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Il neocolonialismo di Soros

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Può fare piacere alle anime elette - ai clienti di la Repubblica - leggere un articolo di George Soros apparso sul giornale da loro preferito. E può anche far piacere che il Dioscuro del capitalismo dal volto umano, di recente conversione, si esponga fino ad enunciare i progetti che concepisce per riformare il mondo e alleggerirlo da patenti ingiustizie.

Il modello Soros si fonda sugli aiuti internazionali. Forse è umano fare "la carità a un povero cieco", ma credo più giusto il noto adagio di Mao, che dice più o meno così: "Se un amico ti chiede un pesce, tu non glielo dare. Insegnagli invece a pescare". Non tutti i problemi del mondo d'oggi si concentrano nella trasmissione delle tecnologie evolute e del sapere evoluto, ma credo che sia questo il tipo di intervento che il mondo ricco dovrebbe effettuare a favore del mondo povero. Non il pesce, ma la canna.

Cercherò di spiegare il concetto. Chi osserva il mondo presente e passato non vede tanto l'uomo, quanto un numero notevole di società e di nazioni diverse fra loro. Le formazioni sociali non hanno un identico assetto. A volte la diversità che salta all'occhio è un ritardo tecnico (o al contrario il precoce sviluppo), a volte quel che si vede è una particolare situazione ambientale. Oppure sono diversi la religione, i costumi, l'uso del tempo libero, gli alimenti, il rapporto di coppia e il modo d'allevare dei nuovi nati. E altre cose ancora.

A causa della mia mediocrità materialistica, io credo che i gruppi umani sarebbero andati verso una planetaria Torre di Babele, se fra essi non si fosse svolta sempre e costantemente una trasmissione delle tecnologie, e di conseguenza un accostamento progressivo dei principi etici. Solo alcuni gruppi minori hanno resistito all'unificazione tecnologica, forse perché, al momento dell'incontro, il divario era già cosi alto che gli arretrati e gli sviluppati non hanno capito che si trattava solo di un divario tecnologico.

La storia mi pare mostri che (vichianamente) una tensione rivolta ad acquisire la tecnologia più produttiva sia stata avvertita da (quasi) tutti i gruppi sociali.

Grossolanamente si può dire che la tecnologia produttiva è il fattore che lavora più efficacemente a favore dell'unificazione morale del mondo. Un popolo copia da quello più avanzato. A volte l'imitazione richiede tempi lunghissimi. L'Europa riuscì a imparare come si produce la seta solo intorno all'anno 1000 dell'era cristiana, anche se i greci e i romani la potevano vedere addosso ai ricchi delle loro città.

A volte la conquista di tecnologie più avanzate causa (o è il frutto di) guerre e distruzioni. I romani, per poter padroneggiare le tecnologie più avanzate dei greci, dovettero vincere e devastare le città della Grecia Grande. Credo che i mongoli abbiano fatto la stessa cosa con la Cina. Alessandro voleva conquistare l'India, che riteneva più ricca (cioè più avanzata) della Grecia. Forse anche le mire dei turchi sull'Europa continentale e mediterranea ubbidivano a tale magnetismo. Per fortuna, la trasmissione pacifica, attraverso i commerci, le migrazioni, l'insegnamento, prevale. In passato, la trasmissione non richiedeva più che il sapere, anche se poi la nuova acquisizione provocava un rimodellamento dei rapporti sociali e una riorganizzazione del lavoro e della divisione del prodotto. Oltre al sapere non occorreva altro. Lucrezia, romana, poteva arrivare a possedere un telaio simile a quello di Penelope, se un artigiano romano aveva imparato a fabbricarlo. Per il resto, un ulivo poteva essere abbattuto a Roma con la stessa facilità con cui era stato abbattuto a Itaca. Se il clima si prestava e c'era anche una buona vocazione dei terreni, un arabo poteva insegnare a un calabrese come si coltiva la canna da zucchero. La stessa cosa poteva fare uno spagnolo con un amerindo. Lo stesso spagnolo, avendo osservato come veniva coltivato il pomodoro in America, poteva portare una pianticella in Spagna e insegnare alla gente del suo villaggio come produrre quell'ortaggio. In epoche remote, degli artigiani che sulle sponde dell'Indo avevano scoperto come si forgia il ferro, viaggiando per il Medio Oriente, ne avevano insegnato la tecnica ai sumeri, e questi alle popolazioni mediterranee. Circa un secolo, un secolo e mezzo fa, l'imperatore del Sol Levante spedì parecchi fra i suoi sudditi più svegli a copiare le tecnologie degli occidentali, e queste vennero trapiantate sic et sempliciter nelle Isole giapponesi.

