L'unitÓ d'Italia Ŕ una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Il bersagliere Michele Serra

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La Repubblica che, come tutti sanno, è stata Fondata da Eugenio Scalfari venticinque anni fa, per cui oggi siamo nell'Anno XXV dell'Era Repubblicana, fra i commenti prodotti per il numero del 23 luglio scorso, ne riporta uno, appassionato e in pregevole prosa, di Michele Serra, sul quale oserei soffermarmi.

Serra, navigando da destro pilota fra frasi di intonazione barocca e altre di squisito sapore neoclassico, in sostanza chiede ai genitori (e quindi anche ai nonni) meridionali di educare i figli (e i nipotini) nel rispetto delle leggi. E non le leggi qualunque, ma le civilissime leggi della quinta o sesta potenza economica del mondo, anch'esso civile.

Credo che il cognome Serra, sicuramente di origine spagnola, sia arrivato nel Sud dalla Liguria. Mi pare, infatti, d'aver letto da qualche parte che, in altri tempi, una famiglia di questo cognome si sia spostata da Genova a Napoli per esercitarvi l'usura. In verità ci fu anche un Serra calabrese, alquanto riverito dall'iconografia economica, che ai tempi dei viceré spagnoli finì in galera per aver tentato di difendere l'industria napoletana dalle cortesi invadenze genovesi e fiorentine. Comunque il cognome è, oggi, frequente in qualche luogo di Calabria, e immagino in altre sudiche regioni.

In conclusione l'autore dell'articolo pubblicato dal giornale del Fondatore potrebbe essere un meridionale. Ovviamente, spero di aver preso una cantonata, anche se so bene che il Meridione è pieno di patrioti, di figlioletti spuri di Camillo Benzo, approssimativo Conte. O forse è più giusto dire: figlioli spirituali di don Benedetto che, pur essendo meridionale dalla testa alla pancia e dalla zona pubica alle scarpe, era un propugnatore delle nordiche, meneghine, taurine e tosche virtù.

Il popolino meridionale ama tanto poco l'Italia che tuttora, allorché qualcuno si arruola nei carabinieri, si sente questo commento contadino (o contadinesco o bertoldesco), oggi sicuramente definibile mafioso: "Carne venduta".

Quando, circa sessantacinque anni fa, cominciai ad avere un'idea del paese in cui ero nato e della gente che lo abitava, il bandito Giuseppe Musolino era considerato un eroe popolare. E debbo confessare che per me fu una dura lotta tra sentimento e razionalità cambiare il giudizio. Se poi l'ho cambiato veramente! Perché qualche volta mi capita ancora di pensarlo il brigante giustiziere, quale Amedeo Nazzari ce lo ha fatto vedere al cinema, piuttosto che il feroce assassino che fu in effetti. Però quella stessa dolorosa razionalità mi porta a capire che le leggi italiane sono soltanto dei pezzi di carta stampata e che lo stato italiano - che le applica - è una grande ed effettiva carogna.

Quali titoli avrebbe mai l'Italia per avere, non dico l'amore, ma il rispetto dei padri napoletani e dei siciliani? Perché mai io dovrei avere insegnato alla generazione dei miei figli e insegnare adesso alla generazione dei miei nipoti che l'Italia è il nostro stato e che noi sudichi siamo italiani?

Se facessi ciò, sarei un disonesto, un buffone, un venduto, un uomo senza coscienza e dignità, un Arlecchino.

L'Italia unita, l'Italia patria comune, ha fatto nel Sud quello che né i bizantini, né gli arabi, né gli scacciati angioini, né gli aragonesi, né gli spagnoli, e forse neppure i romani fecero mai. Non solo ne ha paurosamente e deliberatamente inaridito la capacità di produrre - tanto che, nel corso di due ondate migratorie, da qui dovettero andarsene, e non senza dolore, trenta milioni di lavoratori, quasi il doppio dell'attuale popolazione; uomini forti, validi, coraggiosi, intraprendenti, gente capace di meritarsi il rispetto e la riconoscenza delle nazioni a cui approdarono - ma anche, a partire dalla nascita della repubblica e della cosiddetta democrazia, questo stato cosiddetto italiano - e per lui, specialmente quelle formazioni politiche che si appellavano alla solidarietà fra lavoratori o alla solidarietà cristiana - ha ridotto questo popolo a un paese di malandrini, di camorristi popolani che vivono qui e di camorristi altoborghesi che comandano a Roma, di miserabili - e non senso che Hugo dava alla parola - di gente ingrata a Dio e a li nimici sui.

Il giornale sul quale Serra scrive ha fatto molto in tal senso, direi che è stato determinante a far proliferare i nipotini di don Benedetto. Se debbo fare un raffronto, assimilo il Fondatore a quei patrioti napoletani che nel 1799, volendo liberare Napoli dall' "infame dominazione borbonica", eroicamente bombardarono i napoletani dall'alto del castello di San Martino, con munizioni francesi, facendo una vera strage di lazzaroni e cannibali.

L'irriverenza di un ragazzo ancora imberbe, che non porta il casco per far dispetto allo stato, non è una rivolta, meno che mai una rivoluzione o una lotta popolare di liberazione. Però che questo popolo - i cui tentativi di farsi ascoltare sono sempre stati repressi nel sangue ad opera di miliziani venuti da su o di locale carne venduta - non ami lo stato italiano è un fatto. Né è giusto o opportuno che l'ami. Semmai un padre (o un nonno) vorrebbe vedere trasformata l'irriverenza in una vera rivoluzione. Fora…Fora…Fora, si gridò il giorno del Vespro. Ma purtroppo gli intellettuali sudichi, quando non somigliano a don Benedetto, somigliano sicuramente a quel Ruggiero di Lauria, impavido eroe nostrano, che si adoperò perché ai cattivi angioini in fuga seguissero gli amorevoli aragonesi.

Nicola Zitara

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