto l’aspetto ingordo. Il capitalista che ci tiene il piede sul collo e centellina l’uso delle nostre risorse è un uomo senza qualità, che sopravvive alla sua funzione storica galleggiando impropriamente sull’antico concetto di proprietà e circondato, all’interno e all’esterno dell’azienda, da prezzolati esperti, i quali, se non riescono a tenere alta la massa dei profitti, sono additati al pubblico disprezzo da giornalisti altrettanto ben pagati.

Bisogna risolutamente aggiungere che la fame di profitti, in tutte le parti del globo, porta codesta gente a guazzare fra i più severi articoli dei codici criminali nazionali. Tanto che ormai soltanto gli sciocchi ignorano che il capitalismo è un nemico schierato della vita, dell’ambiente e di ogni morale umana. Un sistema da lottare con ogni mezzo.

È di particolare evidenza che, nell’attuale assetto culturale e sociale, l’uomo si sottopone alla fatica e, se è un proletario, a faticare sotto il comando altrui, per ricavare una contropartita in danaro con cui soddisfa i suoi bisogni, siano essi elementari e minimi, siano essi vistosi e opulenti. Il bisogno ci piega ai lavori più ingrati e può piegare anche a quelli più pesanti e nocivi. Ma è altrettanto evidente che è esso stesso un bisogno umano, per cui vengono a trovarsi in una situazione felice coloro a cui piace il lavoro che fanno.

Si può immaginare un mondo in cui tutti facciano un lavoro piacevole e in cui possano regalare al prossimo i beni da loro prodotti in una giornata di piacevole e soddisfacente fatica?

Considerati gli enormi progressi materiali che ho visto realizzati nel corso della mia vita, non mi sembra di poter scartare in partenza tale ipotesi. Insegniamola pure, è un’ambizione bella e cristianissima; ma siccome, nel frattempo, bisogna continuare a pagare Telecom e l’Enel, credo sia giusto dire che continuiamo a lavorare perché costretti.

 

2. L’égalité

2.1 In Grecia, a Roma e in tutte le moderne società di tipo mercantile e proprietario la società civile e lo Stato operano su due piani diversi.

Il protagonista della civiltà è lo scambio, meccanismo autonomo della società civile che ha reso più agevole la specializzazione professionale e in generale la divisione del lavoro. Attraverso una specie di selezione naturale fra le diverse possibili opzioni, svoltasi nel lungo periodo secolare, gli uomini dell’età rinascimentale approdarono al mercato, lasciandosi alle spalle le forme politiche e gerarchiche di produzione e distribuzione, e hanno impostato un tipo di società che è l’opposto di quella feudale, piuttosto simile a quella dei greci e dei romani.

Il mercato presuppone e pretende individui privati e liberi. Chi compra e chi vende deve essere un proprietario, il primo del denaro, il secondo della cosa, in modo da garantirsi reciprocamente.

Anche il principio della proprietà privata appartiene alle lunghe e spontanee creazioni dell’uomo nella storia.

Sul terreno dell’antropologia economica, la proprietà è una funzione della penuria. La regola (o principio vitale dell’ingiustizia) sulla quale si fonda la proprietà è legata - secondo noi - alla riproduzione del ciclo produttivo ed è connessa con la nascita dell’agricoltura e dell’artigianato, quando nell’area mediterranea l’organizzazione individuale della produzione ebbe la meglio sull’economia di villaggio che aveva caratterizzato gli imperi fluviali.

Con la produzione agricola e artigianale sorge automaticamente il problema della riproduzione. Infatti quasi sempre, e specialmente nel caso del grano e dell’allevamento, c’è antagonismo tra il consumo attuale e la conservazione del capitale occorrente per la riproduzione ciclica. Si può immaginare che scaturisca da qui una specie di selezione naturale dei più adatti, in sostanza di quei privati che, non avendo la necessità di razionare il consumo, potevano conservare intatto il grano da seminare e i nati da allevare. I ricchi insomma.

Nasceva parallelamente la soggezione di chi s’era mangiate le sue sementi. A questi non rimaneva che darsi servo, in tal modo identificando un ruolo che in seguito sarà esteso agli schiavi, ai nemici vinti. Egualmente, l’artigiano che produce per il mercato può continuare a farlo soltanto se ha riserve alimentari per sopravvivere e materie prime (capitale) da lavorare. Altrimenti è costretto a vendere il suo tempo di lavoro e la sua professionalità. La dura legge, in base alla quale sopravvive il conservatore più accanito, crea il proprietario e fa di costui l’organizzatore della produzione.

La fonte di tutto ciò non sta nel potere dello Stato, né lo Stato è il gestore dell’apparato, come lo era stato in Egitto e negli altri imperi fluviali. Lo Stato è la

sovrastruttura giuridica della proprietà, ma non la proprietà. Anzi, l’intervento dello Stato nella proprietà privata, se promana da una necessità suprema, è sempre inteso come una violenza.

Ovviamente la proprietà si conserva e si difende giuridicamente e militarmente attraverso lo Stato, che è dominato dalla classe dei proprietari ed è il tutore dei proprietari. Ciò avviene nelle città della Jonia, in quelle dell’Ellade e della Megale Hellas. Dal Sud italiano, il sistema si allarga a Roma, e le legioni romane lo portano in Iberia, in Gallia, nell’Africa settentrionale, nelle regioni danubiane. Poi, alla fine del Medioevo, l’Europa impone ed esporta in tutto il mondo il modello privatistico a base classista: i ricchi - i proprietari della terra - e i poveri, i quali pagano con una frazione del proprio tempo di lavoro la possibilità di utilizzare quella del ricco.

Ma oggi questo modello non ha più alcun senso antropologico, almeno in Occidente. Infatti da oltre cinquant’anni esso si è lasciato dietro le spalle la penuria, che ai fini della sopravvivenza della specie giustificava il privilegio del ricco (l’apologo di Menenio Agrippa).

 

2.2 I principi rivoluzionari del 1789 sono i più avanzati di una società proprietaria. Certo non mancò, fra i grandi intellettuali e costituenti del tempo, la consapevolezza del limite che la proprietà ineguale introduceva tanto nell’égalité quanto nella liberté. Talché l’invocazione della fraternité rappresentò il classico pannicello caldo applicato sulla ferita.

Non v’è dubbio che dalle proclamazioni - e dalle conquiste effettive che le seguirono - le masse popolari trassero scarsi benefici. Ha grande rilevanza, a questo riguardo, il fatto che nell’Europa continentale la Grande Rivoluzione precedette la nascita dell’industria. Ma quando l’organizzazione di fabbrica si diffuse nell’Europa continentale, gli atteggiamenti politici della nuova classe agiata e rivoluzionaria mutarono relativamente all’égalité. Ciò perché i nuovi meccanismi dell’arricchimento proprietario e capitalistico fecero mutare la posizione delle classi lavoratrici rispetto alla produzione. I liberali, giunti vittoriosi alla guida dei governi, si trovarono nella pratica impossibilità di garantire ai lavoratori quei diritti che come legislatori andavano codificando e che, in precedenza, avevano sostenuto calorosamente nei libri, sui giornali, sulle piazze, sulle barricate, come agitatori.

Se, una volta al governo, il loro modo di organizzare lo Stato fu un dire e un contraddirsi, ciò merita una spiegazione, e questa oggi può facilmente essere spoglia del risentimento che ebbero a riguardo i primi socialisti, i quali, pur essi si impantanarono nella contraddizione tra il primato delle libertà individuali, proclamato nell’'89, e il primato del collettivo, circa l’organizzazione della produzione.

In realtà, nel giro di qualche decennio la funzione economica della proprietà cambiò radicalmente e lo Stato costituzionale entrò in contraddizione con se stesso circa la reale eguaglianza dei cittadini.. La transizione morale (o, forse, immorale) ci viene ben spiegata dalla scienza economica dell’epoca, che fu concorde nell’assegnare all’accumulazione dei capitali una funzione propulsiva dello sviluppo; mentre prima dell’età industriale - nella fase preparatoria della Rivoluzione - predominando l’agricoltura, per gli economisti non faceva eccessiva differenza se l’accumulazione nazionale si concentrava in poche o molte mani. Anzi, i più illuminati fra loro preferivano che si spandesse fra i diretti coltivatori, poiché, in mano al piccolo proprietario, la ricchezza sarebbe stata reinvestita più facilmente che in mano al grande proprietario assenteista; e ciò poteva apparire di evidente vantaggio per la dinamica della ricchezza nazionale complessiva. Nell’età ricardiana si prese a considerare cosa decisiva che i surplus fossero appropriati (magari espropriandoli ad altri settori) dalla classe dei capitalisti industriali. Solo così, infatti, l’accumulazione poteva essere reinvestita nel settore a più alta produttività. In buona sostanza, la logica industriale sopraffece quella agricola. A questo punto, però, "la nazione" dell’’89, si tramutò in una beffa. Infatti fu un soggetto politico diffuso solo a parole, mentre nei fatti lo Stato nazionale divenne il coperchio e il garante della sopraffazione padronale e il popolo nazionale la vittima d’ogni forma di ladroneria. Contemporaneamente, la fraternité, delusa, componeva canzoni per le ugole dei più protervi rivoluzionari.

2.3 Ovviamente la nuova posizione filosofica e pratica della classe dirigente si risolse in un danno per le classi lavoratrici. Agli occhi degli economisti e degli statisti, l’operaio assunse l’ambivalente posizione di produttore della ricchezza e di distruttore della medesima: producendo di più, la ricchezza nazionale sarebbe cresciuta, ma consumando di più, avrebbe ridotto la ricchezza accumulata. Insomma, la differenza tra produzione operaia e consumo operaio dava luogo ad un surplus reinvestibile che avrebbe accresciuto e migliorato la condizione della nazione. Il ruolo di dissipatore delle pubbliche risorse, che prima della rivoluzione era spettato all’aristocrazia e alla corte, adesso, nel nuovo sistema, poteva toccare alle masse di infelici che si contendevano un tozzo di pane. Minore il prezzo delle sussistenze, maggiori i profitti industriali; minore il consumo delle masse proletarie, maggiore l’investimento nazionale. Ma la deminutio capitis del cittadino lavoratore incise ancora più profondamente dove il processo d’industrializzazione era ancora in itinere.

