L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


Soreste

di Nicola Zitara

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Siderno, 3 Dicembre 2008

Il nostro primo incontro fu uno scontro. A quel tempo la selezione scolastica era durissima, le bocciature decimavano le classi. Partendo per esempio da dieci prime si avevano sette seconde, cinque terze, quattro quarte e tre quinte. E sì, perché lo scoglio da superare era il passaggio dalla  terza alla quarta. Tuttavia il numero degli alunni per classe era costantemente elevato, perché da due classi decimate veniva fuori una sola classe successiva. Di edifici scolastici, neppure a pensarci. Le classi erano disperse in magazzini privati, che il Comune prendeva in affitto. La prima e la seconda le feci con la signorina Montalo (la zia dell'avvocato Marone, che molti ricorderanno), in un magazzino accanto alla fabbrica del ghiaccio Jannopollo, la terza e la quarta con il maestro Velonà, in via Tasso, in un magazzino sotto l'abitazione di don Davide Guzzi.

Facevamo la Terza o facevamo la Quarta? Non lo ricordo più. Comunque quella classe era il frutto della fusione di due precedenti classi, decimate. Gli scolari eravamo 53 o 54. Soreste era uno dei più alti, cosicché fu posto a capo di una squadra comprendente una metà della classe. Andavamo a marciare e a simulare qualche esercizio ginnico nel vasto spazio erboso, tra il Municipio e le Case Popolari, che alla domenica diveniva il Campo sportivo; uno spazio delimitato ma non ancora recintato e disseminato di  fossi e buche, come qualunque terreno agricolo abbandonato.

Il maestro Velonà era un grande invalido di guerra. Sebbene non credo avesse più di quarantaquattro o quarantacinque anni, era alquanto acciaccato, emaciato, terreo in volto, un tic tra naso e bocca, un'altro alla gamba. Così non ci seguiva al Campo. Qualche volta mandava il figlio diciotto/ventenne a sorvegliarci, il più delle volte eravamo affidati al nostro timore di Dio. I due capisquadra vennero a diverbio, un conflitto puramente verbale, ma alla mia follia puerile parve che la cosa dovesse risolversi per via di fatto, cosicché piazzai due violenti pugni sul ventre d'Oreste, che era una ventina di centimetri più alto, e siccome lui ancora non aveva dato ancora mano alla costruzione dell'Ospedale, finì con l'essere trasportato a casa semisvenuto. Superfluo raccontare la paura di donna Cesira e il severo intervento di don Oreste Badolato, lo zio presso le autorità e quel che più conta presso mia madre e mio padre.

Non ero alla prima esperienza. Ne avevo già combinato altre due, anche peggiori. Ero un vero delinquentello.  Mia madre diceva: 'stu mirtarotu', mio padre parlava di casa di correzione e di collegi militari. Ma non ero cattivo, solo che partecipava alla vita del vicolo, alle faccende dei ragazzini da Ruga i Portusarvu, faccende che vedevano in prima linea lo scontro con quelli della Stazione, una banda che si muoveva con la stessa determinazione delle SS e  che non concedeva mercé al vinto caduto. Sassaiole, solide mazze  di legno, corpo a corpo fino a farsi male, ceffoni, calci. Il naso, le orecchie, i capelli, le braccia articoli prediletti. Pugni non tanto, vennero in uso soltanto in momento successivo.

I temperini sempre al loro posto, era una regola dell'onore tribale. E poi, nessun rancore. Un attimo dopo le botte, amici come prima. Infatti Soreste mi perdonò subito e in segno di benevolenza mi condusse a casa sua (allora abitava nel vecchio palazzo Badolato, sulla via Marina), perché la madre potesse conoscermi. Il padre no, era nella Marina militare e a Siderno appariva raramente.   