Oggi, non è più così. Sui mercati di tutto il mondo arrivano merci che tutte le popolazioni finiscono con l'accettare, perché migliori e meno costose di quelle che esse sanno produrre. Ma imparare come si fabbricano è diventato molto difficile. Non basta più tagliare un ulivo. Per riprodurre le merci occidentali si richiedono impianti così costosi che nessun popolo arretrato può acquistarli. Prima di tutto il fabbisogno di merci evolute li porta a spendere ogni entrata, fino all'ultimo dollaro, e senza una preventiva accumulazione, l'investimento è impossibile. In secondo luogo, la circostanza che le merci desiderate siano già sul mercato attenua la naturale spinta umana a imitare. Senza andare lontano, se io, calabrese, volessi mettermi a fare l'editore, sebbene sappia come si stampano le riviste e i libri, non potrei farlo, non solo perché sulla piazza c'è già Berlusconi che lo fa, ma anche perché nell'area sociale in cui vivo non c'è più danaro a sufficienza per acquistare macchine e impianti simili a quelli di Segrate. I nostri risparmi se li pappano i produttori che stanno dalle parti di Milano, che ci vendono le loro merci perfette.

La causazione infinita del male mondiale non sta nella povertà dell'aiuto, come sostiene Soros, ma nell'incontinenza commerciale dell'Occidente. Se si vuole sanare il divario, la prima cosa da fare è non imporre attraverso l'aiuto una libertà dei commerci - o per meglio dire degli sbocchi (leggi: Seattle) - che equivale al genocidio deliberato in cui si produssero i cavalieri e i frati castigliani, o alla tratta dei negri africani, in cui si esibirono con i loro splendidi vascelli i civilissimi olandesi e i non meno civili britanni.

Quindi, la domanda da porsi non è "come aiutare i poveri? - questo è neocolonialismo camuffato - "sibbene l'altra: "siamo disposti a fermarci con i nostri commerci?"

Dovrebbero, quei popoli, acquisire in piena libertà (Amaryta Sen) le tecnologie avanzate, e non l'inverso: noi arbitri di quel che a loro serve e di quel che a loro giova. Piuttosto dovremmo dichiarare quanta tecnologia e quanti brevetti siamo disposti a regalare su loro richiesta; una cose che sarebbe doverosa, non dico secondo la morale cristiana, ma secondo quella di tutti i giorni, perché ci portiamo lo scrupolo di aver rovinato la vita a quella gente e di aver devastato i loro ambienti naturali.

Purtroppo il discorso non finisce qui. Le aree del mondo infettate dall'Occidente e dall'occidentalismo sono anche quelle che all'Occidente forniscono le materie prima necessarie ai suoi ludi capitalistici, alle sue palestre industriali. Cosa si decide a riguardo?

La cosa più logica, sana e morale che riesco a immaginare è un Wto che ridefinisca il valore di quelle merci sulla base non dico del costo del lavoro in Occidente, ma per un quarto di detto costo. In tal modo solo poche popolazioni - quelle che abitano ambienti terrestri particolarmente sfortunati - non avrebbero a sufficienza per pagarsi le spese necessarie per imparare tecnologie altrui e acquistare impianti, macchine e merci evoluti. Così il saccheggio del Terzo e Quarto mondo potrebbe - forse - trasformarsi in commercio mondiale.

Tutto ciò mi porta a dire che Soros, più che a un asino con addosso la pelle del leone, somiglia a un leone mimetizzato sotto la pelle di un asino.

Le olimpiadi di Paolo Savona

La nota sull'ardito pensiero di Soros e anche qualche riferimento fatto sopra alla ginnastica rendono più spedita l'intervento a latere su un tema trattato da Paolo Savona, illustre banchiere, sul Corriere della Sera di martedì 1 agosto 2000.

In assonanza con il governatore della Banca d'Italia, l'articolista avverte chi di dovere (non certo me e i miei scarsi lettori, in verità scarsi anche di soldi) a non farsi trascinale nel carnevale giornalistico che impazza in questi giorni e che riguarda l'aumento della produzione industriale, benefico effetto sia dell'accresciuta domanda interna sia, specialmente, del consolante e consolatorio aumento della domanda estera.

L'esimio economista bancario non condivide il tripudio per il semplice fatto che in Italia la produttività del lavoro non è cresciuta di pari passo. Anzi è andata indietro rispetto non solo agli USA, ma anche alla Francia e alla Spagna.

Per i suoi pregi letterari e giornalistici, il Corriere della Sera è venduto e apprezzato anche in Calabria, dove lo scrivente vive. Ma, essendo la Calabria un trascurabile e trascurato lembo del bel paese, chi pubblica sull'importante quotidiano presenta argomenti che non riguardano i calabresi e lo fa per giunta in un'ottica forestiera.