L’industria inglese, cresciuta senza che dovesse rincorrere nessuno tranne se stessa, era fiorita effettivamente sulla differenza tra salario e valore del lavoro (plusvalore). Sul Continente le cose andarono molto diversamente. Infatti, quando i paesi inseguitori vollero trapiantare l’industrialismo inglese, non potendo gli Stati estorcere surplus da astinenza al proletariato urbano, che ancora doveva nascere, volsero gli occhi verso altre fonti di finanziamento. E siccome in quel passaggio sarebbe stato tutt’altro che saggio tosare il commercio, giustamente considerato un preannuncio dell’auspicata industria, fu messa sotto pressione l’agricoltura. Ciò è particolarmente vero ad esempio in Italia, dove la Destra storica, erede della concezione cavouriana della società, che diresse lo Stato nel primo quindicennio di vita unitaria, sostenne, persino in teoria, che fosse dovere degli agricoltori contribuire più di altri alla spesa pubblica, in quanto la rendita fondiaria era da ritenersi un di più che veniva ottenuto a costo zero, in virtù della naturale fertilità della terra.

Nel nuovo sistema emergeva così una contraddizione - tuttora vigente - del tipo spartani/iloti: tra chi faceva il lavoro principale e chi gli procurava le sussistenze. Tale diade sociale sarà tipica del sistema industriale. Tra il milite della patria industriale e l’addetto al vettovagliamento ci sarà non solo una funzione diversa, ma anche una qualità diversa della persona e del gruppo sociale. Tutti cittadini per le costituzioni e i trattati di filosofia del diritto, ma i cittadini ricevono un diverso trattamento economico e civile a seconda che appartengano al sistema come protagonisti della produzione del profitto, oppure come zappatori della retrovia, per l’ottenimento delle sussistenze dei primi. Su tale base, tutto un sistema di privilegi, o all’opposto di deminutio capitis, s’infilò nella struttura reale e amministrativa della "nazione" ottantanovesca.

In linea generale, la nuova nazione industrialista organizzò lo Stato in modo che gli elementi necessari alla sopravvivenza delle masse proletarie (principalmente il grano, ma anche le altre derrate) costassero al minimo, e anche in modo che i surplus prodotti in campagna rifluissero verso l’industria senza contropartite. È ovvio che non fu facile vincere la resistenza dei contadini minacciati nella sussistenza, né quella dei proprietari, arroccatisi in difesa del protezionismo granario. È altresì evidente che non fu facile all’industria attrarre spontaneamente il risparmio agrario, nonostante gli ottimi tassi offerti dagli Stati. Ma se il consenso delle masse poteva essere strappato con l’intimidazione, la violenza e la superstizione, quello della borghesia minuta bisognava fosse in qualche modo pagato; quantomeno bisognava che la borghesia si convincesse di ricevere un prezzo. L’inserimento, o lo pseudo-inserimento, della conservazione agraria nel contesto nazionale fu il prezzo promesso e mai pagato dallo Stato industriale alle classi fondiarie. Questa mossa ingannò non solo chi meritava di esserlo, ma anche gli esegeti successivi, dando luogo a congetture su alleanze tanto fantastiche quanto ideologicamente accattivanti, come in Italia il cosiddetto "blocco storico" tra i protezionisti della proto-industria milanese (gli intrallazzisti della finanza padana) e i supposti (o sedicenti) grandi proprietari meridionali, produttori di grano (che in effetti il Sud comprava prevalentemente al Nord e il Nord in Francia).

Nel complesso, al proletariato urbano e alla periferia non industrializzata fu imposto un ruolo nazionale equivoco ed ambivalente: secondo "i sacri principi" dell’'89, tutti i cittadini avevano i medesimi diritti; secondo la logica industrialista, il loro ruolo era identico a quello dei foederati provinciali al tempo di Roma, cioè pagare le tasse e per il resto obbedire.

La contraddizione si tradusse nell’ambiguità denunziata dai socialisti: l’eguaglianza formale nei diritti e nei doveri non economici coniugata con la più feroce diseguaglianza nei diritti e nei doveri economici. In sostanza i diritti costituzionali - le proclamazioni egalitarie della "nazione" ottantanovesca - dettero luogo, nel settore della bassa contadinità, a nient’altro che a una nuova forma di sudditanza proprietaria, quella esotica del capitalismo industriale.

Sotto l’incalzare del nuovo processo produttivo - a volte senza che vi fosse una particolare malvagità da parte dei governi, protagonisti alla fine di un fato eschileo - la nazione contadina di Mirabeau e di Napoleone cedette il posto alla nazione potenza economica di Lord Russell, di Napoleone III e di Bismark, in cui la liberté e l’égalité rimasero in vita soltanto per le classi a cui era possibile garantirle. Della fraternité rimarrà soltanto il fascino evocatore del ricordo e la mal fondata speranza - anarchica e socialista - della palingenesi totale.

In effetti il capitalismo industriale si configura o (uno, per il proletariato interno) come un signoraggio mediato dalle merci di massa e dal potere politico, o (due, per il proletariato esterno) come un camuffato riasservimento di tutta la campagna all’imperialismo metropolitano.

2.4 In un assetto sociale, peraltro antichissimo, in cui la società civile e lo Stato si sono divisi i compiti, e soltanto ai privati spetta di organizzare e guidare la produzione, non fu la struttura produttiva "fabbrica" a definire il carattere e le qualità richieste a chi la guidava, ma furono le eredità culturali di un passato agricolo e padronale a imporre il loro pregiudizio (e pre giudizio) sociale.

Il "cavaliere d’industria", l’industriale, l’innovatore, la persona che rischia, sono prodotti piuttosto scadenti dell’apologetica economica e giornalistica. Al dirigente industriale non era, e non è richiesto più coraggio e maggiori capacità di quanti occorrano per governare una nave. Invece, senza per questo accettare una sola virgola delle conclusioni morali (o immoralistiche) di Max Weber, bisogna pur dire che fu il clima del momento - o per dirla con il giudice Di Pietro, un fatto ambientale - a generare un nuovo soggetto sociale. Quanto, poi, fossero super le cellule di quei "capitani" lo si è visto in appresso, quando, superata la loro generazione, fu necessario separare la proprietà azionaria degli eredi dall’effettiva direzione dell’impresa. Ma al di là di ogni legittima polemica, l’antica divisione, la separazione aquiliana e poi comunale e rinascimentale tra Stato e società civile, oggi, sotto l’incalzare dell’agglomerazione e concentrazione industriale, vacilla. Il mercato s’incammina sul viale del tramonto. La proprietà incorporata nella fabbrica si carica di forze non più atomistiche, diffuse a pioggia, come era stato nelle società agrarie e manifatturiere, ma diviene Sultanato, Autocrazia della produzione di merci, della distribuzione del reddito e della gestione dei surplus planetari.

Con l’industria a base planetaria finisce il cittadino. Nasce il villaggio universale dei monopoli industriali e finanziari, e con esso il mondo delle api masticatrici di cibo, o non masticatrici di cibo, a seconda che ciò sia funzionale al portentoso metabolismo dell’Ape Regina. Mentre lo Stato continua a svolgere la sua funzione complementare di tutore della disciplina servile, la società civile si scioglie e l’autonomia privata si volatilizza.

I giuristi "sentono" il decadimento in modo più immediato. Sono, infatti, persino divertenti le contorsioni a cui sono costretti nell’ingrato tentativo di dimostrare che appartengono al diritto privato e che sono manifeste espressioni dell’autonomia privata.

i rapporti correnti tra la persona qualunque ed enti del tipo banche, assicurazioni, case automobilistiche, gestori delle reti telefoniche, ecc., che si comportano da enti di fatto sovrani. Definire come contratto privato un siffatto rapporto è solo una panzana. Tecnicamente, esso è nient’altro che diritto amministrativo (che amministra d’imperio i rapporti con il suo amministrato) del monopolio sé dicente privato.

2.5 Nella fase in cui la società occidentale rimase nel quadro della piccola produzione mercantile - un periodo tutt’altro che breve, perché si estese a dir poco dai tempi di Dante alla conquista dell’India da parte di un esercito assoldato da privati capitalisti - la società civile organizzò la produzione secondo regole che essa stessa elaborava (non sensa contrasti) mentro lo Stato svolse il ruolo di mediatore fra privati interessi contrapposti, spingendosi fino al punto di contrastare, combattere e battere il potere economico e le prepotenze (pubbliche e private) della nobiltà; in sostanza, operò in modo da allentare e diluire nel tempo lo scontro sociale. Certamente i poteri forti, che sempre ci sono stati, influivano sullo Stato, ma non fino al punto da sovrastarlo permanentemente. Oggi siamo all’autocrazia del capitale. Un governo, un parlamento che lo non serva fedelmente viene rapidamente annientato dai mass media che esso - ed esso soltanto - controlla; e pretende mano libera nel controllarli. A questo punto, difficilmente si può parlare di società civile, di diritto civile e, come vedremo, meno che mai di un jus gentium, di un diritto che possa essere invocato da tutti gli uomini. E lo si vede. Difatti il monopolio non entra in rapporti negoziali con gli acquirenti (oggi giustamente chiamati consumatori), se non apparentemente. Gestisce, invece, il rapporto fiscalmente, come un potere feudale, in quanto le sue merci non vengono scelte, ma soltanto richieste, in quanto beni e servizi essenziali al vivere civile (elettricità, automobili, telefono, gas, assicurazioni, ecc.); i suoi prezzi sono subiti, e non accettati negozialmente come si ciancia sui libri di economia, nei codici civili e nelle aule universitarie. Insomma l’alta densità della divisione del lavoro si è tramutata in qualità politica del capitalista.

L’avvenire è chiaro: se non verrà bloccato, il grande capitale avrà la gestione del pianeta. Per ben due volte nella storia dell’Occidente, a distanza di duemila e cinquecento anni l’una dall’altra, la proprietà ha teorizzato e imposto una società fondata sul diritto. Ma l’attuale agglomerazione e concentrazione del capitale ha prima svuotato la teoria e poi cancellato il fatto.

Di fronte a ciò Marx propose: nessun proprietario privato. Noi pensiamo che l’assunto vada capovolto: ciascuno sia proprietario del proprio prodotto, nessuno può essere il proprietario del prodotto altrui. Insomma diciamo che, per noi separatisti magnogreci, la concezione marxista ha un primo capitolo che si ferma all’abolizione del diritto (privato e pubblico) di estrarre plusvalore dal lavoro altrui.