Le scuole elementari di 75 anni fa erano una cosa assolutamente diversa da quelle attuali. Vigeva un nozionismo severo e costruttivo. Già in seconda elementare il maestro ti somministrava una mortificante vergata se non sapevi dire quanto fa 8 x 9, o se scrivevi, come capitò a Carlo Adornato, l'aradio invece che la radio. Personalmente in quarta elementare subii la punizione più severa di restare in ginocchio sui sassolini sbrecciati perché non riuscivo a farmi entrare nella capoccia l'uso del futuro anteriore. "Se non ti sbrighi, arriverai in stazione quando il treno sarà partito". Affrontavamo problemi aritmetici che comportavano dalle dieci alle quindici operazioni. Sapevamo stabilire senza eccessive difficoltà quanto tempo era necessario perché l'acqua riempisse una vasca. Di più, quanti catini di mosto occorrevano per  riempire una botte. Il genio matematico della classe era Gino Costa, il miglior calligrafo Ciccio Tedesco, il temista più brillante Vincenzino Di Bianco, l'enciclopedico più affidabile Dino Misuraca. La storia veniva studiata in modo plutarchesco, per singoli eroi: gli Orazi e i Curiazi, Scipione, Carlo Magno, Le crociate, il Conte Biancamano, Dante, Michelangelo, Napoleone, Garibaldi, Antonio Sciesa, Enrico Toti e naturalmente il fabbro Alessando e Rosa Maltoni, il padre e la madre del Duce. E impossibile da interpretare era quel Quarez che mio padre bofonchiava tutte le volte che si pronunziava il nome Benito. Quel metodo d'insegnare la storia dava ottimi risultati: il processo storico lo penetravi meglio che attraverso lo studio della vicenda politica e militare nel suo moto anonimo e non eroico. Con il senno di poi, mi è facile affermare anche che fra tutti questi illustri personaggi c'erano soltanto tre meridionali: Archimede, Carlo Pisacane e Agesilao Milano, l'attentatore del vile Borbone.

La bella copia del tema si faceva su un foglio strappato dal quaderno a righe. Il compito d'italiano veniva consegnato al 'professore' per la correzione.  E Oreste cadde proprio su questo punto. Infatti il nome e il cognome venivano indicati sull'ultimo foglio. Era facoltativo indicare il nome con la lettera iniziale. Ma per un offuscamento nozionistico il nostro scrisse: S.Oreste, da cui Soreste.   Finita la quarta ci perdemmo di vista. Avevo un anno più di lui, e potei fare "il salto", come altri; cioè potei presentarmi agli esami di ammissione al Ginnasio. Ci rincontrammo per merito della salutare evoluzione dalla Ruga alle partite di calcio del sabato pomeriggio. La Colonia marina (dove attualmente c'è l'Ymca) era stata bombardata, comunque non funzionava più. Giocavamo dove oggi ci sono i due campetti noti a tutti. Allorché la guerra qui fu finita, benché alla pace generale non si fosse ancora arrivati, Soreste s'impadronì di me, mi soggiogò e mi ridusse in schiavitù socialista. Lui pensava e io facevo. Lui era un sidernaro a tutto titolo, io un sidernaro apprendista. In effetti la famiglia di mia madre veniva dalla Sicilia, mio padre era arrivato in Calabria a ventun anni, io, le estati della mia infanzia le avevo trascorse a Maiori con i nonni. Non andavo, con le idee,  al di là della mia ruga, e in appresso del Ginnasio locrese. Invece per Oreste il socialismo veniva da lontano, da prima del fascismo, era l'eredità dello zio Badolato. Si trattava (e in qualche modo credo si tratti ancora) di centinaia di opuscoli socialisti, stampati male e con la copertina di un rosso violaceo, che sembrava  quella di peperone rosso fin troppo maturo. Ma dire opuscoli è solo una questione che riguarda il numero delle pagine, del peso in grammi; quanto agli autori le cose stavano  ben diverse, diciamo Fourier,  Saint-Simon,  Proudhon, Owen. Se vi pare poco, è l'intero repertorio del socialismo utopistico e umanitario.

I miei genitori, immigrati di prima generazione, erano debolmente legati al passato del paese, non appartenevano a fazioni locali e non privilegiavano schieramenti politici.? Il mio mentore in materia di sidernesità fu Oreste, o meglio Soreste. Invece in materia politica avevo già un'infarinatura, o forse qualcosa di più. Su questo versante il Galeotto era stato Franci Mammoliti, un ex ferroviere antifascista che, per campare portava il  pesce fresco di casa in casa. Era il fornitore preferito da mio padre. Era un uomo dolce e mi voleva bene. Da quando mi aveva fatto leggere della disgraziata avventura di Sacco e Vanzetti avevo preso ad amarlo anch'io. M'incava la moglie sarta, quieta, serena, sempre a lavorare nel vano della porta, per avere più luce. Tutte le volte che passavo lì dinanzi, mi tornava in mente Lucrezia, la favoleggiata madre dei Gracchi.  Sì, perché associavo Franci agli unici rivoluzionari di cui avevo informazione, e lei, materna e orgogliosa di quel marito per il quale lavorava, alla loro madre Lucrezia. Sacco e Vanzetti avevano rivelato a me stesso una (mia) passione incoercibile, di cui non sapevo. Ma l'Umanità Nuova, stampata in America e arrivata clandestinamente a Siderno, che Franci mi faceva leggere, previo impegno a restituirla, mi avevano sufficientemente informato, sin dal primo anno di guerra, che Lenin e Stalin erano due emerite carogne. 