Sicuramente noi calabresi siamo liberi di leggere o non leggere quel giornale, ma non liberi di leggerne un altro, se non vogliamo sentire la mortificazione di aver a che fare con le scarse lettere e la povera informazione dei giornalisti che lavorano per i giornali sudichi.

In un mondo che ha il suo fondamento nella produzione di merci, e solo chi produce e vende può non solo acquistare ma anche concepire la speranza di un domani migliore, la Calabria vende soltanto braccia. Le vende largamente allo Stato e alla distribuzione settentrionale, che in verità pagano alquanto bene. Dacché è finita per meriti comunitari anche l'agricoltura, non ha proprio nient'altro da vendere. Quanto poi alle speranze, l'unica concepibile è di vendere i suoi uomini e le sue donne ad altre regioni.

Pertanto un calabrese, più che alla produttività del lavoro, è propenso a badare al lavoro. E ciò lo porta a un salto nell'ottica con cui viene osservata l'economia nazionale, e suoi alti e bassi, quelli veri e quelli falsi.

A ragionare con le categorie del Corriere, come peraltro si suole fare, che poi sono le categorie che sette o otto regioni vincenti in Europa impongono a tutte le altre, la cosa più lungimirante che si potrebbe suggerire, sarebbe di rendere più produttiva la Calabria, perché questo farebbe complessivamente più produttiva l'azienda Italia. "Sarebbe", ma non è, né potrebbe essere, perché le cosiddette logiche di mercato funzionano secondo il detto: "Aiutati, che Dio t'aiuta", e siccome qui nessuno è in condizione di aiutarsi, neppure Dio può aiutarlo.

Ragionando, invece, con il criterio di chi il lavoro non ce l'ha, l'unica cosa che si potrebbe dire è che a correre a questo modo, con gli anabolizzanti nelle vene, alla fine anche i vincenti perderanno. S'intossicheranno tanto che moriranno presto.

A poco a poco, queste antiche istituzioni divennero odiose (Paulatim histae antiquae istitutiones in odium venerunt), scrive non ricordo più quale giurista romano La vita appartiene agli uomini, e sempre gli uomini sono riusciti a riconquistarsela. L'impero romano è finito, è finito anche il dominio temporale dei papi, è finito il feudalesimo, è finito l'impero spagnolo ed anche quello inglese. Eppure pareva che dovessero durare in eterno. Gli uomini non si arrendono a fare i non uomini, come sosteneva il nostro don Benedetto. Finirà anche questa follia del Prodotto Interno Lordo (detto Pil, quasi una divinità preistorica) travolta assieme ai capitalisti, al capitalismo e alle loro cariatidi accademiche.

L'etica del capitalismo sta facendo perdere la bussola a qualche migliaio di persone in ciascun paese grand'industriale. Non più di questo. Questi mille scafessi immaginano di essere delle divinità in terra, proprio dei Dioscuri che guidano il Carro del Sole. In tanta scafessaggine, pretendono di guidare le nazioni attraverso celesti sentieri. Per rendersi conto di quanto siano convinti della loro divina natura e d'essere gli unti del Signore, basta guardare la faccia di Berlusconi quando pontifica in televisione: tanto di calcio quanto d'economia.

Con la ratio del capitalismo attuale, il tema relativo all'appropriazione del plusvalore conta molto meno del tema relativo all'alienazione capitalistica d'ogni umano potere e dell'umano discernimento. La nazione - prima azienda e poi uomini - oltre che camminare verso un balletto di morte ambientale - perse le coordinate umane e diretta com'è da un plotone di imbecilli - naviga in un mare di pura follia. E non mi riferisco a Berlusconi politico, ma propriamente a Berlusconi padrone. Ad Agnelli, padrone. A Tronchetti Provera Proverà, padrone. E' un vero peccato che Giuseppe Parini non possa risorgere dalla sua sperduta tomba, o che uno come lui non sia nato nel mondo cosiddetto civile, a descrivere le brache di chi comanda al tempo nostro.

Se l'Italia esporta qualche milione in meno di paia di scarpe, molte aziende chiudono. Se la Germania esporta mezzo milione di automobili meno dell'anno scorso, cinquemila operai vanno in cassa integrazione. Ma è proprio così che deve girare l'economia. Meno divisione internazionale del lavoro, meno produzione, meno produttività. E più vita. Che serve produrre tanto, se questo comporta che la Calabria non abbia il modo di produrre qualcosa? E non abbia più lavoro, e non dico tutti i giorni, ma almeno nei giorni in cui la Juventus riposa?

Nicola Zitara

 

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