2.6 Nel momento stesso in cui hanno conquistato il dominio sociale nei loro rispettivi paesi, i boriosi signori del capitale hanno messo in azione le fanfare liberali, innalzato gli scudi del governo rappresentativo e ottenuto pure i voti per governare. Impancatisi a arbitri dei destini della nazione, si sono rivelati statisti molto inetti, di gran lunga inferiori ai governanti dell’assolutismo regio che li avevano preceduti In nessun luogo, infatti, hanno saputo (o voluto) imbrigliare la disoccupazione - uno dei quattro cavalieri dell’Apocalisse che scorribandano sull’esistenza dell’uomo d’oggi. In Inghilterra, capostipite del capitalismo, la grande disoccupazione nacque dall’appropriazione borghese dei campi aperti, con connessa fine dei diritti promiscui sulla terra, che risalivano alla prima età feudale. In tutto il resto del mondo il processo di alienazione dei produttori poveri ha seguito (e segue tuttora) un percorso diverso. E'stata (ed è) la penetrazioni delle merci di massa in ogni piega della domanda a scacciare gli artigiani, i contadini, i manifattori dalla produzione. Pur causato da un solo innesco, la deflagrazione ha dato luogo a uno svolgimento politico duplice, e persino contrastante, a carico del proletariato occidentale e di quello non occidentale. I due distinti tronconi dell’umanità alienata non soffrono di eguali svantaggi e di identici fati politici. Proletariato interno e proletariato esterno non sono uniti nella lotta.

E'un fatto certo che il progresso tecnico e le nuove tecnologie, in mano al governo dei capitalisti, distruggono molto più lavoro di quanto ne creino; e questo sia all’interno delle nazioni industriali sia all’esterno (su base planetaria, il rapporto potrebbe essere di cinque a uno). In Inghilterra, in Francia e anche altrove, agli albori del nuovo assetto, decine e centinaia di migliaia di contadini impoveriti e sradicati si abbatterono sulla città industrializzata dando luogo a quella che un tempo veniva chiamata "la questione sociale". In appresso, sentendosi minacciato dalla rivoluzione proletaria, il capitalismo è sceso a patti con la classe operaia. Economicamente non si è avuto un generico finanziamento del miglioramento del tenore di vita, ma una spinta alla crescita interna, in modo che nuove occupazioni compensassero la disoccupazione che il macchinismo creava.

Sbaglieremmo, però, a credere che una simile operazione non avesse (e non abbia) un costo. Infatti una maggiore produzione pretende sbocchi più larghi. E siccome non tutto quel che i capitalisti accumulano con la vendita dei loro prodotti viene speso, i nuovi sbocchi vengono allargati a livello planetario, con la conseguenza alquanto prevedibile che i produttori più deboli venissero buttati fuori dal marcato e sradicati.

Nell’ultimo trentennio milioni di uomini hanno lasciato i paesi desertificati del Terzo Mondo, affrontato lunghi viaggi per terra e il mare al fine di infilarsi dentro i territori dell’impero. Sono solo le prime avanguardie delle incalzanti orde barbariche che sono pronte a scattare verso il luogo dove sventola la bandiera di un salario certo, somministrato puntualmente, come è puntuale la fame che si rinnova ogni giorno inedita, insieme all’invocazione umanissima del pane quotidiano.

Ma quanti sono i disoccupati nel mondo? Tre miliardi? due miliardi? un miliardo? Il capitalismo riuscirà a dare lavoro a tutti? Se la storia, le tendenze secolari insegnano qualcosa, bisogna dire no con fermezza.

Il nero panorama avvolge anche il futuro del Sud italiano. Anzi, specialmente questo paese ingrato a Dio e a li nimici sui; contemporaneamente: sottosviluppato ma anche inserito in un’area di alti salari. Oggi che la disoccupazione imperversa persino in paesi altamente sviluppati, come il Giappone, la Germania, l’Italia nordoccidentale, è solo da cretini immaginare un allargamento del capitalismo italiano al Sud. Se e quando la Costa Adriatica lo permetterà, il Sud riuscirà al massimo a offrire sole, amanti generosi e canzonette traboccanti di passione alle nordiche tardone in cerca di peli giovanili.

Gente seria e attenta, per esempio Pierre Rochard e Fausto Bertinotti, ha sostenuto e sostiene che l’aumentata produttività del lavoro giustificherebbe una riduzione della giornata lavorativa; una cosa che, fra l’altro, lenirebbe la disoccupazione. A richieste di questo tipo, statisti d’altri tempi non osarono dire di no. Si piegarono Giolitti e Mussolini, sebbene anche ai loro tempi i capitalisti osservassero una loro Summa teologica ben diversa dall’umano sentire. Solo che dopo la fine del pericolo comunista gli stracci del riformismo sono volati per aria. La tacita alleanza tra capitalismo di fabbrica, sindacato e partiti operai, di cui ho fatto cenno e che risale ai tempi in cui Marx non aveva ancora pubblicato il primo libro de Il capitale, è passata a miglior vita e giace sotto le macerie del Muro di Berlino.

D’altra parte, Rochard e Bertinotti sanno bene che si tratta di un pannicello caldo. Il socialismo di oggi e di domani ha bisogno di ben altri concetti. Le merci di massa, con i loro bassi prezzi e la loro funzionalità, hanno abbattuto ogni frontiera e, dovunque, hanno prima distrutto l’artigiano, che nasceva e viveva nei pori delle società agricole, poi anche il mondo contadino, devastando tecniche secolari, senza volerle rimpiazzare. Ma la tecnica non può tornare indietro. Allora il problema si restringe a come i lavoratori dovranno gestire gli scambi di mercato e a quale funzione avrà lo Stato nella futura società civile.

 

3. Lo scambio di valori equivalenti

3.1 Chi ha qualche confidenza con l’opera di Marx sa quanto in essa sia avvincente il discorso antropologico. La dura lotta tra una forma e l’altra di produzione, lo scontro dialettico tra le classi; povertà, ricchezza, produzione, risparmio, accumulazione ne fanno una storia più che sociale, interamente umana; dell’uomo che eternamente lotta con la natura e all’interno del suo stesso gruppo per dominare gli elementi vitali dell’esistenza.

Dominio del processo produttivo e alienazione del produttore sono, a volte apertamente, a volte sotterraneamente, la trama di questo avvincente romanzo sulla lotta economica. In tale articolato intreccio, se la fase capitalistica della storia dei produttori corrisponde all’espropriazione, il metro antropologico che Marx adopera non sta nel presente operaio o nel futuro produttore per sua libera scelta, ma nel passato, nella società artigiana, allorché il lavoratore dominava il processo produttivo e il prodotto.

Questo non significa che Marx sogni un impossibile ritorno al passato, o che mostri una sviscerata ammirazione per un’economia ancorata alla piccola produzione mercantile.

Il produttore indipendente (l’autonomo, diciamo oggi) gli serve come elemento di raffronto tra libertà economica e servitù del lavoro. Non più di questo. Dobbiamo dire però che questo è tutto quello che c’è a disposizione dell’esperienza; tutto quello che l’antropologo può documentare.

Manca invece nel discorso marxiano un’analisi del comunismo; sia quello passato sia quello futuro. La proposta è la rivoluzione, cui seguirà una fase transitoria connotata dall’appropriazione operaia della fabbrica, strumento di produzione dell’età contemporanea, e la dittatura del proletariato, cioè il proletariato al potere, che impone la sua moderna legislazione contro la rinascita della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Il comunismo operaio sarà prima di tutto proprietà collettiva, in quanto è sull’annullamento di una qualunque proprietà dei mezzi di produzione che si può fondare il lavoro collettivo e poi anche il prodotto collettivo. Un prodotto non appropriato individualmente e non scambiato per un controvalore in danaro o altro, non è più merce. È solo valore d’uso.

Il comunismo è quindi una società che non appropria le merci e che conosce soltanto i valori d’uso, le res che corrispondono agli immensi bisogni umani.

Una società di questo tipo si è tentato di avviarla in Russia, in Cina, a Cuba, altrove, e si è rivelata, più che fallimentare, impossibile. La burocrazia distributiva è apparsa molto meno efficiente del mercato. L’abbandono dello scambio sulla base di valori equivalenti ha dato vita a macchinosi calcoli, privi di qualsiasi valore scientifico e pratico. L’uomo, anziché liberarsi dell’economia politica, è divenuto schiavo di assurde mitologie economiche e di meccanismi sociali disumani. Per giunta è stato mancato l’obiettivo della giustizia sociale.

Eppure l’impostazione rivoluzionaria di Marx rimane saldamente in piedi. L’operaio deve divenire il padrone della fabbrica e di quel che insieme agli altri produce.

Però - aggiungiamo - questo non significherà, ipso facto, la ricostruzione della società civile. Perché ciò avvenga, ogni produttore in potenza deve divenire un produttore effettivo.

3.2 Se procediamo dall’assunto che ogni individuo deve essere libero sul versante economico, non più e non meno di quanto sia in altre manifestazioni della vita, ci rendiamo facilmente conto che la libertà di cui parliamo non è quella di scegliere un articolo di Gucci o di Valentino, ma di manifestarsi liberamente come produttore. Istanza che implica due cose: che egli sia il padrone degli strumenti impiegati per produrre e che sia il padrone del prodotto.

Un ritorno alla piccola produzione mercantile?

Nessuna ingenuità del genere, ma nonostante i recenti e meno recenti fallimenti, spetta al socialismo (a) di raccogliere l’istanza umana dell’aequa dignitas e (b) di restituire il lavoro, il ruolo di produttori a quei miliardi di esseri umani a cui il capitalismo l’ha tolto. Che poi, sul piano morale, è la stessa cosa che in (a).

Il progetto socialista deve, però, farsi cauto, non può correre troppo avanti alle soluzioni che l’antropologia economica ha adottato spontaneamente nel corso della vicenda storica. Deve attendere che se ne prospetti un meccanismo migliore, dopo che siano maturati nuovi modi di produrre.

Fra le soluzioni attualmente note, il mercato, la merce, lo scambio di valori equivalenti sembrano alquanto radicati per la loro efficienza e la loro equità. Varrebbe pertanto la pena di cominciare sin da adesso a discutere se e quanto disturbino l’idea di giustizia sociale nell’ambito nazionale e internazionale.

Sebbene la produzione di merci, cioè di valori di scambio, e la distribuzione del prodotto sociale attraverso la regola del mercato siano molto meno dell’auspicata libertà dal bisogno e meno della spesso invocata giustizia divina - e forse anche al di sotto di quella umana - sembrano tuttavia conferire più libertà e assicurare più giustizia di un Piccolo Padre socialista e di qualunque altra istituzione, sia pur essa democratica e parlamentare.

Il problema è di grandezze. Al tempo della tribù d’Israele, il buon Salomone riusciva a tener conto delle ragioni di tutti e di ciascuno. Oggi, gli uomini siamo miliardi e tutti intersecati uno con gli altri. Così che, persino una giustizia calibrata su territori comunali non potrebbe essere altro che meccanica: per casi tipici, per fattispecie, e molto difficilmente tagliata a misura d’uomo.