Oreste tesseva la tela di ragno con i suoi opuscoli fascinosi. Io sospettavo che dietro ci fosse Stalin e i suoi massacri disumani. Ero cresciuto. Ero diventato civile. Non alzavo più le mani. Ne parlai con Franci, restaurato ferroviere appena caduto il fascismo, e lui mi dette l'imprimatur. "E che ti pare, che siamo in Spagna? Di Ercoli (Togliatti) non ti devi fidare, ma di Nenni e di Saragat sì. Se vuoi andare con i socialisti, vai pure. E' giusto."  

Nel dicembre 1944, la guerra ormai lontana da noi, fondammo la sezione del MoGiS, Movimento Giovanile Socialista. Io stavo all'ultima classe di liceo, lui alla penultima. Sin dal primo momento la sezione giovanile fu come la carta moschicida. Acchiappavamo tutti. Non iscriversi divenne una pubblica colpa. Divenimmo come Castore e Polluce, o meglio come Oreste e Pilade. Oreste diceva e io facevo. Più io facevo, più Oreste ne pensava un'altra delle sue, dieci altre. Lo studio passò in terzo o quart'ordine. Tutto per il partito. Bene o male la maturità sarebbe egualmente arrivata.

Ma cos'era quel socialismo verso il quale Soreste ci guidava? Era la gente del paese, quel che Peppe, Ciccio, 'Ntoni, Pascali pativano per esser nati diseredati, era il nemico delle fame, delle disoccupazione, del sopruso signorile, proprietario, capitalistico. Era la rivoluzione del pane e del companatico, del medico e delle medicine per tutti, della maglia di lana per l'inverno, delle case popolari, delle scuole superiori per tutti; era la rivoluzione dell'intellettuale organico che progetta per le masse, e si badi nessuno di noi sapeva di un certo Gramsci e dei suoi pensieri lasciati in eredità ai posteri di buona volontà, a uomini forniti di schiena dritta, di coraggio e di mente onesta.

Andammo avanti assieme su questa strada per anni e anni. Alla fine divorziammo. Divenimmo ingombranti l'uno all'altro. Lui andò avanti per la strada che aveva una meta visibile, corporale,  umana, percepibile, possibile, compatibile con l'esistente. Certo bisognava pagare un prezzo, ma meglio l'uovo oggi che la gallina domani. Quando ottenne l'ospedale a Siderno fui il solo a sollevare obiezioni. Ce n'era già uno a Locri, perché farne un altro? Niente di personale, ovviamente, solo una visione diversa circa la strada da fare. Ero andato via dal partito dieci anni prima. Ero andato via anche dal paese. Trent'anni, un piede qua e un piede là. La nostalgia e il fiume che corre. Il giorno che Oreste morì mi resi conto che lui somigliava a Caio Gracco e io a quell'incantato seguace della cometa natalizia, che pare sia all'origine del paese.

Oggi il mondo è vuoto di Oresti e pieno di predicatori del Giovedì grasso. Parlano di turismo per fottere soldi all'Unione Europea; dei pagliacci  vestiti da prete si aggirano per i nostri paesi onde lucrare moneta sulle disgrazie di quei disgraziati che lo Stato italiano ha portato a fare ogni tipo di traffico illecito e di delitto; i cosiddetti rappresentanti politici hanno la mente più acuta di Spinoza, se si tratta non perdere la redditizia indennità. Ma forse la cometa non sta in cielo ma ormai sottoterra, pianta e ricordata, mai seguita. I morti sono morti, e sono morti anche i vivi. Aveva ragione Lamartine a parlare di un popolo di morti, almeno relativamente agli italiani di Calabria, di Sicilia, di Napoli, di Bari.


































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