Il mercato non è pietoso, umanitario, caritatevole, ma prima dell’insorgere del capitalismo ha mostrato d’essere a misura d’uomo. Niente poi impedisce che, una volta abbattuto il lavoro dipendente, la solidarietà viva e prosperi in altri momenti aggregativi.

Inoltre lo scambio di mercato è un grande fattore di collaborazione fra gli uomini e se non fosse avvelenato dagli interessi del capitale, ma disciplinato in base alle esigenze che le varie società ne hanno, potrebbe rivelarsi un salutare stimolo a competere civilmente in base alla fatica e all’intelligenza.

3.3 Quindi mercato e competizione. Ma allora il socialismo dove risiederebbe? Puramente e semplicemente nel divieto di vendere e comprare il tempo di lavoro, nell’abolizione del lavoro dipendente.

Il provvedimento comporta più d’un problema. Tutto infatti è facile nell’ipotesi che l’impresa sia composta dal solo imprenditore. Il medico che gestisce da sé il proprio ambulatorio, il meccanico che manda avanti la sua officina senza che altri l’aiuti, non creano problemi. Ma se il medico assume un’infermiera e il meccanico un aiutante, chi dirige la baracca? Chi incassa e come si ripartisce il guadagno?

Già il diritto borghese conosce splendide soluzioni, come la società, l’associazione in partecipazione, la cooperazione, ma non sarà su questo che s’incepperà il meccanismo. Le soluzioni escogitabili saranno sicuramente parecchie.

Nelle grandi fabbriche, le società di lavoratori - ciascuno dei quali prende in prestito in banca la quota richiesta di capitale(1) - possono ben sostituire l’azionariato dei rentiers e degli speculatori.

L’andamento positivo o negativo degli affari, il successo o il fallimento segnaleranno l’ottimo impiego dei fattori, premieranno i capaci e puniranno gli incapaci.

 

4. La sottrazione del surplus

4.1 Gli economisti usano il termine surplus a volte in un significato generico e vago, altre volte in un significato fin troppo specialistico. In questo testo surplus equivale a quanto non viene subito consumato, perché si intende risparmiare o perché una legge o altro motivo lo prescrive.

Di regola le collettività non consumano tutto quello che producono, perché altrimenti il ciclo economico non potrebbe rinnovarsi. L’esempio del grano mietuto, di cui occorre conservare una parte come semente, è quello classico, ma gli esempi potrebbero essere infiniti. Non si può produrre nuovo acciaio, se quello prodotto lo destiniamo tutto alla produzione di automobili, dimenticando che bisogna rinnovare anche le presse, i torni, le gru ecc. Quando i surplus sono capitalizzati, come appunto nel caso dei torni, delle gru, delle scorte, dei risparmi portati in banca, che continuano a produrre e a incrementare la produzione, il surplus assume il carattere di surplus permanente.

È difficile concepire una società organizzata che non produca un surplus permanente. Diventa semmai importante stabilire se la quantità del surplus tende a salire o a scendere; se se ne fa un uso intelligente o se viene sprecato; quali fini sociali si prefigge chi lo impiega, e altre cose ancora. In una società industriale evoluta, come quella occidentale, gli investimenti (anche quelli finanziati in deficit corrispondono all’impiego di surplus futuri, che in modo o nell'altro dovranno essere formati) producono di regola un costante accrescimento di surplus, come se una terra, dove si semina sempre la stessa quantità di grano, dia ogni anno una maggiore resa per ettaro. Questa prodigiosa moltiplicazione dei pani e dei pesci è opera del progresso tecnologico, che ha fatto e fa aumentare vertiginosamente la produttività del lavoro. Oggi, nei paesi sviluppati, i surplus sono così abbondanti che, se non fossero in parte dilapidati in consumi improduttivi e in parte deliberatamente sprecati, ma tutti reinvestiti, si darebbe luogo a una quantità di produzione talmente grande da mettere in crisi i profitti e lo stesso capitalismo.

4.2 L’espropriazione dei surplus altrui è una costante della storia occidentale. Oltre che da individuo a individuo, essa viene realizzata da collettività a collettività. In passato, le forme internazionali in cui l’espropriazione s’incorporava erano la guerra, la razzia, la pirateria, il colonialismo e l’imperialismo. Con l’avvento delle merci di massa si hanno forme più sofisticate, spesso nascoste da cortine fumogene liberiste. Se, per esempio, i concimi chimici hanno un prezzo di monopolio, l’agricoltore che li acquista si troverà a cedere, spesso inavvertitamente, una quota del suo reddito e dovrà rinunziare, con pregiudizio per la sua produzione, a impieghi utili, come lo scavo di un pozzo, la costruzione di una stalla e via dicendo. L’esempio vale sia come ipotesi di espropriazione di surplus da privato a privato, sia come ipotesi di espropriazione del settore agricolo ad opera del settore industriale. Imponendo pesanti tasse ai popoli vinti, i romani non solo espropriavano i loro surplus attuali, ma indebolivano anche la formazione di quelli futuri. Spostando con la violenza milioni di lavoratori dall’agricoltura alle miniere, i conquistadores spagnoli bloccarono la riproduzione del surplus agricolo permanente e portarono alla fame le popolazioni indigene, perpetrando così un genocidio esecrato. Gli USA sostengono in America Latina governi antipopolari e corrotti per controllarne le miniere, le piantagioni e mantenere basso il livello dei salari. Ottengono in tal modo di acquistare a prezzi bassi parecchie materie prime, le quali, una volta in mano alle grandi corporations, riacquistano interamente il loro vero valore (Osea Jaffe). In questo caso, siamo di fronte ad una doppia espropriazione di surplus, quella dei lavoratori salariati e quella dell’intera economia del singolo paese sudamericano.

Il caffè costa poco sul mercato di origine, perché i contadini che lo producono riscuotono bassi salari. Le aziende monopolistiche mondiali, che ne controllano l’esportazione, fanno invece guadagni favolosi. Ciò nonostante il suo prezzo continua ad essere così basso sul mercato internazionale che gli Stati industriali possono gravarlo di imposte, moltiplicandone a dismisura il prezzo, senza che i consumatori abbiano a lamentarsi, potendo essi comunque acquistarne tanto quanto basta a soddisfare il loro fabbisogno personale. Lo stesso discorso si può fare per molti altri prodotti, compreso il petrolio.

4.3 Come si è già notato, mentre in passato l’espropriazione dei surplus passava attraverso la guerra, la conquista, il saccheggio, la brutalità, oggi pare che non sempre sia indispensabile ricorrere a forme di violenza esplicita. Molto più spesso e molto più facilmente che in passato, l’espropriazione dei surplus è invisibile alla gente, tanto più che i meccanismi dell’espropriazione si presentano sotto l’aspetto asettico di normalissime istituzioni economiche: il commercio, la proprietà, la banca, lo Stato, la vendita, l’acquisto, il prestito, eccetera. Queste forme silenziose - difficilmente individuabili di drenaggio delle risorse economiche - si realizzano anche nell’ambito dello stesso mercato nazionale. Un esempio alquanto banale in Italia è rappresentato dai cosiddetti "viaggi della speranza" dei malati meridionali verso gli ospedali settentrionali. Avendo lo Stato favorito la formazione al Nord di un apparato sanitario funzionante, con centri specialistici ben qualificati, molta ricchezza

diversamente spendibile fluisce dal Sud al Nord sotto forma di viaggi e spese di permanenza. Lo stesso discorso si deve fare per le università. Ma il fenomeno più importante è ravvisabile nell’attività bancaria. Infatti, quando sembra che le banche operanti in Meridione finanzino il commercio meridionale, in effetti finanziano le industrie settentrionali, le quali incassano subito, e senza molti rischi, il prezzo di merci che il commerciante meridionale rivenderà solo in appresso. La teoria economica afferma che il risparmio ha la funzione di finanziare la crescita produttiva, ma come possiamo ben vedere avviene spesso che un’economia regionale, priva di industrie, finanzi con il proprio risparmio le industrie forestiere.

Non è detto che il surplus sia sempre un’eccedenza che si forma dopo che sono stati soddisfatti i bisogni correnti. Anzi, di solito avviene l’opposto. Ai lavoratori poveri e/o ai popoli poveri, a volte in modo palese, attraverso la violenza delle leggi straniere, altre volte in modo dissimulato, attraverso i meccanismi di mercato, viene imposto di stringere la cinghia e spesso anche di morire di fame, affinché i gruppi dirigenti possano impadronirsi di un surplus discendente dall’astinenza e dalla fame. A volte le classi dirigenti di un paese arretrato, non avendo forza politica sufficiente per reprimere il popolo, ricorrono all’aiuto interessato di un paese straniero, con il quale dividono il surplus da astinenza.

Fanno evidentemente male i propri interessi, in quanto l’esportazione del surplus finirà con l’impoverire gradualmente anche loro. Ma non è scritto da nessuna parte che le classi che detengono il potere siano in ogni caso intelligenti. Il caso del Meridione dopo l’Unità politica - quella che viene equivocamente chiamata "questione meridionale" - ricade nelle due ultime ipotesi.

Questa prolissa introduzione spiega - credo - a sufficienza lo stato dei rapporti economici tra aree economiche sviluppate e aree che, venute a contatto con il sistema capitalistico, sono state costrette a recepirlo, senza però trarne alcun vantaggio, traendone anzi un gravissimo danno. Difatti, bloccato il vecchio ciclo riproduttivo dall’invasione delle merci capitalistiche e dal drenaggio del surplus sociale, hanno dovuto ridurre gli investimenti, invece che intensificarli, siccome la nuova concorrenza avrebbe richiesto. Il risultato finale del processo è un mondo di morti di fame, o come graziosamente declinano i liberali, la "fame nel mondo".

In quei paesi dove si esaurisce l’antica produzione non perché nuove tecnologie stanno avanzando, ma soltanto perché le merci straniere hanno vinto la loro battaglia, s’inaridisce anche la capacità di imitare la modernità altrui, in quanto si è bloccata la formazione del surplus sociale, l’accantonamento di ricchezza richiesto per acquistare e impiantare una nuova forma di produzione. Quando i secchi di plastica invasero l’Africa, la conseguenza fu che si bloccò la produzione di secchi di argilla (o di legno, o di pelle), e non che gli africani impararono a produrre da sé i vasi di plastica, cosicché tutti coloro che prima producevano vasi, poi, non ebbero più niente da produrre e oggi si ritrovano moralmente a disagio quando si confrontano con un trevigiano o un trentino, il quale lavora e produce. O quantomeno, questo sostiene.

L’esperienza secolare suggerisce che non esistono automatismi di mercato che sappiano ridare ai popoli spogliati il pane, il companatico, le scuole, le università, i centri di ricerca, l’accumulazione dei profitti, presupposti dell'interno equilibrio; in sostanza che larga parte delle popolazioni sottosviluppate, non avendo più la possibilità di comprare, né per contanti, né a credito, siano inutili al mercato e al profitto.

Che faremo a questo punto? Le annienteremo, le faremo morire, faremo in modo che scelgano volontariamente il suicidio?

4.4 Il numero ordinale che gli storici e gli economisti danno alle rivoluzioni industriali non si conta più. La prima - quella inglese - esplose sotto la spinta del mercato mondiale che chiedeva sempre maggiori quantità di merci. La seconda fu guidata in qualche modo dai governi e pagata dalle popolazioni a costi altissimi. Essa ha coinvolto la Francia, il

Belgio, l’Olanda, gli Stati Uniti, la Germania, la Svizzera, l’Austria, l’Italia, il Giappone, la Cecoslovacchia. C’è ancora da aggiungere quella russa, la jugoslava, la cinese, l’australiana e la sudafricana. Soltanto da pochi anni è in atto una rivoluzione industriale spagnola. Abbiamo anche gli episodi industrialisti di Taiwan, Hong Kong, Singapore, Corea. Ma due terzi del mondo sono rimasti fuori.

Domandiamo allora: nelle mani del capitalismo la produzione industriale ha l’attitudine a espandersi e a diffondersi spontaneamente su tutta la faccia del globo? Certamente sì, ma bisogna chiedersi in quante centinaia di anni. E intanto chi muore è considerato uno in meno da mantenere.

In realtà, tra il passato e il presente si è verificato un cambiamento essenziale: il sottosviluppo. Il vecchio sistema industriale aveva di fronte a sé contadini poveri che disertavano le botteghe dei vecchi artigiani per portare i loro scarsi danari ai venditori di cotone stampato e di concimi chimici; adesso il mondo industriale non ha da fare alcun assegnamento sulle risorse di questo contadiname planetario.

Spesso i contadini del Terzo Mondo non hanno soldi da spendere, né per i beni secondari e neanche per i beni primari. Molto spesso non sono consumatori attuali e neppure potenziali. In termini di scheda di mercato sono zero. A questo punto, la domanda che mi porrei non è se il capitalismo si espanderà, ma se il capitalismo li assolverà dal peccato di essere nullatenenti; in termini brutali, se non li spazzerà via dalla superficie terrestre come esseri inutili in relazione ai suoi budget e ai suoi programmi.

4.5 Nella millenaria storia dell’uomo, l’assimilazione di tecniche e tecnologie forestiere più progredite non è mai stata facile. Anche in passato i salti tecnologici furono frequenti e spesso alti. Pensiamo, ad esempio, a quello tra italioti e greci, a quello tra galli e romani, a quello tra spagnoli e aztechi. Ancora in questo secolo, l’Europa in genere e l’Africa in genere distavano fra loro, tecnologicamente, forse tremila anni, forse più. E i costi di ciò si vedono.

L’umanità inclina a non sopportare tali salti, cosicché spesso è finita male. Si ripensi, ad esempio, allo scontro tra romani e barbari, il quale ha travagliato, con alterne vicende, la storia d’Europa per duemila anni, da Brenno alla sconfitta dei turchi sotto le porte di Vienna.

Nella fase storica più recente, il gap dei paesi esterni ha dato luogo al più feroce degli scontri. Già dura da duecento anni, e ancora non si vede la fine. Intere generazioni travolte e un mondo che muore di fame proprio quando l’abbondanza ha finalmente trionfato. Altro che Gaio Mario e i Cimbri massacrati dalle daghe romane! Altro che Attila e i romani massacrati dalle lance degli Unni! Ogni giorno ne muoiono di fame tre volte tanto quelli che perirono ad Aix in Provenza.

Anche senza l’inquinamento atmosferico o l’incubo di una guerra nucleare, il mondo sta egualmente morendo sotto i nostri occhi che non sanno vedere. È comunque in atto una corsa terribile, che ha per posta la vita, tra Occidente, che invade e porta dovunque le sue merci di massa, e il mondo esterno che annaspa alla ricerca della via dell’industrializzazione, cioè della libertà.

Il meccanismo della guerra commerciale, che usa le merci di massa come l’arma finale della distruzione, è alquanto semplice da descrivere sulla carta. La divisione del lavoro produce l’abbassamento dei costi di produzione e prezzi vantaggiosi sia all’interno della società avanzante sia presso la società penetrata.

Il minor prezzo occidentale colpisce il produttore straniero dell’identica merce, per esempio il vecchio fabbro o la vecchia tessitrice, che, se possono, cambiano mestiere, ma se non possono, restano privi di lavoro e di reddito.

Ma l’industria occidentale porta anche bisogni nuovi. Perché il mondo esterno possa accedervi, non avendo merci da dare in cambio, deve sacrificare il capitale. Il caso di chi, nel Sud d’Italia, vende la poca terra ereditata dagli avi per far studiare il figlio a Roma, è un

esempio alquanto frequente di drenaggio dei surplus regionali. L’esportazione di valori monetari, non compensata da un rientro monetario, a sua volta frutto dell’esportazione di merci, ricade immediatamente sul ciclo riproduttivo e subito dopo su quello produttivo, come vediamo un po'dovunque.

Se a ciò si aggiunge il ben più costoso trasferimento dei surplus e persino del capitale storico, è facile vedere come s’inaridiscano il lavoro e la vita, fino alla totale sterilizzazione di una nazione.

Intorno a questa manipolazione della naturale vicenda storica sprofonda nel fango, in cui merita di stare, quell’autentica panzana bancaria e londinese, nonché specchietto per le allodole, che ancora s’insegna nelle nostre università, circa i vantaggi comparati dello scambio fra due nazioni (non si è mai capito bene se allo stesso livello di sviluppo, o no), e per illazione, circa la libertà internazionale di commerciare.

Il libero mercato è una bellissima cosa, come sono belli i duelli tra i cavalieri antichi finché si battono Tancredi e Argante. Ma se per caso ci capita di mezzo Don Chisciotte, succede che ci mettiamo a ridere. O forse soltanto a sorridere, ma con le lacrime agli occhi.

4.6 Intanto l’Occidente industriale esporta senza tregua. Crede di ricavarci un serio vantaggio e immagina che possa continuare per sempre. Non si accorge invece che tale eccesso di esportazioni, che altrove hanno come contropartita la vita, falsifica anche la struttura dei suoi rapporti interni e sconvolge il percorso della sua storia sociale ed economica.

L’agglomerazione e l’accentramento del capitale industriale stanno minando l’esistenza del pianeta e stanno devastando la società civile.

Un atto della ragione potrebbe risparmiare lutti senza fine. E tuttavia sono scettico circa la buona volontà degli uomini. Soltanto quelli che hanno perduto tutto, forse, oseranno tentare vie nuove. Anzi antiche, se vogliamo capire la lezione che la storia sociale ci ha impartito.

Noi, popolo meridionale d’Italia, siamo fra quelli che hanno perduto tutto. Ma non amiamo crederlo. In realtà l’ultimo legaccio italiano sono gli stipendi statali. Quando anche questo si sarà definitivamente rotto, niente terrà più l’Italia sulle gambe. E solo allora potremo renderci conto quanto fosse saggio e preveggente Francesco II, "l’odiato Borbone", allorché profetizzò che gli altri italiani non ci avrebbero lasciato neppure gli occhi per piangere.

4.7 Le immani distruzioni provocate dal libero mercato internazionale nei paesi in ritardo storico, l’impossibilità teorica e pratica di una leale concorrenza tra paesi a diverso grado di sviluppo, contemporaneamente alle esperienze positive fatte dalla Germania, dagli Stati Uniti d’America, dal Giappone e da numerosi altri paesi, che poterono crearsi un apparato industriale nazionale solo difendendo il mercato interno dalla "liberalissima" penetrazione delle merci inglesi, ci inducono a immaginare che i paesi deboli debbano adottare, a difesa dei propri surplus e dell’occupazione, un vigile bilanciamento alle frontiere.

Lo stesso dicasi per le regioni che, pur inserite in un contesto nazionale sviluppato, restano in forte ritardo storico, come il caso del Sud italiano. Il surplus di tali regioni e paesi è drenato attraverso i naturali meccanismi di mercato. Gli stessi meccanismi di mercato uccidono sul nascere qualsiasi tentativo concorrenziale che parta dall’area in ritardo storico. Ciò mentre la disoccupazione impazza. In tali casi l’uscita dal mercato nazionale appare un’esigenza elementare.

 

5. Mors tua vita mea

5.1 A volte i percorsi della storia sono obbligati. Il Meridione non avrebbe potuto sottrarsi all’abbraccio mortale dell’unità nazionale, quand’anche avesse letto nel suo futuro le sciagure che essa avrebbe poi provocato. L’azione risorgimentale era, infatti, partita con l’evidente obiettivo di inserire la penisola italiana nei travolgenti cambiamenti economici che durante il sec. XVIII e la prima parte del successivo avevano coinvolto vantaggiosamente i principali paesi di Europa, mentre gli altri cercavano di imboccare la strada giusta per seguirli. Il rivolgimento aveva avuto e aveva carattere avvolgente; riguardava infatti l’agricoltura, la manifattura e l’artigianato, i trasporti, i servizi e le professioni.

Quasi tutti gli studiosi contemporanei convengono sul fatto che fu il commercio inglese a innescare la serie dei cambiamenti e il mutamento storico che portò alla rivoluzione industriale.

Era avvenuto che, a partire dall’età delle scoperte geografiche, la marineria inglese, avventuratasi come le altre su tutti i mari del mondo, una volta messa di fronte a rotte lunghissime e pericolose, era stata capace di rivedere e migliorare la robustezza, la sicurezza, la velocità, il tonnellaggio delle navi, nonché la professionalità degli equipaggi, raggiungendo risultati grandemente positivi.

Divenuta, la sua marina, signora incontrastata di tutte le rotte, l’Inghilterra aveva saputo altresì rivoluzionare l’oggetto stesso dei suoi scambi con il mondo.

Da quel momento il suo imperialismo marittimo cambiò segno. Dal bottino, dal saccheggio, dalla speculazione, dalla tratta, passò a inseguire un nuovo progetto, il cui fine principale era di vendere alle colonie i manufatti della madrepatria. Come le onde di un’eco, lo sviluppo dei traffici si ripercosse su tutta l’economia nazionale sollecitando lo sviluppo della manifattura; la migliorata capacità generale d’acquisto incentivò gli agricoltori a produrre per il grande mercato. L’agricoltura si trasformò; perse il suo assetto medievale di produzione per l’autoconsumo familiare dei contadini e il consumo della corte baronale, per rivolgersi alle produzioni da smerciare.

In un mercato bramoso di merci, la manifattura e l’artigianato procedettero verso l’industria moderna, il cui carattere essenziale e rivoluzionario tuttora risiede nella sostituzione della fatica umana e animale con il motore.

Il risultato della rivoluzione fu che i prezzi delle merci, una volta che fu l’industria a produrle, si abbassarono incredibilmente. Beni che prima erano inaccessibili alla maggior parte dei lavoratori, dopo tale trasformazione, entrarono nel consumo quotidiano delle masse lavoratrici.

L’esempio era grandioso e quei paesi che avevano già un assetto preindustriale si posero ad assimilarlo. Nasceva su questa spinta la "nazione" ottocentesca, lo Stato industriale.

I mutamenti che si verificavano dovunque in Europa toccarono anche le varie parti d’Italia. E sempre più diffusamente gli italiani si resero conto che il processo di rinnovamento avrebbe dovuto coinvolgere le energie dell’intero paese, allo stesso modo che ne coinvolgeva le speranze.

5.2 Non c’è libro di storia il quale non mostri, al 1860, un’Italia in enorme ritardo non solo rispetto all’Inghilterra, ma anche alla Francia, al Belgio, all’Austria, alla Germania. Anche oggi l’Italia presenta identico scarto, nonostante l’esistenza di un enorme potenziale industriale che la colloca nel primo cerchio del mondo industriale. Come lo scarto attuale, anche quello iniziale era accettabile.

Diversamente da quello che fu l’opinione d’allora, l’Italia del 1860 possedeva già le potenzialità per un buon decollo produttivo; e questo puntualmente si ebbe, solo che invece di

provocare l’unificazione di un paese diviso ma uniforme, condusse all’irreparabile diversificazione in due assetti in fuga prospettiva verso sfondi opposti.

L’originalità dell’Italia è in questa apparente stranezza. La stranezza, nel caso, si chiama colonialismo interno.

Andare alle sue cause, non è complicato. Non diversamente da altri paesi europei, l’Italia potrà pure avere i caratteri di una nazione e tale apparire all’esterno; ma è una nazione che risulta in larga parte dalla somma di ottomila municipi, di venti regioni e di centinaia di sottoregioni. Questa sommatoria non è il riverbero delle differenze etniche tra Nord, Sud e Centro, tra magnogreci, etruschi e galli, tra influenze germaniche, bizantine e arabe; è invece l’eredità di una storia originale e per molti aspetti splendida, di una cultura politica municipalisticamente ingorda, particolaristicamente vanitosa, inguaribilmente antagonistica. Fu abbastanza naturale quindi che, una volta unificato il paese, nello scontro soccombesse proprio la parte politicamente meno rinascimentale e municipalista, il Meridione, il quale presentava un grande corpo peninsulare e un grande corpo insulare, con due sole città capitali. Ma né a Napoli fu consentito di rappresentare nel nuovo Stato l’intero Meridione - la questione meridionale comincia da qui - né i municipi meridionali difesero la primazia di Napoli; che anzi fu quella l’occasione attesa per sottrarsi alla sua egemonia. Lo stesso avvenne in Sicilia, per Palermo.

Allora come oggi, l’Italia difettava di qualcosa che somigliasse a Parigi, Londra, Berlino: una capitale ingorda, capace di sovrastare la mediocre ingordigia delle sue vanitose città e delle sue arroganti regioni. Né gli sforzi del ceto politico, dal primo Savoia a Mussolini, per far di Roma una capitale effettiva, hanno avuto - tranne che la cinematografia - altro esito che quello d’ingolfarla di burocrazia.

Sulla disuguale ingordigia municipale è cresciuto un doppio paese. La storia dell’Italia unita è intessuta di flussi visibili e invisibili di ricchezza che, per i primi cento anni, hanno viaggiato da Sud a Nord alla luce del sole e negli ultimi trenta nelle fosche tenebre della libertà capitalistica. Nel corso dei decenni la disorganicità del movimento si è andata modellando, fino ad assumere la forma di uno scambio diseguale tra una campagna, che diveniva sempre più colonia, e una città che diveniva velocemente metropoli. Non è assolutamente un caso che nella stesso arco di tempo Napoli ha raddoppiato i suoi abitanti, mentre Milano è cresciuta decine di volte.

Da campagna pagante, il Meridione è passato alla condizione di periferia farisaicamente assistita. Ciò parrebbe in perfetta sintonia con il rapporto determinatosi in tutti i paesi industriali, i quali sovvenzionano a fini di tranquillità sociale la propria sovrappopolazione agricola, ma è invece il prezzo che i monopoli ambrotaurini pagano alla classe ascara.

5.3 Nel 1860, né il Sud né il Nord erano industriali. Solo alcune città (Palermo, Catania, Reggio, Napoli, Caserta, Salerno, Bari, Torino, Biella, Genova, Milano, Brescia, Livorno e forse qualch’altra) avevano raggiunto la fase preindustriale, o comunque producevano in un quadro di economia prevalentemente non naturale.

Ma non è vera neanche la proposizione opposta: il Nord agricolo e il Sud industriale.

Nel 1860 la forza agricola del Nord appariva essere la seta. Ma era soltanto apparenza. Infatti l’arrivo della seta giapponese sul mercato europeo, proprio negli anni dell’Unità, mise a terra le regioni seriche, a partire dalla Lombardia.

Il Sud agricolo non era certamente più avanti, ma passò rapidamente in testa, in ciò favorito dalla legislazione liberista imposta da Cavour. A partire dal regno di Carlo III, le colture dell’olio, del vino e degli agrumi si erano inserite in un’economia a forti sopravvivenze feudali, conquistandovi spazi variamente consistenti nelle varie regioni, ma specialmente in Puglia. Tali produzioni davano luogo a un notevole prodotto netto già nel sistema borbonico, ma per il nuovo Stato si trattò di un’eredità decisiva, in quanto le

esportazioni meridionali in Francia e altrove lo misero nella condizione di pagare l’enorme debito estero ereditato dal Piemonte e di salvarsi dalla bancarotta internazionale.

Tutto ciò non significa che nel 1888, quando quella fase espansiva fu interrotta, il Sud avesse camminato più speditamente del Nord. Infatti, nel corso del precedente trentennio, i surplus agricoli meridionali - più un surplus fiscale da astinenza - avevano risalito la penisola ed erano stati spesi (o sprecati) nell’area tosco-padana e a Roma.

Il paese magnogreco aveva pagato il contributo richiesto dall’Unità, ricevendo in cambio soltanto un sistema ferroviario e stradale proiettato su Roma e Bologna - che quindi non gli serviva - mentre non aveva avuto un sistema portuale, che gli sarebbe servito.

 

5.4 Intorno al 1890 partì l’industria padana, con Milano, Genova e la Spezia (perfidamente contrapposta a Napoli e Castellammare), e l’isolato episodio di Terni al Centro, come punti di riferimento. Nel decennio successivo fu decisa a tavolino e finanziata la partenza di Torino.

Il nuovo capitalismo padano, che da allora domina il popolo italiano, nacque e fu allevato in un clima parecchio inquinato, con l’uso quasi sempre intrallazzistico della spesa pubblica e con l’arrembaggio bancario, a cui la borghesia napoletana e siciliana non ebbero il modo di partecipare.

Lo spostamento di surplus dall’agricoltura verso i profitti leciti e illeciti della borghesia affaristica tosco-padana, più vicina al potere governativo, fu veramente pesante se rapportiamo l’entità dello scippo alla condizione delle campagne. E per giunta uno scippo ingiustificato, un autentico spreco di sudore collettivo, perché, fino al 1950 circa, l’industria nazionale non seppe uscire dalla condizione di parassita del popolo nazionale, costringendo lo Stato a rifinanziarla ab imis almeno in tre alte occasioni: nel 1915/1918, nel 1929/1936 e nel 1946/1952.

Le forme di protezionismo richieste dal sistema industriale italiano e il numero dei decenni che furono necessari prima che esso potesse competere a livello internazionale (ancora nel 1950, la più importante esportazione italiana erano gli agrumi) hanno pochi confronti in Occidente. I costi che la nazione pagò furono proibitivi. Con questa differenza, però: che al Nord tornavano sotto la forma di nuove occupazioni, sia pure supersovvenzionate, mentre al Sud non tornavano affatto.

Quello dell’industria parassitaria è stato il peso più gravoso che il paese megaellenico ebbe a sopportare dal 1890 al 1955 circa. Il parassitismo industriale ha letteralmente assassinato il paese magnogreco, sia per l’aspetto economico sia per l’aspetto sociale.

La determinazione dei gruppi industrial-finanziari padani, volta a impedire un qualunque diverso assetto del Sud, si rivelò insormontabile e capace di imporsi allo stesso governo nazionale allorché, in pieno boom economico, sul principio degli Anni Sessanta, la Confindustria minacciò di ritirargli la sua fiducia sol che si fosse fatto qualche passo concreto in direzione della ventilata industrializzazione meridionale.

Quella determinazione ha bloccato e sterilizzato l’ultima borghesia attiva esistente al Sud - il famoso "cimitero d’industrie" - e oggi, quand’anche ci fossero i fondi, il Sud non avrebbe più gli uomini, il personale per un’iniziativa capitalistica che non fosse mafiosa.

In soli vent’anni, dal 1860 al 1880, lo Stato nazionale e cavourriano riuscì a trasformare un popolo di artigiani e contadini, senza segni di disoccupazione, in un consistente esercito industriale di riserva che ha espresso due generazioni di emigranti e due generazioni di fanti per le due guerre imposte al Sud dal capitalismo padano.

La mancata industrializzazione e l’umiliazione di lavorare fuori della propria terra sono, per i produttori meridionali, l’interfacciale e sinistra sagoma dell’Italia Una.

In verità, Una e bina.

 

6. Esercito industriale di riserva per amor di patria

6.1 Nel quadro d’insieme che ho tentato di dipingere, il Sud d’Italia ha una posizione oserei dire divertente. È un paese ricco che produce poco o niente. Il perché e il percome è una frittella fritta e rifritta, praticamente immangiabile.

Volendo aggiungere ancora del sale, si può dire che la situazione attuale è quella di un paese che ha poco meno della metà del reddito pro-capite lombardo, cioè uno dei più alti del mondo, ma non riesce produrre onestamente in termini reali il 12 o 13 percento di quel che consuma, se non vogliamo mettere in conto una posta consistente del reddito che proviene dal narcotraffico. Quanto poi essa lo sia, sarà difficile stabilire fin quando la Banca d’Italia non ce lo chiarirà. In verità sarebbe di grande importanza sapere se dette entrate si disperdono in privati consumi o vanno a sostenere la borsa di Milano e la grande finanza.

Il resto del reddito meridionale viene dai trasferimenti statali nel settore del pubblico impiego e dei pubblici servizi. Questi, a loro volta, consumano prodotti altitaliani ed europei, intermediati sul posto da un pletorico settore commerciale, il quale, insieme all’altro terziario, si ritaglia una fetta del valore della produzione reale padana.

E qui viene il ridicolo. Questo paese inerte e appassito possiede anche e non utilizza, ma regala al resto d’Italia e d’Europa, una classe lavoratrice di primo livello; dei produttori che risultano validi nei paesi più altamente industrializzati.

Basterebbe soltanto che quattro milioni di disoccupati muovessero, comunque, le braccia qualche ora al giorno per ottenere - forse - oltre l’80 percento del fabbisogno nazionale meridionale (in termini reali). Ma né San Gennaro, né Santa Rosalia e neppure San Nicola vogliono fare il miracolo. Le braccia restano conserte. Ovviamente per la gloria d’Italia, al fine di contribuire "passivamente" al buon andamento dell’azienda-nazione.

Il capitalismo made in Italy così ragiona e vuole, e così è. D’altra parte - se ne accorse Vincenzo Cuoco due secoli or sono - qui al Sud, le politiche passive incontrano parecchio favore.

 

6.2 Il popolo meridionale è esercito industriale di riserva per amor di patria. Se e quando tale amore finirà, il Sud d’Italia avrà una sola possibilità o potenzialità: trasformare l’esercito industriale di riserva in produttori di valori. Non trattandosi dei messicani descritti come sonnolenti dalla cinematografia americana, la cosa sarebbe altamente positiva. Non bisogna dimenticare infatti che questo popolo di addormentati ha contribuito consistentemente alla fortuna degli USA, del Canada, dell’Australia, del Belgio, della Francia, della Germania ed è stato decisivo per quella dell’Altitalia.

Ma, per rendere attuale ciò che solo è potenziale, la condizione sine qua non è la separazione del paese meridionale dal resto d’Italia, o meglio la sospensione dell’unità statale sabauda e scalfarista per circa un quindicennio.

Un passaggio difficilissimo, frenato com’è dall’ascendente politico che hanno nel paese megaellenico la classe degli stipendiati e la mafia. È ben noto infatti che l’una prospera sulle elargizioni statali e l’altra si prefigura buoni subappalti, essendo assolutamente incapace di vivere di luce propria.

6.3 Nel Sud la borghesia attiva è stata sterminata; i capitani meridionali d’industria vivono solo nei vaneggiamenti del confindustriale Abete. Pertanto l’uscita dal sistema italiano e dal mercato mondiale comporterà una diversa direzione economica.

Se al Sud rivoluzione ci sarà, essa sarà socialista. Semmai il problema è che essa non porti a rifondare l’Albania da quest’altra parte del Canale d’Otranto. Centrarla nella società civile anziché sui compiti dello Stato, sarà il vero problema. Tanto più che i paglietta, i maestri di scuola e la mafia vorranno avere la loro parte. La storia si ripete e il Risorgimento insegna.

 

La nazione funzionale

7.1 Non sarà sfuggito al lettore che in precedenza abbiamo sostenuto due tesi fra loro contrastanti: nel paragrafo 1, la divisione del lavoro sulla base dell’iniziativa individuale e del mercato, e nel paragrafo 4, la difesa dei mercati nazionali, in funzione del trattenimento del surplus sociale, e dell’occupazione.

Il contrasto è in parte reale. Infatti la divisione del lavoro ha come suo necessario correlato la libertà di mercato, o più precisamente dei mercati dei singoli prodotti. Nel mondo in cui viviamo ciò corrisponde a industrie differenziate al massimo grado, le quali per giunta possono prosperare soltanto se hanno una clientela vastissima; in alcuni casi estesa all’intera popolazione mondiale (es., il software informatico).

Questo carattere strutturale dell’odierna divisione del lavoro porta a due risultati: da una parte all’incredibile progresso materiale che l’Occidente va registrando da 150 anni, dall’altra all’industria oligopolistica e monopolistica.

La critica socialista al capitalismo contemporaneo si è di solito appuntata sull’aspetto della concentrazione. E non c’è da darle torto, in quanto la pratica monopolistica, oltre a presentarsi come una esigenza della divisione del lavoro, è il più delle volte frutto dell’inclinazione capitalistica a non aver concorrenti nazionali e internazionali; come dire l’industria si fa impero planetario per settori commerciali (esempio a tutti evidente, i rasoi da barba).

Ma c’è una seconda critica da fare. O meglio, c’è da mettere in risalto un altro carattere strutturale dell’industria. Per il fatto che un motore, dall’ingombro relativamente modesto, sviluppa la potenza motrice di decine e centinaia di migliaia di uomini, l’industria si agglomera e si localizza in luoghi ristretti. Una sola fabbrica di cotonine realizza oggi la produzione che due secoli orsono si poteva ottenere dal lavoro di milioni di telai, di tessitori e filatrici sparsi per il mondo. Qualche migliaio di operai, residenti in un solo villaggio, hanno preso il posto di milioni di case contadine. Vogliamo dire, in buona sostanza, che c’è un problema geografico del lavoro; e c’è anche, di conseguenza, un socialismo geografico, o del sottosviluppo, il quale promana da istanze politiche diverse da quelle che emergono nelle aree industrializzate.

Per molti aspetti le nazioni industriali odierne - le aziende- nazione - che gareggiano fra loro e a più riprese si fecero guerra per gli sbocchi, a ben guardare altro non vogliono che la massima agglomerazione industriale nazionale, cosa che si traduce non soltanto in profitti, ma anche in occupazione operaia, e conseguentemente nel consenso politico, del quale - fin oggi - nessun capitalista è riuscito a fare a meno.

Il mondo che il sistema dell’industria si era lasciato alle spalle aveva un altro impianto. La manifattura seguiva la capillare diffusione della produzione agricola e ogni villaggio distribuiva la sua popolazione fra due attività; cosa dai profondissimi riflessi culturali.

La sua fine ha provocato, e alimenta, una spaccatura sociale ben maggiore di quella che si ebbe nel secolo scorso con la formazione del proletariato industriale, nonché sofferenze più vaste di quelle connesse al lavoro estraneato. Nel momento stesso che il commercio mondiale fondava il sistema mondo, la separazione geografica fra produzione agricola e produzione manifatturiera faceva sorgere la divisione tra produttori e non produttori, tra utili e superflui; gli uomini assegnati a due livelli umani, a due specie, una trionfante e una morente.

Pochi luoghi producono; in ogni luogo si consuma. Ma per consumare bisogna pagare con altrettanta produzione. (Se fosse vero che si paga con moneta, qualunque Stato ne stamperebbe a volontà. Ma tale privilegio apparteneva soltanto agli USA.)

Chi non produce non compra, chi non compra muore. Insomma è nato un imperialismo della piena occupazione che s’impone attraverso le artiglierie delle merci di massa e dei loro prezzi bassi, il quale riconosce diritto alla vita soltanto a coloro che possono pagare in contanti.

Fuori del sistema si estende il cimitero tricontinentale che seppellirà intere razze umane. In un mondo che si fa in quattro per salvare dall’estinzione le foche monache e l’aquila reale è veramente stomachevole (o forse è politicamente naturale) che soltanto pochi facciano caso al problema.

L’alta produttività del lavoro ha messo in crisi epocale la bassa produttività del lavoro, mentre il meccanismo di mercato, che dovrebbe premere sulla bassa produttività, nel senso di spingerla verso l’alto - all’imitazione - non funziona, in quanto l’apparato produttivo dell’industria occidentale è in condizione di appagare in ogni momento la domanda effettiva mondiale.

7.2 Ragionando in termini dell’economia volgare si tratterebbe di scegliere (politicamente o religiosamente) se salvare la capra- produttività o i cavoli-lavoro umano.

Ovviamente una scelta del genere è un mero gioco, un’utopia che volentieri lasciamo a Michel Rochard e a Giorgio Ruffolo. Nella vita effettiva, non esiste.

Chiediamoci invece cosa fa una famiglia contadina priva di capitali, i cui membri sono tutti disoccupati, o cosa fa una nazione sconfitta, invasa e senza altra risorsa che le braccia dei superstiti. Risposta: per prima cosa si chiude nel suo campicello, utilizza le braccia disponibili fino allo spasimo e cerca di produrre le sussistenze necessarie per mantenere tutti in vita. In secondo luogo, non acquista all’esterno manufatti o lavoro. Cerca di far da sé, alla bene e meglio, i lavori agricoli, e s’industria a produrre qualche manufatto.

Appena la famiglia (o la nazione) si è un po'assestata e si determina uno spazio lavorativo libero, viene introdotta una seconda attività, che è commerciale; che diventa, cioè, la nuova base delle relazioni di scambio.

Se questa attività frutta, è allora possibile che si rinunci più vastamente all’autoproduzione, per destinare un tempo maggiore alla produzione per lo scambio.

In situazioni simili è chiaro (forse non tanto agli economisti- Cariatidi) che la prima conquista (di ricchezza consumabile) sta nel non rimanere inerti, nel produrre da sé qualcosa. Anche se all’esterno, nel mondo degli scambi, quella cosa costa un minor tempo di lavoro, non è un guadagno comprarla. Infatti l’acquisto comporta che il disoccupato stia con le mani in mano.

Per i paesi poveri la prima conquista di ricchezza consiste nel mettere comunque in movimento tutta la risorsa lavoro disponibile. Ciò equivale a regolare autoritativamente gli scambi internazionali in funzione del pieno impiego nazionale. Se un operaio del paese A produce una sedia in tre minuti di lavoro, mentre un operaio del paese povero B impiega un’intera giornata per lo stesso risultato, al paese B conviene comunque tenere attivo il proprio operaio, anziché dar lavoro all’operaio straniero. Questo fino a quando in B esisterà disoccupazione.

Soltanto partendo da questo momento la teoria dei vantaggi comparati potrebbe - forse - avere un qualche senso.

Ogni ragionamento pratico - come dovrebbe essere ogni ragionamento economico - viene costruito avendo come punto di vista un interesse. Se il punto di vista non è il profitto del capitalista o - forse è più giusto dire - la crescita squilibrata all’infinito e a qualunque costo, ma la vita (o per dirla in termini economici, la crescita equilibrata), allora è consequenziale combattere il principio falsamente liberale della piena libertà dei mercati, che

alla distanza epocale ha portato alla distruzione della risorsa principale, rappresentata dall’uomo-produttore.

Per un diverso aspetto, l’esistenza di nazioni che stanno a un diverso livello di sviluppo non può - miserabilmente - essere combattuta con i cosiddetti aiuti allo sviluppo. A prescindere dal fatto che si tratta di autentiche buffonate, deve essere ben chiaro che il meccanismo è costosissimo e, per tal motivo, è risultato fruttifero soltanto negli USA (la famosa operazione Tennessee) e recentemente in Germania.

Ma USA e/o Germania potrebbero replicare un paio di migliaia di volte simili esperienze? Se anche potessero, certamente le rispettive Confindustrie glielo impedirebbero, come avvenne in Italia al tempo della signora Lutz. E se anche i capitalisti - per una strana evenienza - accettassero, sarebbero, allora, gli elettori sindacalizzati a ribellarsi.

7.3 Il pianeta è divenuto un villaggio globale ad opera dell’ingordigia capitalistica. Se le forze dell’umanesimo e la religiosità hanno un qualche ruolo, sarà importante passare a un’unificazione politica. Se non ad altro, ciò potrà servire a far avvertire a ciascuno di noi la dimensione della specie, attualmente dispersa.

Il villaggio globale che noi auspichiamo si baserà sul sistema socialista e sullo scambio universale (della produzione privata). Ciò non impedirà che le singole formazioni sociali siano rispettate, che abbiano un enucleazione giuridica soggettiva e quella gestione sovrana delle risorse di cui dispone - per esempio - la singola famiglia nei confronti del mondo esterno. Al bombardamento dei bassi prezzi, ogni formazione politica dovrebbe poter opporre il bastione della piena occupazione.

Le formazioni sociali nazionali, specialmente nei luoghi dove più antico è il peso della storia, vanno ripensate sulla base di tale concetto. Almeno questo ci suggerisce la nostra esperienza di italiani ingordamente colonizzati.

La funzione storica della nazione, consistente nel far affluire attraverso il prelievo fiscale i surplus agricoli verso il re, la capitale, l’esercito, la burocrazia centrale, è superata, perché negli Stati moderni, a mantenere l’apparato statale, i servizi civili e l’intervento sociale sono i lavoratori dell’industria. La nazione di tipo storico, in cui la funzione dello Stato era quella d’impadronirsi dei surplus agricoli per conferirli alla borghesia moderna, è già da tempo in crisi e scomparirà del tutto una volta che si sia passati all’autogestione e al controllo democratico dell’impiego dei surplus.

7.4 Se la base giuridica della società civile saranno i lavoratori autonomi e le società cooperative di lavoro, la funzione fiscale dello Stato si affievolirà, riducendosi l’attività di governo al controllo giudiziario e amministrativo sulle relazioni di lavoro e sulla proprietà. Contemporaneamente si esalterà la funzione intellettuale degli organi rappresentativi, in relazione al compito di guidare l’azienda-nazione. In tale ambito, lo spazio della solidarietà socialista dovrebbe essere riservato a enti affini allo Stato, ma autonomi.

Il quadro generale in cui ciascuno è l’azienda di se stesso, il problema della marginalità aziendale (della disoccupazione) e della competitività esacerbata rivestirà un particolare interesse. È probabile che la giusta soluzione non stia tanto nell’abbassamento della giornata lavorativa, quanto, piuttosto, nella istituzione di una leva obbligatoria di lavoro gratuito e migrante, al servizio delle formazioni sociali arretrate che ne facciano richiesta.

 

 

7.5 La civiltà occidentale ha avuto una sua costante nella legittimazione del lavoro subalterno, cioè nel potere, giuridicamente tutelato, di "comandare l’altrui lavoro". Ma una costante uguale e contraria è stata la rivendicazione della piena, integrale égalité, che contestava quel potere. Ora, forse, è venuto il tempo che ogni uomo si misuri con l’altro ad armi pari, mentre l’assieme resta congegnato in modo che inavvertitamente - attraverso gli scambi - ciascuno collabori con l’altro.

 

 Post scriptum.

8.1 Quanto sopra esposto promana dalla formula marxiana del valore in una società capitalistica, che è:

c+s+pl=v

Cioè, c: lavoro morto acquistato con i soldi del capitalista (capitale), s: salari (anticipati dal capitalista), pl: pluslavoro (tempo del lavoro espropriato al dipendente, profitto del capitalista) = v valore (delle merci prodotte).

In tale formula c acquista s. La mai realizzata eguaglianza economica fra gli uomini (che è poi l’unica umanamente realizzabile, essendo le altre diseguaglianze naturali) dipende da tale mostruoso fenomeno sociale.

Nella nostra formula, s acquista c. E ciò basta alla giustizia umana e come rimedio alla disoccupazione crescente. Essa è

lm+lv=v (lavoro morto più lavoro vivo = valore)

e coincide con la simbolizzazione algebrica del lavoro autonomo d’ogni tempo, dove il produttore acquista gli strumenti di lavoro che adopera e le materie prime che impiega lavorando. In base a ciò, il prodotto è suo e può venderlo liberamente.

8.2 Il lavoro morto (o capitale) è la somma di molte o moltissime cose, anzi in pratica di una tale moltitudine di cose che anche i ragionieri più pignoli non riescono a metterle analiticamente in colonna. Ci rientrano i suoli, gli edifici, gli arredi, le macchine, gli attrezzi, i brevetti, le tecnologie, le materie prime, ecc.

A causa dell’evoluzione professionale della fabbrica, i costi di direzione e di organizzazione del lavoro, e così pure i costi di commercializzazione e quelli pubblicitari, le imposte, le tasse i contributi vanno assegnati a lv.

Dopo tale ricollocazione, a maggior ragione c è lavoro morto. Anche se c fosse composto esclusivamente da fermenti lattici, questi morirebbero se qualcuno non li immettesse nella sostanza in cui fermentare. Così pure il capitalista. Se mancano gli altri uomini a cui imporre delle azioni determinate, egli sarebbe a capo di niente e di nessuno, e la sua fabbrica un monumento di ferri che arrugginiscono.

Il trasferimento in lv di costi tradizionalmente assegnati a c è preteso da una più equilibrata definizione della direzione e dirigenza aziendale, la quale è lavoro a tutti gli effetti (anche quelli della contabilità aziendale capitalistica). Per la precisione lavoro vivo che viene incluso nel valore prodotto. Le stesse attività di commercializzazione e quelle pubblicitarie - esasperate nell’ambito della competizione capitalistica, che tiene di vista soltanto il dominio monopolistico di un mercato - debbono ritenersi necessarie in un mercato articolatissimo e vastissimo, per il riconoscimento della merce da parte del consumatore.

8.3 Il valore finale del prodotto (v) computa, oltre al valore del lavoro vivo, le frazioni di lavoro morto impiegate per ottenerlo. In sostanza c è un dato fisso, non mutabile del valore. Quel che di c conta, per il calcolo di v, è la fattura del venditore che l’ha fornito al produttore attuale, a colui che lo mette in opera, che lo lavora.

Però tale circostanza non deve trarci in inganno. c è morto, ma è suscettibile d’essere rivitalizzato. Il cotone diventa filo, il filo diventa tessuto, il tessuto diventa abito. Una macchina corrisponde a un certo numero di quintali di ferro, anche l’olio combustibile è un

certo numero di quintali di liquido, ma una volta lavorati, messi all’opera e in opera, si accoppiano con il lavoro vivo per dare il filo, il tessuto e l’abito. Sono strumenti di lavoro che lavorano, mezzi della produzione che contribuiscono a conferire al prodotto un certo carattere qualitativo e un dato valore.

Per la chiarezza del testo principale risulta utile disaggregare c (o lm), in

c1, c2, c3... cn

Anche s è disaggregabile in s1, s2, s3....sn

Di grande importanza, ai fini delle tesi sostenute nel testo, è la riemersione del valore (Osea Jaffe), quando il prezzo vi si è allontanato. Ciò si vede sempre più spesso ad esempio con i tessuti, le scarpe, i computer lavorati in località dove i salari sono bassi e poi venduti in Occidente al prezzo delle corrispondenti produzioni occidentali.

 

8.4 In più punti abbiamo sostenuto che il prezzo si accosta al valore, che gli ruota attorno come la falena alla lampada. Ma ciò ha senso soltanto nelle condizioni seguenti:

1) una piena libertà del mercato dalle influenze politiche,

2) la presenza di un tale numero di aziende venditrici e di acquirenti da assicurare la libera concorrenza,

3) l’eguale sviluppo delle nazioni.

L’assenza di tali condizionamenti falsa i prezzi e li porta - in più o in meno - lontano dal valore, cosa che inietta ingiustizia economica e sopraffazione sociale nello scambio.

In effetti il mercato capitalistico è grandemente non libero e fondamentalmente ingiusto, in quanto nessuna delle tre condizioni vi è rispettata.

Vi sono falsificazioni alquanto note e altre volutamente nascoste. Per esempio, chiunque si rende conto che le tariffe professionali degli avvocati e procuratori sono un prodotto corporativo, quando vede che un giovane e ancora inesperto professionista incassa una cospicua parcella per un atto di routine. Egualmente è facile capire che la professione di notaio viene esercitata in regime monopolistico, quando si vede incassare dal professionista un centinaio di migliaia di lire per la semplice autentica di una firma.

Meno facile è capire che la rendita petrolifera è manipolata politicamente e il prezzo del petrolio viene tenuto al di sotto del suo valore usando le armi (guerra del Golfo).

8.5 Il concetto di valore, diffusamente impiegato sopra, si riferisce all’unico corretto misuratore degli scambi. Evidentemente intrinseco allo stesso prodotto, esso, diversamente dal prezzo, che esprime istantaneamente l’andamento del mercato e nient’altro, è di non facile utilizzazione. Nonostante l’evidente complessità, interamente derivante dalla difficoltà pratica di misurare il prezzo del lavoro su base internazionale, esso resta sempre e comunque l’ago della bussola in qualunque forma di mercato.

 

 

Bibliografia

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Molfese Franco, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, la prima edizione è del 1964.

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Zitara Nicola, Le merci di massa, prima in "Classe" 1972, poi ne Il proletariato esterno, Jaca Book 1972.

 

Nicola Zitara

 

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